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DALL’A ALLA Z (scheda di analisi)

URL: http://www.youtube.com/watch?v=B4yux-7hWK8

1) Dall’A alla Z è una locuzione della lingua italiana. Sai che cosa significa? Come interpreti il
titolo?

2) In che periodo è ambientato il cortometraggio? Indica tutti gli elementi che ti permettono di
rispondere.

3) Si può dire che Dall’A alla Z contiene tre livelli di analessi: sai spiegare il fenomeno?
4) Completa la seguente tabella con il ruolo e le caratteristiche (fisiche e psichiche) di ciascun
personaggio.

PERSONAGGIO RUOLO CARATTERISTICHE


Domestica

Medico in pensione

Poeta eccentrico

Pedinatore

Madama Gioia

Imbianchino

Gerarca

Delio Tessa
5) Il cortometraggio ha una possibile divisione in quattro macrosequenze (ognuna delle quali esprime
un fondamentale elemento narrativo) riassumibili secondo il modello:

macroseq.1 Una giovane domestica, in una notte tempestosa, si aggira per una villa
intenta alle sue mansioni.

macroseq.2

macroseq.3

macroseq.4
6) Indica quale modalità (p. es. cambiamento di tempo o spazio; soluzione testuale -narrazione,
descrizione, dialogo,…-; ingresso o uscita dalla scena di personaggi,…) permette il passaggio da una
macrosequenza all’altra.

macroseq.

1-2

macroseq. Introduzione del vagabondare di Teodoro e dei sospetti istituzionali che


lo accompagnano.
2-3

macroseq.

3-4

7) Sai spiegare l’alternanza tra l’uso del colore e del bianco e nero?

8) Come interpreti l’epilogo?

9) Molte sequenze del film sono accompagnate dal rumore del vento e da quello del pendolo:
secondo te questi elementi hanno un valore particolare?

10) Nel cortometraggio, direttamente e indirettamente, appare Delio Tessa (1886-1939)


importante poeta dialettale milanese. Documentati sulla sua biografia e sulla sua opera.
11) Dall’A alla Z è tratto da questo racconto pubblicato nel 2007. Dopo averlo letto individua le
differenze con la versione video e cerca di spiegarne i motivi.

