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Fonti del diritto nell’età di Romolo Augustolo

Leges: provvedimenti formali scritti


- edìcta: criteri direttivi cui gli imperatori desideravano si attenessero i magistrati nelle province
- mandàta: istruzioni del principe ai funzionari da lui dipendenti direttamente
- epìstulae: responsi epistolari del principe ai magistrati a lui rivoltisi per un parere su un caso pratico
- rescrìpta: responsi del principe annotati in calce alla richiesta (libellum) presentata da un privato
- decrèta: sentenze del principe senza il rispetto della procedura ordinaria

- Codex Gregorianus (291-292) 15 libri contenenti soprattutto rescripta emanati da Settimio Severo (193-211)
fino all’anno 292.
Tale codice era destinato alla pratica giudiziaria civile per la presenza di rescripta ed ottenne il riconoscimento di
Teodosio II nel 438.

- Codex Hermogenianus (294-295) 1 libro integrativo del Codex Gregorianus, contenente rescripta di Diocleziano
(284-305) emanati tra il 294 e il 295.
Tale codice ottenne il riconoscimento di Teodosio II nel 438.

- Codex Theodosianus (438) 16 libri contenenti le costituzioni da Costantino (306-337) in poi, ancora in vigore.
Voluto da Teodosio II (401-450), entrò in vigore in Or. nel 438 e in Occ. nel 439 grazie a Valentiniano III.
Restò in vigore fino all’emanazione del Corpus iuris civilis di Giustiniano (529 in Or; 554 in Occ.)

Iura: diritto romano dei secoli precedenti, costumi, tradizioni, giurisprudenza e dottrina.
- Tituli ex corpore Ulpiani: trattazione elementare e riassuntiva del Liber singularis regularum di Ulpiano e delle
Institutiones di Gaio.
- Pauli Sententiae: antologia di scritti giuridici sulla base di opere di Paolo.
- Epitome Gai: riassunto in 2 libri delle Institutiones Gai.
- Fragmenta Vaticana: 400 frammenti dei codici Gregoriano ed Ermogeniano, ma non Teodosiano, e di opere di
Papiniano, Paolo, Ulpiano ed altri classici, nonché frammenti di costituzioni imperiali.
- Collatio legum Mosaicorum et Romanorum: dimostra la derivazione delle leggi romane da quelle mosaiche.
- Liber Syro-Romanus: scritto in greco con traduzioni siriache ed arabe, contenente lo ius civile da Costantino.

Legge delle citazioni: fu emanata da Valentiniano III nel 426 e recepita da Teodosio II.
1) i giudici debbono attenersi alle sole opinioni di Papiniano, Gaio, Paolo, Ulpiano e Modestino.
2) disparità: si segue l’opinione maggioritaria; parità: prevale Papiniano.
3) risultando inapplicabili i primi 2 criteri (se ad es. Papiniano non aveva potuto esprimersi sul caso in esame) il
giudice era libero di seguire il parere di uno dei restanti giuristi.
Teodosio II inserì la legge delle citazioni nel Codex Theodosianus, con una modifica: si dette efficacia di legge
anche ai pareri dei giuristi citati dai 5 più autorevoli.
La legge delle citazioni colmò le lacune della legislazione imperiale.

1
Rapporti tra impero e cristianesimo
L’estensione della cittadinanza romana a tutte le popolazioni dell’Impero (Caracalla, 212 d.C.) fu il tentativo di
recuperare una coesione culturale tramite l’unità giuridica.
Era in crisi la religione ufficiale pagana: il culto cristiano si era contrapposto alle istituzioni romane, soprattutto
rispetto alla politica espansionista e guerrafondaia, alla schiavitù e alla venerazione dell’imperatore.
Il princeps, dall’avere la maior dignitas, passò ad imporre la propria natura ultraterrena e divenne legibus
solutus, capace cioè di agire contra legem.
La natura divina dell’imperatore venne ripudiata dai cristiani, perciò si ebbero 4 editti (303-304) di Diocleziano,
che perseguitò i cristiani, visti come sovversivi dell’ordine pubblico dell’impero.
Costantino (306-337) con l’editto di Milano (313) concesse la libertà di culto ai cristiani.
Concesse inoltre l’Episcopalis audentia (vescovi dotati di giurisdizione sostitutiva di quella del giudice laico).
Il Concilio di Nicea (325), presieduto dall’imperatore che ne ratificò le decisioni, definì i dogmi, l’imperatore
divenne vicarius dei e si impose una teocrazia.
Costantino lasciò indefinito il rapporto tra il potere spirituale e quello temporale, perchè considerava la Chiesa
un’istituzione statale.
Sant’Ambrogio rivendicò l’autonomia della Chiesa rispetto all’Impero: l’imperatore, in quanto fedele, non
poteva porsi contro la Chiesa.
L’imperatore Graziano fu il primo a non proclamarsi Pontifex Maximus.
Nel 379 fu ripudiato il culto pagano occidentale e nel 380 Teodosio I il Grande emana l’editto di Tessalonica
riconoscendo il cristianesimo come religione di Stato.

