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Tra i vari argomenti trattati durante le lezioni di Sociologia generale, quello che più mi ha interessato e

colpito è stato indubbiamente il “Modello Olivetti”, integrato dalla visione del film-documentario “In me
non c’è che futuro” di Michele Fasano. Prima di arrivare però a tale grande figura, abbiamo trattato
inevitabilmente del tema della ormai anche troppo attuale crisi economica e sociale, la quale rappresenta
già da molto tempo una vera e propria forma di governo, capace di “farsi obbedire” ai governanti
(“figuranti”) del mondo moderno. La conseguenza principale di questa crisi è data dall’alto tasso di
precarizzazione lavorativa, risultato di una legislazione governativa, formatasi dagli anni ’90, che ha
trasformato il lavoro indeterminato e stabile in lavoro precario, come afferma, in sintesi, Luciano Gallino nel
libro “Il lavoro non è una merce”. Questa precarietà totale ha quindi creato nelle imprese una grande
richiesta di aumentare la flessibilità del lavoro per ridurre i costi del lavoro diretto ed indiretto, per ridurre i
rischi d’impresa e per modernizzare l’economia. Ciò però ha creato nei lavoratori, i veri protagonisti
dell’architettura di un’impresa, un vero e proprio scontento economico, ma soprattutto sociale e
psicologico. Si è infatti creata una certa distanza tra lavoratore e datore di lavoro, in quanto a quest’ultimo
interessa solo il prodotto finale di un lavoro, diventando quindi soltanto un “regista” di creazione di
profitto, e non più un punto di riferimento al quale il dipendente stesso può fare riferimento. Il lavoratore
viene quindi preso in considerazione solo per la sua forza lavoro che si limita allo scopo finale dell’impresa.
Adriano Olivetti ha rappresentato invece “L’eccezione per eccellenza”. Egli era capo di una grande impresa
avanzata di macchine da scrivere e capì che i lavoratori non sono strumenti di creazione di una merce
chiamata lavoro, ma sono prima di tutto persone. Olivetti ha quindi puntato non solo all’importanza
economica e finanziaria della propria azienda, ma ha dato importanza soprattutto all’umanità e al rispetto
verso i propri dipendenti. Essi infatti avevano la possibilità di avere una libertà di lavoro e ed erano
consapevoli di poter contare anche su servizi sociali che proteggevano la propria incolumità lavorativa e
sociale e, allo stesso modo, quella delle proprie famiglia. Con Olivetti dunque, i lavoratori non vengono più
trascurati, ma vengono gratificati dall’ambiente lavorativo e valorizzati massimamente dal datore di lavoro,
al fine di creare situazioni vantaggiose di benessere economico, sociale e piscologico. C’è però un
problema. Il modello Olivetti viene considerato un modello utopistico di società imprenditoriale: Gallino
afferma che esso rappresenta solo un’ “Eccezione”, ma non un’ ”EVOLUZIONE”. Ciò quindi mi fa pensare:
Perché trattando di modelli così esemplari siamo costretti a considerarli solo dal punto di vista utopistico?
Perché la nostra società e le imprese che ne fanno parte non possono mettere da parte l’idea di “potere” e
guardare avanti verso un rispetto sociale reciproco verso i propri dipendenti? Perché deve essere così
difficile avere una “evoluzione” del modello Olivetti, piuttosto che solo una semplice alterazione di idea di
impresa?

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