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Marx

Vita
Karl Marx nacque a Treviri nel 1818. Dopo aver conseguito una laurea in filosofia si affaccia
alla carriera di giornalista politico. Tramite il giornale esprimeva le idee rivoluzionarie, ma
ciò non fu apprezzato dallo stato e fu costretto a trasferirsi a Parigi. Qui Marx conobbe Friedrich
Engels, il quale gli sarà amico e collaboratore per tutta la vita. Collaborò in questo periodo con
un giornale di artigiani comunisti, che gli costerà l’espulsione della Francia. Nel frattempo
stava maturando il suo distacco dalla Sinistra hegeliana. Marx si stabilì a Londra dove
riuscì, aiutato economicamente dall’amico Engels, a completare tutte le sue ricerche di
economia, storia, sociologia e politica che costituiscono la base della sua opera Il capitale
pubblicata nel 1866. Impegnato nell’attività di organizzazione del movimento operaio, Marx
riuscì a fondare nel 1864, a Londra, la “Associazione internazionale dei lavoratori” (la Prima
Internazionale), infine morì nel 1883.

critica a hegel (+ materialismo storico)


Marx inizialmente si configura come hegeliano, facendo parte della scuola di pensiero della
sinistra hegeliana (in cui gli intellettuali sviluppano le loro dottrine leggendo in chiave laica
quelle di hegel). Marx però accusa Hegel di misticismo logico, cioè di aver capovolto i
rapporti con la realtà facendo del concreto una manifestazione dell’astratto. E proprio a favore
di questa sua tesi fa un celebre esempio: mentre l’uomo comune e il filosofo realista pensano
che esistano prima le mele, le pere, le fragole reali e poi il concetto di frutto, Hegel pensa che
esista il concetto di frutto e poi i frutti concreti come sue manifestazioni necessarie e derivate.
Tale misticismo logico finisce per diventare anche conservatore sul piano politico perché
tende a giustificare la realtà, porta cioè alla accettazione delle istituzioni vigenti, che non
potrebbero essere cambiate in quanto intrinsecamente razionali e positive. Marx riconosce
comunque ad Hegel il merito di aver elaborato una visione dialettica della realtà (intesa come
una totalità storica, caratterizzata da un meccanismo processuale e costituita da elementi
concatenati tra loro e mossa dalle opposizioni). La teoria di Marx si può definire come
materialismo dialettico, una dottrina che sostiene che ogni elemento della realtà sia inserito
in un processo, e che sia quindi in costante mutamento. Applica poi questa concezione alla
storia delle società umane, ricavandone un materialismo storico. Possiamo definirlo come
la teoria secondo cui in ogni epoca l’organizzazione sociale deriva dalla produzione
economica, e questi due elementi rappresentano la base della storia politica e intellettuale
dell’epoca stessa. In poche parole, la struttura di qualsiasi società è rappresentata
dall’economia, che definisce anche i rapporti sociali di individui e gruppi. Infatti, l’economia è
intesa da Marx come insieme di rapporti di produzione. In una concezione dialettica, i rapporti
tra le cose sono fondamentali, quindi all’interno di una società i rapporti tra le persone hanno
un certo peso, e Marx si spinge a dire che un individuo esiste solo nel rapporto con l’altro.

LA DIALETTICA DELLA STORIA:


Ogni società opera sulla base delle forze produttive e rapporti di produzione ma in modo
diverso. Poiché le forze produttive si sviluppano più rapidamente dei rapporti di produzione, ne
segue una situazione di contraddizione tra i due elementi che genera un epoca di rivoluzione
sociale. Infatti, le nuove forze produttive sono sempre incarnate da una classe in ascesa,
mentre i vecchi rapporti di proprietà sono incarnati da una classe dominante al tramonto. Di
conseguenza risulta inevitabile lo scontro. Questo modello teorico trova la propria
semplificazione nella Francia del 700, dove vi fu uno scontro aperto tra la borghesia
(espressione delle nuove forza produttive) e l’aristocrazia (espressione dei vecchi rapporti di
proprietà feudali). Vinse la borghesia. Nel capitalismo moderno, si delinea una contraddizione
sempre più forte tra forze produttive sociali e rapporti di produzione privatistici. La
fabbrica moderna, pur essendo proprietà di un capitalista, produce soltanto attraverso un
lavoro collettivo di operai. Secondo Marx se sociale è la produzione della ricchezza, sociale
deve essere la distribuzione di essa. Questo implica che il capitalismo porta in sé il
socialismo. Le grandi formazioni economico-sociali individuate dal Marxismo sono: la
comunità primitiva, società asiatica, società antica, società feudale, società borghese,
società socialista. Indubbiamente secondo Marx la comunità primitiva sfocia nella società
socialista, perciò indubbiamente il comunismo è la conseguenza finale e inevitabile della
dialettica storica. Per Marx la dialettica è quel metodo di indagine che consiste nel prospettare
la realtà studiata come una totalità in divenire.
Secondo Marx:
- il soggetto della dialettica storica è rappresentato dalla struttura economica e dalle classi
sociali;
- la dialetticità del processo storico è concepita come empiricamente e
scientificamente osservabile attraverso i fatti stessi;
- le opposizioni che muovono la storia sono concrete e determinate.

