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Il Lavoro di Byron Katie è una vera benedizione per il nostro pianeta.

La radice di ogni sofferenza


sta nell'identificazione con i nostri pensieri, le “storie” che scorrono di continuo nella mente. Il
Lavoro funziona come una spada affilata a rasoio, che taglia attraverso le illusioni e ti permette di
conoscere l'essenza eterna del tuo essere. Esso emana gioia, pace e amore che sono il tuo stato
naturale.
— Eckhart Tolle, autore di “Il potere di adesso”

Un'innovatrice spirituale per il nuovo millennio.


— TIME Magazine

L'amore rigoroso di Katie, preciso come un laser, brucia tutte le illusioni.


— Il Times di Londra

Byron Katie è una delle insegnanti veramente grandi e ispiratrici del nostro tempo. Mi ha aiutato
moltissimo personalmente. Amo questa donna così saggia.
— dott. Wayne W. Dyer, autore di “La voce dell'ispirazione”

La migliore forma di Terapia Cognitiva, nella nostra opinione, si presenta nel Lavoro di Byron Katie,
che fornisce un approccio che disarma il pensiero catastrofico attraverso un processo che la persona
può fare da sola. Questo è un approccio che noi raccomandiamo.
— David Wise, Ph.D., e Rodney Anderson, M.D.,
“A Headache in the Pelvis” (Un mal di testa nel bacino), V edizione,
National Center for Pelvic Pain (Centro Nazionale per il dolore al bacino), 2008.

Gli insegnamenti di Byron Katie e la sua vita di ogni giorno sono pura saggezza. Il suo Lavoro ci
mostra la strada alla pace interiore, e lei ci conduce proprio lì, senza paura, inesorabilmente e con
la massima generosità. Raramente ho visto qualcuno, maestri spirituali compresi, incarnare la
saggezza in modo così potente come Katie nel suo appassionato abbraccio di ogni singolo momento.
— Roshi Bernie Glassman

Il Lavoro di Katie è una pratica meravigliosa e trasformativa per chiunque sia interessato alla
crescita spirituale.
— Lama Surya Das, autore di “Dzogchen:
la grande perfezione naturale” e di “Awakening the Buddha within”

Santo cielo! Ma da dove arriva Byron Katie? È il non plus ultra! Il suo Lavoro è incredibilmente
efficace: un antidoto semplice e diretto a tutta la sofferenza che ci creiamo inutilmente. Ci invita a
non credere a niente, mettendoci però a disposizione un modo semplice, sorprendentemente efficace,
per tagliarci un varco attraverso il groviglio di illusioni in cui ci avvolgiamo.
— David Chadwick, autore di “Cetriolo storto:
la vita e l'insegnamento di Shunryu Suzuki Roshi”

Immagina di poter trovare un modo semplice per accogliere tutta la tua vita con gioia, per porre fine
al conflitto con la realtà, e per raggiungere la serenità in mezzo al caos. Questo è quanto offre Amare
ciò che È. Niente di meno che un modo rivoluzionario di vivere la tua vita. La domanda è: siamo
abbastanza coraggiosi da accettarlo?
— Erica Jong, autrice di “Paura di volare”
Byron Katie
AMARE CIÒ CHE È

4 domande
che possono cambiare la tua vita

Scritto con Stephen Mitchell


Byron Katie e Stephen Mitchell
Amare ciò che È
Titolo originale: Loving what is
Traduzione di Gianpaolo Fiorentini
Revisione della traduzione a cura di Antonella De Lucia
Copyright © 2002 by Byron Kathleen Mitchell
Copyright © 2009 Edizioni Il Punto d'Incontro per l'edizione italiana
This translation published by arrangement with Harmony Books, a division of Random House, Inc.
Prima edizione originale pubblicata nel 2002 da Harmony Books, a division of Random House, Inc.,
New York
Prima edizione italiana pubblicata nel marzo 2009.
Prima edizione digitale: ottobre 2011
Edizioni Il Punto d'Incontro s.a.s., Via Zamenhof 685, 36100 Vicenza Telefono 0444239189, Fax
0444239266.
Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di quest'opera può essere riprodotta in alcuna forma senza
l'autorizzazione scritta dell'editore, a eccezione di brevi citazioni destinate alle recensioni.

ISBN 9788880938330
www.edizionilpuntodincontro.it
Ad Adam Joseph Lewis
e a Michael
Nota all'edizione italiana

L'editore ha scelto di accogliere la richiesta dell'autrice di tradurre


letteralmente anche espressioni che non sono comuni o fluide in italiano.
Questo per rispettare il gergo in cui l'autrice esprime il suo pensiero e che
viene usato per svolgere Il Lavoro.
Indice
Introduzione

Come leggere questo libro

1. Alcuni principi di base

2. Il Gran Disfare

3. Entrare nei dialoghi

4. Fare Il Lavoro su rapporti di coppia e la vita familiare


Voglio che mio figlio mi parli
La relazione amorosa di mio marito
Il bambino deve smettere di strillare
Ho bisogno dell'approvazione della mia famiglia

5. Approfondire l'indagine

6. Fare Il Lavoro sul lavoro e sui soldi


È così incompetente!
I consigli dello zio Ralph sulla borsa
Arrabbiata con le grandi aziende americane
7. Fare Il Lavoro sulle autocritiche
Spaventata dalla vita

8. Fare Il Lavoro con i bambini

9. Fare Il Lavoro sulle credenze di fondo


Lei avrebbe dovuto rendermi felice
Ho bisogno di prendere una decisione

10. Fare Il Lavoro su qualunque pensiero o situazione

11. Fare Il Lavoro sul corpo e sulle dipendenze


Un cuore malato?
La dipendenza di mia figlia
12. Fare amicizia con il peggio che può capitare
Ho paura di morire
Cadono le bombe
Mamma non ha fatto smettere l'incesto
Sono arrabbiata con Sam perché è morto
Terrorismo a New York City

13. Domande e risposte

14. Il Lavoro nella tua vita

Appendice: l'auto facilitazione

Contatti
Laboratori di un fine settimana
la Scuola per Il Lavoro di Byron Katie: una formazione intensiva
Per i diplomati della Scuola: l'Istituto per Il Lavoro
La Casa del Rigiro per Il Lavoro

Note all'introduzione

Gli Autori
Introduzione

Più chiaramente conosci te stesso e le tue emozioni,


più diventi un amante di ciò che è.

— BARUCH SPINOZA

La prima volta che osservai Il Lavoro, capii di trovarmi di fronte a qualcosa


di davvero notevole. Vidi una sequenza di persone, giovani e vecchie, colte
e incolte, che imparavano a indagare i loro pensieri, i pensieri che per loro
erano i più dolorosi. Con l'aiuto amorevole e deciso di Byron Katie (tutti la
chiamano Katie), quelle persone trovavano la propria via non solo alla
soluzione dei problemi più immediati, ma anche ad uno stato mentale in cui
trovavano risposta le domande più profonde. Ho dedicato gran parte della
vita a studiare e tradurre i testi delle grandi tradizioni spirituali e nel
processo a cui stavo assistendo riconobbi delle profonde somiglianze. Al
cuore di queste tradizioni (il Libro di Giobbe, il Tao Te Ching e la Bhagavad
Gita) c'è un intenso interrogarsi sulla vita e sulla morte, da cui emerge come
risposta una profonda e gioiosa saggezza. Mi sembrò che questa saggezza
fosse il luogo abitato da Katie e la direzione in cui conduceva tutte quelle
persone.
Seduto in una sala affollata, vidi cinque uomini e cinque donne che, uno
dopo l'altro, imparavano a riconoscere la libertà attraverso gli stessi pensieri
che erano la causa della loro sofferenza; pensieri come “Mio marito mi
tradisce” o “Mia madre non mi ama abbastanza”. Semplicemente ponendo
quattro domande e ascoltando le risposte che scoprivano dentro se stesse,
quelle persone aprivano la mente a intuizioni ampie, profonde e
trasformative della loro vita. Vidi un uomo che provava da decenni rabbia e
risentimento nei confronti del padre alcolista illuminarsi sotto i miei occhi
nel giro di quarantacinque minuti. Vidi una donna che non riusciva quasi a
parlare dalla paura, perché aveva appena saputo che il cancro di cui soffriva
si stava diffondendo, terminare la sessione raggiante di comprensione e
accettazione. Tre persone su cinque non avevano mai fatto Il Lavoro prima
di quel momento, ma il processo non sembrava più difficile per loro che per
le altre, e le loro comprensioni non erano meno profonde. Tutti iniziarono a
comprendere una verità così fondamentale che in genere non la vediamo: il
fatto che, nelle parole del filosofo greco Epitteto, “Non ciò che accade ci
turba, ma i nostri pensieri su ciò che accade”. Appena afferravano questa
verità, tutta la loro visione cambiava.
Prima di sperimentare in prima persona Il Lavoro di Byron Katie, molti
lo ritengono troppo semplice per essere efficace. Ma è appunto la sua
semplicità che lo rende così efficace. Negli ultimi due anni, dal mio primo
incontro con Katie e con Il Lavoro, ho fatto Il Lavoro molte volte,
applicandolo a pensieri di cui non ero mai stato consapevole. E ho visto più
di un migliaio di persone farlo nel corso di incontri pubblici in tutti gli Stati
Uniti e in Europa, applicandolo all'intera gamma dei problemi umani:
malattie gravi, la morte di genitori e figli, abusi sessuali e psicologici,
dipendenze, problemi economici, professionali e sociali, e le normali
frustrazioni della vita quotidiana. (Avere un posto riservato agli incontri
condotti da Katie è uno dei privilegi di essere suo marito). Ogni volta
vedevo Il Lavoro trasformare rapidamente e radicalmente il modo in cui le
persone consideravano i loro problemi. Quando il modo di pensare cambia,
i problemi scompaiono.
“La sofferenza è un'opzione”, dice Katie. Ogni volta che proviamo una
sensazione stressante, che può andare da un piccolo disagio a una grande
sofferenza, rabbia o disperazione, possiamo essere certi della presenza di un
preciso pensiero che causa la nostra reazione, che ne siamo consci o no. Il
modo per mettere fine allo stress è indagare il pensiero che vi sta dietro,
cosa che tutti possono fare da soli con un foglio di carta e una penna. Le
quattro domande del Lavoro, di cui fornirò un esempio in questa
introduzione, rivelano dove il nostro pensiero non è vero per noi. Attraverso
questo processo, che Katie chiama “indagine”, scopriamo che tutti i concetti
e i giudizi a cui crediamo o che diamo per scontati, sono distorsioni delle
cose come sono in realtà. Quando crediamo ai nostri pensieri, invece che a
ciò che è vero per noi, sperimentiamo vari tipi di malessere emotivo che
chiamiamo sofferenza. La sofferenza è un sistema di allarme naturale che ci
avverte che ci stiamo attaccando a un pensiero; se non lo ascoltiamo,
finiamo per accettare questa sofferenza come un elemento inevitabile della
vita. Non lo è.
Il Lavoro presenta delle sorprendenti somiglianze con i koan dello Zen e
i dialoghi di Socrate. Ma non deriva da nessuna tradizione, né orientale né
occidentale. È americano, fatto in casa e adatto a tutti, nato nella mente di
una donna qualunque che non aveva intenzione di creare niente.
Per conoscere la vostra vera natura, dovete attendere il
giusto momento e le giuste condizioni. Quando il
momento arriva, vi risvegliate come da un sogno.
Capite che ciò che avete trovato è vostro e non proviene da alcun
luogo esterno.

— SUTRA BUDDHISTA

Il Lavoro è nato un mattino del febbraio 1986, quando Byron Kathleen


Reid, una donna di quarantatré anni che viveva in una piccola cittadina del
deserto della California meridionale, si svegliò stesa sul pavimento di una
stanza di una casa di riabilitazione.
All'interno di una vita normalissima (due matrimoni, tre figli e una
carriera di successo), Katie era precipitata in una spirale di rabbia, paranoia
e disperazione che durava da dieci anni. Per due anni la depressione le
aveva praticamente impedito di uscire di casa; rimaneva a letto per intere
settimane e svolgeva il suo lavoro telefonando dalla stanza da letto, senza
riuscire nemmeno a farsi una doccia o a lavarsi i denti. I figli passavano in
punta di piedi davanti alla sua porta, per evitare i suoi scoppi di rabbia. Alla
fine si ricoverò in una casa di riabilitazione per donne con disturbi
alimentari: l'unica forma di ricovero che la sua assicurazione era disposta a
pagare. Le altre pazienti avevano così tanta paura di lei che le venne
assegnata una stanza da sola in una soffitta.
Una mattina, circa una settimana dopo il ricovero, mentre era stesa sul
pavimento (non si sentiva degna neppure di occupare un letto), Katie si
svegliò senza nessuna idea di chi o di che cosa fosse. “Non c'era nessun
me”, dice.

Tutta la mia rabbia, tutti i pensieri che mi avevano tormentato, tutto il


mio mondo, il mondo intero, era svanito. Nello stesso tempo, una risata
incontenibile sgorgò dentro di me e si diffuse all'esterno. Tutto era
diventato irriconoscibile. Era come se si fosse svegliato qualcun altro.
Esso aveva aperto gli occhi e guardava attraverso gli occhi di Katie.
Esso era esultante, era ebbro di gioia! Per esso non c'era niente di
separato, niente di inaccettabile. Tutto era il suo stesso sé.

Quando Katie ritornò a casa, la sua famiglia e i suoi amici si accorsero che
era una persona diversa. Racconta sua figlia Roxann, che a quel tempo
aveva sedici anni:

Capimmo che la tempesta era passata. Mia madre aveva sempre urlato
contro di me e i miei fratelli, e ci criticava continuamente. Avevo paura
di rimanere sola con lei nella stessa stanza. Ora sembrava perfettamente
in pace. Rimaneva immobile per ore seduta davanti alla finestra o nel
deserto. Era felice e innocente come un bambino, e piena d'amore.
Persone in difficoltà iniziarono a bussare alla nostra porta, chiedendo
aiuto. Lei le invitava a sedere accanto a sé e faceva delle domande,
soprattutto: “È vero?”. Se tornavo a casa abbattuta per problemi come:
“Il mio ragazzo non mi ama più”, mamma mi guardava come se sapesse
che era una cosa impossibile e mi chiedeva: “Tesoro, come può essere
vero?”, come se le avessi appena detto che ci trovavamo in Cina.

Quando la gente capì che la vecchia Katie non sarebbe tornata mai più, tutti
cominciarono a chiedersi che cosa le fosse successo. Era accaduto un
miracolo? Katie non era di molto aiuto e occorse molto tempo prima che
fosse in grado di descrivere la sua esperienza in termini comprensibili.
Iniziò a parlare di una libertà che si era risvegliata dentro di lei. Diceva
anche che, attraverso un'indagine interiore, aveva capito che tutti i suoi
vecchi pensieri non erano veri.
Poco dopo il suo ritorno dalla casa di riabilitazione, la sua casa
cominciò a riempirsi di persone che avevano sentito parlare di lei e
andavano a trovarla per imparare. Katie sapeva comunicare la propria
indagine interiore sotto forma di domande precise che chiunque fosse
interessato alla libertà poteva applicare a se stesso, senza il suo aiuto. Presto
iniziò a venire invitata a piccoli incontri in altre case. Le persone che la
invitavano le chiedevano spesso se fosse “illuminata” e la sua risposta era:
“Sono soltanto qualcuno che conosce la differenza tra ciò che fa male e ciò
che non fa male”.
Nel 1992 venne invitata nel nord della California, da dove Il Lavoro si
diffuse a grande velocità. Katie accettava tutti gli inviti. È stata in viaggio
quasi continuamente sin dal 1993, spiegando Il Lavoro nelle sale
parrocchiali, nei centri di incontro e nelle sale convegni degli hotel, davanti
a un pubblico di poche o molte persone. Da allora Il Lavoro si è fatto strada
in ogni tipo di organizzazione: dalle aziende agli studi legali, dagli studi dei
terapeuti agli ospedali, dalle prigioni alle chiese e alle scuole. Diventato
popolare in tutte le parti del mondo toccate da Katie, oggi esistono, in tutta
l'America e l'Europa, gruppi di persone che si incontrano regolarmente per
fare Il Lavoro.
Katie ripete spesso che l'unico modo per comprendere Il Lavoro è farne
esperienza. È degno di nota il fatto che l'indagine sia perfettamente allineata
con l'attuale ricerca sulla biologia della mente. Le neuroscienze
contemporanee identificano in un'area specifica del cervello, chiamata a
volte “l'interprete”, la fonte della familiare narrazione interna che produce il
senso dell'io. Due importanti studiosi di neuroscienze hanno di recente
definito la natura scaltra e inaffidabile della narrazione raccontata
dall'interprete. Antonio Damasio la descrive con queste parole: “Forse la
scoperta più importante è appunto questa: l'emisfero sinistro del cervello
umano è incline a fabbricare narrazioni verbali che non si accordano
necessariamente con la realtà”. Così scrive anche Michael Gazzaniga: “Il
cervello sinistro tesse la propria storia per convincere se stesso e noi di
avere il totale controllo.... Che cosa c'è di così adattivo nell'avere
nell'emisfero sinistro qualcosa che assomiglia molto a un giornalista di
regime? L'interprete ce la mette tutta per tenere insieme la nostra storia
personale. Per farlo dobbiamo imparare a mentire a noi stessi”. Queste
scoperte, fondate su un serio lavoro di ricerca, dimostrano che tendiamo a
credere ai nostri stessi comunicati stampa. Spesso, quando pensiamo di
essere razionali, siamo invece ingannati dai nostri stessi pensieri. Questa
caratteristica spiega in che modo ci veniamo a trovare nelle dolorose
posizioni che Katie riconobbe nella propria sofferenza. L'auto-indagine da
lei scoperta utilizza una diversa, meno conosciuta capacità della mente di
trovare una via d'uscita dalla trappola che si è costruita da sé.
Dopo avere fatto Il Lavoro, molte persone parlano di un immediato
senso di sollievo e di libertà dai pensieri che le facevano soffrire. Ma, se
fosse soltanto un'esperienza momentanea, Il Lavoro non sarebbe che di
scarsa utilità. Il Lavoro è un continuo processo sempre più profondo di
realizzazione di sé e non un rammendo temporaneo. “È molto più di una
tecnica”, spiega Katie. “Porta alla luce, dal nostro profondo, un aspetto
innato del nostro essere”.
Più scendiamo in profondità nel Lavoro e più ne comprendiamo il
potere. Chi pratica l'indagine da qualche tempo dice spesso: “Il Lavoro non
è più qualcosa che faccio io. È Il Lavoro che fa me”. È un modo per
descrivere come, senza nessuna intenzione conscia, la mente nota
qualunque pensiero stressante e lo disfa prima che possa causare sofferenza.
Il loro conflitto interiore con la realtà è cessato e scoprono che ciò che
rimane è l'amore: l'amore per se stessi, per gli altri e per tutto ciò che la vita
presenta. Il titolo di questo libro descrive l'esperienza di Katie: Amare ciò
che è diventa facile e naturale come respirare.

Questo considerando, ogni odio ora finito, [la mente] ritrova la


radicale innocenza e apprende infine di essere delizia a se
stessa, a se stessa pace, a se stessa terrore, e che ogni suo dolce
volere è il volere del Cielo.

— WILLIAM BUTLER YEATS

Ho aspettato fino a questo punto per esporvi le quattro domande, perché


acquistano un senso soprattutto nel contesto in cui vengono poste. Il modo
migliore per conoscerle è vedere come funzionano in una vera seduta del
Lavoro. Conoscerete anche quello che Katie chiama il “rigiro”, un modo
per fare esperienza dell'opposto di quello che credevamo vero.
Il seguente dialogo con Katie si è svolto davanti a un pubblico di
duecento persone. Mary, la donna seduta sul palco davanti a Katie, ha
riempito il foglio di Lavoro “Giudica il prossimo”, dove ha scritto i suoi
pensieri su una persona che le crea delle difficoltà. Le istruzioni sono:
“Consenti a te stessa di essere critica e meschina, esattamente come ti senti.
Non cercare di essere gentile o ‘spirituale’ ”. Più siamo meschini nei nostri
giudizi, più è probabile che ricaveremo dei benefici dal Lavoro. Come
vedrete, Mary non si è trattenuta affatto. È una donna energica, sulla
quarantina, snella e attraente, vestita con una tuta da ginnastica dall'aspetto
molto costoso. All'inizio del dialogo, la sua rabbia e la sua impazienza sono
tangibili.
La prima esperienza con Il Lavoro, sia da lettori che da osservatori, può
mettere a disagio. È utile ricordare che tutti i partecipanti (Mary, Katie e il
pubblico) sono dalla stessa parte: tutti cercano la verità. Se Katie sembra a
volte deridere o prendere in giro, a un esame più attento, capirete che sta
prendendo in giro il pensiero che causa la sofferenza di Mary, e mai Mary
come persona.
Quando, verso la metà del dialogo, Katie chiede: “Vuoi davvero
conoscere la verità?”, non si riferisce a una sua verità o a una verità astratta
e predefinita, ma alla verità di Mary, la verità nascosta dietro i suoi pensieri
dolorosi. Mary ha accettato il dialogo soprattutto perché ha fiducia che
Katie possa aiutarla a scoprire dove sta mentendo a se stessa, perciò
accoglie l'insistenza di Katie.
Infine, noterete subito che Katie è molto libera nell'uso di parole
affettuose. Un amministratore delegato, prima di un laboratorio con Katie e
i suoi dirigenti, si sentì in dovere di dare questo avvertimento: “Se vi tiene
la mano e vi chiama ‘amore’ o ‘tesoro’, non eccitatevi. Lo fa con tutti”.

Mary: [Leggendo dal suo foglio di Lavoro] Odio mio marito perché mi fa
impazzire: tutto di lui, compreso il suo modo di respirare. Quello che mi
delude è che non lo amo più e che il nostro rapporto è diventato una
farsa. Voglio che abbia più successo, che non voglia più fare sesso con
me, che ritorni in forma, che si rifaccia una vita al di là di me e dei
bambini, che non mi tocchi più e che sia una persona autorevole. Mio
marito deve smettere di illudersi di cavarsela bene nell'attività che
abbiamo in comune. Deve diventare più in gamba. È un mollaccione,
pigro e pieno di bisogni. Si sta ingannando da solo. Mi rifiuto di
continuare a vivere nella menzogna. Mi rifiuto di continuare a vivere con
un impostore.
Katie: Bene, il ritratto è completo? [Il pubblico scoppia a ridere e Mary ride
assieme agli altri] Dalle risate, sembrerebbe che tu stia parlando a nome
di molti dei presenti. Cominciamo dall'inizio e vediamo di riuscire a
capire che cosa sta accadendo.
Mary: Odio mio marito perché mi fa impazzire. Tutto di lui, compreso il
suo modo di respirare.
Katie: “Tuo marito ti fa impazzire”. È vero? [Questa è la prima delle
quattro domande: È vero?]
Mary: Sì.
Katie: Bene. Fammi un esempio, tesoro. Lui respira?
Mary: Sì, respira. Quando facciamo conferenze telefoniche per il nostro
lavoro, lo sento respirare all'altro capo del telefono e ho voglia di
mettermi a urlare.
Katie: Quindi, “Il suo respiro ti fa impazzire”. È vero?
Mary: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? [La seconda domanda:
Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?]
Mary: Sì!
Katie: Tutti possiamo comprenderlo. Ascolto che per te è assolutamente
vero. Nella mia esperienza, non può essere il modo di respirare di tuo
marito che ti fa impazzire: sono i tuoi pensieri sul suo modo di respirare
che ti fanno impazzire. Guardiamo meglio e vediamo se è vero. Quali
sono i tuoi pensieri sul suo modo di respirare quando fa le sue telefonate
di lavoro?
Mary: Che dovrebbe essere più consapevole di respirare rumorosamente
durante la conferenza telefonica.
Katie: Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo pensiero? [La
terza domanda: Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo
pensiero?]
Mary: Vorrei ucciderlo.
Katie: Che cos'è più doloroso: il pensiero a cui ti attacchi riguardo al suo
respiro o il suo respiro?
Mary: Il suo respiro è più doloroso. Sono tranquilla col pensiero di volerlo
uccidere. [Mary ride e il pubblico ride con lei]
Katie: Puoi tenerti questo pensiero. Questa è la cosa bella del Lavoro: puoi
tenerti tutti i tuoi pensieri.
Mary: È la prima volta che faccio Il Lavoro, quindi non conosco le risposte
giuste.
Katie: Le tue risposte sono perfette, tesoro. Sii spontanea. Allora, lui respira
rumorosamente al telefono, tu hai il pensiero che dovrebbe esserne
consapevole e lui non lo è. Qual è il pensiero successivo?
Mary: Scatena tutti i pensieri più orribili nei suoi confronti.
Katie: Bene, e lui continua a respirare rumorosamente. “Deve smettere di
respirare rumorosamente quando è in conferenza telefonica”. Qual è la
realtà? Lo fa?
Mary: No. Gli ho detto di smetterla.
Katie: Ma lui continua a farlo: questa è la realtà. Vero è sempre quello che
sta avvenendo, non la storia di ciò che dovrebbe avvenire. “Dovrebbe
smettere di respirare rumorosamente quando è al telefono”. È vero?
Mary: [Dopo una pausa] No, non è vero. Lo fa. Questo è vero, la realtà è
questa.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che dovrebbe smettere di
respirare rumorosamente e lui non lo fa?
Mary: Come reagisco? Vorrei sparire. Sto male perché vorrei sparire da
quella situazione, ma so che non posso.
Katie: Ritorniamo all'indagine, tesoro, invece di proseguire nella tua storia,
nella tua interpretazione di quello che sta accadendo. Vuoi davvero
conoscere la verità?
Mary: Sì.
Katie: Bene. È utile esaminare un'affermazione alla volta. Riesci a trovare
un motivo per lasciar andare il pensiero che dovrebbe smettere di
respirare rumorosamente quando è al telefono? [Questa è una domanda
aggiuntiva che Katie fa a volte] Per chi è nuovo del Lavoro, se pensate
che io stia chiedendo a Mary di lasciar andare la sua storia, voglio che sia
molto chiaro che non glielo sto chiedendo. Non si tratta di sbarazzarsi dei
pensieri né di superarli, di migliorarli o abbandonarli. Niente di tutto
questo. Si tratta di comprendere la causa ed effetto interiori. La domanda
è semplicemente: “Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo
pensiero?”.
Mary: Sì. Le conferenze telefoniche sarebbero molto più piacevoli senza
questo pensiero.
Katie: È una buona ragione. Riesci a trovare un motivo non stressante per
tenerti la menzogna che dovrebbe smettere di respirare rumorosamente al
telefono? [Altra domanda aggiuntiva]
Mary: No.
Katie: Chi saresti senza il pensiero? [La quarta domanda: Chi saresti senza
il pensiero?] Chi saresti, in conferenza telefonica assieme a tuo marito,
se non avessi la capacità di pensare questo pensiero?
Mary: Sarei più felice, più forte. Non avrei distrazioni.
Katie: Sì, cara, è così. Non è il suo respiro la causa del tuo problema. Sono i
tuoi pensieri riguardo al suo respiro, che non hai indagato per capire che
si oppongono alla realtà del momento. Vediamo la frase seguente.
Mary: Non lo amo più.
Katie: È vero?
Mary: Sì.
Katie: Bene. Vuoi davvero conoscere la verità?
Mary: Sì.
Katie: Bene. Ascoltati con calma. Non ci sono risposte giuste o sbagliate.
“Non lo ami più”. È vero? [Mary rimane in silenzio] Se dovessi
rispondere in tutta sincerità sì o no, e se dovessi vivere per sempre con
questa risposta, con la tua verità o la tua menzogna, che cosa
risponderesti? “Non lo ami”. È vero? [Lunga pausa, poi Mary si mette a
piangere]
Mary: No, non è vero.
Katie: Questa è una risposta molto coraggiosa. Rispondendo così, con
quello che è vero davvero per noi, pensiamo che non ci sia via d'uscita.
“È vero?” è soltanto una domanda, ma abbiamo paura di rispondere
sinceramente alle domande più semplici, perché proiettiamo quello che
potrebbero significare in un futuro immaginario. Pensiamo di dover fare
qualcosa al riguardo. Come reagisci quando credi al pensiero che non lo
ami più?
Mary: Trasforma la mia vita in una stupida farsa.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare il pensiero che non lo
ami più? Non ti sto chiedendo di lasciar andare il pensiero.
Mary: Sì, vedo un motivo per lasciarlo andare.
Katie: Riesci a trovare un motivo non stressante per tenerti il pensiero?
Mary: [Dopo una lunga pausa] Penso che conservare la mia storia mi serve
a evitare che voglia fare continuamente sesso con me.
Katie: È una ragione non stressante? A me sembra molto stressante.
Mary: Suppongo che lo sia.
Katie: Riesci a trovare un motivo non stressante per tenerti il pensiero?
Mary: Ah, capisco. No, non ci sono ragioni libere da stress per tenermi la
storia.
Katie: Magnifico. Chi saresti tu, in presenza di tuo marito, senza il pensiero
che non lo ami?
Mary: Sarebbe splendido, favoloso. È quello che vorrei.
Katie: Ascolto che con questo pensiero la situazione è stressante. E che
senza questo pensiero è favolosa. Quindi, che cosa c'entra tuo marito con
la tua infelicità? Lo stiamo semplicemente notando. “Non amo mio
marito”: rigira la frase. [Dopo le quattro domande si fa il rigiro]
Mary: Io amo mio marito.
Katie: Sentilo profondamente. E non ha niente a che fare con lui, non è
vero?
Mary: No, infatti. Io amo mio marito e, hai ragione, non ha niente a che fare
con lui.
Katie: E a volte pensi di odiarlo, ma nemmeno questo ha a che fare con lui.
Lui respira e basta. Sei tu che racconti la storia che lo ami oppure
racconti la storia che lo odi. Non servono due persone per fare un
matrimonio felice. Ne basta una: tu! C'è un altro rigiro.
Mary: Io non mi amo. Sì, posso riconoscerlo.
Katie: Potresti pensare che, divorziando da lui, staresti meglio. Ma, se non
indaghi i tuoi pensieri, proietterai gli stessi concetti su qualunque persona
che entrerà nella tua vita. Non ci attacchiamo alle persone o alle cose, ci
attacchiamo ai concetti non indagati che in quel momento riteniamo veri.
Vediamo la prossima frase.
Mary: Voglio che mio marito non sia così pieno di bisogni, che non sia
dipendente da me, che abbia più successo, che non voglia più fare sesso
con me, che ritorni in forma, che si rifaccia una vita al di là di me e dei
bambini, e che sia una persona autorevole. Questi sono solo alcuni
punti...
Katie: Rigira l'intera affermazione.
Mary: Io voglio non essere così piena di bisogni. Io voglio non essere
dipendente da lui. Io voglio avere più successo. Io voglio avere voglia di
fare sesso con lui. Io voglio ritornare in forma. Io voglio avere una vita al
di là di lui e dei bambini. Io voglio essere una persona più autorevole.
Katie: “Non dovrebbe essere pieno di bisogni”. È vero? Qual è la realtà? Lo
è?
Mary: È pieno di bisogni.
Katie: “Non dovrebbe essere pieno di bisogni” è una menzogna, perché
secondo te lui lo è. Come reagisci quando credi al pensiero “Non
dovrebbe essere pieno di bisogni”, mentre nella tua realtà lo è?
Mary: Vorrei scappare.
Katie: Chi saresti tu, alla sua presenza, senza il pensiero “Non dovrebbe
essere pieno di bisogni”?
Mary: Ho appena capito che potrei stare con lui in una situazione d'amore,
invece di stare con tutte le mie difese alzate. Ma è come se, appena mi
accorgo di un suo bisogno, non fossi più lì. Devo scappare. Ecco che cosa
sto facendo della mia vita.
Katie: Quando, a tuo parere, lui esprime un bisogno, tu non riesci a dire no
onestamente. Scappi o hai voglia di scappare, invece di essere sincera
con te stessa e con lui.
Mary: È vero.
Katie: Beh, deve esserlo. Devi etichettarlo “pieno di bisogni” finché non
avrai un po’ di chiarezza e di sincera comunicazione con te stessa.
Quindi, proviamo a fare chiarezza. Tu sei lui e sei piena di bisogni, io
faccio la parte della chiarezza.
Mary: Arriva il signor Bisogno e dice: “Senti questa, l'ultima telefonata è
stata magnifica. Si prospetta un affare favoloso. E devi sentire
quest'altra...”. E va avanti così. Nel frattempo sto lavorando anch'io, ho
una scadenza da rispettare.
Katie: “Tesoro, sono contenta per la tua telefonata. Ne sono molto felice,
ma vorrei che mi lasciassi lavorare. Ho una scadenza da rispettare”.
Mary: E lui: “Senti, dobbiamo discutere dei nostri programmi. Quando
andiamo alle Hawaii? Dobbiamo fissare il volo e....”.
Katie: “Sì, ascolto che vuoi parlare delle Hawaii. Allora discutiamone
questa sera a cena. Voglio davvero che tu esca dalla stanza ora. Ho una
scadenza da rispettare”.
Mary: “Se ti telefona una tua amica, chiacchieri con lei per un'ora. Non puoi
ascoltare me per due minuti?”.
Katie: “Potresti avere ragione, e voglio che tu esca dalla stanza ora. Forse ti
sembro sgarbata, ma non è così. Ho una scadenza da rispettare”.
Mary: No, non faccio così. In genere sono dura e reagisco male.
Katie: Devi essere dura, perché hai paura di essere sincera e dirgli di no.
Non gli dici: “Tesoro, vorrei che tu uscissi, ho una scadenza”, perché
vuoi qualcosa da lui. Perché vuoi imbrogliarlo e ingannare anche te? Che
cosa vuoi ottenere da lui?
Mary: Io non sono mai diretta, con nessuno.
Katie: Perché vuoi qualcosa da noi. Che cosa?
Mary: Non tollero che qualcuno non mi apprezzi. Non voglio disarmonia.
Katie: Quindi, vuoi la nostra approvazione.
Mary: Sì, e voglio mantenere l'armonia.
Katie: Tesoro, “Se tuo marito approva quello che fai e quello che dici, in
casa c'è armonia”. È vero? Funziona? C'è armonia in casa vostra?
Mary: No.
Katie: Rinunci alla tua integrità in cambio dell'armonia in casa. Ma non
funziona. Risparmiati dal cercare amore, approvazione o apprezzamento,
da parte di chiunque. E osserva cosa accade nella realtà, per puro
divertimento. Rileggi la prima frase.
Mary: Voglio che mio marito non sia pieno di bisogni.
Katie: Bene. Rigirala.
Mary: Voglio non essere io piena di bisogni.
Katie: Sì. Tu hai bisogno di tutta questa armonia. Hai bisogno della sua
approvazione. Hai bisogno che lui cambi modo di respirare. Hai bisogno
che la sua sessualità nei tuoi confronti sia diversa. Allora, chi è pieno di
bisogni? Chi è quello che dipende dall'altro? Rigira l'intera lista.
Mary: Io voglio non essere piena di bisogni, non essere dipendente...
Katie: Da tuo marito, forse?
Mary: Io voglio avere più successo. Io voglio non avere voglia di fare sesso.
Katie: Può rivelarsi davvero appropriato se stai un po’ con quest'ultimo
rigiro. Quante volte ti racconti la storia di odiare il modo in cui lui fa
sesso con te?
Mary: Continuamente.
Katie: Sì. Fai sesso con lui nella tua mente e pensi che sia orribile. Racconti
continuamente la storia di com'è fare sesso con tuo marito. Questa storia
è ciò che ti repelle, non tuo marito. Senza una storia, il sesso non ha mai
fatto repulsione a nessuno. È semplicemente quello che è. O fai sesso o
non lo fai. Sono i pensieri sul sesso che ci ripugnano. Metti per iscritto
anche questo, tesoro. Potresti riempire tutto un foglio di Lavoro su tuo
marito e la sessualità.
Mary: Sì, capisco.
Katie: Bene, rigira la frase successiva.
Mary: Io voglio ritornare in forma. Ma io sono già in forma.
Katie: Davvero? Anche mentalmente?
Mary: Oh! Potrei lavorare su quello.
Katie: Stai facendo del tuo meglio?
Mary: Sì.
Katie: Forse lo sta facendo anche lui. “Dovrebbe essere più in forma”: è
vero?
Mary: No, non è in forma.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che dovrebbe essere in forma
e non lo è? Come lo tratti? Che cosa dici? Che cosa fai?
Mary: Non mi comporto in modo chiaro. Gli faccio vedere i miei muscoli.
Non lo guardo mai con approvazione o ammirazione, e non sono mai
gentile riguardo a questo.
Katie: Bene, chiudi gli occhi. Guardati mentre lo vedi in questo modo. Ora
guardalo in faccia. [Pausa. Mary sospira] Continua a tenere gli occhi
chiusi. Guardalo di nuovo. Chi saresti tu, assieme a lui, senza il pensiero
che dovrebbe essere più in forma?
Mary: Vedrei che è un bell'uomo.
Katie: Sì, angelo mio. E vedresti anche quanto lo ami. Non è affascinante?
È davvero eccitante. Stai lì ancora un po’, guarda come lo tratti e lui
vuole ancora andare alle Hawaii con te. Non è stupefacente?
Mary: La cosa più stupefacente di lui è che io sono dura e sgarbata nei suoi
confronti, e lui mi ama incondizionatamente. È questo che mi fa
impazzire.
Katie: “È lui che ti fa impazzire”. È vero?
Mary: No, è quello che penso che mi fa impazzire.
Katie: Bene, torniamo indietro. “Dovrebbe essere più in forma”. Rigiralo.
Mary: Io dovrei essere più in forma. Io dovrei rimettere in forma i miei
pensieri.
Katie: Sì. Ogni volta che lo guardi e provi repulsione, rimetti in forma i tuoi
pensieri. Giudica tuo marito, scrivilo, poni le quattro domande e rigiralo.
Ma solo se sei stanca della tua sofferenza. Bene cara, credo che ci siamo
riuscite. Esamina tutte le altre frasi che hai scritto nello stesso modo. Mi
piace dialogare con te. E benvenuta nell'indagine, benvenuta nel Lavoro.

Distaccati da tutto il pensare e non c'è nessun luogo in cui tu


non potrai andare.

— SENG-TS'AN (TERZO PATRIARCA DELLO ZEN)

In Amare ciò che È, Katie vi offre tutto ciò che vi occorre per fare Il Lavoro
su voi stessi o assieme ad altri. Questo libro vi condurrà, un passo alla volta,
nell'intero processo, anche attraverso i dialoghi di molte persone che
lavorano direttamente con Katie. Questi scambi a tu per tu, in cui Katie
porta la sua chiarezza nelle più intricate problematiche umane, sono esempi,
alcuni davvero sensazionali, di come le persone più comuni possono trovare
la libertà attraverso l'indagine.
Stephen Mitchell
Il Lavoro è semplicemente quattro domande;
non è nemmeno un qualcosa.
Non ha secondi fini e non manipola.
Non è niente senza le tue risposte.
Le quattro domande si adattano
a qualunque percorso
tu stia già facendo e lo potenziano.
Se hai una religione, la valorizzano.
Se non hai una religione, ti daranno gioia.
Bruceranno tutto ciò che non è vero per te.
Bruceranno tutto, fino ad arrivare alla realtà
che ti aspetta da sempre.
— KATIE
Come leggere questo libro

Lo scopo di questo libro è la tua felicità. Il Lavoro ha funzionato per


migliaia di persone e Amare ciò che È ti insegnerà esattamente come usarlo
nella tua vita.
Inizia dai problemi che ti irritano o ti provocano depressione. Questo
libro ti spiegherà in che modo metterli sulla carta in una forma facile da
esaminare. Poi ti presenterà le quattro domande, spiegandoti come
applicarle ai tuoi problemi. A questo punto vedrai da te come Il Lavoro è in
grado di rivelare soluzioni semplici, radicali e trasformative della tua vita.
Troverai degli esercizi che ti insegneranno come utilizzare Il Lavoro in
modo sempre più preciso e approfondito, facendoti vedere come si adatta a
qualunque situazione. Dopo aver fatto Il Lavoro sulle persone che ti sono
più vicine, imparerai ad applicarlo anche ai problemi che ti creano più
sofferenza: ad esempio il denaro, la malattia, l'ingiustizia, l'odio per se
stessi o la paura della morte. Imparerai anche a riconoscere le credenze di
fondo che nascondono la realtà ai tuoi occhi e a lavorare con le autocritiche
che ti disturbano.
Troverai molti esempi di persone come te che stanno facendo Il Lavoro,
persone che credono che i loro problemi siano insolubili, che sono sicure di
dover soffrire per il resto della vita a causa della morte di un figlio o perché
vivono assieme a qualcuno che non amano più. Farai conoscenza con una
madre sconvolta da un figlio che strilla, con una donna impaurita
dall'andamento della borsa, con persone terrorizzate dai pensieri su un
trauma infantile o semplicemente alle prese con un problema di
collaboratori difficili. Vedrai come hanno trovato una via d'uscita dalla
sofferenza e forse, grazie a loro e ai consigli pratici che leggerai più avanti,
scoprirai anche tu la tua via.
Ognuno apprende Il Lavoro a modo proprio. Alcuni imparano il
processo leggendo come si sviluppano i dialoghi. (Ti incoraggio a leggerli
in modo partecipe, cercando dentro di te le tue risposte mentre leggi). Altri
imparano Il Lavoro solamente mettendolo in pratica: indagando tutto ciò
che li turba con carta e penna. Ti consiglio di leggere prima il capitolo 2 e
possibilmente il capitolo 5, per assorbire le istruzioni di base. In seguito
puoi leggere i dialoghi nell'ordine in cui sono esposti oppure leggere quelli
il cui argomento ti tocca di più, ma solo se ti sembra utile. Un'altra
possibilità è leggere la sequenza delle istruzioni, dando un'occhiata ai
dialoghi solo qua e là. Ho fiducia che farai la cosa migliore per te.
Stiamo entrando nella dimensione
su cui abbiamo controllo:
quella interiore.
1
Alcuni principi di base
Quello che mi piace del Lavoro è che ti consente di andare dentro di te e di
trovare la tua vera felicità, di sperimentare quello che esiste già dentro di te,
immutabile, inamovibile, sempre presente, sempre in attesa. Non occorre
nessun maestro. Tu sei il maestro che aspettavi. Tu sei il solo che può
mettere fine alla tua sofferenza.
Ripeto spesso: “Non credete a quello che dico”. Voglio che tu scopra
che cosa è vero per te, non per me. Ciò nonostante, molte persone hanno
trovato i principi che seguono molto utili per iniziare Il Lavoro.

Notare quando i tuoi pensieri


sono in conflitto con la realtà

L'unico caso in cui soffriamo è quando crediamo a un pensiero che si


oppone a ciò che è. Quando la mente è perfettamente chiara, ciò che è è ciò
che vogliamo.
Volere che la realtà sia diversa da quella che è, è come pretendere di
insegnare a un gatto ad abbaiare. Puoi provare quanto vuoi, ma alla fine il
gatto ti guarderà e dirà: “Miao”. Volere che la realtà sia diversa da quella
che è, è irrealizzabile. Puoi passare tutta la vita nel tentativo di insegnare a
un gatto ad abbaiare.
Eppure, se fai attenzione, ti accorgerai che decine di volte al giorno
pensi pensieri come: “La gente dovrebbe essere più gentile”, “I bambini
dovrebbero comportarsi bene”, “I miei vicini dovrebbero prendersi più cura
del prato”, “La coda al supermercato dovrebbe essere più veloce”, “Mio
marito (mia moglie) dovrebbe darmi ragione”, “Dovrei essere più magra
(più carina, avere più successo)”. Questi pensieri sono tutti modi per volere
che la realtà sia diversa da quella che è. Se pensi che sia deprimente, hai
ragione. Tutto lo stress che proviamo deriva dal contrastare ciò che è.
Quando mi svegliai alla realtà, nel 1986, la gente mi chiamava spesso la
donna che ha fatto amicizia col vento. Barstow è una città nel deserto dove
il vento soffia continuamente; tutti lo odiano e molti se ne sono andati
perché non riuscivano a sopportarlo. Il motivo per cui io ho fatto amicizia
col vento, con la realtà, è che ho scoperto che non avevo scelta. Ho capito
che oppormi è una follia. Quando sono in conflitto con la realtà, perdo... ma
solo il cento per cento delle volte. Come faccio a sapere che il vento deve
soffiare? Perché soffia.
Le persone che sono nuove del Lavoro mi dicono spesso: “Perderei
potere se smettessi di oppormi alla realtà. Se accettassi completamente la
realtà diventerei passivo, perderei addirittura la volontà di fare”. Io rispondo
con una domanda: “Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Che cosa
ti dà più potere: ‘Vorrei non avere perso il lavoro’ oppure ‘Ho perso il
lavoro, che cosa posso fare ora?’ ”.
Il Lavoro rivela che quello che pensavi che non sarebbe dovuto
accadere doveva accadere. Doveva accadere perché è accaduto, e niente al
mondo può cambiarlo. Ciò non significa condonarlo o approvarlo. Significa
soltanto riuscire a vedere le cose senza resistenza e senza la confusione
della lotta interiore. Nessuno vuole che i figli si ammalino, nessuno vuole
avere un incidente d'auto; ma se accade, a cosa serve opporsi mentalmente?
Sappiamo che è inutile, eppure lo facciamo, perché non sappiamo come
smettere.
Io sono un'amante di ciò che è, non perché sono una persona spirituale,
ma perché opporsi alla realtà fa male. Possiamo scoprire che la realtà è
buona così com'è perché, se la contrastiamo, proviamo tensione e
frustrazione. Non ci sentiamo naturali o in equilibrio. Quando smettiamo di
opporci alla realtà, l'azione diventa semplice, fluida, dolce e priva di paura.

Occuparsi dei propri affari

Riesco a trovare solo tre tipi di affari nell'universo: i miei, i tuoi e quelli di
Dio. (Per me, la parola Dio significa “realtà”. La realtà è Dio perché è al
comando. Tutto ciò che è al di là del mio controllo, del tuo controllo e del
controllo di chiunque altro, io lo chiamo gli affari di Dio).
Gran parte del nostro stress deriva dal vivere mentalmente fuori dai
nostri affari. Se penso: “Dovete trovarvi un lavoro, voglio che siate felici,
dovete essere puntali, avete bisogno di prendervi più cura di voi stessi”,
sono nei vostri affari. Se mi preoccupo dei terremoti, delle inondazioni,
della guerra o di quando morirò, sono negli affari di Dio. Se sono
mentalmente nei vostri affari o in quello di Dio, il risultato è la separazione.
Me ne ero accorta all'inizio del 1986. Quando andavo mentalmente negli
affari di mia madre, per esempio, con pensieri come “Mia madre dovrebbe
capirmi”, provavo immediatamente un senso di solitudine. E capii che ogni
volta che mi ero sentita ferita o sola, nella mia vita, ero stata negli affari di
qualcun altro.
Se tu vivi la tua vita e io vivo mentalmente la tua, chi vive la mia qui?
Siamo entrambi là. Essere mentalmente nei tuoi affari mi impedisce di
essere presente ai miei. Mi separo da me stessa chiedendomi perché la mia
vita non funziona.
Pensare di sapere che cosa sia meglio per chiunque altro è essere fuori
dai miei affari. Anche se è in nome dell'amore, è pura arroganza; e il
risultato è tensione, ansia e paura. So che cos'è giusto per me? Questo è il
mio unico affare. Lascia che mi occupi di questo, prima di cercare di
risolvere i tuoi problemi al posto tuo.
Capire i tre tipi di affari a sufficienza per restare nei tuoi, libererà la tua
vita in un modo che non puoi nemmeno immaginare. La prossima volta in
cui ti sentirai stressato e a disagio, chiediti negli affari di chi sei
mentalmente e probabilmente scoppierai a ridere! Questa domanda può
riportarti a te stesso. E forse vedrai che non sei mai stato realmente
presente, che hai vissuto mentalmente negli affari degli altri per tutta la vita.
Facendo questa pratica per un certo periodo, potresti scoprire che non
esiste nemmeno un tuo affare, e che la tua vita va perfettamente avanti da
sola.

Accogliere i pensieri con comprensione

Un pensiero è innocuo finché non ci crediamo. Non sono i nostri pensieri,


ma l'attaccamento ai nostri pensieri che causa sofferenza. Attaccarsi a un
pensiero significa credere che sia vero, senza indagarlo. Una credenza è un
pensiero a cui siamo attaccati, spesso da anni.
Molti pensano di essere quello che i pensieri dicono loro che sono. Un
giorno mi accorsi che non ero io a respirare: venivo respirata. Poi, con
stupore, vidi anche che non ero io a pensare: in realtà venivo pensata e il
pensiero non è personale. Puoi svegliarti al mattino e dirti: “Penso che oggi
non penserò”? Troppo tardi, stai già pensando! I pensieri semplicemente
appaiono. Vengono dal nulla e ritornano al nulla, come nuvole che
attraversano il cielo vuoto. Vengono per passare, non per restare. Non fanno
male, finché non ci attacchiamo ad essi come se fossero veri.
Nessuno è mai riuscito a controllare i pensieri, anche se alcuni possono
raccontare la storia che ci riescono. Io non lascio andare i miei pensieri: li
accolgo con comprensione. Dopo loro lasciano andare me.
I pensieri sono come la brezza, o le foglie sugli alberi, o le gocce della
pioggia che cade. Anche i pensieri appaiono così, e attraverso l'indagine
possiamo fare amicizia con loro. Entreresti in conflitto con una goccia di
pioggia? Le gocce di pioggia non sono qualcosa che ti riguarda
personalmente e neppure i pensieri. Se un concetto doloroso viene accolto
con comprensione, la prossima volta che si presenterà lo troverai
interessante. Quello che era un incubo, ora è semplicemente interessante.
Poi, la volta successiva, potresti trovarlo divertente. La volta ancora dopo,
forse non lo noterai nemmeno. Questo è il potere di amare ciò che è.

Diventare consapevole delle tue storie

Uso spesso la parola storia per indicare i pensieri, o sequenze di pensieri,


della cui realtà ci siamo autoconvinti. Una storia può riguardare il passato,
il presente o il futuro; può riguardare come le cose dovrebbero essere, come
potrebbero essere o perché sono in un certo modo. Le storie appaiono nella
nostra mente centinaia di volte al giorno: quando qualcuno si alza e se ne va
senza dire una parola, quando qualcuno non ci sorride o non ci richiama al
telefono, oppure se a sorriderci è uno sconosciuto; prima di aprire una
lettera importante o dopo avere provato una strana sensazione allo stomaco;
quando il capo ti chiama nel suo ufficio e quando il tuo partner ti parla con
un certo tono di voce. Le storie sono le teorie non indagate e non esaminate
che ci dicono che cosa significano tutte quelle cose. Non ci rendiamo
nemmeno conto che sono soltanto teorie.
Una volta, in un ristorante vicino a casa, entrai nel bagno delle signore
proprio mentre una donna usciva dall'unico box. Ci sorridemmo e, mentre
chiudevo la porta, la sentii cantare lavandosi le mani. “Che bella voce”,
pensai. Poi mi accorsi che l'asse del wc era tutto bagnato. “Come si può
essere così maleducati?”, pensai. “E come ha fatto a fare pipì sull'asse? L'ha
fatta in piedi?”. Allora mi venne in mente che era un uomo, un travestito,
che cantava in falsetto nel bagno delle signore. Mi attraversò la mente l'idea
di correrle (corrergli) dietro per lamentarmi della porcheria che aveva
lasciato. Mentre asciugavo l'asse, pensavo a tutte le cose che le (gli) avrei
detto. Poi feci scorrere l'acqua, l'acqua schizzò fuori dal wc e allagò l'asse.
Scoppiai a ridere.
In quel caso, il corso naturale degli eventi fu così gentile da farmi
vedere la mia storia prima che andasse troppo in là. Ma in genere non è
così; prima di scoprire l'indagine non avevo modo di fermare questo tipo di
pensieri. Piccole storie ne producevano di più grandi; storie più grandi
producevano grandi teorie riguardo alla vita: com'è orribile e che posto
pericoloso è il mondo. Finii per sentirmi così spaventata e depressa che non
riuscivo più ad alzarmi dal letto.
Quando reagisci in base a teorie non indagate su quello che sta
accadendo e non ne sei neanche consapevole, sei in quello che io chiamo ‘il
sogno’. Spesso è un sogno doloroso e a volte si trasforma in un incubo. In
questi momenti, potresti voler verificare la verità delle tue teorie attraverso
Il Lavoro. Il Lavoro ti lascia sempre con qualcosa di meno della tua storia
sgradevole. Chi saresti senza la tua storia? Quanto del tuo mondo è fatto di
storie che non hai esaminato? Non lo saprai finché non indagherai.

Scoprire il pensiero dietro la sofferenza

Non ho mai provato una sensazione stressante che non fosse causata
dall'attaccamento a un pensiero non vero. Dietro ogni sensazione
sgradevole c'è un pensiero che per noi non è vero. “Non dovrebbe tirare
vento”, “Mio marito dovrebbe essere d'accordo con me”. Abbiamo un
pensiero in conflitto con la realtà, poi proviamo una sensazione stressante e
poi agiamo in base a questa sensazione, creandoci da soli ancora più stress.
Invece di comprendere la causa originaria (un pensiero), tentiamo di
cambiare le sensazioni stressanti cercando al di fuori di noi. Tentiamo di
cambiare gli altri, ci gettiamo sul sesso, sul cibo, sull'alcol, sui farmaci o sul
denaro per trovare un momentaneo piacere e l'illusione del controllo.
È facile essere spazzati via da una sensazione che ci travolge, perciò è
utile ricordare che qualunque sensazione stressante è come una sveglia
compassionevole che dice: “Sei prigioniero di un sogno”. Depressione,
dolore e paura sono doni che dicono: “Amore, guarda che cosa stai
pensando in questo preciso momento. Stai vivendo in una storia che non è
vera per te”. Imprigionati in un sogno, tentiamo di cambiare e di manipolare
la sensazione stressante al di fuori di noi stessi. In genere siamo consapevoli
della sensazione prima che del pensiero. Per questo dico che la sensazione è
la suoneria di una sveglia che ti informa che c'è un pensiero su cui potresti
voler fare Il Lavoro. Indagare un pensiero non vero ti riporta sempre a chi
sei realmente. Fa male credere di essere altro da quello che sei, vivere in
una qualunque storia che non sia la felicità.
Se metti una mano nel fuoco, c'è bisogno che qualcuno ti dica di
toglierla? Devi prendere una decisione? No, quando la mano si sente
bruciare si toglie da sola. Non devi dirigerla tu, la mano si muove da sola.
Allo stesso modo, quando capisci attraverso l'indagine che un pensiero non
vero ti sta causando sofferenza, ti distacchi dal pensiero. Prima di quel
pensiero, non soffrivi; con quel pensiero, soffri; quando riconosci che quel
pensiero non è vero, non soffri di nuovo. Ecco come funziona Il Lavoro.
“Come reagisco quando credo a questo pensiero?”: la mano è nel fuoco.
“Chi sarei io senza questo pensiero?”: la mano è fuori dal fuoco. Guardiamo
il pensiero, sentiamo che la nostra mano è nel fuoco e torniamo
automaticamente alla posizione iniziale; non occorre che ce lo dica
qualcuno. La prossima volta in cui si presenterà quel pensiero, la mente si
ritrarrà da sola dal fuoco. Il Lavoro ci invita alla consapevolezza della causa
ed effetto interiori. Quando comprendiamo questo, tutta la nostra sofferenza
inizia a sciogliersi da sé.

Indagine
Uso la parola indagine come sinonimo di Il Lavoro. Indagare o investigare
significa sottoporre un pensiero o una storia alle quattro domande e al rigiro
(che spiego nel prossimo capitolo). L'indagine è un mezzo per mettere fine
alla confusione e per avere la pace interiore, anche in un mondo di
apparente caos. Ma, soprattutto, l'indagine serve a capire che tutte le
risposte di cui abbiamo bisogno sono sempre disponibili dentro di noi.
L'indagine è molto più di una tecnica: fa nascere dal nostro profondo un
aspetto innato del nostro essere. Se praticata abbastanza a lungo, l'indagine
prende vita propria dentro di te. Appare appena si manifesta un pensiero,
come se fosse il suo compagno o l'altro piatto della bilancia. Questa
associazione interiore ti rende libero di vivere come un ascoltatore gentile,
fluido, divertito e privo di paura, come uno studente di te stesso e come un
amico che sai che non si offende, non critica e non tiene il muso. Alla fine
la realizzazione di sé diventa automatica, uno stile di vita. Naturalmente,
inevitabilmente e irreversibilmente la pace e la gioia si aprono la strada in
ogni angolo della tua mente, in ogni rapporto e in ogni esperienza. Questo
processo è così sottile che potresti non esserne nemmeno consapevole.
Potresti sapere soltanto che un tempo stavi male e adesso non più.
O ti attacchi ai tuoi pensieri o li indaghi.
Non c'è altra scelta.
2
Il Gran Disfare
Una critica al Lavoro che sento spesso è che è troppo semplice. La gente
dice: “La libertà non può essere così semplice!”. Io rispondo: “Puoi sapere
con assoluta certezza che è vero?”.
Giudica il prossimo, scrivilo, poni le quattro domande, rigiralo. Chi ha
detto che la libertà deve essere complicata?

Mettere la mente sulla carta

Il primo passo del Lavoro è scrivere i tuoi giudizi su qualunque situazione


stressante della tua vita, passata, presente o futura; su una persona che non
ti piace o per cui ti preoccupi; su una situazione in cui qualcuno ti fa
arrabbiare, ti spaventa o ti amareggia; o su una persona per la quale provi
sentimenti ambivalenti o confusi. Metti sulla carta i tuoi giudizi,
esattamente come li pensi. (Usa un foglio bianco oppure vai sul sito
www.thework.com/italiano alla sezione chiamata “Il Lavoro”, dove troverai
il foglio di Lavoro “Giudica il prossimo” da scaricare e stampare).
Non stupirti se all'inizio incontri delle difficoltà a riempire il foglio di
Lavoro. Per migliaia di anni ci hanno detto di non giudicare, ma
ammettiamolo: lo facciamo sempre. La verità è che tutti abbiamo dei
giudizi che ci girano nella mente. Grazie al Lavoro abbiamo finalmente il
permesso di lasciare che questi giudizi parlino, o addirittura urlino, sulla
carta. Potremo scoprire che anche i pensieri meno piacevoli si possono
accogliere con amore incondizionato.
Ti incoraggio a scrivere i tuoi giudizi su una persona che non hai ancora
perdonato del tutto. Questo è il punto di partenza più potente. Anche se l'hai
perdonata al 99 per cento, finché non la perdonerai completamente non
sarai libero. L'1 per cento che non hai ancora perdonato è il punto che ti fa
rimanere bloccato in tutte le altre relazioni (inclusa la relazione con te
stesso).
Se è la prima volta che fai Il Lavoro, ti consiglio fermamente di non
iniziare da te stesso. Se inizi dai giudizi su te stesso, le tue risposte
arriveranno con uno scopo e con delle soluzioni che non hanno funzionato.
Scrivere i tuoi giudizi su un'altra persona, indagarli e rigirarli è la via diretta
alla comprensione. Potrai scrivere in seguito i giudizi su te stesso, dopo
avere usato l'indagine abbastanza a lungo da avere fiducia nel potere della
verità.
Se inizi puntando il dito accusatore all'esterno, l'enfasi non è su di te e
quindi ti puoi sfogare senza censurarti. Siamo spesso molto sicuri di sapere
che cosa devono fare gli altri, come dovrebbero vivere e chi dovrebbero
frequentare. Abbiamo una visione di 10/10 sugli altri, ma non su noi stessi.
Quando fai Il Lavoro vedi chi sei tu, vedendo cosa pensi che siano gli
altri. Alla fine arriverai a capire che tutto ciò che è al tuo esterno è un
riflesso del tuo pensiero. Tu sei il narratore delle storie, il proiettore di tutte
le storie, e il mondo è l'immagine proiettata dei tuoi pensieri.
Sin dalla notte dei tempi, gli uomini hanno cercato di cambiare il mondo
nel tentativo di essere felici. Non ha mai funzionato, perché affronta il
problema al contrario. Il Lavoro ci offre invece gli strumenti per cambiare il
proiettore, la mente, invece del proiettato. È come se ci fosse un filo sulla
lente del proiettore. Pensiamo che il difetto sia sullo schermo e cerchiamo
di cambiare quella persona, poi quell'altra, e la prossima ancora su cui il
difetto continua ad apparire. Cercare di cambiare l'immagine proiettata è
inutile. Una volta capito che il filo è sulla lente, è sufficiente pulire la lente.
Questa è la fine della sofferenza e l'inizio di una piccola gioia in paradiso.
Spesso le persone mi dicono: “Perché dovrei giudicare il mio prossimo?
So già che si tratta soltanto di me”. Rispondo: “Capisco, ma ti prego di
avere fiducia nel processo. Giudica il tuo prossimo e segui le semplici
istruzioni”. Ecco alcuni esempi di persone di cui potresti voler mettere sulla
carta i tuoi giudizi: madre, padre, moglie, marito, figli, fratelli, partner,
amici, conoscenti, nemici, conviventi, capi, insegnanti, dipendenti, colleghi,
compagni di squadra, venditori, clienti, uomini, donne, autorità, Dio.
Spesso, più la tua scelta ti tocca personalmente e più Il Lavoro può rivelarsi
potente.
In seguito, quando sarai diventato esperto nel Lavoro, potresti voler
indagare i tuoi giudizi su altri argomenti: morte, denaro, salute, il tuo corpo,
le tue dipendenze e le tue autocritiche. (Vedi il Capitolo 6, “Fare Il Lavoro
sul lavoro e sui soldi”; il Capitolo 7, “Fare Il Lavoro sulle autocritiche”; e il
capitolo 11, “Fare Il Lavoro sul corpo e le dipendenze”). Quando ti sentirai
pronto, potrai mettere sulla carta e indagare qualunque pensiero sgradevole
che sorge nella tua mente. Quando comprendi che ogni momento stressante
è un dono che ti indica la tua libertà, la vita diventa molto gentile.

Come e perché scrivere


sul tuo foglio di Lavoro

Ti prego di non cedere alla tentazione di continuare senza scrivere i tuoi


giudizi. Se cerchi di fare Il Lavoro solo nella tua testa, senza mettere i
pensieri sulla carta, la mente sarà più furba di te. Prima ancora che tu te ne
renda conto, starà già inseguendo un'altra storia per dimostrare che è vera.
Ma, anche se la mente è capace di trovare giustificazioni a una velocità
superiore a quella della luce, l'azione di scrivere i pensieri è in grado di
fermarla. Una volta che la mente è fissata sulla carta, i pensieri restano
quelli, ed è facile applicare l'indagine.
Scrivi i tuoi pensieri senza tentare di censurarli. Siediti con carta e
penna, e aspetta. Le parole verranno da sole. Arriverà tutta la storia. E se
vuoi davvero conoscere la verità, se non hai paura di vedere la tua storia
scritta sulla carta, l'ego inizierà a scrivere come un matto. Non si preoccupa,
è completamente disinibito. Questo è il momento che l'ego aspettava da
sempre. Dagli vita sulla carta. Ha sempre aspettato che ti fermassi, almeno
una volta, e lo ascoltassi davvero. Ti dirà tutto, come un bambino. Poi,
quando la mente si sarà espressa sulla carta, potrai applicare l'indagine.
Ti invito a essere critico, duro, infantile e meschino. Scrivi con la
spontaneità di un bambino arrabbiato, confuso, triste o spaventato. Non
cercare di essere saggio, spirituale o gentile. È il momento di essere
totalmente onesto riguardo a ciò che senti, senza nessuna censura. Consenti
ai tuoi sentimenti di esprimersi, senza nessuna paura delle conseguenze e
senza nessuna minaccia di punizione.
Le persone che fanno Il Lavoro da qualche tempo diventano sempre più
‘meschine’ in quello che scrivono sul loro foglio di Lavoro, alla ricerca dei
punti bui che non hanno ancora portato alla luce. Mentre i problemi
scompaiono, le credenze diventano sempre più sottili, più invisibili. Sono
come l'ultimo bambino che grida: “Ehi, sono qui! Vieni a prendermi!”. Più
fai Il Lavoro e meno ti auto-censuri, perché diventa difficile trovare
qualcosa che ti turbi davvero. Alla fine, non riuscirai più a trovare il
minimo problema. È un'esperienza che mi riferiscono migliaia di persone.
Scrivi i pensieri e le storie che girano dentro di te e che sono la vera
causa del tuo dolore: la rabbia, il risentimento, l'amarezza. Prima punta il
dito accusatore contro le persone che ti hanno ferito, le persone che ti sono
più vicine, le persone di cui sei geloso, le persone che non riesci a
sopportare, le persone che ti hanno deluso. “Mio marito mi ha lasciato”, “Il
mio partner mi ha trasmesso l'AIDS”, “Mia madre non mi amava”, “I miei
figli non mi rispettano”, “Il mio amico mi ha tradito”, “Odio il mio capo”,
“Odio i miei vicini, mi stanno rovinando la vita”. Scrivi di quello che hai
letto questa mattina sul giornale: persone uccise o che hanno perso la casa
in seguito a una guerra o una carestia. Scrivi della cassiera del supermercato
troppo lenta o dell'automobilista che ti ha tagliato la strada. Ogni storia è
una variazione su un unico tema: Questo non dovrebbe succedere. Non
dovrebbe accadere a me. Dio è ingiusto. La vita è ingiusta.
Le persone che sono nuove del Lavoro pensano a volte: “Non so che
cosa scrivere. E perché dovrei fare Il Lavoro? Non ce l'ho con nessuno,
nessuno mi crea dei veri problemi”. Se non sai che cosa scrivere, aspetta.
La vita ti fornirà l'occasione. Forse un'amica non ti richiama dopo aver
detto che l'avrebbe fatto e tu ti senti delusa. Forse, quando avevi cinque
anni, tua madre ti ha punito per qualcosa che non avevi fatto. Forse sei
preoccupato o spaventato dalle notizie che leggi sul giornale o pensando
alla sofferenza nel mondo.
Metti sulla carta la parte della tua mente che dice queste cose. Non puoi
fermare la storia dentro la tua testa, per quanto impegno ci metti: è
impossibile. Ma mettendo la storia sulla carta e scrivendola esattamente
come la mente la racconta, con tutta la tua sofferenza, frustrazione, rabbia e
amarezza, potrai vedere che cosa sta girando dentro di te. Lo vedrai
trasportato nel mondo materiale, in forma concreta. E alla fine, attraverso Il
Lavoro, potrai cominciare a capirlo.
Se un bambino si perde, è terrorizzato. Perderti nel caos della mente può
terrorizzarti allo stesso modo. Ma, iniziando a fare Il Lavoro, è possibile
fare ordine e ritrovare la strada di casa. Non ha importanza quale via
percorrerai: c'è qualcosa di familiare, sai dove sei. Potrebbero rapirti, tenerti
nascosto per un mese e poi gettarti giù da una macchina con gli occhi
bendati; ma quando ti togli la benda e guardi gli edifici e le strade, inizi a
riconoscere una cabina telefonica o un negozio, e tutto diventa familiare.
Sai come fare per ritornare a casa. Quando la mente è accolta con
comprensione, sa sempre ritrovare la via di casa. Non c'è nessun posto dove
puoi rimanere perso o confuso.

