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Economica Laterza

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Giovanni Brizzi

Scipione e Annibale
La guerra per salvare Roma

Editori Laterza
© 2007, Gius. Laterza & Figli

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione 2009

Edizioni precedenti:
«i Robinson/Letture» 2007

Progetto grafico
di Silvia Placidi / Graficapuntoprint

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel febbraio 2009


SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-8861-5

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Scipione e annibale
Roma, 179 avanti Cristo
Venite, venite tutti intorno a me. Mettiamoci qui, su questo mu-
retto, davanti alle impalcature del tempio di Giove Capitolino:
è il punto più adatto, vedrete, per parlare di Scipione l’Africa-
no. Ci godremo, oltretutto, lo spettacolo dei lavori: non manca
molto a che la stuccatura delle colonne sia finita. Come cambia,
Roma, di questi tempi...
Ma torniamo a Scipione: sono stato un suo soldato prima
della disgrazia, anche se non sono molto più giovane di lui; e di
lui so molte cose e posso raccontarvele. Cosa volete, credo che
quando due uomini debbono incontrarsi...
Parte prima
Prologo
Scipione:
La vigilia
di Zama
Africa settentrionale, mese di ottobre. Anno ab Urbe condita 552, sotto
il consolato di Tiberio Claudio Nerone e Marco Servilio Gemino. 613 dal-
la fondazione di Cartagine. Olimpiade 144, 3. 202/201 avanti Cristo.

Non aveva dormito molto, Publio, quella notte. In verità non


dormiva più molto da anni, da quando cioè la sorte e il popolo
di Roma a un tempo gli avevano affidato il comando di un’ar-
mata da condurre in Spagna. Superata ben presto l’insonnia tre-
pida del novizio, alla rinuncia, invero piccola, rispetto al riposo
superfluo egli si era però poi quasi subito naturalmente assue-
fatto in nome del dovere verso i suoi uomini; e si era abituato
così a concedere alla quiete e alla veglia soltanto il tempo libe-
ro da impegni, acquistando tra l’altro la capacità, preziosa, di
assopirsi a comando, anche per pochi attimi di ristoro soltanto.
Nei brevi intervalli durante la marcia gli era dunque accaduto
spesso, in seguito, di abbandonarsi – incurante del silenzio, del-
le comodità, della morbidezza del giaciglio – persino sulla nu-
da terra, soldato tra i soldati, confuso fra le truppe anche dalla
coltre che lo avvolgeva, il sagum piuttosto che il paludamentum
o addirittura la semplice tunica.
Eppure, c’era stato un tempo, quando ancora era giovane –
ma non era giovane ancora? In fondo, aveva trentaquattro an-

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ni appena... – in cui gli era piaciuto molto indulgere ai piaceri
materiali; a tutti, e non soltanto al sonno. I suoi detrattori poli-
tici – e, tra essi, particolarmente pungente il suo questore, Mar-
co Catone, le cui premure verso di lui dovevano esser state, per
l’addietro, occultamente ispirate dal nobilissimo Quinto Fabio,
che gli dei gli dessero finalmente pace agli Elisi... – gli rinfac-
ciavano ancora l’eccessivo compiacimento verso i costumi loca-
li mostrato durante il breve soggiorno in Sicilia; e biasimavano
il troppo tempo da lui speso, alla maniera dei Greci, nella cura
del corpo e negli svaghi più diversi, tra bagni, ginnasio e teatri.
Quanto chiasso per qualche innocente distrazione! Di ben al-
tro genere erano state, in passato, le sue scappatelle. Vi era sta-
to addirittura un tempo nel quale aveva, volentieri e sovente, sa-
crificato ad Afrodite. Ancora adolescente – non aveva neppure
diciassette anni –, ma già precocemente inclinato verso le don-
ne, era stato persino levato d’impaccio, un bel giorno, dal pa-
dre in persona – in quel momento console della res publica! –,
il quale lo aveva fatto uscire, coperto da un semplice pallio, dal
cubiculo di una condiscendente matrona; e lo aveva poi debi-
tamente rimproverato, pur senza riuscir a mascherare del tutto
il suo intimo compiacimento. Aveva appartenuto, allora, alla
gioventù più nobile, scapestrata e viziosa di Roma; e lo avevano
reso seducente per gli altri, non solo per le donne, insieme con
il viso dagli alti zigomi rilevati e le folte chiome dalle ciocche ri-
belli, gli occhi intelligenti e l’innata affabilità dei modi. Era un
giovane cui tutto si perdonava; ma anche in seguito la sua phi-
logynaikìa, la sua passione esclusiva per le donne, era rimasta
proverbiale. Così – malgrado, da buon Romano, le avesse fatto
generare già due figli –, non poteva, in coscienza, affermare di
esser stato sempre fedele alla sua Emilia...
Ora, però, tutto questo era passato, anche se – sperava... –
non per sempre. Il campo era infatti un mondo diverso; e, alme-
no da quando comandava un esercito, cercava per quanto possi-
bile di astenersi dal sesso. Non gli andavano gli sfoghi tra com-
militoni, mentre, per quanto riguardava le donne, da un lato si

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sentiva vincolato all’imitazione dei modelli prescelti, Alessandro
e – non lo avrebbe mai ammesso apertamente con altri... – An-
nibale stesso, la cui continenza era famosa persino tra i nemici;
dall’altro mal tollerava che i suoi uomini non sapessero, al bi-
sogno, fare a meno del corpo di una femmina, ed era dunque
contrario a imporre loro un disagio che non fosse pronto a con-
dividere di persona. Per lui era stato proprio questo il più gra-
voso dei sacrifici, la castità forzata; questo e, insieme, il dover
abbandonare in gran parte le delizie e l’impegno dell’otium, di
quegli studî cioè che lo tenevano tanto più occupato quanto più
era solo con sé stesso. Al campo vi era poco tempo da dedicare
alle letture; e, al di là del molto lavoro da compiere, che impe-
gnava costantemente a fondo persino durante i mesi della sosta
invernale – bisognava pur riparare i guasti subiti dall’esercito,
tenere allenate le truppe e preparare ogni volta la successiva
campagna –, la necessità di viaggiare spediti obbligava a portar
seco pochi, scelti volumina. Come per il sonno, al resto degli agî
aveva, invece, rinunciato in fondo a cuor leggero. Benché non
gli dispiacesse talvolta accostarsi a triclinî riccamente imbandi-
ti, aveva sistematicamente evitato, almeno al campo, di man-
giare sdraiato. Quanto poi alla natura del cibo, non avvertiva in
alcun modo la mancanza di vivande specialmente raffinate o ab-
bondanti: il suo nutrimento era stato sempre regolato sulla sa-
zietà naturale, non sul desiderio dei sensi, e rinunciare agli ec-
cessi, anche nel vino, non gli era mai costato alcuno sforzo, sic-
ché non aveva difficoltà a condividere in ogni momento il pasto
frugale dei suoi soldati. Addirittura gli era capitato sovente, an-
cora coperto di polvere al termine di una lunga marcia, di sgra-
nocchiare gallette muffite e di bere acqua nauseabonda come
l’ultimo dei legionarî; e neppure vi faceva più caso. Quanto, in-
fine, all’abbigliamento, non c’era posto, fra le truppe, per la ri-
cercatezza o l’eleganza; sicché aveva sempre scelto vesti como-
de, sobrie ed essenziali, che non differissero in nulla da quelle
dei suoi uomini. Anche la magnifica lorica bronzea riccamente
sbalzata che portava solo in battaglia era stata scelta perché, da

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quella e dall’alto, purpureo cimiero attico, i soldati sapessero
sempre, a un semplice sguardo, dov’era il loro comandante.
A dire il vero, anche ad altre rinunce era stato costretto, e
per lui ben più moleste della privazione del sonno e del cibo,
del sesso e persino del raffinato piacere, così inconsueto per i
Quiriti di allora, che gli veniva dallo studio; ma non se ne era
reso conto pienamente se non quella sera stessa. Con le sue fa-
tiche, i suoi stenti, i suoi innumerevoli lutti la guerra di Anni-
bale – sentiva di poterla chiamare così –, spaventosa e intermi-
nabile, non gli aveva solo portato via buona parte della famiglia,
gli aveva anche sottratto qualche cosa che tutta la gloria del
mondo non avrebbe potuto restituirgli mai più: la gioventù e la
bellezza. Inseguendo senza posa per anni, come in preda al de-
lirio, colui che – da sempre per lui un nemico e insieme un mo-
dello – era diventato il suo incubo, Publio non si era accorto di
essere precocemente invecchiato. Colto da una preoccupazio-
ne quasi infantile per l’aspetto che avrebbe presentato l’indo-
mani al grande Cartaginese, quella sera aveva, forse per la pri-
ma volta da anni, ispezionato veramente il suo viso; e aveva con-
statato con sconcerto di essere già segnato dall’età e ormai qua-
si calvo.
Non aveva potuto evitare, allora, di chiedersi smarrito se fos-
se valsa la pena di rinunciare a tutto per rincorrere ciecamente
quella che, nel tempo, era divenuta per lui una vera ossessione.
Fino dagli anni in cui era maturata la sua giovinezza non aveva
infatti avuto in mente altro che un’idea, tormentosa e assillan-
te: penetrare i segreti che rendevano invincibile il Cartaginese.
Perciò aveva ripercorso mille volte i dettagli delle sue vittorie e
ne aveva studiato a fondo tattiche ed espedienti. E, poiché que-
sto non poteva bastare, si era sforzato in ogni modo di cogliere
l’essenza stessa del suo modo di intendere e di agire; ed era
giunto fino a imitarne segretamente il contegno e i gesti, fino a
modellare occultamente allo specchio il proprio volto sul suo, a
cercare addirittura di intuirne e assumerne le più intime fissa-
zioni, quasi che solo la mimesi potesse aprirgli i recessi di

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un’anima, simile in ciò al cacciatore che guata la preda ignara
cercando di carpirne gli istinti più reconditi e vitali. Forse an-
che questo lo aveva segnato; ora però, ne era certo, conosceva
Annibale come nessun altro al mondo, e stava finalmente per
affrontarlo. Ma ne era valsa davvero la pena? Si era assopito pri-
ma di trovare una risposta. Sapeva solo una cosa: da quando,
sedici anni avanti, aveva visto per la prima volta i cavalieri nu-
midici volteggiare sul suolo gelato della Cisalpina, eleganti e
mortali malgrado le pesanti cappe di pelle che li proteggevano
dai rigori dell’inverno; da quando aveva visto uno dei loro cor-
ti giavellotti infilarsi, insidioso e preciso, in un interstizio della
corazza del padre, aveva sentito – no, aveva saputo – che quel-
la guerra era dall’inizio, e sarebbe stata, sempre più, un affare
tra lui e Annibale. Era cominciata nel segno del Cartaginese; in-
tendeva fare in modo che terminasse nel suo.
Ora, comunque, l’aveva raggiunto e avrebbe potuto con-
frontarsi faccia a faccia con il suo incubo. Ora il grande nemi-
co stava là dove egli lo aveva voluto da sempre, a trenta stadî dal
suo campo, ed era impossibilitato a sfuggirgli. Mentre Publio
stava ancora procedendo lentamente incontro a Masinissa, l’al-
leato e amico numidico che doveva portargli un prezioso rinfor-
zo di cavalieri, e devastava al passaggio i fertili campi del Ba-
gradas1, il Cartaginese aveva compiuto una manovra la cui au-
dacia era stata sul punto di sorprenderlo. Aveva levato a sua vol-
ta le tende da Hadrumetum, dove era accampato, e si era spin-
to per vie traverse verso l’interno dell’Africa, ben avanti le linee
di marcia dell’armata romana, percorrendo un’ottantina di mi-
glia circa in direzione d’occidente, fino all’altezza dell’agglo-
merato numidico di Zama Regia2. Annibale aveva cercato, in tal
modo, di anticiparlo, probabilmente con il proposito di con-
giungersi a sua volta con Vermina, dal quale contava anch’egli
di ottenere un supplemento di cavalieri berberi; senza sapere,

1 Il fiume Medjerda.
2
Jama.

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purtroppo per lui, che il figlio del deposto principe numidico
Siface stava ancora errando in cerca di leve tra i monti del suo
paese. Aveva anche sperato, forse, di poter battere separata-
mente i suoi nemici, intercettando e distruggendo il contingen-
te di Masinissa prima che si riunisse all’armata romana o, vice-
versa, costringendo a battaglia Publio Scipione stesso prima
che potesse incontrarsi con il signore dei Massili. Né l’una, né
l’altra cosa, tuttavia, gli erano riuscite: pur obbligato a un’af-
fannosa rincorsa, che lo aveva portato infine a superare verso
l’entroterra le posizioni stesse del nemico, il proconsole era riu-
scito infatti a riunirsi con l’alleato numida, il quale gli aveva por-
tato l’ausilio prezioso di seimila fanti e ben quattromila cavalie-
ri della sua gente. Non per sua colpa, mentre tutto si ritorceva
contro di lui, Annibale aveva così finito per trovarsi in una si-
tuazione senza uscita. Costretto ad accamparsi su un’altura per-
fettamente difendibile ma lontana dall’acqua, non avrebbe in-
fatti potuto neppur tenere a lungo la posizione attuale; mentre,
anche per la distanza dalle sue basi, la presenza di una cavalle-
ria nemica tanto più forte e numerosa della sua avrebbe ri-
schiato di trasformare la ritirata in un disastro.
Non rimaneva, al Cartaginese, che combattere o trattare; an-
ch’egli lo sapeva, e gli aveva infatti mandato a chiedere un ab-
boccamento. Ansioso di conoscere finalmente colui che era sta-
to, a un tempo, la sua Erinni e il suo idolo, il proconsole aveva
acconsentito; ma, a dire il vero, l’esito del colloquio era prati-
camente segnato dall’inizio, ancor prima di svolgersi. Ora che,
per la sua audacia, il vecchio leone si era messo in trappola da
solo, Publio sentiva infatti di aver finalmente concluso la sua
lunga rincorsa; e si proponeva di cominciare la caccia. Era, que-
sto, un piacere al quale non avrebbe rinunciato per nulla al
mondo; e, insieme, la prova ultima cui non intendeva assoluta-
mente sottrarsi.
Ad affrontarla non aveva, d’altronde, esitazione alcuna. Non
valeva, infatti, a trattenerlo il destino delle sue truppe: le vitu-
perate legiones Cannenses, alle quali lui solo, nell’Urbe intera,

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aveva saputo restituire dignità, i vinti di mille scontri sul suolo
d’Italia, non vedevano l’ora, in effetti, di regolare i conti con la
loro Nemesi, con il responsabile di tutte le loro disgrazie, e,
dando battaglia, egli non avrebbe fatto, in fondo, che conceder
loro quell’opportunità di riscatto cui più di ogni altra cosa ane-
lavano. Quanto a Roma, una sua eventuale sconfitta non le
avrebbe, in realtà, nuociuto poi troppo; in fondo, quando la fa-
zione che allora reggeva la res publica aveva accettato a malin-
cuore, costretta dallo slancio popolare, di lasciarlo partire per
l’Africa, aveva mostrato, concedendogli il meno possibile, di
considerare in fondo le truppe che lo accompagnavano e lui
stesso come perfettamente sacrificabili. Forse alcuni avrebbero
persino segretamente gioito della sua disgrazia. Certo, la fine
dell’avventura in Africa avrebbe ridato voce alle partes di Quin-
to Fabio3 e di Quinto Fulvio Flacco. Certo, i loro seguaci avreb-
bero proclamato a gran voce di avere saputo da sempre che
quello sarebbe stato l’esito ultimo della sua follia; e avrebbero
ribadito la validità di una strategia di logoramento che, inizial-
mente necessaria, stava però ormai finendo per dissanguare, ol-
tre al nemico, la penisola stessa. Facessero pure! Solo a lui si do-
veva se Annibale era stato infine sradicato dall’Italia e non era
più infisso come un chiodo ritorto nel vivo corpo della res pu-
blica. Ad ogni buon conto, comunque, dopo sedici anni di guer-
ra i contendenti erano entrambi esausti; e, se a Roma la maggior
parte del senato era ansiosa di metter fine alle ostilità in qua-
lunque modo, Cartagine non avrebbe, dal canto suo, avuto as-
solutamente le energie necessarie per riprendere l’iniziativa, in
Italia o altrove. La pace sarebbe stata negoziata di fatto sulla ba-
se dello status quo; e, se è vero che avrebbe restituito alla città
libica una parte della sua autonomia, concedendole mano libe-
ra almeno sul territorio africano, l’avrebbe però lasciata ugual-
mente più debole di fronte a uno Stato che, sempre grazie a lui,

3 Che era venuto a morte meno di un anno prima. Ma la sua dottrina stra-

tegica condizionava ancora una larga parte del senato...

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era divenuto la prima potenza dell’Occidente e poteva, adesso,
disporre senza contrasti anche della Spagna.
Un solo dubbio lo tratteneva ancora; diffidava della perso-
nalità del Cartaginese, vitale e indomabile come una grande fie-
ra, e ne temeva la straordinaria abilità. Prima di precludere ogni
varco alla trattativa doveva essere almeno ragionevolmente con-
vinto della vittoria; ma, per quanto continuasse a riflettervi, que-
sta gli pareva sicura. Annibale era – doveva esserlo – indebolito
dai lunghi, atroci anni passati in Italia; e, certo, era assai inde-
bolito il suo esercito. Simile a un fiume durante il suo corso, es-
so aveva cambiato, nel tempo, mille volte di aspetto e di natura;
e Publio non dubitava che, come in un fiume, le onde che lo
componevano adesso non fossero più le stesse di prima, non
avessero più l’impetuosa, dirompente potenza che era stata sul
punto di travolgere la res publica. Pur se il Barcide era riuscito a
raccogliere ottanta elefanti e un’armata di quarantamila uomini
circa, alquanto più numerosa della sua, i mercenari che il fratel-
lo Magone, morente, aveva imbarcato per l’Africa erano valoro-
si, ma non erano ancora avvezzi alla disciplina così come Anni-
bale la concepiva; e i diecimila coscritti di Cartagine erano vo-
lonterosi, ma poco addestrati. Persino i quindicimila veterani ve-
nuti con lui dall’Italia, tuttora invitti – quanti sforzi avevano fat-
to uomini pur insigni come Marco Marcello per vantare, nei lo-
ro confronti, successi che mancavano di ogni credibilità! –, co-
stituivano una forza certo ancora formidabile, ma ormai nume-
ricamente ridotta e logorata da mille battaglie, che avevano
inoltre completamente asportato il tessuto originale dell’arma-
ta discesa sedici anni prima dalle Alpi: pochi e ormai vecchi era-
no infatti, al suo interno, i superstiti delle remote campagne ibe-
riche, e Libî, Spagnoli e Galli, per non dir dei Numidi, vi erano
stati gradualmente sostituiti, per lo più, da Italici traditori, da
quei Lucani, quei Bruzii, quei Sanniti che Roma aveva in pas-
sato sempre sconfitto.
Certo meno numeroso di quello nemico, l’esercito di Publio
era però assai più omogeneo e duttile; e i suoi uomini, tutti ve-

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terani, fieri di combattere i Punici sul loro stesso suolo, inebriati
dalle molte vittorie e ciecamente devoti al loro comandante,
erano addirittura esaltati dalla sensazione di aver finalmente
messo il grande nemico alle strette, e avevano il morale alle stel-
le. Ancora, Publio disponeva ormai da tempo di un nucleo di
truppe montate sicuramente molto più forte di quello punico:
e il passaggio dell’intera Numidia sotto il controllo di Masinis-
sa e suo, sottraendo all’avversario e consegnando a lui la mera-
vigliosa cavalleria berbera che, in passato, aveva permesso ad
Annibale tanti successi, aveva ulteriormente accentuato il van-
taggio di Roma.
Ma, soprattutto, egli era certo di aver finalmente compreso
fino in fondo i segreti tattici del Cartaginese. Non solo: sapeva
di averli addirittura perfezionati. L’ultima sua vittoria, quella
dei Campi Magni, era nata da una manovra che, pur derivata
della spietata e geniale tenaglia di Canne, aveva però, rispetto a
quella, affinato i movimenti dei reparti, adattandoli alle legioni
e rendendoli più fluidi e spontanei, e dunque molto più rapidi
e sicuri. Grazie alla loro disposizione in manipoli, nella nuova
concezione da lui elaborata gli hastati – o, a dire il vero, qua-
lunque delle sue schiere si fosse trovata in prima linea nella sin-
golare forma di combattimento all’indietro che egli stesso ave-
va appreso dal Punico; e che costituiva la fase iniziale della lot-
ta – avrebbero spontaneamente offerto al nemico quella resi-
stenza elastica che, nella piana dell’Aufidus, Annibale aveva af-
fidato al cuneo di Galli e di Spagnoli. Quanto a principes e tria-
rii, gli altri due scaglioni della fanteria pesante, resi ormai omo-
genei tra loro per numeri e armamento, erano destinati a svol-
gere, ma con molto maggior efficacia, la funzione che a Canne
era stata propria del Libî. Seconda e terza linea, infatti, non co-
stituivano più soltanto un’appendice della prima; non erano più
chiamate semplicemente a sorreggerne lo sforzo, avanzando
singolarmente i loro manipoli, o a rilevarla nell’evenienza di una
stasi durante l’urto frontale; potevano, adesso, agire come unità
tattiche indipendenti, anche con tutte le loro forze insieme. In

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effetti, quando, ai Campi Magni, i suoi cavalieri avevano travol-
to le ali dello schieramento punico, egli non aveva avuto alcun
bisogno di richiamarli dall’inseguimento del nemico in fuga.
Mentre gli hastati impegnavano frontalmente il centro avversa-
rio, era bastato che, dietro il riparo della prima linea, secondo
e terzo scaglione dei suoi fanti si muovessero in colonna, diri-
gendosi l’uno verso destra, l’altro verso sinistra, e uscissero sui
lati dello schieramento romano; una semplice conversione gli
aveva poi permesso di estendere il suo centro e di stringere ai
fianchi scoperti le forze di Asdrubale Gisgonio fino a scompa-
ginarle e distruggerle. Rispetto alla manovra di Annibale la sua
presentava indubbiamente alcuni importanti vantaggi: innanzi-
tutto la maggior semplicità di esecuzione, e poi la possibilità di
compiere l’avvolgimento del nemico ricorrendo alle fanterie
soltanto. In caso di bisogno, comunque, la linea romana pote-
va sfruttare la disposizione a scacchiera dei suoi manipoli tor-
nando rapidamente alla tattica consueta dell’attacco frontale:
era un ulteriore pregio, che ne aumentava ancora la duttilità.
No. Dopo avere ripercorso più volte uno ad uno i diversi
aspetti della situazione, Publio non vi trovava significative de-
bolezze: aveva fatto quanto dipendeva da lui e poteva, dunque,
muovere senz’altro incontro al destino. Il Romano abbandonò
il giaciglio e cominciò a vestirsi.
capitolo I
Rumori
di guerra
1. Un’adolescenza
spensierata
Ricordava, Scipione...
Tutto era cominciato sedici anni prima. Publio proveniva da
una – e già allora la più illustre, quanto a prestigio – delle sette
famiglie che componevano la gens Cornelia, un clan a sua volta
tra i più antichi e nobili della res publica. Ceppo patrizio, risa-
lente secondo la tradizione addirittura all’età monarchica, e ap-
partenente quindi all’aristocrazia genetica di Roma, la sua gens
aveva radici che affondavano, di fatto, nelle nebbie stesse degli
albori. La sua famiglia, in particolare, doveva il proprio cogno-
men a un capostipite illustre, il quale, quasi fosse uno scipio, un
bastone, aveva fatto da guida al padre cieco; e si era quindi sem-
pre vantata sia dei suoi mores, delle sue tradizioni e delle sue
virtù, in specie della pietas verso il pater familias, sia della sua
risaputa disposizione a offrire, al bisogno, un appoggio vitale
anche alla patria in pericolo, non solo agli anziani della stirpe.
Capaci da sempre di dare allo Stato censori, consoli e dittatori
in gran numero, i Cornelii Scipiones avevano un larario tra i più
gremiti di imagines, di ritratti, di tutta Roma. Lo stesso Publio
si era sentito in soggezione più volte sotto lo sguardo severo dei

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progenitori, e i molti elogia ricordavano a tutti le benemerenze
dei membri della famiglia nei confronti della res publica. Nel
novero, pur tanto illustre, degli antenati spiccava, tra le altre, la
figura di quel Publio – aveva portato il suo stesso praenomen –
che era stato magister equitum del grande Furio Camillo, il sal-
vatore dell’Urbe, e che si era poi alternato spesso con lui nella
funzione di interrex. Nel recente sepolcro allestito lungo la via
Appia, poco fuori della Porta Capena, erano deposti il corpo di
Lucio Cornelio Scipione Barbato, figlio di Cneo, console
nell’anno quattrocentocinquantaseiesimo di Roma ed eroe del-
la terza guerra contro i Sanniti, «il cui aspetto fu – come recita-
va il suo elogium – l’aspetto stesso della virtù»; e quello del mi-
nore dei figli di lui, Lucio, console nell’anno quattrocentono-
vantacinquesimo di Roma. Da quest’uomo, «che i cittadini ro-
mani per lo più consentono esser stato il migliore dei boni» – co-
sì, di nuovo, secondo l’ampollosa laudatio funebre del nonno –,
erano nati lo zio e il padre di Publio, Cneo e Publio pater.
A partire dalla metà circa del secolo precedente i Cornelii
Scipiones si erano definitivamente schierati con la pars che, in
Roma, traeva sostegno dalle emergenti clientele mercantili, e
dunque ne promuoveva per quanto possibile gli interessi. Al se-
guito dei potenti Appii Claudii – e insieme ad alcune famiglie
amiche e a una parte dei loro stessi gentiles: gli sfortunati Cor-
nelii Rufini, per esempio – gli Scipioni avevano conosciuto un
grande momento; ed erano riusciti a imporre al senato riluttan-
te un confronto con Cartagine per Messana1 che aveva portato
poi allo scontro per il controllo della Sicilia intera. Il loro grup-
po di pressione, che comprendeva commercianti, pubblicani e
banchieri, era composto tanto dai settori più ricchi della plebe
urbana, quanto – soprattutto – dalle aristocrazie mercantili fe-
derate, etrusche, campane e italiote. Legami clientelari, allean-
ze e unioni matrimoniali erano frequenti, per la famiglia, in par-
ticolare proprio con la realtà etrusca; sia, appunto, con il mon-

1
Messina.

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do imprenditoriale e affaristico – da cui, come denunciava il lo-
ro stesso cognomen, si erano elevati, per esempio, gli amici Apu-
stii Fullones, di nobiltà recente –; sia con quello di matrice più
decisamente aristocratica, donde proveniva un’altra delle fami-
glie legate a filo doppio con loro, quella dei Pomponii Matho-
nes. A quest’ultimo ceppo era appartenuta sua madre Pompo-
nia, venuta giovanissima in sposa a Publio pater.
Publio era nato nell’anno cinquecentodiciottesimo di Roma,
il primo della centotrentaseiesima Olimpiade, essendo consoli
Publio Cornelio Lentulo e Caio Licinio Varo2; e gli anni inizia-
li della sua vita erano trascorsi sostanzialmente sereni, tra l’amo-
re della madre e i giochi con i coetanei e con il più giovane fra-
tello Lucio nei giardini della casa paterna, situata oltre le taber-
nae veteres, non lungi sia dal foro e dalla Curia, sia da quel vi-
cus Tuscus che ospitava – fino dall’età di Romolo, secondo al-
cuni; o almeno fino da quella dei primi Tarquinî – una parte im-
portante della comunità etrusca di Roma. A turbare quegli an-
ni infantili era stata, in fondo, solo la molestia, ora tanto rim-
pianta, dello studio. Oltre a non perder l’occasione di ram-
mentargli continuamente le glorie, e quindi i doveri legati alla
famiglia, i suoi avevano curato di istruirlo – fin troppo, gli era
parso allora... – su tutto l’insieme di valori etici socialmente ri-
conosciuti che costituiva, per un Romano, il paradigma di ogni
azione politica e amministrativa. Aveva così appreso che al cen-
tro del sistema, e ciò da sempre, fino ad aver costituito nei se-
coli il patrimonio stesso dei mores maiorum, stava la virtus, in-
tesa come organico complesso di pregi e requisiti che andava-
no dalla sapientia, l’avvedutezza necessaria al retto compor-
tamento nella vita pubblica, alla fortitudo, la determinazione
nell’agire per il bene dello Stato. Solo la virtus, gli era stato in-
segnato, consentiva di guadagnare il pubblico consenso; e con
esso l’honos, inteso sia come accesso alle magistrature, sia come
alto riconoscimento sociale. Ciò che i boni, gli uomini per be-

2
236/235 a.C.

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ne, potevano chiedere per sé – e Tito Maccio Plauto lo avrebbe
riassunto perfettamente in una delle sue commedie – era rem,
fidem, honorem, gloriam et gratiam, beni e reputazione, peso
politico, gloria e favore. Poco più che la mediocrità, in fondo:
lui, lui era un nobilis. Badasse a non esserlo soltanto domi, a ca-
sa sua: era nato – se ne ricordasse – per essere l’optimus in seno
allo Stato.
Non era questo solamente, tuttavia, il genere di educazione
che gli era stato proposto. Da parecchi anni ormai – ed era sta-
ta proprio la sua famiglia, tra le altre, a favorire nel tempo la cre-
scita dei rapporti con quel mondo – Roma era in contatto con
la Magna Grecia; e, nella sua variante occidentale e italiota, la
lingua ellenica era familiare in città, o almeno sufficientemente
conosciuta, e non solo tra i ceti elevati. Andava così afferman-
dosi, nell’Urbe, un nuovo, stimolante modello, una nuova spe-
cie di saggezza: quella in nome della quale, già quasi un secolo
prima della calata di Annibale, il console Publio Sempronio era
stato insignito del cognomen di Sophus. Se, certo, lo aveva igno-
rato da bambino, Publio Scipione sapeva bene, adesso, che non
esisteva un solo ellenismo. Impostisi attraverso tutto il Medi-
terrano a contatto con le realtà locali, la cultura e il modo di vi-
ta dei Greci erano stati ovunque reinterpretati; sicché esisteva
un ellenismo siriaco e un ellenismo pergameno, e ancora un el-
lenismo rodio, attico, macedone... cartaginese, persino. E – di
questo egli era assolutamente certo – esisteva un ellenismo ita-
lico, quello che da tempo, attraverso i filtri altamente permea-
bili dell’Etruria, della Campania, della Lucania, giungeva, tra-
sformato ma perfettamente leggibile, dalla Magna Grecia sino
al cuore stesso dell’Urbe; quel medesimo ellenismo che, del re-
sto, i coloni romani e latini avevano incontrato e potevano ri-
conoscere ovunque, da Benevento fino all’alta Etruria. Ai no-
bili e al senato il modello greco si proponeva non solo attraver-
so i primi contatti con una letteratura di cui l’Urbe era, a un
tempo, assetata e sprovvista, ma anche attraverso le esperienze
della vita e della parola quotidiana, tuttora vigorose, di quella

20
cultura; sicché l’intera res publica era probabilmente ormai vi-
cina a recepirne e ad accoglierne senza riserve le più intime
clausole. La città che aveva cacciato i Punici dalla Sicilia, la città
che era sul punto di travolgere un altro grande nemico degli El-
leni, i Galli della regione cisalpina, era giunta ormai a rivendi-
care apertamente per sé stessa la dignità di polis hellenìs; e, in
cambio del riconoscimento ufficiale – che, d’altronde, era ef-
fettivamente venuto, già undici anni prima della calata di Anni-
bale, dalla panegyris di Corinto –, essa proponeva di fatto che
la federazione potente e amica di cui era a capo assumesse il
ruolo di autentica sentinella occidentale dell’ellenismo. Stupi-
va, certo, e fors’anche offendeva, un poco, l’altezzosa condi-
scendenza con cui gli Italioti continuavano, in fondo, a guarda-
re ai Romani come a dei barbaroi. Stupiva – pur senza che nes-
suno, in Roma, avesse mai osato neppure osservarlo ad alta vo-
ce – la loro sorda resistenza a legarsi con le grandi famiglie del-
la nobilitas e a entrare, per questo tramite, nella civitas a pieno
titolo; e ciò malgrado questa possibilità fosse stata loro implici-
tamente prospettata più volte. Stupiva, in una parola, che il se-
nato della res publica accogliesse da tempo Latini ed Etruschi,
Campani e Sabini, Equi, Volsci e persino qualche Osco, ma as-
solutamente nessun rappresentante dei Greci d’Italia. Roma,
tuttavia, anche perché attratta, era comprensiva e non mancava
di pazienza; avrebbe saputo aspettare.
Ora, però, tutto questo era, verosimilmente, finito per sem-
pre. Il tradimento degli Italioti e la proditoria aggressione del-
la Macedonia mentre Roma era sull’orlo dell’abisso non sareb-
bero stati né perdonati, né dimenticati. E peggio sarebbe anda-
ta, per i Greci tutti, nel momento stesso in cui i Romani si fos-
sero accorti – qualcuno stava già cominciando a rendersene
conto; e il primo, anche se gli dispiaceva ammetterlo, era stato
proprio il suo vecchio avversario, Quinto Fabio – che il più
odioso dei vitia rinfacciati ad Annibale, la sua perfidia, la slealtà
maligna e senza scrupoli di cui il Cartaginese si era infinite vol-
te macchiato, era figlia, in effetti, dell’educazione greca e non

21
dell’indole punica. Malissimo sarebbe andata, infine, quando
tutta la classe politica romana avesse davvero recepito, facen-
dola sua, la nova sapientia, il nuovo, spregiudicato approccio,
così caratteristico proprio dei Greci, alla realtà della vita. Ora
quella sapientia era patrimonio di pochi; di Fabio, di lui stesso...
Che gli dei proteggessero il mondo, nel momento in cui sareb-
be stata in mano ai mediocri.
Peccato, peccato davvero. Fino a quando era durato, e cioè
per tutta la sua infanzia, quel mondo era stato bello e pieno di
promesse; ed egli non poteva dimenticare che alla lingua e alla
cultura greche doveva il fatto di poter apprezzare, sia pur sen-
za la competenza un poco altezzosa degli eruditi, che comin-
ciavano a far capolino anche a Roma, i capolavori dell’arte elle-
nica, di poter gustare, in traduzione o in lingua, i poemi omeri-
ci, le prime opere storiche, i primi componimenti teatrali. Tre
dei suoi più tenaci avversari, Marcello Fabio e il più giovane Ca-
tone, non si erano affatto vergognati di manifestare, anche in
piena guerra, il loro interesse verso la cultura greca. Marcello
ne era stato un ammiratore insaziabile e malinconico a un tem-
po; e, non avendo potuto acquisire in gioventù le conoscenze
necessarie, aveva però compiuto una maniaca incetta di capo-
lavori d’arte, asportandoli da Siracusa messa a sacco e facendo-
ne dono alla Città. Tante e tali erano state le opere stipate so-
prattutto all’interno del tempio di Honos et Virtus, che Marcel-
lo si era acquistato la fama di avere per primo insegnato ai Ro-
mani ad apprezzare l’arte greca. Lo stesso Fabio aveva portato
in città da Taranto una statua colossale di Ercole, cui la sua fa-
miglia era devota da sempre; ed era noto, avendo letto davvero
molto per essere un Romano, come l’uomo che non ignorava
domestica et externa, i fatti della storia sia romana, sia straniera.
Quanto a Catone, pur avendo trascorso la giovinezza lavoran-
do la terra tra i monti della Sabina, stava sforzandosi di ovviare
alle lacune della sua istruzione proprio adesso, studiando la lin-
gua, la letteratura e la filosofia dell’Ellade. Ma Publio non si
sentiva da meno; e anch’egli, dopo la giovinezza, aveva conti-

22
nuato per quanto possibile a studiare e a perfezionarsi. Non
aveva fatto solo il perdigiorno, a Siracusa; e non aveva frequen-
tato solo i bagni e i ginnasî, ma anche le biblioteche. Quelle,
Marcello non le aveva saccheggiate; e c’erano là, tra l’altro, le
opere di un certo Timeo di Tauromenion3, che ben conosceva
i Romani e avrebbe potuto offrire, a politici e storici in erba, for-
se anche ai dottissimi Fabii, qualche interessante punto di vista
greco nei loro confronti.
Comunque sia, la sua vita era scorsa dapprima sostanzial-
mente tranquilla, tra i giochi e lo studio. Solo quando aveva avu-
to otto anni di età si erano profilate le prime vere inquietudini.
Contro la res publica era venuta addensandosi allora, sottoli-
neata anche da sinistri presagi e profezie inquietanti, la minac-
cia dei Celti; i quali avrebbero, tre anni dopo, scavalcato in for-
ze l’Appennino e preso, attraverso l’Etruria, la direzione di Ro-
ma. A provocarne la furia era stata, almeno secondo i pareri che
Publio ascoltava in famiglia, l’improvvida politica di un mesta-
tore, Caio Flaminio. Non contento di aver allontanato un gran
numero di cittadini dai comizî, stanziandoli per plebiscito nel
remoto ager Gallicus sottratto ai Senoni, questi aveva poi pro-
seguito nella sua linea, che cercava sbocchi all’esuberanza del-
le masse contadine centroitaliche verso l’umida e malsana pia-
na del Po; e, appoggiato sia pur con maggiore prudenza dagli
altri capi della fazione agraria, aveva avviato un progetto che
mirava occultamente alla distruzione o almeno alla cacciata dei
Galli da tutta la regione al di qua delle Alpi.
Così facendo aveva suscitato però il timore e l’ira dei Boi.
L’immensa coalizione allora formatasi nel mondo celtico com-
prendeva, oltre a contingenti degli stessi Boi, gli Insubri che vi-
vevano al di là del grande fiume, i Lingoni e, soprattutto, un im-
portante nucleo di Gesati, una gente gallica fatta venire d’ol-
tralpe, che doveva il suo nome al gaesum, una variante caratte-

3
Taormina.

23
ristica di giavellotto. Pur esorcizzata nei risvolti arcani della sua
azione per mezzo di un rito antico e crudele, indegno del nome
stesso di Roma – il sacrificio di una doppia coppia di Galli e di
Greci, Gallus et Galla, Graecus et Graeca, che furono, secondo
il precetto dei libri Sibyllini, in foro bovario sub terram vivi de-
missi, sepolti vivi –, l’orda celtica, forte di forse settantamila
guerrieri, giunse ugualmente, saccheggiando, fino a Clusium4
prima di invertire la marcia e di essere accerchiata e distrutta
sulla via del ritorno da due armate consolari al promontorio di
Talamone. Questo non senza, però, che la vittoria costasse la vi-
ta a Caio Atilio, uno dei consoli.
Il pericolo corso non era stato tuttavia un monito sufficien-
te; e, malgrado la famiglia di Publio e molte altre tra le gentes
più influenti di Roma fossero ancora risolutamente contrarie, il
progetto di conquista della piana del Po era stato subito ripre-
so. Alle ingorde masse contadine dell’Italia centrale si promet-
tevano ampie distese di terra da spartire tra i figli, sicché le pres-
sioni di tipo demagogico divennero tali da soverchiare ogni pos-
sibile resistenza politica; e persino lo zio Cneo, «il Calvo», ligio
al dovere secondo la tradizione di famiglia, fu costretto, nell’an-
no del suo consolato, a partecipare all’impresa. È forse ingene-
roso ricordarlo, ma le sventure non erano assolutamente finite:
dopo aver chiesto una seconda volta l’aiuto dei Gesati, i Boi
avrebbero invocato infine la venuta di Annibale!
Questi era allora in Spagna; ma teneva costantemente d’oc-
chio l’evolversi di una situazione in Gallia Cisalpina che repu-
tava essere, per lui e per i suoi piani futuri, tò mégiston, un even-
to della massima importanza. I problemi del fronte celtico si
erano, tra l’altro, inestricabilmente mescolati già anni prima
proprio con i fatti di Spagna. Otto anni avanti, quando sull’Ita-
lia andava addensandosi la tempesta gallica, il senato, che te-
meva le mire di rivincita dei Punici verso i possedimenti, nuovi
e non ancora consolidati, di Sardegna e di Corsica, aveva infat-

4
Chiusi.

24
ti allertato le città di Emporiae5 e Rhode6, colonie di Massalia7
sulla costa settentrionale del Mediterraneo, che, come la gran-
de città focea, erano da tempo alleate di Roma; e aveva chiesto
loro di controllare le mosse delle forze cartaginesi, che opera-
vano nella stessa Spagna, divenuta da un decennio circa campo
d’azione esclusivo dei Barca, la famiglia di Annibale. Proprio
per prevenire un possibile sbarco punico in Sardegna una del-
le due armate consolari dell’anno – quella di Atilio Regolo, che
sarebbe poi, viceversa, caduto sul campo combattendo precisa-
mente contro i Galli – era stata dapprima inviata nell’isola; e per
questo non era giunta a Talamone che a scontro iniziato.
Contemporaneamente, però, il senato – che, prima di af-
frontare i Celti, voleva, se possibile, essere libero da ogni altra
minaccia – aveva avviato trattative con lo stesso quartier gene-
rale punico di Spagna. A capo di quelle forze era allora, da tre
anni appena, Asdrubale, «il Bello». Cognato di Annibale e ge-
nero di Amilcare Barca, cui era succeduto nel comando, questi
era assai meno smanioso dei congiunti di confrontarsi con Ro-
ma; sicché era stato possibile alla res publica negoziare il cosid-
detto trattato dell’Ebro. Il patto impegnava i Cartaginesi a non
superare in alcun modo con le loro operazioni militari il corso
del fiume che portava questo nome; ma li lasciava liberi, in cam-
bio, di muoversi come volessero a sud dell’Ebro stesso. Esclu-
sa dal trattato restava però, benché rientrasse nell’area di perti-
nenza cartaginese, la cittadina iberica di Sagunto: cinque anni
prima, quando le operazioni in Spagna erano condotte da Amil-
care in persona e il fronte della conquista era ancora ben lonta-
no, il senato, sapendo che il Barca era ostile a Roma, onde sor-
vegliarne le mosse aveva stretto un patto di amicizia con i Sa-
guntini, i quali erano dunque formalmente, da allora, sotto la
protezione della res publica.

5 Ampurias.
6 Rosas.
7
Marsiglia.

25
2. Rumori di guerra
a ovest
Consoli Marco Livio Salinatore e Lucio Emilio Paolo, l’anno
cinquecentotrentacinquesimo ab Urbe condita, il secondo della
centoquarantesima Olimpiade8, si aprì con rumori di guerra,
che divennero sempre più forti verso occidente; rumori che fe-
cero passare in secondo piano persino le operazioni contro gli
Illiri, nulla più, in fondo, che una spedizione punitiva volta a
mettere in riga quegli incorreggibili pirati. Foriera di eventi cer-
to assai più drammatici appariva infatti la situazione di Sagun-
to. Facilmente aggirabile, militarmente inconsistente e già pri-
ma completamente circondata dai dominî punici di Spagna, la
cittadina iberica contava in fondo assai poco sul piano strategi-
co; aveva, invece, un inestimabile valore di simbolo. Implicita
nel patto firmato da Asdrubale, la tutela della sua indipenden-
za costituiva infatti, per il nuovo comandante delle armate car-
taginesi, un limite e una sfida al suo dominio in terra iberica; e
la presenza di quest’area di rispetto entro i confini stessi della
Spagna punica bastava di per sé a configurare ai suoi occhi Car-
tagine come una potenza di rango inferiore.
Che Annibale volesse la guerra era, d’altronde, assolutamen-
te chiaro. Il Barcide cercava però da tempo un casus belli plausi-
bile; e lo trovò, da ultimo, in un trascurabile incidente di confi-
ne tra i Saguntini e i Torboleti suoi alleati. Per decidere sulla con-
tesa Annibale convocò l’assemblea delle genti indigene istituita
anni prima dal cognato, un organismo sotto il pieno controllo del
potere punico; ed estese, naturalmente, l’invito a partecipare al-
le sedute alla stessa Sagunto. La città, altrettanto naturalmente,
si guardò bene dall’intervenire: se, infatti, i suoi rappresentanti
si fossero presentati al cospetto di quell’assemblea, si sarebbero
prestati al gioco del Cartaginese, riconoscendone implicitamen-
te l’autorità. Pur evidente, l’insidia lasciava però ad Annibale

8
219/218 a.C.

26
una preziosa mossa di vantaggio: all’ennesimo rifiuto da parte di
Sagunto, infatti, egli si sentì libero di denunciarne apertamente i
notabili di fronte al consesso degli Iberi loro conterranei; e di ac-
cusarli anche per la passata condotta verso gli esponenti filopu-
nici della fazione popolare. Del tutto scontata, la condanna pro-
nunciata dai delegati lo autorizzò formalmente, come capo del-
la federazione iberica, a procedere in armi contro Sagunto.
La situazione aveva, frattanto, acceso nel senato di Roma di-
scussioni interminabili; e ciò fino dall’anno prima, al profilarsi
stesso della minaccia. Che quella sventurata città fosse colonia
greca era, effettivamente, memoria locale. Lo rammentavano da
tempo, per esempio, gli Emporitani stessi, suoi vicini, che assi-
stevano preoccupati al deteriorarsi della situazione. La leggen-
da fu dunque riferita in senato da alcuni dei patres; i quali chie-
sero pertanto, in nome delle tradizioni più proprie di Roma, che
si intervenisse in difesa di un centro ellenico, sia pure tanto lon-
tano. In effetti, non è da escludere che – pronti come tutti i Gre-
ci a inventarsi una ktisis, una mitica fondazione ellenica, per
ogni città che si affacci sul bacino del Mediterraneo – gli apoikoi
di Massalia avessero costruito la loro ipotesi d’impulso, sulla
base di una semplice assonanza con il nome della ionia Zacin-
to; certamente ne dubitarono i senatori, e dunque la voce non
venne creduta. Quanto invece all’altra diceria, a quel tempo pa-
rimenti diffusa, secondo cui alla nascita di Sagunto avevano
contribuito addirittura i Rutuli di Ardea, quest’ultima – creata
chiaramente per i bisogni del momento, nel tentativo di giusti-
ficare attraverso una pretesa cognazione l’interesse per una
realtà così distante – era una fandonia sfacciatamente palese, al
punto da risultare persino controproducente. Di fatto, come
sostenevano per primi proprio gli Scipioni, era il rispetto stes-
so della fides che avrebbe dovuto muovere la res publica; l’ap-
plicazione di una clausola etica e religiosa insieme non poteva
in alcun modo essere ristretta da termini di spazio, sicché era in
suo nome e non altro che la città iberica andava difesa, anche a
costo di una guerra su teatri remoti.

27
Sul da farsi il senato restò a lungo diviso da contrasti profon-
di. Ciechi di fronte al pericolo e singolarmente insensibili da-
vanti alla questione di principio si mostravano soprattutto gli
agrarî, perduti dietro al loro sogno di conquista e colonizzazio-
ne della Cisalpina; e dunque risolutamente avversi all’idea di
impegnarsi in modo massiccio su un fronte tanto estraneo. Fi-
no dall’anno precedente, al primo profilarsi della minaccia, si
era nondimeno raggiunta, malgrado tutto, una faticosa unani-
mità sulla decisione di ricorrere alla coercizione diplomatica;
ma le fazioni dissentivano sul tono da dare alla missione. Men-
tre l’ala che faceva capo alla famiglia di Publio premeva per un
ultimatum dissuasivo immediato, pena la guerra, il gruppo dei
Fabii riponeva grande fiducia nell’intervento dell’oligarchia
punica, con cui intratteneva da tempo rapporti strettissimi; e,
soprattutto, insisteva nel considerare Annibale come il solo re-
sponsabile della situazione presente, manifestando grande ri-
luttanza all’idea di estendere il conflitto alla stessa Cartagine.
Incapaci di comporre il dissidio interno, i Romani avevano
scelto allora la soluzione peggiore, affidandosi al compromes-
so. Il senato aveva sì deciso di inviare al Barcide e alla sua città
un chiaro segnale di fermezza, affidando il messaggio ad alcuni
esponenti dell’ala più intransigente; ma, dietro la facciata, ave-
va lasciato poi prevalere la moderazione, istruendo segreta-
mente i legati perché, ove pure non avessero trovato ascolto
presso Annibale, evitassero ogni brusca rottura, rivolgendosi
per chiedere soddisfazione al gerontion della metropoli. L’esito
era stato, naturalmente, negativo in entrambi i casi. Recata dal
vecchio Publio Valerio Flacco e dal giovane Quinto Bebio Tan-
filo, la diffida del senato era stata infatti prima respinta dal Bar-
cide stesso, il quale aveva risposto che erano stati i Romani a in-
tervenire per primi in Sagunto e che solo a lui, come hegemon
della federazione iberica, toccava ad ogni modo il compito di
dirimere il contrasto tra Torboleti e Saguntini; poi non aveva
avuto miglior sorte di fronte alle assemblee popolari della stes-
sa Cartagine. Malgrado i moniti degli oligarchi filoromani, i cit-

28
tadini avevano stabilito infatti che responsabili della guerra do-
vessero essere considerati proprio i Saguntini; e si erano di-
chiarati oltretutto offesi che a Cartagine, alleata da maggior
tempo, si preferissero questi amici dell’ultima ora.
Così, mentre il Barcide, forte in realtà del sostanziale consen-
so dei suoi concittadini, cominciava a stringere la sventurata città
iberica in una morsa di ferro, i patres, tuttora divisi sul da farsi,
continuarono a discutere anche per tutto l’anno successivo. Per
otto mesi i Saguntini resistettero eroicamente, aspettando un
soccorso che non venne. Si sperava, a Roma, che essi potessero
reggere fino alla pausa invernale, quando l’immagine di un An-
nibale incapace di avere ragione del polichnion iberico avrebbe
potuto risultare politicamente indebolita di fronte al senato e al
popolo della sua stessa città; e si sperava forse ancora in un sem-
pre più improbabile intervento degli oligarchi punici. Comun-
que sia, sulla metà dell’autunno l’infelice città, finalmente, cad-
de. Gli aristocratici filoromani, non volendo giunger vivi nelle
mani del Cartaginese, immolarono nel fuoco sé stessi, le famiglie
e gli averi; mentre i soldati punici, in preda al furore, trucidava-
no qualsiasi maschio adulto incontrassero per quelle vie di cui
erano finalmente padroni. Malgrado l’eccidio, il senato di Roma
continuava frattanto a discutere. D’altronde, che avrebbe potu-
to fare, ormai? L’inverno era, oltretutto, alle porte; e avrebbe co-
munque costretto a interrompere le operazioni prima ancora di
cominciarle.
Solo con la primavera successiva la resipiscenza e la vergo-
gna ebbero infine il sopravvento. Era l’anno cinquecentotren-
taseiesimo di Roma, il terzo della centoquarantesima Olimpia-
de. Consoli riuscirono, sull’onda dello sdegno popolare, il pa-
dre stesso di Publio e Tiberio Sempronio Longo, entrambi fie-
ri avversarî di Cartagine; i quali si diedero subito a por mano ai
preparativi di guerra. La loro strategia prevedeva che il primo
si dirigesse verso la Spagna, per combattervi Annibale; che l’al-
tro scendesse in Sicilia, per poi invadere direttamente il territo-
rio africano.

29
Mancava però ancora una formale dichiarazione di guerra; e
la fazione dei Fabii, sempre assai forte in senato, pretese un
estremo tentativo per scongiurare un conflitto che avrebbe gra-
vemente nuociuto agli interessi suoi e delle sue clientele. Al
principio stesso del nuovo anno, trascorse da poco le idi di mar-
zo, partì dunque, per recare a Cartagine il definitivo ultimatum,
un’ambascieria di cinque membri. Quattro di essi – Caio Lici-
nio e Quinto Bebio, così come i consoli dell’anno precedente,
Livio Salinatore ed Emilio Paolo – erano favorevoli alla guerra;
ma il capo missione era, ancora una volta, uno dei Fabii, Mar-
co Buteone, membro tra i più anziani e autorevoli del senato. I
termini del loro incarico erano, comunque, finalmente catego-
rici: esigere piena soddisfazione dai Punici, pena la guerra.
Che i patres romani, e forse soprattutto la gens dei Fabii, go-
dessero da tempo di amicizie, di legami importanti e addirittu-
ra di connivenze occulte in seno al gerontion di Cartagine era
cosa ben nota ormai a Cartagine stessa, se è vero che un indi-
gnato membro di quell’illustre consesso poté apostrofare An-
none di fronte ai messi della res publica accusandolo di essere,
in realtà, Romanum senatorem in Carthaginiensi curia, un sena-
tore romano nella Curia sbagliata. Che ai gruppi tradizionalisti
della città africana si dovesse assicurare, comunque, tutto l’ap-
poggio possibile, come se fossero loro a costituirne il governo
legittimo; e che si dovesse far mostra di credere a questa finzio-
ne persino rispetto al mondo esterno era, in fondo, anche que-
sta una cosa assolutamente ovvia. Nulla da eccepire poteva es-
servi circa un contegno che secondava, in realtà, una prassi or-
mai secolare tra le famiglie dell’aristocrazia romana. Era, infat-
ti, da sempre consuetudine dei nobiles di intrecciare volta a vol-
ta rapporti anche interpersonali con gli aristocratici di ogni sin-
golo Stato con cui si entrava in contatto, scavalcando addirittu-
ra i regimi sgraditi per negoziare direttamente con la pars ami-
ca di quei paesi; e cercare così, per quanto possibile, di in-
fluenzare per vie traverse la realtà politica locale e talvolta per-
sino di cambiarla. Una simile condotta aveva, in passato, ri-

30
sparmiato a Roma guerre e fastidî in gran numero. Ma coprirsi
gli occhi da soli con la benda dei sogni è, in politica, l’errore più
grave. Occorre conservare sempre intatto il senso, freddo, del-
la realtà; e, nella circostanza, era stato davvero imperdonabile
che politici avvertiti ed esperti credessero alla loro stessa propa-
ganda, cercando rifugio entro l’impalcatura ideale da loro stes-
si costruita, e rimanessero quindi intrappolati nel loro stesso
gioco, un gioco che i Punici – anche quelli che si professavano,
e forse erano, amici di Roma – stavano, quella volta, giocando
assai meglio. Così la fazione al potere aveva voluto credere per
davvero alle frottole dei Cartaginesi; e aveva continuato fino in
fondo a prestar fede a quanti, tra questi, sostenevano imperter-
riti che Annibale non rappresentava in alcun modo la loro città,
che non vi aveva un vero seguito, che bastava poco, in fondo,
per togliere alla factio Barcina l’effettivo potere. Qualcuno – un
Fabio, ancora una volta – avrebbe continuato apparentemente
a credervi anche in seguito, visto che, anni dopo, nel redigere il
primo resoconto storico di quegli eventi, avrebbe seguitato osti-
natamente a scindere le responsabilità dell’innocente Cartagine
da quelle del perfido Annibale.
Ancora una volta, e persino in quell’ultimo frangente, pur
posto ormai di fronte all’inevitabile, uno dei geronti, Imilcone,
non rinunciò a riprendere l’ormai consueto motivo. I rapporti
tra le due città dovevano – egli disse – intendersi regolati tutto-
ra dall’antico trattato di Catulo, che non accennava né alla Spa-
gna, né tanto meno a Sagunto; il successivo patto con Asdru-
bale non impegnava infatti altri che lui stesso e la sua famiglia.
Con questo cavillo Imilcone voleva da un lato liberare Cartagi-
ne da ogni effettiva responsabilità, voleva dall’altro sottinten-
dere l’idea che i Barcidi non rappresentassero in alcun modo il
legittimo governo della città; e, rigettando su di loro la colpa
dell’accaduto, tentava implicitamente di dissociare la sorte del-
lo Stato punico da quella di Annibale e dei suoi.
Di fronte a questa ennesima sortita l’esponente dei Fabii ri-
mase sconcertato; e fu indotto, di nuovo, a esitare. Fu la clauso-

31
la introdotta nell’ultimatum dalla sua stessa factio a rivelarsi, in
quell’occasione, decisiva. Nell’intento di verificare una volta per
tutte la buona fede dei Cartaginesi e di offrir loro, a un tempo,
un’ultima scappatoia a salvaguardia della pace, si chiedeva in-
fatti che, oltre a ritirare le sue forze da Sagunto e a liberarne i cit-
tadini superstiti, lo Stato punico dimostrasse concretamente al-
meno l’intenzione di dissociarsi dalle azioni del suo generale,
consegnando il Barcide e tutto lo stato maggiore dell’armata di
Spagna. Ancora a tanti anni di distanza Scipione pensava che, se
dal gerontion punico fosse arrivato anche solo un segno in tal sen-
so, fosse pure la semplice sconfessione formale dell’operato di
Annibale, il vecchio Marco Fabio avrebbe usato tutta la sua in-
fluenza per bloccare le decisioni dell’ambascieria e scongiurare
la guerra, quella almeno contro Cartagine. Nemmeno questo gli
sconsolati oligarchi punici erano però in grado di garantire a Ro-
ma e a lui stesso. La loro influenza non era, per il momento, che
semplice millanteria; il potere restava, in realtà, saldamente nel-
le mani della factio Barcina. Il contrasto era dunque insanabile, e
non vi era che da prenderne atto. Con mossa teatrale, raccolto un
lembo della toga, Fabio annunciò allora ai geronti cittadini che
essa conteneva la pace o la guerra; e li invitò a scegliere, per sé e
per la loro città, ciò che preferivano. A nome dell’assemblea il su-
feta Bomilcare, cognato di Annibale, gli rispose con orgoglio di
decider pure lui stesso; e il capo della legazione, respinto l’ulti-
matum, non poté che scegliere finalmente la guerra.

3. Primo appuntamento
col destino
Italia. Anno ab Urbe condita 536, sotto il consolato di Publio Cornelio
Scipione padre e Tiberio Sempronio Longo, 597 dalla fondazione di Car-
tagine, Olimpiade 140, 3. 218/217 avanti Cristo.

Dagli eventi che si svolgevano sotto i suoi occhi Publio era sta-
to, in quel momento, appena sfiorato: ancora adolescente, non

32
aveva infatti la maturità politica necessaria a comprenderli del
tutto. Sapeva solo che stava iniziando un grande conflitto; e il
sangue bollente della giovinezza lo spingeva a parteciparvi. Già
il prozio e il nonno si erano battuti contro i Cartaginesi, ed en-
trambi si erano distinti, il primo in Sicilia, il secondo in Sarde-
gna e in Corsica, riportandone addirittura un trionfo. Ora sa-
rebbe toccato al padre e allo zio; e anch’egli voleva fare la sua
parte.
Ben consci della loro superiorità navale, i Romani sapevano
allora di non dover temere, dal lato del mare, se non lievi fastidî;
e di poter controllare agevolmente rotte e comunicazioni da e
verso la costa africana. Avevano così previsto che sarebbe stato
agevole sbarcare in Africa una delle due armate consolari, quel-
la al comando di Tiberio Sempronio Longo, perché portasse
l’offesa contro il territorio metropolitano di Cartagine. Al pa-
dre di Publio sarebbe invece spettato il compito più arduo:
spingersi nella lontana terra d’Iberia per attaccarvi il nerbo del-
le forze puniche, comandato dal giovanissimo e protervo gene-
rale che aveva distrutto Sagunto. Ciò che Roma ignorava era
che già dalla fine di aprile Annibale aveva lasciato i suoi quar-
tieri d’inverno e si era diretto risolutamente verso l’Italia.
Furono le preghiere e le lacrime di Pomponia a persuadere
il console? O furono le mille incognite – che certo non gli sfug-
givano – di una campagna difficile e da condursi su un fronte
tanto lontano? Ovvero fu la giovane età del primogenito, che
non aveva compiuto neppure diciassette anni? Fatto si è che,
malgrado le ripetute istanze di Publio, per quella volta il padre
non gli permise di seguirlo; lo accompagnò invece, in qualità di
legatus, il fratello maggiore Cneo. Publio prese congedo dallo
zio sulla soglia di casa. Non lo avrebbe mai più rivisto. Inquie-
ti per la loro sorte, gli alleati greci posti ai margini dei dominî
punici di Spagna fecero intanto sapere che l’esercito di Anni-
bale aveva passato l’Ebro sul finire del mese di maggio. In realtà
non erano le loro terre e le loro città – come essi stessi e i sena-
tori di Roma ancora credevano – ad essere l’obiettivo del Car-

33
208

Eb
ro
Tago

Tarragona

Sagunto

ISOLE BALEARI

Nuova Cartagine

MAR

Territori controllati da Roma Spedizione di Annibale


all’inizio della Prima guerra punica Spedizione di Asdrubale
Territori controllati da Cartagine
Spedizione di Scipione
all’inizio della Prima guerra punica
Conquiste romane fra la Prima Principali battaglie della Prima
e la Seconda guerra punica e Seconda guerra punica
Conquiste cartaginesi fra la Prima
e la Seconda guerra punica

I percorsi di Annibale e di Scipione

34
I
P
Galli
L

Ticino
8 218
218
A

Trebbia
Ill
218 iri
Metauro
Marsiglia 210 207

Trasimeno
217

CORSICA

Roma

Canne
Capua
216
Napoli
SARDEGNA Taranto

Milazzo
ISOLE
EGADI 260
MEDITERRANEO 241
Trapani Messina
Cartagine 204
Agrigento
Siracusa
Zama
202

203

35
taginese: era nella penisola italica che stava per irrompere il mo-
stro della guerra, di una guerra quale nessun altro Stato aveva
conosciuto mai.
Come se nulla fosse successo, gli agrarî continuavano frat-
tanto imperterriti nei loro programmi. Alla fine di quello stes-
so mese di maggio a separare il paese dei Boi da quello degli In-
subri erano sorte, su impulso di Caio Flaminio e Quinto Fabio,
le colonie latine di Placentia9 e di Cremona. Ma quest’ennesi-
mo stupro della loro terra aveva inferocito i barbari; i quali, al-
leatisi con gli Insubri, prima assalirono i tresviri di Placentia –
onde dare rilievo alla deductio si era voluto preporre alla com-
missione, composta da due pretorii, l’insigne consularis Lutazio
Catulo – mentre procedevano alla centuriazione dell’agro cir-
costante; poi li assediarono nel campo trincerato allestito da
tempo presso Mutina10; infine li fecero addirittura prigionieri
con l’inganno. Gli imprevisti sviluppi della situazione finirono
per ritardare di molto la partenza del padre di Publio per la
Spagna. Egli infatti dovette prima affidare il comando di una
delle sue legioni al pretore Lucio Manlio perché muovesse in
soccorso degli assediati; e poi, quando anche costui cadde in
un’imboscata e, non riuscendo a raggiungere né Mutina né Pla-
centia, si rinchiuse a sua volta entro Tannetum, affidò anche
l’altra unità a un secondo pretore, Caio Atilio. Il console non
riebbe così il suo esercito alla base di Pisa, dove era in attesa,
prima della fine di luglio; e solo all’inizio del mese seguente
poté imbarcarlo, dirigendosi via mare verso Massalia.
Circa lo svolgersi degli eventi successivi Scipione sarebbe
stato informato poco tempo dopo dal padre in persona. Aven-
do appreso dai Massalioti che Annibale aveva passato i Pirenei
e doveva essere ormai prossimo, il console si era diretto a mar-
ce forzate verso il vicino guado sul fiume Rodano, dove il Car-
taginese doveva per forza passare; ma aveva mancato l’appun-

9 Piacenza.
10
Modena.

36
tamento con il nemico per poche ore soltanto. Mentre il Barci-
de si allontanava indisturbato, non era rimasta a Publio pater
che la soddisfazione di una scaramuccia, vittoriosa, con la ca-
valleria numidica di retroguardia. Sbigottito per la mossa del
nemico, che aveva preso la via delle Alpi, egli, non conoscendo
la regione, non aveva creduto opportuno seguirlo; a ridurne la
forza, aveva pensato, avrebbero provveduto le montagne. Do-
po aver affidato il comando dell’esercito a suo fratello Cneo
perché, secondo il mandato originario, lo conducesse a guer-
reggiare in Spagna, era dunque tornato a Massalia, e qui si era
imbarcato nuovamente in direzione di Pisa.
Dall’Etruria settentrionale il console era rientrato poi, sia
pur brevemente, nella stessa Roma: intendeva fare rapporto al
senato di persona e sottoporre ai patres la nuova strategia. Ciò
che nessuno avrebbe creduto possibile stava ora accadendo: un
Cartaginese lanciava a Roma una folle sfida marciando verso il
cuore stesso della penisola. Occorreva fermarlo prima che su-
perasse i limiti della Gallia Cisalpina. A ciò avrebbe provvedu-
to di persona; ma, ove ai padri coscritti fosse piaciuto, sarebbe
stato comunque opportuno richiamare dalla Sicilia l’altro con-
sole, Sempronio Longo, perché venisse in soccorso e si dispo-
nesse, al bisogno, a coprire la città.
Ripensando, anni dopo, a quelle circostanza, Publio si sa-
rebbe ritrovato a provare, per una volta, un singolare senti-
mento di gratitudine verso gli avversarî politici della sua fami-
glia. Certo – anche se lo si sarebbe saputo sicuramente solo in
seguito – i Boi erano decisi a insorgere comunque. Sobillati da-
gli agenti punici, che operavano da tempo nella regione, essi
avevano prima preso accordi con Annibale; poi avevano addi-
rittura inviato al campo del Cartaginese in Spagna alcuni loro
emissarî perché gli mostrassero la via per venire in Italia. E tut-
tavia era stato l’impianto delle colonie di Placentia e Cremona
ad affrettare la ribellione dei barbari, disposti altrimenti ad at-
tendere i soccorsi in arrivo da oltralpe; e solo il ritardo dovuto
a quest’ultimo episodio aveva impedito al console suo padre di

37
raggiungere e affrontare Annibale prima che questi passasse le
Alpi. Ancora una volta dal miope egoismo degli agrarî, tenace-
mente abbarbicati alla loro politica, era nata una catena di even-
ti decisivi per la res publica; eppure in questa circostanza Publio
non aveva ragione di rimpiangere quegli sviluppi.
Tornato brevemente a casa per rivedere i suoi, il padre gli
aveva infatti narrato in ogni particolare la sfortunata spedizio-
ne in Gallia. Tuttora sorpreso per la piega presa dagli eventi,
continuava a chiedersi se il Punico avesse preso la via delle Al-
pi per fuggirlo o perché spinto dalla follia che gli faceva crede-
re di essere un emulo e addirittura una proiezione terrena di Er-
cole. Era rammaricato per aver perso l’occasione di combatte-
re subito, sferrando all’inizio stesso della guerra, un colpo mor-
tale alle speranze dei Cartaginesi, ma si riprometteva – se pure
quel temerario fosse riuscito a scendere nella piana del Po – di
andare ad attenderlo ai piedi delle Alpi: l’appuntamento era so-
lo rimandato. Per quel ritardo, invece, Scipione aveva in segui-
to più volte ringraziato gli dei. Solo anni dopo, poco prima di
partire a sua volta per la Spagna, aveva cominciato a compren-
dere la posizione occupata dalla figura di Eracle nel pantheon
personale del Cartaginese e la straordinaria funzione che essa
svolgeva nel dialogo costante intrattenuto dal Barcide con il suo
esercito e con le genti incontrate per via; e si era sforzato di as-
similare anche quella lezione del nemico. Di una cosa però ave-
va avuto coscienza ben presto: quale che ne fosse stata la ragio-
ne, al Rodano Annibale non aveva evitato lo scontro per paura.
Altri dovevano essere stati i motivi, di opportunità – il deside-
rio, poi sempre manifestato, di preservare per quanto possibile
i suoi veterani libî e spagnoli – o di tempo – la stagione, ormai
avanzata, che doveva avergli fatto temere di trovar chiusi i vali-
chi alpini –; non certo il timore. Suo padre era duro, energico e
tenace come un mastino; ma avrebbe dovuto battersi con un
giovane leone. Opposto oltre tutto a un esercito integro e più
numeroso del suo, se avesse potuto dare battaglia – Publio non
ne dubitava affatto – il console sarebbe stato sicuramente scon-

38
fitto; e forse non si sarebbero rivisti. Non solo: forse egli stesso
avrebbe perduto l’opportunità di fare già allora la sua prima,
preziosa esperienza di guerra.
Diretto verso un fronte assai più vicino, il console accettò in-
fatti, questa volta, di prendere il figlio con sé; e gli affidò – erano
i privilegi e a un tempo gli oneri del rango – una turma di cava-
lieri iuniores, perché la comandasse o, forse, perché fosse da que-
sta scortato e protetto. Dopo aver preso la testa delle legioni ac-
campate sul territorio dei Boi, il console passò il Po presso Pia-
cenza; e si spinse poi a tappe forzate verso occidente, nella spe-
ranza di cogliere l’esercito punico stremato all’uscita del passo;
era intenzionato, comunque, a tagliar fuori il territorio degli In-
subri e a impedir loro di riunirsi ad Annibale. Ciò, per allora, gli
riuscì: pronte a seguire colui che pareva il più forte, alcune tribù
galliche ritennero addirittura prudente, per il momento, inviar-
gli i contingenti di ausiliarî che egli aveva richiesto.
Fu in quella circostanza che Publio vide per la prima volta i
guerrieri celti. I loro corpi, giganteschi, erano a volte quasi nu-
di malgrado il freddo della stagione avanzata, a volte vestiti di
lane dal decoro a grandi riquadri o protetti da pelli animali che
li rendevano irsuti come fiere; i visi erano dipinti per la guerra,
i lunghi mustacchi biondi erano trattati col sego e i capelli era-
no ispidi di calce; portavano grandi pavesi e lunghe spade in fer-
ro e distinguevano i loro capi di guerra dai rari elmi, riccamen-
te decorati talvolta con gocce di corallo o sovrastati da orrendi
cimieri, e dalle ancor più rare cotte di maglia; obbedivano du-
rante il combattimento ai lamentosi segnali di mostruose, altis-
sime trombe metalliche. Alieni e spaventosi, questi rincalzi de-
stavano timore e raccapriccio piuttosto che fiducia; furono,
nondimeno, aggregati all’esercito ed ebbero un loro quartiere a
margine del campo.
Dopo avere valicato il Po sotto Piacenza tra lo sbigottimen-
to del giovane Scipione, il quale non credeva che potesse esi-
stere un fiume tanto maestoso e inquietante ad un tempo, l’ar-
mata romana passò anche il Ticino su un ponte di barche; e, due

39
giorni dopo, pose le tende non lontano dal campo di Annibale,
che aveva frattanto attraversato a sua volta il corso del fiume Se-
sites11. La mattina seguente, non lontano da un pago chiamato
Victumulae12, i due eserciti vennero finalmente a contatto. Era
una giornata di metà ottobre, già molto fredda, ma asciutta e so-
leggiata; e il console, saputo che il nemico era uscito per rico-
noscere il terreno, spedì dapprima in avanscoperta proprio i
Celti, accompagnati da un reparto di velites, le fanterie leggere
romane, seguì poi egli stesso con la cavalleria pesante romana e
alleata ordinate a battaglia. A queste forze Annibale oppose una
formazione che aveva al centro la cavalleria pesante iberica, e
schierava su entrambe le ali i Numidi, pronti all’accerchiamen-
to. La rapidità dell’attacco punico costrinse i fanti leggeri ro-
mani a ripiegare entro le linee prima ancora di aver potuto sca-
gliare i loro giavellotti. Accanito e feroce, lo scontro tra le caval-
lerie pesanti fu tuttavia brevissimo: la mischia durò fino al mo-
mento in cui i Numidi aggirarono sui fianchi le forze romane;
e, annientati rapidamente i velites, le aggredirono alle spalle.
Furono soprattutto i cavalleggeri africani a impressionare
Scipione. Inafferrabili, pur non rinunciando mai a colpire, fino
a quando le meglio armate truppe di Roma, con le monture fre-
sche, cercavano di stringerli in un combattimento ravvicinato, i
Numidi erano poi veloci e spietati come la morte stessa quando
braccavano una preda stremata. Dopo essersi serviti nella pri-
ma fase della lotta dei loro corti giavellotti, che scagliavano con
precisione mirabile, ricorrevano durante l’inseguimento dei ne-
mici in fuga al lungo coltello berbero, piegandosi sul collo e per-
sino sul fianco dei cavalli al galoppo per dirigere il loro colpo
non verso il tronco del fuggiasco, ma verso la gamba scoperta;
e, mentre questi, con i tendini della coscia o del polpaccio reci-
si, piombava a terra, continuavano la loro corsa in cerca di una
nuova vittima. Sotto la loro azione la compattezza della forma-

11 Sesia.
12
Probabilmente presso Vercelli.

40
zione romana cedette di schianto; e il console stesso fu, per un
attimo, attorniato da un nugolo di cavalieri nemici.
Come vide il padre barcollare – diretto con maestria mentre
alzava il braccio per chiamare i suoi, un giavellotto era penetra-
to nell’interstizio della corazza, infiggendosi sotto l’ascella –,
Scipione agì d’istinto; e, urlando a gola spiegata, si lanciò al ga-
loppo in suo soccorso senza curarsi di vedere se la scorta lo se-
guisse. Il timore di perdere il giovane della cui incolumità era-
no responsabili fu, per gli iuniores che lo accompagnavano, più
forte del terrore ispirato dai nemici. Rimasta fino ad allora ai
margini dello scontro, la turma al completo gli tenne dietro,
spronando i cavalli ancora freschi; e il gruppetto di Numidi che
già si stringeva minaccioso attorno al console, ignorando natu-
ra e consistenza del reparto che veniva ad affrontarli, preferì
rompere prudentemente il contatto.
I maldicenti insinuavano – Publio lo sapeva – che era stato
un servo ligure, e non lui, a trarre suo padre, ferito ma vivo, dal
campo di battaglia. Alcuni pretendevano persino di spiegare il
motivo per cui egli si era arrogato il merito dell’impresa. Spin-
to dalla smania, sempre così viva in lui, di confrontarsi ad ogni
passo con Annibale, aveva creato, si diceva, un episodio che era
il riflesso di quello accaduto al Barcide in Spagna quand’era
giovane: mentre questi era stato salvato dall’eroico sacrificio di
Amilcare, che ne aveva protetto la fuga, l’adolescente Publio
era stato, viceversa, capace – quale sicuro omen, quale infallibi-
le presagio di vittoria sul grande nemico! – di trarre lui in salvo
il genitore ferito. A siffatte malignità non si era mai curato di re-
plicare. La risposta stava nei fatti: la corona civica proposta a
premiare il suo coraggio non veniva conferita a cuor leggero, ma
decretata solo con il conforto di testimonianze inoppugnabili.
E tuttavia – poiché qualcuno dubitava del suo valore; e poiché,
al tempo stesso, egli considerava in fondo quell’azione come il
frutto di un semplice riflesso, come un atto d’istinto, non più
cosciente del gesto di proteggersi gli occhi dal sole – si era pre-
so l’amaro gusto di rifiutare la decorazione.

41
Comunque sia, la battaglia era perduta. Decimati, i Romani
fuggirono, i più senz’ordine, pochi soltanto stringendosi attor-
no al comandante ferito. Infermo ma cosciente, questi si mostrò
esemplarmente sollecito della salvezza dell’esercito; e impartì
subito gli ordini necessarî. Fronteggiato da un nemico superio-
re in cavalleria nel cuore di una regione pianeggiante, dove nul-
la poteva attenuare quella superiorità, minacciato alle spalle da-
gli Insubri ostili e vogliosi di insorgere, battuto e ferito lui stes-
so e con le sue forze a cavallo gravemente decimate, Publio pa-
ter comprese che l’attuale posizione era insostenibile. Bisogna-
va ripiegare, evitando però che la ritirata si trasformasse in un
disastro. Mentre Annibale, il quale ignorava le condizioni del
console, indugiava alquanto, convinto forse che i Romani tor-
nassero a sfidarlo l’indomani con l’esercito al completo, il con-
sole diede l’ordine di levare il campo nel massimo silenzio quel-
la notte stessa. Passato il Ticino, fece tagliare alle sue spalle il
ponte di barche; e, ripiegando rapidamente verso Piacenza in-
curante dello sforzo che imponeva al suo corpo piagato, riuscì
a ripassare anche il fiume maggiore, andando ad appoggiarsi al-
la colonia per trincerarsi a difesa.
Quando ne scoprì la fuga, il Cartaginese lo inseguì vana-
mente, rabbioso, fino al Ticino; ma gli riuscì solo di catturare
seicento Romani, che si erano attardati troppo a distruggere il
ponte. Risoluto a non lasciarsi sfuggire il nemico, Annibale de-
cise allora di attraversare il Po a sua volta; ma, per evitare che
le legioni potessero coglierlo al guado, ne risalì il corso verso
monte, valicandolo sopra Tortona. Passato il fiume, pose poi il
campo a cinquanta stadî appena da quello romano; e, subito,
prese a inviar messi a tutti i villaggi vicini. Conseguita all’inter-
no di una terra da sempre nemica dell’Urbe, la prima vittoria,
pur non decisiva, doveva portare un gran numero di guerrieri
celti a iscriversi sotto le sue insegne.
Cominciata male, la campagna volgeva al peggio di giorno in
giorno. Il tradimento serpeggiava ormai inevitabilmente tra gli
ausiliarî gallici; i quali, arruolatisi a malincuore e solo per pau-

42
ra, erano adesso indotti a mutar schieramento dall’infermità del
console, che rendeva insicuro il comando, dalla palese debo-
lezza romana e soprattutto dalla sempre più aperta ribellione
delle loro stesse tribù. Così, durante una notte senza luna, due-
mila fanti e poco meno di duecento cavalieri gallici disertarono,
dopo aver fatto strage dei Romani che dormivano nelle tende
vicine; e, mentre i transfughi si presentavano ai quartieri di An-
nibale levando alte, come un osceno salvacondotto, le teste ta-
gliate ai nemici trucidati nel sonno, la vista dei poveri corpi mu-
tilati rivelò a Publio quanto veramente alieno fosse il costume
di guerra di quei barbari.
La diserzione degli ausilarî celti e, a un tempo, l’aperta ri-
bellione dei Boi, la potente tribù vicina, spinse Publio pater –
che mirava ormai solo ad attendere senz’altri danni l’arrivo del
collega – a cambiar posizione di nuovo, ripiegando sulla destra
del fiume Trebbia, dove il terreno lievemente ondulato e la vi-
cinanza degli Anares, una gente gallica tuttora fedele, lo avreb-
bero almeno parzialmente protetto. Anche questa volta la deci-
sione rapida e la disciplina delle legioni, tuttora salda, gli per-
misero di sfuggire al nemico; al quale non riuscì se non di di-
struggere con i suoi cavalieri una parte della retroguardia ro-
mana, per venir poi ad accamparsi di nuovo a poca distanza,
sulla sponda opposta dello stesso fiume.
E tuttavia la situazione continuava a peggiorare. Alla penuria
di uomini aveva posto rimedio, per Annibale, l’accorrere co-
stante sotto le sue insegne dei guerrieri celti, che dovevano esse-
re ormai molte migliaia; alla penuria di vettovaglie, che per la sta-
gione avanzata e per gli stenti sofferti dai suoi uomini valicando
le Alpi doveva angustiare alquanto il Cartaginese, pose rimedio
poco dopo un nuovo tradimento. Fors’anche perché allarmato
dalla situazione di debolezza in cui versavano in quel frangente i
Romani, certo perché corrotto dall’oro punico, il brindisino Da-
sio, che comandava la guarnigione di Clastidium13, consegnò ad

13
Casteggio.

43
Annibale la piazza; e, insieme con essa, inestimabile tesoro, gli
immensi depositi di viveri che vi erano custoditi. Ora il Cartagi-
nese poté finalmente rifocillare in modo adeguato i suoi soldati,
ch’erano scesi dal passo simili più a lupi che a uomini, sparuti,
magri e famelici come quelle belve quando calano dai monti.
Mentre ancora il console giaceva infermo sotto la tenda, a ri-
sollevare il depresso morale delle sue legioni, offrendo loro
quella che parve per un attimo una via d’uscita, provvide final-
mente l’arrivo dell’altro console. Di Sempronio Longo Scipio-
ne non serbava un buon giudizio; e questo non perché egli aves-
se subito messo da parte, insieme col padre sofferente, anche
l’ingombrante giovane eroe che gli aveva salvato la vita, ringra-
ziandolo pubblicamente ma pregandolo in privato di restarse-
ne per il futuro a curare il genitore e di tenersi fuori dalla mi-
schia. Era inevitabile che il console, opposto al collega da una
fiera rivalità gentilizia, non esitasse a profittare dell’infermità di
questi per assumere il comando di entrambi gli eserciti; ed era
altrettanto inevitabile che, trovandosi alla guida di uno stru-
mento bellico davvero potente – i campi riuniti ospitavano ora,
tra cittadini e alleati, una forza di trentaseimila fanti e quattro-
mila cavalieri – intendesse servirsene al più presto. Non solo la
momentanea incapacità del collega gli offriva la possibilità,
ghiotta per qualsiasi aristocratico romano, di ottenere la vitto-
ria da solo, conquistandosi la gloria di porre fine alla guerra, al-
meno su quel fronte, senza nulla lasciare al console dell’anno
successivo. Era anche il sistema politico stesso che gli chiedeva
di battersi: se, al cospetto di un’armata nemica e nel cuore di
una regione in rivolta, pur avendo a disposizione un forte eser-
cito, Sempronio avesse esitato, sarebbe stato tacciato di codar-
dia. Egli confidava, inoltre, sulle precarie condizioni degli Afri-
cani, che riteneva fiaccati sia dai disagi incontrati traversando le
Alpi, sia dall’inclemenza di un clima freddo e umido al quale
non erano avvezzi; e, più in generale, contava sulla superiorità
tante volte mostrata in passato dalle armi romane contro quegli
stessi nemici. Per tutti questi motivi, pur senza dirlo aperta-

44
mente, giudicava probabilmente Publio pater un incapace; sic-
ché liquidò con sufficienza i consigli di chi, fatto avvertito dal-
le sciagure toccategli, lo ammoniva – e non per invidia – circa
la pericolosa abilità del giovane generale che aveva di fronte. Le
pecore africane avevano cambiato pastore.
Se Sempronio Longo era smanioso di combattere, anche
Annibale desiderava però con tutte le sue forze di venire a gior-
nata; voleva, infine, un grande scontro campale che, confer-
mando il verdetto del Ticino, rafforzasse i Celti, incostanti per
natura, nel loro entusiasmo e lo lasciasse a svernare da padrone
nella Cisalpina. Il Barcide curò dunque di offrire egli stesso al
nemico l’occasione che questi cercava. L’idea nacque da una
scaramuccia tra un reparto di cavalieri punici, inviato oltre la
Trebbia a punire quanti tra i Galli restavano fedeli all’alleanza
con Roma, e le forze montate spedite in loro soccorso da Sem-
pronio Longo. Già quella prima mattina, quando una semplice
zuffa di cavalieri era stata sul punto di trasformarsi in una mi-
schia generale, il Cartaginese aveva avuto conferma del fatto
che il console non vedeva l’ora di affrontarlo; ma aveva evitato
di scendere in campo prima di essersi adeguatamente prepara-
to. Così, predispose la trappola per il giorno seguente. Dopo
avere riconosciuto con cura il terreno, nel letto incassato di uno
dei piccoli torrenti che segnavano la piana tra il suo campo e la
Trebbia fece appostare, poco avanti l’alba, il fratello Magone
con mille fanti ausiliari e mille cavalieri, rincuorandoli col dire
– cosa, ahimé, perfettamente vera – che non avevano a temere
di essere scoperti, poiché i Romani non erano avvezzi a questo
tipo di guerra. Poi, al sorgere stesso del giorno, contando sul-
l’istintiva reazione di Sempronio inviò il resto della sua cavalle-
ria leggera oltre il fiume, con il compito, se possibile, di indur-
re il nemico a battaglia.
Come Annibale aveva previsto, il console raccolse la sfida.
Contro i Numidi egli inviò dapprima i suoi cavalieri, poi la fan-
teria leggera; infine, mentre i nemici, esaurito il loro compito, si
sottraevano all’urto ripiegando – non tanto rapidamente, tutta-

45
via, da non indurre i Romani a seguirli da presso –, uscì egli stes-
so dal campo alla testa delle legioni e delle fanterie alleate. In-
solitamente lunga, quella campagna si era protratta fino quasi
al solstizio d’inverno. Era un tetro mattino di pioggia e nevi-
schio; e, mentre gli Africani – i quali avrebbero dovuto, secon-
do lui, pagare a caro prezzo la loro desuetudine al freddo di
quelle terre e di quei giorni – provvedevano a scongiurare il pe-
ricolo preparandosi con tutta calma allo scontro, rifocillandosi
con un pasto caldo e ungendosi d’olio ai fuochi del campo per
meglio affrontare le intemperie, il comandante romano guida-
va le sue truppe, digiune e intirizzite, a guadare il corso gonfio
e gelido della Trebbia per affrontare il nemico!
Dalla soglia della tenda del padre Scipione le guardò parti-
re, angosciato e presago. Gli sviluppi di quella battaglia li avreb-
be studiati poi a fondo anni più tardi, interpellando per quan-
to possibile ogni superstite che riuscisse a trovare; l’esito, quel-
lo temuto, lo conobbe invece solo alcune ore dopo da un mes-
saggero, giunto trafelato ad avvertirli di lasciare il campo al più
presto. Scoperte sui lati dalla superiore cavalleria nemica, che
aveva ricacciato la loro, le legioni, si erano trovate, senza saper
come, avviluppate da ogni parte dagli ausiliarî punici e dagli
stessi Numidi, tornati rapidamente alla lotta; ed erano state poi
aggredite alle spalle dalle forze di Magone, uscite improvvisa-
mente dall’agguato. Premuto sul fronte dagli elefanti e dalle
truppe iberiche e africane e attaccato sui lati e da tergo, il gros-
so della fanteria non aveva così potuto reggere; ed era stato ri-
cacciato in disordine verso la Trebbia. Solo una parte delle le-
gioni era riuscita a infrangere l’accerchiamento, respingendo al
centro, fino a spezzarla, la sottile linea nemica tenuta dai Celti;
volessero gli dei – si augurava il messo – che il console fosse tra
loro. Publio tacque; ma in quel momento sentiva di essere, per-
sonalmente, di ben altro avviso...
Si era salvato, invece, Sempronio Longo. Alla testa di dieci-
mila uomini circa, combattendo con valore (almeno questo me-
rito nessuno poteva negarglielo...) era riuscito infine a uscir dal-

46
la sacca; e, non potendo ripiegare in direzione del campo, si era
messo rapidamente in salvo dirigendosi verso Placentia. Qui lo
raggiunse poco dopo buona parte dei cavalieri e lo stesso colle-
ga, scortato dal presidio ch’era rimasto con lui presso le tende.
Pochi degli altri scamparono, alla spicciolata; ma quanti erano
schierati sui fianchi furono quasi completamente annientati du-
rante lo scontro, soprattutto dagli elefanti e dalla cavalleria pu-
nica. Quella disfatta costò a Roma, tra morti e prigionieri, quin-
dicimila uomini almeno.
Agli ordini dei due consoli – il padre andava, frattanto, gra-
dualmente ristabilendosi – restava, in fondo, ancora un esercito
vero, capace cioè, se non di tenere nuovamente il campo aper-
to, almeno di difendersi senza affanni da ogni attacco entro le
mura di una città. Lo si ricoverò dapprima tutto all’interno di
Placentia, dove poteva essere rifornito senza rischi per via flu-
viale, attraverso il corso del Po; poi, per non gravare troppo su
una sola colonia, le truppe di Publio pater passarono a Cremo-
na. Si preparava, dunque, un inverno sostanzialmente tranquil-
lo. Fu tuttavia un momento difficile per Scipione, turbato dalle
angosce che affliggevano il genitore, il quale avvertiva, malgra-
do tutto, il peso per l’esito infausto della campagna e temeva di
pagarne un pesante prezzo politico. Quella appena conclusa era
stata, per le armi romane, una stagione ingrata; e il popolo rite-
neva in certa misura entrambi i consoli responsabili delle disfat-
te subite. Altro e più equilibrato, per fortuna, fu invece l’avviso
dei senatori. Pur se nulla si rimproverò ufficialmente a nessuno
dei due, Sempronio aveva dato prova di energia e di coraggio,
non certo di senno; e non gli venne dunque rinnovato il co-
mando. A Publio pater, che durante la battaglia giaceva ferito
sotto la tenda, non poteva invece imputarsi in alcun modo il di-
sastro della Trebbia; sicché il senato decise di prorogare la ca-
rica a lui solo, inviandolo in Spagna ad affiancare il fratello co-
me proconsole. Quando il pretore Atilio giunse a rilevarlo nel
comando, era già stato deliberato per lui il nuovo ufficio; e
quindi la serenità era tornata nella tenda degli Scipioni.

47
A bilanciare questa positiva notizia un’altra ne venne però
che, per la famiglia di Publio in particolare, lo era assai meno.
La Cisalpina, in rivolta, era totalmente perduta per Roma; e la
spinta della pubblica opinione sui comizî portò al consolato il
patrizio Cneo Servilio Gemino e soprattutto, per la seconda
volta, Caio Flaminio Nepote, capo dell’ala più intransigente de-
gli agrarî, dal quale ci si attendeva che facesse ogni sforzo per
recuperare, anche in quell’ambito, il terreno perduto. Con lui
gli esponenti della plebe rurale prendevano le redini della guer-
ra: l’avrebbero condotta, se non con acume, con un senso del
dovere e uno spirito di sacrificio che lo stesso Publio sarebbe
stato costretto ad ammirare. Quanto a lui, verso l’inizio della
primavera si era congedato, e questa volta definitivamente, dal
padre, il quale partiva per raggiungere il fratello Cneo in Spa-
gna; e aveva ottenuto, per il momento, di rimanere al seguito
delle legioni di Cremona. Guidate da Caio Atilio, queste si im-
barcarono per discendere il corso del Po fino all’Adriatico; e di
qui raggiunsero Ariminum14, dove a prenderne il comando fu,
fortunatamente per loro e per lo stesso Publio, il nuovo conso-
le Cneo Servilio Gemino.

14
Rimini.
capitolo II
La disfatta
e la riscossa
1. Un dittatore
per la Repubblica
Per la res publica le sventure erano solo all’inizio. La metà di
giugno era ormai trascorsa; e le truppe di Servilio ingannava-
no il tempo nell’attesa, fattasi lunga, di entrare in azione – il
Cartaginese, cui dovevano sbarrare la strada sul versante
orientale della penisola, sembrava infatti scomparso con tutto
l’esercito –, quando, improvviso, si presentò a Servilio un mes-
so dell’altro console. Caio Flaminio era entrato in contatto con
il nemico; questi aveva passato l’Appennino più a settentrio-
ne, e ora scendeva devastando l’Etruria in direzione di Roma.
L’armata di Annibale era molto più numerosa della sua, e per
affrontarla occorreva riunire le forze di entrambi i consoli;
chiedeva dunque al collega di accorrere il più rapidamente
possibile a dargli man forte, e di spedirgli frattanto i suoi ca-
valieri per sovvenire in qualche modo alla più preoccupante
delle sue carenze rispetto al nemico. Mentre al campo comin-
ciava a fervere l’attività, ben quattromila uomini – le forze
montate di Servilio quasi al completo, al comando di Caio
Centenio – già si allontanavano al galoppo. Non li avrebbero
rivisti mai più.

49
Il giorno appresso, terminati i preparativi, l’armata di Servi-
lio si mise a sua volta in cammino lungo la strada di costruzio-
ne recente che, superando l’Appennino per la valle del fiume
Ariminus1, giungeva ad Arretium2, là dove era fissato l’appun-
tamento con l’altro console. Ma non aveva ancora terminato di
percorrere il primo tratto di salita che, ad arrestarne la marcia,
giunse una duplice, ferale notizia. L’esercito di Caio Flaminio,
caduto in un’imboscata lungo la sponda settentrionale del lago
Trasimeno, era stato distrutto; e il console stesso era caduto sul
campo. Pochi giorni dopo si era completato il disastro da que-
sta parte delle montagne. Sorpresa da Maarbale, il capo dei Nu-
midi, non lungi da Plestia, sull’omonimo lago appenninico, la
cavalleria di Servilio era stata a sua volta interamente annienta-
ta. Tra morti e prigionieri i nuovi disastri erano costati alla res
publica poco meno di ventimila soldati.
Come Publio avrebbe appreso poi, Caio Flaminio si era bat-
tuto con grande coraggio, era morto da prode e aveva subito un
destino atroce. Al nemico valoroso Annibale stesso aveva volu-
to, finita la lotta, dare sepoltura onorata; ma il corpo del conso-
le, pur fatto cercare con estrema cura, non era stato identificato.
Come si sarebbe saputo più tardi, al crollo del fronte romano
egli, caduto nel settore in cui combattevano i Celti, era stato non
solo spogliato delle armi, che erano di gran pregio; ma – secon-
do la costumanza ancestrale di quel popolo che anche Publio
aveva avuto modo di conoscere – era stato decapitato. Ridotto a
povero resto, nudo e mutilato, confuso tra i mucchi dei caduti,
spogliati a loro volta delle armi (Annibale veniva equipaggiando
i suoi uomini con le panoplie tolte ai soldati romani) e spesso de-
capitati anch’essi dai Galli, il cadavere di Flaminio era divenuto,
purtroppo, completamente anonimo e irriconoscibile. Il suo de-
stino valse in gran parte a mitigare, nell’animo di Publio, il giu-
dizio su di lui ereditato dalla famiglia: il valore e la sventura, che

1 Marecchia.
2
Arezzo.

50
gli avevano valso la sympatheia del Cartaginese non potevano,
non dovevano, lasciare indifferente chi, in fondo, ne era stato sol-
tanto un avversario politico indiretto.
Proseguire alla cieca senza esploratori sapendo che il nemi-
co disponeva di forze quasi doppie di quelle romane sarebbe
stata una follia; sicché Servilio decise opportunamente di ri-
condurre l’esercito ad Ariminum. Fu allora che Publio, non an-
cora diciottenne, e non formalmente arruolato, prese congedo
dal console. In quel momento – si giustificò – i suoi doveri non
concernevano più solo lo Stato, ma anche i congiunti: l’assenza
del padre e dello zio lasciava di fatto a lui le funzioni di pater fa-
milias, ed egli doveva pur adempiervi, in qualche modo.
Sia pure non senza rischi, il giovane rientrò dunque a Roma
con una piccola scorta. Tra i compiti cui scelse di attendere su-
bito vi era quello di assicurarsi una discendenza. Publio pro-
grammò quindi per la fine dell’anno il matrimonio con Emilia,
la figlia di Lucio Emilio Paolo, che gli era stata da tempo pro-
messa, ed era di poco più giovane di lui. Con il compimento del-
la maggiore età sarebbe venuto l’obbligo morale di arruolarsi
davvero, per poter intraprendere poi la carriera politica; e non
sottovalutava i pericoli che la guerra con quel Cartaginese for-
sennato cominciava a presentare per ogni nobile romano che
fosse chiamato ad affrontarlo in armi. Al di là di questo primo
motivo, tuttavia, lo spingevano a un passo che per sua indole
avrebbe volentieri ritardato il più possibile anche calcoli di con-
venienza. Al cospetto di una classe politica dominata da figure
come quelle di Fulvio Flacco e soprattutto di Quinto Fabio il
suo peso, e quindi il peso della sua famiglia, rischiava di rive-
larsi nullo; sicché poteva essere opportuno rinsaldare i legami,
che già esistevano, con una famiglia potente ed amica, ben pre-
sente allora nell’agone politico romano.
Quanto, precisamente, a Fabio Massimo, era giunta frattan-
to l’ora sua e quella della sua factio. Anche se Annibale aveva ri-
nunciato assai presto a dirigersi su Roma, per un attimo la pau-
ra in città era stata grande: tagliato fuori e privato dei suoi ca-

51
valieri, Servilio non pareva per di più di statura tale da misurarsi
con il Cartaginese. Scosso nella sua fiducia e stanco delle conti-
nue disfatte, il senato decise dunque di rimettere in vigore una
misura antica che, adottata abitualmente in passato di fronte al-
le situazioni più pericolose, era tuttavia caduta da tempo in di-
suso, la creazione di un dittatore; e, poiché il console supersti-
te, cui sarebbe formalmente spettata la nomina, era assente da
Roma e impossibilitato per il momento a raggiungerla, delegò
l’elezione al popolo. In tal modo si intendeva apparentemente
unificare – sia pure a termine: la durata, improrogabile, della
dittatura era di soli sei mesi – il comando degli eserciti di Ro-
ma. I comizî centuriati elessero Quinto Fabio Massimo.
Discendente secondo una delle leggende di famiglia da Era-
cle stesso ed esponente della più antica aristocrazia senatoria, già
due volte console e poi censore, capo della fazione agraria mo-
derata, e quindi non inviso alla parte più conservatrice del sena-
to, Fabio era senz’altro, in Roma, una delle personalità più insi-
gni. Piccolo e tarchiato, con un porro che, ereditario nella fami-
glia, gli deturpava il labbro superiore e gli aveva meritato il co-
gnomen di Verrucoso, questo ormai maturo nobilis dall’aspetto
dimesso del contadino era un autentico soldato, esperto e rotto
ad ogni prova. La tranquillità silenziosa e riflessiva e l’inganne-
vole mitezza che gli avevano meritato l’ironico epiteto di Ovicu-
la – quanti avversarî politici aveva sbranato, quella Pecorella! –
celavano, in realtà, la forza incrollabile di un carattere ferreo, in
cui la circospezione non era incertezza ma prudenza, la lentezza
non pigrizia o tarditas, ma metodicità e indifferenza totale ri-
spetto all’altrui condizionamento. Duro ben oltre ogni manife-
stazione aperta, da cui viceversa rifuggiva, implacabile nell’odio
e tenace nel risentimento come, occorre dirlo, nell’amicizia, Fa-
bio era mosso da un’energia senza pari; era pignolo, costante,
ostinato e dotato della pazienza imperturbabile con cui il ragno
attende la preda; era capace di lungimiranza come di fede; pos-
sedeva, in più, un fortissimo spirito di sacrificio ed era animato
da un patriottismo feroce, che persino Publio era costretto a ri-

52
conoscergli, un patriottismo in nome del quale era pronto a di-
menticare persino il personale, profondissimo orgoglio.
Fabio, che Scipione – fors’anche per un preconcetto di fa-
miglia – giudicava non particolarmente acuto, non mancò, con
il suo primo atto di governo, di sorprenderlo alquanto. Occor-
reva – egli disse – placare gli dei, irati soprattutto per la noncu-
ranza religiosa del morto Caio Flaminio. Nessuna meraviglia, in
questo: il console caduto al Trasimeno era un uomo che la vo-
ce comune voleva assai poco ligio alle tradizioni. E, però, i libri
Sibyllini, fatti subito consultare da Fabio, fornirono un parere
che, pilotato senza dubbio da Fabio stesso – quella di manipo-
lare prodigî e responsi secondo convenienza era, come Publio
sapeva, un’arte nota da sempre ai membri della nobilitas, uno
dei suoi più antichi arcana imperii, un segreto del potere che i
politici romani suggevano, per dir così, con il latte stesso delle
loro balie –, suggeriva, oltre a una serie di misure tradizionali,
alcune disposizioni insolite: la celebrazione di un ver sacrum,
una primavera sacra, e il votum, la promessa di un duplice tem-
pio, a Mens e a Venere Erycina, da costruirsi e dedicarsi en-
trambi sul Campidoglio.
A queste cautele sacrali il dittatore aggiunse poi, prima anco-
ra di uscire dalle mura della città in cerca del nemico, alcuni or-
dini di carattere prettamente strategico, dolorosi ma a suo avvi-
so assolutamente necessarî. Lungo la presumibile linea di mar-
cia del Cartaginese gli insediamenti aperti, indifesi di fronte alle
scorrerie del suo esercito, dovevano essere abbandonati, e le po-
polazioni dovevano cercare rifugio entro il più vicino centro for-
tificato; peggio ancora, ogni edificio isolato e ogni raccolto che
non si riuscisse a ricoverare in luogo sicuro dovevano essere di-
strutti per sottrarre ad Annibale le necessarie risorse.
Fabio – e Scipione aveva dovuto suo malgrado riconoscer-
glielo anni dopo, quando aveva finalmente percepito la verità –
era stato capace, in effetti, di intuire subito molti dei rischi di
quel conflitto, che prevedeva a ragione lungo e difficile. Chiare
dall’inizio, le linee della sua strategia dimostravano che egli ave-

53
va immediatamente valutato l’immensa superiorità tattica del
nemico da affrontare; e, non trovandovi al momento rimedio al-
cuno, ordinava di evitare per quanto possibile ogni scontro di-
retto, onde non concedergli l’immenso vantaggio, opponendo-
gli armate intere sul campo, di offrirgli ogni volta un bersaglio
importante da distruggere.
Quanto all’appello a Mens, primo tra i Romani egli aveva
compreso – tra le letture, ben meditate, dell’uomo vi erano evi-
dentemente, anche se non solo, i poemi di Omero – che Anni-
bale riuniva in sé, oltre al valore e alla ferocia di Achille, l’altret-
tanto mortifera metis di Ulisse. I Romani erano per natura estre-
mamente vulnerabili a una forma di guerra che consideravano da
sempre more latronum, degna di briganti; e neppure concepiva-
no quindi, di fronte a un iustus hostis, a un nemico regolare, l’im-
piego di tranelli o imboscate, il ricorso al tradimento, alla slealtà,
alla frode. Naturalmente portati ad attribuire agli altri la loro
stessa mentalità, nelle precedenti battaglie si erano dunque la-
sciati costantemente sorprendere e irretire da un avversario il
quale aveva, viceversa, una pericolosissima vocazione all’insidia.
Alle artes del Cartaginese, ai suoi stessi espedienti, non si dove-
va certo ricorrere – ne guardassero gli dei –; ma almeno, nell’af-
frontarlo, ci si affidasse alla protezione di Mens, in una parola si
chiedesse alla dea il dono di illuminare le menti dei Quiriti affin-
ché riuscissero, se possibile, a evitare ulteriori disastri. Tale era,
in realtà, il monito di Fabio; e almeno a questo i suoi concittadi-
ni potevano, secondo lui, riuscire ad adattarsi. Non raccontava
forse la tradizione che, come Ulisse lo era stato dei Greci, Enea
– il quale era, pure, il capostipite della gente romana – era stato
nous tôn Troon, mente dei Troiani, pari all’eroe greco in senno e
prudenza, ma superiore in moralità? E non era, forse, Enea il fi-
glio di quella Venere che, presso la sua dimora in Erice, aveva
ispirato (a un parente di Publio, fra l’altro; ma il giovane non era
ancora pronto a ricordare e a intuire...) un lungo duello di astu-
zie con il padre dell’attuale nemico, Amilcare Barca? In realtà,
Fabio aveva compreso perfettamente – e sulla sua scia lo avreb-

54
be compreso ben presto Publio stesso – che, mentre i Romani ne
ignoravano persino il concetto, gli strategemata, le astuzie belli-
che, erano un patrimonio vitale per qualsiasi comandante degno
di questo nome; e che, in fondo, poiché la guerra e l’etica erano
realtà del tutto distinte, non poteva durante la prima esservi un
rispetto troppo rigoroso della seconda. Così, per quanto gli fu
poi possibile, pur riconoscendo l’innata superiorità del Barcide
anche in quel campo, Fabio non esitò, in realtà, a servirsi in se-
guito, all’occasione, di inganno ed espedienti. Cercò in ogni mo-
do, tuttavia, di non lasciarne traccia, adottando talvolta allo sco-
po persino decisioni crudeli; ai Romani, che solo la rabbia per
l’ingiusto verdetto del campo spingeva a combattere ancora, bi-
sognava lasciare, per il momento, almeno le loro più intime cer-
tezze religiose, e, prima fra tutte, quella secondo cui gli dei avreb-
bero, alla fine, castigato il fedifrago e offerto la vittoria al giusto.
Il tempo della nova sapientia sarebbe, comunque, venuto inevi-
tabilmente fin troppo presto.
Quanto, infine, al ver sacrum, la prassi antica e crudele di li-
mitazione delle nascite che il tempo aveva in parte mitigato sa-
cralizzandola, essa apparteneva da sempre al costume dei po-
poli appenninici; popoli che Roma aveva sconfitto, ma non era
riuscita in alcun modo né a integrare, né a sottomettere del tut-
to. A meno che non si riuscisse a estirpare subito dal tessuto del-
la penisola lo strale che vi era infisso – e, con la strategia patro-
cinata da Fabio, ciò sarebbe stato, purtroppo, impossibile –, era
in quelle membra che il veleno del nemico avrebbe diffuso la
cancrena; era da parte loro, cioè, che la res publica avrebbe do-
vuto attendersi prima o poi, come era stato per i Galli, il ran-
core dei poveri e, quindi, una defezione di massa. Sottoponen-
do i giovani dell’Urbe allo stesso costume che, pur costretti a
praticarlo, i popoli montanari dovevano aver sentito sempre co-
me una dura ingiustizia della sorte, Fabio rivolgeva loro un ras-
sicurante messaggio di sympatheia, li invitava cioè a sentire che
i Romani costituivano, in fondo, un solo Stato e una sola realtà
insieme con loro.

