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l'arte della prudenza, teorie e

prassi della diplomazia


nell'italia del XVI e XVII
secolo
Storia della Diplomazia
Università degli Studi di Roma La Sapienza
31 pag.

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L’arte della prudenza
Teorie e prassi della diplomazia nell’Italia del XVI e del XVII secolo

Stefano Andretta

1. La genesi e lo sviluppo del modello diplomatico nell’Italia della prima età moderna

Gli studiosi dell’istituzione diplomatica ritengono da tempo che la culla della


diplomazia moderna sia stata l’Italia del XV secolo. Si tratta di una convinzione
ottocentesca che prende le mosse da Jacob Burckhardt il quale, però, ne indirizzò il
merito soprattutto a Venezia e Firenze, ignorando altre realtà decisive di un
panorama italiano assai variegato. Similmente, Garrett Mattingly, a metà del secolo
scorso, ripropose la tesi di un’eccellenza e di un primato italiano in materia. Egli
fondava la sua indagine sulla convinzione che la «nuova diplomazia» fosse una
funzione distintiva di una statualità emergente che aveva trovato nell’evoluzione del
sistema degli Stati regionali italiani il suo naturale terreno di affermazione. Le crisi
del papato e dell’impero avevano contribuito a determinare un vuoto di potere che
era stato colmato dalla «political intentiveness of Italians», che a sua volta aveva
come sostrato indispensabile la cultura umanistica e rinascimentale. Quindi dal XIV
secolo in poi, la perdurante debolezza dei poteri forti medievali consentì l’avverarsi
di un quadro politico di piccole e medie realtà contigue che, per prossimità
territoriale, crearono uno stato di necessità relazionale che si manifestò in una
consuetudine a movimentare le relazioni, a privilegiare la comunicazione
diplomatica come strumento di coesistenza e sorveglianza reciproca.

Uno rapido sguardo alla cronologia della storia d’Italia può essere sufficiente per
notare che un ruolo primigenio di questo processo fu svolto dall’iniziativa dello
‘Stato ducale’ di Gian Galeazzo e Filippo Maria Visconti e, in generale, dalla dinamica
di strategia che animò la prima metà del XV secolo, conducendo, infine, a

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un’immobilizzazione della situazione italiana con la pace di Lodi del 1454. Nel solco
di una tradizione già avviata si giunge, poi, a una configurazione dello strumento
diplomatico come funzione operante a pieno titolo nella gestione sforzesca delle
relazioni con gli altri potentati. È stato Francesco Sforza ad inaugurare la stagione
della residenzialità permanente a Firenze e a Venezia, contribuendo così ad
anticipare il superamento della naturale, e spesso legittima, diffidenza dei grandi
sovrani che circondava la figura di un diplomatico stabile presso la città o la nazione
ospitante.

In effetti, nel corso del tardo medioevo, la figura dell’inviato si era colorata di
ambiguità che riguardavano sia la forma che la sostanza della natura della sua sfera
d’azione e dei limiti del suo mandato. Si trattava di un’evoluzione lenta e tortuosa
che risolve a fatica un’incertezza persino terminologica che sovrappone a lungo
termini come nuncius, missus, legatus, procurator ed il più recente ambaxator.
Dall’inizio del XVI secolo in poi, cominciò ad affermarsi una compiuta e diversa
configurazione dell’ambasciatore. Un ambasciatore non più vincolato a un mandato
ben preciso (ambasciate solenni, dichiarazioni di alleanza o guerra, occasioni speciali
di felicitazioni o cordoglio, che diventerono infatti «straordinarie» per distinguerle
delle ordinarie), ma soggetto versatile e baricentro di una rete di informatori,
titolare di un’azione di ampio respiro, in diretto contatto con il proprio governo e
strumento cardine della politica estera.

È stato, quindi, il Cinquecento a beneficiare di un approfondimento degli studi sulla


diplomazia, allargando le conoscenze della «microdiplomazia», soprattutto quella
padana estense e gonzaghesca, e descrivendo in maniera più puntuale il ruolo di
quella diplomazia medicea, principalmente nell’epoca di Cosimo I e Ferdinando, che
ridisegnò la mappa delle strategie toscane in Italia e in Europa. Una politica estera
condizionata dal mantenimento delle relazioni con l’Impero e con gli Asburgo di
Spagna, e nello stesso tempo attrezzata a conseguire successi straordinari; tra questi
spiccano l’acquisizione del titolo di granducato nel 1569, il profondo radicamento
della presenza toscana nella Curia romana, la proiezione, infine, nella corte francese,
in cui si giocò una partita pluridecennale di prestigio e di potere attraverso le
regalità femminili di Caterina e Maria.

Tuttavia, un ruolo centrale nella riflessione storiografica hanno continuato a


conservare i due modelli diplomatici italiani per eccellenza: Venezia e Roma.

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Per ciò che concerne la Repubblica di San Marco, le prime tracce di
un’organizzazione paradiplomatica si possono far risalire al XII e XIII secolo. Così
come la prefigurazione funzionale della diplomazia è da riferire a una secolare e
brillante attività strettamente legata alla natura mercantile dello Stato veneziano. Vi
è, poi, la questione del grande credito goduto presso i contemporanei dalla rete
diplomatica veneziana. Un credito, che va senz’altro ridimensionato, poggiante su
un’effettiva superiorità organizzativa e su una qualità di personale mediamente ben
al di sopra alla norma europea. Perché questo successo della diplomazia veneziana,
concentrato soprattutto nel XVI e nel XVII secolo? Furono insieme la consapevolezza
del declino, la loro formazione, un passato e un presente ancora cosmopolita a
favorire il rispetto degli ambasciatori veneti.

In Francia, Spagna, Inghilterra, nell’Impero, la classe dirigente conservava ancora i


caratteri di una aristocrazia fondiaria militare, tanto abile nell’esercizio delle armi e
nelle lotte di potere quanto spesso inesperta, ignara e incompetente di
amministrazione. Un ceto nobiliare condizionato dalla fedeltà personale e carente
del senso del servizio, dalla scarsa capacità di maneggiare gli affari politici, spesso
riservati al sovrano o alla ristretta cerchia di suoi consiglieri, e dalla rara esperienza
internazionale.

Al contrario, coloro che si fregiavano del titolo di ambasciatore della Repubblica di


Venezia erano tutti patrizi e maschi, ascritti sin dalla nascita al Libro d’oro della
nobiltà veneziana, cioè un’oligarchia molto impegnata nella gestione dello Stato, in
cui era tanto facile uscire quanto problematico entrare. Una classe dirigente che
aveva accumulato, anche grazie alla secolare stabilità del regime politico, una
tradizione e una metodica di comportamento, uno stile di lavoro largamente
condiviso e collaudato che si configurava in un «singolare» spirito di servizio.
Dunque un ceto numericamente sufficiente e ideologicamente compatto,
consistente in un’oligarchia in cui non di rado si operava una sintesi tra l’esperienza
mercantile e quella amministrativa dello Stato. Un’oligarchia, inoltre, largamente
beneficiaria della straordinaria vitalità della cultura veneta dell’epoca: l’università di
Padova era uno dei centri di formazione più vivaci, dove si recavano i nobili
veneziani che prediligevano le lettere e la retorica; a Venezia stessa c’erano i
«ridotti», specialissimi salotti patrizi che agivano da centri culturali di tutto rispetto,
le Scuole di san Marco ad indirizzo letterario, la Scuola di Rialto dove si leggeva la
filosofia ecc… . I centri studio e la circolazione di idee, lo spirito culturale della città e
delle sue istituzioni furono fattori decisivi, resi però più vitali e funzionali da un

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apprendistato sul campo, di norma compiuto da giovanissimi, al seguito di un
ambasciatore esperto.

I veneziani, insomma, avevano una cultura che oltre a conservare il senso della
dignità nobiliare non disprezzava affatto le «arti meccaniche». Ciò predisponeva i
soggetti prescelti, non numerosissimi, ad una capacità logico-descrittiva fuori dal
comune. Il mestiere dell’ambasciatore, inoltre, era considerato un apprezzabile
sentiero di promozione sociale, tipico delle istituzioni repubblicane che, nella
valorizzazione di questo genere di carriera, trovava un importante elemento di
distinzione dai modelli monocratici.

È a cavallo tra XV e XVI secolo che la diplomazia veneziana crebbe, in impegno e


spessore. E ciò non tanto per la scoperta dell’America quanto per la rottura degli
equilibri italiani e la fine delle sue velleità espansionistiche. La Repubblica si ritrovò
ben presto compressa tra le superpotenze contemporanee: Spagna e Francia. Da
una politica espansiva, che oltretutto l’aveva resa odiata e sospetta di aspirare alla
«monarchia» d’Italia, essa passò rapidamente a una strategia di accanita difesa dei
territori rimasti sotto il suo controllo. In questo senso, la sequenza degli accadimenti
dal XVI secolo all’inizio del XVIII è terribile: la sconfitta di Agnadello del 1509, le
guerre d’Italia, la costosa avventura di Lepanto, l’Interdetto, la guerra di Candia,
sono solo alcune delle tragiche esperienze da cui Venezia uscì spossata. In questo
mutato contesto storico, la diplomazia divenne uno strumento per resistere, o
meglio, per esistere. Anzi, è proprio nel momento in cui si fece più sensibile il
declino economico e sociale che si produsse il massimo sforzo per un’espansione
diplomatica finalizzata, in particolare nel Seicento, a rallentare tale declino
attraverso una politica di tormentata neutralità che aveva eletto la «quiete d’Italia»
a bussola della propria strategia politica, dunque ben lontana dalle velleità del
passato.

Un capitolo a sé di grande significato è rappresentato dalla continuità della


legiferazione cittadina volta a disciplinare le attività diplomatiche. Le leggi
veneziane, infatti, stabilivano l’impossibilità di rifiutare la missione; recavano delle
misure, sulla durata e sulla reiterazione delle missioni, finalizzate a garantire la
Repubblica da possibili condizionamenti e corruzione; prevedevano il divieto di
condurre affari privati durante la missione all’estero, con la sola eccezione del
bailato di Costantinopoli che, infatti, era l’incarico più rischioso e, per certi versi, più
ambito. Questa continuità attesta la preoccupazione di verificare e aggiornare

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periodicamente i meccanismi di un settore precocemente ritenuto fondamentale
per lo Stato e, al contempo, di attribuire all’incarico diplomatico un’alta funzione di
prestigio. Prestigio confermato dal fatto che il ruolo di ambasciatore spesso era
decisivo nei profili curriculari di quei patrizi che ambivano a cariche importanti.
Basta considerare, ad esempio, che un numero elevato di Procuratori di San Marco e
più di metà dei Dogi veneti del XVI e XVII secolo avevano nel loro passato attività
strettamente legate alla diplomazia.