Il foglio di Lavoro “Giudica il prossimo”

Dopo che la mia vita cambiò, nel 1986, passavo molto tempo nel deserto
vicino a casa mia semplicemente ad ascoltarmi. Dentro di me si
ripresentavano le storie che turbano l'umanità da sempre. Col tempo ascoltai
ogni concetto e scoprii che, anche se ero da sola nel deserto, il mondo intero
era con me. E diceva: “Voglio”, “Ho bisogno”, “Devono”, “Non devono”,
“Sono arrabbiata perché...”, “Sono triste”, “Io non ... mai”, “Non voglio”.
Queste frasi, che si ripetevano in continuazione nella mia mente, divennero
la base del foglio di Lavoro “Giudica il prossimo”. Lo scopo del foglio di
Lavoro è aiutarti a mettere sulla carta le tue storie e i tuoi giudizi dolorosi;
serve a fare uscire i giudizi che altrimenti sarebbe difficile scoprire.
I giudizi che scrivi sul foglio di Lavoro diventeranno il materiale che
userai per fare Il Lavoro. Metterai ognuna delle frasi che hai scritto, una alla
volta, di fronte alle quattro domande, in modo che ognuna di esse ti
conduca alla verità.
Qui di seguito troverai un esempio completo del foglio di Lavoro
“Giudica il prossimo”. L'ho scritto sul mio secondo marito, Paul (l'ho
incluso qui con il suo permesso); sono i pensieri che avevo su di lui, prima
che la mia vita cambiasse. Leggendo, ti invito a sostituire il nome Paul con
quello più appropriato per te.

1. Chi ti fa arrabbiare, ti frustra, ti confonde, e perché?


Io sono [arrabbiata, frustrata, confusa, ecc.] amareggiata con [nome]
Paul perché non mi ascolta. Sono arrabbiata con Paul perché non mi
apprezza. Sono arrabbiata con Paul perché mi sveglia a mezzanotte e
non ha nessuna considerazione per la mia salute. Non mi piace Paul
perché si oppone a tutto quello che dico. Sono amareggiata con Paul
perché è sempre arrabbiato.
2. Come vuoi che cambi questa persona? Cosa vuoi che faccia?
Voglio che [nome] Paul mi dia tutta la sua attenzione. Voglio che Paul
mi ami completamente. Voglio che Paul sia attento ai miei bisogni.
Voglio che Paul sia d'accordo con me. Voglio che Paul faccia più
esercizio fisico.

3. Che cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, essere, pensare o


provare? Che consigli potresti offrirgli/le?
[Nome] Paul non dovrebbe guardare troppa televisione. Paul
dovrebbe smettere di fumare. Paul dovrebbe dirmi che mi ama. Non
dovrebbe ignorarmi. Non dovrebbe criticarmi davanti ai nostri figli e
agli amici.

4. Hai bisogno che questa persona faccia cosa, per renderti felice?
Ho bisogno che [nome] Paul mi ascolti. Ho bisogno che Paul smetta di
mentirmi. Ho bisogno che Paul mi esprima i suoi sentimenti e sia
emotivamente disponibile. Ho bisogno che Paul sia dolce, gentile e
paziente.

5. Che cosa pensi di questa persona? Fai una lista.


[Nome] Paul è disonesto. Paul è incurante degli altri. Paul è infantile.
Crede di non dover seguire le regole. Paul non è disponibile e non si
prende cura. Paul è un irresponsabile.

6. Quali esperienze non vuoi più avere con questa persona?


Non voglio mai più (o Mi rifiuto di) vivere con Paul se non cambia.
Mi rifiuto di vederlo rovinarsi la salute. Non voglio più litigare con
Paul. Non voglio più che Paul mi menta.

Indagine: le Quattro Domande e il Rigiro

1. È vero?
2. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
3. Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo pensiero?
4. Chi saresti senza il pensiero?
e
rigira il pensiero e trova almeno tre esempi specifici e sinceri di come
ogni rigiro è vero nella tua vita.

Utilizzando le quattro domande, esaminiamo la prima affermazione del


punto 1 del mio esempio: Paul non mi ascolta. Mentre leggi, pensa a una
persona che non hai ancora perdonato del tutto.

1. È vero? Chiediti: “È vero che Paul non mi ascolta?”. Aspetta in silenzio.


Se vuoi conoscere davvero la verità, la risposta arriverà da sola. Lascia che
sia la mente a porre la domanda e aspetta che la risposta venga dal
profondo.

2. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Poniti queste domande:
“Posso sapere con assoluta certezza che Paul non mi ascolta? Posso davvero
sapere se qualcuno mi ascolta o no? Ascolto io a volte, anche quando
sembra che non ascolti?”.

3. Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo pensiero? Come


reagisci quando pensi che Paul non ti ascolti? Come lo tratti? Fai una lista.
Ad esempio: “Gli lancio un'occhiataccia, lo interrompo, lo punisco non
prestandogli attenzione; alzo la voce e parlo a raffica per obbligarlo ad
ascoltarmi”. Continua a stendere la tua lista mentre vai dentro di te, senti
come tratti te stessa e come ti fa sentire. “Mi chiudo nel silenzio. Mi isolo.
Mangio e dormo un sacco, e passo intere giornate a guardare la TV. Mi
sento sola e depressa”. Nota tutti gli effetti del credere al pensiero “Paul non
mi ascolta”.

4. Chi saresti senza il pensiero? Ora considera chi saresti se non potessi
pensare il pensiero “Paul non mi ascolta”. Chiudi gli occhi e immagina Paul
mentre non ti dà ascolto. Immagina di non avere il pensiero che Paul non ti
ascolti (o che debba ascoltarti). Prenditi tutto il tempo che ti serve. Osserva
che cosa ti si rivela. Che cosa vedi? Come ti fa sentire?
Rigira il pensiero. L'affermazione originaria: “Paul non mi ascolta”,
rigirata potrebbe diventare: “Io non ascolto Paul”. È altrettanto vero o più
vero per te? Stai ascoltando Paul quando pensi che lui non ti stia
ascoltando? Trova almeno tre esempi specifici e sinceri di come questo
rigiro è vero nella tua vita.
Un altro rigiro è “Io non ascolto me stessa”. Un terzo è “Paul mi
ascolta”. Per ogni rigiro che scopri, trova almeno tre esempi specifici e
sinceri di come il rigiro è vero nella tua vita.
Dopo essere stato con i rigiri, continueresti un'indagine tipica passando
alla seconda frase del punto 1 del foglio di Lavoro (Paul non mi apprezza) e
poi a ogni altra affermazione del foglio di Lavoro.
I rigiri sono le tue ricette per la salute, la pace e la felicità. Riesci a
somministrare a te stesso la medicina che hai sempre prescritto agli altri?

È il tuo turno: il tuo foglio di Lavoro

Ora ne sai abbastanza per provare a fare Il Lavoro. Per prima cosa metti
sulla carta i tuoi pensieri. Non è ancora il momento di indagare attraverso le
quattro domande, lo farai più tardi. Scegli semplicemente una persona o una
situazione e scrivi i tuoi pensieri al riguardo, con frasi semplici e brevi.
Ricorda di puntare il dito del biasimo o del giudizio verso l'esterno. Scrivi i
tuoi attuali pensieri, o quelli che pensavi quando avevi cinque anni o
venticinque. Per favore, non scrivere ancora i giudizi su te stesso.

1. Chi ti fa arrabbiare, ti frustra, ti confonde, e perché?


(Ricorda: sii duro, infantile e meschino). Io sono (arrabbiato/a, frustrato/a,
confuso/a, spaventato/a, amareggiato/a, ecc.) con/da [nome]
perché____________.

2. Come vuoi che cambi questa persona? Cosa vuoi che faccia?
Voglio che [nome]______________.

3. Che cosa dovrebbe o non dovrebbe fare, essere, pensare o provare?


Che consigli potresti offrirgli/le?
[Nome] dovrebbe/non dovrebbe_____________.

4. Hai bisogno che questa persona faccia cosa, per renderti felice?
(Fai finta che sia il tuo compleanno e che puoi avere tutto quello che vuoi)
Ho bisogno che [nome]____________

5. Che cosa pensi di questa persona? Fai una lista.


(Non essere ragionevole né gentile) [Nome] è____________.

6. Quali esperienze non vuoi più avere con questa persona?


Non voglio mai più/Mi rifiuto di___________.

(NOTA: A volte potresti sentirti scontento senza sapere perché. C'è sempre
una storia interna, ma qualche volta può essere difficile scoprirla. Se ti senti
bloccato con il foglio di Lavoro “Giudica il prossimo”, leggi la sezione
“Quando è difficile individuare la storia”, a pagina 224).

È il tuo turno: l'indagine

Una alla volta, sottoponi ogni affermazione del tuo foglio di Lavoro
“Giudica il prossimo” alle quattro domande, poi rigira le affermazioni su
cui stai lavorando. (Se ti serve aiuto, fai riferimento all'esempio a pagina
47-48). Durante questo processo, esplora l'apertura a possibilità al di là di
quelle che credi di conoscere. Non c'è niente di più eccitante di scoprire la
mente che non sa.
È come tuffarsi. Continua a porre la domanda e aspetta. Lascia che sia
la risposta a trovare te. Io lo chiamo il cuore che incontra la mente: la
polarità più gentile della mente (che chiamo il cuore) incontra la polarità
che è confusa perché non è stata indagata. Quando la mente chiede con
sincerità, il cuore risponde. Potresti iniziare ad avere delle rivelazioni su te
stesso e il tuo mondo, rivelazioni in grado di trasformare la tua vita per
sempre.
Prenditi tutto il tempo necessario per avere un assaggio del Lavoro.
Guarda la prima affermazione che hai scritto al punto 1 del tuo foglio.
Ora poniti le seguenti domande:

1. È vero?
Prenditi tutto il tempo che occorre. Il Lavoro riguarda la scoperta di ciò che
è vero per la parte più profonda di te stesso. Può darsi che questa verità non
corrisponda a niente che tu abbia considerato prima. Ma quando senti la tua
risposta, lo saprai. Sii gentile, stai con Il Lavoro e lascia che ti conduca
sempre più in profondità dentro di te.
Non ci sono risposte giuste o sbagliate a queste domande. Stai
ascoltando le tue risposte ora, non quelle degli altri e niente di tutto quello
che ti hanno insegnato. Può essere sconvolgente, perché state entrando
nell'ignoto. Mentre continui a scendere sempre più in profondità, lascia che
la verità che è dentro di te venga su e incontri la domanda. Sii gentile
mentre ti abbandoni all'indagine. Lascia che l'esperienza ti possieda
completamente.

2. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?


Questa è un'opportunità per andare ancora più a fondo nell'ignoto, per
trovare le risposte più profonde di quello che pensiamo di sapere. Ciò che
posso dirti di questa dimensione è che, ciò che vive al di sotto dell'incubo, è
una cosa buona. Vuoi davvero conoscere la verità?
Se la tua risposta alla domanda numero 2 è sì, passa tranquillamente alla
domanda successiva. Ma potresti trovare utile fare una pausa e riscrivere la
tua affermazione, per scoprirne la tua interpretazione. Spesso è
l'interpretazione, che potrebbe essere nascosta, la causa della tua sofferenza.
Per una spiegazione particolareggiata della riscrittura, vedi “Quando pensi
che sia vero” a pagina 112.

3. Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo pensiero?


Fai una lista. Come tratti te stesso, come tratti la persona in questione,
quando credi a questo pensiero? Come ti comporti? Sii preciso. Stendi una
lista dei tuoi comportamenti. Che cosa dici a quella persona quando credi a
questo pensiero? Fai una lista delle cose che dici. Come vivi quando credi a
questo pensiero? Fai una lista di come percepisci nel corpo ogni tua
reazione. Dove la senti? Che sensazione è (calore, vibrazione, ecc.)? Qual è
il discorso che gira nella tua testa quando credi a questo pensiero?
4. Chi saresti senza il pensiero?
Chiudi gli occhi e aspetta. Immaginati per un istante senza questo pensiero.
Immagina di non avere la capacità di pensare questo pensiero alla presenza
di quella persona (o in quella situazione). Cosa vedi? Come ti fa sentire? In
che modo la situazione è diversa? Elenca le possibilità della tua vita senza
questo concetto. Ad esempio, come tratteresti quella persona nell'identica
situazione senza il pensiero? Ti fa sentire più gentile dentro?

Rigira il pensiero
Ora rigira la frase riscrivendola. Anzitutto, riscrivila riferita a te. Al posto
del nome della persona, metti il tuo. Invece di ‘lui’ o ‘lei’, metti ‘io’. Ad
esempio: “Paul dovrebbe essere gentile con me”, diventa: “Io dovrei essere
gentile con me” e “Io dovrei essere gentile con Paul”. Un altro tipo è il
rigiro a 180 gradi, ovvero esattamente l'opposto: “Paul non dovrebbe essere
gentile con me”. Non dovrebbe essere gentile perché non lo è (secondo la
mia opinione). Per ogni rigiro, trova almeno tre esempi specifici e sinceri di
come questo rigiro è vero nella tua vita. Non si tratta di biasimarti o di
sentirti in colpa. Si tratta di scoprire delle alternative che possono portarti la
pace.
Puoi arrivare a vedere tre, quattro o anche più rigiri della stessa frase.
Oppure, può darsi che solo uno sia quello vero per te. (Il rigiro per
l'affermazione del punto 6 del foglio di Lavoro è diverso dai normali rigiri.
Prendiamo l'affermazione e sostituiamo “Non voglio mai più/Mi rifiuto
di...”, con “Sono disposto a...”, “Non vedo l'ora di...”. Vedi “Il rigiro” a
pagina 120 per l'aiuto sui rigiri.
Ora considera se l'affermazione rigirata è altrettanto vera o più vera
della frase originaria. Ad esempio, il rigiro “Dovrei essere gentile con me
stesso” sembra altrettanto vero o più vero dell'affermazione originaria;
perché, quando penso che sia Paul a dover essere gentile con me, mi
arrabbio, me la prendo e mi provoco un sacco di stress. E questa non è certo
una cosa gentile da fare. Se io fossi gentile con me stessa, non dovrei
aspettare la gentilezza dagli altri. “Dovrei essere gentile con Paul”: anche
questa è almeno altrettanto vero della frase originaria. Quando penso che
Paul debba essere gentile con me, mi arrabbio e me la prendo, e tratto Paul
in modo davvero poco gentile, soprattutto nella mia mente. Che sia io a
cominciare, facendo quello che penso che dovrebbe fare Paul. Per quanto
riguarda il rigiro “Paul non dovrebbe essere gentile con me”, è certamente
più vero del suo opposto. Non dovrebbe essere gentile, semplicemente
perché non lo è. Questa è la realtà dei fatti.

Continuare l'indagine

Ora applica le quattro domande e il rigiro a tutte le altre affermazioni, una


alla volta. Leggi tutte le frasi che hai scritto sul foglio di Lavoro “Giudica il
prossimo”. Poi indaga le frasi, una alla volta, chiedendoti:

1. È vero?
2. Posso sapere con assoluta certezza che è vero?
3. Come reagisco, cosa succede, quando credo a questo pensiero?
4. Chi sarei senza il pensiero?
e infine
rigira il pensiero, e trova almeno tre esempi specifici e sinceri di come
il rigiro è vero nella tua vita.
Se la tua prima esperienza con Il Lavoro non ti sembra funzionare, va
benissimo. Passa al capitolo successivo oppure riempi un foglio di Lavoro
su una persona diversa, e ritorna in seguito alla prima. Non preoccuparti se
Il Lavoro funziona o no. Hai appena iniziato a farlo. È come andare in
bicicletta. Tutto quello che devi fare è continuare a barcollare.
Tutto avrà più senso leggendo i dialoghi che seguono. Non devi essere
necessariamente tu il primo ad accorgerti che Il Lavoro funziona per te:
potrebbe essere qualcun altro intorno a te. Potresti scoprire, come fanno
molti, che anche se non sembra avere effetti immediati, sei già cambiato
senza accorgertene. Il Lavoro può essere molto sottile e profondo.
Ognuno è un'immagine riflessa
di te stesso:
i tuoi pensieri
che ti tornano indietro.
3
Entrare nei dialoghi
Leggendo i dialoghi riportati in questo libro, è importante capire che non c'è
nessuna differenza sostanziale tra la presenza di un facilitatore (che in
questi esempi sono io) e una persona che fa Il Lavoro da sola. Tu sei il
maestro e il guaritore che hai sempre aspettato. Questo libro è stato creato
per aiutarti a fare Il Lavoro da solo. Non è necessario lavorare con un
facilitatore, benché possa essere molto potente. Può anche essere utile
osservare un altro mentre fa Il Lavoro assieme a un facilitatore e,
osservandolo, cercare dentro di te le tue risposte. Partecipare in questo
modo ti aiuta ad imparare come interrogare te stesso.
Nei capitoli successivi troverai molti dialoghi di uomini e donne che
fanno Il Lavoro. Sono trascrizioni di dialoghi registrati durante i seminari
che ho tenuto negli ultimi due anni. In un tipico seminario alcuni
partecipanti, uno alla volta, si offrono come volontari per lavorare con me
davanti al pubblico e leggono le frasi che hanno scritto sul loro foglio di
Lavoro “Giudica il prossimo”. Poi vengono guidati nel potere delle quattro
domande e dei rigiri, e infine alle comprensioni a cui essi stessi giungono.
Ho scoperto che in tutti i paesi in cui sono stata, e in tutte le lingue che
vi si parlano, non ci sono storie nuove: sono tutte riciclate. Prima o poi, in
una forma o in un'altra, gli stessi pensieri stressanti nascono nella mente di
tutti. Per questo Il Lavoro fatto da un'altra persona può essere anche il tuo.
Leggi i dialoghi come se fossero stati scritti da te. Non limitarti a leggere le
risposte dei partecipanti al seminario. Vai dentro di te e scopri le tue
risposte. Coinvolgiti emotivamente e avvicinati il più possibile alle tue
risposte. Scopri quando e dove hai sperimentato anche tu quello che stai
leggendo.
Noterai che non sempre faccio le quattro domande nell'ordine che
conosci. Posso variare l'ordine, ometterne qualcuna, puntare solo su una o
due, oppure saltarle del tutto e andare direttamente al rigiro. Anche se la
normale sequenza delle domande funziona benissimo, alla fine potrebbe
non essere necessario rispettarla. Non devi iniziare per forza da “È vero?”,
ma puoi cominciare da una qualunque delle domande. Se ti sembra
appropriato, “Chi saresti senza il pensiero?” può essere anche la prima
domanda. Una sola di queste domande può bastare per renderti libero, se
indaghi in profondità dentro di te. Dopo un po’ che fai Il Lavoro, le
domande si interiorizzano, ma finché non sarà così, i cambiamenti più
rapidi avvengono se fai le quattro domande e il rigiro nell'ordine che ho
indicato. Per questo consiglio vivamente a chi inizia Il Lavoro di attenersi a
quest'ordine.
A volte posso fare due domande secondarie: “Riesci a trovare un motivo
per lasciar andare questo pensiero?” e “Riesci a trovare un motivo non
stressante per tenerti il pensiero?”. Queste due domande sono sviluppi della
terza, “Come reagisci, cosa succede, quando credi a questo pensiero?” e
possono rivelarsi molto utili.
Quando mi sembra appropriato, aiuto la persona a scoprire la storia che
è la vera causa della sua sofferenza e di cui può non essere consapevole.
Ciò può richiedere un'indagine più approfondita dell'affermazione
originaria, per scoprire l'affermazione che si nasconde dietro. Oppure, può
richiedere di spostare l'indagine dalle frasi scritte a un'affermazione
dolorosa fatta spontaneamente dalla persona. (Se fai Il Lavoro da solo, e se
si presenta un nuovo pensiero doloroso o una nuova storia, potresti volerli
scrivere per includerli nell'indagine). A volte condivido una mia risposta ad
una domanda o racconto una mia storia personale. Ti prego di ricordare che
sto parlando della mia esperienza e che le mie risposte non intendono
assolutamente essere suggerimenti di come dovresti vivere tu.
Il Lavoro non condona nessuna azione che fa del male. Ascoltarlo come
una giustificazione a qualcosa che non è gentile significa fraintenderlo. Se
nelle pagine seguenti troverai qualcosa che ti sembra freddo, non
amorevole, non gentile o non premuroso, ti invito a trattarlo con dolcezza.
Respira profondamente. Senti che cosa nasce dentro di te. Vai dentro di te e
rispondi alle quattro domande. Fai esperienza personale dell'indagine.
Leggi i dialoghi come se fossero tuoi. Vai dentro di te e scopri le tue
risposte. Coinvolgiti emotivamente e avvicinati a loro il più possibile.
Scopri quando e dove hai sperimentato anche tu quello che stai leggendo.
Se l'esempio in questione non ti si adatta, sostituisci il soggetto con una
persona importante per te. Ad esempio, se il partecipante al workshop si sta
riferendo a un amico, sostituiscilo con marito, moglie, partner, madre,
padre o capo, e vedrai che il suo Lavoro diventerà il tuo Lavoro. Pensiamo
di fare Il Lavoro sulle persone, ma in realtà stiamo lavorando ai nostri
pensieri sulle persone. (Ad esempio, potresti riempire tutto un foglio su tua
madre e in seguito scoprire che il rapporto con tua figlia è migliorato
enormemente, perché eri attaccato a quegli stessi pensieri riguardo a lei,
anche se non ne eri consapevole).
Il Lavoro ti consente di andare dentro e di sperimentare la pace che è
già dentro di te. Questa pace è immutabile, inamovibile e sempre presente.
Il Lavoro ti conduce lì: è un vero ritorno a casa.
[NOTA: Per aiutarti a seguire il processo dell'indagine, nel capitolo 4 le
quattro domande sono stampate in grassetto].
Se avessi una preghiera, sarebbe questa:
“Dio, risparmiami il desiderio
di amore, approvazione e apprezzamento.
Amen”.
4

Fare Il Lavoro su rapporti di


coppia e la vita familiare
La mia esperienza è che i maestri di cui abbiamo più bisogno sono le
persone con cui viviamo in questo momento. Il coniuge, i genitori e i figli
sono i maestri migliori che potremmo sperare. Ci rivelano continuamente la
verità che non vogliamo vedere, finché non la vediamo.
Quando ritornai dalla casa di riabilitazione nel 1986, con una
comprensione radicalmente diversa del mondo e di me stessa, scoprii che
niente di quello che facevano mio marito o i miei figli aveva il potere di
farmi star male. L'indagine viveva dentro di me e ogni pensiero veniva
accolto da una interrogazione silenziosa. Quando Paul faceva qualcosa che
in precedenza mi avrebbe fatto arrabbiare, e nella mia mente si formava il
pensiero: “Dovrebbe...”, tutto ciò che provavo era gratitudine e gioia.
Poteva camminare sul tappeto con le scarpe infangate, lasciare i vestiti in
giro, urlarmi contro agitando le braccia e con la faccia tutta arrossata e,
appena nella mia mente appariva il ‘dovrebbe...’, ridevo di me stessa perché
sapevo dove sarebbe sfociato. Sapevo che sarebbe sfociato nel ‘dovrei...’.
Avrebbe dovuto smettere di urlare? Io dovevo smettere di urlare
mentalmente contro di lui prima di ricordargli di togliersi le scarpe
infangate.
Ricordo che una volta ero seduta sul divano del soggiorno a occhi
chiusi, quando Paul entrò, mi vide e si avventò contro di me urlando: “Gesù
Cristo, Katie, qual è il problema con te?”. In fondo era una semplice
domanda. Così andai dentro e mi chiesi: “Qual è il problema con te,
Katie?”. Non era niente di personale. Potevo trovare semplicemente una
risposta a quella domanda? Sì, c'era stato un attimo in cui avevo avuto il
pensiero che Paul non avrebbe dovuto urlare a quel modo, ma la realtà era
che aveva urlato. Ah, ecco qual era il problema. Perciò risposi: “Tesoro, il
problema era che ho pensato che tu non dovessi urlare, ma sentivo che non
era giusto. Grazie per avermelo chiesto. Ora sento che è tutto a posto”.
Durante quei primi mesi, i miei figli mi venivano a cercare per dirmi
che cosa pensavano della donna che conoscevano come la loro madre, cose
per le quali prima li avrei puniti severamente. Ad esempio Bobby, il
maggiore, si fidò a tal punto di me da dirmi: “Hai sempre preferito Ross,
l'hai sempre amato più di me”. (Ross è il più piccolo). Finalmente ero una
madre che sapeva ascoltare. Andai dentro e rimasi in silenzio. “Può essere
vero? Potrebbe avere ragione?”. E, poiché avevo chiesto ai miei figli di
essere sempre sinceri, dato che volevo conoscere la verità la scoprii. Così
fui in grado di rispondere: “Sì, amore, lo vedo. Hai ragione. Ero
terribilmente confusa”. Provai un amore profondo per lui come mio maestro
che aveva dovuto vivere quella sofferenza, e lo stesso amore anche per
quella donna che pensava di preferire un figlio a un altro.
Spesso mi chiedono se, prima del 1986, avevo qualche religione.
Rispondo di sì. Era: “I miei figli devono raccogliersi le calze”. Quella era la
mia religione e vi ero totalmente devota, anche se non funzionava mai. Poi,
un giorno, dopo che Il Lavoro viveva in me, capii che semplicemente non
era vero. La realtà era che, giorno dopo giorno, lasciavano le calze sul
pavimento, dopo anni di prediche, sermoni, rimproveri e punizioni. Vidi che
ero io che dovevo raccogliere le calze se volevo che venissero raccolte. I
miei figli erano perfettamente felici con le calze sparse sul pavimento. Di
chi era il problema? Mio. Erano i miei pensieri sulle calze sparse sul
pavimento che mi rendevano la vita difficile, non le calze. E chi aveva la
soluzione? Sempre io. Capii che potevo scegliere tra avere ragione o essere
libera. Ci misi un attimo a raccogliere le calze, senza nessun pensiero
riguardo ai miei figli. Allora accadde una cosa sorprendente. Capii che
raccogliere le calze dal pavimento mi piaceva. Toccava a me, non a loro. In
quel momento, raccogliere le calze e vedere il pavimento in ordine smise di
essere un dovere e divenne un piacere. Alla fine, i miei figli si accorsero
che mi divertivo e cominciarono a raccoglierle anche loro, senza aspettare
che glielo dicessi io.
I nostri genitori, i nostri figli, il coniuge e gli amici continueranno a
spingere tutti i nostri pulsanti finché non avremo capito che cosa non
vogliamo ancora conoscere di noi stessi. Ci indicheranno ogni volta la
strada verso la nostra libertà.
Voglio che mio figlio mi parli

In questo dialogo, una madre arriva a comprendere l'apparente noncuranza


di suo figlio. Comprendendo che la sua amarezza, il risentimento e il senso
di colpa non hanno niente a che fare con il figlio, ma al contrario hanno
tutto a che vedere con i suoi pensieri, si apre alla possibilità del
cambiamento, per se stessa e per il figlio. Non dobbiamo aspettare che i
nostri figli cambino per essere felici. Possiamo addirittura scoprire che
proprio la situazione che non ci piace è quello che stiamo cercando: l'entrata
in noi stessi.

Elisabeth: [Leggendo dal suo foglio] Sono arrabbiata con Christopher


perché ha smesso di contattarmi e non mi invita a casa sua con la sua
famiglia. Sono amareggiata perché non mi parla più.
Katie: Bene. Continua.
Elisabeth: Vorrei che Christopher mi parlasse ogni tanto, che mi invitasse
ad andare a trovare lui, sua moglie e i suoi figli. Dovrebbe affrontare sua
moglie e dirle che non vuole escludere sua madre. E dovrebbe smettere di
accusarmi. Ho bisogno che Christopher mi accetti, che accetti il mio
modo di vivere. Ho bisogno che capisca che ho fatto del mio meglio.
Christopher è un vigliacco, astioso, arrogante e rigido. Non voglio mai
più sentire che mi rifiuta o che non vuole avere contatti con me.
Katie: Bene, adesso applichiamo l'indagine ad alcuni di questi pensieri. A
questo punto esaminiamo il nostro modo di pensare, con le quattro
domande e il rigiro. E vediamo se riusciamo a trovare un po’ di
comprensione. Incominciamo. Rileggi la prima frase
Elisabeth: Sono arrabbiata con Christopher perché ha smesso di
contattarmi e non mi invita a casa sua con la sua famiglia.
Katie: È vero? È vero davvero? [Lunga pausa] Rispondi semplicemente sì
o no. In queste domande non c'è nessun trucco. Una risposta non è
migliore di un'altra. Si tratta semplicemente di andare dentro e scoprire
da te che cos'è vero. Poi, ancora più dentro, e più dentro ancora.
“Christopher ha smesso di contattarti e non ti invita a casa sua, con sua
moglie e i suoi figli”. È vero?
Elisabeth: Sì, a volte.
Katie: Ottimo. ‘A volte’ è più sincero. Hai appena ammesso che a volte lo
fa. “Non ti invita a casa sua, da sua moglie e i suoi figli”. È vero? La
risposta è no.
Elisabeth: Sì, lo vedo.
Katie: E come reagisci quando credi a questo pensiero?
Elisabeth: Mi rende tesa. La mia mente si agita ogni volta che squilla il
telefono.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare il pensiero “Non mi
invita a casa sua, con sua moglie e i suoi figli”? Non ti sto chiedendo di
lasciarlo andare. Ti chiedo soltanto se riesci a trovare un motivo per
lasciar andare questa menzogna in conflitto con la realtà.
Elisabeth: Sì.
Katie: Dammi un motivo non stressante per tenerti questa storia, un motivo
che non ti provoca stress.
Elisabeth: [Dopo una lunga pausa] Non riesco a trovarne nessuno.
Katie: Ora lavoriamo al pensiero “Vorrei che mio figlio mi telefonasse”.
Posso dirti la mia esperienza: io non voglio che i miei figli mi telefonino.
Voglio che vivano come vogliono. Voglio che chiamino chi vogliono
chiamare e sono contenta che spesso sono io. Ma non è stato sempre così.
Chi saresti senza il pensiero “Voglio che mio figlio mi telefoni. Voglio
che mi inviti a casa sua con la sua famiglia, che lo voglia o no”?
Elisabeth: Sarei una persona che respirerebbe più liberamente e che si
godrebbe la vita.
Katie: E gli saresti vicina, senza nessuna separazione, che lui venga a
trovarti o no. Vicina a lui qui, nel cuore. Adesso rigira la tua prima
affermazione.
Elisabeth: Sono arrabbiata con me perché ho smesso di conttattarmi.
Katie: Sì, sei vissuta mentalmente negli affari di tuo figlio. Hai scambiato te
stessa con il sogno di come dovrebbe vivere tuo figlio. Io amo i miei figli
e sono sicura che loro sono in grado di gestire la loro vita almeno
altrettanto bene di come gliela gestirei io. Devono venire a trovarmi?
Credo che i giudici migliori siano loro. Se voglio vederli glielo faccio
sapere e loro possono dire sì o no, in tutta sincerità. Tutto qui. Se dicono
di sì, sono contenta. Se dicono di no, sono contenta. Non ho niente da
perdere: non è possibile. Riesci a trovare un altro rigiro?
Elisabeth: Sono amareggiata perché io non parlo con me.
Katie: Non parli con te. Mentalmente sei là fuori, occupata a gestire i suoi
affari. E senti la solitudine di tutto questo. La solitudine di non esserci
per te. Bene, leggi l'affermazione seguente.
Elisabeth: Vorrei che Christopher mi parlasse ogni tanto, che mi invitasse
ad andare a trovare lui, sua moglie e i suoi figli.
Katie: “Vorresti che ti invitasse ad andare a trovare lui, sua moglie e i suoi
figli”. È vero davvero? Perché vuoi stare con loro? Che cosa vuoi che
facciano o dicano?
Elisabeth: Quello che voglio realmente è che mi accettino.
Katie: Rigira la frase.
Elisabeth: Quello che voglio realmente è accettarmi.
Katie: Allora, perché caricarli di qualcosa che puoi darti tu?
Elisabeth: E quello che voglio realmente è accettarli, loro e il loro modo di
vivere.
Katie: Con te o senza di te. [Elisabeth ride] E so che puoi farlo perché
pensavi che loro possono farlo facilmente. Questo mi dice che tu conosci
il modo. “Se ti invitano, ti accetteranno”. Puoi sapere con assoluta
certezza che è vero?
Elisabeth: No.
Katie: Quindi, come reagisci quando credi a questo pensiero?
Elisabeth: È orribile. Mi provoca mal di testa e tensione alle spalle.
Katie: Vuoi che ti invitino e che ti accettino perché così avrai... che cosa?
Elisabeth: Per qualche minuto mi sembrerebbe di avere qualcosa. Poi,
quando me ne vado, sarebbe di nuovo la stessa storia.
Katie: Ci vai e che cosa ottieni?
Elisabeth: Una certa soddisfazione.
Katie: Sì. Racconti la storia che ti hanno invitato e questa storia ti rende
felice. Oppure, racconti la storia che non ti invitano e questa storia ti
rende triste. Tutto quello che accade è la tua storia, eppure continui a
credere che sia quello che fanno o quello che non fanno a causare le tue
emozioni. Ti inganni da sola attraverso i tuoi pensieri che non hai
indagato in loro nome, oscillando continuamente: felice, triste, felice,
triste. “È a causa loro se sono felice, è a causa loro se sono triste”. Questa
è confusione. Vediamo la prossima frase.
Elisabeth: Dovrebbe affrontare sua moglie...
Katie: È vero? Lo fa?
Elisabeth: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Elisabeth: È orribile, mi fa soffrire.
Katie: Certo, perché non è vero per te. “Christopher, dichiara guerra in casa
tua e vinci, così io posso venire”. Non è questo che vogliamo dai nostri
figli. E poi diventa: “È un vigliacco”. Non abbiamo ancora finito di
indagare. Forse, quello che tu percepisci come non affrontare sua moglie
è un atto di coraggio. Forse è amore. “Dovrebbe affrontare sua moglie?”.
Elisabeth: Sì.
Katie: Certo. La guerra interna è una buona ragione, le guerre interne
causano le guerre esterne. Chi saresti senza il pensiero?
Elisabeth: Meno arrabbiata.
Katie: Sì. E forse vedresti che hai un figlio coraggioso e pieno d'amore, che
fa quello che sa di dover fare per la pace familiare, anche se ha una
madre che pensa che dovrebbe affrontare sua moglie. Come lo tratti
quando credi a questo pensiero? Gli lanci un'occhiataccia? Solo per fargli
sapere che lo consideri un vigliacco e che sta facendo la cosa sbagliata?
Vediamo la prossima frase.
Elisabeth: [Ridendo] Sopravviverò a tutto questo?
Katie: [Ridendo] Speriamo di no! [Risata generale del pubblico]
Elisabeth: Speriamo di no.
Katie: Questo Lavoro è la fine del mondo come lo conoscevamo. È
l'apertura alla realtà, com'è davvero, in tutta la sua bellezza. Ciò che è già
vero è molto migliore senza nessun programma da parte mia. Per me è
una gioia. La mia vita è così semplice, ora che non dirigo più il mondo
nella mia mente. I miei figli e i miei amici mi sono molto grati. Vediamo
la prossima frase.
Elisabeth: Dovrebbe smettere di accusarmi.
Katie: “Dovrebbe smettere di accusarti”. È vero? Tu vuoi controllare i suoi
pensieri, persino chi deve o non deve accusare.
Elisabeth: [Ridendo] Oh Dio!
Katie: Vuoi avere il completo controllo sulla mente di tuo figlio. Sai cos'è
meglio per lui e sai persino che cosa dovrebbe pensare. “Caro
Christopher, non pensare finché non ti avrò detto che cosa pensare. Non
pensare finché io non vorrò che tu pensi”. [Risate] “Bene, e adesso
occupiamoci di tua moglie. E, a proposito, ti voglio bene”. [Altre risate]
Elisabeth: Oooh, lo sapevo!
Katie: Bene. Rileggi la frase.
Elisabeth: Dovrebbe smettere di accusarmi.
Katie: “Lui ti accusa”. È vero davvero?
Elisabeth: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Elisabeth: Oh, mi uccide.
Katie: Qual è l'accusa peggiore che potrebbe rivolgerti? [Rivolta al
pubblico] Che cosa potrebbero dire di voi i vostri figli che non vorreste
assolutamente sentire?
Elisabeth: “Non sei stata una buona madre. Non sei una buona madre”.
Katie: Puoi trovarlo? Puoi trovare un punto in cui senti di non avere fatto
quello che una buona madre dovrebbe fare?
Elisabeth: Sì.
Katie: Se uno dei miei figli mi dicesse: “Non sei una buona madre”, potrei
rispondere in tutta sincerità: “Tesoro, lo so. Viaggio in tutto il mondo e
raramente posso stare fisicamente con voi e con i miei nipoti. Grazie per
averlo portato alla mia attenzione. Che cosa suggerisci?”. I miei figli e io
condividiamo tutto. Mi fanno vedere quello che non ho capito da sola.
Guardo dentro di me per vedere se hanno ragione e sino ad oggi l'hanno
sempre avuta. Devo soltanto scendere nella verità abbastanza a fondo per
trovarla. Posso rivolgermi all'esterno e attaccare loro e le loro idee su di
me, nel tentativo di cambiare la loro mente e tenermi la mia mancanza di
consapevolezza, oppure posso andare dentro di me e cercare una nuova
verità che mi renderà libera. Per questo dico che tutte le guerre si fanno
su un foglio di carta. L'indagine mi fa trovare le risposte dentro. E
quando i miei figli mi dicono: “Sei una madre meravigliosa”, anche in
questo caso posso andare dentro di me e scoprire la verità. Non ho
bisogno di rivolgermi all'esterno e dire ai miei figli: “Oh, grazie, grazie,
grazie” e poi vivere per dimostrarlo. Posso semplicemente andare dentro
e scoprire: “Sì, sono una madre meravigliosa”. Così non ho bisogno di
profondermi in tutti questi grazie. Posso rimanere in silenzio con i miei
figli, mentre lacrime di gioia ci rigano il volto. L'amore è così grande che
possiamo morirne, morire al sé ed esserne totalmente consumati. L'amore
è ciò che siamo e ci ricondurrà tutti a sé. È semplicissimo. I miei figli
hanno sempre ragione. Mia figlia ha sempre ragione. I miei amici hanno
sempre ragione. O lo capisco oppure soffro. Tutto: io sono tutto quello
che dicono che sono. E se sento anche minimamente di dovermi
difendere, mi allontano dalla piena consapevolezza. Bene, cara, adesso
rigira la frase.
Elisabeth: Io dovrei smettere di accusarlo.
Katie: Sì, lavora su questo. Non è lui che deve lavorarci. Lui lavora per
mantenere la sua famiglia. Questo ‘basta accusare’ è la tua filosofia, tu
devi viverla. Ti terrà molto occupata e fuori dai suoi affari. Qui inizia la
vita. Inizia da dove sei adesso, non da dove è lui. Passiamo alla frase
successiva.
Elisabeth: Ho bisogno che Christopher mi accetti, che accetti il mio modo
di vivere.
Katie: “Smetti di vivere, Christopher, e accetta il mio modo di vivere”. È
questo che vuoi davvero? È vero?
Elisabeth: No, non è affatto vero.
Katie: Rigira. “Ho bisogno di...”.
Elisabeth: Ho bisogno di accettare il suo modo di vivere. Lo sento molto
più giusto.
Katie: Sì, il suo modo di vivere. Ha una bellissima famiglia e non ti invita
nella sua vita con tutte le tue idee di fare guerra a sua moglie, di essere
costretto ad apprezzarti e...
Elisabeth: Ohhh...
Katie: Sembra una persona davvero saggia.
Elisabeth: Sì, lo è.
Katie: Potresti telefonargli e dirgli: “Grazie per non invitarmi. Non ero una
persona piacevole da avere attorno. Finalmente l'ho capito”.
Elisabeth: [Ridendo] Sì, adesso lo vedo.
Katie: Puoi anche dirgli che lo ami e che stai lavorando all'amore
incondizionato. Tesoro, c'è un altro rigiro.
Elisabeth: Ho bisogno di accettare me stessa, ho bisogno di accettare il mio
modo di vivere.
Katie: Sì. Concedigli una pausa e scopri che sta a te accettare il tuo modo di
vivere. So che ti sarà facilissimo, perché te lo aspetti da lui proprio così,
all'istante! [Schiocca le dita] La prossima.
Elisabeth: Ho bisogno che capisca che ho fatto del mio meglio.
Katie: È vero?
Elisabeth: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questa favola?
Elisabeth: Ferita e arrabbiata. Mi sento all'inferno.
Katie: Chi saresti senza questa storia di vittimismo? È la storia di un
dittatore che non riesce ad avere quello che vuole. “Devi dirmi che ho
fatto del mio meglio”: ecco il dittatore. È follia. Chi saresti senza questa
storia tristissima?
Elisabeth: Sarei libera e piena di gioia.
Katie: Davvero eccitante, no? Saresti già come vorresti che lui ti veda: una
madre che prima ha fatto del suo meglio a suo tempo e che adesso ama
suo figlio. In ogni caso, lui non potrà mai sapere chi sei davvero: non è
possibile. Voglio dire: salta gli intermediari e sii libera e felice
esattamente dove sei adesso. Quando iniziamo a farlo, diventiamo così
amabili che i nostri figli sono attratti da noi. Devono esserlo. La mente
che racconta le storie, il proiettore della storia, è cambiato, quindi deve
cambiare anche il mondo che proietti. Se la mia mente è chiara, i miei
figli devono amarmi, non hanno altra scelta. L'amore diventa tutto quello
che proietto e che vedo. Tutto il mondo è soltanto la mia storia, che mi
viene riproiettata sullo schermo della mia percezione. Tutto quanto. La
prossima frase, tesoro.
Elisabeth: Christopher è un vigliacco.
Katie: È vero? Dio mio, guarda con chi ha a che fare! Una tigre, una madre
tigre. [Elisabeth scoppia a ridere]
Elisabeth: Una tigre! Sì, è vero. Christopher ha fatto davvero un buon
lavoro, sin dall'inizio.
Katie: Forse vorrai condividerlo con lui. “È un vigliacco”. Rigira.
Elisabeth: Io sono una vigliacca.
Katie: Sì, usi lui per la tua felicità. Ma lui non ci sta, è un ottimo maestro.
Tutti viviamo con il maestro perfetto. Non ci sono errori. Vediamo le
prossime frasi e rigirale.
Elisabeth: È astioso. Io sono astiosa. È arrogante. Io sono arrogante. È
rigido. Io sono rigida.
Katie: Sì, è stato un periodo di confusione, tutto qui. Solo un po’ di
confusione qua e là, niente di serio.
Elisabeth: [Piangendo] Era tanto che aspettavo questo momento, farla finita
con la mia confusione.
Katie: Lo so, angelo mio. Tutti lo aspettiamo da tanto tempo. Adesso il
momento è arrivato. Passiamo all'ultima frase.
Elisabeth: Non voglio mai più sentire che mi rifiuta.
Katie: Rigirala. “Sono disposta a...”.
Elisabeth: Sono disposta a sentire che mi rifiuta.
Katie: Se ogni volta che ti rifiuta provi ancora dolore, sai che il tuo Lavoro
non è finito. È lui il maestro. Continuerà a rifiutarti finché avrai capito.
Tu sei responsabile solo di non rifiutare lui o te stessa. Sottoponilo
all'indagine e donati la tua libertà. “Non vedo l'ora di...”.
Elisabeth: Non vedo l'ora di sentire che mi rifiuta.
Katie: È bene che faccia male. Il dolore è il segnale che sei confusa, che
vivi in una menzogna. Esprimi i tuoi giudizi su tuo figlio, scrivili, fai le
quattro domande, rigira i giudizi, finché non c'è rimasto nessun dolore.
Elisabeth: D'accordo.
Katie: Tu sei la soluzione al tuo problema, al tuo apparente problema.
Nessuna madre e nessun figlio ha mai fatto del male. È un problema di
confusione, tutto qui. Attraverso Il Lavoro arriviamo a capirlo.

La relazione amorosa di mio marito

Quando salì sul palco per sedersi vicino a me, Marisa era visibilmente
agitata. Tremava e sembrava sul punto di scoppiare in lacrime. Guarda
come può essere potente l'indagine se una persona vuole sinceramente
conoscere la verità, anche se soffre molto e pensa di essere stata trattata in
modo orribile.
Marisa: [Leggendo dal suo foglio di Lavoro] Sono arrabbiata con David,
mio marito, perché continua a dire di avere bisogno di tempo per capire.
Vorrei che David esprimesse quello che sente nel momento in cui lo
sente, perché sono stanca di doverglielo chiedere io. E sono troppo
impaziente per aspettare.
Katie: Quindi, “I mariti dovrebbero esprimere quello che sentono”. È vero?
Marisa: Sì.
Katie: Ma qual è la realtà su questo pianeta?
Marisa: Che in genere non lo fanno.
Katie: Come faccio a sapere che i mariti non dovrebbero esprimere i loro
sentimenti? Non lo fanno. [Il pubblico e Marisa ridono] Oppure, solo
ogni tanto. Questa è la realtà. “I mariti dovrebbero esprimere i loro
sentimenti” è solo un pensiero a cui crediamo senza uno straccio di
prova. Come reagisci quando credi a questa menzogna? Capisci da
che posizione la chiamo una menzogna? Non è vero che dovrebbe
esprimere i suoi sentimenti, perché la verità è che, nella tua esperienza,
non lo fa. Ciò non significa che non esprimerà pienamente i suoi
sentimenti tra dieci minuti o dieci giorni. Ma la realtà è che in questo
momento non è vero. Allora, come reagisci quando credi a questo
pensiero?
Marisa: Sono arrabbiata e ferita.
Katie: Certo. E come lo tratti quando credi al pensiero che dovrebbe
esprimere i suoi sentimenti e lui non lo fa?
Marisa: Mi sembra di supplicarlo, di esigere qualcosa.
Katie: Lascerei perdere il ‘mi sembra’. Supplichi ed esigi.
Marisa: Ma io... Oh!... Sì, è esattamente quello che faccio.
Katie: E come ti fa sentire supplicare ed esigere?
Marisa: Non mi fa sentire per niente bene.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? Ti
prego, non tentare di lasciarlo andare. La mia esperienza è che non puoi
lasciar andare un pensiero, perché in primo luogo non l'hai creato tu.
Quindi, la domanda è semplicemente: “Riesci a trovare un motivo per
lasciar andare questo pensiero?”. Spesso troviamo dei buoni motivi
rispondendo alla domanda numero 3: “Come reagisci, cosa accade,
quando credi a questo pensiero?”. Qualunque reazione stressante, ad
esempio rabbia, tristezza o freddezza, è un buon motivo per lasciar
andare il pensiero.
Marisa: Sì, lo vedo.
Katie: Dammi un motivo non stressante per credere al pensiero che i mariti
dovrebbero esprimere i loro sentimenti.
Marisa: Un motivo non stressante?
Katie: Dammi un motivo non stressante per crederci.
Marisa: Non saprei quale...
Katie: Dammi un motivo che non causi dolore o stress per credere al
pensiero “Mio marito dovrebbe esprimere i suoi sentimenti”. Da quanti
anni siete sposati?
Marisa: Diciassette.
Katie: Quindi, secondo te, per diciassette anni non ha espresso i suoi
sentimenti. Dammi un motivo non stressante per credere a questo
pensiero. [Lunga pausa] Puoi avere bisogno di un po’ di tempo per
trovarne uno.
Marisa: Non riesco a trovare nessun motivo che non sia stressante.
Katie: E chi saresti tu, vivendo assieme a quest'uomo, senza questa
menzogna?
Marisa: Sarei una persona più felice.
Katie: Sì. Quindi, mi stai dicendo che il problema non è tuo marito.
Marisa: Sì, sono io che supplico ed esigo.
Katie: Sei quella che crede a questa menzogna che fa così male. Hai detto
che, se non ci credessi, saresti felice. Ma, quando ci credi, supplichi ed
esigi. Quindi, come potrebbe essere tuo marito il problema? Stai
cercando di alterare la realtà, e questa è confusione. Io sono un'amante
della realtà. Posso sempre farvi affidamento. E mi piace anche che cambi.
Ma sono un'amante della realtà esattamente com'è in questo momento.
Rileggi la tua frase riguardo a quello che vorresti da lui.
Marisa: Vorrei che David esprimesse quello che sente nel momento in cui lo
sente.
Katie: Rigirala. “Vorrei che io...”.
Marisa: Vorrei che io esprimessi i miei sentimenti... Ma è quello che faccio
in continuazione!
Katie: Sì, esatto. Tocca a te viverlo. È il tuo modo, non il suo.
Marisa: Ah, capisco.
Katie: Sei tu quella che deve esprimere i suoi sentimenti, per il fatto che lo
fai. Non è lui che deve farlo, dato che non lo fa. Vai su e giù per casa tua
supplicando ed esigendo, ingannandoti con la menzogna che il tuo modo
è migliore. Come ti fa sentire supplicare?
Marisa: Non mi fa sentire per niente bene.
Katie: E ti senti male in nome suo. Lo accusi di questo.
Marisa: Sì, capisco che cosa vuoi dire.
Katie: Ti senti male e credi che sia lui a farti sentire così. Ma
l'incomprensione è sempre tua. Bene, vediamo la prossima frase.
Marisa: Sono stanca di chiedere. E sono troppo impaziente per aspettare.
Katie: “Sei troppo impaziente per aspettare”. È vero?
Marisa: Sì.
Katie: Ma non stai aspettando?
Marisa: Credo di sì.
Katie: Lascerei perdere il ‘credo’.
Marisa: Sto aspettando, sì.
Katie: “Sei troppo impaziente per aspettare”. È vero?
Marisa: Sì.
Katie: E stai aspettando.
Marisa: Sì. E non so come fare per smettere.
Katie: Quindi, “Sei troppo impaziente per aspettare”. È vero? [Lunghissima
pausa] Tu stai aspettando. Stai aspettando! L'ho sentito dalle tue labbra.
Marisa: Oh!... capisco... Si!
Katie: Afferrato?
Marisa: Sì.
Katie: Bene, allora non sei troppo impaziente per aspettare. Stai appesa lì.
Diciassette anni, diciotto anni...
Marisa: Sì.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero di essere troppo
impaziente per aspettare? Come lo tratti quando credi a questa
menzogna?
Marisa: Non lo tratto bene. Mi chiudo. A volte urlo, o scoppio a piangere o
minaccio di lasciarlo. Dico delle cose molto cattive.
Katie: Dammi un motivo non stressante per credere a questa menzogna.
Marisa: Non ne vedo nessuno.
Katie: Chi saresti tu, a casa tua, senza questa menzogna?
Marisa: Credo che mi godrei il fatto di amarlo e non mi farei prendere da
tutto il resto.
Katie: Sì, e la prossima volta che parlerai con lui, potresti volergli dire:
“Tesoro, devo amarti moltissimo, dato che sono così paziente. Mi sono
ingannata da sola. Ti ho sempre detto di essere troppo impaziente per
aspettare, ma non è vero”.
Marisa: Sì.
Katie: È questo che mi piace dell'integrità. Ogni volta che andiamo dentro
di noi, è lì. È un bellissimo posto per viverci. Adesso rigira. “Sono
troppo impaziente per aspettare”. Qual è il suo opposto, il rigiro di 180
gradi?
Marisa: Non sono troppo impaziente per aspettare.
Katie: Sì. Non è altrettanto vero o più vero?
Marisa: È più vero. Assolutamente più vero.
Katie: Vediamo la prossima frase.
Marisa: La leggo solo perché l'ho scritta... David non deve pensare che
aspetterò per sempre... [Risate] Cosa che evidentemente sto facendo.
Katie: “Non deve pensarlo”. È vero?
Marisa: Naturalmente no.
Katie: No. Ha tutte le prove che tu aspetterai.
Marisa: [Annuisce sorridendo] Sì.
Katie: Allora, come reagisci quando credi a questo pensiero? Sai che
cosa mi piace tanto, tesoro? Che i pensieri che ci gettavano in una
depressione profonda, questi stessi pensieri, una volta compresi, ci fanno
scoppiare a ridere. Questo è il potere dell'indagine.
Marisa: È stupefacente!
Katie: E ci lasciano soltanto con: “Sai caro, ti amo”. Amore incondizionato.
Marisa: Sì.
Katie: Non c'è niente di meglio della chiarezza. Allora, come reagisci
quando credi al pensiero che non deve pensare che aspetterai per
sempre?
Marisa: Mi prendo in giro da sola se credo a quello che ho scritto.
Katie: Sì, ed è davvero doloroso vivere in una menzogna. Siamo come
bambini, siamo così innocenti. Tutto il mondo direbbe che hai ragione ad
essere impaziente.
Marisa: Fino ad oggi l'ho creduto anch'io.
Katie: Ma, andando dentro di te, vedi che cos'è vero davvero. Ha senso che
nessun altro può causarti dolore: questo è compito tuo.
Marisa: Sì, ed è molto più facile incolpare un altro.
Katie: Ma è vero? Forse è più facile non farlo. È la verità che ci rende
liberi. Sono arrivata a vedere che non c'è niente da perdonare, che io sono
l'unica causa dei miei problemi. Ho scoperto quello che stai scoprendo tu.
Vediamo la frase successiva.
Marisa: Ho bisogno che David smetta di dire che non vuole ferirmi, mentre
continua a fare cose che mi feriscono.
Katie: “Vuole ferirti”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marisa: No, non posso esserne assolutamente sicura.
Katie: “Vuole ferirti”. Vai dentro di te e vedi se è vero.
Marisa: Non so che cosa rispondere. Lui dice che non lo fa.
Katie: Io gli crederei. Quali altre informazioni hai?
Marisa: Le sue azioni.
Katie: “Vuole ferirti”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marisa: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero? Come lo tratti?
Marisa: Non lo tratto bene, principalmente lo faccio sentire in colpa.
Katie: Essenzialmente agisci come se volessi ferirlo.
Marisa: Oh, capisco ... capisco.
Katie: Quindi è naturale che proietti l'idea che vuole ferirti. La verità è che
tu vuoi ferire lui. Tu sei quella che proietta tutto, la narratrice di tutta la
storia.
Marisa: È davvero così semplice?
Katie: Sì.
Marisa: Bello!
Katie: Se penso che qualcun altro sia la causa dei miei problemi, sono
pazza.
Marisa: Capisco. Ma, allora siamo noi la causa dei nostri problemi?
Katie: Sì, ma soltanto di tutti! È stato solo un fraintendimento. Il tuo
fraintendimento, non il loro. Non è mai il loro, nemmeno in minima
parte. Sei tu la responsabile della tua felicità. Questa è la buona notizia.
Come ti senti a vivere con un uomo e credere che voglia ferirti?
Marisa: È orribile.
Katie: Dammi un motivo non stressante per credere al pensiero che tuo
marito vuole ferirti.
Marisa: Non ne vedo nessuno.
Katie: Chi saresti tu, vivendo assieme a tuo marito, senza questo
pensiero?
Marisa: Sarei una persona felice. Ora lo vedo con chiarezza.
Katie: “Vuole ferirmi”. Rigira.
Marisa: Voglio ferirmi. Sì, adesso capisco.
Katie: È altrettanto vero o più vero?
Marisa: Più vero, credo.
Katie: È così che siamo. E non conosciamo un altro modo di essere, finché
non succede. Per questo oggi siamo qui assieme: per trovare un altro
modo. C'è un altro rigiro a “Vuole ferirmi”.
Marisa: Io voglio ferirlo. Sì, anche questo è più vero.
Katie: Ce n'è ancora un altro. “Vuole ferirmi”. Qual è il rigiro di 180 gradi?
Marisa: Non vuole ferirmi.
Katie: Potrebbe averti detto la verità, è possibile. Ma ritorniamo indietro.
“Tu vuoi ferire tuo marito”. È vero davvero?
Marisa: No, non è vero.
Katie: Certo, cara. Nessuno di noi ferirebbe un altro essere umano se non
fossimo confusi. Questa è la mia esperienza. La confusione è l'unica
sofferenza su questo pianeta. Come ti senti quando lo ferisci?
Marisa: Per niente bene.
Katie: Sì, e questo sentire è un dono. Ti fa sapere che ti sei allontanata dalla
tua integrità. La nostra mente dice: “Non devo ferirlo”. Ma non sappiamo
come fare per smettere. L'hai notato?
Marisa: Sì.
Katie: E va sempre avanti così. Attraverso la comprensione di sé, nel modo
in cui la stiamo sperimentando qui, attraverso queste comprensioni, il
comportamento cambia. Anch'io ero come te. Non riuscivo a cambiare.
Non riuscivo a smettere di ferire i miei figli e me stessa. Ma, appena
compresi quello che era vero per me, con le domande vive dentro di me,
il mio comportamento cambiò. I problemi finirono. Non sono stata io a
farli finire, sono finiti da soli. È davvero semplicissimo. Allora, che cosa
ha fatto? Hai detto che le sue azioni dimostrano che vuole ferirti. Puoi
fare un esempio? Che prove hai?
Marisa: Per farla semplice, ha avuto una relazione e me l'ha detto circa
cinque mesi fa. I sentimenti che provano l'uno per l'altra sono ancora
molto forti, continuano a sentirsi e a vedersi. Ecco le sue azioni.
Katie: Bene, ora vedili entrambi nella tua mente. Riesci a vederli?
Marisa: Li ho già visti tante volte.
Katie: Guarda il viso di tuo marito. Guardalo mentre lui guarda lei. Poi
guardalo per un istante senza la tua storia. Guarda i suoi occhi, il suo
volto. Che cosa vedi?
Marisa: Amore per lei. E felicità. Ma anche dolore, perché non stanno
assieme. Lui vuole stare con lei.
Katie: È vero? Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marisa: In assoluto, no, non posso saperlo.
Katie: Lui con chi sta?
Marisa: Oh! Con me.
Katie: “Vuole stare con lei”. È vero?
Marisa: Mmm... lui...
Katie: Con chi sta?
Marisa: Sì, capisco che cosa vuoi dire.
Katie: “Vuole stare con lei”. È vero? Chi può impedirglielo? È libero.
Marisa: Sì, anch'io gliel'ho detto molto chiaro.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che vuole stare con lei...
Marisa: Sto male.
Katie: ...e continua a vivere con te?
Marisa: Credo di non essere pienamente nel presente. Non vivo il fatto che
mi ama e che sta con me.
Katie: Lui vive con te, ma nella tua mente lo fai vivere con lei. Così,
nessuna vive realmente con lui! [Marisa e il pubblico ridono] C'è un
uomo magnifico e nessuno che vive con lui! [Marisa ride ancora più
forte] “Voglio che viva con me, voglio che viva con me!”. Bene, quando
comincerai? Come lo tratti quando credi che voglia stare con lei, ma la
verità è che vive con te?
Marisa: Non lo tratto bene. Lo allontano.
Katie: E poi ti chiedi perché gli piace stare con lei.
Marisa: Già.
Katie: Dammi un motivo non stressante per credere al pensiero che vuole
stare con lei, quando il fatto è che sta con te.
Marisa: Un motivo non stressante?
Katie: Tu non puoi farlo ritornare a casa. Ritorna perché vuole tornare. Chi
saresti senza questo pensiero?
Marisa: Oh! [Con un grande sorriso] Non avrei più nessun problema.
Katie: “Vuole stare con lei”. Rigira la frase.
Marisa: Vuole stare con me.
Katie: Sì, potrebbe essere altrettanto vero o più vero.
Marisa: Sì, sì.
Katie: Hai detto che lo vedevi felice.
Marisa: Sì.
Katie: E non è questo che vuoi?
Marisa: Sì, voglio la sua felicità. Gliel'ho detto. A qualunque prezzo.
Katie: “Voglio la sua felicità”. Rigira.
Marisa: Voglio la mia felicità.
Katie: Sì.
Marisa: La voglio moltissimo.
Katie: Non è questa la verità?
Marisa: Sì.
Katie: Vuoi che sia felice, perché questo ti rende felice. Salta gli
intermediari e sii felice adesso. Così lo sarà anche lui. Dovrà farlo,
perché è una tua proiezione.
Marisa: [Ridendo] Sì.
Katie: Lui è responsabile della sua felicità.
Marisa: Assolutamente sì.
Katie: E tu sei responsabile della tua.
Marisa: Sì, capisco.
Katie: Nessun altro può renderti felice, solo tu.
Marisa: Non capisco perché sia così difficile.
Katie: Forse perché pensi che sia compito suo amarti e farti felice, non
sapendo come farlo tu. “Io non posso farlo, fallo tu”.
Marisa: È più facile delegare un altro.
Katie: Non è vero? Come potresti provare che ti ama? Che cosa potrebbe
fare?
Marisa: Non ne ho idea.
Katie: Non è interessante? Forse non ce l'ha nemmeno lui. [Marisa e il
pubblico ridono] Salvo, forse, tornare a casa ed essere tuo marito.
Marisa: Ieri avrei risposto: “Può dimostrarmelo smettendo di frequentarla”.
Questo mi avrebbe reso felice. Ma adesso non posso più dirlo.
Katie: Adesso vedi la realtà un po’ più chiaramente. Vediamo la prossima
frase.
Marisa: “Che cosa penso di lui?”. Non so che cosa dire. Io lo amo.
Katie: Rigira.
Marisa: Io mi amo. Mi ci è voluto un po’ di tempo.
Katie: Quando lo ami, non ami forse te stessa?
Marisa: Non l'ho mai vista in questo modo. Sì.
Katie: Vediamo la prossima, angelo.
Marisa: Non voglio mai più sentire che la mia felicità dipende dall'amore di
un altro per me.
Katie: “Sono disposta a...”, e rileggi la frase.
Marisa: Sono disposta a sentire che la mia felicità dipende dall'amore di un
altro per me.
Katie: Sì, perché credere a questo pensiero fa male. Giudicalo di nuovo, o
giudica qualunque altra persona, fai le quattro domande, i rigiri e ritorna
alla sanità mentale, alla pace. Il dolore ti fa vedere quello che non hai
ancora indagato. Ti fa vedere quello che ti blocca dalla consapevolezza
dell'amore. Il dolore serve a questo. “Non vedo l'ora di...”.
Marisa: Non vedo l'ora di sentire che la mia felicità dipende dall'amore di
un altro per me?
Katie: Sì, alcuni ritornano alla sanità mentale perché sono stanchi del
dolore. Abbiamo fretta, non c'è tempo da perdere. È un bene che tu pensi:
“Sarei più felice se lui fosse diverso”. Scrivilo, poi sottoponilo
all'indagine.