55
Dopo avere raccolto ai suoi ordini ben quattro legioni, le
due appena ricondotte a Roma da Servilio e le due da lui stes-
so arruolate, il dittatore uscì finalmente dalle mura. Fin dall’ini-
zio, tuttavia, fu costretto a dibattersi tra mille difficoltà. I verti-
ci militari della res publica pativano da sempre il morbo esizia-
le del dualismo; e, purtroppo per Roma non meno che per lui,
i sintomi di quel nefasto malanno si manifestarono subito anche
in quell’occasione. Vanificando con un errore gravissimo quel-
l’unità di comando che si era inteso ricostruire, a Fabio non fu
infatti concesso di scegliersi personalmente il magister equitum,
il collega minor cui le cautele sacrali d’uso affidavano, in tempo
di dittatura, il comando della cavalleria. Eletto per la prima vol-
ta nella storia della res publica dal popolo, quest’ultimo poté
dunque considerare il proprio potere non come un’emanazio-
ne diretta di quello del dittatore, ma come un’attribuzione dei
comizî, in certo qual modo indipendente, perciò, dall’imperium
del magistrato supremo. Di per sé inevitabili in tale equivoca si-
tuazione, i contrasti furono poi ulteriormente aggravati dal rap-
porto, personale non meno che politico, esistente tra Fabio e il
suo maestro dei cavalieri. Pur essendo un comandante esperto,
Marco Minucio Rufo, l’uomo scelto dal popolo, era però lega-
to, come il futuro console Marco Terenzio Varrone, alle forze
nuove emergenti allora in senato; e, ciò che era più grave, era
un risoluto avversario dei conservatori.
Fu inevitabile fin dall’inizio, quindi, che i dissidî esistenti
tra i due finissero per interferire con la loro attività di coman-
do, recando grave pregiudizio alla condotta delle operazioni
militari; le quali avrebbero richiesto invece, dato il nemico che
si aveva di fronte, una perfetta concordia. Mentre infatti Fabio
ricorreva ad ogni mezzo pur di costringere il Cartaginese a
un’inattività che giudicava dannosa per lui quasi quanto una
sconfitta, mostrandosi pronto per questo a rinnegare persino
le tradizioni più prestigiose della sua città e della sua stessa ca-
sta, Minucio mordeva il freno; e non esitava a sferzare con le
sue critiche l’operato del dittatore, avanzando, nei suoi con-

56
fronti, il sospetto di codardia e persino di connivenza con il
nemico.
Contro Fabio – Publio era pronto a riconoscerlo, malgrado
tutto – giocarono del resto subito alcuni fattori. Il tempo, in pri-
mo luogo; che, per di più, l’ostilità del magister equitum non gli
permetteva neppure di sfruttare appieno. Mentre il dittatore si
limitava a tallonarlo tenendosi il più possibile in altura onde evi-
tare imboscate, il Cartaginese, che aveva raggiunto il meridione
d’Italia, sembrava divertirsi a tirarselo dietro, quasi tenendolo
avvinto con un invisibile guinzaglio, e costringendo le furibon-
de truppe romane ad assistere senza reagire ai guasti quotidia-
namente provocati con distruzioni, devastazioni e razzie; guasti
che andavano facendosi sempre più gravi, e tali da richiedere,
in prospettiva, molti e molti anni per porvi rimedio. Cresceva-
no dunque di giorno in giorno le proteste dei socii, indotti a
scambiare l’inattività di Fabio per inerzia. Quegli alleati dei
quali si pretendeva la fedeltà erano lasciati – lo si mormorava
sempre più apertamente anche in senato – alla mercé di un ne-
mico cui dovevano cedere un giorno dopo l’altro i frutti del lo-
ro sudore e spesso persino la vita; sicché il danno morale ri-
schiava di essere più grave addirittura di quello materiale, e ta-
le da compromettere persino la dedizione dei socii più fidati.
Quanto poi al popolo di Roma, esso, che pure aveva scelto Fa-
bio perché lo guidasse, era avvezzo da tempo immemorabile a
metodi diretti e a risultati immediati; e cominciava a sua volta a
biasimarne apertamente le scelte strategiche.
Ai rumori popolari che si levavano sempre più alti contro di
lui e alla sfiducia sempre più diffusa anche in senato Fabio op-
poneva, in apparenza, la consueta imperturbabilità; ma era, in
realtà, seriamente preoccupato. L’unico modo che aveva di giu-
stificare le sue scelte di fronte a un’impazienza crescente era, in-
fatti, quello di riportare un successo, anche parziale; ma sapeva
che ciò poteva riuscirgli solo costringendo il Cartaginese a bat-
tersi in condizioni di estremo svantaggio. Parve, per un attimo,
che egli fosse sul punto di avere successo quando Annibale, fin

57
troppo fiducioso nella propria capacità di manovra, si spinse
temerariamente a fare bottino nell’agro Falerno: gli sbocchi di
questa regione, tra le più fertili e ricche della penisola, erano
però assai facili da presidiarsi, e al termine della sua scorreria
il Cartaginese, ingombro di un immenso carico di preda, che
comprendeva capi di bestiame a migliaia, trovò sbarrata dal ne-
mico ogni strada possibile. Purtroppo contro Fabio giocarono,
allora, l’abilità e l’astuzia del suo avversario: proprio in quella
occasione, infatti, si vide come l’aver intuito pericolo e natura
delle sue insidie non sempre bastasse ad evitarle. Per ingannare
la sorveglianza del dittatore, durante una notte particolarmente
buia il Barcide lanciò infatti in direzione di uno dei passi sorve-
gliati dalle truppe romane ben duemila buoi che avevano fiac-
cole accese legate alle corna; e facendo avanzare, occulti dietro
la mandria, i fanti leggeri iberici, approfittò dello spostarsi di
buona parte dei legionarî in direzione dei fuochi per occupare,
sopraffacendo lo scarso presidio rimastovi, l’altura che sovra-
stava il valico. Poté, in tal modo, non solo uscire dalla trappola;
ma addirittura portar via con sé tutto il bottino. Ciò che Anni-
bale fece allora era destinato, Publio lo pensava sinceramente, a
rimanere nei secoli come simbolo di quanto di meglio – pron-
tezza di spirito, intuizione, fantasia; in una parola genialità –
sappia esprimere un comandante sul campo. I Romani sareb-
bero stati sicuramente irrisi, da allora in poi, per l’inesperienza
e la dabbenaggine mostrata in quella circostanza. Forse non del
tutto a ragione però, almeno secondo lo stesso Publio: era stato
il Cartaginese a rivelarsi insuperabile maestro d’astuzia, non lo
sfortunato Fabio a peccare di superficialità o di trascuratezza.
Per di più Annibale conosceva a fondo anche l’arte di una
perfidia assai più sottile; e colse, durante la puntata nell’agro Fa-
lerno, l’occasione per screditare un avversario che, in fondo, era
stato il solo, finora, ad avergli causato qualche fastidio. Tra le ter-
re che andava quotidianamente devastando, infatti, egli ordinò
che si risparmiassero quelle di Fabio, per gettare su di lui l’om-
bra del dubbio; o, almeno, per eccitargli ulteriormente contro il

58
malumore di una popolazione stanca di eccidî, di distruzioni, di
sofferenze, e sempre più impaziente, quindi, di fronte ai metodi
dilatorî del dittatore. Nulla vi è di più facile, in fondo, che con-
vincere qualcuno di quanto questi è già orientato a credere da so-
lo; sicché la manovra, benché persino troppo sfacciata perché il
sospetto risultasse plausibile davvero, rischiò di travolgere Fa-
bio. Riferita dagli esasperati coloni di Roma e dagli stessi socii
campani, la calunnia giunse fino all’aula del senato; dove più di
una voce – non tutti, nel consesso, erano amici del dittatore – si
levò a insinuare almeno il dubbio di una sua collusione con il ne-
mico. Dalla curia Publio era, in quel momento, ancora molto lon-
tano; ma anche con gli esponenti della sua pars, che gli doveva-
no ascolto, rifiutò sdegnosamente di accreditare la diceria, e non
perché non biasimasse anch’egli, allora, le scelte strategiche del
suo avversario, ma perché, malgrado tutto, non poteva non rico-
noscergli oltre ogni dubbio un patriottismo senza macchia.
Comunque sia, questa era l’ultima goccia. Il dittatore venne
richiamato a Roma con il pretesto di compiere sacrifici, in realtà
per conferire con il senato, preoccupato per il malumore cre-
scente tra il popolo e gli alleati; e, malgrado difendesse il suo
operato con l’equilibrio e la passione insieme di chi sa di avere
buona coscienza, dovette poco dopo subire un ulteriore af-
fronto. La voce degli oppositori soverchiava ormai di molto
quella dei fautori di Fabio; sicché riuscì loro di far approvare,
ancora una volta in contrasto con la prassi normalmente segui-
ta, una rogazione straordinaria, che, per il tempo residuo, limi-
tava i poteri del dittatore, pareggiando al suo l’imperium del
magister equitum. Si era, così, vanificato del tutto il senso della
decisione presa dopo il Trasimeno.
Quello che accadde in seguito, durante i loro ultimi mesi,
non fu – così almeno pareva a Publio – di grande interesse per
l’andamento della guerra. Se davvero Fabio fosse intervenuto a
salvare l’imprudente Minucio, caduto in un’imboscata dei Pu-
nici, egli non lo seppe mai, né – in fondo – gli importava dav-
vero; ma la riconciliazione tra i due gli era sempre parsa un ge-

59
sto dovuto, a sottolineare di fronte a una res publica tuttora in
difficoltà il valore fondamentale della ritrovata concordia tra i
suoi capi. Ciò che importava era il fatto che si era arrivati ormai
allo scadere della dittatura; e che, una volta ancora, nulla si era
concluso. Giunto infine il mese di dicembre, Fabio e Minucio
deposero la carica, rilevati nel comando dai due consoli, Servi-
lio Gemino e Marco Atilio Regolo, un anziano senatore eletto
per sostituire il morto Flaminio fino alla scadenza del mandato.
Con l’arrivo della stagione fredda costoro si limitarono a sorve-
gliare Annibale, lasciando l’iniziativa ai consoli dell’anno suc-
cessivo. Il Barcide, dal canto suo, si era impadronito di Gereo-
nio, un piccolo centro dell’Apulia, non lontano da Luceria, e lo
aveva trasformato per tempo in un deposito di viveri; poi, stan-
co forse di far danni, vi si era rintanato per svernare.
Quanto a Publio, dopo avere rimesso ordine negli affari del-
la famiglia, si era sposato. Meditava infatti, per l’anno seguen-
te, di arruolarsi, dando così un primo, importante segno di di-
sponibilità politica; e voleva, per questo, che la sua situazione
personale fosse limpida e ben definita. A completare le gioie
private di quella fine d’anno, poco dopo il suocero Lucio Emi-
lio venne eletto console per l’anno seguente. Era il suo secondo
consolato.

2. L’«annus horribilis»
Italia. Anno ab Urbe condita 538, sotto il consolato di Lucio Emilio Pao-
lo (II) e Caio Terenzio Varrone. 599 dalla fondazione di Cartagine. Olim-
piade 141,1. 216/215 avanti Cristo.

Quell’anno i comizî per l’elezione dei consoli si tennero con


molto ritardo. A cambiare il corso della guerra avevano provato
invano i tradizionalisti e i riformatori, i rappresentanti della ple-
be urbana e i capi delle classi contadine. Ora tutta la nobilitas, a
qualunque factio fosse legata, paventava la vittoria della nuova
corrente – dichiaratamente popularis, e perciò imprevedibile –

60
che, cavalcando l’onda del risentimento generale, aveva guada-
gnato ampi consensi in città. La dilazione, tuttavia, non valse a
far sbollire i furori del popolo e a scongiurare l’evento tanto te-
muto. Insieme al suocero di Publio, eletto tra i patrizî, la volontà,
ormai unanime nell’Urbe, di giungere al più presto a uno scon-
tro decisivo portò alla somma carica Caio Terenzio Varrone.
Figlio di un mercante di carni arricchito, costui era un uomo
forse non privo di una certa qual forma di rozzo ingegno; ma
era, per contro, del tutto alieno da ogni modestia. Degli homi-
nes novi possedeva in sommo grado le virtù e, purtroppo per
Roma, soprattutto i vizî: in particolare la sfrontatezza, la pron-
ta percezione degli umori della plebe e la grande capacità di
compiacerli senza curarsi di nulla. Aveva infine – atteggiamen-
to rovinoso più di qualsiasi altro – la tendenza a confondere il
successo con il valore personale; e a ritenere che solo in virtù
della nascita i nobiles traessero il loro diritto a reggere la res pu-
blica, come se nulla, in fondo, contassero l’educazione, l’espe-
rienza, l’abitudine al governo, le tradizioni di un’intera classe
politica. Questi convincimenti lo portavano inesorabilmente a
condividere senza dubbi o perplessità di sorta il giudizio entu-
siastico delle masse che lo avevano eletto e a trovare nel loro ri-
conoscimento un’infallibile prova a sostegno della smisurata fi-
ducia che già nutriva in sé stesso. In lui l’ostilità verso la tradi-
zione e verso i nobiles nasceva non da spirito critico, ma da una
volontà di rivalsa che si traduceva in una dissacrazione tanto più
dissennata quanto più completamente arbitraria.
Quella che lo aveva eletto era, del resto, una maggioranza esa-
sperata dai disagi e dalle sofferenze della guerra; e ormai avulsa
dalla realtà al punto da non accorgersi che il console restituiva
loro, celati sotto la roboante retorica delle sue concioni, i loro
stessi delirî. Quando ascoltava il «figlio del beccaio» promettere
con sicumera che lui, e non i nobiles, avrebbe posto fine alla guer-
ra il giorno stesso in cui avesse visto il nemico, il popolo minuto
si riconosceva pienamente nell’uomo che aveva scelto a rappre-
sentarlo. Egli era uno di loro: come avrebbe potuto mentire?

61
Il guaio era che alle sue parole cominciava ormai a credere
anche una parte almeno dell’aristocrazia. Ai suoi concittadini,
a tutti, egli diceva quello che essi volevano sentire; e persino il
suocero Emilio Paolo, alle domande di Publio, rispose che for-
se quello zoticone arricchito era davvero l’uomo che, in quel
frangente, occorreva alla res publica. Tranne Fabio, del resto,
l’intera città sembrava prestar fede alle sue promesse; e dunque
gli fornì senza esitare mezzi imponenti. Con forze pari o di po-
co superiori al nemico lo scontro sembrava deciso in partenza
in favore di Annibale; si progettò allora di schiacciare il Carta-
ginese sotto il peso di una superiorità numerica soverchiante,
radunando la più grande armata che si fosse mai vista. Si ar-
ruolarono quattro legioni e si mantennero le quattro già in ser-
vizio, portando per ciascuna l’organico delle fanterie a cinque-
mila uomini; si chiamò poi alle armi una forza pari di alleati,
portando il numero complessivo dei fanti a ottantamila circa.
Invariate rimasero, invece, le cavallerie; che, tra cives e socii, al-
quanto più numerosi, contavano seimila uomini appena.
Dopo avere inquadrato le reclute, i consoli lasciarono la città
salutati da una folla festante; e tutta la marcia di avvicinamento
al nemico si svolse all’insegna dell’euforia. Come avrebbe po-
tuto il Cartaginese resistere a una forza simile? Non lontano da
Arpi le truppe partite da Roma raggiunsero le legioni veterane,
tuttora al comando di Atilio Regolo e di Servilio Gemino, che
fin dall’inverno sorvegliavano le mosse di Annibale. Tra i magi-
strati dell’anno precedente rimasero con Paolo e Varrone, an-
dando incontro al loro destino, lo stesso Servilio e Marco Mi-
nucio Rufo. Venne invece congedato Regolo, col pretesto dei
raggiunti limiti di età; in realtà perché lo si sapeva tra i pochi se-
guaci della dottrina strategica di Fabio.
La destinazione ultima di quell’immenso esercito era la pia-
na dell’Aufidus3. Dopo avere trascorso l’inverno nella regione
collinosa di Gereonio, con l’arrivo della bella stagione Anniba-

3
Ofanto.

62
le si era infatti spostato verso la piatta distesa a mezzogiorno del
monte Gargano, oltre i Campi di Diomede, una regione quan-
to mai favorevole all’impiego dei suoi cavalieri; e si era impa-
dronito con un colpo di mano della rocca di Canne, dove i Ro-
mani tenevano un importante deposito di vettovaglie. Poi,
avendo provveduto a mettersi al riparo dalla necessità, si era di-
sposto ad attendere le mosse dei nemici. Ora, con gioia, scoprì
che essi erano venuti decisi a combattere.
Dopo una prima avvisaglia, avvenuta durante la marcia, con
le fanterie leggere e le cavallerie dei Punici, che furono respinte,
l’esercito romano pose le tende sulla sinistra dell’Aufidus, a cin-
que miglia circa dal campo di Annibale. Sulla destra del fiume
Emilio Paolo fece costruire un campo minore, destinato a ospi-
tare un terzo circa delle forze romane: intendeva così disturba-
re i foraggiatori punici e, a un tempo, proteggere i suoi. Anni-
bale allora, che aveva scelto dapprima di accamparsi non lungi
dall’altura su cui sorge la cittadella di Canne, sulla riva destra
del fiume, decise di passare sull’altra sponda, fronteggiando il
grosso delle forze nemiche. Intendeva infatti disporsi in modo
da chiuder loro la strada, ben deciso a non lasciarsele sfuggire
in alcun modo.
Questa mossa, in realtà, non sarebbe stata neppure necessa-
ria. Determinati com’erano entrambi a combattere ad ogni co-
sto, i contendenti rinunciarono infatti persino alle schermaglie
che, di norma, precedono ogni scontro in acie. Se il Cartaginese
offrì subito battaglia, solo una volta i Romani la rifiutarono; e ciò
unicamente perché Terenzio Varrone insisteva per averne il co-
mando. Il giorno seguente – era il primo dopo le calende di se-
stile, il sesto mese dell’anno; si era dunque in piena estate – quan-
do l’alternanza lo pose, come d’uso, alla testa delle legioni, il «fi-
glio del beccaio» rivendicò l’onore di guidarle contro il nemico.
Publio riteneva di conoscere quella battaglia quanto Anni-
bale stesso, persino meglio, forse; mille volte l’aveva studiata,
analizzandone con cura ogni fase, ogni movimento, ogni detta-
glio, e ne aveva tratto infine le varianti tattiche applicate poi in

63
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Cartaginesi
Secondo il Kromayer
2° Tempo Romani

5 Cartaginesi
Secondo il De Sanctis
Romani
6
7 1 Campo maggiore dei romani
9 2 Campo minore dei Romani
6 8
9
3 Primo campo di Annibale
4 Secondo campo di Annibale
3° Tempo 5 Cavalleria pesante cartaginese (Asdrubale)
6 5
9 6 Fanteria africana
9 7 Fanteria gallica e iberica
6
8 Cavalleria leggera
7
9 Truppe leggere cartaginesi
10 Truppe leggere romane

La battaglia di Canne (216 a.C.)

64
Spagna e soprattutto in Africa. Eppure di quanto accadeva in-
torno a lui nulla aveva compreso, durante quel giorno; e assai
poco di quei momenti ricordava oggi, quasi che gli dei, miseri-
cordiosi, ne avessero in lui cancellato l’orrore. Rivedeva solo –
prima dell’urto –, ferme sulla sinistra, le ringhianti schiere dei
Celti, nudi fino alla vita, con le lunghe spade atte a colpire solo
di taglio e, accanto a loro, composte e impassibili, e perciò an-
cor più spaventose, le ilai degli Iberi, con le tuniche di candido
lino bordate di rosso e le temibili spade dall’insuperabile tem-
pra. Rivedeva soprattutto – quanto lo aveva colpito, allora – la
singolare disposizione sul campo dell’armata nemica, con un sa-
liente al centro, i cui ranghi si facevano proporzionalmente me-
no profondi man mano che si procedeva verso i lati, dando l’im-
pressione, quasi, di una mezzaluna con la parte convessa rivol-
ta verso il nemico. Risentiva sul volto l’alito spiacevole del ven-
to Volturno, che dai campi riarsi soffiava in faccia alle truppe
romane polvere e stoppie. Quanto alla mischia vera e propria,
essa era stata un continuo carosello di movimenti rapidi e con-
fusi in cui l’attenzione, tutta rivolta alla lotta per sopravvivere,
aveva impedito ogni percezione corretta della realtà circostan-
te. Ma, poco prima di risolversi a cercare scampo nella fuga, Sci-
pione si era volto a guardare la massa dell’armata romana; e
l’aveva vista, nereggiante e immensa, eppure compressa e come
schiacciata da un sottile, infrangibile cerchio di truppe puniche.
Ricordava di essersi chiesto, allora, come fosse potuto accade-
re; e di avere pensato che a quanti stavano al centro di quell’in-
sopportabile carnaio, spinti e premuti da ogni parte da infelici
come loro, che come loro lottavano per sopravvivere, doveva
riuscir impossibile non solo combattere, ma persino respirare.
Aveva appreso qualche tempo dopo da uno dei rari scampati
delle legiones Cannenses che molti erano morti proprio così, pi-
giati e soffocati semplicemente nella calca, risparmiando lavoro
alle spade dei Punici.
Che il suocero fosse caduto, Publio lo aveva istintivamente sa-
puto subito; e ne aveva avuto conferma poche ore dopo da uno

65
dei superstiti, che aveva visto Lucio Emilio morente. Alla giova-
ne sposa avrebbe voluto dare la notizia di persona. Ma, poiché la
morte del console era certa, come avevano comunicato i messi
che il collega Terenzio Varrone aveva subito inviato a Roma, fu
il senato che provvide a informarne la figlia. Nulla invece si sa-
peva, inizialmente, in città circa la sorte di Publio stesso, che ave-
va trovato scampo a Canusium4, non a Venusia5, con un secon-
do gruppo di superstiti; ed Emilia aveva passato lunghi giorni al-
ternando il dolore e l’angoscia, fino a quando – e il sollievo, la
perdonassero gli dei, le aveva per un attimo fatto dimenticare la
morte del padre – aveva saputo che il marito era vivo.
In quel frangente era, del resto, già un sollievo limitare i lut-
ti: la città era piena di pianto, e non vi era chi, nel massacro, non
avesse perduto almeno un congiunto. Nella più spaventosa di-
sfatta che Roma avesse mai conosciuto era caduto uno dei con-
soli dell’anno, Emilio Paolo; era caduto il console dell’anno
precedente, Servilio Gemino; era caduto l’ex maestro dei cava-
lieri, Minucio Rufo; e, con essi, tra la folla smisurata dei morti
ignobiles, erano periti entrambi i questori; ventinove tribuni mi-
litari, e cioè gran parte dell’ufficialità legionaria; ottanta sena-
tori e un numero imprecisato di appartenenti all’ordine eque-
stre. Di fronte allo sbigottito senato di Cartagine Magone a-
vrebbe rovesciato, poche settimane dopo, un moggio almeno di
anelli d’oro che i Punici avevano tolto dalle dita degli uccisi. Ro-
ma aveva lasciato sul campo di Canne oltre quarantanovemila
fanti e duemilasettecento cavalieri. I prigionieri caduti nelle ma-
ni di Annibale, la cui sorte non sarebbe stata, salvo rari casi,
molto migliore, erano diciannovemila circa. Solo un pugno di
uomini aveva potuto salvarsi fuggendo.
Tra questi era Publio. Schierato sulla destra della formazione
romana, agli ordini del suocero, il giovane era riuscito fortuno-
samente a scampare al massacro; e aveva potuto, infine, rag-

4 Canosa.
5
Venosa.

66
giungere Canusium insieme a quattromila uomini circa. Qui es-
si si erano organizzati a difesa; e, poiché la catena di comando era
spezzata, proprio a lui e al collega e amico Appio Claudio Pulcro
– erano i soli tribuni militari presenti sul posto – gli affranti su-
perstiti avevano conferito la responsabilità di guidarli. Nella cit-
tadina dalle porte sbarrate regnava il terrore; al punto che, com-
pletamente dimentichi della loro identità di cittadini e di nobi-
les, alcuni giovani aristocratici, disperando della salvezza di Ro-
ma, meditarono allora di cercare rifugio oltremare. Publio ave-
va immediatamente saputo di quel proposito; proposito che, del
resto, essi, in preda al panico, nemmeno si curavano di celare.
Quanto a lui, non lo avrebbe mai confessato; ma aveva temuto
allora che essi avessero ragione. Eppure vi erano dei doveri che
non poteva ignorare, doveri verso gli uomini che gli avevano af-
fidato la loro sicurezza e verso la moglie, che aveva perso il padre
e lo aspettava a Roma, doveri verso la sua famiglia, la sua classe
sociale, la sua città; per di più gli scampati di quel presidio lo ave-
vano scelto come capo, e, per Giove, intendeva farsi ubbidire.
Così, riuniti alcuni uomini decisi, Publio si era presentato nel
luogo dove i giovani nobiles tenevano riunione. Minacciosa, la
spada che stringeva nel pugno era divenuta l’arra di un giura-
mento: che mai, cioè, Publio avrebbe abbandonato Roma. Do-
po avere giurato per primo, aveva costretto i presenti a fare lo
stesso; e aveva addolcito poi il tono severo tenuto fino ad allora
promettendo che del loro momento di debolezza nessuno avreb-
be saputo mai nulla. Pochi giorni dopo, avendo appreso che il
console Varrone era scampato al disastro, egli e Claudio Pulcro
condussero quel pugno di uomini verso Venosa, riunendosi in-
fine con il grosso degli scampati.

3. Gli anni della resistenza


Si preparavano, per la res publica, anni durissimi. Il risultato che
il Cartaginese si era proposto venendo in Italia pareva ora fi-

67
nalmente sul punto di essere raggiunto. A quell’ultima, più ter-
ribile percossa il corpo stesso della federazione cominciò infat-
ti a sfaldarsi. La secessione prese le mosse dall’Apulia, che ave-
va assistito, agghiacciata, al massacro: qui Salapia, Ece, Erdo-
nea, e con esse la più importante città della Daunia, Arpi, apri-
rono le porte ad Annibale senza combattere.
Per fortuna di Varrone – e di Publio... – di ridurre con la for-
za Canosa, dove avevano trovato rifugio, insieme con il conso-
le, quindicimila superstiti circa, Annibale nemmeno si curò. Da
Sagunto in poi riluttante agli assedî, il Barcide contava per di
più che, tolte le prime pietre alla struttura della federazione ro-
mana, questa sarebbe poi facilmente crollata, rimettendo nelle
sue mani ogni cosa senza troppa fatica. Procedette dunque su-
bito verso nord, in direzione del Sannio, che sapeva da sempre
ostile a Roma; e ottenne rapidamente l’adesione prima di Com-
psa, poi di tutti gli Irpini e di quasi tutti i Caudini. A Compsa il
Barcide lasciò, perché proseguissero la sua opera, il fratello Ma-
gone e, con lui, il nipote Annone di Bomilcare, che avrebbe ri-
levato nel comando il più giovane dei Barcidi quando questi
fosse partito per recare a Cartagine l’annuncio delle loro vitto-
rie. I due dovevano conquistare alla causa punica i Lucani e i
Bruzii. Compito facile: si trattava di genti affini di stirpe ai San-
niti e, come loro, scontente del dominio romano, che passaro-
no, integralmente e senza esitare, nel campo nemico. Due città
soltanto, nel Bruzio, rimasero fedeli a Roma, Cosenza e Petelia;
e di quest’ultima i Cartaginesi iniziarono immediatamente l’as-
sedio.
Quanto ad Annibale, egli mirava, in quel momento, a una
preda assai più ambita: a quella Campania che di tutta la peni-
sola era la regione più ricca e, in particolare, a Capua, che ne
costituiva il cuore, prospera e splendida in quel momento più
di Roma stessa. Ad essa si dedicò personalmente; e Capua, con-
tro ogni previsione dei Romani, se ne lasciò sedurre e gli aprì
subito le porte. Ottenne, certo, l’assicurazione che avrebbe con-
servato leggi e magistrati suoi propri, libera dal controllo anche

68
indiretto dei Punici; e che nessuno dei suoi cittadini sarebbe
stato costretto a svolgere servizio in armi negli eserciti di Car-
tagine o a fornire prestazioni di sorta. Ottenne, infine, la con-
segna di trecento prigionieri romani di nobile schiatta come
ostaggi per garantire la salvezza dei cavalieri cittadini che mili-
tavano nelle legioni di Sicilia. Nulla, in fondo, che già non aves-
se da Roma. E tuttavia erano ben altre le promesse che i Cam-
pani si aspettavano da Annibale: la disgrazia della res publica
aveva alimentato in quel covo di mercanti il folle sogno di po-
tersi ben presto sostituire all’Urbe. Ansioso di ottenerne l’al-
leanza, il Cartaginese non poteva certo deluderli; e dunque as-
sicurò loro che, nell’ora della vittoria, si sarebbe ricordato di
Capua, ponendola alla testa della nuova federazione italica le-
gata a Cartagine e costringendo Roma stessa a riconoscerne
l’egemonia.
Era un colpo durissimo; e, quando lo seppe, Publio ne fu in-
sieme atterrito e sconvolto. Ove si escluda la cessione dell’agro
Falerno, negoziata del resto dagli stessi notabili della città cam-
pana in cambio di una rendita annua, il legame con Roma ave-
va offerto ai Capuani solo beneficî, sottraendoli alla pressione
sannita da cui non sapevano difendersi da soli e permettendo di
sviluppare in pace traffici e attività produttive che giovavano
soprattutto a loro e che ne avevano fatto il vero centro econo-
mico della penisola. Persino il legame con Roma era stato ge-
stito con oculatezza e magnanimità da un potere egemone del
quale, oltretutto, i figli più illustri di Capua erano partecipi al-
meno dal tempo in cui i primi Decî erano divenuti consoli.
Quanto alla civitas sine suffragio, ben lungi dal costituire un li-
mite alle fortune politiche dei nobili locali, la cittadinanza sen-
za diritto di voto era la formula equilibrata concepita apposta
per favorire il dominio degli aristocratici in città senza impedir
loro di giungere a esercitare l’alta politica all’interno della stes-
sa Roma. Se, infatti, da un lato essa manteneva in vigore le ma-
gistrature originarie, alimentando tra il popolo minuto l’illusio-
ne dell’indipendenza e salvaguardando con ciò la pace sociale

69
all’interno, dall’altro offriva ai notabili la possibilità di trasfe-
rirsi nell’Urbe assumendone la cittadinanza e aprendosi la stra-
da fino ai vertici della res publica.
Quanto agli uomini che avevano perpetrato l’infamia, una ta-
le condotta poteva esser comprensibile e persino prevedibile da
parte di alcuni tra loro – da parte di Mario Blossio, per esempio,
allora meddix tuticus, magistrato supremo della città, la cui illu-
stre famiglia di origine osca era simbolo da sempre dell’orgoglio
campano e da sempre era ostile al dominio di Roma –; ma altri
– Vibio Virrio, Seppio Loesio – non avevano manifestato mai,
fino ad allora, alcun segno delle loro reali intenzioni. Pacuvio
Calavio poi, colui che si era posto alla testa del movimento se-
cessionista, aveva dato tempo prima una propria figlia in sposa
al romano Marco Livio; ed era addirittura sposato lui stesso con
una figlia di Appio Claudio il Cieco – l’uomo che tanto aveva fa-
vorito le clientele mercantili (e Capua con esse...); e, peggio,
l’uomo che era stato una guida e un capo tra i più influenti del-
la sua stessa factio, pensava turbato Publio, riflettendo amara-
mente sulle conseguenze politiche future che ne potevano deri-
vare a lui stesso. La scelta di campo del notabile campano era
inconcepibile, oltre che odiosa; e non meritava perdono. Giove
che punisce il fedifrago, Publio davvero lo sperava, non avreb-
be lasciato senza castigo il peggiore dei tradimenti.
A Roma, frattanto, si era finalmente misurata tutta la porta-
ta del disastro; e si cercava in ogni modo di reagirvi. Dei fronti
tuttora presidiati dalle legioni alcuni – la Spagna, per esempio
– non si poteva ragionevolmente pensare di sguarnirli; altri – la
Gallia Cisalpina, la Sicilia, la Sardegna – non si volle, o almeno
si giudicò che il farlo sarebbe stato inutile e, peggio, più dan-
noso che il rinunciare a servirsi dei loro presidî. L’Urbe preparò
dunque la sua difesa contando solo sulle due legioni urbane, co-
scritte quello stesso anno, e composte di reclute zelanti ma as-
sai poco addestrate; e sui fanti di marina di base a Ostia, la por-
zione largamente incompleta di una legio classica che attendeva
qui il pretore Marcello pronta a imbarcarsi verso la Sicilia.

70
Per fortuna Annibale non aveva, allora, in animo di puntare
sulla città, e lo si comprese ben presto. Non solo, infatti, le no-
tizie che, sia pur sporadicamente, giungevano al senato lo dice-
vano lontano e intento ad alienare sempre nuovi territorî alla fe-
derazione; ma egli stesso fece subito, nei confronti della res pu-
blica, un risoluto tentativo di negoziare. Deciso forse a non
spingere il nemico agli estremi, all’indomani stesso di Canne in-
viò infatti a Roma dieci dei prigionieri, perché proponessero al
senato il riscatto delle molte migliaia di commilitoni che rima-
nevano tuttora nelle sue mani. Per loro tramite fece contempo-
raneamente conoscere ai patres che quella da lui condotta nei
confronti di Roma non era una guerra a morte; e che era di-
sposto a trattare.
Era una mossa doppiamente abile: il Barcide contava infatti
sia sulle pressioni che le famiglie, disperate, avrebbero senz’al-
tro esercitato nei confronti dei patres, sia sulla consuetudine,
tutta romana, di occuparsi dei disertori e dei prigionieri solo al
termine di una guerra. Per prassi rigidissima la res publica esi-
geva, se vittoriosa, la consegna dei primi; imponeva, in tal caso,
anche la liberazione dei secondi, dei quali invece trattava per
quanto possibile il riscatto se era stata vinta. Anche in tempi re-
centi questa linea di condotta non aveva conosciuto eccezioni:
Annibale ricordava infatti come suo padre, che i Romani rico-
noscevano di non avere sconfitto, fosse stato lasciato uscire dal-
la rocca dell’Eircte in Sicilia portando con sé non solo le armi,
ma anche i disertori romani e italici. Quanto ai prigionieri, pri-
ma di Annibale nella stessa situazione si era trovato Pirro: bat-
tuti due volte sul campo, i Romani avevano accettato di riscat-
tare una parte dei loro soldati, e, secondo costume, avevano poi
intavolato subito trattative di pace. Quando l’intervento di una
flotta punica li aveva indotti a interrompere i negoziati prima
che fossero conclusi, essi avevano poi rigorosamente tenuto
quegli uomini, non più disponibili come forze combattenti, lon-
tano dal fronte, evitando di impiegarli di nuovo contro il nemi-
co che, dopo averli sconfitti, li aveva liberati. Accettare dopo

71
Canne di trattare il rilascio dei vinti avrebbe dunque significa-
to, per la res publica, ammettere sia pur implicitamente la scon-
fitta; e avrebbe dovuto, pertanto, indurla a intraprendere anche
un negoziato di resa.
Quello di Annibale era, in fondo – e Publio lo avrebbe ca-
pito solo più tardi –, un approccio sincero. Su di un punto il co-
dice di guerra romano e quello del Cartaginese, mutuato dall’el-
lenismo, sembravano coincidere: sul fatto, cioè, che la guerra
dovesse essere decisa sul campo. Una o due sconfitte e il soc-
combente – pensava Annibale – era moralmente tenuto a di-
chiararsi vinto. Tra le due concezioni, tuttavia, esisteva un di-
scrimine fondamentale. Considerando la fraus come la peggio-
re sorgente di iniuria, come la peggior violazione possibile nei
confronti del diritto, i Romani non ammettevano scorciatoie
verso la vittoria. Certo, anch’essi ritenevano che la guerra aves-
se il suo momento risolutivo e la sua misura nello scontro cam-
pale; ma – cosa che il Cartaginese, educato alla greca non pote-
va comprendere – per loro questo evento era un certamen, gio-
co e rituale insieme. Perché il vinto ne riconoscesse il risultato
il proelium doveva dunque sempre essere iustum, doveva esse-
re combattuto secondo le regole. Assai più ammantata di va-
lenze religiose che per i Greci, per i Romani la battaglia cam-
pale aveva tuttora il senso di un’autentica verifica sacrale, di un
giudizio divino vero e proprio; ed era perciò rigorosamente sot-
toposta alla tutela della fides, alla stessa costante di comporta-
mento su cui si reggeva, del resto, ogni altra attività umana.
Formalmente nessuna delle vittorie del Cartaginese poteva
dunque essere tenuta valida: sicché i Romani, forti di questa
convinzione, opposero alle sue proposte un netto rifiuto. A me-
glio certificare le proprie intenzioni il senato fece addirittura
espellere dalla città i rappresentanti del Barcide; e, senza mo-
strare il minimo interesse per la sorte dei prigionieri rimasti in
sua mano, provvide a che tutti gli emissari – tutti e dieci; com-
preso colui che aveva cercato di sciogliersi dall’obbligo di tor-
nare con un cavillo – fossero rinviati al campo dei Punici. Ri-

72
scattare i prigionieri non si poteva senza riconoscere aperta-
mente la propria inferiorità; e dunque non solo si arruolarono
due nuove legioni urbane chiamando alle armi anche i giovani
che non avevano ancora l’età legale, ma si liberarono e si arma-
rono tutti quelli che, in città, erano schiavi o detenuti per debi-
ti e per altri delitti.
Quanto ai reduci di Canne, essi sarebbero stati di lì a poco i
primi a sperimentare una nuova forma di infamia: malgrado, su-
bito dopo, si fossero ben condotti in Campania, essi sarebbero
stati in seguito raggruppati in unità punitive speciali, le cosid-
dette legiones Cannenses, e, spediti in Sicilia, sarebbero stati poi
tenuti lontani da ogni centro urbano, senza doni militari, senza
possibilità di congedo e soprattutto condannati per decreto a
rimanere al di fuori della penisola fino a che vi fossero rimaste
le forze di Cartagine. In questi stessi reparti sarebbero poi con-
fluiti via via tutti i soldati appartenenti a corpi militari sconfitti
o disciolti. Quegli sventurati non furono, in realtà, che le nuo-
ve vittime di una situazione disperata. Come le altre misure, in-
fatti, anche questa era chiaramente simbolica; ed era rivolta non
tanto alle masse dei cittadini, quanto ad Annibale stesso, al qua-
le si voleva ribadire con ancor maggiore chiarezza l’intenzione
della res publica di onorare, fino in fondo e anche oltre, il pro-
prio ancestrale codice bellico.
Anche altre, però, e assai meno nobili, erano forse le ragio-
ni che avevano spinto il senato ad adottare quell’inflessibile li-
nea di condotta. Agitati al loro interno come un groviglio di ser-
pi perché costantemente opposti tra loro da odî furibondi e da
frenetiche rivalità, e capaci quindi di dar vita a fazioni e con-
venticole di ogni sorta, i patres erano invece monolitici verso
quanti non appartenevano al loro ringhioso mondo esclusivo,
costituendo una casta chiusa e del tutto impermeabile verso
l’esterno. Anche verso sé stessi i senatori avrebbero progressi-
vamente adottato una severità sempre maggiore; ma ora, men-
tre, ancora caldi, i cadaveri dei legionarî, a migliaia, facevao
grasse col loro sangue le piane d’Apulia, erano preoccupati da

73
un lato di evitare che chiunque mettesse in dubbio il controllo
– che volevano ferreo... – esercitato sulle strutture dello Stato,
erano decisi dall’altro ad offrire al popolo l’immagine di una
perfetta concordia. Così, benché fosse il primo se non l’unico
responsabile del disastro, il console Varrone fu pubblicamente
ringraziato – quanta retorica; e quanta pur necessaria ipocrisia!
– «per non aver disperato dei destini della res publica». Benché
comprendesse almeno in parte le ragioni del provvedimento,
Publio non poté fare a meno di constatare tra sé e sé che era una
ben strana forma di giustizia quella che scagionava l’ottuso ma-
cellaio cannense – sembrava davvero esservi una sorta di sini-
stro omen insito nelle origini stesse dell’uomo... –, che degra-
dava invece a un livello al di sotto dell’umano dei buoni solda-
ti, i quali, in fondo, non avevano fatto altro che obbedire agli
ordini del loro comandante in capo. Costretto, per intima one-
stà, a chiedersi quale sarebbe stata la sua sorte se non fosse sta-
to l’esponente di un’antica e nobilissima famiglia patrizia, il gio-
vane non riuscì dunque a condividere fino in fondo tanta se-
verità; provò anzi vergogna e compassione, e si ripromise, ove
gli fosse stato possibile, di fare qualcosa, in futuro, per quegli
sventurati.
Trionfava frattanto, essendosi dimostrata purtroppo l’unica
possibile alla prova dei fatti, la strategia di Fabio. A Varrone il
senato diede, come doveva, l’incarico di nominare un dittatore;
e questi scelse, secondo l’indicazione concorde dei patres, Mar-
co Giunio Pera, il quale ebbe come proprio magister equitum
Tiberio Sempronio Gracco. Ristabilite in qualche modo le ge-
rarchie, mentre lo stesso console, tratta dal campo di Ostia la
legio classica, la conduceva seco in Apulia, il dittatore in perso-
na si attestò lungo la via Latina, per sorvegliare Annibale e sbar-
rare la strada per Roma contro eventuali attacchi.
Preoccupavano, frattanto, le sorti della Campania; dove, ol-
tre a Capua, avevano defezionato anche Atella e Calazia. Di as-
sediare Ercolano o Cuma Annibale non tentò neppure; mentre
non gli riuscì, malgrado i suoi sforzi, di piegare la resistenza te-

74
nace di Neapolis6 e Nola. A contrastarne in qualche modo l’a-
zione fu inviato, alla testa delle legiones Cannenses, il pretore
Marco Claudio Marcello. Profittando del momentaneo ripiega-
mento di Annibale, questi riuscì a entrare in Nola; e, dopo ave-
re compiuto una spietata epurazione tra i popolari, favorevoli a
Cartagine, seppe consolidarvi definitivamente il controllo ro-
mano. Continuavano tuttavia, dolorose, le perdite. Dopo essere
stata costretta alla resa, Nuceria, il cui possesso non interessava
minimamente ad Annibale, fu svuotata dagli abitanti e data alle
fiamme; e la stessa sorte subì poco dopo Acerra, che i cittadini
avevano abbandonato spontaneamente all’arrivo del Barcide.
Un ulteriore disastro sarebbe giunto, come un terribile col-
po di coda, a funestare gli ultimi giorni della buona stagione.
Alla ricerca disperata di capi sperimentati da opporre al Carta-
ginese, i comizî avevano chiamato Lucio Postumio Albino, già
due volte console e tra i migliori generali che Roma avesse allo-
ra, a ricoprire per la terza volta la somma carica, in sostituzione
del morto Emilio Paolo. Ma questi, che operava allora in qua-
lità di pretore ai limiti della Cisalpina, si spinse imprudente-
mente, sul far dell’inverno, nel territorio dei Boi; e cadde in un
agguato all’interno della vasta e sconosciuta silva Litana. Il suo
esercito fu completamente distrutto; e ancora una volta la testa
di un console di Roma costituì una preda ambita per i barbari
Celti. Come si sarebbe appreso poi, il suo cranio, scarnificato e
montato in oro, divenne un poculum, una coppa per le libagio-
ni rituali in un santuario della regione.
Anche la sorte di Casilino si decise, e non per il meglio, sul
finire stesso di quell’annus horribilis. La città era da tempo as-
sediata; e invano un coraggioso messo aveva, mesi prima, di-
sceso il fiume a cavalcioni di un otre per chiedere soccorso, in-
vano il magister equitum Gracco aveva tentato vie nuove e in-
gegnose per rifornirla di viveri facendo fluitare sul fiume delle
noci che gli assediati potessero raccogliere. Quando ormai si av-

6
Napoli.

75
vicinava il ritorno della bella stagione Casilino cadde; e, solo,
poté salvarsi il presidio romano, del quale gli abitanti favoriro-
no l’uscita. Il Cartaginese sembrava dunque guadagnare terre-
no ad ogni ora; e gli sforzi per tentare di fermarlo dovevano es-
sere condotti con estrema cautela, perché potevano essere pa-
gati a carissimo prezzo. Aveva dovuto constatarlo a sue spese il
dittatore in persona; il quale, respinto nel tentativo di soccor-
rere militarmente la città campana, era riuscito a salvare il suo
esercito, ma aveva dovuto sgombrare rapidamente il campo, la-
sciandolo nelle mani di Annibale.
L’inverno dopo la sua più grande vittoria il Barcide lo tra-
scorse a Capua. Solo pochi anni dopo qualcuno già cominciava
a sostenere che era stato il sia pur breve soggiorno nella città del
vino, del meliloto, della rosa selvatica a incrinare la ferrea deter-
minazione del Cartaginese; e che erano state la mitezza del cli-
ma e le mille tentazioni del luogo a snervare il suo invincibile
esercito. Certo, alla ripresa delle ostilità il Cartaginese dovette
forse preoccuparsi di ristabilire la disciplina tra i suoi uomini;
ma Publio, dal canto suo, reputava in fondo saggia la sua deci-
sione di concedere finalmente un po’ di riposo a uomini che, da
oltre due anni, non conoscevano se non fatiche e stenti tremen-
di. Era stato un altro, semmai, l’errore commesso dal Punico:
Annibale aveva ritenuto di essere ormai prossimo alla vittoria.
Come Annone, in risposta alle vanterie di suo fratello Magone,
avrebbe fatto malignamente osservare al gerontion di Cartagi-
ne, questa non si era, in realtà, avvicinata neppure di un giorno.

4. Primi successi
L’anno seguente Quinto Fabio Massimo ottenne il primo dei
suoi tre consolati durante questa guerra: era già, per lui, il ter-
zo complessivo. Al suo fianco i comizî posero Tiberio Gracco,
premiandolo per la buona prova offerta come maestro dei ca-
valieri. Mentre Terenzio Varrone veniva inviato dove non po-

76
tesse far danno, nel Piceno, come proconsole addetto alle leve,
con le quali avrebbe dovuto poi sorvegliare il confine gallico, i
nuovi consoli presero il comando dei loro eserciti, dividendosi
le quattro legioni che già avevano servito sotto il dittatore Giu-
nio Pera – le unità cittadine agli ordini di Quinto Fabio, i volo-
nes, gli schiavi e i prigionieri liberati, agli ordini di Tiberio
Gracco. Fu allora che le legiones Cannenses vennero spedite in
Sicilia per rimanervi a disposizione dei governatori locali; e ne
furono invece richiamate le due unità che da tempo erano di
guarnigione nell’isola, destinate a servire in Apulia. Preposto a
questo fronte di grande rilievo fu il pretore Marco Valerio Le-
vino; il quale ottenne anche i fanti di marina già di base a Ostia,
con cui sorvegliare le mosse, che andavano facendosi minac-
ciose, della Macedonia. L’altro pretore interno, Marcello, al co-
mando delle legioni urbane, ebbe invece l’incarico di operare in
Campania. Restavano inoltre in armi, su fronti lontani, sia le
unità dell’esercito di Spagna, sia quella di stanza in Sardegna;
presidio, quest’ultimo, al quale si sarebbe aggiunta, in corso
d’anno, un’altra legione ancora, reclutata appositamente per di-
fendere l’isola. Senza contare i contingenti navali, i volones e le
truppe reclutate da Varrone, la res publica mise sul piede di
guerra, malgrado la falcidie subita e le defezioni crescenti, ben
tredici legioni; vale a dire, tra cittadini e alleati, centomila uo-
mini e più.
Si ottenne finalmente, in quell’anno, anche qualche succes-
so. Il primo di cui si ebbe notizia a Roma fu quello riportato da
Gracco in Campania. Avvertito dagli amici cumani che si sa-
rebbe tenuta, nella località di Hamae una delle cerimonie sacre
di quella federazione, Tiberio Gracco poté sorprendervi le for-
ze di Capua e sbandarle, infliggendo loro perdite sensibili. La
seconda vittoria fu conseguita da Tito Manlio Torquato; il qua-
le seppe conservare la Sardegna a Roma con abilità e vigore. Già
due volte console, egli era stato inviato in qualità di pretore a
governare l’isola, che ben conosceva per averne in passato sot-
tomesso gli indigeni; e, poiché si riteneva possibile un’azione

77
dei Punici mirante a riprenderla, aveva condotto con sé una se-
conda legione reclutata appositamente. Provvisto di un eserci-
to adeguato, poté così fronteggiare e vincere le forze riunite dei
Sardi in rivolta e di un contingente punico venuto a riconqui-
stare l’isola.
E tuttavia ben più importante fu la vittoria che, nella lonta-
na Spagna, sul corso stesso dell’Ebro, i congiunti di Publio ri-
portarono sull’esercito del fratello di Annibale. Era la primave-
ra di quell’anno quando – dopo avere lasciato a Imilcone e ai
rinforzi condotti dalla madrepatria il compito di occuparsi del-
le riottose genti iberiche – Asdrubale Barca prese l’iniziativa
contro i Romani: egli meditava forse già di sfondare la linea
dell’Ebro per seguire le orme del fratello verso l’Italia. Fecero
fallire i suoi piani, distruggendone l’esercito in una battaglia
campale combattuta non lungi da Ibera Dertosa7, Publio pater
e Cneo; e la loro vittoria, impedendo che, subito dopo Canne,
una seconda armata punica irrompesse in Italia, fu probabil-
mente decisiva per la salvezza stessa di Roma. Anche tra i Pu-
nici regnava l’egoismo, e non si voleva a nessun costo perdere i
dominî iberici e i proventi che ne venivano; sicché ad Asdruba-
le furono inviati, agli ordini del fratello minore Magone, i mez-
zi – importanti – che avrebbero dovuto invece sostenere l’azio-
ne di Annibale in Italia, dodicimila fanti, millecinquecento ca-
valieri, venticinque elefanti e sessanta navi da guerra. Al con-
trario di quanto era accaduto a Cartagine, le cui risorse erano
state dissipate dall’inetto hegemon barcide di Spagna, i membri
della famiglia di Publio erano stati ancora una volta, davvero,
gli scipiones, i bastoni capaci di sorreggere il corpo stesso, gra-
vemente debilitato, della res publica. Quando lo seppe, molti
mesi dopo, il giovane ne fu incredibilmente orgoglioso; e si ri-
promise di essere degno di loro.
Malgrado ciò, l’emorragia tra i socii di Roma pareva inarre-
stabile. Nel Bruzio cadde finalmente Petelia. Quasi una secon-

7
Tortosa.

78
da Sagunto, l’infelice città aveva atteso invano per undici mesi
l’aiuto della potente alleata; e aveva continuato a resistere, man-
tenendosi scrupolosamente in fidem, malgrado il senato, impo-
tente ad aiutarla, avesse fatto rispondere ai messi cittadini, ve-
nuti a implorare soccorso, di consulere sibimet ipsos, di provve-
dere da soli alla propria salvezza – in buona sostanza, cioè, di
badare, comunque andasse, ai propri interessi. Atterrita dal tra-
gico destino della città sorella, che la posizione forte non aveva
potuto salvare dal disastro, poco dopo anche Cosenza, l’ultimo
centro dei Bruzii ad essere rimasto fedele, aprì le porte ad An-
nibale.
Anche sulla Magna Grecia andava frattanto estendendosi
l’ombra del Cartaginese. Messa in stato d’allerta dal governato-
re della Sicilia e favorita dal suo stesso porto, che consentiva di
rifornirla, Rhegium8 riuscì a resistere. Si arrese invece Locri, or-
mai stretta da vicino, a patto di poter conservare la propria au-
tonomia; e non senza avere, prima, lasciato uscire indenne il
presidio romano. Caddero, infine, Caulonia e Crotone. Ridotta
ormai all’ombra della passata grandezza, la nobile città achea fu
abbandonata dal Cartaginese alla cupidigia dei Bruzii, che la
occuparono; sicché gli sventurati abitanti, assai ridotti di nu-
mero, non volendo coabitare con i nuovi, barbari padroni, chie-
sero e ottennero asilo da parte dei Locresi.
Inoltre, lungi dallo scemare, le forze del Barcide, fra truppe
e alleati, parevano crescere di continuo. Ben più che non lo spo-
radico sbarco di milizie puniche nel Bruzio, che, a rischio di ca-
dere nelle mani del governatore di Sicilia, portò ad Annibale
qualche migliaio di uomini e alcuni elefanti, ben più persino del
raddoppiarsi dei nemici che scorrazzavano nella penisola – agli
ordini del nipote di lui, Annone, era ormai una vera e propria
armata, che poteva operare indipendentemente dal corpo prin-
cipale –, contava la situazione che veniva delineandosi a Sira-
cusa e all’interno della corte di Macedonia. Se il vecchio Ierone

8
Reggio Calabria.

79
aveva mantenuto la grande città siceliota costantemente fedele
all’alleanza con la res publica, altri progetti coltivava già da qual-
che tempo il figlio di lui, Gelone, designato a succedergli sul
trono; ma questi era venuto improvvisamente a morte poco do-
po la battaglia di Canne. Per qualche mese ancora Ierone ave-
va continuato a regnare e a sovvenire generosamente di vetto-
vaglie e denaro gli antichi alleati; ma, quando era venuto a man-
care a sua volta, nell’anno cinquecentotrentanovesimo di Ro-
ma9, a breve distanza dalla morte del figlio, gli era succeduto,
sotto la tutela di un consiglio di reggenza, Ieronimo, il figlio che
lo stesso Gelone aveva avuto da Nereide, figlia di Pirro. Era, co-
stui, un giovinetto quindicenne, borioso e inesperto, che, con-
gedati ben presto i saggi consiglieri lasciati dal nonno ad assi-
sterlo, era caduto sotto l’influsso del capo dei mercenarî citta-
dini, Adranodoro, partigiano dell’alleanza con Cartagine, e ave-
va accolto presso di sé Ippocrate ed Epicide, ufficiali cartagi-
nesi oriundi di Siracusa inviatigli da Annibale. A nulla valsero,
in questa situazione, i tentativi compiuti dal governatore roma-
no, Appio Claudio, per indurre il giovane sovrano a rinnovare
il patto con Roma. Accecato dall’ambizione e certo dell’immi-
nente vittoria dei Punici, Ieronimo avviò trattative immediate
con lo stesso Annibale; e, contando sull’importanza che un’e-
ventuale intesa avrebbe rivestito per Cartagine, venne progres-
sivamente inasprendo le sue richieste, fino a chiedere per sé e
per la sua città il possesso dell’intera Sicilia.
Altre e apparentemente ancora più nere erano le nubi che
andavano addensandosi nello stesso momento sull’opposta
sponda del mare Superum10. Convinto anch’egli che la vittoria
di Annibale fosse prossima e ineluttabile, il re Filippo V di Ma-
cedonia strinse con il Cartaginese, a nome suo e dei suoi allea-
ti, una symmachia, un patto di guerra comune contro Roma.
Quando, con la cattura fortuita degli ambasciatori macedoni, il

9 215 a.C.
10
Il mare Adriatico.

80
testo del trattato venne a conoscenza del senato, a Roma risor-
se il panico; e una nuova, gravissima minaccia parve incombe-
re sulla res publica.
Quella stretta tra il Barcide e il sovrano antigonide era, però,
un’intesa sub condicione e dalle possibilità in fondo assai limi-
tate. Quand’anche gli fosse stato possibile, Filippo si sarebbe
ben guardato, infatti, dal traghettare davvero le sue truppe in
Italia. Privato di ogni possibile controllo sulla regione dove
avrebbe dovuto sbarcare sia dall’impossibilità di mantenere le
comunicazioni con il suo regno, sia, più ancora, dalle vittorie
del Barcide, che era il padrone assoluto di quel tratto d’Italia, il
Macedone avrebbe dovuto dipendere dall’alleato per le basi e
la sussistenza; e avrebbe finito per trovarsi in un’intollerabile
posizione da subalterno. Per venire a combattere oltremare con
le sue forze migliori, inoltre, il re avrebbe dovuto lasciare sguar-
nita la Macedonia e, addirittura, affidarla a un reggente; cosa
che lo avrebbe esposto a un duplice ordine di pericoli, la mi-
naccia dei nemici – che erano numerosi e agguerriti – all’ester-
no, e all’interno il pericolo di complotti in seno alla sua stessa
corte. Il massimo risultato cui il sovrano poteva ambire in quel
momento era di strappare ai Romani Apollonia ed Epidamno,
Faro e Dimale, i Parthini e gli Atintani, alienando quei socii che
essi avevano acquistato al di là del Canale d’Otranto col difen-
derli dalle scorrerie degli Illiri. Quanto ad Annibale, neppure
lui era ansioso di vedere l’alleato traghettare le sue forze in Ita-
lia: a suo avviso per giovare alla causa dei Punici bastava, in fon-
do, che Filippo distraesse, attirandole a difesa dei possessi ro-
mani in Illiria, la maggior quantità possibile di truppe nemiche.
Si stabiliva dunque, nella formula stessa del trattato, la defini-
zione delle reciproche sfere d’influenza; che, salvo esplicita ri-
chiesta di aiuto da parte dell’altro contraente, lasciava al Carta-
ginese l’Italia, al Macedone la sponda orientale adriatica.
Com’era prevedibile, il testo della symmachia, analizzato a
mente fredda, finì col rassicurare almeno in parte il senato; il
quale – profittando anche del fatto che il sovrano macedone

81
prima indugiò a trattare con il Cartaginese; e poi, secondo la li-
nea politica consueta a quel regno, si lasciò inutilmente invi-
schiare nelle lotte allora in corso in Messenia – provvide senza
affanno a organizzar la difesa. Allo scopo parve sufficiente, per
il momento almeno, portare all’organico di una legione la fan-
teria di marina agli ordini di Valerio Levino e aggiungere alla
sua squadra navale, raddoppiandola, altri venticinque vascelli.
Una forza siffatta sarebbe bastata, si sperava, a contrastare effi-
cacemente i più leggeri lembi, la flottiglia di feluche illiriche, a
disposizione del re.
In Campania, frattanto, si era riusciti in qualche modo a con-
tenere l’azione di Annibale. A guardarlo a vista stavano le ar-
mate di Fabio e Marcello, accampato il primo a Cales, il secon-
do in posizione forte, sull’altura che da lui avrebbe preso poi il
nome di Castra Claudiana, dieci miglia soltanto distante da Ca-
pua. Sotto la minaccia continua di queste forze, il Cartaginese
aveva fallito i tentativi contro Cuma e contro Nola, riuscendo
unicamente, al solito, a devastarne il territorio senza che le trup-
pe romane osassero intervenire. Dove egli non era, là i Romani
avevano cominciato frattanto ad agire indisturbati; sicché era
tempo, per lui, di curare la situazione in Bruzio e in Apulia. Ab-
bandonato il campo di Tifata, sopra Capua, che aveva eletto a
propria base per quell’anno, il Cartaginese si trasferì a svernare
in Arpi, dove perfezionò le trattative con il nuovo alleato ma-
cedone; a difendere il Bruzio avrebbe provveduto invece, se-
condo i suoi piani, l’armata del nipote Annone.

5. L’inizio della riscossa


Malgrado l’emorragia tra i socii sembrasse essersi in qualche
modo attenuata, la situazione generale rimaneva fortemente cri-
tica. Si mantennero dunque in servizio le truppe che già erano
in armi; e si compì uno sforzo ulteriore. A difesa della città si le-
varono nuovamente, per quell’anno, due legiones urbanae, e al-

82
tre due se ne aggiunsero, affidate al propretore Marco Pompo-
nio Mathone (agli ordini del quale, prezioso amico della sua fa-
miglia, Publio ottenne, per quell’anno, di poter servire). Que-
ste unità si unirono a quelle, finalmente a ranghi pieni, che Var-
rone aveva arruolato nel Piceno, andando a presidiare il confi-
ne meridionale della Gallia Cisalpina. Fu infine completato
l’organico della legio classica di Levino; e questi fanti di marina
ebbero la loro base permanente a Brindisi, insieme con la squa-
dra navale incaricata di sorvegliare la Macedonia. Intensifican-
do lo sforzo, Roma pose sotto le insegne, per quell’anno, ben
venti legioni; dispersi tra l’Italia e la Sicilia, la Sardegna e il lon-
tano fronte iberico stavano, tra cittadini e alleati, da centoventi
a centocinquantamila uomini.
Lieti di un anno finalmente senza disastri, i comizî confer-
marono alla somma carica anche per la nuova stagione Quinto
Fabio, che fu dunque console per la quarta volta; e gli affianca-
rono Claudio Marcello. A completare la presa, ormai ferrea, che
le partes Fabianae esercitavano sul governo della res publica, la
pretura urbana, con la guardia della città, toccò al loro potente
alleato, Quinto Fulvio Flacco; mentre il figlio maggiore di Fa-
bio, eletto pretore anch’egli, ebbe il comando delle forze d’A-
pulia. Ad affiancare quest’ultimo con i suoi volones fu inviato
l’esperto Tiberio Gracco, confermato come proconsole per
avere ben meritato durante la passata campagna.
Fu probabilmente proprio quello – il cinquecentoquarante-
simo di Roma – l’anno in cui cominciò la riscossa; e in cui, fi-
nalmente, per la prima volta i successi superarono le perdite.
All’inizio della primavera le attività belliche parvero concen-
trarsi nuovamente in Campania. Qui, essendosi Annibale por-
tato con una marcia fulminea a rioccupare il suo vecchio cam-
po sul monte Tifata, accorsero di nuovo a ostacolarne le mosse
i due consoli: Marcello, che fu pronto a rafforzare il presidio di
Nola e si dispose a difenderla dal suo vecchio campo ai Castra
Claudiana, e Fabio, che scese per la via Latina fino a minaccia-
re Casilino. Sopraggiunse anche Tiberio Gracco, che aveva tal-

83
lonato il nemico dall’Apulia; e fu un arrivo provvidenziale, poi-
ché proprio a lui e ai suoi volones riuscì di sbarrare la strada al
secondo esercito punico, costringendo Annone a ripiegare ver-
so il paese degli Irpini, donde era venuto.
Anche sugli altri fronti la situazione pareva destinata a mi-
gliorare. In Spagna, sia pure perché favoriti dallo scoppio di
una rivolta dei Numidi, che costrinse Cartagine a richiamare
una parte delle truppe iberiche sul territorio metropolitano,
Publio seniore e Cneo poterono addirittura, quell’anno, spin-
gere i loro stanchi eserciti a meridione dell’Ebro. Quanto alla
sponda orientale adriatica, a Filippo di Macedonia, che aveva
finalmente preso l’iniziativa nel settore a lui riservato, era riu-
scito, in un primo tempo, di occupare Oricum, centro alleato
della res publica; e soprattutto, spingendosi con i suoi lembi a
risalire il corso del fiume Aoo, era riuscito di porre l’assedio al-
la grande colonia greca di Apollonia. Ma il pronto accorrere di
Levino da Brindisi non solo aveva consentito di recuperare ra-
pidamente la piazza perduta; aveva anche permesso di intro-
durre in Apollonia un presidio che ne garantisse la difesa. La
mossa di Filippo si era, inoltre, rivelata assai controproducen-
te. Non potendo seguire il nemico nelle basse acque fluviali, Le-
vino aveva però subito sbarrato dal mare con la sua squadra le
foci del fiume in cui questi era entrato; e Filippo non volendo
rimanere bloccato dall’inverno lontano dal suo regno e non po-
tendo forzare l’uscita senza accettare battaglia in condizioni di
grave inferiorità, aveva finito per dar fuoco egli stesso alla flot-
ta tanto faticosamente acquistata, ripiegando poi per terra at-
traverso le montagne in direzione della Macedonia. Ormai va-
nificata appariva dunque, almeno per l’immediato, la minaccia,
tanto temuta solo un anno prima, di un suo prossimo interven-
to in Italia.
Più minacciosa restava, invece, la situazione in Sicilia. Qui le
contese intestine avevano portato, sul far dell’estate, prima
all’assassinio del giovane Ieronimo da parte di una fazione che
aspirava a ripristinare la repubblica; poi all’uccisione di Adra-

84
nodoro e di Temisto, marito della figlia di Gelone; infine – inu-
tile bagno di sangue: non ne restavano, in Siracusa, che cinque
soltanto, e tutte donne – al massacro dei membri superstiti del-
la famiglia reale. Rispetto al momento in cui Ieronimo aveva
mobilitato il suo esercito, inviando Ippocrate ed Epicide a sol-
lecitare la rivolta nelle terre occupate da Roma, la situazione si
era, semmai, fatta addirittura più grave; poiché, al finire dei tor-
bidi in città, i Siracusani avevano chiamato a far parte del col-
legio degli strateghi proprio i loro due concittadini, cartaginesi
ed emissarî di Annibale.
Quanto allo stesso Annibale, fallito in presenza di forze as-
sai superiori il suo ultimo tentativo contro Nola, egli aveva frat-
tanto abbandonato ancora una volta la Campania. Dopo aver
provveduto a rifornirsi per tempo di viveri e di foraggio a spe-
se dei centri di Turi e di Eraclea e avere inviato i suoi Numidi,
che glie ne riportarono una preziosa mandria di splendidi ca-
valli, a saccheggiare le tenute apule e sallentine, il Cartaginese
si ritirò infine a svernare in Salapia. Mentre era lontano, tutta-
via, le armate di Roma cominciarono a volgersi minacciose ver-
so i territorî di Capua; e ben presto strinsero Casilino in una
morsa di ferro. Fu Fabio che, protetto alle spalle dalle forze di
Marcello, riuscì infine a penetrare in città, trucidando gran par-
te dei difensori e facendo prigionieri i superstiti del presidio e
della stessa cittadinanza. Era, forse, il primo vero passo verso la
riscossa.

6. L’apogeo di Fabio
Anche per l’anno seguente le forze in armi furono accresciute,
sia pure di due legioni soltanto. Passarono infatti agli ordini del
nuovo pretore Cn. Fulvio Centumalo le due legiones urbanae
dell’anno precedente, ormai sufficientemente addestrate; e fu-
rono sostituite da due nuove unità, reclutate per l’occasione e
lasciate a guardia dell’Urbe.

85
Andava aumentando a dismisura, frattanto, il peso politico
di Fabio. Potente per le amicitiae, per gli infiniti legami cliente-
lari su cui poteva contare, per gli strumenti religiosi dei quali sa-
peva servirsi come nessuno – era membro, tra l’altro, dei colle-
gia di auguri e pontefici –, immensamente cresciuto nel presti-
gio personale grazie al successo della sua strategia, egli fu chia-
mato a presiedere i comizî; che, ispirati da lui, elessero al con-
solato suo figlio Quinto, inetto e malaticcio. La nomina di quel-
la nullità, che Fabio accompagnò poi sempre in veste di legato,
non era che un espediente onde poter governare una volta an-
cora, sia pure per interposta persona. Contemporaneamente, fu
innalzato per la seconda volta alla somma carica Tiberio Grac-
co. Ebbe prorogato il comando come proconsole, partendo per
la Sicilia alla testa di una legione, l’amico di sempre dei Fabii,
Marco Marcello; mentre a sostituire Pomponio alla testa delle
legioni poste ai margini della Cisalpina fu designato il pretore
Publio Sempronio Tuditano.
Fabii e Fulvii, Claudii e Sempronii: era il trionfo delle con-
sorterie avverse agli Scipioni. Solo Marco Emilio Lepido, tra gli
amici della famiglia, aveva buone prospettive di spezzare quel
fronte compatto; e riuscì, infatti, eletto come pretore peregrino,
prendendo la guida delle legioni veterane stanziate in Apulia.
Fu in quel momento che, anche in vista di un possibile cambio
al vertice dell’armata in cui aveva servito fino ad allora, Publio
decise di porre la propria candidatura per l’edilità curule. Egli
aveva allora ventitre anni appena, non aveva ricoperto la que-
stura e il suo servizio sotto le armi era ancor troppo breve; sic-
ché, quando la sua popolarità presso la plebe urbana e il presti-
gio di cui già cominciava a godere in città gli valsero il successo
elettorale, intervennero, pilotati dalla fazione avversa, i tribuni
della plebe (ai cui ordini, tra l’altro, operavano solitamente gli
edili). All’ineccepibile rilievo che fu mosso contro l’esito della
votazione – Publio non aveva ancora l’età per essere eletto –
nulla formalmente poteva opporsi, se non una risposta, orgo-
gliosa e cosciente, come quella data prontamente dal giovane; il

86
quale replicò che se i concittadini lo volevano come edile, allo-
ra si doveva considerarlo maturo a sufficienza. Di fronte all’im-
popolarità che la loro posizione sarebbe venuta ad assumere, i
tribuni rinunciarono, per fortuna, a opporre il veto. Collega, in
quell’anno che avrebbe trascorso a Roma, gli fu il suo gentilis
Cornelio Cethego.
In Italia, frattanto, la guerra procedeva con alterne vicende.
Riuscì infatti a Fabio, poco dopo l’inizio della stagione, di ri-
prendere Arpi. Lo aiutò grandemente nell’impresa, malgrado
egli facesse poi di tutto per nasconderne il contributo, un tran-
sfuga arpano, il notabile Dasio Altinio; il quale, pagando a caro
prezzo una simile scelta, vide la sua famiglia arsa viva e i suoi
beni confiscati da Annibale, senza godere peraltro di alcuna fi-
ducia e considerazione neppure da parte di coloro ai quali ave-
va prestato l’opera sua. Tornava così sotto il controllo di Roma
uno dei più importanti centri del meridione; che, grazie al vol-
tafaccia dei suoi maggiorenti, poteva adesso sperare nella futu-
ra clemenza della res publica. Anche in Lucania e nel Bruzio
– dove due dei dodici popoli confederati, i Cosentini e i Tau-
riani, mutarono schieramento – la tendenza pareva cominciare
a invertirsi; abile e attivo seppe mostrarsi, nella paziente ricon-
quista di quanto si era perduto, soprattutto il console Tiberio
Gracco.
Dal canto loro, però, neppure i Punici restavano inoperosi.
Passarono infatti al loro fianco i centri sallentini; e poco dopo,
proprio nel Bruzio, un praefectus dei socii, Tito Pomponio
Veientano, subì una pesante sconfitta ad opera di Annone. Al-
cune altre migliaia di uomini andarono così ad aggiungersi al già
lunghissimo elenco delle vittime della guerra. Per di più il vele-
no era, ancora una volta, nella coda: sul finire dell’anno conso-
lare Annibale riuscì infatti a impadronirsi di Taranto. A provo-
care l’evento fu una decisione che, ancor più che crudele, fu
inutile e stupida. Stanchi e disperati, gli ostaggi che la res pu-
blica aveva richiesto a Turi e alla stessa Taranto per garantirse-
ne la fedeltà, avevano tentato la fuga; ma, ripresi, erano stati ri-

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condotti in città, e qui erano stati flagellati e subito dopo getta-
ti dalla rupe Tarpea. La decisione era doppiamente improvvi-
da, per non dire insensata: privava da un lato Roma del pegno
stesso che aveva richiesto, incitava alla rivolta, destandone lo
sdegno, anche i più tiepidi tra i Tarentini.
Fu dunque facile per i capi della fazione filocartaginese – ce
n’era, ovviamente, una anche qui, come in tutte le città del me-
ridione –, capi che ormai godevano di vaste complicità tra la po-
polazione inferocita, progettare il tradimento. A un segnale
convenuto, unendo l’astuzia alla forza, essi riuscirono ad apri-
re alle truppe di Annibale, giunte nottetempo sotto le mura,
due porte della città. Svegliatosi di soprassalto, il comandante
della guarnigione romana giudicò inutile tentar di resistere; e
provvide opportunamente a salvare una parte almeno dei suoi
uomini rifugiandosi nella rocca. Certo la posizione forte della
cittadella, che dominava lo sbocco del Mar Piccolo, era tale da
creare non pochi fastidî agli occupanti; ma restava il fatto che
Taranto, la più importante tra le città greche d’Italia, aveva
cambiato padrone e che ciò era dovuto all’ottusità, all’imprevi-
denza, al malconsigliato rigore adottato ormai in ogni circo-
stanza dal gruppo di potenti che guidava la politica di Roma.
Gli effetti deleterî di quella sconsiderata decisione non era-
no, tuttavia, assolutamente finiti; poiché, in conseguenza di es-
sa, tra quell’inverno e la primavera successiva anche le ultime
città greche rimaste fedeli andarono perdute. Cadde per prima
Metaponto, il cui presidio, sguarnito per soccorrere la cittadel-
la di Taranto, non era più in grado di opporsi alla ribellione che
serpeggiava da tempo in città; e disertò subito dopo Eraclea,
forse per timore dei Punici, forse per emulazione rispetto ai vi-
cini. Fu, infine, l’odio per la sorte iniqua dei suoi ostaggi che
spinse Turi a invocare l’intervento dei Cartaginesi. Giunsero,
con l’intento di occupare la città, le forze di Annone e di un se-
condo ufficiale che stava allora cominciando a segnalarsi per
coraggio e abilità, Magone detto «il Sannita»; e il comandante
romano Marco Atinio, che era uscito contro di loro, abbando-

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nato dai socii locali, ebbe rapidamente la peggio. Rimasti fuori
dalle porte subito chiuse dagli abitanti, molti dei suoi uomini
furono massacrati; e Atinio con i rari superstiti dovette abban-
donare Turi al nemico.
Al di fuori della penisola la situazione rimaneva, frattanto,
sostanzialmente statica in Spagna e in Illirico; stava invece pe-
ricolosamente evolvendosi in Sicilia. Quando, all’inizio dell’an-
no, nell’isola erano giunti Marcello e la sua legione – una sol-
tanto; l’altra, che presidiava ancora i Castra Claudiana, si sareb-
be mossa solo più tardi – i Siracusani, atterriti dalla vicinanza di
tre legioni e della flotta romana all’ancora all’imbocco del Por-
to Grande, sembrarono per un attimo sul punto di rinsavire e
di tornare sulle proprie decisioni. A ben altro esito puntavano
però, tra gli strateghi, Ippocrate ed Epicide; i quali, oltre che Si-
racusani, erano anche Cartaginesi e ufficiali di Annibale, e dun-
que devoti a una causa opposta. A innescare lo scontro fu pro-
prio Ippocrate. Gli altri strateghi, che non vedevano l’ora di li-
berarsi di lui, lo inviarono a presidiare Leontini, preoccupata
per la vicinanza delle legioni; e, volendo sbarazzarsi di lui e in-
sieme delle truppe nelle quali meno confidavano, posero ai suoi
ordini quattromila tra mercenari e disertori italici, le soldate-
sche che i Romani odiavano maggiormente. Era inevitabile che
scoppiasse un incidente. Lo scontro con un piccolo reparto le-
gionario, che fu respinto con gravi perdite, indusse Marcello a
chiedere soddisfazione: avanzando pretese in fondo moderate,
il proconsole si limitò a esigere che i Siracusani cacciassero i re-
sponsabili dell’episodio, appunto Ippocrate ed Epicide.
Prevalse dapprima, a Siracusa, il partito della pace; mentre
Epicide, prevenendo l’inevitabile decreto di espulsione della
città, si recava a raggiungere il fratello, i messi dei Siracusani si
recarono a Leontini per chiedere ragione dell’incidente e com-
minare l’esilio ai responsabili; ma cozzarono contro la determi-
nazione della cittadina, risoluta a scegliere lo scontro con Ro-
ma. Era una follia! Mentre l’esercito di Siracusa, ottomila uo-
mini, ancora si avviava per ridurre all’obbedienza i ribelli, fu-

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rono gli esasperati veterani delle legiones Cannenses ad avven-
tarsi su Leontini. I due strateghi si salvarono con la fuga; ma la
sventurata città, che aveva dato loro ascolto, fu presa e messa a
sacco e si passarono alle verghe e alle scuri quanti degli esecra-
ti disertori italici fu dato di prendere vivi.
Ancora una volta un episodio di violenza – sia pure, questo,
assai più giustificato che non l’uccisione degli ostaggi tarentini
– scatenò un imprevisto effetto a catena. L’indignazione e l’or-
rore per quel massacro mutarono l’animo delle truppe siracu-
sane; che, venute per combattere Ippocrate ed Epicide, finiro-
no invece per accoglierli e porli alla loro testa. Rientrati in Sira-
cusa con la forza, i due uccisero o cacciarono i regicidi super-
stiti; e, subito, prepararono la città a difendersi. Disperatamen-
te inferiori come forze di terra e di mare, i Sicelioti contavano
sulla protezione delle mura colossali costruite da Dionisio il
Vecchio e sull’efficacia delle macchine da guerra ideate dal più
grande degli ingegneri militari del tempo, il loro concittadino
Archimede.
Mentre il primo attacco, sferrato per terra da Appio Claudio
dal lato dell’Esapilo e per mare da Marcello, veniva respinto, a
soccorrere Siracusa, troppo importante per non tentar di di-
fenderla con ogni mezzo, si mosse la stessa Cartagine; e un eser-
cito di venticinquemila fanti e tremila cavalieri al comando del
punico Imilcone sbarcò ad Eraclea Minoa, occupando prima
Eraclea stessa e poi, subito dopo, Agrigento. Pur decimate da
Marcello, che aveva potuto sorprenderle non lungi da Acre, si
unirono ai soccorsi le truppe greche, che Epicide aveva fatto
uscire dalla città sperando di poter animare la rivolta in tutta
l’isola. Il consistente esercito così formatosi venne inizialmente
ad accamparsi lungo il corso dell’Anapo, otto miglia circa dal-
l’accampamento romano sito presso l’Olimpieo, alla foce dello
stesso fiume.
Rifornita anche per mare grazie a un’audace puntata della
squadra cartaginese, Siracusa era ormai in grado di resistere ad
oltranza. La rivolta sembrava, inoltre, poter dilagare per tutta la

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Sicilia: passò infatti nel campo dei Punici Morgantia, dove i Ro-
mani avevano i loro depositi di provviste, e fu sul punto di fare
lo stesso Enna, conservata dal comandante del presidio romano
solo al prezzo di una repressione durissima e disperata. Era an-
data comunque perduta, per la res publica, la maggior parte del-
la costa meridionale e quasi tutto il centro dell’isola, sicché as-
sai opportuno giunse lo sbarco, a Palermo, di un’altra legione,
la seconda di Marcello, che si diresse via terra verso la sponda
orientale: l’apparato militare romano in Sicilia era divenuto or-
mai formidabile. Quando infine Appio Claudio Pulcro tornò a
Roma per concorrere al consolato, l’assedio di Siracusa durava
ormai da otto mesi circa; ma null’altro le forze contrapposte fu-
rono in grado di concludere prima che arrivasse l’inverno.

7. Preparare l’assedio
Per il nuovo anno – era il cinquecentoquarantaduesimo di Ro-
ma11 – il popolo, malcontento di fronte all’andamento della
guerra in Italia, non riconfermò il giovane e inetto figlio di Fa-
bio; elesse però due tra i principali alleati del Verrucoso, Quin-
to Fulvio Flacco, già due volte console, e – proprio – Appio
Claudio Pulcro. Fu esonerato finalmente da ogni incarico Te-
renzio Varrone, le cui truppe passarono agli ordini di un bril-
lante nuovo pretore, Caio Claudio Nerone; e fu tolto ad Emilio
Lepido il comando delle forze d’Apulia, affidate invece a Cneo
Fulvio Flacco, fratello del console in carica.
Ancora una volta, poi, il senato ritenne di accrescere il nu-
mero delle legioni; sicché si affidarono le urbanae dell’anno pre-
cedente all’altro pretore, Marco Giunio Silano perché presi-
diasse l’Etruria, e altre due se ne reclutarono, portando il nu-
mero delle unità in armi a venticinque, la cifra più alta mai rag-
giunta fino ad allora. A gran pena, tuttavia; e, poiché la popo-

11
212/211 a.C.

91
lazione dello Stato romano faticava enormemente a sopportare
lo sforzo e non si riusciva a trovare un numero di coscritti suf-
ficiente a colmare i vuoti nelle legioni esistenti e a formare i nuo-
vi reparti, si decise di liberare i consoli dall’incombenza del re-
clutamento istituendo due collegia di triumviri che percorres-
sero instancabilmente i centri popolati da cives per arruolare
senza remissione chiunque paresse atto alle armi anche se non
aveva raggiunto l’età della leva.
L’anno si aprì con alcuni episodî di segno opposto; e, pur-
troppo, di peso diverso. Era ormai chiaro anche agli avversarî
che il prossimo passo compiuto dai Romani sarebbe stato il
blocco di Capua; sicché Annibale, richiesto dai Campani, ave-
va deliberato di inviar loro vettovaglie e uomini per difenderli.
Al compito era stato preposto il nipote Annone; il quale, fatta
base non lungi dalla colonia di Benevento, invitò i Capuani a ve-
nirsi a prendere le provviste che andava raccogliendo per loro.
Il primo viaggio riuscì; ma del secondo approfittò Tiberio
Gracco. Avendo saputo che parte delle forze nemiche erano di-
sperse a foraggiare, egli colse l’occasione offertagli dal disordi-
ne che regnava nel campo per l’arrivo dei carriaggi campani, e
attaccò di sopresa le fortificazioni nemiche, riuscendo a pene-
trarvi. Si raccolse un ricco bottino e furono sopraffatti i difen-
sori; e soprattutto ne ebbero danno i Campani, che videro di-
strutti i loro carriaggi e impedito, per allora, il vettovagliamen-
to completo. Poco dopo, tuttavia, i Cartaginesi si presero una
sanguinosa rivincita. Annone, con l’esercito sconfitto, si era ri-
tirato verso il Bruzio; e Gracco l’aveva seguito. Con l’aiuto di
un traditore lucano, di nome Flavo, l’altro comandante punico,
Magone «il Sannita», riuscì ad attirare in un’imboscata il pro-
console ai Campi Veteres, lungo il corso del fiume Calore, ai
confini tra Bruzio e Lucania; Gracco in persona rimase ucciso,
e le due legioni di volones, decimate, furono di fatto disciolte.
Certo, era perito – questo il pensiero di Publio, quando lo sep-
pe – un comandante coraggioso, l’ennesimo; ma – oltre a lui, al
cui cadavere, almeno, aveva tributato gli onori funebri Anniba-

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le in persona – degni di memoria e gratitudine erano anche i
suoi uomini che, pur non essendo ancora cittadini, avrebbero,
con la loro dedizione, ben meritato di diventarlo. Per tutta ri-
compensa i superstiti furono invece, al solito, inviati ad ingros-
sare le unità cannensi.
Per qualche mese ancora il Cartaginese, accorso verso Ca-
pua dopo la morte di Gracco, riuscì a procrastinare l’inevitabi-
le, ritardando l’inizio delle operazioni d’assedio; ma era su que-
sto obiettivo che andavano concentrandosi ormai tutti gli sfor-
zi dell’imminente campagna. La Lucania venne, per il momen-
to almeno, abbandonata a sé stessa; e solo un valoroso centurio-
ne, Marco Centenio Penula vi si lasciò, perché vi proseguisse il
meglio possibile l’opera di Gracco, alimentandovi la guerriglia.
Compito arduo, per un ufficiale subalterno, per quanto abile:
Centenio venne infatti sorpreso da Annibale in persona mentre
ancora stava completando il reclutamento, e perì insieme con le
forze improvvisate che aveva raccolto.
Un’altra, e assai maggiore, vittoria conquistò, poco dopo, lo
stesso Annibale: ne rimase vittima il pretore Cneo Flacco. Que-
sti, che aveva operato in Apulia, riuscendo a riconquistare al-
cuni centri locali passati al nemico, si trovava con il suo eserci-
to presso Erdonea12, una città non lungi dalla costa, che con-
trollava la via tra Benevento e Brindisi. Il successo conseguito
nelle precedenti operazioni aveva forse insuperbito il pretore,
certo lo indusse a dimenticare ogni cautela: tempestivamente
informato delle sue mosse, il Cartaginese poté così intercettar-
lo con forze adeguate e obbligarlo a combattere. Dopo avere
nascosto circa tremila armati alla leggera nei campi e nell’area
boscosa che avrebbe costituito il teatro del prossimo scontro e
avere inviato duemila cavalieri a chiudere ogni via di scampo,
Annibale piombò sul nemico. Il pretore con duecento cavalieri
poté evadere dalla trappola, ma dei diciottomila uomini che
componevano il suo esercito duemila soltanto riuscirono a rag-

12
Ordona.

93
giungerlo; gli altri rimasero sul terreno. Il giovane Flacco ven-
ne, nell’occasione, accusato di perduellio, di alto tradimento,
dal tribuno Caio Sempronio Bleso senza che il console potesse
far nulla per salvarlo. La severità con cui, a Roma, si giudicava-
no gli errori non risparmiava neppure il fratello di uno degli uo-
mini allora più potenti in senato; e Cneo, per sfuggire al giudi-
zio, si recò in esilio a Tarquinia.
Mancava, tuttavia, al Cartaginese il dono di essere presente
ovunque allo stesso tempo; sicché, mentre egli faceva ancora
una volta scempio delle legioni, si avviava a compiersi, lui as-
sente, il destino di Capua. Se, alcuni mesi prima, l’arrivo di An-
nibale e soprattutto la fine di Gracco e dei suoi volones aveva-
no impedito di cominciare l’assedio, ora, con l’arrivo ai Castra
Claudiana, il grande campo sopra Suessula, del pretore Nero-
ne, che comandava l’armata del Piceno, tutto era pronto per co-
minciare le operazioni di blocco. Raccolta sotto Capua una for-
za di ben sei legioni, i tre comandanti romani si accinsero a
chiudere la città da ogni lato. A maestro, con base nella ricon-
quistata Casilino, si accampò Fulvio Flacco; a mezzogiorno l’al-
tro console, Appio Claudio, che aveva i suoi presidî in Puteoli
e alle bocche del Volturno; e a levante lo stesso Claudio Nero-
ne. Cominciarono, allora, i legionari a costruire le opere d’asse-
dio; contemporaneamente alla fossa e al muro, destinati a cin-
gere da ogni parte la città, cresceva anche la controvallazione
che doveva proteggere gli assedianti dagli attacchi esterni.
Al progredire di questi lavori, condotti sotto la sorveglianza
costante di due legioni almeno, i Campani non erano in grado
di opporsi; e mandarono dunque a chiedere aiuto. A quella pri-
ma richiesta Annibale decise di non rispondere. Il Cartaginese
non vedeva, per il momento almeno, alcuna soluzione al pro-
blema. Tentare di aprirsi la via appesantito da un convoglio di
rifornimenti verso una piazza circondata da sei legioni romane
fortemente trincerate sarebbe stato follia. Verso Capua, allora
non ancora chiusa completamente dalle linee d’assedio, il Bar-
cide avrebbe potuto, certo, guidare una colonna di armati; ma

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ciò non sarebbe valso né a ottenergli una battaglia campale, che
i consoli non intendevano concedergli; né a permettergli di
sloggiare i Romani dalle loro posizioni. In simili condizioni
avrebbe dovuto limitarsi a lanciare una sfida che si sarebbe di-
mostrata sterile nel momento stesso in cui, al rifiuto nemico di
accettarla, avrebbe dovuto ritirarsi. O, viceversa, avrebbe dovu-
to risolversi a svernare in città, rafforzandone la guarnigione e
partecipando poi alla sua difesa; ma avrebbe finito da un lato
per consumare con i suoi soldati quelle stesse risorse che erano
vitali alla sopravvivenza della città, avrebbe rischiato, dall’altro,
di non poter poi più spezzare l’accerchiamento e di rimanere
egli stesso bloccato al suo interno.
Era stato di nuovo, in Italia, un anno difficile per i Romani;
anche se, a compensare perdite gravi, andavano facendosi fi-
nalmente più concrete le prospettive di riprendere Capua. Me-
glio erano andate le cose sui teatri oltremare. Solo in Illiria a Fi-
lippo era riuscito di compiere qualche progresso, sottometten-
do con le armi Parthini e Atintani e occupando Lissus13 e la so-
vrastante fortezza di Acrolissus, lungo la costa; e soprattutto
conquistando finalmente per la Macedonia uno sbocco sul-
l’Adriatico.
In Sicilia, invece, il successo aveva cominciato pian piano ad
arridere alla tenacia di Marcello, che aveva, tra i Siracusani, nu-
merosi sostenitori occulti dentro e fuori le mura. Se una prima
congiura per consegnargli la città era fallita, soffocata nel san-
gue da Epicide, l’occasione per il tradimento si presentò nuo-
vamente poco dopo, durante una notte di primavera, quando
– allentata la sorveglianza tra le guardie, che si erano abban-
donate ad abbondanti libagioni in occasione della festa di Ar-
temide – un disertore e un fuoriuscito prima informarono Mar-
cello dell’occasione propizia, poi aiutarono i Romani a scala-
re le mura e a invadere l’Epipole. Caddero così, e furono oc-
cupati dalle legioni, i quartieri esterni di Siracusa, l’Epipole, la

13
Lesh (Albania).

95
Tyche e la Neapolis. Restavano, come ultimo rifugio dei difen-
sori, l’Isola e l’Acradina, che un muro separava dal resto della
città. E restava, all’estremo opposto della città, nel punto più
alto dell’Epipole, il grande castello dell’Eurialo, la fortezza im-
prendibile costruita da Dionisio il Vecchio; per poco, però,
poiché Filodemo, il capo dei difensori, disanimato, lo conse-
gnò a patto di potersi riunire con i suoi uomini ai difensori del-
l’Acradina. Nel trauma della conquista, che il proconsole cercò
di moderare, risparmiando almeno la vita dei cittadini, fu im-
menso soprattutto il saccheggio, che assicurò al vincitore – e a
Roma dopo di lui – l’acquisizione di immensi tesori, d’arte so-
prattutto.
Giunti troppo tardi per impedire la caduta dei quartieri pe-
riferici di Siracusa, Ippocrate e Imilcone, le cui forze erano sta-
te nel frattempo di molto accresciute dall’apporto dei Sicelioti,
attaccarono ugualmente le legioni di Marcello, in particolare le
unità cannensi, che continuavano ad avere i loro quartieri
all’esterno della città, nel vecchio campo dell’Olimpieo; mentre
frattanto Epicide tentava, a sua volta, una sortita contro i pre-
sidî di fronte all’Acradina. Ovunque respinti, gli attaccanti de-
cisero di attendere una nuova occasione; ma vennero ad ac-
camparsi nella zona paludosa alle foci dell’Anapo; così che, co-
me già era successo in passato ad altri eserciti, le condizioni mal-
sane del luogo finirono, sul declinar dell’estate, per provocare
lo scoppio tra loro di una grave epidemia. Il morbo colpì anche
i Romani; ma l’abitudine al clima siciliano, la posizione più ri-
parata e la pronta decisione di Marcello di ricoverare in città an-
che i Cannensi, che erano i più esposti, limitò di molto il conta-
gio. Fu quasi completamente distrutto, invece, l’esercito carta-
ginese, del quale perirono anche entrambi i comandanti. Quan-
to a Siracusa, affranta a sua volta dall’assedio e minacciata dal-
la sporcizia, dalle carogne, dall’epidemia, incancrenita nell’u-
mido di un inverno singolarmente piovoso, senza ormai più la
speranza di ricevere aiuti dall’esterno, essa trascorse la stagione
nella presaga attesa della fine.

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Anche in Spagna i fratelli Scipioni avevano potuto progre-
dire alquanto; ed erano addirittura riusciti a raggiungere il luo-
go dove era sorta l’infelice Sagunto, che avevano simbolica-
mente liberato. Ne fu lieto Publio, quando lo seppe; ignorava,
allora, che nella penisola erano venuti concentrandosi ben tre
eserciti punici al comando dei fratelli di Annibale, Asdrubale e
Magone, e di Asdrubale figlio di Giscone.

8. La caduta di Capua
e Siracusa
Ancora una volta, per l’anno seguente, i comizî elessero due uo-
mini nuovi, che mai prima erano stati consoli: Cneo Fulvio Cen-
tumalo e Publio Sulpicio Galba, il quale, addirittura, non ave-
va rivestito fino ad allora alcuna carica curule. Con la sola ec-
cezione di Cneo Flacco, sostituito in Apulia da Marco Cornelio
Cethego, furono di norma prorogati invece i principali coman-
di dell’anno precedente: si lasciò a Quinto Flacco, Claudio Pul-
cro e Claudio Nerone l’incombenza di concludere l’assedio di
Capua, a Levino il compito di creare fastidî alla Macedonia, si
incaricò Marcello di piegare l’ultima resistenza di Siracusa (so-
lo, gli si affiancò, al comando delle legioni cannensi, Caio Sul-
picio in luogo di Cornelio Lentulo).
Erano andate perdute di fatto, nell’anno appena trascorso,
ben quattro legioni; e si cercò di compensare il vuoto che ave-
vano lasciato reclutando – a gran pena – due nuove unità urba-
nae e inviando quelle già addestrate dell’anno prima a integra-
re il presidio, decimato, dell’Apulia. Furono dunque mantenu-
te in armi ventitre legioni; alle quali si aggiungevano, oltre alla
piccola squadra a disposizione degli Scipioni in Spagna, le flot-
te, imponenti, dello Ionio e soprattutto della Sicilia, forti, ri-
spettivamente, di cinquanta e cento navi da battaglia.
Era giunta, frattanto, la primavera; e Annibale aveva final-
mente deciso il da farsi. Alla testa di una forza leggera, libera da

97
impedimenti, duttile e manovriera, il Cartaginese risalì dal Bru-
zio, per la Lucania e la regione dei Picentini, fino alla solita po-
sizione, alle falde del monte Tifata; e, impadronitosi di Calatia,
nella piana sottostante, prese a saggiare le difese romane, ten-
tando ogni strada per soccorrere la città accerchiata. Invano,
poiché le legioni che la stringevano d’assedio, oltre che nume-
ricamente più forti dell’esercito che egli portava con sé, se ne
stavano ben chiuse, al riparo dietro le loro impenetrabili difese;
e, vuotato ormai il territorio di provviste e di biade, non gli sa-
rebbe stato nemmeno possibile resistervi a lungo senza mettere
a rischio i suoi cavalieri.
Fu così che, trattenutosi cinque giorni appena, Annibale la-
sciò il campo e mosse decisamente in direzione di Roma. Di
prender l’Urbe d’impeto o d’assedio, naturalmente, non si illu-
deva affatto; ma sperava che, reagendo d’istinto alla minaccia, i
nemici fossero indotti a seguirlo, abbandonando le loro trincee.
Fu così che, toccato il corso del Volturno, lo risalì fin verso Ve-
nafro; e di qui, per Cassino e Fregellae14, raggiunse la via Lati-
na, discendendola in direzione di Roma. Superato l’Algido,
puntò verso settentrione, oltrepassando Tuscolo, Labici e Ga-
bi; e valicò infine l’Aniene, ponendo il campo sulla destra del
fiume, a sole tre miglia da Roma.
Sotto gli occhi dei cittadini rabbiosi e impotenti, l’armata
punica prese a scorrazzare indisturbata per il contado, metten-
do a ferro e fuoco un agro tra i più belli del mondo; con tanto
maggior bottino quanto meno previsto era stato l’arrivo del
Cartaginese, che a stento aveva permesso ai proprietari di fat-
torie e cascine di trovare rifugio in città, salvando la vita ma per-
dendo irreparabilmente ogni avere.
Publio era, allora, momentaneamente a Roma; e fu tra quan-
ti accorsero sulle mura a contemplare, in lontananza, il fumo de-
gli incendi che velava l’orizzonte della città. A quello spettacolo,
il giovane si scoprì combattuto tra sentimenti contrastanti. So-

14
Fregelle.

98
gnava, infatti, da un lato il momento in cui un’armata comanda-
ta da lui avrebbe restituito pan per focaccia al nemico, devastan-
do i fertili campi attorno a Cartagine; non poteva, dall’altro, non
ammirare il coraggio e la perizia tattica del Punico e, forse più an-
cora in quella circostanza, la sua fedeltà all’amicizia. Vibio Vir-
rio, che sarebbe di lì a poco morto suicida maledicendo Anniba-
le per avere abbandonato la sua città avrebbe dovuto maledire
piuttosto l’ingratitudine dei Campani e la propria, che li con-
dannava ad un giusto destino; ché, al contrario, il Cartaginese
aveva fatto tutto quanto era in suo potere per soccorrerli. Per sal-
vare Capua aveva osato un’impresa mai concepita neppure nel
momento delle sue più grandi vittorie; e non aveva esitato a met-
tere a rischio, un rischio altissimo, sé stesso e il suo esercito. Per
stornare la minaccia dalla città campana aveva accettato infatti
di fare da esca, contando per salvarsi solo sulla sua inarrivabile
capacità di manovra: se, come egli veramente sperava, gli eserci-
ti assedianti si fossero mossi a seguirlo avrebbe potuto infatti tro-
varsi, alla testa di un contingente ridotto, accerchiato da ben do-
dici legioni, una forza imponente e capace di stritolarlo o, alme-
no, di precludergli ogni via di scampo.
Un mattino, di buon’ora, Annibale giunse persino a spin-
gersi, alla testa dei suoi Numidi, fin sotto la Porta Collina; e fi-
nalmente, con inquieta meraviglia, vide Roma, fino a quel mo-
mento sconosciuta, scintillare ai suoi piedi. Per la città, tuttavia,
non vi fu mai un pericolo reale. La presidiavano ancora le due
legioni urbane dell’anno avanti; e delle due nuove l’una, ormai
a ranghi pieni, si era raccolta proprio in quei giorni. A rinsal-
dare le mura si era provveduto da tempo, immediatamente do-
po la rotta del Trasimeno; e, ove a difenderle non fossero ba-
stati i coscritti, si potevano pur sempre armare i cittadini anzia-
ni, a migliaia. Non mancava neppure chi, al bisogno, sapesse or-
ganizzare la resistenza. In città erano ancora i consoli dell’anno,
Centumalo e Galba, attardati dalle operazioni di leva; mentre
alcuni tra i senatori avevano esperienza di comando, a comin-
ciare dal vecchio, ma sempre abile Fabio.

99
Così, esaurito ogni tentativo per indurre il presidio urbano
ad uscire per affrontarlo, Annibale finalmente si allontanò. Non
prima, tuttavia, di un ultimo, doloroso stupro. Sorgeva, all’in-
crocio tra la via Tiberina e la via Capenate, non lungi dall’asse
del Tevere, l’antico e nobilissimo santuario di Feronia. Esso
non solo raccoglieva da secoli ricchi e importanti depositi voti-
vi, non solo era la sede di un fiorente mercato; era anche il pun-
to in cui Sabini, Latini, Etruschi, Falisci e molte altre genti ita-
liche ancora erano state spinte a incontrarsi fino dalle età più
remote nel segno della comune devozione verso la dea. Scate-
nando le belve del suo esercito in quella profanazione, il Carta-
ginese voleva, forse, sfidare, in un ultimo gesto rabbioso, gli dei
stessi di Roma e, insieme, di quell’Italia che mai aveva ascolta-
to le sue profferte di pace e amicizia.
A quell’ultima provocazione reagirono, infine, i Romani; e
con audacia imprevista. Fattosi ardito al ripiegare del nemico,
il console Galba attaccò al guado dell’Aniene l’armata punica;
che perdette una parte del bottino e, peggio, trecento dei suoi
veterani. Non reagì, dapprima, Annibale: il quale ancora spe-
rava che l’uno o l’altro degli eserciti di Capua fosse avanzato a
seguirlo. Quando però, al quinto giorno, apprese che gli as-
sedianti non si erano mossi dalle loro posizioni, tornò indietro
di notte, attaccando il campo di Galba e disperdendone gli oc-
cupanti con perdite gravi. Poi, rinunciando definitivamente a
soccorrere i Campani, mosse a tappe forzate in direzione del
Bruzio.
Poco dopo, come giusto premio alla pazienza romana, Ca-
pua finalmente cadde. Disperando ormai della salvezza i nota-
bili cittadini decisero di accettare la resa a discrezione; e anche
il presidio punico si rassegnò a deporre le armi senza combat-
tere. Non tutti i rei di tradimento vollero però consegnarsi: ven-
totto di loro, tra cui Vibio Virrio, preferirono evitare il castigo,
e si tolsero la vita col veleno dopo un’ultima cena comune. Il
giorno seguente le legioni fecero il loro ingresso in città. Nes-
suna violenza immediata fu perpetrata contro la popolazione ci-

100
vile o contro gli edifici. Capua non conobbe il saccheggio, ma
dovette consegnare per decreto prima le armi e i metalli pre-
ziosi, tutti fino all’ultima oncia; poi i cavalli e i servi maschi
adulti, considerati preda di guerra. Quanto ai senatori, dopo es-
ser stati convocati al campo di Flacco, essi furono immediata-
mente gettati in catene. I più compromessi tra loro vennero po-
sti sotto custodia, venticinque a Cales, ventotto a Teano.
Mancava, tra i proconsoli, l’accordo sulla sorte da infliggere
loro: mentre Claudio, facendosi eco di un dibattito che stava al-
lora infiammando le sedute del senato, era incline alla clemen-
za, Fulvio Flacco propendeva apertamente per la severità più
estrema. Se era giusto, diceva, castigare la negligenza, quale pe-
na doveva allora infliggersi al tradimento? Fu lui, infine, a spun-
tarla: senza attendere il parere del senato, il proconsole anziano
fece giustiziare i prigionieri fino all’ultimo. Perì, infine, anche il
prode Vibellio Taurea: risparmiato per i suoi meriti bellici, non
volle sopravvivere, e, dopo aver fieramente apostrofato lo stes-
so Flacco, si diede al suo cospetto la morte con la spada. Per la
severità propendeva, dal canto suo, anche Publio. Molti, in se-
nato, non riuscendo a dimenticare le cognationes che li legava-
no ai notabili campani, peroravano l’indulgenza; ma quale ri-
spetto si sarebbe mostrato, in tal caso, verso i tanti, cittadini e
alleati, che erano caduti sul campo o anche semplicemente ave-
vano perso una persona cara in nome della fides dovuta alla Re-
pubblica? Publio non sapeva ancora che quelle sue riflessioni
erano, in un certo senso, presaghe...
Qualche tempo dopo si decise definitivamente il destino di
Capua. Tra i nobili campani trecento circa furono o gettati in
carcere, o confinati a tempo indeterminato nelle più remote
colonie latine, dove trascorsero i giorni residui tra l’esecrazio-
ne dei socii che avevano tradito; mentre molti semplici cittadi-
ni furono venduti schiavi. La città scampò alla distruzione, ma
fu privata dell’indipendenza e di qualsiasi autonomia munici-
pale: senza più magistrati, né senato o assemblea popolare es-
sa fu ridotta a deposito per i frutti della terra. Ad amministrarvi

101
la giustizia avrebbe provveduto un praefectus inviato ogni an-
no da Roma. Sottoposti a confisca, terreni e case le furono sot-
tratti. I superstiti poterono rimanere in città; ma dovettero pa-
gare al popolo romano l’usufrutto per i loro averi. Era una pu-
nizione severa, ma non eccessiva, data la gravità del tradimen-
to perpetrato. Era l’ottavo anno di guerra, il cinquecentoqua-
rantatreesimo di Roma, secondo della centoquarantaduesima
Olimpiade15.
Era caduta, frattanto, anche Siracusa. Onde soccorrerla i
Cartaginesi, che per lunga rivalità ne conoscevano l’importan-
za strategica, avevano compiuto uno sforzo per loro immenso,
armando centotrenta navi da battaglia e un gran numero di bat-
telli da carico, con cui rifornirla. La speranza dell’ammiraglio
punico di poter entrare nel Porto Grande senza che i Romani
riuscissero a impedirglielo andò tuttavia delusa, poiché i venti
contrarî lo costrinsero ad ormeggiare dietro capo Pachino. Qui
lo raggiunse Epicide, per guidarlo; ma, fallita la sorpresa, Mar-
cello aveva frattanto disposto a fronteggiarlo i suoi cento vascelli
a settentrione del promontorio, risoluto a dare battaglia per im-
pedirgli di raggiungere la città. Mentre Bomilcare, che la pre-
senza delle navi da carico metteva in condizione di inferiorità ri-
spetto alla flotta romana, rinunciava, puntando su Taranto, Epi-
cide non volle seguirlo; ma, rimasto tagliato fuori da Siracusa,
raggiunse Agrigento con il proposito di mettere insieme nuove
forze per soccorrere gli assediati. E tuttavia le contese intestine
si erano riaccese all’interno della città; assassinati i luogotenen-
ti che lo stesso Epicide vi aveva lasciato, fu uno dei nuovi stra-
teghi, un mercenario spagnolo di nome Merico, che aprì infine
a Marcello una porta nelle mura di Ortigia. Si arrese, poco do-
po, anche l’Acradina; e quanto restava della città fu messo spie-
tatamente a sacco. Durante i tumulti rimase ucciso tra gli altri,
con dolore dello stesso Marcello, il grande Archimede, le cui
macchine tanto avevano tribolato i Romani durante l’assedio.

15
211 a.C.

