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STEFANO CARRAI

Petrarca lettore della ‘Vita nova’ dantesca

(Lectura pronunciata il 4 aprile 2013)

Estratto
Atti e Memorie dell’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti
già dei Ricovrati e Patavina
Volume CXXV(2012-2013)
Parte II: Memorie della Classe di Scienze Morali, Lettere ed Arti

ACCADEMIA GALILEIANA DI SCIENZE LETTERE ED ARTI


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Stefano Carrai

Petrarca lettore della ‘Vita nova’ dantesca

(Lectura pronunciata il 4 aprile 2013)

La fortunata invenzione della forma canzoniere da parte di Petrarca


avrà certo risposto ad un’esigenza non soltanto individuale, ma, dicia-
mo, anche di pubblico, dal momento che una propensione ad aggregare
e coordinare fra loro singoli componimenti poetici in un libro o libricci-
no coerente, che procedesse oltre il tipo della semplice corona di sonetti,
era affiorata già nel secolo precedente in poeti come Guiraut Riquier
e Guittone d’Arezzo. Che Petrarca tuttavia abbia potuto far tesoro di
simili esperienze o, vorrei dire piuttosto, velleità non è venuto in mente
a nessuno, e per fortuna. Si tratterebbe in effetti di un’idea da escludere,
fino a contraria prova, sia per la non scontata reperibilità di quei testi
da parte di Petrarca sia perché di fatto niente li accomuna al Canzoniere
petrarchesco al di là di quella generica aspirazione a fare un tutt’uno
compatto di rime che erano in origine e per loro stessa natura sciolte.
Ben diverso è il discorso riguardo al rapporto con il libello della
Vita nova in cui il giovane Dante aveva saputo coniugare quella esi-
genza e quella tensione verso un organismo testuale ampio insieme
con la tradizione del prosimetro tardoantico e mediolatino, sfruttando
la suggestione del De consolatione Philosophiae di Boezio a preferenza
– secondo me – di quella che poteva venirgli dai canzonieri occitanici
con corredo di vidas e di razós.
Che il rapporto con Dante e con la sua opera sia sempre stato per
Petrarca un nodo da sciogliere e un confronto scomodo, che coinvolse lo
stesso Boccaccio, è noto soprattutto grazie a una stagione di studi che ha
dato i suoi frutti più maturi oramai quasi mezzo secolo fa con le ricerche
di Marco Santagata e di Paolo Trovato.1 La dissimulazione petrarchesca
(1) Marco Santagata, Presenze di Dante ‘comico’ nel Canzoniere, in Id., Per moderne
carte. La biblioteca volgare di Petrarca, Bologna, Il Mulino, 1990, pp. 25-78; e Paolo
Trovato, Dante in Petrarca. Per un inventario dei dantismi nei «Rerum vulgarium frag-
menta», Firenze, Olschki, 1979.
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rispetto ad una conoscenza abbastanza precoce della Commedia è cosa


acclarata. Meno si è ragionato invece sulla lettura appunto della Vita
nova, che però in funzione del Canzoniere risulta addirittura più im-
portante, anzi decisiva, come suggerisce in termini generali un recente
studio ipertestuale.2 Certo il grande respiro della Commedia spiega che
il poema sia stato più produttivo di echi. E, per contro, la sostanziale
liricità del prosimetro, con l’elevato tasso di convenzionalità del lin-
guaggio che essa comporta, giustifica un minore accanimento da parte
degli studiosi nello sviscerare il legame e darlo per acquisito. Ma è
anche vero che accertare una ispirazione proveniente dalla Vita nova
significa assegnare a Dante il merito di aver suggerito a Petrarca alcune
delle caratteristiche più originali e che più hanno decretato il successo
del Canzoniere petrarchesco quale modello strutturale anche nei secoli
a venire.
È chiaro che a questo proposito le reminiscenze di passi delle rime
incluse nella Vita nova – che sono, in proporzione all’estensione del
prosimetro, consistenti senza essere straripanti – contano sì, ma fino
a un certo punto. Sebbene solo i sonetti della tradizione veneta e fra
le canzoni solo Donne ch’avete intelletto d’amore risultino aver avuto
una circolazione estravagante rispetto al libro, in assoluto non si può
escludere che Petrarca abbia incontrato anche altri componimenti del
prosimetro in una qualsivoglia antologia di rime varie. Di conseguen-
za, per riflettere sull’ascendente rappresentato dalla Vita nova bisogna
fondarsi sul solido, ovvero sugli echi eventuali della prosa. E da qui al-
lora ripartirò, utilizzando alcune osservazioni di Trovato3 e ricorrendo
ovviamente alla verifica dei migliori commenti (Santagata, Bettarini,
Stroppa, Vecchi Galli).
La spia più cospicua resta, a mio parere, quella relativa all’incipit
del madrigale 54 Perch’al viso d’amor portava insegna, la cui implicazio-
ne con un brano del secondo tratto del libello dantesco, subito dopo la
menzione delle varie risposte al sonetto A ciascun’alma, è palese:

Dicea d’Amore però ch’i’ portava nel viso tante delle sue insegne che questo non si
potea ricovrire.

Qui Dante, rispondendo a voce agli amici premurosi che si pre-


occupavano per la sua salute, ammetteva di essere dominato dal sen-

(2) Alice Malzacher, «Il nodo che... me ritenne». Riflessi ipertestuali della ‘Vita Nuo-
va’ di Dante nei ‘Rerum vulgarium fragmenta’ di Petrarca, Firenze, Cesati, 2013.
(3) P. Trovato, Dante in Petrarca, cit., pp. 152-53.
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timento amoroso, visto che nella maschera del proprio volto la sof-
ferenza amorosa era tale da non potersi nascondere o negare. Ma è
l’espressione metaforica portare nel viso insegne d’amore – che non si
trova in altri autori – a far pensare che Petrarca l’abbia memorizzata da
qui e poi modificata leggermente solo nella reggenza preposizionale e
nella dispositio delle singole parole, anche in ragione della prosodia del
verso: portare al viso d’amore insegna.
Vediamo altre corrispondenze. Un contatto molto forte riguarda
anche i vv. 82-84 di RVF 73:

i’ prenderei baldanza
di dir parole in quel punto sì nove
che farian lagrimar chi le ’ntendesse.

Immagine e lessico rinviano sicuramente a un passo della prosa


introduttiva, nella Vita nova, al sonetto Deh peregrini:

Se io li potessi tenere alquanto, io li pur farei piangere anzi ch’elli uscissero di questa
cittade, però ched io direi parole le quali farebbero piangere chiunque le intendesse.

Le parole che Dante medita di dire ai pellegrini e che indurrebbe-


ro al pianto chiunque le ascoltasse – come si noterà – sono rimbalzate,
con la nitidezza di un ricordo preciso e quasi con le medesime parole,
dalla prosa dantesca nell’analoga ipotesi dei versi di Petrarca.
Lo stesso si constata per il verso petrarchesco «et desteriasi Amor
là dov’or dorme» (RVF 125, 6), nato certamente dalla reminiscenza
della breve prosa introduttiva al sonetto dantesco Negli occhi porta:

Poscia che trattai d’amore nella soprascritta rima, vennemi volontà di dire anche,
in loda di questa gentilissima, parole per le quali io mostrassi come per lei si sveglia
questo amore e come non solamente si sveglia là dove dorme...

L’immagine dell’amore che si ridesta non solo è identica, non solo


coinvolge questi due testi e non altri, ma anche utilizza un identico
giro di frase (là dov’or dorme /là dove dorme).
A queste tesserine si potrebbero aggiungere ulteriori e anche più
minuti riscontri, come il sintagma «ineffabile cortesia» che dalla scena,
indimenticabile, del secondo incontro fra Dante e Beatrice si riverbera
in RVF 81, 6: «per somma et ineffabil cortesia». Oppure il sintagma
«prender securtade» di RVF 315, 5, che sembra risentire dell’insigno-
rirsi iniziale di Amore raccontato da Dante scrivendo proprio: «e co-
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minciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria, per la


vertù che li dava la mia imaginazione».
Vale la pena di menzionare almeno un altro caso sia perché piut-
tosto significativo di per sé sia perché è sfuggito alle pur capienti reti
a strascico di Trovato e dei commentatori. Mi riferisco alla genesi di
un altro incipit che, come abbiamo visto per quello del madrigale 54,
dipende evidentemente da una pagina della Vita nova. Nella fattispe-
cie si tratta di quello del sonetto Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra
(RVF 192) e della prosa introduttiva al sonetto del gabbo, in cui Dan-
te, a proposito degli spiritelli della propria vista, aveva scritto «che
Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile
donna» e poi aveva aggiunto che gli spiritelli stessi spodestati da Amo-
re si lamentavano dicendo:

Se questi non ci infolgorasse così fuori dal nostro luogo, noi potremmo stare a vedere
la maraviglia di questa donna così come stanno li altri nostri pari.

La prima formulazione dell’incipit petrarchesco recitava Stiamo,


Amor, a mirar la gloria nostra, ma anche perché Petrarca, lavorando
nella medesima carta del codice degli abbozzi sul testo di RVF 188,
al v. 5 di questo sonetto aveva scritto «Stiamo a vederla»; tant’è che
quando mutò quest’ultima parola in «mirarla» automaticamente il si-
stema delle varianti si bilanciò con la modifica parallela dell’incipitario
«mirar» in «veder». A rigore la variante «mirar» potrebbe aver recupe-
rato la memoria fonica dell’aggettivo «mirabile» del brano dantesco. In
ogni caso è il costrutto «stare a vedere la maraviglia di questa donna»
che svela la presenza latente di tale ricordo in Stiamo, Amor, a veder la
gloria nostra, allusivo analogamente alla donna.
Aggiungerei ancora soltanto che anche la dittologia aggettivale
«povera et nuda» (RVF 7, 10) non sembra avere altro paragone se non
quello della prosa introduttiva alla canzone Quantunque volte, della
Vita nova, dove si legge: «vidi che povero mi parea lo servigio e nudo
a così distretta persona di questa gloriosa».
I riscontri ora passati in rassegna dimostrano attiva la memoria
della prosa della Vita nova in versi o gruppi di versi del Canzoniere. È
lecito perciò pensare che anche le rime appartenenti alla Vita nova sia-
no state lette o quanto meno rilette da Petrarca all’interno del libro. E
alcune di queste hanno lasciato una traccia profonda anche sul piano
più propriamente narrativo. Si faccia il caso del dialogo in sonetti fra
Dante e le donne che escono dalla casa di Beatrice in cui è esposta la
salma del padre di lei, che si riflette pesantemente, sia per il tema sia
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per le scelte stilistiche, nella situazione di RVF 43 e poi del gruppo di


sonetti RVF 155-158.4
A parte questo, i versi della Vita nova hanno provocato non diver-
samente dalla prosa tutto un germinare di espressioni e di immagini
nel canzoniere petrarchesco, a cominciare dal primo dei due sonetti in
morte di una giovane amica di Beatrice, Piangete, amanti, poi che pian-
ge Amore, che ha stimolato notoriamente una vera e propria riscrittura
da parte di Petrarca col sonetto per la morte di Cino da Pistoia Pian-
gete, donne, et con voi pianga Amore (RVF 92), con ripresa anche dei
rimanti onore e core.
Questa tendenza di Petrarca a costruire alcuni dei suoi esordi sulla
base di memorie della Vita nova che abbiamo già verificato in più di
un luogo si esplica anche nel caso dell’attacco del sonetto Chi vuol ve-
der quantunque po’ natura (RVF 248), che certo dipende dal v. 49 della
canzone dantesca Donne ch’avete: «ella è quanto de ben po’ far natura».
Ma sono soprattutto certe clausole di verso che sono rimaste im-
pigliate nella memoria petrarchesca, come farle honore, forma vera,
anima trista, pianger vaghi, anima spoglia, cor doglioso, l’anima gentile
(in rima con vile). Segno, questo, di una lettura che si è impressa nella
memoria di Petrarca non solo al livello del ricordo più o meno volon-
tario di immagini e singoli passaggi, ma a un livello più profondo di
interiorizzazione di stilemi e iuncturae; tanto più che anche a propo-
sito di qualche clausola l’influsso della prosa dantesca potrebbe essere
attivo, com’è il caso, a RVF 119, 3, di «famosa beltate», in cui sarà
germogliato il ricordo di un brano della introduzione al sonetto Io mi
senti’ svegliar: «io vidi venire verso me una gentile donna, la quale era
di famosa bieltade».
Direi allora che anche la rima siciliana altrui:voi di RVF 134, che
fa macchia nel Canzoniere, ha qualche probabilità di risentire del-
la Vita nova, perché, sia pure nella forma normalizzata, vi compare
con una frequenza vistosa e per tre volte proprio con gli stessi rimanti
altrui:vui (Con le altre donne mia vista gabbate, Donne ch’avete intelletto
d’amore, Li occhi dolenti per la pietà del core).
Ora, poiché la lettura e il riecheggiamento della Vita nova coinvol-
gono testi databili approssimativamente a cavallo fra gli anni Quaran-
ta e Cinquanta, cioè per l’appunto negli anni in cui Petrarca concepì e