Si è detto che gli ambasciatori veneziani generalmente godevano di buona fama in


tutta Europa. Ciò emerge chiaramente dalla consultazione di due fonti, le Relazioni e
i dispacci, massicciamente studiate dalla storiografia occidentale. (Esse, inoltre, sono
la prova di quanto la conservazione delle carte di Stato venisse considerata
importante a Venezia, che aveva sviluppato molto presto una mentalità archivistica
a cui il resto d’Europa arrivò più tardi. È proprio il ‘500 un momento alto di
stabilizzazione della custodia delle carte da parte della Cancelleria veneziana, che
occupava peraltro fisicamente una buona metà del palazzo ducale. Anche se il
disastroso incendio del 1577 distrusse una considerevole parte del materiale
precedete, da quella data in poi, si può dire sino alla fine della Repubblica, è
possibile contare su un materiale documentario impareggiabile per studiare la storia
veneziana ed europea.) Le relazioni spaziavano dall’economia alla geografia,
dall’antropologia al cerimoniale e, dalla seconda metà del XVI secolo cominciarono a
privilegiare gli aspetti europei della politica estera della Repubblica. Una spontaneità
e una freschezza forse superiori si possono reperire nei dispacci. In entrambi,
comunque, si trovano poca retorica, poca morale spicciola, poca dissimulazioni,
molta lucidità e molto pragmatismo. Con il tempo si può dire che le Relazioni
divennero un modello, se non un vero e proprio genere letterario. Non è dunque
sorprendente che in uno dei più famosi trattati del XVII secolo sull’ambasciatore, El
ambaxador (1620) del diplomatico spagnolo Juan Antonio de Vera, si descrivesse
minuziosamente come doveva essere compilata una relazione: età del re,
inclinazione, il consenso verso la sua persona, i ministri; in cosa consisteva la forza
del regno, la forma di governo, i porti di mare; la popolazione e le su inclinazioni, il
sentimento religioso ecc… . Il modello citato era proprio quello veneziano, così come
veneziana era la lodata legislazione che considerava la documentazione diplomatica
riservata, conservata come un tesoro negli archivi.

L’altro grande modello è Roma, dalla rappresentanza diplomatica ambivalente,


religiosa e politica. Tre erano, in età moderna, le figure al servizio del papa in tale

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ambito: i legati «apostolici» da lui direttamente inviati, sovente con una plena
potestas limitata però ad una missione estemporanea; i «legati nati», in genere
coincidenti con il grado ecclesiastico più alto presente nel territorio, con ampie
facoltà d’intervento sulle materie religiose; infine i «nuncii collectores», che
sorvegliavano la situazione patrimoniale e difendevano il godimento dei benefici.
Inoltre, a cavallo tra XV e XVI secolo non vi era una coincidenza immediata tra un
servizio di rappresentanza e un alto ruolo nella gerarchia della Chiesa. Un’altra
particolarità del contesto romano era, evidentemente, la preponderanza in Curia
delle ‘nazioni’ italiane, di cui la prova più schiacciante era la persistente italianità del
pontefice, che produceva un’attività e un fitto intrecciarsi di strategie familiari, di
gruppi di potere che incrociavano luoghi di provenienze con fortune, funzioni e
carriere romane, che influenzavano le nomine diplomatiche.

Bisogna attendere il pontificato di Paolo III per individuare un’attenzione marcata


verso l’utilizzo continuo e mirato della diplomazia pontificia anche se fu il Concilio di
Trento ad operare la svolta decisiva, tale da imprimere un nuovo carattere alle
nunziature. Lo spartiacque conciliare sembra aver funzionato con grande efficacia
nell’innescare un processo di separazione accettando un «sistema dualista». In
questo quadro si ridusse, fino a scomparire nelle missioni di una certa importanza, lo
spazio riservato a non ecclesiastici nella rete diplomatica pontificia.

La fase cruciale della diplomazia romana fu rappresentata da una serie di papati che
costruirono materialmente la rete diplomatica della Santa Sede in Italia e in Europa.
Questi pontefici furono: Pio IV, Pio V, Gregorio XIII nel ‘500 e Clemente VIII, Paolo V,
Gregorio XV e Urbano VIII nel secolo successivo. Ciò perché la stabilizzazione della
situazione italiana e la volontà di riforma, soprattutto nei luoghi preservati dalla
lacerazione confessionale, favorirono la vocazione diplomatica da parte del
pontefice, il quale aveva ormai di fronte dinastie consolidate e repubbliche, il cui
ruolo e la cui fisionomia erano stati chiariti da trattati diplomatici: la configurazione
dell’Italia uscita dalle «horrende guerre» si poteva ormai considerare delineata.

Passiamo ora in rassegna alcune delle principali nunziature.

Nel 1560 fu fondata la nunziatura di Savoia, con a capo il vescovo di Ginevra


François Bachaud, col duplice fine di arginare e controllare infiltrazioni eterodosse in
una zona dalla progressiva diffusione del protestantesimo e di coordinare la
partecipazione alla fase conclusiva del Concilio di Trento. Il lavoro del nunzio nei
territori sabaudi si connotò di preoccupazioni politiche sin dall’inizio, allorché la sua

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presenza fu stabilita nel momento del trasferimento a Torino, in una situazione a
lungo segnata dall’impronta ‘gallicana’ nelle diocesi del cattolicesimo savoiardo.
Così, ad esempio, il nunzio Ottavio Santa Croce (1577-80) si preoccupò soprattutto di
contrastare le iniziative riformate e di ostacolare i tentativi di modellare i rapporti
tra potere secolare e potere ecclesiastico importando un assetto troppo
‘transalpino’, così presente nelle diocesi savoiarde, per un contenimento delle
suggestioni gallicane e per sforzarsi di rendere più omogeneo e docile il
cattolicesimo sabaudo. Qualche anno dopo, Paolo Tolosa (1602-06) confermò
appieno il carattere politico-giuridico della nunziatura laddove, in un’istruzione,
raccomandava la difesa della pace di Lione, indubbio successo della diplomazia
vaticana [la pace di Lione, del 1601, pose fine alla guerra franco-savoiarda iniziata
l’anno prima; a negoziarla, tramite il cardinale Aldobrandini, fu Clemente VIII]. E
ancora, il nunzio Lorenzo Campeggi, in carica dal 1624, si dedicò tanto alla lotta
contro i calvinisti tanto ad un’intesa opera politica antispagnola. Fausto Caffarelli
(1634-42), infine, fu l’estensore del progetto su cui si fondava l’accordo che riportò
la pace in Savoia nel 1642, ponendo fine alla guerra civile e alle tensioni con i
francesi e gli spagnoli e difendendo l’integrità e l’autonomia della regione.

Istituita anch’essa nel 1560, la nunziatura di Firenze presenta un’origine in cui è


rilevante la pressione esercitata dal potere laico. Cosimo de’ Medici infatti, inseguiva
con accanimento una legittimazione del proprio ducato (non ancora granducato,
diventò tale più tardi per i meriti conseguiti sui campi di battaglia francesi con le
armate cattoliche durante le guerre di religione). La presenza di una rappresentanza
pontificia era un riconoscimento importante per una città e una famiglia di
governanti che aveva potuto offrire, in meno di cinquant’anni, tre pontificati; e
successivamente è superfluo ricordare quanto importanti siano stati il legame di
parentela e le aspirazioni collaborative in prossimità della riapertura del Concilio di
Trento. Un sentimento e una volontà contigui all’ambizione di Cosimo I, che
desiderava sviluppare una strategia politica in grado di inserire la signoria medicea
in un circuito internazionale e, per quanto concerneva l’Italia, di raggiungere il
credito ed il prestigio della repubblica veneziana. Nell’ottica della normalizzazione
tra potere secolare e pontefice, è quasi pleonastico ricordare il ruolo svolto da papa
Pio IV, Gianangelo de’ Medici, che era imparentato tramite il ramo milanese e che fu
fermamente sostenuto durante il conclave del 1559 da Cosimo I per le potenzialità
politiche che una sua elezione avrebbe comportato. Va tuttavia sottolineato che
quella di Firenze venne sempre considerata una nunziatura di secondo rango, utile

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per la formazione dei singoli prelati che vi venivano destinati. Essa, nel tempo, fu
sostanzialmente priva di tensioni.

Anche a Napoli la nunziatura fu istituita nel 1560, nella fase finale del Concilio di
Trento, sebbene venisse indicata con tale termine soltanto l’anno successivo alla
nomina di Nicolò Fieschi a nunzio ordinario. La nunziatura napoletana aveva una
chiara derivazione dalle funzioni proprie di collettoria [di riscossione delle imposte,
la decima in particolare] in un contesto ispanizzato, in cui la Sicilia era tuttavia un
feudo del papa. Proverbiali rimangono gli sforzi di Tommaso Caracciolo e Fabio
Arcella verso le definizioni dei ruoli di ambasciatore e di collettore.

Certamente alcune tematiche conservarono una persistente centralità per i nunzi, in


particolare nella difesa della giurisdizione ecclesiastica e nel recupero dei diritti
fiscali. Vi era poi l’impegno sul versante dei problemi sociali, quindi la lotta al
banditismo nelle zone confinarie con lo Stato pontificio e le iniziative per il
reperimento di grani per far fronte alle carestie ricorrenti. Ciò, tuttavia, non deve
portare a trascurare le esigenze, politiche, di consolidamento delle nunziature,
imposte dalla maturazione di compiti del ‘monarca’ dello Stato pontificio, chiamato
ad assolvere impegni di politica estera in un sistema sempre più complesso di
relazioni.

