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Convegni

Studi umanistici – Philosophica

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Human Nature

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Anima, mente e corpo

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dall’antichità alle neuroscienze

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a cura di

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Nunzio Allocca

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University Press
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Collana Convegni 40

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Studi umanistici
Serie Philosophica

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Human Nature

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Anima, mente e corpo

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dall’antichità alle neuroscienze

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a cura di
Nunzio Allocca
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2018
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Pubblicazione finanziata dal Dipartimento di Filosofia, Sapienza Università di Roma

rsu
e con fondi PRIN 2015 Perception, Performativity and Cognitive Sciences
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bil

Copyright © 2018
Sapienza Università Editrice
a

Piazzale Aldo Moro 5 – 00185 Roma


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www.editricesapienza.it
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editrice.sapienza@uniroma1.it
ISBN 978-88-9377-062-0
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In copertina: immagine di Nunzio Allocca (2017).


ati
Indice

v
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ale
Introduzione
Anima, mente e corpo: prospettive storiche
e sviluppi interdisciplinari
rsu 1
co
Nunzio Allocca
on

parte i – prospettive storiche


c
so

The psycho-physiology of the mind-body union


ru

in Plato’s Timaeus 15
pe

Francesco Fronterotta

Paracelsus e il corpo sottile dell’anima 35


lo
, so

Massimo Luigi Bianchi


e

Cervello e natura umana: note su Descartes e il dibattito medico


bil

sei-settecentesco sulla corporeità della mente 59


a

Nunzio Allocca
rci

Nature humaine et connaissance de l’homme chez


me

Thomas Hobbes 91
om

Éric Marquer
nc

Animismo e cripto-animismo in Georg Ernst Stahl


e Friedrich Hoffmann 111
no

Francesco Paolo de Ceglia


pia

The machine of the human body and the vital functions


Co

according to Haller 141


Adelino Cardoso
vi Human Nature

ati
The Brain and Beyond: Body and World.

v
On the epistemological status of the writings of Cabanis

ser
on the role of the “organe cérébral” 155

i
ti r
Marie Gaille

Materia, mente e linguaggio in Giacomo Leopardi 177

irit
Stefano Gensini

id
Darwin and the biological faculty of language 211

i
utt
Antonino Pennisi e Alessandra Falzone

-T
Philosophies of the mind at the origin of cerebral localization:
the Gall, Flourens, Jackson cases 243

ale
Guido Cimino

parte ii – human nature today


rsu
co

Luigi Luciani (1840-1919), the forerunner of contemporary


on

neuroscientific theories of consciousness 271


c

Giovanni Pietro Lombardo e Giorgia Morgese


so
ru

La natura umana nella svolta linguistica saussuriana:


risvolti fenomenologici e psicologici tra Bühler e Benveniste 297
pe

Marina De Palo
lo

Arbitrarietà e Embodiment: una lettura critica


, so

della Embodied Cognition 319


e

Filomena Diodato
bil

Experience and Human Nature. John Dewey, Aesthetics


a
rci

and the Mind-Body Problem 343


me

Dario Cecchi
om

Technology and its agency on the human body: Three paradigms 361
Pietro Montani
nc

Corpo, percezione e incremento sensibile nell’epoca dei dispositivi


no

locativi intelligenti. Appunti per una semioestetica del digitale 369


pia

Riccardo Finocchi
Co

Agency, Communion, Positivity and the Moral Challenge 389


Gian Vittorio Caprara
ati
Materia, mentee elinguaggio
Materia, mente linguaggio
in Giacomo Leopardi

v
in Giacomo Leopardi

i ser
Stefano Gensini

ti r
Sapienza
Stefano - Università
Gensini di Roma
- Sapienza Università di Roma

irit
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ale
rsu
co
Il cuore può bene immaginarsi di amare lo spirito, o di
sentir qualche cosa d’immateriale: ma assolutamente
on

s’inganna
c

G. Leopardi, Zibaldone, 13 sett. 1821


so
ru

1. Può la materia pensare?


pe

Nell’ultima zona dello Zibaldone, all’altezza del 18 settembre 1827, Leo-


lo

pardi torna per l’ennesima volta sul modo in cui debba esser descritto
, so

il processo umano del pensare, e forse ora con maggior chiarezza di


sempre si esprime in termini compiutamente materialistici:
e
bil

La materia pensante si considera come un paradosso. Si parte dalla per-


a
rci

suasione della sua impossibilità, e per questo molti grandi spiriti, come
Bayle, nella considerazione di questo problema, non hanno saputo de-
me

terminar la loro mente a quello che si chiama, e che p. lo innanzi era lor
om

sempre paruto, un'assurdità enorme. Diversam. andrebbe la cosa, se il fi-


losofo considerasse come un paradosso, che la materia non pensi; se par-
nc

tisse dal principio, che il negare alla materia la facoltà di pensare, è una
sottigliezza della filosofia. Or così appunto dovrebbe esser disposto l'ani-
no

mo degli uomini verso questo problema. Che la materia pensi, è un fatto.


Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non sappiamo, non conosciamo di
pia
Co
178
166 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia (Zib.

v
4288)1.

iser
Negli anni in cui Leopardi scrive, la quasi totalità della filosofia

ti r
italiana del tempo (e non solo quella improntata a schietti fini apolo-

irit
getici) continuava a fare delle facoltà conoscitive dell’uomo, identifi-
cate coi termini tradizionali di anima e spirito, il nocciolo di una sostanza

id
spirituale irriducibile, che per un verso segnava il confine verso il

i
mondo dei bruti, per un altro sottraeva l’umano alla dimensione della

utt
necessità e lo consegnava a quella della libertà. Per suo conto, il ventino-

-T
venne Leopardi si azzarda a rovesciare affatto l’impostazione del pro-
blema: facendo leva ancora una volta sull’esperienza, ancoraggio per-

ale
manente, fin dalla nascita, di ogni nostro conoscere, occorre ammettere
rsu
che il carattere attivo, intellettualmente attivo, della materia si impone
come un fatto. Perché «le modificazioni del pensiero dipendono total-
co
mente dalle sensazioni, dallo stato del nostro fisico»2, e «l'animo nostro
on