Il bambino deve smettere di strillare

Nel seguente dialogo, Sally esplora alcune idee sull'educazione dei figli a
cui abbiamo creduto per secoli. “I miei figli devono fare quello che che gli
viene detto”, “I bambini non devono dire bugie”, “I genitori sanno qual è la
cosa migliore”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Leggendo il
dialogo, pensa alle persone della tua famiglia che hai cercato di modellare o
di cambiare. Forse credi che sia solo per il loro bene, ma come ti senti a
tentare di manipolare le persone che ami? Gli stai insegnando che il tuo
amore è condizionato? Forse, attraverso l'indagine, possiamo trovare un
modo diverso.
Sally: Sto cercando un modo per uscire dalla mia depressione.
Katie: Bene. Vediamo qual è la causa, quali sono i pensieri a cui credi, ma
che non sono veri per te e quindi ti gettano nella depressione.
Sally: [Leggendo dal suo foglio di Lavoro] Mio figlio mi irrita quando si
comporta da irresponsabile. Non fa i compiti a casa. Non fa mai le cose
che deve fare come gli ho insegnato ogni giorno per otto anni. Voglio
dire, ogni giorno è come se dovessi insegnargli tutto daccapo.
Katie: Sì, ti ho ascoltato. E tu, ti sei ascoltata? Eserciti una tale influenza
sulla sua vita! Per otto anni gli hai insegnato a fare le cose e per otto anni
non ha funzionato.
Sally: Lo so, ma non dirgli niente va contro la mia natura. Non posso
lasciarlo fare tutto quello che vuole. Come genitore, sono responsabile
delle scelte dei miei figli e delle loro conseguenze, e di quello che
diventeranno da adulti.
Katie: L'indagine è fatta per chi vuole conoscere davvero la verità. Tu vuoi
davvero scoprire la verità?
Sally: Sì.
Katie: La cosa bella di questo Lavoro è che ci stiamo occupando della tua
verità di genitore, non di quella del mondo. “Sei responsabile delle scelte
dei tuoi figli”. È vero?
Sally: [Dopo una pausa] No. La verità è che non sono riuscita ad avere il
controllo su quello che fa. Non ho nessun controllo. Ma sento che dovrei
averlo.
Katie: Hai detto: “Non ho nessun controllo”. È questo che va contro la tua
natura. Anche se non hai controllo su nulla, pensi che dovresti averlo. Gli
effetti di questo pensiero sono ansia, frustrazione e depressione.
Sally: Non è deprimente pensare di non avere controllo su niente? Voglio
dire, perché dovrei addirittura provarci? Mi sento così frustrata che non
ho nemmeno voglia di prendermi cura di lui. A volte non ho nemmeno
voglia di essere una madre.
Katie: È vero che devi prenderti cura di tuo figlio? Chi ti costringe?
Sally: In realtà, nessuno. Solo io. Mmm... no, probabilmente non è vero che
devo prendermi cura di lui.
Katie: Io lascerei stare il ‘probabilmente’.
Sally: È più vero che voglio prendermi cura di lui, anche se non mi piace
quello che fa.
Katie: Hai appena scoperto una meravigliosa verità dentro di te. Questa
verità dona una grande libertà. Non dovrai mai più prenderti cura di tuo
figlio. E, tanto per cominciare, non hai mai dovuto. Ciò significa che lui
non ti deve niente. Non lo fai per lui. Adesso hai capito che lo fai per te.
Con questa consapevolezza puoi servire i tuoi figli sapendo che sei lì per
loro perché vuoi esserci, servendoli e insegnando loro attraverso il tuo
modo di vivere. Lo fai semplicemente perché li ami e perché ti piaci
quando lo fai. Non riguarda loro. Questo è amore incondizionato, anche
se è un'azione totalmente egoistica. È la verità che riconosce se stessa.
Una volta conosciuto, questo amore diventa così avido che non ci sono
limiti alle persone che può servire. Per questo, amare
incondizionatamente una persona è amare tutti. Bene, adesso facciamo un
viaggio interiore verso le risposte di cui forse non sei ancora
consapevole. “Tuo figlio deve fare i compiti a casa”. È vero?
Sally: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero che deve fare i
compiti?
Sally: Pago per mandarlo a una scuola privata. So che è vero.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che deve fare i compiti? Li fa?
Sally: L'ottanta per cento delle volte.
Katie: Quindi, “Dovrebbe fare i compiti il cento per cento delle volte”. È
vero? Qual è la realtà di questi otto anni?
Sally: Qual è la realtà di questi otto anni? Che li fa all'ottanta per cento. E io
dovrei essere contenta così? Accettarlo?
Katie: Che tu lo accetti o no, non ha importanza. La realtà è che li fa
all'ottanta per cento. Non sto dicendo che domani non li farà al cento per
cento, ma per ora la realtà è questa. Devi accettarla? Vediamo... Per otto
anni... [risate tra il pubblico] hai contrastato la realtà e hai sempre perso.
Il risultato è stato stress, frustrazione e depressione. Rigiriamo tutta la
cosa.
Sally: Mi irrito quando non faccio i miei compiti e tutto quello che devo
fare. Sì, è vero, faccio proprio così. Me la prendo davvero con me stessa.
È così. Adesso vedo che mi aspetto da lui che faccia più di quanto faccio
io.
Katie: Quando hai il pensiero che dovrebbe fare i compiti e le sue faccende,
ricorda questo rigiro. Fai tu i tuoi compiti e le tue faccende al cento per
cento. Può essere stato il tuo esempio ad avergli insegnato a fare le cose
solo all'ottanta per cento? Oppure, tu fai solo il cinquanta per cento e lui
l'ottanta. Forse è lui il tuo maestro.
Sally: Questo è un bel suggerimento, ho afferrato. Non sono stata il modello
del cento per cento. Inoltre, l'anno scorso sono caduta in depressione a
causa del mio figlio più piccolo. Non è il bambino che avrei voluto. Era
sempre malato e non dormiva molto. Non era contento e ancora adesso
non è un bambino socievole. Quando vede gente si mette a strillare. Sono
stata così depressa.
Katie: “Non è un bambino socievole”. È vero? Puoi sapere con assoluta
certezza che è vero che dentro di sé non è un bambino socievole?
Sally: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero riguardo a tuo
figlio?
Sally: Ho paura di come lo tratterà la gente. Immagino che avrà una vita
difficile, perché sarà difficile amarlo e nessuno vorrà creare una famiglia
con lui perché è una persona chiusa, e di lì a poco nella mia mente non
c'è più nessuna speranza per lui. “Non avrà mai amici”, ecco quello che
sento. Per questo divento depressa quando strilla in presenza di gente.
Katie: Chi saresti senza il pensiero?
Sally: Sarei in pace. Lo amerei esattamente nel modo in cui è.
Katie: Con questo pensiero, sei depressa. Senza questo pensiero, non sei
depressa. Cara, riesci a vedere che sono i tuoi pensieri non indagati, e
non il comportamento di tuo figlio, a deprimerti? Riesci a vedere che lui
non c'entra niente? “Non dovrebbe mettersi a strillare in presenza di
gente”. È vero?
Sally: No.
Katie: Qual è la verità?
Sally: Che si mette a strillare.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che non dovrebbe mettersi
a strillare in presenza di gente e invece lo fa?
Sally: Mi deprimo. Mi sento triste e imbarazzata. Mia madre dice che lo sto
rovinando. Tutti dicono che è un bambino strano. E penso: “Oh, no! Che
cosa c'è che non va in lui? Che cosa c'è che non va in me?”. Quando si
mette a piangere mi ritrovo a urlargli di smetterla, cosa che lo fa piangere
ancora di più. Non funziona. Non la smette.
Katie: Quindi, ancora una volta, scopriamo che non è il suo comportamento
a deprimerti. È impossibile. È il tuo comportamento mentale che ti
deprime. È naturale se credi al pensiero che non dovrebbe strillare
quando strilla, e che se strilla significa che in lui c'è qualcosa che non va,
e c'è qualcosa che non va in te. È questo che deprime. Vogliamo che i
nostri figli riconoscano le attenzioni, l'amore, il nutrimento e
l'accettazione che non diamo a noi stessi. Altrimenti, perché avremmo
bisogno che si comportino secondo il nostro ideale? Se sei mentalmente
sana, un bambino che strilla è semplicemente quello che è: un bambino
che strilla. E tu sei presente ai tuoi pensieri e alle azioni che nascono da
una mente chiara, amorevole. Come tratti il tuo bambino quando pensi
che non dovrebbe strillare in presenza di gente?
Sally: Gli dico che dovrebbe essere felice. “Sii felice, felice, felice!”.
Katie: E così gli insegni che lui è sbagliato. Se strilla e tu gli dici: “Sii
felice”, gli stai insegnando che è sbagliato. Perciò, pensa di essere un
fallimento ai tuoi occhi. Ma se sei mentalmente sana, calma e felice,
anche se strilla, attraverso il tuo esempio gli farai vedere un altro modo di
vivere.
Sally: Gli sto dicendo di non essere quello che è.
Katie: Sì, gli stai dicendo di essere diverso da quello che è. Questo è amore
condizionato. Tesoro, chiudi gli occhi e immaginalo per un attimo mentre
strilla, ma senza la tua storia.
Sally: [Dopo una lunga pausa] È davvero un amore! È così com'è lui. Ho
voglia di abbracciarlo e dirgli: “Dai, va bene così”.
Katie: Stai diventando intima con tuo figlio, e lui non è nemmeno in questa
sala! Ora chiudi gli occhi e immagina tua madre che ti dice: “Che cos'ha
questo bambino? Continui a viziarlo?”. Guardala senza la tua storia.
Sally: [Con gli occhi chiusi e dopo una lunga pausa] Quella è mia madre
che racconta la sua storia e quello è il mio bambino che strilla con tutto il
suo cuore. Entrambi sono semplicemente come sono. Non c'è nessun
motivo di depressione.
Katie: Hai detto che tuo figlio non è un bambino socievole. Cara, puoi
sapere con assoluta certezza che è vero?
Sally: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Sally: Triste, protettiva, depressa, frustrata. Voglio scappare via e voglio
rimanere, mi sento male, mi sento un fallimento come madre.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? Non ti
sto chiedendo di lasciarlo andare. Non l'hai creato tu, quindi come
potresti lasciar andare qualcosa di cui non sei la causa? Nella mia
esperienza, non siamo noi che facciamo apparire i pensieri: appaiono
semplicemente. Un giorno mi sono accorta che, nel loro apparire, non
c'era niente di personale. Vederlo rende davvero più semplice l'indagine.
Voglio solo sapere se riesci a trovare un motivo per lasciar andare il
pensiero che non è un bambino socievole.
Sally: Sì, ne vedo molti.
Katie: Riesci a trovare un motivo sano, non stressante, per tenerti questo
pensiero, un motivo che non causa stress?
Sally: No, nessuno.
Katie: Chi saresti tu, a casa tua, assieme a tuo figlio, senza questo
pensiero?
Sally: Capisco. Senza questo pensiero, sarei in pace e avrei chiarezza. Non
sarei depressa.
Katie: Da te sto imparando che nessun figlio può essere causa di
depressione. Solo tu puoi esserlo. Hai detto che con questo pensiero c'è
stress e senza questo pensiero c'è pace. Non deve stupirci se, accusando
gli altri della nostra follia, stiamo male. Stavamo cercando la nostra pace
fuori di noi. Stavamo guardando nella direzione sbagliata.
Sally: Non posso credere che sia così semplice!
Katie: Se non fosse così semplice, non sarei mai riuscita a scoprirlo. Bene.
Benvenuta nel Lavoro.

Ho bisogno dell'approvazione
della mia famiglia

Quando Justin si sedette per fare Il Lavoro con me, aveva l'aria di un
adolescente idealista e incompreso. Non è facile trovare la nostra strada
quando crediamo di avere bisogno dell'amore, dell'approvazione,
dell'apprezzamento o di qualunque altra cosa dalla nostra famiglia. È
particolarmente difficile quando vogliamo che i nostri familiari vedano le
cose come le vediamo noi (per il loro bene, ovviamente). Procedendo
nell'indagine, Justin si riconcilia interiormente con la sua famiglia,
onorando nello stesso tempo la propria strada.

Justin: [Leggendo dal suo foglio di Lavoro] Sono arrabbiato, confuso e


amareggiato con la mia famiglia perché mi giudicano. Sono arrabbiato
perché vogliono plasmarmi secondo un certo modello. Sono arrabbiato
con la mia famiglia e i miei conoscenti perché pensano che la loro strada
sia l'unica. Mi amareggia ricevere amore solo se mi adeguo al modello
stabilito da loro e se mi comporto come loro vogliono che mi comporti.
Katie: Bene. L'affermazione successiva?
Justin: Voglio che i miei siano chi sono davvero, e che non facciano
dipendere l'amore e le attenzioni per me dalla loro idea e dalla loro
percezione dei miei progressi. Voglio che mi accettino mentre cerco la
mia verità nella vita e che mi amino perché ho scoperto parti della mia
verità e del mio essere.
Katie: Bene. Rileggi la primissima frase.
Justin: Sono arrabbiato, confuso e amareggiato con la mia famiglia perché
mi giudicano.
Katie: Bene. Giudicare non è solo il lavoro dei genitori, ma di chiunque a
questo mondo. È il nostro lavoro. C'è forse qualcos'altro? Tutto è
giudizio. Dimmi un pensiero che non sia un giudizio. “È un cielo” è un
giudizio. È questo che facciamo tutti. “I genitori non devono giudicare i
figli”. È vero? Qual è la realtà? Lo fanno?
Justin: Sì.
Katie: Sì, tesoro, è il loro lavoro. Come reagisci quando credi al pensiero
“I miei genitori non dovrebbero giudicarmi”?
Justin: Mi fa sentire abbattuto, perché sento di avere bisogno... non so, non
sono d'accordo con alcune cose che mi hanno insegnato.
Katie: Rimaniamo nell'indagine. Osserva la tua mente che si sposta sulla
sua prova per avere ragione. Quando noti che fa così, ritorna dolcemente
alla domanda Come reagisci quando credi a questo pensiero? Ti
abbatti. Che altro?
Justin: Mi blocca e mi spaventa.
Katie: Come tratti i tuoi genitori quando credi al pensiero “Voglio che
smettano di giudicarmi” e loro continuano a farlo?
Justin: Mi ribello e prendo le distanze. È stata la mia storia fino ad oggi.
Katie: Sì. Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questa filosofia, che
contrasta la realtà da secoli, che i genitori non dovrebbero giudicare i
figli?
Justin: Sì.
Katie: Bene. Ora voglio che tu, dopo tutti questi anni, mi dia un motivo non
stressante, un motivo sano e non causa di stress per continuare a tenerti
questa ridicola bugia.
Justin: È un punto fermo della vita, una specie di fede religiosa.
Katie: E questo motivo ti fa sentire in pace?
Justin: No. [Pausa] Non mi fa sentire in pace.
Katie: È una fede malsana. Le persone dovrebbero smettere di giudicare gli
altri? Su che pianeta pensi di vivere? Sentiti a casa qui: quando arrivi sul
pianeta Terra, tu giudichi noi e noi giudichiamo te. È così. Una volta che
hai capito le regole basilari, è un buon pianeta per viverci. Ma la tua
teoria è in diretto contrasto con quello che avviene realmente. È folle!
Chi saresti senza il pensiero? Chi saresti se non avessi la capacità di
pensare un pensiero così folle come “Voglio che i miei genitori smettano
di giudicarmi”?
Justin: Sarei in pace dentro.
Katie: Sì, si chiama essere sani di mente. È la fine della guerra interiore. Io
sono un'amante della realtà. Come faccio a sapere che sto meglio con
quello che è? Perché è quello che è. I genitori giudicano, è così. Hai
avuto una vita di prove per sapere che è vero. Quindi, tesoro, rigira.
Vediamo che cosa è possibile. Vediamo che cosa funziona.
Justin: Sono arrabbiato e irritato con me stesso, perché mi giudico.
Katie: Sì. Ce n'è un altro. “Sono arrabbiato...”.
Justin: Sono arrabbiato e amareggiato con me stesso, perché giudico i miei
genitori e la mia famiglia.
Katie: Sì. Facciamo un patto: quando smetterai di giudicare loro perché
giudicano te, vai finalmente a parlare con loro dell'argomento ‘giudizio’.
Justin: Sì, è una buona idea.
Katie: Solo quando smetterai di fare tu quello che vuoi che smettano di fare
loro, potrai parlare con loro. Forse ci vorrà un po’ di tempo.
Justin: Non so se sono pronto ora.
Katie: Certo, tesoro. Leggi la seconda affermazione.
Justin: Voglio che i miei siano chi sono davvero, e che non facciano
dipendere l'amore e le attenzioni per me...
Katie: Ma loro sono già chi sono. Sono persone che, ai tuoi occhi, mettono
dei limiti al loro amore e alle loro attenzioni, e che ti giudicano.
Justin: [Ride] Certo.
Katie: È questo che sono, sembra, finché non cambiano. È il loro lavoro,
tesoro. I cani abbaiano, i gatti miagolano e i genitori giudicano. E loro...
cos'altro hai scritto che fanno?
Justin: Mettono dei limiti al loro amore e alle loro attenzioni, e li fanno
dipendere da...
Katie: Sì, anche questo è il loro lavoro.
Justin: Ma sono la mia famiglia!
Katie: Sì, sono la tua famiglia. E mettono dei limiti e ti giudicano. Tesoro,
la tua è una filosofia davvero stressante. Dammi un motivo non stressante
per tenerti una filosofia così strampalata. Voglio dire, stiamo parlando di
cose fuori di testa.
Justin: Mi sono sentito fuori di testa per un bel po’.
Katie: Certo, dovevi sentirti fuori di testa. Non ti sei chiesto che cosa è vero
per te e cosa no. Chi saresti tu, in presenza della tua famiglia, senza
questo pensiero? Chi saresti se non avessi la capacità di pensare questo
pensiero che si oppone alla realtà?
Justin: Sarebbe favoloso! Sarei strafelice!
Katie: Sì, sono d'accordo. È anche la mia esperienza.
Justin: Ma io vorrei...
Katie: Puoi mettere tutti i ‘ma’ che vuoi, ma loro continueranno a fare il
loro lavoro.
Justin: Già.
Katie: La realtà non aspetta la tua opinione, il tuo voto o il tuo permesso,
tesoro. Continua a essere quello che è e a fare quello che fa. “Aspetta,
devi avere la mia approvazione!”. Non credo proprio! Perdi ogni volta.
Rigira, vediamo le vere possibilità. “Voglio che io...”.
Justin: Voglio che io sia come sono davvero...
Katie: Sì.
Justin: ...e che non ponga limiti all'amore e alle attenzioni per me stesso
secondo la mia idea e la mia percezione dei miei progressi. Un po’ dura
da mandare giù.
Katie: Beh! Mi piace che tu abbia pensato che i tuoi genitori dovevano
mandarla giù per tutti questi anni. [Risate tra il pubblico] Stai con questo
rigiro per qualche istante. Capisco che è dura, ma queste sono grandi
rivelazioni. Senza una storia, le rivelazioni hanno spazio per emergere dal
luogo in cui sono sempre state: dentro di te. C'è un altro rigiro. Sii
gentile. “Voglio che io...”.
Justin: [Dopo una pausa] Non lo vedo.
Katie: Leggi come l'hai scritto.
Justin: Voglio che i miei siano chi sono...
Katie: “Voglio che io...”.
Justin: Voglio che io sia come sono davvero e che non ponga limiti al mio
amore e alle mie attenzioni secondo...
Katie: “...la loro...”.
Justin: ...la loro idea e la loro percezione dei miei progressi. Ehi! Questa mi
piace.
Katie: Sì, è vivere tu stesso quello che vorresti da loro.
Justin: Sì, ma io non voglio farlo perché mi causa un'agitazione interiore.
Katie: Serve proprio a questo, tesoro. Qual è l'agitazione? Che cosa pensi?
Justin: Nella mia famiglia siamo undici figli e tutti mi dicono: “Non stai
facendo la cosa giusta”.
Katie: Potrebbero avere ragione. E tu hai bisogno di viverti quello che hai
bisogno di viverti. È evidente che hai bisogno di undici, dodici, tredici
persone che ti attaccano per farti vedere quello che è vero per te. La tua
strada è solo tua, loro hanno la loro. Vediamo la prossima frase.
Justin: Voglio che mi accettino mentre cerco la mia verità nella vita.
Katie: Loro accettano quello che accettano. Sono forse riusciti a farti
accettare il loro modo di vivere? Ci riuscirebbero? Tredici persone sono
riuscite a convincerti a seguire la loro strada?
Justin: È una cosa che riguarda me, no? Perché quello su cui basano la loro
vita...
Katie: Rispondi sì o no. Ti hanno convinto a seguire la loro strada?
Justin: No.
Katie: Quindi, se tu non riesci ad accettare la loro, che cosa ti fa pensare che
loro riescano ad accettare la tua?
Justin: Sì, è vero.
Katie: Guardalo nell'ottica giusta. Tredici persone non riescono a
convincerti e tu pensi di riuscire a convincerle tutte e tredici? Se è guerra,
sei in netta minoranza numerica.
Justin: Lo so.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero “Voglio che accettino la
mia strada” e loro non lo fanno?
Justin: È doloroso.
Katie: Sì. E ti senti solo?
Justin: Oh, sì!
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare la teoria che a questo
mondo qualcuno debba accettarti in qualunque momento?
Justin: Ho bisogno di lasciarla andare.
Katie: Non ti sto chiedendo di lasciarla andare, ti sto solo chiedendo se
riesci a trovare un buon motivo per farlo. Non sei in grado di lasciare
andare i concetti. Puoi solo dirigere un po’ di luce su di loro facendo
l'indagine e vedere che, quello che pensavi che fosse vero, non lo è. Una
volta vista la verità, è impossibile considerare ancora vera una menzogna.
Un esempio su cui possiamo lavorare è quello che hai scritto: “Voglio che
la mia famiglia accetti la mia strada”. È irrealizzabile. Come li tratti
quando credi a questo pensiero?
Justin: Prendo le distanze.
Katie: Chi saresti tu, nella tua famiglia, senza il pensiero “Voglio che
accettino la mia strada”?
Justin: Sarei ben disposto nei loro confronti, li amerei.
Katie: Rigira la frase.
Justin: Voglio accettarmi mentre cerco la mia verità nella vita.
Katie: Perfetto! Se non lo fanno loro, chi altro rimane? Tu. Riesci a trovare
un altro rigiro, tesoro? “Voglio...”.
Justin: Voglio accettarli mentre cercano la loro verità nella vita.
Katie: Sì, perché è quello che fanno. Fanno esattamente quello che fai tu.
Tutti facciamo del nostro meglio. Vediamo la frase seguente.
Justin: Voglio che mi amino perché ho scoperto parti della mia verità...
Katie: Il tuo amare qualcuno, sono affari di chi?
Justin: Miei.
Katie: E il loro amare qualcuno, sono affari di chi?
Justin: Loro.
Katie: Come ti fa sentire essere mentalmente là fuori a dirigere la loro vita,
imponendo loro chi devono amare e perché?
Justin: Non è dove dovrei essere.
Katie: Ti senti solo?
Justin: Sì, molto.
Katie: Bene, rigira.
Justin: Voglio amarli perché hanno scoperto parti della loro verità.
Katie: Bingo! La loro verità, non la tua. Hanno trovato una strada che è così
favolosa che tutti e tredici sono d'accordo! Fammi un esempio di
qualcosa che ti dicono di doloroso. Qual è la cosa più dolorosa che
possono dirti o dire di te?
Justin: Che mi sono smarrito.
Katie: C'è stata qualche situazione in cui ti sei smarrito per un po’?
Justin: Sì!
Katie: Bene, allora hanno ragione. La prossima volta che ti diranno: “Ti sei
smarrito”, potrai rispondere: “Sì, me ne sono accorto anch'io tempo fa”.
D'accordo?
Justin: Sì.
Katie: Quali altre cose terribili dicono che potrebbero essere vere? Per
quanto riguarda me, quando qualcuno mi diceva qualcosa di vero, un
modo per capire che era vero è che mi mettevo subito sulle difensive.
Bloccavo la cosa e nella mia mente entravo in guerra con loro, subendone
tutte le conseguenze. E stavano solo dicendo una cosa vera. Come
amante della verità, non vuoi davvero conoscere qual è? Spesso è proprio
quello che hai sempre cercato di sapere. Quali altre cose dolorose ti
dicono?
Justin: Sento che, mi interrompono quando cerco di descrivere quello che
sto passando. Questo è doloroso.
Katie: Naturale. Pensi che noi dovremmo ascoltarti?
Justin: Un figlio non ne ha il diritto?
Katie: Non si tratta di diritti. Semplicemente non ascoltano. “Ehi, ci sono
dodici ragazzini qui, lasciaci respirare un po’!”. Come reagisci quando
credi al pensiero “Devono ascoltarmi” e non lo fanno?
Justin: Mi sento solo.
Katie: E come li tratti quando credi a questo pensiero?
Justin: Mi allontano.
Katie: È difficile ascoltarti se ti allontani!
Justin: Già.
Katie: “Voglio che mi ascoltino, perciò mi allontano”.
Justin: Sì, capisco che cosa vuoi dire.
Katie: Comincia a quadrare? Chi saresti tu, in questa meravigliosa
famiglia, senza questo pensiero? Chi saresti se non avessi la capacità di
pensare il pensiero “Voglio che mi ascoltino”?
Justin: Sarei contento e sereno.
Katie: Un ascoltatore?
Justin: Un ascoltatore.
Katie: Rigira. Sentiamo come dovresti vivere tu, tesoro, non la tua
famiglia.
Justin: Io voglio amare me perché ho scoperto parti della mia verità e del
mio essere. Sì, lo voglio.
Katie: Stai con questa comprensione per qualche istante... Adesso, l'altro
rigiro.
Justin: Io voglio amare loro perché hanno scoperto parti della loro verità e
del loro essere. Sì, li amo se trovano la loro felicità, ma... Va bene, va
bene. [Justin e il pubblico ridono]
Katie: L'hai afferrato! Questo è importante. Mi è piaciuto il modo in cui hai
capito che cosa è più vero per te e il giudizio si è bloccato. Ti sei messo a
ridere e sei rimasto in contatto con la realtà. Bene, la prossima frase.
Justin: Conosco già la risposta.
Katie: Bravissimo! Una volta che cominciamo ad afferrare la realtà,
tesoro...
Justin: Desidero che rispettino la mia musica e...
Katie: Irrealizzabile.
Justin: Sì, lo so.
Katie: Rigira.
Justin: Desidero rispettare la mia musica.
Katie: Ce n'è un altro. “Voglio...”.
Justin: Desidero rispettare la loro musica?
Katie: Sì, e la loro musica è “Non vogliamo ascoltare, non vogliamo capire.
Adotta il nostro modo, per noi funziona e siamo sicuri che funzionerà
anche per te”. Questa è la loro musica. Tutti abbiamo la nostra musica,
tesoro. Se qualcuno mi dice: “Segui la mia strada, è magnifica”, capisco
che mi ama con tutto il cuore e che vuole trasmettermi qualcosa che
ritiene magnifico. Semplicemente, non sempre è la mia strada. Ma ha lo
stesso valore della mia. Sono contenta che la loro strada funzioni per loro
e che li renda felici. Quante strade ci sono! Nessuna è migliore di
un'altra. Prima o poi iniziamo a rendercene conto. La comunicazione di
questa scoperta è “Sono felice che la tua strada ti renda felice. Grazie per
averla condivisa con me”.
Justin: Potrei farlo quando tutto il resto è a posto. Allora sarebbe facile dire:
“Sono felice per voi e sono felice per me”.
Katie: “Tieniti fuori da questa storia? Non ci interessa! A noi piace la parte
in cui dici che sei felice per noi. Argomento chiuso”. Doloroso, no?
Nessuno vuole ascoltare te, non allo stesso livello a cui vogliamo
ascoltare di noi. Per il momento è così. Sapendo questo la guerra dentro
di te può finire, e in questo c'è una tale forza! Ti posso dire davvero che
la verità di cui abbiamo parlato oggi scorrerà dentro la tua musica. Non è
questo che vuoi?
Justin: Sì. Non riesco a credere di non averlo mai visto fino a questo
momento.
Katie: Tesoro, io non l'ho visto per quarant'anni, finché non mi sono
svegliata alla realtà come stai facendo tu oggi. Ma è sempre solo l'inizio.
Puoi tornare a casa, chiedere a tua madre di concederti un momento, e se
dice: “No, non ho tempo”, magnifico! Aspetta con gioia che dica così.
C'è sempre un altro modo per stare con lei. Se sta cambiando i pannolini,
puoi dirle: “Posso darti una mano?”, oppure puoi starle vicino e ascoltare
semplicemente quello che ti dice, guardare semplicemente quello che fa.
Chiedile di parlarti del suo percorso, ascolta la sua vita, guardala
illuminarsi quando parla del suo Dio o della sua strada, senza lasciare che
la tua storia interferisca. Ci sono tanti modi per stare vicino a tua madre.
Sarà un modo completamente nuovo per te. Si aprirà tutto un mondo
sconosciuto se hai chiarezza su quello che vuoi davvero. Nessuno può
togliermi la mia famiglia, nessuno salvo me. Sono contenta che tu l'abbia
capito oggi. Non c'è nessuna famiglia da salvare. Nessuna famiglia da
convertire. C'è solo una persona, si scopre: tu.
Justin: Sì, mi piace.
Katie: Vediamo l'ultima parte del tuo foglio.
Justin: Mi rifiuto di non venire ascoltato.
Katie: “Sono disposto a...”.
Justin: Sono disposto a non venire ascoltato.
Katie: “Non vedo l'ora di...”.
Justin: Non vedo l'ora di... No, io...
Katie: Quando non ti ascoltano e tu ti senti ferito, fai di nuovo Il Lavoro.
“Devono ascoltarmi”. È vero?
Justin: No.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero “Devono ascoltarmi” e
non lo fanno?
Justin: È orribile.
Katie: Chi saresti senza questo pensiero, senza la menzogna “Devono
ascoltarmi?”.
Justin: È una domanda così semplice, ma... Caspita! Sarei felice, in pace.
Katie: “Devono ascoltarmi”. Rigirala.
Justin: Io devo ascoltarmi.
Katie: C'è un altro rigiro.
Justin: Non devono ascoltarmi.
Katie: Esatto, a meno che non lo facciano. Ce n'è ancora uno.
Justin: Io devo ascoltare loro.
Katie: Sì, ascolta la loro canzone. Se voglio che i miei figli mi ascoltino,
sono pazza. Ascoltano quello che vogliono ascoltare, non quello che dico
io. Vediamo, forse riesco a manipolare il loro ascolto: “Ascoltate soltanto
quello che dico io”. Non ti sembra un po’ folle? “Non ascoltate
nient'altro, non ascoltate quello che pensate, ascoltate quello che io
voglio che ascoltiate, ascoltate me”. Follia. E non funziona.
Justin: È uno spreco enorme di energia cercare di... Sì.
Katie: ...di dirigere il loro ascolto. Irrealizzabile. Io voglio che ascoltino
quello che ascoltano. Non sono più pazza, sono un'amante di ciò che è. Ti
invito ad appartarti per rimanere in silenzio con te stesso questa sera. Stai
con ciò che è emerso. Poi, forse vorrai tornare a casa e raccontare quello
che hai scoperto su te stesso. Dillo ai tuoi, così tu potrai ascoltarlo. E nota
il pensiero “Voglio che mi ascoltino”. Nota chi sei col pensiero e chi sei
senza il pensiero. Non aspettare che ti ascoltino. Dillo solo per ascoltarlo
tu.
La realtà è sempre più gentile
delle storie che ci raccontiamo.
5

Approfondire l'indagine
Ora andremo più in profondità nel processo dell'indagine ed esploreremo le
domande e il rigiro più in dettaglio. La mia intenzione è darti supporto
mentre inizia il viaggio nella mente infinita e cominci a capire che non c'è
niente di cui avere paura. Non c'è luogo in cui l'indagine non ti farà
rimanere al sicuro.
Il Lavoro ci riporta sempre a chi siamo davvero. Ogni credenza,
indagata fino alla sua comprensione, consente alla credenza seguente di
venire a galla. La disfi, poi disfi quella dopo e quella dopo ancora. A un
certo punto, ti accorgerai di non vedere l'ora che appaia la prossima. Ti
accorgerai di accogliere qualunque pensiero, sensazione, persona e
situazione come un amico. Alla fine andrai tu stesso a cercare un problema
e ti accorgerai che non ne hai avuto uno da anni.

Domanda 1: È vero?

A volte è immediatamente evidente che la frase che hai scritto non è vera.
Se la risposta ti arriva come un chiaro ‘no’, passa alla domanda 3. In caso
contrario, cerchiamo altri modi per esaminare più a fondo la domanda 1.

Qual è la realtà?

Se la tua risposta alla domanda 1 è ‘sì’, chiediti: qual è la realtà di questa


situazione?
Indaghiamo l'affermazione “Paul non dovrebbe guardare così tanto la
televisione”. Qual è la realtà? Nella tua esperienza, guarda così tanto la
televisione? Sì. La realtà è che Paul guarda da sei a dieci ore di televisione
quasi tutti i giorni. Come facciamo a sapere che deve guardarne così tanta?
Lui lo fa. Questa è la realtà della situazione, questo è ciò che è vero. Un
cane abbaia, un gatto miagola e Paul guarda la TV. Questo è il suo lavoro.
Potrà non essere sempre così, ma per ora è così. Il pensiero che Paul non
dovrebbe guardare così tanta TV è il tuo modo di contrastare mentalmente
ciò che è. Non fa del bene a te e non cambia Paul, il suo unico effetto è
provocarti stress. Quando vedi con chiarezza la realtà del fatto che Paul
guarda così tanta TV, chi può sapere quali cambiamenti possono prodursi
nella tua vita?
Per me, la realtà è ciò che è vero. La verità è qualunque cosa che ti sta
di fronte, ciò che sta effettivamente accadendo. Che ti piaccia o no, in
questo momento sta piovendo. “Non dovrebbe piovere” è soltanto un
pensiero. Nella realtà non c'è nessun ‘dovrebbe’ o ‘non dovrebbe’. Questi
sono soltanto pensieri che sovrapponiamo alla realtà. La mente è come una
livella da falegname. Quando la bolla è più spostata da una parte (“Non
dovrebbe piovere”), sappiamo che la mente è intrappolata nel suo stesso
pensiero. Quando la bolla è esattamente nel centro (“Piove”), sappiamo che
la mente è in perfetto equilibrio e accetta la realtà così com'è. Senza i
‘dovrebbe’ e ‘non dovrebbe’, possiamo vedere la realtà così com'è. Questo
ci rende liberi di agire con efficienza, chiarezza e sanità mentale. Chiederci:
“Qual è la realtà?” può aiutare la mente a uscire dalla sua storia e a ritornare
nel mondo reale.

Sono affari di chi?

Come ho già detto, nell'universo vedo solo tre tipi di affari: i miei, i tuoi e
quelli di Dio (per me la realtà è Dio). Sei negli affari di chi, quando pensi il
pensiero che hai scritto? Quando pensi che qualcuno o qualcosa debba
cambiare, e non tu, sei mentalmente fuori dai tuoi affari. Per forza ti senti
disperato, solo e stressato. Paul è là che vive la sua vita davanti alla TV e
anche tu sei là a vivere mentalmente la sua vita, e non c'è nessuno qui per
te. Poi accusi lui della tua solitudine e della tua frustrazione. Chiediti:
“Sono affari di chi quanta televisione guardo? Sono affari di chi quanta
televisione guarda Paul? Posso davvero sapere che cosa è meglio per Paul a
lungo termine?”. “Paul dovrebbe guardare meno TV”. È vero? Sono affari
di chi?

Domanda 2: Puoi sapere


con assoluta certezza che è vero?

Se alla domanda 1 hai risposto ‘sì’, chiediti: “Posso sapere con assoluta
certezza che è vero?”. In molti casi, la tua affermazione sembra vera. È
naturale. I tuoi concetti si fondano su tutta una vita di credenze non
indagate.
Dopo essermi svegliata alla realtà nel 1986, ho notato tante volte come
la gente, nelle conversazioni, sui media e nei libri, faccia affermazioni
quali: “Non c'è abbastanza comprensione nel mondo”, “C'è troppa
violenza”, “Dovremmo amarci di più gli uni con gli altri”. Sono storie a cui
credevo anch'io. Sembravano vere, giuste e buone, ma quando le sentivo,
notavo che crederci mi provocava stress e non mi sentivo in pace dentro.
Ad esempio, quando sentivo la storia “Le persone dovrebbero essere più
amorevoli”, in me nasceva la domanda “Posso sapere con assoluta certezza
che è vero? Posso davvero sapere, io stessa, dentro di me, che le persone
dovrebbero essere più amorevoli? Anche se lo dice il mondo intero, è vero
davvero?”. E con mio stupore, ascoltandomi interiormente vidi che il
mondo è quello che è, niente di meno e niente di più. Nella realtà non c'è
nessun ‘dovrebbe’. C'è solo ciò che è, esattamente com'è, in questo
momento. La verità viene prima di qualunque storia. E qualunque storia,
prima di venire indagata, ci impedisce di vedere ciò che è vero.
Ora potevo finalmente indagare qualunque storia potenzialmente
dolorosa: “Posso sapere con assoluta certezza che è vero?”. E la risposta,
come la domanda, era un'esperienza: No. Rimanevo radicata in quella
risposta, sola, in pace e libera.
Come potrebbe ‘no’ essere la risposta giusta? Tutte le persone che
conoscevo, tutti i libri, dicevano che la risposta doveva essere ‘sì’. Ma sono
giunta a vedere che la verità è se stessa e nessuno la può imporre. Alla
presenza di quel ‘no’ interiore, sono giunta a vedere che il mondo è sempre
come dovrebbe essere, che io mi opponga o no. E sono arrivata ad
abbracciare la realtà con tutto il mio cuore. Amo il mondo, senza
condizioni.
Giochiamo con l'affermazione “Mi sento ferita perché Paul è arrabbiato
con me”. Forse hai riposto: “Sì, è vero. Paul è arrabbiato con me. Ha il viso
arrossato, i muscoli del collo tesi e mi urla contro”. Ecco la prova. Ma vai
di nuovo dentro di te. Puoi realmente sapere che è con te che Paul è
arrabbiato? Puoi sapere davvero che cosa c'è nella mente di qualcun altro?
Puoi sapere, dall'espressione del volto o dal linguaggio del corpo, che cosa
sta realmente pensando o sentendo? Quando eri impaurita o arrabbiata, per
esempio, ti sei mai osservata puntare il dito accusatore contro le persone più
vicine a te? Puoi sapere con assoluta certezza che cosa sta sentendo un'altra
persona, anche se te lo dice? Puoi essere sicuro che abbia chiarezza circa i
suoi stessi pensieri ed emozioni? Non sei mai stato confuso riguardo a chi o
che cosa ha causato la tua rabbia? Puoi sapere davvero che Paul è arrabbiato
proprio con te?
Facendo un passo più in là, puoi sapere davvero che ti senti ferita
perché Paul è arrabbiato? È davvero la rabbia di Paul che causa la tua
ferita? Potresti, in un'altra condizione mentale, rimanere lì nel pieno di un
suo scoppio di rabbia e non sentirla rivolta personalmente contro di te? E se
riuscissi semplicemente ad ascoltare, accogliendo con amore e serenità
qualunque cosa dica? Dopo l'indagine, questa è stata la mia esperienza.
Supponiamo che la tua affermazione sia “Paul deve smettere di
fumare”. Certo che deve smettere, tutti sanno che il fumo provoca il cancro
ai polmoni. Ora vai più in profondità con la domanda. Puoi sapere davvero
che è vero che Paul deve smettere di fumare? Puoi sapere che la sua vita
sarà migliore o che vivrà più a lungo se smettesse di fumare? Puoi sapere
davvero che cos'è meglio per Paul nel suo percorso di vita? Puoi davvero
sapere se smettere di fumare sarà meglio per lui o per te, a lungo termine? E
non sto dicendo che non lo sarebbe. Sto solo chiedendo: “Paul deve
smettere di fumare”, puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Se la tua risposta è ancora sì, benissimo. Se pensi di poter sapere con
assoluta certezza che è vero, va sempre bene passare alla domanda 3.
Oppure, se ti senti un po’ bloccato, potresti voler provare uno o più degli
esercizi seguenti.
Quando pensi che sia vero

A volte potresti non sentirti soddisfatto del tuo ‘sì’ alle domande 1 e 2.
Potrebbero farti sentire che sei arrivato a un punto morto nella tua indagine.
Vuoi andare più a fondo, ma l'affermazione che hai scritto, o il pensiero che
ti tormenta, sembra un fatto irrefutabile. Ecco alcuni modi per dare ai tuoi
pensieri la possibilità di venire a galla, di stimolare nuove affermazioni che
consentano all'indagine di andare più in profondità.

E questo significa che...

Un modo molto potente per sollecitarti è aggiungere “E questo significa


che...” alla tua affermazione iniziale. La tua sofferenza potrebbe essere
causata da un pensiero che interpreta l'accaduto, invece che dal pensiero che
hai scritto. Questa frase aggiuntiva ti spinge a svelare la tua interpretazione
del fatto.
Supponiamo che tu abbia scritto: “Sono arrabbiato con mio padre
perché mi ha picchiato”. È vero? Sì, sei arrabbiato, e sì, ti ha picchiato
molte volte, quando eri piccolo. Ora prova a scrivere la frase aggiungendo
la tua interpretazione: “Sono arrabbiato con mio padre perché mi ha
picchiato, e questo significa che...”. Forse terminerai la frase con: “...e
questo significa che non mi ama”.
Ora che conosci la tua interpretazione, puoi sottoporla all'indagine.
Scrivi tutta la nuova frase, fai le quattro domande e il rigiro. Picchiarti
significa che non ti amava: puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Forse arriverai a scoprire che è la tua interpretazione del fatto che ti sta
causando stress.

Che cosa pensi che otterresti?

Un altro modo per sollecitarti è rileggere la tua affermazione originaria e


chiederti che cosa pensi che otterresti se la realtà collaborasse totalmente (a
tuo parere) con te. Supponiamo che tu abbia scritto: “Paul dovrebbe dirmi
che mi ama”. La tua risposta alla domanda “Che cosa pensi che otterresti?”,
potrebbe essere che, se Paul ti dicesse che ti ama, ti sentiresti più sicura.
Scrivi questa nuova affermazione: “Mi sentirei più sicura se Paul mi dicesse
che mi ama”, poi sottoponila all'indagine.

Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere?

Se la tua affermazione riguarda qualcosa che pensi di non volere, leggila e


immagina il peggiore risultato che la realtà potrebbe presentarti. Fai vivere
sulla carta le tue peggiori paure. Sii il più preciso possibile. Portale al limite
più estremo.
La tua frase potrebbe essere, ad esempio, “Il mio cuore è spezzato
perché mia moglie mi ha lasciato”. Ora chiediti: “Qual è la cosa peggiore
che potrebbe accadere?”. Fai una lista degli eventi terrificanti che pensi
potrebbero accadere come risultato della tua attuale situazione. Dopo ogni
spaventoso scenario che ti si affaccia alla mente, immagina che cosa
potrebbe capitare ancora in seguito. E dopo, che cosa potrebbe accadere? E
dopo ancora? Sii come un bambino spaventato. Non trattenerti.
Quando hai finito di scrivere, comincia dall'inizio della lista e applica a
ogni frase le quattro domande e il rigiro.

Doveva/non doveva?

Un quarto sollecito molto utile consiste nel cercare una versione


‘doveva/non doveva’ della tua affermazione originaria. Se la tua rabbia
nasce dall'idea che la realtà avrebbe dovuto essere diversa, puoi riscrivere la
frase “Sono arrabbiato con mio padre perché mi picchiava” in questa forma:
“Mio padre non doveva picchiarmi”. Questa affermazione può essere più
facile da indagare. Nel primo modo: “Mio padre mi picchiava”, conosciamo
la risposta o almeno crediamo di conoscerla. “È vero? Assolutamente sì”.
Ci scommetteremmo la testa. Con la seconda forma: “Mio padre non
doveva picchiarmi”, non ne siamo più così sicuri e siamo più aperti alla
scoperta di un'altra verità più profonda.
Dov'è la tua prova?

A volte puoi essere convinto che la frase che hai scritto sia vera e credi di
sapere che è assolutamente vera, ma non hai esaminato la tua ‘prova’. Se
vuoi davvero conoscere la verità, metti sul tavolo tutte le tue prove e
sottoponile al test dell'indagine. Ecco un esempio.

Affermazione originaria:
Sono infelice perché Paul non mi ama.

Prove che Paul non mi ama:


1. A volte mi passa accanto senza rivolgermi la parola.
2. Quando entro nella stanza, non alza nemmeno gli occhi.
3. Non mi apprezza. Fa solo quello che interessa a lui.
4. Non mi chiama per nome.
5. Gli dico di portare fuori la spazzatura e fa finta di non sentirmi.
6. Gli dico a che ora si cena e a volte non si fa nemmeno vedere.
7. Quando gli parlo sembra distante, come se avesse cose più importanti
da fare.

Indaga ognuna delle tue ‘prove di verità’ applicando le quattro domande e il


rigiro, come negli esempi seguenti.

La prova che Paul non mi ama: 1. A volte mi passa accanto senza


rivolgermi la parola. Ciò prova che non mi ama. È vero? Posso sapere con
assoluta certezza che è vero? (Può darsi che sia mentalmente assorbito in
qualcos'altro). Continua con le quattro domande e il rigiro.
La prova che Paul non mi ama: 2. Quando entro nella stanza, non alza
nemmeno gli occhi. Ciò prova che non mi ama. È vero? Posso sapere con
assoluta certezza che significa che non mi ama? Continua a testare le tue
prove attraverso le quattro domande e il rigiro.
Verifica tutta la lista in questo modo, poi ritorna all'affermazione originaria:
“Sono infelice perché Paul non mi ama”. È vero?

Scoprire la tua ‘prova di verità’

Pensa a una persona della tua vita (passata o presente) che pensi che non ti
ami. Fai una lista di tutte le prove che dimostrano che è vero.
Ora indaga ogni ‘prova di verità’ che hai scritto utilizzando le quattro
domande e il rigiro.

Domanda 3: Come reagisci, cosa accade,


quando credi a questo pensiero?

Con questa domanda iniziamo a notare la causa ed effetto interiori. Scopri


che, quando credi al pensiero, c'è una sensazione di disagio, un disturbo che
può andare da un piccolo senso di fastidio alla paura o al panico. Dato che
forse hai capito, attraverso la domanda 1, che quel pensiero non è vero per
te, ora stai osservando il potere di una menzogna. La tua natura è verità e,
quando la contrasti, non ti senti più te stesso. Lo stress non è mai percepito
come naturale come la pace.
Dopo che le quattro domande trovarono me, cominciai a notare pensieri
come “Le persone dovrebbero essere più amorevoli” e a vedere che mi
provocavano un senso di disagio. Notavo che, prima di quel pensiero, c'era
pace. La mia mente era silenziosa e serena. Non c'era stress né reazioni
fisiche sgradevoli. Questo è ciò che sono senza la mia storia. Poi, nella
quiete della consapevolezza, cominciai a notare le sensazioni che
derivavano dal credere o dall'attaccarmi a quel pensiero. In quel silenzio
vedevo che, se avessi creduto a quel pensiero, il risultato sarebbe stato un
senso di disagio e di malessere. Di lì, diventava “Devo fare qualcosa al
riguardo”. Di lì, passavo al senso di colpa; non avevo la minima idea di
come fare per rendere le persone più amorevoli, perché io stessa non potevo
essere più amorevole di quello che ero di fatto. Chiedendomi: “Come
reagisci, cosa accade, quando credi al pensiero che le persone dovrebbero
essere più amorevoli?”, vidi che non solo provavo una sensazione
sgradevole (questo era ovvio), ma anche che reagivo con delle immagini
mentali: le ingiustizie che avevo pensato di avere subito in passato, le cose
terribili che una volta pensavo mi avessero fatto gli altri, l'insensibilità del
mio primo marito nei confronti miei e dei nostri figli, per provare che quel
pensiero era vero. Volavo via in un mondo che non esisteva. Ero lì, seduta
su una sedia con una tazza di tè in mano, e mentalmente vivevo nelle
immagini di un passato illusorio. Diventavo un personaggio delle pagine di
un mito di sofferenza, l'eroina della sofferenza imprigionata in un mondo
pieno di ingiustizia. Reagivo vivendo in un corpo stressato, vedendo tutto
attraverso gli occhi della paura, una sonnambula, dentro un incubo senza
fine. Il rimedio era semplicemente indagare.
Mi piace la domanda 3. Quando rispondi con sincerità, quando vedi la
causa ed effetto di un pensiero, tutta la tua sofferenza inizia a disfarsi.
All'inizio potresti non accorgertene nemmeno. Potresti non sapere
nemmeno che stai facendo dei progressi. Ma i progressi non sono affari
tuoi. Continua semplicemente a fare Il Lavoro e Il Lavoro ti condurrà
sempre più in profondità. La prossima volta in cui si ripresenterà il
problema su cui hai lavorato, potresti scoppiare a ridere per la sorpresa.
Forse non proverai nessuno stress, forse non noterai nemmeno il pensiero.

Riesci a trovare un motivo per lasciar


andare questo pensiero?
(E, per favore, non cercare di lasciarlo
andare)

Questa è una domanda aggiuntiva che faccio a volte come seguito alla
domanda 3, perché può provocare un cambiamento radicale nella
consapevolezza. Assieme all'altra domanda aggiuntiva, va sempre più in
profondità nella consapevolezza della causa ed effetto interiori. “Riesci a
trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? Sì: prima che il
pensiero apparisse ero in pace, ma dopo la sua comparsa mi sono sentita
stressata e contratta”.
È importante capire che l'indagine riguarda il notare, non il lasciar
andare il pensiero: questo non è possibile. Se pensi che ti stia chiedendo di
lasciar andare il pensiero, ascolta attentamente: non è così! L'indagine non
consiste nello sbarazzarsi dei pensieri, ma nel capire che cosa è vero per te
attraverso la consapevolezza e l'amore incondizionato per se stessi. Una
volta vista la verità, sono i pensieri che lasciano andare te, non il contrario.

Riesci a trovare un motivo non stressante


per tenerti il pensiero?

Un'altra domanda che faccio a volte è: “Riesci a trovare un motivo non


stressante per tenerti il pensiero?”. Potresti trovare molti motivi, ma tutti
stressanti, tutti che fanno male. Nessuno di questi motivi è valido o
rasserenante, non se sei interessato a mettere fine alla tua sofferenza. Se
trovi un motivo che ti sembra valido, chiediti: “Questo motivo è pacifico o
stressante? Credere a questo pensiero porta pace o stress nella mia vita?
Funziono con più efficienza, più amore e più chiarezza quando sono
stressato o quando sono libero da stress?”. (Nella mia esperienza,
qualunque stress è inefficiente).

Domanda 4: Chi saresti senza il pensiero?

Questa è una domanda molto potente. Immaginati alla presenza della


persona, di cui hai scritto sul tuo foglio di Lavoro, mentre fa quello che
pensi che non dovrebbe fare. Ora chiudi gli occhi per un minuto o due, fai
un respiro profondo e immagina chi saresti se non avessi questo pensiero.
Nella stessa situazione, in che modo sarebbe diversa la tua vita senza questo
pensiero? Continua a tenere gli occhi chiusi e a vedere quella persona senza
la tua storia. Che cosa vedi? Come ti senti riguardo a quella persona senza
la storia? Che situazione preferisci: con la storia o senza la storia? Qual è
più gentile? Quale ti fa sentire più in pace?
Per molte persone, vivere senza la loro storia è letteralmente
inimmaginabile. Non hanno nessun riferimento a questa nuova condizione.
Perciò, “non so” è una risposta comune a questa domanda. Altri invece
rispondono: “Sarei libero”, “Sarei in pace”, “Sarei una persona più
amorevole”. Potresti anche rispondere: “Avrei la chiarezza necessaria per
capire la situazione e agire in modo efficace”. Senza le nostre storie non
solo agiamo con chiarezza e senza paure, ma siamo anche l'amico,
l'ascoltatore. Siamo persone che vivono una vita felice. Siamo
apprezzamento e gratitudine che sono diventati naturali come respirare. La
felicità è lo stato naturale per chi sa che non c'è niente da sapere e che
abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno, qui e ora.
La risposta alla domanda 4 può lasciarci senza un'identità. È molto
eccitante. Non ti rimane niente e tu rimani come niente, nient'altro che la
realtà del momento: una donna seduta su una sedia che sta scrivendo su un
foglio di carta. Può fare un po’ paura, perché non lascia nessuna illusione
riguardo al passato o al futuro. Potresti chiederti: “Come vivrò adesso? Che
cosa farò? Niente ha significato”. Ti rispondo: “Senza passato e futuro non
sai più come vivere: puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Non sai
più che cosa fare e niente ha senso: puoi sapere con assoluta certezza che è
vero?”. Scrivi le tue paure ed entra di nuovo attraverso l'indagine in questi
concetti sottili e intricati. Lo scopo dell'indagine è riportarci alla nostra
mente originaria, per capire da soli che viviamo in paradiso e non ce ne
siamo mai accorti.
“Chi saresti senza il pensiero?” è la formula della domanda 4 che ti
consiglio se sei nuovo del Lavoro. Invito le persone a formularla anche in
quest'altro modo: “Chi o che cosa saresti senza il pensiero?”. Stai con
questa domanda. Lascia che immagini e pensieri vadano e vengano mentre
contempli questa formulazione della domanda. Può essere un'esperienza
estremamente ricca. Puoi anche voler giocare con la formula iniziale della
domanda 4: “Cosa saresti senza il pensiero?”. ‘Pace’ è la risposta a cui
spesso si arriva. E io chiedo di nuovo: “Cosa saresti senza neanche questo
pensiero?”.

Il rigiro

Il rigiro è un elemento molto potente del Lavoro. È la parte in cui prendi


quello che hai scritto sugli altri e guardi se è altrettanto vero o più vero
applicandolo a te stesso. Finché pensi che la causa del problema sia “là
fuori”, finché pensi che qualcuno o qualcosa sia responsabile della tua
sofferenza, la situazione è senza speranza. Significa essere sempre nel ruolo
della vittima, significa soffrire in paradiso. Quindi, riappropriati della verità
e comincia a renderti libero. L'indagine, associata al ri giro, è la via più
rapida alla realizzazione di sé.
Per esempio, l'affermazione: “Paul è scortese” diventa: “Io sono
scortese”. Vai dentro di te e trova delle circostanze della tua vita in cui
questa affermazione è vera. Sei mai stata scortese con Paul? (Controlla le
tue risposte alla domanda: “Come reagisci quando credi al pensiero ‘Paul è
scortese’? Come lo tratti?”). Non sei forse scortese nel momento in cui
giudichi scortese Paul? Sperimenta come ti fa sentire credere che Paul sia
scortese. Forse ti provoca tensione nel corpo, il cuore accelera e ti senti
avvampare: questo è gentile nei tuoi confronti? Sei critico e sulla difensiva:
come ti fa sentire dentro? Queste reazioni sono gli effetti del tuo pensiero
non indagato.
Ad esempio, quando Paul ti insulta, quante volte ti riproietti la scena
nella mente? Che cos'è più scortese: Paul (che ti ha insultato una volta) o tu
(che moltiplichi il suo insulto nella tua mente in continuazione)? Rifletti su
questo: quello che stai sentendo è il risultato del comportamento di Paul o
dei tuoi giudizi sul suo comportamento? Se Paul ti avesse insultato e tu non
l'avessi saputo, ne soffriresti? Rimani un momento in silenzio. Vai in
profondità. Attento a rimanere nei tuoi affari mentali mentre stai con questa
domanda.

I tre tipi di rigiro

Ci sono tre modi per fare il rigiro. Un giudizio può essere rigirato a te
stesso, all'altra persona o al suo contrario. Puoi giocare con varie
combinazioni di queste tre possibilità. Il punto non è trovare il maggior
numero di rigiri, ma individuare quelli che ti rendono libero dall'incubo a
cui sei innocentemente attaccato. Rigira l'affermazione originaria in tutti i
modi che vuoi, fino a trovare i rigiri che vanno più in profondità.
Giochiamo con l'affermazione: “Paul dovrebbe apprezzarmi”.

Prima, rigirala a te stesso:


Io dovrei apprezzarmi (È compito mio, non suo).

Poi, rigirala all'altra persona:


Io dovrei apprezzare Paul (Se penso che sia così facile per Paul
apprezzarmi, posso apprezzarlo io? Posso metterlo in pratica io?).

Infine, rigirala al suo contrario:


Paul non dovrebbe apprezzarmi (Questa è la realtà, qualche volta.
Paul non dovrebbe apprezzarmi, a meno che non lo faccia).

Sii disposto ad andare dentro di te con ogni rigiro e chiediti se è


altrettanto vero o più vero dell'affermazione originaria. Trova almeno tre
esempi specifici e sinceri di come questo rigiro è vero nella tua vita. Fallo
tuo. Se ti sembra troppo difficile, aggiungi al rigiro le parole “qualche
volta”. Puoi riconoscere che è vero per te qualche volta, anche solo nel
momento in cui pensi che sia vero riguardo all'altra persona?
Potresti voler fare una lista delle volte e delle situazioni in cui non hai
apprezzato Paul. Fai una lista dei modi in cui tu non apprezzi gli altri e le
situazioni della tua vita. Fai una lista delle cose che fai per te stesso e per gli
altri, e scopri in che modo non sempre ti apprezzi.
Ti consiglio di porre sempre le quattro domande prima di fare il
rigiro. Potresti essere tentato di prendere una scorciatoia e saltare al rigiro
senza prima sottoporre l'affermazione all'indagine. Questo non è un modo
efficace di usare il rigiro. Se non è preceduto dalle quattro domande, il
rigiro potrebbe venire sentito come duro e vergognoso; il sentimento
provocato dal giudizio rigirato a te stesso, potrebbe risultare brutale se
precede la completa auto-educazione, e le quattro domande ti forniscono
questa educazione. Mettono fine all'ignoranza di ciò che tu credi sia vero, e
il rigiro fatto alla fine è più gentile e pieno di significato. Fare prima le
quattro domande, e andare dentro per trovare le risposte, rende possibile
sperimentare i rigiri come delle rivelazioni, invece che come una semplice
ginnastica mentale.
Il Lavoro non riguarda la vergogna né l'accusa. Non è fatto per provare
che tu sei quello in errore o per forzarti a credere che l'altro sia nel giusto. Il
potere del rigiro sta nella scoperta che tutto ciò che pensi di vedere
all'esterno è in realtà una proiezione della tua mente. Tutto è un'immagine
riflessa del tuo pensiero. Una volta imparato ad andare dentro di te per
trovare le tue risposte e ad aprirti ai rigiri, lo sperimenterai personalmente.
Nella scoperta dell'innocenza della persona che hai giudicato, arriverai a
riconoscere anche la tua innocenza.
A volte potresti non riuscire a ritrovare il rigiro nelle tue azioni o nel tuo
comportamento. In questo caso, cercalo nel tuoi pensieri. Per esempio, il
rigiro dell'affermazione: “Paul deve smettere di fumare” è: “Io devo
smettere di fumare”. Forse non hai mai acceso una sigaretta in tutta la tua
vita, ma potresti ‘fumare’ nella mente. Potresti fumare continuamente di
rabbia e frustrazione pensando a Paul che impuzzonisce la casa con le sue
sigarette. Fumi mentalmente più tu in un giorno di quante sigarette fuma
Paul? La ricetta per la tua pace è quindi smettere di fumare nella tua mente
e smettere di fumare di rabbia per il fumo di Paul.
Un'altra possibilità è sostituire la parola fumare con qualcos'altro.
Anche se non hai mai fumato, c'è qualcosa che usi nello stesso modo in cui
pensi che Paul usi le sue sigarette? Cibo, tranquillanti, carte di credito o
relazioni? Il tuo rigiro potrebbe essere: “Devo smettere di ricorrere alle
carte di credito per sentirmi bene”. Sii disposto a rivolgere a te il consiglio
che rivolgi all'altro, il consiglio che ti mostra come vivere nei tuoi affari.

I rigiri in azione

La realizzazione di sé non è completa finché non prende vita nell'azione.


Vivi i rigiri. Quando capisci di avere sempre predicato agli altri, vai da loro
e fai ammenda, spiegando com'è difficile per te fare quello che volevi che
facessero loro. Spiega i modi in cui li hai manipolati e raggirati, come hai
usato la rabbia, come hai usato il sesso, il denaro e il senso di colpa per
ottenere quello che volevi.
Non sempre ero in grado di mettere in pratica i consigli che distribuivo
con tanta generosità agli altri. Quando lo capii, scoprii di essere uguale alle
persone che avevo giudicato. Vidi che la mia filosofia non era facile da
mettere in pratica per nessuno di noi. Vidi che facciamo tutti del nostro
meglio. Ecco come inizia una vita di umiltà.
Condividere è un altro modo molto potente che ho scoperto per
manifestare la realizzazione di sé. Nel primo anno dopo il mio risveglio alla
realtà, andavo spesso a condividere i miei rigiri e le mie comprensioni con
le persone che avevo giudicato. Condividevo solo quello che avevo
scoperto sulla mia parte in qualunque difficoltà avessi sperimentato (in
nessun caso parlavo della loro parte). Lo facevo per poterlo ascoltare alla
presenza di almeno due testimoni: l'altra persona e me stessa. Lo davo e lo
ricevevo. Se la tua affermazione era per esempio: “Mi ha mentito”, un rigiro
può essere: “Gli/le ho mentito”. Fai una lista delle menzogne che ricordi di
aver detto a quella persona e condividile con lei, senza mai menzionare le
sue nei tuoi confronti. Le sue menzogne sono affari suoi. Tu lo stai facendo
per la tua libertà. L'umiltà è il vero luogo della pace.
Quando volevo procedere ancora più rapidamente e liberamente, scoprii
che scusarmi e fare ammenda con sincerità è una magnifica scorciatoia.
“Fare ammenda” significa correggere ciò che percepiamo come sbagliato,
ma quello che chiamo “vivere l'ammenda” è di portata molto più ampia. Si
applica non solo a un caso specifico, ma a tutti i futuri casi dello stesso
genere. Quando capii, attraverso l'indagine, di avere ferito delle persone nel
mio passato, smisi di ferire chiunque. E se in seguito ferivo qualcuno,
ammettevo subito quello che avevo fatto, che cosa avevo paura di perdere e
che cosa volevo ottenere da loro; e ricominciavo sempre da zero. È un
modo molto potente per vivere liberi.
Chiedere scusa con sincerità è un modo per correggere un errore e per
ricominciare su una base ugualitaria e libera da colpe. Chiedi scusa e fai
ammenda per te stesso. È tutto per la tua pace. A che cosa serve essere
soltanto un santo a parole? Il mondo ne è pieno. La pace è ciò che sei già,
quando non hai una storia. Puoi semplicemente viverla?
Esamina la lista degli esempi di come il rigiro è vero per te e sottolinea
tutte le affermazioni riguardanti la sensazione di avere ferito qualcuno in
qualunque modo (la lista di risposte alla domanda 3, “Come reagisci
quando credi a questo pensiero e come tratti l'altra persona?”, può tenerti
molto impegnato con la condivisione e le scuse). Fai ammenda nei tuoi
confronti facendo ammenda nei confronti degli altri. Restituisci in ugual
misura quello che pensi di avere preso a loro spese.
Una condivisione sincera e non manipolativa, assieme al vivere
l'ammenda, porta una reale intimità in rapporti altrimenti impossibili. Se
una persona che compare nel tuo foglio di Lavoro è morta, pratica
l'ammenda nei confronti di noi che siamo rimasti. Dai a noi quello che
avresti voluto dare a quella persona, per il tuo stesso bene.
Ho conosciuto un uomo che prendeva molto sul serio la sua libertà. Era
stato un ladro e tossicomane, aveva rubato in molte case ed era bravissimo
nel suo mestiere. Dopo aver fatto Il Lavoro per un po’ di tempo, fece una
lista di tutte le persone che aveva derubato e delle cose che aveva preso, con
la massima precisione possibile. Quando terminò la lista, c'erano decine di
persone e di case. Poi iniziò a fare i rigiri. Sapeva di rischiare la prigione,
ma doveva fare quello che era giusto per lui. Andò a bussare alla porta, casa
per casa. Era un afroamericano e molte di quelle case lo mettevano a
disagio, perché aveva forti credenze sui pregiudizi razziali. Ma continuò a
lavorare alle sue credenze e a bussare alle porte. Spiegava ai proprietari chi
era e che cosa aveva rubato, poi si scusava e diceva: “Come posso rimettere
a posto le cose? Farò qualunque cosa”. Nessuno chiamò la polizia. Gli
dicevano: “Va bene, dai una sistemata alla mia macchina” o “Ridipingi la
casa”. Lui lo faceva con gioia e spuntava il nome dalla lista. Ogni
pennellata che dava, mi disse, era Dio, Dio, Dio.
Ho un figlio, Ross, che fa Il Lavoro da molto tempo. Otto o nove anni fa
notai che, mentre facevamo spese, a volte mi diceva: “Aspetta, mamma,
torno subito”, e mi lasciava per una decina di minuti. Una volta lo vidi
attraverso una vetrina scegliere una maglietta, andare alla cassa e pagarla.
Poi ritornò allo scaffale, si guardò attorno per controllare che non lo
vedesse nessuno, rimise a posto la maglietta e uscì dal negozio. Gli chiesi
perché l'aveva fatto. “Un po’ di tempo fa”, rispose, “ho rubato delle cose da
cinque o sei negozi. È stato orribile, mamma. Ora, quando passo davanti a
un negozio in cui ho rubato qualcosa, entro, cerco un articolo simile a
quello che ho rubato, lo pago e lo rimetto a posto. Ho provato ad auto-
denunciarmi. Dicevo: ‘Ecco i soldi di quello che ho rubato, se volete
denunciarmi fate pure’. I cassieri entravano in confusione, chiamavano il
direttore e il direttore mi diceva che non sapeva che cosa fare con quel
denaro, era un problema troppo complicato per i programmi di contabilità
dei computer. Se avesse chiamato i poliziotti, gli avrebbero detto che
bisogna essere colti sul fatto. E così finivano dicendo che non si poteva fare
niente. Ma io avevo bisogno di rimettere a posto le cose. Così ho trovato
questo sistema, che per me funziona”.
Ross si diverte anche a giocare con un esercizio che ti consiglio: fare
un'azione gentile senza essere visto. Se ti vedono non vale, e devi farne
un'altra. Ho visto Ross in un parco divertimenti andare a caccia di bambini
che non avevano abbastanza soldi. Prendeva una banconota dal portafogli,
si fermava davanti al bambino, fingeva di raccogliere i soldi da terra e glieli
porgeva dicendo: “Ehi, amico, ti è caduto questo”. Poi si allontanava
velocemente senza voltarsi. È un magnifico maestro nel mettere in pratica i
rigiri vivendo l'ammenda.
Portare questa pratica nella tua vita quotidiana è un atto di generosità
verso te stesso. E i risultati sono davvero miracolosi.

Il rigiro per il punto numero 6


del foglio di Lavoro

Il rigiro per il punto numero 6 del foglio di Lavoro “Giudica il prossimo” è


un po’ diverso dagli altri. “Non voglio mai più/Mi rifiuto di...” diventa:
“Sono disposto a...” e “Non vedo l'ora di...”. Per esempio, “Non voglio mai
più litigare con Paul” si rigira in “Sono disposta a litigare con Paul” e “Non
vedo l'ora di litigare di nuovo con Paul”.
Questo rigiro serve ad abbracciare la totalità della vita. Dire sul serio
“Sono disposto a...”, crea apertura, creatività e flessibilità. Qualunque
resistenza si ammorbidisce, facendoti sentire più leggero invece di
continuare ad applicare disperatamente la volontà o la forza per sradicare
quella situazione dalla tua vita. Dire sul serio “Non vedo l'ora di...”, e
sentirlo davvero, ti apre attivamente alla vita mentre la vita si dispiega.
Per esempio, “Non voglio più vivere con Paul se non cambia” diventa
“Sono disposta a vivere con Paul se non cambia” e “Non vedo l'ora di
vivere con lui se non cambia”. Tanto vale non vederne l'ora, perché potresti
ritrovarti a vivere con lui, anche soltanto nella tua mente. (Ho lavorato con
persone ancora amareggiate nonostante il partner fosse morto da vent'anni).
Che viviate o non viviate più assieme, avrai probabilmen te di nuovo questo
pensiero, con lo stress e la depressione che ne derivano. Non vedere l'ora di
riprovare questi sentimenti; sono indicazioni che è tempo di risvegliarsi. Le
sensazioni dolorose ti riconducono immediatamente al Lavoro. Ciò non
significa che devi vivere con Paul. Significa semplicemente che non ti
chiudi più alla realtà. Questa disponibilità apre la porta a tutte le possibilità
della vita.
Ecco ancora due esempi dal nostro foglio di Lavoro di prova:

Affermazione originaria al punto 6 del foglio di Lavoro (“Che cosa non


vuoi più fare con quella persona?”): Mi rifiuto di vedere Paul che si
rovina la salute.
Rigiri: Sono disposta a vedere Paul che si rovina la salute. Non vedo l'ora
di vedere Paul che si rovina la salute.

Affermazione originaria al punto 6: Non voglio mai più essere ignorata


da Paul.
Rigiri: Sono disposta a essere ignorata da Paul.
Non vedo l'ora di essere ignorata da Paul.