Ciò, del resto, è in alcuni casi ravvisabile addirittura in una fase pretridentina: a
Venezia, l’interesse politico del pontefice era già presente tra la fine del XV e il
primo trentennio del XVI secolo. In questa fase, il cuore del problema venne
costituito dal tentativo di controllare il centro Italia e di gestire la traumatica discesa
degli eserciti d’oltrealpe. Di qui, l’impegno ad impiantare prima e costruire poi un
asse veneto-pontificio, a coordinare gli sforzi diplomatici delle due potenze italiane
superstiti all’invasione straniera, che si era concretizzata in meno di un ventennio in
due accadimenti storici particolarmente drammatici: la crisi militare di Agnadello [la
battaglia di Agnadello fu combattuta nel 1509 nel quadro della guerra tra la
Repubblica di Venezia, all’epoca al culmine della propria potenza, e le forze della
Lega di Cambrai. A quest’ultima, costituitasi in gran segreto l’anno precedente e
specificamente rivolta contro la Serenissima, avevano aderito, tra gli altri, le
maggiori potenze europee: Sacro Romano Impero, Francia, Spagna, nonché il
papato. A vincere la battaglia furono le forze della Lega, i francesi di Luigi XII in
particolare] ed il Sacco di Roma (1527). Fu così che tra Roma e Venezia si instaurò un
rapporto ambivalente, di confronti serrati e di ricerche faticose, ma non vane, di un

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accordo politico di compromesso su una politica italiana ‘responsabile’ e poco
incline a schieramenti decisi. Nel senso che entrambe non forzarono mai la
situazione sino al punto di rottura, specie in concomitanza con situazioni di crisi
politica nazionale e internazionale. Entrambe, dunque, giunsero a convergere sul
progetto della «quiete d’Italia», per il quale lavorarono congiuntamente nelle
trattative vestfaliche il cardinal Fabio Chigi e l’ambasciatore veneziano Alvise
Contarini.

Questi complessi rapporti veneto-pontifici passarono, ovviamente, attraverso la


nunziatura della Serenissima. Lasciando da parte la difficoltà di stabilire quando essa
possa esser definita permanente, si può osservare una continuità convincente a
partire dagli anni Venti del ‘500. Cosa ancora più importante, essa ebbe sempre in
Italia un prestigio inarrivabile poiché assommava oltre alle normali attività politico-
diplomatiche, inquisitoriali ed ecclesiastiche, una quantità e una qualità di
informazioni che si nutrivano della rete diplomatica veneziano e di cui i nunzi
approfittarono a più riprese.

In sintesi, osservando una certa duttilità delle funzioni del nunzio negli antichi Stati
italiani che rende spesso problematico il riconoscimento di una norma
comportamentale che valga uniformemente, si potrebbero riconoscere tre momenti
nell’impegno diplomatico italiano. Primo: definizione dell’istituto permanente del
nunzio e delle sue mansioni, con lo sforzo, all’indomani del Concilio, di stabilire
un’interrelazione quanto più stretta tra mondo diplomatico e ambienti episcopali.
Secondo: l’incremento di una presenza diplomatica diffusa e un rinnovato impegno
internazionale. Significativa, in tal senso, fu la creazione della Segreteria di Stato.
Infine un terzo momento, che attraversa la seconda metà del XVII secolo, che
registra un aumento dei carichi organizzativi e confessionali, una crescente
mediocrizzazione del personale e si concentra sulla gestione dei legami tra centro e
periferia, in un clima di emarginazione e decadenza delle realtà politiche italiane.

Naturalmente non ci si può arrestare o limitare il problema della effettiva azione


diplomatica a coloro che sono accreditati come ambasciatori. Vi erano sedi e
situazioni, infatti, in cui operava in modo significativo anche una diplomazia
parallela. È il caso delle alte dignità ecclesiastiche che rappresentavano una realtà
per molti aspetti a sé stante, ben lontana dal potere secolare. A Roma, ad esempio,
il patronage dei cardinali dinastici italiani fu spesso decisivo per costruire un mondo
contiguo a quello ufficiale con obiettivi condivisi e gli stessi, anzi più rafforzati,

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contorni di rappresentazione degli interessi del casato. Un itinerario politico e
diplomatico di questo genere fu quello del cardinal Ferdinando de’ Medici, che
sostenne l’attribuzione del titolo granducale di Cosimo I, effettivamente conseguita
nel 1570, e che accompagnò a lungo i passaggi più significativi della politica estera
toscana. Resta naturalmente aperto il problema della valutazione del peso dello
spionaggio diplomatico e della rete di informatori segreti, che le strutture di
rappresentanza utilizzavano regolarmente. A questo riguardo, il potere mediceo e la
repubblica di Venezia avevano agito nel corso del XVI secolo con particolare
precocità per la nascita dei servizi segreti, cresciuti parallelamente alla diplomazia
permanente.

Per concludere e tornare ai prototipi della diplomazia, prima Roma e poi Venezia si
avviarono verso un avvizzimento della loro iniziativa politica internazionale. La
laicizzazione dei rapporti politici dopo la pace di Westfalia fu fatale al papato così
come la marginalizzazione dagli scenari internazionali e l’impoverimento delle
risorse furono pregiudizievoli a Venezia.

2. La trattatistica sull’ambasciatore: dai prototipi umanistici al ‘mestiere’ di


diplomatico d’Europa

Per ricostruire la mutazione della natura e delle mansioni dell’ambasciatore,


contestuale alla crescente importanza della negoziazione come espressione
intrinseca alla politica tra gli Stati, è fondamentale l’analisi della trattatistica
sull’argomento. Si può quindi prendere avvio dall’autore che, in Italia, e più
precisamente in ambiente umanistico veneziano, è da considerarsi il punto di
partenza di questa trattatistica: Ermolao Barbaro. Questi, perfetto esponente del
patriziato veneziano cui si è precedentemente fatto riferimento, nel 1490 fu
nominato ambasciatore sotto Innocenzo VIII ma l’anno dopo si ritrovò a subire gli
effetti di un grave dissapore giurisdizionale tra Roma e Venezia, allorché fu
nominato dal papa patriarca d’Aquileia. La nomina, infatti, contrastava con le leggi
veneziane, che vietavano di accettare una simile carica, essendo in servizio come
ambasciatore presso la Santa Sede. Esiliato a Roma e falliti tutti i tentativi di
mediazione con la Serenissima, Barbaro morì di peste nel 1493. Vicende personali a

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parte, ciò che qui preme ricordare è il suo De officio legati (1489), in cui cercò di
fissare le regole della natura formale e sostanziale del mestiere di ambasciatore.
L’opera, essenzialmente un trattatello, era in sintonia con quel particolare ed elitario
microcosmo costituito dalla corte rinascimentale ed era chiaramente concepita per
snocciolare praecepta per coloro che si muovevano al suo interno. In effetti, la corte,
tra XV e XVI secolo, in Italia ma non solo, costituiva la forma prima
dell’organizzazione della politica. Non a caso, essa fu al centro degli scritti di Pietro
Bembo, Giovanni Della Casa, Baldassare Castiglione; i quali, per inciso, furono non
casuali ammiratori ed amplificatori delle originali preoccupazioni di Barbaro. Nel De
officio legati, Barbaro ricordava quanto fosse apprezzata la dexteritas, la gravitas
unite alla lenitas et humanitas; nello stesso tempo, però, rivendicava la necessità di
legittimazione per una figura titolata e necessaria alle relazioni tra Stati. Suo, ad
esempio, l’ammonimento a superare le ben note diffidenze che circondavano in
molte corti la figura dell’ambasciatore residente.

Vi è, altresì, anche una letteratura non ‘organica’ al tema dell’ambasciatore ma ad


esso connessa: una letteratura politica, divenuta ben presto decisiva per la
maturazione della funzione diplomatica e per centrare il vero oggetto del mestiere:
la rappresentanza di un potere definito e mandatario, congiunta ai compiti di
informazione politica. Ci si riferisce, soprattutto, a Francesco Guicciardini e Niccolò
Machiavelli. Il primo, ne I ricordi, si produsse in alcuni consigli sulla pratica del
servizio diplomatico, sull’uso della riservatezza, sul rapporto tra sovrano e
ambasciatori, sull’integrità e sulla preparazione personale. Egli considerava, per la
durezza dei tempi, un impellente dovere dei sovrani secolari formare buoni
funzionari e ambasciatori e, al contempo, affrontava la questione della formazione e
dei contenuti del profilo culturale del diplomatico, sostenendo l’efficacia della storia
per afferrare la complessità del mondo. Soprattutto, va riconosciuto che il lavoro
diplomatico, in Guicciardini, diveniva luogo privilegiato dell’applicazione
dell’«intelligenza» politica.

Machiavelli, dal canto suo, fu osservatore dell’andamento della politica estera


fiorentina sotto molteplici vesti: dapprima come copista di dispacci; quindi come
estensore di corrispondenza diplomatica nella seconda Cancelleria; come spettatore
e ascoltatore attento dei dibattiti della Signoria; infine, come membro di ben 43
legazioni. Sulla base di questa esperienza, egli elaborò la sua analisi usando gli
stilemi propri di un linguaggio ‘professionale’ del politico e dell’ambasciatore, nello
sforzo di comporre un quadro dinamico e geopolitico. Così, ad esempio, scrisse che

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«e perché in una città, a volere che un suo ambasciatore sia onorato, non può farsi
cosa migliore che tenerlo copioso di avvisi, perché gli uomini che sanno di poter
trarne, fanno a gara per dirgli quello che gl’intendono». Egli, inoltre, propose una
nuova considerazione del «servizio» nelle relazioni internazionali, come esperienza
decisiva per implementare la riflessione dell’arte politica come arte del possibile.
Nella sua visione, l’ambasciatore doveva garantire una lettura politica dei contesti in
cui si trovava ad operare e su cui doveva addestrarsi a riferire in maniera plausibile e
affidabile.

Tra coloro che si impegnarono a disegnare i requisiti dell’ambasciatore va poi


menzionato Ottaviano Maggi, uno dei più stimati segretari della Repubblica di
Venezia del XVI secolo, autore del De legato libri duo. Il trattato, pubblicato nel
1566, fu da Maggi diviso in due parti: la prima affrontava il tema della dignitas del
legato, della casistica delle missioni, delle loro pertinenze e dei relativi doveri; la
seconda era invece incentrata sulla descrizione analitica delle competenze richieste
e dei requisiti formativi del buon negoziatore. L’approccio sistematico utilizzato dal
Maggi, fa di questo suo De legato libri duo una delle opere italiane più precoci,
compiute e raffinate della trattatistica sull’argomento. Un mestiere, quello
dell’ambasciatore, in cui era importantissima l’osservazione fondata sulla
fisiognomica aristotelica e sulla teoria umorale ippocratica per penetrare l’indole del
principe, di cui, al contempo, non dovevano essere trascurati il luogo di nascita,
l’età, gli svaghi, la formazione, i vizi pubblici e privati. Non solo: ciò che Maggi
richiedeva all’ambasciatore era una panoramica il più possibile ampia
sull’incarnazione della sovranità. A cominciare dal suo ordito istituzionale (organi
politici, magistrature ecc), per poi continuare con la mappa dei territori su cui essa si
estendeva e quindi proseguire con una ricostruzione sociologica delle risorse umane
e materiali, del livello dei commerci e delle arti, dell’organizzazione militare e
marittima, procedendo con un’ottica mirata a interpretare l’assetto generale, non
solo del «principe» ma anche della società e della distribuzione dei poteri.