102
Proseguiva frattanto con ottimi risultati, in Grecia, l’azione
di Levino; al quale riuscì di ottenere l’alleanza degli Etoli. In
cambio del loro impegno contro Filippo, che Roma si impe-
gnava naturalmente a sostenere soprattutto sul mare, a loro sa-
rebbero rimaste le conquiste comuni a sud di Corcira; sicché
poco dopo, sul finir dell’estate, Levino rimise nelle loro mani
Zacinto, Naso e soprattutto l’acarnana Eniade, importante
punto di raccordo militare tra la Macedonia e i suoi alleati nel
Peloponneso.
Era stato un anno denso di successi; eppure le catastrofi non
erano finite, e l’ultima colpì proprio la famiglia del giovane Pu-
blio. Ricomposta la situazione in Africa grazie alla nuova al-
leanza con il sovrano dei Numidi Masaesilii, Siface, Cartagine
aveva potuto riportare in Spagna ben tre armate, al comando ri-
spettivamente di Asdrubale e Magone Barca, fratelli di Anni-
bale; e di Asdrubale figlio di Giscone. Pur avendo a loro di-
sposizione forze ormai logore dopo oltre sei anni di guerra con-
dotti senza aver ricevuto mai alcun rinforzo dalla madrepatria,
i due Scipioni dovettero così scegliere tra la linea, prudente, di
attestarsi al di qua dell’Ebro, abbandonando però al loro desti-
no i nuovi alleati iberici; e il rischio, grave, di affrontare un ne-
mico numericamente molto più forte su un terreno in gran par-
te sconosciuto. Memori anche della posizione assunta otto an-
ni prima, in occasione dell’assedio di Sagunto, essi scelsero di
comune accordo la via più azzardata; e posero gli hiberna, i
campi invernali, lungo il corso superiore del Baetis, non lungi
dalle forze nemiche. Si separarono, tuttavia, all’inizio della pri-
mavera, per facilitare l’approvvigionamento: mentre Cneo, con
un terzo circa delle truppe residue, fronteggiava dalla base di
Urso l’armata di Asdrubale Barca, Publio teneva in rispetto,
con il resto dell’esercito, gli altri due avversari dal campo di Ca-
stulo16. Furono però, gli Scipioni, abbandonati proprio da que-
gli Iberi per i quali avevano rischiato e sui quali contavano per

16
Cazlona.

103
ridurre un’inferiorità numerica gravissima; furono i Celtiberi
soprattutto che – forse intimoriti dalla forza del nemico; forse
non avvezzi a campagne belliche prolungate – abbandonarono
poco a poco i due fratelli. Quando, al contrario, giunse a Publio
la notizia che in soccorso dei Punici stava muovendo Indibile,
re dei Suessetani, con una forza di settemilacinquecento uomi-
ni, il proconsole stimò inevitabile uscire dal campo con la mag-
gior parte delle sue truppe, tentando di sorprendere il contin-
gente iberico prima che raggiungesse i Cartaginesi. Non gli riu-
scì, tuttavia, di distruggerlo, ché, quando appena lo aveva im-
pegnato, giunsero in soccorso prima i cavalieri numidici, e poi
l’intera forza punica: chiuse da ogni parte, le truppe romane fu-
rono praticamente annientate, e il proconsole stesso cadde eroi-
camente sul campo.
Perì, poco dopo, anche Cneo. Avendo appreso che i co-
mandanti cartaginesi avevano riunito le loro armate e si dispo-
nevano ad attaccarlo, questi, dubitando ormai della sorte del
fratello e conscio della propria difficile situazione, lasciò il cam-
po e si dispose alla ritirata; ritirata che, tuttavia, provvidero a
frustrare, con i loro attacchi, le cavallerie numidiche, comanda-
te allora da Masinissa, figlio di re Gaia e principe di quei Nu-
midi Massili che vivevano subito a ovest dei territori di Cartagi-
ne. Costretto a fermarsi, Cneo cercò di organizzarsi a difesa, ri-
parandosi dietro i carri e i basti degli animali da soma; ma all’ar-
rivo delle fanterie cartaginesi, fu sopraffatto e ucciso. Solo po-
chi di quello stanco esercito si salvarono; ma riuscì a scampare
almeno il reparto che, sotto la guida di Tito Fonteio, Publio pa-
ter aveva lasciato a guardia dell’accampamento. Raccolti al pas-
saggio gli altri superstiti, queste forze si riunirono ai presidî ri-
masti oltre l’Ebro; e furono i soldati stessi a nominare allora, co-
me loro capo, un prode cavaliere, Lucio Marcio Settimo.
Pur atroce, lo strazio di Scipione nell’apprendere la notizia
fu meno forte di quanto si sarebbe aspettato; sicché il giovane
ne fu stupito e ne provò persino vergogna e una punta di ri-
morso. Solo molto tempo dopo sarebbe riuscito ad analizzare e

104
a comprendere fino in fondo la natura e il motivo delle sue rea-
zioni: per lui, lasciato adolescente alla testa della famiglia e co-
stretto a diventare precocemente adulto, quei due uomini as-
senti da anni, pur tanto amati, erano come morti da tempo, sic-
ché, presaga, era maturata in lui la convinzione inconscia che
non li avrebbe mai più rivisti. Così il dolore si era come stem-
perato in una pena soffocata e pulsante, sempre presente ma in
certo qual modo rimossa dalla coscienza; e, soprattutto, si era
raggelato in una ferrea determinazione, spingendo il giovane al
proposito di sostituirsi ad essi su quello stesso fronte lontano,
per riprendere e completare l’opera che la loro morte aveva la-
sciato interrotta.
A presidiare questo difficile teatro, per impedire che Asdru-
bale e Magone seguissero la strada del fratello verso l’Italia,
venne inviato immediatamente uno dei vincitori di Capua,
Claudio Nerone; il quale, giunto in Spagna con dodicimila fan-
ti e mille e cento cavalieri, seppe non solo mantenere inviolata
la linea dell’Ebro, ma addirittura mettere alle strette Asdruba-
le Barca (anche se questi riuscì poi a sfuggirgli...). Erano tutta-
via imminenti, ormai, le elezioni per l’anno cinquecentoqua-
rantaquattresimo di Roma; elezioni che diedero un risultato a
sorpresa, ma solo per chi non fosse addentro agli arcana che go-
vernavano la Repubblica. Concedendo, con una misura ignota
fino ad allora, l’imperium proconsulare a un privatus – ad un
semplice cittadino cioè, che non era stato ancora né pretore né
console – i comizî tributi assegnarono la provincia iberica pro-
prio all’ancor giovane Publio. Fosse Tyche, la capricciosa divi-
nità della Fortuna, che stava giocando con lui, fosse stato il suo
costante tentativo di mimesi nei confronti del grande Cartagi-
nese a indirizzarlo in tal senso, il suo destino – e Scipione ne era
stato sempre inconsciamente presago – andava sviluppandosi
su linee singolarmente parallele a quello di Annibale: non solo,
infatti, la Sorte aveva riservato a Publio lo stesso lontano teatro
in cui illustrarsi, ma, in quel momento, egli non aveva ancora,
coincidenza ben più singolare, compiuto neppure ventisei an-

105
ni, aveva cioè la stessa età nella quale Annibale, undici anni pri-
ma, era stato designato a guidare le armate puniche di Spagna.
Nulla di casuale vi era stato, invece, nella scelta, da parte del
senato, dell’uomo da inviare verso l’estremo occidente. Non a
caso Publio Scipione era stato l’unico a candidarsi per questa
difficile incombenza. Malgrado i suoi avversari politici avessero
formalmente orchestrato, allora, una campagna di opposizione
ancora più forte di quella affidata tre anni prima ai tribuni del-
la plebe, era proprio a lui che i patres, con volontà quasi unani-
me, avevano fin dall’inizio destinato l’incarico; sicché l’an-
damento dell’elezione era stato, in realtà, pilotato di comune ac-
cordo verso questo esito dalle partes Fabianae non meno che
dalla fazione stessa di Publio. Per spedirlo in Iberia il gruppo ri-
vale aveva, ovviamente, ben altri motivi che non quello di dare
impulso per suo tramite a una ripresa offensiva su quel fronte
lontano. I suoi avversarî politici, Marcello e il Cunctator in testa,
miravano da un lato a recuperare per il fronte italico Claudio
Nerone, un comandante esperto e politicamente più vicino a lo-
ro; e intendevano destinare ad un teatro da essi ritenuto tuttora
periferico un giovane che, nell’attuale penuria di uomini – le
perdite e l’età avevano assottigliato di molto le fila dei consula-
res, ridotti ormai a una dozzina circa, alcuni dei quali addirittu-
ra invalidi –, non si sarebbe potuto, comunque, ignorare più a
lungo. Oltre ad essere abile e ambizioso, Scipione godeva poi
chiaramente di vasti favori in taluni ambienti della plebe urba-
na; e, se chiamato ad un comando in Italia, avrebbe potuto rive-
larsi fastidioso per la condotta generale della guerra su quello
che appariva ancora come il settore principale delle operazioni.
Quanto a Publio, dal canto suo egli si dedicava da tempo a
sondare in ogni modo i segreti non solo tattici di Annibale, cer-
cando di cogliere, al di là dei suoi metodi, l’essenza stessa del
suo modo di agire. Lungo quella via riteneva di avere raggiunto
ormai una preparazione adeguata e aveva, comunque, piena fi-
ducia nelle proprie risorse personali; voleva quindi con tutte le
sue forze un comando. Appena decapitata, la factio dei Corne-

106
lii non avrebbe potuto tuttavia in alcun modo imporre la nomi-
na del proprio esponente di punta ad alcun posto; nemmeno a
quello spagnolo, per ottenere il quale si sarebbe dovuto, oltre-
tutto, compiere comunque un aperto vulnus costituzionale. Sic-
ché, bisognando dell’assenso degli avversarî, che avevano allora
sotto il loro pieno controllo l’assemblea dei patres, Scipione ne
aveva in sostanza raccolto la sfida: se voleva la nomina, questo
era il patto, doveva accettare anche la destinazione. Solo, poi-
ché il conferimento dell’imperium a un giovane non insignito
fino ad allora d’altra magistratura curule che l’edilità era cosa
troppo lontana dalle tradizioni, entrambe le parti decisero taci-
tamente, allora, ancora una volta di comune accordo, di rinviar-
ne la designazione ai comizî, inducendo ad un tempo il popolo
alla nomina di Scipione e lasciandone ad esso la responsabilità.
Che la sua provincia potesse esser l’Iberia Publio lo aveva
dunque previsto fino dal primo momento; e la cosa, anche per
motivi strettamente personali, gli conveniva appieno. Al di là
degli intenti dichiarati in pubblico – il giovane aveva proclama-
to di volere il comando in Iberia come ultor patriaeque domu-
sque, mosso dall’amor di patria e, a un tempo, dal desiderio di
vendicare i congiunti, testé periti proprio in terra spagnola –, le
ragioni inconfessate della scelta erano che egli ambiva, in fon-
do, a misurarsi sullo stesso teatro dove Annibale aveva fatto le
sue prime esperienze belliche; e soprattutto che, prima del con-
fronto diretto con colui che considerava il suo maestro, ritene-
va opportuno sperimentare sul campo le proprie intuizioni con-
tro gli altri due Barcidi, avversarî certo assai più accessibili del
fratello maggiore. Gli occorreva, perciò, una palestra in cui fa-
re esercizio; e, nei suoi piani, questa era la principale funzione
riservata alla Spagna. Quanto alla sfida con Annibale, alla qua-
le, certo, agognava più di ogni altra cosa, questa era solo, e op-
portunamente, rinviata a un momento successivo. Publio era si-
curo, infatti, che a Roma nessuno tranne lui pensasse di affron-
tare in acie il grande Cartaginese; più ancora, era convinto che
a lui solo il destino riservasse quel compito. Poteva dunque

107
aspettare, nella certezza che nessuno avrebbe potuto sottrargli
la preda tanto agognata.
Ricevette dunque, Publio, l’imperium di proconsole; e, su-
bito dopo le elezioni, partì accompagnato da un contingente di
diecimila fanti e mille cavalieri, tratti dalle legioni di Campania,
una parte delle quali si era deciso, quell’anno, di congedare; e,
in più, ebbe una squadra di trenta navi da guerra. Tarraco17 non
ha porto, benché sorga in un punto assolutamente favorevole,
all’interno di un golfo riparato, e sia provvista di ogni requisito
necessario ad una grande città. Publio sbarcò dunque a Empo-
riae18; e, dopo aver reso omaggio al santuario di Artemide Efe-
sia, si stabilì nella città vicina, che costituiva una sorta di me-
tropoli non solo per le località a settentrione dell’Ebro, ma an-
che per i centri greci a sud. Di quest’ultima città egli fece il pro-
prio quartier generale. In attesa che, con la primavera successi-
va, venisse a raggiungerlo il propretore assegnatogli, Marco
Giunio Silano, tenne accanto a sé Marcio Septimo; e, malgrado
gli atteggiamenti da costui assunti in passato verso quel Fonteio
che, nella sua qualità di legatus, teoricamente gli sarebbe stato
superiore (e verso lo stesso senato, al quale aveva inviato pre-
suntuose missive, qualificandosi con il titolo di propraetor), gli
tributò i segni della massima stima e considerazione. Evitando
di inasprire l’attrito tra i predecessori e tributando loro senza
riserve elogi e riconoscimenti, seppe smussare ogni potenziale
gelosia tra i suoi sottoposti e verso la sua stessa autorità. Oc-
correva tuttavia rianimare anche gli ormai anziani soldati di
Spagna. Nel prendere contatto con quegli uomini, provati da
ogni genere di sventure e di privazioni, inaspriti dalla lunga lon-
tananza da casa e, come ultima ricompensa, amareggiati dalla
sconfitta, a Publio tornarono alla mente i suoi congiunti, cadu-
ti combattendo alla loro testa: e si disse dunque che meritava-
no di essere trattati con la massima sensibilità. Fece quindi mo-

17 Tarragona.
18
Ampurias.

108
stra nei loro confronti – lo poteva: era fortunatamente lontano
da quel senato che continuava ottusamente a infliggere agli
sconfitti l’umiliazione del servizio nelle legiones Cannenses –
della più grande affabilità, ringraziandoli e rincuorandoli circa
le prospettive future (e vietando che venisse, nei loro confron-
ti, da parte dei più fortunati veterani di Campania, qualunque
forma, anche larvata, di biasimo o burla, di critica, ironia o
scherno...).
Ai suoi ordini il giovane generale aveva, adesso, complessi-
vamente trentamila uomini circa: finalmente un esercito ade-
guato, che ripartì in quattro legioni «forti». Dopo avere tra-
scorso l’inverno sia riallacciando i rapporti con le tribù iberi-
che alleate, sia allenando e affiatando truppe che avevano una
preparazione diversa, con l’arrivo della primavera Publio lasciò
tremila fanti e trecento cavalieri al comando di Silano come
presidio delle terre a nord dell’Ebro; egli stesso varcò invece il
fiume, portando con sé il grosso delle legioni, venticinquemila
fanti e duemilacinquecento cavalieri. Quello che si proponeva
come risultato della sua prima azione offensiva era un obietti-
vo senz’altro estremamente ambizioso, ma anche della più
grande difficoltà: la conquista di Qart Hadasht, la Cartagine di
Spagna19.

19
Carthago Nova, Cartagena.

109
110
capitolo III
Dalla Spagna
all’Africa
1. La strategia e l’azzardo
Spagna. Anno ab Urbe condita 545, sotto il consolato di Quinto Fabio
Massimo (V) e Quinto Fulvio Flacco. 606 dalla fondazione di Cartagine.
Olimpiade 142, 4. 209/208 avanti Cristo.

Tra le doti che, in seguito, ne avrebbero costantemente illumi-


nato il cammino, Publio Scipione possedeva senz’altro uno
straordinario talento strategico; cui aveva aggiunto, coltivando-
la in ogni modo, la cura, appresa dal suo insigne modello car-
taginese, di raccogliere sempre, prima di agire, il maggior nu-
mero possibile di informazioni. Così, da tempo, mentre ancora
era a Roma, il giovane aveva cominciato a cercare ogni possibi-
le ragguaglio sugli eventi accaduti in Spagna, informandosi cir-
ca il tradimento dei Celtiberi e le forze romane rimaste a difen-
dere la linea dell’Ebro, circa l’atteggiamento delle genti indige-
ne a nord e a sud di quel fiume e il rapporto dei generali di Car-
tagine sia tra loro sia con le popolazioni locali; e aveva trascor-
so poi l’ultimo inverno a Tarraco interrogando minutamente
quanti potevano fornirgli ulteriori notizie. Capace come Anni-
bale di adeguare la sua condotta all’elaborazione dei dati rac-
colti, Publio si sarebbe poi mostrato sempre – addirittura più

111
del Barcide, perché in ciò almeno il suo temperamento era dif-
ferente da quello di lui – refrattario all’impulso, tanto comune
tra i generali di ogni tempo, di stendere preventivamente un
proprio piano d’azione per poi adeguarvi a forza le informazio-
ni disponibili. Al contrario, sarebbe stato sempre pronto a mo-
dificare un progetto anche all’ultimo istante di fronte al muta-
re delle circostanze; questo persino nella decisiva giornata di
Zama.
Per la sua rilevanza strategica Cartagine di Spagna era
senz’altro un obiettivo vitale. Fondata meno di vent’anni prima
da Asdrubale «il Bello», cognato di Annibale, la capitale dell’I-
beria punica era una città possente e splendida, dalle difese na-
turali apparentemente formidabili. Sorta tra il mare e una lagu-
na salata poco profonda, alimentata da uno stretto varco aper-
to verso il largo di fronte alla sua porta di ponente, la città ave-
va il fianco meridionale a picco sul Mediterraneo e, cinta per tre
lati dall’acqua, era apparentemente protetta a settentrione dal-
lo specchio interno; sicché, ove si escludesse il ponte, facile a ri-
muoversi, che scavalcava il canale, il solo accesso visibile passa-
va attraverso l’istmo, lungo poco più di duecento passi, che, da
levante, separava il lago costiero dal mare aperto. Cartagine di
Spagna era stata poi opportunamente protetta con mura robu-
ste, ma dal circuito ridotto, tanto che a difenderle poteva ba-
stare una guarnigione esigua: in quel momento – e Scipione ne
era perfettamente informato – il presidio della città si compo-
neva di mille uomini appena, mentre il resto dei residenti puni-
ci era formato di marinai, commercianti e artigiani dall’assai
scarsa vocazione bellica. Sede del tesoro, dell’arsenale, degli
ostaggi iberici, punto di contatto privilegiato con l’Africa gra-
zie al porto attrezzato da cui potevano affluire in ogni momen-
to rifornimenti e rinforzi, disposta secondo l’orientamento più
opportuno per seguire l’andamento longitudinale delle catene
spagnole, questa fortezza non solo garantiva ai Cartaginesi la fe-
deltà di tribù indigene altrimenti riottose; rappresentava altre-
sì una minaccia mortale sul fianco e alle spalle di qualunque

112
esercito ostile intendesse puntare dall’Ebro verso il sud della
Spagna. Uno degli errori strategici nella sfortunata azione con-
dotta dal padre e dallo zio era stato proprio quello – e Publio
lo aveva immediatamente compreso – di avventurarsi verso la
parte più meridionale del paese non solo avendo questa spada
puntata contro il fianco; ma senza disporre di una base abba-
stanza avanzata da cui operare e in cui rifugiarsi in caso di pe-
ricolo. Publio intendeva dunque fare propria la città, anche per-
ché non ignorava i vantaggi psicologici di un simile risultato.
Fondazione dei Barcidi, Cartagine di Spagna era il simbolo stes-
so della famiglia nemica all’interno di una penisola che era da
tempo una sorta di loro dominio personale o, almeno, un pos-
sesso che essi gestivano direttamente, e la sua caduta avrebbe
rappresentato un colpo propagandistico senza pari, capace for-
se di condizionare fin dall’inizio l’andamento delle future cam-
pagne; un colpo che, decisivo dal punto di vista strategico,
avrebbe sul piano dell’immagine almeno pareggiato la distru-
zione di Sagunto.
Ambitissimo, il premio pareva però impossibile a cogliersi.
Nessuno poteva pensare che i Romani osassero assediare la ca-
pitale nemica mentre i Cartaginesi ancora dominavano la peni-
sola e vi tenevano ben tre armate; e, d’altronde, senza un lungo
assedio la città pareva inespugnabile. Proprio per questo a pre-
sidiarla si era ritenuta sufficiente una forza di mille uomini ap-
pena. Con tale convinzione, vuoi perché decisi a consolidare il
loro controllo su indigeni sempre più recalcitranti e addirittura
ad accrescere le conquiste, vuoi perché in disaccordo tra loro, i
comandanti delle armate di guarnigione nella penisola faceva-
no allora campagna separatamente molto lontano dalla città:
dei due fratelli di Annibale il minore, Magone, presidiava l’en-
troterra di Castulo, nell’alta valle del Baetis1, mentre il maggio-
re, Asdrubale, era impegnato nell’assedio di un castro dei Car-
petani, verso il centro della Spagna; l’altro Asdrubale poi, il fi-

1
Guadalquivir.

113
glio di Giscone, era addirittura il più lontano di tutti, poiché era
accampato da qualche parte in vista dell’Atlantico, non lungi
dalla foce del Tago. Così, evidentemente fiduciosi di poter co-
munque accorrere in tempo, essi erano tutti a oltre dieci giorni
di marcia dal capoluogo iberico.
Il progetto di Scipione era di gran lunga più ambizioso di
quanto i Punici potessero anche solo sospettare. L’unica spe-
ranza di successo consisteva certo, per lui, nell’anticipare i soc-
corsi, che sarebbero infallibilmente partiti non appena il nemi-
co fosse venuto a conoscenza dell’operazione; e, certo, era pos-
sibile che gli aiuti giungessero in tempo per infastidirlo. Ma
all’eventuale arrivo di una delle armate nemiche prima che gli
riuscisse di espugnare la città egli si sentiva in grado di far fron-
te agevolmente; e persino se gli avversari avessero coordinato i
loro sforzi, accorrendo con due almeno degli eserciti insieme, si
sentiva tranquillo. Un’attenta ricognizione lontana gli avrebbe
infatti permesso di evacuare il suo esercito sotto il loro naso, im-
barcandolo sui trasporti che avrebbe portato con sé. Quando si
mosse, dunque, egli sapeva di poter almeno tentare il colpo di
mano senza troppi rischi; ma aveva maturato la ragionevole
convinzione di poter prendere la città in pochi giorni soltanto.
Ai particolari già noti ne aveva infatti, da ultimo, aggiunto uno
che era, apparentemente, ignoto ai Cartaginesi stessi; o, alme-
no, che era stato da essi trascurato. Interrogando alcuni pesca-
tori che solevano frequentare i dintorni della città, aveva sco-
perto che la laguna era poco profonda e diveniva quasi ovun-
que guadabile soprattutto quando gli effetti combinati della
marea e di un particolare vento di terra provocavano un par-
ziale deflusso delle acque interne verso il mare aperto. Possibi-
le ad ogni ora del giorno, il fenomeno era però più frequente
verso il tramonto. Questa notizia gli aveva dato un’idea.
Della preziosa informazione raccolta il proconsole si valse,
comunque, non solo per prendere la città, ma anche per co-
minciare a costruire un’immagine di sé che voleva fino da allo-
ra far apparire sovrumana. Alla benevolenza celeste – cui face-

114
va da tempo mostra di credere, rappresentando sé stesso come
un figlio prediletto di Giove – Publio si richiamava, in realtà,
soprattutto per guadagnarsi la fiducia incondizionata delle
truppe – anche in questo aveva meditato e appreso la lezione di
Annibale – e per mantenerle animose e devote. Per quanto lo
concerneva, al di là degli atteggiamenti esteriori volti a impres-
sionare gli uomini, che sapeva assumere con l’abilità di un con-
sumato istrione, dell’esistenza degli dei Scipione non era del
tutto sicuro; e, in fondo, non gli importava poi per davvero di
sapere se esistessero o meno. Al contrario, si sentiva per istinto
pienamente conscio dell’ineluttabilità del proprio destino; e
dunque approfittò di questa circostanza per cominciar a porre
le basi della propria leggenda e ad alimentare il mito che l’avreb-
be circondato già in vita. Quanto era stato cura ac ratione com-
pertum, quanto non era, in effetti, altro che l’esito di un’atten-
zione scrupolosa verso l’informazione e di un’acuta verifica ra-
zionale dei dati in suo possesso venne infatti proposto ai solda-
ti come il manifestarsi di un prodigio di natura divina: nell’al-
locuzione alle truppe prima della battaglia Publio affermò, in-
fatti, che Poseidone in persona, apparsogli in sogno la notte
avanti, gli aveva promesso di intervenire per aiutarlo a prende-
re la città, e naturalmente, nel fenomeno dell’abbassarsi delle
acque, quasi tutti i suoi uomini videro la prova di un rapporto
diretto tra il loro generale e gli dei.
Era il principio della primavera quando il Romano si mosse.
Per prima cosa incaricò Caio Lelio, legato e amico fedele cui ave-
va affidato il comando della flotta, il solo che conoscesse il vero
obiettivo dell’imminente campagna, di chiudere per mare il por-
to della città; gli impose tuttavia di sincronizzare la navigazione
con l’arrivo delle truppe di terra, in modo che l’allarme coinci-
desse, per i nemici, con il blocco stesso della città. Mentre i tren-
tasei vascelli romani, ai quali non se ne opponevano, da parte pu-
nica, che diciotto, parzialmente in disarmo, provvedevano age-
volmente a sbarrare l’uscita del porto, Scipione giunse ad ac-
camparsi con l’esercito sull’istmo, fortificando la stretta lingua

115
di terra con un doppio muro e un doppio vallo; non tuttavia in
direzione delle mura, donde alle superiori forze romane non po-
teva venire alcuna vera minaccia, ma dalla parte del continente,
donde potevano invece arrivare i soccorsi per la città.
Il giorno seguente, all’ora terza, le legioni mossero all’attac-
co. Il comandante punico – che aveva disposto le sue esigue for-
ze soprattutto a protezione dei due luoghi alti di Qart Hadasht,
il colle di Eshmun e la rocca; e aveva provveduto poi a inqua-
drare e armare una parte della popolazione – tentò addirittura
presuntuosamente una sortita; che, tuttavia, fu inevitabilmente
respinta. Subito dopo Publio cominciò a sua volta l’assalto; in
apparenza senza successo, tuttavia, poiché le porte erano ben
chiuse e le mura adeguatamente presidiate. Il proconsole atten-
deva però di vedere se si verificasse il riflusso della marea. Sul
far della sera, al primo soffiare del vento tanto atteso, Publio
rinnovò l’assalto dal lato dell’istmo e spedì la flotta ad attacca-
re il settore delle mura che guardava verso il mare; e finalmen-
te, mentre il grosso delle sue forze teneva impegnati i difensori,
le acque della laguna, spinte da un forte vento settentrionale,
presero a defluire. Era il manifestarsi, tanto atteso, di Tyche. Fu
allora che cinquecento Romani, provvisti di scale, poterono
guadare a piedi la laguna da settentrione, scalando agevolmen-
te le mura e forzando dall’interno una delle porte. Lo slancio e
l’emulazione reciproca fece sì che gli spalti fossero superati con-
temporaneamente anche dal mare; tanto che la corona muralis
promessa a chi per primo vi avesse posto piede fu aspramente
contesa tra il socius navalis Sesto Digitio e il centurione Quinto
Tiberilio. Saggiamente, Scipione decise di premiare entrambi.
Cominciò, allora, un rapido massacro, con l’ordine imparti-
to ai soldati di trucidare qualunque essere vivente si parasse lo-
ro davanti; un massacro che si lasciava dietro indifferentemen-
te, fatti a pezzi, i corpi degli uomini e le carcasse degli animali.
Simile a una bufera che tutto travolge al suo passaggio, que-
st’atto era tuttavia un monito necessario verso quella parte del-
la popolazione che ancora si ostinava a combattere; e, pur limi-

116
tandone la durata, Scipione lo impartì allo scopo di sgombrare
le strade e di fiaccare in fretta ogni resistenza. Restava la citta-
della, che tuttavia Magone, il capo del presidio punico, conse-
gnò senza combattere.
Cadde, dunque, Cartagine di Spagna; e il guadagno, per Pu-
blio, fu immenso. Nelle sue mani rimasero, innanzitutto, un’e-
norme quantità di macchine da guerra e sessantatre navi da cari-
co, molte con le stive ancor piene; nonché tutto l’oro e l’argento
accumulato qui in lunghi anni dai fratelli di Annibale, per una ci-
fra di seicento talenti. Ma soprattutto le sue miniere, dopo avere
arricchito Cartagine e i Barcidi, avrebbero fatto d’ora innanzi la
fortuna del popolo romano: distanti poche miglia soltanto dalla
città, queste potevano produrre – e Publio fu felice di appren-
derlo – ben venticinquemila dracme d’argento al giorno.
Per ora, tuttavia, ciò che contava era il vantaggio strategico
acquisito. Furono numerosi i prigionieri. Mentre i pochi mag-
giorenti nemici – Magone e, con lui, due membri del gerontion
di Cartagine e quindici altri notabili – venivano affidati a Caio
Lelio perché fossero trattati secondo il rango e fossero poi con-
dotti in Italia, i restanti Punici vennero utilizzati come servi pu-
blici, secondo convenienza e senza ulteriori crudeltà: gli artigia-
ni, duemila circa, furono subito messi a lavorare per conto del
vincitore, mentre gli altri vennero in gran parte uniti alle ciurme
delle navi, tanto di quelle già al comando di Caio Lelio, quanto
delle diciotto catturate nel porto della città, che ebbero final-
mente equipaggi al completo. In cambio di un leale servizio da
parte loro, Publio promise che avrebbe liberato tutti i prigio-
nieri al termine della guerra. Furono invece rilasciati subito gli
indigeni; mentre buona parte degli ostaggi, che erano custoditi
qui in numero di oltre trecento, vennero colmati di doni e rin-
viati sani e salvi alle loro famiglie. Ai suoi uomini Publio impo-
se, tra l’altro, il più assoluto rispetto delle prigioniere. Dopo
aver fatto liberare la moglie di Mandonio e le figlie di Indibile,
principi degli Ilergeti, diede egli stesso l’esempio, rinviando ai
suoi senza toccarla – e Giove sapeva quanto gli fosse costato! –

117
la vergine di grande bellezza promessa al principe celtiberico
Allucio, che alcuni amici, conoscendo i suoi gusti, avevano con-
dotto ai suoi quartieri. Anche questo gli aveva insegnato Anni-
bale: come per lui il rilascio dei prigionieri italici dopo ogni vit-
toria, così per Scipione la liberazione degli ostaggi e la clemen-
za verso le genti spagnole erano manifestazioni studiate, espres-
sioni di un programma politico inteso ad acquisire sempre mag-
giori consensi tra i sudditi di Cartagine.
Scipione si fermò per qualche tempo nella città conquistata.
Con il palazzo reale e la sede del sinedrio iberico, dov’era stata
pronunciata la sentenza contro Sagunto, già simboli del potere
e delle ambizioni barcidi; con i suoi templi agli dei alieni di Car-
tagine e le cisterne che avrebbero dovuto metterla al riparo da
ogni assedio; con le case dai bei giardini alla maniera africana,
la capitale dell’Iberia punica costituiva una splendida preda.
Agli occhi di Publio tuttavia, pur fiero della conquista, tali
aspetti passarono quasi inosservati: della città egli colse una so-
la funzione, e quella potenziò, facendone un’unica, grande of-
ficina al cui interno, controllati da appositi sorveglianti (e sti-
molati dallo stesso Scipione...), gli artigiani producevano a pie-
no ritmo ogni genere di attrezzatura bellica: ai soldati non do-
veva mancare alcun tipo di arma, né quelle da combattimento,
né quelle da esercitazione.
All’addestramento, infatti, egli pensava allora costantemen-
te. Malgrado la vittoria, infatti, lo assillava in quel momento una
duplice perplessità. Publio doveva, certo, mettere le legioni in
grado di eseguire sul campo le manovre che avevano tante vol-
te dato la vittoria alle armate di Annibale; per quanto concer-
neva questo aspetto, pur se non si sentiva ancora pienamente
padrone dei segreti del Barcide, il proconsole pensava però di
essere a buon punto e di avere, comunque, ancora abbastanza
tempo. Forse un poco di più lo affliggeva invece il secondo pro-
blema; un problema che, pur di ordine tattico, diveniva poten-
zialmente, in ragione del paese in cui si doveva combattere e
delle caratteristiche degli abitanti, una questione strategica ve-

118
ra e propria. La difficoltà nasceva dalla natura e dai caratteri
non univoci dei potenziali nemici indigeni. Una parte almeno
degli Spagnoli combattevano, infatti, quasi come i peltasti gre-
ci. Detti ben presto caetrati dalla caetra – il piccolo scudo ro-
tondo di cui erano provvisti, in vimini, cuoio intrecciato o le-
gno, con umbone e impugnatura metallici –, essi erano, certo,
equipaggiati anche con il gladio ispaniense o con la falcata, la
micidiale sciabola iberica. I Romani e lo stesso Scipione aveva-
no imparato a conoscerli e a temerli già in Italia, inquadrati
nell’armata di Annibale: erano quelli che i Greci chiamavano
lonchophóroi, i lancieri, combattenti tra i più micidiali e versa-
tili, dotati al bisogno anche della lancia da urto; e in grado quin-
di sia di agire come fanterie leggere, sia di affrontare con qual-
che possibilità di vittoria persino le truppe di linea. Non aven-
do l’impaccio di pesanti armature e servendosi soprattutto di
armi da lancio, come il soliferreum, un lungo giavellotto intera-
mente metallico, la phalarica, un’asta di legno dalla lunga pun-
ta in ferro alla quale veniva spesso fissato con funzioni incen-
diarie un batuffolo di stoppa intinto nella pece, e la fionda, la
loro tattica si basava però abitualmente sull’azione rapida e im-
provvisa, sull’imboscata, sul colpo di mano. Contro simili av-
versari potevano bastare sia la cautela di intervallare nei ranghi
sagittarios funditoresque, di inserire cioè anche al livello dei re-
parti più piccoli arcieri e frombolieri, che garantissero un effi-
cace sbarramento rispetto ai colpi da lontano; sia la precauzio-
ne di suddividere i legionari in piccole unità autonome, capaci
di spingersi a fondo entro il territorio nemico e di incalzare da
vicino i guerriglieri, mantenendoli costantemente sotto pressio-
ne e costringendoli a spostarsi di continuo, senza fermarsi per
raccogliere le forze, riposare o rifornirsi.
Se, per un simile genere di azioni, il manipolo o, al limite, la
centuria potevano forse ancora bastare – ed era, comunque, op-
portuno mantenerli in uso per poter poi disporre dell’elasticità
necessaria ad affrontare sul campo le armate puniche –, esisteva
tuttavia, nel mondo iberico, una seconda, ben diversa compo-

119
nente. Forse perché erano giunti ormai a una più avanzata fase di
urbanizzazione, i Celtiberi – e, con loro, molte genti dell’altopia-
no centrale – potevano disporre di fanterie pesanti di livello dav-
vero formidabile, provviste di elmi e armature – corazze lintee e
pettorali, corsetti a scaglie o cotte di maglia metallica – ed equi-
paggiate con le migliori spade che si conoscessero allora; nonché
di eccellenti cavallerie, montate sui piccoli e resistentissimi ca-
valli iberici, capaci di muoversi agilmente anche in montagna.
Contro questi nuovi nemici e su un teatro di operazioni incon-
sueto l’unità in uso, la legione manipolare, pareva mostrare per
la prima volta dei limiti ben precisi. Scipione aveva colto subito
il pericolo costituito dallo straordinario valore dei guerrieri spa-
gnoli, probabilmente i migliori combattenti individuali che aves-
se mai visto. In loro l’atteggiamento bellico era figlio di un nati-
vo e genuino furor, di una furia connaturata alla quale il Romano
non poteva opporre che il ricordo di una ferocia sbiadita da se-
coli di vita civile. Di fronte ad essi dunque, se schierato per ma-
nipoli, il fante legionario rischiava di essere costretto a una serie
di duelli corpo a corpo che potevano metterlo in grave difficoltà.
A vincere – certo – potevano aiutarlo sia l’armamento, quasi sem-
pre più completo di quello nemico, anche se ad esso tipologica-
mente simile; sia un addestramento esasperato al combattimen-
to individuale. Fu dunque perché si preoccupava per la straordi-
naria valentia degli Spagnoli in questo campo che Scipione, già
durante il soggiorno a Cartagine di Spagna, curò da un lato di ri-
muovere per quanto possibile l’unico fattore di inferiorità nella
panoplia del fante cittadino, dotando tutti i suoi uomini del ben
più efficace gladio ispaniense; si sforzò, dall’altro, di perfeziona-
re per quanto possibile il loro addestramento nelle tecniche del-
lo schermir di spada.
E però questo, ancora, istintivamente non gli bastava. Ciò
che, soprattutto, gli parve potesse giovare era l’adozione, al bi-
sogno, di uno schieramento più solido e compatto, di una for-
mazione chiusa che tornasse in qualche modo a ispirarsi, come
già la disposizione dei triarii, al modello della falange. Dopo un

120
difficile scontro con una banda di Iberici, a Scipione venne in-
fine in mente di creare un’unità intermedia tra il manipolo e la
legione, riunendo i tre manipoli che, negli scaglioni di hastati,
principes e triarii portavano lo stesso numero d’ordine; si veni-
va così a scandire lo schieramento nel senso della profondità,
dando vita a un reparto più solido e compatto. Ad esso Scipio-
ne stesso avrebbe dato il nome di coorte. Nella nuova unità gli
uomini della prima fila tornavano talvolta ad essere dotati di
armi lunghe, le lanceae da urto, sicché ciascun soldato poteva
nuovamente contare sulla protezione e sul sostegno dei compa-
gni di linea; mentre i barbari, privi della malizia tattica necessa-
ria, erano difficilmente in grado di infrangere la compattezza
dell’ordine chiuso.
Occorreva tuttavia istruire adeguatamente le truppe perché
si abituassero, oltre che ai nuovi strumenti bellici individuali, a
manovrare in formazione e a passare rapidamente, in caso di ne-
cessità, da uno schieramento all’altro, dal manipolo alla coorte
e viceversa. Così, mentre le nuove ciurme, che comprendevano
molti prigionieri punici, si impratichivano nel maneggio dei re-
mi e nelle manovre navali all’interno dello specchio d’acqua
prospiciente il porto, di fronte alla città si allenavano le fante-
rie; ed erano questi gli esercizî che più importavano al procon-
sole. Fu allora che Publio stabilì una sorta di vero e proprio ca-
lendario per l’istruzione delle truppe, nel quale si alternavano,
giorno dopo giorno, la corsa in tenuta da battaglia, la pulizia e
la manutenzione dell’equipaggiamento, il riposo, la pratica con
le armi da esercitazione e così via di nuovo. Infine, dopo aver
organizzato il lavoro in città, Publio fece riattare le difese di
Cartagine di Spagna e vi lasciò una guarnigione; poi fece ritor-
no alle basi di partenza per trascorrervi l’inverno.
Giovinezza, generosità, vittoria: Scipione possedeva tutti i
requisiti atti a sedurre la fantasia delle genti iberiche, innamo-
rate del valore, sicché vennero rapidamente maturando, per lui,
i frutti del colpo portato con tanta rapidità e audacia. Il primo
ad accorrere a Tarraco con tutto il suo seguito fu Edecone, re

121
degli Edetani, una popolazione stanziata sulla costa orientale
della Spagna, tra l’Ebro e il Sucro2; alla cui richiesta di resti-
tuirgli moglie e figli Publio aderì volentieri e senza riscatto, te-
nendolo poi come ospite per alcuni giorni. Avrebbe incontrato
poco dopo anche i due principi degli Ilergeti, Indibile e Man-
donio, verso le cui donne già si era mostrato magnanimo e ri-
spettoso; e ad essi tenne dietro ben presto un nutrito gruppo di
reguli minori. La fama della sua benevolenza portò dunque al
suo campo i primi contingenti indigeni, aiutandolo gradual-
mente a ridurre la sproporzione di forze con il nemico.
Di riprendersi la città i tre generali cartaginesi neppure ten-
tarono. Provvista di un presidio adeguato, esclusa la possibilità
di ulteriori sorprese, Cartagine di Spagna avrebbe potuto esse-
re presa solo d’assedio; una prospettiva che la presenza della
flotta romana rendeva quanto mai aleatoria. Avrebbero forse
potuto, i Punici, tentar fino da allora di penetrare oltre l’Ebro,
attaccando Scipione nelle sue retrovie, come egli aveva fatto
con loro; ma, anche perché preoccupati del nuovo atteggia-
mento delle tribù iberiche, sempre più tentate dall’idea di mu-
tare schieramento, preferirono consolidare le loro posizioni.
Malgrado gli sforzi della loro propaganda per minimizzare il
danno subito, questo era stato assai grave. Nulla, però, era com-
promesso. La città la si sarebbe potuta riprendere; purché, tut-
tavia, si fosse prima distrutto l’esercito di Scipione.

2. «Baecula»
Spagna. Anno ab Urbe condita 546, sotto il consolato di Marco Claudio
Marcello (V) e Tito Quinzio Crispino. 607 dalla fondazione di Cartagi-
ne. Olimpiade 143, 1. 208/207 avanti Cristo.

Fino dal suo primo anno in Iberia Publio aveva dunque otte-
nuto un risultato straordinario, privando i Punici della loro

2
Jucar.

122
principale base nella penisola e recidendo il più importante cor-
done ombelicale tra Cartagine e i suoi dominî oltremare, sot-
traendo al nemico con grave suo danno strumenti d’assedio, te-
soro e ostaggi e acquistando invece per sé un’importante base
attorno alla quale imperniare tutte le future campagne. Con il
ritorno della primavera ad allietare ulteriormente il proconsole
contribuì anche l’arrivo in Spagna del fratello Lucio, che veni-
va a servire ai suoi ordini in qualità di legatus; e che gli portava
felici novità dalla guerra in Italia, l’ultima delle quali era la ri-
conquista di Taranto.
Con l’aprirsi della nuova stagione era dunque inevitabile che
i contendenti cominciassero a pensare allo scontro. Lo deside-
rava senz’altro Scipione. Potendo contare, adesso, su appoggi
spesso addirittura espliciti tra la popolazione iberica, Publio
trovava ormai molto più agevole soddisfare i fabbisogni del suo
esercito e accrescerne gli effettivi, e disponeva altresì di guide e
di informatori locali in numero sempre crescente; forte di que-
ste nuove risorse, egli concepì dunque il piano di mettere
senz’altro fuori gioco il più rapidamente possibile la più vicina
delle armate nemiche, quella di Asdrubale Barca, che aveva
svernato non lontano da lui, presso il territorio dei Celtiberi,
prima che le altre – le quali, formalmente per controllare gli in-
digeni, in realtà a causa anche dei dissensi occulti tra i loro co-
mandanti, continuavano a far campagna separate – venissero a
raggiungerla.
Il proposito del secondogenito di Amilcare era, invece, quel-
lo di sbarrare al Romano la via verso la regione meridionale,
percorsa dalla corrente del Baetis. Si tratta dell’area di gran lun-
ga più popolosa, fertile e ricca di tutta la Spagna per i frutti sia
del mare, sia della terra; un’area donde vengono messi e olio e
melagrane e legname abbondanti, cera e miele, bestiame e pesce
e selvaggina. Essa produce anche salgemma, cinabro e rame,
stagno, ferro e oro del più pregiato, sia dalle miniere, sia conte-
nuto nelle sabbie aurifere dei fiumi; ma è ricca soprattutto di ar-
gento, che viene estratto dalle montagne che la bordano a set-

123
tentrione e a occidente, oltre il corso dell’Anas3. La popolazio-
ne che l’abita – i Turdetani (e i Turduli, che con i primi sem-
brano tuttavia formare un unico popolo) –, una tra le meno bel-
licose di tutta la Spagna, è però la più civile e certamente la più
saggia dell’intera penisola, poiché conosce la scrittura e vanta
leggi scritte, poemi e cronache storiche vecchie – dicono i loca-
li – di oltre seimila anni.
Questo paese costituiva il più antico possedimento dei Bar-
cidi; e l’ultimo cui essi fossero disposti a rinunciare. Eppure an-
che il fratello di Annibale finì coll’arrendersi all’idea di com-
battere. Per qualche tempo aveva cercato di ritardare lo scon-
tro decisivo, sperando nell’arrivo dei colleghi, e si era quindi ac-
campato in posizione forte, sulla destra dell’alto Baetis, alle fal-
de del saltus Castulonensis4; sicché non era facile stanarlo e co-
stringerlo a battaglia. Le possibilità di resistere, tuttavia, anda-
rono per lui esaurendosi poco a poco; sicché, vedendo la situa-
zione farsi sempre più difficile con il crescere delle defezioni,
Asdrubale si rassegnò infine a tentare la sorte delle armi. Pro-
gettava tuttavia, se fosse stato sconfitto, di cercare scampo con
i superstiti in direzione della Gallia; e, dopo avere raccolto nuo-
ve truppe per via, di raggiungere il fratello in Italia.
Così, non lungi da Baecula5 si venne infine a giornata. Pur
avendo compreso, della tattica di Annibale, che essa si fondava
su una manovra avvolgente, in cui un centro leggero e flessibi-
le tratteneva il nemico, destinato ad essere poi sbaragliato sui
fianchi e alle spalle dai contingenti più forti e dalla cavalleria,
Scipione non era ancora in grado di eseguire meccanicamente
sul campo questo tipo d’azione; e dunque il suo primo tentativo
non poteva essere perfetto. Cogliendo con intelligenza un’op-
portunità, il proconsole si sforzò tuttavia di mettere in atto la
manovra con l’aiuto del terreno; e perfetta risultò fin da princi-

3
Guadiana.
4
La Sierra Morena.
5
Bailen.

124
pio la sua capacità di leggere la morfologia del campo di batta-
glia. Avendo notato che proprio di fronte all’accampamento
cartaginese si alzava un ciglione alto abbastanza da poter esse-
re difeso con forze ridotte, Scipione spedì infatti i suoi velites a
sloggiarne le rare sentinelle che vi aveva disposto il nemico. Pre-
parandosi a contrastare l’azione dei leggeri romani e deciso a
contender loro quello che sembrava dover essere il centro del-
la lizza, nella convinzione oltretutto che, al solito, quel primo
attacco preludesse all’avanzata in linea retta delle fanterie pe-
santi, Asdrubale cominciò a trarre a sua volta dal campo le trup-
pe; ma Publio lo sorprese sbucando ad attaccarlo dai lati op-
posti del colle. Così, mentre ancora stava schierandosi, l’eserci-
to punico, uscito in ritardo, fu preso sui fianchi dalle legioni,
che Scipione aveva diviso in due parti, tenendo per sé la sinistra
e affidando la destra a Caio Lelio. Squilibrato dalla manovra ne-
mica, del tutto imprevista, e chiaramente in difficoltà, il Carta-
ginese preferì rompere il contatto e ritirarsi verso settentrione
con quanto restava della sua armata; ma dovette abbandonare
al nemico l’accampamento e, peggio, lasciargli il controllo del
territorio. Malgrado le perdite – ottomila uccisi e dodicimila
prigionieri, comprendendo il presidio di Baecula e gli alleati
iberici –, le forze di Asdrubale erano tuttavia ancora sostanzial-
mente intatte, o almeno erano in condizione di riprendere la
lotta; e dunque Publio, temendo il sopraggiungere degli altri
eserciti punici, rinunciò a inseguirle.
Assai più che dal suo avversario, Publio fu messo in imba-
razzo, nella circostanza, dagli Spagnoli stessi; i quali, sentendo-
si come vassalli attorno a un sovrano – era questa la forma di
governo cui erano avvezzi –, lo salutarono pubblicamente con
il titolo di re. Troppo accorto per cedere alle lusinghe dell’am-
bizione, il proconsole, preoccupato di non offenderli, accolse,
certo, un omaggio che implicava al tempo stesso la loro allean-
za con Roma; ma rifiutò un appellativo che, intollerabile agli oc-
chi del senato, lo avrebbe posto in contrasto irreparabile con le
istituzioni stesse della res publica. Chiese invece, e ottenne, che

125
lo chiamassero imperator, come già avevano fatto i suoi soldati;
o, disse, se qualcuno di loro conosceva il greco, usasse pure il
termine di strategos autokrator, meno sospetto agli occhi dei
Romani, ma modellato – era questo il suo pensiero recondito –
su quello che, circa centotrenta anni prima, la lega di Corinto
aveva attribuito al giovane Alessandro Magno. Degli Iberici Pu-
blio liberò ancora una volta i prigionieri senza riscatto; Punici
e Africani furono invece venduti schiavi.
Mentre Scipione, dopo essersi trattenuto per qualche tempo
nella zona a ricevervi la sottomissione delle genti spagnole, ri-
piegava momentaneamente di nuovo verso Tarraco, evitando
una possibile tenaglia da parte del nemico, i tre comandanti car-
taginesi, per un momento riuniti, concertarono il da farsi; e de-
cisero che la sola regione della penisola dalla quale si potesse in
qualche modo tentare la rivincita era la bassa valle del Baetis,
dov’era ancora saldamente in loro possesso la grande base di
Gades6. Questo compito, tuttavia, sarebbe spettato a una parte
soltanto delle loro forze; seguendo il progetto originale, infatti,
lo sconfitto di Baecula avrebbe raggiunto Annibale in Italia.
Così puntualmente avvenne: tallonato a distanza da un contin-
gente leggero romano, che parve quasi scortarlo fino ai Pirenei
(e che aveva, in realtà, solo il compito di sorvegliarne le mosse
e di segnalarne l’eventuale ritorno...), l’esercito comandato dal
secondogenito dei Barcidi prese indisturbato la via verso la Gal-
lia e verso le Alpi.
Nel rispetto dei piani concordati insieme, il fratello più pic-
colo, Magone, cedette allora momentaneamente il comando
delle altre armate riunite ad Asdrubale di Giscone; e si spinse
poi fino alle Baleari per cercare di reclutarvi dei nuovi merce-
nari. L’accordo con il collega era, comunque, che il grosso del-
le forze puniche si sarebbe tenuto, per il momento, sulla di-
fensiva, limitandosi a presidiare la regione attorno al Baetis; so-
lo a Masinissa e ai suoi Numidi sarebbe stato affidato il com-

6
Cadice.

126
pito di punzecchiare i Romani e i loro alleati con attacchi e col-
pi di mano. Il principe dei Massili aveva però eccellenti motivi
per essere riconoscente a Scipione e sospetto ai suoi capi. Era
stata ancora una volta Tyche ad assistere Publio, offrendogli
l’occasione di ingraziarsi il comandante della cavalleria berbe-
ra. Mentre procedeva alla vendita sub hasta degli schiavi, il que-
store aveva scorto, tra i prigionieri catturati a Baecula, un ra-
gazzo dal portamento più fiero e nobile degli altri; e, fattolo
uscir dalle file per interrogarlo, aveva appreso che si trattava
del nipote adolescente di Masinissa. Tradotto alla presenza del
proconsole, il giovane fu da questi colmato di doni e rispedito
incolume allo zio. Sia che non conoscessero l’episodio, sia che
avessero deciso di ignorarlo, i comandanti punici confermaro-
no tuttavia per intero la loro fiducia a Masinissa; ma questo pri-
mo, casuale gesto di Scipione aveva gettato il germe di una fu-
tura, grande amicizia.
Si avviava frattanto a conclusione la campagna di quell’an-
no. Gli avversari politici, e Fabio per primo, ne avrebbero biasi-
mato gli esiti, a loro avviso tatticamente apprezzabili ma strate-
gicamente disastrosi: secondo la pubblica censura rivoltagli dal-
lo stesso Fabio al cospetto dell’intero senato, lasciandosi sfug-
gire il nemico benché lo avesse sconfitto Scipione aveva per-
messo – ciò che non era mai accaduto prima – una seconda in-
vasione dell’Italia. Parlasse pure, il Verrucoso! Che cosa avreb-
be dovuto fare, Publio? Avrebbe dovuto seguire Asdrubale con
tutte le truppe? Ma allora avrebbe corso il rischio di annullare
i vantaggi acquisiti, e forse addirittura di perdere l’esercito, e
persino la vita se proprio questo fosse stato il piano dei Punici;
ché, se non si potevano riunire le tre armate iberiche in una so-
la, troppo grande per potersi manovrare in acie, si poteva però
tentare di attirarlo in trappola con l’esca di un esercito apparen-
temente allo sbando, da far poi tornare bruscamente sui suoi
passi perché lo impegnasse, onde coglierlo impreparato alle
spalle con le altre due armate prontamente accorse. Avrebbe
dovuto dividere le sue forze? Follia ancora più grande, poiché

127
avrebbe esposto i distinti tronconi ad essere battuti separata-
mente, come già era accaduto al padre e allo zio. E comunque,
nell’ipotesi non improbabile che non gli fosse riuscito di bloc-
care completamente i passi pirenaici, avrebbe dovuto inseguire
il nemico anche in Gallia? Ma allora avrebbe davvero dissipato
tutto ciò che aveva acquistato nelle precedenti campagne. Ave-
va dunque considerato che meglio valesse lasciar passare quel-
l’unico esercito, oltretutto in parte fiaccato dalla sconfitta, cu-
rando se possibile che fosse l’ultimo soccorso che poteva giun-
gere ad Annibale dalla Spagna: questa, del resto, era la provin-
cia che a lui avevano decretato i comizî, questa era la terra che
doveva sottrarre a Cartagine. A sua giustificazione poteva ad-
durre inoltre il fatto che, nel riferirgli le novità della situazione
in Italia, il fratello aveva potuto parlargli solo della riconquista
di Taranto e di un Annibale apparentemente in difficoltà nell’e-
stremo sud della penisola. Gli erano ignoti, invece, gli ultimi,
terribili colpi di coda del grande Cartaginese. Nulla infatti po-
teva sapere, Publio, della morte di entrambi i consoli dell’anno
– Tito Quinzio Crispino, a lui poco familiare; e soprattutto Mar-
co Claudio Marcello, un avversario politico che stimava per il
fiero patriottismo e l’indomito coraggio, se non per l’acutezza
della mente –; e ignorava, del pari, la successiva disfatta di Clau-
dio Flamine presso Petelia. Ciò lo aveva indotto senz’altro a ri-
tener trascurabile il reale pericolo rappresentato per l’Italia
dall’arrivo di Asdrubale. Per una volta aveva sottovalutato le ca-
pacità di Annibale; e non gli sarebbe successo mai più. Ma non
sottovalutava, e di questo era certissimo, il reale valore del se-
condogenito di Amilcare: alla prova delle armi costui gli era par-
so lontanissimo dalla smisurata genialità del fratello, un coman-
dante di mezza tacca cui qualunque buon generale romano
avrebbe saputo senz’altro opporsi con vantaggio. Proprio que-
sto, d’altronde, era quanto sarebbe poi puntualmente accaduto:
i consoli dell’anno e, in particolare, Claudio Nerone sarebbero
riusciti a ottenere su di lui una in fondo non difficile vittoria.
Disposto a tentare un ultimo sforzo per salvare i propri resi-

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dui dominî oltremare, il governo cartaginese inviò in Spagna,
sul finire dell’anno, un altro generale, chiamato Annone, incari-
candolo di reclutare truppe che sostituissero l’armata di Asdru-
bale; e questi raggiunse Magone, che continuava a far leve nel
paese dei Celtiberi. Al procedere dell’anno Scipione era frat-
tanto disceso nuovamente verso la regione del Baetis per tenta-
re di sottrarla al nemico, e arruolava a sua volta uomini per via
onde adeguare il suo esercito alla consistenza dei contingenti
punici, che restavano tuttora numericamente preponderanti.
Non volle, comunque, trascurare i due generali attivi nel centro
della penisola; e inviò contro di loro un corpo di diecimila fan-
ti e cinquecento cavalieri agli ordini di Giunio Silano. Questi
seppe farsi onore. Dopo una marcia forzata, il propretore
piombò infatti sul nemico, le cui forze erano divise in due cam-
pi, uno destinato alle reclute celtiberiche, l’altro riservato ai
Cartaginesi; e decise di attaccarlo, cominciando dai coscritti,
meno preparati e più deboli. Le truppe nemiche furono in parte
distrutte, in parte si sbandarono. Silano riuscì anche a catturare
Annone in persona, ma non poté impedire che Magone, sfuggi-
togli con una parte consistente dell’esercito, riuscisse a raggiun-
gere il collega Asdrubale, rimasto nel meridione della penisola.
Per il resto dell’anno, comunque, i generali punici tennero
in scacco Scipione semplicemente dividendo le loro forze tra
numerose città. Ottenevano, in tal modo, un duplice risultato:
mantenevano la regione sotto il loro controllo e, allo stesso tem-
po, evitavano una rischiosa battaglia campale, paralizzando
l’azione del nemico, restio a impegnarsi in una lunga serie di as-
sedî. Publio decise dunque di ritirarsi; ma non volendo farlo
senza avere compiuto almeno un gesto dimostrativo, inviò suo
fratello Lucio, alla testa di diecimila fanti e mille cavalieri, ad at-
taccare l’oppidum iberico di Orongis, il cui territorio era fertile
e ricco di risorse minerarie: era da questo centro che Asdruba-
le aveva compiuto una serie di incursioni contro le tribù dell’in-
terno. Orongis cadde; ma al sacco e al massacro pose subito fi-
ne Lucio in persona, ligio in ciò agli ordini di Publio, che in-

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tendeva continuare la propria politica di generosità nei con-
fronti degli Spagnoli. Conclusa questa serie di operazioni, Sci-
pione tornò ancora una volta a svernare a Tarraco.

3. La caduta
della Spagna punica
Spagna. Anno ab Urbe condita 547, sotto il consolato di Caio Claudio
Nerone e Marco Livio Salinatore (II). 608 dalla fondazione di Cartagine.
Olimpiade 143, 2. 207/206 avanti Cristo.

Fu solo con l’arrivo della buona stagione successiva che Asdru-


bale Gisgonio e Magone si risolsero, infine, ad affrontare un ne-
mico fattosi sempre più audace. Più ancora che inutile, tergi-
versare diventava a quel punto addirittura dannoso: una volta
di più, infatti, l’indugio accresceva giorno per giorno la forza di
Scipione, erodendo la superiorità di cui i Punici continuavano,
malgrado tutto, a godere nella penisola. Con i due eserciti riu-
niti essi avevano ancora una certa preponderanza numerica
sull’armata di Publio, potendo contare su cinquantamila fanti,
quattro o cinquemila cavalieri e trentadue elefanti contro i qua-
rantacinquemila fanti e i tremila cavalieri che ormai militavano
nelle file del proconsole; sicché conveniva loro battersi fino a
quando ancora godevano di questo sia pur esiguo vantaggio.
Anche Publio desiderava lo scontro; ma si proponeva di
prendere, nell’affrontarlo, qualche precauzione. Gli eserciti do-
vevano, tutti e sempre, affrontare il problema, endemico e assai
diffuso, della diserzione. Il fenomeno dei transfughi – che spin-
geva i soldati a cambiare schieramento o perché provati dalla
sconfitta; o anche solo, e talvolta persino contro quanto avreb-
bero suggerito logica e interesse, perché esasperati dalla durez-
za della vita militare e dagli eccessi della disciplina – era sensi-
bile in primo luogo tra i socii di Roma; sicché da sempre, per
scoraggiarlo, la res publica soleva chiedere, al termine di ogni
guerra vittoriosa, la consegna dei fuggiaschi onde giustamente

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punirli. Esisteva tuttavia anche un’altra forma di diserzione,
meno diretta ma in certo modo più subdola e insidiosa perché
più diffusa, quella che nasceva dalla semplice stanchezza, dallo
sconforto di uomini provati dalla fame e dalle malattie, dagli
stenti e dalla nostalgia, e che induceva a lasciare i ranghi il più
delle volte solo per tornarsene a casa. Anche quest’ultima era
diffusa soprattutto tra i socii: la formula togatorum, l’elenco de-
gli atti alle armi disponibili presso i federati era infatti, secondo
logica, assai meno dettagliato e (spesso volutamente...) più la-
cunoso e ridotto delle liste censitarie romane, sicché le possibi-
lità di farla franca fuggendo a nascondersi in seno alla comunità
d’origine erano molto maggiori per un alleato che non per un
civis. Nella circostanza, tuttavia, cittadini e socii erano comun-
que al riparo da ogni tentazione in questo senso: per le truppe
venute dall’Italia, costrette com’erano a battersi lontano da ca-
sa su un teatro alieno se non completamente ostile, la sola sal-
vezza possibile stava, infatti, nella forza e nella coesione del
gruppo di cui facevano parte. Al contrario, le seduzioni e il ri-
chiamo della nostalgia potevano rivelarsi sensibili per gli ausi-
liarî iberici, prossimi a casa e non avvezzi a campagne regolari
e prolungate. Nei loro confronti, per di più, Publio nutriva una
diffidenza istintiva; e, anche se la situazione strategica generale
era assai mutata, questa volta a favore dei Romani, non riusciva
a dimenticare che la catastrofe di cui erano rimasti vittime i suoi
congiunti era stata causata dalla defezione dei Celtiberi. Que-
sta considerazione finì col pesare non poco sulle sue scelte tat-
tiche; sicché la battaglia decisiva per il controllo della Spagna,
combattuta presso Ilipa, sulla riva destra dell’alto Baetis, vide
impegnate, di fatto, le legioni e gli Italici soltanto.
Prima dello scontro Scipione cominciò collo smussare l’ar-
ma forse più efficace in possesso del nemico, la cavalleria nu-
midica. Questa, che era stata condotta da Masinissa e Magone
all’attacco dei Romani intenti a costruire il campo con il pro-
posito di scompaginarli, venne infatti sorpresa da un contin-
gente di truppe montate, che Publio aveva disposto in agguato

131
a ridosso di un colle vicino; e fu costretta a ritirarsi non senza
perdite. Malgrado questo primo successo, nei giorni seguenti il
proconsole lasciò comunque volutamente che fossero i nemici
a sfidarlo a battaglia, e per più volte di seguito; mentre egli, qua-
si fosse svogliato, tardava sempre alquanto a rispondere alle lo-
ro provocazioni. Lo svolgersi di queste esibizioni di forza sem-
brava rispondere a una sorta di rituale: al mattino, di buon’ora,
i Cartaginesi uscivano dalle trincee e venivano a schierarsi nel-
lo spazio tra i due campi; e qualche tempo dopo i Romani usci-
vano neghittosamente a loro volta, sempre opponendo alla for-
mazione nemica, che aveva la fanteria libica veterana al centro
della fila e gli ausiliarî iberici protetti dagli elefanti schierati sui
fianchi, uno schieramento analogo, con gli Iberi di fronte agli
Iberi, le legioni al cospetto delle truppe africane. Poi, con
l’avanzare del giorno, quando era chiaro che nessuno dei con-
tendenti avrebbe preso l’iniziativa dell’attacco, cominciava il ri-
tiro, condotto per gradi, a cominciare dai reparti più vicini ai ri-
spettivi accampamenti.
Nel giorno da lui scelto per lo scontro fu però Scipione stes-
so a imporre i tempi, distribuendo il cibo ai suoi uomini sul fa-
re del giorno e conducendoli poi sollecitamente fuori dalle trin-
cee. La disposizione delle truppe, tuttavia, era, questa volta, in-
vertita: al centro del fronte romano erano schierati gli ausiliarî
spagnoli, mentre su entrambe le ali stavano le più affidabili fan-
terie legionarie. Colti di sorpresa e non volendo rifiutare la sfi-
da, i Punici uscirono a loro volta dal campo; ma, nella fretta,
adottarono la formazione consueta. La prima parte del piano di
Publio, che prevedeva di opporre le legioni al contingente de-
gli Iberi poteva dunque dirsi riuscita.
In realtà, le truppe spagnole erano potenzialmente non me-
no temibili di quelle africane; ma erano, certo, meno numero-
se. Non si trattava, inoltre, degli Iberi di Annibale, rispetto ai
quali questi contingenti erano senz’altro meno collaudati e me-
no avvezzi alla disciplina; sicché nel loro caso era soprattutto la
valentìa individuale a renderli pericolosi, in particolare nella

132
lotta corpo a corpo. Era stato anche per mettere i legionarî in
grado di affrontarli senza troppi rischi che Scipione aveva cu-
rato in ogni modo l’armamento e la preparazione delle sue trup-
pe di linea. Non solo: egli aveva progettato anche uno schiera-
mento più solido e compatto, ispirato al modello della falange,
all’interno del quale i singoli soldati di Roma potessero soste-
nersi a vicenda e potessero così ridurre in qualche modo le per-
dite durante uno scontro ravvicinato. Ora era venuto il momen-
to di sperimentare sul campo la sua idea. Fu dunque proprio in
questa circostanza che Scipione adottò per la prima volta in un
grande scontro in acie la formazione per coorti: la prova dei fat-
ti avrebbe mostrato se la prima delle sue innovazioni tattiche
poteva funzionare davvero.
Dopo aver punzecchiato a lungo un nemico il quale, sorpre-
so, aveva tardato a schierarsi ed era per la prima volta uscito dal
campo senza rifocillarsi, quando il sole ebbe raggiunto il me-
riggio il proconsole decise infine di attaccare. Richiamò allora
la cavalleria e i leggeri, schierandoli su due linee a tergo delle le-
gioni, i veliti davanti alle truppe montate; e avanzò poi con l’in-
tero esercito. Giunte però che furono le sue truppe a mezzo mi-
glio circa dalla formazione nemica, mentre il centro, formato
dagli Iberi, rallentava sensibilmente la marcia, le ali – coman-
date da lui stesso sulla destra, da Marcio e Silano sulla sinistra –
presero prima apparentemente ad allargarsi, in modo da pareg-
giare il fronte, alquanto più esteso, degli avversari; ma poi, a un
determinato momento, dopo essersi disposte addirittura su una
duplice colonna, accelerarono il passo, spingendosi rapidamen-
te a ridosso delle ali cartaginesi. Qui giunte, una rapida conver-
sione le riportò in linea; e, mentre le legioni attaccavano di fron-
te, veliti e cavalleria si allargarono ancora, prendendo sul fianco
gli sbigottiti Spagnoli. Quanto agli elefanti nemici, questi fini-
rono per secondare l’azione romana: investiti da una pioggia di
dardi, gli animali ripiegarono infatti senza controllo e, andando
a cozzare contro la loro stessa cavalleria, finirono per scompa-
ginarla. Cedettero allora le fanterie iberiche, provate dalla calu-

133
ra del giorno e, più ancora, dall’aver atteso a lungo la battaglia
digiune dalla sera avanti; aggredite di fronte e di lato, esse dove-
vano oltretutto battersi contro forze soverchianti senza che gli
Africani – i quali attesero invano, le armi al piede, che il centro
nemico venisse a contatto con loro – potessero intervenire nella
lotta per timore di lasciare sguarnito il loro stesso settore. Tra-
volte le ali, anche le truppe puniche di élite dovettero ripiegare
per non essere accerchiate; e lo fecero praticamente senza ave-
re mai combattuto. Solo un violento acquazzone salvò l’armata
cartaginese dall’annientamento, ma la sconfitta fu piena: contro
ottocento Romani soltanto caddero quindicimila Punici alme-
no. Publio Scipione poteva essere soddisfatto: aveva comincia-
to a ripagare gli stratagemmi annibalici con uguale moneta.
Costretto dalla defezione ormai irreversibile dei Turdetani a
una ritirata che si trasformò ben presto in una rotta, Asdrubale
Gisconio piegò infine verso il mare, e riuscì a trovare rifugio in
Gades; dove, poco dopo, lo raggiunse anche Magone. Mentre
quanto restava delle forze puniche si disperdeva senza speran-
za tra i varî presidî della regione, Publio, ormai certo della vit-
toria, lasciò dietro di sé Silano con il compito di rendere com-
pleto il successo; e rientrò brevemente a Cartagine di Spagna.
Fu durante questo soggiorno che il proconsole officiò in me-
moria del padre e dello zio un ludus gladiatorio al quale accet-
tarono di partecipare non schiavi o prigionieri di guerra, ma uo-
mini liberi desiderosi di mostrare il loro valore o di dirimere in
tal modo controversie personali; e persino alcuni capi delle
tribù indigene. Al termine, celebrati grandi giochi funebri in
onore dei congiunti scomparsi, Scipione rinviò in patria il fra-
tello, affidandogli Annone e alcuni altri prigionieri illustri da
portare a Roma insieme con la notizia della vittoria.
Molto, tuttavia, restava ancora da fare. Soprattutto, Publio
intendeva prendere contatto fin d’ora con i due più potenti
principi di Numidia: seguendo ancora una volta l’insegnamen-
to di Annibale, meditava infatti, in vista della futura campagna
d’Africa, che riteneva necessaria, di cercare alleati nel cuore

134
stesso di quella terra, sottraendone i popoli all’egemonia di Car-
tagine. Quanto a Masinissa, contro il quale aveva combattuto in
Spagna, già lo conosceva di fama e ne aveva addirittura guada-
gnato la riconoscenza; sicché fu facile, per Silano, ottenere in
suo nome un abboccamento con il principe dei Massili, comin-
ciando a perorare nei suoi confronti la causa di Roma. Poco do-
po, avendo appreso che il giovane berbero era curioso di cono-
scerlo, Publio non esitò a incontrarlo di persona. Allontanatosi
dal campo con il pretesto di addestrare i suoi cavalieri, Masi-
nissa ebbe un abboccamento segreto con il proconsole; e, defi-
nitivamente affascinato dalla sua personalità, si offrì di dargli,
una volta che egli fosse giunto in Africa, tutto l’aiuto possibile.
Ancora più importante appariva tuttavia, in quel momento,
l’altro regnante. Questi, il cui nome era Siface, era il capo dei
Masaesilii che vivevano nella Numidia di ponente, popolando
il vasto territorio oltre la riva sinistra dell’Ampsaga, dal Capo
Treton, sulla costa, fino alle terre dei Mauri. Egli stava cercan-
do da tempo di riunire l’intero paese in un unico regno, e solo
l’opposizione di Cartagine gliel’aveva momentaneamente im-
pedito. A incontrare quest’ultimo, che soggiornava allora a Si-
ga, un centro costiero ai confini con la Mauretania, Publio in-
viò dapprima Caio Lelio; ma poi, di fronte all’insistenza di Si-
face, che chiedeva di conoscerlo e di trattare direttamente con
lui, decise di rendergli visita di persona. Il sovrano numidico
aveva inviato di recente messi in Italia per confermare una fre-
sca amicizia con Roma; sicché Scipione stesso, ricevute le op-
portune garanzie, lasciò Marcio e Silano a presidiare rispettiva-
mente Cartagine di Spagna e Tarraco e non esitò a traversare
con due sole quinqueremi il tratto di mare che lo separava dal-
la costa numidica. Il rischio si rivelò, tuttavia, assai più grave del
previsto, poiché, quando ormai era in vista del porto di Siga,
Publio vide sopraggiungere di fronte a lui, bordeggiando sotto
costa, sette agili triremi puniche: era Asdrubale Gisconio, che,
subito dopo la sconfitta, era passato in Africa e veniva ora a sua
volta a negoziare l’alleanza con Siface. Quando già sembrava

135
che i Romani dovessero impegnarsi in una battaglia dall’esito
incerto, il vento rinforzò d’improvviso; e li spinse in rada, po-
nendoli sotto la protezione del principe berbero, che aveva ga-
rantito personalmente la loro incolumità. Publio e il Cartagine-
se furono così ospiti insieme alla corte numidica e commensali
alla tavola del re; e il Romano non mancò di colpire anche il suo
antico avversario, se è vero che questi, non senza cortesia, lo de-
finì più pericoloso al tavolo delle trattative che sul campo di
battaglia. E tuttavia ogni suo sforzo per indurre Siface a sce-
gliere definitivamente le parti di Roma era destinato a restar
senza frutto. Tra i Cartaginesi e i Romani – rispetto ai quali con-
fermò, d’altronde, la propria amicizia – Siface volle mantenere
una sostanziale equidistanza. Forse più ancora che dalle grazie,
certo incantevoli, di Saphanba’al, la figlia che Asdrubale gli of-
frì in sposa, Siface fu indotto a rifiutare la symmachia propo-
stagli da Scipione da considerazioni di ordine squisitamente po-
litico, che gli fecero ritener conveniente (e meno pericoloso...)
avere come vicini i Cartaginesi piuttosto che non i Romani.

4. La sistemazione
della Spagna
Spagna. Anno ab Urbe condita 548, sotto il consolato di Quinto Cecilio
Metello e Lucio Veturio Filone. 609 dalla fondazione di Cartagine. Olim-
piade 143, 3. 206/205 avanti Cristo.

Restavano, a Publio, da concludere gli affari di Spagna; ma di


completare la conquista della penisola egli non ebbe, in realtà,
mai l’intenzione. Poco dopo Ilipa, sul finire dell’anno prece-
dente, aveva espugnato Ilurgia, mentre il suo luogotenente
Marcio aveva attaccato Astapa. In entrambi i casi il castigo non
era stato senza ragione. Posta poco distante dal luogo dove lo
zio Cneo aveva trovato la morte, Ilurgia si era resa colpevole, in-
fatti, dell’uccisione di alcuni superstiti dell’esercito romano,
che vi avevano cercato rifugio; sicché, dopo averla presa, Sci-

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pione l’aveva distrutta, sterminandone la popolazione. Quanto
ad Astapa, i cui abitanti avevano preferito la morte tra le fiam-
me alla resa, la sua sorte aveva offerto un esempio doloroso, ma
utile a scoraggiare le ribellioni e il tradimento.
Malgrado ciò, fino dal suo rientro dall’Africa avevano co-
minciato a manifestarsi le prime incrinature nel fronte degli al-
leati e i primi accenni di stanchezza da parte delle stesse trup-
pe romane. Ad alimentare malcontento e sommosse contribuì
probabilmente in modo decisivo anche il fatto che, poco dopo
il ritorno, il proconsole si era ammalato; e l’infermità – il primo
manifestarsi di un’affezione che si sarebbe poi più volte ripetu-
ta nel corso degli anni – era apparsa grave al punto da alimen-
tare voci sulla sua morte. Così, la prima minaccia che Publio do-
vette affrontare fu quella di una sedizione all’interno del suo
stesso esercito. Esasperati dall’inattività, privi dei benefici che
venivano alle truppe combattenti dalla spartizione del bottino
e – malgrado l’acquisto recente delle miniere spagnole – in ar-
retrato con gli stipendia, gli ottomila uomini lasciati a Sucro,
lungo il fiume che porta lo stesso nome, con l’incarico di assicu-
rare le linee di collegamento, si sollevarono, esautorando i loro
tribuni e offrendo il comando a due semplici soldati. Poco do-
po, tuttavia, si presentarono al campo degli ammutinati sette uf-
ficiali: inviati da Scipione, essi recavano la notizia che il pro-
console si era ristabilito e che li invitava a raggiungerlo a Carta-
gine di Spagna, dove avrebbero avuto quanto loro spettava. Qui
giunti, i ribelli trovarono il grosso delle truppe che, al coman-
do di Silano, stava apparentemente preparandosi a partire per
una spedizione contro gli Spagnoli; sicché non sospettarono di
nulla quando videro indetta per il giorno seguente un’assem-
blea di tutto l’esercito. Quanto ai capi della sedizione, essi – in-
vitati a cena da alcuni ufficiali, quasi si volesse risolvere pacifi-
camente la controversia – furono invece fatti arrestare con di-
screzione e imprigionati in attesa del giudizio. Il giorno dopo,
presentatisi in assemblea, i facinorosi si trovarono circondati
dalle truppe fedeli al proconsole; il quale, dal podio, rivolse lo-

137
ro un discorso durissimo. Il reato di cui si erano macchiati co-
stituiva, egli disse, un vero e proprio tradimento, e tuttavia si sa-
rebbe astenuto dal punirli tutti, ritenendo responsabili solo co-
loro che li avevano sobillati; sperava di non doversi mai penti-
re della sua generosità. A questo punto, mentre il resto dell’e-
sercito batteva ritmicamente le armi contro scudi e corazze e la
voce del banditore si levava, altissima, fino a soverchiare quel
clangore inumano e terribile, scandendo i nomi dei condanna-
ti, i trentotto capi della rivolta furono condotti all’aperto; e, do-
po esser stati denudati, furono battuti con le verghe e decapi-
tati al cospetto delle truppe riunite. I sediziosi furono richiama-
ti uno a uno per rinnovare il loro giuramento di fedeltà di fron-
te al comandante; e subito dopo ricevettero le paghe arretrate.
L’ammutinamento di Sucro aveva impedito a Publio di pro-
ceder subito contro gli Ilergeti, che Indibile e Mandonio, alla
notizia della sua infermità, avevano sollevato, conducendoli a
saccheggiare il territorio delle tribù vicine. Finalmente libero di
agire, con una rapidissima marcia verso settentrione il procon-
sole portò un esercito smanioso di recuperare l’onore perduto
a contatto con il nemico. La battaglia ebbe luogo non lungi dal
corso dell’Ebro, entro una stretta vallata interamente circonda-
ta da alture, a quattro giorni di marcia verso l’entroterra rispet-
to alla foce del fiume. Abilmente provocata da Scipione, che
aveva spinto una mandria di bestiame nella valle e aveva poi fat-
to intervenire le truppe leggere in difesa degli armenti, la scara-
muccia iniziale si trasformò, come il Romano sperava, in uno
scontro vero e proprio; che, malgrado lo spazio estremamente
ridotto in cui i contendenti dovevano muoversi, fu infine risol-
to dal movimento aggirante della cavalleria di Lelio. Indibile e
Mandonio riuscirono a salvarsi; ma la loro fanteria fu in gran
parte distrutta e nelle mani di Publio rimasero il campo nemi-
co e tremila prigionieri.
Scipione non poteva permettersi di lasciare dietro di sé al-
cuna situazione irrisolta; e tanto meno poteva tollerare la pre-
senza di un’importante armata ribelle che, dall’asse dell’Ebro,

138
minacciasse la vitale arteria costiera. Provvide dunque a doma-
re anche la rivolta degli Ilergeti con l’energia e l’abilità consue-
te; ma evitò poi di inasprire le misure contro gli insorti. Verso
Indibile, che aveva inviato il fratello Mandonio a implorare il
perdono, si mostrò infatti clemente, limitandosi a esigere un’in-
dennità di guerra con la quale saldare le paghe arretrate ai suoi
legionari. Dei due principi iberici non si fidava affatto, ma ave-
va già ricevuto la formale sottomissione delle tribù dell’interno,
e aveva fretta di tornare in Italia; a controllare la loro reale di-
sposizione avrebbe provveduto chi restava dopo di lui.
Nella penisola rimaneva, tuttavia, ancora Magone; il quale
continuava a controllare, all’estremo sud, la colonia di Gades.
Avendone voluto rispettare lo statuto di città libera, egli l’ave-
va lasciata senza presidio; ma aveva sottovalutato la volontà del-
la polis fenicia – che pure, trent’anni prima, aveva accolto tra le
sue mura Amilcare in procinto di intraprendere la conquista
della Spagna – di sbarazzarsi adesso rapidamente di una pre-
senza resa ogni giorno più pericolosa dalla disperata situazione
strategica dei Cartaginesi. I notabili cittadini avevano così al-
lacciato da qualche tempo trattative segrete con i Romani; e
l’imprudenza di Magone si rivelò fatale quando, profittando di
un’infruttuosa puntata compiuta dal minore dei Barcidi verso
Cartagine di Spagna, Gades chiuse le porte in faccia all’antico
alleato. Magone si trovò così estromesso dalla città da cui era
partito; e di poco conforto dovette riuscirgli l’aver fatto croci-
figgere alcuni dei geronti venuti a trattare. Impotente a ripren-
dere il controllo dell’ultima base rimastagli, egli aveva comun-
que ricevuto già dalla madrepatria l’ordine di abbandonare la
Spagna e di raggiungere in Italia il fratello maggiore; fece dun-
que vela verso le Baleari e, di qui, verso la terra dei Liguri e la
piana del Po, dove avrebbe incontrato lo stesso fato di Asdru-
bale. Quanto alla nobile e antichissima colonia fenicia, essa si
diede subito e senza riserve ai Romani, ottenendone condizio-
ni assai favorevoli, autonomia interna ed esenzione dal tributo;
e, più ancora, assicurandosi eccellenti prospettive di sviluppo.

139
Scipione poteva, quindi, considerare senz’altro ormai termi-
nata l’impresa nel remoto occidente, e tornarsene a Roma per
ottenervi i meritati riconoscimenti e chiedere il consolato. Pri-
ma di partire, tuttavia, egli compì ancora un gesto che sarebbe
stato gravido di conseguenze, fondando a qualche miglio sol-
tanto da Ilipa, il primo centro romano oltremare, il vicus di Ita-
lica7; era il primo passo verso la successiva sistemazione della
Spagna. Cedette infine il comando a Marcio e Silano, lasciando
loro due delle sue quattro legioni; e salpò verso l’Italia. Per l’an-
no successivo l’imperium sulle province iberiche sarebbe pas-
sato a Lucio Cornelio Lentulo e Lucio Manlio Acidino.

5. Interludio a Roma
Roma. Anno ab Urbe condita 549, sotto il consolato di Publio Cornelio
Scipione e Publio Licinio Crasso. 610 dalla fondazione di Cartagine.
Olimpiade 143, 4. 205/204 avanti Cristo.

Alla fine di quell’anno Scipione poté dunque fare ritorno a Ro-


ma. Accolto e festeggiato dai patres nel tempio di Bellona, al
Campo Marzio, e cioè fuori dal pomoerium, là dov’era consue-
tudine ricevere ancora in armi i generali vittoriosi, egli proseguì
poi verso la città, facendovi il suo ingresso a piedi; e depositò
nell’erario quattordicimilatrecentoventiquattro libbre d’argen-
to – oltre un milione di denarii – e una gran quantità di mone-
te coniate. Ottenne, certo, di poterne stornare la somma neces-
saria all’allestimento dei giochi e alla celebrazione dell’ecatom-
be che aveva promesso agli dei durante la sedizione delle trup-
pe di Spagna; ma, anche così, il contributo offerto alle esauste
finanze di Roma rimase assai importante. Malgrado ciò, e mal-
grado i grandi successi conseguiti nel lontano occidente, la sua
richiesta di poter celebrare il trionfo non venne esaudita: vi si
opponevano formalmente la rigida tradizione e, più, le ragioni

7
Santiponce.

140
sacrali che vietavano di concedere un simile onore a un non ma-
gistrato, a un uomo cioè il quale ancora non aveva ricevuto gli
auspicia.
Le partes Fabianae, d’altronde non solo non erano intenzio-
nate a fare un’eccezione per lui, ma nutrivano nei suoi confronti
un crescente malanimo; ad aumentare il quale contribuì, in que-
gli stessi giorni, l’arrivo a Roma di una legazione proveniente da
Sagunto. Chiedendo al senato il permesso di dedicare nel tem-
pio di Giove Capitolino una corona d’oro come ringraziamen-
to per la rifondazione della loro città, i Saguntini motivarono la
richiesta ricordando i benefici ricevuti dagli Scipioni, e da Pu-
blio in particolare: non solo – dissero – egli aveva consolidato
le sorti di quella patria che i suoi congiunti avevano ridato loro,
non solo li aveva messi al sicuro da ogni pericolo, ma, anche sin-
golarmente, ogni qual volta aveva strappato un centro iberico
ai Cartaginesi non aveva mancato mai di separare i Saguntini
dal resto dei prigionieri e di rinviarli immediatamente alle loro
case. Questo atteggiamento dei messi di Sagunto, che pareva
configurare un legame di clientela tra Publio e il polichnion ibe-
rico non era d’altronde, per i suoi avversarî in senato, che l’ul-
tima goccia: si era infatti risaputo, in città, che egli era stato sa-
lutato dal suo esercito con il titolo di imperator, che gli Spagnoli
lo avevano insignito dell’appellativo di re e – peggio – che sui
conî iberici il suo ritratto aveva sostituito quello di Annibale.
Publio era dunque divenuto, in quei giorni, il bersaglio di un’in-
vidia sempre più feroce anche se in parte giustificata; molti dei
colleghi, e non solo tra gli antagonisti politici, cominciavano or-
mai a chiedersi fino a qual punto la popolarità e il consenso po-
tessero spingere il giovanissimo patrizio.
Publio cominciava, tuttavia, a godere a sua volta di solidi ap-
poggi all’interno della Curia. Tra gli amici sicuri figuravano, per
esempio, sia entrambi i consoli dell’anno precedente, sia il ple-
beo Publio Licinio Crasso; uomini i quali, nei piani di Scipio-
ne, erano destinati ad avere gran peso durante le elezioni im-
minenti. Se al patrizio Lucio Veturio Filone sarebbe infatti toc-

141
cata – fatto di per sé da non sottovalutare – la presidenza dei
comizî, un ruolo ancor più importante, anche se indiretto, era
quello che, nei piani dello stesso Scipione, spettava proprio al
giovane Crasso. Di ottenere il consolato per l’anno a venire Pu-
blio era, infatti, praticamente certo; ma intendeva, se possibile,
orientare anche la scelta del collega. Coetaneo di Scipione,
Crasso aveva indubbiamente molti talenti: oltre che immensa-
mente ricco – l’entità del suo patrimonio gli aveva meritato il si-
gnificativo cognomen di Dives – egli era noto come uno degli
uomini più colti e raffinati del tempo, era di buon carattere, va-
lente soldato e ottimo oratore, ma soprattutto era profonda-
mente versato nelle pratiche della liturgia religiosa e del diritto
pontificale. Ciò si spiegava con il fatto che da sei anni circa ri-
copriva la carica di pontifex maximus, per la quale si era impo-
sto a danno di competitori illustri, come Tito Manlio Torquato
e Quinto Fulvio Flacco. Proprio il possesso di questa funzione
sacerdotale costituiva il suo requisito più opportuno, facendo-
ne per Publio un collega ideale: nella sua qualità di pontefice
massimo, infatti, egli sarebbe stato vincolato dall’interdetto sa-
crale che proibiva al sommo sacerdote della res publica di lascia-
re il suolo dell’Italia; sicché inevitabilmente a lui sarebbe tocca-
to il compito di sorvegliare Annibale nel Bruzio, mentre Scipio-
ne – come sognava da tempo – sarebbe stato libero di portare
la guerra oltremare, sul territorio metropolitano di Cartagine. Il
risultato delle elezioni assecondò i migliori auspici di Publio.
Egli stesso fu innalzato ai fasci a furor di popolo, di un popolo
che affluì in città con una frequenza senza precedenti più an-
cora per vedere il giovane eroe di Spagna – Scipione non aveva
allora neppure trent’anni – che per partecipare ai comizî. Non
solo: insieme con lui, che riuscì addirittura eletto all’unanimità,
le centurie portarono al consolato proprio Licinio Crasso.
Onde poter raggiungere lo scopo che si prefiggeva, tuttavia,
Publio doveva ottenere che tra le provinciae consolari si desi-
gnasse l’Africa; per invadere la quale, secondo il piano da lui
concepito, la base di partenza avrebbe naturalmente dovuto es-

142
sere la Sicilia. A Roma, nessuno ignorava l’esistenza di questo
progetto, così come nessuno ignorava l’aperto dissenso di Fa-
bio e della sua fazione; sicché circolava ormai in città, diffusa
occultamente attraverso suoi emissari da Publio in persona,
l’indiscrezione secondo la quale, ove i patres si fossero mostrati
contrarî, il console aveva pronta una proposta di legge da far
votare direttamente ai comizî.
Giunto, com’era inevitabile, il pettegolezzo fino alla Curia,
durante la prima seduta del senato il dibattito non poteva che
essere infuocato. All’opposizione di gran parte del ceto diri-
gente romano aveva dato immediatamente voce Fabio Massimo
in persona, allora figura di riferimento tra i patres; al quale, in
virtù della posizione di princeps senatus, toccava tra l’altro di
parlare per primo. Certamente contrario, con l’ostinazione pro-
pria dei vecchi, ad abbandonare la soluzione della guerra di lo-
goramento da lui stesso imposta, lentissima e dispendiosa ma fi-
no ad allora vincente, l’ormai anziano senatore era, in realtà,
mosso anche da molti altri, inconfessati stimoli, che andavano
ben oltre le divergenze di carattere strategico; e investivano sia
la condotta spregiudicata e intimidatoria adottata da Publio,
sia, soprattutto, l’intera impostazione futura della politica ro-
mana, interna ed estera. Il Verrucoso aveva cominciato con lo
stigmatizzare velenosamente il fatto che un console – un giova-
ne, certo, capace e valoroso – osasse scavalcare il senato, pro-
ponendosi, quasi regio more, come fosse un re (e l’allusione era
particolarmente insidiosa...), di condurre al di là del mare le le-
gioni destinate invece a difendere il suolo dell’Italia; dando co-
sì oltretutto per acquisito ciò che non era stato ancora neppure
discusso in alcun modo, e cioè se l’Africa dovesse o meno esse-
re provincia. Poi, dopo avere tentato – adducendo, insieme con
l’età avanzata, il ricordo della gloria e degli honores passati – di
rimuovere da sé ogni sospetto di obtrectatio e di invidia nei con-
fronti del giovane rivale, aveva subdolamente addolcito il tono;
e aveva proposto a Publio, facendo appello ad ogni artificio di
una consunta retorica, di restare in Italia, cercandovi gloria nel

143
combattere e vincere Annibale sul suolo stesso della penisola
piuttosto che sfidarlo sul territorio della madrepatria africana.
A Fabio, in realtà, del vincitore della Spagna tutto faceva
paura: e, in particolare, gli faceva paura il carattere, che gli pa-
reva nuovo ed estraneo, della sua figura e soprattutto il suo cha-
risma di capo ambizioso e sciolto da ogni vincolo di classe,
pronto persino ad appoggiarsi direttamente al popolo per sca-
valcare le delibere di un senato che era divenuto invece, in que-
gli anni, l’arbitro indiscusso della politica di Roma. Il Verruco-
so era in apprensione, e questo era apparso evidente a tutto il
consesso, non certo per sé, giunto ormai al termine della vita;
ma per le sorti future della sua pars e per gli sviluppi che dalla
crescente influenza dell’avversario potevano sorgere per gli
equilibri interni della res publica.
Quanto invece alla politica estera, al di là del contrasto, cer-
to di sostanza, circa la strategia da seguire, al vecchio consularis
dovevano parer troppo ampi gli orizzonti mediterranei cui
guardava adesso Scipione; e pericolose erano le implicazioni
che una spedizione in terra d’Africa lasciava presagire. Come
esponente, e senza dubbio il più insigne, della nobilitas terrie-
ra, il Verrucoso pensava forse ancora – con un interesse, certo,
ormai superato dai fatti – che si potesse riprendere come se nul-
la fosse successo l’espansione verso la piana del Po; ma soprat-
tutto seguiva fedelmente il solco di un atteggiamento costante
da secoli, in nome del quale gli aristocratici della res publica era-
no portati a considerare come sola voce legittima di ogni Stato
con cui venissero in contatto i notabili, rispetto ai quali esiste-
vano rapporti, personali o famigliari, di amicitia, di hospitium,
di matrimonio, ignorando o subordinando a questa ogni altra
considerazione politica. Anche con i loro pari in Cartagine una
parte dei nobiles romani intratteneva da tempo rapporti, sia pur
meno stretti di quelli con i maggiorenti italici; e all’avanguardia
in questo processo si erano posti proprio i Fabii. Se ancora non
esistevano, come con le popolazioni della penisola, i più solidi
vincoli di matrimonio, si erano tuttavia da tempo intrecciati e

144
consolidati legami di hospitium e di amicitia, ed era in nome di
questi stessi legami che una parte dell’aristocrazia romana, la
componente degli agrarî soprattutto, cercava fin dall’inizio del-
la guerra di tenere distinto il ruolo di Annibale da quello della
sua città; sicché un settore non insignificante del senato pensa-
va senz’altro che i vincoli con la controparte punica, tuttora esi-
stenti e sostanzialmente ben vivi malgrado il conflitto in corso,
dovessero esser difesi persino dal rischio che uno sbarco roma-
no in terra d’Africa avrebbe potuto rappresentare.
Toccava ora a Publio rispondere. Con la sua praeoccupatio
Fabio aveva involontariamente ottenuto di portare all’attenzio-
ne di tutti proprio il sentimento che intendeva nascondere. La
debolezza e la capziosità delle sue argomentazioni erano un
punto a vantaggio di Scipione, e il console lo avvertì immedia-
tamente, replicando con pertinente durezza; non si nasconde-
va, però, che i sentimenti del Verrucoso dovevano, in realtà, es-
ser condivisi da buona parte dei patres. Non mancò, dunque, di
rispondere anche ai dubbi avanzati circa i rischi della spedizio-
ne, che a lui parevano, invece, più che accettabili. Capiva, d’al-
tronde, almeno in parte l’attaccamento di Fabio alle sue idee e
ai suoi valori; ma, in fondo, anche ciò che si proponeva lui stes-
so non era forse una ripresa delle linee strategiche dettate già,
all’inizio stesso della guerra, dai membri della sua famiglia?
Circa la sua posizione all’interno del quadro politico della
res publica, pur giudicando di non avere nulla da rimproverar-
si, preferì invece non ribattere, per non rinfocolare l’invidia; e,
del pari, nemmeno si curò di rispondere alle profferte di Fabio
di lasciargli mano libera in Italia. Fosse rimasto, le mene del
vecchio Verrucoso sarebbero probabilmente riuscite a irretire
anche lui, costringendolo ad una frustrante inattività durante
l’intero anno di carica. Un’altra ragione vi era, tuttavia, che lo
spingeva a insistere per uno sbarco in Africa; una ragione che,
benché fosse dettata da sincero amore per la res publica, egli
non avrebbe confessato mai ad altri che a sé stesso. Publio con-
tava, certo, sulla validità delle innovazioni tattiche che aveva in-

145
trodotto in Spagna; ma la trasformazione dell’esercito romano,
pur avviata, non poteva ancora dirsi conclusa. Così la sicurezza,
sfrontata e addirittura ieratica, che egli ostentava era un atteg-
giamento riservato agli altri. Certo, se Annibale fosse stato vinto
sul suolo d’Italia sollievo e stanchezza insieme si sarebbero fat-
ti sentire, inducendo forse la maggior parte del popolo romano
a chiedere la fine della guerra, e ciò avrebbe lasciato Cartagine
in possesso ancora di una porzione significativa della propria
potenza; cosa che, a suo avviso, non doveva avvenire. Ma,
quand’anche Scipione avesse potuto davvero sfidare Annibale
sul campo, trovandosi opposto a colui che considerava il suo
maestro, era davvero sicuro di poterlo vincere fin d’ora? Sfrut-
tare, o almeno sfruttare fino in fondo, l’immensa superiorità di
cui Roma attualmente godeva non gli sarebbe stato, in una so-
la battaglia campale, assolutamente possibile. Non avrebbe po-
tuto infatti, ben lo sapeva, mettere in campo un esercito più nu-
meroso di quello di Canne, ché anzi già l’armata di Paolo e Var-
rone si era rivelata, per le sue dimensioni, una mole farraginosa
e poco maneggevole; e affrontare il Barcide con un esercito pa-
ri o di poco superiore al suo non si poteva ancora, o almeno non
si poteva senza preventivare la sconfitta. Scipione era troppo in-
telligente e intellettualmente onesto per sottovalutare questa
ipotesi; e non vi è dubbio che le conseguenze e persino l’im-
patto emozionale di una simile, sciagurata evenienza sarebbero
stati assai meno violenti e diretti in terra d’Africa che non in Ita-
lia. Era dunque più prudente cercar di attirare il Cartaginese
fuori dalla penisola prima di chiedere il responso delle armi. Al-
lo scontro decisivo Scipione aspirava da sempre; ma, per il be-
ne stesso della res publica, era meglio che ad esso si arrivasse fra
qualche tempo ancora e, comunque, in Africa e non in Italia.
Una volta richiamato in patria, infatti, anche se vincitore, An-
nibale non avrebbe potuto comunque ripassare il mare mai più.
Assai più della bolsa retorica di Fabio fu, comunque, la ru-
de franchezza di Flacco a mettere in difficoltà Scipione. La
maggioranza dei patres restava contraria alla sua idea, ma esi-

146
steva in tutti il dubbio che la fresca gloria da lui conquistata fos-
se forte abbastanza da muovere il popolo a seguirlo; sicché il
vincitore di Capua non esitò a chiedere apertamente a Publio
se, in merito alla designazione delle province, intendesse o me-
no attenersi alla delibera del senato. Imbarazzato, Scipione se
la cavò con una risposta palesemente ambigua: avrebbe – disse
– fatto ciò che riteneva conforme all’interesse dello Stato. Pron-
tissima, la replica di Flacco sollevò un’eccezione di legittimità:
poiché era chiaro – affermò – che il console progettava di for-
zare il senato più che consultarlo, il consularis chiedeva ai tri-
buni della plebe che gli permettessero di non esprimere alcun
voto, visto che, comunque, Scipione non intendeva affatto ri-
spettare la volontà della maggioranza. Il parere dei tribuni fu ta-
le da paralizzare l’azione di Publio: se il console avesse permes-
so al senato di deliberare – risposero –, ci si sarebbe attenuti al-
la volontà della maggioranza, ed essi non avrebbero consentito
a che la questione fosse successivamente rinviata al voto del po-
polo; se invece Scipione avesse deciso di opporsi, trovavano
giusto schierarsi con Flacco e con chi, come lui, non avesse vo-
luto esprimere il proprio parere. Dicesse dunque preventiva-
mente, il console, quali erano le sue vere intenzioni.
Il dibattito politico era giunto sull’orlo di una crisi istituzio-
nale gravissima: crisi che fu risolta solo dalla buona volontà de-
gli interlocutori. Publio chiese un giorno di tempo per riflettere;
e lo impiegò in frenetiche trattative con i patres. Al termine dei
negoziati entrambe le parti fecero un passo indietro, accordan-
dosi per una soluzione di compromesso, che dovette riuscire
soddisfacente per i conservatori e, almeno in certa misura, per lo
stesso Scipione. Come provincia il console ebbe la Sicilia, non
l’Africa, ma ottenne, ad un tempo, anche la facoltà, ove gli pa-
resse opportuno, di portare la guerra oltremare; era un distinguo
inteso a scaricare su di lui ogni responsabilità per le sue azioni fu-
ture. Non ebbe, invece, il consenso a far leve supplementari e a
raccogliere navi e denaro a nome della res publica. Per un’even-
tuale spedizione in Africa avrebbe potuto contare solo sulle for-

147
ze già disponibili nell’isola, integrate semmai da contributi ri-
chiesti a cives e socii, ma a titolo esclusivamente volontario.
Rimanevano in armi, quell’anno, diciotto legioni, di cui ben
tredici in Italia: di queste quattro erano nel Bruzio, agli ordini
del nuovo console Crasso e di Quinto Cecilio Metello, rimasto
in carica come proconsole, due presso Taranto, tre fra Roma e
Capua, quattro a settentrione, fra l’Etruria e il Piceno, verso il
confine gallico. Eppure, a disposizione di Publio si lasciarono
ben poche risorse: in Sicilia stazionavano malinconicamente
tuttora – oltre al presidio del pretore Emilio Papo, che non era
possibile toccare – le cosiddette legiones Cannenses, i reparti di
punizione costituiti con i vinti di Canne e via via integrati poi
con i superstiti di altre disfatte romane in terra d’Italia: certa-
mente i reduci dai due scontri di Erdonea, i pochi scampati al
disastro della silva Litana, una parte almeno degli infelici volo-
nes di Gracco – i quali, sbandatisi dopo la morte del loro co-
mandante, erano stati ricondotti con la forza sotto le insegne –,
quanto restava delle truppe di Centenio Penula nonché militem
minimi quemque roboris, le truppe di scarto e i renitenti alla le-
va. Questi uomini erano stati parzialmente riabilitati, di recen-
te, da Claudio Marcello (cui il senato aveva permesso di impie-
garli soprattutto contro Siracusa); ma continuavano ad esser te-
nuti lontani dall’Italia, coperti d’infamia e deliberatamente
umiliati in ogni modo. Esclusi dal congedo e privi di licenze e
ricambi, essi non potevano alloggiare in città neppure durante
l’inverno; e le baracche, che dovevano costruirsi da soli, dove-
vano sorgere ad almeno dieci miglia dal più vicino centro abi-
tato. La loro età, inoltre, era ormai decisamente avanzata. Cer-
to, alcuni erano sotto le armi da cinque o sei anni soltanto, ma
il nucleo principale, che raggruppava i superstiti dell’armata di
Canne, militava da oltre dieci anni; e, poiché Paolo e Varrone
avevano integrato a loro volta in quell’esercito le forze degli an-
ni precedenti, vi erano tra loro addirittura dei veterani della
Trebbia, che avevano visto Publio adolescente e, ormai anzia-
ni, lo vedevano tornare adulto e coperto di gloria. Durante que-

148
sto periodo molti tra i Cannensi erano divenuti seniores, e
avrebbero dovuto passare al servizio di guarnigione; qualcuno
aveva superato addirittura i sessant’anni di età, e avrebbe do-
vuto essere addirittura esonerato dal servizio. Solo la loro infa-
me condizione li obbligava a rimanere sotto le insegne.
Avendogli imposto simili condizioni, il Verrucoso e i suoi
amici si erano convinti di aver bloccato Publio una volta per tut-
te, costringendolo a restarsene inattivo o ad affrontare l’impresa
in condizioni disperate, rinunciando così ad acquisire altra glo-
ria o rischiando di compromettere con un fallimento quella già
conquistata: poco più che un sarcastico codicillo alla delibera del
senato sembrava infatti, in un’Italia ormai esausta dopo dodici
anni di guerra, l’autorizzazione a chiedere contribuzioni volon-
tarie. Scipione, nondimeno, possedeva risorse insospettate; e lo
aiutarono non solo le sue clientele, ma anche e soprattutto il suo
fresco prestigio. Con una manifestazione di consenso forte ed
eterogeneo, al suo appello aderirono comunità di cives già opti-
mo iure, i Sabini, uno dei pochissimi centri alleati aequo foedere,
Camerino e – infine – una vasta serie di socii ordinarî in cui era
rappresentata la quasi totalità dell’Italia centro-settentrionale,
finora abbastanza risparmiata dalla guerra. Venne, innanzitutto,
l’aiuto in mezzi e denaro da quegli Stati etruschi alcuni dei qua-
li erano, da tempo, nella clientela degli Scipioni; e, se questo era
in certo qual modo prevedibile, l’entità delle risorse fornite fu
senz’altro superiore ad ogni attesa. Tre di queste poleis – Peru-
gia, Chiusi, Roselle – offrirono non solo il legname per le navi,
ma anche un ricco contributo in vettovaglie; che fu integrato da
Volterra, da Arezzo, persino da quella Caere che era divenuta or-
mai da tempo un municipium romano. Particolarmente genero-
si furono poi i centri industriali dell’Etruria nord-occidentale,
dove si concentrava da sempre la produzione metallurgica della
regione: tela per le vele venne da Tarquinia, ferro greggio da Po-
pulonia, attrezzature navali da Volterra, finiture metalliche e pa-
noplie per i soldati da Arezzo (la quale, data la grande prosperità
di cui godeva, promise anche un forte contributo in denaro per

149
gli stipendi delle ciurme e dei loro ufficiali). Ma non era finita.
Rispondendo all’appello di Scipione, inviarono truppe Norcia,
Rieti, Amiterno, le altre comunità romane della Sabina e gli al-
leati umbri, Camerino in particolare, che offrì una coorte di sei-
cento uomini completamente equipaggiata. Generosa fu anche
la risposta di alcune tra le genti appenniniche: Marsi, Marrucini,
Peligni si offrirono in gran numero per servire, soprattutto come
equipaggi. A colpire Scipione in questo slancio collettivo di ge-
nerosità fu soprattutto il fatto che questi uomini non erano, co-
me i volones di Gracco, degli schiavi arruolati con il miraggio di
riacquistare la libertà, ma degli uomini liberi, il primo contin-
gente di truppe volontarie che Roma avesse mai conosciuto; e
che – se pure, Publio non se lo nascondeva certo, dovevano es-
ser stati attirati sotto le insegne anche dal miraggio di arricchirsi
facendo bottino – proclamarono di essere venuti attratti dalla fa-
ma e dal prestigio del giovane vincitore di Spagna, stabilendo co-
sì con lui un implicito rapporto di clientela.
In quarantacinque giorni appena, dunque, e senza minima-
mente gravare sulle provate finanze della res publica Scipione
riuscì così ad allestire una flotta di trenta navi, venti quinquere-
mi e dieci quadriremi; e vi imbarcò alla volta della Sicilia i sette-
mila volontarî che aveva frattanto raccolto. Gli mancava anco-
ra, invece, un’efficiente cavalleria. A provvedersene egli comin-
ciò con un espediente, arruolando trecento nobili siciliani; che
accettò poi di congedare subito dopo, a patto che gli lasciassero
cavalli e finimenti da destinare ai suoi uomini migliori. Conta-
va, comunque, fin d’ora di procurarsi in loco l’apporto, prezio-
sissimo, delle cavallerie berbere: proprio a preparare le necessa-
rie intese con i principi numidici mirava la spedizione oltrema-
re di Caio Lelio, a cui furono affidati, dopo esser stati riattati, i
trenta vascelli già di base a Lilibeo. Non infruttuosa dal punto
di vista bellico (il praefectus classis mise infatti a sacco il territo-
rio di Hippo Regius8), l’incursione romana riportò tuttavia l’al-

8
Bona.

150
larmato appello di Masinissa; il quale, attraverso Lelio, solleci-
tava lo sbarco in Africa di Scipione in persona e lo invitava a un
tempo a diffidare dell’ormai tentennante amicizia di Siface.

6. In Sicilia
Sicilia. Anno ab Urbe condita 550, sotto il consolato di Marco Cornelio
Cethego e Publio Sempronio Tuditano. 611 dalla fondazione di Cartagi-
ne. Olimpiade 144, 1. 204/203 avanti Cristo.

Appena giunto in Sicilia, Scipione curò di migliorare l’efficien-


za del suo esercito, rimuovendo dalle legiones Cannenses gli ele-
menti meno affidabili e più anziani o più malfermi in salute e
affiatando gli altri con le forze nuove reclutate in Italia; non
mancò, tuttavia, di incoraggiare subito quei vecchi soldati ri-
cordando loro come, vent’anni dopo la morte del loro capo, i
veterani superstiti di Alessandro si fossero battuti ancora con
grande valore a Ipso. Durante il periodo dei preparativi egli non
rimase inattivo; e portò un primo colpo contro il grande nemi-
co. Sorpresa dalla cavalleria punica mentre raccoglieva vetto-
vaglie e legname in vista di un assedio, la maggior parte della
cittadinanza di Locri era rimasta tagliata fuori dalle mura; sic-
ché – era l’anno cinquecentotrentanovesimo di Roma9 – la città
aveva dovuto negoziare con Cartagine un trattato il quale, pur
concedendo ai Punici il diritto di accesso, lasciava ai Locresi
l’autonomia e il controllo del porto. Nessun dubbio poteva esi-
stere, tuttavia, circa le simpatie dei Locresi stessi; i quali, se già
al momento della loro resa, avevano lasciato fuggire la guarni-
gione romana, avevano poi maturato una decisa avversione nei
confronti dei Punici. Quando alcuni armaioli, catturati da un
reparto legionario al di fuori della città, si erano offerti, trami-
te i concittadini esuli a Reggio, di consegnare la piazza – ciò che
potevano fare agevolmente, poiché vivevano nella cittadella,

9
215/214 a.C.