corrisponde in tutto alle varietà ed alle variazioni del nostro corpo»:


c
so

Un fatto, perchè noi sentiamo corporalm. il pensiero: ciascun di noi sente


ru

che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pen-
sa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente di
pe

vedere co' suoi occhi, di toccare colle sue mani (Zib. 4288).
lo

L’identificazione delle funzioni conoscitive col cervello non era un


, so

caso. Se lo studio della morfologia del cervello aveva assunto un posto


e

centrale nella medicina sin dal Cerebri Anatome di Thomas Willis (1663), e
bil

se la neurofisiologia aveva conosciuto di recente sorprendenti progressi,


a

grazie ai tedeschi Albrecht von Haller, Samuel Thomas von Sömmering,


rci
me

1 Le citazioni dallo Zibaldone (fatte qui col semplice rimando alla pagina del mano-
scritto) sono prese dall’edizione a cura di Giuseppe Pacella. Avverto che per ragio-
om

ni di spazio limiterò al massimo i riferimenti bibliografici richiamando solo le ope-


re e gli autori effettivamente utilizzati.
nc

2 Accenno solo a un punto che meriterebbe d’essere trattato più ampiamente. Leopardi è
no

molto attento alle modificazioni indotte nella sfera psicologica dai fattori esterni:
siano essi le condizioni climatiche, gli odori, i suoni, siano anche il tabacco o il vino
pia

che possono dilatare o distorcere il nostro modo di percepire le cose. Non si tratta
di un tema marginale, ma al contrario di un punto teoricamente forte per l’analisi
dei rapporti fra sfera psichica e sfera morale, nella direzione inaugurata da
Co

Montesquieu e sviluppata in termini filosofico-medici da Cabanis. Si veda ad


esempio l’interessantissimo pensiero del 19 agosto 1823.
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 179
167

ati
al nostro Galvani e ad altri studiosi, solo all’inizio dell’Ottocento, nei

v
Rapports du physique et du moral de l’homme (1802) di Pierre Cabanis, me-

ser
dico e filosofo, il cervello e il sistema nervoso umano erano stati rico-

i
ti r
nosciuti come la base fisica della «vita morale», senza fare più alcun
appello3 a una presunta sostanza spirituale da essa distinta. Benché a

irit
oggi non sia chiaro se e quanto Leopardi abbia avuto accesso all’opera

id
cabanisiana, resta che già nell’aprile del 1821 (Zib. 946) lo menzionava
tra i «pensatori… moderni più grandi» e in seguito, il 30 agosto 1822,

i
utt
lo inseriva – assieme a Bacon, Newton, Locke e Rousseau (oltre ai nostri
Galilei e Filangieri), nel ristretto numero degli autori «delle grandi e

-T
vere e sode scoperte sulla natura e la teoria dell'uomo, de' governi ec.

ale
ec. la fisica generale ec.» (Zib. 2616).
Qualche indicazione in proposito, in effetti, Giacomo aveva avuto
rsu
agli inizi della sua prodigiosa carriera di poeta e pensatore, quando
aveva avuto fra le mani il volumetto di Mariano Gigli, Analisi delle
co

idee ad uso della gioventù (1808), un’opericciola divulgativa, e in effetti


on

molto moderata, cui aveva ritenuto di rivolgere ferventi critiche a tu-


c

tela del libero arbitrio nel Dialogo filosofico sopra un moderno libro intito-
so

lato ‘Analisi delle idee ad uso della gioventù’ del 1812. Vi erano lì somma-
ru

rie notizie sulla struttura del cervello («la parte più nobile del corpo»,
pe

p. 4) e sul sistema nervoso che presiede al funzionamento dei sensi; re-


stava ben salda, però, la nozione di anima, o sensorio comune, intesa
lo

come «una sostanza sensibile e intelligente» (p. 10) sovraimposta alla


, so

base materiale e collocata da qualche parte nel cervello, impermeabile


a una ispezione scientifica. Siamo in una fase, come si sa, di intensa
e
bil

attività intellettuale e di studio, che porta Leopardi a cimentarsi con


diversi temi classici del dibattito teologico-filosofico (oltre che scienti-
a
rci

fico), da lui affrontati con gli strumenti d’informazione propostigli


dalla biblioteca paterna: gli scritti dell’abate Sauri, il Dictionnaire de
me

physique del Paulian, i libri di Tommaso Vincenzo Moniglia, e, impor-


om

tante fra tutti, Dei fondamenti della religione e dei fonti dell’empietà di An-
tonino Valsecchi (1767). Testi apologetici, e il più delle volte di scarso
nc

valore, tramite i quali, tuttavia, come fu osservato molti anni fa da


no

Sebastiano Timpanaro (Timpanaro 1969, pp. 184-185), il ragazzo Gia-


como entrava per la prima volta in contatto con pensatori e teorie
pia
Co

3 Per la collocazione storico-teorica di Cabanis mi rifaccio alla documentazione e alle in-


terpretazioni di Moravia (1973; 1974).
180
168 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
(primo fra tutti Locke, ma accanto a lui Hobbes, Condillac, Helvétius

v
e molti altri) che avrebbero a lungo fermentato nella sua mente, sino

ser
a sortire effetti eversivi delle certezze spiritualiste.

i
ti r
Due casi particolarmente interessanti sono la discussione sull’anima
delle bestie, sviluppatasi in margine al Discours de la méthode al croce-

irit
via fra istanze metafisiche e analisi empirica del comportamento anima-

id
le, una discussione che già a fine Seicento, nella rassegna fattane da
Bayle nella voce Rorarius del Dictionnaire historique-critique aveva rag-

i
utt
giunto dimensione impressionanti, e che le voci dell’Encyclopédie a-
vevano confermato attualissima a metà del XVIII secolo e oltre 4; e in