STRUTTURA E SOVRASTRUTTURA:
Nell’ambito della produzione sociale dell’esistenza che costituisce la storia, bisogna
distinguere:
- forze produttive: con le quali Marx intende tutti gli elementi necessari al processo di
produzione ossia: forza lavoro, mezzi di produzione e conoscenze tecniche scientifiche;
- rapporti di produzione: con i quali Marx intende i rapporti che si instaurano tra gli
uomini nel corso della produzione (tra le classi sociali, tra imprenditore e operaio).
Forze produttive e rapporti di produzione, costituiscono nell’insieme, il mondo di
produzione. L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura, ovvero lo scheletro
economico della società. La struttura rappresenta il piedistallo concreto su cui si eleva una
sovrastruttura giuridico-politico-culturale; il termine sovrastruttura indica che i rapporti
giuridici, le forze politiche, e le dottrine etiche, artistiche, religiose e filosofiche sono
espressioni dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa società
storica. Con l’espressione materialismo storico si indica la teoria secondo cui le vere forze
motrici della storia non sono di natura spirituale, bensì materiale o socio-economica.

CRITICA A FEUERBACH
Prima critica a Feuerbach si articola nell'appoggio del rovesciamento del rapporto tra finito e
infinito, anche se non bisogna abbandonare la visione dialettica della realtà. Come sostiene
Feuerbach, bisogna rovesciare il rapporto tra il soggetto e il predicato (tra l’astratto e il
concreto: esistono prima le mele concrete e poi il concetto di mela); in una parola, scrive
Marx, “la filosofia di Hegel deve camminare sui piedi e non sulla testa”. Tuttavia, pur ritenendo
necessario rovesciare il pensiero di Hegel quanto ai rapporti tra astratto e concreto, Marx è
convinto che si debba mantenere la concezione dialettica della realtà che Hegel ha
elaborato. La dialettica hegeliana è uno strumento imprescindibile di analisi della realtà
concreta, storica e sociale. Hegel, in sostanza, ci ha insegnato che la realtà procede per
contrasti e contraddizioni, cosa che emerge ad esempio nell’analisi marxiana della Storia, che
viene vista come lotta di classi. Il rapporto di Marx con Hegel è dunque di critica ma anche di
riappropriazione del suo pensiero, quindi non di assoluto rifiuto. Nella seconda critica a
Feuerbach sostiene che le cause dell’alienazione religiosa non siano spirituali ma
economiche e dunque l’uomo non può liberarsi dall’alienazione religiosa se prima non si libera
da quella economica. Feuerbach ha spiegato che la religione ha origine dall’uomo (egli si
degrada per dare vita ad un essere perfetto da cui dipende), ma non ha spiegato in modo
adeguato perché l’uomo crei l’alienazione religiosa (mediante la quale, sempre secondo
Feuerbach, l’uomo degrada se stesso). Ciò avviene, secondo Marx, perché l'uomo si sente
alienato nella vita terrena, ovvero perchè si sente oppresso da una iniqua situazione
sociale, dalle condizioni concrete in cui si trova a vivere in certi momenti storici, ovvero
dall’alienazione economica. Per alienazione economica Marx intende quelle situazioni in cui
l’uomo, che è necessariamente impegnato in tutte le epoche storiche a procurarsi i propri
mezzi di sussistenza con il lavoro, è costretto a lavorare e produrre in modi disumani, che
rendono l’uomo stesso alienato, disumano. Lo stato di alienazione caratterizza in particolare
la sua condizione nella società industriale capitalistica. La religione è perciò intesa, secondo
la celebre definizione di Marx, come “l’oppio dei popoli”, ovvero una illusoria consolazione
che ha le sue origini nella situazione di sofferenza dell’uomo. La disalienazione religiosa ha
come presupposto la disalienazione economica quindi l'abbattimento della società
borghese. Un altro limite di Feuerbach è quello di essere troppo astratto, teorico; lui ignora la
praxis umana, la parte attiva della natura umana. Il lavoro nel sistema capitalistico non risulta
più uno strumento di realizzazione e di libertà dell’uomo ma di alienazione e di asservimento.