151
dove lavoravano per Annibale – Scipione era stato ben lieto di
accettare; aveva così potuto far entrare a Locri un contingente
di truppe, che, grazie anche al sostegno della popolazione, era
riuscito a impadronirsi della città. Troppo tardivo, l’intervento
di Annibale per riprenderla era stato vano; e a rinunciare defi-
nitivamente, contentandosi di salvare il presidio, lo avevano in-
dotto sia il pronto intervento di Scipione in persona, sia il ti-
more, ove si fosse impegnato, di esser preso alle spalle dalle le-
gioni di Metello e di Crasso.
Questa prima, fortunata azione rischiò tuttavia di ritorcersi
contro lo stesso Scipione. Il console si limitò a punire i filopu-
nici responsabili della secessione, ma rimise al senato, in Roma,
ogni decisione sul futuro della stessa Locri: e, dopo avervi la-
sciato un presidio, fece ritorno in Sicilia. Purtroppo – e questo
fu, Publio se lo sarebbe poi sempre rimproverato, l’errore più
grave da parte sua – la stessa forza romana di guarnigione era
divisa: al primo contingente inviato a occupare Locri, un repar-
to comandato da due tribuni del presidio di Reggio, se ne era
aggiunto un secondo, condotto da colui al quale Scipione aveva
poi affidato la piazza, il propretore Quinto Pleminio. Pestis ac
belua immanis, questi non si limitò a infierire contro gli sventu-
rati Locresi, ma giunse addirittura a spogliare delle sue secolari
ricchezze il locale santuario di Proserpina. Lo scandalo scoppiò
quando, fosse causata dal tentativo di riportare l’ordine ovvero
da contrasti per la spartizione del bottino – Pleminio aveva ri-
fiutato di dividere il maltolto con i suoi rivali –, tra il contingen-
te guidato dal propretore e quello che faceva capo ai due tribu-
ni scoppiò una vera e propria lotta intestina, che portò addirit-
tura alla mutilazione di Pleminio, cui furono tagliati naso e orec-
chie e spaccate le labbra. Costretto a intervenire di persona, Sci-
pione fece arrestare come ribelli i due tribuni, e riconfermò il
comando al propretore, la cui protervia non ebbe più limiti.
Tra le colpe di Pleminio una ve n’era, tuttavia, che non am-
metteva perdono: il sacco del veneratissimo santuario di Per-
sefone, che neppure Annibale aveva osato profanare. Non ap-

152
pena ne furono informati da un’ambascieria di Locresi, il vec-
chio Fabio e i suoi amici decisero di procedere contro lo stesso
Publio, il quale destava scandalo anche per i costumi greci che
aveva adottato in Sicilia. Sostenendo che Scipione – com’era in
effetti avvenuto – aveva violato i limiti stessi della sua provincia,
il Verrucoso propose addirittura di richiamarlo a Roma, ma la
sua richiesta non passò, poiché, in città, gli amici del console ve-
gliavano. Alleato di Scipione, Quinto Cecilio Metello era stato
recentemente nominato da Crasso, allora infermo, dictator per-
ché tenesse le elezioni per l’anno seguente; e questi, con la sua
appassionata difesa riuscì ad imporre una soluzione di compro-
messo: si inviasse in Sicilia una commissione d’inchiesta per esa-
minare la condotta di Publio, e lo si richiamasse poi solo se ne
fosse emersa appieno la colpevolezza. Il provvedimento pareva
improntato alla massima severità – con i dieci senatori furono
inviati infatti anche due tribuni della plebe, la cui sacrosanctitas
e la cui facoltà di intercessio potesse consentire l’arresto del con-
sole in carica; e un edile, che procedesse eventualmente a tra-
durlo a Roma –; ma a capo della missione fu posto il nuovo pre-
tore di Sicilia, M. Pomponio Mathone, cugino per parte di ma-
dre di Publio e appartenente per tradizione alla sua pars.
Del tesoro poté essere recuperato assai poco; ma, almeno
parzialmente soddisfatti per le misure subito prese dalla com-
missione – che provvide a risarcire quanto era andato perduto
e curò la restituzione dei beni personali ingiustamente asporta-
ti dalle truppe di presidio e la composizione di ogni vertenza
con i cittadini; e ripristinò, infine, la giustizia in città – i Locresi,
fors’anche perché consci del fatto che Scipione sarebbe stato
comunque assolto, rinunciarono a perseguirlo. Fu arrestato in-
vece, Pleminio, dallo stesso Scipione; e, inviato a Roma in cate-
ne insieme a trentadue dei suoi complici, vi concluse ingloriosa-
mente la vita. Malgrado ciò, delle sue azioni – e in particolare
della spoliazione del santuario di Persefone – il propretore non
incolpò mai il suo comandante: se egli fosse stato davvero prima
lo strumento e poi la vittima del console – era questa l’obiezio-

153
ne mossa da Publio stesso a chi continuava a ritenerlo colpevo-
le – perché mai, dopo il suo arresto, non aveva denunciato i
complici e, peggio, il mandante? Il Verrucoso sarebbe stato cer-
to lietissimo di proteggerlo e di accordargli udienza in senato...
A risollevare il prestigio della famiglia in fatto di pietas provvide
comunque, per fortuna, un altro cugino di Publio, il figlio dello
zio Cneo, Scipione Nasica; al quale, come optimus, migliore tra
i boni della res publica, toccò l’onore di accogliere la Magna Ma-
ter, l’effigie aniconica della dea al suo arrivo dall’Asia Minore.
Al console, liberato della prima e più grave tra le accuse, fu
facile discolparsi anche dell’altro biasimo, quello di vivere, nel-
la sua provincia, in modo troppo libero e sconveniente alla di-
gnità di un magistrato di Roma, semplicemente dimostrando
che le raffinatezze e i piaceri della vita greca non avevano in-
dotto alcuna forma di rilassatezza o di negligenza nei suoi pre-
parativi: condotti a visitare truppe e arsenali, i commissarî fu-
rono estremamente impressionati dall’efficienza dell’armata di
Sicilia, e riferirono a Roma che Scipione era in procinto di sal-
pare verso l’Africa sotto la protezione degli dei.
Questa protezione, tuttavia, parve venir meno proprio alla
vigilia della partenza. Confermando le informazioni fornite da
Masinissa, Siface – il quale si era imparentato con Asdrubale di
Giscone, sposandone l’affascinante figlia Saphanba’al – aveva
fatto la propria scelta tra i belligeranti; e aveva inviato a Siracu-
sa messi i quali denunciassero la vecchia amicizia con Roma e
ammonissero Scipione che, se fosse passato in Africa, lo avreb-
be trovato nemico. Temendo il contraccolpo psicologico che la
notizia avrebbe potuto avere, Publio giustificò la presenza de-
gli inviati dalla Numidia col dire che erano venuti a sollecitare
l’invasione; e affrettò la partenza. Imbarcate su quattrocento
navi da carico, con la scorta di quaranta vascelli da guerra, le le-
gioni fecero vela da Lilibeo verso le sponde africane. Si tratta-
va di due legioni «forti» di seimiladuecento fanti e trecento ca-
valieri con i relativi contingenti di truppe alleate: numero ana-
logo di fanti, ma numero più che triplo di cavalieri. Il totale del-

154
le forze assommava a ventitremilacinquecento fanti e duemi-
lacinquecento cavalieri in tutto. Era la tarda primavera dell’an-
no cinquecentocinquantesimo dell’Urbe: consoli dell’anno era-
no Marco Cornelio Cethego e Publio Sempronio Tuditano10.

7. Vittorie in Africa
Dopo un’ultima notte nebbiosa, l’armata romana giunse infine
a scorger la terra, prima il promontorio Ermeo, il caput Mercu-
rii11, poi il Pulchrum promunturium e il caput Apollinis. Onde
ingannare i Cartaginesi, Publio aveva fatto correr voce che sa-
rebbe sbarcato agli Emporia; ma in realtà era proprio il Kalòn
Akroterion il punto prescelto fin dall’inizio per approdare. Se-
guendo le orme di quell’Agatocle che molto ammirava, il pro-
console aveva progettato infatti di procurarsi rapidamente una
base di operazioni non lontana da Cartagine; ma, spinto anche
dall’infausto ricordo di Regolo, aveva preferito Utica a Tunisi.
Dopo aver salutato il lieto presagio offerto dal nome stesso del
luogo, prese terra; e subito, scelta opportunamente una cresta
di colline a sud ovest della città punica12, vi si fortificò, comin-
ciando le operazioni di blocco.
Qui, secondo gli accordi, venne a raggiungerlo Masinissa.
Questi, come si è detto, aveva incontrato Scipione già in Spa-
gna; e aveva poi avuto ulteriori contatti, più di recente, con Caio
Lelio. Il suo contributo, tuttavia, si riduceva, per allora, a due-
cento cavalieri soltanto. Ricevuto amichevolmente da Scipione
– che, stupito, gli chiese ragione di un seguito così esiguo –, il
trentenne principe berbero raccontò al proconsole le sue re-
centi peripezie: alla morte del padre, Gaia, gli era succeduto, se-
condo il patrio costume, il fratello maggiore, Oezalces; e a que-
sti, scomparso poco dopo a sua volta, era subentrato, ancora

10 204/203 a.C.
11 Il Capo Bon.
12
L’odierno Djebel Menzel Roul.

155
una volta secondo la norma, il figlio primogenito, Capussa, che
rispetto a Masinissa era superiore d’età. Ma, perito Capussa in
combattimento contro un anziano nobile, di nome Mazaetullo,
il vincitore aveva, in spregio ad ogni diritto, insediato al potere
il figlio giovinetto di Capussa, Lacumaze, defraudando Masi-
nissa, ora legittimo erede. Invero egli era riuscito a riconquista-
re il regno, sconfiggendo gli usurpatori; ma, approfittando del-
le divisioni interne dei Massilî e appoggiandosi risolutamente a
Cartagine, nella contesa per la successione era intervenuto Si-
face e, facilmente vittorioso, lo aveva cacciato dalla sua casa, ob-
bligandolo a una vita da esule e da predone, fino a che, a ri-
prendere i contatti e a rammentargli la promessa alleanza, non
era venuto, nel corso dell’anno precedente, Caio Lelio. A costui
Masinissa non aveva osato narrare fino in fondo le sue sventu-
re, per non parer chiedere aiuto all’alleato Romano; ora però ri-
poneva in lui tutte le sue speranze, e, non avendo più che la vi-
ta da perdere, era pronto a metterla in gioco per aiutarlo. Mo-
strando di credere alle giustificazioni dell’amico e senza lasciar
trapelare in alcun modo il suo disappunto, Publio rincuorò Ma-
sinissa; e gli promise che avrebbe provveduto, in nome del po-
polo romano, a restituirgli il regno dei padri.
Benché deluso, Scipione seppe nondimeno fare subito buon
uso delle esigue forze accorse al suo campo. Ai Punici mancava
ancora, nella regione, un esercito efficiente, poiché Asdrubale
di Giscone – che andava raccogliendo truppe; e doveva ormai
avere con sé tredicimila uomini circa – era lontano, a qualche
giorno di marcia verso l’interno; sicché i Punici si erano, per il
momento, affidati alla ricognizione e agli attacchi diversivi con-
dotti da un reparto di cavalieri, alla cui testa stava un certo An-
none, figlio di Amilcare. Del piccolo ma agilissimo distacca-
mento guidato da Masinissa Publio si servì per predisporre
un’imboscata. Spintisi fino al centro di Salaeca13 a provocare il
nemico, i Numidi si fecero inseguire; e attirarono il più forte

13
Henchir el Bey.

156
contingente punico verso il punto, a trenta stadî da Utica, in cui
sorgeva la torre di Agatocle. Il condottiero siracusano l’aveva
costruita per sorvegliare una stretta gola, là dove la catena di
colline digradante verso la costa – quella alla cui estremità era
accampato Scipione stesso – quasi si saldava con il declivio oc-
cidentale di un’altura isolata14. Appena superato il passo, men-
tre gli inseguiti compivano un brusco voltafaccia tornando ad
attaccarli di fronte, i Punici furono presi sul fianco dai cavalie-
ri romani, usciti dalla strettoia in cui erano disposti all’agguato.
Colte di sorpresa, le forze di Annone si sbandarono; e lasciaro-
no sul terreno mille uomini circa, uccisi al primo scontro, e al-
tri mille caduti durante la fuga, tra cui il loro stesso comandan-
te. Poco dopo anche la cittadina di Salaeca fu occupata e mes-
sa a sacco, come tutto il circondario: e ottomila civili africani
presero la via della Sicilia per esservi venduti schiavi.
Rientrato al campo, Publio riprese per qualche tempo le
operazioni contro Utica; ma, costretto a desistere dal soprag-
giungere di ingenti forze nemiche agli ordini di Siface e di
Asdrubale di Giscone, si risolse infine, nell’imminenza dell’in-
verno, ad abbandonare una posizione che lo avrebbe posto a ri-
schio di veder tagliati i suoi contatti con la flotta. Scelse allora
per accamparsi la penisoletta rocciosa15 che, stretta e sottile, si
protende verso il mare tre miglia circa a levante della città: e qui,
nel luogo che da lui avrebbe preso il nome di Castra Cornelia,
pose i suoi quartieri d’inverno. Dopo avere fortificato l’istmo da
mare a mare, Publio drizzò il campo alla base stessa della peni-
sola; disponendo sui lati da una parte la flotta, dall’altra i cava-
lieri, perché potessero, all’occorrenza, contribuire alla difesa. A
rifornire l’esercito d’Africa avrebbero provveduto i governato-
ri di Spagna, di Sardegna, di Sicilia.
Dopo essersi saldamente trincerato, Scipione si dispose dun-
que a trascorrere il suo primo inverno in terra d’Africa; ma su-

14 L’attuale Djebel Douimis.


15
L’attuale Galaat el Andeless.

157
bito gli eserciti di Asdrubale Gisgonio e di Siface si schierarono
a bloccarlo. Le loro due armate erano, nel complesso, numeri-
camente più forti della sua, ammontando a oltre trentamila fan-
ti e cinquemila cavalieri circa. Esse vennero ad accamparsi, a
sessanta stadî circa dalle sue trincee, disponendosi in due cam-
pi separati, distanti dieci stadî l’uno dall’altro. Era, la loro, una
posizione strategicamente propizia, al centro di un distretto ric-
co d’acqua e di vettovaglie e donde si poteva controllare ogni
via d’accesso verso l’interno. Publio poteva, certo, permettersi
di attendere che passasse la cattiva stagione; ma al ritorno della
primavera avrebbe dovuto ad ogni costo dare nuovo impulso
alle operazioni. Il bilancio del primo anno in Africa non era del
tutto positivo: egli si era, certo, insediato in territorio nemico, a
poche miglia da Cartagine, e aveva ottenuto alcuni successi, sia
pure di modesta portata, ma si era ridotto, da ultimo, in una po-
sizione di stallo che avrebbe permesso ai Cartaginesi, se mai fos-
sero riusciti ad allestire una flotta adeguata, di bloccarlo per
mare oltre che per terra, rendendo insostenibile la sua posizio-
ne. Peggio ancora, se fosse trapelata a Roma, la notizia delle sue
difficoltà avrebbe rischiato di ridar voce a quanti, in patria, si
opponevano politicamente al suo comando, autorizzando la
proposta di richiamarlo in Italia o, peggio ancora, di sostituirlo.

8. Diplomazia
e colpi di mano
Africa settentrionale. Anno ab Urbe condita 551, sotto il consolato di
Cneo Servilio Cepione e Caio Servilio Gemino. 612 dalla fondazione di
Cartagine. Olimpiade 144, 2. 203/202 avanti Cristo.

Onde sbloccare la difficile situazione, Publio ricorse dunque al-


la diplomazia. Così, preoccupato di guadagnar tempo, avviò fi-
no dall’inverno con Siface delle trattative che, all’inizio almeno,
erano volte a cercar di staccare il sovrano indigeno dai Cartagi-
nesi o almeno a gettare il seme del sospetto tra i freschi alleati.

158
Il suo tentativo cozzò, tuttavia, contro la risolutezza del Numi-
da; il quale – certo perché pensava al bene del suo regno, ma
fors’anche perché era irretito dalle grazie di Saphanba’al – ri-
mase tenacemente legato alla causa di Cartagine, e informò
sempre lealmente gli alleati dei contatti in corso.
Scipione prese allora a lusingare il principe berbero, illuden-
dolo di poter fungere da mediatore tra le due potenze in lotta.
Ingenuamente fiero della sua nuova funzione, Siface avanzò in-
fine, d’accordo con Asdrubale, una proposta che riteneva equa
per entrambe le parti: uscissero i Cartaginesi dall’Italia, i Roma-
ni dall’Africa, e conservasse ciascuno il controllo di quelle iso-
le che già possedeva, la Sicilia e la Sardegna gli uni, alcune isole
minori e le Baleari gli altri. Il patto proposto era senz’altro gra-
dito ai Punici; stanco ormai di una guerra che, per la costituzio-
ne della polis e per la sua stessa mentalità, era assai meno prepa-
rato di Roma a sostenere, il popolo di Cartagine cominciava a
volgere le spalle a quella factio Barcina che l’aveva trascinato in
un’avventura densa di incognite e a sognare una pace che, pur
privando definitivamente la città del suo impero, le permettesse
infine, almeno in Africa, una piena ripresa delle attività econo-
miche. Ma, cosa assai più pericolosa dal punto di vista di Scipio-
ne, le condizioni proposte erano seducenti anche per una parte
almeno della classe dirigente romana, in particolare per quanti
gravitavano attorno a Fabio Massimo; i quali si ripromettevano
probabilmente di riprendere con l’oligarchia cartaginese quei
contatti ch’erano stati almeno in parte interrotti dallo scoppio
della guerra.
Persino Scipione, da ultimo, avrebbe a ben vedere potuto
sentirsi appagato dalle condizioni che gli venivano offerte; non
aveva proclamato egli stesso che passava il mare per poter final-
mente liberare la penisola dalla presenza di Annibale? Cos’era
stato, dunque, che lo aveva indotto prima a tirare in lungo e poi
a rifiutare le allettanti proposte del Numida? Publio se l’era
chiesto spesso, in seguito. Certo, non aveva potuto dimenticare
gli interessi mediterranei tanto cari alla sua pars; e, nel respin-

159
gere le condizioni di Siface, era stato effettivamente indotto a
tenerne il massimo conto. Certo, se si fosse fermato, la grande
città nemica, almeno formalmente invitta, sarebbe rimasta libe-
ra e pienamente arbitra della propria politica futura; mentre la
res publica era, adesso, in una tale posizione di vantaggio che un
piccolo sforzo soltanto poteva bastare a neutralizzarla per sem-
pre. E tuttavia quella sancita dal patto di Siface non sarebbe sta-
ta comunque una condizione di status quo, poiché avrebbe de-
cretato, per Roma, un’effettiva supremazia anche sul mare, con-
finando Cartagine in Africa e lasciando l’Urbe interamente pa-
drona delle sponde occidentali mediterranee. Certo, forse più
di molti nobiles suoi pari Publio – che aveva perduto in batta-
glia il padre, lo zio, il suocero – era stato segnato personalmen-
te da quella guerra; e dunque riteneva giusto far scontare fino
in fondo, a Cartagine e non ad Annibale soltanto, le perdite
umane e i danni materiali inflitti alla penisola da quindici anni
di presenza punica sul suo territorio. Certo, sulla sua scelta ave-
va pesato l’amor gloriae, tradizionale nei nobili romani e fortis-
simo in lui, con il miraggio di ottenere una posizione di premi-
nenza personale all’interno del senato che lo portasse a scaval-
care persino l’odiato Verrucoso: non glie l’aveva forse orgo-
gliosamente gridato in faccia egli stesso che intendeva, se pos-
sibile, non solo uguagliare, ma superare la fama di lui? Questo,
tuttavia, declinando ormai insieme con la vita la stella del Cunc-
tator, sarebbe bastato a procurarglielo una vittoria anche solo
parziale in Africa, che portasse finalmente al ritiro di Annibale
dall’Italia; anche così avrebbe dimostrato di avere avuto ragio-
ne, e avrebbe potuto tornare a Roma come un trionfatore e co-
me prossima guida del senato. No. Il motivo vero che lo aveva
indotto a perseverare era, in fondo, sempre lo stesso: la perce-
zione, radicata e fortissima, che la sorte lo chiamasse a uno
scontro con il grande Cartaginese, che la sua stessa moira lo de-
stinasse ineluttabilmente a confrontarsi con il migliore.
Ad ogni modo, l’impresa di liberarsi dal blocco poteva ten-
tarsi senza pericoli; senza pericoli salvo che per lui stesso, be-

160
ninteso, ma la ripresa delle ostilità non metteva in alcun modo
a rischio che gli scarti delle forze di Roma, senza compromette-
re in alcun modo le sorti della patria e neppure l’esito della
guerra. La possibilità di un suo fallimento, d’altronde, non im-
pensieriva assolutamente la fazione politica allora egemone in
seno alla Curia; era vero, e Publio lo sapeva bene, piuttosto il
contrario. Che egli potesse esser costretto a rinunciare o addi-
rittura potesse venire sconfitto, infatti, i suoi avversari politici
avevano mostrato di non temerlo assolutamente, avendolo mes-
so in conto senz’altro e forse persino auspicato dal momento
stesso in cui egli era divenuto console e avevano fatto di tutto
per ostacolarlo. Essi potevano tenersi certi che, comunque, la
situazione non sarebbe peggiorata; e che, se gli fosse riuscito di
attirare Annibale in Africa, anche una sua eventuale disfatta
avrebbe ottenuto ugualmente il risultato di estirpare il Barcide
dal suolo d’Italia. E allora, che potessero sprofondare agli Infe-
ri tutti quanti: lui, avrebbe seguito l’istinto...
Da buon giocatore d’azzardo e con molte probabilità a suo
favore, Publio era, infatti, prontissimo a correre l’alea. Conti-
nuò quindi a inviar messaggeri a Siface, meditando un colpo di
mano; e dai negoziati trasse l’occasione per ordire la trama che
doveva permettergli di aprirsi la via verso l’interno. Onde tro-
varne il modo, venne mescolando alle ambascerie, travestiti da
schiavi, alcuni dei suoi ufficiali, i più esperti nelle questioni di
poliorcetica. Questi gli riferirono ogni cosa circa il modo di av-
vicinarsi inosservati ai campi nemici, circa gli ingressi, circa i
turni di guardia; e rilevarono con cura la struttura e i materiali
di cui erano composti i campi stessi. Quello numidico in parti-
colare, composto di capanne fatte di canne e di sterpi e mal pro-
tetto poiché una parte dei ripari si trovava all’esterno del vallo,
era facile a incendiarsi; e fu proprio questo il progetto che Sci-
pione concepì. Quando infine, coll’arrivo della primavera, de-
cise di rompere gli indugî, Publio inviò innanzitutto duemila
uomini a occupare le colline di fronte a Utica, apparentemente
con lo scopo di riprendere le operazioni d’assedio, in realtà per

161
distrarre l’attenzione del nemico dai suoi veri progetti e, a un
tempo, per tenere lontano dalle sue peste il presidio della città.
Inviò poi a chiedere al principe numidico se i Cartaginesi era-
no pronti a ratificare la pace; ma, alla risposta affermativa di
questi, interruppe bruscamente il negoziato col pretesto – futi-
le, considerato l’imperium assoluto del magistrato al campo –
che, pur essendo egli favorevole, i suoi consiglieri rifiutavano di
approvarne le clausole.
Asdrubale di Giscone e Siface, benché contrariati e delusi
nelle loro speranze, ch’erano invece assolutamente sincere, non
ebbero alcun sospetto, anche perché erano distratti dalla mi-
naccia portata contro Utica; e il servizio di guardia ai campi ri-
mase quindi piuttosto rilassato. Scipione, al contrario, adottò il
massimo rigore, mantenendo il segreto con i suoi stessi uomini;
e solo all’ultimo momento, convocati i tribuni più abili e fidati,
comunicò loro il vero obiettivo. Partito dai Castra Cornelia alla
prima vigilia di notte, egli condusse il grosso delle sue forze fi-
no alla cresta di colline a nord est del campo di Siface; e qui le
divise. Lelio con la metà dei legionarî e Masinissa con i suoi ca-
valieri si accostarono in silenzio all’accampamento numidico.
Mentre Lelio inviava una parte degli uomini ad appiccare il fuo-
co, disponendosi in attesa con gli altri, Masinissa appostò le
proprie forze tutto intorno, per attendere il nemico alle uscite.
Al rapido divampare dell’incendio, credendo che fosse acci-
dentale, gli sventurati uomini di Siface uscirono in gran fretta
dalle tende, precipitandosi in una confusione indescrivibile
fuori dal campo in cerca di salvezza; molti furono calpestati a
morte nella calca, altri perirono tra le fiamme, e per quanti riu-
scirono a uscire dal campo erano pronte le spade nemiche.
Scipione, dal canto suo, si era silenziosamente avvicinato a
sua volta al campo di Asdrubale; ma aveva deciso di non attac-
care fino a quando non avesse visto il bagliore del fuoco in lon-
tananza, segno che il piano era riuscito. Non appena i Carta-
ginesi si destarono e, distratti dall’incendio, che anch’essi cre-
devano accidentale, in parte si ammassarono incuriositi e iner-

162
mi fuori dagli steccati, in parte uscirono per recare soccorso agli
alleati, Scipione diede a sua volta l’ordine di attaccare, massa-
crando quanti erano usciti senz’armi o ricacciandoli all’interno,
inseguendoli e appiccando il fuoco a sua volta. Fu, per i Puni-
ci, una notte d’orrore. In preda al panico e paralizzati dalla sor-
presa, migliaia di uomini e di animali bruciarono vivi all’inter-
no dei campi; e altri, scampati a stento alle fiamme, furono sgoz-
zati come pecore mentre, inermi e terrorizzati, si precipitavano
verso la salvezza. Il piano era riuscito al di là di qualsiasi previ-
sione: quanti riuscirono a scampare dal fuoco si imbatterono
nel nemico, e morirono senza rendersi ben conto di ciò che
facevano né di ciò che accadeva. I due comandanti poterono sal-
varsi fuggendo, sgomenti, in direzioni opposte; ma la maggior
parte dei loro uomini, oltre ventimila, rimasero sul terreno. Rag-
giunto da Siface, Asdrubale cercò vanamente di riorganizzare le
sue forze nel vicino villaggio di Anda, raccogliendo quanti più
superstiti fosse possibile; ma, di fronte al tumultuare della po-
polazione atterrita, con le forze romane alle calcagna, giudicò
impossibile resistere e raggiunse in tutta fretta Cartagine.
Con una mossa abilissima, Publio si era dunque sbarazzato
in un colpo solo dei due eserciti nemici che gli chiudevano la
strada verso l’entroterra. Con quest’atto, egli ne era ben con-
scio, aveva violato in modo flagrante il più genuino ius belli ro-
mano; peggio ancora, lo aveva rinnegato, abbandonando il co-
stume avito e macchiandosi irreparabilmente di quella stessa
perfidia che i Romani avevano costantemente stigmatizzato nei
nemici punici, e soprattutto in Annibale. I grandi maiores – co-
me Fabrizio, che aveva ammonito Pirro a guardarsi dal veleno
del medico traditore; o come, prima ancora, il leggendario Ca-
millo, che aveva rimandato a Falerii i figli dei maggiorenti del-
la città, offerti a lui in ostaggio – sarebbero inorriditi di fronte
al suo gesto; e, del resto, ancora negli anni più recenti un’inte-
ra generazione di comandanti della res publica si era lasciata uc-
cidere, stupefatta, sui campi di battaglia italici perché incapace
– come lo erano stati Flaminio, Gracco, Marcello – anche solo

163
di concepire il meccanismo, pur semplicissimo, delle insidie an-
nibaliche. Lui... beh, lui si era adeguato ormai ad altri modelli:
non c’era stato, una volta, un grande Spartano il quale aveva in-
segnato ai suoi concittadini, stirpe di Eracle, che la pelle del leo-
ne nemeo, simbolo primo di areté, non bastava a coprire del tut-
to l’eroe, e che là dove essa non giungeva, andava posta a dife-
sa la pelle della volpe, simbolo di metis? Solo una cosa gli di-
spiaceva ammettere: era stato il Verrucoso a indicargli la via,
con il suo costante richiamo a Mens, che aveva rappresentato
un primo passo verso una crisi totale di valori, una crisi non en-
tro il sistema romano, ma del sistema stesso. Solo, rispetto a Fa-
bio, Scipione giudicava addirittura superflui i residui pudori
mostrati dal Verrucoso ancora in occasione della presa di Arpi
e di Taranto. Fabio, del resto, si era preoccupato da una parte
della sua immagine, aveva voluto, dall’altra, lasciare ai Romani
le loro convinzioni religiose; che, sole, in un’ora tanto difficile,
alimentavano la volontà di combattere della res publica. Lonta-
no dalla patria e con la fine della guerra a un passo, Scipione
poteva ignorare ogni residua cautela formale, sicuro che ormai
non contasse più nulla, e che, quanto a lui, la vittoria avrebbe
cancellato ogni biasimo. Era tempo, del resto, che i generali ro-
mani imparassero finalmente a servirsi degli strategemata; egli
era il primo a farlo, certamente non sarebbe stato l’ultimo.
Se del Barcide Publio sentiva di avere ormai assimilato ap-
pieno l’attitudine alla metis, gli mancava però ancora di per-
fezionare del tutto l’altro suo aspetto, raggiungendo la totale
maturità tattica necessaria ad affrontarlo sul campo. In que-
st’ambito la sua trasformazione era stata graduale. Già duran-
te le campagne iberiche, incontrando i fratelli di Annibale, Pu-
blio aveva mostrato di aver pienamente compreso la lezione del
suo insigne modello; ma ciò ancora non bastava. E, di nuovo,
il primo grande successo in terra africana era stato il frutto di
uno spregiudicato stratagemma; mancava un’autentica vittoria
in acie. Il suo capolavoro tattico egli non sarebbe riuscito a
realizzarlo che nella tarda primavera di quell’anno, quando

164
avrebbe affrontato in terra d’Africa il secondo tra gli eserciti di
Cartagine.
Dopo l’incendio dei campi non disperarono, comunque, i
Punici; malgrado qualcuno proponesse già di richiamare Anni-
bale o Magone, qualcun altro di avviare immediatamente trat-
tative con i Romani, prevalse infine il parere della factio Barci-
na. Di Publio essi sapevano ancora poco o nulla; e quella da lui
riportata sulle truppe di Asdrubale e di Siface era stata una vit-
toria rubata di notte, che pareva giustamente di poter imputa-
re a un eccesso di confidenza da parte dei loro generali o all’esi-
to favorevole di un brillante e spregiudicato stratagemma. Cit-
tadini e senato confermarono dunque la loro fiducia al figlio di
Giscone; e questi, unitosi di nuovo con il genero Siface, si die-
de a raccogliere una seconda armata, il cui nerbo doveva, se-
condo i piani, essere costituito da un contingente di quattromi-
la mercenarî celtiberici fatti venire appositamente dalla Spagna.
Il nuovo esercito andava concentrandosi ai Campi Magni, una
vasta e fertile piana sul corso del fiume Bagradas16 a cinque
giorni di marcia da Utica17; un punto assai ben scelto, che, ap-
parentemente al riparo contro ogni repentino attacco romano,
era, ad un tempo, ricco di vettovaglie e d’acqua e permetteva co-
municazioni agevoli sia con Cartagine, sia con le terre di Siface.
I generali punici, tuttavia, avevano ancora una volta sotto-
valutato Scipione: il quale decise di prevenirli, attaccandoli pri-
ma che i loro effettivi divenissero troppo numerosi. Sapendo
che le forze cartaginesi ammontavano allora a quindici o venti-
mila uomini al massimo, il proconsole, ben informato su quan-
to accadeva, poté lasciare, muovendo verso l’interno, una par-
te del suo esercito sotto le mura di Utica; e, portando con sé do-
dici o quindicimila uomini in tutto, in soli cinque giorni di mar-
cia giunse a contatto con il nemico. Asdrubale e Siface avreb-
bero forse potuto sceglier l’attesa, profittando della miglior co-

16 Ouadi Medjerda.
17
Forse nella zona dell’attuale La Dakla, verso Béja o Souk el-Arba.

165
noscenza del terreno per tagliare i rifornimenti a Publio e per
costringerlo a ritirarsi, cercando poi di logorarlo durante il ri-
piegamento verso la costa; ma a tentare subito la sorte delle ar-
mi dovette spingerli sia l’esiguità delle forze romane e la fiducia
nel riconosciuto valore dei mercenarî celtiberici, sia la conside-
razione che, in caso di una sconfitta romana, il loro controllo
del territorio e la lontananza di Scipione dalle basi di partenza
avrebbero poturo significare la fine per lui e per la stessa spe-
dizione africana. Non poco dovette poi giocare, sulla loro deci-
sione, anche il desiderio inconsulto di rivincita nei confronti di
colui che li aveva irrisi un mese prima o poco più.
Dopo due giorni di schermaglie, il terzo si venne a giornata.
Per lo scontro il Romano dispose al centro i legionari, articolati
secondo il solito nelle loro tre linee, di hastati, principes e triarii;
e schierò le cavallerie alle ali, quella italica agli ordini di Lelio
sulla destra, quella numidica, comandata da Masinissa, sulla si-
nistra. Dal canto loro, i Punici opposero la cavalleria cittadina
di Asdrubale ai Numidi di Masinissa, i Numidi di Siface ai ca-
valieri italici. Al centro stavano, secondo costume, le fanterie di
Cartagine; e soprattutto il contingente di mercenari celtiberici.
Superiori per numero, per addestramento, per morale, le
forze montate di Scipione ebbero rapidamente la meglio sulle
opposte cavallerie; ma, dopo averle respinte, si diedero a
inseguirle, senza curarsi in alcun modo di tornare per attaccare
da tergo i fanti nemici. Nel piano concepito da Scipione, infat-
ti, a Lelio e a Masinissa toccava solo il compito di scoprire
l’esercito punico sulle ali, non quello di avvolgerlo; un’azione,
quest’ultima, che il comandante romano riservava per intero a
principes e triarii. Egli era, infatti, finalmente giunto a concepi-
re una geniale variante tattica della manovra di Canne. Mentre
i Celtiberi soprattutto, che non conoscevano la regione e ave-
vano quindi ben poche speranze di salvezza, si disponevano a
resistere ad oltranza, Scipione mise in atto la sua mossa, rivolu-
zionaria e semplicissima: dietro lo schermo degli hastati, che
continuavano a impegnare il centro nemico, i due scaglioni suc-

166
cessivi si volsero l’uno verso destra, l’altro verso sinistra; e, do-
po avere serrato i ranghi, mossero in colonna, allungando il
fronte e avvolgendo poi, con una semplice conversione e una
rotazione sul vertice, le fanterie puniche sui fianchi rimasti sco-
perti. Circondate, queste vennero completamente distrutte.
Fu in questa occasione che – finalmente! – dal ricordo delle
vittorie annibaliche, e soprattutto della limpida e terribile di-
mostrazione impartita nello scontro di Canne, Publio seppe di
aver tratto l’ispirazione giusta; se fino ad ora – non se lo era na-
scosto mai – si era sempre solo sforzato, sia pure con crescente
successo, di imitare le soluzioni del nemico, sentiva adesso di
avere introdotto una novità decisiva. Egli aveva compreso co-
me, per la loro stessa natura, le legioni costituissero lo stru-
mento più adatto ad eseguire sul campo la manovra avvolgente
del Barcide, oltretutto semplificandola e rendendola assai più
agevole. Bastava, per ottenere questo straordinario risultato,
modificare la vocazione dei triarii a combattere in ordine chiu-
so e insegnare alle fanterie di linea romane che, al momento giu-
sto, si poteva combinare il ripiegamento di uno degli scaglioni
con l’avanzata improvvisa sui lati di uno o di entrambi gli altri
due, sia operanti per singoli manipoli, sia incolonnati e messi in
movimento per gruppi di unità o per contingenti interi. In que-
sta nuova soluzione principes e triarii non costituivano più
un’appendice della prima linea, non erano più destinati cioè a
rafforzarla, avanzando singolarmente i loro reparti, o a rilevar-
la nell’urto frontale; ma erano organizzati come unità tattiche
indipendenti, capaci di agire con tutte o con una parte soltanto
delle loro forze, per attaccare il nemico di fianco o alle spalle.
Si concludeva così la parabola – che Publio aveva tante volte pa-
zientemente ripercorso col pensiero – cominciata trentasette
anni prima non lontano da quello stesso punto, lungo il corso
di quello stesso fiume, con la vittoria riportata da Amilcare su
due armate ribelli durante la cosiddetta guerra dei mercenarî.
Figlia della manovra attuata da Annibale a Canne, la nuova tat-
tica concepita da Scipione mostrava però, rispetto a quella, un

167
progresso del tutto evidente, perché era di quella assai più na-
turale e spontanea. Grazie alla sua disposizione in manipoli, che
ne rendeva più fluido ogni movimento, la prima linea dei legio-
narî – i quali, oltre che avanzare, potevano sempre ripiegare at-
traverso i varchi lasciati nello schieramento; e potevano, dun-
que, opporre in sequenza al nemico gli hastati o un altro qual-
siasi tra gli scaglioni della fanteria pesante – avrebbe offerto per
abitudine e per istinto, scomponendosi e ricomponendosi con-
tinuamente, la stessa resistenza elastica che il Barcide aveva a
suo tempo chiesto al cuneo composto dai Galli e dagli Spagno-
li. Quanto alla seconda e alla terza linea, esse sarebbero state in
grado, al momento giusto, di approfittare di una pausa nell’at-
tacco nemico – ce n’era una, sempre, in tutte le battaglie... – per
uscire sui lati ed eseguire con altrettanta efficacia l’azione a te-
naglia che, nella piana dell’Ofanto, era stata affidata alle unità
dei veterani libici. Per di più – e di questo Publio era partico-
larmente fiero – mentre il Cartaginese aveva avuto bisogno in
ogni occasione di cavallerie efficienti onde completare l’accer-
chiamento del nemico, la soluzione da lui predisposta conferi-
va alle legioni, purché l’armata opposta fosse scoperta su alme-
no uno dei fianchi, la capacità di attuare la manovra per intero
anche da sole. Dopo la vittoria ai Campi Magni l’allievo si sentì
finalmente soddisfatto di sé stesso: era convinto di aver supera-
to il maestro e di avere completato al meglio un processo capa-
ce di trasformare profondamente non solo l’esercito romano,
ma tutta la struttura militare dell’Occidente mediterraneo.

9. Il ritorno di Annibale
Dopo quest’ultima, decisiva vittoria Scipione ritenne di poter
ormai dividere le forze senza alcun rischio immediato. Egli stes-
so, con il grosso delle fanterie legionarie, provvide dunque a ri-
durre rapidamente all’obbedienza i centri della regione, espu-
gnando i pochi che osarono resistere; e fece poi ritorno verso la

168
costa. Al resto dell’esercito, a Masinissa con i suoi Numidi e a
Lelio con quasi tutta la cavalleria e i leggeri, affidò invece un
compito che, a ragione, giudicava vitale per il prosieguo della
campagna: riportare il principe amico sull’avito trono dei Mas-
silî e inseguire, neutralizzandolo una volta per tutte, il perico-
loso Siface. Masinissa fu accolto con gioia da quanti, anche in
memoria di re Gaia, gli erano rimasti fedeli e da quanti, co-
munque, avversavano il dominio dei Masaesilii; mentre Siface,
che aveva tentato una volta ancora la sorte delle armi, fu nuo-
vamente sconfitto; e, trascinato a terra nella caduta del proprio
cavallo, ferito, fu fatto prigioniero. I vincitori si spinsero a fon-
do in territorio nemico, giungendo fino a Cirta, che, alla vista
del re in catene, aprì loro le porte. Certo, non mancavano in Nu-
midia oppositori al nuovo ordine voluto da Roma, in particola-
re Mazaetullo, che già aveva tenuto il dominio nella parte orien-
tale del paese, e soprattutto Vermina, figlio di Siface; non aven-
do i vincitori voluto spingersi oltre Cirta, questi poté agire in-
disturbato nelle regioni occidentali, cercando di radunare una
nuova forza di cavalieri da condurre in soccorso di Cartagine.
Per ora, comunque, i vincitori potevano dirsi soddisfatti del ri-
sultato raggiunto.
Si chiusero qui, a breve intervallo l’una dall’altra, le vicende
terrene dell’affascinante Saphanba’al e del suo sventurato pa-
dre Asdrubale, che tanto avevano giocato politicamente nell’av-
vicinare Siface a Cartagine. Già innamorato per l’addietro del-
la nobile cartaginese, Masinissa fu, per un attimo, nuovamente
irretito dalle grazie di lei e, per salvarla dall’onta della prigionia,
manifestò l’intenzione di sposarla. Disapprovato da Lelio, il
principe dei Massili cedette solo di fronte al brusco rabbuffo ri-
voltogli in privato da Scipione; e si risolse infine a privilegiare
la ragion di Stato. Decise, tuttavia, di sottrarre la donna amata
al suo destino offrendole, come dono nuziale, una coppa colma
di veleno. Per questo estremo atto d’amore Publio non ebbe
tuttavia cuore di biasimarlo; mostrando la consueta finezza nel
trattare gli uomini, lo convocò anzi al cospetto dell’esercito riu-

169
nito, e qui si rivolse pubblicamente a lui dandogli il titolo di re
e facendogli simbolicamente omaggio di uno scipio, di uno scet-
tro eburneo. Compiendo un gesto d’orgoglio, Saphanba’al si
tolse dunque la vita per non cadere nelle mani di Roma; e, po-
co dopo, alla vigilia dello scontro di Zama, al veleno fece ricor-
so anche suo padre, Asdrubale di Giscone: prostrato dal dolo-
re per la morte della figlia e accusato di tradimento, scelse di
sottrarsi all’ira del popolo cartaginese, che fece poi scempio del
suo cadavere.
Di assai minor dignità diede, al contrario, prova Siface; il
quale cercò di giustificarsi scaricando sulla moglie la colpa del-
la sua condotta. Pur vile e meschina, la sua autodifesa gli valse
almeno la vita: benevolmente accolto da Scipione, che ricorda-
va l’ospitalità e la protezione goduta alla corte di Siga, fu invia-
to in Italia, dove rimase confinato prima ad Alba Fucens e poi
a Tibur18, fino al suo ultimo giorno. Sopraggiunta quasi subito,
la sua morte risparmiò a Publio l’imbarazzo di trascinare un an-
tico ospite al seguito del proprio carro trionfale.
I Cartaginesi, che, alla notizia della nuova disfatta, avevano
subito provveduto a rafforzare le mura, progettarono in verità
di tentare almeno una controffensiva dal mare contro i Castra
Cornelia mentre ancora Scipione era lontano; ma, quale che ne
fosse il motivo, indugiarono troppo, e permisero così al procon-
sole di fare ritorno. Una volta giunto sulla costa questi, il quale
forse meditava già di rinunciare ad Utica, aveva improvvisamen-
te assalito Tunisi; e i difensori erano fuggiti, cedendogli senza
resistere il controllo della città. Proprio dalle mura di Tunisi
Publio poté vedere la squadra nemica fare vela contro il suo
campo. I vascelli punici, tuttavia, colpevolmente indugiarono
ancora, fermandosi per la notte in una baia vicina; sicché egli,
con una rapida marcia, riuscì a raggiungere i suoi. Quando, la
mattina dopo, giunsero in vista dell’attracco romano, i Cartagi-
nesi trovarono così le navi da battaglia ormeggiate strettamen-

18
Tivoli.

170
te sotto costa e coperte sul fronte da una sorta di vallo ligneo
eretto collegando su più file, tramite gli alberi abbassati e lega-
ti insieme, i battelli da trasporto; mentre alla difesa della flotta
contribuivano anche numerose imbarcazioni più piccole piene
di armati, destinate a tenere in soggezione il nemico. Nono-
stante le misure prese da Scipione, impiegando pali provvisti di
uncini metallici, i Punici riuscirono a catturare, portandole al
largo, sessanta navi onerarie; un successo capace per un attimo
di rianimarli, ma insufficiente a mutare le sorti della guerra.
Come già era avvenuto ai tempi di Agatocle e di Regolo,
un’armata nemica era venuta dunque ad accamparsi minacciosa
sul golfo stesso di Cartagine; ma questa volta poteva disporre
dell’appoggio di una flotta, capace di bloccare la città libica an-
che dal mare. Restavano, certo, il presidio cittadino e, pur infe-
riore, la stessa marina punica, che poteva ancora garantire l’ap-
provvigionamento della metropoli; ma per quanto? Di ricevere
aiuti dall’entroterra non v’era più possibilità alcuna: ormai de-
finitivamente chiusa la via delle isole e della Spagna, anche sul
suolo africano il nemico aveva il pieno controllo di una regione
da cui la sconfitta e la caduta di Siface precludevano ogni soc-
corso. Restava da sperare solo nelle armate di Annibale e di suo
fratello Magone; e dunque le si mandò a chiamare nel momento
stesso in cui si conobbe la sconfitta ai Campi Magni. Ne man-
cavano notizie da tempo, tuttavia; e, per quanto era dato sape-
re, esse avrebbero potuto anche non esistere più. Di fronte allo
spettacolo ormai quotidiano delle distruzioni inflitte alla fertile
chora cartaginese riprese fiato dunque, nella circostanza, quel-
l’opposizione che a lungo era stata ridotta al silenzio dalla factio
Barcina; ma anche i partigiani della guerra non erano, in quel
momento, alieni dal trattare, fino a che almeno non fossero tor-
nati i loro capi e non si potesse eventualmente rimettere in di-
scussione ogni cosa, col riaffermarsi del loro predominio in città.
Si inviarono dunque in ambascieria a Scipione trenta membri
del gerontion; i quali, dopo avere una volta ancora rigettato ogni
responsabilità della guerra su Annibale, chiesero la pace.

171
Anche in vista della pausa invernale, che avrebbe comunque
interrotto le operazioni, Scipione accettò questa volta sincera-
mente di trattare: a ciò lo inducevano considerazioni diverse.
Per Publio, già incapace di prendere Utica, la conquista di Car-
tagine esulava, al momento, da ogni reale possibilità; ed egli non
aveva, comunque, alcuna intenzione di impegnarsi in un asse-
dio che sarebbe stato assai più arduo del precedente. Era chia-
ro ormai anche a lui che gli eserciti punici operanti in Liguria e
nel Bruzio sarebbero tornati. Se, da una parte, ciò era quanto
aveva pubblicamente auspicato egli stesso all’atto di intrapren-
dere la sua azione in Africa, dall’altra proprio questa evenienza
lo avrebbe comunque distolto dall’idea di dare inizio all’asse-
dio della metropoli africana, reso oltretutto impossibile dalla
presenza di una flotta ostile e dall’esiguità delle sue forze. Pur
nell’illimitata fiducia che nutriva in sé stesso, inoltre, il Roma-
no non sottovalutava la minaccia che avrebbe costituito per lui
il ritorno di Annibale e di Magone, tanto più che ignorava la
consistenza reale delle forze di quest’ultimo; né si nascondeva
il rischio, sempre in agguato, che i suoi avversarî politici in se-
no alla Curia riuscissero ad imporre l’invio di un successore, ca-
pace di sottrargli i grandi meriti acquisiti fin qui. E, in realtà, es-
si tentarono veramente di farlo: malgrado il responso contrario
delle assemblee popolari, Ti. Claudio Nerone, cugino del vin-
citore di Asdrubale, si vide assegnare l’Africa con cinquanta na-
vi da guerra e imperium pari a quello di Scipione; e fu forse an-
cora una volta grazie a Tyche se, partito a stagione avanzata, egli
fu gettato da una tempesta sulle coste della Sardegna e non
giunse mai a metter piede nella provincia che gli era stata de-
cretata, liberando così Publio da ogni imbarazzo.
Si rassegnò dunque, per il momento, Scipione a considerar
sufficiente la gloria di avere concluso questa guerra, lunga e
spietata, senza ulteriormente combattere; questo purché i patti
fossero conformi a quelli da lui stesso formulati fin dal princi-
pio. Oltre alle clausole consuete (la restituzione dei prigionieri
e la consegna di prigionieri e disertori, perché avessero rispet-

172
tivamente libertà e castigo), Publio propose ai messi di Carta-
gine condizioni che per la città libica prefiguravano, a parti
invertite, lo stesso destino previsto da Annibale per Roma do-
po la vittoria di Canne, e cioè la riduzione a potenza di secon-
do rango. Pur restando indipendente e conservando sostanzial-
mente intatti i suoi possedimenti in terra d’Africa, Cartagine
avrebbe infatti dovuto non solo riconoscere Masinissa come re
dei Massilî e desistere da ogni espansione ai danni degli indige-
ni che vivevano al di là delle cosiddette Fosse Fenicie; ma – na-
turalmente – rinunciare ad ogni ulteriore azione in Spagna; ab-
bandonare le isole che ancora occupava tra l’Italia e l’Africa;
consegnare la flotta, mantenendo in servizio non più di venti
navi da guerra; provvedere alla propria futura difesa senza fare
ricorso a truppe mercenarie; pagare, infine, un tributo di cin-
quemila talenti d’argento. Chiusa dal territorio di Masinissa, ga-
rantito dall’alleanza con Roma, e soprattutto privata della pro-
pria marina militare, Cartagine non solo sarebbe stata, da allo-
ra in poi, impotente a minacciare la res publica in Italia; ma
avrebbe visto la propria sfera d’azione ridursi all’Africa soltan-
to. Ultimo, provvisorio codicillo di quel patto: pagassero i Pu-
nici, fino a che durava la tregua, uno stipendio doppio ai soldati
che avevano invaso il loro territorio. Le clausole erano, certo,
durissime. Ma Cartagine, città marittima tagliata fuori dal suo
entroterra, era ormai impotente a levare tra gli operai, i mari-
nai, i mercanti che ne costituivano la plebe un esercito adegua-
to a difenderla; e dunque era, per lei, giocoforza accettarle.
Mentre a Roma, dove già era arrivato Caio Lelio con il pri-
gioniero Siface, giungeva anche un’ambascieria punica per rati-
ficare la pace, Annibale prendeva a malincuore la via del ritor-
no. Dopo una traversata tranquilla, il Cartaginese sbarcò a Lep-
tis Minor19, sulle coste della Byzacena; e provvide ad accampar-
si, fortificandosi, presso Hadrumetum.
In quello stesso anno morì anche il grande avversario di Pu-

19
Lemta, in Tunisia.

173
blio e suo, Q. Fabio Massimo. Il Cunctator era vissuto abba-
stanza per vedere, esito da lui a lungo sperato, il Barcide lasciare
il suolo d’Italia; o per sapere, almeno, che era stato richiamato
dal governo della sua città. Certo lo angustiava il fatto che il me-
rito di un simile risultato ricadesse quasi esclusivamente sul gio-
vanissimo rivale. La sua coscienza gli diceva, tuttavia, ch’era sta-
to lui ad aprire la strada, ch’era stato lui il primo a intuire alme-
no in parte le soluzioni da adottare ai danni di Annibale; e, pur
assai dispendiosa, la condotta della guerra da lui seguita aveva
consentito almeno di governar l’emergenza, evitando alla patria
i guai di una dissennata strategia offensiva. Al momento della
sua morte, di questo poteva tenersi contento, Annibale era sta-
to da tempo confinato nell’estremo lembo della penisola; ed era
ormai sostanzialmente nell’impossibilità di nuocere.
Il ritorno di Annibale e l’arrivo quasi contemporaneo anche
dell’esercito di Magone (il quale, ferito nell’ultimo scontro in
Cisalpina, aveva salvato una parte dei suoi mercenarî, imbar-
candosi con loro per l’Africa; ma era venuto a morte durante il
tragitto) rianimò, in Cartagine, i partigiani della guerra; i quali,
forse meglio di quanto non avessero fatto finora, furono tratti
adesso a valutare la gravità delle clausole imposte da Scipione.
Rompere i patti, tuttavia, sarebbe forse riuscito impossibile
senza il prodursi di un episodio assolutamente fortuito; il qua-
le offrì un appiglio al riardere della guerra. Proprio mentre
giungeva da Roma la notizia che era stata ratificata la pace, in-
fatti, uno dei convogli carichi di vettovaglie provenienti dalla Si-
cilia e destinati alle legioni africane fu sorpreso da un fortuna-
le; e, mentre i vascelli di scorta approdavano senza danni al ca-
put Apollinis, le navi onerarie si dispersero a mezzogiorno e a
levante di Cartagine, gettate dalla tempesta a incagliarsi sull’iso-
la di Aegimurus20 o spinte addirittura alle porte della città libi-
ca, alle Aquae Calidae, presso il promontorio Ermeo. Malgrado
il gerontion punico, prontamente riunitosi, ammonisse che l’im-

20
L’attuale Zembra.

174
padronirsi di quei trasporti avrebbe voluto dire rompere la tre-
gua, il popolo, afflitto dalla carestia, non intese ragioni; sicché
Asdrubale, al comando di cinquanta navi da guerra, fu inviato
a portare in città quei trasporti con il loro prezioso carico. Sde-
gnato per la rottura della tregua, Scipione inviò allora a Carta-
gine tre ambasciatori, che, da un lato, notificassero ai Punici
l’avvenuta ratifica del trattato di pace; chiedessero conto, dal-
l’altro, della recente violazione dei patti. Ad essi non solo non
si rispose; ma i partigiani della guerra inviarono una squadra na-
vale ad attaccare proditoriamente la loro nave sulla via del ri-
torno. I messi scamparono fortunosamente alla morte; ma tra
l’equipaggio vi furono numerose vittime. Di fronte a questa vo-
lontà ostile, Publio decise di riprendere senz’altro le azioni di
guerra.
Il resto... beh, il resto era storia recente. Quando alla base
della flotta romana era approdata la nave che riportava in Afri-
ca le legazioni con la ratifica del trattato, Quinto Bebio, allora
in comando, aveva inviato a Scipione i messi di Roma, mentre
aveva trattenuto i Punici presso di sé; ma Publio, che pure ave-
va immediatamente riferito ai legati del senato la nuova situa-
zione, ordinò di trattare con cortesia anche gli ambasciatori di
Cartagine, sventurati e incolpevoli, facendoli poi scortare fino
alle porte della loro città. Subito dopo riprese a devastare l’en-
troterra; e attaccò un centro dopo l’altro, una fattoria dopo l’al-
tra, rifiutando sistematicamente la resa dei vinti e vendendo
schiavi quanti dei Punici gli venissero tra le mani.
Infine, con il procedere della stagione, anche Annibale si era
mosso; e aveva cercato di anticiparlo, sperando di potersi con-
giungere con Vermina o di poter intercettare e distruggere le
forze di Masinissa prima che venissero a raggiungerlo. Ora, fal-
lito quel tentativo, era accampato a poche miglia da lui; e quel
mattino si sarebbero incontrati...

175
Parte seconda
Prologo
annibale:
La vigilia
di Zama
Africa settentrionale, mese di ottobre. Anno ab Urbe condita 552, sotto
il consolato di Tiberio Claudio Nerone e Marco Servilio Gemino. 613 dal-
la fondazione di Cartagine, Olimpiade 144, 3. 202/201 avanti Cristo.

Non aveva dormito molto, Annibale, quella notte. Lo aveva te-


nuto sveglio a lungo il barrire lamentoso degli elefanti, che co-
minciavano a soffrire per la mancanza d’acqua. Ce n’erano, al
campo, ben ottanta, ma appartenevano tutti alla piccola razza
africana; e non ce n’era uno solo che valesse una zanna del suo
impareggiabile Siro1, morto in Italia quindici anni prima, poco
dopo averlo portato in groppa oltre l’Appennino. Al contrario
di suo padre, egli non aveva avuto mai molta fiducia in quelle
bestie imprevedibili; e anche questa volta... E tuttavia, per una
certa idea che aveva in mente...
In realtà, si disse il Barcide, mentiva a sé stesso. Aveva im-
parato da tempo a offrirsi al sonno in ogni condizione possibi-
le; sicché, se era rimasto sveglio a lungo, era stato senz’altro per

1 Surus, «il Siro, il Siriano», era stato – secondo la testimonianza di Plinio

il Vecchio – l’unico elefante di Annibale sopravvissuto dopo l’inverno del 218.


Era probabilmente l’unico elefante indiano che il Barcide avesse portato con
sé oltre le Alpi.

179
i troppi pensieri. Aveva voluto il colloquio di quella mattina
perché la sola alternativa a uno scontro dalle troppe incognite
era quella di venire a patti, e occorreva almeno provarci; ma in-
tuiva che ogni tentativo di negoziare sarebbe stato inutile. Ave-
va tuttavia voluto compierlo ugualmente perché era curioso di
incontrare colui che aveva di fronte.
Gli pareva, in realtà, di conoscerlo da tempo. E, addirittura,
al giovane rivale si era sorpreso, in quei giorni, a pensar sempre
più di frequente con simpatia e persino con una singolare e con-
trastata forma d’affetto. Aveva cercato spesso di figurarselo, e
non solo nel sembiante, ma nel formarsi e nell’evolversi della
personalità, immaginandolo quale doveva esser stato negli anni
dell’infanzia e della prima giovinezza; ed era giunto a chiedersi
se anch’egli fosse stato un bambino prima, un giovinetto poi,
solo come lo era stato lui, costantemente escluso dalla normale
vita dei coetanei, rispetto ai quali lo avevano separato il rango,
l’educazione, l’incoercibile senso del dovere cui veniva quoti-
dianamente richiamato. Di un fatto, tuttavia, era sicuro; e se, da
un lato, se ne sentiva personalmente fiero, dall’altro non pote-
va fare a meno di compiangere il Romano. Per Publio, egli se ne
rendeva conto, la sua immagine doveva avere rappresentato as-
sai presto un’ossessione e un modello, arcano e terribile dap-
prima, forse avvicinato con reverenza e timore, e poi vieppiù in-
timo e familiare con il procedere della consuetudine e dell’espe-
rienza. Sentiva, anzi, che Scipione doveva essere vissuto in una
sorta di simbiosi a distanza, eppure costante e strettissima, con
lui; e, se è vero che l’esser genitore viene anche e prima di tut-
to dal fatto di essere un modello per chi resta dopo di noi, gli
pareva quasi, benché fosse di soli undici anni maggiore, di aver-
gli fatto da padre, per certi versi non meno di colui che gli ave-
va dato la vita. Di ciò, in fondo, Annibale era orgoglioso: senza
falsa modestia, infatti, riteneva che Publio fosse il solo uomo
mai incontrato degno di stargli a fronte; e avrebbe voluto che
gli fosse veramente figlio, o almeno che il suo Amilcare somi-
gliasse a lui.

180
Purtroppo il Romano era anche, per le sue doti, il rivale più
pericoloso nel quale ci si potesse imbattere su un campo di bat-
taglia. Quando, poco prima che lo sventurato Asdrubale Gi-
sconio mettesse fine ai suoi giorni, Annibale aveva voluto in-
contrare l’antico sodale della sua famiglia per chiedergli lumi
sullo scontro dei Campi Magni, questi era ormai solo l’ombra di
sé stesso, prostrato per la morte della figlia non meno che per
la disgrazia politica che lo aveva travolto. Quasi fosse stato col-
pito da una divina percossa, sembrava avere smarrito ogni ca-
pacità di raziocinio; sicché, dopo molti mesi, ancora non sape-
va capacitarsi della disfatta subita ad opera di Scipione, e nulla
aveva compreso dei processi che l’avevano provocata. Ad An-
nibale, viceversa, i suoi incoerenti balbettii erano bastati a com-
prendere; e allora il Barcide non aveva saputo frenare un moto
di ammirazione. Certo figlia di quella da lui eseguita sul campo
di Canne, la manovra attuata da Scipione ai Campi Magni era
stata però modificata in modo originale e brillante, onde poter-
la adattare alla struttura delle legioni; ed era, rispetto alla sua,
assai più fluida e spontanea. Al primo, enorme vantaggio costi-
tuito dalla maggiore semplicità, l’intuizione di Publio ne univa
poi altri due, quasi altrettanto importanti: essa conferiva infatti
alle truppe di linea la capacità di eseguire l’avvolgimento prati-
camente per intero anche da sole, senza dovere per forza ricor-
rere all’apporto dei cavalieri, e la loro stessa duttilità permette-
va altresì alle fanterie legionarie non solo di passare rapida-
mente dallo schieramento per coorti a quello per manipoli e vi-
ceversa, ma addirittura di riprendere senza difficoltà, in caso di
bisogno, l’originaria disposizione in quincunce, tornando a eser-
citare frontalmente sul nemico la pressione reiterata dei propri
scaglioni.
Publio aveva inoltre dalla sua anche quasi tutti gli altri van-
taggi. Malgrado fosse riuscito a raccogliere una forza di quaran-
tamila uomini circa, numericamente alquanto superiore a quel-
la del nemico, Annibale avrebbe avuto bisogno infatti di più
tempo per forgiarla: le truppe di cui disponeva erano in gran

181
parte ancora poco addestrate o poco disciplinate, e i nuovi non
erano sufficientemente amalgamati con i veterani d’Italia. Persi-
no questi ultimi, infine, erano duramente provati dai lunghi an-
ni di guerra; e non si poteva chieder loro più di quanto potes-
sero dare. L’esercito di Scipione, al contrario, era solido e dut-
tile, brillante e compatto; tanto che gli riusciva difficile credere
che a comporlo fossero gli scarti delle truppe romane, quelle le-
giones Cannenses che riunivano i superstiti delle sue molte vit-
torie in Italia. Era, inoltre, ciecamente devoto al suo coman-
dante e inebriato non solo dai recenti successi, ma dalla sensa-
zione che l’indirizzo della guerra fosse ormai irrimediabilmen-
te cambiato. Peggio ancora: Scipione aveva dalla sua, a proteg-
gergli i fianchi e a scoprire quelli del nemico, la cavalleria ber-
bera che aveva permesso tutti i passati trionfi del Cartaginese.
Annibale sentiva di stimare quell’uomo, che fin lì non aveva
sbagliato una mossa, più di ogni altro che avesse mai conosciu-
to; e tuttavia, per il bene di Cartagine, nei prossimi giorni avreb-
be cercato di vincerlo e addirittura di ucciderlo. Anzi, se aves-
se potuto, per amore della patria lo avrebbe cancellato dal mon-
do con un gesto prima ancora di affrontarlo sul campo. Neces-
sità... ananke, pensò, la più dura maestra di vita; quella stessa
ananke che lo aveva inesorabilmente guidato fin lì, in una si-
tuazione tanto difficile da affrontare. Solo il destino, dunque,
era da biasimare; il destino che li aveva messi di fronte. Mal-
grado fosse stato educato grecamente alla ragione, malgrado
fosse personalmente scettico da tempo verso la mantica e verso
ogni forma di vaticinio, segno o presagio, Annibale aveva cer-
cato, all’inizio stesso della sua lunga avventura, di conoscere il
futuro; ma aveva dovuto constatare, attraverso l’ambigua verità
degli oracoli, quanto ogni umano tentativo di penetrare la sfe-
ra dell’inconoscibile fosse esposto a una sorta di celeste ludibrio
e come nulla, in realtà, si potesse fare per opporsi a quella for-
za superiore costantemente attiva nel corso dell’esistenza, una
forza contro il cui gioco irridente l’uomo era uno zimbello sen-
za difesa. Era stata certamente quella forza – Annibale lo senti-

182
va – che li aveva guidati entrambi passo passo fin lì, lui e Publio.
Che dovessero incontrarsi era evidentemente scritto da sempre;
e al termine del lungo percorso li attendeva un destino forse op-
posto, ma ugualmente ineluttabile. Il suo – purtroppo – teme-
va di conoscerlo già: tutti i segni gli erano infatti contrarî.
Poteva parer fatalismo, il suo; e forse lo era... Poco male.
Aveva sempre pensato che l’estremo abbandono costituisse la
forma più autentica di adesione alla volontà celeste, se ve n’era
una; e aveva sempre considerato questo atteggiamento come
una tra le espressioni più caratteristiche della stirpe punica, una
stirpe abituata a divinità esigenti. Per essere il più nobile dei
sentimenti, tuttavia, il fatalismo doveva restare immune da ogni
forma di rassegnazione; in tal caso infatti, e solo in tal caso, era
capace di spingere al dovere fino al sacrificio. Dal canto suo,
Annibale era sicuro di non aver ceduto mai alla rinuncia; e dun-
que contava anche questa volta di sapersi battere al meglio, sen-
za tremare o implorare gli dei, qualunque fosse la sorte che gli
era riservata. Quella che lo attendeva era, comunque, la prova
più difficile della sua vita, difficile più del passaggio delle Alpi,
più delle lunghe marce tra mille pericoli o delle stesse battaglie
tante volte combattute contro forze soverchianti. Giunto di
fronte al suo giovane rivale per lo scontro più importante della
guerra – che è sempre l’ultimo; e quello sarebbe stato l’ultimo
comunque – avrebbe dovuto accantonare d’un colpo solo le so-
luzioni tattiche passate, rese inapplicabili da una situazione mi-
litare profondamente mutata; e avrebbe dovuto risolvere un du-
plice, difficilissimo problema. Avrebbe dovuto, innanzitutto,
cercar di neutralizzare in qualche modo i cavalieri dell’avversa-
rio, poiché una battaglia impostata sull’uso delle cavallerie, co-
me le tante da lui combattute e vinte in passato, non gli avreb-
be questa volta lasciato scampo. Avrebbe dovuto poi trovare
una contromossa originale da opporre alla nuova manovra con-
cepita dal Romano. Si poteva fare? Forse... In fondo – si disse
Annibale – non gli mancavano alcuni piccoli vantaggi; e, tra
questi, sia la possibilità di schierare un numero cospicuo di ele-

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fanti, sia la capacità delle sue truppe di comportarsi, a differen-
za di quelle nemiche, tutte come fanterie di linea. Infine, il pro-
console era ancora giovane; e gli mancava probabilmente un
poco d’esperienza. Forse, ma questo poteva solo sperarlo, dei
giovani Publio aveva anche l’impazienza e la naturale inclina-
zione a considerare superati i più anziani. Se lo avesse sottova-
lutato, avrebbe potuto concedergli un sia pur minimo vantag-
gio; se lo avesse trattato con la sufficienza riservata a un mae-
stro che non aveva più nulla da dire, gli avrebbe forse offerto
un’ultima, esigua, possibilità di vittoria.
Erano così simili, in fondo, lui e Scipione...
capitolo I
L’incontro
e lo scontro
1. Ricordi e presagi
Ricordava, Annibale...
La prima volta in cui aveva sentito parlare di Scipione era
stato all’indomani dello scontro al Ticino. Alcuni prigionieri ro-
mani, riferendogli la notizia – preziosa, anche se tardiva – che
il console giaceva ferito sotto la tenda, gli avevano raccontato
altresì come a sottrarlo dalle mani dei suoi Numidi fosse stato,
dando prova del più grande coraggio, il figlio suo, appena di-
ciassettenne. Annibale aveva reagito, allora, quasi con fastidio;
e non perché non comprendesse lo slancio del giovane Publio.
In un passato anche recente, contagiato dal gusto per la teme-
rità del suo modello Alessandro (ora, con l’esperienza, non
avrebbe ripetuto, se non in caso di estrema necessità, gesti che
riteneva per lo più ingiustificati... e assai pericolosi per chi non
fosse il grande Macedone), si era spinto sovente di persona in
prima linea anche lui; e, sotto Sagunto, era stato addirittura fe-
rito a una coscia da una falarica spagnola. Capiva, dunque, e ap-
prezzava il coraggio; l’aveva disturbato invece, nella circostan-
za, un ricordo doloroso, affiorato all’improvviso come un ama-
ro rigurgito, quello del padre suo Amilcare che scompariva nel-
le acque di un impetuoso torrente senza che lui potesse far nul-

185
la per salvarlo. Aveva dunque consentito a che gli storici del suo
seguito accreditassero la notizia secondo cui l’atto eroico era
stato compiuto, in realtà, non dal figlio, ma da un servo ligure
del console stesso.
Si era dovuti arrivare al decennale dall’inizio della guerra
perché Annibale sentisse nuovamente parlare di Publio Scipio-
ne. Sul finire dell’anno seicentesimosesto di Cartagine, tra mil-
le difficoltà, erano giunti al suo campo dalla Spagna due messi
inviati da Asdrubale e Magone. In quella lontana penisola ope-
rava adesso – gli avevano riferito – un giovane generale nemico,
figlio e nipote dei due che i suoi fratelli avevano vinto e ucciso;
abituati dallo stesso Annibale a ritenere che le notizie, per es-
sere utili, vadano date integralmente, senza mitigarle in alcun
modo con omissioni od infingimenti, Asdrubale e Magone gli
facevano sapere che Cartagine di Spagna, la capitale fondata
quasi vent’anni prima dal cognato, creduta inespugnabile, era
stata dal Romano presa praticamente al primo assalto. Colpito
dalla narrazione della vicenda, il Barcide si era reso conto che il
nuovo avversario doveva essere davvero temibile; e la prima im-
pressione era stata poi confermata negli anni seguenti, quando
le notizie che, sporadiche e frammentarie, venivano dalla Spa-
gna si erano fatte sempre più allarmanti. A vendicare la morte
dei congiunti il giovane Publio spingeva ormai a fondo la sua
azione contro i dominî punici nella penisola iberica; e, con cre-
scente senso di sconforto e d’impotenza, Annibale aveva ben
presto compreso che quell’avversario era di taglia purtroppo
superiore a quella dei fratelli, tanto che a volte fino da allora –
ascoltando i resoconti dei messi, i quali ne magnificavano, at-
territi, le gesta – gli era parso quasi di conoscerlo e di rivedersi,
giovane, in lui.
Era giunto, infine, un ultimo messaggio, doloroso eppur con-
fortante. Benché sconfitto sul campo, Asdrubale era riuscito a
disimpegnarsi, salvando una parte almeno dell’esercito; e, aven-
do deciso di seguire le sue tracce verso l’Italia, svernava ora nel
meridione della Gallia. Per evitare che il fratello ripetesse il suo

186
errore, Annibale lo aveva fatto avvertire di attendere la buona
stagione per passare le Alpi; e di scegliere i passi più agevoli,
quelli verso la costa. Temeva per lui, comunque: sapeva, per
averla affrontata, quanto formidabile fosse la barriera di comu-
nità alleate che sbarrava in diagonale la linea mediana della pe-
nisola italica, a meridione delle terre dei Celti; e immaginava
che i Romani, avvertiti dell’arrivo di Asdrubale, lo avrebbero at-
teso in forze. Aveva dunque concordato con lui che, non appe-
na superate le Alpi, gli comunicasse i suoi piani, onde poterlo
raggiungere e aiutare nella sua marcia verso sud.
Seguendo le istruzioni del fratello, il secondo dei Barcidi ave-
va potuto entrare nella piana del Po alla testa di un esercito in-
tatto, che era andato anzi ingrossandosi grazie al reclutamento
di forti e agguerriti contingenti gallici; ma, come Annibale ave-
va temuto, i Romani avevano disposto forze enormi a fronteg-
giare la minaccia. Come dieci anni prima, al tempo della sua di-
scesa, avevano presidiato entrambi i versanti di accesso all’Italia
centrale, schierando all’avanguardia, di fronte ad Arretium, Te-
renzio Varrone al comando di due legioni, di fronte ad Arimi-
num il pretore Porcio Licino, alla testa di un secondo, identico
esercito. Questa volta, però, avevano messo in campo consi-
stenti riserve. Più a sud, nell’Umbria meridionale, era apposta-
to infatti, con un nerbo di truppe ancora più numeroso, benché
composto essenzialmente di reclute, uno dei consoli in carica,
Marco Livio Salinatore, pronto a spostarsi in direzione dell’E-
truria o del Piceno per intercettare il nemico qualunque fosse il
tragitto prescelto. L’altro console, Caio Claudio Nerone, alla te-
sta delle legioni veterane, era stato invece dislocato nel Bruzio,
con il compito di sorvegliare le mosse dello stesso Annibale.
Per informarlo del suo arrivo e comunicargli la sua intenzio-
ne di attenderlo in Umbria Asdrubale aveva inviato al fratello
maggiore una pattuglia di cavalieri; ma, quando ormai erano
quasi giunti a destinazione, questi erano stati sorpresi e cattura-
ti dalle scolte di Nerone. Il console venne così a conoscenza dei
piani del nemico, mentre del messaggio rimase all’oscuro pro-

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prio colui che ne era il destinatario, Annibale stesso. Contro
Asdrubale, che era già stato ripetutamente sconfitto in passato,
la battaglia risolutiva appariva più semplice. Nerone rafforzò
quindi ulteriormente il già possente apparato di settentrione,
chiamando a presidiare Roma la legione di stanza in Campania;
e avanzando contemporaneamente su Narni le due legiones ur-
banae che proteggevano la Città. Poi, con decisione repentina e
geniale, abbandonò il suo campo alla testa di un corpo scelto –
seimila fanti e mille cavalieri –, spingendosi a marce forzate ver-
so nord, per raggiungere il collega, che, frattanto, si era sposta-
to nel Piceno a fronteggiare il nemico.
Fu, questa, la sola vera beffa che i Romani gli avessero mai
fatto subire durante quindici anni di permanenza in Italia; ma
ad essa Annibale dovette il maggior lutto di quel periodo diffi-
cile, la morte del fratello. Audacissima – e per questo imprevi-
sta: metodici e determinati, i Romani non gli erano però appar-
si mai, fino ad allora, degli scaltri fulmini di guerra... –, la mos-
sa di Nerone riuscì. Il console prese ogni precauzione per elu-
dere la sua sorveglianza e per evitare che egli ne percepisse l’as-
senza dal campo. Ancora più attento fu, una volta giunto a de-
stinazione, a celare il suo arrivo, per non spaventare Asdrubale
e per indurlo ad affrontare fiducioso la battaglia: si accostò in-
fatti al campo di Livio di notte, dopo averlo preavvertito, e
proibì di allargare gli spazî, alloggiando alla meglio nelle tende
esistenti gli uomini che aveva portato con sé per non rivelare al
nemico la presenza dei rinforzi romani.
Solo all’ultimo istante il secondogenito di Amilcare si accor-
se del pericolo. Conscio ormai che ai coscritti di Livio si erano
unite forze veterane; conscio quindi di avere di fronte entram-
bi i consoli; conscio infine che l’inferiorità numerica e la posi-
zione difficile rendevano la sua situazione assolutamente pre-
caria, Asdrubale avrebbe ancora potuto salvarsi ripiegando ver-
so il sicuro rifugio della Cisalpina; ma ritenne evidentemente
che il fratello stesse ormai risalendo la penisola per venirgli in-
contro, e non volle quindi lasciarlo solo nel cuore di un territo-

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rio completamente ostile. Scelse perciò di continuare la marcia
verso sud. Dalla destra del Metauro, dove si era accampato, si
mosse in silenzio, sul far della notte; e risalì alquanto il corso del
fiume verso l’interno, in direzione della via Flaminia. Non gli
riuscì, tuttavia, di far perdere le sue tracce. Raggiunto e co-
stretto ad accettare battaglia in condizioni di grave svantaggio,
il suo esercito fu completamente annientato; ed egli stesso cad-
de da prode sul campo. La sua disfatta e la sua morte furono
note al fratello solo quando, dal campo di Nerone, gli vennero
mostrati i prigionieri africani; e quando la testa di Asdrubale
venne gettata davanti alle sue trincee, povero avanzo corrotto
che egli stentò a riconoscere. Piuttosto che ricordare la genero-
sità di chi tanto spesso aveva restituito i caduti illustri alla pietà
delle loro famiglie, i Romani avevano voluto vendicare su di lui,
con lo stesso scempio, la violenza inflitta dai Galli ai corpi di
Flaminio e Postumio, e, così facendo, si erano degradati allo
stesso livello di barbarie di quelle genti selvagge: i nemici co-
raggiosi vanno uccisi, ma se ne devono rispettare spoglie e me-
moria. Nessun rancore e nessun biasimo sentiva invece per co-
lui che, cacciando il fratello dalla Spagna, lo aveva mandato ver-
so la morte: aveva seguito quelle leggi di guerra nelle quali egli
stesso si riconosceva fino in fondo.
Si era giunti ormai all’undicesimo anno di quel tremendo
conflitto. Era il secondo anno della centoquarantatreesima O-
limpiade e ne erano passati seicentootto dalla fondazione di
Cartagine; e per la prima volta, con la morte del fratello, Anni-
bale era tratto ad interrogarsi sul proprio destino, temendo
prossimo il compiersi del tempo concessogli. Da quasi tre anni
si era ritirato a sud del Sele; ora, perdute le speranze di riceve-
re almeno per il momento alcun rinforzo, raccolse nel Bruzio le
forze superstiti, richiamando ogni presidio più settentrionale,
votato altrimenti alla distruzione, e condusse con sé quelli tra i
Metapontini e i Lucani che vollero seguirlo.
Liberi ormai di sfruttare appieno l’immane potenza del loro
apparato bellico contro un nemico che era privo persino delle

189
forze necessarie per condurre operazioni a largo raggio, i Ro-
mani cominciarono senza pietà a ridurre le residue sacche di re-
sistenza; e giunsero infine ad accerchiare Annibale entro gli
estremi confini d’Italia. Benché ancora non osassero sfidarlo
apertamente a battaglia, i generali della Repubblica riuscirono
infine a confinarlo nel territorio di Crotone, senza più offrirgli
alcuna occasione di far valere la sua superiorità tattica. Qui gli
giunse infine la notizia che anche Filippo di Macedonia aveva
fatto pace con i Romani. Negli scambi epistolari intercorsi con
Annibale l’ignavo alleato greco aveva, per l’addietro, scusato la
propria inattività e l’incapacità di prendere l’iniziativa procla-
mando che glielo impediva un nemico troppo ben sistemato sul
terreno, forte di uomini a migliaia e di centinaia di navi. Ora, fi-
nalmente, anch’egli si era ritirato dalla lotta, contentandosi di
alcune insignificanti acquisizioni territoriali. Al Tartaro anche
lui...! Del resto, per l’aiuto che gli aveva dato...
Il luogo del suo estremo rifugio in Italia lo aveva scelto egli
stesso. Solo provvisoriamente occupate dai Bruzii dopo l’ab-
bandono degli abitanti – che si erano in gran parte trasferiti nel-
la vicina Locri – le strutture della città ben si prestavano ora ad
ospitare il suo comando; mentre l’eccellente impianto portuale
gli avrebbe permesso di imbarcarsi quando lo avesse voluto. Ol-
tre a considerazioni di ordine strategico, a questa scelta si era
lasciato indurre anche dalle ragioni del cuore. Luogo legato al-
la saga di Eracle, centro tra i più antichi e venerati della peni-
sola, fondazione del semidio che egli tanto amava e che aveva
scelto da sempre come suo referente divino, oltre che sede del-
la più antica Lega italiota e simbolo di una primazia remota sul-
le genti non soltanto greche del meridione, la città ospitava sul
suo territorio l’antico e nobile santuario di Era al promontorio
Lacinio, creato anch’esso da Eracle; e l’uno e l’altro luogo era-
no, da sempre, fucine del più elevato sentire ellenico.
Forse anche per questo durante il suo non breve soggiorno
il Cartaginese scelse di trascorrere il tempo dell’ozio dedican-
dosi alla filosofia. Si interessò così alle teorie di Pitagora, di cui

190
aveva già vagamente inteso parlare a Cartagine; lo spingeva la
prospettiva di aprire un dialogo almeno intellettuale con alcune
delle famiglie più antiche e nobili di Roma, i Pomponii Matho-
nes, i Calpurnii Pisones, gli Aemilii Mamercini, i Fulvii, i Marcii
e altre ancora, e in particolare proprio con loro, con i Cornelii
Scipiones. Ma, soprattutto, si accostò alla dottrina dell’«ateo»
Evemero, che da Messana, patria di lui, si era diffusa nel vicino
mondo italiota. Si lasciò così sedurre dal razionalismo mistico
che impregnava di sé una parte almeno del pensiero greco. Se
la concezione pitagorica vedeva in Eracle l’allegoria del saggio,
dell’uomo che, latore di un germe divino, era in grado di farsi
dio attraverso la sua energia e la sua fatica, la dottrina di Eveme-
ro si fondava sul concetto stesso di hieròs logos, di memoria ce-
lebrativa: per essere assimilati ai Numi, gli antichi sovrani, che
erano ora venerati come dei semplicemente perché se ne frain-
tendeva l’originaria natura, avevano dovuto affidare all’eter-
nità, che esalta e purifica, il ricordo imperituro delle loro gesta.
Proprio ad Evemero dunque, i cui concetti sentiva almeno in
parte singolarmente vicini ad alcune idee della sua gente sulla
trasmissione della memoria, Annibale volle infine rendere omag-
gio. Sicché anch’egli incise, in greco e in punico, il resoconto
delle sue imprese; e lo dedicò a Era, all’interno di quel santua-
rio, tra i più venerati di tutto il Mediterraneo. Sperava così di
avere fissato nel bronzo quell’immortalità che credeva di aver
meritato con le opere e intendeva giustificare con gli scritti; ma,
ove anche ciò non gli fosse riuscito, aveva voluto lasciare co-
munque una traccia di sé. L’esser costretto ad abbandonarla sa-
rebbe stato l’ultimo, più grande dolore che gli avrebbe riserva-
to l’Italia; che a testimoniare il suo passaggio rimanesse almeno,
fissato nel bronzo, il ricordo della sua avventura, orgoglioso e
beffardo grido di sfida lanciato in faccia ai Romani dal riparo di
un luogo sacro che essi non avrebbero osato violare nemmeno
per cancellare le tracce delle sue gesta.
Era giunto infine, amarissimo, il giorno del rientro; in occa-
sione del quale tuttavia, a ripensarci ora, Annibale doveva in

191
fondo ammettere di aver avuto forse uno dei pochi colpi di for-
tuna di tutta la sua lunga avventura italica. Giustificando l’osti-
nazione con cui rimaneva abbarbicato all’ultimo lembo della
penisola, egli andava ripetendo, a sé stesso forse prima che agli
altri, che esisteva, malgrado tutto, un’ultima speranza: suo fra-
tello Magone. Se il più giovane dei Barcidi – si diceva – fosse
riuscito a raggiungerlo scendendo dalla Cisalpina, egli avrebbe
potuto riaccendere la guerra; e, con la nemica esausta, sarebbe
forse riuscito a patteggiare finalmente una pace onorevole, a
quel punto saggia per tutti. Erano ubbìe, naturalmente. In
realtà sapeva bene quanto difficile fosse superare la barriera che
i Romani avevano eretto nel centro della penisola – contro quel-
le difese aveva già perduto un fratello... –; e dunque, più che il-
ludersi davvero di ricevere da Magone un reale soccorso, desi-
derava semplicemente con tutte le sue forze di poterlo riab-
bracciare, onde almeno concludere insieme l’avventura che in-
sieme avevano cominciato tanti anni prima. Avvertiva infatti nei
confronti del piccolo di famiglia – questo era, in fondo, Mago-
ne per lui – un’inquietudine sulla quale non aveva il minimo
controllo; e che, purtroppo, si sarebbe rivelata presaga. Ma
un’altra sensazione inespressa lo tormentava e lo teneva inchio-
dato alle sue posizioni: temeva infatti di essersi cacciato in una
situazione senza uscita. Simile ad Anteo, che perdeva le forze
una volta staccato dalla terra, anche lui, non appena salpato, sa-
rebbe divenuto vulnerabile; e avrebbe corso gravissimi rischi
durante la prima fase della traversata verso Cartagine, se solo i
Romani avessero saputo far convergere ad attenderlo, ancoran-
dole a Taranto, a Reggio o a Siracusa, le potenti squadre nava-
li che avevano nella Sicilia e nello Ionio.
Così, contando sul terrore che il suo nome ancora incuteva
al nemico, il Cartaginese aveva continuato tenacemente a di-
fendere uno stretto corridoio – meno di cento miglia – bordato
di montagne aspre abbastanza da consentire un’agevole resi-
stenza anche contro forze soverchianti. La situazione andava,
tuttavia, facendosi sempre più critica: l’esiguo spazio a sua di-

192
sposizione si era infatti ulteriormente ridotto quando, con un
abile colpo di mano, Publio Scipione – un’altra occasione in cui
si erano nuovamente sfiorati – aveva occupato Locri, strappan-
dola al suo controllo.
Era giunto, infine, dal governo di Cartagine l’ordine di rien-
tro, un ordine che non ammetteva repliche; e tuttavia Anniba-
le, pur rendendosi conto che la tregua con Roma gli offriva l’oc-
casione per salpare indisturbato, aveva continuato per qualche
tempo a tergiversare. Per convincerlo, i messi del gerontion pu-
nico avevano tentato di confortarlo dicendo che, come lui, an-
che Magone era stato richiamato; sarebbe dunque tornato in
patria, e colà lo avrebbe rivisto. E tuttavia dell’amatissimo fra-
tello minore, tanto lontano, Annibale sapeva solo che aveva la-
sciato la Spagna; ma non ne aveva alcuna notizia dopo di allora,
e si chiedeva dunque se gli inviati di Cartagine fossero davvero
riusciti a prendere contatto con lui. Esitava quindi a partire, te-
mendo che si fosse già spinto a entrare in territorio italico...
Non era questo solo, tuttavia, il motivo della sua ultima ri-
luttanza. Agivano su di lui, in quel momento, altre pulsioni an-
cora, meno confessate. Sul punto di sciogliere le vele ad Anni-
bale tornarono infatti alla mente, quasi presaghe, le parole di
Bostare, il comandante del presidio punico di Capua; il quale,
sentendosi abbandonato, aveva amaramente commentato esser
più costante il Romano come avversario che il Cartaginese co-
me amico. Ciò lo indusse a riflettere sul destino di Cartagine e
suo. A piegare la Repubblica non erano bastati tre lustri di di-
struzioni e massacri; meno di due anni di guerra sul territorio
africano, e già i maggiorenti punici, solleciti delle fortune per-
sonali più che del bene comune, si erano indotti a chieder pa-
ce. Spintosi per infrangere la potenza di Roma fino al cuore
stesso dei suoi dominî e addirittura fino alle porte della Città,
Annibale era costretto ora a tornare in Africa, a ratificarvi la re-
sa o a battersi per la vita stessa della sua patria. Malgrado ogni
sforzo, Cartagine restava assai più debole dell’avversaria; sicché
a Scipione egli doveva invidiare, in realtà, non la giovinezza o le

193
forze che questi aveva con sé – con entrambi i vantaggi si senti-
va in grado, nonostante tutto, di competere ancora –, ma gli or-
dinamenti, assai più saldi, che stavano dietro di lui e dietro il
suo esercito. Gli auspici, gravemente infausti, che poteva trarre
da simili considerazioni gli facevano avvertire, forte, il rimorso
per la guerra fatale in cui suo padre e lui stesso, fidando nel lo-
ro genio, avevano trascinato la patria.
Si decise comunque, infine, a imbarcarsi, maledicendo il de-
stino avverso. Salpò da Crotone quando volle, senza che alcu-
no tentasse di ostacolarlo. Fossero ancora e malgrado tutto in-
timoriti da lui o intendessero rispettare i patti, che prevedevano
il suo ritiro dall’Italia, i Romani, che avrebbero potuto sposta-
re a intercettarlo le loro potenti flotte da guerra, lo lasciarono
partire indisturbato. Forse, dopotutto, si trattava di un successo
tattico, l’ennesimo; era certamente, invece, una sconfitta strate-
gica, e – ahimé – decisiva. Si era nel seicentododicesimo anno
dalla fondazione di Cartagine, nel secondo della centoquaran-
taquattresima Olimpiade; a Roma erano consoli Cneo Servilio
Cepione e Caio Servilio Gemino. Per oltre quindici anni Anni-
bale aveva calcato, invitto, il suolo della penisola.
Dopo una traversata tranquilla, prese terra a Leptis Minor,
sulle coste della Byzacena. Con i suoi veterani e con quelli degli
Italici che avevano accettato di seguirlo si accampò, fortifican-
dosi, presso Hadrumetum, dov’erano molti dei possedimenti
aviti della sua famiglia. Lontana da Cartagine e dalle forze ro-
mane che sorvegliavano la capitale, la base prescelta era al ripa-
ro da ogni minaccia immediata; e, comunque, possedeva difese
salde abbastanza da garantire la sicurezza dei suoi uomini e sua
mentre provvedeva a riorganizzare l’esercito. Dal cuore dei do-
minî punici avrebbe potuto tener d’occhio le popolazioni libi-
che soggette, scoraggiando in loro ogni tentazione alla rivolta;
avrebbe potuto vettovagliare le sue truppe senza incidere sulle
magre risorse di una città che, per la difficoltà delle comunica-
zioni, soffriva di un’ormai endemica carestia; e avrebbe potuto,
infine, mantener meglio la disciplina. Queste erano state le mo-

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tivazioni che aveva addotto di fronte ai messi di Cartagine, su-
bito venuti a incontrarlo. In realtà, contava di trarre dal paese,
per quanto possibile, denaro, armi e soprattutto uomini per
rafforzare un esercito che giudicava insufficiente; e contava, al-
tresì, di procedere all’istruzione delle reclute, indisturbato o al-
meno libero dalle ingerenze di quanti, nella capitale, sarebbero
stati lieti di ostacolare ogni suo passo, adducendo le condizioni
di pace negoziate con Roma. Se la pace avesse retto, bene...; non
gli piaceva, ma non era sua intenzione infrangerla. Se però si fos-
se tornati a combattere, voleva essere pronto.
Fu, quello, un inverno denso di emozioni e fervido di pre-
parativi. Come Annibale aveva presagito, di Magone tornarono
purtroppo in patria soltanto le ceneri. Prima che gli inviati di
Cartagine avessero potuto raggiungerlo, egli, sbarcato nelle ter-
re dei Liguri e impadronitosi di Genova, si era spinto fino ben
dentro la piana del Po; e aveva quindi dovuto combattere con-
tro i consoli dell’anno, risoluti a impedirgli di raggiungere la re-
gione dei Boi. Dopo un’incerta battaglia, pur gravemente feri-
to, Magone era riuscito a condurre il suo esercito in salvo verso
Savona, con il proposito di riorganizzarlo; ma qui, tragica iro-
nia, aveva trovato l’ordine di rientro. Si era dunque imbarcato
con quanti avevano voluto seguirlo, ma era morto durante la
traversata. Pur terribile – più equilibrato e intelligente di
Asdrubale, Magone era stato, per Annibale, il fratello predilet-
to –, il dolore fu almeno in parte mitigato, questa volta, dal fat-
to che al caduto avevano reso l’ultimo omaggio i suoi stessi sol-
dati; e che, pur sciagurata, la sua morte non poteva imputarsi se
non, ancora una volta, al destino avverso – i messi del gerontion
avevano fatto tutto il possibile per raggiungerlo e fermarlo, sen-
za riuscirvi –, ma non era stata del tutto inutile. Rivolgendo l’ul-
timo pensiero alla patria e al fratello in difficoltà, Magone si era
infatti preoccupato di inviargli aiuti, e aveva imbarcato per
l’Africa un prezioso contingente di truppe. Giunsero così al
campo i mercenari arruolati da lui in Spagna, in Gallia, nelle
terre dei Liguri, forze certo allenate a combattere, ma che biso-

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gnava ancora educare alla disciplina; giunsero, dalla città e dal
contado, le leve volontarie, rampolli soprattutto delle classi ab-
bienti, volonterosi ma spaesati e assolutamente digiuni delle co-
se di guerra, cui l’addestramento andava invece impartito fino
dai rudimenti più elementari.
Il compito di forgiare lo strumento con il quale eventual-
mente affrontare Scipione Annibale lo lasciò tuttavia, almeno
per il momento, ai suoi ufficiali, che erano in grado di occu-
parsene anche da soli. Quanto a lui, lo attendeva un impegno
ben più importante: doveva, secondo quella che era la sua abi-
tudine, informarsi a fondo circa la personalità del suo avversa-
rio e soprattutto cercar di scoprirne i segreti tattici, se ne aveva.
Trascorse dunque molte ore interrogando i superstiti delle pre-
cedenti battaglie; e soprattutto curò di avere un lungo colloquio
con Asdrubale Gisconio. Ciò che ne trasse lo lasciò stupefatto
e ammirato. Publio gli era apparso abile e spregiudicato, asso-
lutamente libero – non pareva neanche un Romano – da quegli
scrupoli religiosi e morali che tanto gravemente, durante tutta
la guerra, avevano condizionato i comandanti della res publica;
non sarebbe dunque stato facile giocarlo. Ma, al di là del carat-
tere, il suo giovane rivale era un tattico di prim’ordine: non so-
lo, infatti, aveva penetrato a fondo i segreti della sua manovra,
ma aveva addirittura perfezionato la tenaglia di Canne. Con-
frontarsi sul campo con lui, oltretutto avvantaggiato dalla si-
tuazione strategica che aveva saputo costruirsi, avrebbe rap-
presentato la sfida più importante e difficile della sua vita.
Venne, comunque, la primavera; e Annibale, invocato dagli
esponenti della sua fazione, che avevano frattanto ripreso co-
raggio, si recò finalmente a Cartagine. Sempre più numerosi
erano coloro che speravano in lui per un’ultima vittoria, che
sentivano necessaria se non per garantire la sopravvivenza del-
la città, non veramente minacciata, per preservarne rango e fie-
rezza. Non era, tuttavia, un compito facile; sicché durante l’ac-
ceso dibattito che si tenne nella sede del gerontion egli rifiutò,
contro l’attesa generale, di patrocinare una riapertura incondi-

196
zionata del conflitto. Della sua obiettività, nella situazione at-
tuale, non era del tutto sicuro; e, pur tacendone, avvertiva, for-
se per la prima volta nel corso della sua vita, il peso di una du-
plice, schiacciante responsabilità, quella che si era assunto se-
dici anni prima, trascinando i concittadini in quell’immane tra-
gedia, e quella che essi volevano affidargli ora, costringendolo
all’ultima battaglia. Non si sarebbe sottratto, comunque; non
era suo costume. Intendeva però chiarire la sua visione delle co-
se a uomini cui la passione politica sembrava avere sottratto la
necessaria lucidità di giudizio. Per negare la ratifica della pace,
oltretutto già sottoscritta, mancavano – disse – pretesti plausi-
bili, e denunciarla senza motivo avrebbe comportato indubbia-
mente dei rischi: conoscendo ormai la mentalità dei Romani, sa-
peva infatti che essi avrebbero dedicato ogni loro energia a pu-
nire l’inganno. Quand’anche poi così piacesse decidere, Carta-
gine non aveva un vero e proprio esercito: facevano difetto, se
non il numero, certamente la preparazione e l’amalgama, anco-
ra inadeguati. Colui che avrebbe dovuto affrontare, per di più,
era ben diverso dai generali che egli aveva tante volte sconfitto
in Italia; non aveva avuto ancora modo di valutarle a fondo, ma
sapeva per certo che Scipione aveva introdotto nella tattica ro-
mana innovazioni significative, e tali da richiedere un grosso
sforzo di adattamento da parte sua. Infine, se pure avesse sa-
puto sconfiggere l’armata nemica, non avrebbe potuto comun-
que in alcun modo ottenere una vittoria totale. Ridando voce a
quanti, in Roma, erano ansiosi di concludere a qualunque costo
la guerra, la disfatta di Scipione avrebbe forse permesso di man-
tenere lo status attuale, e nulla più; ma non avrebbe restituito a
Cartagine la Spagna, né tanto meno l’impero che essa aveva per-
duto. E tuttavia valeva probabilmente la pena di correr l’alea lo
stesso. Se fosse riuscito a ottenere quell’ultima vittoria, Carta-
gine sarebbe uscita dalla guerra più debole, ma ancora autono-
ma; se, viceversa, fosse stato sconfitto, le condizioni imposte da
Roma non avrebbero potuto, comunque, esser molto più dure
di quelle che già si erano accettate. Questi erano, secondo lui, i

197
termini del problema. Meditassero, dunque, i geronti e deci-
dessero secondo coscienza; quanto a lui, al di là dei sentimenti
personali, si sarebbe per quella volta astenuto.
Mentre ancora ferveva il dibattito, un fatto nuovo interven-
ne a forzare la decisione. Spinto dalla tempesta verso il golfo di
Tunisi, un convoglio di duecento navi onerarie romane, cariche
di provviste destinate a Scipione, cadde parzialmente nelle ma-
ni del popolo di Cartagine; il quale, afflitto dalla penuria di ci-
bo, rifiutò recisamente di restituire una preda tanto agognata.
Agli ambasciatori inviati dal proconsole non si diede dunque al-
cuna risposta. Non solo; onde rendere irreversibile la situazio-
ne, alcuni estremisti attaccarono – infamia in fondo inutile – la
nave dei messi sulla via del ritorno. Ciò riaccese la guerra pro-
prio nel momento in cui, da Roma, tornavano gli ambasciatori
di Cartagine con la ratifica del trattato.
Il resto era storia recente. Scipione aveva ripreso con estre-
ma durezza le sue devastazioni; e si era infine avviato verso l’in-
terno, per cercar di congiungersi con Masinissa. Annibale ave-
va tentato di precederlo. Ora erano lì, uno di fronte all’altro; e
tra poco si sarebbero incontrati...

2. Zama, le parallele
s’incontrano
Africa settentrionale, mese di ottobre. Anno ab Urbe condita 552, sotto
il consolato di Tiberio Claudio Nerone e Marco Servilio Gemino. 613 dal-
la fondazione di Cartagine. Olimpiade 144, 3. 202/201 avanti Cristo.