-T
secondo luogo la querelle sulla materia pensante, lanciata da Locke nel

ale
IV libro dell’Essay on Human Understanding e subito uscita dall’ambito
anglosassone per divenire uno dei nodi di maggior peso filosofico e
rsu
teologico, fra le opposte istanze rappresentate dagli sviluppi delle
scienze biomediche e la necessità dei religiosi di ribadire il carattere
co

spirituale, indiviso e immortale dell’anima umana. Come si sa, en-


on

trambi i temi avevano sollecitato il Leopardi che, sempre nel 1812,


c

aveva prodotto sia la nota Dissertazione sopra l’anima delle bestie, sia una
so

Dissertazione sopra le doti dell’anima umana. Lavori assolutamente di


ru

scuola, realizzati con un intarsio di citazioni tratte soprattutto dagli


pe

Elementi di metafisica dell’abate Sauri (letti in traduzione italiana) e dai


già ricordati Fondamenti di padre Valsecchi, nei quali tuttavia emergeva-
lo

no due elementi significativi: nella prima dissertazione, l’ammissione di


, so

una qualche forma inferiore di razionalità a vantaggio degli animali,


distanziandosi quindi il Leopardi con nettezza, e sia pure con molta
e
bil

prudenza, dalle teorie della bête machine5; nella seconda, accentuando


la discontinuità animale/uomo, la ripresa enfatica dei tratti di spirituali-
a
rci

tà e immortalità annessi tradizionalmente all’anima, su una linea di


pensiero che muove da San Tommaso, e conseguentemente la sottoli-
me

neatura della sua libertà, intesa come «forza, ch’ella ha di agire sul cor-
om
nc
no

4 Per maggiori ragguagli sul tema, oltre al prezioso repertorio di Marcialis (1982), sia
permesso rimandare a Gensini (2007; 2016), con la connessa bibliografia.
pia

5 Per l’atteggiamento di Leopardi sugli animali non umani vedi almeno gli utili lavo-
ri di Paolini (2000) e Paolella (2014). Ma la questione andrà ripresa tenendo presen-
Co

te il dibattito sia filosofico-teologico, sia naturalistico in cui le numerose note zi-


baldoniane vanno a inserirsi.
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 181
169

ati
po» (TL, p. 723) e come autodeterminazione, capacità di scelta incon-

v
dizionata dai sensi6.

ser
Fa qui la sua comparsa il tema della materia pensante, sollevato da

i
ti r
“fatalisti” di varia specie, da Epicuro a Collins, da Locke a Voltaire, teo-
ria respinta senza esitazioni da Leopardi col seguente argomento:

irit
id
L’uomo pensa, e però ammessa la materialità della sua anima dovrà attri-
buirsi il pensiero alla materia. Ma posto che la materia pensi, o penserà

i
ciascuna parte del corpo per se medesima, o il corpo tutto insieme. Im-

utt
possibile è però, che ciascuna parte della materia pensi da se medesima

-T
mentre se ciò avvenisse l’uomo dovrebbe pensar eziandio dopo la disso-
luzion del suo corpo, anzi pur pensar dovrebbono i tronchi, e le piante

ale
nelle quali sia passata la materia del corpo medesimo, il che sarebbe un
assurdo (TL, p. 723).
rsu
co
Come si è visto, si trattava tuttavia di un punto destinato a inte-
ressare Leopardi sino alla fase più matura della sua evoluzione intellet-
on

tuale, che lo avrebbe condotto a un completo rovesciamento di queste


c

posizioni, quando, inseriti i corpi degli esseri umani nel perpetuo ci-
so

clo di generazione, distruzione e rigenerazione della natura, non sa-


ru

rebbe rimasto più spazio alcuno per un “pensiero” scisso dalla sua ne-
pe

cessaria base fisica. Può essere utile, per intendere con qualche
precisione la posizione storica di questo, come di altri assunti leopardia-
lo

ni, ricostruire sommariamente il percorso da lui compiuto in proposito.


, so
e

2. Da Locke a Cabanis
abil

Come è ben noto, la discussione sulla possibilità di una materia


rci

pensante era stata rilanciata in epoca moderna da John Locke in un


me

impegnativo passaggio del IV libro del suo Essay (cap III, § 10), nel
contesto di una riflessione sui limiti della conoscenza umana 7. Re-
om

stando nei confini delle nostre possibilità conoscitive, la materia an-


nc

drebbe supposta priva di sensibilità e di pensiero, anzi va ritenuta


contradditoria ogni affermazione in contrario, ma dinanzi ai fenome-
no
pia

6 Le Dissertazioni filosofiche del giovanissimo Leopardi sono state edite criticamente


da Tatiana Crivelli nel 1995 e sono fedelmente riprodotte in TP (vedi bibliografia).
Co

7 Sul tema in Locke e sulla sua influenza nel pensiero inglese del Settecento cfr. Yolton
(1983).
182
170 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
ni del movimento e dell’influsso reciproco dei corpi, non abbiamo alcu-

v
na certezza circa la possibilità che il Signore, nella sua onnipotenza,

ser
non abbia dato alla materia la capacità di pensare, come al movimento

i
ti r
quella di trasmettersi secondo modalità a noi ignote. Ci troviamo evi-
dentemente in difficoltà nel concepire idee come quelle di una ‘so-

irit
stanza inestesa’ o di una ‘sostanza estesa pensante’, ma è assurdo – ar-

id
gomenta il filosofo – rifugiarsi nell’ipotesi più semplice, sebbene questa
sia altrettanto inconcepibile di quella meno ovvia e più ardua da e-

i
utt
splorare:

-T
it being impossible for us, by the contemplation of our own ideas, without
revelation, to discover whether Omnipotency has not given to some sys-

ale
tems of matter, fitly disposed, a power to perceive and think, or else

rsu
joined and fixed to matter, so disposed, a thinking immaterial substance:
it being, in respect of our notions, not much more remote from our com-
co
prehension to conceive that God can, if he pleases, superadd to matter a
on

faculty of thinking, than that he should superadd to it another substance


with a faculty of thinking; since we know not wherein thinking consists,
c

nor to what sort of substances the Almighty has been pleased to give that
so

power, which cannot be in any created being, but merely by the good
ru

pleasure and bounty of the Creator (Locke 1841, IV, iii, p. 6).
pe

L’esistenza di una materia pensante non doveva dunque essere


lo

scartata in via di principio. Locke avvertiva la rischiosità delle sue af-


, so

fermazioni e subito spiegava che con esse non intendeva porre in


dubbio l’immortalità dell’anima, ma la cautela non valse a proteggere
e

l’Essay da fiere riserve di tipo sia filosofico che teologico, destinate a


bil

protrarsi per oltre un secolo. Sulla strada aperta dal connazionale Stil-
a
rci

lingfleet, l’ipotesi della materia pensante doveva apparire un ingre-


diente esplosivo, favorevole al rilancio di una prospettiva integral-
me

mente materialista, suggerita dalle punte più acuminate del


om

libertinismo e poi dell’illuminismo francese, quali La Mettrie o Hel-


vétius, nei quali l’eredità di Epicuro e Lucrezio sembrava ritrovare una
nc

eccezionale capacità di penetrazione.


no

Lo stesso Bayle, peraltro assai cauto nel prendere posizione sul me-
todo della riserva lockiana, e inteso a salvaguardare il filosofo inglese
pia

da imputazioni di ateismo, aveva chiarito che


Co
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 183
171

ati
[p]rétendre que puisque l'âme de l'homme pense, elle est immatérielle,

v
c'est à mon avis bien raisonner, et c'est d'ailleurs établir un fondement

ser
très-solide de l'immortalité de notre âme, dogme qui doit être considéré

i
comme l'un des plus importans articles de la bonne philosophie (Bayle

ti r
1820, V, p. 515).

irit
Sul fronte apologetico il contrattacco era stato assai duro. Ne è do-

id
cumento efficace, fra l’altro, l’Anti-Lucretius, sive de Deo et natura del
cardinale di Polignac, assai più noto nella versione francese di Bou-

i
utt
gainville (1749) che nell’originale latino, e ben presto tradotto anche in

-T
italiano e in inglese: un’opera che si sbarazzava del tanto discusso
problema del rapporto fra l’anima e il corpo (sul campo vi erano – si

ale
ricorderà – anche la tesi occasionalista e quella dell’armonia prestabi-
lita) ribadendo senz’altro le tesi tradizionali:
rsu
co
L’esprit en est donc le véritable auteur: seul il a droit de l’imprimer à la
on

matiere, par elle-même incapable de se mouvoir; et quand il l’imprime, ce


n’est pas comme un agent passif qui communique ce qu’il a reçû, mais
c

comme principe (Polignac 1749, II, p. 14) […] J’ai démontré que çe qui
so

pense est incorporel; qu’un principe de cette nature peut seul produire le
ru

mouvement, peut seul l’imprimer à la matiere, par elle-même oisive et


sans action. (Polignac 1749, II, p. 296).
pe
lo

Posizioni analoghe vengono sostenute anche in Italia, dove meno


, so

forte che altrove era l’impulso dell’empirismo lockiano e del sensi-


smo condillachiano, e dove era invece particolarmente robusta l’azione
e

di contenimento svolta dalla manualistica redatta da uomini di Chie-


bil

sa. Il già ricordato volume di padre Valsecchi, professore di Teologia


a

nell’Università di Padova, fa ampio spazio al dibattito in questione,


rci

offrendo ai giovani lettori (e fra questi al giovanissimo Giacomo) una


me

linea di difesa contro i «materialisti» («così si appellano costoro – egli


om

spiega –, che negano gli spiriti», Valsecchi 1767, p. 89) fondata sul
dogma della spiritualità dell’anima e della sua esclusiva connessione
nc

al Divino, donde l’uomo ripete il senso del proprio Io, la coscienza, la


volizione, la capacità di astrazione. Assieme a Locke, che pericolosamen-
no

te inclina al materialismo, viene respinto Voltaire, che nella tredicesi-


pia

ma delle sue famose Lettres philosophiques lo aveva difeso dalle accuse di


empietà e aveva sostenuto analoghe posizioni possibiliste in tema di
Co

materia pensante; al «grand’Eroe de’ Materialisti Lucrezio» (Valsecchi


184
172 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
1767, p. 95) viene ovviamente contrapposto il cardinale di Polignac,

v
mentre viene tacciato di «mostruoso» il «sistema dell’Elvezio» (Val-

ser
secchi 1767, pp. 109-110), reo di avere nel suo trattato De l’esprit ridot-

i
ti r
to ai sensi l’intera attività conoscitiva umana e di aver sostenuto che
la maggior differenza fra umani e bruti è svolta dall’organizzazione

irit
fisica, e in particolare dalla stupenda flessibilità delle mani, anziché da

id
un principio interiore. La connessione fra la natura dell’anima umana
e l’altra celebre querelle del tempo, sull’anima dei bruti, va tenuta pre-

i
utt
sente, perché essa innerva, anche quando non venga esplicitata, un
po’ tutte le posizioni in gioco.

-T
Proprio Voltaire aveva colto il punto con grande chiarezza, facen-

ale
done un argomento per rivolgere contro i Teologi le obiezioni ch’essi
avevano sollevato a Locke. Volete negare a Dio, in linea di principio, la
rsu
possibilità di aver impresso nella materia una qualche capacità cono-
scitiva? State attenti a non cadere nella trappola di dover allora am-
co

mettere che i bruti sono dotati anch’essi di un’anima immateriale:


c on

Voïez, je vous prie, à quel embaras vous êtes réduit, vous qui bornez ainsi
so

la puissance du Créateur! Les bêtes ont le mêmes organes que nous, les
ru

mêmes sentimens, les mêmes perceptions; elles ont de la mémoire, elles


combinent quelques idées. Si Dieu n’a pas pû animer la matiere & lui
pe

donner le sentiment, il faut deux choses l’une, ou que les bêtes soient de
pures machines [principio che lo scolasticismo rifiutava], ou qu’elles aient
lo

une ame spirituelle (Voltaire 1915, p. 173).