LA CRITICA ALL’ECONOMIA BORGHESE E ALIENAZIONE:


Nei confronti dell’economia borghese, Marx ha un duplice atteggiamento: da un lato la
considera come l’espressione teorica della società capitalistica, dall’altro l’accusa di fornire
un’immagine falsa del mondo borghese. Marx è convinto che ciò sia dovuto ad una
incapacità di pensare in modo dialettico che crea un disagio nel proletariato che sfocia
nell’alienazione. Il concetto di alienazione in Hegel riveste un significato negativo e positivo al
tempo stesso. In Feuerbach è qualcosa di puramente negativo poiché questo termine aveva
una valenza prevalentemente religiosa: “non è Dio che crea l’uomo ma è l’uomo che crea Dio”.
Marx si rifà soprattutto a quest’ultimo ed intende l’alienazione come condizione patologica di
scissione, dipendenza e auto estraneazione. Tuttavia, la considera un fatto reale, di natura
socio economica. L’alienazione dell’operaio viene descritta da Marx sotto quattro aspetti:
a) il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività: in quanto egli produce un
oggetto che non gli appartiene;
b) il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività: la quale prende la forma di un
lavoro forzato in cui l’uomo è strumento di fini estranei e si sente bestia quando dovrebbe
sentirsi uomo e uomo quando si comporta da bestia;
c) il lavoratore è alienato rispetto alla propria essenza: non si sente realizzato nel suo
lavoro;
d) il lavoratore è alienato rispetto al prossimo: poiché il datore di lavoro costringe
a produrre secondo la logica del profitto.
La causa dell’alienazione è dunque la proprietà privata dei mezzi di produzione, è possibile
mettere fine all’alienazione attraverso una lotta di classe del proletariato che deve dare
avvio ad una nuova società, ovvero quella comunista.

IL SOCIALISMO UTOPISTICO E SCIENTIFICO


Il socialismo utopistico è la prima corrente di pensiero socialista; si interessa delle
teorie riguardanti l’organizzazione politica e sociale e ha come scopo ultimo la
giustizia sociale e la socializzazione delle risorse economiche.Per giungere al fine
utilizza come mezzo le riforme. Quindi, il socialismo scientifico si basa su un'analisi e
una comprensione definita come “scientifica” da Marx ed Engels.
E’ caratterizzata da:
-Critica totale della società capitalistica
-Descrizione della storia come in continua evoluzione e lotta di classe (per
loro la storia ha attraversato quattro fasi: -la comunità primitiva -il regime di
schiavitù -la società feudale -la società capitalistico-borghese) Il passaggio che si
attua tra queste fasi è determinato dal cambiamento della classe che detiene i
mezzi di produzione sapendoli utilizzare al meglio. Nella società capitalistica, i
borghesi detengono i mezzi di produzione e sfruttano il proletariato, che ha il
compito di liberare l’umanità partendo da una rivoluzione che abolirà la
proprietà privata, per poi far sì che la storia giunga alla sua destinazione finale:
il comunismo.

LO STATO COMUNISTA
Le contraddizioni della società borghese rappresentano la base della rivoluzione del
proletariato, il quale attua il passaggio dal capitalismo al comunismo. L'obiettivo era quello
di passare da una società divisa in classi sociali ad una società priva di classi. Per fare ciò
bisogna eliminare la proprietà privata. La rivoluzione deve portare all’eliminazione del tipo
di stato attuale dal momento che esso si è sempre identificato con la classe sociale borghese
al potere; quindi Marx non vuole giungere a una completa eliminazione dello stato, ma ne
vuole creare uno con il proletariato al potere. Però per attuare questo cambiamento bisogna
eliminare la proprietà privata e dunque le classi sociali, poiché se non ci sono queste ultime
salirà al potere e rimarrà tale la classe del proletariato: il proletariato sale al potere e il resto sta
sotto, omologato senza differenze—>no classi sociali. Marx ritiene che la dittatura del
proletariato si configuri come la misura politica fondamentale del processo rivoluzionario. Esso
rappresenta il passaggio transitorio alla società borghese a quella comunista. Il proletariato
distrugge lo stato borghese e attua un processo comunista.