È utile riconoscere che gli stessi sentimenti o le stesse situazioni possono


ripresentarsi, anche se soltanto nei tuoi pensieri. Quando capisci che il
disagio e la sofferenza sono inviti all'indagine, puoi davvero cominciare a
non vedere l'ora di avere sensazioni sgradevoli. Puoi persino percepirle
come amici che vengono a dirti che non hai indagato abbastanza a fondo.
Non è più necessario aspettare che le persone o le situazioni cambino per
provare pace e armonia. Il Lavoro è il modo diretto per orchestrare la tua
felicità.
Nessuno può ferirmi:
questo è compito mio.
6

Fare Il Lavoro
sul lavoro e sui soldi
Per alcuni di noi, la vita è controllata dai pensieri sul lavoro e sui soldi. Ma,
se la nostra mente è chiara, come potrebbero il lavoro o i soldi essere il
problema? Tutto ciò che abbiamo bisogno di cambiare è il nostro modo di
pensare. È tutto ciò che possiamo cambiare. Questa è una splendida notizia.
Molti di noi sono motivati dal desiderio di successo. Ma che cos'è il
successo? Che cosa vogliamo raggiungere? Nella vita facciamo solo tre
cose: stare in piedi, stare seduti e stare sdraiati. Una volta raggiunto il
successo, staremo seduti da qualche parte, finché non ci alzeremo in piedi, e
rimarremo in piedi finché non ci sdraieremo e ci siederemo di nuovo. Il
successo è un concetto, un'illusione. Vuoi una sedia da 3.900 dollari invece
di quella da 39? Stare seduti è stare seduti. Senza una storia, abbiamo
successo ovunque siamo.
Applicare Il Lavoro ai problemi lavorativi può avere conseguenze di
grande portata. Quando faccio Il Lavoro con il personale di una società, a
volte invito i partecipanti a giudicarsi a vicenda. È questo che i dirigenti e i
dipendenti hanno sempre voluto: sapere che cosa gli altri pensano di loro.
Poi, dopo i giudizi, tutti fanno Il Lavoro e i rigiri. Il risultato è un
impressionante aumento di chiarezza, onestà e responsabilità, che a sua
volta produce lavoratori più felici, più efficienti e più produttivi.
Una volta, facevo Il Lavoro con un manager che mi disse: “La mia
assistente lavora con me da dieci anni. So che non svolge bene il suo
lavoro, ma ha cinque figli”. Risposi: “Magnifico! Continua a tenerla con te,
così insegnerà agli altri dipendenti che, se hanno abbastanza figli, possono
lavorare per te, che svolgano bene o male il loro lavoro”. “Non posso
licenziarla”, obiettò. “Capisco”, dissi. “Sostituiscila con una persona più
qualificata per quel posto, mandala a casa dai suoi cinque figli che hanno
bisogno di lei e spediscile un assegno mensile. È più onesto di quello che
stai facendo adesso. Il senso di colpa è costoso”. Quando il manager le lesse
il suo foglio di Lavoro, la sua assistente si dichiarò d'accordo su tutto quello
che riguardava le sue prestazioni lavorative, perché era vero e chiaro. Le
chiesi: “Che cosa suggerisci? Che cosa faresti se fossi tu il tuo datore di
lavoro?”. Spesso, comprendendo la situazione, le persone danno
spontaneamente le dimissioni, e fu quello che accadde. Trovò un lavoro
simile in un'altra società, più vicino a casa, che le consentiva di essere una
buona assistente e una buona madre. Quel manager aveva capito di non
avere mai indagato i pensieri che lo costringevano a essere ‘leale’ nei
confronti di una collaboratrice che in realtà si trovava a disagio nella
situazione quanto lui.
Non ho mai incontrato un problema di lavoro o di denaro che non si
rivelasse un problema di pensieri. Anch'io credevo di avere bisogno di
denaro per essere felice. Anche quando ne avevo molto, ero spesso
tormentata dalla paura che potesse accadere qualcosa di terribile e che
l'avrei perso. Ora so che nessuna somma di denaro vale quello stress.
Se vivi nel pensiero non indagato “Ho bisogno di denaro per sentirmi
protetto e al sicuro”, vivi in uno stato mentale disperato. Le banche
falliscono. La borsa crolla. Le monete perdono di valore. Le persone
mentono, non onorano i contratti e non tengono fede alle promesse. In
questo stato mentale confuso, puoi fare milioni di dollari e continuare a
sentirti insicuro e infelice.
Alcuni credono che siano la paura e lo stress a spingerli a fare denaro.
Ma puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Puoi sapere con assoluta
certezza che, senza la motivazione della paura e dello stress, non avresti
fatto la stessa quantità di denaro, se non di più? “Ho bisogno della paura e
dello stress per sentirmi motivato”. Chi saresti se non credessi più a questa
storia?
Dopo avere trovato Il Lavoro dentro di me, dopo che Il Lavoro trovò
me, cominciai a rendermi conto che avevo sempre la giusta quantità di
denaro in quel momento, anche se ne avevo poco o non ne avevo affatto. La
felicità è una mente lucida. Una mente lucida e sana sa come vivere e come
lavorare, sa quali e-mail mandare, quali telefonate fare e come agire per
creare quello che vuole senza paure. Chi saresti senza il pensiero “Ho
bisogno di denaro per sentirmi al sicuro”? Saresti molto più accogliente e
forse inizieresti a riconoscere le leggi della generosità, le leggi del lasciare
che il denaro se ne vada senza paura, e del lasciare che ritorni senza paura.
Non hai mai bisogno di più denaro di quello che hai. Quando lo comprendi,
inizi anche a capire che hai già la sicurezza che volevi che il denaro ti
desse. Da questa posizione è molto più facile fare denaro.
Esattamente come usiamo la paura e lo stress per motivarci a fare soldi,
ci appoggiamo spesso alla rabbia e alla frustrazione per fare dell'attivismo
sociale. Se voglio davvero ripulire l'ambiente del pianeta in modo sano ed
efficace, è bene che cominci col ripulire il mio ambiente più immediato. È
bene che ripulisca tutta la spazzatura e l'inquinamento del mio modo di
pensare, accogliendolo con amore e comprensione. Allora la mia azione
può diventare davvero efficace. Occorre solo una persona per aiutare il
pianeta. Questa persona sei tu.
Quando lavoro nelle prigioni, ci sono circa duecento uomini di un
braccio del carcere seduti con lo sguardo a terra e le braccia incrociate sul
petto. Io faccio Il Lavoro assieme a loro, poi le guardie ne fanno entrare
altri duecento. Sono tutti uomini violenti, molti dei quali con una condanna
all'ergastolo per stupro od omicidio, e io sono l'unica donna nella stanza.
Non dico una parola finché non incrociamo gli sguardi. Per loro non è
facile. Hanno una sorta di codice non detto per tenere le persone come me
fuori dalla loro cultura. Ma io rimango semplicemente di fronte a loro
aspettando che i nostri occhi si incontrino. Cammino a passo lento tra di
loro aspettando che uno soltanto mi guardi negli occhi. Nel momento in cui
accade, nel momento in cui uno di quegli uomini lo fa, riabbassa subito lo
sguardo, ma ormai è troppo tardi. C'è stato un contatto. Solo io ho colto
quello sguardo, accade così rapidamente che è impossibile che gli altri se ne
accorgano. Poi, di colpo, il codice si infrange in tutto il gruppo. Altri due o
tre mi guardano negli occhi, poi altri otto, dieci e infine tutti, ridendo, rossi
di imbarazzo e dicendo cose come: “Che cavolo!” o “Ehi, ragazzi, questa è
fuori!”. È fatta: ora posso parlare con loro e trasmettere Il Lavoro, e tutto
perché uno solo di loro ha avuto il coraggio di guardarmi negli occhi.
Mi piace ringraziare quegli uomini per sacrificare la loro vita allo scopo
di insegnare ai nostri figli come non vivere (e quindi come vivere) se
vogliono essere liberi. Spiego che loro sono i migliori maestri e che le loro
esistenze sono buone e necessarie. Prima di andarmene, chiedo: “Sareste
disposti a passare in prigione il resto della vita se sapeste che serve a
impedire anche a un solo bambino di vivere come state vivendo voi?”.
Molti di quegli uomini violenti capiscono e i loro occhi si riempiono di
lacrime come a dei teneri ragazzini.
Tutto ciò che facciamo aiuta il pianeta. È davvero così.

È così incompetente!

Gary è irritato per l'incompetenza di un suo collaboratore. Sei irritato anche


tu con un tuo collega? Oppure è tua moglie che lava male i piatti o sono i
tuoi figli che lasciano il lavandino incrostato di dentifricio? Trova un
esempio e vai dentro di te per trovare le risposte come fa Gary.

Gary: Ce l'ho con Frank per la sua incompetenza sul lavoro.


Katie: Bene. “Frank dovrebbe essere competente”. È vero?
Gary: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Chi te l'ha detto? Il suo
curriculum dice “competente”. Le sue raccomandazioni dicono
“competente”. È scritto dovunque. Tu lo assumi e lui dovrebbe essere
competente. Qual è la realtà nella tua esperienza. Lo è?
Gary: Nella mia esperienza non lo è.
Katie: Questo è l'unico punto di partenza equilibrato: la realtà. È vero che
dovrebbe essere competente? No, non lo è. È così. Questa è la tua realtà.
Perciò, continuiamo a esaminare la cosa finché non comprendiamo la
domanda “È vero?”; perché, quando la comprendi, diventi un amante
della realtà e ritrovi l'equilibrio. Come reagisci quando credi alla
menzogna che dovrebbe essere competente nel lavoro che fa per te e lui
non lo è?
Gary: Con frustrazione e ansia da prestazione. È come se dovessi fare io
anche il suo lavoro, come se dovessi rimettere io le cose a posto. Non
posso lasciare che faccia un lavoro da solo.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare il pensiero che
dovrebbe essere competente? Non ti sto chiedendo di lasciarlo andare.
Gary: Se riuscissi a lasciarlo andare mi sentirei molto meglio.
Katie: Questo è un ottimo motivo. Riesci a trovare un motivo non stressante
per tenerti questo pensiero che si oppone alla realtà?
Gary: Non capisco che cosa intendi con “si oppone alla realtà”.
Katie: La realtà, come la percepisci tu, è che è incompetente. Tu dici che
dovrebbe esserlo, ma questa teoria non funziona perché si oppone alla
realtà. Hai detto che ti provoca frustrazione e ansia.
Gary: Va bene, ammettiamolo. La realtà è che è incompetente. Quello che
mi fa ammattire è pensare che debba esserlo, invece di accettare il fatto.
Katie: Lui è incompetente, che tu lo accetti o no. La realtà non aspetta la
nostra approvazione. È ciò che è. Puoi contarci.
Gary: La realtà è ciò che è.
Katie: Sì. La realtà è sempre più gentile della fantasia. Puoi divertirti un
sacco con quello che chiamo l'esercizio della “prova di verità”.
“Dovrebbe essere competente”: dov'è la prova? Fai una lista e guarda se
una qualunque delle cose che hai scritto prova che deve essere
competente, una volta sottoposte ad indagine. Sono tutte bugie. Non
esistono prove. La verità è che non deve essere competente, dato che non
lo è. Non competente per quel lavoro.
Gary: Il fatto è che non è competente e che io devo fare quello che devo
fare per rimediare. Quello di cui non ho bisogno è del carico extra del ‘lui
dovrebbe essere’, eccetera eccetera.
Katie: Ben detto.
Gary: Tutta la mia angoscia relativa al lavoro sta nel pensare che Frank
debba essere competente. La verità è semplicemente che non lo è. La
parte che aggiungo, e che mi fa diventare matto, è che debba esserlo. Il
fatto è che devo fare quello che devo fare. Riempirò i buchi finché lui
non sarà più un mio problema. Sì, farò così. Aggiungendo che dovrebbe
essere competente, cado in tutta questa fottuta agitazione emotiva.
Benvenuti a New York!
Katie: Non sapevo che a New York usaste parole sporche! [Il pubblico
scoppia a ridere]
Gary: Sì, ma solo ogni tanto.
Katie: Chi saresti senza questa folle storia in conflitto con la realtà?
Gary: Seguirei la corrente e farei quello che devo fare.
Katie: Chi saresti tu, alla presenza di quest'uomo al lavoro, senza questa
storia?
Gary: Sarei compassionevole ed efficiente.
Katie: Sì. “Frank dovrebbe essere competente”. Rigira.
Gary: Frank non dovrebbe essere competente.
Katie: L'hai capito. Finché non lo sarà. Per il momento, la realtà è questa.
C'è un altro rigiro.
Gary: Io dovrei essere competente. Questo è vero.
Katie: Vediamo la tua seconda affermazione.
Gary: Vorrei che Frank si assumesse la responsabilità della sua parte di
progetto.
Katie: Rigirala.
Gary: Voglio assumermi la responsabilità della mia parte di progetto.
Katie: Sì, perché finché non smetti di pensare alla sua incompetenza non ti
stai assumendo tutta la tua responsabilità nel progetto.
Gary: E dovrei assumermi la responsabilità anche della sua parte.
Katie: Sì, se vuoi che il lavoro sia fatto bene e se non c'è altro modo.
Passiamo alla frase successiva.
Gary: Dovrebbe assumersi il ruolo di esperto nel suo campo e come capo
progetto.
Katie: È vero? Voglio dire, dove ne troverebbe le capacità? “Ehi tu,
incompetente, fai l'esperto!”.
Gary: Sì, è una follia, sono d'accordo. Lui fa semplicemente quello che fa.
Katie: Come tratti Frank quando credi a questa fantasia?
Gary: Divento molto rigido. Pretendo che faccia le cose velocemente e gli
sto addosso.
Katie: Non molto efficiente. Riesci a trovare un motivo per lasciar andare
questo pensiero?
Gary: Sì, certo.
Katie: Rigira.
Gary: Io devo assumermi il ruolo di esperto nel mio campo e come capo
progetto. Sì, farò così. Deve'essere fatto.
Katie: Lui è l'esperto che ti porta al massimo livello di competenza nella tua
vita, non c'è dubbio.
Gary: Già, è il mio maestro. Lo sento.
Katie: Passiamo alla frase numero quattro.
Gary: Ho bisogno che si faccia carico della sua parte nel pro getto. Adesso
vedo che non è quello di cui ho bisogno.
Katie: Irrealizzabile?
Gary: Assolutamente irrealizzabile. Sono io che devo fare la mia parte e la
sua, se voglio che il progetto vada in porto.
Katie: Vediamo la prossima frase.
Gary: Frank è un incompetente.
Katie: Rigirala.
Gary: Io sono un incompetente.
Katie: Nel momento in cui lo vedi come un incompetente, l'incompetente
sei tu. Lui è perfettamente competente nel darti quello che deve darti: la
chiarezza. Ecco che cosa fa per te. E potrà fare ancora di più, chi può
saperlo?
Gary: Questo rigiro non mi convince del tutto. Io mi sento molto
competente.
Katie: Non in relazione a lui. Non sei stato abbastanza competente da capire
che lui non deve essere competente.
Gary: Sono d'accordo, questa è la mia incompetenza. Bisogna
supervisionarlo, nonostante tutta la sua esperienza. Sono io che devo
supervisionarmi. Questo è più vero. A volte posso essere folle.
Katie: Hai scoperto il tuo mondo interiore. Quando vedi che quello su cui
devi lavorare è solo il tuo modo di pensare, qualunque problema
incontrerai sarà una gioia da sottoporre all'indagine. Per chi vuole
conoscere davvero la verità, fare questo Lavoro è scacco matto.
Gary: Qualche giorno fa ho provato a farlo da solo, ma sono rimasto
bloccato. Pensavo di avere ragione io. Ma una volta che porto tutto
all'interno, tutti i rigiri iniziano ad avere un senso.
Katie: Arriva un tale, proietti su di lui la tua storia e dici che la tua
sofferenza è colpa sua. Credi alla tua storia e vivi la fantasia stressante
che il problema è lui. Senza il pensiero che Frank dovrebbe essere più
competente di quello che è, potresti decidere di licenziarlo. Se lo
licenziassi, potrebbe trovare un lavoro in cui è competente. Avrebbe le
competenze giuste per quel posto. Così ci sarebbe spazio per un'altra
persona più adatta a lavorare con te. Un paio di settimane dopo, Frank
potrebbe chiamarti per dirti: “Grazie di avermi licenziato. Detestavo
lavorare con te. Adesso ho un lavoro che mi piace”. Tutto è possibile.
Oppure, dopo aver fatto questo Lavoro interiore e avere fatto chiarezza
sui tuoi pensieri, lunedì mattina potresti guardarlo e vedere in lui una
competenza di cui non ti eri mai accorto. Bene, leggi l'ultima frase.
Gary: Non voglio avere mai più né lui né qualcuno come lui nella mia
squadra.
Katie: Rigira.
Gary: Sono disposto ad avere lui o qualcuno come lui nella mia squadra.
Non vedo l'ora di avere lui o qualcuno come lui nella mia squadra, perché
mi riporta nel mio spazio interiore per trovare delle soluzioni.
Katie: L'hai fatto benissimo. Benvenuto nel Lavoro.
I consigli dello zio Ralph sulla borsa

Il dialogo seguente dimostra che anche una persona appassionatamente


attaccata alla sua storia, e quindi alla sua sofferenza, può rendersi libera se è
disposta ad andare a fondo nell'indagine con pazienza. Anche se, come dice
Martin, l'esercizio può sembrare per molto tempo “solo mentale”, può
improvvisamente acquistare senso a un livello molto più profondo.
Non mi piace affrettare il processo. La mente non cambia finché non lo
fa, e quando lo fa è il momento giusto, non un secondo troppo presto o
troppo tardi. Le persone sono come semi, in attesa di germogliare. Non
possiamo venire forzati al di là della nostra comprensione.
Per trarre vantaggio da questo dialogo, non occorre comprendere i
particolari tecnici del problema di cui parla Marty. Tutto quello che occorre
sapere è che le sue azioni in borsa andarono su e giù, e assieme a loro le sue
emozioni.

Marty: Sono arrabbiato con mio zio Ralph perché mi ha dato dei consigli di
borsa sballati che mi sono costati tutti i miei soldi. Mi sono indebitato
con lui per comprare quei titoli, ma hanno continuato a scendere. E un
altro consiglio, quello più importante, ha perso l’85 del valore in due
anni. E adesso mio zio è in uno schifoso conflitto inconscio con me.
Katie: Sì.
Marty: Vuole continuamente dimostrare di essere il migliore, sulla base del
suo conto in banca. È ricco e quindi non deve ricorrere a prestiti. Ma io
ho dovuto chiedere un finanziamento quando un titolo scendeva e l'altro
stava facendo bene, per potergli rendere la somma che mi aveva prestato.
Katie: Ti ascolto.
Marty: Così ho continuato a indebitarmi con lui per due anni e mezzo.
Recentemente, quando anche l'altro titolo continuava a scendere, gli ho
detto: “Ralph, adesso che entrambi i titoli sono andati a picco, ho perso
tutti i miei soldi e parte dei tuoi”. E lui: “Brutto bastardo, ti ho detto di
non fare debiti e tu li hai fatti. Mi hai tradito, ti sei messo contro di me,
hai fatto questo, hai fatto quello...”. E io sono riuscito solo a infilare la
frase: “Ralph, dovevo pagarti l'altro titolo e non avevo i soldi”. Non gli
ho detto che avevo bisogno di comprarlo per avere qualche speranza di
poterlo rimborsare. E volevo fare anche un po’ di soldi, tutte le mie paure
e le mie brame erano lì. Ma...
Katie: Tesoro, leggi solo quello che hai scritto. È importante che tu legga
ciò che hai scritto, non raccontare una storia.
Marty: Sì, sì, scusa. Voglio che mio zio Ralph mi salvi, che mi restituisca i
60.000 dollari con cui ho iniziato, più altri 35.000 per estinguere i miei
debiti, e che si assuma la responsabilità di avermi dato dei consigli
sbagliati e avere causato una perdita finanziaria a me e alla mia
famiglia.
Katie: Bene, continua a leggere.
Marty: Zio Ralph dovrebbe pagare i miei debiti e darmi 100.000 dollari.
Non dovrebbe pretendere soldi da me, perché io non posso pagare. Ho
bisogno che Zio Ralph mi salvi dalla rovina finanziaria. Ho bisogno che
si prenda le sue responsabilità e che almeno cerchi di andare d'accordo
con me: come adulti responsabili per quello che abbiamo fatto. Ralph è
una persona esigente, manipolatrice e probabilmente vendicativa, che
non è interessata alla verità nello stesso modo in cui è interessato a
provare che ha sempre ragione ed è molto intelligente. Bene, l'ultima?
Katie: Sì.
Marty: Non voglio mai più ascoltare i suoi consigli finanziari, non voglio
dovergli mai più dei soldi, né subire le sue stronzate rabbiose, infantili e
meschine.
Katie: Molto bene. Ora, caro, vuoi rileggere la prima frase, esattamente
come l'hai scritta?
Marty: Sono arrabbiato con mio zio Ralph perché mi ha dato dei consigli di
borsa sballati che mi sono costati tutti i miei soldi e parte dei suoi, e
perché minaccia di... Ah, non riesco a leggere la mia scrittura.
Katie: Bene, fermiamoci qui. Insomma, ti ha dato un consiglio?
Marty: Sì.
Katie: Bene. Se ti offro questa tazza di tè, non sei obbligato ad accettarla.
Sta a te decidere. Qui non si tratta di giusto o sbagliato. “Gli zii non
dovrebbero dare ai nipoti consigli di borsa”. È vero? Qual è la realtà di
ciò? Lo fanno?
Marty: Voleva farmi guadagnare dei soldi, per questo mi ha dato quei
consigli.
Katie: Quindi, qual è la realtà? Che te li ha dati.
Marty: Me li ha dati, io li ho presi e li ho seguiti fino in fondo e così sono
finito nella merda.
Katie: Sappiamo tutti che il mercato azionario è rischioso, ma saperlo non
ci impedisce di giocare in borsa. A volte, renderci conto di quello che
abbiamo fatto ci fa tremare, che siano le due del mattino o le due del
pomeriggio. Qualcuno finisce per gettarsi dalla finestra. Allora: “Gli zii
non dovrebbero dare ai nipoti consigli di borsa”. È vero?
Marty: Sì, è vero!
Katie: Ma qual è la realtà? Lo fanno?
Marty: Sì. Mio zio mi ha dato un consiglio sballato e non lo ammette.
Katie: Bene. “Gli zii dovrebbero ammettere i loro errori”. È vero?
Marty: Sì, puoi giurarci! Gli zii devono ammettere i loro errori.
Katie: Ma qual è la realtà? Qual è la tua esperienza?
Marty: Ha gettato tutta la colpa su di me e...
Katie: Quindi, la tua esperienza è no. Non ammettono i loro errori.
Marty: È così.
Katie: Allora, è vero che gli zii dovrebbero ammettere i loro errori?
Marty: Penso che tutti dovrebbero ammettere i propri errori.
Katie: Ah, sì? Ma qual è la realtà? Lo fanno sempre? È vero che gli zii
dovrebbero ammettere i loro errori?
Marty: Sì.
Katie: E la realtà qual è?
Marty: Che lui non lo fa.
Katie: Lui non lo fa. Dimmi una cosa: su quale pianeta pensi che debba
andare così? È vero che le persone dovrebbero ammettere i propri errori?
No. No, finché non lo fanno. Non mi sto riferendo alla morale. Sto
chiedendo qual è la pura verità.
Marty: Ma io cerco davvero di ammettere i miei errori. Inoltre, dandogli
tutti i miei soldi e i miei beni, attraverso questo stesso gesto ammetto i
miei errori.
Katie: Tu. Anch'io faccio così.
Marty: Spero di no!
Katie: Io mi piaccio quando mi assumo la responsabilità delle mie azioni.
Ma, “Le persone dovrebbero ammettere i propri errori”. È vero? No.
Come facciamo a sapere che le persone non dovrebbero ammettere i
propri errori?
Marty: Perché non lo fanno.
Katie: Non lo fanno. È così semplice, tesoro, che non l'abbiamo visto per
millenni. È la verità che mi rende libera. Se contrasti la verità, perdi
sempre. Io sono un'amante della realtà, non perché sono una persona
spirituale ma perché, quando la contrasto, dentro di me perdo. Perdo il
contatto con il luogo interiore che è la vera casa. Come reagisci quando
credi al pensiero che dovrebbe ammettere i suoi errori e non lo fa?
Marty: Mi sento una vittima.
Katie: Che altro? Come ti senti dentro?
Marty: Sento dolore, amarezza, rabbia, paura...
Katie: Separazione?
Marty: Sì, tutta questa robaccia.
Katie: Il motivo di tutto questo scompiglio è che sei imprigionato in una
menzogna. Non è vero che tuo zio dovrebbe ammettere i suoi errori.
Questa è la menzogna. Il mondo ha insegnato questa menzogna per secoli
e, se sei stanco del dolore che provoca, è il momento di vedere che cos'è
vero. Non è vero che le persone devono ammettere i propri errori, non
ancora. Questa è una dura realtà per molti di noi, ma vi invito ad andarci.
Questo lavoro esige una pura, semplice e assoluta integrità. Questo è
tutto, assieme alla disponibilità ad ascoltare la verità. “Per te sarebbe
molto meglio se ammettesse i suoi errori e ti restituisse i tuoi soldi. Il tuo
cammino spirituale più elevato, la tua libertà più grande, sarebbe che lui
ammettesse i suoi errori e ti restituisse i tuoi soldi”. È vero? Puoi sapere
con assoluta certezza che è vero?
Marty: Che sarebbe il mio cammino spirituale più elevato?
Katie: Sì.
Marty: Mmm...
Katie: Un semplice sì o no. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marty: Non so.
Katie: È anche la mia esperienza. Non posso sapere se è vero.
Marty: Beh, mettiamola così. Potrei rispondere di sì e proverei un senso di
giustizia, ma non so se la giustizia sia necessariamente la stessa cosa
della pace.
Katie: Sono d'accordo, la giustizia non è la stessa cosa della pace. Non mi
preoccupo della giustizia. Mi preoccupo della tua libertà, della verità
interiore che può renderti libero. Questa è la giustizia suprema.
Marty: Sì, lo so. Sto parlando della giustizia divina. Voglio dire che la cosa
più vera sarebbe parlare come due persone adulte e vedere dove... perché
ho fatto anch'io degli errori.
Katie: “Dovrebbe parlare con te”. È vero?
Marty: Certo, assolutamente vero.
Katie: Ma qual è la realtà?
Marty: Che non lo fa.
Katie: Non lo fa. Non accade.
Marty: Esatto.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che dovrebbe parlare con te
da persona adulta e non lo fa?
Marty: Sento di venire trattato male, mi sento nel giusto e mi sento una
merda.
Katie: Sì, questo è il risultato. Quindi, non è il fatto che lui non parli con te
che ti ferisce, ma credere al pensiero che...
Marty: Che dovrebbe farlo.
Katie: Che dovrebbe farlo. Fermati un secondo. Indaga. Chi saresti senza la
storia che dovrebbe parlare con te da persona adulta o che dovrebbe
ammettere i propri errori e chiedere scusa? Chi saresti senza la tua storia?
Non ti sto chiedendo di lasciar andare la tua storia. Ti sto semplicemente
chiedendo chi saresti oggi, nella tua vita quotidiana, senza questa storia.
Marty: Sarei libero da qualunque aspettativa nei suoi confronti.
Katie: Sì.
Marty: Cosa che immagino che mi renderebbe più integro.
Katie: Sì.
Marty: Ma...
Katie: Nota come, appena dici ‘ma’, stai per entrare di nuovo nella tua
storia. Stai con questo fatto.
Marty: [Dopo una pausa] In realtà non so come mi sentirei.
Katie: Certo, tesoro. Siamo così abituati a rimanere attaccati alla menzogna
riguardo a ciò che sta accadendo, che non sappiamo come vivere liberi.
Alcuni di noi stanno imparando, perché la sofferenza è troppo grande per
non impararlo. Nella mia esperienza, quando non mi attacco più alla
storia mi alzo, mi lavo i denti, faccio colazione, faccio quello che devo
fare durante la giornata, vengo qui e faccio le stesse identiche cose, ma
senza lo stress, senza l'inferno.
Marty: Sembra magnifico. Sai, ho avuto un assaggio di libertà, anche se
molto fugace. Perciò conosco quello stato e mi piacerebbe vivere così.
Per questo sono qui.
Katie: Rileggi quella parte.
Marty: Certo, la prima parte. Adesso sono in grado di leggere la mia
scrittura. Sono arrabbiato con mio zio Ralph perché mi ha dato dei
consigli di borsa sballati che mi sono costati tutti i miei soldi.
Katie: Adesso faremo quello che chiamiamo un rigiro. Il Lavoro è:
giudicare il prossimo, scrivere le affermazioni, fare le quattro domande e
i rigiri. Tutto qui, semplicissimo. E adesso è arrivato il momento del
rigiro. “Sono arrabbiato con me stesso...”.
Marty: Sono arrabbiato con me stesso...
Katie: “Per aver preso...”. Lui ha dato, tu hai preso.
Marty: Per aver preso i suoi consigli e per avergli creduto.
Katie: Sì, ci siamo quasi. Fai sempre le cose semplici. Leggi di nuovo, nella
stessa forma in cui l'hai scritto. “Sono arrabbiato con me stesso...”.
Marty: Sono arrabbiato con me stesso per avermi dato...?
Katie: Sì, tesoro.
Marty: Sono arrabbiato con me stesso per avermi dato dei consigli di borsa
sballati che mi sono costati tutti i miei soldi.
Katie: Sì, sei stato tu a darteli.
Marty: Capisco. Me li sono dati accettandoli da lui.
Katie: Esatto. Lui non può darteli se tu non li prendi. Hai creduto alla tua
stessa mitologia. Penso che tu abbia afferrato.
Marty: È una pillola amara da mandare giù.
Katie: C'è una cosa ancora più amara da ingoiare: quello che hai vissuto e
come ti sei messo in balia degli altri.
Marty: Sì, questo non mi fa sentire bene.
Katie: Vediamo la frase seguente.
Marty: Voglio che mio zio Ralph mi salvi.
Katie: Bene. Quindi, “Lo zio Ralph dovrebbe salvarti”. È vero?
Marty: Se fosse una persona d'onore, sì.
Katie: Perché? Di chi era il denaro che hai investito?
Marty: In parte suo e in parte mio.
Katie: Bene, suo e tuo. Guardiamo il tuo. L'hai investito in base a consigli
di borsa che ti sei dato dopo averli sentiti da tuo zio.
Marty: Sì.
Katie: E lui dovrebbe salvarti?
Marty: Beh, se la metti così... no.
Katie: Bene. Quindi, che cosa c'entra tuo zio in tutto questo, salvo averti
consigliato quello che in quel momento pensava fosse vero?
Marty: Niente.
Katie: Esatto: niente.
Marty: Il fatto è che, in questo momento, per me tutta questa cosa è molto
mentale. È solo nella testa. Sono ancora arrabbiato.
Katie: Stai con il processo. Se in questo momento ti sembra soltanto
mentale, è perché così deve essere. Come reagisci quando credi al
pensiero che dovrebbe salvarti? O che sarebbe il tuo supremo bene
spirituale se ti salvasse?
Marty: Provo ansia, terrore e tutta questa robaccia che non vorrei sentire.
Katie: E puoi concentrarti su quello, e tu non devi più salvarti.
Marty: Giusto.
Katie: Tu ti focalizzi sul pensiero che dovrebbe farlo, dici a te stesso di
avere ragione, e non vinci mai, perché non puoi vincere. La verità è che
non deve salvarti. Non ha investito i tuoi soldi. Tu l'hai fatto.
Marty: Sì.
Katie: Focalizzarti là fuori, su di lui, invece che su ciò che è vero, ti
impedisce di conoscere e quindi di vivere la tua integrità, che è salvare te
stesso. Sai, non c'è niente di più dolce che salvare te stesso. Chi ti ha
cacciato in tutto questo? Tu stesso. A chi sta uscirne, se tuo zio dice che
non lo farà? Sta a te. Se lo facesse lo zio Ralph, non ti renderesti mai
conto che sei in grado di farlo tu.
Marty: È vero.
Katie: E quando lo zio Ralph dice di no, ti risenti con lui, continui a
focalizzarti su di lui e non ti salvi, perché non sei nella posizione di
renderti conto che puoi farlo. E morirai gridando: “Non è giusto! Che
cosa ho fatto per meritarmi uno zio senza cuore?”.
Marty: Sono d'accordo con te, è vero.
Katie: Dammi un motivo non stressante per tenerti la mitologia che tuo zio
dovrebbe salvarti, quando la realtà è che non lo fa.
Marty: Per lui, sarebbe un po’ più di un conto al ristorante.
Katie: Questa è buona! Quello che ho scoperto subito è che nell'universo ci
sono tre tipi di affari: i miei, i tuoi e quelli di Dio. Se non vuoi usare la
parola Dio, sostituiscila con natura o realtà. È un test di discernimento. I
suoi soldi, sono affari di chi?
Marty: Suoi.
Katie: Esatto.
Marty: Ne faccio un mio affare, ed è questo che fa male.
Katie: Sì. Ecco quello che ho scoperto. Se entro mentalmente negli affari di
un altro, inizio a sentire dentro di me questo stress. I medici lo chiamano
ulcera, ipertensione, cancro... e tutto il resto. E poi la mente si attacca a
queste cose e costruisce tutto un sistema per tenersi la prima menzogna.
Lascia che le tue sensazioni ti dicano quando inizia la prima menzogna.
Poi indaga. Altrimenti ti perdi nelle sensazioni e nelle storie che le
provocano, e tutto quello che sai è che stai male e che la tua mente non
smette di correre. Se indaghi, scopri subito la prima menzogna notando le
tue sensazioni. E puoi fermare la mente mettendo sulla carta la storia a
cui ti sei attaccato. Lì c'è una parte ferma della mente stressata, anche se
può continuare a strillare nella tua testa. Poi sottoponi le tue affermazioni
ad indagine, fai le quattro domande e rigira le tue affermazioni. Tutto qui.
Sei tu quello che può renderti libero, non tuo zio. O ti salvi da te, oppure
nessuno ti salverà. Non te ne sei accorto?
Marty: Sono d'accordo con tutto quello che hai detto. È assolutamente vero.
È che, in questo momento, non sono in contatto con la mia capacità di
salvarmi da solo.
Katie: Sai, in questo paese esiste la bancarotta. Se mi ci metto dentro ne
esco. Dichiaro bancarotta e alla fine pago ogni mio debito, perché vivere
in questo modo mi offre la libertà che cercavo. Non importa se è solo
qualche centesimo al mese. Anch'io mi comporto da persona d'onore, non
perché sono spirituale, ma perché se non lo faccio sto male. Molto
semplice.
Marty: Sì, il motivo è questo, sono d'accordo.
Katie: La gente pensa: “Quando avrò un mucchio di soldi sarò felice”. Io
invece dico: saltiamo quella parte e siamo felici adesso. Ti ci sei cacciato
tu, tuo zio non c'entra niente.
Marty: Sì, concordo. Comincio a capire che lui non c'entra. L'ho fatto io e
da un lato è eccitante, ma dall'altro è anche: “Oh, merda!”.
Katie: Sì, benvenuto nella realtà. Quando iniziamo a vivere nella realtà e la
vediamo per quella che è, senza le nostre vecchie storie, è una cosa
incredibile. Guarda questo per un momento senza nessuna storia. È tutto
realtà: Dio. Lo chiamo Dio perché dirige, perché è sempre ciò che è. Il
mito della responsabilità di uno zio mi impedisce di esserne consapevole.
È così semplice. Allora, i soldi di tuo zio sono affari di chi?
Marty: Suoi.
Katie: E quello che fa con i suoi soldi, sono affari di chi?
Marty: Suoi.
Katie: Magnifico!
Marty: Adesso, queste due cose mi sono chiare. Prima no, pensavo davvero
che fossero affari miei.
Katie: E ti aspetti di ereditare da lui?
Marty: Sì.
Katie: Bene. Adesso, di chi è quel denaro?
Marty: Suo.
Katie: E quello che fa del suo denaro, sono affari di chi?
Marty: Suoi.
Katie: Non è magnifico? La vita è così semplice quando ci riprendiamo i
nostri affari.
Marty: Non mi sento molto bene riguardo a questo, adesso.
Katie: Tesoro, quando comprendiamo qualcosa di così fondamentale, a
volte siamo come un puledrino appena nato. Le zampe non ci sorreggono
ancora. Traballiamo e dobbiamo stenderci. Ti suggerisco, alla fine di
questa sessione, di appartarti e di stare un po’ con quello che inizi a
comprendere. È una cosa grande. Vediamo la frase successiva.
Marty: Certo. Lo zio Ralph deve pagare i miei debiti e darmi centomila
dollari.
Katie: Magnifico! Che bello! Rigira.
Marty: Io dovrei pagare i miei debiti e darmi centomila dollari.
Katie: Davvero eccitante. Se la tua mente non è più negli affari di un altro,
sarai stupito dallo spazio che ti si apre davanti, il potere che si apre per
risolvere i tuoi problemi. È... no, non si può dirlo. Non si può proprio
dirlo. Ma è la verità che ci rende liberi di agire con amore e chiarezza, ed
è così eccitante. Ora fai un altro rigiro. “Io...”.
Marty: Io dovrei pagare i miei debiti e darmi centomila dollari.
Katie: ...e dare a mio zio centomila dollari. [Marty e il pubblico ridono]
Marty: Oh Dio!
Katie: Qualunque sia la cifra che gli devi.
Marty: Devo pagare i miei debiti e... Probabilmente gli devo proprio
centomila dollari.
Katie: Ecco quello che è.
Marty: Devo pagare i miei debiti e dare a mio zio centomila dollari.
Cacchio!
Katie: Sì, per il tuo stesso bene. Anche se tuo zio possedesse miliardi di
dollari, non ha importanza. Lo fai per te.
Marty: Sono d'accordo. Assolutamente d'accordo.
Katie: Bene. “Dovrebbe darti centomila dollari”. Perché?
Marty: Rimetterebbe a posto due anni e mezzo di lavoro.
Katie: E saresti felice?
Marty: Beh, no.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che dovrebbe darti centomila
dollari?
Marty: Sono risentito.
Katie: Sì. Chi o che cosa saresti senza questo pensiero?
Marty: Libero.
Katie: Vediamo l'affermazione seguente.
Marty: [Ridendo] Ho bisogno che lo zio Ralph mi salvi il culo dal disastro
finanziario. Questo è isterico!
Katie: Rigirala.
Marty: Io devo salvarmi il culo dal disastro finanziario.
Katie: Vedi che hai iniziato a mettere fine alla tua sofferenza? C'è gente che
a novant'anni, sul letto di morte, continua a dire: “È tutta colpa di mio
zio”. Noi non dobbiamo più fare così. Questa è l'offerta che facciamo qui.
Giudica tuo zio, scrivi i tuoi giudizi, fai le quattro domande e i rigiri. Poi
mandagli un biglietto di ringraziamento. Come facciamo a sapere che per
te è il bene più grande che tuo zio non ti abbia salvato? Perché non l'ha
fatto. Ti è stato fatto un grande dono, e quando entri nella verità il dono
diventa tangibile e a tua disposizione. E tu ritorni un ragazzino: nuovo.
Marty: Mi piacerebbe.
Katie: Apprezzo davvero il tuo coraggio. Sarebbe meraviglioso parlargli e
spiegargli i rigiri, naturalmente con parole tue. Ad esempio, potresti
dirgli: “Zio Ralph, ogni volta che ti chiamo voglio qualcosa da te. E
voglio che tu sappia che io
so di farlo. Adesso mi è chiaro. Non mi aspetto assolutamente che tu mi
salvi. Ho capito che il tuo denaro è tuo, che te ne devo e che ci sto
lavorando, e se hai dei suggerimenti sono disposto ad ascoltarli. Mi dispiace
sinceramente per quello che ho fatto”. E quando ti dirà che ha degli ottimi
consigli di borsa, potrai ringraziarlo, decidere per conto tuo e non accusare
lui se li segui e perdi dei soldi. Tu ti sei dato quei consigli.
Marty: Sì. In realtà sono stato io a chiederglieli, perché avevo messo da
parte un po’ di soldi, sapevo che lui ne aveva molti, e volevo un consiglio
su come investirli.
Katie: La migliore borsa in cui investire siamo noi stessi. Conoscere questa
verità è meglio che scoprire una miniera d'oro.
Marty: Quello che mi hai detto di dire a mio zio al telefono, per quello che
riesco a ricordare, mi intimorisce molto.
Katie: Certo. Tu passi dalla parte del torto e lui da quella della ragione.
Marty: E non so nemmeno se è disposto ad ascoltarmi.
Katie: No, non puoi saperlo. Vediamo la prossima frase.
Marty: Non voglio mai più ascoltare i suoi consigli finanziari, non voglio
dovergli mai più dei soldi, né subire le sue stronzate rabbiose, infantili e
meschine.
Katie: Potresti farlo di nuovo, anche solo nella tua mente. Dentro di te può
esserci ancora qualche residuo. Ti assicuro che, quando lasci andare
anche un'unica cosa, tutto il resto cade come le tessere del domino,
perché stiamo lavorando con i concetti, con le teorie che non sono mai
state indagate. Questi concetti potranno ripresentarsi, e questa è la buona
notizia quando sai come affrontarli. Potrai aspettarti di nuovo qualcosa da
lui, ma sentirai dolore se non sarà allineato con la tua integrità.
Marty: È vero. Sì, è assolutamente vero. È dura da ammettere, ma è vero.
Katie: Sì, ma è più facile ammetterlo che non ammetterlo.
Marty: Non so, non so se ci sono già arrivato, ma...
Katie: Puoi rivedere tutto lo scenario nella tua mente e, se rimane ancora
qualcosa a cui sei attaccato, se qualcosa fa male, ti ricondurrà
immediatamente al Lavoro. Ora rileggi la frase, iniziando con: “Sono
disposto a...”.
Marty: D'accordo. Sono disposto ad ascoltare i suoi consigli finanziari e a
dovergli dei soldi? [Pausa] Penso di esserlo. Sono disposto ad ascoltare i
suoi consigli finanziari e a dovergli dei soldi, e sono disposto a subire le
sue stronzate rabbiose, infantili e meschine.
Katie: Sì, perché se ti fa sentire a disagio ti riporta immediatamente al
Lavoro, se vuoi la libertà. Ora, “Non vedo l'ora di...”.
Marty: Non vedo l'ora di... Aspetta un attimo. Sono confuso, ora.
Katie: Fallo semplicemente. Abbi fiducia nel processo. “Non vedo l'ora
di...”.
Marty: D'accordo. Non vedo l'ora di ascoltare i suoi consigli finanziari e di
dovergli dei soldi, e di subire le sue stronzate rabbiose, infantili e
meschine?
Katie: Sì, perché è possibile che tu riveda molte altre volte questo scenario.
Marty: È improbabile, perché non credo che mi darà altri consigli né che
avrò mai altro denaro da giocare in borsa. E non voglio certo riprovarci.
Katie: Potresti ritrovarti in questo stesso scenario nel cuore della notte,
svegliandoti in un bagno di sudore.
Marty: Oh!
Katie: In genere è questo il momento in cui accadono queste cose.
Marty: È vero.
Katie: Allora puoi prendere carta e penna, giudicare di nuovo tuo zio e darti
una ripulita. Ogni concetto esistente è dentro di te. Non è personale.
Dopo tutte queste migliaia di anni, i pensieri sono ancora dentro di noi, in
attesa di venire finalmente accolti con amicizia e con un po’ di
comprensione, invece di ingoiare pillole, fuggire, nascondersi, opporsi o
rifugiarci nel sesso, dato che non sappiamo che cos'altro fare con loro.
Quando sorgono i pensieri, accoglili con integrità. “Mi deve...”. È vero?
Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Come reagisci, cosa
accade, quando credi a questo pensiero? Interroga te stesso. E chi saresti
senza questo pensiero? Avresti uno zio a cui volere bene e saresti
responsabile di te stesso. Finché non amerai tuo zio incondizionatamente,
il tuo Lavoro non è completo. Chiudi gli occhi e immagina tuo zio che
vuole aiutarti. Vedilo senza la tua storia.
Marty: Posso dirti qual è stata la mia esperienza?
Katie: Certo.
Marty: Sto ancora male per le sue parole dure.
Katie: Bene, parole dure. Rigira. “Sto ancora male...”.
Marty: Sto ancora male per le mie parole dure...
Katie: ...che hai rivolto mentalmente contro di lui.
Marty: Sto ancora male per le mie parole dure che ho rivolto mentalmente
contro di lui ?
Katie: Sì.
Marty: Forse gli altri qui stanno capendo qualcosa, ma io no.
Katie: Puoi fare un esempio di parole dure?
Marty: “Marty, non capisci niente. Ti ho detto di fare in un modo e tu hai
fatto a modo tuo...”.
Katie: Bene, fermati qui. Non potrebbe darsi che lui abbia ragione e che sia
proprio questo che non vuoi sentire? Queste non sono parole dure.
Parliamo di abuso verbale quando qualcuno ci dice una cosa vera di noi
che non vogliamo sentire. O meglio, pensiamo di non voler sentire. Ma,
dentro di noi, abbiamo fame di verità.
Marty: Va bene, lo vedo. È vero.
Katie: Non esiste l'abuso verbale. C'è solo qualcuno che mi dice una verità
che non voglio sentire. Se fossi davvero capace di ascoltare il mio
accusatore, troverei la mia libertà. L‘io’ con cui ti identifichi non vuole
essere scoperto, perché sarebbe la sua morte. Se ad esempio qualcuno mi
dice che ho mentito, vado dentro di me per vedere se ha ragione. Se non
trovo menzogne nella situazione a cui si riferisce, le trovo in altre
situazioni, magari di vent'anni fa. E così posso dire: “Tesoro, sono una
bugiarda. Vedo dove hai ragione su di me”. Abbiamo trovato qualcosa in
comune. L'altro sa che sono una bugiarda e ora lo so anch'io. Siamo uniti,
siamo connessi. Siamo in accordo. Attraverso gli altri conosco delle parti
di me. Questo è l'inizio dell'amore per se stessi.
Marty: È vero. Mio Dio, non l'avevo mai visto prima!
Katie: Se tuo zio ti dice qualcosa che ti ferisce, ti ha appena rivelato
qualcosa che non vuoi ancora vedere. Quell'uomo è un Buddha. [Il
pubblico ride e ride anche Marty] Le persone che ci sono vicine ci danno
tutto quello di cui abbiamo bisogno, per realizzarci ed essere liberi dalla
menzogna. Tuo zio sa esattamente che cosa dire, perché lui è te stesso
che ridà te a te stesso. Ma tu dici: “Vattene, non voglio sentire”. E lo dici
soprattutto nella tua mente, perché pensi che, se fossi sincero con lui
riguardo a quello che dice, potrebbe non darti più dei soldi. Oppure
affetto o riconoscimento.
Marty: Non mi ha mai dato nessun riconoscimento.
Katie: Magnifico! Mi piace questo tipo. [Marty e il pubblico ridono] Lascia
che il riconoscimento te lo dia tu e lui si tenga la sua verità.
Marty: Se lo conoscessi, non credo che lo riterresti un essere illuminato.
Katie: Quello che so è che conosce le cose di te che tu non hai voluto
ancora guardare. E la verità è che lui può condurti alle cose che vuoi
vedere davvero. Se vai a dire a un amico: “Mio zio mi ha trattato
malissimo”, l'amico ti dirà: “Poverino, che ingiustizia”. Per questo ti
consiglio di andare da un nemico, che non ti offrirà nessuna simpatia.
Cerchi rifugio negli amici perché puoi contare su di loro per avvalorare la
tua storia. Ma un nemico ti dirà in modo diretto quello che vuoi davvero
sapere, anche se pensi di non volerlo sapere. Tuo zio può offrirti del
materiale inestimabile se davvero vuoi conoscere la verità. Ma, finché
non vuoi, dovrai avercela con lui.
Marty: Stai dicendo che tutto ciò da cui mi difendo è la verità che non
voglio vedere? Cavolo! Non mi stupisce più di avere considerato mio zio
come un nemico. È stupefacente!
Katie: Gli zii non sono mai stati il problema e non lo saranno mai. Il
problema sono i pensieri che non hai ancora indagato riguardo a tuo zio.
Attraverso l'indagine ti rendi libero. In realtà, tuo zio è Dio travestito da
zio. Ti sta dando tutto quello che ti serve per la tua libertà.

Arrabbiata con
le grandi aziende americane
Mi pongono spesso la domanda: “Se faccio Il Lavoro e non sono più
preoccupato per il bene del pianeta, perché mai dovrei impegnarmi in
un'attività sociale? Se sono perfettamente in pace, perché dovrei disturbarmi
a fare qualunque cosa?”. La mia risposta è: “Perché è quello che fa
l'amore”.
La paura di non avere più paura è una delle maggiori pietre d'inciampo
per le persone che cominciano l'indagine. Credono che, senza stress e senza
paura, non avrebbero lo stimolo ad agire, che se ne starebbero senza far
niente, con un filo di bava che gli scende dall'angolo della bocca. Chiunque
dia l'impressione che la pace sia inattiva non ha mai conosciuto la pace
come la conosco io. Io sono perfettamente motivata senza bisogno della
rabbia. La verità ci rende liberi e la libertà agisce.
A volte, quando vado con qualcuno nel deserto, vedono una lattina sotto
un cactus e dicono: “Come si fa a rovinare così questo deserto magnifico?”.
Ma quella lattina è il deserto. È ciò che è. Come potrebbe essere fuori
luogo? I cactus, i serpenti, gli scorpioni, la sabbia, la lattina, noi: tutto
quanto. Questa è la natura, non un'immagine mentale del deserto senza la
lattina. Senza nessuno stress o giudizio, noto che la raccolgo. In alternativa
potrei raccontare la storia dell'umanità che inquina la Terra, che non c'è fine
all'egoismo e all'avidità umana, e raccoglierei la lattina arrabbiata e
amareggiata. In entrambi i casi, quando per la lattina è venuto il momento
di spostarsi, io vedo che sono lì, in quanto natura, e la raccolgo. Chi sarei
senza la mia storia non indagata? Una che raccoglie felicemente una lattina.
E se qualcuno mi vede e pensa che il mio gesto sia giusto, potrà
raccoglierne un'altra. Agiamo già come una comunità, al di là dei nostri
programmi. Senza una storia, senza un nemico, l'azione è spontanea, precisa
e infinitamente gentile.

Margaret: Voglio che le grandi aziende inizino ad assumersi le loro


responsabilità, che inizino a rispettare la vita, ad avere attenzione per il
futuro, a proteggere l'ambiente e i paesi del terzo mondo, a smettere di
abusare degli animali e di pensare soltanto ai soldi.
Katie: “Pensano soltanto ai soldi”. Puoi sapere con assoluta certezza che è
vero? Non dico che non lo sia. Non sono qui con una filosofia di giusto e
sbagliato. Indago semplicemente.
Margaret: Beh, sembrerebbe così.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che pensano soltanto ai
soldi?
Margaret: Mi sento arrabbiata e frustrata, e non voglio dare loro il mio
appoggio.
Katie: Sì, anche se in realtà le appoggi. Compri i loro prodotti, usi la loro
elettricità, il loro petrolio e la loro benzina. Ti senti in colpa ma continui
a farlo, e forse trovi delle giustificazioni al tuo comportamento,
esattamente come fanno loro. Dammi un motivo non stressante per
pensare che quella gente pensa soltanto ai soldi.
Margaret: In questo modo posso fare la differenza, o almeno fare quello
che posso.
Katie: Hai detto che, se credi a questo pensiero, provi rabbia e frustrazione.
E come vivi pensando di fare la differenza, mentre loro continuano ad
abbattere alberi? Credi che il pianeta si possa salvare solo attraverso altro
stress? Allora, dammi un motivo non stressante per credere a questo
pensiero.
Margaret: Non c'è un motivo non stressante.
Katie: Nessun motivo non stressante? Chi saresti senza questo pensiero,
senza questa filosofia che loro sono interessati solo ai soldi?
Margaret: Sarei in pace, felice. Forse avrei più chiarezza.
Katie: Sì. E forse saresti più efficiente, attiva, meno confusa e nella
posizione di fare una vera differenza in modi che non immaginavi
neppure. Nella mia esperienza, la chiarezza fa agire con più efficacia
della violenza e dello stress. Non si fa nemici per strada e quindi può
sedersi tranquillamente al tavolo delle trattative, faccia a faccia con
chiunque vi sia seduto.
Margaret: È vero.
Katie: Se vado dal dirigente di una grande azienda o da un boscaiolo, con il
dito puntato, accusando lui e la sua società di distruggere l'atmosfera, per
quanto vera sia la mia accusa, pensi che sarà aperto a quello che dico? Il
mio atteggiamento lo spaventerà e la realtà dei fatti andrà perduta, perché
anch'io agisco a partire dalla paura. Sentirà soltanto le accuse e le
condanne, negherà e si metterà sulle difensive. Ma se gli parlo senza
stress, con totale fiducia che le cose debbano essere come sono in questo
momento, potrò esprimermi gentilmente e senza paura del futuro. “Questi
sono i fatti. Come possiamo migliorarli assieme? Vedi un'altra via? Come
suggerisci di procedere?”. E, quando parla, sarò capace di ascoltarlo.
Margaret: Capisco.
Katie: Tesoro, facciamo il rigiro e vediamo che esperienza ne trai. Rigira la
tua affermazione numero due. Riformula usando “Io...”.
Margaret: Voglio che io inizi ad assumermi le mie responsabi lità, che io
inizi a rispettare la vita, ad avere attenzione per il futuro. Voglio
proteggere l'ambiente e i paesi del terzo mondo, e voglio smettere di
abusare degli animali. Io voglio smettere di pensare soltanto ai soldi.
Katie: È suonato qualche campanello?
Margaret: Beh, è esattamente quello... è quello a cui lavoro tutti i giorni.
Katie: E non è meglio lavorarci senza frustrazione, stress e rabbia? Se vieni
da noi, dirigenti di una grande azienda, pretendendo di avere ragione,
tutto ciò che vediamo è un nemico. Se invece vieni da noi con chiarezza,
ti ascolteremo parlare di quello che nel nostro cuore sappiamo già
riguardo al benessere del pianeta, ascolteremo te e le tue proposte senza
sentirci minacciati e senza doverci mettere sulle difensive. Ti vedremo
come una persona gradevole e amorevole, in cui avere fiducia e con cui è
facile collaborare. Questa è la mia esperienza.
Margaret: Sì, è vero.
Katie: La guerra insegna soltanto la guerra. Se tu ripulisci il tuo ambiente
mentale, noi ripuliremo molto più rapidamente l'ambiente esterno.
Funziona così. Vediamo la frase successiva.
Margaret: Le grandi aziende dovrebbero prendersi cura e ripagare il
pianeta, usare i loro soldi per sostenere i gruppi ambientalisti, per creare
habitat e per appoggiare la libertà di informazione; dovrebbero
risvegliarsi e cominciare a pensare al domani.
Katie: Quindi, “Non si prendono cura”. Puoi sapere con assoluta certezza
che è vero?
Margaret: Sembra di sì. Non credi?
Katie: A me non sembra, ma capisco la tua posizione. Come reagisci
quando credi al pensiero “Non si prendono cura”?
Margaret: A volte mi sento terribilmente depressa. Ma è un bene, perché mi
fa anche arrabbiare. Divento motivata e mi impegno ancora di più per
fare la differenza.
Katie: Come senti la rabbia dentro di te?
Margaret: Fa male. Non tollero quello che stanno facendo al nostro pianeta.
Katie: La rabbia ti crea violenza dentro?
Margaret: Sì.
Katie: La rabbia è violenta. Sentilo.
Margaret: Ma mi motiva ad agire. Avere un po’ di stress è positivo. Ne
abbiamo bisogno per cambiare le cose.
Katie: Quello che sento da te è che la violenza funziona, che la violenza è la
via verso una soluzione pacifica. Per me, questo non ha senso. L'umanità
ha tentato di dimostrare questo punto per eoni. Stai dicendo che la
violenza è salutare per te, ma che le grandi aziende non devono fare
violenza al pianeta. “Scusatemi, grandi aziende, dovete smettere di fare
violenza al mondo e trattarlo bene. Oh, a proposito, nella mia vita la
violenza funziona benissimo”. Allora, “Hai bisogno di violenza per
sentirti motivata”. È vero?
Margaret: [Dopo una pausa] No. Queste esplosioni di rabbia mi lasciano
depressa e spossata. Stai dicendo che, senza violenza, sarei altrettanto
motivata?
Katie: No, tesoro, l'hai detto tu. Io dico che non ho bisogno della rabbia o
della violenza per fare le cose o per motivarmi in alcun modo. Se
provassi rabbia, applicherei Il Lavoro al pensiero che c'è dietro. Così,
l'unico fattore motivante che rimane è l'amore. C'è qualcosa di più
potente dell'amore? Pensa alla tua esperienza. Che cosa potrebbe essere
più motivante? Hai detto che rabbia e paura provocano depressione.
Pensa a quando ami qualcuno: quanto diventi motivata! Chi saresti senza
il pensiero di avere bisogno della violenza come fattore motivante?
Margaret: Non so. Mi sembra un po’ strano.
Katie: Tesoro, fai il rigiro. “Io...”.
Margaret: Io non mi prendo cura. Sì, è vero. Io non mi sono presa cura di
queste persone. E io dovrei prendermi cura e ripagare il pianeta. Io devo
usare i miei soldi per sostenere i gruppi ambientalisti, per creare habitat e
per appoggiare la libertà di informazione. Io devo risvegliarmi e
cominciare a pensare al domani.
Katie: Sì. E se lo fai con sincerità, senza violenza nel cuore, senza rabbia,
senza vedere nelle grandi aziende il nemico, altri lo noteranno.
Inizieremo a capire che il cambiamento pacifico è possibile. Ma deve
iniziare da una persona. Se questa persona non sei tu, chi sarà?
Margaret: Sì, è vero. Assolutamente vero.
Katie: Vediamo la frase successiva.
Margaret: Ho bisogno che smettano di danneggiare e distruggere, che
inizino a fare la differenza e ad avere rispetto per la vita.
Katie: Quindi, “Hai bisogno che lo facciano”. È vero?
Margaret: Sarebbe un grande inizio.
Katie: “Hai bisogno che lo facciano”. È vero?
Margaret: Certo.
Katie: Stai andando dentro di te? Ti stai realmente interrogando? “Hai
bisogno che loro disinquinino”. È vero?
Margaret: Sì, non ne ho bisogno per la mia sopravvivenza quotidiana, ma
sarebbe una grande cosa.
Katie: Ti ascolto. Ed è di questo che hai bisogno per essere felice?
Margaret: È quello che vorrei. Capisco quello che vuoi dire, ma...
Katie: Questo ti crea dentro un'enorme paura. Come reagisci quando credi
al pensiero che è questo di cui hai bisogno, ma le grandi aziende fanno...
oh mio Dio, fanno quello che fanno? Non stanno certo a sentire te. Non
figuri nemmeno tra i loro consulenti. [Risate tra il pubblico] Non
prendono le tue telefonate, ti fanno parlare solo con la segreteria
telefonica. Come reagisci quando credi al pensiero che hai bisogno che
loro disinquinino e non lo fanno?
Margaret: Con frustrazione, dolore. Divento irrequieta, arrabbiata,
spaventata.
Katie: Sì, molte persone non vogliono mettere al mondo figli a causa di
questo pensiero non indagato. Rimanendo attaccati a questa credenza,
vivono nella paura. Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questa
credenza? Non ti sto chiedendo di lasciarla andare.
Margaret: Sì, di motivi ne vedo tanti, ma ho davvero paura che...
Katie: Se lasciassi andare questo pensiero, che cosa accadrebbe?
Margaret: Che non mi prenderei più cura di niente.
Katie: Ti chiedo: “Se non credessi più a questo pensiero, non ti prenderesti
più cura dell'ambiente, ti disinteresseresti dell'ambiente”. Puoi sapere con
assoluta certezza che è vero?
Margaret: No.
Katie: Se non soffriamo, non ci impegniamo. Che pensiero! Come reagisci
quando credi al pensiero che è lo stress che si prende cura, che è la paura
che si prende cura? Come reagisci quando credi a questo pensiero? In
questo modo diventiamo i paladini della sofferenza. Per una buona causa,
in nome dell'umanità. Sacrifichiamo la nostra vita alla sofferenza. Gesù
soffrì per ore sulla croce. Per quanti anni hai vissuto con quei chiodi
conficcati nel corpo?
Margaret: Capisco.
Katie: Rigira, tesoro.
Margaret: D'accordo. Io devo smettere di danneggiare e distruggere.
Katie: Smetti di danneggiare e distruggere te stessa in nome del
risanamento del pianeta. “Quando il pianeta sarà risanato, sarò in pace”.
Ha senso? È con il tuo dolore che risaneremo il pianeta? Pensi che se
soffri abbastanza, se stai abbastanza male, qualcuno ti ascolterà e farà
qualcosa al riguardo?
Margaret: Sì, capisco. Io ho bisogno di cominciare a fare la differenza. E ho
bisogno di rispettare la mia vita.
Katie: Sì, la tua. Questo è un inizio.
Margaret: Devo iniziare a rispettare la mia vita.
Katie: Sì. Prenditi cura di te stessa e quando avrai trovato la pace, quando il
tuo ambiente mentale sarà in equilibrio, potrai essere l'esperto che ridarà
equilibrio al pianeta, senza paura, con grande cura ed efficienza. Nel
frattempo fai del tuo meglio come facciamo tutti, anche noi delle grandi
aziende. Come può una persona interiormente squilibrata e frustrata
insegnare agli altri ad agire con chiarezza? Per prima cosa dobbiamo
imparare a farlo noi, iniziando dal nostro interno. La violenza insegna
solo la violenza. Lo stress insegna lo stress. La pace insegna la pace. E
per me, la pace è perfettamente efficiente. Ben fatto, tesoro. Buon
Lavoro.
Preferisci avere ragione
o essere libero?
7

Fare Il Lavoro sulle autocritiche


Una volta, per il suo compleanno, comprai al mio nipotino Race un Darth
Vader di plastica che mi aveva chiesto. Compiva tre anni, non sapeva niente
di Guerre Stellari, ma voleva il Darth Vader. Mettendo una moneta nel
Darth Vader, esce la musica di Guerre Stellari e il suo respiro meccanico.
Poi il Darth Vader dice: “Impressionante, ma non sei ancora uno Jedi”, e
sollevava la spada per sottolineare la cosa. Quando lo sentì per la prima
volta, Racey mi disse: “Nonna, non sono uno Jedi”, e scosse la testolina.
“Tesoro, sei il piccolo Jedi della nonna”, lo consolai. “No”, ripeté,
scuotendo di nuovo la testolina.
Circa una settimana dopo lo sentii al telefono. “Tesoro, sei uno Jedi? Sei
il piccolo Jedi della nonna?”. Con una vocina triste triste, rispose: “No”.
Non sapeva nemmeno che cosa fosse uno Jedi, non ce l'aveva mai chiesto,
eppure voleva essere uno Jedi. Era un bambino che prendeva ordini da un
pupazzo di plastica e soffriva di una cocente delusione alla matura età di tre
anni.
Poco tempo dopo, un amico mi invitò a fare un volo sul deserto sul suo
aereo. Gli raccontai la faccenda dello Jedi e gli chiesi se Racey poteva
venire con noi. Rispose di sì sorridendo, perché gli era venuta un'idea. Si
mise d'accordo con la torre di controllo e all'atterraggio udimmo una voce
che diceva: “Racey, adesso sei uno Jedi! Sei uno Jedi!”. Racey sgranò gli
occhi per la sorpresa. Gli chiesi se adesso era uno Jedi, ma non rispose. A
casa andò di corsa dal Darth Vader. Infilò la moneta, musichetta e respiro
meccanico, la spada si alzò e il pupazzo disse: “Impressionante, ma non sei
ancora uno Jedi”. Purtroppo era così. Feci di nuovo a Racey la stessa
domanda, e mi rispose: “No, nonna”.
Molti si giudicano incessantemente come quel pupazzo di plastica che
ripeteva la sua registrazione, ricordando ogni volta a noi stessi che cosa
siamo e che cosa non siamo. Una volta indagate, queste autocritiche
svaniscono semplicemente. Se hai seguito le istruzioni e hai fatto Il Lavoro
puntando il dito accusatore contro l'esterno, avrai notato che i tuoi giudizi
sugli altri si rigirano verso di te. Quando questi giudizi, rigirati, ti
provocano una sensazione sgradevole, puoi essere certo di avere scoperto
una credenza su te stesso che non hai ancora indagato. Per esempio: “Deve
amarmi” diventa “Devo amarmi”, e se questo pensiero ti provoca stress
potresti avere voglia di dargli un'occhiata.
Acquistando familiarità con le quattro domande e i rigiri, scoprirai che
Il Lavoro è altrettanto potente se applicato ai giudizi su te stesso. Vedrai che
il “tu” che giudichi non è più personale di chiunque altro. Il Lavoro ha a che
fare con i concetti, non con le persone.
Le quattro domande si usano nello stesso modo quando le applichi alle
autocritiche. Prendiamo ad esempio l'autocritica “Sono un fallimento”.
Prima, indaga con le domande 1 e 2: È vero? Posso sapere con assoluta
certezza che è vero che sono un fallimento? Mia moglie o mio marito
possono dire così, i miei genitori possono dire così e io posso dire così, ma
posso sapere con assoluta certezza che è vero? Non potrebbe essere che ho
sempre vissuto la vita che dovevo vivere e che tutto quello che ho fatto era
quello che dovevo fare? Poi passa alla domanda 3: fai una lista dei modi in
cui reagisci, delle sensazioni fisiche che provi, e di come tratti te stesso e gli
altri quando credi al pensiero “Sono un fallimento”. Che cosa fai
esattamente? Che cosa dici esattamente? Ti cadono le spalle? Scatti contro
chiunque? Apri troppo spesso il frigorifero? Continua con la tua lista. Poi
vai dentro di te con la domanda 4: sperimenta come sarebbe la tua vita se
non avessi più questo pensiero. Chiudi gli occhi e immagina chi saresti
senza il pensiero “Sono un fallimento”. Stai in silenzio mentre osservi. Che
cosa vedi?
I rigiri delle autocritiche possono essere davvero radicali. Applicando il
rigiro a 180 gradi, “Sono un fallimento” diventa “Non sono un fallimento”
o “Sono una persona di successo”. Vai dentro con questo rigiro e lascia che
ti riveli come è altrettanto vero o più vero della tua affermazione originaria.
Fai una lista delle cose in cui hai successo. Porta queste verità fuori dal
buio. Alcuni di noi trovano questo estremamente difficile all'inizio, e
possono sentirsi troppo pressati per trovare anche un unico esempio.
Prenditi tutto il tempo che ti serve. Se vuoi davvero conoscere la verità,
lascia che la verità si riveli da sola. Ogni giorno, trova tre cose in cui hai
avuto successo. Potrebbero essere: uno, “Mi sono lavato i denti”; due, “Ho
lavato i piatti”; tre, “Ho respirato”. È magnifico avere successo nell'essere
ciò che sei, che tu lo realizzi o no.
A volte, sostituire il pronome “io” con l'espressione “i miei pensieri” o
“il mio modo di pensare” porterà una consapevolezza. “Io sono un
fallimento” diventa “I miei pensieri sono un fallimento, soprattutto riguardo
a me stesso”. Puoi capirlo chiaramente andando dentro di te per trovare la
risposta alla domanda 4. Senza il pensiero “Sono un fallimento”, non sei
perfettamente a posto? È il pensiero che è doloroso, non la tua vita.
Non rimanere incastrato nei rigiri, come se ci fosse un modo giusto e un
modo sbagliato di farli. Se per te un rigiro non funziona, non preoccuparti.
È come deve essere. Passa semplicemente all'affermazione successiva,
indaga con sincerità e lascia che siano i rigiri a trovare te.

Spaventata dalla vita

Amo molto il dialogo che segue, perché dimostra che Il Lavoro può
scorrere con fluidità come una piacevole conversazione. Quando faciliti
altre persone o te stesso, non devi sempre fare le quattro domande
nell'ordine prestabilito né seguire una formula fissa. Ciò è particolarmente
utile quando qualcuno, tu o l'altro che stai facilitando, è spaventato e i
pensieri dolorosi rimangono nascosti.
All'inizio del dialogo Marilyn, la dolce donna che è con me sul palco,
era così timida che teneva il suo foglio davanti al viso per nascondersi al
pubblico. Tuttavia, alla fine del nostro dialogo, irradiava amore e fiducia.