, so

Non a caso, l’autorevolissimo manipolo di pensatori che, movendo


e
bil

dalle premesse di Locke, elabora dalla metà del secolo un approccio


a

radicalmente empiristico alla conoscenza e, in questo ambito, istitui-


rci

sce uno stretto rapporto fra l’anima e il corpo (Condillac con l’Essai
me

sur les origines des connoissances humaines, 1746, e il Traité des sensations,
1754; La Mettrie con l’Homme machine, 1747; Helvétius col trattato De
om

l’esprit, 1758), dà ampio spazio allo studio e al problema filosofico dell’


“animale”, valorizzandone le capacità conoscitive e comunicative come
nc

non si era più fatto dai tempi di Fabrici d’Acquapendente8, sottolineando


no
pia

8 Autore, si ricorderà, di un fondamentale De loquela brutorum (1603) nel quale per la


prima volta lo studio del linguaggio di animali diversi dall’uomo veniva condotto
in rigorosi termini osservazionali. La grande fortuna delle tesi cartesiane ha a lun-
Co

go oscurato il precedente di Fabrici, che batteva una strada completamente diver-


sa.
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 185
173

ati
momenti «transizione» fra l’una e l’altra specie che sembrano preludere

v
all’evoluzionismo, e talora ipotizzando un loro processo di civilizzazio-

ser
ne. Celebre fra tutti, a questo proposito, il passo dell’Homme machine in

i
ti r
cui La Mettrie fantastica d’applicare alle scimmie il metodo oralista
del famoso medico olandese Conrad Amman, insegnando loro a par-

irit
lare una lingua (La Mettrie 1978, p. 191).

id
In breve, fra l’affermarsi di un modello gnoseologico sensista, gli
apporti degli studi sul sistema nervoso e i suoi rapporti coi processi

i
utt
percettivi, il progressivo riavvicinamento della specie umana alle
specie animali, fino a configurare una vera e propria parentela, si as-

-T
siste a quella sorta di rivincita della corporeità che rappresenta un vero e

ale
proprio cambio di paradigma rispetto per un verso allo scolasticismo,
per un altro al cartesianismo, e apre la strada a una riconsiderazione
rsu
in termini non più metafisici, ma scientifici, dello stesso tema della
materia pensante. Tuttavia, come osserva Sergio Moravia in studi che
co

abbiamo già ricordato, il percorso, in ambito filosofico, fu tutt’altro


on

che lineare, almeno sino alla fine del secolo. In Condillac, iniziatore
c

riconosciuto del filone sensista, e quindi punto di riferimento obbligato


so

per una rivalutazione della funzione cognitiva del corpo, è comunque


ru

l’âme a porsi come luogo di unificazione dell’attività sensoriale e princi-


pe

pio attivo della conoscenza. Persino nell’opera chiave di La Mettrie,


intesa a tal punto a rovesciare il modello cartesiano da rivendicare la
lo

dimensione meccanica della più nobile delle creature, studiando i di-


, so

spositivi mediante i quali il corpo si rapporta all’anima, questa resta


tuttavia un principio irriducibile alla macchina; non è più un apriori,
e
bil

di cui postulare l’immaterialità, ma un qualcosa di cui, ex post, discerne-


re i tratti e il funzionamento «attraverso gli organi del corpo» (La
a
rci

Mettrie 1978, p. 179). E qualcosa di simile è stato osservato anche nel


più maturo di questi tentativi di riconversione della corporeità, quale fu
me

il capolavoro dell’Helvétius.
om

Si spiega dunque che Cabanis, nel momento in cui riconosceva il


suo debito grande nei confronti di questa stagione di lavoro filosofi-
nc

co, desiderasse segnare uno stacco rispetto a essa. Si trattava ormai di


no

far convergere appieno i progressi della scienza medica con la rifles-


sione filosofica, superando i residui di dualismo presenti nella tradi-
pia

zione dei Lumi e approdando a un modello monistico della conoscenza:


un obiettivo perseguito anche da Diderot nelle sue ultime opere e sot-
Co

teso, pur con distinguo sui quali non possiamo in questa sede soffer-
186
174 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
marci, a un po’ tutta la science de l’homme degli “ideologi”. E’questo

v
appunto il programma dei Rapports, nei quali, credo per la prima vol-

ser
ta con tanta coerenza, il corpo – il cervello e il sistema neurofisiologi-

i
ti r
co umano – prende il posto dell’esprit nelle teorie della conoscenza. Con
ci ò l a di me n si o ne t r a di zi o n al me nte de fi ni t a “ s pi ri tu al e”

irit
del l ’es sere umano non veniva affatto ripudiata, bensì ricondotta

id
all’interazione del bios umano con le “circostanze” esterne, ambientali
e storiche, con le sofisticate “abitudini” inerenti alla vita sociale e ai

i
utt
processi educativi.

-T
3. La materia della mente

ale
Riletto in questa chiave, il riferimento insistito di Leopardi a Ca-
rsu
banis e agli “ideologi”, negli anni più creativi dal punto di vista filo-
co
sofico, assume un significato meno generico di quanto possa a prima
vista sembrare. L’assorbimento della loro lezione, aiutato dalla cono-
on

scenza degli Elementi d’ideologia del Tracy, editi dallo Stella fra il 1817 e
c

il 1819 e dai riferimenti giuntigli attraverso riviste e pubblicazioni scien-


so

tifiche del tempo, sui quali andrebbe condotta un’indagine apposita,


ru

convergevano nel dare centralità al problema gnoseologico. Ché tale è


pe

in fondo, a me pare, il nocciolo della querelle sulla modernità, colpe-


vole secondo il poeta d’avere alterato l’equilibrio naturale delle forme
lo

di conoscenza e del rapporto mente-corpo-mondo. Come funzioni il


, so

dispositivo umano del pensare/sentire diviene, né può più di tanto


sorprenderci, il punto in cui si unificano le molteplici letture e medi-
e
bil

tazioni del Leopardi. Nel bagaglio del ventitreenne che, nell’anno 1821,
consegna alla scrittura non solo importanti opere letterarie, ma centinaia
a
rci

e centinaia di riflessioni a tutto campo sulla natura dell’uomo, la società


me

del tempo, i suoi linguaggi e i suoi codici comportamentali, si sono


consolidati alcuni concetti di fondo, legati alla continua elaborazione
om

di pochi testi davvero essenziali9: Locke letto e riletto nella versione


nc
no

9 Per la formazione del Leopardi come teorico del linguaggio rimando a Gensini
(2012). Sulla formazione intellettuale di Giacomo è stato scritto moltissimo, fino
pia