Diritto canonico
Le norme del diritto canonico si svilupparono con la raccolta dei canoni.
Papa Gelasio I (492-496) rivendicò il potere esclusivo della gerarchia cattolica in ambito religioso, mentre
l’imperatore Zenone ribadiva le posizioni cesaropapiste.
Dualismo gelasiano: perfetta interdipendenza tra il potere spirituale e quello temporale
- in temporalibus: il papa accetta e segue le leggi dell’Impero (regalis potestas)
- in spiritualibus: l’imperatore si sottomette al Papa in quanto fedele (auctoritas sacrata pontificum)

Collectio Quesnelliana (italo-gallica)


Collectio Isidoriana o Hispana (iberica).
Collectio Dioysiana: compilata dal monaco bizantino Dionigi sotto papa Gelasio I e poi ampliata sotto Simmaco,
contiene canoni conciliari + 38 decretali pontificie.
Questa raccolta fu donata nel 774 da Papa Adriano a Carlo Magno, l’anno che i Franchi sconfissero i Longobardi
e presero Pavia.
In tal modo il Papa diede un segno di autonomia della Chiesa e di alleanza verso Carlo Magno, che divenne
custode della cristianità.

2
Crollo dell’Impero romano d’occidente (476)
Già nel II e III sec. si verificarono incursioni di popolazioni germaniche, che imposero all’Impero un dispendioso
sforzo economico e militare.
Gli Unni di Attila nel V sec. provocarono dalle steppe dell’Asia centrale lo spostamento verso sud di altre
popolazioni (visigoti, ostrogoti, vandali).
L’impero, non potendo combattere popolazioni tanto numerose, le integrò nei suoi confini con lo status di
“federati”, cioè di popoli che in virtù del foedus (patto) erano ammessi nei confini in cambio di difesa militare.

Odoacre, un magister militum dell’esercito romano, depose nel 476 d.C. Romolo Augustolo ed inviò le insegne
imperiali all’Imperatore d’Oriente Zenone, mostrando di riconoscere la sua autorità imperiale e chiedendo per
sé il titolo di patricius romanorum (magistrato supremo per l’Italia, delegato dell’imperatore).
Si fece poi nominare rex degli Eruli dall’assemblea armata del suo popolo.
Dunque, formalmente riconobbe l’autorità imperiale di Zenone, ma sostanzialmente governò illimitatamente
l’Italia.

Regni romano-germanici
- Vandali: zona africana già stata dell’Impero romano d’Occidente (nord africa)
- Visigoti: parte della Francia occidentale e meridionale, parte della penisola iberica
- Burgundi: lago di Ginevra, valle del Rodano e della Saona
- Franchi: basso Reno e parte della Francia
- Odoacre: Italia e Rezia (Austria) → Ostrogoti: Italia con Teodorico

- Rex: scelto dall’assemblea degli uomini armati, aveva una concezione patrimoniale privata del regno, in quanto
era proprietario dei beni e delle persone, poteva regalare o vendere terre, disporre del diritto di arruolare
soldati, d’imporre tasse e di giudicare.
Alla morte il regno veniva diviso in parti uguali tra i suoi eredi maschi (figli o, altrimenti, fratelli).
Il sovrano esercitava il mundium (potere) su cose e persone, ed era protettore dei sudditi, i quali potevano
rivolgersi a lui per giudicare le liti (sebbene fosse preferita la giustizia privata).
- Proceres: consiglieri
- Antustrioni: guardie del corpo di fiducia
- Duces: ufficiali dell’esercito, staccati dal Sacrum Palatium e stanziati nel ducato, circoscrizione dove
esercitavano poteri militari e non anche finanziari o giudiziari.
- Comes: uomini di fiducia del re, posti a capo di ciascuna frazione (pagus) della civitas, con poteri illimitati.
- Placitum: tribunale del re, convocato solo nei processi riguardanti il re o persone sottoposte al suo mundium o
in caso di inadempimento della sentenza o in caso di mancata, ingiusta o illegale emissione di sentenza da un
tribunale inferiore, o in caso di mancanza di tribunale inferiore.
- Mallum: tribunale del popolo che si riuniva in una collina (Malberg), cui dovevano prender parte tutti i liberi.

3
Principi giuridici dei regni romano-germanici
Prima dell’ingresso nell’Impero, i popoli germanici avevano solo regole non scritte consuetudinarie: la giustizia
non era pubblica, bensì privata e regolata da rozze e primitive norme.
- Faida: guerra o vendetta familiare che seguiva a un’offesa, improntata sul concetto di “omoiotes”.
Se un soggetto era responsabile di un omicidio o di una lesione corporale o al patrimonio di un libero, il gruppo
parentale di quest’ultimo acquisiva il diritto-dovere di danneggiare parimenti un familiare dell’offensore.
Dal V sec. si affermò il ricorso all’autorità giudiziaria e alla composizione pecuniaria dell’offesa (guidrigildo) e
l’istituto della faida fu combattuto.
- Guidrigildo, wiedergeld (controprezzo): valore patrimoniale della persona umana, quantità di beni che
l’offensore doveva pagare ai parenti della sua vittima per evitare la vendetta privata.
Inizialmente la misura del guidrigildo era rimessa all’accordo delle parti, ma poi venne fissata per legge a
seconda della posizione sociale della vittima e del luogo in cui era stato commesso il reato.
- Duello giudiziario: mezzo di prova nei processi per vendicare l’onore oltraggiato, consistente in un
combattimento tra due persone, il cui vincitore vinceva la causa.
Nei moderni ordinamenti l’istituto del duello giudiziario è stato sostituito dal giurì d’onore.
- Giudizio di dio (ordalia): si sottoponeva l’accusato ad una prova pericolosa (es. passare tra le fiamme), l’esito
della quale si rimetteva alla decisione della divinità.
La divinità avrebbe assistito l’innocente, che in tal modo avrebbe superato la prova illeso.
- I mezzi probatori erano il giuramento e la prova testimoniale.

