Sei sulla pagina 1di 2

La tendenza prevalente nell’Europa del cinque-seicento è quella di superare l’equilibrio

dualistico della tradizione medievale a favore della prevalenza dei sovrani sui parlamenti (sia
empiricamente sia nella riflessione teorica).
L’eccezione più importante a questo trend è data dall’Inghilterra, dove il conflitto tra le istituzioni
si risolve col trionfo dello Stato costituzionale.
La rivoluzione inglese, però, non riaffermò una continuità tra il modello medievale del potere e
quello contemporaneo. Il governo misto, conservato sul piano formale, è solo una facciata che
non corrisponde alla sostanza del nuovo regime.
La differenza con i regimi continentali non sta nell’abbandono del gov. Misto ma nel tipo di
risultato istituzionale del processo, un assetto conclusivo che vede il Parlamento come sovrano
esclusivo dello Stato. La trasformazione è sancita nel 1688 con la sostituzione del principio
della condivisione del potere con quello della divisione dei poteri.

1558-1603: Periodo Elisabettiano, ultima Tudor. Governo Misto ove la Regina controlla il
Parlamento attraverso una prassi che permette di filtrare gli esiti elettorali per il Parlamento,
potendo quindi controllare non solo Lords ma anche Commons. Di più: il sovrano dispone di
una congerie di poteri autonomi ed esclusivi, i cosiddetti “Prerogative Powers” riservati al
“feudal overlord”/”souserain” cioè al primo signore del Regno: guerra e pace, condotta degli
eserciti, poteri di ordinanza in casi eccezionali, governo della chiesa (i giuristi li chiamavano di
gubernaculum, potere di alta polizia dello Stato esclusivo al sovrano - sostanzialmente la
capacità di diritto internazionale dello Stato, le competenze ecclesiastiche e di alta sicurezza,
cose che non influiscono abitualmente nella vita dei sudditi - e contrapposto alla iurisdictio,
l’amministrazione della legge in tempi ordinari).
Stanti queste prerogative il sovrano non può farci tanto, non disponendo né di un esercito
permanente né di una burocrazia esecutiva affidabile, in quanto quasi tutte le funzioni
dell’apparato regio sul territorio (macchina amm. periferica) è in mano a funzionari controllati o
dal Parlamento o da élites locali. In Inghilterra non esisterà fino a piena età contemporanea una
burocrazia professionale che invece emerge “presto” negli Stati continentali a vocazione
centralistica.
Il Re non è neanche titolare di diritto di imposizione ordinaria in quanto ogni nuova tassa era
soggetta a preventiva approvazione del parlamento.
Secondo gli storici esisteva, sotto gli Stuart, una specie di assolutismo latente.

1603: Morte di Elisabetta (single e senza eredi) e assegnazione del trono a Giacomo I Stuart re
di Scozia.
La Scozia all’epoca era un paese poco popolato e dal peso modesto a diritto Romano, a
differenza dell’Inghilterra che mai lo introdusse e andò avanti col diritto consuetudinario. Il
pensiero politico scozzese riconosceva al Re le prerogative del Sacro Romano Imperatore che
si ritrovavano nel Corpus Iuris di Giustiniano e quindi era più vicino all’impostazione
continentale: il re contava più in Scozia che in Inghilterra, anche perché i sudditi erano meri
montanari senza particolare potere.
Giacomo I guarda con simpatia la curvatura asssolutistica dei governi continentali ed egli stesso
è teorico politico. Ne “The true law of the free monarchies” in cui teorizza, in maniera molto
esplicita, la natura divina dei re:
“Lo Stato della monarchia è il supremo che si conosca al mondo, giacché i re sono non solo i
luogotenenti di Dio in terra e siedono sul trono di Dio, ma Dio stesso li ha nominati dei”. Rispetto
al filomonarchismo queste accentuazioni accostano il suo pensiero a quello dei primi monarchi
assoluti.
I giuristi a lui favorevoli sviluppano una teoria relativa al doppio potere del sovrano
(gobernaculum e iurisdictio) e una sentenza di un giudice del 1606 recita: “il poere del re è
doppio, ordinario ed assoluto, e ognuno di essi ha proprie leggi e fini. Oggetti del potere
ordinario è l’interesse dei singoli, l’esecuzione della giustizia civile, la determinazione del
“meum” (il dare a ciascuno il suo): lo si esercita per equità e giustizia nelle corti ordinarie, i
romanisti lo chiamano ius privatum e noi common law (si tratta sempre di amministrazione
ordinaria del Regno). Si tratta di leggi che non si possono cambiare senza il Parlamento, e
sebbene possa mutersene o interrompersene forma e procedura, nella sostanza non le si può
cambiare mai”. “Il potere assoluto del re invece non è quello che si rivolge a interessi privati, ma
solo quello che tocca l’interesse generale del popolo, ed è salus populi. Ora, poiché il popolo è il
corpo e il re è il capo, e questo potere è soggetto solo alla vis directiva della common law, ed è
propriamente denominato politica e governo; poiché varia la costituzione del corpo, varia pure
questa legge assoluta secondo la saggezza del re” (giudice Fleming nel caso Bate, 1606: la
“Prerogative” si è enormemente allung) Quindi l’esercizio del potere assoluto è informato del
common law ma solo come vis directiva,come criterio, e non vis coactiva.

I giuristi di parte parlamentare, invece, sostengono il primato assoluto della common law e
quindi la piena soggezione del sovrano ad essa. Il personaggio più importante della tesi
limitativa della prerogativa regale è Edward Coak, giudice della Corte Suprema e poi
parlamentare.

Ad ogni modo Giacomo I governò fino al 1625 insieme al Parlamento, convocandone tre diversi
che operano per buona parte dei 22 anni di regno, e le tensioni che crescono tra le due
istituzioni non sfociano mai in uno scontro aperto.