Il colloquio tanto atteso da entrambi i comandanti ebbe final-


mente luogo, nella striscia di terreno neutro che si stendeva tra
gli opposti accampamenti. Dopo aver congedato le rispettive
scorte, trattenendo con sé solo gli interpreti, Scipione e Anniba-
le rimasero per qualche attimo l’uno di fronte all’altro, a guar-
darsi in silenzio. L’aspetto dell’uomo che Publio aveva di fronte
era addirittura superiore alle sue aspettative. Più ancora della

198
bellezza – e il Romano, che era stato, nell’adolescenza, fiero del-
le proprie attrattive fisiche, si sorprese suo malgrado a pensare
che il grande Cartaginese era, davvero, ancora bellissimo – col-
piva però, in lui, il fascino che emanava dalla figura e soprattut-
to dai lineamenti. Incorniciato dalle ciocche ondulate di una ca-
pigliatura completamente nera e da una corta barba che comin-
ciava invece a striarsi appena di grigio, il viso abbronzato, dai
tratti marcati e nobilissimi e dal naso forte, era illuminato da oc-
chi straordinariamente penetranti, senza che nulla, salvo una leg-
gera fissità nel destro, lasciasse intuire la menomazione della vi-
sta. Più alto del suo interlocutore di alcuni pollici, Annibale ave-
va scelto a coprire un fisico che, malgrado l’età, si intuiva anco-
ra vigoroso e scattante una semplice corazza lintea da cavaliere,
e l’aveva completata con un elmo di tipo attico senza pennacchio;
aveva poi rinunciato a coprire con una benda, come si diceva fa-
cesse di solito, l’occhio menomato. Aveva voluto, e Publio lo in-
tuì con segreto compiacimento, presentarsi a lui come a un ugua-
le, nella veste che prima di ogni altra riteneva essere sua, quella
di soldato; ma, per un attimo, parve con sconcerto al Romano
che il Cartaginese scrutasse perfettamente in lui, e che tutto il suo
più intimo sentire gli fosse leggibile e chiaro.
Precocemente invecchiato e ormai quasi calvo, Publio colpì
a sua volta Annibale per l’intelligenza dello sguardo e per l’affa-
bilità dei modi, ma soprattutto per l’aura mistica che pareva spri-
gionarsi da lui, per l’atteggiamento ispirato, per la fanatica fidu-
cia che ostentava in sé stesso: al suo cospetto – Annibale lo capì
subito – stava un asceta della politica, arcano e intangibile nella
sua convinzione di avere una missione da compiere. Con un in-
terlocutore che, dietro la superficiale cortesia, celava carattere e
volontà d’acciaio ed era, per di più, ben conscio di essere in van-
taggio, ogni trattativa si sarebbe, il Barcide ne fu immediata-
mente sicuro, rivelata impossibile. In cerca di una consacrazio-
ne ultima che passava dalla vittoria su di lui, Scipione non avreb-
be rinunciato allo scontro per niente al mondo, neppure se An-
nibale avesse accettato le sue condizioni: il cacciatore aveva sta-

199
nato la preda, e adesso era impaziente di trafiggerla. Un solo, pic-
colo errore aveva commesso Publio: aveva indossato per il col-
loquio una splendida corazza di bronzo riccamente sbalzata, e il
paludamentum tinto di porpora che portava era senza dubbio il
più bello del suo guardaroba. Ma, preoccupandosi dell’aspetto
che avrebbe mostrato al nemico, aveva scelto di sottolineare il
suo ruolo di comandante sempre vittorioso; e, volendo mostrar
sicurezza, aveva invece lasciato ingenuamente intuire – era an-
cora tanto giovane – un’impercettibile incrinatura nelle sue cer-
tezze, altrimenti apparentemente granitiche, si era lasciato sfug-
gire un sia pur minimo segno di debolezza. Forse – si disse An-
nibale – gli sarebbe riuscito di sfruttarla sul campo.
Non piacevano, al Cartaginese, i patti accettati dal gerontion
punico solo un anno avanti; e perciò, convinto che sarebbe stato
comunque un inutile tentativo e deciso a sua volta a mostrarsi più
sicuro di quanto realmente fosse, decise che tanto valeva cercar
di smussarne la durezza, offrendo semplicemente il ritiro dei Pu-
nici da ogni loro possedimento al di fuori dell’Africa. A sua vol-
ta, il Romano non poteva – e apertamente lo disse – accettare
condizioni più miti di quelle pattuite prima della violazione del-
la tregua senza che ciò venisse a discredito della res publica e a
grave danno d’immagine per lui; e non fece poi nulla per trova-
re uno sbocco al negoziato. Si ruppe, così, il colloquio; ma al ne-
mico, tanto diverso – ora aveva potuto constatarlo – eppure tan-
to simile a lui, Annibale volle, prima di congedarsi, regalare un
consiglio. Anch’egli aveva conosciuto la stessa fortuna che ora
sorrideva a Scipione. Diffidasse di un’amante tanto volubile: co-
lui che ora gli si presentava a chieder pace per la sua patria in pe-
ricolo aveva, solo pochi anni prima, posto le tende lungo l’Anie-
ne. Istintivamente, Publio avvertì la sincerità partecipe del Bar-
cide; e comprese che durante quell’unico, brevissimo incontro
davvero Annibale aveva riconosciuto in lui il suo pari.
Non rimaneva, dunque, altro che combattere. Onde meglio
preparare la battaglia, il Barcide adottò contro il nemico un
espediente che, forse proprio perché troppo simile a quanto già

200
lo stesso Publio aveva fatto in Spagna, non venne percepito da
questi: ripetutamente sfidato dal Romano, che si preoccupava
soprattutto di ostentare fiducia ad ogni costo, Annibale tardò
sempre alquanto a uscire dalle trincee, e, per alcuni giorni, si ri-
tirò poi per primo senza combattere. Il suo intento era quello
di vedere quale formazione avrebbe assunto il nemico; e scoprì,
con grande sollievo, che Publio intendeva, ove ne avesse avuto
l’opportunità, ripetere contro di lui la manovra attuata con suc-
cesso ai Campi Magni. Aveva disposto sempre, infatti, le sue le-
gioni su tre linee, secondo il solito, ordinandole per manipoli;
ma aveva poi distanziato alquanto gli scaglioni, in modo che se-
condo e terzo ordine potessero, a tempo debito, muoversi e
operare come unità autonome, aprendosi sui fianchi della pri-
ma schiera. Il precedente dispositivo tattico era stato, inoltre,
ulteriormente migliorato. Venute ormai meno le ragioni che ri-
servavano ai triarii solo l’ultima resistenza, Scipione aveva divi-
so la sua fanteria pesante in tre corpi di uguale consistenza nu-
merica; e aveva destinato gli uomini migliori al primo, e non al
terzo di essi: proprio agli hastati avrebbe chiesto, infatti, di reg-
gere frontalmente alla pressione nemica. Poiché – pensava Pu-
blio – principes e triarii non avrebbero dovuto più sostenere
l’azione della prima linea, si poteva inoltre rinunciare alla con-
sueta formazione a scacchiera; aveva così schierato i manipoli
non in corrispondenza degli intervalli nelle file precedenti, ben-
sì in colonna, l’uno dietro l’altro. Memore dello scontro alla
Trebbia, si preoccupava infatti degli elefanti dell’avversario,
che erano questa volta in numero cospicuo; e mirava a farli sfi-
lare nei corridoi che venivano così lasciati entro le file. Aveva,
infine, mantenuto intatta, per questa stessa ragione, la forza dei
suoi velites, cui assegnava come compito principale quello di
contrastare l’attacco delle belve. Onde proteggere però il più
possibile le truppe leggere, e soprattutto onde favorire l’istinti-
vo dirigersi degli elefanti nei varchi che si sarebbero aperti
all’improvviso di fronte a loro, aveva poi schierato sia gli stessi
velites, sia gli ausiliarî numidici sul fronte dell’armata, chiuden-

201
do gli intervalli lasciati tra i manipoli; ma aveva ordinato loro,
non appena gli animali fossero stati vicini, di correre a rifugiar-
si dietro ai manipoli stessi, bersagliando al passaggio i pachi-
dermi con i loro giavellotti. Aveva presidiato, infine, le ali con
la cavalleria, ponendo Masinissa alla destra, Lelio con i suoi Ita-
lici (rinforzato però dai Numidi di Dacamente, per equilibrare
in qualche modo le forze sui fianchi) alla sinistra.
In un mattino che pareva ancora di ultima estate i due co-
mandanti condussero infine le armate a schierarsi nuovamente
per la battaglia: era venuto il giorno decisivo. Primo, al solito,
uscì Scipione. Al suo esercito, forte inizialmente di ventitremi-
lacinquecento fanti e duemilacinquecento cavalieri – e che ave-
va subito, in quegli anni in Africa, ben poche perdite – erano ve-
nuti ad aggiungersi i rinforzi condotti, appunto, da Masinissa e
Dacamante, per un totale di poco oltre trentaseimila uomini. Se-
condo consuetudine, Publio arringò i suoi uomini prima della
battaglia; e furono poche, semplici parole. Detestava, infatti, la
magniloquente, vuota retorica propria di alcuni generali di Ro-
ma, il loro periodare lungo e articolato impossibile a seguirsi, in-
farcito di un lessico che nessuno dei legionarî, per lo più conta-
dini analfabeti, sarebbe mai riuscito a decifrare. Omise accura-
tamente, inoltre, ogni patriottica tirata su gloria e imperio e per-
sino su dovere e onore – confidava che ci avrebbero pensato da
soli –, e si limitò a promettere a quegli uomini, tanto a lungo pro-
vati dalla sventura, ciò che più desideravano: la vittoria, che
avrebbe posto fine alla guerra più atroce mai conosciuta da Ro-
ma, la rivincita sul Cartaginese che era all’origine stessa delle
passate traversie di tutti e il ripristino, per essi, della dignità per-
duta e del posto all’interno della res publica.
Diversamente dal proconsole, che era del tutto libero nelle
sue scelte, Annibale dipendeva per le proprie decisioni da quel-
le del nemico. Quasi fosse tuttora esitante a raccoglierne la sfi-
da, anche quell’ultimo giorno tardò dunque un poco ad uscire
dal campo, per poter valutare le intenzioni di Publio. Giunto al-
lo scontro finale, il Barcide doveva evitare ad ogni costo di im-

202
postare lui stesso la battaglia sull’uso delle cavallerie, come ave-
va fatto tante volte in passato: questa scelta gli era infatti pre-
clusa dalla supremazia di Publio in quel settore. Più ancora, se
solo il proconsole avesse deciso di approfittarne, Annibale a-
vrebbe avuto ben poche probabilità di scampo; sicché l’unica
possibilità che rimanesse al Cartaginese consisteva nell’indurre
il rivale a scegliere uno scontro tra fanterie. Nella speranza di
riuscirvi lo confortavano sia la naturale predisposizione dei Ro-
mani, per vocazione fanti assai più che cavalieri; sia, soprattut-
to, la personale attitudine dello stesso Scipione, il quale – Anni-
bale lo sperava; no, lo sentiva – doveva essere smanioso di spe-
rimentare la sua nuova tattica proprio contro il grande maestro.
Se il Romano si fosse lasciato indurre su questa via, il Barcide
sarebbe stato pronto ad approfittarne. Convinto di ciò, fece
quanto gli era possibile per indirizzare occultamente Publio
verso una scelta che questi avrebbe forse compiuto anche da so-
lo; e, con sollievo vide che di nuovo, uscendo dal campo, il ne-
mico adottava la formazione consueta.
Attese dunque un poco ancora, Annibale; e approfittò di
quel breve intervallo per dare ai suoi uomini le ultime, cate-
goriche disposizioni. Ai cavalieri raccomandò di non opporre
che una resistenza fittizia, ritirandosi poi rapidamente dal ter-
reno di fronte alle forze di Lelio e di Masinissa; come la volpe,
che trascina i cacciatori via dal covile, badassero però, allo stes-
so tempo, di non perdere contatto con quelle, in modo da por-
tarle seco il più lontano possibile dal campo di battaglia. Non
potendo avere cavallerie adeguate, aveva curato che eccellenti
fossero almeno le monture. Anche ai mercenarî e alle fanterie
cittadine impartì ordini precisi: raccomandò loro, infatti, di non
impegnarsi a fondo fin dal primo scontro, ma di rompere al più
presto il contatto e di ripiegare prontamente, andando a di-
sporsi ai lati dell’ultima schiera, senza turbare i ranghi di chi li
seguiva. Ciò fatto, mosse finalmente anch’egli contro i Romani.
Anch’egli, come Scipione, ordinò i suoi uomini – trentasei-
mila fanti e quattromila cavalieri – su tre linee; ed era la prima

203
fase 1 fase 2 fase 3
9 10 9
10 9

8 8 8
5 67 5 7 7
1 1
2 2
1 3 3
2
3

4 11 4 11

fase 4 fase 5 fase 6

7-
7-
7

8
8

2
1
2
1 3
9

9
2
3
9
8

7-
7

8
7-

3
8

fase 7
7-8

5
2

SCIPIONE ANNIBALE
9

1 hastati 6 elefanti
2 principes 7 mercenari
1

7- 3 triarii 8 cartaginesi
8
4 cavalleria numidica 9 veterani d’Italia
5 cavalleria romana 10 cavalleria cartaginese
3
11 cavalleria numidica

La battaglia di Zama (202 a.C.)

volta. Dietro lo schermo degli elefanti, ben ottanta, venivano


prima i mercenarî, che assommavano a undicimila circa; poi i
Libî e i Cartaginesi – le reclute, cioè, tratte dal territorio africa-
no e dalla capitale stessa –, un reparto di diecimila uomini in
tutto; infine la schiera più forte e nutrita, quella composta dai
quindicimila veterani d’Italia. Sulle ali schierò le sue esigue ca-
vallerie, i Numidi a sinistra, di fronte a Masinissa, i Cartaginesi
a destra, opposti a Lelio e agli Italici. Profittando della densa

204
nube di polvere sollevata dall’esercito in marcia – il terreno era
ancora secco per la fine non lontana dell’estate – e dello scher-
mo delle altre truppe, al momento opportuno ordinò però ai ve-
terani di fermarsi con le armi al piede; così che, continuando ad
avanzare per portarsi a contatto con il nemico, le prime linee di-
stanziarono la terza di uno stadio circa.
Completato lo schieramento, diede inizio egli stesso alla bat-
taglia, ordinando la carica dei suoi elefanti. Benché non fosse-
ro avvezzi alla vista delle belve, e fossero perciò impreparati a
sostenerne l’attacco, i Romani reagirono con prontezza e deci-
sione. Una parte degli animali aggredì con ferocia le fanterie
leggere di Scipione, infliggendo loro perdite sensibili, ma la lo-
ro furia finì per essere incanalata nei corridoi che il ripiegare dei
velites aveva aperto tra le file; e, attraverso questi varchi, si sfogò
senza ulteriori conseguenze alle spalle dello schieramento ro-
mano. Un’altra parte, bersagliata dai giavellotti degli ausiliari e
atterrita dal suono dei corni, delle buccine, delle trombe, si im-
bizzarrì; e, piegando verso le ali, parve scompaginare i cavalie-
ri punici proprio mentre il nemico, profittando della situazio-
ne, si lanciava a sua volta all’attacco.
In conformità con gli ordini ricevuti, le cavallerie puniche si
dispersero allora in una rotta apparente, abbandonando il cam-
po di battaglia. Era quanto Lelio e Masinissa attendevano. Te-
stimoni della manovra compiuta da Scipione ai Campi Magni,
essi si sentivano sicuri che egli potesse conseguire la vittoria an-
che senza il loro apporto; e, in preda all’euforia, si diedero ad
inseguire un nemico che li trascinava lontano dal teatro della
battaglia prima che potessero intuirne i preoccupanti sviluppi.
Quanto a Publio, avendo visto scoprirsi i fianchi dell’armata ne-
mica al cominciar dello scontro, gli parve di avere già la vittoria
in pugno; e, certo delle proprie risorse, non si curò minima-
mente di trattenere i suoi cavalieri.
Sull’altro fronte anche Annibale gongolava, ma per motivi
opposti. Vedeva infatti svanire in una nube di polvere quelle ca-
vallerie che costituivano, per lui, la minaccia più grave; e, dallo

205
slancio preso nell’inseguire il nemico in fuga, comprese con sol-
lievo che non sarebbero tornate tanto presto. La loro assenza lo
lasciava dunque libero di vedersela faccia a faccia con il rivale;
e la fase decisiva della battaglia sarebbe stata, come egli aveva
progettato fin dall’inizio, uno scontro di fanterie. Il rischio che,
così facendo, si era coscientemente assunto era stato calcolato
a fondo. Il Cartaginese sapeva di non avere alternative, poiché
la rotta dei suoi cavalieri sarebbe stata comunque inevitabile;
meglio era, dunque, che fosse egli stesso a programmarla. Mal-
grado i suoi fianchi fossero adesso scoperti, la disposizione del-
le sue forze avrebbe impedito a Scipione di approfittarne; e An-
nibale contava sulla seconda fase della manovra per rovesciare
le sorti apparenti della battaglia.
Mentre le forze di Lelio e di Masinissa si dileguavano all’o-
rizzonte, entrarono in azione le opposte fanterie; e subito gli
hastati romani impegnarono frontalmente la linea dei merce-
narî. Publio si dispose, allora, a estendere il proprio fronte per
stritolare l’esercito nemico attaccandolo sui lati; ma dovette im-
mediatamente rinunciare all’idea. A uno stadio di distanza, in-
fatti, fuori portata rispetto all’azione avvolgente delle ali roma-
ne, stavano, immobili e perfettamente stagliati ora sull’orizzon-
te sgombro, i veterani d’Italia, che avrebbero potuto infliggere
alle sue truppe un colpo mortale.
Folgorato dalla scoperta, Scipione si rese conto di aver trop-
po confidato nella validità della sua nuova manovra; e di avere
commesso – no, di essere stato indotto a commettere – due gra-
vi errori. Aveva permesso innanzitutto, e questo era imperdo-
nabile, che le cavallerie, le quali gli avrebbero assicurato una si-
cura vittoria, si allontanassero dal campo; e ora doveva reggere
coi soli fanti fino al loro ritorno. Aveva poi disposto i manipoli
in colonna, e non a scacchiera; e, benché lo avesse fatto allo sco-
po di lasciar sfogare la carica degli elefanti, si rendeva conto ora
che anche a questa mossa era stato indotto occultamente dallo
stesso Annibale. Malgrado le modifiche da lui apportate, infat-
ti, l’esercito romano non possedeva ancora l’elasticità necessa-

206
ria a mutare il proprio assetto durante la battaglia; e in nessun
caso, comunque, avrebbe potuto arrischiarsi a farlo di fronte a
un simile avversario. Lo schieramento assunto ne condizionava
quindi irrimediabilmente anche le mosse successive; sicché, al-
meno per ora, del tutto preclusa appariva la possibilità di tor-
nare alla tattica tradizionale, che gli avrebbe consentito almeno
di offrire ricambio e respiro alla sua prima linea. La fase inizia-
le dello scontro avrebbe dunque finito per ricadere sulle spalle
degli hastati soltanto.
Erano spalle robuste, tuttavia; ed essi si condussero in ma-
niera superba. Così, anche per Annibale non tutto funzionò a
dovere: ancora troppo carente era, nei mercenarî, il senso della
disciplina. Quando, obbedendo agli ordini, essi ripiegarono di
fronte agli hastati – cui, del resto, cedevano largamente in ar-
mamento e valore, se non in numero –, una parte di loro rifluì,
secondo il piano prestabilito, verso l’ultima linea. Qui alcuni uf-
ficiali tenevano sgombro il fronte dell’esercito, dirigendo le
truppe in ripiegamento verso le ali. Con grande disappunto del
Barcide, tuttavia, altri tentarono, malgrado le disposizioni rice-
vute, di forzare i ranghi della seconda schiera, in cerca di uno
scampo immediato; e diedero così luogo, in alcuni punti, a
scontri violenti con la fanteria africana proprio mentre su di es-
sa si abbatteva l’urto degli hastati. Anche questi ultimi reparti,
comunque, pervennero infine a disimpegnarsi; e, trovando i ve-
terani d’Italia che – per ordine di Annibale – li attendevano ora
a lance basse, risoluti a non lasciar turbare i loro ordini, i su-
perstiti si lasciarono docilmente guidare a loro volta verso i fian-
chi dello schieramento.
Dietro questa manovra si celava una duplice trappola. Sci-
pione intravide e sventò agevolmente la prima. Di fronte a un
nemico che credevano in rotta, gli hastati, ebbri di strage, fecero
per slanciarsi a inseguirlo; e rischiarono per un attimo di venir
a morire sulle lance della terza schiera – che, non ancora impe-
gnata, li attendeva a pie’ fermo; e li superava per tre volte di nu-
mero – come un’onda muore contro uno scoglio. Per un attimo

207
Annibale sperò nel ripetersi della vittoria ottenuta al Bagradas
da suo padre. Ma Scipione era di ben altra tempra rispetto ai
capi mercenarî che Amilcare aveva sconfitto trentotto anni pri-
ma non lontano di lì; e dunque fece suonare tempestivamente a
raccolta, frenando la foga dei suoi e impedendo che, trascinati
dallo slancio, giungessero a contatto con il centro nemico.
E tuttavia, sventata la prima insidia, Scipione nulla poteva fa-
re per opporsi alla seconda. Annibale aveva infatti completato
un’opera programmata fin dall’inizio. Certo, pur indiscutibile, il
successo gli era costato caro. Grazie anche all’indisciplina dei
mercenarî, gli hastati avevano reclamato un prezzo molto alto
dai loro avversari: contro la perdita di mille legionari soltanto, le
prime linee puniche avevano lasciato sul terreno forse seimila
uomini, caduti in parte minima nelle sporadiche zuffe avvenute
tra commilitoni, in parte molto maggiore sotto le spade nemiche.
Ora, però, la disposizione dei due eserciti era quale il Cartagi-
nese l’aveva voluta fin dal principio. Preziosi contro gli elefanti,
ma inutilizzabili in uno scontro tra fanterie di linea, i velites e gli
ausiliarî numidici stavano, trepidi e ormai del tutto inattivi, alle
spalle del loro schieramento. Il fronte romano si riduceva così a
poco più di sedicimila uomini, una forza appena sufficiente, a
ranghi normali, per coprire il centro nemico, composto dai ve-
terani d’Italia, freschi e intatti perché non ancora impegnati.
Questi, tuttavia, non erano più soli. Pur avendo subito perdi-
te serie, l’esercito di Annibale contava ancora trentamila uomini
circa, tutti in grado – tornava utile, in questa fase, uno dei pochi
vantaggi di cui il Barcide potesse disporre – di battersi come fan-
terie pesanti. Ai lati dei veterani d’Italia, simili a corna minac-
ciose protese contro i fianchi scoperti delle legioni, stavano ades-
so due corpi di pari consistenza numerica, che Annibale aveva
formato raccogliendo i superstiti delle sue linee avanzate.
Quella manovra su cui aveva contato per sbaragliare il nemi-
co, Scipione l’aveva vista con crescente stupore compiersi di
fronte a lui ad opera di un esercito largamente inferiore al suo per
disciplina e addestramento; un esercito che, sia pure con qualche

208
intoppo, aveva saputo aprirsi sotto i suoi occhi nel bel mezzo del-
la piana. Sbigottito e pieno d’ammirazione, Publio comprese al-
lora a quale misura attingesse il genio di Annibale. Mentre a lui
erano occorsi anni per penetrarne i segreti tattici, pochi mesi era-
no bastati al Cartaginese per comprendere la sua variante e ritor-
cerla contro di lui. Si trovava costretto, ora, a eseguire a sua vol-
ta la manovra prescelta; non tuttavia per distruggere un nemico
impreparato, come aveva previsto, ma per evitare di essere ac-
cerchiato lui stesso. Per di più, dovendo battersi in condizioni di
inferiorità numerica grave, gli restava solo l’alternativa tra due
decisioni, entrambe di esito incerto: assottigliare i propri ranghi,
allungando lo schieramento fino a coprire per intero il fronte ne-
mico, o correre il rischio, se Annibale fosse riuscito a padroneg-
giare quei corpi raccogliticci, di vedersi aggirato alle ali.
Publio scelse naturalmente, come doveva, la prima alterna-
tiva. Ma la situazione era divenuta, per lui, estremamente criti-
ca. A salvare la giornata era necessario, ora, o il calare delle te-
nebre, che gli permettesse di sganciarsi; o il ritorno di quei ca-
valieri ai quali – in un eccesso di confidenza che non cessava di
maledire... Ma non si era ripromesso di non sottovalutare An-
nibale mai più? – aveva permesso di allontanarsi, un ritorno che
gli consentisse di vincere una seconda battaglia dopo avere, di
fatto, perduto la prima. Il tramonto, tuttavia, era ancora lonta-
no; mentre c’era il rischio che Lelio e Masinissa, persi nella fre-
nesia della caccia, tornassero troppo tardi per soccorrerlo. Co-
munque fosse, bisognava tener duro ad ogni costo; ed egli, ben
sapendo quanto difficile fosse uno sfondamento frontale so-
prattutto avendo di fronte le legioni, preferì impegnarsi in una
battaglia di logoramento piuttosto che correre il rischio di es-
sere aggirato e di vedere la sua armata dissolversi.
Così, riorganizzati dai loro comandanti, i due eserciti mos-
sero l’uno contro l’altro all’ultimo cozzo; sicuro e quasi baldan-
zoso quello punico, che sentiva ormai possibile la vittoria, di-
speratamente risoluto quello romano, che rifiutava di accettare
la sconfitta. Cominciava ora, per Annibale, una corsa contro il

209
tempo. Pur essendo riuscito a imporre la sua battaglia al nemi-
co, il Cartaginese si rendeva conto che esistevano dei fattori che
sfuggivano ad ogni controllo da parte sua: prima o poi, stanchi
di inseguir senza frutto una forza allo sbando, i cavalieri di Le-
lio e Masinissa sarebbero tornati, e avrebbero trovato una si-
tuazione imprevista, ma avrebbero ancora potuto essere decisi-
vi, salvo che non gli fosse riuscito di distruggere le fanterie di
Scipione o, almeno, di spezzarne l’esercito in due tronconi.
Quella corsa, infine, Annibale la perdette, sia pure di un sof-
fio. Con le linee assottigliate all’inverosimile perché opposti a
forze doppie delle loro, stanchi, provati, i legionari non cedet-
tero di un passo; mai – lo avrebbe poi confessato egli stesso – il
Cartaginese aveva assistito a tanto disperato eroismo, mai ave-
va visto tanto disciplinato furore. Di fronte a lui stavano i vinti
di Canne e di mille altre battaglie combattute sul suolo d’Italia.
A lungo respinti come indegni, a lungo rifiutati dal loro stesso
popolo, quegli uomini avevano infine ottenuto una seconda
possibilità: ricondotti di fronte a lui, avrebbero dunque prefe-
rito morire piuttosto che ceder di nuovo. Sottratti alla passata
miseria da Scipione, essi erano inoltre risoluti a ricambiare an-
che con la vita i beneficî di colui che aveva creduto in loro e li
aveva restituiti alla dignità perduta.
Tennero duro, dunque, con la forza della disperazione; e
l’esercito di Annibale impiegò troppo tempo per sconfiggerli.
Prima che potesse vincerne l’ostinata resistenza, l’armata punica
fu presa a rovescio dai cavalieri romani, tornati finalmente alla
lotta; e fu la fine, poiché, mentre al centro il suo impeto si esauri-
va prima di avere rotto la linee avversarie, cedettero di schianto
le ali, composte di elementi più deboli. Così ai veterani d’Italia
non fu consentito più né di vincere, né di fuggire. Esasperati e
pieni di rancore, tra loro i Romani non fecero prigionieri; sicché,
chiusi da ogni parte, quanti avevano seguito Annibale in Africa
caddero quasi tutti sul campo, testimoniando a loro volta in mo-
do inequivocabile la fedeltà più assoluta al loro comandante.

210
3. Il maestro e l’allievo
Passato il momento della lotta, per i due uomini che l’avevano
così brillantemente sostenuta era venuto il momento della ri-
flessione. All’andamento dello scontro Scipione avrebbe poi ri-
pensato sovente. La storia celebra soprattutto i vincitori, e dun-
que i posteri – ne era, malgrado tutto, assolutamente sicuro; e
ciò non poteva mancare di rallegrarlo – lo avrebbero ricordato
come colui che aveva sconfitto Annibale. Eppure a Zama – do-
veva ammetterlo, almeno con sé stesso – era stato il Cartagine-
se a governare la battaglia. Lui... beh, lui si era lasciato docil-
mente trarre a seguirlo sul terreno che l’altro aveva scelto: po-
che mosse erano bastate a vanificare i suoi piani, permettendo
al Barcide di sottrargli l’iniziativa e di confonderlo sul piano tat-
tico. Solo la provvidenziale ricomparsa di Lelio e di Masinissa,
che Annibale non poteva in alcun modo scongiurare, gli aveva
concesso infine la vittoria; senza alcun suo merito, tuttavia, poi-
ché – e questo non dovrebbe mai succedere, a un buon coman-
dante – si era trovato a dipendere, per salvarsi, da un evento su
cui non aveva contato affatto nel pianificare la battaglia e che si
era, infine, verificato quasi suo malgrado. L’episodio decisivo
della vita aveva dunque avuto, per lui, l’esito sperato, eppure la
lezione subita aveva in qualche modo mitigato, se non incrina-
to, la fiducia incrollabile e un poco superba che Scipione nutri-
va nelle sue capacità; e anche questo era, senza dubbio, un in-
segnamento per il futuro. Forse – si diceva talvolta Publio –
avrebbe voluto un’altra occasione di confrontarsi con il suo
grande rivale. Non sarebbe certo caduto più – si diceva... – nel-
le stesse trappole. Ma poi rifletteva: forse, solo forse... Aveva in-
fatti imparato a sue spese che il talento di Annibale era una ri-
serva inesauribile di espedienti e risorse, e non poteva esclude-
re che il grande Cartaginese sapesse trarne intuizioni nuove e
sufficienti a beffarlo un’altra volta. Come Milone di Crotone,
fiero della propria invincibilità davanti al mondo, aveva incon-
trato un giorno uno sconosciuto montanaro bruzio più forte di

211
lui, così Publio si chiedeva se davvero quel Cartaginese, che pu-
re egli aveva apparentemente sconfitto, non restasse, in realtà,
il più grande di tutti i Maestri.
Quanto ad Annibale, negli anni successivi anch’egli sarebbe
tornato sovente col pensiero agli sviluppi e all’esito di quella bat-
taglia; e avrebbe confessato poi che, ove gli fosse stato chiesto di
scegliere un solo episodio tra tanti da consegnare ai posteri, ove
avesse dovuto indicare il suo capolavoro tattico, non avrebbe
avuto dubbi di sorta a optare per Zama. Ben prima di essere co-
stretto ad affrontare quell’ultimo scontro si era convinto, infatti,
che tutti i generali tendevano, per una sorta di naturale inclina-
zione, a rimanere tenacemente attaccati ai criterî tattici da loro
stessi concepiti e sperimentati con successo in battaglia; ritene-
va dunque che la capacità di rinnovarsi fosse la prerogativa che
distingueva il genio militare dal comandante anche più capace
ed esperto, quasi sempre vincolato ai precetti di una scuola, e
dunque istintivamente devoto alle linee di una tradizione. Preci-
samente a questa prova – una prova che il solo Alessandro ave-
va, secondo lui, superato davvero – lo aveva chiamato il con-
fronto con Scipione; ed egli, mostrandosi capace di rinnovare del
tutto i suoi schemi per adeguarli efficacemente a quelli dell’av-
versario, riteneva, nonostante la sconfitta, di aver vinto la sua
personale sfida, con sé stesso e con il suo modello Alessandro pri-
ma ancora che con Scipione. Malgrado tutto o quasi, in quella
circostanza, gli fosse contrario, aveva manovrato meglio del Ro-
mano; ed era riuscito a sfiorare una vittoria che, alla vigilia del
confronto, pareva inesorabilmente preclusa.
C’era un’altra lezione, però, che il Cartaginese sentiva di aver
tratto da quell’evento. La fortuna, la Tyche dei Greci sembrava
tener dietro, quasi ne fosse irresistibilmente conquistata e se-
dotta, alla fede che un uomo aveva in sé stesso. Inferiore a lui per
abilità tattica – credeva di poterlo affermare –, oltre che per an-
ni e per esperienza, Scipione gli era stato tuttavia superiore per
un requisito almeno: per la sua incrollabile convinzione di esse-
re un predestinato. Mai Annibale aveva preparato una battaglia

212
con tanta cura; ma la fiducia in sé stesso era ormai scossa dagli
anni e dalle traversie, e perciò l’aveva combattuta con il cuore
freddo, portandosi addosso inconsciamente il presagio della
sconfitta. Publio, al contrario, «sentiva» la vittoria; ed era stata
infine la sua presunzione ad avere la meglio. Anche Annibale era
stato per lungo tempo simile a lui; e, finché era durata, era pas-
sato di trionfo in trionfo. Si era chiesto spesso, da allora, quale
peso avesse, nelle vicende terrene, la fede cieca di un uomo nel
proprio destino; ed egli aveva visto affievolirsi la propria.
Già, il destino. Vi era una cosa sulla quale i due uomini, pur
senz’essersi parlati mai, concordavano, in fondo, perfettamente:
non era stato Scipione, a Zama, a battere Annibale. Gli unici che
potessero reclamare benemerenze per l’esito di quella battaglia
erano, semmai, i legionarî di Roma, il cui eroismo soltanto aveva
consentito a Publio di salvare la giornata. Proprio per questo quel
decisivo episodio aveva finito per regalare al Cartaginese qualche
prezioso motivo di riflessione. Era stato battuto dai superstiti di
Canne; e dunque, se avesse creduto alla greca Nemesi, avrebbe
dovuto forse riconoscerne il manifestarsi nella sua personale vi-
cenda di quel giorno fatale. Gli sembrava, ad ogni modo, signifi-
cativo e degno di essere notato il fatto che l’unica sconfitta da lui
subita fosse imputabile non al talento di un generale migliore di
lui, ma all’eroismo oscuro e all’abnegazione paziente di uomini
che egli aveva, per l’addietro, tante volte umiliato.
Era questo, dunque, il destino? L’invincibile forza che ne
promanava era forse solo l’intervento degli dei o della sorte a
sancire o, al contrario, a sanzionare le azioni degli uomini? Non
meno del suo avversario Publio riteneva di dovere la vittoria so-
prattutto a militem minimi quemque roboris, a quelle truppe di
scarto, a quei renitenti, a quei lavativi, a quegli sconfitti che egli,
però, aveva fatto di tutto per riscattare dalla miseria nella qua-
le erano caduti. Avesse potuto discuterne con il Cartaginese gli
avrebbe forse parlato di felicitas. I Romani credevano – gli
avrebbe detto – che il detentore della virtus meritasse, in nome
di questo stesso requisito, il favore degli dei, i quali gli conce-

213
devano quindi la bona fortuna; e a tale principio, che gli dei esi-
stessero o no, che fossero o meno essi a governarlo, anch’egli
credeva fino in fondo. Credeva infatti nel destino; ma il destino
non era, forse, solo una sorta di giustizia o di dynamis imma-
nente, pronta a punire le colpe e a premiare la virtù dei singoli
in vista di un inconoscibile approdo collettivo di tutti gli uomi-
ni? Il successo derivato ad ogni sua iniziativa costituiva appun-
to – avrebbe detto Scipione – la base di una personale felicitas.
Forse egli era felix, prediletto dalla sorte se non dalla divinità,
solo in virtù dei suoi comportamenti passati.
Ad ogni modo, la vittoria di Scipione era stata completa e
definitiva: quello schierato a Zama era l’ultimo esercito dispo-
nibile, e i Cartaginesi non avevano ormai più nulla da opporre
al nemico in aperta campagna. Publio, dopo aver saccheggiato
il campo dei Punici, tornò rapidamente verso la costa; e ai Ca-
stra Cornelia trovò ad attenderlo un grande convoglio di vetto-
vaglie. Lo aveva scortato dalla Sardegna con venti navi da guer-
ra il propretore Publio Cornelio Lentulo; che si pose immedia-
tamente ai suoi ordini. Con i trenta vascelli che Cneo Ottavio
aveva salvato l’anno prima e quelli di cui già disponeva fino dal-
la partenza, Scipione era in grado di schierare adesso una flot-
ta assai superiore a quella di cui poteva disporre Cartagine; e
dunque, mentre le legioni, al comando di Ottavio, marciavano
via terra in direzione di Tunisi, il proconsole prese il mare, de-
ciso a stringere la città nemica nella morsa delle sue forze.
Non vi fu, tuttavia, bisogno di alcuna dimostrazione. Dopo
avere raggiunto Hadrumetum in compagnia di pochi cavalieri
soltanto, Annibale era tornato rapidamente a Cartagine; ed era
stato proprio lui, che più di ogni altro aveva voluto la guerra, a
caldeggiare ora la pace come il minore dei mali, ricorrendo per-
sino all’intimidazione contro i riluttanti fautori di un’irragione-
vole resistenza. A Scipione, vittorioso e libero di scorrazzare sen-
za ostacoli sul suolo africano che cosa avrebbe potuto opporre
Cartagine? Non più eserciti; non finanze; non vettovaglie o armi,
consumate in una guerra lunga e logorante; non alleati, vinti o

214
passati al nemico, alcuni dei quali nutrivano anzi feroci rancori
contro l’antica egemone. Grazie a una supremazia sul mare che
non era più in discussione da tempo, Roma avrebbe potuto ri-
versare in Africa il flusso inesauribile delle sue truppe – e Anni-
bale sapeva bene quanto numerose esse fossero –; e probabil-
mente lo avrebbe fatto se, scomparso ormai Fabio Massimo, glie-
lo avesse chiesto il vincitore di Annibale, il giovane generale or-
mai idolatrato da tutti i cittadini, arbitro in quel momento indi-
scusso di ogni scelta politica di fronte al senato della res publica.
Così, i Cartaginesi chiesero subito pace; e, poiché Publio era
disposto a concederla, diede appuntamento a Tunisi ai rappre-
sentanti della città perché ne ascoltassero le condizioni. Ai Car-
taginesi era consentito di vivere liberi, senza presidio alcuno e
secondo le loro leggi; e di conservare le città, i territorî e gli ave-
ri che possedevano prima che Scipione passasse in Africa, fino
alle Fosse Fenicie. Liberi, ma non autonomi. I patti – e non po-
teva essere altrimenti – furono durissimi. Oltre alle clausole che
erano consuete e in certo qual modo obbligate in una pace con
Roma – la restituzione, al solito, dei prigionieri e la consegna dei
disertori –, Scipione chiedeva ovviamente un risarcimento per
le navi onerarie sequestrate ed esigeva che l’esercito vittorioso
fosse mantenuto per tre mesi e stipendiato fino alla ratifica del
trattato. Pur gravosa – diecimila talenti euboici – anche l’inden-
nità non era sproporzionata, Annibale doveva ammetterlo, ai
danni che quindici anni di guerra avevano inflitto al territorio
della penisola italica; e, comunque, non sarebbe stata impossi-
bile a pagarsi una volta che il ritorno della pace avesse consenti-
to alla patria di rifiorire. Erano le restrizioni politiche ad essere
esiziali. Si imponeva infatti ai Punici lo status di socii atque ami-
ci populi Romani, di alleati in posizione evidentemente subal-
terna; sicché, mentre non era consentito a Cartagine di far guer-
re fuori della Libia, e anche in Libia ciò le era concesso solo con
il preventivo assenso di Roma, la città africana doveva mettere
sé stessa e le sue risorse a disposizione della res publica nel caso
in cui questa fosse impegnata militarmente. Le si imponeva al-

215
tresì, codicillo ambiguo e pericoloso quant’altri mai, di restitui-
re a Masinissa tutte le terre possedute da lui o dai suoi avi, an-
che entro i confini garantiti dalle clausole di pace; e, onde cau-
telarsi contro ogni tentazione di rivincita, si esigeva la consegna
di tutti gli elefanti e, peggio, di tutte le navi da battaglia, ad ec-
cezione di dieci triremi soltanto.
Per la ratifica Annibale si era, questa volta, adoperato più di
ogni altro; e ciò gli valse il biasimo di alcuni, per lo più patrioti
dell’ultima ora. Vi erano, tra loro, soprattutto mercanti; i quali,
nel loro ottuso egoismo, forse più della flotta che le fiamme con-
sumarono al largo sotto gli occhi attoniti dei cittadini assiepati
sulla mura; forse persino più dell’asservimento della patria pian-
gevano in cuor loro l’argento che avrebbero dovuto sborsare; sic-
ché delle presenti miserie tennero responsabile il figlio di colui
che aveva portato loro le ricchezze della Spagna. La pace che An-
nibale aveva accettato cancellava, è vero, lo Stato punico dal no-
vero delle grandi potenze, e lo lasciava in balia di Masinissa, che
avrebbe dovuto esser custode e si rivelò subito crudele aguzzino;
ma concedeva a Cartagine la vita e i mezzi per risorgere almeno
economicamente, le terre e la libertà di commercio. Ciò era, e
Annibale ne era conscio, più di quanto fosse in realtà lecito at-
tendersi; l’alternativa sarebbe stata probabilmente la distruzio-
ne della città. Era, comunque, per il momento l’essenziale. Non
del tutto perdute, nel più segreto sentire di Annibale, erano, in-
fatti, le speranze di una rivincita, da tentarsi quando egli avesse
potuto rimodellare a proprio talento lo Stato punico, quando il
tempo e la pace avessero medicato le ferite e fatto risorgere il de-
siderio di libertà e l’ambizione solo sopita d’impero, quando so-
prattutto, in un futuro immediato, Roma si fosse trovata – come
al Barcide era facile prevedere – alle prese con le grandi potenze
del Mediterraneo orientale. E, ad ogni modo, i patti non erano
eterni: in presenza di un quadro politico diverso, avrebbero po-
tuto forse essere rinegoziati al meglio.

216
Capitolo II
Le strade
divergono
1. Scipione a Roma

La scomparsa di Fabio Massimo non aveva sopito, in Roma,


l’ostilità di una parte almeno della nobilitas nei confronti di Pu-
blio; e, anzi, persino alcuni degli amici di un tempo erano giun-
ti ora a schierarsi contro di lui. La fronda era cominciata ben
avanti il suo ritorno. All’indomani della vittoria ai Campi Ma-
gni, quando la prima legazione di Cartagine si era presentata in
senato a proporre la ratifica della pace concordata con Publio,
vi era stato un tentativo, orchestrato da Marco Livio e subito
appoggiato da Valerio Levino e soprattutto dai Servilii, una
gens allora emergente e fino a quel momento amica degli Sci-
pioni, di imporre la continuazione della guerra. Vi era stata, po-
co dopo, l’esplicita richiesta di entrambi i consoli dell’anno se-
guente di essere inviati oltremare – chissà perché, tutti, adesso,
volevano andarci! –; e se, certo, i comizî, interpellati dai tribu-
ni della plebe avevano espresso la volontà precisa che le opera-
zioni continuassero ad essere condotte da Publio, alla successi-
va rottura della tregua Claudio Nerone aveva, nondimeno, ot-
tenuto l’Africa come provincia – perché potesse soccorrere Sci-
pione, beninteso... – con un imperium equiparato a quello di

217
lui. Per l’anno seguente ancora i Servilii avevano manovrato on-
de ritardare i comizî. Il console Marco, valendosi dello stru-
mento della religione – non solo il vecchio Fabio sapeva servir-
si degli auguri... –, era riuscito a rimanere in carica assai più a
lungo della norma; e finalmente aveva nominato dittatore il fra-
tello Caio perché indicesse le elezioni quando più gli faceva co-
modo, vale a dire dopo le idi di marzo. Da ultimo uno dei con-
soli eletti – Lentulo, un gentilis di Scipione, ma, certo, non un
suo amico – aveva tentato nuovamente di impedire la ratifica ul-
tima della pace fino a che non fosse entrato in carica egli stes-
so, onde potersene occupare di persona; e solo l’azione decisa
di due fedeli seguaci dell’Africano, Quinto Minucio Thermo e
Manio Acilio Glabrione, allora tribuni della plebe, ne aveva
sventato le manovre. Si era dovuto ricorrere al voto dei comitia
tributa; ma, nonostante il parere delle assemblee, unanime-
mente favorevoli a Publio, il senato aveva cercato un ulteriore
compromesso, affidando al console in carica una flotta e in-
viandolo in Sicilia perché salpasse alla volta dell’Africa nel caso
in cui fossero fallite le trattative. Benché Lentulo avesse propo-
sto poi – ancora! – di prolungare la guerra, di nuovo, convoca-
to dai tribuni, il popolo aveva premiato col suo voto le scelte di
Scipione; che erano, questa volta, anche quelle della maggio-
ranza senatoria. Riuscendo a opporsi anche alla distruzione di
Cartagine, chiesta invano da ultimo da uno dei partigiani dello
stesso Lentulo, Publio aveva completato con un pieno succes-
so politico la sua brillantissima campagna militare.
Ratificata la pace dai feziali, era venuto il momento di tor-
nare a Roma; e Scipione decise di assaporare appieno il proprio
successo sbarcando con una parte dell’esercito a Lilibeo invece
che a Ostia, per poi risalire la penisola accolto ovunque, du-
rante una marcia che durò settimane, da folle in delirio; le qua-
li esultavano per la fine di una guerra spaventosa e, insieme,
osannavano l’imperator che aveva ottenuto per loro la più com-
pleta vittoria, accorrendo spontaneamente per manifestargli, al
passaggio, riconoscenza e affetto. Non si poté naturalmente im-

218
pedire, questa volta, che il vincitore di Annibale celebrasse uno
splendido trionfo; e organizzasse, l’anno dopo, i giochi pro-
messi mentre era in Africa. Non solo a sé, tuttavia, pensò Sci-
pione, ma al popolo e soprattutto ai soldati. La plebe urbana fu
gratificata con una vendita straordinaria di grano a quattro as-
si per misura, un prezzo ben lontano da quelli allora vigenti in
città; e ce ne fu per tutti. Quanto ai veterani, benché fossero pic-
coli proprietarî, molti di loro erano ridotti in gravi difficoltà
economiche da periodi di ferma talvolta più che decennali; sic-
ché Publio ottenne che si concedessero loro, traendo il terreno
dall’ager publicus confiscato in Sannio e in Apulia, due iugeri di
terra per ogni anno di servizio trascorso sotto le armi in Spagna
o in Africa. Era un ben piccolo compenso per le loro passate
sofferenze e per i loro meriti attuali; e il senato fu lieto di con-
cederlo. Il provvedimento non fu tuttavia lasciato gestire a Sci-
pione, ma fu affidato al pretore urbano, che nominò allo scopo
una commissione apposita; e a Publio riuscì solo di introdurvi,
per controllarne l’operato e riferirgli, uno dei suoi amici, Quin-
to Cecilio Metello. Poco più tardi al vincitore di Annibale si
concessero gli onori supremi: fu infatti, malgrado la giovane età,
eletto censore, e il collega plebeo, Publio Elio Paeto, scaval-
cando con loro grande scorno tutti i censori più anziani, lo no-
minò poi princeps senatus, attribuendo così a lui quel titolo che
era rimasto vacante dopo la morte di Fabio Massimo.
Questa ininterrotta serie di successi accrebbe però a dismi-
sura la gelosia dei suoi pari. Publio – si mormorava – aveva de-
tenuto l’imperium ininterrottamente per dieci anni, ben più a
lungo di quanto non avessero fatto, malgrado l’emergenza del-
la guerra, Marcello e lo stesso Fabio; era passato di vittoria in
vittoria in Spagna e in Africa; vantava di essere ispirato nelle sue
azioni direttamente dagli dei – era ben noto, per esempio, che,
prima di prendere una decisione importante soleva ritirarsi per
ore in raccoglimento nel tempio di Giove Capitolino –; ed era
amato o rispettato, oltre che dai suoi soldati e dal popolo, dagli
Spagnoli, che lo avevano salutato come re, e dagli stessi Carta-

219
ginesi. Tornò allora a circolare nella Curia, sia pur solo come un
perfido bisbiglio, la voce, estremamente insidiosa, già propala-
ta anni prima da Fabio, di adfectatio regni, di aspirazione alla
regalità. Anche per questo Publio accettò senza reagire la posi-
zione apparentemente sempre più forte dei Servilii e dei Clau-
dii; e preferì poi usare con estrema moderazione l’arma della
censura, evitando di servirsene per attaccare gli avversari poli-
tici. Qualcuno avrebbe senz’altro visto in ciò un segno della sua
inettitudine politica; ma, attraverso una lectio senatus assoluta-
mente pacifica, egli volle inviare invece un segnale di buona vo-
lontà a tutti i nobiles. A dire il vero, per chi aveva conosciuto i
lunghi e pericolosi giorni di milizia oltremare quell’attività pre-
stigiosa ma senza scosse costituiva un’uggia mortale; sicché nac-
que addirittura, in lui, la tentazione – che l’Africano non si pe-
ritò di ostentare in pubblico – di concedersi un periodo di
otium e di riprendere i contatti con la cultura greca interrotti al-
la sua partenza da Siracusa.
E tuttavia egli fu, da subito, indotto a rinunciare all’idea; e,
anzi, a intervenire sia pur occultamente nella vita pubblica ro-
mana. Quanto si attendeva da anni stava infatti cominciando
puntualmente a prodursi; e la svolta che andava manifestando-
si entro il panorama politico della res publica proiettava, ovvia-
mente, un’ombra minacciosa proprio su quel mondo greco che
Publio continuava, malgrado tutto, ad amare. Sul sentire della
gente comune, ma anche di una parte dei patres, agivano, in
quel momento, impulsi tra loro contrastanti. Al sollievo nato
con la fine stessa dell’incubo annibalico e al desiderio di una
tranquillità finalmente duratura facevano cioè da contrappeso
gli istinti inconsci generati dalla lunga e spaventosa guerra che
aveva infuriato per quindici anni sul suolo d’Italia; sicché non
solo nei vicoli di Roma, ma nella stessa solenne aula del senato
ombre e futili terrori nascevano allora più numerosi che le mo-
sche in un letamaio. Aggravato dal rancore verso gli ex alleati
fedifraghi e verso quegli Stati che, come la Macedonia, erano in-
tervenuti arbitrariamente nel conflitto, incombeva infatti sul-

220
l’Urbe un nefasto strascico di dubbi e di paure. Sulla diffiden-
za si basava ormai, da un lato, il rapporto con i socii italici. La
prova non sempre felice che la federazione aveva offerto di sé,
lo strappo imprevisto di quel tessuto di intese e di vincoli fami-
gliari sul quale la res publica aveva fondato fino ad allora la sua
forza avevano generato inevitabilmente la più profonda sfidu-
cia nei confronti degli alleati, e non solo di quelli infedeli. Solo
i Latini – si diceva – e non sempre nemmeno loro, avevano ri-
sposto senza riserve all’appello; e Roma mostrava ora di sentir-
si latina, dimenticando secoli della sua storia. Le stesse misure
volte ad alimentare la resistenza contro l’invasore punico ave-
vano esaltato i riscoperti caratteri etnici della città; e avevano
scatenato con ciò un’orgogliosa coscienza di sé, che ancora non
aveva potuto essere né rimossa né sopita.
Esisteva dunque, inespresso ma avvertibile, il timore che an-
che quanti avevano retto alla prova annibalica potessero, un
giorno, defezionare a loro volta; ma, peggio ancora, il sospetto
si proiettava ben oltre i limiti stessi della federazione, gettando
una luce sinistra sul panorama politico internazionale e popo-
landolo di inquietudini spesso infondate, ma non per questo
meno intensamente sentite. Durante il conflitto appena con-
cluso la res publica era stata indotta a lungo a dubitare persino
della propria capacità di sopravvivere; a nessun costo, dunque,
doveva essere rivissuto, mai più, l’incubo di un’invasione della
penisola. Afflitti da una specie di percezione distorta, da uno
stato anormale e disordinato dello spirito – Scipione lo aveva
avvertito immediatamente, simile a un miasma malsano, nel
momento stesso in cui era rientrato a Roma dalla Spagna –, i
Quiriti avevano cominciato adesso a scrutare il Mediterraneo
con occhi nuovi, guatando preoccupati qualunque movimento
si verificasse entro il loro orizzonte.
Particolarmente allarmante appariva quindi, in quel mo-
mento, la serie di azioni militari intraprese dal vecchio nemico,
Filippo V. Due anni dopo la fine della guerra con Roma – era il
cinquecentocinquantunesimo anno dell’Urbe, il secondo della

221
centoquarantaquattresima Olimpiade1; consoli erano Cneo
Servilio Cepione e Caio Servilio Gemino – il sovrano macedo-
ne aveva stretto un’intesa segreta con il re di Siria, Antioco III,
il più potente dei monarchi ellenistici, reduce dalla vittoriosa
spedizione contro le satrapie orientali del suo regno: la mira, co-
mune ai due dinasti, era quella di spartirsi i possedimenti extra
egiziani dello Stato tolemaico, che traversava allora una fase di
estrema difficoltà.
Durante le operazioni condotte in Egeo nel corso degli anni
immediatamente successivi il sovrano antigonide era riuscito a
occupare alcune delle fortezze e delle basi appartenute all’Egit-
to; ma la serie di attacchi indiscriminati sferrati dalla flotta sua e
dei suoi alleati Cretesi contro ogni tipo di naviglio mercantile e,
più ancora, gli atti di crudeltà commessi nel corso della conqui-
sta – contro Cio, per esempio – gli avevano attirato l’ostilità dei
Rodii. La vittoria ottenuta da Filippo nelle acque di Lade aveva
spinto a entrare in guerra anche il regno di Pergamo; e le flotte
dei coalizzati, ormai superiori a quella macedone, lo avevano co-
stretto ad accettare, al largo di Chio, una seconda, più grande
battaglia navale che, se era stata di esito incerto – una vittoria «al-
la Cadmea» per Filippo, l’avrebbero definita i Greci –, aveva se-
gnato però di fatto la fine del sogno antigonide di talassocrazia
sull’Egeo.
Per terra, invece, la superiorità macedone era indiscussa; e
preoccupante al punto da indurre i Rodii e i Pergameni a invia-
re, nell’anno cinquecentocinquantatreesimo ab Urbe condita,
un’ambascieria congiunta per chiedere a Roma di intervenire.
Era stato in questa circostanza che il senato aveva appreso del-
l’intesa segreta tra Antioco e Filippo; sicché, allarmati da tale
notizia e, a un tempo, formalmente preoccupati per la sorte di
Pergamo, culla dell’avita stirpe troiana, i patres avevano inviato
una legazione che verificasse lo stato delle cose in oriente. Que-
sta, arrogandosi arbitrariamente un diritto che non le compete-

1
203/202 a.C.

222
va, aveva consegnato – tramite il più giovane dei suoi membri,
Marco Emilio Lepido, figlio del Marco Emilio già amico degli
Scipioni – un ultimatum al re di Macedonia, intimandogli di
non attaccare i territori di Tolemeo, di non far guerra ai Greci,
di accettare un arbitrato per la contesa con Attalo e i Rodii.
Apparentemente sopita, la rivalità tra le due potenze, la gre-
ca e l’italica, sopravviveva in effetti latente anche dopo la pace
di Fenice, e i movimenti che il sovrano antigonide aveva intra-
preso a levante erano indubbiamente riusciti a rinfocolarla. Il
rancore per l’aiuto prestato ad Annibale, pur senz’altro presen-
te e vivo tra il popolo di Roma e, ciò ch’era peggio, all’interno
del senato, non era tuttavia, in sé, uno stimolo sufficiente per
spingere alla guerra uno Stato che di guerra era mortalmente
stanco, né a muoverlo bastava più, come era accaduto a volte in
passato, una semplice richiesta da parte di una popolazione gre-
ca: già l’anno prima Roma aveva respinto, e non senza rudezza,
un’ambascieria degli Etoli venuta a chiedere aiuto. Ora, però,
l’intesa segreta tra Filippo e Antioco era sentita dai più, all’in-
terno del senato, come un’effettiva minaccia. L’incubo di una
coalizione ostile non aveva in realtà, nell’occasione, il minimo
fondamento, poiché i piani dei due re non concernevano in al-
cun modo la penisola italica; ma, come Scipione aveva purtrop-
po previsto da tempo, l’approccio con la grecità oltremare, com-
plicato dalle precedenti incomprensioni e dai nuovi, gravissimi
sintomi, si era fatto subito difficile. Al momento di allargare
all’intero Oriente mediterraneo la sfera dei loro interessi, i Ro-
mani sembravano non comprender nulla della singolare natura
di quel mondo. Alla classe dirigente della res publica, abituata
dalle vicende recenti a pensare in termini di strategia globale,
l’assurdo gioco politico che i Greci praticavano da sempre tra lo-
ro riusciva per lo più indecifrabile. In realtà, le lotte per l’ege-
monia che, vieppiù, turbavano i sonni di Roma erano lotte in-
terne, coinvolgevano cioè solo l’ambito ellenico senza toccare, di
fatto, per nulla gli ambiti circostanti; e lo stesso frenetico dina-
mismo politico che – con le sue contese intestine, gli oscuri in-

223
trighi, le alleanze provvisorie e mutevoli – agitava senza sosta la
superficie di quel mondo era più apparente che reale. Proprio le
incessanti trasformazioni al suo interno costituivano, infatti, le
fasi di una sorta di processo vitale costantemente in atto, desti-
nato di volta in volta a ristabilirne i delicati equilibri.
E tuttavia, con il suo inconsulto agitarsi ai limiti dell’oriz-
zonte, Filippo V rischiava di attirarsi da parte di Roma un’at-
tenzione che, Scipione ne era certo, avrebbe potuto riuscirgli
gravemente nefasta; e rischiava di pagare anche per la pugnala-
ta che – ahilui, con mano malferma... – aveva inferto quindici
anni prima alle spalle della res publica. Proprio nell’intento di
calmare le paure inconscie dei Romani, una parte dei quali
avrebbe voluto addirittura distruggere la città africana, Publio
aveva disarmato definitivamente Cartagine per trattato; e, nel
far questo, aveva inteso ispirarsi – traendone le clausole da Tu-
cidide, che ben conosceva – a un criterio politico familiare e dif-
fuso nel mondo greco: quello della dissuasione militare. Inten-
deva continuare così, rafforzando al massimo le difese della pe-
nisola, tanto quelle attive – col render pronto ed efficiente l’ap-
parato bellico di Roma –, quanto quelle passive – col disarma-
re, dopo Cartagine, anche gli altri nemici vinti, privandoli so-
prattutto della flotta perché fosse loro preclusa ogni possibilità
di invadere l’Italia –; e sperava, in tal modo, di sopire pian pia-
no le angosce che avvertiva, non sempre espresse eppure pale-
si e fortissime, all’interno del popolo e dello stesso senato.
Questa linea strategica – per di più ancora indefinita, in lui –
non sarebbe tuttavia bastata a risolvere, in quel momento, il pro-
blema che andava profilandosi a levante. L’idea di rendere inno-
cua o di limitare politicamente la Macedonia non era infatti ap-
plicabile a una Potenza che, come quella antigonide, non era sta-
ta ancora militarmente sconfitta in modo decisivo. Quanto alla
forza di Roma – che Scipione sapeva esser soverchiante... –, il so-
vrano macedone, fidando nel valore delle sue falangi, che non era-
no state mai battute sul campo da alcuna armata esterna al mon-
do greco, e a capo oltretutto di quello che era pur sempre un gran-

224
de Stato autonomo, non ne era pienamente conscio; e rifiutava
quindi, malgrado i moniti fattigli pervenire privatamente dallo
stesso Publio, di lasciarsi distogliere dai suoi disegni politici.
Proprio perché, come Scipione, erano ben consapevoli che
quello con la Macedonia era uno scontro in fondo senza grossi ri-
schi, vi erano però in quel momento, in Roma, alcuni uomini che,
diversamente da Publio, volevano a tutti i costi la guerra. Erano
gli esponenti di un gruppo di pressione allora emergente in se-
nato, che riuniva i principali esperti nelle questioni orientali: ol-
tre al giovane Lepido, che vi si era accostato solo di recente, ne
facevano parte, tra gli altri – ed erano tutti ben più influenti di lui
– Publio Sempronio Tuditano, Marco Valerio Levino e Publio
Sulpicio Galba. Galba, in particolare, non aveva scrupoli a di-
pingere la minaccia macedone con le tinte più fosche possibile;
fosse pure, Filippo, inferiore ad Annibale – andava dicendo –, era
certo però che egli e la Macedonia rappresentavano una minac-
cia ben più formidabile di quella a suo tempo costituita da Pirro,
e che erano sul punto di invadere l’Italia. Meglio, dunque, pre-
venirli; e attaccare il nemico sul suo stesso territorio, risparmian-
do nuovi orrori alla penisola. I suoi propositi erano, per l’Africa-
no, assolutamente chiari: dal contenuto stesso dei suoi discorsi
era facile intuire come il primo risultato che egli si proponeva di
ottenere da una vittoria considerata sicura era quello, se non di
scalfire la sua posizione, almeno di creare rispetto a lui un’alter-
nativa politica precisa, nata da un analogo successo militare.
Benché fallace, l’argomento della «minaccia» macedone co-
minciava però a pesare; sicché, emotivamente sollecitato in ma-
niera adeguata da uomini nella cui competenza aveva fiducia, il
popolo andava sempre più rassegnandosi all’idea di un nuovo
conflitto. In sostanza, se «l’essere al sicuro dalle aggressioni era
l’aspirazione sincera dei più numerosi», era però anche «il man-
to sotto cui i meno numerosi e più potenti coprivano agli altri e
in parte forse a sé stessi la propria bramosia di guerra»2.

2
De Sanctis.

225
Quanto a Publio, egli si trovava purtroppo in una situazio-
ne di debolezza, perché era in certo qual modo condizionato
dalla sua stessa posizione di prestigio. Le leggi sull’iterazione
delle magistrature gli inibivano, in quel momento, un nuovo
consolato; sicché di un’eventuale guerra contro la Macedonia
egli non avrebbe potuto in alcun modo assumere il comando di
persona. Pur essendo, allora, il princeps senatus e l’uomo più in-
fluente della res publica, pur essendo conscio – non si era forse,
anche lui, condotto nei confronti di Fabio allo stesso identico
modo? – che quella pressione sui cives era, in fondo, soprattut-
to strumentale, diretta com’era in primo luogo proprio contro
la sua figura, egli doveva però adottare, nell’opporsi al disegno
di quanti peroravano il conflitto, una certa cautela, onde non
esser sospettato di voler precludere ai suoi pari la possibilità –
...e il diritto – di acquisire a loro volta la gloria militare cui qual-
siasi nobilis naturalmente aspirava.
E tuttavia la libertà di movimento del senato era, per il mo-
mento almeno, ancora piuttosto ridotta: mancava un casus bel-
li legittimo o almeno plausibile, poiché Attalo di Pergamo ap-
pariva l’aggressore e non l’aggredito, mentre con i Rodii e con
Tolemeo esisteva solo un generico rapporto di amicizia, che
non impegnava Roma a difenderli. Publio giocò su questo fat-
to; e spinse un tribuno della plebe a lui fedele, Quinto Bebio, a
intervenire. Abilmente manovrati da costui, i comizî, ai quali
era stato richiesto di deliberare sulla guerra, respinsero una pri-
ma proposta con voto quasi unanime.
Poco dopo, però, fu purtroppo lo stesso Filippo a offrire a
quanti chiedevano l’intervento di Roma il pretesto da essi cer-
cato. Indispettito per la politica filoegiziana da tempo esercita-
ta dagli Ateniesi e colto da una delle sue periodiche crisi di fu-
rore, il sovrano approfittò della condanna comminata a due
Acarnani, rei di aver profanato i misteri di Eleusi, per scatena-
re contro il territorio dell’Attica le forze di quello stesso popo-
lo, suo alleato, appoggiandone l’azione con gli ausiliari mace-
doni; così che un inviato ateniese, Cefisodoro, venne subito do-

226
po a Roma, a unire la sua voce a quanti già chiedevano l’invio
delle legioni. Attaccando Atene, Filippo non solo aveva violato
un autentico simbolo, consentendo con ciò stesso che i difen-
sori della città nobilitassero la loro causa agli occhi di tutta la
Grecia, ma aveva altresì infranto un patto ben preciso: legata a
Roma da vincoli di amicizia che risalivano a trent’anni prima,
col recente trattato di Fenice Atene era stata inclusa tra gli ad-
scripti della res publica, nel novero cioè degli Stati che l’Urbe si
impegnava a proteggere in nome della pax communis per tutta
la Grecia. Questa volta, dunque, Scipione non poté far nulla; e
in una seconda votazione i comizi si pronunciarono per la guer-
ra. Un’ambascieria romana intimò al sovrano di cessare ogni at-
to ostile contro i popoli dell’Ellade, di restituire ai Tolemei i
possedimenti sottratti, di risarcire dei danni Attalo e i Rodii: il
rifiuto di obbedire all’ultimatum rese, di fatto, inevitabile lo
scontro.
In qualità di console e poi di proconsole Galba condusse le
operazioni per l’anno di carica e per buona parte di quello se-
guente; e non senza qualche risultato. Spingendosi oltre i gio-
ghi montuosi che bordano a oriente il lago di Lychnidus3, egli
penetrò nel territorio della Lincestide, che faceva parte della
Macedonia; e costrinse Filippo ad accettare battaglia prima nei
pressi di Ottolobo, poi ai colli di Banitza. Furono poco più che
scaramucce, e Galba fu, in seguito, costretto a ripiegare per
mancanza di rifornimenti e di ricambi, ma le sue vittorie, ben-
ché non decisive, bastarono per indurre gli avversarî del sovra-
no antigonide a rialzare la testa: ai Dardani, tradizionali nemici
stanziati a settentrione, che già avevano preso a compiere scor-
rerie in territorio macedone, si aggiunse ora, assai più pericolo-
sa, la Lega etolica. Nulla poté fare, invece, il console dell’anno
successivo, Publio Villio Tappulo. Questi non poté raggiunge-
re la sua provincia prima del finire della stagione; anche perché,
avendo voluto reclutare una parte dei complementi di truppe

3
L’attuale lago di Ochrida.

227
necessarî proprio tra i veterani congedati di Scipione, si trovò a
dover fronteggiare l’ammutinamento di ben duemila di loro. In
verità Publio non era, rispetto a questa situazione, del tutto in-
nocente; si era, certo, astenuto dal sobillare i suoi vecchi solda-
ti, ma si era anche ben guardato dall’esercitare su di loro la sua
influenza, come, al contrario, fece poco dopo a pro del succes-
sore Flaminino. Grazie all’ascendente del loro amatissimo ex
comandante non solo i veterani di Scipione accorsero numero-
si a sostenere quest’ultimo durante i comizî; ma ben tremila di
essi accettarono di abbandonare i campi recentemente ottenu-
ti per seguire il nuovo console in Macedonia.
Il sostanziale fallimento dei suoi rivali Galba e Tappulo, in-
capaci di concludere la guerra, minacciava però di lasciare Sci-
pione nell’imbarazzo. Un nuovo consolato e un nuovo coman-
do per sé erano, al momento, fuori questione; se li avesse chie-
sti, i venerabili padri coscritti sarebbero insorti come un sol uo-
mo, cominciando a starnazzare in difesa della libertà della res
publica peggio del branco di oche sacre che l’aveva salvata dai
Galli di Brenno. No. Meglio agire per interposta persona. Pu-
blio aveva, per fortuna, identificato da qualche tempo un giova-
ne assai promettente: Tito Quinzio Flaminino, appunto. Que-
sti, che allora non aveva neppure trent’anni, aveva cominciato
la propria carriera dieci anni avanti come tribuno militare nel
sud dell’Italia, agli ordini di Marco Marcello; e aveva avuto poi
un comando straordinario pro praetore a Taranto prima ancora
di ricoprire la questura; e, protetto dall’Africano, aveva curato
in seguito come decemviro la distribuzione delle terre ai vete-
rani di Scipione e come triumviro la deduzione di nuovi coloni
a Venusia. Si presentava al consolato ex quaestura; e sarebbe
stato dunque, se eletto, un privatus cum imperio. Era provvisto,
tuttavia, di un talento diplomatico senza pari, anche se talvolta
– ed era questo, forse, il suo principale difetto – era troppo in-
cline al gusto, in lui innato, dell’intrigo. Era inoltre un conosci-
tore profondo della cultura ellenica, che amava se possibile più
ancora dello stesso Publio; parlava perfettamente, infine, il gre-

228
co degli Ateniesi, requisito prezioso nel momento in cui il prin-
cipale problema che Roma si trovava costretta ad affrontare era
quello dei rapporti con il mondo ellenico. Da tempo vivace an-
che in seno alla Repubblica, il dibattito sull’Ellenismo aveva
però raggiunto un punto critico; e la classe dirigente romana
stava ormai apertamente rivendicando una propria precisa
identità, distinta da quella greca, sicché, almeno nei suoi grup-
pi traenti, il senato era diviso sull’atteggiamento da tenere nei
confronti dei nuovi interlocutori. Apparentemente vicino al
modo di sentire di Publio, Tito Quinzio pareva l’uomo giusto
da mettere al comando della guerra. Una volta ottenuta la vit-
toria, quel giovane sarebbe stato – pensò allora Scipione – un
supporto prezioso per la sua politica.
Tutto parve, in un primo tempo, procedere secondo i piani.
Eletto malgrado l’opposizione di due tribuni, Flaminino seppe
mostrarsi all’altezza. Capace di uscire da un insidioso intoppo
iniziale forzando gli Aoi Stena, una strettoia obbligata lungo la-
valle del fiume Aoo4, grazie all’aiuto di un amico imprevisto, il
notabile epirota Charops, egli aveva saputo attirare via via al
suo fianco sempre nuovi alleati, e, tra essi, persino la Lega
achea; e si era gradualmente avvicinato al cuore dello Stato ne-
mico. Confermato al comando anche per l’anno seguente, ave-
va infine affrontato e sconfitto in acie il sovrano antigonide alle
Teste di Cane, presso le alture di Kynòs Kephalai, in Tessaglia:
decisa dall’iniziativa di uno dei tribuni, che aveva guidato alcu-
ni manipoli della destra romana ad aggirare l’opposta ala ma-
cedone, la vittoria di Tito era figlia delle nuove tattiche elabo-
rate dallo stesso Africano, che fu reso da questo fatto partico-
larmente orgoglioso.
Fondato dapprima sul concetto di koinè eirene, di una pace
comune garantita da potenti protettori esterni – Roma e, ap-
punto, la Macedonia – che agivano reciprocamente da con-
trappeso, il rapporto con l’Ellade aveva, grazie a lui e alla sua

4
L’attuale Vijose, Voiussa, in Albania.

229
vittoria, cambiato di fondamento: il nuovo tema propagandisti-
co prescelto insisteva infatti sulla difesa dell’eleutherìa, della li-
bertà greca. Esso comportava, naturalmente, la rinuncia ad
ogni annessione territoriale nell’Oriente mediterraneo; ma su
un punto l’ottica del vincitore di Filippo differiva da quella di
Scipione. Flaminino vedeva la polis come l’interlocutore politi-
co ideale. Pur intesa ad accreditare tra i Greci l’immagine del-
lo Stato romano come amico fidato e potente, come protettore
disinteressato della loro libertà, l’eleutheria delle città, da lui
proclamata ai giochi di Corinto all’indomani della vittoria, ten-
deva soprattutto a suggerire – e Flaminino non avrebbe poi esi-
tato a ribadirlo in ogni circostanza – che anche Roma era una
città-stato, che alle poleis era dunque idealmente e struttural-
mente vicina. Seguito ben presto su questa via da una parte cre-
scente dell’oligarchia senatoria, Flaminino aveva preso sistema-
ticamente ad adoperarsi, con iniziative individuali che a volte
sconfinavano pericolosamente nell’intrigo, per acquistare il fa-
vore di questa componente politica; e aveva cominciato addi-
rittura a far circolare la diceria secondo cui la res publica era,
per la sua natura e per le vicende connesse con le sue stesse ori-
gini, animata da un odio ancestrale verso l’essenza del potere re-
gio; ed era votata, quindi, alla distruzione di tutte le monarchie.
Publio, che aveva invece rapporti eccellenti con alcuni dei
sovrani ellenistici, era stato costretto ben presto – in una lette-
ra inviata a Prusia di Bitinia – a smentire recisamente questa vo-
ce, intervenendo addirittura a livello ufficiale. Indubbiamente
pervaso di un filellenismo sincero, Tito Quinzio era tuttavia
ispirato, nelle sue scelte, anche da considerazioni di solido rea-
lismo politico. La liberazione delle città non solo indeboliva gli
Stati al cui controllo esse venivano sottratte; non solo propone-
va a Roma una miriade di interlocutori di peso irrilevante e mol-
to spesso divisi al loro interno dalla presenza di fazioni con-
trapposte; ma le offriva altresì una preziosa rete di osservatori
disseminati in tutto l’Oriente mediterraneo, che consentiva di
controllare costantemente le mosse dei potenziali avversari e di

230
intervenire rapidamente in caso di necessità; effetti i quali, tut-
ti, potevano per di più attenuare almeno in parte la psicosi che
affliggeva allora la Repubblica.
Dal canto suo, Scipione non sottovalutava l’importanza del-
le poleis – e non avrebbe mancato mai di indirizzare loro mani-
festazioni di rispetto e di simpatia di ogni genere, anche per
iscritto e addirittura attraverso espliciti atti di favore economi-
co –; eppure l’impostazione data al problema da Flaminino non
riusciva a convincerlo. Quel giovane era, e Publio non poteva
evitare di riconoscerlo, un politico addirittura più sottile di lui;
ma il difetto della sua costruzione era di esser troppo marcata-
mente teorica. Certo, l’autonomia delle città-stato doveva esse-
re, per quanto possibile, garantita d’ora in avanti dal potere di
Roma; e nondimeno parlare di «libertà» delle poleis gli sembra-
va eccessivo. Quale libertà? E poi, dove doveva fermarsi, que-
sta libertà? A non considerare i successori, il solo Alessandro ne
aveva fondate, per quanto gli era dato sapere, fin dove si incon-
travano le radici del sole... Certo, i vantaggi offerti dalla linea
patrocinata da Flaminino erano cospicui; ma altrettanto grandi
parevano, a Scipione, i possibili inconvenienti. Anche a non vo-
ler considerare la volubilità e l’ingratitudine dei Greci, pronti
da sempre a cambiare schieramento per un calcolo di conve-
nienza o per un talvolta mal consigliato scatto di suscettibilità,
restava il problema della loro endemica rissosità; avessero pro-
seguito sulla linea scelta da Tito Quinzio, i Romani si sarebbero
trovati invischiati – già se ne vedevano i sintomi – in un’inter-
minabile serie di liti e lamentele, di controversie, rimostranze e
dispetti. Piuttosto che di un’indiscriminata eleutheria, che resti-
tuisse loro – ne guardassero gli dei – una totale libertà di movi-
mento, quei Graeculi capricciosi avevano bisogno, secondo Sci-
pione, di un oculato patrocinium, che si occupasse di loro come
ci si occupa di bambini troppo piccoli per gestirsi da soli; e me-
glio sarebbe stato se il suo controllo la res publica lo avesse eser-
citato da lontano, attenta a preservare, piuttosto che l’autono-
mia dei piccoli, i generali e delicatissimi equilibrî di quel mon-

231
do, che avrebbero fatto il resto, dato che fino ad allora esso era
stato capace di rimettersi in assetto costantemente da solo.
E tuttavia Tito Quinzio, «il liberatore», si presentava ai Gre-
ci come un giovane eroe, era bello e pieno di fascino, il suo vol-
to «respirava l’umanità»5; e per di più, parlando oltretutto nel-
la loro lingua, diceva loro, almeno agli abitanti delle poleis, pro-
prio ciò che essi volevano sentire, che cioè erano tornati per l’El-
lade gli aurea saecula, quelli dell’indipendenza da ogni domina-
zione straniera, quelli in cui eleutherìa voleva dire non semplice
autonomia municipale, ma libertà politica piena e ubriacante, li-
bertà anche – se lo avessero voluto – di contendere tra loro co-
me ai bei tempi. I Greci, dunque, lo adoravano; ed egli riuscì in
tal modo a imporre la propria linea ai legati, i dieci commissarî
che i patres gli avevano affiancato per la definizione e l’applica-
zione delle clausole di pace. Malgrado il dissenso di costoro e
dello stesso Scipione – dalla cui tutela, d’altronde, il giovane, in-
superbito dal successo, aveva ormai cominciato risolutamente
ad affrancarsi – Flaminino riuscì addirittura a ottenere dal se-
nato il ritiro di tutte le forze romane dalla Grecia. Con l’ecce-
zione di Calcide, di Demetriade e dell’Acrocorinto, non rimase
in Grecia alcun presidio; e anche quelli che occupavano le tre
fortezze vi furono mantenuti solo per il tempo necessario a con-
durre le operazioni contro Nabide, il tiranno di Sparta colpevo-
le di avere sottratto Argo agli Achei. Tre anni dopo la vittoria di
Cinoscefale6, al rientro di Flaminino in Italia, le forze legionarie
lasciarono con lui la Grecia fino all’ultimo uomo.
Ma la tranquillità era puramente illusoria. Non si era ancora
spento il fragore degli applausi che avevano salutato la procla-
mazione di Corinto che già cominciavano a farsi udire i primi mu-
gugni. A tacer dei Beoti – sospettato di essere il mandante dell’as-
sassinio di Brachyllas, uno dei loro capi, favorevole a Filippo, Fla-
minino aveva dovuto far fronte, nella loro regione, ad azioni di

5 Plut., Flam. 5, 5.
6
194 a.C.

232
autentica guerriglia; e le aveva represse con grande durezza – pro-
testavano ora gli Achei per la soluzione data al problema di Na-
bide, che era stato lasciato al potere in Sparta, e per la libertà con-
cessa alla città di Argo, che avrebbero voluto annettersi; e prote-
stavano, soprattutto, gli Etoli. Che altro sapevano fare poi, co-
storo, ci si potrebbe chiedere; eppure in questo caso non aveva-
no del tutto torto. Il principio della libertà greca aveva costretto
Roma a rinnegare la clausola del trattato stretto con loro, che pre-
vedeva di rimettere alla Lega tutte le città conquistate; e Flami-
nino se l’era cavata capziosamente, quasi da sofista, sostenendo
che l’alleanza doveva considerarsi sciolta nel momento stesso in
cui gli Etoli avevano ratificato ben prima del trattato di Fenice,
una pace separata con Filippo, non prevista nella lettera del pat-
to stipulato con Roma. Furiosi per il torto subito, gli Etoli erano
divenuti, da questo momento in avanti, i più acerrimi nemici del-
la res publica, e si erano adoperati per nuocerle in ogni modo.
A dissipare completamente le illusioni nate con la vittoria di
Cinoscefale e con la proclamazione alle Istmie era bastato poi il
profilarsi della minaccia di Antioco III il Grande. Sulla regione
gravava, ora, l’ombra del re di Siria. Questi poteva andare giu-
stamente fiero della propria potenza: gli ultimi sviluppi della
sua politica lo avevano portato infatti a estendere la sua sovra-
nità dalle sponde dell’Egeo fin quasi ai confini dell’India. Men-
tre l’intervento romano aveva imposto una repentina battuta
d’arresto all’azione di Filippo V, il sovrano seleucide aveva po-
tuto proseguire indisturbato nell’opera di logoramento della
potenza tolemaica; e poteva ora considerarsi prossimo a rico-
stituire l’impero di Seleuco Nicatore, il fondatore della sua di-
nastia. Con la battaglia combattuta e vinta presso Panion, alle
pendici del monte Hermon, Antioco III aveva infatti posto fine
alla quinta guerra per la Celesiria; e aveva strappato all’Egitto
un’area strategicamente vitale, che comprendeva non solo il ter-
ritorio più propriamente indicato con questo nome7, ma anche

7
L’Antilibano attuale, e oltre, fino a Damasco.

233
tutta la regione di sud est, con la Fenicia e la Palestina. Egli non
si era tuttavia contentato di questo pur importante successo; ma
si era spinto risolutamente fino alla costa meridionale dell’Ana-
tolia e oltre, fino alla Ionia e all’Eolide, occupandovi un gran
numero di città. Peggio ancora, aveva superato l’Ellesponto,
mettendo per la prima volta piede in Europa; e adesso le sue
avanguardie operavano da qualche tempo in Tracia, tra le pro-
teste dello stesso Filippo, suo antico alleato.
L’avanzata del sovrano siriaco verso occidente non mancò di
preoccupare tanto Rodi e Pergamo quanto, soprattutto, Roma.
Era l’anno cinquecentocinquantottesimo dell’Urbe, il secondo
dell’Olimpiade centoquarantacinquesima8; e i messi seleucidi,
accorsi ai giochi di Corinto per complimentarsi con Flaminino,
si erano sentiti rispondere dal proconsole coll’invito, rivolto per
loro tramite al re di Siria, di attenersi alle disposizioni del sena-
to e di lasciar libere le città greche d’Asia. L’invito era, natural-
mente, caduto nel vuoto. Frutti non migliori diede, l’anno do-
po, un nuovo incontro svoltosi a Lysimacheia, in Tracia, dove
allora risiedeva il re: con che diritto – aveva replicato Antioco –
i Romani si occupavano della libertà delle città d’Asia? Questa
era, ad ogni modo, un affare soltanto suo; ed egli intendeva, co-
munque, occuparsi personalmente del problema senza che al-
cuno venisse a suggerirgli il da farsi. Fra le righe, pur mante-
nendo un atteggiamento sostanzialmente amichevole, il sovra-
no lasciava comprendere che non desiderava, ma neppure te-
meva uno scontro con Roma. Era ormai chiaro, comunque, che
Antioco, il quale negava alla Repubblica il diritto di occuparsi
delle cose d’Asia, rifiutava però, in cambio, di rinunciare ai ter-
ritori europei, che considerava di sua spettanza poiché erano
appartenuti all’avo Seleuco I; e che era ben deciso a estendere
ulteriormente le proprie conquiste.
A rendere più tesa la situazione, il re di Siria aveva frattanto
accolto presso di sé il Cartaginese Annibale. Era stata Roma stes-

8
197/196 a.C.

234
sa a costringere all’esilio il grande nemico. Ciò era accaduto
nell’anno cinquecentocinquantanovesimo dell’Urbe, il quarto
dell’Olimpiade centoquarantacinquesima9. A Roma erano giun-
te voci malevole che dicevano il Barcide intento a complottare
con Antioco in vista di una futura azione comune contro la res
publica. Fino a che non fossero stati dimostrati, questi rumores
erano però soltanto il frutto di pettegolezzi di parte, fatti giun-
gere dagli esasperati avversarî politici di Annibale alle orecchie
degli amici che, tuttora numerosi, costoro avevano in Roma,
all’interno del senato. A quelle voci Scipione aveva reagito d’im-
pulso: durante la guerra con Filippo Cartagine si era condotta
con lealtà, e non era giusto dunque che ci si immischiasse negli
affari interni di uno Stato il quale, malgrado tutto, era ancora in-
dipendente. Quanto al trattamento che si meditava di infliggere
ad Annibale, non si doveva condannarlo senza prove. Non riu-
scì, all’Africano, di impedire quell’atto, che giudicava disdice-
vole in primo luogo proprio per la maiestas dello Stato romano:
una ambascieria – di cui facevano parte Cneo Servilio Cepione,
Marco Claudio Marcello iuniore e Quinto Terenzio Culleone –
si recò a Cartagine, formalmente per dirimere una controversia
di frontiera con la Numidia, in realtà per richiedere la consegna
del Barcide. Questi, tuttavia, prevenne la richiesta fuggendo
proprio presso il re di Siria. A chi gli faceva notare malignamen-
te la coincidenza, Publio replicò testardo che questo fatto non
provava nulla: anch’egli, nei panni del suo antico avversario,
avrebbe scelto la stessa destinazione. Dove altro infatti, se non
alla corte del Seleucide, un perseguitato politico avrebbe potu-
to, allora, essere al sicuro dalle grinfie di Roma? Di più: fosse sta-
to nei suoi panni – ma questo lo borbottò soltanto, a mezza voce
e in modo quasi inintelligibile –, anche nei confronti della res pu-
blica si sarebbe comportato esattamente come lui...
Scipione non poté fare a meno di pensare, allora, che i loro
destini fossero sul punto di incrociarsi di nuovo; forse un altro

9
195 a.C.

235
incontro ci sarebbe stato, dopotutto... Trascorsi ormai dieci an-
ni dal suo consolato, egli poteva presentare nuovamente la sua
candidatura; e un popolo romano atterrito dalla minaccia di
Antioco e di Annibale riuniti e ostili gli conferì la carica senza
esitare. Ancora una volta una sorta di legame trascendente con
il Cartaginese pareva segnare in maniera decisiva la vita dell’A-
fricano...

2. Annibale a Cartagine
Come il Barcide aveva previsto, Cartagine aveva recuperato
presto la prosperità economica perduta: anche se Annibale lo
avrebbe appreso solo da esule, di lì a poco, a dieci anni dalla ra-
tifica del trattato che aveva posto fine alle ostilità, la sua patria
avrebbe potuto proporre a Roma – ottenendone un rifiuto – di
pagare in un’unica rata il residuo debito di guerra, il cui saldo
era previsto in cinquanta versamenti annuali. La consistenza
demografica della città era rimasta sostanzialmente intatta mal-
grado la guerra; e ciò le permetteva di far fruttare appieno le sue
notevolissime risorse. Le fertili piane della Byzacena e del Ba-
gradas, solo superficialmente toccate dal conflitto durante la
breve campagna africana di Scipione, furono valorizzate grazie
a uno sfruttamento razionale invidiato dai Romani stessi; e più
attive che mai – i Cartaginesi concentravano ora sull’economia
tutte le loro energie – divennero le industrie, soprattutto del ve-
tro e della porpora. Verso Cartagine continuavano, tramite le
carovaniere che superavano la regione anhydros, la mortale ter-
ra senz’acqua, a convergere l’avorio e i legni pregiati, le pelli di
fiera e gli animali esotici, gli schiavi neri dalla gigantesca cor-
poratura e l’oro del misterioso entroterra; e le rotte oceaniche,
che restavano tuttora un monopolio punico protetto dal più ge-
loso segreto, portavano il tonno, la balena, i gusci di tartaruga.
Ai prodotti esclusivi e di gran pregio dei quali potevano di-
sporre i mercanti punici si aprivano di nuovo tutti i porti e gli

236
emporî del Mediterraneo. Se aveva dovuto rinunciare ai fasti
del suo impero, Cartagine si era liberata anche dagli oneri che
questo imponeva; il denaro che si era destinato per l’addietro a
pagare le armate di mercenarî poteva ora essere investito libe-
ramente nelle attività produttive. Se aveva abdicato con dolore
al suo ruolo di grande potenza, la città libica conservava, intat-
ta e non più minacciata, la condizione di centro economico del
continente africano.
Alla rinascita di Cartagine Annibale poteva vantarsi di ave-
re molto contribuito. Confortato dall’amore del popolo, che
non lo aveva dimenticato mai e lo aveva subito liberato dalle
accuse, assurde, mossegli dall’oligarchia, il Barcide si era get-
tato il passato dietro le spalle; e, ansioso di ricominciare, si era
volto alle attività di pace con lo stesso entusiasmo con cui si era
dedicato alla guerra. In qualità prima di comandante delle for-
ze di autodifesa, che lo Stato punico era autorizzato a mante-
nere per la protezione del territorio, e poi di sufeta, aveva pre-
stato tutte le sue energie alla ripresa economica. Erano stati, i
primi dopo il trattato, anni veramente duri. Occorreva evitare
che Cartagine ripiombasse nel baratro della guerra interna cui
egli stesso ricordava di avere assistito bambino; sicché si dove-
va risolvere in qualche modo il problema dei reduci, orientan-
do diversamente impulsi che, altrimenti, avrebbero potuto ri-
velarsi distruttivi. Ciò poteva farsi agevolmente, potenziando
oltretutto l’economia cittadina. Invece di congedare i suoi ve-
terani, Annibale li aveva dunque trasformati in agricoltori; e
aveva sostituito in pochi anni la produzione cerealicola – il gra-
no si poteva importare... –, ancora molto diffusa nel territorio
africano, con le ben più redditizie colture specializzate, crean-
do oliveti e piantagioni di alberi da frutto, principalmente nel-
la Byzacena. Al mantenimento dei veterani – che, del resto, la-
voravano in parte sui terreni della sua famiglia – egli aveva
provveduto con la fortuna personale. Vi era tuttavia, pur me-
no confessabile, un altro motivo che lo spingeva a questa deci-
sione: così beneficati, essi avevano costituito, per lui, una fe-

237
delissima clientela, inquadrata in formazioni paramilitari pron-
te ai suoi ordini.
Il Barcide attendeva l’occasione propizia; e questa gli fu of-
ferta quando il malcontento della popolazione divampò in coin-
cidenza con un gravissimo scandalo. Le verghe d’argento ver-
sate in pagamento per una rata dell’indennità di guerra erano
state adulterate; e i rappresentanti di Cartagine erano stati co-
stretti a chiedere un prestito agli usurai di Roma per coprire
l’ammanco. Il danno, economico e più ancora d’immagine, era
stato enorme.
Malgrado i precedenti democratici della famiglia apparisse-
ro pericolosi, Annibale era il solo che potesse, con il suo presti-
gio, porre un freno ai disordini che ne erano seguiti; disordini
che, a dire il vero, erano almeno in parte pilotati da lui. Venne
così incaricato, se possibile, di scoprire i colpevoli; e, comun-
que, di evitare il ripetersi di simili abusi. Era l’anno seicentodi-
ciottesimo dalla fondazione di Cartagine, il primo della cento-
quarantaseiesima Olimpiade10, quando fu eletto sufeta.
Della carica egli approfittò immediatamente per continuare
la trasformazione dello Stato punico intrapresa quarant’anni
prima dal padre e dal cognato. La congiuntura finanziaria im-
poneva un più attento controllo dell’amministrazione pubblica.
Emersero malversazioni a non finire, ammanchi gravi, un pe-
culato diffuso. Deciso a porre fine a questo stato di cose, Anni-
bale aprì dunque un’inchiesta contro il tesoriere generale dello
Stato, chiedendogli conto della sua condotta; e, al rifiuto di
questi, che era tenuto a rispondere solo al senato riunito in con-
siglio ristretto, con un gesto decisamente rivoluzionario, deferì
la questione all’assemblea cittadina.
Di fronte al popolo riunito Annibale non esitò a mettere sot-
to processo l’intera classe degli oligarchi. Coloro i quali lo ave-
vano accusato di avere omesso a bella posta l’assedio di Roma
quando ne aveva avuto l’occasione; coloro i quali lo avevano

10
196/195 a.C.

238
persino accusato, ed era ciò che più lo offendeva, di essersi ar-
ricchito tenendo per sé i bottini di guerra avevano – questo l’ad-
debito da lui ritorto contro alcuni degli orgogliosi geronti – spe-
culato in maniera indegna ai danni della patria già durante la
guerra. E, badassero bene – sottolineò minaccioso –: le sue non
erano solo parole. Nei loro confronti poteva provare ogni im-
putazione. Dalla folla sdegnata ottenne allora l’esonero del ma-
gistrato fraudolento e la sua sostituzione con un altro, più di-
sposto a collaborare. Il pubblico erario era stato maneggiato fi-
nora con disinvolta sicurezza da oligarchi le cui mancanze era-
no, di solito, giudicate con benevolenza eccessiva dal tribunale
dei loro pari; la sua riforma mirava ad estendere il controllo po-
polare a questo organismo, rendendo più difficili gli abusi. Il re-
cupero dei crediti e il nuovo, solido assetto dato alle finanze ri-
sparmiò al popolo le ulteriori tasse previste; e gli guadagnò
presso la cittadinanza benemerenze ancora più vaste.
Non contento di quanto aveva ottenuto, Annibale proseguì
dunque la sua opera riformatrice attaccando apertamente il fa-
migerato Consiglio dei Cento, che quelle malversazioni aveva
avallato e coperto. Nato come alta Corte di giustizia, con l’in-
combenza di sorvegliare la condotta dei generali, questo organi-
smo aveva in seguito esteso a dismisura le proprie competenze;
ed era riuscito, in sostanza, a condizionare le altre magistrature
cittadine e a svincolarsi di fatto da ogni controllo grazie al suo ca-
rattere irrevocabile. Malgrado i membri fossero designati di an-
no in anno, la rielezione si era ridotta in sostanza a una semplice
formalità; e l’ufficio era divenuto vitalizio. Chiamato ancora una
volta a decidere, il popolo restituì alla nomina il suo valore effet-
tivo; e stabilì che i membri del Consiglio restassero in carica per
un anno soltanto e non potessero essere immediatamente rielet-
ti per un secondo mandato. Resi responsabili delle loro decisio-
ni di fronte ai cittadini, e dunque perseguibili al termine dell’in-
carico, i giudici videro sminuita di molto la loro potenza.
Quello di rendere trasparente e corretta la gestione della fi-
nanza pubblica era, però, soltanto un pretesto. In realtà, i veri

239
scopi del Barcide erano altri. Nelle sue temutissime riunioni se-
grete il Consiglio dei Cento non giudicava di peculato sola-
mente; era in grado, senza processo, di privare un cittadino del-
la libertà o di troncare la carriera di un magistrato. Quell’orga-
nismo era stato istituito in tempi remoti, dopo la caduta del po-
tere magonide; e, da allora, era stato il custode più valido per la
stabilità delle istituzioni repubblicane contro le mene degli am-
biziosi e contro ogni tentativo autoritario. Chi avesse voluto
aprirsi la strada verso la tirannide avrebbe dovuto rimuovere
per prima cosa proprio quell’ostacolo; ne era stato ben conscio
già suo padre, Amilcare, il quale aveva cercato di limitarne al-
meno in parte le prerogative politiche, senza tuttavia riuscire a
neutralizzarlo del tutto. Ora Annibale riprese a fondo l’opera
paterna: nei suoi piani la democratizzazione di Cartagine rap-
presentava infatti soltanto una fase transitoria. Anche il deside-
rio di recuperare la libertà e la potenza perdute era – il Barcide
non si faceva illusioni, in proposito – patrimonio delle masse so-
lo in quanto riflesso della sua personalità; sicché i Cartaginesi
avevano, in realtà, bisogno di qualcuno che li guidasse. Il pote-
re al popolo era dunque un azzardo che egli non intendeva pro-
trarre per un solo istante più a lungo di quanto fosse necessa-
rio. Alla grandezza di Cartagine intendeva provvedere di per-
sona; e, per far questo, mirava a instaurare sullo Stato punico il
proprio personale dominio. Abbattendo il più potente appara-
to di controllo che l’oligarchia cittadina avesse mai creato in di-
fesa del regime, contava di preparare la sua ascesa al potere.
Una volta ancora mancò, ad Annibale, l’ultimo appiglio.
Preoccupati dalla prospettiva di vedere la città trascinata a bre-
ve scadenza in un nuovo conflitto con Roma, gradualmente
esautorati nelle loro prerogative politiche, al punto da essere in-
dotti a temere per la stabilità della costituzione stessa, e – so-
prattutto – minacciati nei privilegi economici, i nobili reagiro-
no nel solo modo possibile: facendo appello alle loro amicizie,
ancora molto forti, all’interno del senato di Roma. Oltre che
della sovversione interna, essi accusarono Annibale di com-

240
plotto ai danni della res publica, rivelando ai patres i contatti che
egli intratteneva da qualche tempo con Antioco III di Siria.
Questi erano provati, secondo quegli infami delatori, dall’esi-
stenza di un carteggio segreto tra lui e il re. Era noto che il Bar-
cide andava cercando alleanze per tutta l’ecumene mediterra-
nea: e a che cos’altro potevano essere finalizzati questi contatti
se non a una guerra di rivincita contro Roma e alla liberazione
di Cartagine? L’interlocutore privilegiato era, naturalmente, il
sovrano seleucide; il quale, per la sua presenza, incombente da
tempo ormai sull’Asia Minore e sull’Egeo, andava sempre più
decisamente configurandosi come il rivale di Roma, e non solo
in quel particolare settore.
Tra i vincitori il dibattito sulla decisione da prendere non fu
senza contrasti; e proprio in Scipione il Barcide trovò il suo di-
fensore più generoso. Quando lo seppe, Annibale provò nei
suoi confronti un caldo sentimento di riconoscenza; ma quella
del suo vecchio nemico era una voce purtroppo isolata all’in-
terno di un senato a cui, in effetti, non mancavano le ragioni per
intromettersi. Quale infatti che fosse il proposito del Barcide,
dar vita effettivamente a una democrazia o instaurare su Carta-
gine un proprio personale dominio, si trattava comunque –
questo l’asserto di quanti propugnavano l’intervento – di regi-
mi entrambi sgraditi alla res publica. Più ancora il secondo, na-
turalmente: anche vinta e disarmata, sotto il pieno controllo di
Annibale Cartagine avrebbe rappresentato una minaccia co-
stante e assolutamente non trascurabile. Per di più la maldi-
cenza relativa ad Antioco non era del tutto infondata. Contatti
con il re ce n’erano stati e ce n’erano tuttora, benché fossero ri-
masti sempre informali e fossero stati avviati non da Annibale,
ma proprio da Antioco. Questi non aveva assolutamente sotto-
valutato il pericolo costituito dalla crescente influenza romana
sul mondo ellenico, sicché si era rivolto mesi avanti al Cartagi-
nese come a un esperto della realtà romana; e da allora, pur sen-
za aver ancora programmato un’azione comune, essi andavano
scambiandosi consigli e opinioni sul da farsi.

241
Comunque sia, il senato raggiunse infine una sua decisione.
Nella primavera di quell’anno – era il seicentoventesimo dalla
fondazione di Cartagine11 – arrivò in Africa, con il pretesto di
dirimere una controversia di frontiera tra Cartagine e Masinis-
sa, una legazione romana. Il suo compito reale era però quello
di appurare le responsabilità del Barcide e di chiederne even-
tualmente la consegna: componevano l’ambascieria Cneo Ser-
vilio Cepione, Quinto Terenzio Culleone e Marco Claudio
Marcello iuniore. Ancora una volta, tuttavia, Annibale era stato
tempestivamente informato; ed era perfettamente conscio del
pericolo che quell’arrivo comportava per lui. Proprio perché
non ufficiale, l’inchiesta promossa dal senato gli sembrava tan-
to più pericolosa. Egli aveva infatti ragione di temere che essa
potesse tradursi in un complotto ai suoi danni e che la sua sor-
te potesse essere decisa in un conciliabolo segreto dagli espo-
nenti del potere romano e dai nobili di Cartagine insieme; e ave-
va dunque motivo di paventare l’invidia degli uni non meno che
il tenace rancore degli altri. Quand’anche, poi, gli fosse stato
concesso di difendersi in pubblico, le cose probabilmente non
sarebbero cambiate. Moralmente Annibale non si sentiva in
colpa. Se il complottare rappresentava un grave delitto agli oc-
chi della res publica egemone e una pericolosa alzata d’ingegno
per molti degli stessi Cartaginesi, costituiva, viceversa, la più al-
ta manifestazione di patriottismo per lui, che vedeva ormai so-
lo nell’aiuto esterno o nella pressione esercitata sui vincitori at-
traverso l’accorta gestione delle intese politiche il mezzo per
tentar di restituire, fosse necessaria la guerra o bastasse sempli-
cemente il negoziato, la libertà e la dignità perdute allo Stato
punico. Questi, tuttavia, non erano argomenti cui avrebbe po-
tuto fare apertamente ricorso: affrontare la protervia romana in
modo esplicito avrebbe significato rischiare un nuovo conflitto;
e ciò non era, per il momento, in alcun modo possibile. Al pun-
to cui si era arrivati una questione solamente contava: fino a do-

11
195 a.C.

242
ve arrivava, per i diffidenti nobiles di Roma, la nozione di com-
plotto? Era complottare lo scambiarsi pareri sulla situazione
politica internazionale e sul modo di frenare l’aggressività del-
la res publica? Sì: temeva proprio che, agli occhi dei legati, i con-
tatti intercorsi tra lui e Antioco avrebbero costituito un crimi-
ne; ed era certo altresì che essi, debitamente aiutati dai loro ti-
rapiedi punici, avessero i mezzi per scoprirli. Ad una eventuale
richiesta di consegnarlo anche il popolo di Cartagine avrebbe
dovuto, questa volta, piegarsi; alla patria Annibale volle dunque
risparmiare la vergogna di dover tradire il suo cittadino più il-
lustre, e decise di lasciare la città.
All’evenienza di dover abbandonare Cartagine il Barcide si
era, in realtà, preparato da tempo; aveva, per esempio, conver-
tito in oro gran parte delle sue sostanze e le aveva fatte segreta-
mente trasportare presso una delle sue tenute, in Byzacena; ave-
va poi preparato cambi di cavalli lungo tutto il percorso dalla
capitale. Restava da occuparsi solo dei dettagli; ma, nonostante
avesse previsto l’evenienza, nel momento in cui questa si verifi-
cava il Barcide scoprì, smarrito, di non essere pronto. L’idea di
abbandonare una volta ancora la patria lo tormentava in ma-
niera insopportabile. L’età eroica e un po’ folle della giovinez-
za era trascorsa da tempo. Aveva compiuto cinquantuno anni,
e all’idea di ricominciare da capo a tessere la trama della sua vi-
ta non riusciva a rassegnarsi. Doveva farlo, tuttavia: lo doveva
per sé stesso, in nome di ciò ch’era stato; per gli amici e le per-
sone care; per la patria sopra ogni cosa.
Si risolse, infine, sia pure a gran pena. Dopo avere sbrigato
come nulla fosse i pubblici affari per l’intera giornata, onde non
destare sospetti, uscì nascostamente da Cartagine durante la
notte. In poco più di quattordici ore, forzando le cavalcature
che aveva disposto lungo la via, raggiunse la piccola baia na-
scosta tra Tapso e Acholla, dove, attraccata a un piccolo molo
che si protendeva nei flutti, lo aspettava una nave. Ritto sul pon-
te, mentre il lembo di terra alle sue spalle diveniva un filo di me-
moria sempre più tenue, si abbandonò al rimpianto e alla ma-

243
linconia. Soffriva per Cartagine più ancora che per sé stesso.
Quando se ne era allontanato per la prima volta, bambino, la
città era da secoli – e restava ancora, malgrado le traversie re-
centi – la prestigiosa capitale di un impero. Ora che la lasciava
di nuovo, per non farvi forse ritorno, essa non era più che un
centro qualsiasi, ricco ma anonimo. Fiaccata dalla rinuncia più
ancora che dalla sconfitta, Cartagine aveva perduto la propria
identità; ed egli dubitava che potesse riacquistare mai più la glo-
ria passata. Con somma ingratitudine, dopo averlo fatto inse-
guire invano da due triremi, il governo cittadino, di nuovo con-
trollato dagli oligarchi, lo dichiarò fuorilegge. Le sue proprietà
furono confiscate, la sua casa abbattuta dalle fondamenta: era
ormai un esule, bandito per sempre dalla propria terra.
Mentre nella città che gli era stata patria avvenivano queste
cose, Annibale aveva toccato l’isola di Cercina; e, di qui, aveva
proseguito poi in direzione di Tiro. Tiro era la città madre di
Cartagine, che con la colonia africana aveva mantenuto tenaci
vincoli ideali. Approdando nel grande porto fenicio gli parve,
per un attimo, di recuperare le sue più genuine radici; e, come
cittadino punico, era certo di potervi trovare asilo sicuro e buo-
na accoglienza. Verso quelle sponde lo spingevano, tuttavia,
considerazioni più importanti ancora. Sottratta all’Egitto dei
Tolemei, la Fenicia apparteneva ormai da qualche anno al re-
gno di Siria, con il cui sovrano Annibale era entrato in contatto.
Antioco III il Grande, cinto dalle molte vittorie conseguite in
Mesopotamia e in Asia Minore, in Arabia e ai confini con l’In-
dia, guardava ora verso occidente, con l’ambizione di ripren-
dere i disegni, non solo asiatici, di Antigono Monoftalmo. Ciò
lo poneva fatalmente su una rotta di collisione con Roma; e il
Barcide contava di mettere la propria esperienza al suo servizio,
ottenendone in cambio gli aiuti necessarî a sostenere i suoi pro-
getti futuri.
Dell’antica madre egli ebbe, per quella volta, soltanto un’im-
pressione fugace: il porto meridionale o «egiziano», al quale ap-
prodò, con l’ingresso fiancheggiato da alte torri merlate e, al-

244
l’interno, la fuga dei bacini di forme diverse; la struttura singo-
lare dell’abitato, impiantato su più isolotti, la diga fatta costrui-
re da Alessandro per espugnare la città. Per le misteriose vie che
talvolta le sono proprie, la fama aveva preceduto il suo arrivo;
fu dunque accolto trionfalmente da una rappresentanza citta-
dina. Vi si fermò, tuttavia, per poche ore soltanto: il tempo di
rendere omaggio al più antico e celebre santuario di Melqart,
una costruzione immensa dagli alti fastigi, decorata con travi di
cedro e preceduta, ornamento insigne, da due grandi colonne,
l’una d’oro, l’altra di smeraldo.
Era il suo primo contatto con l’Asia, una terra immensa e
magnifica che, più tardi, egli avrebbe traversato per gran parte
della sua lunghezza, incontrandovi ogni sorta di meraviglie. In
quella circostanza, tuttavia, era impaziente di raggiungere il re;
e dunque si affrettò a proseguire, via mare, in direzione di Efe-
so, dove allora soggiornava Antioco. Superata la Tetrapolis, una
conurbazione immensa, più grande di Cartagine e di Roma, che
sembrava costituire un unico, smisurato complesso di edifici af-
facciati sul mare, costeggiò la catena dell’Amano dalla doppia
giogaia e le Porte Cilicie, varcate per l’addietro da Ciro il Gio-
vane e da Alessandro Magno; sfiorò l’ampia e fertile piana di
Tarso, alle cui spalle i monti si ritraggono dalla spiaggia e sal-
gono tanto che le vette sono coperte di neve anche nel mese di
giugno; lambì la Cilicia e le rocche alte e dirupate del Tauro, ni-
do di pirati da sempre; rasentò il litorale della Panfilia, all’in-
terno del quale sorgono le città di Aspendos e Perge, fondazio-
ni greche dei tempi remoti; risalì le coste chiuse e ostili della
confinante terra di Licia, abitate da genti fiere della loro indi-
pendenza; e sostò nel porto di Patara, dove la flotta regia sa-
rebbe stata più tardi bloccata e distrutta dai Romani. Lasciate
successivamente sulla sinistra l’estremità nordorientale di Rodi
e le mille piccole isole che costellano questo tratto dell’Egeo,
traversò un braccio di mare che gli infiniti scogli affioranti ren-
dono mortalmente insidioso per i naviganti; superò Cos, Ali-
carnasso, il golfo di Mileto con l’argenteo nastro del Meandro

245
luccicante al sole; e, da ultimo, raggiunse Efeso, che, dominata
dalla mole imponente del nuovo tempio di Artemide, digrada
dalle pendici del Coressos verso la sottostante pianura.
Aveva raggiunto la meta. Qui, finalmente, incontrò il sovra-
no seleucide...

3. Antioco e Roma...
Roma, frattanto, era piombata nel panico. Era soprattutto la pre-
senza del Barcide alla corte di Siria a mettere la res publica in
estrema apprensione; ma questo stesso fatto costituiva di contro,
per Scipione, una nuova, preziosa opportunità. Publio aveva ca-
pito da tempo che, al pari di ogni altra aristocrazia, anche quella
romana era pronta a concedere al membro dal quale avesse rice-
vuto grandi benefici gli onori più alti e una momentanea premi-
nenza; preminenza destinata a restare incontrastata solo per po-
co tuttavia, a meno che non la rinsaldasse una sanzione autorita-
ria, una sanzione che però egli non voleva né poteva in alcun mo-
do promuovere. L’alternativa era quella di rinnovare costante-
mente il proprio prestigio, rendendosi per quanto possibile in-
dispensabile ai cives; e, in effetti, ora lo Stato pareva avere di nuo-
vo bisogno di lui, nella funzione inoltre che ormai anch’egli sen-
tiva come più consona a sé. Publio era infatti venuto rassegnan-
dosi all’idea di essere fatto per le arti della politica estera, e so-
prattutto della guerra, piuttosto che per quelle della pace12; e ri-
teneva che nel conflitto ormai imminente il ricordo della sua vit-
toria su Annibale potesse avere un peso decisivo. Accolse dun-
que l’idea di una nuova guerra quasi con sollievo.
Quanto aveva previsto parve, dapprima, prodursi puntual-
mente. Già da qualche tempo l’influenza politica sua e della sua
pars andava costantemente crescendo: due anni avanti erano sa-

12 Liv. XXXVIII, 53, 9: vir memorabilis, bellicis tamen quam pacis artibus

memorabilior.

246
liti alla ribalta alcuni amici: tali erano infatti sia il console Lucio
Furio Purpurione, sia quattro dei pretori, il fedelissimo Caio
Lelio e l’homo novus Manio Acilio Glabrione, Quinto Minucio
Thermo e Tiberio Sempronio Longo, figlio del caduto di Canne
e già collega del padre suo al tempo della Trebbia. Ora quest’ul-
timo fu eletto al consolato per il cinquecentosessantesimo anno
dell’Urbe; insieme allo stesso Scipione naturalmente, invocato
da tutti alla notizia che Annibale aveva preso rifugio presso An-
tioco13 e dunque, a dieci anni esatti dal primo consolato, innal-
zato di nuovo ai fasci senza contrasto alcuno. A completare
l’esito di comitia apparentemente trionfali riuscirono eletti per
la pretura il suo ufficiale Sesto Digitio, un cugino dell’Africano,
Publio Cornelio Scipione Nasica, e due dei suoi gentiles, Cneo
Cornelio Blasione e Cneo Cornelio Merenda. Fatto non trascu-
rabile, anche i censori erano amici di Publio: il primo era un al-
tro membro della sua gens, Caio Cornelio Cethego, il secondo
era Sesto Elio Paeto.
I rapporti con Tito Quinzio Flaminino si erano però, nel
frattempo, decisamente guastati; e ciò compromise almeno in
parte i piani di Publio. Egli aveva manifestato fin dall’inizio il
proprio dissenso circa la decisione di ritirare le forze romane
dalla Grecia, decisione che giudicava addirittura deleteria. Ave-
va infatti previsto che, ridimensionata dalla sconfitta la posizio-
ne di Filippo, si sarebbe creato in quell’area un vuoto di pote-
re tale da incoraggiare fatalmente le ambizioni, per altro mai
dissimulate, del sovrano seleucide; ambizioni che, comunque,
gli Etoli e Annibale non avrebbero mancato, dal canto loro, di
incoraggiare in tutti i modi. All’atto stesso dell’elezione, dun-
que, assumendo una linea analoga a quella patrocinata al tem-
po del suo primo consolato, Scipione sottolineò la necessità che
una delle provinciae consulares fosse, per quell’anno, proprio la
Macedonia. Per questo incarico egli pensava, naturalmente, a
sé stesso; in un’Italia sostanzialmente pacificata sarebbe stata

13
194 a.C.

247
sufficiente, infatti, la presenza dell’altro console. L’invio in
Grecia di un forte esercito alla cui testa fosse il vincitore di Za-
ma, e, a un tempo, il mantenimento, sia pure a termine, dei pre-
sidî romani nelle tre fortezze di Demetriade, di Calcide e
dell’Acrocorinto avrebbe costituito – pensava Publio – un’effi-
cace misura di dissuasione, forse la sola davvero capace di fer-
mare sul nascere le iniziative imminenti del re di Siria. Se poi la
guerra fosse scoppiata comunque, i Romani sarebbero già stati
schierati sul posto, pronti ad affrontarla; e sarebbe stato lui a
trovarsi in prima linea...
Ma, grazie alla vittoria su Filippo e in particolare alla pro-
clamazione di Corinto, il prestigio del suo antico protetto Fla-
minino era cresciuto a dismisura, tanto da potersi ormai con-
trapporre al suo; e, ovviamente, si era affermato soprattutto in
Grecia. Non solo: Tito Quinzio godeva adesso fama di essere il
principale esperto di problemi ellenici. Il giovane non faceva
mistero di considerare le borghesie municipali greche come una
sorta di clientela personale ed esclusiva; e l’ambizione lo aveva
addirittura spinto a permettere la coniazione di uno statere
d’oro con la propria effigie (e, cosa ancora più grave, con la leg-
genda in latino...). Deciso a impedire a Scipione di intromettersi
nell’area che reputava di sua pertinenza, egli si oppose dunque
recisamente alla richiesta del console. La parola di Roma – co-
sì ribatté alle argomentazioni di Publio – andava mantenuta.
L’Ellade era in pace, adesso; e, se se ne fosse continuata l’occu-
pazione senza motivo, molti dei Greci avrebbero visto confer-
mata la calunnia, del resto già ampiamente propalata dagli Eto-
li, secondo cui le truppe romane non se ne sarebbero andate
mai più. Anche ammesso che Antioco invadesse la Grecia, co-
sa sarebbe stato meglio, per la res publica: disporre delle tre for-
tezze, circondate però da una terra completamente ostile, o ri-
nunciare alle proprie basi, ma lasciare che fosse il sovrano se-
leucide a confrontarsi con l’odio della Grecia intera?
Certo, pur dettata prevalentemente dall’ambizione, la linea
di Flaminino non mancava di coerenza e obbediva anche alle

248
pulsioni di un filellenismo sincero: questo, Publio non poteva
negarlo. Eppure, al tempo stesso, egli scorgeva tutta la perico-
losa fallacia delle altrui argomentazioni: la predilezione del gio-
vane vincitore di Filippo verso le poleis lo rendeva cieco di fron-
te alla debolezza di quel mondo, che non solo avrebbe seguito
sempre il più forte, ma, superbo e ombroso com’era, avrebbe
avuto spesso addirittura la tendenza a dimenticare i grandi be-
nefici ricevuti in nome di torti piccoli e talvolta persino solo im-
maginati. Prevalse infine, tuttavia, proprio la linea di Flamini-
no. Impossibilitato ad applicare fino in fondo le misure alle
quali aveva pensato, Scipione volle nondimeno reagire alla psi-
cosi dilagata nell’Urbe adottando misure belliche straordinarie.
Con il pieno consenso del senato previde dunque, attraverso il
richiamo di nuclei successivi di coscritti, il reclutamento di una
forza imponente, settantamila uomini circa che presidiassero i
diversi scacchieri dell’Italia, della Sicilia e dell’Illirico; e fece co-
struire oltre cento nuove quinqueremi, dislocandone una parte
nelle acque tra il Bruzio e la Sicilia. Non solo: poiché correva
voce che Annibale intendesse tentare nuovamente un’invasione
dell’Italia, provvide anche a presidiare il meglio possibile tutte
le coste meridionali. Fece infatti completare la deduzione delle
cinque colonie romane – Puteoli, Volturnum, Liternum, Saler-
num e Buxentum – votate già tre anni prima; e decise di stan-
ziarne altre – Tempsa, Crotone, Sipontum – lungo la sponda
sud orientale della penisola, con funzioni di sorveglianza anti-
sbarco. A controllare poi le aree dove maggiormente, al tempo
di Annibale, si era diffusa la rivolta, dispose la fondazione, nel
Bruzio, di due nuove colonie latine, Copia-Castrum Frentinum
e Vibo Valentia.
Andava, frattanto, sorgendo la stella di Marco Porcio Cato-
ne. Più giovane di Publio di due anni appena, l’agricoltore di
Tuscolo che si era fatto da solo coltivando la propria tenuta e
svolgendo allo stesso tempo servizio di avvocatura nei vicini vil-
laggi, il tradizionalista ruvido e inquietante che aveva già co-
minciato a manifestare ad ogni occasione le sue idee retrive, era

249
divenuto ben presto, grazie alla fama acquisita (e grazie alle sue
virtù, anch’esse in certo qual modo arcaiche...), il protetto del-
la gens Valeria. Giunto a Roma, durante la guerra annibalica era
stato prima tribuno militare, poi questore proprio di Scipione,
in Sicilia e in Africa (e tra i suoi accusatori occulti nella vicenda
di Pleminio...); e aveva, fino da allora, concepito nei confronti
del suo comandante una fiera antipatia, se non ancora un odio
vero e proprio. Oltre che urtato, pur senza darlo apertamente a
vedere, dalla fortuna a suo dire sfacciata di un coetaneo che
sembrava riuscire in tutto ciò che faceva senza alcuno sforzo
(...e, secondo lui, senza alcun merito), l’homo novus dall’orato-
ria asciutta e incisiva e dalla specchiata onestà era a Publio op-
posto per temperamento. Catone era, tra l’altro, parsimonioso
e frugale all’eccesso, quanto Scipione era invece generoso e
splendido fino allo sperpero; e ciò si vide bene in occasione del
dibattito, avvenuto mentre il primo era console, circa l’aboli-
zione della lex Oppia. Votato vent’anni prima, in piena guerra
annibalica, questo era un provvedimento suntuario che regola-
va il lusso femminile, proibendo alle matrone di possedere più
di un’oncia e mezzo d’oro, di portare abiti multicolori o di an-
dare in giro su un cocchio a due cavalli entro un miglio da Ro-
ma, salvo che per motivi religiosi. Catone – il quale, ovviamen-
te, si pronunciò per il mantenimento della legge – aveva so-
prattutto Scipione come bersaglio; o piuttosto Emilia, la moglie
di lui, nota per la magnificenza degli abiti e dell’apparato con
cui soleva recarsi alle cerimonie religiose.
Anche la carriera di Catone, tuttavia, era decollata presto:
edile e subito dopo pretore, a trentacinque anni appena, era sta-
to inviato come governatore in Sardegna, dove aveva lasciato il
ricordo di un’austerità e di una severità estreme. Tre anni do-
po14, giusto l’anno prima che Scipione ricevesse il secondo con-
solato, aveva raggiunto a sua volta la somma magistratura; e su-
bito – coincidenza che, certo, non aveva rallegrato Publio – era

14
195 a.C.