Dall’A alla Z

Anche quest’anno l’inverno è arrivato in fretta. È notte fonda, ma fuori dai vetri riesco a
scoprire i contorni degli alberi, almeno di quelli più vicini, grandi abeti con i rami piegati
sotto il peso della neve; gli altri si perdono nel turbinìo dei grossi fiocchi bianchi. Non riesco
a dormire e sono in piedi davanti alla grande finestra del mio studio. Le finestre mi
attraggono, forse perché ho trascorso una vita dietro a sbarre, a fitte reti metalliche in
sostituzione dei vetri per impedire ferimenti (quelli della carne, non gli altri) oltre che
naturalmente, fughe. Aspetto che si accenda il faro. Qui lo chiamano così, ma non va
confuso con quelli messi in luoghi prominenti con funzione di segnalazione, si tratta invece
di un semplice proiettore fotoelettrico con cui le guardie di finanza si assicurano che sul
lago non ci siano contrabbandieri. Anche il termine guardie di finanza che i locali usano è
improprio, perché il controllo costiero è affidato ad uno sparuto manipolo di regi marinai,
facilmente riconoscibili dai finanzieri per l’uniforme bianca e il tipico berretto. La mia villa è
affacciata sul lago e, se non ci fosse l’interruzione della strada litoranea, il parco
arriverebbe fino alla spiaggia. Proprio dove la strada compie una brusca curva, tra
Selvapiana e Casamora, verso il lago c’è la garitta d’osservazione. Ecco il bagliore della
fotoelettrica, diversissimo da quello usuale. Il fascio di luce dovrebbe correre radente sulla
superficie dell’acqua, spesso rinforzato da destra da quello proveniente da analoga
postazione vicina alla dogana e da sinistra da quella di Brusimpiano, posta alla fine di un
breve pontile in cemento armato; invece i potentissimi raggi si rifrangono sulla neve che
cade e fa da cortina, originando lo spettacolo inconsueto del fascio che non potendo
andare in profondità si smaglia in una surreale luce diffusa. Tutto tace, ma sono convinto
che sul lago e sulle montagne ci sia un andirivieni ovattato di contrabbandieri che sfruttano
la nottata propizia ai loro traffici, resi ancora più proficui dalle inique sanzioni con cui gli
Inglesi cercano d’affamarci. C’è silenzio e silenzio. Questo genera calma, tendendo bene le
orecchie si può sentire la neve che cade con una specie di rassicurante rumore di fondo che
a modo suo fa compagnia, assieme a quello del soffocato scoppiettio della legna nella
stufa; ben altra cosa dal silenzio assoluto, agghiacciante, che ho percepito in alcuni
scantinati e magazzini degli sconfinati casamenti in cui sono stato, un silenzio carico di
tensione, che all’improvviso si manifestava con l’eco di urla disperate. La neve neve neve
che cade davanti alla fotoelettrica ha quasi effetto ipnotico, rievocativo dei miei giorni
attivi, quando ero medico in un manicomio vicino a Milano. Qui sulla scrivania ho un
diploma di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia firmato da S.M. Vittorio Emanuele III,
contrassegnato da Mussolini e visto di Revel, che mi ricorda che sono “medico primario in
pensione all’Ospedale psich.co prov.le di Mombello (…) iscritto dal 20 aprile 1933-XI
all’elenco dei Cavalieri Nazionali al n. 30830, serie 3a”. Insomma, sono uno che dovrebbe
intendersene. Prima o poi dovrò decidermi ad incorniciarlo e appenderlo alla parete, ma mi
trattiene un dubbio: come farò ad usare la croce cavalleresca con il suo bel nastrino
biancorosso che ora uno spillo appunta al diploma? È un alibi, so che non la ostenterò mai
in pubblico, ma intanto aspetto e ho il pretesto per non appendere il diploma che mi lascia
indifferente. Invece custodisco con gelosa cura una poesia e un plico di schede piene di
fittissimi appunti che un internato mi ha donato il giorno del mio congedo. Me l’ero
ritrovato davanti qualche anno prima, con aria professorale nonostante l’aspetto dimesso,
presentato da un referto che lo diceva affetto da una grave forma di delirio. Egli sosteneva
che nella storia dell’estetica non si erano raggiunti risultati incontrovertibili perché si era
seguita una strada sbagliata, si era cercato di identificare il bello per via diretta, mentre lui
proponeva un metodo alternativo consistente nell’identificazione del suo opposto, nel
brutto o addirittura nello schifoso. E allora con coerenza si era dato a letture, riflessioni e
discorsi scatologici e aveva messo assieme una specie di vocabolario poetico, esatto
opposto di quello stilnovistico, che aggiornava con cura maniacale: afrore, alvino,
ammorbare, andare di corpo, ano, appestare, assimilare, astinenza, astringente, avido,
bagno, bolla, bolo, bottimare, bottinaio, bruttura, buascia, budella, busecchie, (…)
tafanario, tanfare, tanfo, tazza, tenia, teniasi, tenifugo, toilette, trangugiare, trippa,
vacuatorio, vaso da notte, ventre, verme solitario, verminoso, vespasiano, visceri, vomitare,
vuotacessi, zaffata, zaffo, e usava per fini, come dire, poetici. Ma evidentemente
l’attenzione per ciò che lo circondava era vigile sugli aspetti linguistici, ma torpida su tutti
gli altri, e Teodoro (così si chiamava) non aveva capito che i nostri sono tempi in cui è
meglio non pensare e soprattutto è il caso di astenersi dallo scrivere cose dall’esito incerto.
Lo immagino aggirarsi per vie e ritrovi pubblici di Verona con il suo taccuino, intento ad
ascoltare e schedare (ignaro della presenza di ben altri schedatori) e declamare i suoi versi,
dedicati in perfetta buona fede ad amici, conoscenti, ma anche ad inflessibili notabili. Con
questi presupposti non c’è da stupirsi che fosse prima finito nel reparto agitati di un
manicomio veneto, per poi essere spedito nel nostro, con l’evidente scopo di allontanarlo
dal suo ambiente, come se ce ne fosse bisogno, per una persona legata mani e piedi al
letto e riempita di bromuro. Così me lo sono trovato di fronte completamente rasato e
inebetito, ma non a tal punto di impedirgli di capire che mi era simpatico e che i nostri
colloqui non avevano fine diagnostico (non è folle, ne sono sicuro, come del resto non lo
era la maggior parte dei miei pazienti) ma avvenivano all’insegna di una celata reciproca
stima. Del resto per capire la pretestuosità della vicenda, basterebbe pensare ad un fatto
amministrativo: il nostro ospedale straripava di pazienti e non aveva certo bisogno di
trasfusi da altre province: gli “esterni” non venivano per la bontà dei nostri trattamenti
(figuriamoci!) ma per motivi politici, in senso lato. Avrei potuto stendere un rapporto di
denuncia al direttore dell’ospedale, il professor Antonini, ma sarebbe servito a qualcosa?
No, meglio tacere per non peggiorare la sua e la mia condizione, e continuare a trattare il
caso con quel minimo di autonomia che il mio ruolo consentiva. Così, millantando parziale
successo terapeutico, riuscii ad inserire Teodoro nel padiglione “tranquilli”, rendendogli la
vita meno dura. Tutto ciò fino al giorno della mia partenza, quando mi ha dedicato uno dei
suoi strambi scherzi poetici (lo farò leggere a Delio, il mio amico avvocato poeta milanese
che, con il disgelo, al solito, verrà a trovarmi in bicicletta) e mi ha donato l’intera preziosa
raccolta delle unte e bisunte schedine (“Tanto -mi disse- a me non serviranno più”) che ora
rigiro tra le mani assaporandone la poesia: (…) panettone, paniere, pastura, peretta,
pestifero, pestilenziale, peto, pitale, podice, popò, posteriora, pozzo nero, preterito, privata,
proglottide, prolasso, pupù, purga, purgabile, purgante, purgantino, purgativo, purgazione,
putente, putido, putidore, putiglioso, putire, putolente, putre, putredine, putredinoso,
putrefare, putrefattevole, putrefattibile, putrefattivo, putrefazione, putrescenza,
putrescibile, putridire, putridito, putrido, putridume, putrilagine, putrilaginoso, puzza,
puzzacchiare, puzzicchiare, puzzitero, puzzo, puzzola, puzzolente, puzzolentemente,
puzzone, puzzura…

F. Bernasconi, Laghi. Racconti di un extracomunitario bianco, Edizioni dell’Arco,


Bologna-Milano, 2007, pp.43-47
12) Conosci il titolo di film italiani tratti da opere letterarie?