Marilyn: Credo di non avere seguito le regole, perché ho scritto di me


stessa.
Katie: Sì, non hai seguito le regole, ma va bene. Lo facciamo. Non esistono
errori. È impossibile fare Il Lavoro in modo sbagliato. Io suggerisco di
giudicare prima gli altri e poi noi stessi, ma possiamo scoprire che siamo
noi quel qualcun altro. È la stessa cosa. Bene, sentiamo che cosa hai
scritto.
Marilyn: D'accordo. Sono arrabbiata con Marilyn...
Katie: Marilyn sei tu?
Marilyn: Sono io. ...perché è nel modo in cui è. Voglio che Marilyn sia
libera. Voglio che riesca a superare tutte le sue paure e la sua rabbia.
Katie: Di che cosa hai paura, tesoro?
Marilyn: Ho paura di partecipare alla vita.
Katie: Puoi fare un esempio? Dimmi di più, voglio capire.
Marilyn: Ad esempio trovare un lavoro, fare sesso.
Katie: Qual è la cosa che ti spaventa di più del sesso? Qual è la cosa
peggiore che potrebbe capitarti facendo sesso?
Marilyn: Potrei perdere la testa, potrei proprio... perderla.
Katie: Bene. Diciamo che stai facendo sesso e che la perdi completamente.
È quello che si augurano tutte le donne quando fanno sesso. [Il pubblico
scoppia in una fragorosa risata]
Marilyn: [Coprendosi la faccia con il foglio di Lavoro] Non posso credere
di averlo detto! Non era qui che volevo arrivare. Forse è meglio
ricominciare daccapo. Pensavo che avremmo parlato di cose spirituali!
[Altre risate]
Katie: Dio è tutto, ma non il sesso? È vero? [Risate]
Marilyn: Credo proprio che dovremmo ricominciare. Tu no?
Katie: Mmm... Io non lo credo, sei tu che lo credi. [Risate]
Marilyn: Che ne dici di leggere le altre frasi?
Katie: Tesoro, questa discussione fa parte della vita e tu stai partecipando
molto bene.
Marilyn: [Gemendo e voltando le spalle al pubblico] Continuo a non
credere di averlo detto! Ho tante altre cose che avrei potuto dire!
Katie: Non c'è possibilità di errore, angelo mio. Ora vorrei che ti voltassi di
nuovo verso il pubblico. Quanti di voi vogliono che questa signora
partecipi? [Applausi, fischi e urla di incoraggiamento] Guarda, guarda
tutti questi volti. Vedi? L'unica cosa che pensavi che non funzionasse
funziona. Forse è al contrario. Forse hai sempre partecipato pienamente e
non ne sei mai stata consapevole. Sei così bella. Sei così bella nella tua
timidezza, ma vuoi ritornare a quello che hai scritto per riprendere un po’
di controllo.
Marilyn: Sì.
Katie: Quello che sta accadendo ora è come il sesso. Non hai controllo. E
tutti si innamorano di te. È l'innocenza che ci attrae. Non c'è controllo
nell'innocenza, è una cosa magnifica. È come un orgasmo.
Marilyn: [Nascondendo il viso dietro il foglio di Lavoro] Non posso credere
che tu abbia pronunciato quella parola! Sono così imbarazzata! Non
possiamo parlare di qualcos'altro? [Risate]
Katie: “Non puoi credere che io abbia pronunciato quella parola”. È vero?
No, l'ho fatto. L'ho pronunciata! [Risate] Perdere il controllo può essere
meraviglioso, tesoro.
Marilyn: E la paura?
Katie: Quale paura? Vuoi dire il tuo imbarazzo?
Marilyn: No, è molto peggio. È terrore.
Katie: Tesoro, “Sei terrorizzata”. È vero? “La sensazione che stai provando
in questo momento è terrore”. Puoi sapere con assoluta certezza che è
vero?
Marilyn: No.
Katie: Chi saresti senza la tua storia di essere terrorizzata? [Lunga pausa]
Bene, torniamo indietro e affrontiamo una cosa alla volta. Stai parlando
di qualcosa di cui non vuoi parlare, di fronte a una sala piena di gente, e
ti senti...
Marilyn: Che ne vale la pena! Se mi porta alla libertà, farò qualunque cosa.
Katie: Sì, tesoro. Magnifico. Passiamo all'indagine. È questa che conosco e
sono qui per darti quattro domande così gentili da lasciare la libertà nelle
tue stesse mani, non le mie.
Marilyn: Giusto.
Katie: Sei disposta a rispondere alle mie domande?
Marilyn: Sì.
Katie: Vorrei saperne di più sul tuo imbarazzo. Come senti l'imbarazzo?
Come lo senti nello stomaco, nel petto, nelle braccia, nelle gambe?
Com'è, fisicamente, sedere qui accanto a me e sentirti imbarazzata?
Marilyn: Mi sento la testa in fiamme. E una strana energia nella pancia. Una
specie di cr-cr-cr. ..
Katie: Uh, uh. Bene. Così, questa è la cosa peggiore che può capitarti. Se
parli in pubblico della cosa che ti spaventa di più, la cosa peggiore che
può accadere è quello che hai appena descritto. Un po’ di calore alla testa
e dei fuochi artificiali nella pancia. Riesci a sopportarlo?
Marilyn: Ma se mia madre e mio padre fossero qui?
Katie: Mmm... Sentiresti un po’ di calore alla testa e dei piccoli movimenti
qui nella...
Marilyn: Credo che sverrei, perderei i sensi.
Katie: Bene. Svieni, perdi i sensi. Poi, che cosa accade?
Marilyn: Riprenderei i sensi e... e se io fossi ancora qui?
Katie: Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarti? Saresti ancora qui. E
nota che sei ancora qui, proprio adesso. Stai già sopravvivendo alla cosa
peggiore che può accadere.
Marilyn: E la vita continua e io sono sempre io, sono sempre nel modo in
cui sono.
Katie: Che modo è?
Marilyn: Non sono libera. Sono bloccata.
Katie: Tesoro, com'è la libertà?
Marilyn: [Indicando Katie] Più o meno come...
Katie: Mmm... [Risate tra il pubblico] Io lo sottoporrei a indagine più tardi.
Scrivi: “Katie è libera”. Posso sapere con assoluta certezza che è vero?
Come reagisco quando credo a questo pensiero? Scrivi le risposte e vai in
fondo.
Marilyn: Lo so già. Sono incastrata nelle mie storie su questa personalità e
questo corpo, e...
Katie: Torniamo all'indagine, adesso, per fare in modo che tu capisca quello
che sai già. Quello che sai già può renderti libera dalla paura. Rispondi a
questa domanda: “Se i tuoi genitori fossero seduti tra il pubblico...”.
Marilyn: Oh, Dio! Lo so, lo so, ho quarantasette anni e queste cose non
dovrebbero più turbarmi.
Katie: Ovviamente devi esserne turbata, visto che lo sei. Questa è la realtà.
Sei così bella. Se i tuoi genitori fossero qui, che cosa penserebbero?
Marilyn: Probabilmente si sentirebbero mortificati sentendomi parlare di
queste cose in pubblico.
Katie: Si sentirebbero mortificati.
Marilyn: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marilyn: Quasi sicuramente, sì.
Katie: Quasi sicuramente, già. Ma ti chiedo di rispondere alla domanda:
puoi sapere con assoluta certezza che è vero che i tuoi genitori si
sentirebbero mortificati?
Marilyn: Dentro di me, nel profondo... Se immaginassi che siano morti e
che mi guardino dal cielo... questo posso immaginarlo, ma in qualunque
altro modo...
Katie: Sei davvero interessata all'indagine?
Marilyn: Sì, mi spiace.
Katie: [Ridendo] È vero che ti spiace?
Marilyn: Beh, finisco sempre per ricadere nel mio dramma.
Katie: Rispondi soltanto alla domanda. È vero che ti spiace? Sì o no.
Quando dici: “Mi spiace”, è vero che ti spiace?
Marilyn: Mi vergognavo così tanto da finire fuori dal seminato.
Katie: E se dovessi rispondere sì o no? “Ti spiace”. È vero?
Marilyn: Penso che le parole sono uscite da sole... Io... No! Non lo so!
Katie: Oh, tesoro!
Marilyn: Ci provo davvero, ma non ci riesco.
Katie: Facciamo un passo indietro. Solo sì o no, e non preoccuparti di dare
la risposta giusta. Dai la risposta che senti vera per te, anche se pensi che
sia quella sbagliata. Tesoro, non c'è nulla di cui preoccuparsi seriamente,
mai. Anche questa non è una cosa seria. Se la realizzazione di sé non
rendesse le cose più leggere, chi la vorrebbe?
Marilyn: Già.
Katie: Chiediti: “Se i tuoi genitori fossero seduti qui tra il pubblico, si
sentirebbero mortificati”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Marilyn: Nel quadro generale, io non posso. Voglio dire, no.
Katie: Magnifico. [Il pubblico applaude] Hai quasi dato una risposta diretta.
Così l'hai potuta sentire anche tu. Non importa quello che penso io, tu hai
dato una risposta per sentirla tu. Questa tua auto-indagine, non la mia né
di nessun altro. Come reagisci quando credi al pensiero che i tuoi genitori
si sentirebbero mortificati se fossero tra il pubblico?
Marilyn: Mi censuro. Censuro la mia vita. E questo mi fa arrabbiare.
Katie: Come vivi la tua vita quando credi che i tuoi genitori si sentirebbero
mortificati per qualcosa che hai fatto?
Marilyn: Caspita. Ho vissuto tutta la mia vita nascondendomi.
Katie: Non mi sembra una vita di pace. Mi sembra molto stressante.
Marilyn: Lo è.
Katie: È vivere nella paura, fare sempre attenzione che non si sentano
mortificati.
Marilyn: Già.
Katie: Dammi un motivo pacifico, un motivo non stressante, per credere
che i tuoi genitori si sentirebbero mortificati se fossero qui in questa sala.
Marilyn: Non ha niente a che fare con la pace. Non c'è nessun motivo
pacifico.
Katie: Nessun motivo che porti pace. Allora cosa saresti tu, con i tuoi
genitori presenti in questa sala, se non credessi a questo pensiero?
Marilyn: [Ridendo e illuminandosi] Oh, sì! Che bello! [Il pubblico ride]
Grazie.
Katie: Che cosa saresti? Libertà? Gioia e felicità di essere davvero te
stessa?
Marilyn: Libertà di essere, sì. Sarei felice e beata, proprio qui con te.
Katie: Esattamente come sei adesso?
Marilyn: [Guardando il pubblico e ridendo] E con tutte queste meravigliose
persone.
Katie: Tu partecipi alla vita magnificamente. Da te ho imparato che, se
credi a quel pensiero, hai paura. Se non ci credi, sei libera. Da te ho
imparato che i tuoi genitori non sono mai stati il problema. Il problema
sono i tuoi pensieri su di loro, le tue credenze non indagate su quello che
pensano o non pensano.
Marilyn: Incredibile!
Katie: Non è meraviglioso? I tuoi genitori non sono il tuo problema. Non è
una possibilità. Nessun altro può essere il tuo problema, mi piace ripetere
che nessuno può ferirmi: questo è compito mio. Questa è la buona
notizia.
Marilyn: Capisco. Sì, è una buona notizia!
Katie: Ti mette nella posizione di smettere di accusare gli altri e di cercare
la tua libertà in te stessa, non in loro o in chiunque altro.
Marilyn: Sì.
Katie: Rende te responsabile della tua libertà, non i tuoi genitori.
Marilyn: Sì.
Katie: Ti ringrazio. Sono felice della nostra amicizia.
Marilyn: C'è una grande liberazione in tutto ciò.
Katie: Sì, tesoro. C'è.
Quando sono in conflitto
con la realtà perdo,
ma solo il cento per cento delle volte.
8

Fare Il Lavoro con i bambini


Spesso mi chiedono se bambini e adolescenti possono fare Il Lavoro. La
mia risposta è: “Certo che possono”. In questo processo di indagine
abbiamo a che fare con i pensieri, e le persone di ogni età, da otto a
ottant'anni, hanno gli stessi pensieri e concetti stressanti. “Voglio che mia
madre mi ami”, “Voglio che gli amici mi ascoltino”, “La gente non
dovrebbe essere così meschina”. Giovani o vecchi, tutti crediamo a concetti
che, attraverso l'indagine, scopriamo non essere altro che superstizioni.
Anche i bambini piccoli possono scoprire che Il Lavoro cambia la loro
vita. In un incontro dedicato ai più piccoli, una bambina di sei anni ne fu
così eccitata che disse: “Questo Lavoro è bellissimo! Perché nessuno me
l'ha mai insegnato?”. Un bambino di sette anni disse alla madre: “Il Lavoro
è la cosa più bella del mondo!”. Incuriosita, la madre gli chiese: “Perché ti
piace tanto Il Lavoro, Daniel?”. “Quando ho paura e faccio Il Lavoro”,
rispose Daniel, “poi non ho più paura”.
Quando faccio Il Lavoro con i bambini, l'unica differenza che noto è che
uso un linguaggio più semplice. Se mi capita di usare una parola che penso
sia troppo difficile, chiedo sempre se hanno capito. Se mi accorgo che non
hanno capito, ripeto la cosa in un altro modo. Ma non ricorro mai a un
linguaggio ‘infantile’. I bambini si accorgono quando ci si rivolge a loro per
scendere al “loro” livello.
Ecco un esempio di dialogo con una bambina di cinque anni.

Becky: [È un po’ spaventata e non mi guarda] C'è un mostro sotto il mio


letto.
Katie: “C'è un mostro sotto il tuo letto”. Amore, è vero?
Becky: Sì.
Katie: Amore, guardami. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Becky: Sì.
Katie: Dammi una prova. L'hai visto?
Becky: [Iniziando a sorridere] Sì.
Katie: È vero?
Becky: Sì.

Ora la bambina comincia a ridere e ad appassionarsi alle domande. Inizia ad


avere fiducia nel fatto che non la costringerò a credere o a non credere a
determinate cose, e ci divertiamo con il suo mostro. Il mostro assume una
personalità precisa e, prima della fine del nostro scambio, le dico di
chiudere gli occhi, di parlare faccia a faccia con il mostro e di lasciare che
le dica che cosa ci fa sotto il suo letto e che cosa vuole da lei. Ho fatto la
stessa cosa con decine di bambini spaventati da mostri o fantasmi. In genere
rispondono cose dolcissime come: “Dice che si sente solo”, “Vuole giocare”
o “Vuole stare con me”. A questo punto chiedo: “Tesoro, c'è un mostro
sotto il tuo letto. È vero?”. Il più delle volte mi guardano stupiti che io creda
a una cosa così ridicola. Ci facciamo un mucchio di risate.
È facilissimo passare alla domanda successiva in qualunque momento.
Ad esempio: “Come reagisci di notte, da solo nella tua stanza, se credi al
pensiero che c'è un mostro sotto il tuo letto? Come ti senti quando hai quel
pensiero?”. “Ho paura”. Qui cominciano ad agitarsi e a sentirsi imbarazzati.
“Tesoro, chi saresti di notte, nel tuo lettino, se non avessi il pensiero ‘C'è un
mostro sotto il mio letto'?”. In genere, la risposta è: “Sarei tranquillo”. A
questo punto, mi piace dire: “Da te ho imparato che con questo pensiero hai
paura e senza questo pensiero non hai paura. Mi hai insegnato che non è il
mostro che ti fa paura, ma il pensiero. È una bellissima notizia. Quando
sono spaventata, adesso so che sono spaventata da un pensiero”.
Ogni volta i genitori mi riferiscono che, dopo il nostro scambio, i figli
smettono di avere incubi. Mi dicono anche che non è necessario che me li
riportino una seconda volta. Il risultato dell'indagine è una comprensione
reciproca che condividiamo.
Una volta ho lavorato con un bambino di quattro anni, David, su
richiesta dei genitori. Avevano iniziato a portarlo dallo psichiatra perché
sembrava intenzionato a fare del male alla sorellina più piccola. Dovevano
tenerlo costantemente d'occhio; ogni volta che poteva l'aggrediva, anche in
presenza dei genitori. La dava delle gomitate, la prendeva a spintoni e le
faceva perdere l'equilibrio per farla cadere. I genitori pensavano che avesse
dei gravi disturbi. David diventava sempre più arrabbiato e i suoi genitori
non sapevano più che pesci pigliare.
Durante il nostro incontro, feci a David alcune domande del foglio di
Lavoro “Giudica il prossimo”, mentre il terapeuta della madre scriveva le
risposte. Intanto, i genitori facevano Il Lavoro in un'altra stanza. Quando
finirono, chiesi di leggersi a vicenda le loro affermazioni davanti al figlio,
perché David capisse che si poteva dire qualunque cosa senza paura di
venire puniti.

Madre: Sono arrabbiata con la piccola perché passo la giornata a


cambiarle i pannolini e ho poco tempo da dedicare al mio David. Sono
arrabbiata con papà perché è al lavoro tutto il giorno e non può aiutarmi
a cambiare i pannolini.
Madre e padre continuarono a leggere i reciproci giudizi e quelli sulla figlia
piccola davanti a David. Poi vennero lette le frasi di David: “Sono
arrabbiato con la mamma perché passa tutto il tempo con Kathy”. “Sono
arrabbiato con papà perché non è mai a casa”. Poi passammo alle frasi
sulla sorellina.

David: Sono arrabbiato con Kathy perché non vuole giocare con me. Io
voglio che giochi a palla con me. Lei deve giocare con me. Non dovrebbe
stare nel suo lettino tutto il tempo. Deve alzarsi e giocare con me. Ho
bisogno che lei giochi con me.
Katie: “Dovrebbe giocare con te”. Tesoro, è vero?
David: Sì.
Katie: David, come ti senti quando hai questo pensiero?
David: Divento matto. Io voglio che lei giochi con me.
Katie: Chi ti ha detto che una bambina così piccola può giocare a palla con
te?
David: Mamma e papà.

Appena i genitori sentirono questa risposta, capirono che cos'era successo.


Durante tutta la gravidanza gli avevano ripetuto che presto avrebbe avuto
un fratellino o una sorellina con cui giocare e che gli avrebbe fatto
compagnia. Quello che non gli avevano detto era che il nuovo bambino
avrebbe dovuto crescere prima di poter correre e tirare una palla. Glielo
spiegarono e gli chiesero scusa, e David capì immediatamente. Da quel
momento non infastidì più la sorellina. In seguito i genitori mi dissero che
David aveva smesso del tutto il suo vecchio comportamento, che stavano
tutti lavorando alla chiarezza nella comunicazione e che David iniziava a
fidarsi di nuovo di loro. Mi piace lavorare con i bambini. Capiscono
l'indagine con grande facilità, come facciamo tutti se vogliamo davvero
essere liberi.
“Non so”
è la mia posizione preferita.
9

Fare Il Lavoro
sulle credenze di fondo
Dietro i giudizi che abbiamo scritto, scopriamo spesso altri pensieri a cui
abbiamo creduto per anni e che usiamo come giudizi fondamentali della
vita. Chiamo questi pensieri ‘credenze di fondo’. Le credenze di fondo sono
versioni più ampie e più generali delle nostre storie. Sono come religioni
che viviamo inconsciamente.
Supponiamo che tu abbia scritto un pensiero apparentemente banale
come: “George dovrebbe sbrigarsi, così possiamo andare a fare una
passeggiata”. L'indagine può portare alla tua consapevolezza molti pensieri
non indagati e collegati a “George dovrebbe sbrigarsi”, per esempio:

Il presente è meno bello del futuro.


Sarei felice se potessi fare come voglio.
È possibile sprecare tempo.

L'attaccamento a queste credenze di fondo può farti soffrire in situazioni in


cui stai aspettando qualcuno o ti sembra che gli altri siano troppo lenti. Se
qualcuna di queste credenze ti suona familiare, la prossima volta in cui
starai aspettando qualcuno ti invito a scrivere i pensieri che stanno dietro
alla tua impazienza, per vedere se sono veri davvero per te. (Tra poco
troverai alcuni suggerimenti su come fare).
Le credenze di fondo sono i mattoni con cui costruisci il tuo concetto di
paradiso e d'inferno. Ti indicano con precisione come pensi che
miglioreresti la realtà se potessi fare a modo tuo e come può diventare
orribile la realtà se le tue paure si materializzassero. Veder crollare tutto
questo, scoprire che le credenze dolorose che abbiamo portato con noi per
anni non sono vere per noi e che non ne abbiamo mai avuto bisogno, è
un'esperienza incredibilmente liberante.
Ecco alcuni esempi di credenze su cui ti potresti ritrovare a lavorare:

È possibile essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.


La vita è ingiusta.
Bisogna sapere cosa fare.
Posso sentire il tuo dolore.
La morte è triste.
È possibile lasciarsi sfuggire qualcosa.
Se non soffro, significa che non mi importa.
Dio mi punirà se non faccio il bravo.
C'è vita dopo la morte.
I figli devono amare i genitori.
Potrebbe accadermi qualcosa di terribile.
I genitori sono responsabili delle scelte dei figli.
È possibile commettere errori.
In questo mondo c'è il male.

Potresti voler fare Il Lavoro su una qualunque di queste affermazioni che


sembrano ostacolare la tua libertà.
Ogni volta che ti accorgi di metterti sulle difensive parlando con amici o
familiari, o ogni volta in cui sei sicuro di avere ragione, potresti voler
scrivere le tue credenze di fondo e applicarvi Il Lavoro più tardi. Questo è
uno splendido materiale per l'indagine, se vuoi conoscere davvero la verità
e vivere senza la sofferenza causata da queste credenze.
Uno dei modi migliori per scoprire le tue credenze di fondo consiste
nello scrivere la tua “prova di verità” alla domanda 1. Invece di passare
immediatamente alla consapevolezza che in realtà non possiamo sapere
niente, rimani per un po’ con la storia. Rimani nel luogo in cui credi
realmente che quello che hai scritto è vero. Poi scrivi tutti i motivi che
provano che è vero. Da questa lista emergeranno innumerevoli credenze di
fondo. Ecco un esempio di utilizzo della “prova di verità” per scoprire le
credenze di fondo.
Usare la “prova di verità” per scoprire le
credenze di fondo

Affermazione originaria: Sono arrabbiata con Bobby, Ross e Roxann


perché non hanno rispetto per me.

Prova di verità:
1. Non mi ascoltano quando gli dico di rimettere a posto le loro cose.
2. Litigano rumorosamente mentre parlo al telefono con un cliente.
3. Si prendono gioco di cose che per me sono importanti.
4. Arrivano all'improvviso e pretendono la mia immediata attenzione
mentre sto lavorando o addirittura mentre sono in bagno.
5. Non mangiano e non apprezzano i cibi che cucino per loro.
6. Non si tolgono le scarpe bagnate prima di entrare in casa.
7. Se sgrido uno di loro, gli altri lo prendono in giro e litigano.
8. Non mi vogliono con loro quando sono con i loro amici.

Credenze di fondo:

1. Non mi ascoltano quando gli dico di rimettere a posto le loro cose.


– I bambini devono avere rispetto per gli adulti.
– Ho diritto al rispetto degli altri.
– Gli altri devono seguire le mie direttive.
– Le mie direttive sono il meglio per gli altri.
– Se qualcuno non mi ascolta, significa che non ha rispetto per me.

2. Litigano rumorosamente mentre parlo al telefono con un cliente.


– C'è un momento e un luogo per tutto.
– I bambini dovrebbero sapere che devono stare zitti quando squilla il
telefono.
– I clienti sono più importanti dei figli.
– Quello che la gente pensa dei miei figli è importante per me.
– Si può ottenere il rispetto attraverso il controllo.

3. Si prendono gioco di cose che per me sono importanti.


– Nessuno deve divertirsi a mie spese o burlarsi di me.
– Ai figli deve importare quello che importa ai genitori.

4. Arrivano all'improvviso e pretendono la mia immediata attenzione


mentre sto lavorando o addirittura mentre sono in bagno.
– Ci sono momenti appropriati per chiedere ciò che vuoi.
– I bambini devono aspettare che gli si dia attenzione.
– Il bagno è un luogo sacro.
– Gli altri sono responsabili della mia felicità.

5. Non mangiano e non apprezzano i cibi che cucino per loro.


– Non sta ai figli decidere che cosa mangiare.
– Ho bisogno di ricevere apprezzamento.
– Sono io che decido i gusti degli altri.

6. Non si tolgono le scarpe bagnate prima di entrare in casa.


– Sono oberata di lavoro e non apprezzata.
– I figli devono prendersi cura della casa.

7. Se sgrido uno di loro, gli altri lo prendono in giro e litigano.


– Io ho il potere di scatenare la guerra.
– Se litigano è colpa mia.
– I genitori sono responsabili del comportamento dei figli.

8. Non mi vogliono con loro quando sono con i loro amici.


– I figli devono considerare i genitori come amici.
– I figli sono degli ingrati.
Quando scopri una credenza di fondo, applica le quattro domande e il
rigiro. Come per le autocritiche, il rigiro più pertinente è spesso il contrario
dell'affermazione, ovvero il rigiro di 180 gradi. Disfare una credenza di
fondo consente a intere famiglie di credenze collegate tra loro di venire a
galla e quindi di diventare utilizzabili per l'indagine.
Ora vediamo una credenza di fondo molto comune. Prenditi tutto il
tempo che ti occorre e ascolta mentre poni a te stesso le domande.

La mia vita deve avere uno scopo

“La mia vita deve avere uno scopo” può sembrare a prima vista uno strano
argomento di indagine. Potresti pensare che questa credenza di fondo non
possa assolutamente causare sofferenza o problemi; che l'affermazione: “La
mia vita non ha nessuno scopo” sia abbastanza dolorosa da giustificare
l'indagine, ma non questa affermazione. Invece, viene fuori che questa
credenza apparentemente positiva è altrettanto dolorosa di una credenza
apparentemente negativa. E che il rigiro, nella sua forma apparentemente
negativa, è un'affermazione che porta grande sollievo e libertà.

Credenza di fondo: La mia vita deve avere uno scopo.

È vero? Sì.

Posso sapere con assoluta certezza che è vero? No.

Come reagisco, cosa accade, quando credo a questo pensiero? Ho paura,


perché non conosco il mio scopo e penso che dovrei conoscerlo. Sento lo
stress al petto e alla testa. Posso scattare contro mio marito e i miei figli, e
questo mi porta al frigorifero e alla TV nella mia stanza, spesso per ore o
per giorni. Sento che sto sprecando la mia vita. Penso che quello che faccio
sia totalmente privo di importanza e che devo fare qualcosa di grande. Tutto
ciò provoca stress e confusione. Quando credo a questo pensiero sento una
forte pressione interna a realizzare il mio scopo prima di morire. Dato che
non posso sapere quando accadrà, penso che devo realizzare il prima
possibile questo scopo (di cui non ho il minimo indizio). Provo un senso di
fallimento e di stupidità, e questo mi fa cadere in depressione.

Chi sarei io senza il pensiero che la mia vita deve avere uno scopo? Non
ho modo di saperlo. So che senza questo pensiero sono più serena, meno
agitata. Mi accontento di questo! Senza la paura e lo stress di questo
pensiero forse sarei libera, e avrei abbastanza energia per essere felice
facendo semplicemente la cosa che ho davanti.

Il rigiro: La mia vita non deve avere uno scopo. Ciò significa che tutto
quello che ho vissuto è sempre stato sufficiente, salvo che non me ne sono
mai reso conto. Forse la mia vita non ha altro scopo che essere quella che è.
Sembra strano, ma in qualche modo suona più vero. E se la mia vita,
proprio come l'ho vissuta, fosse lo scopo? Questo è molto meno stressante.

Applicare l'indagine a
una credenza di fondo

Ora scrivi una tua credenza di fondo e sottoponila all'indagine:


• È vero? Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
• Come reagisci, cosa accade, quando credi a questo pensiero? (Quanta
parte della tua vita si fonda su di esso? Che cosa fai e che cosa dici
quando ci credi?)
• Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? (Ma
non tentare di lasciarlo andare)
• Riesci a trovare un motivo non stressante per tenerti il pensiero?
• Chi saresti senza il pensiero?

Rigira la credenza di fondo.

I dialoghi che seguono avrebbero potuto essere inclusi nel capitolo 4 (“Fare
Il Lavoro su rapporti di coppia e la vita familiare”) e nel capitolo 6 (“Fare Il
Lavoro sul lavoro e sui soldi”), ma sono stati inseriti qui perché sono degli
ottimi esempi di Lavoro sulle credenze di fondo che possono influenzare
molte aree della vita. Se credi che la tua felicità dipenda da qualcun altro,
come Charles prima di cominciare l'indagine, questa credenza minerà tutti i
tuoi rapporti, compreso quello con te stesso. Se, come Ruth nel secondo
dialogo, credi di dover prendere una decisione quando non sei ancora
pronto, la vita ti sembrerà una serie infinita di sconcertanti responsabilità.
Charles pensa che il problema sia sua moglie, Ruth pensa che sia il denaro.
Ma, come ci insegnano questi due esperti, il problema è sempre il nostro
modo di pensare non indagato.

Lei avrebbe dovuto rendermi felice

Charles è convinto che la sua felicità dipenda dalla moglie. Guarda come
quest'uomo meraviglioso scopre che il suo peggiore incubo, una relazione
della moglie, si rivela esattamente quello che lui vuole per lei e per se
stesso. In circa un'ora di indagine dei propri pensieri, cambia tutto il suo
mondo. La felicità può essere completamente diversa da quella che
immagini.
Nota anche come, in questo dialogo, uso a volte il rigiro senza le quattro
domande. Sconsiglio alle persone nuove al Lavoro di fare lo stesso, perché
potrebbero provare colpa e vergogna se rigirano le affermazioni senza
averle prima indagate. Ma avevo capito che Charles non avrebbe sentito il
rigiro così e volevo accompagnarlo nel maggior numero possibile di
affermazioni durante il poco tempo a nostra disposizione, sapendo che,
dopo il nostro scambio, avrebbe potuto continuare a dare a se stesso
l'operazione chirurgica, complessa quanto volesse, nelle aree della vita che
non avevamo esaminato assieme.

Charles: Sono arrabbiato con Deborah perché, la sera prima di andarsene


per un mese, mi ha detto che la disgusto quando russo e per il mio corpo
in sovrappeso.
Katie: E tu hai mai provato repulsione? Ne hai fatto esperienza?
Charles: Ho provato repulsione per me stesso.
Katie: Per nessun altro? Pensa al passato. Un amico o a volte i tuoi genitori?
Charles: Per dei genitori che picchiavano il figlio in aeroporto, cose di
questo genere.
Katie: In quelle situazioni, riuscivi a smettere di provare repulsione?
Charles: No.
Katie: Bene. Sentilo di nuovo, vediti in quella situazione. La tua repulsione,
sono affari di chi?
Charles: Miei, ovviamente.
Katie: La repulsione di Deborah... è tua moglie, vero?
Charles: Sì.
Katie: La sua repulsione, sono affari di chi?
Charles: Vedi, ho molti ‘dovrebbe’ riguardo all'anima gemella e a quello
che dovrebbe sentire e pensare di me.
Katie: Magnifica risposta! [Risate tra il pubblico] Mi piace come non
rispondi alle domande!
Charles: Non sono affari miei.
Katie: La sua repulsione, è affare di chi?
Charles: Suo.
Katie: Che cosa accade quando sei mentalmente nei suoi affari? C'è
separazione. Quando hai visto quel bambino picchiato in aeroporto, sei
riuscito a smettere di provare repulsione?
Charles: No.
Katie: Allora, perché dovrebbe farlo lei? A causa della tua mitologia
sull'anima gemella?
Charles: Ho portato con me per tutta la vita questi ‘dovrebbe’ riguardo a
lei, e proprio ora sono sul punto di perderli.
Katie: Bene, tesoro. Come la tratti quando credi al pensiero che le mogli
non dovrebbero provare repulsione per i mariti?
Charles: La chiudo mentalmente in prigione, la bi-dimensionalizzo.
Katie: Come la tratti materialmente? In che modo? Chiudi gli occhi e
guardati. Guarda come la tratti quando credi al pensiero che dovrebbe
smettere di provare repulsione per te e lei non lo fa. Che cosa dici? Che
cosa fai?
Charles: “Perché ti comporti così? Non vedi chi sono? Come puoi non
vederlo?”.
Katie: E come ti fa sentire questa tua reazione?
Charles: È una prigione.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare la storia che tua moglie
non dovrebbe provare repulsione per te?
Charles: Assolutamente sì.
Katie: Riesci a trovare un motivo non stressante per tenerti la storia?
Charles: No, non più. Ma quando si tratta di tenere unita la famiglia, di
onorare quello che so che è vero per due anime gemelle...
Katie: Quindi, è un problema di anime gemelle?
Charles: Sì, sono davvero incastrato lì.
Katie: Leggi la parte in cui ne parli come della tua anima gemella.
Charles: Non mi stai mettendo in ridicolo, vero?
Katie: Faccio tutto quello che tu pensi che io faccia. Io sono la tua storia su
di me, niente di più e niente di meno.
Charles: Giusto. È affascinante.
Katie: Sì. Mentre sei seduto qui, i tuoi concetti sono come carne nel
tritacarne, se vuoi davvero conoscere la verità. [Risate tra il pubblico]
Charles: [Ridendo] Va bene. Tritami, sono qui. [Altre risate]
Katie: Io sono un'amante della verità. E quando qualcuno è seduto qui
accanto a me, sono sicura che lo è anche lui. Io ti amo e voglio quello che
vuoi tu. Se vuoi tenerti la tua storia, è quello che voglio anch'io. Se vuoi
rispondere alle domande e capire che cos'è vero davvero per te, è quello
che voglio anch'io. Bene, tesoro, continuiamo. Leggi la parte sulle anime
gemelle.
Charles: Non l'ho ancora scritta. Ma suonerebbe come: “Non mi accetta per
come sono”.
Katie: “Non mi accetta per come sono”. Rigira.
Charles: Non mi accetto per come sono. È vero. Non mi accetto.
Katie: C'è un altro rigiro.
Charles: Non la accetto per come è.
Katie: Sì. È una donna che si sta raccontando una storia non indagata su di
te e che prova repulsione. Non ci sono altre possibilità.
Charles: Ah, sono anni che fa così. E anch'io.
Katie: Tu racconti una storia su di lei e provi repulsione.
Charles: Sì.
Katie: O ti rendi felice. Tu ti racconti una storia su tua moglie e ti ecciti, te
ne racconti un'altra e provi repulsione. Lei si racconta una storia su di te e
si eccita, se ne racconta un'altra e prova repulsione. Le storie non
indagate provocano spesso caos, odio e risentimento nelle nostre stesse
famiglie. Finché non le indaghiamo, non ci sono altre possiblità. Rileggi
la prima frase.
Charles: D'accordo. Sono arrabbiato con Deborah perché mi ha detto che
la disgusto quando russo e per il mio corpo in sovrappeso.
Katie: Rigirala. “Sono arrabbiato con me stesso...”.
Charles: Sono arrabbiato con me stesso perché...
Katie: “Ho detto a Deborah...”.
Charles: Ho detto a Deborah...
Katie: “Che lei...”.
Charles: Che lei mi repelle.
Katie: Sì. Perché?
Charles: Perché è disposta a mettere fine al nostro rapporto con tanta
facilità.
Katie: Bene, come vedi avete tutto in comune. Tu russi e lei prova
repulsione. Lei se ne va e tu provi repulsione. Dov'è la differenza?
Charles: Sì, questo mi repelle. [Gli occhi si riempiono di lacrime] Oh, mio
Dio!
Katie: Lei non può essere altro che un'immagine riflessa del tuo pensiero.
Non può essere diversamente. Non esiste nessuno là fuori, eccetto la tua
storia. Continuiamo. “Sono arrabbiato con me stesso”... perché?
Charles: Perché sono moralmente superiore, perché penso che lei debba
essere come voglio io.
Katie: La persona con cui vivi, sono affari di chi?
Charles: Miei.
Katie: Sì, e tu vuoi vivere con lei. Con chi vuoi vivere tu sono affari tuoi.
Charles: Certo.
Katie: Questo è esattamente un rigiro. Lei vuole vivere con qualcun altro.
Tu vuoi vivere con qualcun'altra.
Charles: Oh, capisco. Voglio vivere con un'altra, con qualcuno che non
esiste, con la donna che vorrei che lei fosse. [Charles scoppia a piangere]
Katie: Bene, tesoro. [Passa a Charles una scatola di fazzoletti di carta]
Charles: È vero, è vero. È da tanto che faccio così.
Katie: Vediamo la frase successiva.
Charles: Vorrei che Deborah fosse grata alla vita così com'è.
Katie: Lo è o non lo è. Ma sono affari di chi?
Charles: Suoi.
Katie: Rigira.
Charles: Vorrei che io fossi grato alla vita così com'è.
Katie: Sì. Conosci quello che predichi a lei? Conosci quello che predichi ai
tuoi figli? Vivilo tu.
Charles: Già.
Katie: Se cerchi di insegnarlo a noi non c'è speranza, perché insegni quello
che non sei ancora capace di vivere. Come può una persona che non sa
come essere felice insegnare a essere felici? In questo modo insegniamo
solo dolore. Come posso mettere fine al dolore di mia moglie o di mio
figlio se non so mettere fine al mio? Irrealizzabile. Chi saresti senza la
tua storia di dolore? Potresti essere qualcuno libero dal dolore, altruista,
sapresti ascoltare, e in casa ci sarebbe un maestro. Un Buddha in casa,
che vive la cosa.
Charles: Ti ascolto.
Katie: Questa è davvero la cosa più dolce da sapere. Ti dà una
responsabilità interiore. È così che la realizzazione entra nel mondo ed è
così che troviamo la libertà. Invece di realizzarti attraverso Deborah, ti
realizzi attraverso te stesso. Vediamo la prossima.
Charles: Voglio che lei riconosca il suo potere: questa è una cazzata!
Katie: Angelo mio, hai già percorso molta strada da quando hai scritto
questa affermazione. Senti l'arroganza? “Scusami, cara, ma devi
riconoscere il tuo potere”. [Il pubblico ride]
Charles: Ma è così ironico, perché è lei che ha il potere in famiglia. Glie
l'ho dato io. Ho rinunciato al mio.
Katie: Bene. Rigira.
Charles: Io voglio riconoscere il mio potere.
Katie: E rimanere fuori dai suoi affari e sperimentare il potere di questo
fatto. Poi?
Charles: Mmm... Vorrei che capisse le conseguenze del suo carattere.
Katie: Oh santo cielo!
Charles: Tanto senso di ipocrita superiorità morale che non riesco a
crederci!
Katie: Bravissimo, tesoro! Questa è realizzazione di sé. Sappiamo tutto del
nostro partner, ma colpisce noi... diventa: “Alt, ferma!”. [Risate tra il
pubblico] Cominciamo ora. Questo adesso è l'inizio. È dove puoi
incontrare te stesso con una nuova comprensione. Vediamo la prossima
affermazione della mente messa sulla carta.
Charles: Deborah non dovrebbe... Oh, mio Dio!
Katie: Ho sentito alcune persone tra il pubblico dire: “Leggilo comunque!”.
Ovviamente, sono loro che ne hanno bisogno. “Leggilo comunque” vuol
dire in realtà: “Voglio trovare un po’ di libertà qui”.
Charles: Deborah non dovrebbe innamorarsi di una fantasia. In questo
momento è in Europa con un altro.
Katie: Oh, sta facendo tutto quello che volevi fare tu. [Risate tra il pubblico]
Charles: È tutto quello che ho fatto io. Ero innamorato di una fantasia.
Lottando e sbattendo la testa contro Deborah, e provando repulsione per
il fatto che non corrispondeva alla mia fantasia.
Katie: Sì. Bentornato a casa.
Charles: Tutte le cose che ho scritto qui... mi sbattono in faccia la mia
presunzione moralistica. Deborah dovrebbe vedere come sono
premuroso, attento e amorevole. Sono rimasto appiccicato a questa storia
per tutta la vita. Assieme ai rimproveri a me stesso per non essere
migliore. Questa faccenda della presunzione/rifiuto di sé è stata la danza
di tutta la mia vita.
Katie: Sì, tesoro.
Charles: Quindi, io voglio vedere quanto sono premuroso, attento e
amorevole.
Katie: Sì.
Charles: E vedere quanto premurosa, attenta e amorevole è lei.
Katie: Sì.
Charles: Perché lo è davvero.
Katie: Sì. E tu la ami con tutto il cuore. Questo è il punto essenziale. Non
puoi farci niente. Nessuna condanna può cambiarlo dentro di te: tu la
ami.
Charles: Sì.
Katie: Bene, continuiamo.
Charles: Deborah dovrebbe essermi grata... sempre presunzione bigotta...
per tutti gli anni in cui sono stato il solo a portare a casa i soldi.
Katie: Le davi il tuo denaro perché volevi qualcosa da lei?
Charles: Assolutamente.
Katie: Che cosa?
Charles: Il suo amore. La sua approvazione. Il suo apprezzamento. La sua
accettazione di me così come sono. Perché non potevo darmele io.
Katie: Quindi non le davi niente. Le davi il cartellino con il prezzo.
Charles: Giusto.
Katie: E come ti fa sentire?
Charles: Repulsione per quel comportamento.
Katie: Sì, angelo mio. Sì.
Charles: Pensavo davvero di poter comprate tutte quelle cose.
Katie: Sì. Non è magnifico che tu ora lo veda? Così, la prossima volta che
tenterai di comprare i tuoi figli, tua moglie o chiunque altro, avrai questa
meravigliosa esperienza di vita. Puoi invitare l'esperto: tu stesso. La
prossima volta in cui darai del denaro a lei o ai vostri figli, saprai che il
ricevere è nell'atto stesso del dare. Proprio così!
Charles: Puoi spiegarti meglio?
Katie: Si fa esperienza dell'ottenere, del ricevere, nel momento in cui si dà.
La transazione è completata. Tutto qui, e riguarda solo te. Una volta,
quando mio nipote Travis aveva due anni, indicò un enorme dolce nella
vetrina di una pasticceria. “Tesoro”, gli dissi, “sei sicuro di volere proprio
quello?”. Era sicuro. Gli chiesi se potevamo fare a metà e rispose di sì.
Comprai il dolce, presi Travis per la manina, ci sedemmo a un tavolo e lo
divisi in due parti, una molto più piccola dell'altra. Lui allungò la manina
verso il pezzo più piccolo, ma rimase sorpreso quando gli misi in mano
quello più grande. Se lo mise in bocca e i suoi occhi si illuminarono. Poi
mi guardò, e io provai un tale amore da pensare che il cuore mi
scoppiasse. Travis sorrise, spostò il pezzo grosso del dolce dalle sue
labbra, me lo diede e prese il pezzo più piccolo. È una cosa naturale. È
dando che riceviamo.
Charles: Capisco.
Katie: Dare è spontaneo. Solo la storia su un futuro, una storia su quello che
potresti ricevere in cambio, ti impedisce di conoscere la tua generosità.
Quello che ti ritorna non sono affari tuoi. Per te la transazione è finita.
Bene, tesoro, vediamo la prossima frase.
Charles: Ho bisogno che Deborah mi ami così come sono, con tutti i miei
difetti. Che ami le mie forze e le mie debolezze, che capisca il mio
bisogno di realizzarmi come artista e come essere spirituale, che mi aiuti
ad attraversare questo difficile passaggio alla mezza età e che apprezzi
di più quello che faccio. Devo concentrarmi su un'unica frase, vero?
Katie: Sì. Semplificala e rigirala.
Charles: Ho bisogno che Deborah...
Katie: “Ho bisogno che io...”.
Charles: Ho bisogno che io mi ami così come sono, con tutti i miei difetti.
No, non mi sono mai amato così. Ma sto cominciando.
Katie: È la storia che ti racconti sui difetti che ti impedisce di amarli. I
difetti attendono di essere visti con chiarezza da una mente sana. Non
fanno nessun male, sono semplicemente lì come... come le foglie su un
albero. Non entri mica in conflitto con una foglia dicendo: “Bene,
parliamo. Guarda la tua forma! Devi fare qualcosa al riguardo”. [Charles
e il pubblico ridono] Non fai certo così. Ma tu ti focalizzi qui [indica la
propria mano], su un difetto, ti racconti una storia al proposito e provi
repulsione. Un difetto è... Dio. È la realtà. È “ciò che è”. Prova a
contrastarla!
Charles: Ho così tanti bisogni... Ho bisogno che lei resti a casa, anche per il
bene dei bambini.
Katie: “I tuoi figli starebbero molto meglio se la loro madre rimanesse a
casa”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Charles: No, non posso sapere se è vero.
Katie: Non è interessante?
Charles: Questa è la cosa che mi ha causato più dolore : il pensiero di non
vivere più assieme.
Katie: Sì.
Charles: Ma non posso sapere se è vero che nostra figlia non starebbe
meglio se ci separassimo.
Katie: Sì. “La vita di tua figlia sarebbe molto più ricca se sua madre
rimanesse”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? [Charles inizia
a piangere] Tesoro, prenditi tutto il tempo che ti serve. Dai voce al
pianto?
Charles: [Esplodendo] Non voglio vivere separato dai miei figli! Voglio
essere un padre ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette!
Katie: Sì. Questa è la verità della cosa, giusto?
Charles: Ma la devozione al mio lavoro e il tempo passato nel mio studio
mi tengono lontano a lungo. C'è una contraddizione in tutto questo.
Voglio svegliarmi al mattino assieme a mia figlia, capisci?
Katie: Certo.
Charles: Ho l'immagine di una famiglia unita. È un'immagine
profondamente radicata dentro di me.
Katie: Sì.
Charles: [Piangendo e ridendo] Donna Reed era il mio programma
preferito. [Katie e il pubblico ridono] Davvero!
Katie: Quindi, se ti lascia non è un problema. Il problema è la fine della tua
mitologia.
Charles: Oh Dio, sì, assolutamente. Ho mentito al riguardo.
Katie: Lei sta buttando all'aria il tuo sogno.
Charles: Alla grande! E le sono grato per questo.
Katie: Sì, tesoro. Quindi, quello che sento è che in realtà ti ha fatto un
regalo.
Charles: Sì.
Katie: Bene. Vediamo la prossima frase.
Charles: D'accordo. Ho bisogno che Deborah senta come sacri il nostro
rapporto e la famiglia, in modo da non innamorarsi e non andare a letto
con un altro.
Katie: È vero che è di questo che hai bisogno?
Charles: È il mio mito. Ho bisogno che lei non faccia niente che non sia la
sua verità. La amo moltissimo e voglio che faccia quello che è vero per
lei.
Katie: Come la tratti, come le parli e in che modo stai assieme a tua figlia
quando credi a questa storia, quella che hai appena letto?
Charles: Da egoista, esigente, voglio che lei mi dia, mi dia, mi dia.
Katie: Darti una falsa lei che esiste solo nel tuo mito. Tu vuoi che per te lei
sia una menzogna. Adesso, angelo mio, chiudi gli occhi. Guardala.
Guarda come la tratti quando credi alla tua storia.
Charles: Ahhh.
Katie: Bene. Ora continua a guardarla e dimmi: chi saresti tu, alla sua
presenza, se non credessi alla tua storia?
Charles: Sarei un uomo forte, deciso, pieno di talento e sexy.
Katie: Caspita! [Risate, fischi di approvazione e applausi] Santo cielo!
Charles: È il mio segreto. È quello che ero...
Katie: Bene, tesoro. Benvenuto nel potere del riconoscersi. Nessuno può
toccarlo, nemmeno tu. Questo è il tuo ruolo. Hai solo finto di non vedere
queste qualità in te. E non ha funzionato.
Charles: Per quarantacinque anni.
Katie: Sì, amore. Hai sentito il salto dal repellente al sexy e al potente?
[Rivolta al pubblico] Quanti hanno sentito il salto? [Applausi] E niente è
cambiato, salvo la consapevolezza.
Charles: Ho chiuso gli occhi e ho visto.
Katie: Insegna questo attraverso il tuo modo di vivere.
Charles: Sì, voglio farlo.
Katie: Esprimilo nella tua musica e vivilo assieme a tua figlia. E quando lei
ti dirà qualcosa su sua madre che le hai insegnato tu, spiegale che un
tempo anche tu ti sentivi in quel modo.
Charles: Intendi cose negative?
Katie: Sì.
Charles: No, non mi comporto così a mia figlia.
Katie: Non a parole.
Charles: Ah!
Katie: L'opposto di quest'uomo potente e sexy, di questo compositore di
talento. È questo opposto che le hai insegnato attraverso il tuo modo di
vivere. Tu le hai insegnato come reagire, che cosa pensare, come essere.
Charles: Sono stato un perfetto smidollato.
Katie: È questa la reazione che le hai insegnato nei confronti di una persona
che la lascia. Puoi parlarle della tua esperienza passata e iniziare a vivere
quello che adesso sai. E guardarla imparare a vivere nel modo in cui vivi
tu adesso. Ecco come Il Lavoro si trasmette alle nostre famiglie, non
dobbiamo spiegarglielo a meno che non ce lo chiedano. Lo viviamo. Qui
sta il potere. Viviamo i rigiri. “Se se ne va, sbaglia”, diventa “Sbaglio se
me ne vado”, soprattutto in questo momento. Ho lasciato la mia vita per
viaggiare mentalmente in Europa. Ora ritorno alla mia vita qui..
Charles: Bene.
Katie: C'è una storia che mi piace raccontare spesso. Un giorno Roxann,
mia figlia, mi chiamò per invitarmi alla festa di compleanno di mio
nipote. Risposi che avevo già un impegno: un incontro pubblico in
un'altra città. Ci rimase così male che mi attaccò il telefono in faccia. Poi,
forse una decina di minuti dopo, mi richiamò e mi disse: “Mamma, sono
così eccitata. Ho appena fatto Il Lavoro su di te e ho visto che non c'è
nulla che tu possa fare per impedirmi di amarti”.
Charles: Caspita!
Katie: Bene. Vediamo la frase successiva.
Charles: Non voglio mai più che mi attacchi con parole cattive.
Katie: “Sono disposto...”. Perché questo pensiero potrebbe ripresentarsi alla
tua mente. O a causa di un'altra persona.
Charles: E come si rigira?
Katie: “Sono disposto...” e lo rileggi proprio come l'hai scritto.
Charles: Sono disposto a venire attaccato... Oh, sì, perché è quello che
accade. Giusto.
Katie: In questo modo, non ti prenderà più di sorpresa.
Charles: Sono disposto a venire attaccato con parole cattive. Oh, Dio mio!
D'accordo.
Katie: “Non vedo l'ora di...”.
Charles: Non vedo l'ora di venire attaccato... Oh!... Non vedo l'ora di venire
attaccato con parole cattive. Ehi! Questo sì che è un rigiro. Soprattutto
per la mia presunzione bigotta. Un grande rigiro.
Katie: Sì.
Charles: Bene. Non voglio mai più sentirla dire che è innamorata di una
persona che ha visto soltanto un giorno in quattordici anni. Allora...
Katie: “Sono disposto a...”.
Charles: Sono disposto a sentirla dire che è innamorata di una persona che
ha visto soltanto un giorno in quattordici anni.
Katie: “Non vedo l'ora di...”.
Charles: Non vedo l'ora di sentirglielo dire. Diamine! Sì.
Katie: E se fa ancora male...
Charles: Significa che devo ancora lavorarci.
Katie: Sì. Non è magnifico?
Charles: Perché sono in conflitto con la verità, con la realtà.
Katie: Sì.
Charles: Katie, ho una domanda. Volevo rimanere, invece di andarmene da
casa, probabilmente perché mi identificavo nel mito di Donna Reed.
Katie: Io toglierei la parola probabilmente.
Charles: Sì, certamente. Ho la sensazione che lei ritornerà, che voglia
provare di nuovo. Ma penso anche che, se rimango e continuo a subire
una persona in cui non ho fiducia, non sono quell'uomo così sexy, pieno
di talento e integro.
Katie: Perciò, tesoro, continua a fare Il Lavoro. Non puoi fare nient'altro. Se
ritorna, fai Il Lavoro. Se non ritorna, fai Il Lavoro. Il punto sei sempre tu.
Charles: Sì, ma non voglio più fare lo zerbino.
Katie: Davvero?! Fai Il Lavoro. A colazione mangia Il Lavoro, altrimenti i
pensieri mangeranno te.
Charles: Se me ne vado a causa dell'amore che ho per me stesso, perché ho
scelto di andarmene, perché non voglio più fare così, non voglio...
Katie: Tesoro, non c'è niente che puoi fare per impedirti di andartene o di
rimanere. Stai semplicemente raccontando la storia che tu hai qualcosa a
che fare al riguardo.
Charles: Vuoi dire che ormai è un'abitudine? È questo che stai dicendo?
Katie: Se si presenta una storia e tu ci credi, potresti pensare di dover essere
tu a decidere. Indaga e sii libero.
Charles: Così se noto che sono ancora là, pur raccontandomi che la via
dell'integrità sarebbe quella di andarmene e di ricominciare con un'altra
persona, va bene lo stesso.
Katie: Tesoro, tu fai l'indagine e le decisioni si prenderanno da sole.
Charles: Che io lo faccia o che non lo faccia.
Katie: Sì.
Charles: Devo soltanto avere fiducia.
Katie: Le cose accadono indipendentemente dalla tua fiducia, non te ne sei
accorto? La vita è un posto meraviglioso per viverci, una volta che l'hai
capito. Non c'è mai niente di sbagliato nella vita. La vita è il paradiso,
salvo che per il nostro attaccamento a una storia che non abbiamo ancora
indagato.
Charles: Questo è essere realmente nel momento.
Katie: Quello che è, è. Non sono io a dirigere lo spettacolo. Io non mi
appartengo e tu non ti appartieni. Non siamo nostri. Siamo l'“è”. E
raccontiamo la storia “Oh, devo lasciare mia moglie”. Non è vero. Non
devi lasciarla finché non lo fai. Tu sei l'“è”. Fluisci con quello, in quanto
quello. Non puoi fare niente per farla tornare e non puoi fare niente per
non lasciarla. Nella mia esperienza, questo spettacolo non è nostro.
Charles: Cavolo!
Katie: Lei arriva, tu ti racconti una storia e il risultato è che diventi un
martire. Oppure lei arriva, tu ti racconti la storia di quanto sei grato e
diventi un uomo felice. Tu sei il prodotto della tua storia, tutto qui. È
dura da sentire, a meno che tu non faccia l'indagine. Per questo io dico:
“A colazione mangia Il Lavoro”. Scopri da te quello che è vero per te,
non per me. Le mie parole non hanno nessun valore per te. Sei tu la
persona che aspettavi. Sposati con te stesso. Tu sei quello che stai
aspettando da tutta la vita.

Ho bisogno di prendere una decisione

Quando diventi amante di ciò che è, non ci sono più decisioni da prendere.
Nella mia vita, semplicemente guardo e aspetto. So che la decisione si farà
al momento giusto, quindi non mi preoccupo del come, dove e quando. Mi
piace dire di essere una donna senza futuro. Quando non ci sono decisioni
da prendere, non c'è un futuro pianificato. Tutte le mie decisioni vengono
prese per me, così come le tue vengono prese per te. Quando ti racconti
mentalmente la storia che hai qualcosa a che fare con le decisioni, ti
attacchi a una credenza di fondo.
Per quarantatre anni ho creduto alle mie storie sul futuro, ho creduto alla
mia follia. Quando ritornai dalla casa di riabilitazione con una nuova
comprensione della realtà, ogni volta che rientravo da un lungo viaggio
trovavo spesso la casa piena di panni da lavare, montagne di posta sulla mia
scrivania, la ciotola del cane incrostata, i bagni sottosopra e pile di piatti
sporchi nel lavandino. La prima volta, udii una voce che diceva: “Lava i
piatti”. Era come la voce che usciva dal roveto ardente, e la voce dal roveto
mi diceva: “Lava i piatti”. Non mi sembrava particolarmente spirituale, ma
seguivo i suoi ordini. Andavo in cucina e lavavo un piatto dopo l'altro,
oppure mi sedevo alla scrivania e iniziavo dalla prima bolletta in cima alla
pila. Una cosa alla volta, non era richiesto nient'altro. Alla sera era tutto a
posto e non avevo bisogno di sapere chi o che cosa l'avesse fatto.
Quando appare il pensiero “Lava i piatti” e tu non li lavi, osserva come
scoppia una guerra interiore. Più o meno va così: “Li laverò più tardi. A
quest'ora avrei dovuto già averli lavati. Avrebbe dovuto lavarli chi è rimasto
a casa. Non tocca a me. È ingiusto. Se non li lavo, penseranno male di me”.
Lo stress e la fatica che provi sono il risultato di una vera e propria guerra
mentale.
Quella che chiamo “lavare i piatti” è la pratica dell'amare il compito che
ti sta davanti. La tua voce interiore ti guida per tutta la giornata a fare
semplici cose come lavarti i denti, andare al lavoro, telefonare a un amico o
lavare i piatti. Anche se è una storia anche questa, è una storia molto breve
e, se segui gli ordini della voce, la storia finisce subito. Siamo davvero vivi
quando viviamo in questa semplicità: aperti, disponibili, fiduciosi e bramosi
di fare quello che abbiamo davanti.
Quello che dobbiamo fare si dispiega sempre davanti a noi: lavare i
piatti, pagare le bollette, raccogliere dal pavimento le calze dei figli, lavarci
i denti. Non ci viene mai assegnato più di quello che possiamo fare e le cose
da fare sono sempre una alla volta. Che tu abbia dieci dollari o dieci milioni
di dollari, la vita non è mai più difficile di così.

Ruth: Mi spaventa e mi terrorizza al punto da paralizzarmi prendere


decisioni riguardo al mio denaro, se tenere i miei titoli o venderli a causa
della volatilità del mercato, perché da questo dipende il mio futuro.
Katie: “Il tuo futuro dipende dal tuo denaro”. Puoi sapere con assoluta
certezza che è vero?
Ruth: No, ma una grossa parte di me entra nel panico.
Katie: Sì, una grossa parte di te deve entrare nel panico, dato che credi che
questo sia vero e non hai mai chiesto a te stessa. “Il tuo futuro dipende
dal denaro che hai investito”. Come reagisci, come vivi, quando credi a
questo pensiero, che sia vero oppure no?
Ruth: Entro nel panico, uno stato di ansia terribile. Quando le mie finanze
erano stabili, ero molto più tranquilla; ma quando fluttuano cado in uno
stato orribile.
Katie: Chi saresti senza il pensiero: “Il mio futuro dipende dal denaro che
ho investito in borsa”?
Ruth: Una persona molto più rilassata. Il mio corpo non sarebbe così teso.
Katie: Dammi un motivo per tenerti questo pensiero che non sia stressante e
che non ti faccia entrare nel panico.
Ruth: Non ce n'è nessuno che non sia stressante, ma non pensare al denaro è
un altro tipo di stress... come se fossi un'irresponsabile. Così, in entrambi
i casi, io perdo.
Katie: Come potresti non pensare a niente tu? È esso che ti pensa. Il
pensiero appare. Come potrebbe essere da irresponsabile non pensarci? O
ci pensi o non ci pensi. Il pensiero appare o non appare. È sorprendente
che, dopo tanti anni, pensi ancora di poter controllare i tuoi pensieri. Puoi
controllare anche il vento?
Ruth: No, non posso.
Katie: E l'oceano?
Ruth: No.
Katie: “Fermiamo le onde”. Improbabile. Si fermano solo quando dormi.
Ruth: I pensieri?
Katie: Le onde. Niente pensiero, niente oceano. Niente mercato azionario.
Sei davvero irresponsabile ad andare a dormire di notte! [Risate tra il
pubblico]
Ruth: Non dormo molto bene. Mi sono svegliata alle cinque.
Katie: Sì, è da irresponsabili. “Pensare e preoccuparmi risolverà tutti i miei
problemi”: è stata questa la tua esperienza?
Ruth: No.
Katie: Allora, rimaniamo svegli pensando e preoccupandoci ancora di più.
[Ruth e il pubblico ridono]
Ruth: Non riesco a controllare i pensieri. Sono anni che ci provo.
Katie: È una scoperta molto interessante. Accogliere i pensieri con
comprensione è il massimo che si può fare. E funziona. E c'è molto
umorismo e un buon riposo notturno.
Ruth: Ho bisogno di un po’ di umorismo. Ne ho proprio bisogno.
Katie: “Senza questi pensieri stressanti, non prenderesti la decisione
giusta”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Ruth: Sembrerebbe vero il contrario.
Katie: Proviamo a fare un rigiro di 180 gradi. “Il mio futuro dipende dal
denaro che ho investito in borsa”: come rigireresti la frase?
Ruth: Il mio futuro non dipende dal denaro che ho investito in borsa.
Katie: Sentilo. Potrebbe essere altrettanto vero. Se guadagnassi tutto quel
denaro, se avessi uno strepitoso successo in borsa e se avessi molto più
denaro di quanto ne potessi spendere, che cosa avresti? La felicità? Non è
per questo che vuoi il denaro? Prendiamo una scorciatoia che è valida per
tutta la vita. Rispondi a questa domanda: chi saresti senza la storia “Il
mio futuro dipende dal mio denaro in borsa”?
Ruth: Sarei più contenta. Sarei più rilassata. Sarei una persona più piacevole
da frequentare.
Katie: Sì. Con o senza i guadagni in borsa. Avresti quello che vorresti
ottenere attraverso il denaro.
Ruth: Questo è... Sì!
Katie: Dammi un motivo non stressante per tenerti il pensiero “Il mio futuro
dipende dal denaro che ho investito in borsa”.
Ruth: Non ne vedo nessuno.
Katie: L'unico futuro che desideri è la pace e la felicità. Ricchi o poveri, che
importanza ha se siamo sicuri nella nostra felicità? Questa è vera libertà:
una mente che non si inganna più da sola.
Ruth: Era quello per cui pregavo da bambina: pace e felicità.
Katie: Quindi, proprio quello che cerchi ti nasconde la consapevolezza di
quello che hai già.
Ruth: Sì, ho sempre cercato di vivere nel futuro, di manipolararlo, di
renderlo sicuro e garantito.
Katie: Sì, come un bambino innocente. O restiamo attaccati all'incubo
oppure lo indaghiamo. Non c'è altra scelta. I pensieri appaiono. Come li
accogli? Questo è tutto ciò di cui ci occupiamo qui.
Ruth: O ci attacchiamo al problema oppure lo indaghiamo?
Katie: Sì, e sono felice che la borsa non collabori con te... [Ruth ride] ...se è
questo che ci vuole per portare la pace e la vera felicità nella tua vita.
Tutto accade per questo. E ti lascia trovare la tua soluzione. Anche se
avessi un mucchio di denaro e se fossi felice, perfettamente felice, che
cosa farai? Starai seduta, in piedi o stesa in orizzontale. Ecco tutto. E
sarai testimone della storia interiore che stai raccontando ora, se non te ne
sarai presa cura come merita, ovvero accoglierla con comprensione,
come una madre amorevole accoglie il suo bambino.
Ruth: Mi sembra di capire che è l'unica cosa da fare.
Katie: Sì. Stare in piedi, stare seduti o stare stesi in orizzontale: questo è
quanto. Ma dai un'occhiata alla storia che racconti mentre fai queste tre
semplici cose. Quando avrai tutto quel denaro, e tutto quello che hai
sempre voluto, apparirà quello che appare su questa sedia in questo
momento. Questa è la storia che racconti. In essa non c'è nessuna felicità.
Bene, tesoro, vediamo la prossima frase.
Ruth: Non voglio dover decidere dove investire, e non mi fido di incaricare
altri.
Katie: “Devi decidere dove investire”. Puoi sapere con assoluta certezza che
è vero?
Ruth: No. Potrei lasciare il denaro dove sta e vedere che cosa fa. Lasciarlo
stare completamente. Una grossa parte di me dice che sarebbe la cosa
migliore.
Katie: “Hai bisogno di prendere delle decisioni nella vita”. Puoi sapere con
assoluta certezza che è vero?
Ruth: Mi sembra di sì, ma adesso che lo dici non ne sono più così sicura.
Katie: Deve sembrarti così, perché credi a questo pensiero e quindi ci sei
attaccata.
Ruth: Sì.
Katie: Non ti sei mai chiesta a che cosa credi davvero. È stato tutto un
fraintendimento.
Ruth: Il pensiero di non dover prendere decisioni mi sembra magnifico.
Katie: È la mia esperienza. Io non prendo decisioni. Non mi preoccupo di
decidere perché so che verranno prese per me al momento giusto. Il mio
compito è essere felice e aspettare. Le decisioni sono facili. È la storia
che racconti su di esse che non è facile. Se ti getti da un aereo, tiri la
corda del paracadute e, se il paracadute non si apre, hai paura perché hai
una seconda corda da tirare. Tiri anche questa e ancora non si apre. È
l'ultima corda. Non ci sono più decisioni da prendere. Dove non ci sono
decisioni non c'è paura, perciò goditi il viaggio! Questa è la mia
posizione, io sono un'amante di ciò che è. Ciò che è: niente più corde da
tirare. Sta già accadendo. Caduta libera. Non ha niente a che fare con me.
Ruth: Venire qui è stato facile. Non ho dovuto pensare: “Devo andare? Non
devo? Devo?”. È stato: “Sì, puoi andare. Vai”.
Katie: Quindi, com'è stata presa questa decisione? Forse si è presa da sola.
Un attimo fa, hai mosso la testa in questo modo. Hai preso tu la decisione
di muoverla?
Ruth: No.
Katie: Hai appena mosso la mano, ha preso tu quella decisione?
Ruth: No.
Katie: No. “Hai bisogno di prendere decisioni”. È vero? Forse le cose
vanno avanti da sole, senza il nostro aiuto.
Ruth: È la mia follia, il bisogno di avere il controllo.
Katie: Sì. Chi ha bisogno di Dio, se dirigi tu lo spettacolo? [Ruth ride]
Ruth: Non voglio farlo, ma non so come non farlo.
Katie: Pensare così, e quindi vivere così, è in diretta opposizione alla realtà,
ed è fatale. È uno stress, perché tutti siamo amanti di ciò che è,
indipendentemente dal racconto dell'orrore a cui crediamo. Io dico,
accettiamo la pace ora, in mezzo a questo apparente caos. Tesoro, come
reagisci quando credi al pensiero “Ho bisogno di prendere una decisione”
e la decisione non arriva?
Ruth: Orribile. Semplicemente orribile.
Katie: È un luogo molto interessante da cui tentare di prendere una
decisione. Da questo luogo, non possiamo nemmeno decidere se
muoverci o fermarci. Questo dovrebbe suggerirti qualcosa. E quando sei
convinta di avere deciso tu, dov'è la prova? Dammi un motivo non
stressante per tenerti il pensiero “Ho bisogno di prendere una decisione”.
Non ti sto chiedendo di smettere di pensare di essere tu che prendi le
decisioni. Questo Lavoro ha la delicatezza di un fiore che si apre a se
stesso. Sii gentile con il tuo meraviglioso sé. Questo Lavoro riguarda la
fine della sofferenza. Qui stiamo solo esaminando le possibilità.
Ruth: Potrebbe essere un buon esperimento provare a non decidere niente
per un certo periodo di tempo? È una follia o...
Katie: Hai appena preso una decisione, che poi potrà cambiare da sola. A
quel punto potresti dire: “io” ho cambiato idea.
Ruth: E sarei sempre incastrata nello stesso, orribile circolo vizioso.
Katie: Non lo so, ma è interessante osservare. Se dico che non prenderò
nessuna decisione, ho appena preso una decisione. Osserva. A questo
serve l'indagine, a infrangere la mitologia stressante. Le quattro domande
ci conducono in un mondo di tale bellezza che non può essere descritto.
Alcuni non hanno neppure iniziato a esplorarlo, benché sia l'unico mondo
che esiste. E noi siamo gli ultimi ad accorgercene.
Ruth: Ho dei barlumi di ciò che significa non prendere decisioni, e sento
che lo faccio ancora col vecchio sottofondo del controllo, sto cercando di
farlo come esperimento.
Katie: Dammi un motivo non stressante per tenerti il pensiero: “Ho bisogno
di prendere una decisione riguardo alla borsa”.
Ruth: Non ne trovo nessuno. No, non ne trovo nessuno.
Katie: Chi o che cosa saresti tu senza il pensiero “Ho bisogno di prendere
una decisione”?
Ruth: Non sarei ansiosa come mia madre. Non diventerei sempre più folle.
Non sentirei di dovermi isolare dagli altri perché sto diventando una
persona sgradevole.
Katie: Tesoro, sono contenta che tu abbia scoperto l'indagine.
Ruth: Ho sempre tentato disperatamente di fare una cosa che non funziona.
Katie: “Ho bisogno di prendere delle decisioni”. Rigira.
Ruth: Non ho bisogno di prendere decisioni.
Katie: Sì. Credimi, si prenderanno da sole. Nella pace di questa scoperta,
tutto diventa chiaro. La vita ti fornirà tutto ciò che ti occorre per andare
più in profondità. La decisione si prenderà da sé. Se agisci, il peggio che
potrà capitarti è una storia. Se non agisci, il peggio che potrà capitarti è
una storia. Esso prende le decisioni: quando mangiare, quando andare a
dormire, quando agire. Esso agisce da sé. Ed è molto calmo e ha
successo.
Ruth: Mmm...
Katie: Senti dove sono le tue mani. E i tuoi piedi. È buono. Senza una storia
è sempre buono, ovunque tu sia. Vediamo la frase successiva.
Ruth: Non voglio che il denaro in borsa sia così irrazionale. Assurdo,
assurdo!
Katie: “Il denaro in borsa è irrazionale”. Rigira la frase, tesoro: “I miei
pensieri...”.
Ruth: I miei pensieri sono irrazionali.
Katie: Sì. Quando vedi il denaro in questo modo, i tuoi pensieri sono
irrazionali e ti fanno paura. “Il denaro è irrazionale, la borsa è
irrazionale”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Ruth: No.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Ruth: Con paura. Sono così terrorizzata che esco dal corpo.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? Non ti
sto chiedendo di lasciarlo andare. Per coloro che sono nuovi del Lavoro,
ripeto che non potete lasciarlo andare volontariamente. Potete pensare di
riuscirci; poi lo stesso pensiero ricompare portando con sé la stessa
paura, se non ancora maggiore, perché siete attaccati ancora un po’ di
più. Ti chiedo semplicemente: “Riesci a trovare un motivo per lasciar
andare il pensiero che la borsa è irrazionale?”.
Ruth: Un motivo per lasciarlo andare lo vedo, ma ciò non significa che
debba farlo.
Katie: Esattamente. Qui si tratta di comprensione, non di cambiare
qualcosa. Il mondo è come tu lo percepisci. Per me, chiarezza è sinonimo
di bellezza. È ciò che sono. Quando sono lucida, vedo solo bellezza.
Nient'altro è possibile. Sono la mente che percepisce i miei pensieri e
tutto si dispiega da lì, come un intero sistema solare che sgorga per puro
piacere. Se invece non sono lucida, proietto la mia follia sul mondo,
come fosse il mondo, e percepisco un mondo folle e penso che il mondo
sia il problema. Per millenni abbiamo lavorato sull'immagine proiettata e
non sul proiettore. Per questo la vita sembra caotica. È il caos che dice al
caos come vivere in modo diverso, senza accorgersi che è sempre vissuto
così e che l'abbiamo affrontato sempre al contrario, assolutamente al
contrario. Quindi, lasci andare i tuoi pensieri di caos e sofferenza là fuori
nel mondo apparente. Non puoi lasciarli andare, perché non li hai creati
tu. Se invece accogli i tuoi pensieri con comprensione, il mondo cambia.
Deve cambiare, perché il proiettore del mondo intero sei tu. Tu! Vediamo
la frase successiva.
Ruth: Le decisioni non dovrebbero essere difficili o fare paura.
Katie: Tentare di prenderle prima che sia venuto il momento è assurdo, l'hai
detto tu. Non puoi forzarti a prendere una decisione prima del tempo.
Una decisione viene presa quando viene presa, nemmeno un istante
prima. Non è meraviglioso?
Ruth: Sì, sembra meraviglioso.
Katie: Sì. Sei seduta qui e senti “Oh, devo fare qualcosa riguardo ai miei
titoli in borsa” e fai l'indagine: “È vero? Non posso saperlo con assoluta
certezza”. Così lasci che sia la decisione a decidere. Ti dedichi a quello
che ti piace, leggi, navighi in internet, e ti erudisci. E la decisione
scaturirà da tutto ciò, al momento giusto. È bellissimo. In conseguenza di
quella decisione guadagnerai dei soldi o ne perderai. Sarà come deve
essere. Ma se pensi di essere tu a dover fare qualcosa, se immagini di
essere tu colei che fa, è pura illusione. Coltiva le tue passioni. Fai quello
che ti piace. Indaga e mentre lo fai vivi una vita felice.
Ruth: A volte non riesco nemmeno a leggere. Non ricordo, perdo la capacità
di concentrarmi e...
Katie: Tesoro, sei stata risparmiata! [Ruth e il pubblico ridono] Io dico
sempre, ogni volta che perdo qualcuno o qualcosa, che sono stata
risparmiata. È davvero così. Vediamo l'ultima frase.
Ruth: Non voglio mai più entrare nel panico a causa del mio denaro in
borsa.
Katie: “Sono disposta...”.
Ruth: Sono disposta ad entrare nel panico a causa del mio denaro in borsa.
Katie: “Non vedo l'ora...”. Potrebbe accadere.
Ruth: [Ridendo] Non vedo l'ora di entrare nel panico a causa del mio denaro
in borsa.
Katie: Sì, perché questo ti riporterà al Lavoro.
Ruth: È quello che voglio fare.
Katie: Questo è lo scopo dello stress. È un amico. Una sveglia che suona
per ricordarti che è ora di fare Il Lavoro. Hai semplicemente perduto la
consapevolezza di essere libera. Indaga e ritorna a quello che sei. È
questo che attende di venire riconosciuto: ciò che è sempre reale.
Non sono io che lascio andare i miei concetti.
Io li accolgo con comprensione.
Poi loro lasciano andare me.
10

Fare Il Lavoro su qualunque


pensiero o situazione
Non c'è pensiero o situazione che tu non possa sottoporre all'indagine. Ogni
pensiero, ogni persona, ogni apparente problema è qui per la tua libertà.
Ogni volta che percepisci qualcosa come separato o inaccettabile, l'indagine
ti riporta alla pace che provavi prima di credere a quel pensiero.
Se non sei completamente a tuo agio nel mondo, fai Il Lavoro. A questo
serve qualunque sensazione sgradevole, a questo serve il dolore, a questo
serve il denaro, a questo servono tutte le cose del mondo: alla realizzazione
di sé. Tutto è un'immagine riflessa del tuo pensiero. Giudica, indaga, rigira
e renditi libero, se è la libertà quello che vuoi. È bene che tu provi rabbia,
paura o tristezza. Siediti, identifica la storia e fai Il Lavoro. Finché non
vedrai qualunque cosa al mondo come un amico, il tuo Lavoro non è finito.