almeno dagli anni Quaranta del ‘900. Fra le cose più recenti, ho trovato elementi
utili al mio discorso soprattutto in alcuni dei lavori raccolti in Stabile (a cura di)
(2001), nel terzo capitolo di Martinelli (2003), nella lunga ricerca su Leopardi e la
Co

chimica prodotta da Polizzi (2008), in Allocca (2009), nei vari contributi a cura di
Cacciapuoti (2012).
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 187
175

ati
italiana, ampiamente annotata da Francesco Soave, dell’Abregé del Co-

v
ste; il Montesquieu del frammento sul gusto, vettore sia di un fortis-

ser
simo principio di relatività culturale, sia di una teoria dei rapporti fra

i
ti r
clima e indole umana di chiaro indirizzo naturalistico; il nesso fra il
sensismo condillachiano (conosciuto, credo, soprattutto in forma indi-

irit
retta, mediante Beccaria) e la dimensione dell’assuefazione, quanto è a

id
dire di una forza dell’abitudine che diviene per gli umani una vera e
propria “seconda natura”, un punto sul quale convergevano tutti gli

i
utt
autori appena ricordati, unitamente a Rousseau, il cui Discours sur
l’origine de l’inegalité è certamente una fonte privilegiata di Giacomo,

-T
anche prima che abbia inizio la scrittura zibaldoniana. Sono questi, a

ale
me sembra, unitamente alla fondamentale lezione di Newton, assor-
bita, è il caso di dire, fin dall’infanzia, gli architravi della forma mentale
rsu
con cui Leopardi si accosta allo studio della conoscenza. Nel ricostrui-
re il quale occorre non farsi ingabbiare dalla tante volte sottolineata
co

antitesi natura-ragione: intanto perché essa non implicava affatto (come


on

ormai dovrebbe essere noto) una svalutazione della ragione in sé e per


c

sé, come facoltà cognitiva dataci dalla natura 10; e poi perché gli inter-
so

rogativi che Leopardi si pone intorno alla sostanza del pensare risen-
ru

tono fino a un certo punto di quella impalcatura dicotomica, e si presen-


pe

tano almeno tendenzialmente come continui nelle due grandi fasi


(separate grosso modo dal periodo 1823-24, con l’avvento del cosiddetto
lo

pessimismo ‘cosmico’) in cui si suole ripartire il suo pensiero.


, so

L’inizio del percorso va situato all’aprile del 1820, in una riflessio-


ne su quella dimensione del nulla che Giacomo aveva dolorosamente
e
bil

esp eri to d a t e mpo e c o m me nt a to n el l a zo n a no n d at a t a


del l o Zi ba ld o ne:
a
rci

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo
me

anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quie-


om

ta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è


vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e
nc

s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale, e in un’indolenza terribile


che mi farà incapace anche di dolermi (Zib. 72);
no
pia

10 Cfr già Zib. 375, 3 dicembre 1820. Anche in tutta la prima parte dello Zibaldone, do-
ve l’antinomia natura-ragione raggiunge il suo climax, Leopardi caratterizza come
Co

negativa non la ragione, ma la pura ragione, operante come assolutizzata e alienata


dalla sua base naturale.
188
176 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io

v
mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, soli-

ser
do nulla (Zib. 85).

i
ti r
Avvertire la solidità, la fisicità del nulla, che sembra soffocare

irit
l’essere umano, mette dinanzi al paradosso di un che di assolutamen-
te esterno ai sensi che si presenta però come concretamente dato, tale

id
da avviluppare tutte le facoltà conoscitive. Quel nulla è l’essenza di-

i
svelata di una quotidianità ammobiliata di oggetti e fatti, sotto la quale

utt
si cela l’assoluta mancanza di senso; è una sorta di ossimoro imposto

-T
alla normale ricezione degli stimoli sensoriali e alla loro elaborazione
da parte dell’anima. E’esattamente questo apparente controsenso che

ale
dà lo spunto per il problema che qui c’interessa:
rsu
Come potrà essere che la materia senta e si dolga e si disperi della sua
co
propria nullità? E questo certo e profondo sentimento (massime nelle a-
on

nime grandi) della vanità e insufficienza di tutte le cose che si misurano


coi sensi, sentimento non di solo raziocinio, ma vero e per modo di dire
c

sensibilissimo sentimento e dolorosissimo, come non dovrà [107] essere


so

una prova materiale, che quella sostanza che lo concepisce e lo sperimen-


ru

ta, è di un'altra natura? Perchè il sentire la nullità di tutte le cose sensibili e


materiali suppone essenzialmente una facoltà di sentire e comprendere
pe

oggetti di natura diversa e contraria, ora questa facoltà come potrà essere
lo

nella materia? E si noti ch'io qui non parlo di cosa che si concepisca colla
, so

ragione, perchè infatti la ragione è la facoltà più materiale che sussista in noi, e
le sue operazioni materialiss. e matematiche si potrebbero attribuire in
e

qualche modo anche alla materia, ma parlo di un sentimento ingenito e


bil

proprio dell'animo nostro che ci fa sentire la nullità delle cose indipen-


dentemente dalla ragione, e perciò presumo che questa prova faccia più
a
rci

forza, manifestando in parte la natura di esso animo. La natura non è mate-


riale come la ragione.
me
om

Nel quadro dell’opposizione fra natura e ragione che Leopardi


aveva istituito in termini radicali agli esordi della sua riflessione in
nc

proposito (1818-19), la natura abbraccia tutta intera la dimensione


no

spirituale dell’essere umano, ed è dunque grazie a essa che possiamo


percepire il nulla, quel nulla, si badi che è stata la ragione, la parte
pia

più “materiale” del nostro sistema conoscitivo, a intuire, smontando


il castello delle illusioni. La contraddizione era però risolta solo ver-
Co

balmente, e Leopardi non poteva non accorgersene. Passano infatti po-


Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 189
177

ati
chi mesi, siamo al luglio del 1820, e il tema ritorna nel pieno della

v
lunga riflessione con cui Leopardi formula per la prima volta la sua

ser
teoria del piacere. L’intensa meditazione su Montesquieu e sul Tratta-

i
ti r
to dello stile del Beccaria (1770), una buona sintesi dei princìpi del sen-
sismo condillachiano, lo ha portato a trarre conseguenze filosofiche in

irit
certo modo eversive:

id
[165] Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i

i
utt
piaceri a riempierci l'animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non
comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più mate-