250
stato destinato alla Spagna per domarvi una rivolta delle genti
indigene che pareva inestiguibile. Malgrado Minucio Thermo,
amico di Scipione, avesse conseguito frattanto una grande vit-
toria, che rendeva in fondo inutile riservare alla soluzione del
problema un’armata consolare, si era brigato ugualmente per
inviarlo sul posto. Nonostante gli esiti della spedizione fossero
stati modesti (e addirittura controproducenti: da irriducibile fa-
natico qual era, Catone aveva, tra l’altro, attaccato Numanzia,
la capitale dei Celtiberi, anche se costoro non erano coinvolti
nella sommossa; e aveva guadagnato così a Roma l’odio dei più
formidabili tra i guerrieri spagnoli), ora, al suo ritorno, biso-
gnava anche concedergli il trionfo; e a Publio, in qualità di con-
sole, sarebbe toccato non solo di assistervi, ma di ascoltare le
millanterie di quell’odioso trombone. Il quale, oltre ad esaltare
al di là del credibile vittorie per lo meno dubbie – andava di-
cendo di avere conquistato un numero di città maggiore di
quello dei giorni che era rimasto in Spagna –, nel discorso che
aveva preparato si vantava sia dei magna vectigalia istituiti, sia
di avere distribuito la praeda, il bottino, ai suoi uomini, affer-
mando che «era meglio che molti tornassero a casa con dell’ar-
gento nelle loro tasche piuttosto che pochi con dell’oro».
Quanto a lui, «non aveva riportato, invece, dalla provincia se
non quanto aveva mangiato e bevuto».
A un altro trionfo che avrebbe volentieri annullato Publio fu
costretto ad assistere, nell’anno di carica: a quello, ancora più
splendido, celebrato da Tito Quinzio Flaminino sulla Macedo-
nia. La preda esibita era stata immensa: settecentotredici libbre
d’oro in lingotti, quattordicimilacinquecentoquarantatre mo-
nete dello stesso metallo e quarantatremiladuecentosettanta
d’argento con l’effigie del sovrano antigonide. Oltre a quello
della vittoria e del bottino, vi era poi un ulteriore merito, e anco-
ra più insigne, che Scipione doveva, suo malgrado, riconoscere
all’antico protetto. Egli si era curato – come aveva fatto lui a suo
tempo – degli sventurati vittime della guerra con Annibale; sic-
ché ora, nel suo trionfo, poteva esibire ben milleduecento Ro-

251
mani i quali, fatti prigionieri anni prima dal Cartaginese, erano
stati venduti schiavi in Grecia. Riscattati dalla Lega achea e do-
nati a Flaminino come ringraziamento per i benefici ricevuti,
questi si erano rasati il capo e avevano indossato il pileus dei li-
berti, seguendo poi il carro trionfale del loro liberatore.
E tuttavia restavano insanabili, con lui, i contrasti sul piano
politico. Avvicinandosi alquanto alle idee di Scipione, all’atto
di ritirare le truppe Tito Quinzio aveva cercato di instaurare, in
Grecia, una situazione di equilibrio, opponendo Nabide agli
Achei nella parte più meridionale della penisola e Filippo V agli
Etoli nel settentrione. Era chiaro, tuttavia, che questi ultimi ma-
novravano per gettare sulla bilancia un peso strategico sover-
chiante, esercitando su Antioco ogni lusinga perché si decides-
se a intervenire militarmente nella contesa per l’hegemonia
sull’Ellade. Grazie alla sua ostinazione nel rimuovere i presidî
– questa era la verità... – Flaminino aveva, di fatto, sostanzial-
mente compromesso la situazione politica oltremare; e aveva
spianato la strada a una nuova guerra. Riflettendo a ciò, Sci-
pione si sorprese a pensare che, nel concedere a un comandan-
te l’onore più alto cui questi potesse aspirare il senato avrebbe
dovuto tener conto anche dei risultati politici raggiunti; e non
solo del rilievo tattico della vittoria.
Per tutto l’anno seguente – erano consoli due amici di Pu-
blio, Lucio Cornelio Merula e Quinto Minucio Thermo – la di-
plomazia rimase, comunque, al lavoro. Un nuovo abboccamen-
to con il re di Siria ebbe luogo, questa volta a Roma; e, poiché
Flaminino e i messi del Seleucide si incontrarono in segreto,
lontano da occhi indiscreti, Tito poté compiere senza compro-
mettersi un altro passo – ma, ahimé, troppo tardi – verso la li-
nea che Scipione patrocinava da tempo. Abbandonando le po-
sizioni di principio troppo rigide difese fino ad allora, egli pro-
pose infatti la rinuncia da parte di Roma ad ogni pretesa libe-
razione delle poleis greche d’Asia purché Antioco si ritirasse
dall’Europa. Conclusosi quell’approccio con un nulla di fatto –
i messi siriaci non erano autorizzati a prendere una decisione

252
tanto importante –, il consularis cercò una stizzosa rivincita:
convocò infatti i rappresentanti delle città greche, allora pre-
senti in gran numero a Roma, e proclamò al loro cospetto che
alla richiesta di abbandonare la Tracia e di liberare le loro con-
sorelle asiatiche il sovrano seleucide aveva opposto un netto ri-
fiuto. Di fronte a una situazione che andava ormai deterioran-
dosi sempre più, non valse a nulla neppure una successiva am-
bascieria, la quale, inviata a Efeso, oltre che con Antioco si in-
contrò anche con Annibale.
Vi erano, allora, in entrambi i campi alleati i quali si adope-
ravano in ogni modo per giungere alla guerra; e se gli Etoli non
avevano mai cessato di invocare Antioco, dalla parte di Roma
Eumene di Pergamo era altrettanto attivo nei suoi sforzi per far
fallire il lavoro della diplomazia. Così lo scontro appariva, mal-
grado tutto, sempre più vicino. Scipione stesso era stato impe-
gnato, insieme con gli amici Cornelio Cethego e Minucio Rufo
iuniore, in un’ambascieria a Cartagine, che formalmente dove-
va dirimere una controversia territoriale – l’ennesima – tra i Pu-
nici e Masinissa; e che, soprattutto, doveva verificare la consi-
stenza delle operazioni segrete avviate da Antioco e da Anni-
bale nei confronti della città africana. Tornato dall’Africa, Pu-
blio era stato poi incaricato di una breve missione esplorativa in
Oriente, durante la quale – dopo aver visitato Delo, cogliendo
l’occasione per offrire una corona d’oro in dono ad Apollo – si
era spinto alle soglie stesse dell’Asia. Qui aveva cercato di in-
contrare Annibale; ma il Barcide, il quale dal precedente in-
contro con i legati di Roma era stato, per un attimo, messo in
cattiva luce agli occhi del sovrano seleucide che l’ospitava, ave-
va con rammarico declinato l’invito.
L’anno seguente – era il cinquecentosessantaduesimo del-
l’Urbe15 – riuscirono consoli il plebeo Cneo Domizio Aheno-
barbo e, tra i patrizî, Lucio Quinzio Flaminino, fratello di Tito.
Con grande disappunto Scipione, che aveva sostenuto invece il

15
192 a.C.

253
cugino, P.Cornelio Scipione Nasica, figlio del Calvo, davvero il
vir optimus amato da tutti, e l’amico Caio Lelio, vide l’antico
pupillo imporre ai comizî il degenere fratello, dissoluto e vio-
lento, prima che egli vi riuscisse con il suo. No, non imporre, in
realtà...: premiando le candidature patrocinate dal vincitore
della Macedonia, la scelta delle assemblee aveva – ed egli dove-
va prenderne atto – espresso implicitamente la volontà del po-
polo di evitare, se possibile, ogni intervento in Grecia. Questa
linea sembrò, per un attimo, destinata ad avere successo. Anco-
ra all’inizio della bella stagione, infatti, gli Etoli rinnovarono i
loro appelli a Filippo, a Nabide e ad Antioco perché si unisse-
ro contro Roma; ma senza alcun risultato. E ancora una volta,
adottando il principio dissuasivo caro a Scipione, il senato deci-
se di prepararsi al peggio: stabilì dunque che entrambi i consoli
avessero quali province l’Italia e la Gallia Cisalpina, ma assegnò
il comando di un’eventuale guerra contro Antioco a Cneo Do-
mizio, mentre dispose nuove truppe a presidiare il meridione
dell’Italia e incaricò uno dei pretori di portarsi con una squadra
navale sull’altra sponda adriatica, onde «difendere gli alleati».
E nondimeno i nodi della sciagurata scelta di Tito Quinzio
stavano ormai irrimediabilmente venendo al pettine. Tentarono
più vie, gli Etoli, per nuocere alla res publica. Delusi dall’atteg-
giamento di Nabide – il quale, preoccupato per la sorte degli
ostaggi nelle mani di Roma, tra cui suo figlio, non si mostrava af-
fatto disposto a schierarsi con il regno di Siria –, essi incaricarono
Alessameno di Calidone, capo degli ausiliari etolici a Sparta (...e
già coinvolto nell’assassinio del capo beotico Brachyllas...) di ri-
muovere l’ostacolo. Messo in atto durante una parata militare,
l’attentato riuscì, ma gli Spartani reagirono in maniera del tutto
imprevista; e gli Etoli, che si erano attardati a saccheggiare il te-
soro regio, furono subito assaliti da gruppi di cittadini armati e
decisi a tutto. Alessameno fu ucciso con molti dei suoi; e i su-
perstiti, che avevano cercato rifugio in territorio acheo, furono
catturati e venduti schiavi. Mostrandosi disposto a garantire la
sopravvivenza dell’ordine vigente, l’abilissimo Filopemene ap-

254
profittò della situazione incerta per ottenere finalmente l’ade-
sione formale di Sparta alla Lega achea. Fallì del pari, malgrado
l’appoggio della fazione dominante in città, anche il tentativo
condotto da Toante contro Calcide; la cui custodia venne assi-
curata da un presidio di cinquecento Pergameni.
Il casus belli, tuttavia, scaturì proprio dall’unico colpo riu-
scito agli Etoli. Risolutamente contraria a un ritorno della città
sotto la corona di Filippo era, in Demetriade, la fazione, ca-
peggiata dal magnetarca Euriloco, che Flaminino stesso aveva
messo al potere; una fazione i cui esponenti avevano anche ra-
gione di temere personalmente il carattere vendicativo del so-
vrano antigonide se questi fosse rientrato in città. Flaminino,
tuttavia, era indeciso sulla linea politica da seguire: non voleva
scontentare i Demetriesi avversi alla Macedonia, ma non vole-
va neppure togliere a Filippo ogni speranza di recuperare quel
preziosissimo porto, onde evitare il rischio di gettarlo tra le
braccia di Antioco. Ne smascherò tuttavia l’ambiguità Euriloco
stesso; il quale, non ottenendo dal Romano altro che doppiez-
za e minacce, diffidando ormai dei propositi del senato, decise
di chiedere aiuto agli Etoli. Contando sull’intervento di Antio-
co e sperando di potersi, in futuro, insignorire dell’intera Tes-
saglia, costoro furono ben lieti di accettare; e a Flaminino, che
cercava in ogni modo di dissuaderli, risposero invitando aper-
tamente in Grecia il sovrano seleucide. Con l’appoggio di Eu-
riloco Diocle, l’ipparco della Lega, riuscì a introdurre in De-
metriade un contingente di truppe etoliche, che occuparono la
città e misero a morte i capi della fazione macedonica.
All’annuncio dell’occupazione di Demetriade Antioco final-
mente si mosse. Quasi riluttante, nondimeno: non era, infatti,
ancora veramente pronto alla guerra. Protette da cento vascel-
li da guerra, quaranta dei quali catafratti, e trasportate da due-
cento navi da carico, le forze che il sovrano antigonide portava
con sé consistevano infatti di diecimila fanti, cinquecento cava-
lieri e sei elefanti appena. Furono più che sufficienti, tuttavia,
per innescare il conflitto. Mentre il nuovo stratego degli Etoli,

255
Fenea, ancora esitava, comunicando ai Romani che non per la
guerra si era chiamato Antioco, ma perché fungesse da media-
tore tra loro e i Romani, la Lega investì il re di Siria del coman-
do supremo, affiancandogli un consiglio di trenta apocleti.
Naturalmente gli Achei, di fronte a questa situazione, prese-
ro posizione contro gli Etoli, schierandosi immediatamente con
Roma; e cercarono saggiamente di assicurare alla loro parte il
controllo di Atene e di Calcide. Nel primo caso l’iniziativa eb-
be successo. Da sempre legata a Roma, la grande polis attica
prestò ascolto a Flaminino, a Marco Catone, al re Eumene, che
– introdotti in città dai delegati achei – vi patrocinarono l’ade-
sione alla causa della res publica; sicché Apollodoro, il capo del-
la fazione antiromana, venne addirittura esiliato. Non riuscì, in-
vece, l’azione su Calcide. Benché un contingente acheo si fosse
subito unito alle truppe di Eumene, che occupavano allora il ca-
stello di Salganeo, sulla via proveniente dalla Beozia, e un pic-
colo reparto di Romani tenesse il colle fortificato di Caneto, al-
la testa del ponte che congiungeva a Calcide la Beozia stessa,
l’occupazione fallì. Intercettato dalle forze siriache, un secondo
corpo di cinquecento Romani diretto verso la città cercò rifu-
gio nel recinto sacro di Apollo Delio, pensando di poter passa-
re indisturbato in Eubea; ma, assalito dal comandante siriaco
Menippo, ebbe nell’impari scontro trecento morti e una cin-
quantina di prigionieri. Cadeva in tal modo, con questo esplici-
to atto ostile, la pretesa di Antioco di essere venuto a mediare,
non a combattere; e di curarsi soltanto della liberazione dei
Greci. Sangue romano era stato sparso, e senza dichiarazione di
guerra: pur se ancora i comizî non si erano pronunciati, le osti-
lità erano aperte di fatto.

4. Antioco e Annibale
Frattanto, Annibale aveva conosciuto il re... Colui che si pre-
sentò ad accoglierlo in Efeso era un uomo dai lineamenti sotti-

256
li e dagli occhi vivaci, ormai avanti nell’età – era salito al trono
ventotto anni prima – ma dotato tuttora di energia inesauribile
e mosso da ambizioni vastissime. La collaborazione con il Bar-
cide cominciò all’insegna della più grande cordialità. Antioco
accolse il Cartaginese con altissimi onori, nel rispetto di una
tradizione ospitale che era profondamente radicata in tutto
l’Oriente mediterraneo. Il suo iniziale entusiasmo era, per la ve-
rità, pienamente giustificato. Proprio mentre era intento a pre-
parare una difficile spedizione in Europa che gli avrebbe procu-
rato l’ostilità dei Romani, si presentava alla sua corte il massimo
generale del tempo, colui che del prossimo avversario conosce-
va meglio di chiunque altro le strutture politiche e l’ordina-
mento bellico; oltre al prezioso contributo della sua esperienza,
l’esule poteva garantire, per di più, l’apporto del suo celebre ta-
lento militare. Al sovrano seleucide, incredulo di fronte a tanta
fortuna, la venuta di Annibale sembrò, da principio, un segno
del favore divino. Conoscendo il suo prestigio, il re decise subi-
to di impiegarlo come consulente politico e come esperto mili-
tare nei preparativi e nell’attuazione dell’imminente campagna.
Proprio per questo atteggiamento di Antioco, tuttavia, nac-
quero con l’esule le prime incomprensioni. Malgrado la nuova
condizione, Annibale non aveva ancora rinunciato al suo orgo-
glio. Venendo a Efeso a incontrare il re, egli non intendeva sem-
plicemente mettersi al suo servizio come consigliere o come
mercenario. Benché non recasse truppe o denaro, benché non
avesse più alle spalle la potenza di Cartagine, era cosciente del-
le proprie capacità e sicuro dell’apporto che avrebbe potuto re-
care alla causa siriaca; e si presentava quindi con la fierezza
dell’alleato, che chiedeva a sua volta un appoggio per la realiz-
zazione dei propri personali disegni.
E tuttavia Annibale non conosceva ancora la realtà della
corte, un ambiente a lui estraneo e con il quale non tardò a
scontrarsi. Centro ideale del regno, essa costituiva il punto di
ritrovo e di confronto di una cultura che non era, però, chiusa
o fine a sé stessa. Anche in Siria la presenza di ospiti illustri da-

257
va prestigio al sovrano e gli conferiva quella patente di univer-
salismo che, richiamandosi al retaggio ideale di Alessandro, era
indispensabile per accreditare qualsiasi ambizione ecumenica;
tanto più cosmopolita era dunque la corte, quanto più vasti era-
no ambizione e impegni politici dello Stato ospitante. Agli
Amici del re, scelti tra gli uomini più capaci del regno, si me-
scolavano così personaggi dal passato spesso burrascoso, pro-
venienti da tutte le regioni del mondo greco e talvolta, come nel
caso di Annibale, persino estranei ad esso. Alla base del muni-
fico asilo che veniva accordato ai fuoriusciti di ogni paese sta-
va, al di là dell’immagine che il sovrano voleva dare di sé, an-
che il proposito di fruire della consulenza e dell’opera di esper-
ti per ogni compito riservato o speciale. Per lo più insigni, que-
sti uomini spesso godevano ancora, nella loro patria, di un va-
sto seguito; al quale potevano rivolgersi per appoggio e per
ogni necessità operativa.
Vivendo in quest’ambito il Barcide venne in contatto con
molte personalità diverse; ma con il solo Polissenida, l’esule ro-
dio cui Antioco avrebbe poi affidato il comando di una squadra
navale, i rapporti furono davvero cordiali. Fu Annibale a sug-
gerirgli l’espediente che gli avrebbe permesso, in seguito, di di-
struggere una parte della flotta rodia. Gli altri – i calcidesi Fi-
lone ed Eubulide, per esempio, o l’acarnano Mnasiloco; e per-
sino l’etolo Toante, che profugo non era, ma soggiornava allora
in permanenza presso Antioco come ambasciatore – appartene-
vano tutti, purtroppo, alla genìa dei Graeculi (il Barcide stesso
non avrebbe saputo, in verità, trovare espressione più appro-
priata a definirli di quello sprezzante epiteto romano). Pronti
ad assecondare in tutto un re malato di onnipotenza e a soddi-
sfarne i capricci mentre facevano mostra di guidarlo, essi erano,
per di più, acciecati dall’orgoglio per quella che reputavano la
loro superiorità culturale; ed erano quindi incapaci di dare
ascolto a uno straniero, tanto più se questi veniva a scuotere cer-
tezze che parevano immutabili, svelando la fragilità di un ko-
smos che credevano eterno e denunciando l’arrivo da ponente

258
di un pericolo che trascendeva i loro ristretti orizzonti e che es-
si preferivano, pertanto, ignorare.
Con Antioco il Cartaginese parlò a lungo. Della minaccia ro-
mana non doveva, per fortuna, convincerlo; ma scoprì con
preoccupazione che il re tendeva gravemente a sottovalutarla.
Annibale si sforzò dunque, in primo luogo, di svelargli la debo-
lezza di quell’esercito nel quale egli tanto credeva. Nata da ol-
tre un secolo, la fama di invincibilità che circondava la falange
era venuta crescendo nel tempo; e soprattutto in quegli ultimi
decenni, durante i quali i teorici militari dell’Ellade si erano illu-
si di averne perfezionato i meccanismi. Allungando a dismisura
le sarisse dei loro fanti e infoltendone i ranghi, essi avevano fi-
nito per creare una formazione ancor più massiccia e potente di
quella che aveva servito sotto Pirro e sotto Alessandro. Su una
superficie piatta e uniforme almeno – proclamava orgogliosa-
mente la propaganda politica del tempo – nulla, nemmeno le le-
gioni, avrebbe potuto resistere alla sua formidabile forza d’urto.
Questa era anche la convinzione del re; e Annibale si sforzò
in ogni modo di disilluderlo. Più ancora che pericoloso, ada-
giarsi su questa chimera avrebbe potuto rivelarsi fatale. Alla
sempre più decisa sollecitudine nei confronti delle forze appie-
date aveva fatto riscontro, nell’ultimo periodo soprattutto, una
progressiva incuria verso l’altra componente dell’esercito, quel-
la montata; la quale aveva subito, nel tempo, un deterioramen-
to grave, numerico e qualitativo.
Le cause del processo potevano essere molteplici. Si poteva-
no invocare, forse, le crescenti difficoltà di reclutamento; o ci si
poteva richiamare alla predilezione dei Greci per le fanterie,
istintiva da sempre, che aveva finito per assegnare ai pezhetairoi
la funzione di strumento d’attacco già propria della falange
oplitica; anche la natura, mai cambiata, degli avversarî – da de-
cenni, ormai, gli Stati ellenici combattevano soprattutto tra lo-
ro – poteva avere contribuito a questa scelta. Non stava a lui
giudicare. Ciò che sapeva – e Annibale non esitò a gettare la ve-
rità in faccia al sovrano: era dell’avviso che questa andasse sem-

259
pre conosciuta, soprattutto se spiacevole – era che, ben lungi
dal rappresentare un miglioramento nelle strutture, l’intero
processo segnava invece una pericolosa involuzione, per l’arte
militare greca. Più monolitica di quella degli esordî, ma perciò
stesso di essa più lenta, la falange degli ultimi tempi si era tra-
sformata in un’arma offensiva, teoricamente capace di travol-
gere ogni ostacolo; ma aveva così completamente smarrito la sia
pur relativa flessibilità della formazione originaria.
Questo strumento aveva dunque aggravato i suoi molti limi-
ti. Nelle mani di Filippo II e di suo figlio la falange aveva costi-
tuito una sorta di incudine, di blocco massiccio destinato a reg-
gere, spezzandolo, l’impeto del nemico; e proprio la sua incrol-
labile resistenza permetteva ai cavalieri di sferrare, muovendo
dalle ali, il loro risolutivo colpo di maglio. Invertendo le fun-
zioni affidate alla fanteria pesante e permettendo il deteriorarsi
delle componenti montate, il loro tempo mostrava di avere or-
mai dimenticato l’insegnamento di Alessandro: un biasimo –
Annibale non esitò a ricordarlo al suo anfitrione – dal quale non
andava immune neppure lo stesso Antioco, che ventidue anni
prima, sul campo di Raphia, non aveva saputo sfruttare ade-
guatamente le sue superiori cavallerie.
Quanto al confronto con Roma, al Cartaginese, che l’aveva
vissuto in prima persona, non poteva non tornare alla mente
l’episodio dei Campi Magni. La manovra attuata allora da Sci-
pione sarebbe stata l’ideale anche contro una falange dai fian-
chi scoperti. Di fronte a un nemico che avanzava al passo ca-
denzato necessario per mantenere la compattezza dei ranghi, i
manipoli, infinitamente più agili e capaci di manovre autono-
me, capaci persino, in caso di necessità, di scomporre e ricom-
porre gli ordines continuamente, avrebbero opposto d’istinto
una resistenza elastica, ripiegando senza perder contatto e sen-
za rompere il fronte; a rallentare eventualmente l’avanzata dei
pezhetairoi fino ad impedir loro lo sfondamento delle linee ro-
mane sarebbero bastate, se necessario, le salve dei pesanti gia-
vellotti di cui le fanterie legionarie erano provviste, armi da get-

260
to ben più micidiali di quelle in uso nel mondo greco. Quella
manovra avrebbe dato il tempo al secondo e al terzo scaglione
– ...o a una parte di essi: a quanto ne sapeva, a Kynòs Kephalai
era andata esattamente così... – di aprirsi, attaccando la falange
sui lati o alle spalle e finendo per scompaginarla. Dopo avere
smembrato la formazione avversaria, i legionarî avrebbero avu-
to facilmente la meglio sui falangiti in una serie di scontri indi-
viduali, cui questi ultimi non erano assolutamente avvezzi.
La legione possedeva, era inutile illudersi, un’autonomia di
manovra che mancava invece completamente alla formazione
greca. Nella rigida versione attuale soprattutto quest’ultima era
divenuta un blocco massiccio, impotente a girarsi e incapace di
eseguire azioni complesse; e non poteva, pertanto, sopravvive-
re senza avere i fianchi adeguatamente protetti. Antioco non
doveva, perciò, ingannarsi sulle possibilità della falange da sola:
un ipotetico confronto tra questa e la legione senza le rispetti-
ve truppe di supporto si sarebbe concluso, invariabilmente, con
la vittoria romana. In conclusione, una battaglia tra l’esercito
del regno di Siria e quello della res publica sarebbe stato deciso
dall’esito dello scontro alle ali; e, a differenza di quando l’ave-
va incontrata egli stesso, Roma poteva disporre ora, per pro-
teggere il fianco delle legioni, di eccellenti truppe montate, re-
clutate tra i Greci stessi e tra i Celti della Cisalpina, tra gli Ibe-
ri e soprattutto tra i Numidi. A quanto Annibale poteva saper-
ne, però, l’Oriente era ricco di cavalieri dalle caratteristiche e
dalle specializzazioni estremamente versatili; un oculato reclu-
tamento e un uso adeguato di questa componente avrebbe for-
se potuto rovesciare una situazione tattica che egli vedeva, per
ora, assai favorevole a Roma.
Il re era un soldato; e dunque riuscì abbastanza agevole, al
Cartaginese, indurlo a riflettere su questa realtà. Assai più dif-
ficile fu, invece, convincerlo ad accettare il suo piano strategico.
I suoi progetti erano, infatti, in contrasto almeno parziale con
l’iniziativa più limitata proposta dagli Etoli. In rotta ormai aper-
ta con Roma, di cui pure erano stati alleati fedeli durante la re-

261
cente guerra contro la Macedonia, essi avevano intrapreso
un’intensa azione diplomatica, fomentando ovunque, in Gre-
cia, ostilità e malcontento contro il nuovo ordine voluto dalla
Repubblica; e premevano su Antioco per ottenerne l’interven-
to. Anche Annibale, non meno degli Etoli, reputava opportuno
occupare l’Ellade; ma conosceva perfettamente le immense
possibilità del nemico, e sapeva ch’era necessaria un’azione su
scala assai più vasta per metterlo in difficoltà.
Ad Antioco chiese dunque, innanzitutto, un esercito e una
flotta di cento navi, con la quale operare uno sbarco in Italia o
in Sicilia; aveva misurato personalmente il rancore nei confron-
ti di Roma di Bruzii e Sanniti, e contava dunque che si potesse-
ro far nuovamente insorgere le genti della penisola. Contava,
contemporaneamente, di ottenere l’appoggio di Cartagine, che
sperava di trovar pronta a sollevarsi non appena avesse saputo
che egli si disponeva a invadere nuovamente l’Italia. Antioco,
frattanto, dopo avere stretto alleanza con Filippo V di Mace-
donia – che gli Etoli dicevano pronto ad unirsi all’impresa – do-
veva occupare la Grecia; e portarsi poi a chiudere al nemico le
teste di sbarco in Illirico. Di qui avrebbe dovuto minacciare la
penisola con le sue forze, senza traghettarle, però, se non si fos-
se rivelato assolutamente necessario.
Il piano, e Annibale se ne rendeva ben conto, non era privo
di incognite e di rischi; ma era il solo possibile. Con i mercenarî
che chiedeva ad Antioco il Cartaginese intendeva forgiare un
esercito simile a quello che aveva condotto con sé durante il
precedente conflitto. La res publica era senza dubbio assai più
forte che in passato; ma soprattutto perché era più esperta e av-
vertita. Al contrario, gli assetti interni dell’Italia non erano mu-
tati in meglio. Allo spopolamento causato dalla guerra recente;
all’irritazione, palpabile soprattutto tra i socii fedifraghi, colpi-
ti dal castigo di Roma; e alla corrispondente sfiducia del senato
si erano aggiunti, negli ultimi tempi, anche fermenti completa-
mente nuovi. Nel mondo non soltanto greco del meridione ve-
niva sempre più di frequente manifestandosi un malessere so-

262
ciale che, in qualche caso, pareva destinato a sfociare in spinte
democratiche e persino eversive. Naturalmente conservatrice e
orientata, in quel momento, verso una sempre minor apertura
rispetto alla realtà esterna, l’aristocrazia romana non poteva as-
solutamente tollerare simili pulsioni; e la sua severità, talvolta
eccessiva, gli avrebbe probabilmente offerto il destro di racco-
gliere ancora una volta, in quel mondo, i più ampi consensi.
Sperava che la fortuna delle armi volesse arridergli; ma, anche
nell’ipotesi peggiore, un suo sbarco in Italia avrebbe, per Ro-
ma, rinnovato l’incubo, e ne avrebbe distratto le forze, impe-
dendole di proiettarle irresistibilmente verso l’esterno. Sarebbe
stata, ad ogni modo, una diversione preziosa, tale da consenti-
re agli alleati di perfezionare le loro intese e di mobilitare tutte
le forze disponibili; e tale soprattutto da permettere, auspica-
bilmente, a Cartagine di recuperare la propria indipendenza o,
almeno, di negoziare migliori rapporti con la potenza egemone.
Presupposto indispensabile alla riuscita del suo progetto re-
stava, infatti, la nascita di una symmachia, di un’alleanza milita-
re quanto più vasta possibile, che comprendesse, oltre alla Siria
e agli Etoli, almeno la Macedonia, nonché – auspicabilmente –
Cartagine e il maggior numero possibile di Stati greci: solo una
coalizione enorme – Annibale, ormai, se ne rendeva conto per-
fettamente – avrebbe infatti potuto disporre di risorse tali da bi-
lanciare quelle di Roma.
Al Cartaginese la possibilità di realizzare un simile schiera-
mento non pareva, in fondo, assolutamente preclusa. Non a cuor
leggero, infatti, egli aveva puntato ad ottenere l’aiuto di Filippo.
Oltre al parere positivo degli Etoli, che gli pareva confortante
perché espresso da nemici giurati del Macedone, lo incoraggiava
in questo senso la sua precedente esperienza con il sovrano, che
sapeva sollecito ai destini del suo paese; e soprattutto il ricordo
dell’intesa, non ufficiale ma effettiva, che, non molto tempo pri-
ma, aveva portato la Macedonia e la Siria a collaborare o almeno
a non ostacolarsi nella loro azione ai danni dello Stato egiziano.
Tanto più pronto, secondo lui, avrebbe dovuto essere ora Filip-

263
po a unirsi all’impresa che, sola, poteva salvare il mondo ellenico
dalla minaccia di Roma. L’intesa tra le due massime potenze
dell’ellenismo avrebbe fatto il resto; e avrebbe richiamato nella
coalizione un gran numero di alleati da tutta la Grecia.
Abitualmente assai lucida, la percezione di Annibale si lasciò
offuscare, in quell’occasione, proprio nei confronti di Cartagi-
ne. Forse gli fece velo l’amor patrio, inducendolo per una volta
a peccare di ottimismo; certo scelse un uomo che non seppe
mostrarsi all’altezza del compito. Gli errori iniziali finirono, co-
munque, per condizionare gli sviluppi successivi dell’intero
progetto; e costituirono la radice prima del suo fallimento.
Benché perplesso, Antioco fu, infatti, almeno inizialmente
tentato dalle sue proposte; e gli permise di compiere, anche a
suo nome, gli approcci diplomatici necessarî. Annibale inviò
dunque a Cartagine un mercante di Tiro, chiamato Aristone,
con un incarico importante e segreto. Durante il suo soggiorno
egli doveva prendere contatto con quanto restava dei partigia-
ni di Annibale, ancora numerosi in città, e concertare un piano
d’azione per spingere, al momento opportuno, Cartagine alla
rivolta. Aristone fu, tuttavia, frettoloso e imprudente: scoperti
e ripetuti, i suoi colloqui con i capi della factio Barcina finirono
per insospettire il governo punico, di nuovo saldamente sotto il
controllo degli oligarchi. Mentre i magistrati decidevano di
convocarlo per far luce sul reale motivo della sua visita, i gruppi
filoromani, costantemente attivi in città, si premurarono di av-
vertire una volta ancora il senato della res publica di quanto sta-
va accadendo.
Sentendosi in pericolo, Aristone perdette la testa; e finì per
abbandonare nottetempo Cartagine, lasciando dietro di sé un
messaggio da parte di Annibale, destinato alla cittadinanza.
Preparato per circostanze più fauste, l’appello era rivolto al pa-
triottismo di tutti. Per lo Stato punico, vinto e umiliato, l’as-
senso concorde al suo progetto rappresentava – secondo il Bar-
cide – l’unica possibilità di salvezza e di riscatto; non doveva
spaventare l’ombra di Antioco o l’adesione, ormai inevitabile,

264
alla cultura greca. Agli avversarî politici, che si presentavano co-
me i campioni dei connotati più puri, più genuinamente fenici
della città, Annibale rispondeva che Cartagine, la sua cultura,
le sue tradizioni avrebbero potuto trovare un loro posto e una
loro dignità all’interno della composita civiltà ellenica. Aristo-
ne stesso ne rappresentava la prova vivente: egli veniva da Tiro,
l’antica madre, e poteva confermare che quella città, ormai per-
fettamente integrata in un ambito politico e culturale greco, go-
deva di uno statuto privilegiato e semiautonomo; ed era pacifi-
ca, prospera e felice.
Quel messaggio – Annibale ne era sicuro – i Cartaginesi non
dovettero riceverlo mai. Quasi certamente il governo cittadino
lo fece sparire; e dispose ai danni dei partigiani del Barcide una
sorveglianza ancor più severa. L’anno dopo, a controllare una
situazione cui Roma continuava ad essere molto interessata,
vennero inviati in Africa, in missione diplomatica, Publio Cor-
nelio Scipione, Caio Cornelio Cethego e Marco Minucio Rufo
iuniore.
Lo smacco era grave, poiché ora, fallito il piano per far in-
sorgere la sua patria, Annibale non aveva più alcuna contro-
partita concreta da offrire ad Antioco; e la sua stessa credibilità
ne risultava gravemente compromessa. Il sovrano, infatti, colse
immediatamente l’occasione per accantonare un piano che for-
se gli era sembrato troppo ambizioso fin dall’inizio, e che, co-
munque, era inadatto a destare veramente il suo entusiasmo; e
ripiegò su obiettivi strategici apparentemente più facili da rag-
giungere. Sempre più di frequente, dunque, egli cominciò a da-
re ascolto ai consigli dell’etolo Toante, che aveva preso stabile
dimora presso di lui; mentre Annibale veniva via via emargina-
to in seno al Consiglio della Corona.
Nella circostanza il Cartaginese ebbe senz’altro il torto di at-
tribuire ad altri la sua stessa lungimiranza; e di non compren-
dere quanto miopi, contingenti, persino grette talvolta potesse-
ro essere le scelte di quei sovrani ellenici che aveva assunto a
modelli. Una volta perduta la speranza di ottenere l’appoggio

265
dello Stato punico, il re di Siria avrebbe dovuto aggrapparsi al-
meno all’amicizia di Filippo; se l’alienò viceversa, quasi fosse
lieto delle disgrazie di un rivale, in nome di pochi, insignifican-
ti vantaggi territoriali.
Ad Antioco Annibale ripropose una volta ancora il suo pia-
no, sia pur con qualche inevitabile modifica, quando ormai il
contingente siriaco, passato in Grecia, si disponeva a invadere
la Tessaglia. La situazione strategica era drasticamente mutata;
e non per il meglio. Se le sue speranze di far sollevare Cartagi-
ne si erano dimostrate fallaci, assai più gravida di conseguenze
era stata la posizione assunta in seguito verso la Macedonia. La
Beozia, l’Eubea – già sotto il controllo seleucide – e la Tessa-
glia – che sarebbe stata occupata tra breve – erano Stati che
avrebbero preso, sempre e comunque, le parti del più forte, ma
solo il favore di Filippo avrebbe consentito di controllare la
Grecia senza problemi; e il sovrano macedone inclinava ormai
apertamente in favore di Roma.
Al suo anfitrione il Barcide suggerì dunque di agire con la
massima rapidità e decisione. Se non si fosse potuta ottenere al-
meno la neutralità della Macedonia, Antioco doveva in primo
luogo mettere fuori gioco rapidamente proprio il regno antigo-
nide, attaccandolo di sorpresa alle spalle attraverso la Tracia,
dove già operava suo figlio Seleuco. La flotta siriaca doveva poi
essere divisa in due parti: una squadra doveva essere inviata a
devastare le coste tirreniche dell’Italia; la parte residua, con ba-
se di fronte a Kerkyra, doveva coprire l’esercito, accampato nel
territorio di Byllis, presso Apollonia. Da questa posizione sa-
rebbe stato possibile controllare la Grecia e la Macedonia at-
traverso l’antico vettore corinzio ch’era ben noto ormai anche
ai Romani; e sarebbe stato possibile, ad un tempo, opporsi con
qualche speranza di successo allo sbarco che le forze nemiche
avrebbero sicuramente tentato proprio ad Apollonia o, almeno,
impedir loro di allargare indisturbate la testa di ponte in Illiri-
co. Infine (questa restava sempre la sua speranza...) sarebbe sta-
to possibile anche disporsi, in caso di bisogno, a traghettare

266
l’esercito verso l’Italia. Un provvedimento, tuttavia, era indi-
spensabile e urgente: Antioco doveva raccogliere il maggior nu-
mero possibile di truppe, poiché quelle che aveva sul posto era-
no insufficienti. Quand’anche avessero ripreso la consuetudine
che avevano interrotto solo contro di lui, i Romani sarebbero
tuttavia venuti con una almeno delle due armate consolari al
completo; e affrontarle con diecimila uomini appena non era
neppure temerità, era follia...
Il sovrano siriaco, tuttavia, non ascoltava ormai più i sugge-
rimenti del Cartaginese; il quale, dunque, si pose per allora in
disparte ad aspettare gli eventi...

5. La guerra siriaca
A Roma, frattanto, ci si preparava per la guerra. Succedendo a
Cornelio Merula e a Minucio Thermo, riuscirono consoli, per il
cinquecentosessantatreesimo anno dell’Urbe16, Publio Corne-
lio Scipione Nasica, cugino dell’Africano, tra i patrizî e Manio
Acilio Glabrione, homo novus e amico fedele dello stesso Pu-
blio, tra i plebei. Il trionfo della pars scipionica fu completato,
in quell’anno, dall’elezione alla pretura di almeno quattro dei
suoi esponenti. La Grecia, provincia di guerra, toccò a Manio
Acilio; e il fratello, Lucio, che si era candidato come console
senza fortuna, fu destinato a seguire l’eletto in qualità di legatus
durante l’imminente campagna. A quanto era dato sapere An-
nibale non era più troppo nel cuore del sovrano seleucide, ed
era rimasto in Asia; sicché si poteva forse inviare al fronte il cuc-
ciolo di casa perché acquisisse quell’esperienza bellica che, tut-
to sommato, ancora gli mancava.
Alla spedizione avevano voluto unirsi in qualità di semplici
tribuni militari – quale degnazione! – anche due insigni consu-
lares, Catone e il suo amico e patrono Valerio Flacco: avversarî

16
192/191 a.C.

267
acerrimi dell’Africano, essi manifestavano così in modo esplici-
to la loro diffidenza circa la futura condotta della guerra; e si
proponevano evidentemente di sorvegliare da vicino il compor-
tamento del console. Glabrione, certo, fece del suo meglio per
toglierseli di torno; e spedì Marco Catone in missione diploma-
tica presso alcune città greche – Patrae, Corinto, Aegion –, per
conservarne la fedeltà; ma questi assolse l’incombenza rapida-
mente e con successo, tornando poi al campo prima dello scon-
tro risolutivo. Una cosa era certa: quel ruvido campagnolo era
un oratore nato. Rivolgendosi agli Ateniesi fece loro notare bef-
fardamente che Antioco guerreggiava con le lettere, servendo-
si di penna e inchiostro, e non con le armi.
Antioco si era mosso frattanto, fino dall’autunno preceden-
te, verso la Tessaglia; e, dopo aver cercato invano di acquistar-
la pacificamente alla sua causa, l’aveva assalita di forza con l’aiu-
to degli Atamani e degli Etoli. Giunto a Cinoscefale, il re di Si-
ria aveva, con un gesto ostentato, reso gli onori funebri ai ca-
duti macedoni, rimasti insepolti dopo la battaglia. Se l’aveva
fatto sperando in una resipiscenza di Filippo, aveva, in verità,
ottenuto l’effetto contrario. Il sovrano antigonide – che già, per
ragioni di opportunità, inclinava decisamente verso l’alleanza
con Roma – era stato infatti ancor più indispettito dal gesto, che
lo sminuiva agli occhi dei Greci tutti; e, preoccupato per la vi-
cinanza delle truppe siriache, le quali avevano invaso la Tessa-
glia senza consultarlo, si era schierato risolutamente al fianco
dei barbaroi venuti dall’Italia, che pure tanto odiava. Filippo
aveva offerto dunque il proprio prezioso aiuto al pretore Quin-
to Bebio, che stazionava con una parte delle legioni ad Apollo-
nia; e, insieme, erano intervenuti a difendere Larissa dall’asse-
dio del re di Siria.
Non indugiava, frattanto, neppure Manio Acilio; il quale,
avendo preso il comando di quella parte delle forze di Bebio
che ancora restava nel Bruzio, aveva aggiunto ad esse i neces-
sarî contingenti di rinforzo e aveva traghettato oltremare l’eser-
cito quando ancora era in corso l’inverno, un inverno per sua

268
fortuna straordinariamente mite. Giunto in Illirico, trovò che
Bebio e Filippo gli avevano preparato la via; sicché era da poco
trascorso l’equinozio di primavera quando, superati i monti che
separano l’Illiria dalla Macedonia, il console piombò come un
fulmine nella piana tessalica. Poco dopo, mentre Filippo occu-
pava l’Atamania, le legioni di Roma dilagarono inarrestabili ver-
so lo Spercheo e verso le Termopili.
Proprio qui decise di attestarsi Antioco. Si rendeva conto,
ora, di quanto avvertiti fossero stati i moniti di Annibale. A un
semestre dallo scoppio della guerra i rinforzi mandati a chiede-
re attraverso il fidato Polissenida ancora non si vedevano; e, se
non si voleva perder tutto quanto si era acquistato in Grecia, con-
veniva tentar di fermare in qualche modo l’avanzata nemica. Si
poteva cercare di farlo, appunto, al passo davanti al quale era sta-
ta bloccata a lungo la marcia di Serse. Pur sfavorevole, il rappor-
to di forze vi era, per lui, assai meno grave di quanto non lo fos-
se stato per Leonida; e, nello spazio ristretto tra i monti e il ma-
re, con i fianchi adeguatamente protetti, i suoi falangiti avrebbe-
ro trovato il terreno ideale su cui resistere. Fortificò dunque con
un muro, il re, la parte più angusta del valico, quella più a orien-
te, un tratto di sessanta passi romani appena, che lasciava a sten-
to il passaggio per la strada; e ne rafforzò le difese con macchine
da guerra, poste sul muro stesso. Sugli Etoli – che, naturalmen-
te, nel momento della difficoltà cominciavano a mostrarsi tiepi-
di e dubbiosi – contava ormai soltanto perché continuassero, co-
me già facevano, a custodire i valichi secondarî dall’Oeta verso
la Doride e perché guardassero il fianco sinistro del passo. Tol-
to il presidio da Ipata – che non era, al momento, in pericolo –
dei quattromila uomini che la Lega aveva inviato a sostegno il re
duemila ne lasciò in Herakleia; mentre affidò agli altri la guardia
dei sentieri montani che aggiravano le Termopili, ponendoli a
presidio dei castelli di Rodiunte, Tachiunte e Callidromos. Spe-
rava, fiaccando colla resistenza dei suoi falangiti gli attacchi del-
le legioni, di poter tenere quella posizione fino a che non fosse-
ro sopraggiunti gli attesi rinforzi.

269
Il progetto del re aveva, tuttavia, almeno un punto debole.
Fuori vista l’una dall’altra e scarse di numero, le guarnigioni eto-
liche erano, oltretutto, troppo lontane sia da Herakleia, sia dal
campo del re per poter essere sicure di ricevere tempestivi rinfor-
zi; sicché Acilio, si dispose a tentar di forzarne le difese. Accam-
patosi presso le sorgenti calde, il console attese una notte senza
luna; e a cercar di sorprendere gli Etoli inviò, ciascuno alla testa
di duemila uomini, proprio Flacco e Catone. Quando, al matti-
no seguente, il grosso dell’esercito mosse all’attacco della posi-
zione principale, le difficoltà apparvero subito gravi: mentre lun-
go le prime pendici del monte, ancor più che dalle truppe legge-
re e dal tiro delle artiglierie, i legionari erano tenuti in rispetto
dalle asperità stesse del terreno, sul fronte della strada la resi-
stenza della falange si rivelò, come temuto, subito insuperabile.
Frattanto, incoraggiati dall’andamento della battaglia, gli Etoli
di Herakleia avevano inviato una parte del presidio ad attaccare
il campo romano.
E tuttavia il piano di Acilio era destinato a riuscire. Se Flac-
co, smarritosi tra forre e dirupi, non era riuscito a superare gli
sbarramenti di Tachiunte e Rodiunte, Catone, grazie soprattut-
to all’opera di un contingente di socii latini17, aveva potuto for-
zare il Callidromos; sicché piombò alle spalle delle forze di An-
tioco nel pieno della lotta. Quello che ne seguì fu un massacro,
non una battaglia. Dell’intero esercito, travolto e in fuga, solo
cinquecento uomini poterono raggiungere il re a Elatea, e tra-
ghettare con lui verso Calcide; il resto, diecimila circa, rimasero
morti o prigionieri. I Romani non avevano perduto che cento-
cinquanta legionari nello scontro vero e proprio; e altri cin-
quanta nella zuffa in difesa del campo.
Subito dopo la battaglia Lucio Scipione ottenne dal console
di essere dimissus, momentaneamente congedato; contava in-
fatti di cogliere il massimo effetto propagandistico per la sua
pars recando di persona a Roma il lieto annuncio. Pur non uffi-

17
Di Fermo.

270
cialmente informato, Manio Acilio conosceva le sue intenzioni;
ma lo lasciò andare ugualmente. Non poté tuttavia esimersi dal
concedere a Marco Catone, che tanta parte aveva avuto nel
buon esito dello scontro, l’incarico formale di riferire al senato
e al popolo la notizia della vittoria. Purtroppo Lucio dissipò il
vantaggio che aveva perdendosi in una diversione a Delo, dove
consacrò anathemata, doni votivi ad Apollo. Fu così che Cato-
ne, partito con la massima celerità, poté precederlo. Al danno
si aggiunse la beffa: con il consueto, caustico umorismo Catone
commentò che c’era da chiedersi se Lucio non fosse, in fondo,
solo il corriere di suo fratello e addirittura se sapesse fare bene
almeno questo.
Mentre la notizia della prima vittoria giungeva a Roma in
quel modo, Acilio provvide a espugnare Herakleia, sottraendo
agli Etoli ogni possibilità di controllare in futuro le Termopili;
e, poco dipresso, respinti di fatto i negoziati di pace, traversò
l’Oeta e il Corace, sfidando vanamente i nemici ad attaccarlo
mentre percorreva il loro paese, e andò a porre l’assedio al por-
to di Naupatto, dove si era frattanto rinchiuso lo stesso strate-
go Fenea. Non riuscì tuttavia, al console, di ottenere dagli Eto-
li quella battaglia campale cui aspirava; sicché si trovò, quasi
suo malgrado, impegnato in un assedio che minacciava di di-
ventare lungo e difficile. A sovvenirlo in quella circostanza fu
Tito Quinzio Flaminino; il quale – abile e insinuante come sem-
pre, Publio era costretto a riconoscerglielo – offrì agli Etoli una
tregua che liberasse da un lato Naupatto, permettesse dall’altro
l’invio a Roma di messi della Lega per trattare la pace. Se quei
Graeculi speravano di cavarsela senza troppi danni, ci avrebbe-
ro pensato i patres a disilluderli; ma era inutile, al momento,
continuare un’operazione di blocco che avrebbe immobilizza-
to forze preziose nella futura lotta contro Antioco.
Era cominciata, frattanto, anche la guerra navale. Partito da
Ostia con i rinforzi necessarî a bilanciare la supremazia maritti-
ma seleucide nel Levante, il pretore Caio Livio non era riuscito
a riunirsi con la squadra del propretore Atilio Serrano, che lo

271
attendeva al Pireo, in tempo per impedire ad Antioco, sconfit-
to, di tornarsene in Asia; ma aveva poi preso subito a operare
indipendentemente dal console, deciso ad assicurare alla res pu-
blica il dominio del mare. All’imponente flotta romana, forte di
oltre ottanta vascelli, si unì subito, com’era ovvio, l’armata na-
vale di Pergamo. Non solo: obbligati a schierarsi, anche i Rodii
– che, fino a quel momento, si erano tenuti neutrali – decisero
di entrare in campo al fianco di Roma, cui li legava, del resto,
un’antica e solida amicitia. Presso Capo Korikos, sopra Cissun-
te, Polissenida cercò di sorprendere un nemico già più forte di
lui prima che sopraggiungesse la flotta rodia, che ne avrebbe re-
so schiacciante la superiorità. Il tentativo compiuto per coglie-
re Livio e gli alleati mentre ancora procedevano in colonna non
riuscì; e, pur riuscendo a salvare il grosso della sua flotta, Po-
lissenida dovette abbandonare lo scontro registrando la perdi-
ta di ventitré navi, dieci affondate e tredici catturate dal nemi-
co, contro la distruzione di un solo vascello avversario.
Era stato, quello, un anno di grandi successi per la factio di
Publio: alle vittorie in Grecia andavano aggiunti sia le fortuna-
te operazioni condotte da uno dei pretori, Minucio Rufo iunio-
re, contro i Liguri, sia il successo dell’altro console Nasica con-
tro i Boi, che gli valse il trionfo. Nello stesso anno il cugino
dell’Africano aveva celebrato i Giochi promessi durante la sua
pretura in Spagna; e aveva poi visto, onore sommo per lui, la de-
dica del tempio alla Magna Mater, che egli stesso aveva accolto
in Roma fanciullo.
Era tempo di raccogliere i frutti. In Roma il consenso attor-
no alla linea politica sostenuta da Publio era ormai totale. Oc-
correva allontanare per sempre dalla Grecia la minacciosa om-
bra di Antioco; e per far questo era necessario piegarne mili-
tarmente la potenza in modo definitivo, andando a sfidarlo in
Asia, nel cuore stesso del suo regno. Restava ancora, mai evo-
cata ma sempre presente, l’angustia rappresentata dall’ombra
minacciosa di Annibale; sicché Publio, che aveva rispettato l’in-
tervallo tra i due precedenti consolati, avrebbe forse potuto, in-

272
tuentibus cunctis, con gli occhi di tutti rivolti su lui, candidarsi
di nuovo ai fasci, giustificando l’irregolarità colle circostanze
eccezionali. Preferì astenersene invece, e per due motivi: per
consentire finalmente al fratello di raggiungere il consolato e
per evitare di urtare la suscettibilità di tanti, in particolare di
Catone, che, in un recente discorso, si era, con la foga consue-
ta, scagliato addirittura contro la possibilità di iterare le cariche.
Restava chiaro, comunque, ed era accettato senza discutere da
tutti il fatto che sarebbe stato l’Africano ad avere il comando ef-
fettivo della spedizione.
Come Publio aveva sperato riuscirono consoli, per quel cin-
quecentosessantaquattresimo anno di Roma18, il grande amico
di una vita, Caio Lelio e il fratello minore di lui, Lucio Scipio-
ne; e tutti, nell’Urbe, si volsero allora verso l’Africano, in attesa
delle sue scelte. Quando, nella designazione delle province,
l’Asia toccò a Lucio, il senato, perplesso – e non senza ragione;
Scipione doveva pur convenirne... – circa le reali capacità del
cadetto di famiglia, fu sul punto di scambiare i comandi. Fu al-
lora che Publio intervenne apertamente, dichiarandosi dispo-
sto, ciò che tutti volevano, a seguire in Asia il prescelto in qua-
lità di legato; quanto a Caio Lelio, all’homo novus, all’antico
protetto che si era aiutato nella scalata verso la somma magi-
stratura, si poteva, ad ogni modo, pretenderne la lealtà, chie-
dendogli, nell’occasione, di farsi da parte.
La pars degli Scipioni raggiunse allora il culmine del suo pre-
stigio. Prima di partire da Roma, l’Africano decise di erigere,
come auspicio per l’impresa imminente, un grande arco in ono-
re della famiglia, che aveva sulla fronte due bacini marmorei ed
era decorato con sette statue in bronzo dorato e due statue
equestri. Destinato a celebrare i più insigni tra gli antenati, il
monumento sorgeva – non a caso Publio lo aveva voluto pro-
prio in quel punto... – alla sommità stessa del clivus Capitolinus,
di fronte al tempio di Giove che era una delle mete favorite

18
191/190 a.C.

273
dell’eroe e che alla sua figura e alla sua epopea era tanto stret-
tamente legato. Era circa la metà di marzo quando gli Scipioni
partirono da Roma, recando seco i necessarî complementi per
l’esercito di Acilio che li attendeva oltremare: ottomila fanti e
trecento cavalieri. La spedizione si mosse tra i mugugni dei tra-
dizionalisti, ai quali riusciva intollerabile il carattere per così dir
di famiglia assunto da una guerra in cui, a dispetto di ogni cor-
rettezza costituzionale, c’era un generale vero e uno di facciata,
ed erano fratelli; e in cui era proprio il comandante da burla
che, come detentore dell’imperium ufficiale, copriva l’operato
dell’altro, ancora – e di nuovo! – un semplice privatus.
Annibale, frattanto, stava inutilmente tormentandosi... Co-
me aveva temuto fin dall’inizio, la campagna europea del Se-
leucide era stata condotta con pressappochismo e presunzione.
Peggio, era stata affrontata e gestita senza che si fossero defini-
ti preventivamente i veri obiettivi strategici; che, di fronte a Ro-
ma, non potevano esser quelli, limitati e in fondo meschini, di
ricavare qualche misero guadagno territoriale in Grecia... A che
valeva ora avere tenuto in pugno l’Ellade, se non solo la si era
persa nel giro di pochi mesi appena; ma si era perso, per so-
prammercato, l’esercito impiegato in quella campagna e il ne-
mico era adesso in procinto di sbarcare in Asia e di invadere il
regno di Siria? L’acre compiacimento che gli veniva dal sapere
di avere avuto ragione (e dal sentirlo, in fondo, ammettere an-
che dal re...) non poteva compensare il Cartaginese per l’occa-
sione perduta; tanto più che ora Antioco lo allontanava di nuo-
vo, inviandolo in Fenicia, nella terra dei padri, per un incarico
– diceva – importante e di fiducia, raccogliere una squadra na-
vale con cui rafforzare la malconcia flotta di Polissenida. L’oc-
casione di confrontarsi di nuovo con Scipione – Annibale non
aveva dubbi che i Romani avrebbero mandato proprio lui –
sembrava, purtroppo, allontanarsi... Anche Publio, nello stesso
momento, si domandava a sua volta se avrebbe rivisto il grande
nemico. Se Antioco era saggio – pensava – avrebbe affidato
senz’altro a lui, sia pure in veste non ufficiale, il comando delle

274
operazioni di terra, perché non poteva esservi, alla sua corte, un
tattico migliore del Cartaginese fuggiasco. Di rivederlo, in fon-
do, lo desiderava; anche se non poteva nascondersi il rischio
che questo avrebbe comportato per l’esito della spedizione.
Le decisioni del senato – che, come già Publio aveva previ-
sto, aveva imposto condizioni gravissime agli Etoli – avevano
fatto frattanto riardere la guerra in Grecia; sicché, non appena
assunto il comando, i due fratelli temettero di trovarsi invi-
schiati nella fatica, dura e poco gloriosa, di demolire pezzo per
pezzo la Lega etolica. Li sciolse da quell’impegno una nuova
tregua; che consentì loro di avviarsi, con tutto l’esercito, attra-
verso la Macedonia e la Tracia verso l’Ellesponto. La marcia era
agevolata in ogni modo da Filippo, cui premeva, in quel mo-
mento, mostrare spirito di collaborazione nei confronti della res
publica. Il senato aveva proprio allora rinviato in patria il figlio
cadetto di lui, Demetrio, che era stato per qualche tempo ostag-
gio a Roma; e il sovrano antigonide sperava che gli sarebbe sta-
to consentito, anche in seguito, di mantenere le preziose con-
quiste fatte durante le recenti campagne. Per di più era assai
forte, su di lui, il fascino esercitato dalla personalità dell’Afri-
cano; con il quale Filippo si incontrò poco dopo e intrattenne
poi, per qualche tempo, cordiali scambi epistolari.
Per mare, frattanto, a Polissenida era riuscito di distruggere
con uno stratagemma quasi tutta la prima squadra inviata dai Ro-
dii; ma non aveva potuto poi ricevere i rinforzi raccolti da Anni-
bale. Questi, riunita una flotta composta di trentasette navi da
battaglia, tre delle quali erano eptere e sei exere, e di dieci navi
minori, veniva risalendo la costa asiatica verso nord quando, a in-
tercettarlo, apparve al largo di Side, in Panfilia, una squadra ro-
dia, al comando di Eudamos. Benché non decisivo, lo scontro
che ne seguì vide il vantaggio dei Rodii, i cui equipaggi erano più
sperimentati delle raccogliticce ciurme di Annibale; sicché il
Cartaginese, che aveva perduto una delle sue navi e ne aveva al-
cune altre danneggiate, fu obbligato, per salvare il resto della
flotta, a ritirarsi verso oriente. Pur costringendo i Rodii a dislo-

275
care in permanenza una forza navale a Patara, sulle coste della
Panfilia, per sorvegliare le sue mosse – il che permise, tra l’altro,
ai regî di riacquistare, per un attimo, la superiorità numerica in
vista del decisivo confronto per il dominio del mare – Annibale
mancò dunque all’appuntamento con Polissenida, che lo atten-
deva in Egeo al comando della flotta siriaca.
Poiché, grazie soprattutto all’opera di Eumene, i tentativi di
Antioco di ottenere una tregua che gli permettesse di preparar-
si meglio alla guerra erano frattanto riusciti vani, Polissenida –
il quale disponeva ora di ottantanove vascelli, tra cui tre exere
e tre eptere, contro ottanta navi nemiche, ventidue delle quali
rodie – fu costretto a sfidare nuovamente i Romani a battaglia.
Avvenuto tra il capo Korikos e Myonnesos, lo scontro vide però
nuovamente la piena vittoria dei coalizzati. Grazie all’abilità
dell’ammiraglio rodio Eudamos, che impedì con l’accorto uso
del fuoco l’accerchiamento della destra romana, essi catturaro-
no, incendiarono o colarono a picco una quarantina di navi ne-
miche contro la perdita di tre soltanto delle loro, una rodia cat-
turata, due romane affondate. E tuttavia la superiorità acqui-
stata sul mare si rivelò, in fondo, inutile. L’abile diplomazia de-
gli Scipioni era riuscita, infatti, a staccare Prusia, re di Bitinia,
dall’alleanza con Antioco; e ciò aveva spalancato alle legioni la
via dell’Asia attraverso l’Ellesponto. Quando ricevettero la no-
tizia della vittoria di Myonnesos, le legioni avevano appena su-
perato l’Hebros, in Tracia, e Lysimacheia, abbandonata dalle
forze siriache, aveva aperto loro le porte. Solo Scipione si era
fermato un poco più a lungo sulla sponda europea. Nei giorni
di culto, in cui, a Roma, venivano portati in processione gli an-
cilia, i sacri scudi caduti dal cielo, a nessuno dei Salii, i sacerdoti
incaricati di occuparsene, che si trovasse al di fuori dell’Italia
era permesso di muoversi; e l’Africano, che faceva parte di quel
collegio sacerdotale, era ben attento a non violare in alcun mo-
do la pratica del rito.
Della pausa cercò di approfittare Antioco. Costretto ad ab-
bandonare definitivamente la Tracia, con la flotta gravemente

276
decimata e un esercito nemico che minacciava di invadere i pos-
sedimenti aviti, il re di Siria si offrì di trattare, proponendo a
Roma patti per la verità molto favorevoli. Preoccupato di otte-
nere la pace in qualunque modo, egli spedì privatamente un suo
delegato, il bizantino Eraclide, a incontrare Scipione al suo ap-
prodo in terra d’Asia. Oltre a rinunciare alle conquiste europee,
disinteressandosi completamente degli Etoli, il sovrano si offrì
di riconoscere l’indipendenza di Smyrnai, Lampsakos e Alexan-
dreia Troas, città in nome delle quali era cominciato lo scontro
con la res publica. Non solo; accettava anche di rinunciare ad
ogni pretesa su quelle tra le poleis greche della costa egea alle
quali il senato volesse estendere la sua protezione, e si offriva di
pagare per metà i costi della guerra. Sottoposte al consilium del
console, queste proposte vennero però respinte. Ma, secondo
l’uso orientale, oltre ai messaggi da riferire pubblicamente l’in-
viato di Antioco era latore di offerte da sottoporre a Publio in
privato. Era incaricato, innanzitutto, di riferire all’Africano che
il re gli avrebbe fatto restituire il minore dei figli maschi, Lucio,
caduto prigioniero delle truppe regie; e di fargli sapere che,
qualora si fosse adoperato a favorire una soluzione politica del
conflitto nel senso desiderato dal sovrano seleucide, erano
pronte per lui ricchezze immense, che prevedevano persino una
partecipazione alle risorse del regno di Siria.
Così facendo, Antioco aveva toccato, nei confronti di Sci-
pione, un duplice nervo scoperto. Due figli e una figlia gli ave-
va dato Emilia. Quanto alla figlia, la minore di età, che l’Afri-
cano immensamente amava e che a sua volta lo adorava, da lei
gli venivano le soddisfazioni maggiori; ma, da buon padre, egli
era angustiato per la dote da raccogliere in vista delle sue noz-
ze, che avrebbe dovuto essere pari al nome della famiglia. Si era
ripromesso di mettere insieme, per lei, un patrimonio di tre-
centomila denarii, ma non aveva raccolto, fino ad allora, nep-
pure la metà di quella enorme somma. E tuttavia erano i maschi
che più lo preoccupavano. Il maggiore, che portava il suo stes-
so praenomen, era un giovane uomo affabile, intelligente e col-

277
tissimo – da tempo, per esempio, si interessava con profitto di
storia –; era nato vent’anni prima, e avrebbe dovuto essere al
campo con lui, ma Publio era stato costretto a lasciarlo a Roma
perché era, fin da piccolo, cagionevole di salute, ed era persino
dubbio – in tal senso si pronunciavano i physici – che potesse
aver figli, tanto che si cominciava a pensare a un’adozione al fi-
ne di perpetuare la stirpe. Il cadetto, che si chiamava Lucio co-
me lo zio, era stato fino dalla nascita il prediletto dei genitori;
ma, forse perché Publio stesso aveva contribuito, non meno di
Emilia, a viziarlo in ogni modo possibile, era cresciuto con un
carattere debole e ribelle insieme, insofferente verso ogni for-
ma di disciplina e incurante ad un tempo delle più nobili tradi-
zioni della sua casata e della sua casta. In quella spedizione Pu-
blio aveva voluto portare con sé lui, invece del fratello, speran-
do che la vita al campo potesse correggerne i vizî; ma così non
era stato. Fin dall’inizio gli erano giunte infatti, invano soffoca-
te dal rispetto che l’esercito intero provava verso di lui, voci al-
larmanti circa il comportamento del giovane, neghittoso e in-
sieme pieno di sé, il quale non esitava a sottolineare ad ogni oc-
casione le sue origini onde ottenere, nei ranghi, un trattamento
di favore ed evitare qualsiasi incombenza rischiosa o difficile.
Quando poi, su esplicito suggerimento del padre, i superiori di
reparto avevano preso a trattarlo come gli altri, inviato a com-
piere una ricognizione alla testa di una pattuglia si era lasciato
catturare – quasi senza lotta, gli era stato riferito – da un picco-
lo reparto di cavalieri siriaci. Avrebbe potuto uccidersi, aveva
mormorato rabbiosamente qualcuno degli amici, ma Publio
ringraziava gli dei che non l’avesse fatto: si chiedeva infatti se il
suo cuore avrebbe retto a una notizia del genere (e soprattutto
si chiedeva come avrebbe reagito Emilia...). Avrebbe, tuttavia,
potuto almeno celare la sua identità e starsene quieto tra i pri-
gionieri, in attesa di essere liberato; al contrario, preoccupato
ancora una volta soltanto di ottenere per sé un trattamento di
favore, non aveva esitato a palesarsi, concedendo al nemico, in
cambio di un egoistico vantaggio personale, un pericoloso mez-

278
zo di ricatto nei confronti del padre, vero capo della spedizio-
ne asiatica. Lucio era, certo, molto giovane: aveva, in fondo,
quindici anni soltanto, due meno di quanti ne avesse l’Africano
quando aveva fatto la sua prima esperienza bellica al Ticino.
Ma, nonostante l’età immatura, il suo comportamento era stato
– e Publio, malgrado tutto, non poteva ignorarlo... – assoluta-
mente imperdonabile.
Certo, né l’amore o la preoccupazione paterna, né il com-
penso promessogli, illecito benché allettante, bastarono a far
deflettere Scipione dalla linea che si era prefisso; e nella quale a
contare era esclusivamente il bene di Roma. Al corrente del fat-
to che Annibale, l’unica vera minaccia, era lontano, Publio era
conscio della superiorità tattica che, proprio grazie all’opera
sua, le legioni avevano ormai acquisito sulle armate ellenistiche;
sicché ambiva a spingere il re ben al di là della semplice ammis-
sione di essere stato sconfitto. Fosse rimasto affacciato all’Egeo
con la sua potenza intatta, il regno di Siria avrebbe infatti potu-
to poi sempre, in futuro – mutati gli equilibri e rovesciati di nuo-
vo, com’era possibile, i rapporti di Roma con la Macedonia o
con l’Egitto –, ritentare la sorte delle armi; e dunque agli amba-
sciatori siriaci l’Africano fece rispondere che, se voleva la pace,
Antioco doveva pagare per intero le spese di guerra e, ciò che
era assai più gravoso per lui, doveva abbandonare l’Asia per lo
spazio che giungeva fino alla linea del Tauro. In tal modo, una
volta sistemata con cura la regione e resi più solidi e gagliardi gli
alleati, i Rodii e soprattutto Eumene, si sarebbe scongiurata la
possibilità di ogni futura coalizione tra le Potenze ellenistiche
contro Roma e si sarebbe definitivamente assicurata la supre-
mazia della res publica nel settore dell’Egeo.
Tuttavia, anche se rifiutava di derogare dalla linea che repu-
tava giusta, Scipione era pur sempre un padre; e, benché gli fos-
se giunta voce che i Siriaci trattavano il giovane Lucio con ogni
riguardo, restava preoccupato per la salute del figlio. A sollevar-
lo dai suoi crucci provvide, per fortuna, la generosità del Gran
Re; il quale, sollecito della propria non meno che dell’altrui gran-

279
dezza, volle nella circostanza onorare appieno la parola data re-
stituendogli malgrado tutto il figlio senza riscatto (e, anzi, ricol-
mo di non meritati doni...). A tale nobilissima cortesia Scipione
si sentì impegnato a rispondere in qualche modo; sicché fece av-
vertire il Seleucide dal suo messo affinché evitasse di combattere
in assenza di lui. Così facendo, si impegnava – solo lui lo avrebbe
potuto – a garantirgli salva la vita. Fu questo il messaggio, in fon-
do esplicito, inviato da Publio al Gran Re; una condotta cavalle-
resca che i suoi nemici non gli avrebbero perdonato.
Antioco andava frattanto raccogliendo un esercito enorme.
Rispondendo alla chiamata del re, parevano essersi date ap-
puntamento al suo campo le forze di tutto l’Oriente; sicché la
falange e gli argiraspidi, i nobili scudi d’argento reclutati tra i
coloni militari di origine macedone e greca, erano affiancati dai
mercenari ellenici e galatici e dai Cappadoci di Ariarate, dai
Dahae, arcieri a cavallo originarî delle regioni del Caspio, dagli
Arabi montati su dromedarî, dalla cavalleria corazzata dei cata-
fratti; ed erano supportati dagli elefanti, oltre una cinquantina,
e da un reparto di carri falcati. Completava la formazione regia
un gran numero di ausiliarî tra akontistai, lanciatori di giavel-
lotto, arcieri e frombolieri e una forza montata potente e nu-
merosa, composta di oltre dodicimila cavalli.
Con questa armata, che aveva raggiunto la cifra, davvero im-
ponente, di settantaduemila uomini il re mosse allora da Sardis
a Thyatheira, per poi raggiungere di qui il Campus Hyrcanius, a
oriente di Magnesia al Sipylon19. A cercare la battaglia risoluti-
va Antioco si era ormai rassegnato: data la situazione, non in-
tendeva infatti tergiversare lasciando un esercito nemico scor-
razzare impunemente entro i suoi confini, con il rischio di ve-
der riardere le spinte centrifughe che avevano afflitto il regno
di Siria nel recente passato. Voleva tuttavia evitar di combatte-
re in uno spazio ostile, come avrebbe potuto essere il settore
orientale del territorio pergameno, dove le sue forze avrebbero

19
Manisa.

280
incontrato serî problemi a muoversi e a vettovagliarsi; scelse
dunque di attendere il nemico nella regione al margine occiden-
tale dei suoi possedimenti, alla quale aveva facile accesso e che
gli garantiva altresì, nel caso in cui lo scontro avesse avuto un
esito infausto, la possibilità di ritirarsi agevolmente.
Sembrava giunto, finalmente, per Annibale e Scipione, l’ora
del secondo confronto; ma, ancora una volta, i rispettivi destini
apparvero misteriosamente legati, ed entrambi mancarono
all’appuntamento decisivo, non per colpa loro ma per volontà
del Fato, quasi che l’uno non potesse – non più – trionfare senza
l’altro. Mentre sul campo di Magnesia al Sypilon (si era alla fine
dell’anno terzo della centoquarantasettesima Olimpiade, il cin-
quecentosessantaquattresimo di Roma) si decidevano le sorti
della guerra, proprio quando più preziose sarebbero state, di
fronte alle legioni, la sua abilità e la sua esperienza, il Cartagine-
se era infatti lontano. Proprio quando Roma si accingeva allo
scontro che le avrebbe dato per la prima volta la piena coscien-
za della propria forza e il desiderio di ergersi a signora del mon-
do, Annibale era tenuto in disparte dalle miopi scelte e – più an-
cora, forse – dalla gelosia del sovrano siriaco, risoluto a non di-
videre con nessuno la gloria dello sperato trionfo. Ma, quasi fosse
testimone e insieme custode della grandezza di entrambi, Tyche
volle fermare anche Publio prima che questi potesse guidare le
legioni in battaglia. Risaliti dall’Ellesponto, i Romani conquista-
rono infatti Elaia, dove all’armata vennero ad aggregarsi i rinfor-
zi recati da Eumene; ma, prima che potessero cominciare la mar-
cia di avvicinamento alle forze del re, Publio cadde ammalato –
la sua salute, mai troppo salda, era andata peggiorando negli ul-
timi anni –, e dovette essere lasciato indietro. Sollecito verso le
sorti dell’esercito, l’Africano si premurò tuttavia di affiancare al
fratello, delle cui capacità in fondo dubitava, l’amico Cneo Do-
mizio Ahenobarbo, che lo surrogasse (ed eventualmente lo so-
stituisse...) nel comando effettivo delle truppe sul campo.
Si era sul finir dell’estate quando i due eserciti si trovarono
finalmente di fronte. Giunti a Thyatheira, i Romani avevano se-

281
guito verso sud il corso del Phrygios20, passandolo presso la
confluenza con l’Hermos21 per poi accamparsi in posizione for-
te, all’interno dell’ansa tra i due fiumi; mentre Antioco, scen-
dendo da Sardis, aveva seguito il corso dell’Hermos ed era ve-
nuto ad attendarsi di fronte a loro, all’imboccatura dell’ansa
medesima. I Romani offrirono battaglia per primi, schierando-
si non lungi dal loro campo, presso la confluenza stessa; così fa-
cendo, speravano di attirare Antioco nella parte più interna e
più stretta della lingua di terra, in modo da annullarne la supe-
riorità numerica, enorme soprattutto nelle componenti monta-
te. Se fossero riusciti a risucchiare l’armata nemica entro la
strettoia, avrebbero potuto appoggiare entrambi i lati dello
schieramento al corso dei fiumi, scongiurando così la minaccia
di un aggiramento; ma il re rifiutò di cadere nella trappola.
Non meno di Antioco condizionati dal tempo, e dunque co-
stretti dal declinare della buona stagione a cercare una vittoria
decisiva che consentisse loro di porre fine al conflitto, i Romani
offrirono allora al sovrano un’opportunità ancora più favorevo-
le. Dopo avere spostato il loro campo al centro dell’ansa tra i
due fiumi, vennero infatti a schierarsi proprio all’imboccatura,
dove il Phrygios piegava bruscamente verso settentrione: in
questa seconda posizione essi avevano solo il fianco sinistro pro-
tetto, dal corso appunto di quel fiume, mentre l’altro lato rima-
neva esposto alla manovra avvolgente della sinistra seleucide.
Antioco fu allora moralmente obbligato ad accettare la sfi-
da. Benché gli sembrasse ovviamente preferibile un terreno an-
cora più aperto, dove meglio avrebbe potuto dispiegare un’ar-
mata tanto preponderante per numero, la situazione lo invitava
ora a correre l’alea. La posizione del nemico ricordava vaga-
mente quella di Canne, di cui tanto gli aveva parlato Annibale,
con l’ala sinistra romana più debole e appoggiata al Phrygios
come allora lo era stata al corso dell’Aufidus; e, come Anniba-

20 Kum.
21
Gedis.

282
Scala di 1:200000
0 1 2 3 km.

à
tir
ga
Ti
Müteveli
m-Ciai (Phryg )
f. Cu io s 45
Caragacily

48

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11
ROMANI Cianus-Oglu
1°, 2°, 3° Campo 9
4 Primo schieramento
5 Secondo schieramento C Filio
6 Fanteria pesante U
R
7 Cavalleria e fant. leggera E
f. Chedis PE
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SIRIACI ni ( IO
H erm N
8 Campo di Antioco os) ?
9 Primo schieramento
10 Secondo schieramento
11 Cavalleria e fant. leggera
12 Falange

La battaglia di Magnesia (190 a.C.)

le, egli superava il nemico soprattutto nel settore delle forze a


cavallo. Alla mente del sovrano seleucide balenò dunque subi-
to il sogno di una vittoria paragonabile a quella. Senza dubbio
pericoloso gli parve poi l’esitare ancora: disponendo di forze
molto più numerose di quelle nemiche, ogni ulteriore indugio
avrebbe potuto sembrare paura, e incrinare il morale del suo
esercito. Così, anche perché informato che i Romani intende-
vano attaccare il suo campo durante la notte, il re decise di ve-
nire a giornata.

283
Era un piovoso mattino di fine estate quando Antioco, con-
tando sulle proprie possibilità, diede finalmente inizio alla bat-
taglia. Il re cominciò l’azione ordinando la carica su entrambe
le ali. Sulla destra siriaca, dove a guidare l’attacco era il sovrano
in persona, le cose parvero, per un attimo, mettersi al meglio.
Contro le quattro turmae, l’esigua forza di centoventi cavalieri
in tutto che presidiava la sinistra romana a ridosso del Phrygios,
Antioco aveva disposto tremila catafratti, la cui grave armatura
proteggeva anche le monture, l’agema, un contingente di caval-
leria pesante scelta della forza di mille uomini, del quale aveva
assunto personalmente il comando, e milleduecento Dahae, ar-
cieri a cavallo provenienti dalle steppe del Caspio, i cui squa-
droni si estendevano però verso la destra estrema della forma-
zione, ben oltre il limite stesso dello schieramento romano po-
sto di fronte. Il restringersi dello spazio in coincidenza del cor-
so del fiume lo aveva costretto, del resto, a sovrapporre già par-
zialmente nel senso della profondità i suoi cavalieri agli stessi
argyraspides, ai diecimila «scudi d’argento», la fanteria di élite
armata e schierata al modo dei pezhetairoi accanto alla più nu-
merosa formazione dei semplici falangiti.
Anche se i Dahae, relegati verso l’esterno dalla presenza del-
le loro stesse unità pesanti, non riuscirono di fatto mai a pren-
der parte alla lotta operando – come avrebbero dovuto – l’av-
volgimento del nemico, perché ne furono impediti dal corso
stesso del fiume, l’urto frontale della potente cavalleria coraz-
zata in parte distrusse, in parte sloggiò le esigue forze montate
schierate dai Romani sulla loro sinistra; e, abbattendosi sui mar-
gini della vicina unità legionaria, ne scompigliò alquanto il pri-
mo scaglione, inducendola a ceder terreno. Quanto i Romani
temevano, l’aggiramento dell’intera formazione, non aveva tut-
tavia, nella circostanza, alcun modo di compiersi. Capaci di
mantenere il trotto serrato necessario a condurre l’attacco solo
per uno spazio brevissimo prima che il peso delle armature e
delle barde sfiancasse i pur possenti cavalli, i corazzieri di An-
tioco dovettero infatti fermarsi ben presto a rifiatare; e costrin-

284
sero l’agema a fare lo stesso. Per di più, mentre, da un lato, l’in-
capacità delle sue cavallerie pesanti di compiere evoluzioni im-
pediva al re di allargarsi alle spalle della fanteria nemica anche
nel breve attimo in cui pur ne ebbe l’opportunità, dall’altro il
varco che la carica aveva prodotto sul fianco dello schieramen-
to opposto venne rapidamente chiudendosi, con il rifluire degli
hastati in disordine oltre le file dei principes e con lo scivolare
dell’intera legione all’indietro, dove lo spazio diveniva più stret-
to per l’accostarsi dei fiumi verso la confluenza.
Accadde dunque che – mentre i cavalli dei suoi catafratti ri-
prendevano le energie necessarie per tentare un secondo, più
difficile attacco, questa volta direttamente contro le linee della
fanteria – nello sforzo di mantenere il contatto con il nemico, il
re finì addirittura per distanziarsi dagli argyraspides, schierati
alle sue spalle, i quali, troppo lenti per seguire senza perdere as-
setto i più agili manipoli romani, erano rimasti oltretutto scon-
certati e privi di ordini; e si arrestarono quindi con le armi al
piede, senza mai entrare veramente in battaglia. Così, mentre
anche il primo scaglione legionario riusciva in gran parte a sal-
varsi attraverso i varchi della seconda linea, l’intera unità roma-
na di sinistra prese a ritirarsi, ma in buon ordine, passo dopo
passo, verso l’accampamento alle sue spalle, continuando però
a far fronte al nemico e continuando altresì, anche grazie alla
graduale stenosi presentata dall’ansa tra i fiumi, a poggiare il
proprio fianco sinistro lungo il corso del Phrygios. Pur eroica,
non fu dunque impossibile l’azione compiuta da Marco Emilio
Lepido; il quale, uscito dal campo alla testa del piccolo presidio
che vi era stato lasciato di guardia, poté senza troppe difficoltà
rimettere in linea uomini che ripiegavano maiore dedecore quam
periculo, scossi e vergognosi ma non in preda al panico, e infi-
ne riportarli contro il nemico.
Sul fianco sinistro, frattanto, la situazione dell’armata seleu-
cide era ormai del tutto compromessa. Qui i reparti di cavalle-
ria che chiudevano lo schieramento – i tremila catafratti, i mil-
le della basilikè ile, i duemilacinquecento Galati a cavallo e i

285
cinquecento Tarentini – erano addirittura protetti sul fronte da
reparti di truppe cammellate e di carri falcati. Furono proprio
le quadrighe da attacco a determinare il tracollo dell’intero set-
tore. Non appena si misero in movimento, infatti, esse venne-
ro assalite dagli ausiliarî di Eumene prima di poter acquistare
velocità: memore forse dell’esempio dato da Alessandro Ma-
gno sul campo di Gaugamela, il principe pergameno ordinò di
mirare ai cavalli piuttosto che ai loro conducenti. Rotto il ga-
loppo, con gli animali impazziti dal dolore, i carri falcati fini-
rono così per gettare lo scompiglio nelle loro stesse file; e so-
prattutto tra i catafratti, i cui cavalli, impacciati dal peso delle
gualdrappe, non potevano facilmente evitare le lame sporgenti
dagli assali. Decimati dai carri allo sbando e lentissimi a met-
tersi in movimento, questi vennero inoltre aggrediti, prima di
potersi riavere, dalla cavalleria romano-pergamena che proteg-
geva la destra delle legioni; e furono in parte distrutti, in parte
costretti alla fuga.
Il panico che aveva colto le cavallerie di élite si trasmise al-
lora a tutta la sinistra seleucide, provocandone il collasso pro-
prio mentre i promachoi di Antioco, i leggeri che coprivano il
fronte, erano a loro volta respinti e costretti a ripiegare tra le fi-
le: ciò lasciò la falange scoperta sul fronte e soprattutto sul fian-
co sinistro. Sapendosi circondati, i fanti siriaci cercarono di di-
sporsi in quadrato; ma, una volta accerchiata, la falange non
aveva alcuna speranza di salvezza. Per di più il Seleucide aveva
imprudentemente mescolato ai ranghi gli elefanti, disponendo-
ne quattro – due per lato – a fiancheggiare ciascuno dei mere,
dei corpi che la componevano. Bersagliati da ogni parte dai gia-
vellotti nemici, i pezhetairoi finirono per sbandarsi quando gli
animali, pazzi di dolore, provocarono la rottura della formazio-
ne. Mentre i falangiti prendevano la fuga, anche il Gran Re, sul-
la sua destra, venne respinto dalle legioni romane tornate a
combattere. Rassegnato alla disfatta, Antioco fuggì allora in di-
rezione di Sardi; ma il fior fiore delle sue truppe rimase sul cam-
po o fu fatto prigioniero. Contro neppure trecentocinquanta

286
caduti da parte romana l’armata dei regî aveva perduto oltre
cinquantamila dei suoi soldati.
Non poterono scambiarsi la loro opinione, Annibale e Pu-
blio; e tuttavia sarebbero stati d’accordo nel riconoscere gli er-
rori, del tutto evidenti, che avevano portato il sovrano alla di-
sfatta. Memore degli insegnamenti del Barcide, questi aveva
avuto presenti, nel pianificare la propria tattica, alcuni degli
episodî più gloriosi della campagna d’Italia. Come Annibale al-
la Trebbia, Antioco aveva inteso proteggere una parte almeno
delle sue truppe di élite con una massiccia forza d’urto schiera-
ta sul fronte dell’armata; come Annibale a Canne, aveva oppo-
sto all’esiguo reparto di cavalieri schierati dai Romani sulla sua
destra truppe montate assai più numerose, nell’intento di sover-
chiare rapidamente il nemico; ma, soprattutto, come Annibale
si era affidato pienamente alla propria cavalleria. Aveva credu-
to, così facendo, di seguire con precisione gli insegnamenti del
grande esule. Delle sue forze montate aveva tuttavia sopravva-
lutato le possibilità reali; e se ne era servito in modo inadatto.
Compositi come quelli punici, i suoi corpi di cavalieri avevano
però, rispetto a quelli, requisiti del tutto opposti. Contro le le-
gioni, che, almeno nello schieramento consueto, non potevano
essere attaccate di fronte da alcun reparto montato, la smisura-
ta potenza dei suoi catafratti risultava inutile; mentre mancava
quell’agilità che aveva sempre consentito alle cavallerie puniche
di eseguire le loro micidiali manovre avvolgenti. Ancora più
grave era stato poi l’errore che il re aveva commesso sottovalu-
tando la duttilità dei suoi avversari e la loro adattabilità a un ter-
reno il quale, oltretutto, nella circostanza, gli era gravemente
sfavorevole. Il tentativo di sfondare là dove il centro romano era
unito al fiume da un sottile velo di cavalieri soltanto era stato
frustrato, oltre che dalla ridottissima autonomia delle sue forze
montate e dalla loro ancor minore agilità, dalla capacità dei
legionarî di rimarginare rapidamente la lacerazione nel loro
schieramento approfittando del terreno propizio. Altri sbagli
egli li aveva poi commessi sia relegando sull’estrema destra – e

287
rendendoli così inutilizzabili – i Dahae, i quali invece, con la lo-
ro mobilità, lo avrebbero servito assai meglio sul lato aperto; sia
sovrapponendo una parte delle sue truppe montate agli argyra-
spides, i quali avevano finito così per rimanere del tutto estra-
nei alla lotta. Anche nello schierare la sua sinistra, dove pure il
piano di battaglia avrebbe avuto buone possibilità di riuscita, il
re aveva poi commesso almeno un paio di errori fondamentali:
quello di disporre in prima linea uno strumento obsoleto come
i carri falcati, utile soprattutto contro un esercito in rotta, ma
assai vulnerabile di fronte ad avversari schierati e pronti a com-
battere, e quello di mescolare gli elefanti, componente grave-
mente instabile, ai ranghi della falange.
Ancora una volta – e ancora una volta Annibale era costret-
to a constatarlo con sgomento – la Sorte si era posta inequivo-
cabilmente dalla parte di Roma. Gli dei – sosteneva un vecchio
detto dei Greci – privano del senno coloro che vogliono spin-
gere alla rovina. Ebbene, che cos’altro se non un’autentica fol-
lia collettiva era ciò che aveva indotto tutte o quasi le genti
dell’Ellade ad agire per favorire il successo della res publica? Il
più giustificabile, in fondo, era proprio Antioco. Certo, la sua
visione strategica era stata, all’inizio, miope e ristretta; e forse,
una volta che le legioni erano entrate in Asia, avrebbe potuto ri-
tirarsi verso oriente senza combattere, tirandosi dietro un ne-
mico che avrebbe penato assai se avesse dovuto protrarre inde-
finitamente la sua presenza militare oltre l’Ellesponto. Dall’a-
dottare questa strategia lo avevano dissuaso sia il timore – le-
gittimo anche se, sospettava Annibale, forse eccessivo – di ve-
der scoppiare secessioni e rivolte all’interno del regno; sia la fi-
ducia – assai meno legittima, questa: il Cartaginese lo aveva pur
avvertito! – che il re continuava malgrado tutto a nutrire nella
forza dei suoi apparati militari.
Quanto a Eumene e ai Rodii, da sempre preziosi alleati di Ro-
ma, essi avevano evidentemente offerto il loro contributo, assai
importante, alla Potenza italica nella speranza di ottenerne si-
gnificativi vantaggi, politici e territoriali; e gli eventi sembravano

288
aver dato loro ragione. Ma, Annibale ne era certo, della loro scel-
ta essi si sarebbero ben presto pentiti. Addirittura peggio, e as-
sai, si erano però condotti gli Etoli e, in particolare, Filippo. Cie-
chi non meno dello stesso sovrano siriaco di fronte alle reali istan-
ze strategiche di quella guerra, che pure avevano tanto intensa-
mente voluto, gli Etoli avevano prima dissuaso il re dal colpire
duro nell’unica direzione possibile, attaccando Roma in Italia;
avevano poi, dopo la rotta delle Termopili, accettato per ben due
volte gli armistizî offerti dal senato, benché questi fossero evi-
dentemente solo specchietti per le allodole, permettendo a Sci-
pione di volgersi indisturbato ad oriente senza dissipar tempo ed
energie in un’estenuante guerra di assedî che ne avrebbe logora-
to le forze e avrebbe concesso ad Antioco il tempo di cui questi
aveva bisogno. Anche Filippo, che pure Annibale sapeva solle-
cito verso i destini del suo paese, si era per ben due volte mostrato
cieco di fronte al pericolo che Roma rappresentava ormai pale-
semente per il mondo greco; e se la sua prima scelta di campo si
accordava in fondo con l’istintività di un carattere facile all’ira e
tenace nel rancore di fronte a quello che doveva essergli appar-
so come un vero e proprio tradimento da parte dell’antico allea-
to, non senza stupore il Barcide si trovava a riflettere sul suo com-
portamento nella seconda fase della guerra. Il sovrano antigoni-
de era venuto, nel tempo, progressivamente riavvicinandosi agli
Etoli: non aveva forse ricevuto alla sua corte il loro ambasciato-
re Nikandros? Per di più l’azione di Antioco in Grecia era falli-
ta; e questo fatto – che doveva aver certamente almeno in parte
attenuato il risentimento di Filippo – avrebbe anche dovuto da
un lato ridimensionare ai suoi occhi la pericolosità del Gran Re,
dall’altro accrescere a dismisura il timore nei confronti della mi-
naccia rappresentata da Roma. Eppure il sovrano, tra le cui doti
precipue non figurava certo la lealtà, era rimasto tenacemente fe-
dele all’impegno preso con la res publica, scortando le forze di
Scipione attraverso i pericolosi passi della Macedonia e della
Tracia invece di schierarsi con gli Etoli e con la Siria. Era all’Afri-
cano, al suo prestigio, al fascino della sua personalità che si do-

289
veva questa scelta di campo? Annibale, che lo conosceva, era
propenso a crederlo; ma Publio, in cui il sovrano antigonide tan-
to fidava, non era il senato di Roma... Comunque fosse, «nell’ar-
co di dieci anni gli dei, nella loro benevolenza, avevano fatto a
Roma un doppio regalo, e cioè che Antioco non aveva fatto nul-
la per impedirle di abbattere Filippo e che Filippo aveva fatto del
suo meglio per aiutarla ad abbattere Antioco»22.
La pace, comunque, era ormai inevitabile; e i preliminari fu-
rono negoziati in Sardis dagli Scipioni e dai messi del re di Si-
ria, che accettarono, con qualche minimo inasprimento, le con-
dizioni già fissate da Publio prima della vittoria. Oltre a pagare
un’indennità di quindicimila talenti euboici – cinquecento co-
me anticipo, duemilacinquecento alla ratifica da parte del se-
nato e il resto in dodici rate annuali –, oltre a comporre ogni
precedente dissidio nei confronti di Pergamo e a impegnarsi a
consegnare sia Annibale, sia Toante e gli altri nemici di Roma
che avevano trovato rifugio presso di lui, sia il figlio Antioco, sia
infine diciannove nobili del regno come ostaggi, il re accettò di
abbandonare i suoi possedimenti asiatici fino al Tauro.

22 Holleaux.
capitolo III
Testamenti
e congedi
1. Annibale:
gli ultimi anni
Dopo Magnesia l’esito della guerra era segnato. Con la vittoria
di Lucio Scipione il nome di Annibale venne posto dal console
in persona in cima alla lista degli avversarî politici di cui la Re-
pubblica reclamava esplicitamente la consegna prima ancora di
dettare le condizioni di pace. Forse perché troppo sentiva di
dovere alla propria regale dignità, all’odiosa richiesta (ma Pu-
blio, in passato tanto generoso con lui, ne era al corrente? An-
nibale se lo sarebbe poi sempre chiesto...), Antioco preferì non
dar seguito, lasciandosi volutamente sfuggire di mano tutti i
suoi consiglieri; e, tra loro, per primo proprio il Cartaginese.
Così, dopo essersi riavvicinate fin quasi a toccarsi, per il ca-
priccio di Tyche le strade dell’Africano e sua tornavano di nuo-
vo a dividersi.
Profugo dal regno di Siria, Annibale traversò, durante que-
gli ultimi anni di vita, trascorsi in continuo movimento, molte
regioni del Vicino Oriente, alla ricerca di una terra e di un re-
gno che gli offrissero la base per una purtroppo sempre più
aleatoria rivincita; o che gli concedessero, almeno, un rifugio si-
curo. Trascorse così qualche tempo a Creta, nascosto in Gorty-

291
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L’Asia Minore ai tempi di Scipione e Annibale

292
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Chilometri

293
na, alle falde del monte Ida; una località fuori mano e lontano
dagli occhi del mondo, e per questo almeno provvisoriamente
sicura, ma troppo isolata per il grande Cartaginese, che ancora
non si rassegnava a ritirarsi dalla scena politica.
Gli restava infatti, per quanto possibile, un ultimo tentativo
da compiere: mettere in guardia i Greci, fino ai limiti estremi
del loro mondo, circa il pericolo rappresentato da Roma e dal-
le sue ambizioni. La nostalgia della vita attiva e quasi la smania
del viaggiare lo ripresero, dunque, ben presto. Decise allora di
lasciare l’isola, ma dovette vincere la resistenza degli indigeni,
che rifiutavano di lasciarlo partire. Conscio che essi miravano,
in realtà, alle sue ricchezze, si offrì spontaneamente di consa-
crarle nel locale santuario di Artemide; quasi che si fosse la-
sciato convincere a lasciarle e volesse depositarle in un luogo si-
curo. Nelle anfore che, con studiata solennità, fece trasportare
nei sotterranei del tempio uno strato superficiale, benché ab-
bastanza spesso, di metallo prezioso celava però il piombo che
le riempiva. Profittando della fama di collezionista d’arte e di
amante del bello che lo circondava da sempre, ottenne invece
di poter portare con sé alcune statue di bronzo, la cui cavità ave-
va riempito con la maggior parte delle sue ricchezze.
Uscito dall’isola, Annibale si spinse fino all’Armenia, un va-
sto sistema di altopiani che si estendeva dall’Asia Minore alla
Persia settentrionale. Tra le eccelse e dirupate catene che lo chiu-
devano da due lati, a borea e ad austro, la regione si apriva e si
abbassava progressivamente di livello; e la fisionomia del suo
paesaggio, pur spezzata da alcune vette alte quasi quanto quelle
periferiche, si faceva più dolce e sostanzialmente pianeggiante,
con vallate riempite da una terra tra le più fertili al mondo. Il cli-
ma aveva estati torride e inverni gelidi e lunghissimi quasi ovun-
que; e la neve, che copriva alcune parti del paese per otto mesi
l’anno, cadeva in tormente tanto improvvise e violente da sep-
pellire, talvolta, carovane intere; sicché i rari viandanti che si ar-
rischiavano a percorrere quelle contrade non mancavano mai di
portare con sé lunghi bastoni cavi, con cui praticare un foro fino

294
alla superficie, per poter respirare e segnalare la propria posi-
zione al tempo stesso, nella speranza di essere soccorsi.
Anche qui Annibale si fermò per qualche tempo, ospite di
Artaxias, il satrapo locale. Per lui il Cartaginese progettò e co-
struì – in una zona del paese amena e favorita dalla natura, ma
fino ad allora incolta e abbandonata – una capitale che ne per-
petuasse il nome: Artaxata, le cui mura sono quasi completa-
mente bordate dal corso del fiume Araxes. Realizzando questa
città, che avrebbe fatto da modello ad ogni successiva fonda-
zione in terra d’Armenia, egli non pensava, in verità, tanto a
soddisfare il suo ospite; rivendicava piuttosto per sé la sola tra
le funzioni della regalità ellenica che gli fosse stata fino ad allo-
ra preclusa, quella di ktistes, di urbanista e fondatore di città,
una funzione ai cui rituali il cognato aveva adempiuto, oltre
quarant’anni prima, fondando all’altro capo del mondo Carta-
gine di Spagna.
Soddisfatto oltre ogni attesa nella sua vanità, Artaxias gli fu
immensamente grato; eppure, poco dopo gli chiese di andarse-
ne. Satrapo d’Armenia per conto di Antioco, egli aveva appro-
fittato della crisi seguita alla disfatta di Magnesia per procla-
mare la propria indipendenza rispetto alla Siria seleucide, ma
aveva potuto compiere questo passo solo con il tacito assenso e
l’occulta protezione del senato di Roma; sicché, se conosciuta,
la presenza di Annibale avrebbe rischiato di compromettere il
suo ancor fresco potere. Di consegnarlo non se la sentiva; lo
pregò dunque di lasciare il suo regno finché era in tempo.
Annibale si mise così nuovamente in viaggio; senza molti
rimpianti, tuttavia, poiché il soggiorno in quella landa desolata
e lontana lo aveva riempito ancora una volta di frustrazione e
rimpianto. Giunse, infine, alla corte di Bitinia; e qui trovò il suo
ultimo rifugio.
Popolata da genti di remota origine tracia, la Bitinia è una
terra grande, varia e bellissima. Divisa in due parti dal corso del
Sangarios, a oriente essa si innalza progressivamente, formando
una sorta di lunga barriera rocciosa, a terrazzi e guglie, fino a

295
raggiungere la grande catena dell’Olimpo bitinico, che proce-
de parallela alla costa dell’Eusino. Oltre queste montagne si
aprono le piane dell’alto Hypius, il cui spartiacque, ancora più
a oriente, forma il confine ultimo del paese. A ovest, lungo la
costa della Propontide, scavata dal profondo golfo di Nicome-
dia e dalla più modesta insenatura di Cio, la regione si apre in
una serie di ricche pianure, famose per la loro fertilità.
Qui si raccolgono i centri principali del paese; e qui, come
primo atto destinato a guadagnargli la fiducia e la riconoscenza
del re, Annibale fondò Prusa, destinata ad esserne la nuova ca-
pitale. Fra tutte le città bitiniche è, la sua, la posizione più bel-
la: costruita su uno sprone che dal monte Olimpo si proietta a
maestro, essa si affaccia su una vasta piana, fertile e ben irriga-
ta. Da un’alta terrazza rocciosa la sovrasta e la protegge l’acro-
poli, alle cui spalle torreggia, maestoso, l’Olimpo, con i pendii
più bassi coperti di foreste verdeggianti e fittissime, con i pic-
chi più alti coperti di nevi perenni.
Annibale aveva scelto come propria destinazione ultima la Bi-
tinia per ragioni precise, animato da un’estrema speranza. L’osti-
lità di Prusia, l’attuale sovrano, verso Eumene e verso il regno di
Pergamo gli lasciava pensare di potersi battere ancora in qualche
modo per la causa antiromana. Di qui egli aveva inviato ai Rodii
– già gravemente ostili a Cneo Manlio Valsone per la sua siste-
mazione dell’Asia – una lettera, divenuta ben presto celebre in
tutto l’Oriente, per indurli a riflettere sulla condotta spietata che
il Romano aveva tenuto contro i popoli vinti, in particolare con-
tro i Galati. Qui Annibale aveva ricoperto onorevolmente il suo
più recente comando. Nella guerricciola scoppiata tra Prusia ed
Eumene aveva affrontato sul mare il re di Pergamo; e l’aveva non
solo sconfitto grazie a uno dei suoi stratagemmi, facendo getta-
re sulle sue navi delle anfore piene di serpi velenose, ma era qua-
si riuscito a farlo prigioniero.
L’ultima sua vittoria, nondimeno, era stata inutile. Prusia si
era fatto battere per terra da Attalo, fratello di Eumene; e, so-
prattutto, Roma era intervenuta in favore dell’alleato predilet-

296
to con tutto lo smisurato peso della propria autorità e della pro-
pria potenza. Peggio ancora, questa guerra – una fastidiosa zuf-
fa senza importanza tra Stati clienti, che la Repubblica aveva ri-
solto semplicemente imponendo la sua mediazione – aveva di
nuovo attirato su di lui l’attenzione del senato. Annibale era,
adesso, nuovamente in pericolo...

2. Scipione: il ritorno
a Roma e i processi
Publio, frattanto, aveva dovuto tornare in patria. Mentre i mes-
si dei Rodii, di Eumene e di un gran numero di città greche,
consci che «le speranze di tutti erano riposte nel senato»1, pren-
devano la via verso l’Italia per conoscervi le decisioni ultime dei
patres, nuovi signori d’Oriente, gli Scipioni parvero, per un at-
timo, destinati a imporre ancora una volta le loro scelte politi-
che alla res publica. Ormai privo di qualunque ritegno, Catone
si oppose acidamente al trionfo di Lucio, giungendo al punto di
sostenere che l’episodio risolutivo della guerra si era svolto in
realtà due anni avanti, alle Termopili – e che, naturalmente, era
stato lui ad esserne il protagonista... –, mentre Magnesia non
aveva rappresentato altro che un insignificante epilogo. Invano,
fortunatamente. Pur sempre più condizionati dalla sua elo-
quenza, i senatori erano, grazie agli dei, ancora in grado di giu-
dicare dell’importanza e degli sviluppi di un fatto bellico; sic-
ché, sia pur dopo lunghe discussioni, riconobbero il peso deci-
sivo di quello scontro. Così, oltre a ottenere il diritto alla ceri-
monia, che fu splendida, Lucio poté anche assumere poi, sull’e-
sempio del più celebre fratello, il pomposo cognomen di Asia-
genes, vincitore dell’Asia, quasi fosse stato – quanta involonta-
ria ironia nella scelta dell’epiteto – una seconda volta generato
in Oriente.

1
Polibio.

297
Sull’onda di quella vittoria gli Scipioni non avevano soltan-
to liberato le poleis del litorale asiatico; avevano ridisegnato an-
che il quadro strategico dell’intera regione e avevano, al tempo
stesso, proposto ai Greci e a Roma una ben precisa linea nel
campo della politica estera. Filelleno per vocazione e per scel-
ta, Publio aveva, da oltre quindici anni, preso l’abitudine di
onorare i grandi santuarî greci, quelli di Delfi e di Delo in par-
ticolare; e aveva, insieme con il fratello, elaborato una sorta di
manifesto ideale, reso esplicito nei testi indirizzati a Colophon
e a Herakleia al Latmos. Sembrava ormai che la sua scelta di pa-
trocinium, di accorto protettorato, potesse affermarsi senza più
ostacoli. Dura e intransigente verso i barbari – le cui tribù,
all’occorrenza, avrebbero potuto essere schiacciate e annesse
con la forza senza scrupolo alcuno –, Roma avrebbe dovuto vi-
ceversa, nell’ottica dell’Africano, lasciare sostanzialmente libe-
ro il mondo greco: al suo interno le grandi monarchie, ridi-
mensionate ma non distrutte, avrebbero dovuto convivere con
i poteri amici della res publica, Pergamo e Rodi, rafforzati e mes-
si in grado di fungere da contrappeso nei loro confronti, men-
tre tutte le altre entità statuali – le Leghe come le poleis, i prin-
cipi e i dinasti locali non meno delle entità indigene – sarebbe-
ro state lasciate sussistere nel segno di un equilibrio del quale la
Potenza italica sarebbe stata la protettrice, l’arbitra, la garante.
E tuttavia tale nobilissimo sogno era destinato a svanire ben
presto. A frustrarlo avrebbero contribuito da parte dei Greci la
debolezza e il servilismo di alcuni, ed erano i più, il rancore, le
ambizioni a stento frenate ma non represse e l’umana cupidigia
di altri; mentre, da parte sua, Roma si sarebbe trovata ben pre-
sto nell’impossibilità di adempiere a una almeno tra le funzioni
politiche fondamentali che aveva assunto con il suo nuovo ruo-
lo di patrona dell’Ellade. Se, per esempio, vi era da un lato as-
sai poco da sperare nell’amicizia degli Etoli, prima delusi in
quelle che avevano creduto aspirazioni legittime e poi umiliati
da una guerra due volte perduta, il nuovo ridimensionamento
imposto alla Macedonia, inevitabile nel nome stesso dell’equi-

298
librio che si voleva mantenere in Grecia, avrebbe fatalmente
rinfocolato i rancori di Filippo e ne avrebbe stimolato l’innata
tendenza all’intrigo. Quanto poi ad Eumene, questi – che era
stato un ardente assertore dell’autonomia delle poleis d’Asia fi-
no a che si era trattato di affrancarle dal dominio seleucide – si
opponeva ora recisamente alla loro liberazione, spinto dal desi-
derio di annettersi molte delle città già appartenute ad Antio-
co. Continuavano, invece, a patrocinare l’eleutheria degli Elle-
ni i Rodii, certo in nome della loro antica tradizione liberale, ma
anche perché erano decisi a limitare in ogni modo l’influenza
del regno di Pergamo, che la potenza acquisita grazie all’amici-
zia di Roma tendeva adesso a rendere egemone, almeno in am-
bito locale. Anche in loro, però, la nuova situazione sembrava
avere destato una protervia del tutto nuova. Essi non si con-
tentavano più, dunque, del fatto che il loro territorio continen-
tale fosse quasi quadruplicato grazie all’attribuzione della Ca-
ria a sud del Meandro e della Lycia; ma – approfittando inde-
corosamente di un’omissione da parte dei commissarî di Roma,
i quali avevano dimenticato di specificare il futuro status politi-
co dei Licî – presero a trattare questi ultimi, i quali ritenevano
di esser divenuti loro alleati, alla stregua di semplici sudditi.
L’insorgere di tutti questi problemi – ...e di molti altri ancora –
doveva inevitabilmente suscitare paure e diffidenze, invidie e
rancori; e scatenare, per conseguenza, un profluvio di recrimi-
nazioni e di proteste, di liti e di contese che, tutte, chiamavano
ad arbitro il senato della res publica. Mancava però, alla Poten-
za italica, la capacità, per definizione necessaria al patronus, di
dirimere autorevolmente le controversie tra i suoi clientes; e ta-
le situazione sarebbe divenuta foriera di strascichi gravissimi.
Per di più gli avversarî politici interni – che in quest’ambito
peroravano scelte molto diverse dalle sue – andavano da tempo
minando la potenza di Publio. Egli infatti ormai faceva paura;
tanto più che cominciava ad avvertirsi, in Roma, il peso di un
connotato del tutto nuovo e particolare nella sua figura. Pur
mai eccessivamente ostentata, la scelta culturale da lui compiu-

299
ta lo aveva portato a confrontare i caratteri della realtà statuale
romana con la dimensione mediterranea dell’ellenismo, nella
quale egli sentiva di dover cercare un riferimento e, per certi
versi, persino una misura alla grandezza della res publica; e ciò
lo aveva indotto, sulla scia di un aspetto da lui colto nel suo
grande modello punico, a proporre un implicito raffronto tra la
propria figura e quelle dei condottieri e dei sovrani dell’Ellade.
Come per Annibale, il suo mito era nato in Spagna, quando Sci-
pione stesso aveva voluto cingere di un alone soprannaturale
agli occhi dei suoi soldati la presa della Cartagine iberica; e colà
stesso aveva continuato poi a crescere e a svilupparsi grazie al
temperamento del giovane eroe romano in grado di fascinare le
genti indigene, alcune delle quali lo avevano proclamato re. Co-
me Annibale e gli altri Barcidi prima di lui, egli non aveva esi-
tato a batter moneta con la sua effigie, assumendo per sé – sia
pur solo in provincia – quella che la cultura ellenica del tempo
considerava una prerogativa regia; e, compiendo un atto del
tutto nuovo per la prassi politica romana, al pari dei predeces-
sori punici aveva fondato una città in quella regione remota,
dando vita a Italica, il primo nucleo di cives a nascere oltre i con-
fini della penisola. Come il suo modello cartaginese anch’egli
aveva poi provveduto scientemente, una volta rientrato in Ita-
lia, ad ampliare i contorni della propria leggenda. Parzialmen-
te ispirata a motivi desunti dal mito di Alessandro – a partire
dal tema della nascita, che, simile in ciò al Macedone, Scipione
tendeva ad attribuire all’intervento di un dio, Iuppiter in per-
sona (il quale, in forma di serpente, avrebbe visitato, fecondan-
dola, la madre sua Pomponia...) –, l’immagine soprannaturale
di Publio era divenuta uno dei temi favoriti per la tradizione po-
polare ed erudita, soprattutto nell’Oriente ellenico, dove que-
sti motivi non stupivano più, ed egli era considerato in posses-
so di particolari doti mantiche: colà un testo apocalittico, che
circolava proprio allora in ambito rodio, aveva fatto di lui un
therapon di Apollo Pizio, incaricato di richiamare i vincitori Ro-
mani all’opportuna misura nei confronti del mondo greco.