Nel disegnare il profilo del «perfetto ambasciatore», Maggi si ricollegò alle


raccomandazioni guicciardiniane, estendendole però a una dimensione ancora più
professionale. Istruito nelle arti liberali, grammatico, dialettico, retore, oratore:
questo doveva essere l’ambasciatore ma, prima di ogni altra cosa, «regendae
civitatis scientissimus qui usum habeat omnium rerum maximarum et publicarum,
qui multa viderit, legerit, auribus acceperit, sylvam rerum sibi compararit». Egli
insistette, inoltre, sull’importanza di aggiungere specialismi fondati sull’esperienza

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che aiutavano la sapientia a non essere astratta. Vi era, poi, nel suo discorso, una
gerarchia sulla cui base determinare lo spessore culturale del diplomatico, in cima
alla quale figurava la «scientia sacrarum divinarumque litterarum», seguita da una
filosofia intesa come disciplina larga. È, insomma, riscontrabile, in lui più che in altri,
il panegirico delle arti del quadrivio e soprattutto della matematica applicata,
dell’importanza di quelle «arti meccaniche» che aiutavano l’ambasciatore ad
assolvere le richieste informative.

In conclusione, il De legato libri duo va ricordato poiché, a coloro che si affacciavano


alla diplomazia, l’autore ricordava che era certamente lodevole, e forse
indispensabile, avere una solida cultura classica, ma che ci si avviava a svolgere
essenzialmente un mestiere empirico e plastico su cui collaudare e irrobustire le
proprie competenze acquisite altrove. Per questo, Maggi rappresenta un passaggio
di significato alla chiusura del Concilio di Trento e al conseguente slancio impresso
alle ambasciate e alle nunziature italiane; oltre che un non trascurabile esempio
dell’influenza esercitata dalla personalità di Guicciardini e dall’intenso dibattito in
corso sul valore della tradizione umanistica, in un’Italia sconvolta dalle vicende
belliche e in un’Europa lacerata dalle divisioni confessionali.

Proseguendo l’analisi della trattatistica, è necessario menzionare Pietro Andrea


Gambaro, divenuto vicario della diocesi di Roma in pieno Sacco dei Lanzichenecchi e
autore, nello stesso anno, del Tractatus de officio atque auctoritate legati de latere.
Tale trattato rappresentò uno sforzo considerevole di legittimare il potere del legato
nei confronti del mondo episcopale, soprattutto per quello che riguardava il
conferimento dei benefici ecclesiastici. Mentre un’eccessiva e forse ingiustificata
fortuna ha avuto, presso gli storici, il dialogo del «Messaggiero» di Torquato Tasso
che, nella parte riferita all’ambasciatore, non è assimilabile a null’altro se non a un
esercizio retorico intorno a «ragionamenti magici». Difatti, nell’elencare le qualità
del «perfetto ambasciatore», Tasso si limitò a riferirsi ai temi già avanzati da
Barbaro, e quindi da Platone e Cicerone, quali la legittimità della menzogna o il
«cangiar faccia a le cose con la disposizione d’esse e de le circostanze».

Più o meno nello stesso periodo, Alberico Gentili diede alle stampe il De
legationibus (1585), di ben altro spessore. Gentili riprese molti dei temi già elencati
sulla professionalità dell’ambasciatore ma li ampliò, proiettandoli verso una
dimensione internazionale, in particolare aggiungendo le competenze giuridiche. In
tal modo, confermò quello che era un dato sempre più evidente, soprattutto nel

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mondo francese e germanico: una presenza insistita, nei testi propriamente giuridici,
di argomenti inerenti la diplomazia, come ambito di una tessitura in fieri del diritto
internazionale. In linea coi predecessori, Gentili pose alla base della formazione
dell’ambasciatore l’experientia, da coniugare alla preparazione teorica,
genericamente umanistica (filosofica e storica soprattutto). Cosa ancora più
importante, egli sottolineò con forza che l’incarico delle ambasciate doveva esser
trattato come un mestiere stabile e connotato, in via di progressivo rilievo statuale,
perfettamente incardinato come ingranaggio indispensabile nel funzionamento della
macchina statuale.

Segue, in questa rapida disamina della trattatistica, Gasparo Bragaccia, monsignore


piacentino, autore de L’ambasciatore (1626), dedicata al duca di Parma Odoardo
Farnese. L’opera ben riassume la piega che avevano ormai preso i trattati sulla figura
del diplomatico, impegnati ad aggiungere tasselli ad un’erudizione fine a se stessa.
Difatti, pur proponendosi di tralasciare l’eloquenza per esaminare altre qualità
dell’ambasciatore, come la bontà cristiana o la «nettezza» di costumi, Bragaccia non
riuscì ad emanciparsi dalla tentazione di costellare la trattazione di continue
citazioni classiche, menzionando, tra gli altri, Aristotele, Platone, Tucidide,
Quintiliano, Gorgia da Lentini, Tacito, Sallustio, Sant’Agostino.

Nella sua visione, l’ambasciatore era un politico speciale, detentore di una grande
responsabilità simbolica e reale. Non solo: in un manuale destinato a insegnare
come «volpeggiare con le volpi», egli adombrò un profilo più autonomo delle
mansioni, affermando che l’ambasciatore doveva «sollevarsi più oltre» delle
istruzioni. Evidente, poi, è l’ipoteca confessionale dell’opera, che si rivela
nell’insistenza sulle virtù cristiane di questa figura, soprattutto quando impegnata in
missioni in terre e corti eretiche o infedeli. Bragaccia, inoltre, si dilungò in una serie
di consigli ‘tecnici’, volti ad accompagnare l’attività dell’ambasciatore: non eccedere
in spregiudicatezza nella ricerca di informazioni; avvalersi di personale fedele ed
affidabile, soprattutto gli interpreti; dedicare particolare cura ai viaggi e agli
spostamenti ecc… . Infine, proprio in chiusura, dedicò una puntuale disamina allo
strumento veneziano per eccellenza, le Relazioni. Si tratta di un passaggio molto
importante poiché si può considerare un compiuto vademecum di scrittura.

Un caso a sé, tardivo e di scarsa risonanza, fu rappresentato dalla pubblicazione de


L’ambasciadore politico cristiano di Carlo Maria Carafa, scrittore antimachiavellico
che con questo libro volle celebrare il mestiere dei «Signori ambasciatori». In realtà,

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il testo non contiene novità di rilievo, se non un lungo «catalogo de’ scrittori istorici
e breve notizia de’ loro trattati», volto, secondo l’autore, a dare conforto alla tesi
dell’imprescindibile «perizia delle storie» di cui doveva essere provvisto
l’ambasciatore per onorare le sue missioni.

Fuori della penisola italiana non erano mancati scrittori che avevano intrapreso lo
stesso itinerario di affrancamento della trattatistica dell’ambasciatore, come, ad
esempio, il già citato Juan Antonio de Vera. Tuttavia è nel Seicento avanzato che si
assistette a una vera maturazione del tema, contestuale all’emergere di un robusto
pensiero sui fondamenti del diritto internazionale e allo spostamento della
produzione di opere in materia nell’Europa centrosettentrionale. In quest’ottica,
ricordiamo anzitutto Abraham de Wicquefort, autore delle Mémoires touchant les
ambassadeurs et les ministres publiques (firmato con l’acronimo L.M.P., «le ministre
prisonnier», poiché dopo la morte di Jan De Witt fu arrestato nel 1676 colpito dalla
repressione orangista) e del celeberrimo trattato L’ambassedeur et ses fonctions.
Questo, considerato un vero giro di boa nella storia della letteratura sulla
diplomazia, recava in apertura la considerazione circa la presunta banalità della
trattatistica precedente, colpevole di inseguire un ritratto di diplomatico ovvio e
astratto, quindi inservibile. In questo suo giudizio, Wicquefort fu tuttavia esagerato,
sicuramente ingeneroso nei confronti di tutta una serie di autori che aveva operato
il distacco dal servizio cortigiano, legato a una letteratura delle buone maniere e non
de-oggettivata nelle sue funzioni; in questo senso, da Barbaro in poi, era innegabile
che di strada se ne fosse compiuta. Tutto questo nulla toglie naturalmente
all’originalità del suo pensiero, alla sua sistematizzazione della materia che riduce di
molto l’apparato morale e le citazioni classiche, costruendo un metodo
dichiaratamente dialogico.

Secondo Wicquefort, il legatus non aveva alcun riferimento plausibile con la


contemporaneità, la cui differenza era data dalla più precisa definizione del ruolo
dell’ambasciatore impegnato in contesti internazionali marcati da un usage
moderne dello Ius gentium. Pur ripercorrendo i temi consueti della prudenza, della
finezza, delle virtù, egli sottolineò la necessità di impadronirsi di nuove conoscenze,
quelle relative alle leggi, alle procedure, alle convenzioni di un sistema ormai
autonomo, basato sulla concertazione europea. Non a caso uno degli snodi empirici
del suo ragionamento è rappresentato dalle trattative svoltesi vestfaliche a
conclusione della Guerra dei Trent’anni.

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Infine, nel mondo francese, non mancarono coloro che rimasero affezionati ad un
modo di scrivere del diplomatico forse più legato alla letteratura di maniera, il cui
scopo era spesso il risultato di interessi e pulsioni diverse. È il caso di François
Caillières, ambasciatore di Luigi XIV, il quale offrì la visione di un persistente
disordine dell’Europa in cui, più che in passato, risultava senza senso la ricomparsa
dell’utopica ridefinizione del «perfetto ambasciatore», collocato nell’infido limbo
della funzione del diplomatico fedele e della cortigianeria.