Il rigiro con “I miei pensieri”

Una volta sviluppata la capacità di fare Il Lavoro sulle persone, puoi


passare a indagare problemi come la fame nel mondo, i fondamentalismi, la
burocrazia, i governi, il sesso, il terrorismo o qualunque argomento
sgradevole appaia nella tua mente.
Indagando i vari problemi e rigirando i tuoi giudizi, vedrai che tutto ciò
che percepisci come un problema “là fuori” non è altro che una percezione
errata all'interno del tuo stesso modo di pensare.
Quando le affermazioni sul tuo foglio di Lavoro puntano ad un
particolare problema, per prima cosa indagale attraverso le quattro
domande, come sempre. Poi, quando arrivi al rigiro, sostituisci al problema
le parole ‘i miei pensieri’, ogni volta che sembra adatto. Per esempio, “Non
mi piace la guerra perché mi spaventa” diventa “Non mi piacciono i miei
pensieri perché mi spaventano” o “Non mi piacciono i miei pensieri,
soprattutto sulla guerra, perché mi spaventano”. È altrettanto vero o più
vero per te?
Ecco altri esempi di questo rigiro con “i miei pensieri”:

AFFERMAZIONE ORIGINARIA : Sono arrabbiato con i burocrati perché mi


complicano la vita.

Rigiro: Sono arrabbiato con i miei pensieri perché mi complicano la


vita.

AFFERMAZIONE ORIGINARIA : Detesto il mio difetto fisico perché allontana


la gente da me.

Rigiro: Detesto i miei pensieri perché mi allontanano dalla gente.


Detesto i miei pensieri perché mi allontanano da me stesso.

AFFERMAZIONE ORIGINARIA : Vorrei che il sesso fosse dolce e pieno


d'amore.

Rigiro: Vorrei che i miei pensieri fossero dolci e pieni d'amore.

Quando è difficile individuare la storia

A volte, quando siamo particolarmente turbati, può essere difficile


identificare il pensiero che sta dietro alla sensazione sgradevole. Se hai
delle difficoltà a riconoscere con precisione i pensieri che ti disturbano,
prova a fare l'esercizio seguente.
Prendi sei fogli bianchi e allargali su una superficie abbastanza ampia.

Numera il primo foglio con il numero 1 e scrivi in cima: amareggiato,


deluso, vergognoso, imbarazzato, spaventato, irritato, arrabbiato. Sotto,
scrivi: Perché__________. Poi, a metà del foglio, scrivi: E ciò significa
che__________.
Numera 2 il secondo foglio e scrivi in cima Voglio.
Numera 3 il terzo foglio e scrivi in cima Deve.
Numera 4 il quarto foglio e scrivi in cima Ho bisogno.
Numera 5 il quinto foglio e scrivi in cima Giudico.
Numera 6 il sesto foglio e scrivi in cima Mai più.
Apri a ventaglio i sei fogli davanti a te e lascia che la mente si sbizzarrisca a
piacere su un problema. Utilizza i pensieri per alimentare il fuoco sotto il
problema e nota quali pensieri funzionano meglio. Se nessun pensiero
funziona bene, cercane di nuovi o esagerane qualcuno. Scrivi i pensieri nel
modo più semplice possibile. Essere bruschi aiuta. Non occorre seguire un
ordine preciso. Ecco una guida generale all'uso dei sei fogli.
Il foglio 1 serve a scrivere quello che ti appare come un ‘fatto’. Ad
esempio: “Non è venuta a pranzo, mi ha lasciato ad aspettarla al ristorante e
non mi ha nemmeno avvertito”. Descrivi i fatti dopo la parola Perché... Poi
spunta le reazioni che ti sembrano più appropriate, ad esempio
amareggiato, irritato. Quindi scrivi la tua interpretazione del fatto dopo E
ciò significa che.... Includi i tuoi peggiori pensieri, ad esempio “Non mi
ama più” o “È andata a pranzo con un altro”.
Appena ti scopri a pensare Io voglio..., scrivi il pensiero sul foglio
numero 2. Oppure, usa il foglio numero 2 per sollecitarti chiedendoti in che
modo esatto vorresti migliorare la persona o la situazione. Che cosa le
renderebbe perfette per te? Scrivilo nella forma Io voglio... Gioca a essere
Dio e crea la tua perfezione. Ad esempio: Voglio che arrivi sempre in orario,
in qualunque situazione; voglio sapere sempre esattamente quello che fa; e
così via. (Una volta riempito il foglio, chiediti se hai scritto quello che vuoi
davvero; e, se non è così, scrivilo nello spazio rimanente).
I pensieri in forma di Dovrebbe/non dovrebbe... vanno scritti sul foglio
3. Se non sei consapevole di nessun Dovrebbe... pensa che cosa
occorrerebbe per raddrizzare la situazione e soddisfare il tuo senso di
giustizia e di ordine. Scrivi tutti i Dovrebbe... che renderebbero la
situazione “giusta”.
II foglio 4 è quello degli Ho bisogno... per riportare la si tuazione in
linea con il tuo senso di sicurezza e di benessere. Scrivi tutto ciò di cui hai
bisogno per avere una vita felice. Scrivi tutti i correttivi che farebbero
andare le cose come dovrebbero, ad esempio: “Ho bisogno che mi ami” o
“Ho bisogno di avere successo sul lavoro”. Dopo avere scritto alcune
affermazioni su questo foglio, è utile chiederti che cosa otter resti se tutti i
tuoi bisogni venissero soddisfatti. Scrivilo in fondo al foglio.
Sul foglio 5 scrivi i tuoi giudizi più spietati sulla persona o sulla
situazione. Fai una lista di tutte le caratteristiche della persona o della
situazione che il problema ha portato a galla.
Sul foglio 6 scrivi tutti gli aspetti della situazione che prometti o speri
ardentemente che non si ripresentino mai più.
Ora sottolinea le frasi con la carica emotiva più forte e sottoponile al
Lavoro, una alla volta. Dopo avere finito con queste frasi, fai Il Lavoro
anche sulle altre.
Se, una volta completato questo esercizio, scopri di non riuscire a non
vedere l'ora di sperimentare quello che hai scritto sul foglio 6, o se la storia
che ti disturba continua a sfuggirti, puoi provare un altro esercizio. Prendi
molti fogli bianchi e un orologio o un timer. Concentrati sul problema e
scrivi in tutta libertà per cinque minuti senza fermarti. Quando ti vuoi
fermare, riscrivi più volte l'ultima frase finché il flusso ricomincia. Alla
fine, rileggi quello che hai scritto e sottolinea le frasi più dolorose o
disturbanti. Riporta le frasi sottolineate sui fogli numerati da 1 a 6, in quello
che ti sembra più adatto. Metti via ciò che hai scritto per un po’, ad esempio
per una notte, poi rileggi le frasi trasferite sui fogli numerati e sottolinea le
più emotivamente cariche. Ora sai dove cominciare a fare Il Lavoro.
Niente al di fuori di te
potrà mai darti
quello che cerchi.
11

Fare Il Lavoro sul corpo


e sulle dipendenze
I corpi non pensano, non si preoccupano e non hanno problemi con se
stessi. Non si rimproverano e non si colpevolizzano. Cercano
semplicemente di mantenersi in equilibrio e in salute. Sono perfettamente
efficienti, intelligenti, gentili e pieni di risorse. Dove non c'è il pensiero,
non c'è nessun problema. È la storia a cui crediamo prima dell'indagine che
ci rende confusi. Il mio dolore non può essere colpa del mio corpo. Io
racconto la storia del mio corpo e, non avendola indagata, credo che il mio
corpo sia il problema e che, se cambiasse questa o quella cosa, sarei felice.
Il corpo non è mai il problema. Il nostro problema è sempre un pensiero
a cui crediamo innocentemente. Il Lavoro gestisce i nostri pensieri, non
l'oggetto da cui pensiamo di essere dipendenti. Non esiste la dipendenza da
un oggetto, c'è solo l'attaccamento a un concetto non indagato che appare
nel momento.
Per esempio, non mi importa se fumo o non fumo, per me non si tratta
di giusto o sbagliato. Ho fumato moltissimo per anni, anche una sigaretta
dopo l'altra. Poi, nel 1986, dopo la mia esperienza nella casa di
riabilitazione, improvvisamente finì. Quando andai in Turchia, nel 1997,
non fumavo una sigaretta da undici anni. Presi un taxi e l'autista aveva
messo una musica turca a tutto volume e suonava continuamente il clacson
(tutti suonano continuamente il clacson, è il suono di Dio, e le due corsie
sono in realtà sei corsie che si mescolano, tutti strombazzano a tutti e la
cosa funziona a meraviglia). A un certo punto il tassista si girò e mi offrì
una sigaretta con un grande sorriso. Non ci pensai due volte. La accettai e
lui me la accese. La musica andava sempre a tutto volume, i clacson
suonavano all'impazzata e io mi rilassai sul sedile posteriore fumando la
mia sigaretta e godendomi ogni momento. Ho notato che se fumo va bene e
va bene se non fumo, e ho anche notato che da quella straordinaria corsa in
taxi non ho mai più fumato.
Ma ecco dov'è la dipendenza: appare un concetto che dice che dovrei o
che non dovrei fumare, ci credo e mi allontano dalla realtà del momento
presente. Senza l'indagine, crediamo a pensieri che non sono veri per noi, e
questi pensieri sono il motivo per cui fumiamo o beviamo. Chi saresti senza
i tuoi “dovrei” o “non dovrei”?
Se pensi che l'alcol ti dia la nausea, ti annebbi o ti faccia arrabbiare,
quando bevi è come se bevessi questi malesseri. Incontri l'alcol com'è nella
tua mente, e l'alcol farà esattamente quello che sai che farà. Perciò
indaghiamo i tuoi pensieri, non per smettere di bere, quanto per mettere fine
alla confusione riguardo a ciò che l'alcol farà. Se credi di avere davvero
voglia di continuare a bere, osserva cosa ti fa l'alcol. Non c'è pietà e non c'è
neanche una vittima. E alla fine non c'è nemmeno piacere, solo i postumi di
una sbornia.
Se il mio corpo si ammala, vado dal medico. Il mio corpo sono affari
suoi. Gli affari miei sono i miei pensieri, e nella pace di questa
consapevolezza ho una grande chiarezza su che cosa fare o dove andare.
Allora il corpo diventa davvero divertente, perché non t'importa se vive o se
muore. È un'immagine proiettata, una metafora del tuo pensiero che ti viene
rispecchiata.
Una volta, nel 1986, mentre mi facevano un massaggio, ebbi
un'improvvisa paralisi. Era come se tutti i muscoli, i tendini e i legamenti
fossero al massimo della tensione. Era simile al rigor mortis, non potevo
fare il minimo movimento. Durante tutta l'esperienza ero perfettamente
calma e gioiosa, perché non avevo una storia che diceva che il corpo
doveva essere in un certo modo o non essere paralizzato. Mi attraversarono
pensieri come “Mio Dio, sono paralizzata. Qualcosa di terribile sta
succedendo”. Ma l'indagine era viva dentro di me e non permetteva nessun
attaccamento a quei pensieri. Se il processo fosse andato al rallentatore e
avesse potuto parlare, sarebbe suonato così: “ ‘Non sarai mai più in grado di
camminare’. Tesoro, puoi sapere con assoluta certezza che è vero?”. Sono
così veloci queste quattro domande! Accolgono un pensiero appena appare.
Dopo circa un'ora, il mio corpo si rilassò e ritornò a quello che viene
chiamato lo stato normale. Il mio corpo non è mai un problema se il mio
modo di pensare è in buona salute.
Un cuore malato?

Come vivi se credi al pensiero che il tuo corpo dovrebbe essere diverso da
com'è? Come ti fa sentire? “Quando il mio corpo starà bene, sarò contento”.
“Dovrei essere più magra, più in forma, più giovane, più carina”. È un
vecchio mito. Se penso che il mio corpo debba essere diverso da com'è in
questo momento, sono fuori dai miei affari. Sono pazza!
Non ti sto chiedendo di lasciar andare il tuo corpo, come se una cosa del
genere fosse possibile. Ti chiedo di prendere possesso del tuo corpo, di
averne cura, di guardare le tue credenze riguardo al tuo corpo, scriverle
sulla carta, fare l'indagine e i rigiri.

Harriet: Sono arrabbiata con il mio cuore perché è debole e malato. Limita
le mie attività fisiche e potrei morire in qualunque momento.
Katie: È vero che il tuo cuore è debole e malato?
Harriet: Sì, è ereditario. Entrambi i miei genitori e tre nonni sono morti per
problemi di cuore.
Katie: I tuoi genitori avevano problemi di cuore e sembra che tu abbia
ereditato un sistema di credenze che ti terrorizza. I medici ti hanno detto
che hai dei problemi di cuore. Ora ti invito a chiederti: “Puoi sapere con
assoluta certezza che è vero?”.
Harriet: Beh, no, non posso esserne sicura. Negli ultimi cinque minuti
potrebbe essere cambiato qualcosa.
Katie: Esatto, non puoi mai esserne davvero sicura. Come faccio a sapere
che il mio cuore dovrebbe essere così com'è? Perché è così. La realtà è la
mia conferma. Come reagisci quando credi al pensiero che il tuo cuore è
debole e malato?
Harriet: Sono spaventata. Limito le mie attività. Non esco di casa e divento
inattiva. Mi deprime non poter fare quello che vorrei. Immagino il dolore
e la paura di un attacco di cuore. Sono disperata.
Katie: Il risultato è che rimani concentrata sulla tua disperazione e non
guardi i tuoi pensieri. Di qui nasce la paura: dai tuoi pensieri non
indagati. Finché vedrai il tuo cuore come il problema e cercherai delle
soluzioni al di fuori della tua mente, conoscerai soltanto la paura. Chi o
che cosa saresti se non avessi mai avuto il pensiero che il tuo cuore è
debole e malato?
Harriet: Penso che sarei più serena e più libera di fare quello che voglio.
Katie: Rigiriamo quello che hai scritto, sostituendo a cuore la frase “i miei
pensieri”.
Harriet: Sono arrabbiata con i miei pensieri perché sono deboli e malati.
Katie: La tua mente è debole e malata quando accusa il tuo cuore di essere
il problema. In quel momento sei pazza. La tua mente è malata se credi
che il tuo cuore non sia esattamente come deve essere. Come fai a
saperlo? Se hai una credenza che si oppone a ciò che è, non ti senti in
armonia e il tuo cuore inizia a correre. Il tuo corpo è l'amorevole riflesso
della tua mente. Finché non lo capirai, il tuo cuore continuerà a essere il
tuo maestro, indicandoti sempre la via più gentile. Leggi la frase
successiva.
Harriet: Voglio che il mio cuore guarisca completamente.
Katie: È vero? È vero davvero?
Harriet: Che domanda! [Pausa] Mmm...
Katie: Interessante, no? Puoi sapere con assoluta certezza che è vero che il
tuo cuore ha bisogno di guarire completamente?
Harriet: Sembrerebbe proprio di sì. [Pausa] No, non posso saperlo con
assoluta certezza.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero che il tuo cuore non sia
normale per te e che debba guarire?
Harriet: Ci penso continuamente. Penso alla morte e ho paura. Passo in
rassegna tutte le cure tradizionali e quelle naturali, ma sono davvero
confusa. Voglio disperatamente capire, ma non ci riesco.
Katie: Chi o che cosa saresti tu senza la storia “Voglio che il mio cuore
guarisca completamente”?
Harriet: Vivrei semplicemente la mia vita. Non sarei così spaventata. Sarei
più presente a ciò che mi dice il mio medico. Mi vedo essere contenta di
quello che faccio, che sia attiva o no. E non penserei sempre al futuro,
alla morte.
Katie: Molto sensato. Adesso rigira.
Harriet: Voglio che il mio modo di pensare guarisca completamente.
Katie: Non è altrettanto vero o più vero? Abbiamo cercato di curare il corpo
per migliaia di anni, ma il corpo si ammala, invecchia e infine muore. I
corpi sono fatti per passare, non per durare. Nessun corpo ha mai
raggiunto la guarigione completa. Se vuoi la pace, l'unica cosa da guarire
è la mente, che tu sia malata o sana. Leggi la frase successiva.
Harriet: Il mio cuore è debole, malato, inaffidabile, limitante, riduttivo e
incline al dolore.
Katie: È vero?
Harriet: No, non esattamente. È altrettanto vero dire che la mia mente è
debole, malata, inaffidabile, limitante, riduttiva e incline al dolore quando
considera così il mio cuore.
Katie: Come ti fa sentire pensare che il tuo cuore sia inadeguato? Il cuore di
ognuno è perfetto così com'è in questo momento. Il cuore di ognuno deve
essere nelle condizioni in cui è ora, anche un cuore che si sta fermando.
Harriet: Se penso che il cuore sia perfetto così, anche se ho dolore,
prenderei provvedimenti?
Katie: Certamente. Io lo chiamo lavare i piatti ed amare di farlo. Quando
hai una certa comprensione dei tuoi pensieri attraverso l'indagine, puoi
chiamare la guardia medica consapevolmente, senza paura o panico.
Sarai in grado di descrivere meglio le tue condizioni e di rispondere con
chiarezza alle domande. Hai sempre saputo che cosa fare, la cosa non
cambia. Vediamo la prossima frase.
Harriet: Non sono disposta a rinunciare a guarire il mio cuore o lasciare
che smetta di funzionare o che mi impedisca una vita attiva e normale.
Katie: Sì che lo sei, tesoro. Se il tuo cuore si ferma, muori. Morire, come
qualunque altra cosa, non è una scelta, anche se potrebbe sembrare tale.
Riesci a rigirare l'ultima frase?
Harriet: Sono disposta a rinunciare a guarire il mio cuore.
Katie: Buon per te! Rinuncia a guarire il tuo cuore. Consegnalo al tuo
medico e tu lavora al tuo pensiero. È questo l'importante. Il tuo cuore ti
amerà per questo. Continua il rigiro.
Harriet: Sono disposta a lasciare che smetta di funzionare. Sono disposta a
lasciare che mi impedisca una vita attiva e normale.
Katie: Ora rileggi le ultime frasi facendole precedere da “Non vedo l'ora
di...”.
Harriet: Non vedo l'ora di rinunciare a guarire il mio cuore. Non vedo l'ora
di lasciare che smetta di funzionare. Non vedo l'ora di lasciare che mi
impedisca una vita attiva e normale.
Katie: Per me, questa è libertà. Segui le prescrizioni del tuo medico e
guarda che cosa accade da una posizione mentalmente sana e amorevole.
Alla fine capirai che il tuo corpo non è affar tuo. È affare del tuo medico.
L'unica cosa che devi guarire tu è l'errata credenza che appare in questo
momento. Grazie, tesoro.

La dipendenza di mia figlia

Ho lavorato con centinaia di alcolisti e molte volte ho scoperto che erano


ubriachi dei loro pensieri, prima ancora che di alcol. Molti mi hanno detto
che Il Lavoro include tutti i dodici passi degli Alcolisti Anonimi. Ad
esempio, dà una forma chiara al quarto e al quinto passo: “Fare senza paura
un inventario di se stessi e ammettere l'esatta natura dei propri sbagli”, che
migliaia di persone hanno tentato di fare senza sapere come.
“Non fare necessariamente Il Lavoro sul bere”, dico sempre. “Ritorna
semplicemente al pensiero precedente a quello di avere bisogno di bere e fai
Il Lavoro su quello, su quell'uomo o quella donna, su quella situazione. Il
pensiero precedente è quello che cerchi di mettere a tacere con l'alcol. Il
problema non è l'alcol, ma i tuoi pensieri non indagati. L'alcol è onesto e
sincero: ti promette di ubriacarti e lo fa, promette di rendere le cose ancora
peggiori e lo fa. Mantiene sempre la sua parola. È un grande maestro di
integrità. Non dice: ‘Bevimi’. Sta semplicemente lì, coerente, in attesa di
fare il suo lavoro.
“Fai Il Lavoro sui tuoi pensieri non indagati e vai agli incontri dei
dodici passi; condividi la tua forza e la tua esperienza, in modo da poterti
ascoltare. Sei sempre tu l'oggetto del tuo Lavoro. È la tua verità, non la
nostra, che ti renderà libero”.
Quando aveva sedici anni, mia figlia Roxann beveva pesantemente e
faceva uso di droghe. Ciò accadeva prima che mi risvegliassi con le
domande nel 1986, ma in quel periodo ero così depressa che non ero
neppure consapevole di quello che accadeva. Poi, quando l'indagine prese
vita in me, cominciai a notare i comportamenti di mia figlia e i miei pensieri
al riguardo.
Tutte le sera usciva con la sua nuova Camaro rossa. Se le chiedevo dove
andava, mi lanciava un'occhiataccia e usciva sbattendo la porta. Era uno
sguardo che conoscevo bene. Le avevo insegnato io a guardarmi così
perché era uno sguardo che avevo portato sul volto per tanti anni.
Attraverso l'indagine imparai a tacere nei suoi confronti e nei confronti
di tutti. Imparai ad essere una che ascolta. Spesso l'aspettavo alzata molto
dopo la mezzanotte, per il puro privilegio di vederla. Esclusivamente per
quel privilegio. Sapevo che beveva e sapevo che non potevo fare niente. La
mia mente era attraversata da pensieri come “Probabilmente sta tornando a
casa ubriaca, morirà in un incidente e non la vedrò mai più. Sono sua
madre, le ho comprato la macchina, la responsabilità è mia, dovrei
togliergliela” (ma non potevo, gliel'avevo regalata, era sua). “Guiderà
ubriaca, andrà a sbattere contro un'altra macchina o contro un muro, si
ucciderà e ucciderà i suoi passeggeri”. Appena questi pensieri si
presentavano, li accoglievo indagandoli silenziosamente. L'indagine mi
riportava immediatamente alla realtà. Ecco che cos'era vero: una donna che
aspettava seduta su una sedia il ritorno della sua adorata figlia.
Una sera, dopo essere stata via per un weekend di tre giorni, Roxann
rientrò con un'aria di grande sofferenza, come se avesse abbassato tutte le
difese. Vide che la aspettavo e mi cadde tra le braccia dicendo: “Mamma,
non posso più andare avanti così. Aiutami, ti prego. Qualunque cosa sia che
dai alla gente che viene a trovarti, dalla anche a me”. Così facemmo Il
Lavoro e si unì agli Alcolisti Anonimi. Non si ubriacò e non si drogò mai
più. Il lavoro può essere complementare a qualsiasi programma di
guarigione.
Ogni volta che aveva un problema non aveva più bisogno di bere o di
drogarsi, e non aveva nemmeno bisogno di me. Scriveva su un foglio il
problema, faceva le quattro domande e i rigiri.
Quando c'è pace all'interno, c'è pace all'esterno. Vedere al di là
dell'illusione della sofferenza è il dono più grande. Sono felice che tutti i
miei figli ne abbiano potuto beneficiare.
Nel dialogo seguente parlo con Charlotte, una donna logorata dai
pensieri sulla dipendenza dalla droga della figlia. Leggendo, pensa alle tue
dipendenze. Possono non essere le droghe né il tabacco. Forse sei
dipendente dall'apprezzamento, dalle attenzioni o dal desiderio di avere
sempre ragione. Alla fine potresti scoprire che cercare di guadagnare
qualunque cosa al di fuori di te è doloroso.

Charlotte: Sono spaventata dalla dipendenza dalla droga di mia figlia


perché la sta uccidendo.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Non sto dicendo che
non lo sia. È soltanto una domanda. “La dipendenza dalla droga la sta
uccidendo”: puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Charlotte: No.
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero “La dipendenza dalla droga
la sta uccidendo”?
Charlotte: Mi arrabbio moltissimo.
Katie: Che cosa le dici? Che cosa fai?
Charlotte: La giudico, la allontano, mi fa paura. Non la voglio vicino.
Katie: Chi saresti tu, alla presenza di tua figlia, senza il pensiero “La
dipendenza dalla droga la sta uccidendo”?
Charlotte: Sarei più serena, sarei più me stessa, meno sgarbata nei suoi
confronti, meno reattiva.
Katie: Quando Il Lavoro mi trovò, mia figlia era, per sua definizione,
alcolista e assumeva droghe. Ma in me erano vive le domande. “La sua
dipendenza la sta uccidendo”: posso sapere con assoluta certezza che è
vero? No. E chi sarei io senza questa storia? Sarei totalmente lì per lei,
l'amerei con tutto il cuore, finché è in vita. Forse domani morirà di over
dose, ma in questo momento è tra le mie braccia. Come tratti tua figlia
quando credi al pensiero: “La dipendenza dalla droga la sta uccidendo”?
Charlotte: Non la voglio vedere, la allontano.
Katie: Questa è paura, la paura che proviamo quando siamo attaccati a un
incubo. “La dipendenza dalla droga la sta uccidendo”. Rigira. Quando il
rigiro si applica a un oggetto, come lo è la droga, sostituisci l'oggetto con
“i miei pensieri”. “I miei pensieri...”.
Charlotte: I miei pensieri la stanno uccidendo.
Katie: C'è un altro rigiro. “I miei pensieri mi...”.
Charlotte: Mi stanno uccidendo.
Katie: Sì.
Charlotte: Stanno uccidendo il nostro rapporto.
Katie: Lei morirà per un'overdose di droga e tu morirai per un'overdose di
pensieri. Potresti morire tu prima di tua figlia.
Charlotte: Sì, è vero. Lo stress mi sta uccidendo.
Katie: Lei è ‘fatta’, tu sei ‘fatta’. Ci sono passata anch'io.
Charlotte: Sì, divento molto tossica quando mi sbatte in faccia il fatto che
lei fa uso di droghe.
Katie: “Lei fa uso...”. Rigira.
Charlotte: Io faccio uso?
Katie: Sì, tu fai uso di lei per rimanere tossica. Lei fa uso di droghe e tu fai
uso di lei. Dov'è la differenza?
Charlotte: Mmm...
Katie: Leggiamo la prossima frase.
Charlotte: Sono arrabbiata e amareggiata per la dipendenza di Linda dalla
droga perché sento che sta mettendo a rischio la vita della mia nipotina,
Debbie.
Katie: Quindi hai paura che accada qualcosa e la tua nipotina muoia.
Charlotte: O che venga molestata o...
Katie: Quindi, a causa della dipendenza di tua figlia, può accadere qualcosa
di terribile a tua nipote.
Charlotte: Sì.
Katie: È vero? Non sto dicendo che non lo sia. Sono semplici domande,
senza secondi fini. Riguardano la fine della tua sofferenza. Puoi sapere
con assoluta certezza che è vero?
Charlotte: No, non posso saperlo.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Charlotte: Ho pianto per gli ultimi due giorni. Non dormo da quarantotto
ore. Sono terrorizzata.
Katie: Dammi un motivo non stressante per credere a questo pensiero.
Charlotte: Non ce n'è nessuno.
Katie: “La dipendenza dalla droga di mia figlia sta mettendo a rischio la
vita di mia nipote”. Rigira. “La mia dipendenza dai pensieri...”.
Charlotte: La mia dipendenza dai pensieri sta mettendo a rischio la mia
vita. Sì, lo vedo. È vero.
Katie: Ora rileggi incominciando con: “La mia dipendenza dalla droga...”.
Charlotte: La mia dipendenza dalla droga sta mettendo a rischio la mia
vita?
Katie: Sì, e la tua droga è lei.
Charlotte: Sì, capisco. La mia dipendenza è lei. Sono così dentro i suoi
affari!
Katie: È così. Lei ha una dipendenza dalla droga e tu hai una dipendenza
dal voler gestire mentalmente la sua vita. È lei la tua droga.
Charlotte: Giusto.
Katie: È una follia essere mentalmente negli affari dei miei figli.
Charlotte: Anche della piccolina?
Katie: “Lei deve prendersi cura della bambina”. Rigira.
Charlotte: Io devo prendermi cura della bambina?
Katie: Sì, tu.
Charlotte: Oh, Dio! Dovrei farlo io?
Katie: Tu che ne pensi? A quanto dici, tua figlia non lo fa.
Charlotte: Mi sto già occupando dei tre bambini dell'altra mia figlia, da
quando sono nati. Come...
Katie: Bene. Allevane quattro, allevane cinque, allevane mille. Ci sono
bambini che hanno fame in tutto il mondo. Che cosa fai ancora seduta
qui?
Charlotte: Voglio dire che, se mi occupo di sua figlia, sarebbe come darle il
permesso di drogarsi. È così sarei io che la uccido.
Katie: Occuparti della bambina è un problema per te? Lo è anche per lei.
Cose come queste ci mettono in una posizione di umiltà. Stai facendo del
tuo meglio?
Charlotte: Sì.
Katie: Ti credo. Quando pensi “Mia figlia dovrebbe fare qualcosa riguardo
a questo problema”, fai il rigiro. “Io devo fare qualcosa riguardo a questo
problema”. Se non lo fai, sei esattamente come tua figlia. Quando lei ti
dirà: “Non ci riesco”, la capirai benissimo. Ma se ti arrabbi con lei,
perché non hai indagato i tuoi pensieri, siete entrambe ‘fatte’ e a tua
figlia insegni la pazzia.
Charlotte: Ah!
Katie: “La dipendenza dalla droga sta mettendo a rischio la vita di Debbie”.
Rigira.
Charlotte: I miei pensieri sulla dipendenza dalla droga di Linda stanno
mettendo a rischio la mia vita.
Katie: Sì.
Charlotte: Questo è assolutamente vero.
Katie: La sua dipendenza dalla droga, sono affari di chi?
Charlotte: Suoi.
Katie: E la tua dipendenza?
Charlotte: Miei.
Katie: Prenditi cura dei tuoi affari. Vediamo la prossima.
Charlotte: La dipendenza dalla droga di mia figlia le sta rovinando la vita.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che nel lungo termine la
dipendenza dalla droga di tua figlia le rovinerà la vita?
Charlotte: No.
Katie: Tutto inizia a chiarirsi. Sono contenta che tu abbia risposto a questa
domanda. Quando ho fatto Il Lavoro su mia figlia, nel 1986, ho scoperto
che ho dovuto andare molto in profondità per scoprire questa stessa cosa.
Ed è venuto fuori che, in seguito a quella dipendenza, oggi la sua vita è
molto più ricca. Il punto finale è semplicemente che non posso sapere
niente. Guardo le cose come sono nella realtà. Ciò mi mette nella
posizione di agire con amore e sanità mentale, e la vita è sempre
assolutamente meravigliosa. Se mia figlia morisse, continuerei ad avere
la stessa visione della vita. Non posso ingannarmi da sola. Devo
conoscere la verità. Se questo cammino fosse la tua unica via verso Dio,
lo sceglieresti?
Charlotte: Sì.
Katie: Bene, sembra che sia proprio così. Nessuna possibilità di errore. Ci
siamo sempre realizzati attraverso i figli, adesso è ora di diventare auto-
realizzati. Rileggi la frase.
Charlotte: La dipendenza dalla droga di mia figlia le sta rovinando la vita.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Charlotte: Mi sento disperata.
Katie: E come vivi quando ti senti disperata?
Charlotte: Non vivo.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero?
Charlotte: Sì.
Katie: Chi saresti tu, vivendo la tua vita, senza questo pensiero?
Charlotte: Sarei certamente una madre migliore.
Katie: Bene. Sei tu l'esperta e questo è ciò che sto imparando da te. Con il
pensiero, c'è sofferenza; senza il pensiero, nessuna sofferenza e tu sei una
madre migliore. Quindi, che cosa c'entra tua figlia con il tuo problema?
Niente. Se pensi che tua figlia sia il tuo problema, benvenuta nel Lavoro.
Tua figlia è la figlia perfetta per te, perché porta a galla qualunque tuo
concetto non indagato finché non avrai un barlume della realtà. È il suo
lavoro. Ogni cosa ha il suo lavoro. Il lavoro di una candela è ardere, il
lavoro di una rosa è sbocciare, il lavoro di tua figlia è fare uso di droghe,
in questo momento il mio lavoro è bere il tè. [Beve un sorso di tè]
Quando capirai lei ti verrà dietro, capirà anche lei. È una legge, perché lei
è la tua proiezione. Quando passerai alla polarità della verità, lo farà
anche lei. Inferno dentro e inferno fuori. Pace dentro e pace fuori.
Vediamo la prossima frase.
Charlotte: Adesso mi sembra sciocco. Devo leggere lo stesso quello che ho
scritto?
Katie: Sì. I pensieri appaiono.
Charlotte: Sono arrabbiata, amareggiata, confusa e spaventata, tutto
quanto, per la dipendenza dalla droga di mia figlia Linda, perché mi
provoca un dolore straziante.
Katie: Rigira.
Charlotte: Ovviamente, sono i miei pensieri su di lei che mi provocano un
dolore straziante. Sì.
Katie: Sì. Tua figlia non ha niente a che vedere con il tuo dolore.
Charlotte: Mmm... È assolutamente vero. Lo vedo. Riesco a sentirlo.
Katie: Sono felice quando le persone realizzano ciò, perché quando vedono
l'innocenza dei figli, dei genitori o del partner, vedono anche la loro
stessa innocenza. Il Lavoro riguarda al cento per cento il perdono, perché
è questo che vuoi. È questo che sei. Vediamo la prossima.
Charlotte: La dipendenza dalla droga di Linda mi spaventa perché altera la
sua personalità.
Katie: Rigira. “I miei pensieri mi spaventano...”.
Charlotte: I miei pensieri mi spaventano perché alterano la sua personalità?
Katie: Interessante. Ora prova con “perché alterano la mia...”.
Charlotte: Perché alterano la mia personalità. Sì, è vero.
Katie: E di conseguenza quella di Linda.
Charlotte: E di conseguenza quella di Linda.
Katie: Non è interessante che l'ultimo posto in cui guardiamo siamo sempre
noi? Cerchiamo sempre di cambiare la cosa proiettata, invece di pulire il
proiettore. Fino ad oggi non sapevamo come farlo.
Charlotte: Già.
Katie: Dunque rileggi tutta la frase.
Charlotte: I miei pensieri mi spaventano perché alterano la mia personalità.
Katie: Sentilo profondamente.
Charlotte: Caspita! E non posso vederla allora. È così! I miei pensieri mi
spaventano perché alterano la mia personalità, e non vedo più né lei né
me stessa. Sì.
Katie: Non ti è mai capitato di arrabbiarti con lei e poi chiederti: “Come ho
potuto dirle quelle cose? Perché la sto ferendo? Lei è tutta la mia vita, la
amo, e la tratto come...”.
Charlotte: Come un pezzo di merda. Sì, è come se diventassi un'altra. Sono
così spietata con lei quando si droga.
Katie: Perché tu sei una drogata e la tua droga è lei. Altrimenti, come
potresti essere una paladina della sofferenza? Dei genitori mi telefonano
e mi dicono: “Mio figlio si droga, è nei guai”, e non vedono che nei guai
sono loro. Il figlio sta bene, o almeno altrettanto bene quanto i genitori.
Quando diventi lucida, tua figlia ti seguirà. Tu sei la via. Vediamo la
prossima.
Charlotte: Sono arrabbiata per la dipendenza dalla droga di Linda, perché
quando si droga mi fa paura.
Katie: Rigira.
Charlotte: Sono arrabbiata per la mia dipendenza dalla droga perché mi
faccio paura. È proprio questo che accade quando la vedo e so che si è
drogata. Mi fa paura la mia reazione nei suoi confronti.
Katie: “Linda ti fa paura”. È vero?
Charlotte: No.
Katie: Come reagisci, come la tratti, quando credi a questo pensiero?
Charlotte: Divento cattiva, aggressiva, incostante e soprattutto la butto
fuori.
Katie: Come se in casa fosse entrato qualcosa di velenoso.
Charlotte: Sì, faccio proprio così.
Katie: E lei è la tua bambina.
Charlotte: Sì.
Katie: E tu la tratti come un insetto che striscia sul pavimento.
Charlotte: Sì. È proprio così.
Katie: È la tua bambina adorata e tu la tratti come una nemica. Ecco il
potere del pensiero che non è stato indagato. Ecco il potere dell'incubo.
Vive di se stesso. Pensi: “Lei mi fa paura”, e devi vivere questa cosa. Ma
se indaghi il pensiero (“Lei mi fa paura”: è vero?), l'incubo scompare.
Quando entrerà e ti verrà il pensiero “Mi fa paura”, la paura verrà
sostituita da una risata. La abbraccerai e sentirai la paura che lei ha di se
stessa. E lei te ne parlerà. Adesso in casa non c'è nessun ascoltatore, c'è
solo un maestro di paura. È comprensibile, perché sino ad oggi non ti sei
mai chiesta se i tuoi pensieri sono veri. Vediamo la prossima frase.
Charlotte: Ho bisogno che Linda mi stia lontano quando è drogata.
Katie: È vero? Non sto dicendo che non lo sia.
Charlotte: È la sensazione che ho.
Katie: Continua a farsi vedere quando è fatta di droga?
Charlotte: No, non più.
Katie: Allora è questo di cui hai bisogno, dato che è quello che hai. Nessuna
possibilità di errore. Se mia figlia non viene, è in questo modo che so che
non ho bisogno di lei. Se viene, è in questo modo che so che ho bisogno
di lei.
Charlotte: E quando viene la tratto in quel modo orribile.
Katie: Rigira la frase.
Charlotte: Ho bisogno che io mi stia lontano quando sono drogata. È
verissimo.
Katie: Un modo per stare lontano da te stessa quando sei drogata della
droga di Linda è giudicare tua figlia, scrivere i tuoi giudizi, fare le quattro
domande e i rigiri. Stai lontano da quella che pensi di essere (una donna
arrabbiata e impaurita) e ritorna al tuo meraviglioso sé. È quello che
vorresti che facesse lei, per questo so che puoi farlo. È il lavoro di tutta
una vita. Hai molta più energia quando lavori su te stessa.
Charlotte: Sì. Allora la vorrò sempre vicino, che sia drogata o no.
Katie: Non lo so.
Charlotte: Almeno sarò disponibile per lei quando si droga, invece di
buttarla fuori.
Katie: Questo sarà molto meno doloroso per entrambe.
Charlotte: Sì.
Katie: Comprenderlo è meraviglioso. Bel Lavoro, tesoro.
Tutto accade
per me,
non a me.
12

Fare amicizia con il peggio che


può capitare
Ho aiutato persone a fare Il Lavoro sullo stupro, sulla guerra in Vietnam e
in Bosnia, sulla tortura, l'internamento nei campi di concentramento nazisti,
la morte di un figlio e il dolore prolungato di malattie come il cancro. Molti
di noi pensano che non sia umanamente possibile accettare esperienze
estreme come queste, e ancora meno accoglierle con amore incondizionato.
Ma non solo è possibile, è la nostra vera natura.
Niente di terribile è mai accaduto se non nei nostri pensieri. La realtà è
sempre buona, anche in situazioni che sembrano incubi. La storia che
raccontiamo è l'unico incubo che abbiamo vissuto. Quando dico che il
peggio che può capitare è una credenza, lo intendo alla lettera. La cosa
peggiore che ti può capitare è il tuo sistema di credenze non indagato.

Ho paura di morire

Nella Scuola per Il Lavoro, mi piace usare l'indagine per condurre le


persone attraverso la cosa che le spaventa di più, il peggio che può
accadere. Per molti, la cosa peggiore è la morte. Spesso credono che
soffriranno orribilmente, non solo durante il processo del morire, ma anche
dopo essere morti. Le conduco in profondità in questi incubi da svegli per
disperdere l'illusione della paura, del dolore e della sofferenza.
Sono stata accanto a molte persone sul letto di morte, e dopo aver fatto
Il Lavoro tutte mi dicono sempre che si sentono bene. Ricordo una donna
atterrita che stava morendo di cancro. Mi aveva chiesto di andarla a trovare,
mi sono seduta accanto al suo letto e le ho detto: “Non vedo il problema”.
“Ah no?”, ribatté. “Te lo faccio vedere io” e gettò via il lenzuolo. Una
gamba era così gonfia che era almeno il doppio dell'altra. Io guardai e
guardai, ma continuavo a non vedere il problema. “Sei cieca? Guardami
questa gamba. E adesso guarda l'altra”, disse. “Ah, adesso vedo il
problema”, dissi. “Soffri a causa della credenza che una gamba dovrebbe
essere uguale all'altra. Chi saresti senza questo pensiero?”. Capì
immediatamente. Scoppiò a ridere e la paura se ne andò assieme alle risate.
Disse che non era mai stata tanto felice in tutta la sua vita.
Un'altra volta andai a trovare una donna che stava morendo in un
ricovero per anziani. Quando entrai nella sua stanza dormiva e così mi
sedetti accanto al letto finché si svegliò. Poi le presi la mano, parlammo un
po’ e lei mi disse: “Ho così tanta paura. Non so come si fa a morire”. “Cara,
è vero?”, le chiesi. “Certo. Non so come si fa”. “Quando sono arrivata, stavi
dormendo. Sapevi come si fa a dormire?”. “Naturalmente”, rispose. “Tutte
le sere chiudi gli occhi e ti addormenti”, dissi. “Ci piace addormentarci. La
morte è lo stesso. Tutto qui, salvo che per le tue credenze che dicono che è
qualcosa di diverso”. Mi disse di credere nell'aldilà e aggiunse: “Non so che
cosa fare quando ci arriverò”. “Puoi davvero sapere che ci sia qualcosa da
fare?”. “No, forse no”. “Non c'è niente che devi sapere ed è perfetto così.
Tutto ciò di cui hai bisogno è sempre lì per te, non devi pensarci. Tutto
quello che devi fare è addormentarti quando ne senti il bisogno e, quando ti
sveglierai, saprai che cosa devi fare”. Ovviamente le stavo parlando della
vita, non della morte. Poi passammo alla seconda domanda: “Puoi sapere
con assoluta certezza che non sai come si fa a morire?”. Scoppiò a ridere e
disse che preferiva la mia compagnia a quella della sua storia. Che bello
non dover andare in nessun posto diverso da quello in cui siamo già.
Quando la mente pensa alla morte, vede il nulla e lo chiama qualcosa
per evitare di fare esperienza di quello che lei, la mente, è davvero. Finché
non capirai che la morte è uguale alla vita, cercherai di tenere tutto sotto
controllo e farà sempre male. Non c'è nessuna tristezza senza una storia che
si oppone alla realtà.
La paura della morte è l'ultima cortina di fumo che nasconde la paura di
amare. Pensiamo di avere paura della morte del corpo, ma quello di cui
abbiamo davvero paura è la morte della nostra identità. Tuttavia attraverso
l'indagine, mentre comprendiamo che la morte è solo un concetto e che
anche la nostra identità è un concetto, giungiamo a scoprire chi siamo.
Questa è la fine della paura.
La perdita è un altro concetto. Ho assistito alla nascita del mio nipotino,
Race. È stato amore a prima vista. Poi mi accorsi che non respirava. Il
medico aveva un'aria preoccupata e iniziò subito a fare delle manovre per
rianimarlo. Le infermiere capirono che le manovre non funzionavano e
sentii il panico invadere la stanza. Niente funzionava, il bambino non
respirava. A un certo punto, Roxann mi guardò negli occhi e io le sorrisi.
Più tardi mi disse: “Sai quel tuo sorriso che hai così spesso? Quando mi hai
sorriso in quel modo, mi sono sentita invadere da un'ondata di pace. Anche
se il bambino non respirava, andava bene per me”. Poco dopo, il respiro
entrò nei polmoni del mio nipotino e lo sentii strillare.
Sono contenta che il mio nipotino non abbia avuto bisogno di respirare
per farsi amare da me. Il suo respiro, erano affari di chi? Non miei. Non mi
sarei persa un solo istante di lui, che respirasse o no. Sapevo che, anche
senza un solo respiro, aveva vissuto una vita piena. Io amo la realtà; non il
modo in cui detta legge una fantasia, ma la realtà così com'è, in questo
preciso momento.

Henry: Detesto la morte perché mi distrugge. Ho paura di morire. Non


riesco ad accettare la morte. La morte dovrebbe farmi reincarnare. La
morte è dolorosa. La morte è la fine. Non voglio provare mai più la
paura della morte.
Katie: Cominciamo dall'inizio. Rileggi la prima frase.
Henry: Detesto la morte perché mi distrugge.
Katie: Se vuoi vivere nella paura, crea un futuro. Tu hai già deciso un
futuro, tesoro. Sentiamo la prossima frase.
Henry: Ho paura di morire.
Katie: Che cos'è il peggio che potrebbe capitarti morendo? Giochiamoci un
po’.
Henry: La morte del mio corpo.
Katie: E dopo, che cosa accadrà?
Henry: Non lo so.
Katie: Quale pensi sia il peggio che può capitarti? Tu pensi che accadrà
qualcosa di terribile. Che cos'è?
Henry: Che la morte è la fine e che non rinascerò. E che non esiste l'anima.
Katie: E poi? Non rinascerai. Non esiste l'anima. Fin qui non c'è niente.
Quindi, il peggio che potrebbe capitarti è un niente. E allora?
Henry: Sì, ma è doloroso.
Katie: Il niente è doloroso?
Henry: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Come può il niente
essere doloroso? Come potrebbe essere una qualunque cosa? Il niente è
niente.
Henry: Mi immagino questo niente come un buco nero molto sgradevole.
Katie: Quindi, il niente è un buco nero. Puoi sapere con assoluta certezza
che è vero? Non sto dicendo che non lo sia. So quanto ami la tua storia. È
la vecchia storia del buco nero.
Henry: Penso che sia questa la cosa peggiore che possa accadere.
Katie: Bene. Quando muori vai in un grande buco nero, per sempre.
Henry: O all'inferno. Questo buco nero è l'inferno.
Katie: Un grande buco nero infernale per sempre.
Henry: Ed è un inferno di fuoco.
Katie: Un grande buco nero infernale di fuoco per sempre.
Henry: Sì, e lontano da Dio.
Katie: Lontano da Dio. Fuoco e oscurità in questo grande buco nero
infernale per sempre. Ti chiedo: puoi sapere con assoluta certezza che è
vero?
Henry: No, non posso.
Katie: Come ti fa sentire credere a questo pensiero?
Henry: [Piangendo] È doloroso, orribile!
Katie: Tesoro, guardami. Sei in contatto con quello che senti in questo
momento? Guardati. È questo il buco nero dell'inferno. Ci sei già dentro.
Non arriverà chissà quando, stai vivendo la storia della tua morte futura
in questo momento. Questo terrore è il peggio che può succedere. Riesci
a trovare un motivo per lasciar andare questo pensiero? E non ti sto
chiedendo di lasciarlo andare.
Henry: Sì.
Katie: Dammi un motivo per tenerti la storia che non sia come un inferno
buio e infuocato.
Henry: Non ce l'ho.
Katie: Chi o che cosa saresti tu senza questa storia? Hai già vissuto e
continui a vivere il peggio che ti potrebbe accadere. Immaginazione
senza indagine. Perduto all'inferno. Nessuna via d'uscita.
Henry: Respinto lontano da Dio.
Katie: Sì, angelo mio: respinto lontano dalla consapevolezza di Dio nella
tua vita. Non puoi allontanarti da Dio: questa possibilità non esiste. Puoi
soltanto allontanarti dalla consapevolezza di Dio dentro di te per un po’.
Finché adori questo antico idolo, questa vecchia storia del buco nero, non
c'è spazio per nessuna consapevolezza di Dio dentro di te. Questa storia è
ciò che hai adorato come un bambino, in totale innocenza. Vediamo la
frase successiva.
Henry: Ho paura di morire.
Katie: Lo capisco. Ma nessuno ha paura di morire: abbiamo solo paura della
nostra storia sulla morte. Guarda che cosa pensi che sia la morte. Hai
descritto la tua vita, non la morte. Questa è la storia della tua vita.
Henry: Mmm... Sì.
Katie: Leggiamo la frase successiva.
Henry: Non riesco ad accettare la morte.
Katie: È vero?
Henry: Sì, certo. Faccio fatica ad accettarla.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero che non riesci ad
accettare la morte?
Henry: Mi è difficile credere che sia possibile.
Katie: Quando non pensi alla morte, la stai accettando pienamente. Non te
ne preoccupi affatto. Pensa al tuo piede.
Henry: D'accordo.
Katie: Avevi un piede prima di pensarci? Dov'era? Quando non c'è il
pensiero, non c'è il piede. Quando non c'è il pensiero della morte, non c'è
morte.
Henry: Davvero? Non posso credere che sia così semplice.
Katie: Come reagisci, che cosa senti, quando credi al pensiero “Non riesco
ad accettare la morte”?
Henry: Indifeso. Spaventato.
Katie: Cosa saresti tu, nella tua vita, senza la storia “Non riesco ad accettare
la morte”?
Henry: Come sarebbe la mia vita senza questo pensiero? Sarebbe
meravigliosa.
Katie: “Non riesco ad accettare la morte”. Rigira.
Henry: Riesco ad accettare la morte.
Katie: Tutti ci riescono. Tutti lo fanno. Non c'è nessuna decisione nella
morte. Chi sa che non c'è nessuna speranza è libero. La decisione non è
nelle nostre mani. È sempre stato così, ma alcuni devono morire
fisicamente per scoprirlo. Non sorprende che sul letto di morte sorridano.
La morte era quello che hanno sempre cercato nella vita. L'illusione di
avere il controllo è finita. Dove non c'è scelta non c'è paura. E in questo
c'è pace. Capiscono di essere a casa e di non essersene mai andati.
Henry: Questa paura di perdere il controllo è molto forte. E anche questa
paura dell'amore. È tutto collegato.
Katie: È terrificante pensare di poter perdere il controllo, anche se la verità
è che in primo luogo non l'hai mai avuto. È la morte della fantasia e la
nascita della realtà. Vediamo la prossima frase.
Henry: La morte dovrebbe farmi reincarnare.
Katie: “Dovresti poterti reincarnare”. Puoi sapere con assoluta certezza che
è vero? Benvenuto nella storia di un futuro.
Henry: No, non posso sapere se è vero.
Katie: Se non ti piace questa vita, perché dovresti volerne un'altra? [Henry
ride] “Ragazzi, che buco nero è questo. Mmm, penso che ci ritornerò”.
[Risate tra il pubblico] “Vuoi tornare di nuovo”. È vero?
Henry: [Ridendo] No, non voglio reincarnarmi. Ho sbagliato.
Katie: “Ci reincarniamo”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Henry: No. L'ho soltanto letto e l'ho sentito dire.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero?
Henry: Mi fa sentire ansioso riguardo a quello che faccio, perché penso che
forse vi dovrò rimediare in seguito, o che verrò punito o almeno che
dovrò soffrire per molte vite, perché ho fatto del male a tante persone. Ho
paura di avere accumulato un mucchio di cattivo karma, forse ho
sprecato questa vita e dovrò ricominciare tante volte in forme di vita
inferiori.
Katie: Chi saresti senza il pensiero della reincarnazione?
Henry: Avrei meno paura. Mi sentirei più libero.
Katie: La reincarnazione può essere un concetto utile a qualcuno, ma nella
mia esperienza niente si reincarna se non un pensiero. “Io. Io sono. Io
sono una donna. Io sono una donna con figli”, e così via all'infinito. Vuoi
mettere fine al karma? È semplice: ”Io”, “Io sono”: è vero? Chi sarei
senza questa storia? Niente più karma. Poi non vedo l'ora che arrivi la
prossima vita, ed eccola qui. Si chiama ‘ora’. Vediamo la prossima frase.
Henry: La morte è dolorosa.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Henry: No.
Katie: Come ti fa sentire credere al pensiero che la morte è dolorosa?
Henry: In questo momento mi sento stupido.
Katie: “La morte è dolorosa”. rigira. “I miei pensieri...”.
Henry: I miei pensieri sono dolorosi.
Katie: Non è più vero?
Henry: Sì, sì.
Katie: La morte non è mai così poco gentile. La morte è semplicemente la
fine del pensare. La fantasia non indagata è dolorosa, a volte. Vediamo la
prossima.
Henry: La morte è la fine.
Katie: [Ridendo] Questa è buona davvero! Puoi sapere con assoluta
certezza che è vero?
Henry: No.
Katie: Non è uno dei tuoi preferiti? [Il pubblico ride] Come reagisci quando
credi a questo pensiero?
Henry: Fino a questo momento, mi ha fatto sempre paura.
Katie: “La morte è la fine”. Rigira.
Henry: I miei pensieri sono la fine.
Katie: L'inizio, la metà e la fine. [Henry e il pubblico ridono] Tutto. Tu sai
benissimo come morire: sei mai andato a dormire alla sera?
Henry: Certo.
Katie: È così. Sonno senza sogni. Lo sai fare benissimo. Dormi la notte, poi
apri gli occhi, ma non c'è ancora niente, nessuno è ancora sveglio. Non
c'è mai nessuno vivo finché la storia non inizia con “Io”. Qui comincia la
vita, con la prima parola che pensi. Prima non c'è nessun tu, nessun
mondo. E lo fai tutti i giorni della tua vita. È l'identificazione con un “Io”
che si sveglia. “Io” sono Henry. “Io” devo lavarmi i denti. “Io” sono in
ritardo. “Io” ho tante cose da fare oggi. Prima di ciò non c'è nessuno,
niente, nessun buco nero infernale, solo pace, che nemmeno si riconosce
come pace. Sai morire molto bene, tesoro. E rinasci molto bene. Poi,
quando le cose vanno male, hai l'indagine. Vediamo l'ultima frase.
Henry: Non voglio provare mai più la paura della morte
Katie: “Sono disposto...”.
Henry: Sono disposto a provare di nuovo la paura della morte.
Katie: Adesso sai come fare, quindi provaci. “Non vedo l'ora di...”.
Henry: [Ridendo] Non vedo l'ora di provare di nuovo la paura della morte.
Farò del mio meglio.
Katie: Bene. Non c'è nessun posto, nessun buco nero in cui puoi andare
senza che l'indagine ti segua. Se la nutri per un certo periodo, l'indagine
diventa viva dentro di te. Poi prende vita propria e automaticamente nutre
te. E non ti viene mai dato più dolore di quello che puoi affrontare. Mai,
mai ottieni più di quello che puoi prendere: è una promessa. Le
esperienze di morte sono solo esperienze mentali. E quando la gente
muore, l'esperienza è così bella che nessuno ritorna per dirtelo. È così
meravigliosa, perché dovrebbero prendersi la briga di farlo? [Risate] A
questo serve l'indagine. Quindi, tesoro, aspetta con ansia la paura della
morte. Se sei un amante della verità, renditi libero.

Cadono le bombe

Questo dialogo, con un olandese di 67 anni, mostra il potere di una storia


non indagata, che può controllare i pensieri e le azioni per quasi tutta una
vita.
Le bombe erano cadute anche su un tedesco che partecipò a una delle
mie Scuole europee del Lavoro. Aveva sei anni quando le truppe sovietiche
occuparono Berlino nel 1945. I soldati lo presero, assieme a molti altri
bambini, donne e anziani sopravvissuti ai bombardamenti, e lo portarono in
un rifugio. Ricorda che i soldati avevano dato ai bambini delle bombe a
mano per giocare. Vide un bambino togliere la sicura e la bomba esplodere
asportandogli un braccio. Altri bambini vennero mutilati, e l'uomo
ricordava ancora le loro urla, i volti feriti, i pezzi di arto e frammenti di
pelle scagliati in aria. Ricordava anche una bambina di sei anni che dormiva
accanto a lui violentata da un soldato, e mi disse che sentiva ancora le urla
delle donne violentate una notte dopo l'altra nelle baracche. Tutta la sua vita
era stata dominata da quell'esperienza di un bambino di sei anni, mi disse,
ed era venuto alla Scuola per andare in profondità dentro se stesso e i propri
incubi e ritrovare la strada di casa.
Nella stessa Scuola c'era una donna ebrea i cui genitori erano
sopravvissuti a Dachau. Quando era piccola, anche le sue notti erano
riempite dalle urla. Suo padre si svegliava spesso nel cuore della notte
gridando e andando avanti e indietro nella stanza per ore, piangendo e
gemendo. Molte notti, anche la madre si svegliava e si univa al pianto del
padre. Gli incubi dei genitori divennero i suoi. Le dissero che non doveva
fidarsi di nessuno che non avesse un numero tatuato sul braccio. Era
traumatizzata quanto l'uomo olandese.
Dopo alcuni giorni di Scuola, dopo avere ascoltato le loro storie, li misi
insieme a fare un esercizio. I fogli di Lavoro che avevano riempito erano
giudizi sui soldati nemici della Seconda guerra mondiale, delle fazioni
opposte. A turno, ognuno fece l'indagine con l'altro. Che felicità vedere
diventare amici quei due sopravvissuti al pensiero!
Nel dialogo seguente, Willem indaga gli orrori della sua infanzia con
cui aveva convissuto per oltre cinquant'anni. Anche se non è ancora pronto
per ‘non vedere l'ora’ di incontrare il peggio che potrebbe accadergli, arriva
a delle profonde realizzazioni. Non possiamo mai sapere quanto abbiamo
ricevuto dopo un'indagine sincera o quali effetti avrà su di noi. Potremmo
persino non essere mai consapevoli degli effetti. Non sono affari nostri.

