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DOPO GENOVA

Troppe fotografie scolorano il senso


della memoria
–di Giuseppe Lupo | 23 agosto 2018

I recenti fatti di Genova - ma la riflessione può valere per qualsiasi altra occasione in cui viene chiamata in
causa la dimensione comunitaria di una città o di una nazione - spingono a pensare su come si stia
modificando la nozione di memoria in relazione soprattutto agli strumenti che adoperiamo per certificarne
la durata. Osserviamo un fenomeno che ci coinvolge emotivamente e la prima reazione che ci viene in mente
di compiere è quella di scattare una foto con lo smartphone, magari facendoci entrare anche un pezzo di noi,
spesso per il cattivo gusto di dire: io c’ero. Solo in apparenza l’effetto restituisce l’illusione di contribuire a
mantenere vivo il ricordo di quell’attimo che consideriamo così epocale da arrischiare il tentativo
dell’immortalità mediante l’uso del racconto fotografico. In realtà non è vero.

Continuando a collezionare scatti su scatti, l’immagine catturata dal telefonino non è che la banalizzazione
di qualcosa che avremmo voluto restituire alla sua unicità, potremmo anche dire alla sua consistenza di
evento irripetibile e che invece la monotona ripetizione del gesto, il fatto stesso che quel tipo di azione si
riproduca in ciascuno dei presenti, ne svilisce il senso, ne appiattisce sia i contenuti che le finalità.

Fino a qualche decennio fa scattare una foto significava attendere pazientemente l’attimo giusto, studiare i
tempi di esposizione e soprattutto cogliere l’istante in cui bloccare il procedere della Storia che transitava
davanti ai nostri occhi. Era un gesto paradigmatico e solenne, una lotta ingaggiata tra ciò che stava al di qua
e al di là della lente, il riassunto di una hybris tentata e realizzata a danno di qualcosa che non si può e non si
deve arrestare. Bloccare l’istante sopra un pezzo di carta implicava la stessa sfida con cui Prometeo aveva
rubato il fuoco agli dei: era un furto, un azzardo portato contro l’intoccabilità e l’impossibilità a manipolare il
tempo. Dunque rispondeva ai criteri di una conquista maturata e raggiunta con pazienza. Il dato
significativo di questo ragionamento è che la presenza dell’immagine unica (quella prodotta dalla reflex)
provocava nello spettatore la sensazione di durata, sottolineava l’esistenza carsica di una serie infinita di
immagini alternative che però l’occhio del fotografo aveva scartato - perché poco significative, perché
riproduzioni semplificate di una matrice - sulla base di una potenziale competizione interna: tra i tanti
possibili scatti, ne rimaneva solo uno, il più significativo, quello che aveva vinto il confronto darwiniano con
i suoi simili. L’istantanea consegnata dall’obiettivo aveva i crismi di un’azione astuta che poteva vincere il
duello contro la caducità della cronaca e ci restituiva qualcosa che andava osservato con la medesima
procedura con cui era stato confezionato: la lentezza dello sguardo, l’analisi pacata dei particolari, la capacità
di non lasciare nulla di trascurato. L’istinto di sopravvivenza, che contraddistingue ogni gesto umano, si
affidava dunque alla stipula di un patto tra narrazione e realtà: una convenzione di elementi spesso
incongruenti, a condizione di trasgredire i caratteri della quotidianità e tentare in questo modo la strada
dell’estensione, della permanenza.

Gli smartphone rendono tutto alla nostra portata, permettono di immagazzinare immagini alla velocità che
rasenta quella della vita concreta e in qualche caso riescono perfino ad abbattere il diaframma tra ciò che si
vede e ciò che di quanto si vede può essere catturato, però hanno il limite dell’inconsistenza: puntano ogni
energia sulla durabilità dell’istante, ma non ottengono altro che una sorta di bulimia fotografica. Più si
immagazzinano scatti, più si finisce per constatare la dimensione effimera dell’istante. Più si cerca di
lasciare il segno immergendosi quanto più possibile dentro la cronaca e più si rende manifesto il carattere
perdente di una stagione in cui il desiderio smodato di sentirsi protagonisti dentro una cornice, la smania di
volere a tutti i costi esibire la propria esistenza tramite social rendono asfissiante l’esercizio della memoria.
La quale invece si fortifica nel procedimento contrario, assume vigore dalla selezione dei documenti (anziché
dalla loro sovrabbondanza), acquista consistenza e significato dal misterioso e forse involontario processo di
rastremazione che induce a salvare, dentro l’immensa zavorra di tempo vissuto, magari una parte
infinitamente piccola, ma certo la più meritoria di non essere perduta.

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