3. Conflitti e ambivalenze: il sistema diplomatico veneziano e il Turco nel XVII secolo

Dopo l’affrancamento veneziano dai vincoli della Lega Santa dal 1573 al 1645 si aprì
in realtà un lungo periodo di relazioni accettabili tra la Serenissima e la Sublime
Porta. Difatti, dalla battaglia di Lepanto (1571), dalla fine del mito di invincibilità in
mare delle flotte «turchesche» e dalla seguente conclusione di una fragile ma
duratura pace separata con il sultano, che aveva fatto gridare mezza Europa al
tradimento, si era fatta strada un’analisi molto lucida sulla forza ottomana e
sull’opportunità di utilizzare categorie diplomatiche e prudenti piuttosto che
confronti militari dagli esiti assai dubbiosi. In sostanza, la monetizzazione reciproca
della pace fu un efficace espediente che consentì una sostanziale affidabilità degli
equilibri politici e dei traffici. Per questo la guerra di Candia (1645-69) per molti fu
inaspettata e la discussione su di essa all’interno del patriziato molto concitata [la
posta in gioco nel conflitto, vinto dagli ottomani, era il possesso dell’isola di Creta, il
più grande e ricco dei possedimenti veneziani d’oltremare; Candia ne era la capitale].

È certo che la guerra fu avvenimento di svolta che colpì quella dimensione, più o
meno mitica, di Venezia quale centro d’informazione e tramite preferenziale con la
Porta, acquisita grazie alla consuetudine di partner consolidato e al vasto reticolo di
contatti con l’impero ottomano. Dimensione confermata dalla singolarità della figura
del bailo. Il bailaggio aveva difatti anticipato di due secoli la residenzialità
permanente ed era sopravvissuto alla caduta di Costantinopoli, divenendo lo
strumento giuridico, economico e diplomatico per eccellenza nelle relazioni veneto-
ottomane. All’indomani della guerra di Candia, invece, si crearono nuovi punti di
riferimento per il governo e gli agenti diplomatici turchi. Ciò nonostante, la rete

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diplomatica veneziana continuò a svolgere un ruolo di indubbio rilievo; anzi, la
vivacità, l’esperienza e la preparazione degli ambasciatori della Serenissima
probabilmente contribuiscono a spiegare la resistenza della stessa: in evidente
recessione ed isolata, la Repubblica riuscì a fronteggiare per quasi venticinque anni
l’urto ottomano con costi umani ed economici rilevantissimi.

La guerra di Candia era scoppiata a breve distanza dall’inizio delle trattative per le
paci di Westfalia e Münster, condotte, per Venezia, da Alvise Contarini, uno dei suoi
più grandi ambasciatori del ‘600. L’azione di Contarini fu sin da subito preziosissima.
In primo luogo perché sin dal ’44 Münster divenne il centro privilegiato in cui
venivano continuamente convogliate le notizie provenienti da Parigi, Amsterdam e
Marsiglia circa i preparativi ottomani cosicché, grazie alla validità della rete
informativa della Repubblica, egli fu in grado, anche se inascoltato, di avvisare
tempestivamente il Senato della possibilità di un’imminente aggressione. In secondo
luogo perché, una volta iniziata la guerra, riconobbe immediatamente nei congressi
un terreno eccellente per la strategia difensiva veneziana: la pace tra i principi
cristiani era condizione indispensabile per la sopravvivenza stessa di Venezia e dei
suoi possedimenti per cui orientò la sua azione in tal senso, profittando delle
occasioni che si presentavano per inserire nel dibattito la questione della lotta
contro il Turco.

La necessità di profittare al massimo delle trattative portò la Serenissima, attraverso


Contarini, ad evitare accuratamente di compiere scelte «compromettenti» ovvero a
rifiutare qualsivoglia coinvolgimento in un’alleanza politica, come ad esempio quella
propostagli dalla Svezia protestante. Alleanza che non solo avrebbe finito col
compromettere quella neutralità che era stata eletta a bussola della sua diplomazia
ma che avrebbe altresì rischiato di causare la perdita del sostegno e degli aiuti,
invero pochi, che essa era riuscita ad ottenere dagli stati cattolici. Sin dall’inizio,
infatti, risultò evidente al Contarini il distacco con cui Francia e Spagna guardavano
al colpo inferto alla Repubblica dalla Sublime Porta.

Quanto alla Francia, in realtà all’inizio era stata posta particolare cura nel
considerarla un interlocutore privilegiato da cui ottenere aiuti. E non erroneamente:
la politica francese non poteva essere ostile a Venezia, sia per il suo potenziale ruolo
in qualsiasi progetto d’intervento antispagnolo in Italia, sia per la convinzione che,
indebolita dalla guerra contro la Porta, essa non potesse pienamente assolvere nella
penisola un ipotetico ruolo di alleato in ragione delle sue davvero scarse simpatie

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verso la Spagna. Tuttavia, nel corso del conflitto, la Francia finì col sostituirsi alla
Serenissima come principale punto di contatto tra l’Impero ottomano e l’Europa e,
cosa ancora più importante, i risultati pratici degli aiuti furono fortemente
condizionati da una politica francese complessa e articolata, diplomaticamente
raffinata, propria di una potenza politica e commerciale di prima grandezza. Più
volte, nel corso delle trattative, il cardinal Mazarino tentò di conquistare la parzialità
veneziana con una politica oscillante tra la minaccia e la lusinga, in tal modo
instaurando un clima ricattatorio e non sempre ben definibile.

Neppure dalla monarchia spagnola Venezia ottenne grandi aiuti nell’assolvere la


funzione di «antemurale» della cristianità. È pur vero però che l’ambasciatore a
Madrid Pietro Basadonna riuscì a mitigare, se non a migliorare, le relazioni
storicamente difficili tra le due forze, ottenendo, ad esempio, nel 1652
centottantamila ducati a sostegno delle armate veneziane. Anche la diplomazia
spagnola, comunque, cercò di guadagnarsi i favori della Serenissima, approfittando
delle difficoltà in cui versava: vi furono pressioni per ottenere dichiarazioni
antifrancesi cui Contarini oppose le identiche risposte negative date ai francesi.

Tra le forze coinvolte nei negoziati, il governo veneziano decise di privilegiare quelle
con cui da tempo aveva stabilito i più solidi e fiduciosi contatti, su tutte le Province
Unite. Queste, tuttavia, fornirono aiuti e concessero permessi per compiere le azioni
di rifornimento nei loro territori ma non esitarono a opporre ostacoli ogniqualvolta
ritenevano di essere gravemente colpite nei loro interessi o esposte a rappresaglie.
Il loro apporto, insomma, non fu lineare né privo di intoppi.

Quanto al pontefice, Innocenzo X, la sua preoccupazione in quel frangente era


rivolta più alla politica continentale che non a quella levantina, in ragione
dell’avanzata del protestantesimo nella Mitteleuropa. Per questo, l’impegno sincero
del nunzio Fabio Chigi a sostegno della Serenissima fu del tutto inutile, non
riuscendo a smuovere la curia dal suo quasi completo disinteresse rispetto non solo
alla lotta antiturca, ma anche alla sua premessa, cioè la pace in Europa.

Da quanto sinora esposto, risulta chiaro che l’opera di sensibilizzazione delle


potenze alla tragedia della guerra di Candia, instancabilmente condotta dal
Contarini, non diede i frutti sperati. Anzi, per l’ambasciatore fu particolarmente
mortificante constatare il crescente isolamento della Serenissima. Tuttavia, sarebbe
ingiusto non riconoscere l’importanza e lo spessore dell’impegno da questi profuso:
in una situazione oggettivamente molto ingrata, Contarini non si risparmiò nel

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cercare spiragli, margini, possibilità che in qualche modo potessero dare respiro alla
Repubblica nei crescenti travagli di una guerra costosissima. Inoltre, nel suo lungo
soggiorno, nella valutazione degli eventi si trovò spesso in disaccordo col governo
veneziano e le sue decisioni. Già nel primo concitato periodo di guerra, infatti, aveva
criticato la lentezza delle risoluzioni e la leggerezza dimostrata dal governo nel non
prestare orecchio a tutte quelle notizie che, egli da Münster e Giovanni Battista Nani
da Parigi, avevano da tempo fornito. Grande fu poi la sua amarezza nel constatare il
pericoloso spirito d’improvvisazione che permeava le prime misure per fronteggiare
l’aggressione turca. Non sarebbe, tuttavia, corretto scorgere un vero e proprio
dualismo tra il suo operato e le decisioni del governo: si trattò piuttosto di
divergenze che non furono mai insanabili e che, nella correttezza del costume
diplomatico, non ebbero significativi riflessi sul suo comportamento (sempre
ineccepibile per dedizione e fedeltà). Certo, non si trattò di un caso isolato: altre
volte si più notare, di fronte alle incertezze del governo, un’insorgenza di iniziative
che attestano una difformità tra i tempi, i modi e le conclusioni degli ambasciatori e
quelli del Senato veneziano. È certamente il caso del Contarini nel rivendicare una
maggior competenza ed un minore provincialismo ma fu anche quello delle
rampogne di Giovanni Battista Nani all’immobilismo governativo o delle convinzioni
di Pietro Basadonna circa la sdrammatizzazione dell’ostilità spagnola contro i vecchi
fantasmi del passato.

In conclusione, Candia causò un vero dissanguamento di risorse e uomini e costituì il


baricentro delle strategie e delle preoccupazioni governative. Le quali si
intersecarono e si confrontarono con avvenimenti apparentemente estranei e con
gli stessi rapporti tra le potenze occidentali, sollecitando l’impegno della rete
diplomatica veneziana come non era accaduto in precedenza, se non nel periodo
seguente alla sconfitta di Agnadello, confermando una capacità analitica e uno
spirito di servizio non certo tramontati.

4. Paradigmi strategici: le relazioni tra Venezia e la Spagna di Filippo III

Il regno di Filippo II era stato vissuto dalla classe dirigente veneziana e dalla sua
diplomazia sotto una duplice veste. Venezia aveva senza dubbio apprezzato la

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stabilità portata dalla vittoria imperiale e spagnola nel quadrante italiano; al
contempo, però, non poteva non destare in essa preoccupazione il fatto che la
presenza spagnola nella penisola si fosse consolidata. Per questo, l’andamento delle
relazioni tra le due forze fu connotato dalla reciproca diffidenza e da una quasi
totale mancanza di sintonia sugli aspetti generali della politica italiana.
Un’asimmetria che si trascinò durante tutta la monarchia di Filippo III.