Ai popoli germanici era sconosciuta la proprietà individuale dei fondi, avevano un diritto delle obbligazioni
rudimentale fondato sul pegno e sul baratto e i processi si svolgevano sulla base dell’attendibilità generica delle
parti, non in base ad un sistema probatorio specifico.

Alla concezione universalistica dell’Impero si sostituì quella particolaristica: all’interno dei regna si passò da un
diritto romano integro sebbene volgarizzato (Codex Theodosianus) alla compresenza di diritti tribali.
Hospitalitas: sistema d’insediamento dei germani in Italia, in base al quale i gruppi di barbari avevano diritto di
alloggio (2/3 dei terreni) e mantenimento da parte dei proprietari terrieri, in cambio di difesa.
Personalità del diritto: i soggetti soggiacciono nei loro rapporti privati alle leggi della natio di appartenenza (i
romani seguono la legge romana, i barbari la legge barbarica).
Territorialità del diritto: principio in vigore negli Stati moderni, in base al quale le leggi di uno Stato obbligano
tutti coloro che vivono sul suo territorio.
Nel caso di due soggetti di nazionalità diversa, in materia di proprietà si applicava la legge del proprietario, in
materia di matrimonio il diritto romano, in materia penale la legge del presunto reo.
Gli ecclesiastici erano sempre e comunque soggetti al diritto romano.

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Lex Romana Wisigothorum o Breviarum Alarici o Breviarum Aniani (506)
Codificazione emanata dal re visigoto Alarico II, composta esclusivamente da fonti di diritto romano, regolava
soltanto i rapporti tra Romani (principio personalistico del diritto).
Affiancò il primissimo Codex Euricianus (476 circa) di re Eurico, destinato ai visigoti ed ai romani (territoriale),
costituito da norme di diritto romano volgarizzato.
Contiene leges, unitamente ad opere dottrinali (iura) come le Institutiones Gai, le Pauli Sententiae e qualche
costituzione dei codici Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano.
Ha abrogato tutto il diritto romano anteriore, ed ha carattere precettivo imposto per volontà ed autorità del rex,
che facendosi legislatore sceglie ed eleva a dignità di legge alcune leges e iura già esistenti.

Lex Wisigothorum o Liber Iudiciorum o Lex Wisigothorum Recesvindiana (654)


Promulgata dal re Reccesvindo e basata sull’antico Codex Euricianus, era indirizzata sia ai Visigoti sia ai Romani,
da allora chiamati hispani, superando così il principio di personalità della legge a favore di quello della
territorialità.
Ha abrogato la Lex Romana Wisigothorum e dunque il diritto romano in favore del diritto germanico, evidente
per la crudeltà delle pene (morte, fustigazione, mutilazione).

Lex Burgundionum o Lex Gundobada o Lex Borgognona (480-502)


Emanata da re Gundobado, è una raccolta di consuetudini germaniche regolanti soprattutto i rapporti tra
Burgundi, sebbene non manchino disposizioni indirizzate anche ai Romani (es. ripartizione delle terre per 2/3 ai
Burgundi e per 1/3 ai Romani).
Il matrimonio era concepito come un acquisto della moglie da parte del marito, che versava una somma
(wittimon) al padre della futura sposa dinanzi a testimoni, ed 1/3 di essa serviva per il corredo della moglie.
Il giorno dopo la consumazione del matrimonio, il marito doveva offrire alla moglie un “dono nuziale”.
Il matrimonio era stabile: il divorzio era proibito e se ella veniva ripudiata il marito doveva lasciarle tutti i propri
beni.
In caso di ripudio ingiustificato, il marito doveva anche pagare un’ammenda.
I figli succedevano nel patrimonio del padre in parti uguali.
Le figlie, prive di capacità giuridica, erano escluse dalla successione salvo in caso di mancanza di eredi maschi.
Esse ereditavano solo i beni della madre.
Le sanzioni erano pubbliche e la pena di morte veniva comminata per omicidio, rapina a mano armata, furto di
bestiame.

Lex Romana Burgundionum (500-533)


Indirizzata ai Romani della Borgogna, attinse dalle stesse fonti della Lex Romana Wisigothorum: Teodosiano,
Istituzioni di Gaio, Pauli Sententiae, estratti dei codici Gregoriano ed Ermogeniano.
Tuttavia, i testi utilizzati non furono riprodotti integralmente, ma parafrasati e compendiati.
La popolazione romana preferì utilizzare la Lex Romana Wisigothorum.

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Edictum Theodorici Regis
Per alcuni è stato promulgato da Teodorico l’Amalo re degli Ostrogoti d’italia (454-526), che avendo sconfitto e
ucciso Odoacre nel 493 fu delegato dall’imperatore d’Oriente Zenone a reggere l’Italia.
Per altri si tratterebbe di Teodorico II re dei Visigoti (426-466) .
Fu vincolante sia per gli Ostrogoti sia per i Romani (principio di territorialità della legge).
Vi sono leges (costituzioni imperiali) e iura (massime giurisprudenziali).
Tra le prime figurano il Codice Teodosiano, Gregoriano, Ermogeniano ed alcune Novelle post-teodosiane.
Tra i secondi figurano i frammenti delle Pauli Sententiae.
- inserzione negli atti ufficiali per le donazioni, gli immobili ed i testamenti
- traditio corporalis nelle alienazioni di immobili
- nullità delle garanzie delle donne
- consenso paterno al matrimonio delle figlie
- diritto degli ebrei di ricorrere all’arbitrato dei rabbini in caso di controversia.