Willem: Non mi piace la guerra perché mi ha gettato nella paura e nel


terrore. Mi ha fatto vedere l'incertezza dell'esistenza. Ero perennemente
affamato. Mio padre non c'era, proprio quando avevo più bisogno di lui. Ho
dovuto passare molte notti in un rifugio antiaereo.
Katie: Bene. Quanti anni avevi?
Willem: All'inizio della guerra avevo sei anni, e dodici quando finì.
Katie: Vediamo la frase “Mi ha gettato nella paura e nel terrore”. Ritorna al
momento peggiore di quel periodo, al momento più brutto, con la fame,
la paura e l'assenza di tuo padre. Quanti anni avevi?
Willem: Dodici.
Katie: Che cosa stai facendo? Sto parlando al bambino di dodici anni.
Willem: Sto tornando a casa da scuola. Sento le bombe, mi rifugio in una
casa e la casa mi crolla addosso. Un pezzo del soffitto mi colpisce alla testa.
Katie: Poi, che cosa accadde?
Willem: All'inizio pensai di essere morto, poi mi accorsi che ero ancora
vivo, strisciai tra le macerie e scappai di corsa.
Katie: Sei scappato di corsa. E poi?
Willem: Prima corsi per strada, poi mi rifugiai in un forno, poi in una chiesa,
e lì scesi nella cripta pensando: “Forse qui sarò più al sicuro”. Più tardi mi
fecero salire su un camion assieme a tante altre persone ferite.
Katie: Il tuo corpo era a posto?
Willem: Sì, ma avevo una commozione cerebrale.
Katie: Bene. Ora chiedo al bambino di dodici anni: quale fu il momento
peggiore? Quando hai sentito le bombe? Quando la casa ti è crollata
addosso?
Willem: Quando è crollata la casa.
Katie: Sì, e mentre la casa crolla, a parte i tuoi pensieri, va tutto bene? A
parte i tuoi pensieri, va tutto bene? Nella realtà?
Willem: Adesso, da adulto, posso dire di sì, perché sono sopravvissuto. Ma
da bambino, no, non andava affatto bene.
Katie: Capisco. Ma sto ancora parlando al bambino di dodici anni. Guarda
la casa che crolla. Ti sta crollando addosso. Tu stai bene?
Willem: Sì. Sono ancora vivo.
Katie: Adesso la casa ti è crollata addosso. Stai bene? Nella realtà.
Willem: Sono ancora vivo.
Katie: Adesso strisci fuori. Dimmi la verità, ragazzino: stai bene?
Willem: [Dopo una lunga pausa] Sono vivo.
Katie: Chiedo ancora al bambino: c'è qualcosa che non va?
Willem: Non so se i miei fratelli e la mia matrigna sono ancora vivi.
Katie: Bene. A parte questo pensiero, tu stai bene?
Willem: [Dopo una pausa] Sono vivo e va bene, considerata la situazione.
Katie: Senza la storia di tua madre e della tua famiglia, stai bene? Non
intendo soltanto essere vivo. Guarda il bambino di dodici anni.
Willem: A parte il panico, posso dire che va tutto bene. Ero ancora vivo e
felice per essere riuscito a uscire da quella casa.
Katie: Ora chiudi gli occhi. Non sei più quel bambino di dodici anni e puoi
guardarlo. Guardalo mentre la casa gli crolla addosso. Ora guardalo
mentre striscia fuori. Guardalo senza la tua storia, senza la storia di
bombe e genitori. Guardalo semplicemente, senza la tua storia. Potrai
riprenderla dopo. Per il momento, guardalo senza la tua storia. Sii con
lui. Riesci a trovare dentro di te il luogo in cui sapevi che andava tutto
bene?
Willem: Mmm...
Katie: Sì, tesoro, ti racconti la storia di come le bombe stanno per spazzare
via la tua famiglia e te, e ti terrorizzi con questa storia. I bambini non
sanno come funziona la mente. Non possono sapere che è soltanto una
storia che li terrorizza.
Willem: No, non lo sapevo.
Katie: La casa crolla, un pezzo di tetto ti colpisce alla testa, ti provoca una
commozione cerebrale, tu strisci fuori, ti rifugi in un forno e poi in una
chiesa. La realtà è molto più gentile delle nostre storie. “Ho bisogno di
mio padre. La mia famiglia è stata colpita dalle bombe? I miei genitori
sono vivi? Li rivedrò? Come farò a sopravvivere senza di loro?”.
Willem: Mmm...
Katie: Vorrei tornare indietro e stare di nuovo con quel bambino, perché
oggi è seduto qui. La storia “Sarà crollata anche la nostra casa uccidendo
tutta la mia famiglia?” ti provoca molto più terrore della casa che crolla
su di te. L'hai realmente sentita crollarti addosso?
Willem: Probabilmente no, avevo così tanta paura.
Katie: E quante volte hai vissuto questa storia, tesoro? Per quanti anni?
Willem: Tante volte.
Katie: Quante altre bombe hai sentito?
Willem: Solo altre due settimane di bombardamenti.
Katie: Ne hai fatto esperienza per due settimane e per quanti anni l'hai
vissuto nella tua mente?
Willem: Cinquantacinque.
Katie: Quindi, le bombe hanno continuato a cadere dentro di te per
cinquantacinque anni. Nella realtà, è stato solo una piccola parte di quei
sei anni.
Willem: Sì.
Katie: Allora chi è più gentile, la guerra o tu?
Willem: Mmm...
Katie: Chi rende la guerra interminabile? Come reagisci quando credi a
questa storia?
Willem: Con paura.
Katie: E guarda come vivi credendo a questa storia. Per cinquantacinque
anni hai avuto paura, senza bombe né case che crollavano. Riesci a
trovare un motivo per lasciar andare la storia di questo bambino?
Willem: Oh, sì.
Katie: Chi saresti senza questa storia?
Willem: Sarei libero. Libero dalla paura probabilmente; sì, soprattutto libero
dalla paura.
Katie: Sì, questa è la mia esperienza. Vorrei parlare di nuovo con quel
ragazzino di dodici anni. È vero che hai bisogno di tuo padre? È vero
davvero?
Willem: So che mi mancava.
Katie: Certo, lo capisco benissimo. Ma è vero che hai bisogno di tuo padre?
Ti chiedo la verità.
Willem: Sono cresciuto senza un padre.
Katie: È vero davvero che avevi bisogno di lui? È vero che avevi bisogno di
tua madre, fino al momento in cui l'hai incontrata di nuovo? Nella realtà?
Willem: No.
Katie: È vero che avevi bisogno di cibo quando eri affamato?
Willem: No, non sono morto di fame.
Katie: Riesci a trovare un motivo non stressante per tenerti la storia che
avevi bisogno di tua madre, che avevi bisogno di tuo padre, che avevi
bisogno di una casa, che avevi bisogno di cibo?
Willem: Così posso sentirmi una vittima.
Katie: E questo è molto stressante. Lo stress è l'unico effetto di questa
vecchia, vecchia storia, che non è nemmeno vera. “Avevo bisogno di mia
madre”: non è vero. “Avevo bisogno di mio padre”: non è vero. Riesci a
sentirlo? Come vivresti se non ti sentissi una vittima?
Willem: Sarei molto più libero.
Katie: Piccolo dodicenne in un rifugio antiaereo, riesci a trovare un motivo
per lasciar andare la storia “Ho bisogno di mia madre, ho bisogno di mio
padre, ho bisogno di una casa, ho bisogno di cibo”?
Willem: Sì.
Katie: È solo la nostra storia che ci impedisce di capire che abbiamo già
tutto quello che ci serve. Puoi rigirare la tua affermazione? Rileggila.
Willem: Non mi piace la guerra perché mi ha gettato nella paura e nel
terrore.
Katie: “Non mi piacciono i miei pensieri...”.
Willem: Non mi piacciono i miei pensieri sulla guerra perché mi hanno
gettato nella paura e nel terrore.
Katie: Sì. Nella realtà, la cosa peggiore che ti è accaduta è stata una
commozione cerebrale. Bene, passiamo alla frase successiva.
Willem: Ci dovrebbero essere solo discussioni, non guerre.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Tu hai discusso
mentalmente per cinquantacinque anni! [Willem ride] E non ha messo
fine a nessuna guerra... dentro di te.
Willem: Mmm...
Katie: Come reagisci quando credi al pensiero “Non devono esserci più
guerre”? Come hai vissuto, in questi cinquantacinque anni, quando credi
a questo pensiero e leggi di altre guerre sui giornali?
Willem: Mi rende frustrato, deluso e arrabbiato, e a volte disperato. Mi
impegno nella risoluzione dei conflitti in modo pacifico, ma non ci riesco
troppo bene.
Katie: Quindi, nella realtà, la guerra continua a scoppiare dentro di te e nel
mondo, ma la tua mente è in guerra con la realtà attraverso la storia “Non
devono esserci più guerre”. Chi saresti senza quella storia?
Willem: Potrei gestire i conflitti con più libertà se non avessi questa idea.
Katie: Sì. Sperimenteresti la fine della guerra con la realtà. Saresti una
persona che potremmo ascoltare, un uomo di pace che dice la verità su
come mettere fine alla guerra, qualcuno in cui avere fiducia. Vediamo la
prossima frase.
Willem: I conflitti internazionali andrebbero risolti in modo pacifico. Devo
rigirarla?
Katie: Sì.
Willem: I miei conflitti interiori andrebbero risolti in modo pacifico
Katie: Sì. Con l'indagine impari a risolvere i problemi pacificamente dentro
di te, e così adesso abbiamo un maestro. La paura insegna la paura. Solo
la pace può insegnare la pace. Vediamo la frase successiva.
Willem: La guerra distrugge molte vite umane e spreca immense risorse
materiali. Provoca dolore e sofferenza nelle famiglie. È crudele, brutale e
orribile.
Katie: Senti il rigiro mentre stai leggendo? Ne fai esperienza? Vediamo
quale potrebbe essere. Rigira la frase e mettici te stesso.
Willem: Mettere me stesso?
Katie: “I miei pensieri distruggono...”.
Willem: I miei pensieri distruggono molta parte della mia vita umana e
sprecano le mie immense risorse materiali.
Katie: Sì. Ogni volta che dentro di te racconti la storia della guerra, riduci le
tue risorse preferite: la pace e la felicità. Rigira anche la frase successiva.
Willem: Io provoco dolore e sofferenza nella mia famiglia.
Katie: Sì. Quanta sofferenza provochi nella tua famiglia quando torni a casa
con questa storia dentro di te?
Willem: Questo è difficile da accettare.
Katie: Non vedo cadere nessuna bomba. Vicino a te non è caduta nessuna
bomba per cinquantacinque anni, salvo che nella tua mente. C'è solo una
cosa più difficile da accettare, cioè non accettarlo. La realtà comanda, che
ne siamo consapevoli o no. La storia è come ti impedisci di provare pace
in questo preciso momento. “Avevi bisogno di tua madre”: è vero?
Willem: Sono sopravvissuto anche senza di lei.
Katie: Lavoriamo solo con un sì o un no, e vediamo com'è. “Avevi bisogno
di tua madre”: è vero nella realtà?
Willem: No.
Katie: “Avevi bisogno di tuo padre”: è vero?
Willem: No.
Katie: Sentilo. Chiudi gli occhi. Guarda quel bambino che si prende cura di
se stesso. Guardalo senza la tua storia. [Lunga pausa. Alla fine, Willem
sorride] Con me è accaduto lo stesso. Ho perso la mia storia, ho perso la
vecchia vita piena di dolore. E dall'altra parte del terrore e della guerra
interiore ho trovato una vita meravigliosa. La guerra che facevo contro la
mia famiglia e contro me stessa era brutale come qualunque bomba fatta
cadere. Ad un certo punto ho smesso di gettare bombe su me stessa. Ho
iniziato a fare questo Lavoro. Ho risposto alle domande con un semplice
sì o no. Stavo nelle risposte, le lasciavo scendere in profondità e ho
trovato la libertà. Vediamo la prossima frase.
Willem: Non voglio sentire mai più cadere le bombe sulla mia testa, o
essere preso in ostaggio o provare la fame.
Katie: Puoi sperimentare di nuovo questa storia. E se non sei in pace o non
ti viene da ridere ascoltandoti raccontare la storia di un povero bambino
che aveva bisogno dei suoi genitori, è ora di fare di nuovo Il Lavoro.
Questa storia è il tuo dono. Quando la sperimenterai senza paura, il tuo
Lavoro sarà completo. C'è una sola persona che può mettere fine alla tua
guerra interiore e questa persona sei tu. Sei tu quello su cui cadono le
bombe interiori. Rigiriamo la frase. “Sono disposto...”.
Willem: Sono disposto a sentire cadere di nuovo le bombe sulla mia testa.
Katie: Anche soltanto nel tuo pensiero. Le bombe non arrivano dall'esterno,
vengono solo da dentro di te. “Non vedo l'ora di...”.
Willem: Questo è davvero difficile da dire.
Katie: Non vedo l'ora di incontrare il peggio che può accadere, perché mi fa
vedere che cosa non ho ancora accolto con comprensione. Io conosco il
potere della verità.
Willem: Non vedo l'ora di sentire cadere di nuovo le bombe sulla mia testa o
di provare la fame. La fame non è così brutta. [Pausa] No, non lo sento
ancora. Forse tra un po’.
Katie: Non devi sentirlo adesso, va bene così. Va bene che tu non riesca
ancora a non vedere l'ora di sentire le bombe cadere di nuovo, c'è una
certa libertà in questa ammissione. La prossima volta in cui la storia si
ripresenta, potrai fare esperienza di qualcosa che ti diverte. Il processo
che hai fatto oggi potrà assumere il comando tra giorni o tra settimane.
Potrà colpirti come una mazzata o potrai non accorgertene nemmeno. E a
proposito: non vedi l'ora che questo accada! Siediti e scrivi tutto quello
che rimane da indagare. Non è facile fare chirurgia mentale su un
fantasma di cinquantacinque anni. Grazie per il tuo coraggio, tesoro.

Mamma non ha fatto smettere l'incesto


Ho lavorato con centinaia di persone (in maggioranza donne),
disperatamente intrappolate nel loro tormentoso pensiero riguardante uno
stupro o un incesto. Molte di loro soffrono ancora, ogni giorno della vita,
per i pensieri del passato. Ripetutamente ho visto l'indagine aiutarle a
superare ogni ostacolo che hanno innocentemente usato per bloccare la loro
guarigione. Attraverso le quattro domande e il rigiro, arrivano a vedere
quello che nessuno può capire tranne loro: che il loro attuale dolore è auto-
inflitto. E, guardando dispiegarsi questa comprensione, iniziano a liberarsi.
Nota come tutte le affermazioni del dialogo che segue sembrano riferirsi
a un evento passato. In realtà il dolore che proviamo riguardo ad un evento
passato viene creato nel presente, qualunque sia stata la sofferenza passata.
L'indagine riguarda questo dolore che c'è nel presente. Anche se riconduco
Diane alla scena in cui l'evento ebbe luogo, e benché risponda alle domande
come se si trovasse in quel terribile momento, Diane non lascia mai la
perfetta sicurezza del presente.
Invito tutti quelli di voi che hanno avuto esperienze simili a essere
gentili con voi stessi mentre leggete il dialogo e considerate le risposte che
possono liberarvi dal dolore. Se a un certo punto avrete delle difficoltà a
continuare, staccate per un po’. Saprete da voi quando riprendere a leggere.
Vorrei sottolineare che, facendo le domande, non intendo assolutamente
condonare la crudeltà, o persino la più piccola scortesia. Chi ha abusato è
fuori questione qui. Il mio unico focus è la persona seduta accanto a me e il
mio unico interesse è la sua libertà.
Se ti senti vittima di eventi di questo tipo, ti invito a prenderti ancora
più tempo nelle due parti della tua indagine. Prima parte: dopo avere
risposto alla domanda 3 e avere visto il dolore che deriva dal tuo pensiero,
poniti le domande aggiuntive che io pongo a Diane: Quante volte è
accaduto? Quante volte l'hai rivissuto nella mente? Seconda parte: quando
scopri la tua parte nel fatto, per quanto piccola (la tua innocente
condiscendenza al fatto, per amore o per evitare mali peggiori), lascia che
tu senta il potere di ammettere la parte che hai avuto, e senti quanto è
doloroso negarla. Infine, prenditi tutto il tempo necessario per perdonarti
per qualunque dolore tu abbia inflitto a te stessa. L'identità che rimane può
non essere assolutamente più quella di una vittima.
Diane: Sono arrabbiata con mia madre perché ha lasciato che venissi
abusata dal mio patrigno e perché non ha mai fatto niente per fermarlo,
anche se sapeva che cosa stava accadendo.
Katie: “Sapeva che cosa stava accadendo”. È vero?
Diane: Sì.
Katie: È vero davvero? Glielo hai chiesto? Facciamo un sì o un no.
Diane: No.
Katie: Era presente all'abuso?
Diane: No.
Katie: Glielo aveva detto lui?
Diane: No. Ma gliel'hanno detto altre tre ragazze che venivano abusate
anche loro.
Katie: Queste ragazze le hanno detto che lui abusava anche di te?
Diane: No. Solo che abusava di loro.
Katie: Quindi, “Sapeva che lui abusava di te”. È vero? Puoi sapere con
assoluta certezza che è vero? Non voglio prendere la cosa alla leggera
qui. Dove voglio arrivare è: sì, probabilmente lo sospettava; e sì, era stata
informata da quelle ragazze; e sì, probabilmente sapeva che lui ne era
capace. Non escludo questa parte, voglio che tu lo sappia. Ma: “Sapeva
che lui abusava di te”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Diane: No.
Katie: Non sto chiedendo se avrebbe potuto intuirlo facilmente. Ma a volte
pensi che sta accadendo qualcosa di cui non sei tanto sicura; quindi non
ci vai mentalmente perché in realtà non vuoi scoprire, pensando che
sarebbe troppo orribile. Ti è mai successo?
Diane: Sì, certo.
Katie: Anche a me. È questo che ci mette nella posizione di capire. Posso
capire che qualcuno possa vivere così perché anch'io vivevo così, in tanti
modi. Come reagisci quando credi al pensiero “Sapeva che cosa stava
accadendo e non ha fatto niente”?
Diane: Mi arrabbio.
Katie: E come la tratti quando credi a questo pensiero?
Diane: Non le parlo. La considero una complice. Penso che mi usasse per
fare il suo lavoro. La odio e non voglio avere niente a che fare con lei.
Katie: E come ti fa sentire vederla così? Essere senza una madre?
Diane: Molto triste. E sola.
Katie: Chi saresti senza il pensiero “Sapeva che cosa stava accadendo e non
ha fatto niente”?
Diane: Sarei in pace.
Katie: “Sapeva che cosa stava accadendo e non ha fatto niente”. Rigira.
“Io...”.
Diane: Io sapevo che cosa stava accadendo e non ho fatto niente.
Katie: È altrettanto vero o più vero? Glielo hai detto? L'hai detto a
qualcuno?
Diane: No.
Katie: C'era un motivo per non farlo. Quali erano i tuoi pensieri quando
volevi dirglielo e invece non dicevi niente?
Diane: Avevo visto mia sorella maggiore venire picchiata.
Katie: Dal tuo patrigno?
Diane: Sì. Aveva avuto il coraggio di dire: “Succede questo abuso”. E mia
madre era rimasta a guardare.
Katie: Mentre tua sorella veniva picchiata.
Diane: [Singhiozzando] Non so come liberarmene, non so come...
Katie: Tesoro, non è proprio quello che stai facendo seduta qui oggi:
imparare a fare l'indagine per fare in modo che il dolore ti lasci?
Continuiamo questa operazione chirurgica. Quanti anni avevi quando hai
visto tua sorella venire picchiata per avere parlato?
Diane: Otto.
Katie: Bene, adesso mi rivolgerò alla bambina di otto anni. Rispondi da
quella posizione. Piccola bambina di otto anni, “Se lo dici alla mamma,
verrai picchiata anche tu”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Non sto dicendo che non lo sia. È semplicemente una domanda.
Diane: Sì.
Katie: Sembrerebbe proprio così, bambina mia, ne hai la prova. E ti chiedo
di andare un po’ più in profondità. Puoi sapere con assoluta certezza che,
se le dici la verità, verrai picchiata? Vada per il sì se ne senti il bisogno:
per il momento è la tua risposta e mi piace che la rispettiamo. Sembra che
tu abbia la prova che ti fa credere che è vero. Ma, bambina mia, puoi
sapere con assoluta certezza che picchieranno anche te? [Lunga pausa]
Entrambe le risposte vanno bene, tesoro.
Diane: Vedo che è l'unica cosa che può succedere. O lui mi picchia o sarò
mandata via.
Katie: Quindi, la risposta è no. Hai detto tu stessa che c'è un'altra
possibilità. Esaminiamola, va bene? Bambina mia, “Se parli, sarai
mandata via”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Diane: Non so che cosa sia peggio: se rimanere o andarmene.
Katie: Essere picchiata o mandata via. Come reagisci quando credi al
pensiero “Se parlo, verrò picchiata o mandata via”?
Diane: Sono terrorizzata. Per questo non lo dico a nessuno.
Katie: E poi cosa succede?
Diane: Mi chiudo in me stessa. Non riesco a decidere che cosa fare. Non
dico niente.
Katie: Sì, e che cosa accade quando non dici niente?
Diane: Lui viene nella mia stanza e io continuo a non dire niente.
Katie: E poi?
Diane: Lui continua a farlo.
Katie: Sì, tesoro, la cosa continua. Non stiamo parlando di giusto o
sbagliato. Stiamo solo guardando qui. L'abuso continua. In che forma,
tesoro?
Diane: Abuso sessuale.
Katie: C'era penetrazione?
Diane: Sì.
Katie: Bambina mia, riesci a trovare un motivo per lasciar andare il
pensiero “Se parlo, sarò picchiata o mandata via”? Non ti sto chiedendo
di lasciarlo andare. Può darsi che la tua decisione di non parlare ti abbia
salvato la vita. Stiamo semplicemente indagando qui.
Diane: No, non riesco a trovare nessun motivo. E non riesco a prendere
quella decisione. Lui continuava a venire nella mia stanza. Non la
smetteva.
Katie: Sì, angelo mio, capisco. Continuava a venire nella tua stanza.
Ritorniamo là. Quante volte veniva nella tua stanza?
Diane: Ogni volta che mia madre non c'era.
Katie: Sì. Una volta al mese? Una volta alla settimana? Capisco che non
puoi saperlo con precisione. Ma che impressione hai?
Diane: A volte, tutte le sere. Lei era a scuola. A volte andava avanti per
settimane.
Katie: Sì, tesoro. Allora questo è un motivo per lasciar andare il pensiero
“Se parlo, sarò picchiata o mandata via”: l'abuso continuava e
continuava.
Diane: Oh.
Katie: Non stiamo parlando della decisione giusta o sbagliata. L'abuso
continuava. Come reagisci quando credi al pensiero di essere picchiata o
mandata via? Sera dopo sera, lui veniva nella tua stanza mentre tua
madre era a scuola. Dammi un motivo per tenerti questa storia che dentro
di te non sia stressante o abusante.
Diane: Non ce n'è nessuno. Ogni pensiero è...
Katie: Una stanza delle torture? Quante volte hai visto tua sorella venire
picchiata per avere parlato?
Diane: Solo quella volta.
Katie: Quante volte il tuo patrigno è venuto nella tua stanza? Molte, no?
Che cosa sarebbe stato meno doloroso, questo o le botte?
Diane: Le botte sarebbero state meno dolorose.
Katie: Le bambine, e persino le ragazze più grandi, non realizzano queste
cose. Stiamo giusto guardando dentro la paura oggi. Qual è la cosa
peggiore che è accaduta? Puoi spingerti indietro fino all'atto sessuale,
tesoro? L'atto sessuale con lui nella tua esperienza? Ritorna al momento
più doloroso di tutti, al momento peggiore. Quanti anni hai?
Diane: Nove.
Katie: Dimmi, bambina mia, che cosa ti sta facendo?
Diane: [In lacrime] Siamo andati in una gelateria con il nonno perché era il
mio compleanno. Poi, mia madre mi ha detto di tornare a casa con il mio
patrigno. In macchina, mi ha fatto sedere sulle sue gambe mentre
guidava. Mi ha preso il braccio e mi ha tirato su di lui.
Katie: Sì. E quale è stata la cosa più dolorosa?
Diane: Era il mio compleanno e io volevo soltanto essere amata.
Katie: Sì, tesoro, sì. Che cosa non facciamo per amore... È quello che sei. E,
quando sei confusa, prende strane direzioni, vero? Parlami di questo.
Parlami della ricerca di amore. Che cos'è accaduto? Quali erano i tuoi
pensieri? Ti ha tirata su di lui. Che parte hai avuto tu?
Diane: Ho soltanto lasciato che accadesse.
Katie: Sì. C'era una parte in cui fingevi che andasse tutto bene... per amore?
Tu, che parte hai avuto? [Al pubblico] Se qualcuno di voi ha fatto
un'esperienza simile, vada dentro ora, se può, e risponda alla domanda:
“Che parte hai avuto? Che parte hai?”. Questo non ha niente a che fare
con la colpa. Siate gentili con voi stessi. Ha a che fare con la vostra
libertà. [A Diane] Che parte hai avuto? Hai soltanto lasciato che
accadesse e...
Diane: [In lacrime] Io lo amavo.
Katie: Sì, è così. Sì, tesoro. Allora qual è stata la cosa più dolorosa?
Diane: Non è stato l'atto sessuale. È stato che mi lasciò lì. Mi lasciò nella
macchina e se ne andò.
Katie: Se ne andò. Stare seduta sulle gambe di lui non è stata la cosa
peggiore. Non ricevere quello che cercavi è stata la cosa peggiore. Ti ha
lasciata lì. Nessuna ricompensa per il sacrificio. Nessuna ricompensa per
la ricerca di ciò che non possiamo mai ricevere da un altro. Hai sentito la
mia preghiera, se ne avessi una? Una volta ho fatto la tua esperienza, ne
ho avuto solo un assaggio. Ma la mia preghiera, se ne avessi una,
sarebbe: “Signore, risparmiami la ricerca di amore, approvazione o
apprezzamento. Amen”.
Diane: Questo mi rende colpevole quanto lui?
Katie: No, tesoro: altrettanto innocente. Quale altro modo conoscevi? Se
avessi conosciuto un altro modo, non l'avresti seguito?
Diane: Sì.
Katie: Quindi, dov'è la colpa? Tutti cerchiamo amore, nella nostra
confusione, finché troviamo la strada che ci riporta alla realizzazione che
l'amore è ciò che già siamo. Tutto qui. Cerchiamo ciò che abbiamo già.
Bambini di otto anni, bambini di nove anni. Bambini di quaranta, di
cinquanta, di ottant'anni. La nostra colpa è cercare l'amore, tutto qui.
Cercare sempre quello che abbiamo già. È una ricerca molto dolorosa. Tu
hai fatto del tuo meglio?
Diane: Sì.
Katie: Sì. E forse anche lui. “Ha abusato di me”. Rigira. “Io...”.
Diane: Io ho abusato di me?
Katie: Sì, riesci a vederlo? Anche qui non si tratta di giusto o sbagliato.
Diane: Sì, lo vedo. Lo vedo.
Katie: Questa è una magnifica comprensione da parte tua, angelo mio.
Rimani per qualche momento con quella bambina. Potresti finalmente
voler chiudere gli occhi e immaginare di tenerla in braccio. E potresti
voler chiederle scusa. Falle sapere che sarai sempre lì per lei se ha
bisogno di qualcuno. Lei non sapeva quello che tu stai imparando oggi,
tutto qui. Ha vissuto quelle cose per ciò che tu hai imparato oggi, ora. Lei
è la tua più grande maestra. È lei che ha vissuto quello che tu adesso hai
bisogno di sapere. A lei puoi credere. L'ha vissuto lei perché non dovessi
viverlo tu. Lei è la fonte della tua saggezza. Stiamo avendo solo un
assaggio di questa splendida bambina che ha vissuto in quel modo per la
tua libertà di oggi. Tesoro, c'è un altro rigiro. “Lui ha abusato di me”, “Io
ho abusato di me”. Ce n'è un altro. “Io...”.
Diane: Io...
Katie: “...ho abusato...”.

Diane: ...ho abusato... [Lunga pausa] Io ho abusato... di lui? Questa è


davvero dura.
Katie: Parlamene. Tesoro, lui ha fatto questo [indica allargando molto le
mani]. Tu hai fatto questo [riavvicina le mani quasi a contatto]. Devi
comprendere soltanto questo, soltanto questo pezzetto, per renderti libera.
Questa è la tua parte, ma questo pezzetto può far male tanto quanto la
parte molto più grande. Dimmi. “Ha abusato di me”. Rigira. “Io...”.
Diane: Io ho abusato di lui.
Katie: Sì, tesoro. Parlamene. Facciamo questa operazione chirurgica.
Diane: Dopo che accadeva... praticamente ottenevo da lui qualunque cosa.
Katie: Sì, tesoro, sì. Che cosa non facciamo per ricevere amore,
approvazione o apprezzamento, vero? Questa è realizzazione di sé. Che
cos'altro?
Diane: A volte penso che, se avessi parlato, le cose sarebbero andate in
modo molto diverso.
Katie: Non possiamo sapere neanche questo, tesoro. Non è vero? Quello
che so è che rispetto il tuo percorso, perché conosco il valore del mio.
Qualunque cosa necessaria per trovare la tua libertà, questo è ciò che hai
vissuto. Nessun ingrediente in più o in meno. È questo che quella
bambina ha vissuto per te. Tutto quanto. È lei che ha la chiave della tua
libertà di adesso. Tesoro, tra le due posizioni, quale ruolo sarebbe più
doloroso per te, il suo o il tuo? Un uomo che penetra una bambina di otto
o nove anni, o la bambina di otto o nove anni? Quale ruolo sarebbe più
doloroso per te viverlo? Supponiamo che tu debba scegliere.
Diane: Credo il suo.
Katie: Vero? La tua risposta mi dice che conosci il dolore che viveva lui,
attraverso i tuoi stessi occhi; e cosa si prova, l'inferno che è, fare del
male. Tesoro, vediamo la prossima frase. Stai andando benissimo.
Cammini dentro te stessa con grande dolcezza. Stai facendo un Lavoro
fenomenale di chirurgia. Vedo che sei stanca del dolore.
Diane: Sì. Non voglio trasmetterlo a mio figlio.
Katie: Sì, tuo figlio non ha bisogno di questo tipo di dolore. Ma sarà
costretto a sopportarlo finché tu te lo tieni. Non c'è altra scelta. Lui è il
mondo così come tu lo percepisci. E farà da specchio per te finché ci
resterai attaccata. Stai facendo questa operazione chirurgica anche per
lui. E lui ti seguirà, deve farlo, come si muove la mano riflessa nello
specchio quando muovi la tua.
Diane: Mi madre ha accusato me dell'accaduto e mi ha chiesto di mentire in
tribunale, per non perdere gli alimenti e gli assegni familiari.
Katie: Tu hai mentito?
Diane: No.
Katie: E che cos'è accaduto?
Diane: Nessuno mi ha creduto.
Katie: E poi?
Diane: Sono stata allontanata.
Katie: A quanti anni?
Diane: Quattordici.
Katie: Da allora, hai avuto dei contatti con lei?
Diane: Solo qualche volta. Di recente, no. Non negli ultimi due anni.
Katie: Tu la ami, vero?
Diane: Sì.
Katie: Non puoi fare niente al riguardo.
Diane: So che non posso disfarmene.
Katie: Potrebbe venirti voglia di chiamarla oggi stesso e dirglielo, solo per
il tuo bene. Dirle che cosa hai scoperto qui su te stessa, ma non quello
che hai scoperto su di lei, su tua sorella, sul tuo patrigno o nient'altro che
le provochi dolore. Chiamala quando saprai davvero che la telefonata
riguarda la tua libertà e non ha niente a che fare con lei. Hai detto che la
ami e che non c'è niente che tu o lei possiate fare per cambiare la cosa.
Dillo a lei, perché ti piace ascoltarti cantare la tua canzone. È per la tua
felicità, tesoro. Rileggi tutta la frase.
Diane: Sono arrabbiata con mia madre perché ha lasciato che venissi
abusata dal mio patrigno e perché non ha mai fatto niente per fermarlo,
anche se sapeva che cosa stava accadendo.
Katie: Rigira.
Diane: Sono arrabbiata con me stessa perché ho lasciato che venissi abusata
dal mio patrigno e perché non ho mai fatto niente per fermarlo.
Katie: Sì. Conosci quella canzone che dice: “Cercare l'amore in tutti i posti
sbagliati”? Siamo dei bambini, tesoro, siamo bambini piccoli che stanno
imparando a vivere all'esterno il nostro amore. Continuiamo a cercare
l'amore in tutte le persone e in tutte le cose, perché non abbiamo notato
che l'abbiamo già, che noi siamo amore. Vediamo la frase successiva.
Diane: Lei non mi ha mai amato come amava il suo figlio naturale.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Questa è dura, hum?
Diane: Mi ascolto mentre lo dico e so che non è vero.
Katie: Sei meravigliosa. Bene. Come la tratti quando credi a questo
pensiero? Come la trattavi mentre crescevi in quella casa?
Diane: Le ho reso la vita un inferno.
Katie: Sì. Come ti faceva sentire rendere la vita un inferno a una madre che
ami così tanto?
Diane: Mi odiavo.
Katie: Sì, angelo mio. Riesci a trovare un motivo per lasciar andare il
pensiero “Ama il suo figlio naturale più di quanto ama me”?
Diane: Sì.
Katie: Sì, l'inferno è un motivo. [Katie e Diane ridono] Dammi un motivo
non stressante per tenerti questo pensiero.
Diane: Non ne ho ancora trovato nessuno. E non riesco ad immaginare che
lo troverò.
Katie: Chi o che cosa saresti tu senza questa storia?
Diane: Sarei migliore con me stessa, migliore con mio figlio. Non sarei così
arrabbiata.
Katie: Sì. Come rigireresti la frase?
Diane: Non ho mai amato me stessa come ho amato il suo figlio naturale.
Katie: Ha un senso per te?
Diane: Io l'ho amato e l'ho trattato come avrei voluto che trattassero me.
Katie: Oh, tesoro, perché la cosa non mi sorprende?
Diane: Era adorabile, sai?
Katie: Sì, riesco a vederlo attraverso i tuoi occhi dolcissimi. È visibile.
Quando avrai fatto l'indagine per un po’ di tempo, se si presenterà il
pensiero “Lei non mi ama”, farai immediatamente il rigiro sorridendo:
“Oh, in questo momento io non mi amo”. “Lei non si prende cura di me”:
“Oh, io non mi prendo cura di me nel momento in cui credo a questo
pensiero”. Sentilo, senti com'è pensare quel pensiero, quanto sei scortese
con te stessa quando ci credi. È in questo modo che sai che non ti stai
prendendo cura di te stessa. Continua a farti da madre, tesoro. È questo
che fa Il Lavoro: ci abbraccia, ci fa da madre e da padre. Nella
realizzazione dell'amore, di chi siamo davvero, in quel luogo che
abbiamo sempre cercato, che conosce il suo vero sé e sa che cos'è vero.
Vediamo la prossima frase.
Diane: Voglio che mamma ammetta di avere sbagliato e mi chieda scusa.
Katie: Se ha sbagliato, sono affari di chi? E sono affari di chi se si scusa o
no?
Diane: Suoi.
Katie: Allora, rigira.
Diane: Voglio che io ammetta di avere sbagliato e che chieda scusa a me
stessa.
Katie: Ce n'è un altro.
Diane: Voglio che io chieda scusa alla mamma. E che ammetta di avere
sbagliato.
Katie: Solo nelle aree che sai che non erano giuste per te. Scusati per quella
che riconosci come la tua piccola parte in questa faccenda, e scusati per il
tuo stesso bene. La sua parte potrebbe essere grande così [allarga molto
le mani], ma non sono affari tuoi. Tu ripulisci la tua parte. Stai con
questo, fai una lista e chiamala, per amore della tua libertà.
Diane: Volevo farlo.
Katie: Puntualizzo: chiamala per dirle delle cose precise. Parlale della tua
parte in tutto questo. Vogliamo chiedere scusa, ma non sappiamo
nemmeno perché o in che modo. Il Lavoro può non solo fartelo vedere,
ma può condurti negli angoli più nascosti e inondarli di luce mentre ci
vai. È una pulizia a fondo della casa. E, finché non viene fatta, non c'è
pace. Il Lavoro è la chiave del tuo cuore. Rende tutto semplicissimo. La
verità, l'hai detto tu stessa oggi, è che la ami.
Diane: Sì.
Katie: Bene, rileggi l'ultima frase.
Diane: Voglio che mamma ammetta di avere sbagliato e mi chieda scusa.
Katie: È vero? È vero davvero?
Diane: Credo di sì.
Katie: Ma se pensi che la potrebbe ferire, se è più di quanto può sopportare
ora, vuoi ancora che ti chieda scusa?
Diane: Io non voglio ferirla.
Katie: No. Per questo in genere le persone non si scusano, è troppo doloroso
affrontare quello che hanno fatto. Non sono ancora pronte. E tu sei una
che ha esperienza in queste cose. E in questo scopri chi sei.
Diane: È quello che voglio, voglio soltanto essere in pace.
Katie: Bene, tesoro. Quella bambina di nove anni che sedeva su un uomo e
veniva penetrata per averne l'amore, è una cosa grande. È come amare
fino a morire. Così impariamo chi e che cosa siamo nella confusione.
Vediamo la prossima affermazione.
Diane: Mamma dovrebbe amarmi e sapere che io la amo.
Katie: È vero? Non suona un po’ come una dittatura? [Diane e il pubblico
ridono] Ti sei accorta che è inutile imporre agli altri la consapevolezza o
il comportamento? Rigiriamo la frase. Lei ti ama, ma forse non lo sa
ancora, e questa mancanza di consapevolezza è molto dolorosa. Io so con
chiarezza che il mondo intero mi ama, ma non mi aspetto che lo abbiano
già realizzato. [Risate tra il pubblico] Rigiriamo la frase e vediamo dove
un po’ di consapevolezza funzionerà nella tua vita adesso.
Diane: Io dovrei amarmi e sapere che mi amo.
Katie: Sì, non è compito suo. Non è compito di nessuno, se non tuo.
Diane: Comincio a capirlo.
Katie: Sì, lo stai facendo. C'è un altro rigiro. Prova a trovarlo tu.
Diane: Io dovrei amare la mamma e sapere che l'amo.
Katie: E lo fai. Restano soltanto dei piccoli pensieri non indagati qua e là
che interrompono la consapevolezza di questo fatto. Ma adesso sai come
accoglierli. È un inizio. Leggiamo la prossima frase.
Diane: Ho bisogno che mamma dica alla famiglia di avere sbagliato.
Katie: È vero?
Diane: [Ridendo] No.
Katie: No. Una volta compreso, l'incubo fa sempre ridere. Rigira e vedi
quale vera comprensione è possibile.
Diane: Io ho bisogno di dire alla famiglia di avere sbagliato.

Katie: Che cosa dolcissima.


Diane: Avrei potuto fermare prima la cosa, parlandone. Ho sbagliato. Ma
adesso sto facendo la cosa giusta...
Katie: Sì.
Diane: [In un sussurro, piangendo] La cosa giusta.
Katie: Era ovviamente ora che tu lo sapessi. Non è meraviglioso scoprire
che sei tu la persona che hai sempre aspettato? Che sei tu la tua libertà?
Con l'indagine vai nell'oscurità e trovi solo luce. E ora puoi vedere che,
anche quando sei stata nelle profondità dell'inferno, la luce è tutto ciò che
c'è sempre stato, sempre. Semplicemente non sapevamo come andare
dentro di noi, tesoro. Adesso lo sappiamo. Che viaggio! Vediamo la
prossima frase.
Diane: Mamma è una stronza repressa. [Ridendo] Tanto vale fare il rigiro
immediatamente: io sono una stronza repressa. [Diane e il pubblico
ridono sempre più forte. Alla fine, tutti scoppiano in un applauso].
Katie: A volte. A me piace dire di me stessa: “Ma solo per quarantatrè
anni”, quando mi risvegliai alla realtà. Bene, puoi mettere anche questo
nella tua lista di ammende. Com'è stato per te vivere da repressa...
Diane: [Ridendo] Mi andava molto stretta. [Risate fragorose tra il pubblico]
Caspita, adesso capisco! Non ha niente a che fare con lei! Niente! Sono
solo io! Solo io! [Lungo silenzio. Sul volto di Diane c'è un'espressione di
meraviglia].
Katie: Tesoro, ti suggerisco di ritirarti tranquillamente in fondo alla sala e di
sdraiarti con il tuo bellissimo sé. Lascia che tutto quello che hai
realizzato durante questa sessione ti riempia. Lascia che ti assorba e che
faccia i cambiamenti che vorrà fare. Rimani semplicemente in silenzio e
consenti alla tua comprensione di sbocciare.

Sono arrabbiata con Sam perché è morto

Occorre molto coraggio per guardare la storia di una morte. I genitori e i


parenti di un bambino morto sono particolarmente attaccati alle loro storie,
per motivi che tutti comprendiamo. Lasciarci alle spalle la nostra tristezza,
o persino indagarla, può sembrare un tradimento nei confronti di un figlio
che è morto. Molti di noi non sono ancora pronti per vedere le cose in un
altro modo, ed è come deve essere.
Chi pensa che la morte sia triste? Chi pensa che un bambino non
dovrebbe morire? Chi pensa di sapere che cos'è la morte? Chi cerca
d'insegnare a Dio, storia dopo storia e pensiero dopo pensiero? Sei tu?
Indaga, se ti senti pronto, e vedi se è possibile mettere fine alla guerra con
la realtà.

Gail: Riguarda mio nipote, Sam, che è morto da poco. Mi era molto caro.
Ho dato una mano a crescerlo.
Katie: Bene, tesoro. Leggi quello che hai scritto.
Gail: Sono arrabbiata con Sam perché è morto. Sono arrabbiata perché
Sam non c'è più. Sono arrabbiata con Sam perché ha affrontato quello
stupido rischio. Sono arrabbiata perché a vent'anni se n'è andato in un
attimo. Sono arrabbiata perché Sam è scivolato ed è precipitato per venti
metri su quella montagna. Voglio che ritorni. Vorrei che fosse stato più
prudente. Vorrei che mi facesse sapere che sta bene. Vorrei che l'immagine
di Sam che precipita per venti metri fracassandosi la testa scomparisse.
Sam dovrebbe essere ancora qui.
Katie: “Sam dovrebbe essere ancora qui”. È vero? Questa è la nostra
religione, il tipo di credenza che viviamo senza avere saputo come
indagarla. [Al pubblico] Potreste andare dentro di voi e riferire le
domande a una persona che vi ha lasciato, che è morta o che ha
divorziato, o sui figli che se ne sono andati. “Dovrebbe essere ancora
qui”. È vero davvero? [A Gail] Rileggi la frase.
Gail: Sam dovrebbe essere ancora qui.
Katie: È vero? Qual è la realtà di ciò? È così?
Gail: No. Ci ha lasciati. È morto.
Katie: Come reagisci quando credi a questo pensiero, a questo concetto, che
contrasta la realtà?
Gail: Mi sento triste e stremata, e sento la separazione.
Katie: Opporci alla realtà ci fa sentire così. È davvero stressante. Io sono
un'amante della realtà, non perché sia una donna spirituale, ma perché
contrastare ciò che è fa male. E mi sono accorta che perdo, il cento per
cento delle volte. Non c'è speranza. Se non li indaghiamo, ci portiamo i
nostri concetti nella tomba. I concetti sono la tomba in cui ci seppelliamo
da soli.
Gail: Sì, questo pensiero è un continuo stress.
Katie: Angelo mio, chi saresti senza questo pensiero?
Gail: Sarei di nuovo felice.
Katie: Per questo vorresti che fosse ancora vivo. “Se fosse ancora vivo,
sarei felice”. Lo usi per la tua felicità.
Gail: Sì.
Katie: Viviamo e moriamo. Sempre al momento giusto, non un attimo
prima o un attimo dopo. Chi saresti senza la tua storia?
Gail: Sarei qui, sarei presente alla mia vita e lascerei che Sam faccia quello
che fa.
Katie: Lo lasceresti anche morire quando è il suo momento?
Gail: Sì. Non credo di avere altra scelta. Sarei qui, invece che...
Katie: Nella tomba. O precipitando continuamente dalla montagna assieme
a Sam nella tua mente.
Gail: Sì.
Katie: Quindi, la tua storia è “Sam dovrebbe essere ancora qui”. Rigirala.
Gail: Io dovrei essere ancora qui.
Katie: Sì. La tua storia che Sam non doveva morire fa cadere mentalmente
anche te dalla montagna da cui è caduto lui. Invece, tu dovresti essere qui
e restare mentalmente fuori dai suoi affari. Questo è possibile.
Gail: Capisco.
Katie: Essere qui sarebbe più o meno così: una donna seduta su una sedia
tra amici, presente, che vive la sua vita senza ritornare continuamente
sulla montagna da cui Sam è caduto. C'è un altro rigiro a “Sam dovrebbe
essere ancora qui”. Lo vedi?
Gail: Sam non dovrebbe essere ancora qui.
Katie: Sì, angelo mio. Nel modo in cui lo conoscevi, se n'è andato. La realtà
comanda. La realtà non aspetta il nostro voto, il nostro permesso o la
nostra opinione; te ne sei accorta? Quello che mi piace di più della realtà
è che è sempre la storia di un passato. E quello che mi piace di più del
passato è che è finito. E, dato che non sono più folle, non contrasto ciò
che è. Oppormi mi fa sentire poco gentile dentro di me. Semplicemente
osservare ciò che è, è amore. Come faccio a sapere che Sam ha vissuto
una vita piena? Perché adesso è finita. L'ha vissuta fino alla fine; la sua
fine, non quella che avrebbe dovuto essere secondo te. Questa è la realtà.
Lottare contro ciò che è, fa male. Non è molto più onesto aprire le
braccia per accoglierlo? Questa è la fine della guerra.
Gail: Sì, capisco.
Katie: Bene, vediamo la prossima frase.
Gail: Ho bisogno che Sam ritorni.
Katie: Questa è una buona! È vero?
Gail: No.
Katie: No. È solo una storia, una menzogna. [Al pubblico] Dico che è una
menzogna perché le ho chiesto: “È vero”, e lei ha risposto di no. [A Gail]
Come reagisci quando credi alla storia “Ho bisogno che Sam ritorni” e
lui non ritorna?
Gail: Chiusa interiormente. Angosciata. Depressa.
Katie: Chi saresti senza il pensiero “Ho bisogno che Sam ritorni”?
Gail: Ritornerei io. Sarei di nuovo viva e in contatto con quello che ho
davanti.
Katie: Sì. Esattamente com'eri quando lui c'era.
Gail: Giusto. Lasciandolo andare, avrei quello che voglio. Pensare di avere
bisogno che lui sia qui, mi impedisce di avere quello che vorrei da quando
lui è morto.
Katie: “Ho bisogno che Sam ritorni”. Rigira.
Gail: Io ho bisogno di ritornare.
Katie: Un altro rigiro?
Gail: Non ho bisogno che Sam ritorni.
Katie: Sì. Tu continui a ritornare su quella montagna e a precipitare assieme
a Sam. Ritorna a te stessa. Continui a pensare: “Vorrei che non l'avesse
fatto”, ma tu lo fai succedere continuamente nella tua mente. Sei tu che
continui a precipitare da quella montagna. Se quindi hai bisogno di aiuto,
rigira il pensiero e guarda come puoi aiutare te stessa. Vediamo la frase
successiva.
Gail: Ho bisogno di sapere che sta bene ed è in pace.
Katie: “Non sta bene”. Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Gail: No, non posso saperlo.
Katie: Rigira.
Gail: Ho bisogno di sapere che io sto bene e sono in pace, con o senza la
presenza fisica di Sam.
Katie: Sì, questo è possibile. Come stanno le dita dei tuoi piedi, le tue
ginocchia, le tue gambe e le tue braccia? Come stai, seduta qui in questo
momento?
Gail: Stanno bene. Sto bene.
Katie: Stai meglio o peggio, ora, di quando Sam era qui?
Gail: No.
Katie: Stando seduta qui in questo momento, hai bisogno che Sam ritorni?
Gail: No. È solo una storia.
Katie: Bene. Hai indagato. Volevi sapere, adesso sai.
Gail: Sì.
Katie: Vediamo la prossima frase.
Gail: Ho bisogno che Dio, o qualcuno, mi mostri la perfezione della morte
di Sam.
Katie: Rigira.
Gail: Ho bisogno di mostrare a me stessa la perfezione della morte di Sam.
Katie: Sì. Non ti addolori quando l'erba viene tagliata dal tagliaerba. Non
cerchi la perfezione della morte dell'erba, perché è una cosa visibile.
Quando l'erba è troppo alta, la tagli. In autunno, non piangi perché le
foglie cadono e muoiono. Dici: “Che bellezza!”. Noi siamo fatti nello
stesso modo. Ci sono le stagioni. Prima o poi, tutti cadiamo. È tutto
bellissimo. Sono i nostri concetti non indagati che ci impediscono di
riconoscerlo. È bellissimo essere una foglia: nascere, morire, lasciare
spazio alla prossima, diventare nutrimento per le radici. È la vita, che
cambia continuamente forma e si dà sempre completamente. Tutti
facciamo la nostra parte. Nessuna possibilità di errore. [Gail comincia a
piangere] Quali sono i tuoi pensieri, tesoro?
Gail: Mi piace davvero quello che stai dicendo, parlandone come bellezza,
come parte delle stagioni. Mi fa sentire felice, mi fa apprezzare. Ho una
visione più ampia e apprezzo la vita, la morte e i cicli. È come una finestra
attraverso cui guardo e vedo le cose in modo diverso, vedo che potrei
continuare a vederle così e ad apprezzare Sam e il modo in cui è morto.
Katie: Capisci che lui ti ha dato vita?
Gail: Sì, è come un fertilizzante o come la terra che mi sta facendo crescere
proprio ora.
Katie: Così puoi restituirlo e vivere in quanto apprezzamento, pienamente
nutrita, comprendendo il nostro dolore e donandoci la nuova vita che stai
scoprendo. Tutto ciò che accade è ciò di cui abbiamo bisogno. Non
esistono errori in natura. Guarda com'è doloroso avere una storia che non
abbraccia una tale bellezza, una tale perfezione. La mancanza di
comprensione è sempre dolorosa.
Gail: Fino a questo momento, non riuscivo a vederlo come bellezza. Voglio
dire, ho visto della bellezza arrivarmi dalla morte di Sam, ma non riuscivo a
vedere la sua morte, lui che moriva, come bellezza. Lo vedevo solo come
un ragazzo di vent'anni che ha fatto una stupidaggine. Ma lui stava
semplicemente facendo a modo suo.
Katie: Santo cielo... Chi saresti senza quella storia?
Gail: Apprezzerei la sua morte nello stesso modo in cui tu apprezzi le
foglie. Apprezzerei il suo andarsene in questo modo, invece di pensare che
è una cosa sbagliata.
Katie: Sì, tesoro. Attraverso l'auto-indagine vediamo che tutto ciò che
rimane è l'amore. Senza una storia non indagata, c'è solo la perfezione
della vita che si manifesta in quanto se stessa. Puoi andare dentro di te in
ogni momento e trovare la bellezza che si rivela quando il dolore e la
paura sono stati compresi. Vediamo la prossima frase.
Gail: Sam se n'è andato, è morto. Sam è il mio amato ragazzo a cui ho fatto
da madre. Sam è proprio bello, dolce, gentile, buon ascoltatore, curioso,
brillante, non critico, accettante e forte. Sam sta cavalcando la cresta
dell'onda.
Katie: Rileggi la primissima frase.
Gail: Sam se n'è andato, è morto.
Katie: È vero? “Sam è morto”. Puoi sapere con assoluta certezza che è
vero?
Gail: No.
Katie: Fammi vedere la morte. Prendi un microscopio e fammela vedere.
Metti sotto le lenti le cellule di un corpo morto e fammi vedere che cos'è
la morte. È qualcosa di più che un concetto? Dove vive Sam? Qui [si
tocca la fronte e il cuore]. Ti svegli e pensi a lui: è qui che vive Sam. Alla
sera vai a dormire e lui è nella tua mente. Ogni notte, quando ti
addormenti, quando non sogni, è la morte. Quando non c'è nessuna storia
non c'è vita. Al mattino riapri gli occhi e inizia l’“Io”. Inizia la vita. Inizia
la storia di Sam. Ti mancava prima che iniziasse la storia? Niente vive se
non una storia, e quando accogliamo queste storie con comprensione
iniziamo davvero a vivere, senza la sofferenza. Allora, come reagisci
quando credi a quel pensiero?
Gail: Mi sento morta dentro. Mi sento malissimo.
Katie: Riesci a trovare un motivo per lasciar andare la storia “Sam è
morto”? Non ti sto chiedendo di lasciar andare la tua storia, questa idea
che hai così cara. Amiamo la nostra vecchia religione, anche se non
funziona. Le siamo devoti ogni giorno, in tutte le culture del mondo.
Gail: Sì.
Katie: L'indagine non ha secondi fini, non insegna una filosofia. È pura
indagine. Allora, chi saresti senza la storia “Sam è morto”? Anche se
continua a vivere mentalmente con te.
Gail: Probabilmente è più qui adesso di quando era nel corpo.
Katie: Allora chi saresti senza la storia?
Gail: Apprezzerei il fertilizzante. E amerei vivere qui dove sono, piuttosto
che vivere nel passato.
Katie: Rigira la frase.
Gail: Io me ne sono andata, io sono morta quando sono nella storia della
morte di Sam.
Katie: Sì.
Gail: Adesso lo vedo benissimo. Abbiamo finito?
Katie: Sì, tesoro. E iniziamo sempre adesso.

Terrorismo a New York City

Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, i media e i nostri leader politici
dissero che l'America aveva iniziato una guerra contro il terrorismo e che
tutto era cambiato. Quando la gente veniva a fare Il Lavoro con me, vedevo
che niente era cambiato. Le persone come Emily si terrorizzavano con i loro
stessi pensieri non indagati, e dopo aver scoperto il terrorista dentro se
stesse, potevano ritornare alle loro famiglie, alla loro vita normale, in pace.
Chi insegna la paura non può portare pace sulla Terra. Abbiamo cercato
di farlo così per migliaia di anni. La persona che trasforma la violenza
interiore, che trova la pace dentro di sé e la vive, è l'unica che insegna la
vera pace. Stiamo aspettando solo un maestro. Tu sei quel maestro.
Emily: Dall'attacco terrorista al World Trade Center martedì scorso, ho il
terrore di venire uccisa nella metropolitana o nel mio ufficio, che è vicino
alla stazione Grand Central e al Waldorf Hotel. Continuo a pensare
come sarebbero addolorati i miei figli se mi perdessero. Uno ha quattro
anni e l'altro solo uno.
Katie: Sì, tesoro. “I terroristi potrebbero ucciderti nella metropolitana”.
Katie: Si.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Emily: Che sia possibile o che accadrà realmente?
Katie: Che accadrà realmente.
Emily: Non so se accadrà, ma so che è possibile.
Katie: E come reagisci quando credi a questo pensiero?
Emily: Sono terrorizzata. Sono già triste per la mia perdita, per me stessa,
per mio marito e per i miei figli.
Katie: Come tratti le persone nella metropolitana quando credi a questo
pensiero?
Emily: Mi chiudo. Mi chiudo molto in me stessa.
Katie: Come tratti te stessa quando credi a questo pensiero mentre sei nella
metropolitana?
Emily: Beh, cerco di reprimere questo pensiero, mi concentro nella lettura o
in quello che sto facendo. Sono tesa.
Katie: Dove va la tua mente quando sei tesa e credi a questo pensiero
mentre stai leggendo in metropolitana?
Emily: Mi immagino i volti dei miei bambini.
Katie: Quindi sei negli affari dei tuoi bambini. Stai leggendo un libro nella
metropolitana piena di gente e nella mente vedi i volti dei tuoi bambini
assieme alla tua morte.
Emily: Sì.
Katie: Questo pensiero porta stress o pace nella tua vita?
Emily: Stress, senza dubbio.
Katie: Chi saresti tu, nella metropolitana, senza questo pensiero? Chi saresti
se non avessi la capacità di pensare il pensiero “Un terrorista potrebbe
uccidermi nella metropolitana”?
Emily: Se non potessi pensare il pensiero... Vuoi dire, se la mia mente non
lo facesse? [Pausa] Sarei com'ero il lunedì precedente all'attacco.
Katie: Quindi, in metropolitana saresti un po’ più tranquilla di quanto sei
ora.
Emily: Molto più tranquilla. Sono cresciuta nelle metropolitane. Senza quel
pensiero, mi ci trovo benissimo.
Katie: “Un terrorista potrebbe uccidermi nella metropolitana”. Come si può
rigirare?
Emily: Io potrei uccidermi nella metropolitana?
Katie: Sì. L'uccisione accade di continuo nella tua mente. In quel momento,
l'unico terrorista nella metropolitana sei tu che ti terrorizzi con i tuoi
pensieri. Hai scritto qualcos'altro?
Emily: Sono infuriata con la mia famiglia, mio marito, i miei genitori,
viviamo tutti qui a New York, perché non mi aiutano a preparare un
piano di emergenza nel caso che il terrorismo diventi ancora peggiore, a
trovare un posto fuori città, a rinnovare i passaporti e a ritirare del
denaro liquido dalla banca. Sono infuriata con loro per la loro passività
e perché mi fanno passare per matta perché cerco di fare un piano.
Katie: Bene. “Sono infuriata con la mia famiglia”. Rigiriamo solo questa
frase. “Sono infuriata...”.
Emily: Sono infuriata con me stessa perché non faccio un piano di
emergenza?
Katie: Lo vedi? Smetti di essere così passiva. Prepara un piano non solo per
te, i tuoi figli e tuo marito, ma per tutta la tua famiglia a New York.
Prepara un piano per tutti.
Emily: Ci provo, ma loro mi fanno sentire come se fossi matta. È questo che
mi fa imbestialire.
Katie: Evidentemente, loro non hanno bisogno di un piano di emergenza.
Non lo vogliono. Sei tu quella che ne ha bisogno, perciò prepara un piano
generale per l'evacuazione di New York.
Emily: [Ridendo] Messa così, è ridicolo.
Katie: Già. Molto spesso la realizzazione di sé ci lascia solo con una bella
risata.
Emily: Sì, però mi fa ancora arrabbiare che mi facciano passare per matta.
Katie: Riesci a trovare dentro di te la tua parte matta?
Emily: Beh, ho reagito allo stesso modo con il passaggio all'anno 2000,
quindi non è la prima volta per loro. Io sono un tantino paranoica.
Katie: Quindi hanno ragione, secondo la loro visione del mondo. Hanno una
prova. Potresti preparare tu il tuo piano di emergenza in tutta tranquillità,
senza aspettarti che loro lo seguano.
Emily: Lo farei seguire ai miei figli.
Katie: Perché sono piccoli, li puoi prendere in braccio e scappare. Li metti
in macchina e parti.
Emily: Penso che farei meglio a imparare a guidare. Non ho la patente.
Katie: [Ridendo] Ce l'hai con la tua famiglia perché non ha un piano di
emergenza e tu non hai la patente?
Emily: [Ridendo] Ora è ridicolo, lo vedo bene. Li giudico e non saprei
nemmeno scappare in auto se ce ne fosse bisogno. Come ho fatto a non
vederlo?
Katie: Ora supponiamo che tu abbia la patente, ma che i ponti e i tunnel
siano chiusi. Hai bisogno di un altro piano di riserva. Hai bisogno di fare
altri cinque lavori per comprarti un elicottero privato.
Emily: [Ridendo] Va bene, va bene!
Katie: Ma non credo che ti darebbero il permesso di volare.
Emily: No, credo proprio di no.
Katie: Ecco. Forse è proprio per questo che la tua famiglia non si preoccupa
di fare piani di fuga. Hanno visto che i tunnel sono stati chiusi e per una
settimana nessun aereo ha avuto il permesso di volare. Non c'era via
d'uscita. Forse loro l'hanno capito e forse tu sei l'ultima a saperlo.
Emily: Potrebbe essere vero.
Katie: Quindi, non ci rimane altro che trovare la pace qui dove siamo.
Perché un piano di fuga funzioni, per quanto ne so della realtà, devi
essere una veggente, per sapere in anticipo il momento in cui evacuare e
conoscere un luogo sicuro in cui andare.
Emily: Una parte di me pensa che dovrei evacuare immediatamente. Ma il
problema è ovviamente: dove? Qual è un posto sicuro? Parlando
dell'essere veggenti...
Katie: Quindi devi sviluppare le tue capacità extrasensoriali. A quanto ne
so, nessun veggente ha mai vinto alla lotteria.
Emily: È vero.
Katie: Allora, “Hai bisogno di un piano di emergenza”. È vero? Puoi sapere
con assoluta certezza che è vero?
Emily: Credo di non poterlo più sapere. Beh, c'è un certo sollievo.
Katie: Sentilo, tesoro. Forse è quello che la tua famiglia sa benissimo.
Emily: Penso di non essere una pianificatrice così brava dopo tutto. Non c'è
nessun piano da fare.
Katie: Ovviamente no. Non puoi essere più furba della realtà. Dove sei in
questo momento potrebbe essere il posto più sicuro del mondo. Non
possiamo saperlo.
Emily: Sinceramente, non l'ho mai vista così.
Katie: Chi saresti senza il pensiero “Ho bisogno di un piano di emergenza”?
Emily: Meno ansiosa, meno all'erta, più leggera. [Pausa] Ma anche più
sconvolta. [Piange] Triste, molto triste. Tutta quella gente morta. La mia
città è cambiata. E non posso fare niente.
Katie: Bene, questa è la realtà. Non puoi fare niente. Questa è umiltà, e per
me è una cosa dolce.
Emily: È che sono abituata a essere attiva, a far succedere le cose, almeno
per le persone che ho vicino, a proteggerle.
Katie: E a credere di avere il controllo. Per un po’ può anche funzionare,
poi la realtà ci riacchiappa. Ma se prendiamo questa meravigliosa qualità,
l'essere attivi, e la mettiamo insieme all'umiltà, allora diventa davvero
una grande cosa. Allora possiamo essere lucidi e aiutare. “Ho bisogno di
un piano di emergenza”: rigira.
Emily: Non ho bisogno di un piano di emergenza.
Katie: Sentilo. Senti che potrebbe essere altrettanto vero? Come potrebbe
essere persino più vero?
Emily: Forse. Vedo che potrebbe essere più vero.
Katie: Oh, tesoro! È così anche per me. Per questo sto sempre così bene
dove sono. Scappare con la paura ti manda a sbattere contro un muro.
Allora ti guardi indietro e vedi che dov'eri prima era molto più sicuro.
Quando accade qualcosa e tu non hai nessun piano di emergenza, sai che
cosa fare. Puoi scoprire tutto quello che hai bisogno di sapere
esattamente lì dove sei. In realtà, lo stai già vivendo. Quando ti serve una
penna, allunghi la mano e la prendi. Se non c'è, te ne procuri una. In
un'emergenza è lo stesso. Se non c'è paura, che cosa fare è chiaro come
allungare la mano per prendere una penna. Al contrario, la paura non è
così efficiente. La paura è cieca e sorda. Sentiamo le altre cose che hai
scritto.
Emily: Va bene. I terroristi sono così ignoranti nel loro odio e nel loro
bisogno di sentirsi potenti. Vogliono disperatamente farci del male.
Farebbero qualunque cosa... perché non i veleni o le auto-bomba? Sono
malvagi, ignoranti, e sì... sono vittoriosi e potenti. Possono distruggere
questa nazione. Sono come le locuste, ovunque, nascosti, in attesa di
colpirci, di ucciderci, di distruggerci.
Katie: Quindi, “I terroristi sono malvagi”.
Emily: Sì.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero?
Emily: Penso di poter dire che sono ignoranti. Ignorano gli effetti della loro
violenza su di noi.
Katie: Puoi sapere con assoluta certezza che è vero? Che ignorano gli effetti
della loro violenza? Questa è una buona, tesoro! Puoi sapere con assoluta
certezza che ignorano il dolore, la morte e la sofferenza?
Emily: No. Non lo ignorano, probabilmente perché l'hanno sperimentato su
di sé. Non posso saperlo per certo, ma probabilmente l'hanno fatto. È a
questo che reagiscono. Ma continuano a essere ignoranti del fatto che la
violenza non funziona mai.
Katie: Oppure non sono ignoranti. Semplicemente credono a un pensiero
che è l'opposto del tuo: che la violenza funziona. Pensano che questo sia
ciò che il mondo intero ha insegnato loro. Sono nella morsa di questo
pensiero.
Emily: Ma la violenza non funziona, è vero. Per fare del male a un altro,
devi essere ignorante, confuso o psicopatico.
Katie: Potresti avere ragione, e molti sarebbero d'accordo con te, ma qui
non ci stiamo occupando di giusto o sbagliato. Rileggi la prima frase e
rigirala.
Emily: I terroristi sono così ignoranti nel loro odio e nel loro bisogno di
sentirsi potenti.
Katie: Rigira
Emily: Io sono così ignorante nel mio odio e nel mio bisogno di sentirmi
potente. Sì, è vero. Avevo bisogno di un piano di emergenza per sentirmi
potente.
Katie: E come ti fa sentire odiare?
Emily: Beh, sul momento mi dà potere. Voglio dire che mi fa sentire meno
impotente.
Katie: E che cosa accade quando odi?
Emily: Ci resto imprigionata. Non riesco a superarlo e mi consuma.
Katie: E devi trovare un modo per difendere quella posizione. Devi
dimostrare di avere ragione rispetto all'oggetto del tuo odio. Che il tuo
odio è solido e utile. E come ti fa sentire vivere così? Come reagisci
quando credi al pensiero che sono malvagi e ignoranti?
Emily: Nel contesto di quello che stiamo dicendo mi sembra abbastanza
falso, sì. Non sono nemmeno sicura di sentirmi più così.
Katie: Ma, dal loro punto di vista, il loro odio è assolutamente solido. Sono
pronti a morire in suo nome. Sono dalla parte della ragione. È quello che
credono, e per questo schiantano la loro vita contro i grattacieli.
Emily: Sì.
Katie: Per loro, l'odio non è un ostacolo. È così quando siamo attaccati a un
concetto. E il concetto è: “Tu sei malvagio e io sono pronto a morire per
eliminarti”. È per il bene del mondo.
Emily: Sì, posso capirlo.
Katie: Continua con il rigiro.
Emily: Io sono malvagia nella mia ignoranza...
Katie: ...della loro situazione. Sono consapevoli del dolore che provocano
alle loro famiglie dandosi la morte volontariamente.
Emily: Va bene.
Katie: A un livello non sono ignoranti, ma a un altro livello ovviamente sì,
perché i loro pensieri creano soltanto ulteriore sofferenza. Bene, continua
il rigiro su quello che hai scritto dopo la malvagità e la loro ignoranza.
Emily: Sono malvagi, ignoranti, e sì... sono vittoriosi e potenti.
Katie: “Io...”.
Emily: Io sono malvagia, ignorante, vittoriosa e potente?
Katie: Sì, nella tua presunzione di essere nel giusto.
Emily: Oh, già. Il piano di emergenza è giusto e gli altri non vogliono
capirlo.
Katie: Continuiamo. “Sono come le locuste”. Rigira.
Emily: Io sono come le locuste, ovunque, nascosta, in attesa di colpirmi, di
uccidermi, di distruggermi?
Katie: Sì.
Emily: I miei pensieri sono come locuste.
Katie: Esatto. I tuoi pensieri non indagati.
Emily: Giusto.
Katie: In questo momento non vedo nessun terrorista, salvo quello con cui
vivi tu: te stessa.
Emily: Sì, lo vedo.
Katie: Io vivo nella pace, ed è quello che meritano tutti. Tutti meritiamo di
mettere fine al nostro terrorismo.
Emily: Sì, vedo l'arroganza del mio comportamento.
Katie: Ed è qui che vedo la possibilità del cambiamento. Altrimenti siamo
come esseri antichi, primitivi: tutti pronti a morire per una causa.
Emily: Siamo tutti pronti a morire per una causa?
Katie: Beh, tesoro, immagina che qualcuno corra dietro ai tuoi bambini...
Guarda la scena.
Emily: Va bene. Sì.
Katie: Voglio dire, sei addirittura infuriata con i tuoi genitori solo perché
non vogliono preparare un piano di emergenza. Senti com'è essere in
guerra con la tua stessa famiglia.
Emily: Sì.
Katie: Cos'hanno loro che non va? Tu vorresti afferrarli mentre gridano:
“Lasciami, lasciami stare”. Ma tu li afferri e li trascini... dove? Per
quanto ne sai tu, proprio dove possono venire colpiti.
Emily: È vero. È da arroganti, persino da pazzi.
Katie: Che cos'altro hai scritto?
Emily: Non voglio mai più vedere una persona coperta di cenere come ho
visto quel giorno camminando verso casa. Non voglio mai più vedere
volti con le maschere antigas o sguardi di panico... Una parte del
problema è stato che i media hanno trasmesso le immagini delle torri che
crollavano ancora e ancora. È stato come se continuasse ad accadere per
un'intera settimana.
Katie: “Una parte del problema è stato che i media l'hanno trasmesso in
continuazione”. Rigira.
Emily: Io l'ho trasmesso in continuazione.
Katie: Sì. “Voglio che i media smettano di trasmetterle”. Rigira.
Emily: Voglio che io la smetta.
Katie: Lavora su questo. La tua mente è i media.
Emily: Non so bene come.
Katie: Puoi iniziare sottoponendo quelle immagini all'indagine. Perché,
nella realtà, in questo momento non c'è nessuna persona coperta di cenere
davanti a te. Non sta accadendo, se non nella tua mente. [Lunga pausa]
Bene, torniamo indietro e diamo un'occhiata. Descrivi la persona coperta
di cenere che hai nella tua mente. Descrivi la scena che ha più impatto
emotivo su di te. La persona che hai visto realmente.
Emily: Beh, l'immagine che ha più impatto emotivo su di me è quella di un
uomo che camminava davanti al palazzo del mio ufficio mentre io
aspettavo mio marito un paio d'ore dopo il crollo delle torri. Io lavoro in
centro: dalle torri al mio ufficio c'erano più di sei chilometri e quell'uomo
li aveva fatti a piedi. Vedemmo molte altre persone coperte di cenere
mentre tornavamo a casa, ma quell'uomo indossava un abito elegante da
manager, con la ventiquattrore in mano e una di quelle maschere antigas
che si vedono in televisione. Ed era completamente grigio: la testa, il
vestito, le scarpe, la valigetta, tutto coperto di cenere. E lo strato di
cenere era perfetto. Era come uno zombi, camminava senza guardare
intorno. Doveva essere in stato di shock. Era evidente che aveva fatto
tutta la strada dal World Trade Center a piedi. C'era il sole, e qui in centro
la vita sembrava procedere normalmente, e c'era quel fantasma che
camminava lì in mezzo. Mi ha colpito più di qualunque altra immagine di
quel giorno. Mi ha colpito profondamente. Ho pensato: “Adesso sta
entrando nel mio mondo. È qui”.
Katie: Bene, tesoro. Ora guardiamolo assieme. “Era come uno zombi”. È
vero?
Emily: Di sicuro lo sembrava.
Katie: Certo che lo sembrava. Guarda chi sta raccontando la storia. L'uomo
aveva la sua ventiquattrore. Aveva pensato di prenderla. Forse stava
semplicemente tornando a casa. La metropolitana non funzionava. Forse
stava tornando a casa per rassicurare la sua famiglia che stava bene.
Emily: Sì.
Katie: Ed era molto sveglio. Aveva una maschera antigas e tu no.
Emily: Mmm...
Katie: Quindi, per quanto ne sai, se la stava cavando meglio di te.
Emily: [Dopo una pausa] Sì, può darsi. Ero in un posto molto lontano da
quel disastro, ma terribilmente stressata e spaventata.
Katie: “Quell'uomo sembrava uno zombi”. Come reagisci quando credi a
questo pensiero?
Emily: Con orrore, come se fosse la fine del mondo.
Katie: Chi saresti tu, guardando quell'uomo, senza il pensiero “Sembra uno
zombi”?
Emily: Penserei soltanto: “È un uomo coperto di cenere. Speriamo che sia
vicino a casa”.
Katie: Un uomo davvero sveglio. Non uno zombi. Era uscito dall'edificio e
si era persino ricordato di prendere la sua valigetta. Aveva capito in un
attimo che cosa fare. Non credo che avesse un piano di emergenza: “Se
un aereo colpisce la torre e io devo scappare, ho un piano di emergenza:
prendere la mia ventiquattrore e tornare a casa a piedi”.
Emily: Aveva camminato per sei chilometri o giù di lì. Credo che per me
fosse un simbolo di quello che era appena accaduto.
Katie: Sì, ma avrebbe anche potuto suggerirti quanto puoi essere efficiente
nel caso di un disastro. Aveva la sua valigetta. Era riuscito a camminare
per sei chilometri. Tu invece come stavi quando l'hai visto?
Emily: Ho sentito che entravo in stato di shock.
Katie: Sì. Lui invece stava bene. Tu ti sentivi uno zombi e l'hai proiettato su
di lui. In una situazione di emergenza, vedendo lui e vedendo te, a chi
pensi ti rivolgeresti per chiedere aiuto?
Emily: [Ridendo] A lui. Stupefacente! Ma andrei da lui di sicuro.
Katie: Bene, tesoro, Adesso, dolcemente, rigira. “Sono disposta...”.
Emily: Sono disposta a vedere un'altra persona coperta di cenere.
Katie: Sì, anche soltanto nella tua mente, dato che da allora non hai più
visto nessuno in quelle condizioni, salvo che dentro di te. La realtà e la
storia non coincidono mai, la realtà è sempre più gentile. E sarà
divertente osservare che effetti avrà sulla tua vita, soprattutto sui tuoi
bambini. Da te impareranno che non devono stare in guardia e avere un
piano di emergenza, impareranno che sapranno sempre che cosa fare.
Vedranno che lì dove sono va benissimo e che qualunque altro posto in
cui vadano va benissimo. E senza la storia spaventosa “Ho bisogno di un
piano di emergenza” potranno venirti in mente molte ottime cose da fare:
ad esempio un luogo prestabilito dove incontrati con tuo marito nel caso
che i telefoni non funzionino. Mentre i tuoi figli crescono, può essere
utile imparare a guidare e tenere in macchina delle cartine e altre cose
utili. Chi può sapere che cosa escogiterà una mente calma?
Emily: Grazie, Katie. Ora lo vedo.
Katie: Grazie a te, tesoro. Apprezzo che tu non ti accontenti di nient'altro
che la pura verità.
Ti allontani completamente
dalla realtà
quando credi che ci sia
una ragione legittima
per soffrire.
13

Domande e risposte
Quando le persone mi fanno delle domande, rispondo con la massima
chiarezza possibile. Sono felice quando mi dicono che le mie risposte sono
utili, ma so che le risposte veramente utili sono quelle che trovano da soli.

