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La comunità sociale ai tempi della pandemi

9 dicembre 2020 dalle 20:30 alle 21:3

Carissimo/a,

ecco la traccia per il secondo incontro con Enzo Bianchi.

Ti lasciamo una ri essione, le domande che introdurranno la chiacchierata di domani, mercoledì e


le letture della seconda domenica di Avvento.

Enzo ci aiuterà a rileggere la Parola e ci o rirà alcuni spunti sui quali lavorare personalmente, alla
luce di una realtà personale e sociale completamente modi cata.

Il covid-19 sta in uenzando tutti i rapporti sociali. Le relazioni, anche quelle più strette e intime,
quelle familiari, sono state invase dal virus che tutto isola. Quasi a chiederci di ritrovare noi stessi
anche dentro una stanza della casa, dove ci si può trovare relegati per “distanziamento sociale”, e
per sociale ora si intende familiare. E’ stata invasa quindi anche la cellula vita della società: la
famiglia. Si è soli e separati in casa. Si è soli con sé stessi. Il lockdown ha fatto emergere le
distorsioni di tutte quelle relazioni familiari che avevano perso di vista l’Amore. E per questo è
necessaria una rieducazione all’amore. C’è urgenza di essere capaci di accoglienza verso di sé e,
di conseguenza, verso l’altro.

La società civile è guidata da regole e procedure che poco hanno a che fare con l'umanizzazione
dei rapporti, questo sta portando a un’inesorabile aumento di quel fenomeno che è l’indi erenza,
lo scollamento totale tra la società e il singolo, c'è come la convinzione che ci si deve salvare da
soli e si è quindi tutti contro tutti.

Ormai è da tempo che si assiste al logoramento del rapporto con la società civile, la pandemia ha
enormemente accelerato questo distacco e lo ha messo in luce in modo netto.

Si tratterebbe di individuare ora il nostro ruolo se crediamo ancora che questo possa essere utile a
esercitare quel binomio che si chiama bene comune…

Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il signi cato. La
nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi
ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi
misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se
non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo,
perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni.
La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a
partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più
grande, un signi cato più profondo. Sembrano riecheggiare le ardenti parole di Giobbe, che
all’invito della moglie a ribellarsi per tutto il male che gli accade risponde: «Se da Dio accettiamo il
bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10).
Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo.
L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci
viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare
spazio anche a quella parte contraddittoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.
La venuta di Gesù in mezzo a noi è un dono del Padre, a nché ciascuno si riconcili con la carne
della propria storia anche quando non la comprende no in fondo.
Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, glio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra
ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio,
senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo
scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un signi cato nascosto. La vita di
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ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci
indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune
cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare ori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci
rimprovera qualcosa, Egli «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3,20). […]
Lungi da noi allora il pensare che credere signi chi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che
ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma
a ronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la
responsabilità.
Se la prima tappa di ogni vera guarigione interiore è accogliere la propria storia, ossia fare spazio
dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere
un’altra caratteristica importante: il coraggio creativo. Esso emerge soprattutto quando si
incontrano di coltà. Infatti, davanti a una di coltà ci si può fermare e abbandonare il campo,
oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le di coltà che tirano fuori da ciascuno
di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere.
Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non signi ca che ci abbia abbandonati, ma che si da di
noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare.
Un aspetto che caratterizza San Giuseppe e che è stato posto in evidenza sin dai tempi della prima
Enciclica sociale, la Rerum novarum di Leone XIII, è il suo rapporto con il lavoro. San Giuseppe era
un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui
Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che signi ca mangiare il pane frutto del
proprio lavoro.
In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente
questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni
dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza,
comprendere il signi cato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.
Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per a rettare l’avvento
del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della
comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per
quel nucleo originario della società che è la famiglia. Una famiglia dove mancasse il lavoro è
maggiormente esposta a di coltà, tensioni, fratture e per no alla tentazione disperata e disperante
del dissolvimento. Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e
ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento?
La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’
creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale,
culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la
necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro
di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del
lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della
pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San
Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane,
nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!
(Lettera apostolica Patris Corde
Del Santo Padre Francesco)

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Domande di apertura:

1. Il bene comune si realizza anche attraverso l’opera del lavoratore che oggi è
disorientato e a volte disperato a vedersi senza un impiego. Come poter pensare agli
altri se ciò che è venuto a mancare è il bene primario che dà dignità all’uomo e alla
donna, ai cittadini?

2. La famiglia, cellula fondante della società: quali vie per la sua rinascita e salvezza?

3. Come l’umanità può risvegliarsi alla sua vera identità: Una con Cristo?

4. Come i Cristiani possono fare la di erenza nella società attuale?

Letture della seconda domenica di Avvento

Giudicherà con giustizia i miseri (Is 11,1-10)

In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d'intelligenza, spirito di consiglio e di
fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà
decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per
gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il so o delle sue
labbra ucciderà l'empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi
anchi. Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e
il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l'orsa pascoleranno
insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si
trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non
agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza
del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice
di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà
gloriosa.

Gesù Cristo salva tutti gli uomini (Rm 15,4-9)

Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in
virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la
speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli
stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola
rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti
che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le
promesse dei padri; le genti invece glori cano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:

«Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome».

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Convertitevi: il regno dei cieli è vicino (Mt 3,1-12)

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo:
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta
Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i
suoi sentieri!».

E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai anchi; il suo
cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il
Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel ume Giordano, confessando i loro
peccati.

Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha
fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e
non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da
queste pietre Dio può suscitare gli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò
ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per
la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i
sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e
raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

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