Corpus iuris civilis


1) Novus Iustnianus Codex (592): 12 libri conteneti costituzioni imperiali e materiale dei precedenti codici,
manipolati tramite interpolazioni per eliminare ripetizioni e contraddizioni, abrogando le norme desuete.
L'imperatore ordina che nei processi vengano citate solo le costituzioni contenute nel codice e vieta l'utilizzo di
testi diversi da quelli inseriti nel codice appena pubblicato.
2) Digesta seu Pandectae (533): 50 libri riassumenti gli scritti più importanti dei giuristi classici muniti di ius
publicae respondendi, manipolati per adeguarli all’evoluzione del diritto ed eliminare ripetizioni e
contraddizioni.
In passato, l’uso forense dei giuristi classici rispondeva al criterio della legge delle citazioni, in base alla quale le
opere dei giureconsulti godevano di dignità diversa e solo alcune potevano essere citate in giudizio.
Grazie al Digesto, invece, gli iura vengono raccolti in un unico testo facilmente consultabile, e dotati di valore di
legge.
3) Institutiones Iustiniani sive Elementa (533): 4 libri, con funzione di manuale introduttivo sui principi
fondamentali del diritto, ispirato alle Institutiones di Gaio, di Paolo e di altri commentari.
4) Codex repetitae praelectionis (534): 12 libri di aggiornameto del Novum Iustinianum Codex, rispetto al quale
sono state eliminate le costituzioni superflue e abrogate, con la modifica dei passaggi poco chiari.
In ogni costituzione è presente una praescriptio col nome dell’imperatore e del destinatario ed una subscriptio
col luogo e la data di emanazione.
Contiene oltre 1600 costituzioni, di cui oltre 1200 appartengono a Diocleziano.
5) Novellae: leggi e costituzioni imperiali emanate dopo la pubblicazione del secondo Codice.

L’Impero di Giustiniano (527-565) fu teocratico, centralistico, cesaro-papistico.


Giustiniano volle assicurare la certezza del diritto, perseguire gli eretici e ripristinare gli antichi confini
dell’impero.

Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii


Costituzione imperiale emanata su richiesta di Papa Vigilio con cui Giustiniano estese la sua codificazione
all’Italia, dopo la riconquista bizantina della penisola (533) e la distruzione del regno ostrogoto.

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I LONGOBARDI
Nel 568, cioè 3 anni dopo la morte di Giustiniano, i Longobardi di Alboino mossero dalla Pannonia e passarono
dalle Alpi friulane dilagando nella pianura padana e dirigendosi verso il centro ed il sud.
I Longobardi giunsero da conquistatori, a differenza delle tribù di Odoacre e degli ostrogoti di Teodorico, che si
erano visti riconoscere il potere dall’imperatore d’Oriente Zenone e che si erano inseriti nell’Impero come
foederati, accostandosi alla civiltà latina con venerazione.
I Longobardi, invece, avevano instaurato un lungo regime di violenza e sopraffazione, spezzando ogni legame tra
le regioni occupate e l’Impero d’Oriente.
Tra tutti i popoli germani, i Longobardi hanno subito meno l’influenza romana, pertanto nutrirono indifferenza
per i rapporti con la popolazione già presente sul territorio.
Le istituzioni amministrative e giudiziarie romane furono cancellate insieme alla classe dirigente romana, al
posto di duces longobardi alla guida di famiglie a loro direttamente sottoposte (fare).

Società longobarda
Rex provvisorio: eletto solo in particolari circostanze, come grandi migrazioni o guerra.
Duces: i duchi erano guide di gruppi di famiglie (fare)
Fare: gruppi di famiglie legati da antenati comuni
Arimanni: singoli uomini liberi

Insediamento sul territorio


Alla morte di re Alboino (572) e del suo successore Clefi (574) i duchi longobardi tornarono all’assetto
tradizionale, consistente nell’autonomia dei singoli gruppi.
I longobardi si insediarono in modo violento e all’insegna della sopraffazione, e le fare non fondarono nuove
città, ma sfruttarono quelle già presenti.
Nelle campagne i conquistatori longobardi si sostituirono ai latifondisti romani, e queste grandi proprietà
terriere vennero chiamate curtes, simili al latifondo romano (villa), divise in pars dominicata e pars massaricia,
coltivata da coloni in cambio di un census in natura o in denaro o in cambio di giornate lavorative.
In concomitanza col consolidamento dell’autorità pontificia di Gregorio Magno e con la crescita dei Franchi, i
duchi dell’Italia settentrionale si sentirono in pericolo ed elessero Autari, che volle accentuare il potere regio.
Autari impose a ciascun duca la cessione di 1/3 delle terre per costituire un patrimonio fondiario del sovrano.
- Curtis ducalis: beni dei duchi
- Curtis regiae: beni del re, con a capo i gastaldi (funzionari amministranti per nome e per conto del re)
Entrambe le curtis avevano un’economia chiusa ed autosufficiente.
Mancò l’idea di regnum (omogeneità territoriale, moneta comune e capitale).
Anche la burocrazia del regnum non rispondeva ai canoni della res publica: le mansioni erano affidate a uomini
legati personalmente al re.
I Longobardi si convertirono dall’arianesimo al cattolicesimo con la conversione della regina Teodolinda, moglie
di re Agilulfo ad opera di Papa Gregorio Magno.
Tuttavia non tutti vollero convertirsi, e scoppiarono delle lotte, terminate con la conversione imposta da
Liutprando.