-T
riale che spirituale. L'anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera
sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al

ale
piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt'uno col piacere.
Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch'è ingenita o con-
rsu
genita coll'esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere
co
che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha li-
miti 1. nè per durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere nes-
on

sun piacere che uguagli 1. nè la sua durata, perchè nessun piacere è eter-
c

no, 2. nè la sua estensione, perchè nessun piacere è immenso, ma la


so

natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini,
ru

e sia circoscritto. Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata,
perchè, come ho detto non finisce se non coll'esistenza, e quindi l'uomo
pe

non esisterebbe se non provasse questo desiderio. Non ha limiti


per estensione perch'è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più
lo

piaceri, ma come desiderio del piacere. Ora una tal natura porta con se
, so

materialmente l'infinità, perchè ogni piacere è circoscritto, ma non il pia-


cere la cui estensione è indeterminata, e l'anima amando sostanzialmen-
e

te il piacere, abbraccia tutta l'estensione immaginabile di questo sentimen-


bil

to, senza poterla neppur concepire, perchè non si può formare idea chiara
a

di una cosa ch'ella desidera illimitata.


rci
me

Sono passaggi notissimi ai leopardisti, di cui vanno tuttavia sotto-


lineate, se così possiamo dire, le implicazioni gnoseologiche e esi-
om

stenziali. Alla sostanza materiale, edonistica della vita corrisponde sul


nc

piano conoscitivo l’immaginazione, che, spiega Leopardi, la natura ha


posto in noi «indipendentemente» dalla nostra infinita inclinazione al
no

piacere, destinata per interna dialettica a non soddisfarsi mai, a non


pia

esaurirsi mai.
L’immaginazione, che nella teoria settecentesca della conoscenza
Co

designa da una parte la rievocazione del dato sensibile (immaginazione


190
178 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
‘riproduttiva’), dall’altro la sua dilatazione e elaborazione mediante

v
combinazioni spesso imprevedibili (immaginazione ‘produttiva’), è

ser
dunque il punto preciso in cui materia e anima si congiungono, attra-

i
ti r
verso un meccanismo che per ora Leopardi vede come segno della bene-
fica previdenza della Natura, ma in seguito inevitabilmente si rivelerà

irit
come la dimensione stessa dell’aporia posta in noi dalla Natura, in

id
quanto viventi e animali.
La teoria del piacere, insomma, conteneva fin dal principio la ra-

i
utt
dice della svolta materialista del Leopardi: ancora lontana in questa
fase, tant’è vero che a più riprese, fra il 1820 e il 1821, egli si sforza di

-T
ribadire che il suo “sistema” non contraddice il Cristianesimo, anzi è

ale
con esso compatibile e in un certo senso lo conferma, in quanto pro-
pone uno scenario antropologico naturale per quella “caduta” del
rsu
genere umano di cui parla la Bibbia. Notevole è anche, sul piano stret-
tamente linguistico, il ricorso quantitativamente significativo ai termini
co

anima e spirito, che rivaleggiano col ben più neutro mente, destinato a
on

imporsi come quello vincente nei contesti di maggiore impegno teo-


c

rico. Così, già nel febbraio del 1821, avendo in testa, credo, il noto as-
so

sunto lockiano sull’estensione possibile della conoscenza, il punto di


ru

vista di Zib. 107 è pressoché rovesciato:


pe

La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire


lo

alcuna cosa oltre i limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualun-
, so

que possibile sforzo, immaginarci una [602] maniera di essere, una cosa
diversa dal nulla. Diciamo che l'anima nostra è spirito. La lingua pronun-
e

zia il nome di questa sostanza, ma la mente non ne concepisce altra idea,


bil

se non questa, ch'ella ignora che cosa e quale e come sia. Immagineremo
a

un vento, un etere, un soffio […] immagineremo una fiamma; assottiglie-


rci

remo l'idea della materia quanto potremo, per formarci un'immagine e


me

una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola:


alla sostanza medesima non arriva nè l'immaginazione, nè la concezione
om

dei viventi, di quella medesima sostanza, che noi diciamo immateriale,


giacchè finalmente è l'anima appunto e lo spirito che non può concepir se
nc

stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su tutto quello che


è, o si suppone fuor della materia, con che [603] fronte, o con qual meno-
no

mo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l'anima nostra è perfetta-


mente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l'ha detto?
pia

Noi vogliamo l'anima immateriale, perchè la materia non ci par capace di


Co

quegli effetti che notiamo e vediamo operati dall'anima. Sia. Ma qui fini-
sce ogni nostro raziocinio; qui si spengono tutti i lumi.
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 191
179

v ati
Non vi è ancora una negazione esplicita (né poteva, a questa data,

ser
esserci) del concetto di ‘spirito’ con tutte le sue ovvie implicazioni te-

i
ti r
ologiche, ma di certo esso è respinto al di fuori del nostro raggio co-
noscitivo. La mente umana – qualsiasi cosa si possa intendere con que-

irit
sto termine, ancor oggi filosoficamente controverso – ha accesso alla

id
sola dimensione materiale, e l’esperienza, qualsiasi esperienza si dà
come sensibile, come sottoposta al vaglio della verifica fisica; perfino i

i
utt
nomi che diamo alla più aerea delle idee, quella di spirito appunto, si
appigliano per metafora (lo avevano già osservato gli antichi, e lo ave-

