Sei sulla pagina 1di 2

Il caso del parlamento inglese è sicuramente molto tipico perché riunisce tutti i caratteri

fondamentali, nella sua struttura e nel suo nello svolgimento nella storia, propri di una grande
assemblea cetuale tardomedievale. Tenete conto però che al tempo stesso è anche molto
eccezionale perché nessuno di questi Proto parlamenti può vantare una vicenda storica così
lineare e così coerente in cui Il Parlamento si è Imposto con simile forza nel nell'ambito
dell'equilibrio istituzionale della monarchia: la regola non è quella che abbiamo visto, ma il caso
inglese riassume tutti i vari passaggi e i vari elementi salienti che sono presenti nello
svolgimento di un'assemblea corporativa modello.
Come veniva concettualizzato dai contemporanei l’equilibrio tra ceti e monarca della
prima età moderna. Su questo equilibrio tutta l'impalcatura costituzionale dello Stato
premoderno. Questo stato si caratterizza per la compresenza, al vertice del suo ordinamento di
questi due soggetti monarca è assemblea parlamentare.
il primo si presentava come una sorta di giudice supremo che per attribuire un'indiscussa
cogenza ai propri atti generali e soprattutto per renderli Indiscutibilmente opponibili a tutti i
propri sudditi li doveva annunciare al cospetto dei vari ceti del regno convocati congiuntamente
farli da loro approvare.
Per parte loro i ceti riuniti in una grande assemblea generale accanto al sovrano intervenivano
non ad esercitare un qualche potere sovrano loro stessi (che non gli spettava) ma ad attestare
anche per conto del Popolo assente che le richieste del sovrano erano davvero legittime e che
dunque le nuove obbligazioni nascenti da tutti quegli atti erano pienamente vincolanti per ogni
membro della comunità statuale.
Quindi ogni nuova obbligazione politica a carattere generale non poteva nascere altro che dalla
mutua collaborazione di questi due soggetti, nessuno dei quali preso singolarmente aveva
l'autorità sufficiente per generarla. il sovrano aveva bisogno di completarsi con i ceti che
dovevano assisterlo, partecipare con lui alla produzione della legge e i ceti da parte loro
avevano ancora meno autorevolezza e autosufficienza in quanto il titolare del potere supremo
era il principe, non loro come espressione della società organizzata.
Se la Formula organizzativa allora propria dello Stato moderno contemporaneo sarà quella della
divisione dei poteri, lo Stato medievale protomoderno si basava invece sul principio della
condivisione del potere, cioè sull'idea che un potere sempre sostanzialmente uguale a se
stesso - quello della della giurisdizione, in un senso molto lato consistente nel dire il diritto - al
suo livello apicale fosse esercitato congiuntamente dal re e dai ceti del territorio, entrambi
indispensabili.
Per quanto riguarda il discorso medievale dello Stato di carattere concettuale politologico
egiuridico-gostituzionale sullo stato territoriale esprimeva questo stesso concetto della
complementarità tra Re e ceti ricorrendo ad alcune figurazioni che ritornano continuamente Nei
testi politico giuridici dell’età basso medievale e moderna.
I due modelli, spesso incrociati e meticciati tra loro, sono da una parte la metafora organicista e
dall'altra la figura del governo misto.
il modello organicista è una raffigurazione dello Stato che si basava sull’assimilazione del regno
ad un organismo biologico, un grande uomo: il Re ne è la testa e i ceti ne costituiscono gli
organi (le membra: braccia, testa, gambe), un po’ come l’ “io comune” di Rousseau. Le origini
della metafora, tutt’altro che universale (mancava ad esempio nei Romani) stanno nella teologia
medievale: da San Paolo in poi la comunità della Chiesa (intesa come universale e fatta di laici,
fedeli ed ecclesiastici) era stata accomunata al corpo di Cristo (“corpus mysticum”), un corpo
immateriale che rappresentava concretamente l’esistenza del Cristo nella storia umana.
Nel corso del medioevo questa metafora esce dal terreno teologico per venire ad essere
applicata inizialmente alla Chiesa come istituzione-organizzazione, poi anche alle istituzioni
laiche consociative (per primi la riprendono i giuristi per spiegare il funzionamento delle città).
Dalla fine del 1200 diventa metafora anche per gli Stati Territoriali. Questa innovazione
concettuale è parte del passaggio da una concezione “societas” dello Stato ad una almeno
approssimativamente unitaria.
Il Regno inizia a presentari esso stesso come una universitas (in Inghilterra si parla di
“communitas regni”, non solo una collezione di comunità feudali e cittadine ma esso stesso una
grande comunità). Altri esempi dove il Regno viene rappresentato con un termine
concettualmente unitaria e sintetica: Il regno di Aragona era rappresentato nel suo complesso
dalle Cortz, sostantivizzato nel termine “Il Generale” come comunità generale del regno; oppure
l’espressione del King in Parliament, assemblea di parlamento + re, per indicare il massimo
organo dello Stato d’Inghilterra che rappresentava completamente.

Il governo misto trae invece origine dalla tradizione greco-romana di radice aristotelica delle
forme di governo (forme pure: monarchia, aristocrazia, democrazia; forme degenerate:
tirannide, oligarchia, oclocrazia/demagogia).
Nel II Secolo a.C. Polibio, uno storico greco fatto prigioniero durante le campagne di Scipione,
rielabora le tesi aristoteliche inserendole in un continuum storico-ciclico (anakiklosis) che
muoveva dalla monarchia e per una serie di degenerazioni e dissoluzioni positive percorre tutte
le forme fino alla demagogia, per poi ripartire dalla monarchia. La direzione è dalla forma
migliore a quella peggiore e il ciclo, per quanto inarrestabile, può essere ritardato creando un
regime misto: un composto di forme pure di governo che evitasse che i rispettivi protagonisti
costituzionali (uno, pochi e molti) perseguissero il proprio interesse a discapito degli altri. In altre
parole la compresenza dei vari attori dovrebbe spingere ognuno di essi ad impedire la
degenerazione degli altri. Due esempi storici di applicazione della teoria di Polibio furono il
governo di Sparta (da Licurgo) e la Repubblica Romana (consoli: uno, senato: pochi, comizi
popolari: molti).
Attraverso gli scritti di Cicerone e Livio la teoria viene ripresa nel medioevo, nell’umanesimo e
nel rinascimento a proposito di varie organizzazioni istituzionali (governi cittadini e della chiesa)
ma soprattutto a proposito degli Stati cetuali. Gli osservatori medievali trovarono la seguente
corrispondenza: l’uno = monarca, pochi = nobili/clero, molti = Comuni/Terzo stato, tutti
compiutamente rappresentati nel Parlamento presediuto dal Re.