7
L’esercizio della sovranità: il re e l’assemblea
Per tutti gli ordinamenti barbarici il re era solo il capo militare, mentre il governo spettava all’assemblea degli
uomini liberi in arme (gairethinx), che manifestavano il consenso battendo le lance o le spade sugli scudi.
All’assemblea spettava il potere giudiziario e di decidere su pace, guerra ed alleanze.
Non è corretto parlare di potere legislativo, trattandosi di un ordinamento consuetudinario; piuttosto si
tratterebbe di un “patto” tra il re e l’assemblea.
Dunque né il re né l’assemblea avevano un potere legislativo monocratico, trattandosi invece di una dinamica
pattizia: la legge non era un comando del sovrano (come invece a Roma durante il dominato).

Quando però i Longobardi scesero in Italia, la produzione di norme pattizie cessò, in quanto in un territorio
vastissimo sarebbe stato impossibile convocare l’assemblea degli uomini liberi.
Perciò l’assemblea viene esautorata a vantaggio dell’autorità regia: il re da semplice capo militare si eleva a capo
del regnum Longobardorum.
L’ultima volta che l’assemblea di arimanni si riunì fu sotto Rotari al momento della promulgazione del suo
editto: il re diviene promulgatore (col consenso dell’assemblea).

Editto di Rotari (643)


Influenze: diritto consuetudinario, teodosiano, giustinianeo, biblico-ecclesiastico, barbarico(Visigoti, Burgundi).
Fissò per iscritto le norme consuetudinarie longobarde e rafforzò le prerogative regie, presentando il sovrano
sotto le nuove spoglie di legislatore unico.
L’idea di una codificazione nacque dall’esigenza di creare un’organizzazione pubblica e di dare stabilità e
certezza al diritto, in un territorio divenuto ormai vastissimo a seguito delle conquiste.
L’editto è composto da 388 capitoli ed è diviso in 2 masse:
- consuetudini (cawarfidae)
- libere decisioni del sovrano
1: reati politici
2) reati contro le persone e le cose
3) famiglia
4) obbligazioni
5) reati minori
6) processo
Si distingue tra atti preparatori, tentativo, delitto perfetto (superando il diritto romano, per il quale non esisteva
differenza tra reato tentato e consumato).
La maggior parte delle norme di penali erano corredate da un tariffario dei compensi, destinati a sostituire la
vendetta privata.
Quasi a voler gareggiare con la raffinata cultura romanica, il testo venne redatto in latino, sebbene rozzo, oscuro
e volgarizzato con germanismi.

8
Continuità ed innovazione nella compilazione rotariana
Elementi della tradizione consuetudinaria longobarda: famiglia, reati e pene, processo
- previsione della successione legittima ed esclusione di quella testamentaria
- meta: vitalizio corrisposto dal marito alla moglie
- morgengabe: dono del mattino con cui la sposa veniva gratificata dal marito al mattino successivo alle nozze,
dopo la verifica della verginità
- faderfio: corredo di beni di cui la sposa veniva dotata dal padre o dal fratello
- subordinazione della donna all’autorità giuridica (mundio) del marito o di un parente maschio per tutta la vita,
del quale serviva l’autorizzazione per il compimento di atti giuridici della donna
- coesistenza della vendetta privata (faida) e delle composizioni pecuniarie (wiedergeld, guidrigildo)
- partecipazione dell’assemblea degli uomini armati (gairethinx) per gli atti solenni (adozione, donazione)
- processo svolto secondo l’ordalia, il duello ed il giuramento
- launegild: dazione di un oggetto come controprestazione, anche simbolica, di una donazione
- wadia: garanzia consistente nel dare in pegno i propri beni.

A Rotari seguirono Grimoaldo, Liutprando, Rachis ed Astolfo.

Elementi di innovazione:
- reati politici
- non colpevolezza per chi ha commesso un omicidio su ordine del re
- divieto di ostacolare o impedire le comunicazioni tra un suddito ed il re
- destinazione al re del 50% degli introiti derivanti da multe
- diritto di successione riconosciuto al fisco verso chi fosse morto senza eredi
- controllo regio delle migrazioni interne
- inasprimento delle pene pecuniarie

Fine del regno longobardo (774)


Nel 751 Astolfo, preoccupato dall’affermazione dei Carolingi in Francia e dalla loro alleanza col papato, tentò di
conquistare le terre della Chiesa (come aveva fatto Liutprando) ed unificare i domini longobardi del nord
(Longobardia) con i ducati di Benevento e Spoleto.
Papa Stefano II, tuttavia, chiese aiuto al re dei Franchi Pipino il Breve, capostipite dei carolingi.
Pipino compì due spedizioni (754-756), ed il re dei longobardi Desiderio, riconosciuta la sconfitta, offrì le proprie
figlie in moglie ai due figli di Pipino: Carlo Magno e Carlomanno.
La tregua non durò ed Adelchi, figlio di Desiderio, riprese l’offensiva provocando una nuova discesa dei Franchi
in Italia, guidati da Carlo Magno.
Questi conquistò Pavia nel 774 e divenne re dei Franchi e dei Longobardi.