L’ultima parte del regno di Filippo II aveva visto delinearsi i contenuti che avrebbero
in seguito caratterizzato i rapporti tra la Spagna e la Repubblica. Contenuti che sono
riconducibili a una profonda crisi degli assetti politico-diplomatici. È infatti alla
rottura della Sacra Lega del 1573, posta in essere per fronteggiare vittoriosamente la
flotta ottomana a Lepanto, che bisogna riferirsi per seguire l’accelerazione della
formazione dei due partiti e orientamenti ‘storici’ veneziani: tra coloro cioè che
avevano accantonato qualunque velleità di una politica estera di respiro e quanti,
identificati nel partito dei «giovani», miravano a porre in campo una strategia in
grado di restituire tono e linfa all’influenza veneziana nella penisola, così da
rinverdire le grandezze del passato. Un passo ulteriore verso il deterioramento delle
relazioni fu, nel 1580, l’annessione del Portogallo, che venne vissuta con grande
preoccupazione a Venezia, in ragione dell’acquista possibilità dell’utilizzo logistico
militare e mercantile del porto di Lisbona e delle strutture marittime portoghesi da
parte della monarchia filippina. Tuttavia, è indubbio che a complicare il quadro sia
stata soprattutto la vicenda dell’Interdetto che aveva pericolosamente intrecciato i
rapporti veneto-ispanici con quelli veneto-pontifici. E straordinariamente
importante era stato il ruolo rivestito dalle diplomazie per giungere a una
composizione che avesse un carattere accettabile per le parti in causa: a Roma e a
Venezia innanzitutto e, non poi così di riflesso, a Madrid e a Parigi.

Ineludibile, dunque, prendere le mosse dalla scomunica papale inflitta nel 1606 alla
Repubblica che segna l’esordio del pontificato di Paolo V. I fatti sono noti:
all’intimazione di consegnare all’autorità ecclesiastica due ecclesiastici, accusati di
gravissimi delitti e fatti arrestare dal Consiglio dei Dieci, la Repubblica aveva risposto
semplicemente con un secco no. E un altro diniego orgoglioso venne opposto alla
richiesta di abrogare tre leggi definite «antiromane»: la prima, che aboliva il diritto
di prelazione degli ecclesiastici sui beni enfiteutici e le altre due che estendevano, a
tutto il territorio veneto di terraferma, il divieto di costruire senza autorizzazione
chiese, centri assistenziali e luoghi pii.

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Come noto, la questione ebbe una risonanza europea e sin da subito fu percepita
come un ideale confronto sui presupposti stessi che dovevano ispirare i rapporti tra
le sovranità regali e repubblicane e la Chiesa cattolica postridentina. Non stupisce,
dunque, l’epifania di un équipe di storici, giuristi e intellettuali particolarmente
impegnati intorno alla definizione di quella che si può definire una compiuta dottrina
sul potere temporale dei papi e sulla sua indissolubile relazione con il potere
spirituale. Tra questi, va ricordato anzitutto Cesare Baronio, l’ex-confessore di
Clemente VIII [predecessore di Paolo V] che, sino all’ultimo, si adoperò per le ragioni
di Roma. Nella sua Paraenesis ad Rempublicam Venetam del 1606 istituiva una
comparazione tra il Senato veneziano e il modello anglicano, cercando di dimostrare
che il peccato originale della nuova intellighenzia veneta, Sarpi in testa, stava nella
sua distorsione della storia, una storia scandalosamente deprivata della verità
cristiana e teologica. Altro protagonista della disputa, sotto pseudonimo, fu Antonio
Possevino, autore della Risposta del signor Paolo Anafesto all’avviso del sig. Antonio
Quirino e della Nuova risposta di Giovanni Filoteo di Asti alla lettera di un teologo, in
cui rileggeva senza troppi complimenti la storia veneziana, smontando l’autonomia
della legittimità stessa della sovranità e della libertà repubblicane che, nella notte
dei tempi fondativi della città lagunare, venivano rese dipendenti dall’autorità
pontificia; il resto era stata un’usurpazione secolare a cui bisognava mettere fine. E
quindi, sullo sfondo, il più temuto a Venezia e non solo: Roberto Bellarmino. La sua
risposta pamphlettistica ai veneziani aveva come centro la contestazione di Giovanni
Marsilio, quando sosteneva che l’origine dell’esclusione dalla potestà secolare delle
esenzioni ecclesiastiche fosse de iure humano e non de iure divino.

Nella fase successiva alla crisi, per una ricomposizione difficile il papa ricercò nel suo
rappresentante diplomatico innanzitutto una solida competenza giuridica. La scelta
ricadde su Berlingerio Gessi. Tuttavia, dopo centotrentotto mesi trascorsi a Venezia
tra puntigliose indagini, raccolta d’informazioni e tentativi di corruzione, Gessi nelle
sue relazioni finale ci trasmette tutta la sua fatica nel tentativo di conservare un
livello minimale di decenza all’espletamento delle sue facoltà, alle potenzialità
d’intervento della nunziatura e al funzionamento degli organismi ad essa riferiti. Una
situazione in cui la giurisdizione ecclesiastica era continuamente ferita ed ingabbiata
da quei «mali consultori» che non erano stati consegnati agli inquisitori. Lunga poi la
lista delle controversie che dovette gestire: le vertenze confinarie; il credito delle
magistrature veneziane presso gli ecclesiastici più riottosi ed opportunistici; il
dominio dell’Adriatico. Quest’ultimo, invero anacronistico e minacciato, per parte

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veneta si risolveva sostanzialmente nel mantenimento di una stretta sorveglianza sui
tentativi di commerciare il sale da parte del papa in altri territori (quel sale che,
insieme al vino e all’olio, rappresentava una voce importantissima delle entrate
della Repubblica in una fase congiunturale assai negativa).

Denso, in tutto l’evolversi della vicenda, fu il livello di interazione e comunicazione


intavolate tra Roma e la corte spagnola. Paolo V aveva sollecitato il suo nunzio a
Madrid di riferire in tutta segretezza a Filippo III e al suo valido Lerma che si era reso
improcrastinabile un intervento di aiuto spagnolo; in risposta, tuttavia, ebbe un
garbato rifiuto. Altrettanta cautela fu peraltro usata dalla diplomazia veneziana
rispetto alla prospettiva di un accordo coi francesi e col duca di Savoia.

Invero, il tornante decisivo dell’irrigidimento veneziano e della fine di un intero


periodo relazionale con la Spagna avvenne a seguito della morte di Enrico IV (1610).
In quel momento, infatti, prese corpo il progetto di un ampio fronte insieme
antispagnolo, antimperiale e antipontificio che avrebbe dovuto sostanziarsi in una
comunità d’intenti con l’Inghilterra di Giacomo I Stuart, l’Unione Evangelista, il
Savoia e le Province Unite con un ruolo di spicco dell’Inghilterra. Su queste basi,
nella successiva guerra tra la Spagna e il Savoia (1613), Venezia, seppur con una
certa incertezza, condusse azioni di sostegno finanziario e militare al primo. I
rapporti con la Spagna, quindi, si fecero sempre più tesi e caratterizzati
dall’impossibilità di portare avanti il dialogo anche se la rottura si palesò solo
qualche anno più tardi, nel 1619, quando la Repubblica si schierò di fatto dalla parte
dei ribelli, rivelando il patto segreto di assistenza al duca di Savoia e, qualche mese
dopo, stipulò un accordo molto simile di mutua assistenza con le Province Unite. La
crisi della Valtellina dell’anno dopo mutò poi il contesto poiché divenne evidente la
deriva pacifista di Giacomo I Stuart mentre entrarono in crisi i rapporti tra Venezia,
Inghilterra e Province Unite. La prima, a quel punto, tornò sugli intendimenti
crudamente antispagnoli dell’inizio e la dialettica all’interno del suo ceto dirigente
ridiede ossigeno agli avversari più agguerriti del gruppo sarpiano.

Il senso profondo di questa complessa stagione di relazioni veneto-spagnole può


esser decifrato anzitutto attraverso quei singolari contenitori di memoria politica,
geografica, sociologica e diplomatica, rappresentati dalle Relazioni sulla Spagna degli
ambasciatori veneti a Madrid. In esse, uno spiccato radicalismo si imponeva come la
cifra prevalente dell’analisi storica pur coniugandosi, al contempo, ad un’alta
considerazione della Spagna di Filippo III, una nazione da trattare con il riguardo

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dovuto a una realtà «poderosa» e rilevante. In tal senso, la Relazione di riferimento
è quella di Francesco Soranzo del 1602, in cui Madrid rimane un affresco
ineguagliato e, sotto una filigrana descrittiva e analitica del complesso della
monarchia, si toccavano corde fondamentali per interpretare la natura delle
relazioni veneto-spagnole. Soranzo, infatti, sottolineava quanto fosse cambiata
l’organizzazione del potere spagnolo con il regime del valimiento [Filippo III nominò
il duca di Lerma valido, ovvero suo favorito, il che voleva dire che tutte le pratiche
amministrative sarebbero state amministrate da Lerma prima di giungere da lui
medesimo]. Questa nuova condizione e l’influenza esercitata dai Grandes, ammessi
alla condivisione del potere, avevano reso la corte madrilena estremamente
complicata nei suoi meccanismi decisionali: i nobili, anestetizzati ed estromessi dallo
spirito accentratore di Filippo II, si rivelavano ora psicologicamente e politicamente
inadeguati alle incombenze di governo trascurate da un Filippo III impegnato in
cacce, cavalcate e piaceri cortigiani. Ben presto, dunque, da parte veneziana, si
indicò nel duca di Lerma la suprema autorità e nel sovrano una sorta di passacarte.

A confermare altresì la poderosità della monarchia spagnola tornò il successore di


Soranzo, Francesco Priuli, elencando i numerosissimi territori dominati da Filippo III
per poi compararli ai quattro elementi primigeni: la Spagna era la terra, le Indie
l’acqua, l’Italia l’aria e la Fiandra il fuoco. Non diversamente,nel 1611 Gerolamo
Soranzo evidenziò la difficoltà di ragionare su un «impero così grande e tanto
ampio». Lucida e preoccupata fu invece la Relazione di Pietro Gritti (ambasciatore in
Spagna dal 1615 al 1619), incentrata sui mutamenti degli equilibri a corte nel
crepuscolo di Filippo III: a seguito dell’impallidire della stella del duca di Lerma e
dell’affermarsi dell’opposta fazione guidata dal duca di Uceda (figlio dello stesso
Lerma) e da Luis de Aliaga, il pacifismo non aveva più molto credito a corte, anzi,
l’ostilità nei confronti di Venezia non faceva che aumentare.