(4) Cfr. Natascia Tonelli, «Piangea madonna» (da «Vita nova» XXII a «Rerum vul-
garium fragmenta» CLV-CLVIII), «Studi danteschi», 57 (1985), pp. 43-48; e Furio Bru-
gnolo, Il «desio che seco non s’accorda»: sintonie, rispecchiamenti e fraintendimenti (RVF
41-50), in Il Canzoniere. Lettura micro e macrotestuale, a cura di M. Picone, Ravenna,
Longo, 2007, pp. 122-126.
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cominciò a organizzare il suo Canzoniere, è presumibile, come si dice-


va, che certe peculiarità del prosimetro dantesco siano state recepite e
abbiano contribuito al progetto almeno per alcuni aspetti.
In primo luogo è da dire della bipartizione del Canzoniere. Certo
Petrarca non ha fatto coincidere il passaggio da una prima a una se-
conda parte della raccolta precisamente con la morte di Laura, perché,
com’è noto, nel Vaticano 3195 il primo testo dopo le carte bianche che
separano le due sezioni è la canzone 264 I’ vo pensando e la notizia fu-
nebre giunge poco dopo, col sonetto 267 Oimè il bel viso; mentre nella
Vita nova era esattamente la notizia della morte di Beatrice a spaccare
il libro in due, con la straordinaria invenzione della canzone Sì lungia-
mente rimasta drammaticamente interrotta, nella fictio, a sottolineare
la brutale violenza dell’evento; e si ricordi anche che la successiva ri-
presa del racconto con un versetto delle Lamentationes dello pseudo-
Geremia intendeva rimarcare ancora una volta la discontinuità nella
narrazione.5 Sì, Petrarca prendeva in certo senso le distanze dall’esem-
pio dantesco, ma al tempo stesso dichiarandolo e riconoscendolo in
pieno, dal momento che quel precedente era troppo simile e troppo
vicino perché le coincidenze potessero considerarsi casuali. In altre pa-
role, Petrarca dimostrava di aver subito tutto il fascino di quell’espe-
diente narrativo e strutturale che connotava la storia della Vita nova,
segnando la distinzione fra un prima e un dopo e suggerendogli un
romanzo lirico analogamente scandito in due tempi.
È perché, a ben vedere, la bipartizione del Canzoniere ha tutta
l’aria di essere connaturata con l’idea del libro, nata all’indomani della
scomparsa di Laura e sulla sicura suggestione della Vita nova, che mi
convince poco l’ipotesi, pur sottile, di Santagata secondo cui la forma
Correggio, ovvero la primigenia compagine della silloge petrarchesca,
potrebbe essere stata un tutt’uno privo di intervallo fra prima e se-
conda parte.6 La supposizione si fonda sulle connessioni intertestuali
rilevabili fra la sestina 142, ultimo testo della prima parte a quell’al-
tezza di tempo, e la canzone 264, che apriva la seconda. Ma mi risulta
difficile credere che Petrarca assumesse il modello di un testo bivalve
come quello dantesco scartandone inizialmente un aspetto fondante
e che lo recuperasse solo in un secondo momento. Più economico
sembra pensare che, oltre agli echi puntuali, fin da subito sia entrato
nel processo creativo del Canzoniere anche il principale elemento ar-