Domanda: Mi sento sopraffatto dal numero di giudizi che ho. Come faccio
a trovare il tempo per indagare tutte le mie credenze?
Risposta: Non preoccuparti di disfarle tutte. Indaga solo la credenza che ti
causa stress adesso. Non ce n'è mai più di una. Disfa quella.
Se vuoi davvero conoscere la verità, non c'è una sola idea che non possa
venire accolta con comprensione. O ci attacchiamo ai nostri concetti oppure
li indaghiamo. Come faccio a sapere su quale lavorare? Su quello che si
presenta adesso.
Una cosa che ho capito riguardo ai pensieri che appaiono dentro di me è
che potevano fidarsi di me. Io ero il recipiente in cui potevano manifestarsi
ed essere finalmente accolti con amore incondizionato. Quegli stessi
pensieri arrivavano anche attraverso i miei figli, quando erano liberi di
dirmi come si sentivano. Mi giungevano anche attraverso ogni altra forma
di comunicazione. Non arrivavano mai troppo veloci per me, perché sapevo
che cosa fare di loro. Che provenissero dalla mia mente o dalla bocca dei
miei figli, li scrivevo sulla carta e li indagavo. Li trattavo per quello che
erano: amici in visita, o conoscenti che avevo frainteso che avevano la
gentilezza di venire a bussare di nuovo alla mia porta. Qui, tutti sono i
benvenuti.
Giudica il prossimo. Scrivi i giudizi, fai le quattro domande ed i rigiri,
un giudizio alla volta.
Domanda: La libertà viene sempre subito dopo avere fatto Il Lavoro?
Risposta: La libertà viene a modo suo, e tu puoi non riconoscerla. Puoi non
notare necessariamente un cambiamento nel problema specifico che hai
messo sul foglio. Ad esempio, puoi avere scritto un foglio di Lavoro su tua
madre e il giorno dopo ti accorgi che la tua vicina antipatica, quella che ti
ha fatto ammattire per anni, non ti disturba più, che la tua irritazione nei
suoi confronti è completamente scomparsa. Oppure, una settimana dopo,
per la prima volta nella tua vita, scopri che ti piace cucinare. A volte non
accade in un'unica sessione. Ho un'amica che fece Il Lavoro sulla gelosia
verso il marito, perché il figlio piccolo lo preferiva a lei. Dopo aver fatto Il
Lavoro provò un certo sollievo, ma il mattino dopo, mentre era sotto la
doccia, sentì che si scioglieva tutto. Cominciò a singhiozzare e poco dopo il
dolore della situazione era completamente scomparso.

Domanda: Che cosa vuol dire se continuo ad avere bisogno di fare Il


Lavoro ripetutamente sulla stessa cosa?
Risposta: Non importa quante volte hai bisogno di farlo. O ti attacchi a un
incubo oppure lo indaghi. Non c'è altra possibilità. Il problema può
ripresentarsi decine o centinaia di volte. È sempre un'opportunità
meravigliosa per vedere quali attaccamenti ancora rimangono e quanto più
in profondità riesci ad andare.

Domanda: Ho fatto Il Lavoro molte volte sullo stesso giudizio, ma non mi


sembra che funzioni.
Risposta: “Hai fatto Il Lavoro molte volte”. È vero? Non potrebbe darsi
che, se non si presenta la risposta che vuoi tu, blocchi semplicemente tutto
il resto? Hai forse paura della risposta che potrebbe essere dietro quella che
pensi di conoscere? È possibile che dentro di te ci sia un'altra risposta,
altrettanto vera o più vera?
Ad esempio, quando chiedi “È vero?”, forse non vuoi scoprirlo
realmente. Può darsi che tu preferisca tenerti la tua affermazione, invece di
tuffarti nell'ignoto. Bloccare significa affrettare forzatamente il processo e
rispondere attraverso la mente conscia prima che possa rispondere la
polarità più gentile della mente (che io chiamo il ‘cuore’). Se preferisci
rimanere con quello che sai già, la domanda è bloccata e non può prendere
vita dentro di te.
Nota se entri in una storia prima di consentirti di sperimentare
pienamente la risposta e le sensazioni che la accompagnano. Se le tue
risposte cominciano con “Sì, ma...”, ti stai allontanando dall'indagine. Vuoi
davvero conoscere la verità?
Un'altra possibilità è che tu stai facendo l'indagine con un secondo fine
già predeterminato. Fai le domande per provare che la risposta che hai già è
quella giusta, anche se è dolorosa? Vuoi avere ragione più di quanto vuoi
conoscere la verità? È la verità che mi rese libera. Accettazione, pace e
meno attaccamento ad un mondo di sofferenza sono tutti effetti di fare Il
Lavoro. Non ci sono obiettivi. Fai Il Lavoro per amore della libertà, per
amore della verità. Se fai l'indagine con altre motivazioni, ad esempio
guarire il corpo o risolvere un problema, le risposte potrebbero venire dalle
stesse vecchie motivazioni che non hanno mai funzionato, e non conoscerai
la meraviglia e la grazia dell'indagine.
Può anche darsi che tu faccia il rigiro troppo velocemente. Se vuoi
davvero conoscere la verità, aspetta che le nuove risposte si manifestino.
Concediti il tempo necessario perché sia il rigiro a trovare te. Se vuoi, fai
una lista di tutti i modi in cui il rigiro è valido per te. Il rigiro è il rientro
nella vita, perché la verità ti indica chi sei senza la tua storia. È tutto fatto
per te.
Stai lasciando che le comprensioni ottenute con l'indagine diventino
vive dentro di te? Vivi i rigiri, condividi con gli altri la parte che hai avuto
nelle situazioni, così da poterla riascoltare tu stesso, e fai ammenda, per
amore della tua libertà. Questo accelererà di sicuro il processo e porterà
pace nella tua vita, adesso.
Infine, puoi sapere con assoluta certezza che è vero che l'indagine non
funziona? Quando accade una cosa che ti faceva spaventare e ti accorgi di
reagire con meno stress o paura, allora sai che l'indagine sta funzionando.

Domanda: Se facendo Il Lavoro da solo ho la sensazione di bloccare


l'indagine, cosa posso fare?
Risposta: Continua a fare Il Lavoro, se te la senti. Io so che, se dal tuo
interno emerge anche una sola risposta sincera od un rigiro, accederai ad un
mondo di cui non sospettavi nemmeno l'esistenza. Se invece la tua
motivazione è avere ragione piuttosto che conoscere la verità, perché darti
la pena di continuare? Comprendi che in questo momento la storia a cui sei
attaccato ha più valore della tua libertà, e va benissimo così. Ritornerai
all'indagine più tardi. Può darsi che tu non stia soffrendo abbastanza o che
non ti preoccupi realmente, anche se ti sembra di farlo. Sii gentile con te
stesso. La vita ti darà tutto ciò di cui hai bisogno.

Domanda: Se sto provando una sofferenza troppo grande, devo fare Il


Lavoro lo stesso?
Risposta: La sofferenza è causata dall'attaccamento a una credenza
profondamente radicata. È uno stato di cieco attaccamento a qualcosa che
ritieni sia vero. In questo stato è molto difficile fare Il Lavoro per amore
della verità, perché sei troppo calato nella tua storia. La tua storia è la tua
identità e faresti di tutto per provare che è vera. L'indagine su se stessi è
l'unica cosa che ha il potere di penetrare queste credenze antiche.
Nemmeno il dolore fisico è reale: è la storia di un passato che va sempre
via e non arriva mai. Ma la gente non lo sa. Una volta, quando aveva tre
anni, Racey, il mio nipotino, cadde. Si sbucciò un ginocchio, uscì qualche
goccia di sangue e si mise a piangere. “Tesoro”, gli dissi, “ti stai forse
ricordando di quando sei caduto e ti sei fatto male?”. Il pianto smise
immediatamente. Tutto lì. Aveva capito, almeno per il momento, che il
dolore è sempre nel passato. Il momento del dolore è sempre passato. È
ricordare ciò che pensiamo sia vero e proiettare quello che non esiste più.
(Non sto dicendo che il tuo dolore non sia reale per te. Conosco il dolore e
so che fa male! Per questo Il Lavoro ha a che fare con la fine della
sofferenza).
Se la tua gamba è finita sotto una macchina e sei steso sull'asfalto con
una storia dopo l'altra che corre nella tua mente, è probabile che, se ti sei
avvicinato al Lavoro da poco, non ti farai le domande: “Mi fa male: è vero?
Posso sapere con assoluta certezza che è vero?”. È più probabile che urlerai:
“Datemi la morfina!”. In seguito, quando il peggio sarà passato, potrai
prendere carta e penna e fare Il Lavoro. Prendi le medicine materiali e poi
l'altra medicina. Alla fine, potrai perdere l'altra gamba e non avere nessun
problema. Se pensi che sia un problema, Il tuo Lavoro non è finito.

Domanda: Ho dei pensieri che sento che non dovrei avere: brutti, perversi e
persino violenti. Il Lavoro può aiutarmi a fermare questi pensieri?
Risposta: Come reagisci quando credi che non dovresti avere determinati
pensieri e invece li hai? Ti vergogni? Ti senti depresso? Rigira: tu devi
averli! Non ti senti un po’ più leggero, più sincero? La mente vuole la
libertà, non una camicia di forza. Quando i pensieri arrivano, non devono
incontrare un nemico che si oppone a loro, come un bambino che corre dal
padre per farsi ascoltare e il padre gli urlasse: “Non dire queste cose! Non
fare queste cose! Hai torto, sei cattivo!”, e lo punisse. Che padre sarebbe?
Questa è la violenza interiore che ti impedisce di comprendere.
Se ti ricevo come un nemico non posso che sentirmi separata, da te e da
me stessa. Come potrei ricevere un pensiero come un nemico e non sentirmi
separata? Quando imparai ad accogliere i miei pensieri come amici, mi
accorsi che potevo accogliere come amico ogni essere umano. Che cosa
potresti dire tu che non sia già apparso in me sotto forma di pensiero? La
fine della guerra con me stessa e con i miei pensieri è la fine della guerra
con te. È semplicissimo.

Domanda: L'indagine è un processo del pensiero? Se non è pensiero, che


cos'è?
Risposta: L'indagine sembra essere un processo del pensiero, ma in realtà è
un modo per disfare il pensiero. I pensieri perdono il loro potere su di noi
quando capiamo che non siamo noi che li creiamo. I pensieri
semplicemente appaiono nella mente. E se non ci fosse nessun pensatore?
Sei forse tu che scegli di respirare?
La mente può scoprire la propria natura solo attraverso il pensiero. Che
cos'altro c'è? In quale altro modo potrebbe conoscere se stessa? Deve
lasciare degli indizi per se stessa, e poi arriva a capire che ha lasciato cadere
le sue stesse briciole. È uscita da se stessa, ma non l'ha ancora capito.
L'indagine sono le briciole che le consentono di ritornare a se stessa. Allora
il tutto ritorna al tutto. Il niente ritorna al niente.

Domanda: La mia risposta a “Posso sapere con assoluta certezza che è


vero?” è sempre ‘no’. C'è forse qualcosa che possiamo sapere con assoluta
certezza?
Risposta: No. L'esperienza è solo percezione. È in continuo cambiamento.
Anche ‘adesso’ è già una storia del passato. Non facciamo in tempo a
pensarlo o a raccontarlo, che è già finito.
Dal momento stesso in cui ci attacchiamo a un pensiero, diventa la
nostra religione, e continuiamo a tentare di provare che è vera. Più tentiamo
di provare ciò che non possiamo sapere se è vero, più proviamo depressione
e delusione.
Quando ti fai la domanda 1, la tua mente inizia ad aprirsi. Anche
prendere in considerazione la possibilità che un pensiero possa non essere
vero porta un po’ di luce nella mente. Se la risposta è: “Sì, è vero”, allora
forse vuoi farti la domanda 2: “Puoi sapere con assoluta certezza che è
vero?”. Alcuni si agitano, o persino si arrabbiano quando rispondono: “No!
Non posso sapere con assoluta certezza che è vero!”. Allora li invito ad
essere gentili con se stessi e a stare semplicemente per qualche momento
con questa comprensione. Rimanendo con la risposta, la mente diventa
gentile e si apre ad infinite possibilità, alla libertà. È come ritrovare l'aria
aperta uscendo da una stanza angusta e piena di fumo.

Domanda: Come posso fare Il Lavoro se nessuna delle persone che ho


vicino lo fa? Non mi considereranno distaccato e insensibile? Come si
adatterà la mia famiglia al mio nuovo modo di pensare?
Risposta: Quando iniziai a fare Il Lavoro, nessuna delle persone che avevo
vicino lo faceva. Lo facevo da sola. Sì, la tua famiglia potrebbe considerarti
distaccato e insensibile. Quando inizi a vedere che cos'è vero per te e
sperimenti la domanda 3 (“Come reagisco, che cosa faccio e dico, quando
credo a questo pensiero?”), dentro di te avviene un tale cambiamento che
potresti staccarti dagli accordi essenziali con la tua famiglia. “Charlie deve
lavarsi i denti”. È vero? No, finché non lo fa. Hai dieci anni di prove che
non si lava i denti con regolarità. Come reagisci? Per dieci anni ti sei
arrabbiato, l'hai minacciato, gli hai lanciato delle occhiatacce, ti sei sentito
frustrato e l'hai rimproverato. Ora tutta la famiglia continua a dire a Charlie
di lavarsi i denti (cosa che gli avevi insegnato con il tuo esempio), ma tu
non partecipi più. Stai tradendo la religione della tua famiglia. Quando ti
chiedono supporto, non puoi più darglielo. Allora magari cominciano a
rimproverare te di non rimproverare Charlie, esattamente come gli avevi
insegnato tu a fare. La tua famiglia è un'eco delle tue credenze passate.
Se la tua verità è gentile, si diffonderà rapidamente e in profondità nella
tua famiglia e sostituirà il tradimento con qualcosa di molto migliore.
Quando continui a trovare la tua strada attraverso l'indagine, prima o poi la
tua famiglia comincerà a vedere nel modo in cui vedi tu. Non c'è altra
scelta. La tua famiglia è un'immagine proiettata del tuo pensiero. È la tua
storia, nient'altro è possibile. Finché non amerai la tua famiglia con amore
incondizionato, anche quando continuano a rimproverare Charlie, l'amore
per te stesso non è possibile, e quindi il tuo Lavoro non è ancora finito.
I tuoi familiari ti vedranno come ti vedranno, e questo ti porterà a
lavorare su tutti loro. Come vedi te stesso? Questa è la domanda importante.
Come vedi loro? Se penso che abbiano bisogno di fare Il Lavoro, significa
che io devo fare Il Lavoro. La pace non richiede due persone, ne richiede
solo una. E questa sei tu. Il problema inizia e finisce con te.
Se vuoi allontanare da te la tua famiglia e i tuoi amici, vai in giro
dicendo “È vero?” o “Rigira”, quando non sono loro a chiederti di aiutarli.
Può darsi che ti troverai a farlo per un po’ prima di riuscire a sentirti. È
spiacevole credere di saperne di più dei tuoi amici e presentarsi come il loro
maestro. La loro irritazione ti condurrà più a fondo nell'indagine o più a
fondo nella sofferenza.

Domanda: Che cosa intendi quando dici: “Non siate spirituali, siate
sinceri”?
Risposta: Intendo dire che è molto doloroso fingere di essere più avanzati
del proprio grado di evoluzione, vivere una menzogna, qualunque
menzogna. Se ti comporti da maestro, in genere è perché hai paura di essere
uno studente. Io non fingo di non avere paura. O ce l'ho o non ce l'ho. Per
me non è un segreto.

Domanda: Come posso imparare a perdonare qualcuno che mi ha fatto


molto male?
Risposta: Giudica il tuo nemico, scrivi i tuoi giudizi, fai le quattro domande
e i rigiri. Scopri da te che perdonare significa scoprire che ciò che pensi che
sia accaduto, non è accaduto. Finché non vedi che non c'è niente da
perdonare, non hai perdonato davvero. Nessuno ha mai fatto del male a
nessuno. Nessuno ha mai fatto qualcosa di orribile. Non c'è niente di
orribile, salvo i tuoi pensieri non indagati su ciò che è accaduto. Quindi,
ogni volta che soffri, indaga, osserva i tuoi pensieri e renditi libero. Sii
come un bambino. Inizia dalla mente che non sa niente. Conduci la tua
ignoranza lungo tutto il percorso che porta alla libertà.

Domanda: Hai detto: “Quando la tua mente è perfettamente chiara, ciò che
è è ciò che vuoi”. Supponiamo che risparmi per un mese per andare al
ristorante e ordinare una sogliola ai ferri e che il cameriere mi porti uno
stufato di lingua. Non è quello che volevo. Dov'è che sono confuso? Che
cosa significa contrastare la realtà?
Risposta: Sì, sei molto confuso. Se avessi chiarezza, quello che vorresti è lo
stufato di lingua, perché è quello che ti ha portato il cameriere. Ciò non
significa essere obbligato a mangiarla. Come reagisci quando credi al
pensiero che non avrebbe dovuto portarti uno stufato di lingua? Finché non
proietti che sei obbligato a mangiarlo, o che non hai abbastanza tempo per
ordinare di nuovo, o che si è trattato di un errore, non c'è nessun problema.
Ma se credi che non avrebbe dovuto portartela, potresti arrabbiarti con lui o
provare qualche forma di stress. Chi saresti senza la tua storia mentre
affronti il cameriere? Chi saresti senza il pensiero che non hai tempo o che
il cameriere ha commesso un errore? Potresti essere una persona che ama il
momento, che ama l'apparente errore. Potresti avere la calma necessaria per
rifare l'ordinazione con chiarezza e divertimento. Potresti dire: “La
ringrazio, ma avevo ordinato una sogliola ai ferri. Il mio tempo è limitato e,
se non riesco ad avere la sogliola e a finire per le otto in punto, sono
costretto ad andarmene. Però, preferirei rimanere. Lei che cosa
suggerisce?”.
Contrastare la realtà significa contrastare la storia di un passato. Ormai
è finito e nessun pensiero al mondo può cambiarlo. Il cameriere ti ha già
portato la lingua. È lì, davanti a te, che ti guarda negli occhi. Se pensi che
non dovrebbe essere lì, sei confuso, perché è lì. Il punto è: qual è il
comportamento più efficace in questo momento, dato che ciò che è, è?
Accettare la realtà non significa diventare passivi. Perché essere passivo
quando puoi avere chiarezza e vivere una vita sana e meravigliosa? Non sei
obbligato a mangiare lo stufato di lingua, non sei obbligato a non dire
chiaramente al cameriere che avevi ordinato la sogliola. Accettare la realtà
significa anzi che puoi agire nel modo più gentile, più appropriato e più
efficace.

Domanda: Che cosa intendi quando dici: “Non esistono problemi fisici, ma
solo mentali”? Se perdo il braccio destro e non sono mancino, non è un
problema enorme?
Risposta: Come faccio a sapere che non ho bisogno di due braccia? Perché
ne ho soltanto uno. Nell'universo non ci sono errori. Pensare in qualunque
altro modo è pauroso e inutile. La storia “Ho bisogno di due braccia” è dove
inizia la sofferenza, perché si oppone alla realtà. Senza la storia, ho tutto ciò
di cui ho bisogno. Sono completa senza nessun braccio destro. All'inizio la
mia grafia sarà un po’ tremolante, ma sarà perfettamente giusta per il modo
in cui è. Sarà come deve essere, non come io penso che dovrebbe essere.
Ovviamente, questo mondo ha bisogno di un maestro che insegni ad essere
felici con un braccio solo e una grafia tremolante. Finché non sarò disposta
a perdere anche il braccio sinistro, il mio Lavoro non sarà completo.

Domanda: Come posso imparare ad amarmi?


Risposta: “Devi amare te stessa”. È vero? Come ti tratti quando credi al
pensiero che dovresti amare te stessa e non lo fai? Riesci a trovare un
motivo per lasciar andare questa storia? Non ti sto chiedendo di lasciar
andare il tuo sacro concetto. Chi saresti senza la storia “Devi amare te
stessa?”. Qual è l'esatto contrario? “Non devi amare te stessa”. Non ti suona
un po’ più naturale? Non devi amare te stessa, non ancora, finché non lo
farai. Questi concetti sacri, queste idee spirituali, si trasfor mano spesso in
dogmi.

Domanda: Che cosa intendi quando dici che tu sei una mia proiezione?
Risposta: Il mondo è la tua percezione di esso. Interno ed esterno
coincidono sempre, sono l'uno il riflesso dell'altro. Il mondo è lo specchio
della tua mente. Se sperimenti interiormente caos e confusione, il tuo
mondo esterno dovrà rifletterli. Devi vedere ciò a cui credi, perché tu sei il
pensato reconfuso che guarda all'esterno e vede se stesso. Tu sei l'interprete
di qualunque cosa e, se sei caotico, tutto ciò che vedi e senti deve essere
caotico. Anche se davanti a te ci fosse Gesù o il Buddha udiresti parole
confuse, perché la confusione sarebbe l'ascoltatore. Sentiresti soltanto
quello che pensi che dica, e ti metteresti a discutere con lui non appena la
tua storia venisse minacciata.
Per quanto riguarda il fatto che io sono una tua proiezione, in che altro
modo potrei esistere qui? Io non posso scegliere, io sono la storia di chi tu
pensi che io sia, non chi sono davvero. Puoi vedermi vecchia, giovane,
bella, brutta, sincera, bugiarda, amorevole, insensibile. Io sono, per te, la tua
storia non indagata, il tuo stesso mito.
So che quello che pensi che io sia è vero per te. Anch'io sono stata
innocente e credulona, ma solo per quarantatre anni, fino al momento in cui
mi sono risvegliata alle cose come sono realmente. “È un albero. È un
tavolo. È una sedia”. È vero? Ti sei mai fermato per chiedertelo? Sei mai
rimasto in silenzio per ascoltare te che interroghi te stesso? Chi ti ha detto
che è un albero? Qual è stata l'autorità originaria? E come faceva a saperlo?
Tutta la mia vita, la mia intera identità, è stata costruita sulla fiducia di un
bambino, sulla sua innocenza non indagatrice. Sei anche tu un bambino
così? Attraverso questo Lavoro, i tuoi giocattoli e le tue favole vengono
messi da parte e inizi a leggere il libro della conoscenza vera, il libro di te
stesso.
La gente mi dice: “Ma, Katie, la tua felicità è solo una proiezione”, io
rispondo: “Sì. E non è meraviglioso? Mi piace vivere questo sogno felice.
Mi diverto tantissimo!”. Se tu vivessi in paradiso, vorresti che finisse? Non
finisce. Non può. Ecco, questo è ciò che è vero per me, almeno fino a
quando non lo sarà più. Se dovesse cambiare, ho sempre l'indagine. Io
rispondo alle domande, la verità si realizza dentro di me, il fare incontra il
disfare, il qualcosa incontra il niente. Nell'equilibrio tra le due metà, io sono
libera.

Domanda: Hai detto che Il Lavoro mi lascerà priva di stress, senza più
problemi. Ma non è da irresponsabili? E se mio figlio di tre anni non avesse
da mangiare? Lo guarderei da una posizione senza stress pensando: “Bene,
questa è la realtà”, e lo lascerei morire di fame?
Risposta: Oh, santo cielo! Tesoro, l'amore è gentile. Non rimane fermo
senza far niente quando vede i suoi stessi bisogni. Credi davvero che
pensieri violenti, come quelli che vengono assieme ai problemi, siano
necessari per dar da mangiare a un bambino? Se il tuo bambino di tre anni
ha fame, sfamalo, per il tuo stesso bene! Ma come sarebbe provvedere a un
bambino che ha fame senza stress o preoccupazione? Non avresti molta più
chiarezza su dove e come procurarti il cibo, e non sentiresti gioia e
gratitudine nel trovarlo? Io vivo così la mia vita. Non ho bisogno di stress
per fare quello che so che devo fare. Lo stress non è così efficiente come la
pace e la lucidità mentale. L'amore è azione e, nella mia esperienza, la
realtà è sempre gentile.

Domanda: Come puoi dire che la realtà è buona? E la guerra, gli stupri, la
povertà, la violenza e gli abusi sui bambini? Condoni tutto questo?
Risposta: Come potrei condonarli? Semplicemente noto che, se credo che
non dovrebbero esistere, soffro. Esistono finché non esistono più. Posso
mettere fine alla guerra dentro di me? Posso smettere di violentare me
stessa e gli altri con pensieri aggressivi? Se non posso, perpetuo in me
stessa proprio la cosa che voglio che tu smetta. La sanità mentale non
soffre, mai. Sei in grado tu, di eliminare la guerra in ogni angolo del
mondo? Attraverso l'indagine, puoi cominciare a eliminarla almeno per un
essere umano: te. Questo è l'inizio della fine della guerra nel mondo. Se la
vita ti turba, benissimo! Giudica sul foglio chi fa la guerra, indaga e rigira.
Vuoi davvero conoscere la verità? Tutta la sofferenza inizia e finisce con te.

Domanda: Accettare sempre la realtà suona come non volere mai niente.
Non è più interessante volere qualcosa?
Risposta: La mia esperienza è che voglio qualcosa in continuazione. Non
solo è interessante, è un'estasi! Ciò che voglio è ciò che è. Ciò che voglio è
ciò che ho già.
Quando voglio ciò che ho, pensiero e azione non sono separati; si
muovono come un'unica cosa, senza conflitto. Se pensi che ti manchi
qualcosa, scrivi questo pensiero e indaga. Ho scoperto che la vita non è mai
carente e che non richiede un futuro. Tutto ciò di cui ho bisogno mi viene
sempre dato, e non devo fare niente per averlo.
Che cosa voglio, in questo caso specifico? Voglio rispondere alla tua
domanda, perché è quello che sta avvenendo in questo momento. Ti
rispondo, perché è ciò che l'amore fa. È un effetto della causa originaria: tu.
Io amo questa vita. Perché dovrei volere qualcosa in più o in meno di quello
che ho, anche se è qualcosa di doloroso? Cosa potrei farne che potrebbe
essere migliore di ciò che sto facendo proprio in questo momento? Ciò che
vedo, dove sono, quello che odoro, gusto e sento, è perfetto. Se tu amassi la
tua vita, vorresti cambiarla? Non c'è niente di più eccitante che amare ciò
che è.

Domanda: Dici a volte: “Dio è tutto. Dio è buono”. Non è solo un'altra
credenza?
Risposta: Dio, nel significato in cui uso questa parola, è un altro nome per
ciò che è. Conosco sempre la volontà di Dio: è esattamente ciò che è in
qualunque momento. Non devo più interrogarmi. Non mi mischio più negli
affari di Dio. È semplice. Da questa base è chiaro che tutto è perfetto.
L'ultima verità, che io chiamo l'ultimo giudizio, è “Dio è tutto. Dio è
buono”. Chi comprende questo davvero, non ha bisogno dell'indagine.
Naturalmente, alla fine, neanche questo è vero. Se però per te funziona,
allora dico “tienilo e vivi una vita meravigliosa”.
Tutte le cosiddette verità alla fine crollano. Qualunque verità è una
distorsione di ciò che è. Se indaghiamo, perdiamo tutte le verità, fino
all'ultima. Questo stato, al di là di ogni verità, è vera intimità. È
realizzazione di Dio. E benvenuti nel rientro. È sempre un inizio.

Domanda: Se niente è vero, perché darsi da fare? Perché andare dal


dentista, perché curarmi se sono malata?
Risposta: Io vado dal dentista perché mi piace masticare. Preferisco che
i denti non mi cadano. Ma che sciocca che sono! Se sei confusa, indaga e
scopri che cos'è vero per te.

Domanda: Come faccio a vivere nel Presente?


Risposta: Lo stai già facendo. È solo che non te ne sei accorto. Solo in
questo istante noi siamo nella realtà. Tu e tutti quanti possiamo imparare a
vivere nel momento in quanto momento, amare tutto ciò che abbiamo
davanti, amarlo come noi stessi. Se continui a fare Il Lavoro, vedrai sempre
più chiaramente che cosa sei senza un futuro o un passato. Il miracolo
dell'amore arriva in presenza del momento non interpretato. Se sei
mentalmente altrove, ti perdi la vita reale.
Ma anche il Presente è un concetto. Anche quando il pensiero completa
se stesso, è andato, senza nessuna prova che sia mai esistito, salvo un
concetto che ti porta a credere che sia esistito, ma anche questo concetto se
n'è appena andato. La realtà è sempre la storia di un passato. Prima che tu
possa afferrarla, è scomparsa. Ognuno di noi ha già la pace mentale che sta
cercando.

Domanda: Per me è molto difficile dire la verità, perché cambia


continuamente. Come posso essere coerente se parlo sinceramente?
Risposta: L'esperienza umana cambia continuamente, ma il luogo
dell'integrità non cambia mai. Dico sempre di iniziare da dove siamo.
Possiamo dire la verità come ci appare in questo momento, senza
paragonarla con ciò che era vero un attimo fa? Se mi rifai tra un po’ questa
domanda potrei darti un'altra risposta altrettanto sincera. “Katie, hai sete?”.
No. “Katie, hai sete?”. Sì. Dico sempre quello che è vero per me in questo
momento. Sì, no, sì, sì, no. Questa è la verità.
Una volta, mio cugino telefonò alle due del mattino dicendomi che era
terribilmente depresso e che si teneva una pistola puntata alla testa, con il
cane alzato. Disse che, se non gli davo una buona ragione per vivere, si
sarebbe fatto saltare la testa. Aspettai molto tempo. Avrei davvero voluto
dargli una buona ragione, ma non me ne veniva in mente nessuna.
Aspettavo e aspettavo, con lui all'altro capo del filo. Alla fine gli dissi che
non riuscivo a trovarne nessuna. Scoppiò in lacrime. Era la verità di cui
aveva bisogno. Disse che era la prima volta in tutta la sua vita che aveva
sentito della sincerità e che era proprio quello che stava cercando. Se avessi
inventato qualche ragione, pensando che lui non dovesse uccidersi, gli avrei
dato meno dell'unica cosa che in quel momento avevo da dargli: la mia
verità nel momento.
Ho notato che le persone che fanno Il Lavoro per un certo periodo
acquistano molta chiarezza sulla verità così come la vedono. Diventa facile
radicarsi in essa, e facile essere flessibili e cambiare idea. Essere sinceri nel
momento diventa una cosa davvero confortevole.
Conosci qualcuno che non abbia mai cambiato idea? Questa porta era
un albero, poi forse diventerà legna da ardere, e ritornerà all'aria e alla terra.
Anche noi siamo così, in continuo cambiamento. È pura sincerità dire che
hai cambiato idea se l'hai cambiata. Quando hai paura di quello che penserà
la gente se parli con sincerità, allora diventi confuso. “Hai cambiato idea?”.
“Sì”. “Qualcosa non va, che ti succede?”. “Mi succede che ho cambiato
idea”.

Domanda: È vero che non posso ferire un'altra persona? Risposta: Per me è
impossibile ferire qualcuno. (Per favore, non cercare di crederci. Non sarà
vero per te finché non lo realizzerai tu stesso). L'unica persona che posso
ferire è me stessa. Se mi chiedi a bruciapelo la verità, io ti dico quello che
vedo. Voglio darti tutto ciò che mi chiedi. Ma è il modo in cui ricevi la mia
risposta che può aiutarti o ferirti. Io ti do semplicemente quello che ho.
Ma, se penso che dirti una certa cosa possa ferire i tuoi sentimenti, non
te la dico (a meno che tu non voglia conoscerla davvero). Quando penso
che non sono gentile con te, non sono a mio agio con me stessa. Io provoco
la mia sofferenza e io posso fermarla per il mio stesso bene. Mi prendo cura
di me stessa e, così facendo, mi prendo cura anche di te. Ma, in definitiva,
la mia gentilezza non ha niente a che fare con te. Siamo tutti responsabili
della nostra pace. Io potrei dirti le parole più amorevoli e tu potresti
prenderle come un'offesa. Posso capirlo. Ma so che la storia che racconti a
te stesso su quello che dico è l'unico modo con cui puoi ferirti. Soffri perché
non hai fatto le quattro domande e il rigiro.

Domanda: Tante persone, tante anime, si stanno illuminando in questo


momento. Sembra esservi una tendenza collettiva, un risveglio collettivo,
come se fosse un unico organismo, un unico essere, che si risveglia. È così
anche nella tua esperienza?
Risposta: Non so niente di tutto questo. Tutto quello che so è: se fa male,
indaga. L'illuminazione è semplicemente un concetto spirituale, un'altra
cosa da cercare in un futuro che non arriva mai. Anche la verità più elevata
è solo un altro concetto. Per me, l'esperienza è tutto, ed è questo che
l'indagine rivela. Tutto ciò che è doloroso viene disfatto, adesso, adesso,
adesso... Se pensi di essere illuminata sarai felice quando il carro attrezzi ti
porta via la macchina. È così! Come reagisci quando tuo figlio è malato?
Come reagisci quanto il tuo partner vuole il divorzio? Non so niente di un
risveglio collettivo. In questo momento, stai soffrendo? È questo che mi
interessa.
La gente parla di realizzazione di sé, ed è appunto questa! Sei capace di
inspirare ed espirare pienamente felice? A chi interessa l'illuminazione se in
questo momento sei felice? Illuminati semplicemente a questo momento.
Puoi fare semplicemente questo? Poi, alla fine, tutto collassa. La mente si
fonde con il cuore e vede che non è separata. Trova una casa e riposa in se
stessa, in quanto se stessa. Finché la storia non viene accolta con
comprensione, non c'è pace.

Domanda: Si dice che le persone libere non hanno preferenze, perché per
loro è tutto perfetto. Tu hai delle preferenze?
Risposta: Se ho delle preferenze? Io sono un'amante di ciò che è, e ciò che è
è quello che ho sempre. ‘Esso’ ha le sue preferenze: il sole al mattino e la
luna di notte. E sembra sempre che io abbia una preferenza per quello che
sta accadendo adesso. Preferisco il sole al mattino e preferisco la luna di
notte. Preferisco essere con la persona che mi sta di fronte in questo
momento. Appena qualcuno comincia a fare domande, io sono lì. Quella
persona è la mia preferenza e non c'è nessun altro. Poi, quando parlo con
un'altra persona, è lei la preferita, e non c'è nessun altro. Scopro le mie
preferenze guardando quello che sto facendo. Qualunque cosa stia facendo,
quella è la mia preferenza. Come faccio a saperlo? Perché la sto facendo!
Preferisco la vaniglia al cioccolato? Sì, finché non la preferisco più. Te lo
farò sapere la prossima volta che ordineremo un gelato.

Domanda: Tutte le credenze vanno disfatte?


Risposta: Indaga tutte le credenze che ti causano sofferenza. Risvegliati dai
tuoi incubi, e i sogni dolci si prenderanno cura di se stessi. Se il tuo mondo
interiore è libero e meraviglioso, perché dovresti volerlo cambiare? Se il
sogno è un bel sogno, chi vorrebbe svegliarsi? Ma, se i tuoi sogni non sono
felici, benvenuto nel Lavoro.
Il problema è solo uno,
sempre:
la tua storia non indagata
in questo momento.
14

Il Lavoro nella tua vita


I principianti mi chiedono a volte che cosa accadrebbe se facessero Il
Lavoro regolarmente. Temono che, senza una storia, non sarebbero motivati
ad agire e non saprebbero cosa fare. Nell'esperienza delle persone che fanno
Il Lavoro (genitori, artisti, gente che lavora nelle scuole e negli uffici, nel
governo, nelle prigioni e negli ospedali), è vero il contrario. L'indagine
conduce spontaneamente a un'azione precisa, gentile e priva di paura.
Quando inizi ad accogliere i tuoi pensieri con comprensione, il corpo
segue. Comincia a muoversi da sé, perciò tu non devi fare niente. Il Lavoro
consiste nel notare i nostri pensieri, non nel cambiarli. Se lavoriamo al
pensiero, l'azione segue in modo naturale.
Se sei seduto su una sedia e hai una profonda intuizione, finisce qui? Io
non credo. Fare Il Lavoro è solo metà del processo, l'altra metà avviene
quando le comprensioni prendono vita. Finché non diventano vive in forma
di azioni, non sono pienamente tue.
Il Lavoro ti fa vedere dove hai inteso la tua felicità al contrario. Quando
pensi che le persone dovrebbero essere gentili con te, è vero il contrario: tu
devi essere gentile con loro e con te stesso. I tuoi giudizi sugli altri
diventano la tua prescrizione su come vivere. Quando li rigiri, vedrai ciò
che ti darà la felicità.
Il consiglio che hai dato alla tua famiglia o ai tuoi amici si rivela un
consiglio per la tua vita, non per la nostra. Studiando te stesso, diventi un
maestro di saggezza. Non importa più se nessuno ti ascolta, perché ti stai
ascoltando tu. Tu sei la saggezza che ci offri: respirando, camminando e
agendo senza sforzo mentre svolgi i tuoi compiti quotidiani, fai la spesa o
lavi i piatti.
La realizzazione di sé è la cosa più dolce. Ci fa vedere che siamo
pienamente responsabili di noi stessi e in questo troviamo la libertà. Invece
di realizzarti attraverso gli altri, ti realizzi attraverso te stesso. Invece di
cercare il tuo appagamento in noi, lo trovi in te stesso.
Noi non sappiamo come fare per cambiare, come fare per perdonare o
per essere sinceri. Stiamo aspettando un esempio. Tu sei questo esempio. Tu
sei la nostra unica speranza, perché non cambieremo finché non lo farai tu.
Il nostro lavoro è continuare ad attaccarti, con tutte le nostre forze, con tutto
ciò che ti fa arrabbiare, ti irrita e ti repelle, finché avrai capito. Ti amiamo
sino a questo punto, che ne siamo consapevoli o no. Il mondo intero
riguarda te.
Quindi, per trasformare Il Lavoro in azione, inizia dalla voce interiore
che ti dice che cosa dovremmo fare noi. Comprendi che, in realtà, sta
dicendo a te che cosa fare. Quando dice: “Dovrebbe raccogliere le calze dal
pavimento”, ascolta il rigiro “Io devo raccogliere le calze” e mettilo
semplicemente in atto. Rimani nel flusso continuo e privo di sforzo.
Raccoglile finché ti piace farlo, perché è la tua verità. E sappi che l'unica
casa importante da tenere pulita è la tua mente.
Non può esserci pace nel mondo se non trovi la pace in te stesso in
questo momento. Vivi i rigiri, se vuoi essere libero. È quello che ha fatto
Gesù, che ha fatto il Buddha. È quello che hanno fatto tutti i grandi famosi e
tutti i grandi sconosciuti che vivono semplicemente, nelle loro case e nelle
loro comunità, felici e in pace.
A un certo punto, potresti voler cercare il tuo dolore più profondo e
ripulirlo. Fai Il Lavoro finché scoprirai la parte che hai avuto tu in quella
storia. Vai dalle persone che hai giudicato e scusati, condividi quello che hai
scoperto di te stesso e come ci stai lavorando in questo momento. Sta
esclusivamente a te. Dire queste verità è ciò che ti rende libero.
Potresti avere paura di andare più in profondità nel Lavoro, perché pensi
che potrebbe costarti qualcosa che hai caro. La mia esperienza è l'opposto:
senza una storia, la vita diventa soltanto più ricca. Chi fa Il Lavoro per un
periodo sufficiente, scopre che l'indagine non è una cosa da fare con serietà
e che indagare un pensiero doloroso lo trasforma in una risata.
Mi piace essere libera di muovermi nel mondo senza paura, rabbia o
tristezza, pronta a incontrare chiunque e qualunque cosa, in qualunque
luogo, in qualunque momento, con le braccia e il cuore spalancati. La vita
mi farà vedere quello che non ho ancora disfatto. Non vedo l'ora di
incontrarlo.

È sempre un inizio
Continua semplicemente a ritornare a casa
a te stesso.
Tu sei la persona
che aspetti da sempre.
Appendice: l'auto facilitazione

Quelli che seguono sono esempi di Lavoro auto-facilitato di persone turbate


da pensieri su un amico o un partner. Dimostrano quanto l'indagine può
andare in profondità se ti concedi tutto il tempo per scrivere le tue risposte
in modo esauriente e sincero.

L'handicap del mio ragazzo o il mio?

Affermazione scritta: Sono triste e arrabbiata perché Allen non può


camminare e per questo non possiamo fare le normali ‘cose di coppia’
insieme.

È vero? Sì.

Qual è la realtà? La realtà è che Allen è su una sedia a rotelle e non può
camminare.

Affermazione riscritta (stimolata dalla domanda “Che cosa otterrei se


Allen camminasse?”): Se Allen potesse camminare, la mia vita sarebbe
migliore.

Posso sapere con assoluta certezza che è vero? No, non posso saperlo
affatto.
Come reagisco, cosa accade, quando credo al pensiero che la mia vita
sarebbe migliore se Allen potesse camminare?
Mi sento una martire. Provo pena per me stessa. Provo invidia per le altre
coppie. Mi sento defraudata e nel panico. Sento che non vivo mai una parte
della mia vita, soprattutto la sessualità. Desidero molto cose difficili o
impossibili per noi, per esempio andare in luoghi non predisposti per i
portatori di handicap. Continuo a chiedermi, continuamente e inutilmente,
se non sia un errore amare così quest'uomo. Dubito di Dio, anche se Allen è
l'uomo che Dio mi mette continuamente davanti perché io lo ami.

Come mi fa sentire credere a questo pensiero? Matta, sola, fuori di testa,


dipendente da pensieri continui che mi opprimono. Il petto mi fa male come
se qualcuno ci salisse sopra. Impazzisco. Ci facciamo sempre notare. Siamo
strani e anormali. Non certo l'ideale di coppia.

Come tratto Allen quando penso che la mia vita sarebbe migliore se lui
potesse camminare? Sono fredda e distante. A disagio. Freno i pensieri
amorevoli, cose che vorrei davvero condividere con lui. Non partecipo
quando facciamo l'amore. Aspetto che sessualmente faccia tutto lui. Mi
comporto come se sapessi meglio di lui come fare per prendersi cura di se
stesso.

Come tratto me stessa? Penso di essere matta, che in me c'è qualcosa che
non va se amo un uomo su una sedia a rotelle. La cosa peggiore che faccio è
che non mi do il permesso di amarlo pienamente. Mi dico che sono co-
dipendente. Sono così confusa che mi do al bere. Leggo troppo o non leggo
affatto. Tento di trovare altri punti di vista parlando con un altro uomo, a
volte solo nella mia mente e altre con un uomo reale. Mi lacero pensando
continuamente “È giusto? Non è giusto?”. Non dormo più. Con la mia
famiglia e con gli amici mi comporto come se niente fosse, mi irrigidisco e
mi metto sulle difensive. Non mi consento di pensare a tutte le cose
meravigliose che abbiamo assieme. Vado a caccia di teorie per dimostrarmi
che ho ragione: l'astrologia, i due Capricorni, merda metafisica. Mi
vergogno di me stessa per non seguire il mio cuore. Non andrò con lui nel
New Mexico a causa della mia brillante carriera, della mia casa favolosa e
dei miei gatti.
Riesco a trovare un motivo per lasciar andare il pensiero che la mia
vita sarebbe migliore se Allen potesse camminare? Sì. Tutte le reazioni
che ho appena descritto.

Riesco a trovare un motivo non stressante per tenermi il pensiero?


Nemmeno uno.

Chi sarei io senza il pensiero che la mia vita sarebbe migliore se Allen
potesse camminare? Una donna innamorata di un uomo di nome Allen.

Affermazione riscritta e rigirata: La mia vita non sarebbe migliore se


Allen potesse camminare. Sento che è altrettanto vero.

Affermazione originaria rigirata: Sono triste e arrabbiata perché io non


posso camminare. Sì, a volte mi impedisco io stessa di andare in un posto e
accuso Allen. Mi arrabbio pensando che non posso uscire e andare dove
voglio. Noi possiamo fare le normali “cose di coppia” insieme. Vero.
Quello che Allen e io facciamo è normale per noi. Mi impedisco di godere
delle nostre normali ‘cose di coppia’ quando ci paragono alle altre coppie,
pensando che loro normalità debba essere anche la nostra.

Janine non deve mentirmi

Affermazione scritta: Non mi piace Janine perché mi mente.

È vero? Sì.

Qual è la prova che è vero? Mi ha detto che il corso era limitato a trenta
persone e ce n'erano cinquantacinque. Mi ha detto che mi avrebbe mandato
le registrazioni entro una settimana e me le ha mandate un mese dopo. Mi
ha detto che mi avrebbe prenotato un taxi per l'aeroporto e all'ora stabilita
non c'era nessun taxi disponibile.

Queste prove dimostrano davvero che mi mente? Sì.


Posso sapere con assoluta certezza che è vero che Janine mi mente? Sì.

Come reagisco quando credo al pensiero che Janine mi mente? Mi sento


fuori controllo e inerme. Non riesco più a credere a niente di quello che
dice. Mi sento frustrato. Quando sono con lei, o semplicemente penso a lei,
divento nervoso. Penso sempre a come io farei il suo lavoro meglio di lei.

Affermazione riscritta (stimolata dall'aggiunta “Qual è il ‘deve’?): Le


persone non devono mentire.

È vero? No, mentono!

Come tratto Janine quando credo alla storia che le persone non devono
mentire e lei lo fa? La giudico falsa, inaffidabile, incapace e insensibile. La
tratto con sfiducia e freddezza. Vedo tutto quello che la riguarda (parole,
gesti, fatti) come menzogne. Sono sgarbato con lei. Non mi piace e voglio
farle percepire la mia disapprovazione.

Come mi fa sentire? Fuori controllo. Non mi piaccio. Mi sento in colpa e


in torto.

Chi sarei io (in presenza di Janine) senza la storia che le persone non
devono mentire? Penserei che Janine fa del suo meglio e lo fa abbastanza
bene, considerando la mole di informazioni che dà a tante persone. Sarei
più premuroso e cercherei di aiutarla di più. Troverei il tempo per parlare
con lei e conoscerla meglio. Se chiudo gli occhi e la vedo senza quella
storia, mi piace e vorrei che diventassimo amici.

Affermazione riscritta rigirata: Le persone devono mentire. Sì, devono


farlo perché lo fanno.

Affermazione originaria rigirata: Non mi piaccio perché mento a Janine.


È vero. Le ho detto che non potevo prendere il volo successivo. Il volo era
pieno, ma non ho voluto mettermi in lista d'attesa o rivolgermi a un'altra
compagnia. La verità è che le ho mentito: volevo proprio prendere il volo
precedente. Non mi piace Janine perché mento a me stesso (riguardo a
Janine). Sì, questo è più vero. Mi dico un mucchio di bugie riguardo a
Janine quando salto subito alle conclusioni in tutto quello che fa e dice. Non
è Janine che non mi piace, sono le storie, le menzogne che racconto a me
stesso su di lei che non mi piacciono. Mi piace Janine perché non mi mente.
È vero anche questo. In realtà, non credo che mi abbia mai detto
intenzionalmente qualcosa di non vero. Lei passa le informazioni che
riceve, e non può sapere se ci sono dei cambiamenti. Sì, lei mi piace
davvero.
Io sono la causa
della mia sofferenza.
Ma solo di tutta.
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Sempre sul sito potrai vedere degli spezzoni video di Katie che facilita Il
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Includi le tue affermazioni e la tua storia, le domande che hai usato, cosa
hai realizzato e, nei casi in cui hai messo i tuoi rigiri in azione, descrivi le
azioni.
Institute for The Work (solo in inglese) per far parte della comunità del
Lavoro, hotline, forums, materiale da scaricare, eventi e altro:
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risposta di Katie, Il Lavoro fatto su vari argomenti, possibilità di aggiungere
commenti e altro: www.byronkatie.com

Weekend workshop (laboratori di un fine settimana)

Sono un'occasione per sperimentare il potere della scuola grazie a un


programma di 2 giorni. Katie guida i partecipanti in alcuni dei suoi esercizi
più potenti, creati per rispecchiare la trasformazione da lei vissuta dopo il
suo risveglio alla realtà. Lavorando su argomenti come differenze di genere
sessuale, immagine del corpo, dipendenze, denaro e relazioni, scoprirai
livelli più profondi di libertà. I laboratori sono stati definiti: rivelatori,
sorprendenti e il fine settimana più potente della mia vita.

The School for The Work of Byron Katie (la Scuola per
Il Lavoro di Byron Katie): una formazione intensiva

The School for The Work (la Scuola per Il Lavoro) è la massima avventura
interiore. A differenza di ogni altra scuola al mondo, qui lo scopo non è
imparare, ma disimparare. Passerai nove giorni a perdere le innumerevoli
storie, fondate sulla paura, alle quali ti sei innocentemente aggrappato per
tutta la vita. Storie come: “Non sono abbastanza bravo”, “Ho bisogno di un
partner”, “Non andrà mai meglio”, “Devo avere tutto sotto control lo”. Chi
saresti senza queste storie così stressanti?

Alla Scuola scoprirai che le tue storie sono quelle di tutti, e viceversa. Ti
ritroverai in una famiglia piena di gioia, eterogenea, solidale, nella quale
potrai permetterti di essere te stesso senza il timore di essere giudicato,
forse per la prima volta nella tua vita. Faciliterai Il Lavoro dei tuoi
compagni, e poi vi scambierete i ruoli e saranno loro a fare lo stesso per te.

La Scuola è un'esperienza di immersione: immersione nella libertà.


Immagina un luogo dove poter ridere di una gioia così profonda che non
avresti mai immaginato di avere, o liberare nel pianto il dolore accumulato
e trattenuto così a lungo sentendoti, in entrambi i casi, pienamente amato e
accettato. Immagina che la persona seduta vicino a te, con la quale non hai
mai scambiato una parola, ti chieda di facilitarle Il Lavoro e che, un quarto
d'ora dopo, siete diventati amici che si fidano ciecamente l'uno dell'altro.

Il programma d'insegnamento della Scuola è un processo vivente in


evoluzione, che muta secondo i bisogni dei partecipanti e sulla base delle
esperienze degli studenti che ti hanno preceduto. Katie è la tua insegnante e
la tua allieva allo stesso tempo, e condivide con te domande e risposte con
una disponibilità rara nei maestri della sua fama. Gli esercizi e le attività
sono concepiti per aiutarti a ripercorrere la trasformazione vissuta da Katie
dopo il suo risveglio alla realtà. Lavorerai su argomenti come: differenze di
genere sessuale, immagine del corpo, dipendenze, denaro e relazioni. E
ogni volta scoprirai di non essere solo e che non c'è nulla da temere.

Ogni giorno, durante la Scuola, potresti sentirti più libero e felice del giorno
precedente. Ti sbarazzerai di tante vecchie abitudini come di abiti consunti.
Potresti sentirti entusiasta di svegliarti al mattino per non perderti neanche
un momento di questa sfida in continua evoluzione. Potresti trovare
impossibile il non sorridere agli altri. Una passeggiata mattutina, una tazza
di tè, anche solo quattro passi in un atrio d'albergo, ti ricorderanno in
seguito il tempo passato qui.

Quando lascerai la Scuola è assai probabile che la considererai come i nove


giorni più importanti che tu abbia mai passato. Il primo giorno sei arrivato
trascinandoti dietro il fardello pesante di una vita. Quando vai via la mattina
del decimo giorno, porti un bagaglio molto più leggero. Ma la cosa più
importante è che hai imparato come fare a non appesantirlo. Avrai il nuovo
impegno di fare Il Lavoro come pratica giornaliera. Saprai come fare Il
Lavoro con gli altri e da solo e, al ritorno nella vita di tutti i giorni, potrai
mantenere il contatto con la nostra communità diffusa in tutto il mondo.
Questa è in realtà la Scuola di Te Stesso, alla quale sentirai sempre di
appartenere.

“Durante la prima serata alla Scuola chiedo a volte ai partecipanti


cosa vorrebbero ottenere. Rispondono con frasi come: ‘Vorrei la
pace mentale’, ‘Vorrei essere libero’, ‘Vorrei essere più amorevole’,
‘Vorrei preoccuparmi meno dei miei problemi’, ’Vorrei essere meno
egocentrico’, ‘Vorrei vivere senza paura’, ‘Vorrei essere felice, con o
senza una persona da amare’. Alla fine del corso, tutti dicono di aver
trovato il modo per porre termine alle loro sofferenze, e di aver
ottenuto più di quanto desiderassero all'inizio. Le persone tornano a
casa così cambiate che i loro familiari sono indicibilmente grati e
spesso stupefatti. Il Lavoro si è svegliato in ogni partecipante che
arriva con una mente aperta, e non c'è più nulla che possano fare per
fermarlo. Quando le quattro domande sono vive dentro di te, la tua
mente diventa nitida e di conseguenza il mondo che proietta diventa
nitido. Questo cambiamento è molto più radicale di quanto si possa
immaginare”.
— KATIE

Non vi è nulla nella mia vita che abbia influito in modo più
profondo e positivo. Gli insegnamenti proposti sono stati
l'opportunità migliore che abbia mai avuto per sviluppare sincerità e
maturità affettive, ma non solo: i tempi di lavoro, i contenuti, le
sequenze di tutti gli esercizi, erano pianificati in modo così efficace
e rassicurante che ho trovato l'incredibile coraggio di trasferire
anche nella pratica gli insegnamenti di cui avevo appreso la teoria.
— MICHAEL L.

Nel corso della mia vita ho partecipato a molti seminari e ritiri, ma


non avevo mai assistito a nulla di così ben concepito, di così diverso
e profondo, come si è dimostrata l'avventura di questo corso. È
sorprendente, quasi incredibile. Ora mi sembra di avere più
chiarezza, di essere più lucida, e più saggia, nel mio modo di vivere.
Mi risulta ormai quasi impossibile ripiegarmi nel vittimismo, e sono
sempre più competente nel facilitare Il Lavoro. In un primo
momento avevo pensato che il corso fosse caro, ma ora ritengo che
il suo valore sia inestimabile. Questa forma di amore non ha prezzo.
— M. O., LOS ANGELES, USA

La mia esperienza del Lavoro: fenomenale! Ho letto i libri, usato il


sito internet, usato la hotline, ho pagato per quattro sessioni. Nessun
tipo di terapia che avevo fatto su di me o sugli altri può essere
paragonata al Lavoro nell'aver alleviato il mio dolore e gestito i miei
traumi.
Sono stato uno psicoterapeuta per 26 anni. Logorato, ho lasciato la
mia pratica nel settembre 2007. Poi ho trovato Il Lavoro che mi ha
cambiato la vita e continua a guarirmi. Al ritorno dal mio periodo di
congedo volontario, voglio diplomarmi come facilitatore del
Lavoro.
— K. P., ARIZONA

Mi sembrava che ci volessero troppi soldi e troppo tempo. Avrei


potuto piuttosto andare in vacanza. Però qualcosa dentro di me
insisteva perché andassi, e alla fine non ho potuto fare altro che
ridere: era stata una VERA vacanza. Una vacanza dalla mente che si
è liberata. Così, invece di tornare a casa con i souvenir e
l'abbronzatura, ci sono tornato leggero, leggerissimo, e dura tutt'ora.
Anzi, è sempre meglio. Ho imparato come vivere una vita felice.
Incredibile!
— A. B., CALIFORNIA

Ciò che mi piace di più della Scuola è la mia vita dopo la Scuola.
L'assenza del disagio che sempre mi accompagnava è così dolce. Mi
sento bene con me stessa; stare con me stessa mi piace davvero. Non
so se il merito è della Scuola, e forse è tutta una coincidenza, ma
ora, dopo solo sei mesi, ho trovato un compagno meraviglioso, mi
sono trasferita in una bella città e in una casa stupenda, e il mio
lavoro va sempre meglio.
— S. M., ARIZONA

Per ulteriori informazioni vai sul sito www.thework.com/italiano e clicca su


“La Scuola”, oppure telefona al numero 01.815.664.4209, o scrivi
all'indirizzo di posta elettronica customercare@thework.com.

Per i diplomati della Scuola: The Institute for


The Work (l'Istituto per Il Lavoro)

Iscriviti a The Institute for The Work di Byron Katie e continua ad


approfondire la tua esperienza del Lavoro. L'Istituto offre il solo
programma ufficiale per il Diploma di Facilitatore del Lavoro di Byron
Katie, e inoltre dà ai diplomati della Scuola un modo per rimanere immersi
nel Lavoro attraverso la comunità del Lavoro.
Sia che tu scelga di iscriverti al programma per il Diploma di
Facilitatore o no, i forum della comunità del Lavoro sono centri interessanti
e interattivi dove i membri di ogni parte del mondo discutono vari
argomenti e condividono la loro conoscenza del Lavoro. Qui puoi visionare
e scambiare idee sul l'“Argomento del mese” di Katie e partecipare alle
discussioni sulle relazioni, educazione dei figli, dipendenze, o qualunque
altro argomento di tuo interesse che puoi portare nei forum. Hai anche
l'opportunità di fare Il Lavoro giornalmente nel round robin (girone), con un
partner diverso ogni mese.
Per ulteriori informazioni vai sul sito
www.instituteforthework.com
Turnaround House for The Work
(la Casa del Rigiro per Il Lavoro)

Turnaround House (la Casa del Rigiro) è il programma residenziale di


ventotto giorni che ti mette a confronto con la dipendenza fondamentale,
l'unica dipendenza: la dipendenza della mente dai pensieri non indagati che
causano tutta la sofferenza e la violenza interiore nel mondo. È basata sul
Lavoro di Byron Katie, un processo incredibilmente semplice ma potente
che milioni di persone: tossicodipendenti, veterani, prigionieri, studenti,
casalinghe, dirigenti, politici, professionisti della salute mentale, gente di
ogni livello sociale, hanno usato per risolvere comportamenti auto-sabotanti
ben radicati. Turnaround House è il solo centro approvato da Byron Katie
per fare uso del Lavoro nei suoi specifici programmi di dipendenza e
riabilitazione emozionale. In un ambiente ecologico, sicuro e solidale,
Byron Katie col suo staff di facilitatori diplomati ti guida attraverso un
programma che è specificatamente progettato per dare una svolta radicale
alla tua vita: letteralmente rigirarla.

Per ulteriori informazioni vai sul sito www.thework.com/italiano, oppure


telefona allo 01.815.664.4209 o scrivi all'indirizzo di posta elettronica
turnaroundhouse@thework.com.
Note all'introduzione

p. 9, Più chiaramente conosci te stesso e le tue emozioni, più diventi un


amante di ciò che è: Ethica, parte V, definizione 15. Più letteralmente:
“Chi chiaramente e distintamente conosce se stesso e le proprie
emozioni ama Dio, e tanto più lo ama quanto più conosce se stesso e
le proprie emozioni”. Per Spinoza, il termine Dio, definito spesso ‘Dio
o Natura’, indica la realtà suprema, o semplicemente ‘ciò che è’.

p.10, “Non ciò che accade ci turba, ma i nostri pensieri su ciò che
accade”: Epitteto, Encheiridion, V. Altre due sue affermazioni sono
significative: “Niente di esterno ci può turbare. Soffriamo soltanto
quando desideriamo che le cose siano diverse da come sono”
(Encheiridion, V). “Nessuno ha in suo potere di recarti danno. Solo i
tuoi pensieri sulle azioni altrui possono recarti danno” (Encheiridion,
XX).

p. 11, Per conoscere la vostra vera natura, dovete attendere il giusto


momento e le giuste condizioni: da un discorso sul Dharma del grande
maestro Zen cinese Pai-Chang (720-814); da The Enlightened Mind:
An Anthology of Sacred Prose, a cura di Stephen Mitchell,
HarperCollins 1991, p. 55. Non sono riuscito a identificare il sutra.

p. 14, Katie ripete spesso che l'unico modo per comprendere Il Lavoro è
farne esperienza. Questo paragrafo è stato scritto dall'amico e agente
letterario Michael Katz, autore anche della sezione “Quando è difficile
individuare la storia” (capitolo 10) e curatore di molti altri passi di
questo libro.

p. 14, “Forse la scoperta più importante...”: Antonio Damasio, The


Feeling of What Happenes: Body and Emotions in the Making of
Consciousness, Harcourt Brace & Co. 1999, p. 187.

p. 14, “Il cervello sinistro tesse la propria storia...”: Michael


Gazzaniga, The Mind's Past, University of California Press 1998, p.
26.

p. 15, Questo considerando, ogni odio ora finito: da “Preghiera per mia
figlia”, “A Prayer for My Daughter,” The Collected Works of W. B.
Yeats, vol. 1, The Poems, ed. Richard J. Finneran (Scribner, 1997) p.
192. Il secondo verso della stanza dice letteralmente: “L'anima ritrova
la radicale innocenza”.

p. 27, Distaccati da tutto il pensare: Da “The Mind of Absolute Trust”,


The Enlightened Heart: An Anthology of Sacred Poetry, a cura di
Stephen Mitchell, HarperCollins 1989, p. 27.
Gli Autori

BYRON KATIE sperimentò quello che chiama ‘risvegliarsi alla realtà’ nel
1986 e da allora ha presentato Il Lavoro a centinaia di migliaia di persone in
tutto il mondo. Oltre agli incontri pubblici, ha introdotto Il Lavoro nelle
aziende, nelle università, nelle scuole, nelle chiese, nelle prigioni e negli
ospedali. Sito web: www.thework.com.

STEPHEN MITCHELL è autore di varie pubblicazioni, tra cui Tao Te


Ching, Bhagavad Gita, The Gospel According to Jesus, Meetings with the
Archangel e The Frog Prince. Sito web: www.stephenmitchellbooks.com.
Potete richiedere il catalogo gratuito delle nostre pubblicazioni
Edizioni il Punto d'Incontro
Via Zamenhof 685 - 36100 Vicenza - Tel. 0444 239189 - Fax 0444 239266
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