9
I FRANCHI E LA NASCITA DEL FEUDALESIMO

Carlo Magno ed il Sacro Romano Impero


Alla fine dell’VIII sec. l’impero di Carlo Magno si estendeva tra la Spagna ed il Danubio e tra la Danimarca ed il
territorio che fu del regno longobardo.
L’asse politico ed economico si spostò dal Mediterraneo verso Nord, ed il nuovo impero venne concepito come
una mera espansione dell’Impero dei Franchi (e non come un qualcosa di potenzialmente più grande).
Nella notte di Natale dell’800, Carlo Magno fu incoronato imperatore da Papa Leone III, ed il popolo lo acclamò
come nuovo Augusto incoronato da Dio: nacque il Sacro Romano Impero.
- Sacro: legittimato da Dio per mezzo del Papa, in vista della salvezza eterna dei popoli sotto la luce cristiana
- Romano: nato dalle ceneri dell’Impero Romano ed erede dei suoi nobili valori
- Impero: istituzione temporale unificatrice dei popoli, il cui potere è interamente nelle mani dell’imperatore.
Carlo Magno divenne advocatus Ecclesiae e fece delle terre papali un suo protettorato.

Come i Longobardi, anche i Carolingi ebbero della sovranità una concezione patrimoniale: il regnum era
proprietà del rex, ed il potere era strettamente connesso alla proprietà fondiaria.
Venne inoltre conservato il concetto di Stato come insieme di uomini liberi e armati (arimanni) legati al proprio
capo da un vincolo di fedeltà personale.
C’era dunque indistinzione tra pubblico e privato, ed anche tra dominium (potere sulle cose) ed imperium
(potere sugli uomini).
Il potere di Carlo Magno, in effetti, non fu un imperium, bensì un ministerium: non un potere politico assoluto
sui sudditi, bensì una “funzione” nella gestione degli affari dell’Impero, che appartiene al sovrano.

Amministrazione centrale dell’Impero


- Palatium: palazzo residenziale del sovrano e dei funzionari e dignitari di corte
- ufficiali addetti agli affari ecclesiastici
- cancelliere: redigeva e conservava gli atti ufficiali del re
- conti palatini: giudici di palazzo

Amministrazione periferica dell’Impero


- Aquitania ed Italia: regni autonomi affidati ai figli di Carlo Magno
- contee: distretti interni governati da un conte
- marche: distretti di frontiera e a carattere militare governati da un marchese
- ducati: distretti più vasti governati da un duca, disegnati per includere gruppi omogenei di popolazione.
I conti, marchesi, duchi, erano nobili dotati di un patrimonio di famiglia (allodio), e ricevevano la rendita delle
terre associate all’ufficio svolto, nonché i proventi di multe e confische.
VASSALLAGGIO: cessione dell’imperatore di un beneficio (fondi in concessione, non in proprietà come invece
erano quelli dell’allodio) in cambio di fedeltà giurata, assistenza militare, politica, economica e civile.
Carlo creò dei contrappesi al potere dei funzionari: piazzò nei distretto i vassalli, i missi dominici (ispettori di cui
1 laico e 1 ecclesiastico), alle sue dirette dipendenze, e ricorse alle immunità ecclesiastiche, territori facenti
capo a chiese e monasteri, in cui la riscossione delle imposte e la giustizia non erano affidate al funzionario
regio, bensì al vescovo o all’abate.

10
Legislazione carolingia: i capitolari
L’imperatore, assistito dal placitum generale dei grandi dell’impero, emanava norme divise in capitula, dette
capitularia.
I capitolari emanati da Carlo Magno erano disposizioni generali, isolate, che regolavano caso per caso le singole
materie, non certo una raccolta organica di norme giuridiche.
Ciascun popolo dell’Impero continuava ad usare il proprio diritto tradizionale, secondo la concezione barbarica
della personalità del diritto.
Capitularia: specialia (diritto specifico dei singoli), generalia (rivolti a tutto l’Impero), Ecclesiastica (norme su
chiese, clero e monasteri), mundana (norme per i laici), missorum (direttive per i missi dominici)

Rapporti con la Chiesa


Dai numerosi capitularia ecclesiastica, traspare il convincimento degli imperatori di essere investiti del compito
di essere investiti del compito di tutelare i fedeli e di essere titolari di un diritto-dovere di ingerenza nelle
faccende spirituali.
Carlo Magno commissionò ad Alcuino di York e a Paolo Diacono la revisione della Bibbia e la formulazione delle
omelie da leggere nelle chiese, consacrò un vescovo per ogni diocesi, convocò concili e combatté l’iconoclastia.
In età carolingia, le istituzioni imperiali e quelle ecclesiastiche si intersecavano: i vescovi avevano compiti politici
ed amministrativi, e l’imperatore aveva compiti di sorveglianza e di riforma della Chiesa.
Le deliberazioni della Chiesa diventavano leggi dello Stato, e quest’ultimo imponeva la decima dovuta alla
Chiesa.
Tra Chiesa ed Impero si strinsero i rapporti e si costituì una solida alleanza, le origini della quale risalgono
all’intervento di Pipino il Breve in Italia per difendere papa Stefano II dai Longobardi.
Pipino scese in Italia due volte (754-756) donando al papa le terre bizantine (Esarcato e Pentapoli) sottratte dai
Longobardi, ed il papa cumulò le prerogative spirituali a quelle di capo dello Stato.
Con Carlo Magno il pontefice fu ammesso ad agire a corte, personalmente o a mezzo di legati, ma rimaneva
sotto la tutela imperiale.