(5) Cfr. Stefano Carrai, Dante elegiaco. Una chiave di lettura per la ‘Vita nova’, Fi-
renze, Olschki, 2006, pp. 60-62.
(6) Cfr. Marco Santagata, I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere
di Petrarca, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 153-157.
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chitettonico del testo di Dante, cioè la netta frattura introdotta dalla


morte della donna amata.
Così come è chiaro che un altro artificio che ha consentito a Petrar-
ca di dare coesione ai suoi Rerum vulgarium fragmenta, cioè il ricorso
ad alcuni testi di anniversario che regolano il tempo della narrazione
e consentono al lettore di percepire lo scorrere stesso di quel tem-
po, deve molto all’esempio del sonetto per il primo anniversario della
morte di Beatrice, Era venuta nella mente mia, inserito da Dante nella
Vita nova. Il motivo elegiaco dell’anniversario dell’innamoramento era
noto già ai trovatori (Folchetto di Marsiglia, Gaucelm Faidit, Guiraut
Riquier), ai siciliani (Cielo d’Alcamo, Mazzeo di Ricco), ai toscani (da
Guittone d’Arezzo fino a Cecco Angiolieri) e al trevigiano Nicolò De’
Rossi; però Petrarca ne faceva una sorta di meccanismo complesso,
duplice, che serve prima a scandire tradizionalmente il tempo passato
dal giorno del colpo di fulmine, a partire dai sette anni della sestina
30 fino ai ventuno anni del sonetto 271, mentre dopo la morte di
Laura comincia a scandire il tempo passato dall’ascesa al cielo di lei:
tre nel sonetto 278, dieci nel 364, la cui prima quartina fa un riepilogo
completo:

Tennemi Amor anni ventuno ardendo,


lieto nel foco, et nel duol pien di speme;
poi che madonna e ’l mio cor seco inseme
saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.

Nell’adibire il motivo dell’anniversario alla morte dell’amata, Pe-


trarca, come detto, era stato prevenuto dal Dante della Vita nova e
perciò non è da dubitare che la lettura di quell’operina abbia contato
anche per l’idea di rendere straordinariamente sistematico e funzionale
nel Canzoniere ciò che nella storia della lirica precedente era solo uno
spunto estemporaneo ed esornativo.7
Che Petrarca fino a un certo punto si misurasse col prosimetro
dantesco, naturalmente, non fa meraviglia, poiché si trattava in en-
trambi i casi di testi che intendevano raccontare la storia di un amore
e insieme la storia di una redenzione dal peccato della lussuria, subli-
mato in direzione della contemplazione del divino. Semmai è notevole
che l’emulazione e la competizione con Dante chiamasse in causa,
specie nel finale, l’altra sua grande opera poetica, la Commedia. L’in-
crocio con questo ulteriore modello diviene evidente al momento in

(7) Cfr. Stefano Carrai, Petrarca e la tradizione delle rime per anniversario, «Italiani-
stica», 33 (2004), pp. 47-53.
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cui Petrarca concepisce la grande chiusa con la canzone alla Vergine,