300
Proprio su questo carattere, del resto, aveva preso da tem-
po a insistere Publio in persona, sottolineando di continuo le
manifestazioni estatiche, i sogni profetici, le visioni che lo gui-
davano nelle sue straordinarie imprese; e che dovevano fare di
lui, agli occhi ormai del mondo intero, il privilegiato detento-
re di un rapporto personale con gli dei. Come Annibale, an-
ch’egli aveva affidato a storici e a poeti – in particolare a Ennio,
il discendente di una nobile famiglia messapica che diceva di
avere tria corda: tre anime, osca, greca e latina – il compito di
cingere la sua figura di un’aura soprannaturale, eroizzandolo
già in vita. Una completa mimesi rispetto ai modelli ellenistici
era, però, affatto impensabile nella Roma del tempo; sicché
l’idea di instaurare sulla res publica un dominio personale co-
me quello inutilmente vagheggiato dal figlio di Amilcare al suo
ritorno dalla campagna d’Italia non fu neppur concepita mai da
Scipione, in cui era ancora troppo forte il rispetto delle istitu-
zioni caratteristico del civis. Publio sentiva da sempre, nondi-
meno, che non tutti gli uomini – neppure nel ristretto ambito
dell’oligarchia – erano uguali tra loro, ed era pienamente con-
scio della superiorità che gli derivava dal genio e dei meriti,
enormi, guadagnati con le sue imprese; aspirava dunque a con-
figurarsi come il primus inter pares all’interno del senato, come
la personalità di spicco capace di dettare le future scelte della
Repubblica.
In seno alla nobilitas romana, che aveva guidato compatta lo
Stato durante la bufera annibalica, egli era venuto dunque as-
sumendo, al rientro dall’Africa, una preminenza assoluta. Più
ancora che la censura e la stessa, prestigiosa prerogativa di prin-
ceps senatus, che gli erano state riconosciute assai presto e sen-
za contrasti, erano alcuni altri caratteri, insoliti e del tutto pe-
culiari alla sua figura, a renderne la posizione davvero unica.
Egli era l’uomo che molte civitates, molte delle tribù iberiche,
consideravano loro patrono; e per celebrare i suoi meriti erano
venuti a Roma i messi di Sagunto, latori di una corona di rin-
graziamento destinata al tempio di Giove Capitolino. Le legio-

301
ni lo avevano salutato, primo nella storia dell’Urbe, con il tito-
lo di imperator; e per primo egli era stato insignito del cogno-
men ex virtute di Africano, il soprannome che ne certificava in
perpetuo la vittoria. Publio era l’uomo che alcuni eminenti
membri del senato – Caio Lelio, Sesto Digitio – riconoscevano
a loro patrono; era colui, infine, che aveva portato al consolato
homines novi quali lo stesso Lelio o Manio Acilio Glabrione e,
nei dieci anni successivi alla vittoria di Zama, ben sette espo-
nenti a lui devoti della gens Cornelia. Sempre più, dunque,
un’oligarchia gelosa della rigida uguaglianza tra i suoi membri
aveva cominciato a sentirlo come una minaccia per gli equilibrî
e per le istituzioni stesse della res publica.
Così, mentre egli e il fratello erano oltremare, in patria co-
minciarono, prima subdoli e poi sempre più decisi, gli attacchi
contro i suoi partigiani e contro lui stesso. Il primo della sua fac-
tio ad esser chiamato in causa fu Quinto Minucio Thermo, che
aveva militato con Publio in Africa e ne aveva poi, come tribu-
no della plebe, sostenuto la linea d’azione contro le proposte di
Cneo Lentulo. Console tre anni avanti, l’insigne soldato – che
già durante la pretura era stato capace di meritarsi un trionfo
sugli Iberici – chiese ora un nuovo riconoscimento per la vitto-
ria ottenuta de Liguribus, sulle tribù appenniniche sconfitte in
qualità di proconsole; ma, al suo ritorno in Roma, fu duramen-
te attaccato da Catone. Questi lo accusò di numerosi crimini,
che andavano dall’aver esagerato il numero dei nemici uccisi
all’aver fatto battere colle verghe dieci cittadini di una comu-
nità alleata e averne fatti giustiziare altri dieci, squartandoli co-
me maiali, fino all’aver praticato il ripugnante vizio della pede-
rastia: in una parola di non aver curato in alcun modo fidem ne-
que iusiurandum neque pudicitiam, non la lealtà o il giuramen-
to o il pudore. Riuscì, a Minucio, di discolparsi almeno in par-
te, e la causa da lui intentata in risposta allo stesso Catone per
il suo comportamento in Spagna lo aiutò senz’altro, facendo ca-
dere insieme entrambi i processi; ma, se pure egli poté esser de-
signato tra i dieci legati che il senato inviò in Asia nella prima-

302
vera successiva, l’accusa aveva almeno in parte raggiunto il suo
scopo, e il trionfo gli venne negato.
Se a prendere l’iniziativa di compiere la prima mossa era sta-
to senz’altro Marco Catone, il quale era – insieme con il suo pa-
trono Valerio Flacco – l’esponente di punta dei conservatori, il
timore per la posizione dominante dell’Africano era però larga-
mente condiviso, e stava saldando poco a poco in un unico bloc-
co tutta quella parte dell’aristocrazia che non faceva capo diret-
tamente a Publio, avvicinando il centro moderato della Curia al-
la linea intransigente dei tradizionalisti. Così, nei mesi successi-
vi la violenza degli attacchi venne accentuandosi; e ad essa non
riuscì a opporsi adeguatamente neppure il console in carica,
Caio Lelio. Questi era un homo novus, ed era perciò guardato
con sussiego dagli altezzosi membri dell’antiqua nobilitas, pres-
so i quali trovava assai poco credito; era, inoltre, un soldato assai
più che un politico e, anche per questo, fu costretto, durante l’an-
no di carica, ad assentarsi a lungo da Roma per occuparsi dei pro-
blemi militari in Gallia Cisalpina.
Le elezioni consolari per il cinquecentosessantacinquesimo
anno dell’Urbe2 diedero dunque un risultato a sorpresa. Mal-
grado Lelio stesso presiedesse i comizî, malgrado le notizie cir-
ca l’andamento della guerra contro Antioco fossero assai favo-
revoli – il pretore Emilio Regillo aveva vinto i Siriaci per mare;
e l’esercito era passato senza ostacoli in Asia –, le votazioni pre-
miarono non il candidato della pars Cornelia, che era Marco
Emilio Lepido; ma tra i patrizî Marco Fulvio Nobiliore, tra i
plebei Cneo Manlio Vulsone. Decisi a coglier l’occasione, i nuo-
vi eletti si diedero naturalmente subito da fare acciocché il se-
nato non prorogasse il comando agli Scipioni; e finirono col
raggiungere lo scopo. Sia pur solo a maggioranza, il consesso
decise infatti di richiamare in patria Lucio e il pretore Regillo,
assegnando l’Oriente ai consoli in carica: Fulvio ottenne l’Eto-
lia, Manlio Vulsone fu destinato a gestire gli affari in Siria e nel

2
189/188 a.C.

303
resto dell’Asia. Malgrado suscitasse un vivace dibattito, neppu-
re la notizia della vittoria di Magnesia indusse i patres a recede-
re dalla linea prescelta.
Sempre più vivace, la contesa politica andava frattanto ar-
ricchendosi di ulteriori capitoli, e stava progressivamente dege-
nerando. L’anno successivo era quello del lustrum, e per la cen-
sura si affrontavano in una campagna elettorale serrata e senza
esclusione di colpi ben tre coppie di candidati eccellenti: a Va-
lerio Flacco e Marco Catone si opponevano infatti, sostenuti dal
blocco scipionico, il console dell’anno avanti, Acilio Glabrione,
e Scipione Nasica, mentre il centro moderato dei patres appog-
giava Flaminino e Marco Claudio Marcello iuniore.
Per i tradizionalisti soprattutto il momento era importante.
I lustri recenti avevano visto la censura occupata da uomini fa-
vorevoli al nuovo; e i vecchi Romani accusavano ormai aperta-
mente gli ultimi magistrati di timidezza e di lassismo. Il mos
maiorum pareva, adesso, essere a rischio; sicché occorreva uno
sforzo capace di sottrarre una volta per tutte la magistratura che
garantiva la salvaguardia del costume avito ai fautori della re-
cente, deplorevole svolta morale. Ben poche illusioni Catone
nutriva, in realtà, circa la possibilità di un proprio successo fi-
no da quella prima candidatura; sicché, anche a costo di favo-
rire Flaminino, Flacco e lui stesso erano più che disposti a sa-
crificare le loro esigue speranze di vittoria pur di scongiurare,
al tempo stesso, una nuova censura della pars scipionica.
Glabrione non solo poteva vantare il successo conseguito al-
le Termopili; aveva anche operato ricche distribuzioni di olio e
di vino in favore della plebe, ed era per questo il candidato più
popolare. Ma era un homo novus, e dunque in certo qual modo
più vulnerabile; e, poiché poco o nulla si poteva rimproverare sul
piano etico al suo associato Nasica, nobilis e irreprensibile, fu lui
ad essere messo sotto accusa. Proprio da Publio, il quale tante
volte se ne era cinicamente servito in passato, i suoi avversari ave-
vano imparato a valersi dell’opera dei tribuni; sicché, imbeccati
da Catone, due membri di quel collegio, un Gracco e un Rutilo,

304
chiesero conto a Glabrione della preda raccolta durante la re-
cente campagna in Grecia, e Manio Acilio vide allora venire allo
scoperto, schierandosi manifestamente con gli accusatori, lo
stesso Catone. Malgrado fosse in competizione con lui per la cen-
sura e fosse stato suo legato alle Termopili, questi non esitò in-
fatti, in aperto spregio alla consuetudine, a testimoniare che dal
bottino esibito durante il trionfo e depositato nell’erario manca-
vano alcuni vasi in oro e in argento razziati nel campo di Antio-
co. L’azione giudiziaria ebbe termine non appena Glabrione de-
cise di revocare la sua candidatura; ma anche Catone pagò le con-
seguenze del clamoroso gesto compiuto. Nel discorso pronun-
ciato per ritirarsi dall’agone politico Manio Acilio non esitò in-
fatti a sottolineare il carattere pretestuoso dell’attacco subito,
che si fondava per di più sulla calunnia: Catone – disse – aveva
introdotto l’arma dello scandalo nella vita pubblica, e ciò sareb-
be stato, per Roma, foriero delle più gravi iatture. Anche que-
st’ultimo, però, era un homo novus; e aveva dunque, agli occhi
della nobilitas, lo stesso limite del suo avversario. Per di più la
massa degli elettori non perdonò all’ex legato la gravissima man-
canza di lealtà nei confronti del suo comandante; sicché a riusci-
re eletti furono, infine, Flaminino e Marcello.
Del risultato, tuttavia, i tradizionalisti potevano tenersi sod-
disfatti. Oltre a impedire alla fazione avversa di conquistare la
censura, essi avevano escluso Lepido dal consolato; ciò mentre
Caio Lelio mostrava scarsa caratura politica e alcuni tra i più
prestigiosi sostenitori dell’Africano erano lontani, impegnati
nella legazione in Oriente, altri erano ormai screditati dalle re-
centi iniziative giudiziarie. Si poteva, dunque, alzare adesso la
posta in gioco, preparandosi a colpire Publio in persona. Mal-
grado gli immensi beneficî resi alla res publica, su cui tanto egli
contava per restare al vertice – e, anzi, forse proprio nel ricor-
do di questi... Sotto tale aspetto, occorre dirlo, Scipione era un
inguaribile ingenuo: non ha forse detto un saggio che, creando
un obbligo morale, i beneficî generano per lo più insofferenza,
talvolta addirittura odio, piuttosto che gratitudine, in chi li ri-

305
ceve? –, l’Africano era divenuto, per i nobiles che aspiravano ad
esser suoi pari senza potervi di fatto riuscire, un simbolo e un
bersaglio da abbattere.
Sensibile malgrado tutto all’atmosfera che si respirava in se-
nato – che altro era, da ultimo, se non un oltraggio esplicito e
deliberato nei confronti del fratello e suoi, la concessione della
proroga nel comando asiatico a quel Tito Manlio che pure van-
tava meriti ben più scarsi dei loro? – Publio reagì facendo una
volta ancora ricorso all’opera dei tribuni della plebe. Ispirato da
lui, un membro del collegio, Terenzio Culleone, promosse una
misura volta ad assicurare ai libertini, ai figli dei liberti, i diritti
civici integrali e a ripartirne il voto fra tutte le tribù, così da ren-
derlo pienamente efficace. Subito dopo un altro tribuno, Vale-
rio Tappone, ottenne che ai municipia di Arpino, di Fundi, di
Formia fosse concessa la cittadinanza piena; e che gli abitanti
fossero assegnati alle tribù Aemilia e Cornelia, geograficamen-
te prossime a Roma. Ai comizî veniva così ad aggiungersi un co-
spicuo numero di nuovi votanti, consci di dover proprio a Pu-
blio la civitas optimo iure; e dunque auspicabilmente pronti a
dimostrargli in modo concreto la loro riconoscenza.
Malgrado le iniziative legali promosse per rafforzare la sua
posizione, in quel momento l’Africano restava, nondimeno, as-
sai vulnerabile; sicché i conservatori ritennero che fosse venuto
il momento di sferrare un primo attacco diretto contro di lui.
Simile a uno schermidore esperto, con il primo affondo Catone
si proponeva soltanto di saggiare la resistenza del nemico; gli
avvenne invece, con sua somma sorpresa, di pungerlo subito nel
vivo. I preliminari della pace con la Siria negoziati in Sardis ave-
vano stabilito che Antioco versasse come prima rata dell’in-
dennità di guerra tremila talenti; duemilacinquecento, pagati
solo alla ratifica del trattato, li riscosse poi il successore, Man-
lio Vulsone, ma i primi cinquecento, a titolo di anticipo, erano
stati consegnati direttamente agli Scipioni all’indomani stesso
di Magnesia. Poiché però da oltre un anno, ormai, mancava
ogni verifica circa l’uso di quella somma, Catone incaricò due

306
tribuni tra loro cugini – i quali portavano entrambi l’identico
nome di Quinto Petillio – di chiedere a Lucio un rendiconto al
cospetto dei patres. Con sorpresa dello stesso Catone, l’Asiage-
nes, chiamato a giustificare l’impiego del denaro ricevuto, pre-
se subito a tergiversare.
Per di più, benché formalmente non fosse stato ancora solle-
citato o coinvolto nel dibattito, Publio intervenne, con premura
sospetta, in difesa del fratello; e, in prima persona, rispose sec-
camente ai tribuni che i registri erano, certo, conservati in un luo-
go sicuro, ed erano in regola, ma che loro due – Lucio e lui stes-
so – non erano in alcun modo tenuti a render conto per l’impie-
go della somma riscossa da Antioco. Quei cinquecento talenti,
infatti – questo era l’asserto dell’Africano –, facevano parte del-
la praeda, il bottino guadagnato dagli eserciti sul campo nel cor-
so delle operazioni militari; una risorsa della quale – frutto
com’era di una sorta di condizione anomala, la guerra appunto
– si era lasciato finora arbitro indiscusso il comandante in capo.
Trincerandosi con ostinazione dietro questo argomento, Publio
rifiutò dunque recisamente di rispondere.
La spiegazione ricevuta, tuttavia, non soddisfece i tribuni, sic-
ché, di fronte alla loro insistenza, l’Africano si spinse ad una rea-
zione che andava oltre ogni limite: ordinò infatti al fratello di
portare nella Curia il registro dei conti e, avutolo in breve tempo
tra le mani – la loro casa era a poca distanza dal Foro –, lo lacerò
sdegnosamente in più pezzi, invitando gli inquirenti a cercare, se
potevano, la risposta tra quei brandelli. Volgendosi poi al sena-
to, chiese sarcasticamente come mai ci si interrogasse circa l’im-
piego di quei primi tremila talenti – anche Vulsone, sperava,
avrebbe dovuto rispondere per la sua parte... O, per caso, quel
trattamento oltraggioso era riservato a lui solo? – e non ci si do-
mandasse invece per merito di chi il Tesoro ne avrebbe incassa-
ti ben quindicimila negli anni a venire.
Quello che pareva lo sdegnoso scatto d’orgoglio di un nobi-
lis offeso nella sua dignità celava, in effetti, una reazione calco-
lata e dettata, questa volta, dalla paura; era infatti, per Publio,

307
il solo modo di recidere il nodo gordiano di una situazione fat-
tasi per lui estremamente difficile. Proprio gli Scipioni, e l’Afri-
cano se n’era reso conto con sgomento di fronte all’azione in-
trapresa dai tribuni plebis, avevano offerto ai loro avversari il
varco per attaccarli. Quella che si presentava in questo mo-
mento era, infatti, una situazione del tutto nuova. Mai, in pre-
cedenza, si era verificato un caso del genere: i pagamenti che
Roma aveva ottenuto al termine di ben tre guerre, prima per
due volte da Cartagine e poi dalla Macedonia, non avevano da-
to luogo finora a problemi di sorta poiché erano stati regolar-
mente e per intero versati nelle casse dello Stato. Questa volta,
invece, gli Scipioni si erano fatti anticipare una parte dell’in-
dennità e l’avevano impiegata a loro piacimento. La quota – cin-
quecento talenti su quindicimila – era, invero, molto modesta;
ma era il principio a contare.
Proprio sul principio verteva, infatti, la controversia. A Pu-
blio i suoi avversari replicavano che i cinquecento talenti erano,
in realtà, parte dell’indennità versata come risarcimento per le
spese sostenute dalla res publica onde finanziare la guerra con la
Siria; ed erano, quindi, denaro del popolo romano, che avrebbe
dovuto esser gestito dal questore e del cui impiego si doveva co-
munque rispondere. Per il fatto stesso di aver accettato le condi-
zioni di pace, infatti, il sovrano seleucide era divenuto sia pur
temporaneamente un vectigalis, un tributario di Roma; e sui vec-
tigales non era assolutamente consentito far preda.
In effetti, maledicendosi per la sua leggerezza, all’atto stesso
della richiesta formulata dai Petilii Publio aveva compreso di
aver commesso un errore. Già in passato, ai tempi in cui gover-
nava la Sicilia, la sua disinvoltura in campo finanziario lo aveva
messo nei guai. Dopo Magnesia – ricordando ciò che era acca-
duto anni prima in Africa, dove una delle clausole preliminari
del patto con Cartagine contemplava il mantenimento dell’eser-
cito vincitore – aveva ritenuto però di potersi nuovamente la-
sciar andare; e aveva, per così dire, preso una scorciatoia, rita-
gliandosi senza troppi scrupoli dall’indennità di guerra la pic-

308
cola cifra necessaria per pagare i soldati. Nulla di male, aveva
pensato; e invece ci era caduto di nuovo... Benché tentasse ora
di giustificare pubblicamente la sua condotta sostenendo che la
somma, versata prima del negoziato era, in realtà, la cauzione
per un provvisorio armistizio, e quindi costituiva un acquisto
personale suo e del fratello, doveva infatti ammettere, almeno
con sé stesso, che in questo caso le clausole preliminari di pace
da lui stesso formulate non contemplavano alcuna voce che lo
autorizzasse a disporre liberamente di quel denaro. Sentendosi
in trappola, aveva dunque deciso di alzare i toni, facendo ri-
corso al suo prestigio per tenere il punto; e, simulando l’impul-
so irresistibile del grande aristocratico ferito nell’orgoglio, ave-
va strappato con spregio il registro di fronte al senato. In realtà,
la sua era l’unica reazione possibile di fronte all’insidia celata
nella richiesta del tribuno. Se infatti avesse accettato di render
conto della somma ricevuta da Antioco, avrebbe ammesso im-
plicitamente che essa faceva parte dell’indennità di guerra, non
della praeda; e avrebbe dunque esposto Lucio, e sé stesso con
lui, al biasimo per aver fatto un uso improprio, o almeno arbi-
trario, di una somma destinata invece al Tesoro della città.
Purtroppo, però, la reazione di Publio aveva insospettito
Catone; il quale non era uomo da arrendersi, tanto più che ave-
va colto immediatamente anch’egli il vizio logico contenuto
nell’argomentazione dell’avversario e sapeva di essere in van-
taggio. Poco dopo, dunque, i tradizionalisti rinnovarono per
suo tramite i loro attacchi, spostandone tuttavia la sede di fron-
te alle assemblee del popolo, dove l’Africano sarebbe stato più
vulnerabile. Fu un altro tribuno, Caio Minucio Augurino, a ci-
tare Lucio Scipione davanti ai comitia tributa; e Catone stesso –
maledetto intrigante! – intervenne ancora una volta a sostene-
re la fondatezza dei di lui argomenti con il discorso De pecunia
regis Antiochi. Prevedendo di incontrare resistenza, Minucio
promosse energicamente l’azione fin dall’inizio: propose infat-
ti un’ammenda ai danni dell’Asiagenus e, valendosi fino in fon-
do delle prerogative della carica, pretese poi subito, prima an-

309
cora della ratifica delle tribù, il versamento di una cauzione al-
tissima. Al rifiuto di Lucio, infine, che sosteneva di non poter
pagare l’enorme somma richiesta, il tribuno ne dispose addirit-
tura l’arresto preventivo.
Neppure l’intervento di Publio, che protestava contro un ri-
gore certo legittimo, ma del tutto inconsueto, avrebbe potuto,
questa volta, salvare il fratello più giovane. Da lui interpellati
perché intercedessero contro il collega, i membri del collegio
tribunizio parvero, viceversa, allinearsi dapprima con la deci-
sione di Minucio. Solo Tiberio Sempronio Gracco, già ufficia-
le al servizio degli Scipioni e amico della famiglia, si risolse in-
fine ad opporre il veto; negando di essere mosso da qualsiasi
considerazione di ordine personale, egli motivò la sua scelta af-
fermando che non conveniva alla dignitas della res publica l’ar-
resto di un personaggio tanto eminente. Restava l’ammenda,
che Lucio, davvero impotente a pagare, riuscì a saldar solo gra-
zie all’intervento dei famigliari.
Troppo abile per incorrere nell’errore grossolano di pro-
muovere un’accusa frettolosa o avventata, Catone aveva accura-
tamente evitato che si incriminassero formalmente gli Scipioni
per sottrazione di pubblico denaro; ma, pur rinunciando a par-
lare apertamente di peculato, era proprio di questo che li aveva
in un primo momento sospettati. Non aveva forse, Publio, pro-
messo di versare una dote di trecentomila denarii per la figlia, do-
te di cui pareva non poter disporre tuttora? E non poteva, dun-
que, essersi lasciato tentare dall’enorme somma riscossa da An-
tioco e adesso svanita nel nulla? Spingendo la sua longa manus
Minucio a comminare all’Asiagenes una severissima ammenda,
Catone aveva cercato indirettamente il pretesto per appurare il
livello patrimoniale di Lucio e la sua solvibilità, deciso a scopri-
re se per caso questi avesse davvero trattenuto per sé una parte
almeno dei cinquecento talenti. Così non era, in apparenza, e
l’accusa cadde nel vuoto; ma i conservatori avevano ottenuto un
importante successo d’immagine. Appariva infatti evidente a
tutti che, in spregio alle regole, gli Scipioni avevano fatto un uso

310
improprio, o almeno arbitrario, di una somma destinata all’era-
rio; e che si erano poi mostrati restii a renderne conto in qualsia-
si modo. Solo l’oltraggio recato alla maiestas del senato prima e
l’intercessio di un tribuno fedifrago poi – queste le conclusioni
della factio conservatrice – avevano impedito che fossero co-
stretti a render conto della loro condotta.
A ulteriore scorno degli Scipioni vennero, l’anno dopo, i
trionfi concessi sia a Fulvio Nobiliore, sia a Manlio Vulsone. La
delibera di tale riconoscimento ai reduci dall’Oriente non fu, a
dire il vero, senza contrasti: al primo trionfo si oppose infatti, re-
cisamente e a lungo, il console in carica, Emilio Lepido, e forse
solo la sua lontananza da Roma – Marco era allora impegnato in
Cisalpina – e successivamente una momentanea infermità vieta-
rono che egli riuscisse a impedire lo svolgersi della cerimonia.
Quanto al secondo, Vulsone seppe far dimenticare il biasimo per
la disavventura subita traversando la Tracia; e, addirittura, sep-
pe fare un uso eccellente dei duemilacinquecento talenti che ave-
va effettivamente riscosso da Antioco, ottenendo che, in ragione
dell’arrivo di quella somma importante, si rimettesse ai contri-
buenti una parte almeno del tributum annuale. Ciò gli meritò –
il popolo di Roma aveva davvero, a volte, la memoria corta e lo
stomaco senza fondo! – un’effimera popolarità; a Lucio, il qua-
le aveva, in effetti, speso gli altri cinquecento talenti per pagare
le truppe che avevano schiantato la Siria, il gesto era valso un’an-
quisitio, un’inchiesta preliminare di fronte ai comizî!
Gli Scipioni erano ormai costretti a fare qualcosa per risol-
levare un’immagine che gli ultimi fatti avevano almeno in parte
compromesso: malgrado Publio lo sconsigliasse, Lucio scelse
dunque questo momento per rivelare che, tre anni prima, men-
tre ancora era in Asia, aveva promesso dei giochi votivi in rin-
graziamento per la vittoria. Questi furono poi effettivamente
celebrati poco dopo, con grande sfarzo; e si ricorse per pagarli
– così si giustificò l’Asiagenes – al contributo di amici volonte-
rosi e ai donativi offerti spontaneamente dai re e dalle poleis
dell’Asia intera. La mossa tuttavia, come l’Africano aveva pre-

311
visto, non diede gli effetti sperati, e anzi fu, in certa misura, per-
sino controproducente: scontato fu, infatti, il commento sarca-
stico dei conservatori sia a proposito della circostanza scelta per
rendere pubblico il votum – solo ora lo diceva? – sia a proposi-
to del mezzo impiegato per pagarlo – contributi volontari? do-
nazioni spontanee? Fandonie! Quell’improvvisa disponibilità
di denaro certo non era una prova, ma lasciava intendere che al-
le mani degli Scipioni una parte almeno del bottino asiatico do-
veva essere rimasta attaccata davvero...
Un nuovo fenomeno si era frattanto palesato all’interno del-
la penisola; ed era inquietante per le dimensioni non meno che
per il carattere. Apparentata esteriormente al Pitagorismo dalla
promessa resa agli adepti di una nuova nascita simile a quella del
loro dio e dalla conseguente aspirazione all’immortalità, la reli-
gione dionisiaca era da tempo molto diffusa tra le genti italiche
del meridione; ma di recente, dal mondo sabellico, era venuta
clandestinamente a impiantarsi in Roma. A lungo il processo
esoterico aveva coinvolto soltanto le donne; ora però, dal mo-
mento in cui una delle sacerdotesse aveva iniziato al culto il pro-
prio figlio, anche i maschi erano stati ammessi a partecipare, e si
erano formati dei circoli segreti in ogni parte d’Italia. Fu infine
una giovane donna, una liberta, che, temendo per la sorte del-
l’amato, minacciato dagli altri mystai, chiese l’aiuto del console;
e gli rivelò ogni cosa, cominciando dai segreti del circolo cui ade-
riva essa stessa, quello che si riuniva ai piedi dell’Aventino.
Ai tradizionalisti soprattutto il pericolo apparve subito gra-
vissimo. Sospetti per il carattere segreto e prevalentemente not-
turno delle loro cerimonie, i tiasi bacchici si rivelarono fino dal-
le prime indagini come una sentina di vizi estremi, che andava-
no dall’abuso del vino alle manifestazioni più scabrose di per-
versione e sfrenatezza erotica, giungendo addirittura a propor-
re una sacrilega inversione dei ruoli sessuali. Peggio ancora, ta-
luni risvolti della dottrina parevano offrire agli adepti la pro-
messa di un’accelerazione sociale; e il culto appariva tanto più
pericoloso perché aveva conquistato buona parte delle classi di-

312
rigenti italiche e pareva sul punto di sedurre persino taluni am-
bienti della nobiltà romana. Attraverso la fitta rete delle con-
venticole religiose diffuse ovunque sembrava addirittura poter
rinascere l’incubo, mai completamente dissolto, di una coniu-
ratio – non erano, forse, tutti i mystai stretti tra loro dal vinco-
lo sacrale del giuramento? – dei socii contro Roma. Nell’Urbe
come nelle grandi tenute che andavano sviluppandosi in Etru-
ria, in Campania, in Apulia, erano affluiti del resto da tutto il
sud schiavi, prigionieri e profughi in gran numero; ed era so-
prattutto presso queste comunità che si era diffuso il culto bac-
chico. Fu dunque soprattutto ai loro danni che si scatenò la re-
pressione, provocando operazioni su vasta scala come quella
condotta dal pretore Lucio Postumio, che da Taranto, sua pro-
vincia, operò contro gruppi di pastori.
Non vi era ormai nulla di cui gli Scipioni non venissero in-
colpati. Favoriti anche dal ritorno trionfale degli eserciti di Ful-
vio e di Manlio dall’Oriente, che aveva ulteriormente rafforza-
to la loro prevalenza in senato, i conservatori profittarono di
questa situazione, e del momento di panico da essa generato,
per sferrare un ulteriore attacco contro la pars Cornelia: erano
stati i filelleni – sosteneva, in particolare, Catone –, e soprattut-
to gli Scipioni, che, aprendo la porta agli usi, ai costumi, ai cul-
ti della Grecia, avevano permesso il sorgere del presente, ver-
gognoso abominio.
Dopo pochi anni che videro una serie di sorde lotte tra i Clau-
dii e i Sempronii, i Porcii, i Valerii e i Fulvii, giunse, infine, l’an-
no cinquecentosettantesimo dalla fondazione; nel quale, impo-
nendosi su Terenzio Culleone ed Emilio Paolo, riusciron conso-
li Publio Claudio Pulcro e Lucio Porcio Licino. Era cominciata,
dura e serrata, la contesa per l’imminente censura. Ben nove fu-
rono le figure di primo piano a proporsi come candidati: Lucio
Valerio Flacco e Lucio Scipione, Publio Scipione Nasica, Cneo
Manlio Vulsone e Lucio Furio Purpurione tra i patrizî, Marco
Catone e Marco Fulvio Nobiliore, Tiberio Sempronio Longo iu-
niore e Marco Sempronio Tuditano tra i plebei.

313
La nuova posta in gioco era troppo alta; e le fazioni avverse
si erano, dunque, preparate alla prova con la massima cura. Le
partes Corneliae avevano fatto scendere in lizza – contando an-
che alleati e fiancheggiatori – ben quattro dei loro esponenti, i
due Scipioni, Sempronio Longo e Furio Purpurione. Dal canto
loro, i conservatori puntavano ancora a varare un collegio che
riordinasse la res publica sulle basi materiali e morali della più
autentica tradizione romana; e avevano perciò candidato di
nuovo entrambi gli uomini di punta del loro schieramento. Era
assolutamente necessario, per essi, scongiurare il pericolo di
una nuova vittoria dei rivali; sicché, lasciando da un canto ogni
scrupolo formale, Flacco e Catone decisero di sferrare un nuo-
vo e decisivo attacco, prendendosela questa volta direttamente
con l’Africano.
Anche in questa circostanza l’iniziativa dell’azione giudizia-
ria fu affidata a un tribuno, Marco Nevio. Malgrado il crimen
principale proposto alle assemblee del popolo fosse tra i più
gravi, poiché insinuava il dubbio che Publio si fosse reso col-
pevole di una proditio, di un vero e proprio tradimento, Nevio
si contentò per allora di convocare l’Africano dinanzi alle tribù
riunite. Dopo aver ripercorso il suo passato – rammentando sia
gli antichi eccessi cui si era abbandonato in Sicilia, sia le vio-
lenze e le rapine delle quali si era invece macchiato il propretore
Pleminio, suo braccio destro, durante l’occupazione di Locri;
delitti che costituivano, a dire di Nevio stesso, un ben significa-
tivo preambolo rispetto alle colpe attuali –, il tribuno accusò
apertamente l’Africano di essersi lasciato corrompere da An-
tioco per concedergli la pace a condizioni di favore. Assai più
che sospetti erano – aggiunse – i ripetuti contatti intercorsi tra
Publio e il re, che era stato prodigo di ogni attenzione nei suoi
confronti. Non era forse vero che l’Africano aveva ottenuto la
restituzione del figlio prigioniero senza dover pagare alcun ri-
scatto? E che aveva poi ricambiato il favore facendo avvertire il
Seleucide di non combattere fino a che non si fosse ristabilito e
non fosse rientrato al campo egli stesso? Non era vero, infine,

314
che gli aveva concesso, pur dopo che l’esercito siriaco era stato
annientato, condizioni sostanzialmente uguali a quelle prospet-
tate già all’atto del suo ingresso in Asia? Non era vero, per con-
tro, che Antioco lo aveva onorato come se fosse lui l’arbitro di
ogni cosa, e da lui dipendessero le sorti della guerra e della pa-
ce? Ancor più della pecunia capta, del denaro ricevuto, era pro-
prio questa, in realtà la molla che spingeva l’Africano: la sua fol-
le, mostruosa ambizione. In spregio alle norme che disciplina-
vano l’imperium, egli si era condotto nei confronti del fratello,
console e capo della spedizione, come se fosse un dittatore, e
non un semplice legato. Bastava questo a mostrare quale fosse,
in realtà, lo scopo che Publio si era prefisso partendo per quel-
la campagna: convincere la Grecia, l’Asia e tutti i re e i popoli
d’Oriente di quanto già credevano fermamente la Spagna e la
Gallia, la Sicilia e l’Africa, e cioè che nelle mani di un solo uo-
mo stava, in realtà, il sommo potere sulla res publica. Dell’Urbe
egli era, d’altronde, il naturale sostegno, e sotto la sua ombra es-
sa riposava sicura; sicché, in una parola, un suo semplice cenno
contava assai più di un decreto dei patres, assai più del voto pro-
nunciato dagli stessi Quiriti.
Publio ascoltò le accuse sbigottito e incredulo. Come si po-
teva distorcere a tal punto la verità? Come si poteva anche solo
pensare che egli avesse tradito? Che memoria corta avevano, i
Romani! Quanto all’accusa di aver sovrinteso alle azioni del fra-
tello, non erano stati forse loro stessi a rimettergli la tutela di
Lucio? E, con ciò, ad affidargli di fatto il comando supremo
della spedizione asiatica, auspicando che sorvegliasse l’operato
di un console di cui tanto poco si fidavano? Quanto al monito
da lui rivolto ad Antioco, aveva solo inteso garantire l’incolu-
mità del Seleucide, non agevolarlo in alcun modo sul campo di
battaglia o, peggio, favorirne la vittoria. Così facendo si era ispi-
rato, tra l’altro, ad alcuni tra gli exempla più illustri offerti dai
maiores di Roma, da Camillo per esempio, o da Fabrizio Lusci-
no: una condotta cui si era sentito tanto più obbligato perché
Antioco si era, dal canto suo, mostrato un nemico leale e gene-

315
roso. Quanto alle condizioni di pace, non ricordavano i Roma-
ni che anche a Cartagine, pur dopo la vittoria di Zama, egli ave-
va concesso patti sostanzialmente analoghi a quelli negoziati
prima del ritorno di Annibale, solo di poco inasprendoli per pu-
nire la cattura delle navi onerarie e l’attacco al vascello degli am-
basciatori? Da sempre Publio era un convinto assertore della
magnanimità nella vittoria; ora questa sua propensione gli si ri-
torceva contro, offrendo il pretesto per un’accusa infamante!
Soffocato dallo sdegno e dall’amarezza, l’Africano non vol-
le, nondimeno, obiettare nulla alle accuse. Il primo giorno,
quando gli fu chiesto di parlare in sua difesa, egli si limitò a po-
che parole, osservando in tono sprezzante che gli sembrava, in
realtà, assai poco conveniente per i Quiriti starsene lì ad ascol-
tare gli addebiti rivolti contro Publio Scipione, un uomo al qua-
le gli stessi accusatori dovevano la loro facoltà di parlare libe-
ramente in pubblico; su queste parole l’assemblea si sciolse, tur-
bata e incerta. Il giorno seguente, quando l’accusa, preso co-
raggio, attaccò con rinnovata energia, Publio fece ancora ap-
pello al suo ascendente; e, nel ricordo di Zama, riuscì per la se-
conda volta ad incantare la folla, ottenendo che si sospendesse
nuovamente il giudizio. Era, tuttavia, una situazione senza usci-
ta: i conservatori non avrebbero mai mollato la presa, e avreb-
bero costretto l’Africano a ripresentarsi più e più volte di fron-
te ai comitia per sentirsi contestare sempre le stesse accuse. Se,
da un lato, Flacco e soprattutto Catone erano ben decisi a di-
fendere il loro ideale di Stato egualitario, Publio si sentiva, cer-
to, un civis; ma rifiutava di essere considerato come il semplice
caput, l’anonima entità che poteva essere inserita senza sussulti
nel mosaico delle centurie e delle tribù. In secondo luogo, egli
era un aristocratico fino al midollo, e l’idea di dover mendicare
la grazia da coloro cui aveva recato il dono, prezioso, della sal-
vezza e della libertà gli riusciva sempre più intollerabile.
Si sentiva simile, ormai, agli eroi individualisti e orgogliosi
esaltati dal mondo greco. Contro costoro, come gli avevano in-
segnato maestri e letture della giovinezza, già la grande polis

316
ateniese aveva escogitato l’arma dell’ostracismo: se ora doveva
esser così, così fosse, dunque, anche per lui... Rifiutando di pie-
garsi ad una contesa che, soprattutto nei toni, gli appariva più
che mai ignobilis, Publio si chiuse in un silenzio carico di sde-
gno e cedette superbamente il campo agli avversarî: lo attende-
vano sulla costa della Campania, al bordo di una vasta palude
costiera che portava lo stesso nome, la remota Literno e l’umi-
le villa agreste che la famiglia possedeva colà, vicino alla colo-
nia di cittadini ch’era stata dedotta l’anno stesso del suo secon-
do consolato. Se questa era la concezione attuale della politica,
tanto valeva tirarsene fuori. Al suo rifiuto di ripresentarsi al pro-
cesso, gli accusatori finalmente desistettero; davanti a Flacco e
a Catone la via verso la censura era ormai spalancata.

3. Annibale: un bilancio
e un testamento politico
Ora lo sapeva con certezza. Ora il senso di un antico vaticinio
gli si disvelava in tutta la sua beffarda fallacia. Non avrebbe ri-
visto Cartagine, mai più. In effetti, anche se continuava con
ostinazione a illudersi, il suo destino Annibale lo aveva previsto
da anni; solo adesso, però, doveva forse rassegnarvisi. Comun-
que, non poteva più negare l’evidenza: l’odio della res publica
lo aveva finalmente raggiunto! A prenderlo avevano mandato
un cugino del solo uomo che avesse saputo vincerlo sul campo,
l’insignificante fratello di lui e soprattutto Tito Quinzio Flami-
nino, il vincitore di Filippo, un intrigante la cui fama di filelle-
no non mancava mai di irritarlo: tre consulares – quale onore! –
per riportare in Italia la testa di un vecchio.
Era questo, in realtà, – e i Romani, per quanto copertamen-
te procedessero, non potevano certo sperar di ingannarlo – lo
scopo principale della missione giunta or ora alla corte bitinica.
Quello di dirimere i contrasti tra il suo ospite Prusia ed Eume-
ne di Pergamo altro non era, infatti, che il pretesto; o, meglio,

317
l’arbitrato di Roma era il mezzo per esercitare una pressione di-
plomatica cui il suo regale anfitrione non avrebbe avuto la for-
za di opporsi. Se non l’aveva mal giudicato, Prusia non avrebbe
osato neppure concedergli la possibilità di lasciare le sue terre
con discrezione e dignità, come già a suo tempo avevano fatto
Antioco e Artaxias. Il re di Siria, infatti, aveva ritenuto di dove-
re almeno questo a sé stesso e alla sua grandezza; mentre Ar-
taxias, pur rendendosi conto di non potergli concedere asilo più
a lungo senza attirare l’attenzione della Potenza italica, aveva
voluto almeno congedarlo in amicizia. Prusia, al contrario, era
impastato dell’opportunismo necessario ai piccoli per sopravvi-
vere; e gli sembrava quindi del tutto probabile che volesse in-
graziarsi i nuovi padroni del mondo anche a spese dell’ospite.
Se questa fosse stata la scelta del re, poteva darsi che gli accor-
gimenti presi da tempo per garantirsi una via di scampo non ba-
stassero a salvargli la vita.
Di ciò che accadeva nella capitale – quella capitale che tan-
to aveva contribuito a fondare lui stesso – lo informavano co-
stantemente alcuni amici che ancora vivevano a palazzo; e, poi-
ché un piccione viaggiatore si sposta rapido e sicuro più di qua-
lunque messo a cavallo, aveva saputo della legazione romana as-
sai per tempo, poche ore soltanto dopo il suo arrivo. Avrebbe
dunque avuto la possibilità di muoversi indisturbato; e forse sa-
rebbe riuscito a fuggire. Ma a che pro? E per andar dove? Ave-
va percorso la terra abitata in lungo e in largo, dalle sponde
dell’Oceano fino ai remoti monti d’Armenia, dalle Alpi fino ai
deserti della Sirte anhydros, e il mondo si era fatto sempre più
piccolo: tale lo aveva reso, per lui, il rancore tenace di Roma,
che lo aveva perseguitato ovunque e gli aveva precluso ormai
ogni orizzonte. Certo, avrebbe potuto tentar di raggiungere la
Macedonia. I recenti disordini in Tracia avevano spinto nuova-
mente quella monarchia, nobile e orgogliosa, su una rotta di
collisione con la Potenza romana; e vi sarebbe stato – così alme-
no credeva – ancora posto per lui alla corte del suo antico allea-
to. Filippo, tuttavia, gli pareva scarsamente affidabile; peggio

318
ancora, era già stato vinto da Roma, ed era legato alle clausole
di un trattato. Benché discrezione e pazienza non fossero pre-
cisamente il suo forte, vi si sarebbe dovuto attenere se avesse vo-
luto preparar la rivincita; e, poiché dov’era Annibale, là si tra-
mava inevitabilmente ai danni di Roma, non avrebbe potuto
concedergli asilo se non voleva rivelare anzitempo le sue vere
intenzioni.
No. Aveva deciso: sarebbe rimasto. Poteva darsi, in fondo,
che si stesse sbagliando; e che la grande nemica ormai si disin-
teressasse a lui. In caso contrario gli restava ancora una speran-
za: all’interno della sua villa in vista del mare aveva fatto co-
struire numerose uscite segrete, che gli avrebbero permesso di
cercare scampo anche all’ultimo istante. Se non fosse riuscito,
aveva già pronto un veleno indolore. Comunque fosse, aveva
quasi sessantaquattro anni, ed era stanco di fuggire.
Alla morte, del resto, stava preparandosi da tempo; e sentiva
istintivamente che quella terra ondulata e sabbiosa digradante
verso l’Egeo sarebbe stata l’ultima dimora del suo corpo. Pro-
prio ad essa – ormai ne era convinto – aveva alluso tanti anni
prima l’ingannevole responso di Zeus Ammone. Non si era re-
cato di persona a consultare quel celebre oracolo; non aveva vi-
sitato l’oasi posta a sei giorni di marcia da Paraetonion, nel cuo-
re del deserto libico, né aveva veduto il sacro pozzo o il prezio-
so simulacro sulla navicella d’oro sorretto da ottanta sacerdoti;
il fido Bostare era andato per lui. Al dio dalle ricurve corna di
becco aveva chiesto allora un viatico per l’imminente impresa
in Italia, nel ricordo degli eroi e dei re – Eracle, Lisandro di
Sparta, Alessandro il Macedone – che aveva eletto a modelli e
che ad Ammone si erano rivolti in passato.
Pur ostentando in pubblico la massima deferenza per il di-
vino (il cui timore si sforzava, del resto, da sempre di piegare ai
suoi scopi), Annibale era stato educato grecamente alla ragio-
ne, ed era rimasto perciò personalmente scettico a lungo verso
la mantica e verso ogni forma di vaticinio, segno o presagio; l’es-
senza del suo credo era rimasta in fondo come sepolta in lui e

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ben più intima, lontana da ogni superficiale fisima religiosa. Al-
la voce di Ammone, tuttavia, era stato indotto quasi suo mal-
grado a conceder fiducia. Tra gli oracoli che, soprattutto per
compiacere quanti lo attorniavano, aveva consultato allora – un
responso favorevole si comprava spesso con l’offerta di pochi
sicli soltanto. Che male poteva fare procurarselo, se ciò riusci-
va in qualche modo a confortare gli uomini? – questo era però
senza dubbio il più antico, nobile e famoso; e il vaticinio del dio,
nella sua illusoria evidenza – «una zolla libyssa coprirà il corpo
di Annibale» –, lo aveva conquistato ed era parso offrirgli pro-
prio ciò che egli andava cercando: gli aveva promesso cioè,
all’apparenza, un trapasso sereno, in seno alla natia terra afri-
cana, al termine di un’esperienza che egli si figurava fortunata
e felice.
Soltanto pochi mesi prima gli si era svelato l’inganno: Libys-
sa, come aveva appreso non senza sgomento, era il nome del
phrourion Bithynias, del remoto villaggio sul mare presso il qua-
le – ironia suprema – era venuto a porre la sua recente dimora.
Gli erano tornati alla mente, allora, i moniti dei suoi maestri
greci – e in particolare di Sosilo – circa l’ambiguità degli oraco-
li, circa il pericolo, sempre in agguato per chi cercasse di pene-
trare nella sfera dell’inconoscibile, di cader vittima di una sor-
ta di celeste ludibrio.
Anche un’altra verità nascosta gli si era rivelata solo in vec-
chiaia, quella adombrata in un sogno giovanile sognato a Onu-
sa, nell’ormai lontanissima Spagna. Quando già era in procinto
di partire per l’Italia si era, un giorno, assopito sotto la tenda; e,
subito, gli era parso di esser trasportato al cospetto del padre di
tutti gli dei. Questi lo aveva ascoltato, approvando la sua deci-
sione; e anzi gli aveva offerto come divino hegemon, per guidar-
lo nella traversata delle Alpi, un giovinetto di sovrumana bellez-
za, Melqart in persona, quell’Eracle che in età mitica lo aveva
preceduto lungo il difficile cammino. All’atto stesso di avviarsi
il Nume lo aveva ammonito acciocché evitasse di volgersi in-
dietro, a contemplare la strada percorsa; e Annibale aveva dap-

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prima obbedito. Infine però, colto da un impulso irresistibile,
aveva girato il capo; e subito aveva visto procedere sulle sue or-
me un essere orrendo – serpente, dragone o belva anguicrinita;
gli dei, misericordiosi, avevano rimosso l’immagine precisa del
mostro dalla sua memoria – che tutto distruggeva al passaggio.
Alla sua atterrita richiesta di spiegazioni, il dio gli aveva rispo-
sto che quella era la devastazione dell’Italia, che avrebbe segui-
to il suo ingresso nella penisola; continuasse dunque la sua stra-
da senza crucciarsi, poiché quanto sarebbe accaduto, e in par-
ticolare la sofferenza inflitta al paese nemico, rispondeva in
realtà al volere degli dei.
Così gli era parso, almeno, di intendere; e in quello stesso
senso il somnium gli era stato poi subito spiegato anche dagli in-
terpreti. Ora però cominciava a dubitare che fosse davvero
quello il vero significato della sua visione. Ora in quel mostro
vorace e terribile gli pareva di riconoscere una forma che, senza
volerlo, aveva destato egli stesso, una belva che, da allora, stava
seguendo paziente e implacabile le sue stesse orme, una belva il
cui fetido ansimare avvertiva ormai proprio dietro le spalle.
Quasi che, se correttamente interpellati, non potessero men-
tire, gli dei dicevano dunque il vero; ma godevano poi ad am-
mantarlo d’illusione, fino a renderlo inconoscibile. Questa con-
statazione lo aveva spinto a riflettere; e lo aveva riconsegnato
ancora una volta all’innato fatalismo che lo possedeva da tutta
una vita. Ringraziava, comunque, gli dei per avergli concesso,
dopo Magnesia, quegli ultimi anni di libertà, di curiosità e di vi-
ta. Aveva potuto imparare ancora molte cose; ed era riuscito ad
approfondire ulteriormente la conoscenza di un mondo che
tanto amava. Poteva dunque, adesso, accettare serenamente il
suo destino, scegliendo di stabilirsi malgrado tutto in quel luo-
go, il cui nome pure gli dava brividi presaghi. E poteva, sempre
in nome dell’abbandono alla volontà celeste, rimanere e sfida-
re l’arrivo della legazione romana. In fondo, chi poteva sapere
che cosa sarebbe accaduto? Purché sopravvivesse in lui, forte,
tenace, inconcusso come sempre, almeno il rifiuto di arrender-

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si, il ripudio di tutta una vita verso ogni forma di rassegnazio-
ne! In nome di questa disposizione d’animo, che considerava la
sua massima virtù, era deciso a lottare fino all’ultimo. Se così
doveva essere, e doveva morire lì e adesso, così fosse: era pron-
to ad accettare la sorte che gli era riservata.
Piuttosto, era tempo di bilanci. Quanto all’Italia, non igno-
rava certo che gli effetti del suo passaggio sulla penisola erano
stati spaventosi: non se ne era forse vantato con orgoglio lui
stesso nell’iscrizione che aveva dedicato nel tempio di Era La-
cinia? Certo, il soffio velenoso della belva anguicrinita di cui
aveva sognato a Onusa avrebbe continuato per lungo tempo an-
cora a spirare sulla penisola. Certo, quell’alito letale aveva qua-
si interamente cancellato quanto esisteva prima di lui; in qual-
che misura era l’Italia delle antiche roccaforti d’altura, l’Italia
dei pastori e dei piccoli contadini, degli orgogli tribali e canto-
nali che era stata spazzata via. Le antiche strutture erano state
in gran parte distrutte o guastate; e nulla sarebbe stato mai più
come prima.
Per tutto questo Annibale si era sempre giustificato ripeten-
dosi che erano le dure necessità della guerra. In realtà, il desti-
no del paese nemico lo lasciava in fondo indifferente. C’era,
però, purtroppo, un secondo aspetto che non poteva ignorare:
quello delle conseguenze sul mondo esterno. A uno Stato che si
era vantato sempre di fondare i propri rapporti sulla fides egli
aveva insegnato l’inganno e la paura; e, con essi, il sotterfugio e
la violenza gratuita. A uno Stato avvezzo a prevalere grazie alla
saldezza dei suoi ordinamenti e alla capacità di cooptare in se-
nato le altrui aristocrazie, fondendo tra loro con questo mezzo
le realtà più diverse, egli aveva insegnato a vincere grazie alla
nuova, soverchiante forza delle armi. Così facendo, però, aveva
liberato senza volerlo un’energia immane e priva di controllo,
che si stava ormai riversando dall’Italia verso l’esterno e minac-
ciava di divorare l’intera ecumene: era questo – così almeno te-
meva – un secondo, recondito significato dell’inquietante so-
gno di Onusa.

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Dalla spaventosa angoscia della guerra che aveva combattu-
to contro di lui Roma era stata infatti scossa e profondamente
segnata; e ogni sua reazione recente, fino agli ultimi anni, gli pa-
reva esser nata dal sospetto e dalla paura. Sulla sfiducia si basa-
va ormai da tempo un rapporto con i socii che aveva retto solo
in parte alla tremenda verifica della guerra; e si era così inter-
rotto prima di esser completato quel processo di integrazione
delle classi dirigenti italiche che di Roma aveva costituito per
lungo tempo la forza più autentica. Più saldo che mai alla testa
della Repubblica, il senato era divenuto però un organismo ri-
gorosamente chiuso. Nei vent’anni trascorsi dacché era uscito
dall’Italia solo due o tre, a quanto poteva saperne, erano stati
gli homines novi, i personaggi senza passato chiamati ad acce-
dervi: limitato a poche, grandi gentes di antichissima tradizione
curule e impenetrabile ad ogni influenza esterna, il supremo
consesso della res publica sembrava costituire ormai il simbolo
stesso della volontà di rifiuto che presiedeva ad ogni mossa di
Roma.
Preclusa sempre più alla stessa Italia, nel resto dell’ecumene
questa integrazione era destinata a non cominciare nemmeno.
Istintivamente la nobilitas avrebbe – ne era certo – continuato
ad appoggiarsi sulle oligarchie locali, anche su quelle transma-
rine; ma avrebbe reciso i legami diretti prima ancora che na-
scessero, e non avrebbe chiamato più alcun estraneo ad essere
consors imperii, a partecipare di un potere destinato da allora in
poi a rimanere esclusivo e a farsi, per ciò stesso, sempre più
aspro per tutti coloro che avrebbero dovuto subirlo.
All’indomani di Zama, infatti, la diffidenza e il sospetto ave-
vano cominciato immediatamente a proiettare una luce sinistra
sul panorama politico internazionale, popolandolo di ombre
spesso irreali, ma non per questo – Annibale se ne rendeva con-
to – meno intensamente temute. Il mortale conflitto sostenuto
contro di lui aveva provato la res publica al punto da spingerla
a dubitare persino delle proprie facoltà di sopravvivere; sicché
ciò che il senato era deciso fin d’ora a evitare ad ogni costo era

323
una nuova invasione della penisola. Ma la paura che quell’evan-
to infausto potesse ripetersi finiva ormai per deformare siste-
maticamente la percezione che i Romani avevano dei fatti con-
tingenti; sicché, tormentati da uno stato anormale e disordina-
to della mente, essi avevano preso da allora a scrutare il Medi-
terraneo, considerando con sospetto qualsiasi movimento si ve-
rificasse entro il loro orizzonte.
Complicato dalle precedenti incomprensioni e, più ancora,
da questo nuovo, gravissimo malanno, l’approccio con la gre-
cità era apparso dunque subito difficile. E comunque, al mo-
mento di allargare all’intero Levante mediterraneo la sfera dei
loro interessi, i Romani non avevano ancora compreso nulla o
quasi della singolare natura di quel mondo. Alla classe dirigen-
te della res publica, avvezza a pensare in termini di strategia glo-
bale, l’assurdo gioco che i Greci praticavano da sempre appari-
va per lo più indecifrabile. In realtà, le continue lotte per l’ege-
monia che tanto turbavano i sonni dei patres coinvolgevano so-
lo l’ambito ellenico, senza toccare per nulla i settori circostan-
ti; e lo stesso frenetico dinamismo politico che – con le sue lot-
te intestine, gli incomprensibili intrighi, le alleanze provvisorie
e mutevoli – agitava senza sosta la superficie di quel mondo era
più apparente che reale. Proprio le incessanti trasformazioni al
suo interno costituivano infatti le fasi di una sorta di processo
vitale, costantemente in atto e destinato di volta in volta a rista-
bilirne i delicati equilibri.
I sospetti di Roma relativi a possibili manovre o a congiure di-
rette contro l’Italia erano, dunque, privi di ogni consistenza; e
Annibale poteva ben dirlo, lui che si era sforzato per anni di
orientare in tal senso le forze dei Greci. Poco importava, tutta-
via, che le paure della res publica fossero vane. Poco importava
che nessun Greco avesse mai veramente pensato di aggredire lo
Stato romano: da tempo, per i Quiriti, contava unicamente la lo-
ro irragionevole paura. Quanto era accaduto negli ultimi anni
sembrava il frutto, malefico eppure prevedibile, di una inelutta-
bile concatenazione di eventi. Alla diffidenza e al timore Roma

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aveva cercato rimedio nel militarismo più esasperato; e questo, a
sua volta, aveva generato un’aggressività incontrollabile.
Che, almeno all’inizio, la Repubblica mirasse essenzialmen-
te a preservare la propria sicurezza attraverso l’ostentazione
della forza Annibale era disposto senz’altro a concederlo; e tut-
tavia gli sviluppi deleterî di questa politica erano, in un certo
senso, scritti da subito. Ai suoi interlocutori ellenici la Potenza
italica aveva inviato messaggi che costoro, fidando nel loro ap-
parato bellico e convinti di una superiorità militare in realtà or-
mai svanita da tempo, rifiutavano di accettare e forse persino di
comprendere. Di fatto più forte di loro, Roma era stata così fa-
talmente spinta ad intraprendere una politica di dissuasione
prima, di sopraffazione poi.
In tal modo, ne fosse cosciente o meno, la classe dirigente
romana aveva accreditato agli occhi del suo stesso popolo l’idea
che una minaccia mortale gravasse ormai stabilmente sulla pe-
nisola. Ciò aveva permesso al senato di ottenere il consenso per
ogni misura ritenuta necessaria a difendersi; e non senza conse-
guenze. Mentre infatti l’istituzionalizzarsi delle legiones urba-
nae, arruolate ormai quasi sistematicamente, di anno in anno, a
protezione dell’Italia, aveva posto le premesse per la nascita di
un esercito permanente, finora ignoto allo Stato romano; le mo-
difiche apportate alla prassi della dichiarazione di guerra, volte
a permettere un più sollecito avvio delle ostilità, avevano aboli-
to, insieme con le cautele formali e di procedura, anche tutti gli
scrupoli etici che si erano sempre opposti, finora, all’apertura
indiscriminata di un conflitto.
Queste e altre misure avevano, negli ultimi tempi, reso l’ap-
parato militare della res publica sempre più simile a un immen-
so macigno in equilibrio instabile, che la minima scossa poteva
far precipitare travolgendo ogni cosa. Già due volte la mole era
caduta. Trascinato quasi suo malgrado in una spirale apparen-
temente inarrestabile di paure e di intimidazioni, di incom-
prensioni e di minacce, nel volgere di un decennio circa lo Sta-
to romano aveva combattuto due guerre che avrebbero atterri-

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to chiunque; e aveva piegato senza sforzo apparente le princi-
pali Potenze elleniche, la Macedonia e la Siria. Roma – non sem-
brasse un paradoxon – si apprestava a dominare il mondo pri-
ma ancora di aver smesso di temerlo.
Oltre a ciò la Repubblica era, fatto ancora più grave, ormai
prossima a conquistare quella coscienza della propria forza che
l’avrebbe fatta irresistibile e proterva. I primi sintomi erano av-
vertibili già nell’atteggiamento di una nobilitas che appariva vi-
sibilmente peggiore in ogni suo nuovo rappresentante inviato a
gestire gli affari ellenici. Malizioso e insinuante, Flaminino si era
reso colpevole, per esempio, di massacri a stento mascherati in
Tessaglia e in Focide, in Acarnania e in Laconia, ed era stato poi
coinvolto in oscure trame politiche, tra cui spiccava l’assassinio
di Brachyllas, il capo della fazione filomacedone in Beozia. Ma
almeno il suo filellenismo era parso sincero anche a lui. Altez-
zoso e crudele, Manlio Vulsone non aveva invece esitato ad ag-
gredire i Galati senza provocazione alcuna. La brutalità dimo-
strata dal successore aveva, di fatto, cancellato persino il ricor-
do di Scipione; e lasciava ben pochi dubbi su quelli che sareb-
bero stati, in politica estera, i futuri orientamenti di Roma.
D’ora in poi – e i Greci avrebbero fatto meglio, in proposi-
to, ad abituarsi all’idea – prepotenza e intrigo erano destinati a
diventare vere e proprie costanti nel comportamento di una no-
biltà vieppiù assetata di potere e vieppiù conscia della propria
forza. A frenarla non sarebbero bastate certo le nostalgie con-
servatrici di uomini come Catone. La società contadina alla
quale si ispiravano quelli come lui era ormai scomparsa per
sempre: alle lusinghe di una politica di impero, che prometteva
facili vittorie e ricchi bottini, alle seduzioni di una cultura gre-
ca raffinata ed elegante costoro potevano opporre solo il pro-
prio misellenismo e una più generica xenofobia, ormai incrina-
ta però da nuove certezze; il sogno di un’autarchia culturale che
tutelasse valori in cui ormai pochi credevano; un isolazionismo,
infine, che era inconcepibile per una potenza come quella ro-
mana.

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Chi avrebbe potuto, dunque, fermare la res publica quando
essa avrebbe, tra breve, acquistato la coscienza piena e inevita-
bile della sua forza? Non esisteva, in tutta l’ecumene, uno Sta-
to che fosse in grado di riuscirvi da solo: non l’Egitto tolemai-
co, scomparso dal novero delle grandi Potenze dopo la sconfit-
ta di Panion, né le altre monarchie, battute da Roma apparen-
temente senza speranza di rivincita. E allora? Proprio questa
era la situazione che più angustiava Annibale. Poco gli impor-
tava, in effetti, non solo dell’Italia, ma di qualunque altra parte
dell’Occidente che non fosse la sventurata patria, ormai perdu-
ta. Assai più a cuore gli stava quella realtà ellenica con cui aveva
scelto da tempo di identificarsi. Il carattere distintivo dell’uo-
mo greco non era ormai più la nascita, ma la cultura; e Anniba-
le, per scelta personale non meno che per tradizione di famiglia,
aveva deciso fin dall’infanzia di accostarsi a quell’ineguagliabi-
le patrimonio del pensiero. Greca oltre che punica era l’educa-
zione che aveva ricevuto; e il contatto continuo stabilito con
quel mondo durante l’esilio non aveva fatto che confermarlo
nelle sue inclinazioni più autentiche. Si sentiva dunque Greco,
e amava quella realtà sopra ogni altra; ma essa rischiava ora di
essere travolta e cancellata, in parte proprio per colpa sua.
Amare l’Ellenismo non voleva dire, certo, ignorarne i vizî e
le debolezze; sicché egli cercava di difenderlo in tutti i modi, co-
me avrebbe fatto con un figlio cagionevole e caro. Da quando
la cecità faziosa degli oligarchi lo aveva definitivamente allon-
tanato da Cartagine aveva dedicato la vita al tentativo di risve-
gliare almeno in parte la coscienza politica dei Greci. Ciò, tut-
tavia, era stato reso molto difficile dalla struttura composita di
quel mondo. Se infatti l’universalismo costituiva ormai il mani-
festo della grecità in campo culturale, in campo politico, al con-
trario, il cosmopolitismo, pur diffuso, restava, ancora e sempre,
una prerogativa legata all’individuo, e raramente si traduceva in
un effettivo amalgama tra le identità eterogenee che compone-
vano gli Stati sorti dall’impero di Alessandro. Malgrado si fos-
se sforzato di accogliere i frutti delle culture spesso più antiche

327
che aveva incontrato, di riconoscere l’altrui sapienza, il mondo
ellenico sentiva ancora istintivamente come aliene le etnie con
cui era venuto in contatto; e sostanzialmente se ne disinteressa-
va. In Asia come in Egitto i Greci, la classe politicamente privi-
legiata, abitavano nelle città, separati anche fisicamente dagli
indigeni, sparsi viceversa soprattutto per le campagne.
Per di più proprio la polis continuava tuttora a formare la
struttura organizzativa cui essi idealmente si richiamavano. Pre-
ziose dal punto di vista economico, oltre che politico, le città
costituivano l’ossatura degli Stati più grandi, leghe o monarchie
che fossero, Stati che non potevano quindi andare immuni da
influenze disgregatrici congenite, spesso assai gravi. Le poleis
continuavano infatti a restare tenacemente fedeli alle proprie
tradizioni di libertà; e neppure le larghe autonomie formali di
cui godevano bastavano sempre a soddisfarle, scongiurandone
del tutto i periodici sussulti d’indipendenza.
Oltre che impacciate da una simile debolezza, le maggiori
Potenze greche erano state ulteriormente indebolite fin da prin-
cipio dal loro stesso atteggiamento verso il mondo esterno, che,
troppo a lungo sottovalutato e persino ignorato, si era vicever-
sa affacciato all’improvviso a premere sulle loro frontiere. Chiu-
si in sé stessi, quegli Stati si erano infatti curati soprattutto di
mantenere inalterati i reciproci equilibri, quasi che non esistes-
se alcuna realtà diversa dalla loro; e si erano occupati solo del
contesto politico in cui operavano, fino a che non erano giun-
te, a farle rinsavire, le armate di Roma.
Quando ciò era successo, per la verità, gli spiriti più avvedu-
ti ammonivano ormai da tempo circa la gravità del pericolo che
incombeva da ponente. Alcuni di loro, come Agelao di Nau-
patto, ne avevano anzi intuito il profilarsi da oltre un ventennio;
e avevano esortato i consanguinei a rivolgere la loro attenzione
all’immane scontro allora in corso tra Roma e Cartagine. Chiun-
que ne fosse uscito vincitore, dicevano, non si sarebbe conten-
tato del dominio sull’Italia e sul Mediterraneo occidentale, ma
avrebbe inevitabilmente esteso le proprie mire egemoniche ver-

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so oriente: e solo la vigilanza attenta e l’unione concorde di tut-
ta l’Ellade avrebbe potuto scongiurare l’imminente pericolo. Se
quella nube minacciosa fosse giunta a oscurare il loro cielo, le
paci e le guerre locali, i trattati e le lotte dinastiche, la diploma-
zia e gli intrighi interni che tenevano occupato il mondo elleni-
co in contese intestine e sterili, e che parevano allora tanto im-
portanti, si sarebbero rivelati infatti per quello che erano in
realtà: giochi infantili destinati ad esser crudelmente troncati al
più presto da un nemico invincibile.
Questo asserto era nutrito, in realtà, degli stessi umori che
Sosilo aveva instillato anche in lui; ed egli non poteva, purtrop-
po, che condividerlo. Alla base dei futuri rapporti tra il mondo
greco e il vincitore del conflitto combattuto in Italia non avreb-
be potuto porsi, persino se avesse vinto lui stesso, che l’immu-
tabile logica teorizzata da Tucidide oltre due secoli avanti. Ai
lettori più attenti lo storico ateniese aveva insegnato che, nel
processo egemonico, chi dispone della forza necessaria a eser-
citare il dominio sugli altri sarà prima o poi fatalmente indotto
a servirsene; e che nessuna considerazione di ordine morale o
religioso potrà impedire il prodursi di un fenomeno del tutto
naturale e, perciò stesso, assolutamente inevitabile.
Grazie a questi criterî di valutazione i più acuti tra i politici
greci avevano dunque potuto antivedere il pericolo costituito
da Roma; ma, quando ne avevano prospettato l’esistenza ai lo-
ro popoli, erano rimasti per lo più inascoltati. E tuttavia la si-
tuazione era ancora più grave, e di molto, di quanto pure quei
profeti di sventura avessero mai sospettato; e forse solo lui, che
conosceva a fondo il potenziale demografico ancora formidabi-
le della res publica, la sempre crescente forza anche tattica dei
suoi eserciti, la solidità a tutta prova dei suoi ordinamenti, la
compattezza monolitica della sua classe dirigente era in grado
di valutare appieno l’entità della minaccia.
Onde scongiurarla Annibale aveva cercato a sua volta di
chiamare i Greci all’unione panellenica; ma aveva fallito. Il suo
progetto era quello di dare vita a una grande coalizione che op-

329
ponesse a Roma l’intero orbe greco così come l’aveva opposto
secoli addietro all’invasore persiano; ma si era rivelato una me-
ra utopia. In quel mondo sembrava, purtroppo, mancare un
Alessandro, una figura cioè pari al compito di proporsi a tutti
come guida spirituale, politica e militare. Legati a moduli in-
sufficienti o sorpassati, gravemente gelosi l’uno dell’altro e
troppo preoccupati di conservare ad ogni costo quell’equilibrio
che, viceversa, faceva del loro kosmos un’impalcatura fragilissi-
ma, gli stessi sovrani ellenici resistevano infatti da sempre
all’azione di chiunque tra loro tentasse di imporre un’egemo-
nia, fosse pur soltanto ideale; né, per quanto estraneo alle loro
rivalità, aveva potuto avanzare la sua candidatura Annibale
stesso, che a quel mondo solo di recente si era legato diretta-
mente ed era, per di più, un esule senza uomini o mezzi da met-
tere al servizio della causa comune.
Non era facile neppure – lo aveva scoperto a sue spese... – al-
lertare le città, troppo orgogliose della loro identità politica, cir-
ca il fatto che Roma rappresentava per esse un pericolo più gra-
ve ancora di quello costituito, in un passato ormai lontano,
dall’impero achemenide. Con lungimiranza i patres operavano
infatti da tempo per conquistarsi le loro simpatie; e, finora alme-
no, avevano avuto buon gioco. La liberazione delle poleis, pro-
clamata dodici anni prima da Tito Quinzio Flaminino ai giochi
di Corinto, era stata soltanto il primo degli atti intesi ad accredi-
tare l’immagine della res publica come amica fedele e come pro-
tettrice disinteressata dell’eleutheria greca. Con la potenza ege-
mone, apparentemente tanto simile a loro, le poleis avevano in-
fine accettato di identificarsi; e il filellenismo dei governanti di
Roma, pur palesemente ispirato da considerazioni di realismo
politico, era bastato a illuderle. Dall’azione propagandistica del
senato – un’azione cui le città, bramose di indipendenza, aveva-
no voluto credere – la voce di Annibale era stata soffocata a lun-
go; ed era rimasta, fino a quel momento, inascoltata anch’essa.
La situazione era mutata solo di recente, dopo la pace di Apa-
mea. Con la sistemazione data alle cose dell’Asia Roma aveva ab-

330
bandonato il precedente programma politico, con il quale pro-
metteva la piena autonomia a tutte le città; e aveva sacrificato
senza esitare i centri a nord del Meandro, rimasti fedeli ad An-
tioco nella sconfitta, al potenziamento del regno di Pergamo.
Così facendo, tuttavia, aveva commesso un errore; e aveva final-
mente gettato la maschera. Oltre a compromettere per la prima
volta la sua credibilità di fronte alle poleis, questa scelta aveva an-
che gravemente scontentato l’altro alleato nel settore. Rispetto a
Eumene, infatti, i Rodii avevano avuto compensi territoriali irri-
sorî, e concessi per di più con riserve mentali evidenti; e avevano
dovuto assistere alla distruzione, nel porto di Patara, di quella
flotta siriaca che essi stessi vi avevano bloccato e che avrebbe po-
tuto compensarli delle pesanti perdite subite durante la guerra.
Indizio di una pericolosa svolta nella politica estera di Roma
era parsa infine, agli stessi alleati greci, la sostituzione nel co-
mando inflitta al suo antico rivale, l’Africano, che garantiva tol-
leranza ed equilibrio nella gestione delle cose d’Oriente. Il suo
successore, Cneo Manlio Vulsone, si era rivelato subito come
l’esponente di una linea nuova e molto più dura; e aveva mo-
strato, del potere romano, un volto finora sconosciuto e, in pro-
spettiva, assai inquietante. Dopo Apamea, il quadro politico
sembrava destinato una buona volta a modificarsi almeno in
parte; e sembrava farsi meno roseo, malgrado la vittoria, per
Roma stessa. Ansioso di rivincita appariva Antioco; mal domi
gli Etoli; ostili sia pur non apertamente i Beoti, che ancora non
avevano dimenticato le connivenze romane nell’assassinio di
Brachyllas; volubili o infidi secondo natura gli Epiroti e Prusia;
tiepidi secondo costume gli Achei; mentre già si intuiva prossi-
ma la fine della collaborazione con la Macedonia e si era incri-
nata anche la fedeltà dei Rodii, gravemente delusi nelle loro
speranze. I soli alleati di peso sicuramente fedeli restavano Ate-
ne ed Eumene di Pergamo; quest’ultimo, peraltro, gravemente
impopolare in tutto il mondo greco.
Rimaneva, dunque, la speranza che non fosse ancora troppo
tardi. Purché – ed era, purtroppo, la condizione più difficile ad

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avverarsi – i Greci cambiassero finalmente registro, e comin-
ciassero a opporsi a Roma non più divisi, la situazione, che stava
finalmente mutando, avrebbe potuto offrire qualche nuovo e
meno labile spiraglio. Non a lui, tuttavia: per i circoli antiroma-
ni che fiorivano sempre più numerosi e attivi all’interno del mon-
do ellenico egli – temeva – non avrebbe mai potuto essere una
guida. Sarebbe rimasto un mito e un simbolo, tutt’al più; e anche
di questo si sentiva amaramente indegno. All’Italia aveva lascia-
to un retaggio di desolazione e di dolore, di rancore e di paura; a
Cartagine e ai Greci lasciava un futuro denso di incognite.
Era, comunque, venuto ormai il momento dei bilanci; e il
suo non era, per la verità, molto confortante. Al contrario, ave-
va fatto fiasco in ogni cosa che aveva tentato. Il fallimento, ad-
dirittura, se lo sentiva spesso inciso nelle carni come un mar-
chio; ed era una coscienza sempre più presente e viva, che ave-
va riempito di amarezza i suoi ultimi anni. A volte gli sembrava
persino che un destino beffardo si fosse accanito contro tutte le
sue speranze, ritorcendole contro di lui e rovesciandone mali-
gnamente gli esiti. Aveva perduto una guerra che sembrava già
vinta. Vano era riuscito, dopo la conclusione delle ostilità con
Roma, il tentativo di impadronirsi di Cartagine per rimodellar-
ne la struttura a suo piacimento e per favorirne una rinascita che
non fosse soltanto economica; e a nulla era valsa neppure la suc-
cessiva impresa affidata ad Aristone. Con il fiasco del suo emis-
sario fenicio, anzi, erano venuti meno anche i presupposti di
credibilità del piano di guerra – pur l’unico possibile – che ave-
va proposto ad Antioco. Grazie al coro ben orchestrato della
sua propaganda, Roma aveva saputo poi illudere il mondo del-
le poleis; e aveva soffocato la voce isolata di chi, invece, parlava
solo per il bene dei Greci e cercava di metterli in guardia. Peg-
gio ancora: erano state proprio le sue concezioni tattiche, adat-
tate con le necessarie modifiche alle legioni, a fornire ai Roma-
ni lo strumento militare invincibile di cui ora disponevano. Per
ciò che stava accadendo, in conclusione, non poteva biasimare
altri che sé stesso. Soltanto sua era, infatti, la responsabilità pri-

332
ma degli eventi attuali. Era stato lui a mettere il nemico alla fru-
sta, stimolandone i requisiti bellici e le virtù civiche. Come il
fuoco fa col ferro, li aveva provati oltre ogni limite; ma, impo-
nendo loro sofferenze inaudite, aveva finito anche per stravol-
gerne l’etica e i costumi. Erano stati proprio questi esiti menta-
li della guerra in Italia a mutare la concezione in fondo infanti-
le che essi avevano del rapporto tra Stati, spingendoli grado a
grado verso una politica di egemonia mediterranea.
Per colmo di ironia, dunque – gli era capitato spesso, negli
ultimi tempi, di riflettere sul crudele umorismo dell’entità, dio
o destino, che presiedeva alle vicende umane –, era stato pro-
prio lui a spalancare a Roma la prospettiva di un dominio
sull’ecumene che sembrava sempre più difficile da scongiurare.
Lui aveva risvegliato dal letargo il mostro che stava divorando
l’ecumene; e non era stato poi più capace di fermarlo. Se così
Themis – o Ananke, o chi per esse: poco importava, in fondo...
– aveva deciso, era evidentemente perché ciò rispondeva a un
suo imperscrutabile disegno; Annibale sperava solo che la città
tiberina sapesse un giorno nobilitare quel ruolo che proprio lui,
senza volerlo, aveva finito per consegnarle.

4. Annibale: il congedo
Bitinia, mese di aprile. Anno ab Urbe condita 571, sotto il consolato di
Marco Claudio Marcello il Giovane e Quinto Fabio Labeone. 632 dalla
fondazione di Cartagine. Olimpiade 149, 2. 183 avanti Cristo.

Seduto sul suo scanno di fronte al mare, a completare le sue me-


morie contemplando il tramonto, Annibale provava, quella se-
ra, una certa pena per il vecchio che era diventato. Non era –
non lo era mai stato – incline all’autocommiserazione; né era ve-
ramente infermo. Conservava, anzi, ancora abbastanza di quel-
la vigoria fisica che lo aveva sempre fatto andar fiero di sé stes-
so; ma, a sessantatre anni, cominciava ad avvertire qualche ac-
ciacco, che cospirava in modo sempre più insistente contro il

333
suo benessere e che, suo malgrado, sviava sull’organismo un’at-
tenzione che sarebbe stata necessaria altrove. L’essenza della
vecchiaia è la distrazione; e questo fatto lo privava di una parte
almeno delle sue facoltà, quando invece avrebbe avuto bisogno
che esse, per incanto, si moltiplicassero a dismisura. Vecchiaia
e debolezza procedono – si disse – di pari passo, e sono le tristi
compagne dell’uomo nei suoi ultimi giorni; se non gli fosse riu-
scito di fuggire gli sarebbe stato almeno risparmiato quest’ulti-
mo oltraggio del tempo.
Un cruccio, tuttavia, lo affliggeva forse più di ogni altro.
Quanto fosse mutato il costume romano lo sapeva da tempo; e,
anzi, aveva potuto constatarlo per esperienza diretta. I discen-
denti di coloro che avevano ammonito Pirro, in armi sul suolo
d’Italia, a guardarsi dal veleno si mostravano ora incapaci di at-
tendere la sua naturale scomparsa; e mandavano una legazione
con il compito di richiederne la consegna, giungendo al punto
di indurre Prusia al tradimento dell’ospite. Di ciò non poteva,
in fondo, lagnarsi; della sua sorte era, come sempre, almeno in-
direttamente il responsabile. Ma aveva creduto in Publio Sci-
pione; lo aveva giudicato di un’altra pasta e aveva addirittura
provato ammirazione, per lui. In passato l’Africano si era mo-
strato generoso nei suoi confronti; e anche quando di recente,
dopo Magnesia, aveva chiesto ad Antioco di consegnarlo aveva
compiuto sostanzialmente un atto dovuto. Annibale, cittadino
di uno Stato – ahimé – alleato di Roma, si era schierato in armi
contro la res publica e l’aveva combattuta come navarca di una
Potenza ostile; sicché Publio aveva tutto il diritto – e, peggio,
aveva il dovere – di chiederne l’estradizione. Ora però egli era
diventato un vecchio solo, impotente e lontano dalla patria; e
nulla di nuovo – nulla, almeno, che superasse lo stadio di pro-
getto... – aveva recentemente intrapreso contro i Romani. Cosa
doveva pensare del fatto che ben due tra i membri dell’amba-
scieria appartenevano alla gens Cornelia?
D’altra parte, anche quello era un segno dei tempi. Per col-
pa sua il suo mondo stava per scomparire. Ciò che, oltre al re-

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sto, gli dispiaceva, nella circostanza presente, era la crisi di ogni
grandezza e il trionfo dell’angustia morale. La realtà inaugura-
ta da Alessandro il Macedone e fatta di uomini grandi, capaci
di illuminarla con la loro presenza e di plasmarla con la loro
opera, sembrava avviarsi alla fine: a Cartagine, in Grecia e, peg-
gio ancora, nel senato di Roma dominavano ormai i mediocri,
pronti a spegnere l’estro dei migliori. Sarebbe tornato, forse, un
tempo propizio agli ingegni magnanimi; ma egli non ci sarebbe
stato, a vederlo, e probabilmente era giusto così.
Forse era un bene che Annibale non sopravvivesse alla realtà
che più amava. Della sua vita in sé non poteva essere sconten-
to: essa era stata piena e intensa, persino più di quanto avrebbe
mai potuto sperare, anche se non era stata facile mai. Aveva co-
nosciuto come pochi altri l’ebbrezza della lotta, la gioia della
vittoria e, non meno forte e viva, la delusione bruciante della
sconfitta; aveva provato il dolore e l’esaltazione, la rabbia e un
odio inebriante come l’amore. In oltre cinquant’anni di peregri-
nazioni aveva visitato la più gran parte del mondo; e aveva ve-
duto molte delle sue meraviglie. Aveva goduto del bello in ogni
sua forma; e aveva fatto raccolta di statue e di vasi preziosi, di
libri e di gemme rare. Tutto aveva provato e tutto aveva accet-
tato di provare. Agli dei non aveva chiesto mai che lo preser-
vassero dalla calamità, ma che lo preservassero dallo sconforto;
e ne era stato, fino ad allora, esaudito. Il suo fatalismo era stato
sempre attivo perché era stato scevro di rassegnazione; ora che,
anche per l’età, era quest’ultima che sembrava dover prevalere,
era forse veramente tempo che egli morisse.
Anche quando era stato solo era stato, in fondo, bene con sé
stesso: la sua anima gli era stata compagna sufficiente. Di una
cosa soltanto aveva avvertito la mancanza: della famiglia, di cui
non aveva mai potuto godere come avrebbe voluto. Prima era-
no state la madre e le sorelle, dalle quali era stato staccato pre-
stissimo; poi il padre, vicino eppure remoto e intangibile a lun-
go nel suo manto di autorità; infine la moglie iberica e il figlio,
inviati a Cartagine all’inizio stesso della guerra con Roma. Ave-

335
va amato molto il suo Amilcare – a proposito: doveva essere or-
mai quasi quarantenne... – come pure il nipote, che aveva visto
piccolo e che perpetuava il suo nome; troppo, per lasciar loro
un’eredità ideale che avrebbe potuto esser troppo gravosa. Se-
guissero le sue orme solo se veramente lo volevano, ben consci
però che si trattava di un cammino difficile, senza ritorno e pro-
babilmente senza speranza. A loro avrebbe voluto piuttosto
chieder perdono per averli lasciati troppo soli. Lui, che aveva
biasimato suo padre per questa colpa, ne aveva ripetuto in peg-
gio gli errori. Sperava tuttavia che, com’era accaduto per lui, an-
ch’essi potessero ritrovare la figura paterna almeno nel ricordo,
quando non sarebbe stato più di questo mondo. Aveva dovuto
aspettare i primi capelli bianchi per capire che ogni uomo –
compreso Amilcare, che adorava e verso il quale, proprio per
questo, aveva faticato ad esser comprensivo – aveva il diritto di
sbagliare: sperava che questa stessa indulgenza glie la riservas-
sero figlio e nipote.
Traversando le immense distese dell’Asia greca gli era acca-
duto frequentemente di imbattersi nei ritratti di Alessandro. Il
suo eroe era raffigurato spesso mentre, in compagnia degli he-
tairoi, gli Amici del corteggio regale, si dedicava a cacciare il
leone. Abbattendo quella fiera maestosa, il Macedone coglieva
per sé e faceva suo il simbolo, l’essenza stessa della sovranità.
Più che a lui, però, che pure ancora ammirava, Annibale si sen-
tiva simile oggi alla fiera stessa; e gli sovveniva di un episodio
cui aveva assistito bambino. Ricordava la caccia, selvaggia ed
eccitante, cui aveva voluto condurlo suo padre. Catturato con
le reti, un leone, che infuriava da tempo presso un villaggio del-
la Byzacena, era stato crocifisso secondo l’uso dei contadini, i
quali pretendevano di atterrire così gli altri animali. Aveva an-
cora negli occhi la scena: morente eppure orgoglioso, l’animale
volgeva la testa da una parte all’altra, in atto di azzannare, rug-
gendo sempre più piano al graduale mancar del respiro. Negli
spasimi dell’agonia si era morso la lingua; e un grumo di sangue
coagulato macchiava l’angolo delle tremende mascelle. Ricor-

336
dava ancora, dopo l’iniziale esultanza, di avere provato pena e
ammirazione a un tempo per la nobiltà di quella fiera magnifica.
Si considerava senz’altro un uomo crudele; eppure rifuggiva,
dopo di allora, da ogni ferocia insensata e fine a sé stessa. Quel-
l’episodio gli aveva insegnato a rispettare il coraggio dovunque
lo incontrasse. Se nemici, i valorosi andavano uccisi, ma non
scherniti; aveva sempre cercato, perciò, di rendere onore ai pro-
di caduti sul campo, fossero pure Romani. Ora sentiva sé stesso
simile al leone che, da bambino, aveva visto issare sulla croce; e
temeva il destino che gli sarebbe toccato giungendo vivo nelle
mani di Roma. Se quelli dovevano essere i suoi ultimi giorni di
vita, non intendeva permettere a nessuno di irriderlo o di umi-
liarlo; voleva morire come quella magnifica belva, ma ruggire li-
bero per l’ultima volta il suo orgoglio al cospetto del mondo.

5. Scipione:
testamento e congedo
Literno (Campania), mese di ottobre. Anno ab Urbe condita 571, sotto il
consolato di Marco Claudio Marcello il Giovane e Quinto Fabio Labeone.
632 dalla fondazione di Cartagine. Olimpiade 149, 2. 183 avanti Cristo.

Publio aveva visto il suo medico, quella mattina. A differenza di


Catone, lui si fidava dei medici greci: i loro metodi, basati
sull’uso di piante e sali e su una buona conoscenza del corpo e
delle sue reazioni, erano, malgrado tutto, molto più avanzati
delle empiriche e talvolta spicciative terapie dei Romani, frutto
dell’antica ma poco scientifica sapienza contadina tanto cara
all’invasato di Tuscolo. Era del resto, come in ogni altra cosa,
questione di saper scegliere, e chi si affidava a ciarlatani come
Archagatos, il Carnifex che, negli anni precedenti, aveva im-
perversato a lungo in città, martoriando i Quiriti suoi pazienti,
era, in fondo, tanto stupido da meritare la sorte che lo attende-
va. Publio soffriva da tempo per il ripetersi delle crisi che lo ave-
vano afflitto fino dalla giovane età: sempre più faticoso, il pe-

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riodico mancar del respiro era divenuto, per lui, un sintomo ri-
corrente, e il sangue, non più abbastanza veloce, tendeva ormai
a stagnare agli estremi del corpo. Preoccupata per la sua salute,
la famiglia aveva prima provveduto ad inviargli periodicamen-
te da Roma l’ottimo Philocles; poi, con l’aggravarsi delle crisi –
il medico aveva sentenziato che si trattava di idropisia del cuo-
re –, poiché erano necessarî due giorni di cavallo per raggiun-
gere Liternum e la vita di Publio era ormai costantemente a ri-
schio, aveva affrontato il sacrificio di far vivere ruri, in villa, il
proprio medico fino a quando la situazione non si fosse risolta
in un modo o nell’altro. Il decorso del male, tuttavia, era ormai
irreversibile: Philocles faceva ciò che poteva, ma non riusciva
più non solo a guarire il suo paziente, ma neppure ad arrestar-
ne il progressivo degrado fisico. Quella mattina, dopo aver in-
vano tentato di nascondergli ancora una volta la gravità delle
sue condizioni trincerandosi dietro lo schermo dell’arcana e ir-
ritante terminologia medica, alle precise domande dell’Africa-
no, stanco di quell’imbroglio, Philocles lo aveva prima invitato
ad avere fiducia nelle possibilità di recupero del suo organismo,
principale risorsa, a suo dire, di ogni malato, e aveva svelato co-
sì la propria impotenza; poi aveva indossato l’abito del tera-
peuta saggio e paterno, ricorrendo a una consolatio non richie-
sta, alla formula stereotipa di conforto a buon mercato nella
quale ci si rifugia quando non si hanno più argomenti di sorta.
Infine, però, era stato costretto ad ammettere la verità; che,
cioè, per l’Africano il tempo era ormai concluso, poiché il suo
margine di sopravvivenza oscillava non più su anni, ma su me-
si o settimane, e forse – dubitava Publio – su giorni soltanto. Era
chiaro che il medico si aspettava di dover constatare la morte
del paziente da un momento all’altro; e forse già si chiedeva per-
sino se, coricandosi la sera, Publio avesse davvero la speranza
di rivedere l’alba del mattino seguente.
Philocles non gli aveva detto, in realtà, nulla che Publio già
non sapesse: aveva cinquantatre anni, e doveva morire. Alla
possibilità di recuperar la salute, infatti, l’Africano non credeva

338
ormai più da tempo; e, quanto alla volontà di vivere, era trop-
po stanco perché la naturale panacea invocata dal suo medico
potesse avere un qualche effetto tangibile.
Era stanco, Publio, eppure sereno come poche altre volte in
passato. Stava a Literno da ormai quasi un anno; e amava la ru-
stica dimora in cui si era ritirato, ne amava gli ambienti freschi
d’estate e freddi d’inverno, i modesti pavimenti in coccio, il mo-
bilio frugale; ne amava soprattutto il piccolo bagno oscuro, dal-
le finestre simili a feritoie, dove era solito ripulire il corpo dal
sudore e dalla polvere al termine delle fatiche quotidiane, scal-
dandosi personalmente un’acqua spesso lutulenta. Forse, se
avessero visitato il suo refugium, i Quiriti si sarebbero convinti
che non un solo sesterzio del bottino di Antioco era finito nelle
sue tasche! Ma ormai era inutile parlarne... Comunque, qui ave-
va vissuto giorni autenticamente liberi da ogni cura, dividendo
il suo tempo fra lo studio – riusciva, di quando in quando, a farsi
venire dei libri, da Roma e dalle città della Campania, da Capua
soprattutto – e il mestiere di contadino; e, in vero, era stata que-
sta seconda occupazione a dargli le gioie più grandi. Dal veder
crescere gli olivi che aveva piantato con le sue mani, olivi che
sarebbero sopravvissuti per secoli dopo la sua morte, aveva trat-
to un piacere non minore di quello donatogli un tempo dalle
sue vittorie. Qui aveva ricevuto, infine, l’ultimo omaggio – inat-
teso, e dunque tanto più gradito – non da uno Stato irricono-
scente, ma da una banda di pirati che, mentre egli si preparava
a combatterli, gli avevano fatto rispettosamente sapere di esse-
re sbarcati soltanto per conoscerlo, e lo avevano poi venerato al
pari di un dio. Il luogo della sepoltura lo aveva scelto da tempo
di persona, all’interno della sua tenuta: una grotta ombrosa e
quasi invisibile, coperta com’era da un mirto di grandi dimen-
sioni, avrebbe custodito le sue spoglie, e al di sopra di essa sa-
rebbe sorto, come monumento funebre, un semplice altare ai
suoi Mani. L’epitaffio lo aveva suggerito egli stesso all’amico
Ennio: ingrata patria, ne ossa quidem mea habes, ingrata patria,
non avrai di me neppure le ossa.

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Dell’Urbe non gli era, in effetti, mancato mai nulla, neppu-
re per un momento; se non la presenza di alcuni famigliari. Non
quella del figlio cadetto, tuttavia, che, forse in modo un poco
ingeneroso, aveva finito per incolpare inconsciamente della sua
disgrazia. Gli mancavano, invece, il figlio maggiore, della cui sa-
lute, sempre cagionevole, era solo saltuariamente informato, e
le figlie adorate, la maggiore delle quali era riuscito infine a si-
stemare, sposandola al cugino, Publio Nasica. Gli mancava, so-
prattutto, il piccolo Lucio, l’adorato nipote attraverso il quale
aveva persino pensato di perpetuare la sua stirpe e un nome che
pareva a rischio di estinguersi.
Certo, non gli mancava, invece, la politica. Anche se lui ave-
va sempre creduto di avere per quest’attività un’autentica vo-
cazione, forse aveva ragione, in fondo, chi gli rimproverava di
essere stato un soldato assai più che non un amministratore o
uno statista. Neppure la politica estera gli aveva offerto le sod-
disfazioni che si attendeva: aveva infatti dovuto constatare co-
me i cardini sui quali aveva cercato di impostare il delicato rap-
porto che più gli premeva, quello con il Levante mediterraneo,
fossero entrambi falliti. Del tutto superato, infatti, appariva or-
mai, di fronte alle schiaccianti dimostrazioni di forza impartite
da Roma, il ricorso alla nozione, a lui tanto cara, di deterrente;
mentre era tramontato anche il sogno di un indolore patroci-
nium orbis Graeci, di un’hegemonia, cioè, gestita a distanza,
oculata e bonaria, capace di controllare il mondo ellenico sen-
za alterarne i delicati equilibri.
Grazie all’opera di Catone, gli aristocratici suoi pari erano
infine riusciti a sbarazzarsi di lui, loro scomodo tutore, e – oc-
correva pur dirlo – avevano raggiunto lo scopo senza neppure
sporcarsi le mani a condannarlo direttamente; si erano affidati,
per la disdicevole bisogna di condurlo alla perdizione, all’homo
novus di Tuscolo! Scipione ricordava ancora la doppiezza con
cui l’intero senato – solo Catone aveva taciuto, allora: era un
esaltato, ma non era un ipocrita – aveva ringraziato Gracco per
l’intervento in favore di suo fratello Lucio! Eppure, proprio

340
quell’attacco preparava la sua rovina. Adesso comunque, con la
prossima censura, Flacco e soprattutto Catone avrebbero avu-
to le mani libere; e avrebbero senz’altro completato l’opera lo-
ro, provvedendo a far sì che ogni civis, anche il più illustre, rien-
trasse nei ranghi, tornasse cioè ad essere un semplice caput,
un’entità anonima da inserire senza sussulti nel mosaico delle
centurie e delle tribù. E avrebbero, con ciò stesso, soddisfatto
le attese dei più numerosi, ma meno dotati tra i nobiles, bramosi
di avere finalmente le loro occasioni.
Le epurazioni in senato – che, certo, vi sarebbero state: Pu-
blio non aveva alcun dubbio, in proposito, conoscendo Catone.
Il suo processo era stato solo l’inizio; e, anzi, dato il carattere
vendicativo di quel fanatico, temeva soprattutto per suo fratello
e per gli altri membri della gens – costituivano per l’oligarchia
dominante il prezzo, in fondo modesto, da pagare onde ripristi-
nare gli equilibri al proprio interno e imporre nuovamente una
gestione collegiale per gli affari della res publica. Catone, lo sen-
tiva, avrebbe eseguito il suo compito fino in fondo. Dopo aver
brutalmente rimosso la sua figura, avrebbe emarginato assai più
agevolmente anche gli altri personaggi di spicco, i filelleni in
particolare, che proprio non reggeva: era facile, per Publio, pre-
vedere ad esempio che sarebbero venuti ben presto tempi dif-
ficili anche per il suo ex pupillo, Tito Flaminino.
E tuttavia persino a Catone – Publio rifletteva a ciò non sen-
za un intimo, divertito compiacimento – il futuro avrebbe riser-
vato parecchie sorprese. Malgrado i suoi atteggiamenti esterio-
ri, il ruvido agricoltore di Tuscolo era tutt’altro che un incolto.
Non meno dell’Africano anch’egli – e gli echi di alcune delle sue
orazioni stavano a dimostrarlo – aveva letto Tucidide e ne ave-
va meditato la lezione; ma le sue conclusioni erano state oppo-
ste a quelle di Publio. L’Africano aveva ritenuto che, per la res
publica, il processo verso l’egemonia mediterranea fosse ormai
irreversibile; e aveva dunque puntato almeno a definirne preli-
minarmente i criterî guida e a mitigarne gli effetti, potenzial-
mente laceranti per lo Stato romano stesso. Catone, viceversa,

341
alla dottrina tucididea si era opposto e si opponeva con tutte le
sue forze; e, proprio in nome di questa lotta, combatteva i mo-
delli culturali greci dovunque li incontrasse. Per il Tuscolano
occorreva innanzitutto scardinare con ogni mezzo il regnum in
senatu esercitato da Scipione, cancellando l’intollerabile chari-
sma di matrice greco-ellenistica che Publio, contagiato dai mo-
delli stranieri, aveva cercato di imporre, e ripristinando l’antico
principio magistratuale, che stabiliva l’uguaglianza e l’inter-
cambiabilità degli uomini. Come se un imbecille potesse esser
pari ad un genio! Ma questo era solo il primo passo verso il re-
cupero, da realizzarsi ad ogni costo, dei valori genetici cari
all’Italia delle origini: solo tornando a basare il proprio pensie-
ro politico sullo ius gentium, conformando nuovamente ad es-
so la propria condotta, infatti, la res publica avrebbe potuto
mantenere intatto quel predominio che le antiche virtù le ave-
vano permesso di conquistare. Coerente in questa convinzione,
Marco Porcio ne aveva accolto fino in fondo le implicazioni:
poiché il rispetto della fides e dei doveri che ne derivavano era
il connotato romano per eccellenza, e poiché lo stesso impero
di Roma era il frutto, secondo lui, non della forza, ma – appun-
to – della fides stessa, dell’agire cioè coerente, corretto e rispet-
toso in ogni circostanza delle regole di condotta che formavano
il mos maiorum, alla res publica sarebbe stato permesso di ga-
rantire con qualunque mezzo la sua sicurezza; ma le sarebbero
state vietate guerre ingiustificate di conquista che, proprio per-
ché contrarie al diritto delle genti, avrebbero minato le basi mo-
rali della sua potenza. In proposito Catone aveva addirittura
pronunciato la più recisa delle condanne, sostenendo che,
nell’espandere oltremare il proprio dominio, Roma si era spin-
ta, in fondo, fino al punto di imitari Hannibalem, di assumere
una condotta degna cioè dell’aborrito Cartaginese!
Era tuttavia facile prevedere che, in questo secondo momen-
to, all’homo novus di Tuscolo l’appoggio dell’aristocrazia sareb-
be mancato del tutto. Prontissima a sostenerlo occultamente
durante la prima fase del processo da lui innescato, che preve-

342
deva la repressione di ogni personalismo e, con essa, l’epurazio-
ne di quei patres che se ne fossero resi colpevoli, la maggior par-
te della nobilitas non aveva però alcuna intenzione di seguirlo a
ritroso, sulla via verso il nostalgico ripristino dei valori arcaici
da lui propugnato. In tal senso, pur sapendo che quello dei con-
servatori altro non era che un sogno, Publio si scopriva adesso,
quasi suo malgrado, a parteggiare per Catone. Senza speranza,
però: la società contadina che si fondava sui valori tanto cari al
suo ex questore e attuale avversario era uscita sconvolta dalla
bufera annibalica e pareva destinata a sparire del tutto o almeno
a trasformarsi profondamente. Cominciava, anzi, a diffondersi
nell’Urbe la teoria, di origine orientale, secondo cui era esistita
già più volte in passato, e poteva – perché no? – esistere di nuo-
vo, una monarchìa universale, il dominio di un solo potere ca-
pace di unificare tutta la terra abitata. Perché non provarci,
dunque? si sentiva chiedere da più parti. La costruzione di que-
sta realtà passava, ad ogni modo, attraverso lo sviluppo di una
politica d’impero coerente, decisa e senza infingimenti; la pri-
ma tappa della quale era l’assoggettamento definitivo di un
mondo greco raffinato ed elegante, ma diviso e profondamen-
te debole, come le recenti, facili vittorie avevano dimostrato an-
che ai più scettici. Era proprio in vista di questi sviluppi che
l’aristocrazia aveva voluto sbarazzarsi di Publio, che dell’Elle-
nismo aveva cercato di ergersi a garante; e ora era ansiosa non
solo di sperimentarne gli insegnamenti, ma di modificarli a pro-
prio talento e senza remore di sorta. Simile a una delle bellissi-
me e fragili coppe in agata o in calcedonio che si producevano
ai suoi bordi, l’Oriente greco rischiava ora di andare in frantu-
mi al minimo urto con il duro metallo delle legioni.
I Greci, d’altronde, avevano elaborato il mito del vaso di
Pandora; e nessuna immagine meglio di quella poteva attagliar-
si al tempo che Publio stava vivendo. Come già era avvenuto al-
le origini del mondo, si poteva dire infatti che anche all’età sua
la guerra di Annibale avesse spalancato un ricettacolo di scia-
gure, dando inizio a un processo purtroppo irreversibile: la no-

343
va sapientia, il nuovo, spregiudicato approccio alla guerra, alla
politica, alla vita stessa, che prevedeva l’uso dell’inganno e del
complotto, dell’insidia e dell’espediente, faceva ormai parte
della panoplia mentale del Romano, e il primo a percepire
dall’exemplum di Annibale e a diffondere quel modello era sta-
to proprio uno dei mentori di Catone, Quinto Fabio. Non era
forse vero che la matrice dalla quale il Verrucosus aveva tratto il
nome della nuova Entità proposta al culto dei Quiriti all’indo-
mani del Trasimeno, la saggia Mens, era, in latino, la stessa di
mentiri o di mendacium? A che altro poteva portare dunque, un
modello etico simile, in nome degli dei? Ma anche Publio sen-
tiva su di sé una parte di colpa: aveva ritenuto, infatti, che oc-
corresse rispondere ad Annibale con le sue stesse artes, e ora
questo modo di procedere veniva applicato, senza più distin-
zione alcuna, anche nelle circostanze in cui non ve ne sarebbe
stato bisogno.
Proprio il destino recentemente toccato al Barcide stesso ne
era, d’altronde, un esempio palese. Che Flaminino fosse un abi-
le mestatore, votato allo stesso modo di ragionare dei Greci da
lui tanto ammirati, Publio lo sapeva bene; e sul carattere di suo
fratello Lucio non coltivava ormai più illusioni da tempo. Ma lo
aveva stupito la scelta di suo cugino, l’irreprensibile Nasica. De-
cisi a cercare in qualche modo un recupero d’immagine dopo
la sconfitta nella campagna per la censura, i suoi due congiunti
avevano deciso di procurarselo con una mossa a buon mercato,
proponendosi per l’ambascieria che sarebbe andata a persegui-
tare il Cartaginese fino all’altro capo del mondo. Publio non
condivideva la loro decisione, e non aveva mancato di farlo sa-
pere: più ancora che immorale e scellerata, la mossa era inutile,
poiché non avrebbe sortito l’effetto che i suoi familiari spera-
vano, e dunque era profondamente stupida. Ma l’Africano era
ormai di fatto un esule, tagliato fuori dalla politica, e tanto Lu-
cio quanto Publio Nasica gli portavano forse inconsapevol-
mente rancore, quasi attribuissero a lui la causa del loro recen-
te fiasco elettorale; avevano dunque smesso di ascoltarlo...

344
Con una fitta al cuore, l’Africano si era sorpreso, in quei me-
si, a pensare spesso con preoccupazione e pena alla sorte del
vecchio Cartaginese; e non si era poi affatto stupito quando Na-
sica era venuto di persona a comunicargli che Annibale, messo
alle strette e ormai impossibilitato a fuggire, si era tolto la vita.
Quasi scusandosi, e forse mentendo in primo luogo proprio a
sé stesso – come avrebbe mai potuto infatti, suo cugino, condi-
zionare le future decisioni del senato? –, Nasica aveva rigettato
sul Punico ogni responsabilità dell’accaduto, affermando che
era stata sua intenzione non spingerlo a uccidersi, ma sempli-
cemente deportarlo in Italia, confinandolo, come era stato fat-
to con Siface, in una qualche remota cittadina appenninica per-
ché gli fosse impedito di nuocere ancora. Fosse anche stato ve-
ro, sarebbe stato lo stesso; sarebbe stato come rinchiudere un
leone nell’esiguo spazio di una gabbia, esponendolo al ludibrio
dei curiosi e degli sfaccendati e condannandolo a rinunciare al-
la sua libertà, ai suoi spazî, alla sua grandezza, per spegnersi di
malinconia. Era naturale che un uomo come lui rifiutasse quel
destino; e cercasse di salvaguardare l’ultimo bene rimastogli, la
sua dignità.
Ma c’era di più, purtroppo. A lui, pur nell’esilio, era stato
concesso di conservare alcuni benefici che al Cartaginese erano
invece preclusi da tempo; e, in particolare, una vita tranquilla e
l’affetto di alcuni famigliari, come la sua Emilia. Già, Emilia...
Alla moglie, sposata sine manu, Publio aveva voluto, dal mo-
mento stesso delle nozze, lasciare la gestione di un patrimonio
poi costantemente accresciuto nel corso degli anni; e di quella
prova d’affetto lei gli era stata, in seguito, costantemente grata,
mostrandosi comprensiva persino verso le sue numerose scap-
patelle. Anche l’ultima leggerezza, l’ardore senile concepito
verso un’ancella, gli era stata perdonata; e, anzi, a lui che senti-
va prossima la fine Emilia aveva generosamente promesso di
provvedere, al bisogno, a quell’ultima sua, giovanissima fiam-
ma. Anche per questo, malgrado la costante, incorreggibile at-
trazione da lui sempre provata verso le altre donne, verso Emi-

345
lia non si era però mai spenta davvero, per Publio, la passione
della giovinezza; la moglie, anzi, gli era tuttora indispensabile e
sempre più cara, soprattutto da quando, tre anni prima di la-
sciare Roma, gli aveva dato, dopo una gravidanza inaspettata e
tardiva, una seconda, amatissima figlia.
Neppure questa presenza, tuttavia, era bastata a scongiurare
il sorgere del presentimento che da qualche tempo l’angustiava.
Alla notizia della morte di Annibale, Publio era stato colto da una
sensazione presaga: aveva sentito – no, aveva saputo – che non
gli sarebbe sopravvissuto a lungo. Non gli era stato amico, il Bar-
cide; ma era stato il più grande e il più nobile dei suoi nemici e
con quella di lui la sua vita si era intrecciata più e più volte, lega-
ta da sempre con il filo doppio del destino, quasi che i loro gior-
ni fossero accomunati nella volontà del Fato, quasi che, nella
mente di Themis, l’esistenza dell’uno traesse motivo e giustifica-
zione da quella dell’altro. Così ora, scomparso Annibale, l’Afri-
cano sentiva prossima la morte. Dell’immortalità futura non si
curava poi troppo: l’avrebbe conseguita, ne era certo, grazie alle
sue gesta, e con essa sarebbe venuta forse la divinizzazione at-
traverso la memoria dei posteri: pareva prometterglielo
quell’evemerismo che proprio Annibale aveva riscoperto nelle
estreme regioni della penisola e al quale lo aveva avvicinato, di
recente, il suo cantore, Quinto Ennio. Anche in questo Publio
era legato per sempre al grande avversario: presto lo avrebbe se-
guito nell’Ade e forse, colà, si sarebbero incontrati di nuovo...