L’amministrazione della giustizia: i conti e i missi dominici


I conti erano gli ufficiali imperiali cui era affidata la giustizia, oltre che la gestione delle contee.
Il conte franco, dunque, non solo era un capo militare, ma era anche un giudice, che giudicava in base al diritto
scritto e non all’arbitrio personale, e che si avvaleva di specialisti del diritto: scabini e i vicari.
L’imperatore sceglieva tra i giovani delle famiglie aristocratiche i conti, i quali giuravano fedeltà (ma non
divenivano suoi vassalli) e potevano essere revocati in qualsiasi momento.
I conti si arricchivano, così come i marchesi e i duchi, facendo proprie le rendite delle terre connesse al loro
ufficio e i proventi di multe e confische.
I missi dominici vigilavano e controllavano l’attività comitale, marchesale, ducale e vescovile.
I missi venivano scelti annualmente tra le persone più ricche di corte (per scongiurare il rischio di venalità) in
coppia, ed inviati in una circoscrizione dell’Impero.
In ogni località tenevano un’assemblea generale degli uomini liberi, in cui raccoglievano le denunce e le
lamentele contro i conti, vescovi, abati e notabili, nonché le suppliche di persone indifese (orfani e vedove).
A differenza dei conti, che si limitavano ad applicare le antiche consuetudini in giudizio, i missi promuovevano
un giudizio di merito, dirigendo un’inchiesta per ricostruire i fatti verificatisi.

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IL FEUDALESIMO
1) Vassallaggio: assoggettamento volontario di uomini liberi ad un sovrano (o ad un signore).
Era un rapporto fiduciario, in cui vi era l’obbligo di fidelitas, auxilium (aiuto militare ed economico) e consilium
(assistenza decisionale) da parte del vassallo, cui corrispondeva quello di protezione da parte del re o sovrano.
I vassalli, a loro volta, instauravano rapporti di vassallaggio: vassalli, valvassori, valvassini.
2)Beneficio: concessione di un fondo.
Col Capitolare di Quierzy di Carlo il Calvo, dell’877, si stabilì che in caso di morte di un vassallo maggiore nel
corso di una campagna bellica, il beneficium sarebbe stato trasmesso al figlio di quest’ultimo.
Col Capitolare del 1037 di Corrado II il Salico (Edictum de beneficiis) si estese la trasmissibilità mortis causa
anche per i feudi minori.
Si stabilì inoltre l’irrevocabilità dei benefici salvo in caso di grave colpa del concessionario verso il concedente, in
seguito ad un giudizio di pari o dell’imperatore.
Ovviamente, al passaggio del feudo da un vassallo all’erede, quest’ultimo doveva rinnovare con le classiche
formalità il giuramento sotteso al rapporto feudale con l’imperatore o col signore.
Per i beni allodiali, invece, l’erede subentrava sic et simpliciter, essendo beni di proprietà del dante causa, e non
invece in gestione.
3)Immunità: divieto fatto a qualunque pubblico ufficiale di entrare nei fondi privilegiati per esercitare funzioni
giudiziarie, riscuotere imposte o per eseguire arresti (divieto di introitus, exactio, districtio).

La crisi carolingia
La crisi della monarchia incapace di proteggere il territorio carolingio dalle incursioni vichinghe e ungare
conduce alla formazione di principati feudali.
Re e principi governarono in territori limitati e senza le aspirazioni di Carlo Magno sicchè i singoli principati
assunsero autonomia.
In Germania dove si consolidò un regno "teutonico" separato dalla Francia quando il duca Enrico di Sassonia
emerse tra i vari princeps grazie alle sue vittorie medievali.
Il titolo di re fu poi trasmesso al figlio Ottone che darà vita alla dinastia sassone con traslazione della corona
imperiale dai Franchi ai Sassoni.
Il Papato fu ridimensionato: l'elezione del Papa spettava al senato e al popolo, ovvero ai laici, sulla base delle
proposte dei vescovi.
Nel 962 Ottone, re di Germania e d'Italia, fu incoronato a Roma: il sacro romano impero spostava il suo cuore
dalla Francia alla Germania.

Status personali nel feudo: liberi, stranieri, donne, servi.


Fonti normative feudali: consuetudini, liber feudorum che era una raccolta privata di materiale concernente il
diritto feudale (consuetudini, sentenze, costituzioni imperiali).
- Obertina: contenente due lettere del giudice Oberto dall’Orto al figlio Anselmo, studente a Bologna, nelle quali
erano indicati i lineamenti del diritto feudale.
- Ardizzoniana: il testo fu utilizzato da Jacopo d’Ardizzone per comporre una summa.
- Accursiana: perché fu accolta da Accursio nel Corpus glossato (in realtà fu Jacopo Colombi).
L’inserzione dei libri feudorum nel Corpus iuris attribuì loro valore di fonte di diritto comune.

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Contro il cesaropapismo: la riforma gregoriana
Gli Ottoni ebbero un approccio CESAROPAPISTA.
La controffensiva giunse dal monastero di Cluny guidato da Guglielmo duca di Aquitania e nell'atto di
fondazione v'era scritto che i beni erano da attribuire non al monastero ma alla Chiesa di Roma.
Da qui la rivendicazione dell'autonomia delle istituzioni ecclesiastiche: il monastero doveva essere esente
dall'autorità vescovile locale e sottoposto al papato.