Al pari delle Relazioni, utili per la ricostruzione dei rapporti veneto-spagnoli sono poi
alcune opere, a cominciare dalla Historia veneta di Andrea Morosini (scritta, in
controtendenza, in latino per avere un più ampio pubblico in Europa, soprattutto
alla luce della rilevanza della vicenda dell’Interdetto). Nella sua ricostruzione,
Morosini insistette sulla crescente belli suspicio di cui si circondavano gli spagnoli
nelle loro manovre militari nei territori italiani occupati e sottolineò l’annichilimento
prodotto dall’assassinio di Enrico IV, in un Senato attonito e silenzioso, in stridente
contrasto con la relazione della morte di Fuentes [generale e politico spagnolo,
nominato governatore di Milano nel 1600], avvenuta nello stesso anno. Nelle Istorie

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di Niccolò Contarini, membro di spicco dei «giovani» nonché doge, i sentimenti civili
e repubblicani che permeavano l’Historia di Morosini risultarono ancora più
accentuati. Dell’opera, però, risaltava soprattutto l’intento di valorizzare gli acerrimi
nemici della Spagna, sottolineando, ad esempio, la vitalità delle Province Unite, la
forza morale e la capacità di governo di Elisabetta Tudor, la centralità della Francia. E
si finiva per addossare a Madrid la responsabilità del clima di assedio che aveva
costretto la Serenissima a stornare ingenti risorse per la difesa.

Assai diverso lo spirito di Giovanni Battista Nani, nella cui Istoria risultava evidente il
tentativo di organizzare la memoria storica sulla cifra del pacifismo e della neutralità
tra le potenze cristiane del Vecchio continente e di dipingere, quindi, Venezia come
la sede di una tradizione pacifista, di una «lunghissima quiete» durata sino alla
Guerra dei Trent’anni. Questa visione evidentemente rimuoveva d’incanto le
responsabilità veneziane e le tensioni interne al gruppo sarpiano che aveva creduto
di potersi misurare con la monarchia spagnola. Sarebbe tuttavia improprio
confondere il conservatorismo pacifista di Nani con un atteggiamento velatamente
assolutorio degli Spagnoli e della loro politica italiana durante il regno di Filippo III.
Le continue riflessioni sulla destabilizzazione di Carlo Emanuele di Savoia oppure le
protezioni dell’imperatore alla pirateria che Madrid portava avanti nel mar Adriatico
confermavano il permanere di un’ostilità irrisolta durante il primo ventennio del
‘600. Anche Nani, fine, si espresse in maniera assai negativa rispetto al regime del
valimiento.

Questo sguardo rivolto alla storiografia pubblica può essere integrato da un


richiamo a Paolo Sarpi, ovvero al contemporaneo che più di ogni altro incarnò il
progetto politico più antagonistico ai disegni spagnoli e papali. Il suo Trattato di
pace et accomodamento, che ricostruiva le trattative che portarono a chiudere la
guerra contro l’arciduca Ferdinando nel 1617, rappresentò una delle descrizioni più
virulente della minaccia costituita dagli Spagnoli per la Repubblica sul finire del
regno di Filippo III. Incardinate sulla traccia dell’incertezza decisionale della corte
madrilena, venivano sottolineate le perfidie e le arroganze dei rappresentanti
ispanici in Italia. Trattasi, dunque, di un’opera destinata a servire alla serrata
discussione della classe dirigente veneziana sugli orientamenti da dare alla politica
estera. Sulla stessa lunghezza d’onda si collocava la Breve relazione della Valtellina.

È significativo, come constatazione a margine di questa rassegna, che sin dal 1604,
nel linguaggio politico e diplomatico veneziano ricorresse sempre di più il termine

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generico Spagnoli piuttosto che monarchia spagnola oppure re di Spagna: quasi a
contrassegnare lessicalmente una mutazione politica avvenuta con la successione
del più ‘debole’ Filippo III all’autorevole Filippo II.

Accanto alle numerose dissonanze e malcelati tatticismi, si potevano tuttavia


registrare episodicamente, soprattutto sul tema della conflittualità giurisdizionale
tra diritto laico e diritto ecclesiastico, delle sintonie inattese tra spagnoli e veneziani.
È soprattutto nei consulti sarpiani a ridosso della crisi dell’Interdetto che si riscontra
un ricorrente richiamo alla monarchia filippina del ‘500 e del primo ‘600 attraverso
cui portare avanti la contestazione della potestas diretta e indiretta papale. Una
potestas considerata un inammissibile vulnus dell’ambito dello Stato repubblicano.
Già nel primo consulto del 1606, compilato per difendere le leggi veneziane che
vietavano la fabbricazione di luoghi pii e l’alienazione di beni laici in favore del
mondo ecclesiastico senza il consenso del Senato, appariva l’attenzione di Sarpi
verso una Spagna elevata a riferimento teorico sulla cui base costruire l’impianto
giuridico delle motivazioni antiromane. L’argomentazione sarpiana poggiava sulle
opere di insigni giuristi come Francisco de Vitoria o Giovanni Medina e, ancor di più,
sull’esperienza storica, in particolare sulla «contradizione» opposta dai re iberici alla
bolla In coena Domini [nella redazione di Pio V promulgata nel 1568; recava delle
aggiunte relative a gabelle e dazi, di cui la Chiesa condannava l’abuso, che furono
tra le cause del contrasto con Filippo II]. La Spagna diveniva così un paradigma di
abilità nel coniugare il senso dell’identità nazionale e le prerogative temporali nel
contrasto degli abusi e delle ingerenze papali. Ad un rapido sondaggio si possono
ritrovare rinvii di questa natura al modello ispanico anche nelle Istorie veneziane del
Contarini, a testimonianza di una condivisione «ambientale» di un gruppo coeso che
mostrava una sensibilità spiccata verso la vigilanza giurisdizionale come terreno
principe della politica degli Stati.

Ai richiami sarpiani e agli esempi citati può far da contrappunto l’enorme sollievo
provato a Madrid dopo la conclusione della crisi dell’Interdetto. Non solo per gli
scenari che uno scontro armato tra il pontefice e la Repubblica avrebbe potuto
provocare nello scacchiere italiano, per gli spazi di intervento che si sarebbero aperti
per la Francia oppure per il pericolo che Venezia avrebbe potuto rivolgersi alle
potenze eretiche inglesi e olandesi, se non addirittura ai Turchi, ma anche per un
pensiero remoto sulla difesa, se non sull’ampliamento, della sfera d’influenza del
potere monarchico. Quanto a Venezia, rincipalmente nella seconda parte del regno
di Filippo III, si delineò un crescente appiattimento ideologico sulle posizioni romane

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e la Spagna divenne un riferimento sempre più tenue nel pensiero intellettuale
come modello di indipendenza, finendo per assumere i connotati non solo di
potenza particolarmente ostile ma di una monarchia cattolica impegnata in un
gigantesco progetto di restaurazione confessionale.

Certo è che, a metà del secolo XVII, con la Repubblica impegnata nella guerra di
Candia, il clima era cambiato ed il passato sembrava lontano. Anzi, a venticinque
anni dalla scomparsa di Filippo III, un memoriale anonimo del 1644 destinato
all’arcivescovo di Pisa Scipione Pannocchieschi d’Elci, nuovo nunzio a Venezia,
segnalava quasi un rammarico e un pentimento per la sorte della monarchia
spagnola. Un orientamento ben diverso da quello mostrato, all’inizio del secolo, da
Francesco Soranzo, il quale aveva posto due grandi questioni quale sfondo
preliminare per comprendere la natura dei rapporti tra Venezia e la Spagna: il
timore di essere semplicemente sopraffatti dalla potenza spagnola in Italia e la
speranza di poter contare su di essa per rintuzzare gli attacchi ottomani nel fronte
orientale. Nel memoriale poc’anzi citato, questo vecchio dilemma sembrava
definitivamente sciolto e persino anacronistico, alla luce almeno di un presente
radicalmente mutato e contrassegnato dall’incedere inarrestabile dell’egemonia
francese sull’Europa.

5. Diplomazia pontificia e cerimoniale tra Cinquecento e Seicento: metamorfosi e


continuità

All’indomani del Concilio di Trento, la diplomazia pontificia mostrò una straordinaria


vitalità, avente le sue radici, tuttavia, nel periodo preconciliare. Difatti, la traumatica
vicenda del Sacco di Roma del 1527 aveva rivelato la debolezza romana in tale
ambito e quindi condotto ad una riconsiderazione dell’essenzialità dell’istituzione
diplomatica. Paolo III, in particolare, si adoperò fortemente nell’impostare la
questione e nel rilanciare il ruolo di mediazione della Santa Sede, promuovendo una
riforma che fece del nunzio un soggetto pastorale di sorveglianza e di controllo, in
una forma, per così dire, vicariale del pontefice, che veniva rappresentato a tutto
tondo nella sua potestà di capo di Stato. Come conseguenza, si dissolse la

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separazione tra funzioni essenzialmente ecclesiastico-pastorali e di collettoria e
funzioni di rappresentanza diplomatica vera e propria.

Il passo successivo fu l’ampliamento delle nunziature permanenti grazie a Gregorio


XIII (1572-85) che portò a tredici il loro numero, assicurando così una continuativa e
qualificata presenza nelle principali corti europee. Un personaggio chiave del
sostegno della rete dei nunzi e nell’attivazione di diplomazie parallele fu il suo
segretario di Stato, il cardinal Tolomeo Galli, che assecondò vistosamente
l’annessione castigliana del Portogallo nel 1580. Le attività diplomatiche vaticane
toccarono il loro apice nel lungo pontificato di Urbano VIII (1623-44).

Nel corso del ‘600 si manifestò un’infervorata pubblicistica intenta a sviluppare una
teorica della diplomazia come forma di relazione tra Stati e a mettere ordine nei
dettami di un cerimoniale in perenne modificazione. Il credito riscosso da queste
opere dimostrava chiaramente il superamento di una visione di «uomo di corte» o
di «rango ecclesiastico», per sostituirla con la preoccupazione di riconoscere
un’autonomia alla funzione di diplomatico e al cerimoniale come ambiti e spazi
codificati per operare secondo norme universalmente credibili. In questa
letteratura, i cui principali esponenti furono Abraham de Wicquefort e Jean Dumont,
oltre a Gregorio Leti, Giralamo Lunadoro e altri, per la sua valenza simbolica non
poteva certo mancare Roma. Anzi, all’enfasi cerimonialistica che regolò i rapporti
diplomatici di tanta parte del mondo barocco si sovrappose la doppia natura di
carattere temporale e spirituale del nunzio che, nonostante la progressiva aderenza
alla figura del diplomatico secolare, vedeva pur sempre convivere nella stessa
persona la sorveglianza e la riorganizzazione ecclesiastica da un lato e dall’altro la
gestione dei rapporti con il potere civile.