LE FASI DELLA FUTURA SOCIETA’ COMUNISTA:


Nei “manoscritti” Marx distingue un comunismo rozzo (ha bisogno di essere perfezionato,
vi è lo stato) e un comunismo autentico (non ci sono classi sociali). Nel comunismo rosso
la proprietà viene trasformata in proprietà di tutti, ovvero nazionalizzata; la comunità
assume il ruolo di una grande capitalista. Il comunismo rozzo, secondo Marx, è dominato
dalla categoria dell’avere e ha le sue radici nell’invidia. Il comunismo autentico si realizza
quando l’uomo cessa di intrattenere con il mondo rapporto di puro possesso e
consumo. Marx sostiene che deve scomparire la categoria dell’avere dunque, all’homo
oeconomicus contrappone un uomo nuovo, considerato come un essere totale, che esercita
in modo creativo l’insieme delle sue potenzialità. Nella “critica del programma di Gotha”
Marx distingue due fasi fondamentali della futura società comunista. Nella prima fase vige il
principio “a ciascuno secondo il suo lavoro”; nella seconda fase vige il principio “a
ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo le sue necessità”.

Il capitale
pubblicato per la prima volta nel 1866, il suo obiettivo è quello di analizzare la società
capitalista e di capire quale sia la legge economica posta alla base. la società capitalista
ha come struttura (quindi base) l’economia, la cui base a sua volta è la merce, caratterizzata
da un valore d’uso (ovvero ciò a cui serve) e un valore di scambio (ovvero la quantità di
lavoro necessaria per produrla). Tuttavia valore e prezzo differiscono (prodotti di qualità e
quantità differenti possono avere lo stesso prezzo perchè hanno un valore comune, ovvero il
lavoro necessario per produrli). la merce è la rappresentazione del tempo medio
necessario per la produzione di un oggetto in un certo periodo. spesso il prezzo è
maggiore del valore, in quanto ci possono influire anche la scarsità e l’abbondanza del
prodotto. dunque questo è un periodo di mercificazione del lavoro, riscontrata nei salari dei
proletari, e di feticismo delle merci, per cui un certo prodotto nonostante non abbia un
grande valore d’uso ha comunque un certo valore proprio, in un certo senso ingiustificato.
Marx capisce che la società capitalista si fonda sul produrre per guadagnare e in funzione di
ciò trova una legge economica basilare e ciclica: D-M-D’ (che significa denaro -> merce ->
più denaro). è una legge ciclica perché l’imprenditore investe denaro per produrre merce,
guadagnando più di quanto aveva investito (il guadagno risiede in quel D’). questo guadagno
deriva dal plusvalore, che bisogna ricercare nella produzione, i capitalisti infatti si servivano
di un mezzo particolare, il lavoratore, il quale per guadagnarsi lo stipendio necessita di poche
ore e quelle che lavora in più è quasi come se fossero regalate e costituiscono il pluslavoro,
da cui deriva per il capitalista il plusvalore. dal plusvalore si deduce anche il profitto, ma
questi non sono la stessa cosa, infatti bisogna distinguere il capitale costante dal capitale
variabile. il capitale costante è la spesa che viene effettuata per le materie prime, mentre il
capitale variabile costituisce i salari degli operai, e in questa situazione il plusvalore influisce
su entrambi i tipi di capitale. col passare del tempo l’imprenditore si trova a dover affrontare
la concorrenza, perciò aumenta il numero delle macchine e ne acquista di migliori (macchine
più avanzate che costano di più), quindi il capitale costante aumenta ma allo stesso tempo
queste modifiche lo indurranno a licenziare operai non più indispensabili riducendo il capitale
variabile, così facendo però riduce il pluslavoro e quindi anche il plusvalore e di conseguenza
il profitto. quindi a poco a poco si giunge all’autodistruzione, si parla della caduta del saggio
del profitto, che è una sorta di legge secondo la quale il profitto anziché aumentare
diminuisce, e rappresenta una delle grandi contraddizioni del capitalismo, per cui prima o
poi è destinato a crollare.