Gregorio VII
Questo papa emanò il Dictatus papae:
- solo il papa può deporre, trasferire e riconciliare i vescovi anche senza apposito sinodo
- solo il papa può emanare leggi
- solo il papa potrà deporre gli imperatori
- le sue sentenze non potranno essere respinte mentre egli può respingere le decisioni di tutti
- non è cattolico chi non è in accordo con la Chiesa romana.
- il papa è infallibile
Gregorio per queste sue affermazioni scardinò un sistema e per questo morì in prigione a Salerno.
Il papato divenne un potere egemone verso i laici (che non poterono più interferire con la Chiesa) e verso i
vescovi.

Il nuovo principio di libertas portò alla libertà:


a) dei comuni dal gioco imperiale > la loro lotta fu conclusa con la pace di Costanza del 1183
b) dei ceti e delle comunità del re, stimolando l’istituzione dei parlamenti dei ceti: nobiltà, clero, città
c) dai signori con le chartae libertatum.

Il concilio lateranense del 1059 escluse la partecipazione imperiale alle elezioni papali, condannò il
conferimento laico dei benefici ecclesiastici e avviò il papato verso posizioni centralistiche.

Placito di Marturi (1076)


Si svolse presso Siena: il monastero di San Michele rivendicava alcuni beni donati da Ugo Marchese di Toscana,
ma che erano nelle mani di terzi per colpa del malvagio Marchese Bonifacio, che aveva tolto quei beni al
monastero.
Il monastero di Marturi rivendicava il possesso dei beni, ed il fiorentino (controparte) eccepiva di averne
acquisito la proprietà, avendoli posseduti per 40 anni.
L’abbazia replicò che vi fosse stata un’interruzione in quei 40 anni di possesso e che per due volte aveva
rivendicato i beni presentando istanza ai marchesi.
Il monastero vinse la causa, in quanto in base al Digesto, il pretore concedeva la restitutio in integrum a coloro
che non avevano potuto adire il giudice o in caso di denegata giustizia.

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LOTTA PER LE INVESTITURE
Inizio del potere temporale dei Papi:
Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore.
Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa.
Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello
di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, lo riconsegnò a Papa Gregorio II.
Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i Papi
cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad
ovest della Grecia.

Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia.


Il primo di loro, Ottone I, basò il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi,
che egli stesso aveva nominato.
I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici.
La funzione vescovile fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla
cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore.
La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici,
che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i
benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Lo scontro nell'XI-XII secolo:


La lotta tra papato e impero cominciò con Papa Niccolò II: in un concilio del 1059 il pontefice condannò
l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice.

Papa Gregorio VII, nell'ambito della Riforma gregoriana, emise nel 1075 il famoso Dictatus Papae.
Con questo documento si dichiarava che il pontefice era la massima autorità spirituale e, in quanto tale, poteva
deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica.
La lotta divenne aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che radunò 24 vescovi tedeschi e 2
vescovi italiani a lui fedeli, i quali deposero il pontefice, che a sua volta scomunicò l'imperatore.
A causa della ribellione dei grandi feudatari tedeschi, Enrico IV si recò nel 1077, (si dice vestito con un semplice
saio di lana), davanti al castello di Canossa, nell'Appennino reggiano, per ottenere il perdono del Papa con la
mediazione della contessa Matilde (c.d. umiliazione di Canossa).

Ottenuto il perdono e sistemati i feudatari ribelli, Enrico IV si vendicò per l'umiliazione ricevuta dal pontefice:
nel 1080 dichiarò Gregorio VII deposto e lo sostituì con un antipapa, Guiberto di Ravenna (Clemente III);
Ovviamente non si fece attendere la nuova scomunica da parte del Papa contro l'imperatore.
Per tutta risposta Enrico IV scese in Italia e cinse d'assedio Castel Sant'Angelo, dov'era asserragliato Gregorio,
che chiamò in suo soccorso i normanni, guidati da Roberto il Guiscardo.
Sconfitti gli imperiali, i Normanni si abbandonarono al saccheggio della città, provocando una rivolta nella
popolazione romana, che costrinse il Papa a fuggire rifugiandosi a Salerno, dove risiedette fino alla morte,
avvenuta nel 1085.

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Il successore di Gregorio VII fu papa Pasquale II, il quale appoggiò una congiura ordita da Enrico V, figlio di
Enrico IV, contro il suo stesso padre.
Dunque Enrico IV fu costretto ad abdicare e alla sua morte divenne imperatore suo figlio, il quale instaurò
rapporti di maggiore collaborazione col papa.

I successori di Gregorio, tra i quali Pasquale II, furono più inclini al compromesso, limitandosi a pretendere che i
sovrani laici non attribuissero cariche religiose (quella vescovile su tutte), mentre per i regnanti era
fondamentale che i vescovi investiti del potere temporale riconoscessero l'autorità del sovrano.

Concordato di Worms del 1122, concluso tra Papa Callisto II ed Enrico V: la Chiesa aveva il diritto di nominare i
vescovi, quindi l'investitura con anello e pastorale doveva essere ecclesiastica.
Le nomine, tuttavia, dovevano avvenire alla presenza dell'imperatore, o di un suo rappresentante, che attribuiva
incarichi di ordine temporale ai nuovi vescovi mediante l'investitura con lo scettro, un simbolo privo di
connotazione spirituale.

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