Una questione che procurò un qualche imbarazzo al già ricordato Bragaccia,


trovatosi in difficoltà nello scrivere, in una Repubblica veneta oltretutto dominata
dai «giovani» come Niccolò Contarini, intorno ad ambasciatori così anomali «li quali
hanno per oggetto principalmente le cose divine mescolate coll’humane». Ad ogni
modo, ai nunzi Bragaccia richiedeva una maggiore attenzione nei comportamenti
virtuosi e nella pietà, nella saggezza come nella dignità. Gregorio Leti, dal canto suo,
si preoccupò ben due volte di illustrare i compiti e la pratica della diplomazia
pontificia. Una prima con l’Itinerario della corte di Roma, nella cui seconda parte
figurava una trattazione dal titolo Delli legati apostolici et a latere, animata dalla
volontà di descrivere i simboli, le mansioni e i modi propri dell’istituzione

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diplomatica; una seconda, con Il cerimoniale historico e politico, dedicata al Re Sole.
L’asserzione, in quest’ultima presente, della superiorità della precedenza papale –
da collocare all’interno dell’atteggiamento adulatorio di Leti rispetto a Luigi XIV,
impegnato nello sterminio e nell’espulsione degli Ugonotti – era chiara prova della
persistenza di una peculiarità che tuttavia stava diventando anacronistica nelle
relazioni estere e che veniva legittimata unicamente per consuetudine e rispetto del
decoro.

Nel corso del XVII secolo, un ambito particolare, in cui individuare la distanza tra la
teoria cerimonialistica sulla diplomazia papale e l’attività romana in politica estera fu
quello delle mediazioni. In esse affiorò ben presto il disagio di una figura che voleva
mantenere un ruolo super partes, giustificato dalla sua garanzia spirituale e di
salvaguardia confessionale e, insieme, un soggetto politico che di fatto era coinvolto
in un «sistema» delle nazioni il quale, però, non sempre riteneva il pontefice ed i
suoi rappresentanti come titolati a svolgere un ruolo di neutralità nella
composizione dei conflitti. Tale contraddizione emerse chiaramente nel corso delle
trattative vestfaliche, protrattesi dal 1643 al 1648.

I congressi vestfalici – che, fra l’altro, posero fine alla lunga crisi dell’istituto
diplomatico come strumento per risolvere le tensioni politiche e confessionali tra le
potenze – furono teatro di infinite contese procedurali che investirono
prepotentemente il cerimoniale e l’etichetta. Del resto, che il cerimoniale venisse
utilizzato come espediente per rendere le trattative difficoltose o addomesticabili
secondo i propri interessi contingenti era una consapevolezza diffusa, a cominciare
dai mediatori. Dunque quelle che potrebbero apparire agli occhi di un
contemporaneo come bizzarrie di personaggi lunatici furono problemi terribilmente
seri che bloccarono a più riprese l’attività diplomatica. Così, delicatissimi, per non
urtare la suscettibilità dei nobili convenuti, si rivelarono il calendario degli omaggi e
delle visite e l’adozione di formule di cortesia, per non parlare della distribuzione
pletorica dei vari titoli di «eccellenza», «eccellentissimo», «eminenza», «vostra
grazia principale» ecc… . Insomma, una conoscenza e una preparazione
approfondita dei cerimoniali erano necessarie al personale diplomatico di primo
ordine lì riunito, compreso quello vaticano. Riferendosi poi a francesi ed olandesi,
ossia a coloro che più profittarono degli esiti delle paci del 1648, era evidente come
il cerimoniale fosse l’accessorio naturale su cui poggiare il sentimento di una
certezza, presunta dalla maggiore fortuna politico-militare delle loro nazioni, per
comunicare agli avversari la loro debolezza e inferiorità. L’ostinazione sugli aspetti

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cerimonialistici e il peso loro attribuito divennero sovente il grimaldello della
gestione delle trattative.

Durante il XVII secolo per la diplomazia pontificia si pose poi la questione dei
rapporti col mondo protestante. Ovviamente ciò avvenne a Westfalia, ove vaste
porzioni delle classi dirigenti europee chiedevano ormai al papa di distinguere, in
nome della pace, il suo duplice ruolo di sovrano temporale e di capo spirituale. La
crisi della doppia veste diplomatica dei nunzi era infatti nell’aria. Cosicché, in un
lungo trattato anonimo in materia diplomatica, scritto con papa Urbano VIII
regnante, veniva efficacemente argomentata una numerosa serie di obiezioni
attraverso cui recuperare un pieno ruolo di mediazione pontificia. Ad esempio
ricorrendo a motivazioni storico-bibliche e quindi scomodando personaggi di primo
piano come David o Bonifacio VII oppure pontefici più recenti (Giulio II, Clemente
VII, Paolo IV ecc.), per dimostrare come anche principi cattolici potevano allearsi e
concludere la pace con gli infedeli e i protestanti. Alla fine comunque, il disagio di
dover mantenere un contatto con le potenze protestanti fu aggirato dalla diplomazia
veneziana che supplì a questa incombenza anche se, durante le trattative, non
mancarono segnali da parte di Chigi di considerare, in particolari circostanze, gli
ambasciatori «heretici» come «persone publiche», con cui i principi cristiani si
potevano permettere di «far civiltà». Va, infine, notato che in tutta la vicenda
diplomatica vestfalica si consumò un certo esautoramento della religione quale
valore principe in grado di governare anche la guerra, le alleanze, o gli accordi.

L’universo di lingua tedesca continuò ad essere uno scenario privilegiato per


misurare le caratteristiche dei comportamenti diplomatici pontifici, soprattutto in
occasione della Dieta di Ratisbona del 1653, la prima dopo la catastrofica
conclusione, per la curia romana, della pace di Westfalia tra la Francia e l’Impero [la
pace di Westfalia accrebbe la potenza della prima e, allentando i vincoli tra signori
feudali e Corona imperiale, indebolì il sistema politico-sociale del secondo]. A
Ratisbona, la Sante Sede inviò il nunzio Scipione Pannocchieschi d’Elci direttamente
da Venezia. Il primo problema da affrontare fu, ancora una volta, quello del
cerimoniale: data l’importanza dell’evento, la delicatissima occasione
dell’«ingresso» di Pannocchieschi fu preparata con largo anticipo, chiedendo a
Malatesta Buglioni, nunzio dal 1634 al 1639, notizie circa il comportamento tenuto.
Quale posto occupare, dove alloggiare decorosamente, che ordine dare alle visite, a
lui si domandava soprattutto se avesse trattato con alcuni dei principi protestanti.
Nella realtà, tutto si svolse in maniera molto tesa, con i funzionari imperiali che

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premettero affinché il nunzio usasse discrezione e si esimesse dal fare «ingressi»
particolari, contribuendo così ad appianare le frizioni. Con gran fatica venne
raggiunto un compromesso che si concretizzò in un «ingresso» pubblico senza
l’invito ai principi e agli elettori ma solo con gli apparati del nunzio ricevuto dalle
carrozze imperiali. Tutto ciò nell’illusione di fermare il tempo e riproporre uno stile
curiale ormai compromesso nei fatti.

La Dieta di Ratisbona fu la prima vera occasione di confronto dopo le paci del 1648
per discutere di argomenti rinviati proprio a quella sede. Si trattava di questioni
cruciali che avrebbero misurato il grado di stabilità raggiunto nel dopoguerra:
l’elezione dell’imperatore, le disposizioni elettive, la configurazione dei circoli,
l’amministrazione finanziaria e l’ordinamento giudiziario. Essa, tuttavia, era un vero
e proprio ginepraio, in cui si muovevano tre diversi soggetti politici: gli elettori; i
principi ecclesiastici e secolari dell’una e dell’altra religione; le città libere
dell’Impero. Di qui la prudenza che la Santa Sede ebbe cura di utilizzare.

Fu sulle questione di giustizia che i due campi professionali si scontrarono


maggiormente. I protestanti volevano, anzitutto, la parità dei ministri di Giustizia
nella Camera di Spira e, in secondo luogo, la sospensiva prima dell’esecuzione nella
revisione delle cause che fossero in piedi con i cattolici; inutile dire quanto questa
prospettiva fosse osteggiata dal pontefice. Un altro terreno di confronto fu quello
simbolico: i protestanti richiesero la costituzione di una commissione mista
imperiale per stabilire un nuovo calendario a cui fosse dato il nome di «ferdinandeo
o dell’Impero». Era chiaramente un attacco al papa e alla sua autorità:
ridimensionare l’enfasi attribuita al valore universale del calendario gregoriano
significava rifiutare il tempo cattolico e fondare un tempo imperiale. In altre parole,
significava ledere il controllo ideologico del tempo, sacro e profano, della Chiesa.

In conclusione, affiora un bilancio denso di una nunziatura difficile, in cui emerge la


necessità di superare l’inadeguatezza della Curia a percepire l’intreccio indissolubile
in primo luogo tra aspetti politici e giuridici e solo in subordine confessionali come
caratteristica della situazione imperiale.

Nel 1675, prima del congresso di Nimega [convocato tre anni dopo per porre fine
alla guerra tra la Francia e le Province Unite], il papa destinò come plenipotenziario
l’arcivescovo di Ravenna Fabio Guinigi e nell’istruzione ci si preoccupò ancora a
lungo di quale atteggiamento tenere nei confronti dei protestanti. Al Guinigi si
raccomandò souplesse: egli doveva fare certo una distinzione tra cattolici ed eretici

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ma doveva assolutamente astenersi da impulsi offensivi tali da compromettere
l’esito della missione pontificia ai congressi. Tuttavia, proprio a Nimega, nella
insignificante presenza del nunzio straordinario Luigi Bevilacqua, fu evidente la
parabola sempre più discendente che aveva ormai imboccato lo spessore
internazionale della Santa Sede. L’interposizione diplomatica, infatti, cadde nel
vuoto per l’intransigenza del papa, contrario a cedere alle richieste olandesi,
caldeggiate a Roma dall’imperatore; e la pace fu conclusa nel 1679 senza
partecipare alla firma.

A Nimega si consumò uno degli ultimi atti internazionali del XVII secolo, prima del
decadimento del primo ‘700 in cui tutte le velleità naufragarono di fronte al
fallimento del neutralismo di Clemente XI; il papa, impotente in occasione della
successione spagnola, fu in seguito ancor più gravemente offeso dalla totale
esclusione dei trattati di pace di Utrecht e Rastadt, in cui nemmeno la statura di
Domenico Passionei riuscì a risollevare le sorti di una diplomazia che aveva risolto
tutti i suoi antichi e nuovi problemi di cerimoniale con la pressoché totale scomparsa
sulla scena internazionale del suo credito temporale e politico.

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