346
Nota sulle fonti*

Çakyamuni il Solitario, detto Siddharta Gautama il Saggio, detto


il Buddha, prese un mozzicone di matita rossa, tracciò un cerchio
e disse:
«Quando degli uomini, anche se lo ignorano, sono destinati a in-
contrarsi, tutto può accadere a ciascuno di loro ed essi possono se-
guire vie diverse, ma nel giorno prefissato, ineluttabilmente, sa-
ranno riuniti all’interno del cerchio rosso».
Rama Krishna

«Quando ero giovane – annota in un suo memorabile studio Arnaldo


Momigliano (Lo sviluppo della biografia greca, trad. it., Torino 1974,
p. 3) – i dotti scrivevano storia, i gentiluomini biografia. Ma erano
gentiluomini? I dotti cominciavano ad avere dei dubbi. Divenivano
sempre più sospettosi dei loro vicini, i biografi. Questi non stavano
più al posto loro assegnato. Sostenevano di essere dotati di speciali in-
tuizioni dei motivi che spingono gli uomini ad agire; pretendevano
persino di essere i veri storici».
Evidentemente, chi scrive non è un gentiluomo... Qualche anno
fa, al momento della mia prima esperienza nel campo della biografia,
avevo sfiorato anch’io – occorre pur dirlo – il peccato di presunzione
messo ironicamente in evidenza dal grande studioso torinese. Non so-
lo. Affrontando la narrazione della vita di Annibale secondo l’ottica
del protagonista (G. Brizzi, Annibale. Come un’autobiografia, Milano

* Le abbreviazioni adottate in questa nota finale sono consuete; e sono ben


note agli studiosi.

347
1994), avevo da un lato per così dire reinterpretato surrettiziamente
il personaggio stesso, lasciando sovente – ciò che allo storico non è
consentito – liberi di agire intuito e fantasia; e mi ero spinto così in
modo consapevole fino al punto di far rivivere una mia creatura. Ave-
vo dall’altro – il che era forse ancora più grave – presentato subdola-
mente la narrazione sotto il profilo dello pseudobiblion, sotto il velo
cioè del fittizio libro di memorie, facendola apparire come un’apolo-
gia postuma da parte del protagonista, e quindi come una sua perso-
nalissima versione dei fatti; un artifizio che, si comprenderà bene, mi
offriva il vantaggio, evidentemente ancora più illecito, di giocare sul
registro di una verità non più duplice – quella dello studioso che in-
terpreta e quella, inattingibile perché sempre sfuggente, della Storia
con la esse maiuscola –, ma triplice addirittura, dove il resoconto
dell’eroe metteva in ombra il dato – pure, in realtà, scrupolosamente
seguito – delle fonti antiche e finiva, contemporaneamente, per giu-
stificare qualsiasi licenza da parte mia nei loro confronti. Siccome
però, pur non essendo un gentiluomo, non volevo rinunciare anche
ad essere uno storico, ecco che non solo necessaria, ma addirittura in-
dispensabile mi era apparsa, se volevo salvarmi l’anima e rientrare nei
miei panni consueti, la redazione di una nota conclusiva; nella quale
spiegare, forse a me stesso prima ancora che agli altri, carattere e li-
miti del genere affrontato e rimettere poi, per quanto possibile, le co-
se al posto loro, disingannando il lettore e svelandogli i limiti del gio-
co di prestigio al quale era stato costretto ad assistere.
Quando, qualche tempo fa, sono stato invitato a ripetere quella
esperienza, ho pensato dapprima – pur proponendomi ancora una vol-
ta di rendere il punto di vista dei miei personaggi: in ciò, evidentemen-
te, per me perseverare è davvero diabolicum – di mutare un poco i cri-
terî, redigendo, con una fedeltà alquanto maggiore rispetto al passato
volume, una coppia di vite mai scritte, sull’esempio di quelle plutar-
chee, la Vita di Scipione e quella del suo insigne modello, Annibale.
Idealmente connessi nell’immaginario dei più sino quasi a formare una
sorta di endiadi, il Maestro e l’Allievo mi apparivano accomunati, oltre
che da una serie di atteggiamenti da loro tenuti durante la vita, da un
Fato singolare che, spingendosi oltre la morte, li aveva condotti ad esi-
ti analoghi e aveva poi, di fatto, vietato per entrambi il sopravvivere di
autentiche biografie; e questo malgrado fossero i massimi esponenti del
tempo loro e avessero proposto, apparentemente, exempla ideali per
quell’insegnamento eis aeì che delle Vite costituisce il fondamento pri-
mo e la vocazione più autentica. Se tale esito è in certo qual modo com-
prensibile e persino spiegabile nel caso del Cartaginese, condannato

348
all’oblio dall’odio dei vincitori, e pure, per lui, sopravvive almeno il
profilo, del tutto sommario, tracciato da Cornelio Nepote, con Publio
l’Africano il destino si è mostrato persino più avverso. Plutarco aveva
scritto le Vite dei miei due Scipioni maggiori, una in parallelo con Epa-
minonda, l’altra a sé stante, e una di esse – ancora si discute quale – era
dedicata senz’altro al primo Africano. Ma, quasi che Themis avesse vo-
luto mettere sullo stesso piano le sorti dei miei due protagonisti anche
al cospetto dei posteri, queste erano andate poi entrambe perdute; e
perdute, coincidenza ancor più singolare, erano andate anche le altre
biografie romane dedicate a Publio, quella di Caio Oppio e quella di
Caio Giulio Igino (cfr., per tutti, E.V. Marmorale, Primus Caesarum, in
Synteleia Vincenzo Arangio-Ruiz, II, Napoli 1964, p. 1013).
E tuttavia il proposito di surrogare l’opera del più celebre tra i bio-
grafi antichi redigendo, per Annibale e per Scipione, dei Bioi paralleloi
cui egli non aveva pensato mai mi è sembrato subito un atto di presun-
zione intollerabile e quasi blasfema. Così, riflettendo alle possibilità
che mi si offrivano, mi è tornata alla mente la frase, riportata in apertu-
ra di questa nota, che un grandissimo regista francese, Jean-Pierre Mel-
ville, aveva, nell’ormai lontano 1971, citato in apertura di un suo film,
I senza nome, il cui titolo originale era, appunto, Le cercle rouge. Si po-
teva, cioè, insister forse sul tema del Fato, che aveva unito le esistenze
di Scipione e di Annibale; o, almeno, si potevano mettere in rilievo i
mille nodi in comune che avevano portato ineluttabilmente i due pro-
tagonisti fino al loro personale cerchio rosso, prima e durante la stori-
ca giornata di Zama. Si poteva, infine, sottolineare come, pur avendo-
ne poi separato i percorsi, la Sorte avesse riannodato simbolicamente i
fili delle loro esistenze, stabilendo per entrambi un’analoga uscita di
scena, la fine amara lontano dalla patria, per di più a pochi mesi di di-
stanza l’uno dall’altro. Non dunque Scipione e Annibale: vite parallele,
ma – quasi – Scipione e Annibale: vite in parallelo? Da siffatto disegno
è nata la struttura stessa di questo libro: particolarissima perché dal
«cerchio rosso» – l’incontro-scontro decisivo, alla vigilia di Zama –
muove prima all’indietro, onde ripercorrere, soprattutto attraverso le
emozioni e gli stati d’animo dei personaggi, la mimesi verso un model-
lo, le fasi dell’avvicinamento, mentale prima ancora che fisico, e una
sorta di edipica «uccisione» del padre ad opera di Publio; riparte poi
in avanti per seguire le linee divergenti di due vite dal traguardo, tutta-
via, infine sorprendentemente simile.
Amen; e così sia. Ora però, compiuto il misfatto di inscenare que-
sta (simulata?) tragedia, debbo, come l’altra volta, cercar di rimettere
le cose al posto loro; e non è sempre facile, in primo luogo per la re-

349
lativa scarsità delle fonti. Come afferma Cicerone (de off. III, 4) già
durante l’ultimo secolo della repubblica degli scritti di Scipione non
esisteva più nulla. Aulo Gellio (noct. Att. IV, 18) ricorda l’esistenza di
un’orazione dell’Africano; ma quanto trasmessoci non è che una fal-
sificazione palese (cfr. P. Fraccaro, I processi degli Scipioni, in Id.,
Opuscula, I, Pavia 1956, pp. 273-276). È scomparsa completamente,
inoltre, per lui come per Annibale, la storiografia coeva, tanto quella
di matrice ellenistica quanto quella, forse più corposa, dei primi an-
nalisti romani, che scrissero spesso a loro volta in lingua greca. Per-
duta è, tra l’altro, la historia quaedam Graeca scripta dulcissime (Cic.,
Brut. 77) dal figlio maggiore dell’Africano, Publio, che dedicava pro-
babilmente ampio spazio alle gesta del padre.
Per ricostruire l’opera dei nostri eroi dipendiamo dunque in lar-
ghissima parte dalle cronache del secondo conflitto romano-cartagi-
nese, tutte di età successiva. La fonte più autorevole e importante è
certamente Polibio di Megalopoli, in Arcadia. Figlio di Lycortas, uno
dei notabili della Lega achea, nel 167 a.C., dopo la battaglia di Pyd-
na, fu portato in Italia come ostaggio; e, rimasto in contatto con il vin-
citore, Lucio Emilio Paolo, cognato del nostro Africano (il quale era
scomparso sedici anni prima...), si accostò alla famiglia di lui, diven-
tando il tutore del figlio cadetto. Quando il fanciullo venne concesso
in adozione a suo cugino, il figlio maggiore dello stesso Africano, ma-
laticcio e senza prole, acquistando il nome di Publio Cornelio Scipio-
ne Emiliano con cui sarebbe poi divenuto famoso a sua volta, l’intat-
ta familiarità permise a Polibio non solo di seguire il suo pupillo in
tutte le successive missioni di guerra, ma di entrare a far parte della
conventicola di spiriti eletti che era andata frattanto concentrandosi
attorno a lui, definita abitualmente «circolo degli Scipioni». Polibio
poté dunque godere di contatti costanti e privilegiati con i massimi
esponenti dell’aristocrazia romana, in grado di fornirgli testimonian-
ze dirette; e poté consultare i preziosissimi archivî della gens Cornelia.
Non solo, dunque, l’Acheo – pur avendo scritto alcuni decenni dopo
i fatti narrati – è la fonte superstite cronologicamente più vicina agli
eventi; ma, grazie all’autopsia dei luoghi, al rapporto e al dialogo con
alcuni protagonisti (con Caio Lelio, ad esempio: Pol. X, 3, 2), all’ac-
cesso riservato alle memorie di famiglia, è senz’altro anche la meglio
documentata. Pur non sempre rispettati, i suoi propositi di imparzia-
lità e di accuratezza e l’ambizione di redigere una storia «pragmatica»
– che, cioè, non solo rifugga dalla retorica, dal sensazionalismo, dagli
effetti drammatici, ma costituisca una sorta di guida pratica per gli uo-
mini di Stato – fanno infine della sua opera uno strumento di prim’or-

350
dine, capace di offrire un contributo del più alto interesse per la co-
noscenza di tutta un’epoca.
Purtroppo le Storie di Polibio ci sono pervenute solo in parte. Pre-
ziosi per la conoscenza degli antefatti sono, anche se un po’ a margine
rispetto alla mia narrazione, i capitoli finali del primo libro (dal 65 alla
fine), con gli eventi immediatamente successivi alla conclusione della
guerra di Sicilia (e soprattutto con il resoconto della rivolta dei merce-
nari in Africa); i capitoli d’apertura (1-36) del secondo, con i fatti di
Spagna fino alla morte del cognato di Annibale, Asdrubale «il Bello»,
l’invasione celtica dell’Italia e le lotte per il controllo della valle pada-
na. È tuttavia solo con il terzo libro che entriamo davvero in medias
res, toccando il problema dei rapporti tra Roma e Cartagine, i prece-
denti e le cause del conflitto, la marcia di Annibale verso l’Italia, il pas-
saggio delle Alpi e i primi grandi scontri, fino a Canne. La seconda
parte della guerra forma l’oggetto di libri sopravvissuti purtroppo so-
lo per frammenti, dal settimo al quindicesimo; poi, sia pure in maniera
saltuaria, Polibio continua, nel prosieguo parimenti lacunoso dell’o-
pera, a occuparsi di Annibale e Scipione in rapporto con i fatti della
Grecia, fino a quel ventinovesimo libro in cui si tessono gli elogi di tre
grandi condottieri – l’Acheo Filopemene e, appunto, i nostri due pro-
tagonisti – scomparsi durante il medesimo anno (Pol. XXIX, 18-20:
nell’ordine Filopemene, Annibale e Scipione).
Interamente perdute sono, purtroppo, anche le fonti delle quali
poté avvalersi lo stesso Polibio, e cioè l’opera del più importante an-
nalista romano coevo alla seconda guerra punica, il politico Fabio Pit-
tore; o i prodotti della pubblicistica greca antiromana, gli scritti per
esempio di Sosilo di Sparta e di Sileno di Kalè Akté, gli storici che ac-
compagnarono il Barcide in Italia; la trattazione di un altro annalista,
Lucio Cincio Alimento, pretore nel 210, che fu per qualche tempo
prigioniero al campo di Annibale; e infine gli Annales di autori più
tardi, quali Aulo Postumio Albino (cos. 151) e Caio Acilio.
Onde completare il più possibile il quadro, siamo costretti dun-
que a ricorrere ad altre fonti ancora. Il conflitto tra Roma e Cartagine
è ben noto, almeno nelle linee essenziali, poiché forma l’argomento
della terza deca, pervenutaci per intero, degli Ab urbe condita libri di
Tito Livio; autore il quale è, inoltre, il solo a darci un resoconto con-
tinuato degli eventi fino al punto d’arrivo della nostra vicenda, fino
cioè alla morte di Scipione (Liv. XXXVIII, 53, 8-11) e a quella di An-
nibale (Liv. XXXIX, 51). Vissuto tra la metà circa del primo secolo
a.C. e il secondo decennio dell’era nostra, l’autore latino ha nelle Sto-
rie di Polibio uno dei suoi riferimenti principali, e finisce quindi per

351
compendiarne a sua volta in parte le fonti; ma conosce anche il pro-
dotto di un’annalistica successiva (e spesso deteriore...), autori come
Lucio Celio Antipatro, ad esempio, o Quinto Claudio Quadrigario, o
Valerio Anziate. Una trattazione in sé conchiusa della guerra anniba-
lica offre, infine, anche Silio Italico, nei diciassette libri di Punica, il
poema epico in esametri composto in età flavia.
Si tratta di opere dallo spessore ovviamente ben diverso, sia tra lo-
ro, sia – soprattutto – rispetto a quanto resta delle Storie di Polibio, ope-
ra storica anche se composta maiore cura quam ingenio quella liviana,
componimento poetico, e dunque sommario ed elementare quello di
Silio. A completare il quadro dovranno dunque esser consultate anche
le monografie di Appiano, riservate ai nemici successivamente affron-
tati e vinti dal popolo romano (Keltiké, Sikeliké, Annibaiké, Libyké,
Iberiké, Syriaké etc.). Queste meritano una cautela particolare. Aman-
te dell’aneddoto e perciò attento soprattutto ad alcuni aspetti per così
dire «sensazionalistici» delle vicende narrate, come i risvolti religiosi o
sacrali, lo storico alessandrino vissuto nel secondo secolo dell’era no-
stra è ricco di sviste ed errori e non immune da ostilità preconcetta nei
confronti dei Punici. Quanto a Cassio Dione, che scrive sotto la dina-
stia afro-siriaca dei Severi, pur talvolta scadente e romanzesco anch’e-
gli, si mostra però assai meno avverso di Appiano nei confronti di Car-
tagine: suo è, ad esempio, il più obiettivo ritratto di Annibale che sia
giunto fino a noi, forse attinto direttamente all’opera del siceliota Sile-
no di Kalè Akté. Benché vivano in età imperiale, i due autori dispon-
gono tuttavia di fonti spesso eccellenti; e restituiscono talvolta versioni
attribuibili, oltre che all’annalistica in genere, addirittura a Fabio Pit-
tore o a Celio Antipatro, conservando notizie molto importanti.
Più difficile è ricostruire nei risvolti privati la vita di Scipione e di
Annibale. Pur con tutti i limiti impliciti nella loro natura, possediamo,
per completare il quadro in questo senso, alcuni Bioi redatti da Plu-
tarco, relativi a figure per così dire «di contorno» rispetto alla nostra
vicenda – Quinto Fabio Massimo e Marco Claudio Marcello, Tito
Quinzio Flaminino, Marco Porcio Catone, il greco Filopemene –,
nonché, sia pur sostanzialmente prive di valore, le due Vite cartagi-
nesi – di Amilcare e di Annibale – che Cornelio Nepote ha inserito nel
suo De excellentibus ducibus exterarum gentium. Ulteriori accenni,
che permettono di cogliere una miriade di aspetti puntuali, in qual-
che caso anche privati, sono poi sparsi in un gran numero di altri au-
tori, in Cicerone e in Diodoro, in Strabone e in Valerio Massimo, in
Frontino e in Polieno, in Floro e in Gellio, in Giustino, in Eutropio,
in Orosio e in molti altri ancora.

352
Queste, a grandi linee, sono le fonti; e alle fonti soprattutto si farà
riferimento in questa nota. Quanto alle controversie della dottrina, es-
se, pur tuttora assai vivaci su molti dei punti in esame, non possono
evidentemente trovar posto all’interno di un’opera come questa; ri-
spetto alla quale, peraltro, sono state affrontate in anticipo. Esse sono
state, infatti, di volta in volta l’oggetto di scelte storiografiche e inter-
pretative precise, affrontate talvolta in modo originale da chi scrive;
sono state, comunque, sempre ampiamente dibattute e spesso defini-
te preventivamente in una serie di lavori di taglio scientifico, che sa-
ranno sia pur sommariamente elencati nelle prossime pagine dedica-
te a ulteriori letture. Ad esse rinvio anche per la documentazione, di
mole assolutamente spropositata, e dunque non ripetibile qui.
Ma veniamo, finalmente, al profilo dei protagonisti; e a Scipione,
in primo luogo. Quella da cui Publio proveniva era la più prestigiosa
delle sette famiglie che componevano la gens Cornelia, un clan tra i
più antichi e nobili della res publica. Di ceppo patrizio, quest’ultimo
risale dunque per definizione all’età monarchica e appartiene, quin-
di, addirittura all’aristocrazia genetica di Roma. Poco più che una
congettura pare, invece, l’ipotesi che collega in qualche modo il sor-
gere del particolare ramo dei Cornelii Scipiones con la graduale scom-
parsa dei Cornelii Maluginenses, da collocarsi proprio negli anni in-
torno allo scoppio della seconda guerra punica (cfr. Macrobe, Les Sa-
turnales. Livres I-III, Introd., traduct. et notes par Ch. Guittard, Pa-
ris 1997, p. 276, nota 10).
Occorrerebbe, in quest’ottica, pensare a un processo simile, negli
esiti se non necessariamente nelle cause, a quello che conobbero alcu-
ni sfortunati gentiles di Publio, i Cornelii Rufini, indotti dalla disgra-
zia politica conosciuta al tempo di Pirro a mutare il loro cognomen in
quello di Sullae. E tuttavia, grazie anche al dato archeologico, che de-
gli Scipioni ha identificato e restituito il sepolcro, situato lungo la via
Appia, poco fuori della Porta Capena (Cic., Tusc. I, 13), sappiamo di
sicuro che il cognomen Scipio era attestato dalla fine del IV secolo al-
meno. Per gli anni anteriori alla guerra punica lo stemma di questo
particolare ramo della gens sembra infatti precisarsi in qualche modo;
e il primo esponente a noi noto della famiglia è Lucio Cornelio Scipio-
ne Barbato, figlio di Cneo, cos. 298. L’elogium (CIL I2, 7 = VI, 1285),
forse coevo, inciso sul suo sarcofago ne ricorda le gesta gloriose du-
rante il terzo bellum contro i Sanniti; e dal minore dei due figli di lui,
Lucio (il cui elogium in metrica è contenuto a sua volta nella tomba
degli Scipioni: ILLRP 310), che fu console nel 259, discendono quasi
certamente il padre e lo zio del futuro Africano, Cneo e Publio senio-

353
re (sul sepolcro degli Scipioni e gli elogia in essi contenuti basterà ri-
cordare, qui, F. Coarelli, Il sepolcro degli Scipioni, «DArch» VI, 1972,
pp. 36-106; e J. Van Sickle, The Elogia of the Cornelii Scipiones and
the origin of epigram at Rome, «AJPh» CVIII, 1987, pp. 41-55).
Quello dell’archeologia resta, nondimeno, il solo terreno relativa-
mente solido su cui poggiare le nostre conclusioni. Assolutamente im-
possibile riesce infatti, per l’assenza di ogni testimonianza coeva, ri-
costruire la genealogia remota della gens; e il problema, di per sé in-
solubile, si complica poi ulteriormente proprio per il ramo degli Sci-
pioni, i cui connotati originarî sono distorti dall’azione di una storio-
grafia che tende a proiettare all’indietro, verso il momento stesso del-
le origini, i riflessi di glorie molto posteriori, in particolare di quelle
nate dalla «leggenda» che cinse, già in vita, il massimo esponente del-
la famiglia.
Apparentemente poco più che una curiosità, l’accenno trasmesso-
ci da Macrobio (Saturn. I, 6, 26) circa l’origine del cognomen – l’ap-
pellativo sarebbe stato conferito a un ipotetico antenato, il quale, qua-
si fosse uno scipio, un bastone, faceva da guida al proprio padre, cie-
co – presenta, a questo proposito, notevoli spunti di riflessione. Co-
munque non identificabile in alcun modo con il remoto capostipite
della gens, il Publius Cornelius Scipio in questione è stato sovrappo-
sto talvolta al personaggio che, agli inizî del IV secolo, rivestì a più ri-
prese – secondo Livio (V, 19, 2; 24, 1; 31, 8; VI, 1, 8) – le cariche di
tribuno consolare e di magister equitum del dittatore Furio Camillo;
o si alternò con lui nella funzione di interrex.
Ma questa identificazione solleva non pochi dubbi. Da un lato, in-
fatti, l’aneddoto di Macrobio rivela un chiaro intento esemplare e sug-
gerisce un transfert simbolico importante: dalla pietas verso il pater fa-
milias, che ha il suo primo exemplum in Enea, il lontano eroe fonda-
tore, si passa cioè implicitamente al sostegno vitale offerto allo Stato
nei momenti più gravi e decisivi della sua storia. Dall’altro il rappor-
to tra l’antenato dell’Africano – al quale, probabilmente non a caso, è
assegnato come a lui il praenomen Publio – e Camillo accosta ideal-
mente la famiglia degli Scipioni a un altro fatalis dux, al «secondo Ro-
molo» che salvò Roma dai Galli, uno tra i più celebri «uomini del de-
stino» di tutta la storia dell’Urbe. L’uno e l’altro particolare sembrano
dunque poter risalire alla dimensione sovrastrutturale di un mito edi-
ficato a posteriori, onde sottolineare la caratteristica sovrumana che,
nell’immaginario collettivo, ha finito per accomunare oltre i secoli il
conditor Romanae gentis Enea, Camillo il conquistatore di Veio e Sci-
pione il vincitore di Annibale, fino a farne, in una sorta di continuità

354
ideale, altrettante prefigurazioni di Augusto. Così, siamo indotti a
chiederci se la figura del Publio vissuto durante il IV secolo non sia
una semplice creazione della storiografia; o, almeno, se il suo ruolo
non sia stato amplificato dalla volontà di presentare i Cornelii Scipio-
nes come dei predestinati, fino a rendere in certo qual modo genetica
la loro virtus e, con essa, la loro vocazione alla vittoria.
La trama iniziale della storia di famiglia resta, dunque, a maglie
molto larghe; e risulta, con nostro grave disappunto, indistinta e in-
definibile. Meglio precisata essa appare invece per il momento che ci
interessa. Lo zio Cneo, «il Calvo», era il primogenito, ma i figli del fra-
tello, Publio seniore, erano nati prima dei cugini, Cneo Ispallo (che fu
console solo nel 176) e Publio Nasica (che non ebbe i fasci prima del
191); sicché, quando il padre e il fratello partirono per la Spagna sen-
za più fare ritorno, la funzione di pater familias dovette ricadere sulle
spalle dell’ancor giovane Publio.
Chiare sembrano essere, almeno da un certo momento in poi, an-
che le scelte di schieramento. A partire dalla prima metà del III seco-
lo a.C., infatti, i Cornelii Scipiones appaiono definitivamente inseriti
nella pars che, in Roma, traeva il proprio sostegno dalle clientele mer-
cantili; e dunque ne promuoveva gli interessi, sostenendo l’indirizzo
di espansione mediterranea che, nel 264, portò allo scontro con Car-
tagine. Questo gruppo di pressione, che comprendeva commercianti,
pubblicani e banchieri, era composto tanto dai settori più ricchi del-
la plebe urbana, quanto – soprattutto – dalle aristocrazie mercantili
federate, etrusche, campane e italiote in particolare. Gli Scipioni era-
no invece risolutamente contrarî (anche con Cneo, che pure, come
cos. 222, fu costretto a parteciparvi...) alla guerra di conquista che si
combatteva nella piana del Po sul finire del secolo.
Chiari sono, per la famiglia, i legami clientelari con il mondo
etrusco, sia – naturalmente! – con il settore imprenditoriale e affari-
stico – da cui, come denuncia lo stesso cognomen, erano emersi, per
esempio, gli alleati Apustii Fullones, «i Tintori», di nobiltà recente
–; sia con la componente più decisamente aristocratica, alla quale ap-
parteneva invece a pieno titolo un’altra delle famiglie amiche, e cioè
quella dei Pomponii Mathones. Proprio da quest’ultimo nucleo pro-
veniva Pomponia, la madre del futuro Africano, che Publio seniore
condusse in sposa a governar la sua casa vicinissima al Foro (come
si desume da Liv. XLIV, 16, 10). Di lei sappiamo che fu donna di
forte religiosità (il nome ci è dato solo da Sil. It., Pun. XIII, 515 ss.;
cfr. Gell., noct. Att. VI, 1, 1) e che fu amatissima dal figlio (Pol. X,
4, 7; 5, 4). Da Gellio (loc. cit.) apprendiamo inoltre l’esistenza di una

355
leggenda secondo la quale la stessa Pomponia, a lungo sterile, sa-
rebbe stata visitata nottetempo da un enorme serpente, subito scom-
parso alle grida dei famigliari angosciati; e poco dopo si sarebbe av-
verata la predizione degli aruspici, che, interpretando il prodigium,
annunciavano una sicura gravidanza. Sul tronco di questa favola, no-
ta anche a Livio (XXVI, 19, 7) e a Quintiliano (II, 4, 9: vi si accen-
na al serpente a quo Scipio traditur genitus), Silio Italico (loc. cit.) in-
nestò la tradizione che Pomponia fosse stata «resa feconda dall’in-
tervento furtivo di Giove».
Che Pomponia abbia generato anche il fratello, Lucio, non è, in ve-
rità, del tutto sicuro; poiché a confondere la prima parte della vita di
Publio concorre una vasta fioritura di aneddoti, quanto meno discuti-
bili. Il primo è riferito da Plinio il Vecchio, che, dopo aver ricordato co-
me il miglior presagio per le sorti del nascituro venga dalla morte della
madre nel darlo alla luce, aggiunge poi sicut Scipio Africanus prior na-
tus primusque Caesarum a caeso matris utero dictus... (Plin., nat. hist.
VII, 47; cfr. Sil. It., Pun. XIII, 646). Ove si accettasse questa notizia (pe-
raltro già dimostrata falsa, anche sul piano linguistico: cfr. Marmorale,
Primus Caesarum cit., pp. 1009, 1024-1025) occorrerebbe pensare che,
scomparsa la prima moglie, Publio seniore si sia risposato; e abbia avu-
to Lucio da una seconda compagna. Sembra tuttavia più probabile che
– come afferma il Walbank (A historical commentary on Polybius, II,
Oxford 1969, p. 200) – il particolare sia fittizio, «to give Scipio a won-
derful ‘Caesarian’ birth», nel solco della tradizione, già ricordata, che
ne associava l’immagine a quella di Augusto.
Un’altra amena storiella è riportata, stranamente, proprio da Po-
libio (X, 4, 1-5). Secondo quanto narra lo storico acheo, che mostra
di considerar Lucio il primogenito, questi si sarebbe candidato all’edi-
lità curule fino dal 217, mentre ancora il padre era in viaggio verso la
Spagna; senza molte speranze di successo, tuttavia, fino almeno al mo-
mento in cui Publio decise di aiutarlo. Il futuro Africano avrebbe in-
fatti detto alla madre di avere sognato per ben due volte la comune
elezione alla carica, sua e del fratello; e l’avrebbe convinta, quindi, ad
affidargli la toga candida degli aspiranti ai pubblici uffici. Nel giorno
fissato per le elezioni, presentatosi insieme a Lucio, avrebbe poi trion-
fato grazie al suo già notevole prestigio.
Questo episodio appare addirittura più dubbio del precedente; e
ciò sia perché sappiamo con certezza che Publio raggiunse l’edilità so-
lo nel 213; sia perché ebbe come collega Marco Cornelio Cethego; sia,
infine, perché, almeno secondo l’opinione prevalente, dei due fratel-
li egli era il maggiore. Quest’ultimo dato si desume a sua volta non

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tanto dalla rispettiva onomastica, quanto dalla carriera parallela degli
Scipioni, che vede Publio sempre in anticipo. Dopo essere stato lega-
tus dell’Africano in Spagna e in Africa (207-202 a.C.) (Liv. XXVIII,
28, 14; XXIX, 7, 2; 25, 10 etc.), Lucio fu infatti aedilis probabilmen-
te solo nel 195 e pretore nel 193 in Sicilia (Liv. XXXIV, 54, 2; 55, 6;
Cic., de orat. II, 280); ed ebbe a subire costantemente l’ideale premi-
nenza, forse divenuta fastidiosa anche per lui, del più celebre fratello.
Almeno secondo l’accusa dei tribuni plebis, persino durante il conso-
lato del 190, pur essendo Lucio stesso nominalmente a capo della spe-
dizione contro la Siria, Publio era stato per il fratello dictatorem... con-
suli, non legatum (Liv. XXXVIII, 51, 3).
Resta, nondimeno, il fatto che nessuna delle spiegazioni proposte
per chiarire l’equivoco polibiano convince veramente del tutto. L’as-
serto di alcune fonti, che dipingono Lucio come un imbellis vir (Val.
Max. V, 5), dotato di infimo corpore (de vir. illustr. 53) pare implici-
tamente smentito dai lunghi anni che questi trascorse al fronte; sicché
assai poco credibile appare il tentativo, compiuto da alcuni (Marmo-
rale, Primus Caesarum cit., pp. 1009 ss.), di giustificare proprio su
questa base la precedenza data a Publio, che sarebbe stato effettiva-
mente più giovane. Del pari poco persuasiva è l’ipotesi (E. Meyer,
Kleine Schriften, II, Halle 1924, p. 431, nota 2) di una confusione con
il caso dell’Emiliano; che era, in effetti, più giovane dell’altro figlio di
Emilio Paolo, adottato dalla gens Fabia come Q. Fabio Massimo Emi-
liano. Senza un vero fondamento appare, infine, il tentativo di rinvia-
re la genesi dell’errore polibiano all’ormai vecchio, e forse smemora-
to, Caio Lelio.
Qualche riscontro biografico utile viene invece da un terzo e più fa-
moso aneddoto, che si inquadra nelle vicende del primo scontro tra Ro-
mani e Cartaginesi: quello relativo al salvataggio del padre sul campo
del Ticino, un gesto che sembra costituire la prima uscita per così dir
pubblica di Scipione. Ancora una volta tuttavia – e pare quasi una co-
stante... – un episodio relativo alla sua giovinezza si presenta ancipite,
come una medaglia a due facce. Alternativa rispetto all’immagine pro-
posta da Polibio (che la attribuisce alla testimonianza verbale di Caio
Lelio, uno tra i più intimi amici dell’Africano: Pol. III, 65) ve n’è infat-
ti, al solito, un’altra, conservata da Livio (XXI, 46, 10), il quale ne fa ri-
salire l’origine a Celio Antipatro: la seconda versione attribuisce il ge-
sto eroico a uno schiavo ligure, e non al figlio del console. Le due va-
rianti si prestano forse, per confronto, a qualche ulteriore riflessione.
Se, come è stato detto, è senz’altro vero che «Coelius is not usually pre-
ferred to Polybius» (così H.H. Scullard, Scipio Africanus, soldier and

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politician, London 1970, p. 29. Analogamente Walbank, A historical
commentary cit., II, p. 199), una simile constatazione appare però in
certo qual modo troppo semplicistica. È certo possibile che l’opera di
Celio Antipatro abbia risentito di alterazioni malevole successive, ma-
turate contro l’Africano al declinare della sua popolarità (cfr. E. Wölf-
flin, Die Rettung Scipios am Tessin, «Hermes» XXIII, 1888, pp. 307-
310, 479-480; G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze 1968, 2 ed., III,
2, p. 25, nota 39; J.F. Lazenby, Hannibal’s war, Warminster 1978, p.
53, nota 8); ma occorre nondimeno osservare che l’episodio al Ticino
ne evoca subito un altro: quello della morte di Amilcare Barca in terra
di Spagna. Sorge così il dubbio che proprio qui cominci l’ideale con-
trapposizione che metterà poi sempre a confronto i massimi protago-
nisti della guerra punica: mentre, nel caso di Annibale, era stato lui stes-
so, allora giovanissimo, ad essere salvato, insieme con il grosso
dell’esercito, dall’eroismo del padre, il quale aveva sacrificato la vita
per proteggerne la fuga, il Romano, nel segno di una superiorità sul suo
modello che si voleva immediata, si era viceversa subito distinto, inter-
venendo da autentico primattore per soccorrere e salvare, lui adule-
scentulus, il padre ferito. Resta dunque, a mio avviso, il dubbio che la
versione celiana ristabilisca o riequilibri almeno in parte la verità; ma
ciò che importa, qui, è sottolineare un dato inequivocabile, come cioè
Publio sia, nel 218, un adulescentulus, un ragazzo di diciassette anni ap-
pena, e dunque sia nato verosimilmente nel 236/235 a.C.
Del giovinetto che si affaccia sui teatri della seconda guerra punica
restano da definire, per quanto possibile, educazione e temperamen-
to. Circa le sue scelte culturali non può, io credo, esservi dubbio al-
cuno: nel dibattito che cominciava allora a dividere Roma, così come
da alcune generazioni divideva Cartagine, circa l’atteggiamento da as-
sumere nei confronti della cultura greca Publio si schierò certamente
tra i filelleni. Lo si può desumere da numerosi indizî. Non soltanto,
infatti, egli intrattenne in seguito costanti relazioni pubbliche e priva-
te con i sovrani ellenistici, con i quali mostrava di condividere lingua
e formazione (...fu addirittura in corrispondenza con Filippo V di Ma-
cedonia, cui era legato – pare – da personale amicizia. Chiaramente
sottinteso in Polibio – X, 9, 1 ss. –, il tono di confidenza della lettera
scritta a Filippo V ne rivela il carattere di documento personale. Sul-
la missiva a Prusia e i negoziati con Antioco: Pol. XXI, 11; 13-15; cfr.
Liv. XXXVII, 35-36; App., Syr. 29; Diod. XXIX, 7-8; etc.); ma fu in-
timo di Ennio (al punto che il busto del poeta venne posto nel
sepolcro degli Scipioni: Cic., Arch. 22; Liv. XXXVIII, 56, 4; Plin., nat.
hist. VII, 114), colui che si vantava di avere tria corda, tre anime, osca,

358
greca e romana. Più ancora, durante il breve soggiorno in Siracusa,
prima di partire per l’Africa, non esitò, destando lo sdegno di Catone,
a vestire alla greca e a frequentare sia il ginnasio, sia le aule dei retori
(Liv. XXIX, 19); e alla greca furono educati i suoi figli, i maschi e cer-
tamente almeno una delle femmine, quella Cornelia che andò poi spo-
sa a Tiberio Gracco. Egli stesso, infine – è Cicerone (De off. III, 1; cfr.
De re pub. I, 27; Plut., Apopht., 196 b) che lo ricorda –, apprezzava
più di ogni altra cosa le delizie e, a un tempo, l’impegno dell’otium; e,
alludendo ai suoi studî, proclamava numquam se minus otiosum esse,
quam cum otiosus, nec minus solum, quam cum solus esset.
È invece la sua formazione giovanile ad esser quasi impossibile da
ricostruirsi; anche se, sia pur solo per analogia, se ne possono forse in-
tuire in parte i caratteri. Afferma, per esempio, ancora Cicerone (de
sen. 12) che Quinto Fabio Massimo aveva letto molto «per essere un
Romano», e che conosceva domestica et externa, i fatti della storia na-
zionale ed estera. Preferisco, come fanno molti filologi, omettere il
termine bella (domestica bella significherebbe, infatti, guerre intesti-
ne). Se lo stesso Fabio portò a Roma da Taranto una statua colossale
di Ercole (attribuita a Lisippo: Plin., nat. hist. XXXIV, 40; Plut., Fab.
1) – cui la sua famiglia, annoverandolo come antenato, era devota da
sempre –, Marco Claudio Marcello si professava ammiratore nostal-
gico di quella cultura ellenica che non aveva potuto acquisire in gio-
ventù, e dunque, nella Siracusa da lui messa a sacco, fece incetta di ca-
polavori (tra cui i globi di Archimede: Cic., De re pub. I, 21), al pun-
to che gli si attribuiva il merito di avere per primo insegnato ai Ro-
mani ad apprezzare l’arte greca (Plut., Marc. 21, 5). Catone, infine:
benché si vantasse di avere trascorso i suoi primi anni lavorando la ter-
ra tra i monti della Sabina, si sforzò fin da giovane di ovviare alle la-
cune della sua istruzione studiando la lingua, la letteratura e la filoso-
fia dell’Ellade insieme con il poeta Ennio e con un Italiota filoroma-
no di nome Nearco (Cato, de agr. 157; Cic., de sen. 41). Se è vero che
i fautori dell’espansione mediterranea annoveravano per tradizione
nelle loro file tanto i filelleni più convinti quanto le élites culturali del-
la penisola, allora sembra inconcepibile che alla cultura greca siano
stati in qualche modo sensibili i principali avversarî politici della fa-
miglia e non il padre dell’Africano, che proprio a quella fazione ap-
parteneva. Dalla metà almeno del III secolo Roma assisteva al diffon-
dersi dei modelli ellenici. Almeno secondo Floro (I, 13, 18) era stato
il trionfo di Papirio Cursore successivo alla resa di Taranto a consen-
tire ai Romani la prima, diretta conoscenza dei Greci e della loro ar-
te. L’ingresso nella federazione romana non aveva poi apparente-

359
mente interrotto i contatti della polis italiota con la Grecia propria, e
per mezzo secolo almeno fu proprio Taranto a fungere da tramite con
quel mondo; sicché, in Roma, una minoranza colta, ridotta ma sem-
pre crescente, ne conosceva ormai la lingua, il mito, le forme espres-
sive e artistiche. È dunque probabile che per Publio, coetaneo di Ca-
tone, ma di una generazione almeno più giovane rispetto a Fabio e
Marcello, il contatto con la Grecia risalga non, come per altri, agli an-
ni maturi – vale a dire, nel suo caso, al soggiorno in Sicilia –; ma all’in-
fanzia stessa. Che Publio sia stato, cioè, tra i primi rampolli dell’ari-
stocrazia a fruire della presenza, sempre più frequente in Roma, di
grammatistai, di precettori qualificati, non possiamo stabilirlo con
certezza; ma pare lecito almeno supporlo.
Quanto all’indole, il poco che emerge dalle fonti induce a con-
frontare una volta ancora, sia pure e contrario, la sua personalità con
quella di Annibale. Alla ben nota continenza del Cartaginese (Iust.
XXXII, 4, 11) egli oppone infatti apparentemente una sensualità for-
te, ma equilibrata e sottoposta a costante controllo: ne fa fede in mo-
do esplicito Polibio, quando, commentando l’episodio della vergine
promessa ad Allucio, a sottolineare una moderazione tanto più me-
ritevole perché autoimposta, lo definisce philogynes, amante delle
donne (Pol. X, 19, 2). Tale connotato, del resto, è confermato indi-
rettamente anche da Cneo Nevio. Nemico irriducibile dei Metelli, e
probabilmente avversario politico dello stesso Publio (il suo nome è
stato chiamato in causa anche a proposito dell’infinita querelle re-
lativa ai «processi» degli Scipioni), il poeta non esita a ricordare, in
un frammento (com. 108-110 R.2 = inc. fab. 1-3 W = inc. fab. fr. 3
Marn., ap. Gell. VII, 8, 5), come etiam qui res magnas manu saepe
gessit gloriose / cuius facta viva nunc vigent, qui apud gentes solus
praestat, / eum suus pater cum pallio uno ab amica abduxit. Il riferi-
mento è di agevole collocazione. Databile certo avanti il 218 (Publio
pater non fece ritorno da quei teatri iberici verso i quali era partito
come proconsole al concludersi stesso della sua carica; sicché, in se-
guito, il figlio non lo rivide mai più...), l’imbarazzante scappatella do-
vrebbe aver avuto luogo quando Publio iuniore era ancora adole-
scente, a testimonianza, pare, di un’inclinazione verso il bel sesso
maturata fino dalla prima giovinezza.
Alcuni problemi di non facile soluzione sono posti, infine, dalla
definizione cronologica dei rapporti esistenti tra l’Africano, la moglie
e i figli loro; problemi che costringono il biografo a veri e propri eser-
cizî di equilibrismo per mettere d’accordo dati quasi inconciliabili.
Benché non se ne sappia nulla di preciso, Publio era apparentemente

360
ancora molto giovane (si era nei primi anni della seconda punica, e
certamente prima del 210, data della sua partenza per la Spagna)
quando sposò Emilia Tertia, figlia del Lucio Emilio Paolo console nel
219 e nel 216 e sorella del futuro vincitore di Perseo (...nonché padre
naturale dell’Emiliano). Certo, il matrimonio dovette avere anche e
soprattutto fini politici: esiste, infatti, una voce maliziosa – l’ennesi-
ma – che accusa l’Africano di avere, forse proprio in nome della sua
philogynaikia, trascurato spesso i doveri coniugali verso la consorte le-
gittima (a causa di questo comportamento il fratello di lei, stizzito, si
sarebbe almeno momentaneamente accostato alle posizioni di Ca-
tone: per le fonti, Klebs, PW I, 1, 1893, s.v. Aemilius, n. 114; cfr. De
Sanctis, Storia cit., IV, 1, pp. 340, 591, 605). Esiste persino il ricordo,
trasmessoci da Valerio Massimo (VI, 7, 1), di una relazione tardiva tra
Publio e un’ancella della moglie; una trasgressione verso la quale, tut-
tavia, Emilia stessa si sarebbe mostrata comprensiva al punto che, do-
po la morte del marito, avrebbe liberato la fanciulla dandola in sposa
a un proprio liberto. Il penchant verso le altre donne non impedì però
all’Africano – così almento sembra – di amare davvero la moglie. Spo-
sata sine manu, Emilia mantenne verosimilmente la proprietà della
quota di patrimonio ereditata dal padre (su quanto detto fin qui si ve-
da G. Bandelli, I figli dell’Africano, «Index» IV, 1974/75, pp. 127-
137); e, del resto, il marito continuò a frequentarne assiduamente il
talamo fino all’ultimo. Non solo, infatti, Emilia gli generò quattro fi-
gli, tutti sopravvissuti; ma, se è vero che la figlia minore, la futura ma-
dre dei Gracchi, era ancora molto giovane nel 152, alla morte del ma-
rito Tiberio – Cicerone (de div. I, 136) la definisce adulescens –, la sua
nascita o addirittura il suo concepimento non dovrebbero risalir mol-
to oltre l’ultimo anno di vita del padre.
Questi dati, tuttavia, sono talvolta in aperta contraddizione tra lo-
ro. Onde risolvere l’antinomia senza immaginare, per l’Africano, un
secondo matrimonio di cui non v’è traccia (e che, anzi, pare implici-
tamente escluso dalle fonti, secondo le quali – Liv. XXXVIII, 53, 8;
de vir illustr. 49, 18 – Publio, morente, pregò proprio Emilia di esse-
re sepolto a Literno), si è dunque costretti a immaginare che, andata
sposa giovanissima nel 211/210, a tredici o quattordici anni al massi-
mo, Emilia sia rimasta gravida del primo maschio – Publio – nel cor-
so di quello stesso anno, partorendolo quasi certamente quando già il
marito era in Spagna; e abbia poi concepito il secondogenito nel
206/205, durante il breve soggiorno di Scipione a Roma, prima della
sua partenza per l’Africa. In tal modo, quando seguì il padre in Asia,
quest’ultimo – Lucio – avrebbe avuto quindici anni appena.

361
Ma il problema più grave e quasi insolubile è quello posto dalla
nascita della seconda delle due figlie. Ove si accetti il dato di Cicero-
ne, e si postuli che Cornelia, concepita nell’anno stesso della scom-
parsa di Publio, non avesse, nel 152, più di trent’anni, si cozza infatti
contro il dato di una Emilia ancora fertile e capace di generare quan-
do avrebbe dovuto avere quarant’anni almeno. Nella ricostruzione ho
cercato di conciliare fra loro tutti questi elementi; e ho immaginato –
pur con molte forzature – che Cornelia sia nata due o tre anni avanti
la morte del padre, da un’Emilia che doveva avere, comunque, tren-
tasette o trentotto anni.
Ad ogni modo Publio, il maggiore tra i maschi dell’Africano, è lo-
dato da Cicerone per il carattere e le doti morali (Cic., De off. I, 33, 121;
Brut. 19) ed è noto come annalista (e autore di un’opera storica in lin-
gua greca: Cic., Brut. 77); debole e malaticcio, egli non andò mai oltre
la carica di augure, ricoperta nel 180 e, incapace di procreare, finì
coll’adottare, dal 168, un cugino, il figlio dello zio di parte materna Lu-
cio Emilio Paolo, il futuro Scipione Emiliano. A questo proposito il fat-
to che l’Africano avesse una predilezione per il giovanissimo nipote e
pensasse già, negli ultimi anni di vita, a una sua adozione da parte del-
la famiglia è, ovviamente, invenzione (non solo...) mia. Quanto al se-
condo figlio, Lucio fu catturato dai Siriaci durante la guerra contro An-
tioco III e, cosa che fece scalpore, fu restituito al padre senza riscatto;
egli raggiunse la pretura nel 174, ma i censori dello stesso anno lo espul-
sero dal senato, pare per indegnità (Liv. XLI, 27, 2). È probabilmente
lo stesso personaggio che Valerio Massimo – IV, 5, 3 – chiama erro-
neamente Cneo: avendo appreso che disonorava la carica, i famigliari
id egerunt, ne aut sellam ponere aut ius dicere auderet insuperque e ma-
nu eius anulum, in quo caput Africani sculptum erat, detraxerunt..., di-
seredandolo anche moralmente. Delle femmine, che portavano ovvia-
mente l’identico nomen, la maggiore andò in sposa al cugino, Publio
Cornelio Scipione Nasica; mentre la seconda, piccolissima o ancora
non nata al momento della morte di Publio, è dipinta dalla tradizione
come bella, casta e coltissima, ed è ovviamente nota a tutti per aver mes-
so al mondo i famosi tribuni.
Per quanto riguarda le fasi del conflitto tra Roma e Cartagine, la
ricostruzione generale proposta non si discosta molto, se non per
qualche aspetto, da quella canonica. Si tratta, tuttavia, di questioni as-
solutamente fondamentali. Senza che, con l’eccezione forse del solo
Fabio Massimo, i Romani se ne fossero resi conto, l’uomo che aveva
varcato le Alpi per portare la guerra in Italia costituiva davvero il più
temibile degli avversarî. Non è il caso, qui, che io torni a insister trop-

362
po su una serie di concetti già trattati per esteso in altri miei scritti (ul-
timo: G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario. Gli eserciti del mon-
do classico, Bologna 2002, pp. 18 ss., ove precedente bibliografia); e
tuttavia l’aforisma di Lisandro (Plut., Lis. 7), capace di sintetizzare mi-
rabilmente nei tratti essenziali il modello perfetto del condottiero,
proiettandolo addirittura oltre i limiti dell’antichità fino a ispirare il
profilo del Principe di Machiavelli, era probabilmente noto già ad An-
nibale, che aveva avuto (e ancora aveva con sé al campo...) un maestro
spartano, il lacedemone Sosilo. Il guerriero greco era – e lo era fin
dall’Iliade (cfr. Brizzi, Il guerriero cit., pp. 9 ss.) – un ibrido di leone e
volpe, una combinazione cioè di aretè e di mêtis, di valore e di intel-
ligenza, di astuzia, di spregiudicatezza assolute; e doveva dunque fon-
dere in uno i requisiti di Diomede o di Aiace e – sempre – quelli di
Odisseo. Per loro sfortuna in Annibale i Romani avevano incontrato
un uomo che pareva incarnare questo stesso modello, un uomo che
riuniva ed esaltava in sé entrambe le anime del combattente assoluto.
Quanto al leone, Annibale rappresentava infatti il culmine e l’evo-
luzione ultima della migliore scuola militare del mondo di allora, e
cioè di quella ellenistica; i cui dettami, desunti dai massimi modelli co-
nosciuti, il Cartaginese aveva perfezionato, adattandoli alla natura e ai
caratteri dei combattenti dell’Occidente mediterraneo (Brizzi, Il guer-
riero cit., pp. 58 ss.).
Quanto alla volpe, si può dire che il Barcide ne sublimasse addirit-
tura l’essenza, al punto da essere rimasto proverbiale per la sua straor-
dinaria astuzia; e da aver coinvolto tutto il suo popolo nella damnatio,
nella condanna morale che proprio per questo requisito i Romani pro-
nunciarono contro di lui. Ciò che, attraverso Annibale, i Romani fini-
rono per imputare alla stirpe punica nel suo complesso fu dunque il ci-
nismo e il rifiuto delle regole, tanto in diplomazia come in guerra, fu,
in una parola, lo scindere l’etica sia dalla politica, sia dalla sua clau-
sewitziana continuazione con altri mezzi; un atteggiamento, questo,
apertamente contrario a uno dei valori fondanti per la cultura romana
delle origini, quello di fides, che esigeva anche nel corso delle ostilità il
rispetto di un ben preciso codice di comportamento. Maturata per la
prima volta durante lo scontro con Annibale, questa esperienza fece sì
che, agli occhi dei Romani, il Barcide divenisse il simbolo e l’incarna-
zione stessa della perfidia (Liv. XXI, 4, 9. La perfidia è, naturalmente,
l’opposto della fides); sicché, generalizzando impropriamente, i Ro-
mani finirono per attribuirla, quasi fosse un connotato etnico, a tutti i
Cartaginesi. Non è un caso, dunque, che quella di Annibale sia diven-
tata, per definizione, la perfidia plus quam Punica.

363
A ben vedere, tuttavia, tale requisito coincide perfettamente, piut-
tosto, con una componente nativa ed essenziale dell’identità greca; con
quella mêtis, cioè, che connota l’eroe dell’ingegno per eccellenza,
Odisseo, e persino, a un livello addirittura più alto, la sua controparte
divina, la dea Atena, simboli entrambi fin dalle origini omeriche della
guerra «intelligente». Che la Punica fides avesse «il suo corrisponden-
te nella Graeca fides» lo sospettava da tempo uno tra i massimi studio-
si dell’età nostra, Arnaldo Momigliano (Saggezza straniera. L’Elleni-
smo e le altre culture, trad. it., Torino 1980, p. 7); ed è legittimo pensa-
re che ad Annibale essa sia venuta in dote non già dall’indole nativa, ma
dalla paideia ellenica ricevuta. Senza che i Romani riuscissero inizial-
mente a percepirlo, la Punica perfidia del Barcide non era dunque altro
che l’uso, in diplomazia come in guerra, così della riflessione pondera-
ta e intelligente come dell’astuzia e dell’espediente spregiudicato, il ri-
corso costante e abilissimo allo strategema in ogni sua forma, in una pa-
rola l’uso della mêtis. Il primo a intuire la natura nuova e diversa di que-
sto tipo di guerra, cogliendo l’origine e il meccanismo delle artes Han-
nibalis, e ad avviare – come è stato detto (così E. Montanari, Mens,
«R&C» n.s., II, 1976, p. 181) – una modifica «non nel sistema, ma del
sistema» etico della res publica, fu senz’altro Fabio Massimo: al signifi-
cato del culto di Mens da lui introdotto in Roma ho dedicato alcuni la-
vori recenti (ad esempio, G. Brizzi, Il culto di «Mens» e la seconda guer-
ra punica: la funzione di un’astrazione nella lotta ad Annibale, in L’Afri-
que, la Gaule, la réligion à l’époque romaine. Mélanges à la mémoire de
Marcel Le Glay, rassemblés avec la collaboration d’anciens élèves par
Yann Le Bohec = Coll. Latomus, vol. 226, Bruxelles 1995, pp. 512-522;
Id., Guerre des Grecs, guerre des Romains: les différentes âmes du guer-
rier ancien, «Cahiers du Centre G. Glotz» X, 1999 [2000], pp. 33-47).
Pronto a servirsi a sua volta dell’insidia e del tradimento, il Cunctator
rimase però, almeno sul piano formale, un seguace fedele dell’antica
norma; e non esitò – come ad Arpi o a Taranto (Liv. XXIV, 45-47, 10;
XXVII, 16, 6; Plut., Fab. 22, 4. Cfr. G. Brizzi, I sistemi informativi dei
Romani. Principî e realtà nell’età delle conquiste oltremare (218-168
a.C.) = Historia Einzelschriften, Heft 39, Wiesbaden 1982, p. 72) – a
coprire le tracce della sua personale perfidia ricorrendo anche alle mi-
sure più drastiche. Scipione che, durante la campagna d’Africa, si mo-
strò risoluto a seguirlo su questa strada, abbandonò invece senza esita-
re ogni infingimento.
Per l’intera durata del conflitto, tuttavia, i Romani nel loro insie-
me rimasero tenacemente abbarbicati al costume avito. Conveniente
e addirittura lodevole per il Cartaginese come lo era per i Greci suoi

364
maestri, il ricorso alle ruses de guerre riusciva loro invece, in nome di
una concezione «cavalleresca» e in fondo arcaica della guerra, ostico
e formalmente intollerabile. La regola, rigidamente aristocratica, che
essi seguivano non prevedeva, almeno tra pari, il ricorso agli strata-
gemmi; sicché li lasciò a lungo indifesi di fronte alla collaudata mali-
zia di Annibale.
La stessa morale della quale il loro obsoleto codice bellico era
espressione costituiva però anche la base dei saldissimi legami stabi-
litisi da tempo tra una parte almeno dei ceti dirigenti italici. Lo scon-
tro ideale tra Annibale e questa componente, che dello Stato romano
era l’anima inflessibile, si fece così progressivamente estremo, sul pia-
no etico non meno che su quello, che ne dipendeva, della prassi bel-
lica; e finì col degenerare, dando vita, anche nei confronti di Cartagi-
ne, a un vero a proprio «conflitto di civiltà». Più volte indagati per
l’addietro da chi scrive, i legami che strutturavano la res publica face-
vano della federazione romana una realtà ben diversa rispetto alle po-
leis disseminate lungo tutto il bacino del Mediterraneo; e le conferi-
vano un vantaggio strategico incolmabile nei confronti della nemica
punica. Struttura assai più solida e complessa di una semplice città,
questa realtà trovava infatti la sua espressione più alta in un senato il
quale – vero e proprio organo «sovrastatuale» – costituiva una sorta
di sintesi, pur sommaria e incompleta, dell’Italia tirrenica.
Era un vantaggio tale da permettere infine a Roma di trionfare per-
sino sull’immenso genio militare di Annibale; tanto più che questo ti-
po di vincolo trasversale, tra individui e non tra Stati, aveva ormai da
tempo cominciato a coinvolgere anche una parte significativa degli
stessi notabili cartaginesi, stabilendo pericolose complicità. Assu-
mendo un atteggiamento consueto a tutte le aristocrazie venute in
contatto con la res publica, i membri del partito oligarchico punico so-
prattutto tentarono infatti a più riprese, sia alla vigilia del conflitto
(sintomatico mi pare, per esempio, l’accenno riportato in Pol. III, 21,
1), sia poi durante le trattative che precedettero la battaglia di Zama,
di dissociare da Annibale e dalla sua factio le sorti della loro città e le
loro (che presentavano agli interlocutori romani come una cosa so-
la...), accusando il Barcide di esser l’unico responsabile della guerra
(Liv. XXX, 16, 5), da lui intrapresa invito senatu (Liv. XXX, 22, 1. Sui
rapporti tra le due aristocrazie si vedano anche, tra gli altri, Liv.
XXXIII, 44-49 e, in particolare, 45, 6; App., Syr. 4; Nep., Hann. 7, 6).
Se le connivenze in seno al gerontion della città africana erano evidenti
al punto che Annone poté esser definito da un collega Romanum se-
natorem in Carthaginiensi curia (Liv. XXIII, 12, 7), tale atteggiamen-

365
to dei Punici era però, ancor più che incoraggiato, addirittura avalla-
to da quella parte dei senatori romani che avevano allacciato con i lo-
ro pari oltremare stretti vincoli di hospitium e di amicitia. In prima li-
nea all’interno di questo gruppo dovevano esserci proprio i Fabii; se-
condo l’asserto di Polibio (III, 8), lo storico di matrice aristocratica
pronto a giustificare Cartagine cui si allude nel testo è Fabio Pittore,
e difficilmente può trattarsi di un caso.
Ciò che interessa qui, però, è soprattutto il ruolo avuto da Publio
nello svolgersi degli eventi. Del periodo immediatamente successivo
al Ticino nulla sappiamo; e dunque la ricostruzione che se ne propo-
ne nel libro è del tutto arbitraria. Ignoriamo, per esempio, se egli ab-
bia partecipato alla battaglia della Trebbia. Con Publio seniore co-
stretto a restarsene convalescente sotto la tenda, il comando degli
eserciti romani riuniti era passato all’altro console, Ti. Sempronio
Longo, gli interessi del quale, smanioso com’era di concludere la cam-
pagna con una vittoria in proprio, non collimavano certo con quelli
del collega (Pol. III, 70, 7-8): si ipotizza dunque che l’eroe del Ticino
sia stato, magari con un pretesto, lasciato al campo insieme al contin-
gente di truppe che faceva da scorta al padre ferito. Ugualmente con-
getturale è l’ipotesi che egli sia rimasto sotto le insegne anche per la
campagna successiva, agli ordini del nuovo console Servilio Gemino.
Fu invece sicuramente a Canne, Publio; e fu tra i pochi che pote-
rono salvarsi da quello spaventoso massacro. Egli fu uno dei due tri-
buni militari che, alla testa di quattromila scampati circa, raggiunsero
Canusium; e a lui, insieme con il collega (e amico...) Ap. Claudio Pul-
cro, fu conferito dagli atterriti superstiti il comando della piccola
guarnigione. Il suo intervento presso i giovani aristocratici che medi-
tavano di cercare rifugio oltremare e il successivo ricongiungimento
con il grosso dei sopravvissuti è debitamente celebrato da Tito Livio
(XXII, 53). Dell’episodio alcuni hanno, al solito, voluto dubitare, ad-
ducendo come prova il silenzio di Polibio; ma in questo punto il testo
dello storico greco è lacunoso, e la coincidenza che il dritto di una mo-
neta proveniente da Canusium restituisca uno dei rari ritratti a noi
conservati di Scipione induce al contrario (come sottolinea Scullard,
Scipio cit., p. 30) a dar credito al resoconto liviano. In realtà il fatto si
riseppe (non necessariamente ad opera di Publio...); e il capo del
gruppo, il solo di cui si conosca il nome, Marco Cecilio Metello, rice-
vette puntualmente il biasimo dei censori (Liv. XXIV, 18, 3-4). Tri-
buno della plebe, l’anno seguente egli osò citare al cospetto del po-
polo coloro che lo avevano marchiato d’infamia (Liv. XXIV, 43, 2);
ma, cinque anni dopo, venne infine radiato dal novero dei senatori

366
(Liv. XXVII, 11, 12). Quanto invece all’atteggiamento di Publio ver-
so gli sventurati superstiti cannensi, la sua posizione è esplicitamente
ricordata da Livio (XXIX, 24, 12: ...ut qui neque ad Cannas ignavia eo-
rum cladem acceptam sciret...) al momento della riunione delle truppe
a Lilibeo: che egli la pensasse così fin dall’inizio mi è sembrato alme-
no verosimile.
Con la morte di Lucio Emilio Paolo, caduto sul campo, Publio
aveva perduto un protettore influente e un alleato vicino; ciò mentre
i congiunti più prossimi, il padre e lo zio, erano all’altro capo del mon-
do, impegnati a combattere i Punici nella penisola iberica, e il co-
mando generale della guerra era passato stabilmente, a partire dallo
stesso anno 216, in mano ai capi della fazione avversa. A rendere an-
cor più precaria la situazione della sua pars, molti di quei socii che co-
stituivano per tradizione le principali clientele della corrente mercan-
tile, nel meridione soprattutto, andavano staccandosi da Roma. Gli
spazî di manovra a disposizione di Publio parevano dunque restrin-
gersi sempre di più. E tuttavia, consumando energie (e vite...) in quan-
tità altissima, la guerra contro Annibale apriva, per i giovani di nobi-
le famiglia che avessero la ventura di sopravvivere, la strada a possi-
bilità altrimenti impensabili. Illustre per nascita e segnalato per i ri-
petuti atti di valore, il giovane riuscì dunque, nel 213, a raggiungere
l’edilità curule in anticipo – pare – sull’età canonica: e seppe poi re-
plicare con prontezza di spirito all’obiezione dei tribuni plebis (Liv.
XXV, 2, 6-8; cfr. Pol. X, 4, 1), i quali si opponevano – per scrupolo
costituzionale o per rivalità politica? Non sappiamo – alla sua entra-
ta in carica.
Il passo successivo avrebbe dovuto essere la pretura; ma una vol-
ta ancora Publio era destinato a bruciare le tappe, benché al prezzo
di un terribile lutto personale. Il padre e lo zio di lui, Publio seniore
e Cneo «il Calvo» erano stati sopraffatti e uccisi in Spagna dalle forze
dei Punici, ed egli sostituì, proprio su quel fronte, Caio Claudio Ne-
rone, che era brevemente subentrato loro. Concedendo, con una mi-
sura precedentemente ignota, l’imperium proconsulare a un privatus –
a un semplice cittadino cioè, che non era stato ancora né pretore né
console – i comizî, quelli tributi (Liv. XXVI, 2, 5) piuttosto che quel-
li centuriati (Liv. XXVI, 18; cfr. App., Iber. 17-18; Val. Max. VI, 7, 1;
Cass. Dio, frg. 56, 43; Zon. IX, 7), assegnarono la provincia iberica
all’ancor giovane Publio; il quale aveva allora, altra coincidenza de-
stinata a stupirci solo in parte, ventisei anni appena, la stessa età nel-
la quale Annibale aveva, undici anni prima, assunto la guida delle ar-
mate puniche di Spagna.

367
Scipione fu – pare – l’unico a candidarsi per il difficile incarico; e,
malgrado le fonti parlino di un’opposizione nei suoi confronti più for-
te ancora che nel 213 (Liv. XXVI, 18, 7 s.; 20-21), il particolare svol-
gimento delle elezioni sembra lasciar intuire altri retroscena. Il sena-
to stesso dovette, nella circostanza, prima accordarsi perché egli fos-
se l’unico aspirante, poi intervenire occultamente onde addomestica-
re nel modo voluto la ripartizione dei comandi, e tuttavia, a mio avvi-
so, ciò avvenne non solo per i motivi che vengono abitualmente pro-
posti (la giovane età secondo Livio; la fiducia troppo apertamente
ostentata nella benevolenza degli dei verso di lui, che lo faceva sem-
brare un esaltato, secondo Appiano: Iber. 69-71). Certo «dare l’im-
perio ad un giovane non insignito fino allora d’altra magistratura cu-
rule che l’edilità era cosa troppo disforme dalle tradizioni perché po-
tesse senz’altro conferirla il senato»; sicché, rinviandone la designa-
zione ai comizî, «s’induceva a un tempo il popolo alla nomina di Sci-
pione e se ne lasciava ad esso la responsabilità» (De Sanctis, Storia cit.,
III, 2, pp. 439-440). Al di là degli intenti dichiarati in pubblico – Si-
lio Italico (Pun. XV, 593) ricorda che Scipione si recò in Iberia come
ultor patriaeque domusque –, tuttavia, a Publio questo incarico dovet-
te essere sostanzialmente imposto, anche se, forse, egli lo accettò non
senza un intimo compiacimento. Malgrado quanto sembra sottinten-
dere Polibio (X, 7, 1), è dubbio infatti che sia stato veramente lui a
sollecitarlo. Appena decapitata, la factio dei Cornelii non avrebbe in
alcun modo potuto, secondo me, imporre la nomina del suo espo-
nente di punta a un posto per il quale si richiedeva oltretutto, nel ca-
so specifico, un aperto vulnus istituzionale. Il senato doveva, dunque,
essere d’accordo; ma, poiché esso era allora sotto il controllo della fa-
zione avversa, viene da pensare a un’intesa preventiva, conclusasi con
una sorta di sfida proposta al giovane emergente dalle partes Fabia-
nae: se voleva la nomina, Scipione doveva accettare anche la destina-
zione. Quanto ai motivi per spedirlo in Iberia, credo si possa esclu-
dere senz’altro quello più sovente invocato, dare cioè impulso a una
ripresa delle operazioni in quel settore (a un «desire of renewed of-
fensive» pensa Scullard, Scipio cit., p. 31). È più probabile che i suoi
avversarî politici, Marcello e il Cunctator in testa, mirassero da un la-
to a recuperare per il fronte italico Claudio Nerone, un veterano po-
liticamente in linea con loro; intendessero dall’altro destinare a un tea-
tro ritenuto tutto sommato periferico un giovane che, nell’attuale pe-
nuria di uomini, non avrebbero potuto comunque ignorare a lungo.
Oltre ad essere abile e ambizioso, Scipione godeva infatti di vasti fa-
vori in alcuni ambienti della plebe urbana; e, se chiamato a un co-

368
mando in Italia, avrebbe potuto rivelarsi assai molesto per la condot-
ta convenzionale delle operazioni su quello che appariva tuttora co-
me il più importante dei settori strategici.
Dalla presa di Cartagine di Spagna ai provvedimenti in campo mi-
litare, dai progressi tattici compiuti sui campi di Baecula e Ilipa agli
incontri con Masinissa e Siface fino alla repressione del tumulto le-
gionario e della rivolta di Indibile e Mandonio, la ricostruzione delle
vicende iberiche non pone, in sé, autentici problemi. Forse solo
all’origine della coorte sono state dedicate alcune riflessioni originali.
Debbo all’eccellente articolo di M.J.V. Bell (Tactical reform in the Ro-
man republican army, «Historia» XIV, 1965, pp. 404 ss.) l’idea che
quell’innovazione tattica sia da attribuire a Scipione, e non a Caio Ma-
rio; ma ho poi in parte riconsiderato i motivi che indussero Publio ad
attuare tale riforma (cfr., per esempio: G. Brizzi, I Manliana imperia
e la riforma manipolare: l’esercito romano tra ferocia e disciplina, «Si-
leno» XVI, 1990, pp. 201 ss.; Id., Fides, Virtus, Disciplina, in Stato
Maggiore dell’Esercito. Esercito e comunicazione, a cura di C. Fiore,
Latina-Roma 1993, pp. 94 ss.; Id., Il guerriero cit., pp. 113 ss.).
Capaci di ignorare le regole quando serviva, gli esponenti della no-
bilitas contadina non esitarono poi – anche in previsione di un inevi-
tabile consolato (che avrebbe registrato per il giovane eroe di Spagna
una votazione plebiscitaria: Liv. XXVIII, 38, 4 s.) – ad appellarsi a
quelle stesse regole, invocando il dato della più rigida tradizione, che
negava ai non magistrati il diritto al trionfo (Liv. XXVI, 18, 7 s.).
Com’è ovvio, del tutto congetturali – benché elaborate per quanto
possibile secondo logica e verosimiglianza... – sono alcune delle inter-
pretazioni proposte a spiegare sia le azioni di Publio, sia le reazioni dei
suoi avversari politici. Se i rilievi circa la sua condotta all’indomani del-
lo scontro di Baecula sono, sostanzialmente, quelli accolti dalla mag-
gior parte degli studiosi, nel successivo dibattito con Fabio (Liv. XX-
VIII, 40 s.) non ho voluto, a proposito dell’opzione strategica da lui so-
stenuta, quella dello sbarco in Africa, ignorare il peso del timore che
anch’egli doveva, in fondo, nutrire nei confronti di Annibale. Al di là
della sicurezza ostentata in pubblico, si farebbe infatti secondo me un
grave torto a Scipione se gli si negasse la consapevolezza di essere tut-
tora tatticamente inferiore al Barcide; e del rischio che questo fatto
comportava. Della manovra annibalica, infatti, Publio sapeva proba-
bilmente di non padroneggiare ancora appieno i meccanismi; e dove-
va quindi aver messo in bilancio la possibilità, nel caso di un eventuale
scontro in acie, di avere la peggio. La diversione africana avrebbe con-
sentito, dunque, da un lato di estirpare davvero il Cartaginese dal tes-

369
suto vivo dell’Italia, precludendogli poi, data la schiacciante suprema-
zia navale romana, ogni reale prospettiva di ritorno; avrebbe, dall’al-
tro, sensibilmente attutito l’impatto di una disfatta, potenzialmente de-
vastante se riportata invece sul suolo stesso della penisola.
Che una sua eventuale sconfitta in terra d’Africa avesse conse-
guenze assai meno gravi di un’ennesima batosta in Italia dovevano
averlo considerato i suoi stessi avversarî politici; che qualcuno di loro
persino se l’augurasse è un’illazione forse maliziosa (che, del resto, ho
attribuito implicitamente allo stesso Scipione...), ma non del tutto
inattendibile. Lo dimostra il fatto che, considerando exercitus ad cu-
stodiam urbis atque Italiae scriptos, si era costretto Publio a conten-
tarsi di reparti che non è azzardato definire di seconda linea, solo ar-
ricchiti con arruolamenti e contribuzioni del tutto volontarî (Liv. XX-
VIII, 45 s.).
Per quanto riguarda l’affaire di Pleminio (su cui Liv. XXIX, 6-9), si
discute ancora se Publio si sia macchiato di complicità (e, peggio, di
istigazione...) o più semplicemente di negligenza; e gli antichi stessi, ap-
parentemente, continuarono poi sempre a interrogarsi sul reale coin-
volgimento del console, se è vero che l’insinuazione riemerse in qual-
che modo anche al tempo dell’ultimo processo. Certo fu in particolare
contro di lui che si appuntò lo sdegno della pubblica opinione: nec tam
Plemini scelus quam Scipionis in eo aut ambitio aut negligentia iras ho-
minum invitavit (Liv. XXIX, 16, 4). Il giudizio rimane sospeso. Di de-
naro Publio aveva senz’altro bisogno; e, certo, potrebbe aver ceduto al-
la tentazione di procurarselo spingendo un subalterno senza scrupoli
a saccheggiare il santuario di Persefone. Resta, però, contro ogni pre-
sunzione di colpevolezza insormontabile un’obiezione: «if Pleminius
was, in truth, first Scipio’s tool and afterwards Scipio’s victim, why, af-
ter his arrest, did he not then turn king’s evidence? Fabius Verrucosus
would surely have been delighted to give Pleminius a hearing in the Se-
nate» (così Toynbee, citato in Scullard, Scipio cit., p. 115).
Che la campagna africana di Scipione segni il coronamento della
svolta etica avviata già da Fabio Massimo lo sostengo da tempo io stes-
so (cfr. Brizzi, I sistemi informativi cit., pp. 84 ss.); e non ho, in pro-
posito, mutato parere. È innegabile che, con l’incendio dei campi, Sci-
pione abbia violato in modo flagrante il più genuino ius belli romano
e, peggio, lo abbia rinnegato, macchiandosi irreparabilmente della
stessa perfidia tanto detestata in Annibale.
Dell’incontro tra i due comandanti che precedette la battaglia de-
cisiva possediamo solo resoconti sommarî (Pol. XV, 6-8; Liv. XXX,
30-31), che mi sono permesso di arricchire con qualche dettaglio di

370
fantasia, in accordo nondimeno con il carattere ipotizzato per i pro-
tagonisti. Quanto all’episodio bellico finale, nulla si potrà compren-
dere dello svolgimento di Zama se non se ne rileggeranno le fasi par-
tendo dal preludio dei Campi Magni. Tale riesame rivela, in modo se-
condo me incontrovertibile, che, pur sconfitto, il Cartaginese impo-
stò lo scontro nettamente meglio del più giovane rivale. Sono convin-
to, altresì, che il significato dell’aneddoto relativo al presunto ultimo
incontro fra Scipione e Annibale a Efeso (Liv. XXXV, 14, 5) sia stato
finora quasi sempre frainteso. Secondo me, infatti, il Barcide stesso
giudicava Zama il proprio capolavoro; sicché, quando affermava che,
se avesse vinto quel giorno, avrebbe posto il proprio nome in cima
all’elenco dei grandi generali di ogni tempo, non intendeva tanto, co-
me si è spesso affermato, riconoscere la grandezza del rivale, quanto
affermare orgogliosamente la propria, anche e soprattutto in quell’ul-
tima, sfortunata circostanza.
Non è mia intenzione tornare, qui, su natura e origini dell’impe-
rialismo romano. Credo tuttora fermamente, nondimeno, all’ipotesi,
che ho abbracciato da tempo (cfr. Brizzi, I sistemi informativi cit., pp.
110-175, con ulteriore bibliografia; Id., Annibale, strategia e immagi-
ne, Città di Castello 1984, pp. 106 ss., 115 ss.), secondo cui Publio Sci-
pione fece propria, all’indomani stesso di Zama, la dottrina già greca
del deterrente (che sarebbe divenuta poi così tipicamente romana...);
e questo parere mi colloca implicitamente da sempre, sia pur con una
sfumatura particolare, tra quanti accolgono per l’Urbe la teoria, oggi
in ripresa, del cosiddetto «imperialismo difensivo». Sul concetto di
deterrente, presente nel panorama politico della res publica fin dal suo
ingresso nel Levante mediterraneo (cfr. W. von Haase, «Si vis pacem
para bellum». Zur Beurteilung militärischer Starke in der römischen
Kaiserzeit, in «Limes. Akten des XI Internationalen Limeskongresses»,
Budapest 1977, p. 739: «nicht gleich nach dem Erwerb der ersten
Provinzen im 3. Jahrhundert, aber sicher seit dem römischen Ein-
greifen in den griechischen Östen im 2. Jahrhundert»), chi scrive è
tornato ancora in un lavoro recente (G. Brizzi, «Si vis pacem, para bel-
lum», in Storia romana e storia moderna. Fasi in prospettiva, a cura di
M. Pani, Bari 2005, pp. 11-26). Per quanto concerne invece l’altro car-
dine politico dell’azione di Publio nei confronti del mondo ellenisti-
co, a riconoscere la linea di patrocinium orbis Graeci è stato, già mez-
zo secolo fa, in un suo acutissimo saggio, Ernest Badian (Foreign clien-
telae 264-70 B.C., Oxford 1958, rist. 1984, pp. 81 s.).
Tra i punti controversi del periodo successivo a Zama figurano sia
l’atteggiamento tenuto da Scipione a proposito della guerra contro Fi-

371
lippo V, sia il rapporto iniziale esistente fra lui e Tito Quinzio Flami-
nino. Figura chiave per stabilire la posizione nell’Africano a proposi-
to del bellum Philippicum è quella del tribuno Quinto Bebio, che in-
dusse i comizî a respingere la prima proposta di guerra (Liv. XXXI,
6, 4-5). Questi è stato considerato sia amico, sia avversario di Scipio-
ne; e tuttavia, per quanto lo riguarda, mi sembra cogente l’osserva-
zione dello Scullard: «if he [= scil. Scipione] had been eager for an im-
mediate declaration of war on Philip, his immense popularity would
surely have weighed with the people: in other worlds, the fact that
they at first refused to declare war suggest that he did not urge it» (Sci-
pio cit., p. 177). Significativa appare poi l’ipotesi di T.A. Dorey (Con-
tributory causes of the second Macedonian war, «AJPh» LXXX, 1959,
p. 293), secondo cui l’Africano si sarebbe opposto alla guerra nel ti-
more – pur recondito e inconfessabile... – che qualcuno conquistasse
una gloria pari alla sua; anche se è forse più giusto rovesciarne l’as-
serto, e ritenere che lo scontro con la Macedonia sia stato voluto da
una porzione dell’aristocrazia (la cosiddetta «eastern lobby», il grup-
po di pressione che voleva un intervento in Macedonia? Cfr. Badian,
Foreign clientelae cit., pp. 63 ss.), che mirava a ristabilire in senato gli
equilibri di potere alterati dall’ingombrante presenza dell’Africano
proprio creando un’alternativa alla sua figura.
Quando Flaminino divenne console, la sua carriera era, tutto som-
mato, ancora agli inizî: tribuno militare agli ordini di Marcello (Plut.,
Flam. 1, 3), poi titolare di un imperium pro praetore straordinario a
Taranto durante la guerra annibalica (Liv. XXIX, 13, 6), prima anco-
ra di esser divenuto questore, dopo la fine del conflitto Tito aveva
operato come decemviro (Liv. XXX, 4, 3) incaricato di assegnare le
terre ai veterani di Publio, e poi come tresviro (Liv. XXXI, 49, 6; con-
tra Plut., Flam. 1, 4) per la deduzione a Venosa di un nucleo di nuo-
vi coloni. Egli aveva dunque presentato la propria candidatura al con-
solato ex quaestura; ma, nonostante l’irregolarità della sua posizione e
la resistenza di due tribuni, era riuscito a ottenere i fasci, grazie anche
– pare – al voto di un gruppo di veterani scipionici (Liv. XXXII, 7, 9
s.; Plut., Flam. 2, 1 s.).
Quanto al rapporto esistente tra lui e l’Africano, malgrado i più lo
abbiano considerato un alleato della gens Fabia, e lo abbiano ritenu-
to perciò un avversario di Publio, mi sembra invece probabile che egli
ne sia stato inizialmente il protetto; e abbia potuto ottenere il conso-
lato solo grazie all’appoggio di lui. A mio avviso non si può ignorare
il fatto che, mentre duemila veterani di Scipione si erano ammutinati
in Macedonia contro Villio Tappulo, il quale li aveva richiamati alle

372
armi l’anno prima, Flaminino abbia invece potuto arruolarne ben tre-
mila senza alcun problema, quando, inoltre, essi dovevano essersi or-
mai perfettamente reinseriti nella vita civile. Ciò lascia supporre che
essi siano stati convinti dal loro amatissimo ex comandante (piuttosto
che indotti da un opinabile senso di riconoscenza verso chi aveva di-
stribuito loro le terre...). Fu dunque solo più tardi, secondo me, che,
grazie al prestigio acquisito con la vittoria, l’ancor giovane consularis
poté affrancarsi dalla scomoda tutela di Publio.
Al di là dello svolgimento di tutte queste vicende, tuttavia, nell’ot-
tica del nostro volume la storia del periodo dopo Zama è anche e so-
prattutto la storia del dominio di Scipione sulla res publica e del quin-
dicennio che occorse alla nobilitas per scalzarlo. Prescindendo dal-
l’opposizione ostinata che gli avversari politici gli avevano mosso per-
sino mentre era in Africa, gli attacchi contro di lui presero infatti a rin-
novarsi e a divenire sempre più aspri già poco dopo il conferimento
della censura e la designazione a princeps senatus. Nel corso degli anni
cominciarono dunque, per lui, a farsi sempre più frequenti gli insuc-
cessi politici. I primi egli li conobbe – pare – nel 195, quando si oppo-
se invano all’invio dell’ambasceria che costrinse Annibale all’esilio
(Liv. XXXIII, 25, 8); e quando Catone, inviato come console in Spa-
gna, non solo seppe riconquistare le terre che gli avevano dato le pri-
me vittorie, ma ne trasse a sua volta un cospicuo prestigio militare
(Liv. XXXIV, 8, 4 s.). Non poco fastidio dovettero recare all’Africa-
no le vanterie spudorate del suo ex questore, che si gloriava di aver
preso più città iberiche dei giorni che aveva trascorso in provincia
(Plut., Cato m. 10, 8) o i magna vectigalia da lui istituiti al suo ritorno
(Liv. XXXIV, 21, 7); e, più ancora, dovettero irritarlo i ripetuti ac-
cenni a una correttezza che lo aveva spinto a rifiutare il vinum hono-
rarium, a dividere ogni utile ricavato dalla campagna tra i soldati e ad-
dirittura a vendere il proprio cavallo da battaglia per risparmiare
all’erario le spese di trasporto (Plut., Cato m. 10, 3-6; cfr. Cato, orat.
de sumtu suo, in Jordan., p. 37 [= Malc., 2 ed., 173]; Apul., ivi, p. 38
[= Malc., 2 ed., 51]; orat. de innocentia sua, in Isid., Orig. XX, 3, 8 =
Jordan., p. 64 [= Malc., 2 ed., 132]. Naturalmente non tutte queste
orazioni si riferiscono alla fase che precede i processi; ma i loro con-
tenuti, nondimeno, appaiono topici e sono riferibili indifferentemen-
te anche al periodo qui trattato).
Forse soprattutto in considerazione della presenza di Annibale al-
la corte di Siria, Scipione venne tuttavia trionfalmente eletto al conso-
lato per il 194, e, con lui, ascesero alla pretura ben tre esponenti della
gens Cornelia; non gli riuscì, però, di farsi poi conferire, come avrebbe

373
voluto, la provincia Macedonia in vista dell’imminente guerra siriaca
(Liv. XXXIV, 42, 3-4; 43, 3 s.). Al contrario, dichiarando di conside-
rare ormai debellatum l’Oriente e l’Occidente, il senato stabilì che, per
quell’anno, i consoli svolgessero le loro mansioni esclusivamente in Ita-
lia. Che agli occhi dell’Africano il suo invio in Grecia potesse davvero
– come si sostiene nel testo – costituire «un’efficace misura di dissua-
sione, forse la sola davvero capace di fermare sul nascere le iniziative
imminenti del re di Siria» è un asserto esclusivamente mio, ed è quan-
to meno opinabile. Lo si può attribuire a Publio solo a patto che que-
sti, avendo intuito la volontà dei patres, cercasse in qualche modo di far-
li recedere dalla loro decisione senza confessare altri (e forse più rea-
li...) propositi. Dopo il rifiuto del senato di istituire la provincia Mace-
donia, comunque, egli sprecò a quanto pare l’anno del consolato tra-
scorrendolo in una sorta di imbronciata inattività (Liv. XXXIV, 48, 1).
Persino quando gli riuscì di imporre una sua creatura al comando
della guerra, frattanto realmente scoppiata, contro la Siria, l’homo no-
vus Acilio Glabrione, gli avversarî seppero mettersi in luce e mettere
invece in difficoltà o in ridicolo i suoi partigiani. Dopo avere operato
come ambasciatore presso numerose città greche (Plut., Cato m. 12, 4-
5; cfr. Liv. XXXV, 48, 1 s.; Jordan, p. 39 [= Malc., 2 ed., 20]), Catone
si segnalò durante la battaglia delle Termopili (Liv. XXXVI, 17, 1;
App., Syr. 18; Plut., Cato m. 13-14); e non solo riuscì a precedere l’inet-
to Lucio Scipione recando per primo a Roma l’annuncio della vittoria
(Plut., Cato m. 14, 3), ma si presentò poi, da allora in avanti, come il ve-
ro vincitore della giornata e della guerra siriaca stessa. In un discorso
in difesa del suo consolato (Item uti ab Thermopuleis atque ex Asia
maximos tumultus maturissime disieci atque congedavi, in Caris., p. 205,
12; Jordan., p. 36, frg. 26 [= Malc., 2 ed., 26]), infatti, Catone sostene-
va addirittura di esser stato lui a sconfiggere il pericolo asiatico; tesi ri-
badita poi costantemente anche dalla sua pars, i cui esponenti insiste-
vano ad affermare che la guerra era stata, in realtà, decisa alle Termo-
pili, e non già sul campo di Magnesia (Liv. XXXVII, 58, 7).
Circa l’assegnazione delle province consolari per l’anno 190 anco-
ra si discute se gli incarichi siano stati sorteggiati ovvero assegnati ex-
tra sortem. Che, come afferma Tito Livio (da Anziate? XXXVII, 1, 7;
cfr. XXXVIII, 58, 8), Caio Lelio, amico e protetto degli Scipioni, gra-
zie al cui aiuto soltanto aveva potuto raggiungere il consolato, abbia
cercato di sottrarre a Lucio Scipione la provincia orientale e, con es-
sa, il comando della guerra contro Antioco appare francamente inve-
rosimile. Parimenti improbabile sembra anche una seconda versione:
a dir di Cicerone (phil. XI, 17) e Valerio Massimo (V, 5, 1), toccata la

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Grecia in sorte a Lucio, il senato, scettico sulle sue capacità, si sareb-
be apprestato a trasferire il comando a Caio Lelio, quando, per evita-
re un aperto vulnus verso il fratello, sarebbe intervenuto Publio, pro-
mettendo di accompagnare egli stesso Lucio al fronte. Più probabile
è che, come par sottintendere un altro passo ciceroniano (pro Mur. 32;
cfr. App., Syr. 21; Iust. XXXI, 7, 2), tra l’Africano e il senato siano in-
tercorsi accordi precisi, in base ai quali il comando dell’imminente
campagna asiatica sarebbe toccato allo stesso Lucio, e Publio lo
avrebbe seguito come legatus per assisterlo.
Delle trattative segrete tra Scipione e Antioco parlano Pol. XXI,
13 ss.; Liv. XXXVII, 34 ss.; App., Syr. 29-30; Diod. XXIX, 7 s.; Zon.
IX, 20; Iust. XXXI, 7. Alla ricostruzione del fondamentale (e com-
plesso...) episodio bellico di Magnesia ho dedicato un lavoro specifi-
co, al quale rimando senz’altro per quanto concerne le fasi dello scon-
tro: G. Brizzi, Magnesia: tattiche di una battaglia, in Id., Carcopino,
Cartagine e altri scritti, Ozieri 1989, pp. 145-176.
Nel 188, dopo avere onorato Apollo a Delo, Lucio tornò a Roma;
e qui celebrò, l’ultimo giorno del mese intercalare, un fastoso trionfo
(Liv. XXXVII, 59, 1), dedicando poi in Capitolio un quadro votivo
che ne celebrava la vittoria e una sua statua in abbigliamento greco
(Plin., nat. hist. XXXV, 22; Cic., pro Rab. post. 27; Val. Max. III, 6,
2). Ai soldati furono concesse largizioni importanti: già gratificati di
un doppio stipendio in Asia, dopo la vittoria, essi ricevettero, oltre ai
donativi consueti, paga doppia e frumento anche per il 189 (Liv.
XXXVII, 59, 6).
Parte di una più vasta campagna, che accusava tra l’altro aperta-
mente gli ultimi consoli di viltà e di debolezza (Cato, in Caris., p. 286,
23 = Jordan. p. 36 [= Malc., 2. ed., 27]), gli attacchi contro Minucio
Thermo (orazione catoniana in Q. Minucium Thermum de falsis pu-
gnis e de decem hominibus, in Jordan, p. 39 s. [= Malc., 2 ed., 58-63];
cfr. Lange, II, 3 ed., p. 229. Cfr. ORF, Cato frg. 58; per un commen-
to M.T.S. Cugusi, M. Porci Catonis Orationum Reliquiae, Torino
1982, pp. 194-205) e contro Acilio Glabrione (preso di mira, a sua vol-
ta, solo perché legato agli Scipioni secondo Th. Mommsen, Römische
Forschungen, Berlin 1879, pp. 459-461; H.H. Scullard, Roman politics
220-150 B.C., Oxford 1973, pp. 137-138; e Fraccaro, I processi cit.,
pp. 247-253) miravano però specificamente a fare il vuoto attorno
all’Africano; e un ruolo importante nel pilotarli lo esercitò, natural-
mente, Catone in persona. Considerandosi a ragione un outsider nel-
la corsa alla censura per il 189, questi si preoccupava soprattutto di
impedire una nuova vittoria dei partigiani di Scipione.

375
Mentre – diceva Catone – fures privatorum furtorum in nervo at-
que in compendibus aetatem agunt, fures publici in auro et purpura
(Gell., noct. Att. XI, 18, 18 = Jordan, p. 69 [Malc., 2 ed., 224]; cfr. Cu-
gusi, M. Porci Catonis Orationum Reliquiae cit., pp. 425-428), le sta-
tue degli dei razziate in guerra andavano ormai a ornare le case dei
privati (oratio uti preda in publicum referatur, in Prisc., p. 368 = Jor-
dan, p. 69 [Malc., 2 ed., 98]; ORF, Cato, frg. 98; cfr. Cugusi, M. Por-
ci Catonis Orationum Reliquiae cit., pp. 248-251), sempre più ricche
e sfarzose (oratio ne quis iterum consul fiat, in Fest., p. 242 M. = Jor-
dan, p. 55 [Malc., 2 ed., 185]). Catone stigmatizzava, dunque, ogni
forma di malversazione compiuta in provincia (un reato, evidente-
mente, in crescita: secondo Pol. XVIII, 35 [18], 1, le guerre transma-
rine erano state, infine, capaci di alterare l’integrità, fino ad allora
esemplare, dei magistrati romani); ma non solo. Lo preoccupava an-
che il controllo da esercitarsi fuori d’Italia sui generali della res publi-
ca, sicché egli mirò a potenziare il meccanismo di sorveglianza rap-
presentato dai legati e dalle commissioni decemvirali, che li affianca-
vano nella definizione dei trattati di pace; e non trascurò neppure il
funzionamento delle ambascerie, per la cui composizione si giunse in-
fine a prevedere veri e propri processi di rotazione tra i membri.
Non sempre i preconcetti di Catone verso la cultura greca erano im-
motivati: l’Archagatos ricordato dall’Africano nel testo era un medico
il quale, incoraggiato a esercitare addirittura con la cittadinanza roma-
na, si era però segnalato ben presto per i suoi drastici metodi di cura,
che gli avevano procurato il significativo soprannome di Carnifex
(Plin., nat. hist. XXIX, 12 s.). E tuttavia l’avversione verso la medicina
greca spinse il Censorio al punto di sostenere (Plin., nat. hist. XXIX,
13 s.) che il solo scopo dei dottori ellenici nell’esercitare l’arte loro era
quello di provocare la morte dei pazienti romani. Avverso, oltre che al-
la medicina, anche alla filosofia in generale (Plut., Cato m. 23, 1), Ca-
tone spingeva poi il proprio misellenismo fino al punto di auspicare che
universos Graecos fossero cacciati dall’Italia (Plin., nat. hist. VII, 113).
Ricollegandosi a tali presupposti, si può tuttavia indagare più a fon-
do sull’atteggiamento di Catone. Ciò che maggiormente premeva al fu-
turo Censorio, il quale pure era un homo novus, era di ridimensionare
ogni ambizione personale, in nome di quell’uguaglianza tra pari da cui
un regime oligarchico come quello romano non poteva assolutamente
prescindere. Ben nota e indiscutibile (cfr., per tutti, A.E. Astin, Cato
the Censor, Oxford 1978, pp. 161 ss., 171 ss.), l’ostilità sua e del grup-
po che a lui fa capo era rivolta forse non alla cultura greca in quanto ta-
le, ma alla cultura greca sentita come sovrastruttura di una realtà poli-

376
tica e sociale inaccettabile (cfr. Brizzi, I sistemi informativi cit., pp. 116
ss., con ulteriore bibliografia); quella stessa cui, viceversa, si ispirava-
no Scipione e i suoi. Conseguenze naturali, e vorrei quasi dir corollari
di un indirizzo politico e di vita appaiono dunque il rimpianto cato-
niano per una virtus ormai dimenticata, l’appello all’importanza dello
ius, il richiamo alla vocazione italica di Roma, e, perciò, il ripudio di
ogni spirito aggressivo.
Si giustificano, così, anche talune scelte iniziali di Catone nel cam-
po della politica estera. I frammenti delle sue orazioni – della celebre
Pro Rhodiensibus soprattutto (della quale ormai classica è l’edizione
di G. Calboli, M. Porci Catonis Oratio «Pro Rhodiensibus». Catone,
l’Oriente greco e gli imprenditori romani, introd., ed. crit., trad. e com-
mento, Bologna 1978) – dimostrano che Catone conosceva la logica
imperialistica quale era stata intuita e perfettamente definita da Tuci-
dide; e che coscientemente la rifiutava (Plut., Cato m. 2, 5-6). Che, per
lui, un’immotivata espansione oltremare significasse, in fondo, imita-
ri Hannibalem chi scrive ha creduto di poterlo dedurre da un passo
dell’opera di Floro: cfr. G. Brizzi, Imitari coepit Annibalem-Flor., I,
XXII, 55-: apporti catoniani alla concezione storiografica di Floro?,
«Latomus» LXIII, 1984, pp. 424-431.
A ispirare Catone nella sua lotta furono, tra l’altro, le ragioni del
principio magistratuale (evidenti anche nella scelta simbolica delle
Origines di omettere il nome dei protagonisti della storia di Roma: la
notizia è in Nep., Cato 3, 3), opposte ad ogni personalismo di stampo
greco; personalismo del quale il regno degli Scipioni in senato
(l’espressione regnum in senatu è in Liv. XXXVIII, 54, 6; tra gli altri
passi che ribadiscono, variandolo di poco, lo stesso concetto cfr. an-
che Liv. XXXVIII, 51, 4; Sen., epist. 86, 3) e la loro preminenza all’in-
terno della res publica dovevano apparire come l’espressione più sfac-
ciata e pericolosa.
Benché, sulla base del testo di Livio (XXXVIII, 52, 9), sia stato ri-
tenuto sovente avversario degli Scipioni, il tribuno Tiberio Gracco
che intercedette in favore di Lucio durante il processo doveva essere
invece un buon amico della famiglia; e non solo, e non tanto, perché
sposò poi la figlia dell’Africano (che in questo momento era, al mas-
simo, un’infante appena nata...). Longe tum acerrimus iuvenum (Liv.
XXXVII, 7, 11), ufficiale di forse venticinque anni appena presso l’ar-
mata d’Asia, egli era stato incaricato da Publio di una delicata mis-
sione presso Filippo di Macedonia; ed era dunque, in quel momento,
un suo uomo di fiducia. E, del resto, egli era su posizioni politica-
mente opposte rispetto a Catone: sembrano dimostrarlo sia un aned-

377
doto riferito da Valerio Massimo (III, 7, 7), sia – poi – la decisione, as-
sai poco conforme alle linee del Censorio, di gravare sugli alleati e sul-
le province per pagarsi i giochi al momento dell’edilità (Liv. XL, 44,
12). È verosimile che al formarsi del ritratto liviano – l’immagine di
un uomo capace di prescindere dai rancori personali in nome della di-
gnitas imperii – abbia contribuito la tradizione ostile invece ai figli di
lui, i tanto vituperati tribuni. «La figura del padre è sistematicamen-
te opposta a quella dei figli, e a tale scopo si crearono sul padre epi-
sodî nuovi di pianta, o si adattarono quelli autentici»: almeno in que-
sto, utinam filii ne degenerassent a gravitate patria! (Cic., de prov.cons.
18; cfr. de orat. I, 38 etc. Sul problema: Fraccaro, I processi degli Sci-
pioni cit., pp. 291-292; e – per la frase citata – p. 294).
Quanto all’accusatore di Publio, secondo Aulo Gellio (noct. Att.
IV, 18), che ne desume a sua volta il nome da Cornelio Nepote, que-
sti si sarebbe chiamato Marco Nevio; e, a sostegno di tale menzione,
a partire dal Mommsen si è invocato spesso, riferendolo a lui, un fa-
moso detto dell’Africano, ricordato da Cicerone (de orat. II, 429: quid
hoc Naevio ignavius? severe Scipio). Più di recente qualcuno ha pen-
sato ad un altro Nevio, a quel Cneo Nevio poeta che aveva scherzo-
samente richiamato la scappatella giovanile di Scipione. Sembra dif-
ficile, tuttavia, che Publio abbia potuto davvero adombrarsi tanto per
un motto di spirito, in fondo innocente, del commediografo; e con-
temporaneamente che Livio, il quale menziona Marco Nevio anche a
XXXVIII, 56, 2 e soprattutto a XXXIX, 52, 3, nei fasti dei tribuni ple-
bis, abbia potuto confondersi circa l’identità del suo personaggio.
Circa la fondatezza del principale crimen imputato all’Africano, il
tradimento in favore di Antioco, ne ho discusso in un mio lavoro tut-
tora in corso di stampa (G. Brizzi, Per una rilettura del processo agli
Scipioni. Aspetti politici e istituzionali), ove si troverà anche una nu-
trita bibliografia di base sul controverso problema dei processi. Cer-
to, sospetti potevano parere sia i contatti, personali e dunque segreti,
intrattenuti con il re di Siria, che culminarono nella liberazione sine
pretio del figlio, sia le condizioni di pace offerte al sovrano seleucide,
che rimasero invariate prima e dopo la vittoria; e sicuramente i primi
apparivano ambigui proprio in ragione delle seconde. Uno tra i più
intelligenti esegeti dell’episodio, Plinio Fraccaro (I processi degli Sci-
pioni cit., p. 279), ha cercato l’origine dell’accusa negli «opposti cri-
teri dell’aristocrazia e della democrazia», a suo parere allora in con-
trasto all’interno del senato, criteri che avrebbero impedito ai patres
(e più ancora, evidentemente, ai contadini romani...) di apprezzare
l’antico modello di mos adottato nella circostanza da Publio. Quanto

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alla scelta delle condizioni di pace si può tuttavia, io credo, giungere
a conclusioni non del tutto analoghe alle sue: l’asserto riportato da Po-
libio (XXI, 17, 1-2), secondo cui i Romani non erano diventati mai più
opprimenti dopo una vittoria (cfr. anche 14, 7-8; Liv. XXXVII, 45,
12), riflette quella che, per Scipione, era evidentemente una norma ca-
tegorica. Lo conferma, a mio parere, un precedente significativo: do-
dici anni prima, in circostanze e tempi non sospetti, Publio aveva
adottato, avanti e dopo Zama, una condotta in fondo analoga, ina-
sprendo le clausole di pace con Cartagine dopo la vittoria sul piano
più che altro economico, e solo, sempre secondo me, per punire in
qualche modo una duplice violazione della tregua da parte dei Puni-
ci. Nel caso del regno di Siria non vi era stata, invece, infrazione di
sorta; sicché è verosimile che a lui le condizioni imposte al sovrano se-
leucide prima della battaglia paressero, in fondo, sufficienti davvero.
Quanto all’avvertimento inviato ad Antioco (Liv. XXXVII, 37, 6 s.;
App., Syr. 30), a mio avviso esso si spiega – certo – con il rapporto in-
stauratosi tra Scipione e il Gran Re, e va dunque interpretato come un
gesto cavalleresco compiuto dall’Africano in risposta alla cortesia
dell’interlocutore, che gli aveva restituito il figlio sine pretio: così lo giu-
stifica, in fondo, anche il Fraccaro. Ma a prender le distanze dalla con-
dotta di Publio il senato fu indotto, secondo me, non già da un contra-
sto di scelte politiche (e, più ancora, di modelli etici...), quanto dalla
reazione, nel suo insieme, di un’oligarchia decisa a correggere la nuo-
va impostazione personalistica data alla politica estera; e a contrastare
con ogni mezzo quanti mostravano ormai apertamente di considerare
questo campo d’azione come una sorta di affare privato, fondato su un
loro rapporto da pari a pari con i grandi sovrani dell’ellenismo.
Per quanto concerne la morte dei protagonisti, sappiamo tutto su
quella di Annibale (Liv. XXXIX, 51), e conosciamo, almeno in alcu-
ni dettagli, quella di Scipione. Del ritiro volontario e della fine di Pu-
blio in quel di Literno, nell’agro della colonia fondata l’anno del suo
secondo consolato (Liv. XXXIV, 45, 1), parlano numerosi autori (Liv.
XXXVIII, 53, 8; 56, 3; Strabo V, 4, 4, 243; Cass. Dio, frg. 63 B.; Plut.,
polit. par. 15 = V, p. 95 Bern.; Val. Max. II, 10, 2); ma, come per mol-
ti altri aspetti privati della sua vita, anche sull’ultimo periodo sono fio-
rite ben presto, tanto da esser diffuse già al tempo di Livio (Liv. XXX-
VIII, 56, 1), le versioni più disparate. Fuori discussione sembra il suo
ripudio ormai totale della politica, rimpiazzata nel quotidiano dal la-
voro campestre e dallo svago letterario e filosofico, che è ricordato in
Plin., nat. hist. XVI, 234; in Plut., apopht. 1 (II, p. 66 B.); e in Sen.,
epist. 86, 1. Della visita d’omaggio resagli dai pirati parla Val. Max.,

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loc. cit. Quanto alla tomba, una delle versioni proposte – quella da me
prescelta – afferma che, secondo la volontà espressa di persona alla
moglie Emilia, l’Africano fu sepolto a Literno (Liv. XXXVIII, 53, 8;
de vir. illustr. 49,18). Il motto inciso sul sepolcro lo avrebbe, secondo
alcuni (Val. Max. V, 3, 2b), dettato egli stesso, secondo altri (Cic., de
leg. II, 57; Sen., epist. 108; cfr. Cass. Dio, loc. cit.) lo avrebbe invece
composto Quinto Ennio: mi sono tenuto nel mezzo... Anche su ulte-
riori questioni le fonti dissentono: secondo la testimonianza di Seneca
(epist. 86), che vide il suo monumentum a Literno danneggiato da un
temporale, esso era sovrastato da una statua e il sarcofago era anepi-
grafe (un dato, quest’ultimo, che anche Livio – XXXVIII, 56, 3 – sem-
bra confermare). I Mani dell’Africano avrebbero poi – secondo Plin.,
loc. cit. – riposato in una grotta all’interno della tenuta, all’ombra di
un grande mirto; e sarebbero stati, secondo la leggenda, vegliati da un
dragone o da un grande serpente. L’incertezza, che sembra caratte-
rizzare ogni aspetto per così dire privato della sua biografia, investe
anche il luogo dell’ultimo sonno. Ad un certo punto, infatti, Roma do-
vette rivendicare le ceneri del suo grande figlio: tanto che si diceva gli
fossero stati tributati gli estremi onori all’ingresso della città stessa
(Liv. XXXVIII, 55, 2), e nel sepolcro di famiglia, fuori dalla porta Ca-
pena, fu posto, insieme con le statue di Ennio e dell’Asiagenes, anche
un suo simulacro (Liv. XXXVIII, 56, 4; cfr. Cic., pro Archia 22; Plin.,
nat. hist. VII, 114; Val. Max. VIII, 14, 1; Suet., in Hieron., chron. a.
Abr. 1849; Ovid., ars. am. III, 400-410).
Immaginario è, invece, il nome di Philocles; ma è almeno verosi-
mile che un’illustre famiglia, di orientamento filelleno come quella de-
gli Scipioni stipendiasse, mantenendolo in certo qual modo a sua di-
sposizione, uno dei medici greci che cominciavano allora a operare
numerosi in Roma. Come già abbiamo ricordato, questo era il tempo
della polemica di Catone contro tale genìa; era il momento nel quale
Archagatos, il Carnifex, era divenuto tristemente famoso tra i suoi pa-
zienti romani. Del tutto ipotetiche restano, infine, sia la causa della
morte (certo naturale, e forse da collegare con le due precedenti – e
gravissime – crisi che avevano colto Publio tanto in Spagna, quanto
poco dopo il passaggio dell’Ellesponto); sia l’ordine dei decessi in
quell’anno cruciale, in particolare quello di Annibale e il suo. In no-
me della costruzione ideale proposta in questo libro era inevitabile
però, per me, accreditare l’ipotesi che il primo a morire sia stato pro-
prio Annibale; così com’era naturale proporre l’immagine (certo in-
dimostrabile, forse persino poco verosimile...) di uno Scipione che,
nemico generoso all’estremo, si dissocia dalla decisione – condivisa

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invece dal fratello, dal cugino e forse dall’intera famiglia – di perse-
guitare Annibale nel suo ultimo rifugio. Anche di questo abuso chie-
do venia: sarà stata l’ultima delle (in fondo non molte...) licenze che
mi sono concesso in questo volume.
Il rapporto di Scipione con la triade capitolina, il suo vincolo con
altre divinità (come quel Poseidone che gli viene in soccorso durante
l’assalto a Cartagine di Spagna – Pol. X, 6-20 –; o con Eracle...), la leg-
genda fiorita attorno alla sua figura sono, nel testo, solo sfiorati; così
come suggeriti più che urlati dovettero essere questi stessi motivi nei
confronti di una Città sempre più sospettosa verso ogni forma di esal-
tazione individuale. È certo, comunque, che all’arrivo dalla Spagna si
sparse a Roma la voce secondo cui Scipione giungeva come imperator
«da parte della divinità»; voce che, del resto, egli faceva di tutto per
accreditare, simulando di compiere ogni cosa in ossequio alla voce dei
Celesti (per esempio, App., Iber. 19, 17). Al processo «romano» di di-
vinizzazione di Publio cominciò, comunque, a lavorare assai presto
Quinto Ennio; il quale compose il suo Scipio ben prima degli Annales
(e prima dei suoi u