che senz’altro mette a frutto l’esempio della canzone alla Madonna in
provenzale di Lanfranco Cigala, anch’essa in dieci stanze, ma dal pun-
to di vista del macrotesto deve molto alla preghiera di San Bernardo
alla Vergine con la quale Dante aveva terminato l’ultima cantica del
poema.
Petrarca, ad ogni modo, aveva vinto la sua gara con l’illustre con-
cittadino e predecessore. Nella Vita nova Dante per costruire un or-
ganismo testuale che superasse l’empiria delle rime sciolte aveva avuto
bisogno di ricorrere alla tipologia ibrida del prosimetro, di intorbidare
il flusso delle rime mediante il tessuto connettivo della prosa. Non
parliamo della Commedia, che era altra cosa e che sul piano della me-
trica aveva richiesto nientedimeno che l’invenzione della terzina inca-
tenata per rendere in volgare quanto meno il respiro del poema latino
in esametri. Petrarca era riuscito invece a strutturare la storia della
evoluzione della propria anima dal peccato al pentimento e alla re-
denzione come una raccolta di poesie, senza necessità di altri supporti
o espedienti che non fossero interni al genere lirico, così superando il
modello dantesco, la Vita nova, che pure gli aveva fornito ispirazione
e spunti molteplici.
Una volta che tutto ciò sia dato per assodato, rimane un problema
di non poco conto, anche se di ardua se non impossibile soluzione.
A quale altezza di tempo Petrarca avrà letto per la prima volta la Vita
nova?
Si è detto che la maggior parte dei testi petrarcheschi implicati
sono stati scritti presumibilmente a cavallo degli anni Quaranta e Cin-
quanta. È plausibile che prima non la conoscesse?
Ciò che rende difficile dare una risposta è soprattutto l’impos-
sibilità di datare molti componimenti del Canzoniere petrarchesco.
Se fossimo sicuri, ad esempio, che il madrigale Perch’al viso d’Amor
portava insegna risale alla metà degli anni Trenta potremmo retroda-
tare almeno a quel tempo la conoscenza della Vita nova. Tuttavia tale
cronologia del madrigale, comunemente accettata, è suggerita esclusi-
vamente dall’indicazione dell’explicit che allude all’età del poeta me-
diante la metafora del corso del giorno giunto quasi a metà, compa-
tibile con una stesura fra il 1336 e il ’37 sì, ma non dirimente perché
potrebbe anche dipendere dalla finzione poetica.
La dissimulazione di Petrarca nei confronti della conoscenza della
Commedia è nota. Nella Familiare 21, 15 a Boccaccio scriveva di non
aver avuto il poema di Dante tra le mani prima che l’amico gliene
inviasse copia in Provenza intorno all’inizio degli anni Cinquanta.
L’argomentazione contenuta in quella lettera, vagliata da tanti illustri
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studiosi, è del massimo interesse per più aspetti e degna di essere ri-
percorsa fugacemente anche a proposito della questione che qui ci si
pone.
Un punto chiave sta, a mio avviso, nel ragionamento con cui Pe-
trarca stornava da sé il dubbio e il sospetto circa il fatto che un biblio-
filo quale egli era non si fosse curato di avere una copia della Com-
media nella propria vasta collezione. La spiegazione data a Boccaccio
starebbe nella preoccupazione di non avere dei modelli forti e di non
farsi imitatore di nessuno, in modo da trovare la propria cifra stilistica
senza condizionamenti di sorta. L’elegante latino suona così:

verebar ne si huius aut alterius dictis imbuerer, ut est etas illa flexibilis et miratrix
omnium, vel invitus ac nesciens imitator evaderem.

In quella verde età, in cui tutto facilmente ci seduce, Petrarca si


sarebbe guardato insomma dal nutrirsi di parole altrui per non correre
il rischio di diventare, intenzionalmente o anche inconsapevolmente,
un pedissequo imitatore. Ciò significa, si badi, che egli non era ignaro
dell’esistenza dell’opera di Dante, ma che per scelta deliberata se ne
teneva alla larga nella convinzione di potersi creare meglio uno stile
originale.
Importante anche la rivendicazione, che sa di tendenzioso, della
inconsapevolezza di eventuali paralleli riscontrabili nella propria poe-
sia: consonanze da non imputare a saccheggio o a imitazione program-
matica («non id furtim aut imitandi proposito»), ma da attribuire al
caso o alla poligenesi derivata da affinità dell’animo («vel casu fortuito
factum esse, vel similitudine ingeniorum»).
La discussione verteva, è vero, esclusivamente sulla Commedia, ma
ciò che interessa e che va tenuto in conto è l’atteggiamento, che può
spiegare una rimozione anche della Vita nova. È difficile credere infatti
che Petrarca fosse riuscito davvero a ignorare o a evitare fin quasi alla
metà del secolo il prosimetro di Dante. Tutto è possibile, ma sembra
strano che uno studente universitario come lui, per sua stessa ammis-
sione appassionato di poesia volgare, durante il quadriennio trascorso
a Bologna nella seconda metà degli anni Venti non si sia imbattuto
mai in quella Vita nova che avrebbe preso a modello, almeno parzial-
mente, del suo Canzoniere.