-T
vano ricordato Clauberg e Locke) al vento (gr. pneuma o lat. spiritus) o

ale
alla fiamma per darle una consistenza afferrabile. Verso la fine del
passo, Leopardi tocca anche, senza esitazione, punti nevralgici dal
rsu
punto di vista dottrinario, quali l’immaterialità dell’anima (un tema
che ricordiamo centrale nei “sensati autori” della sua gioventù, quali
co

un Valsecchi o un Moniglia), le sue dogmaticamente assunte semplicità


on

e indivisibilità (che dovrebbero impedirle di diffondersi per il corpo),


c

infine la sua immortalità (un tema che sconfinava, come il lettore ri-
so

corderà, nella ulteriore discussione sui bruti). E lo fa in una direzione


ru

che chiaramente prelude alla risoluzione finale dello spirituale nel


pe

materiale, o meglio all’accettazione della materialità di ogni esperienza


conoscitiva.
lo

In questa sorta di corpo a corpo che, nei mesi centrali del 1821,
, so

Leopardi conduce contro caposaldi della sua stessa formazione, il


punto di provvisorio approdo consiste nell’inconoscibilità dello spiri-
e
bil

to, e quindi nella sua esclusione dall’ambito della discussione razio-


nale. Addirittura sferzante è la critica rivolta allo spiritualismo cor-
a
rci

rente, dedito a fantasie prive di qualsiasi base logica:


me

Ma lo spirito [sostengono gli spiritualisti] è più perfetto della materia - 1.


om

Che cosa è lo spirito? Come sapete ch'esiste, non sapendo che cosa sia?
non potendo concepire al di là della materia una menoma forma di esse-
nc

re? 2. Perché è più perfetto della materia? – Perché non si può distruggere,
e perché non ha parti ec. - Il non aver parti chi vi ha detto che sia maggior
no

perfezione dell'averne? Chi vi ha detto che lo spirito non ha parti? che a-


vendone o no, non si possa distruggere ec. ec.? Come potete affermare o
pia

negar nulla intorno alle qualità di ciò che neppur concepite, e quasi non
Co

sapete se sia possibile? Tutto è dunque un romanzo arbitrario della vostra


192
180 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
fantasia, che può figurarsi un essere come vuole (Zib. 1615, 2 settembre

v
1821).

iser
Lungi però dal voler rinunciare ai princìpi generali della fede, Leo-

ti r
pardi propone a questo punto una soluzione di tipo lockiano al dissi-

irit
dio teorico dinanzi al quale si trova. Come Locke aveva ipotizzato nel
IV libro dell’Essay una spiegazione di secondo livello al tema della

id
materia pensante, appannaggio di Dio soltanto e fuori dal raggio del-

i
la nostra conoscenza possibile, così egli adesso riconduce l’idea di

utt
uno spirito esistente ab aeterno e dotato di piena «aseità» alla sfera di

-T
quello che è in assoluto possibile: un Dio «racchiudente in se stesso
tutte le possibilità, ed esistente in tutti i modi possibili» (Zib. 1621)11, e

ale
che infine riduce a questione nominalistica l’opposizione materia/spirito
rsu
che appare irresolubile sul piano razionale. Il pensiero dell’8 novembre
chiarisce molto bene la questione:
co
on

[2073] Escludere affatto la materia dall'essenza di Dio, non è altro che to-
c

gliergli una maniera di essere, e quindi una perfezione dell'esistenza, vale


so

a dire togliergli un'esistenza completa, cioè in tutti i modi possibili, e cre-


derlo incapace di esistere materialmente, quasi ciò per se stesso fosse
ru

un'imperfezione; o che quegli che esiste materialmente, non potesse an-


pe

che esistere immaterialmente, e dovesse per necessità esser limitato.


lo

Aldilà di questa strategia metafisica per provisionem (per dirla con


, so

Leibniz), Leopardi procede con assoluta coerenza ad approfondire il


tema che gli sta a cuore. La comprensione della sostanza materiale
e
bil

della mente si impone a tutti i livelli, investendo una per una le com-
ponenti della facoltà conoscitiva: l’immaginazione, ovviamente, e prima
a
rci

di essa la memoria, e insieme l’intelletto, che opera sulle combinazio-


me

ni di dati che l’immaginazione offre e li discrimina con i propri di-


spositivi. In una prima fase la scoperta del fondamento fisico e edoni-
om

stico del conoscere era stato presentato, vorrei dire ironicamente, come
un “abbassamento” delle proprietà dello spirito (così in Zib. 179:
nc

«L'infinità della inclinazione dell'uomo al piacere è un'infinità mate-


no

riale, e non se ne può dedur nulla di grande o d'infinito in favore dell'anima


umana, più di quello che si possa in favore dei bruti nei quali è natu-
pia

rale ch'esista lo stesso amore e nello stesso grado», corsivo mio); a di-
Co

11 Sulla categoria di ‘possibilità’ in Leopardi è ora da vedere Di Meo (2009).


Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 193
181

ati
stanza di poco più di un anno il principio della materialità del cono-

v
scere si dispiega a tutto campo, presentandosi come una sorta di pro-

ser
gramma di lavoro in via di attuazione. Alludo alla celebre pagina del

i
ti r
9 settembre, di cui occorrerà fra breve riparlare in relazione al lin-
guaggio:

irit
id
Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà. L'intelletto non potrebbe
niente senza la favella, perché la parola è quasi il corpo dell'idea la

i
più astratta. Ella è infatti cosa materiale, e l'idea legata e immedesimata

utt
nella parola, è quasi materializzata. La nostra memoria, tutte le nostre fa-

-T
coltà mentali, non possono, non ritengono, non concepiscono esattamente
nulla, se non riducendo ogni cosa a materia, in qualunque modo, ed at-

ale
taccandosi sempre alla materia quanto è possibile; e legando l'ideale col
sensibile; e notandone i rapporti più o meno lontani, e servendosi di que-
sti [1658] alla meglio (9 settembre 1821). rsu
co

Le cosiddette ‘facoltà mentali’ – vero e proprio refrain della cultura


on

illuminista e tardoilluminista – sono per Leopardi, come si ricorderà,


c

disposizioni che la Natura ha collocato nel nostro bíos, e che si model-


so

lano attraverso l’esperienza, adottando modi di funzionare particolari,


ru

e anche reciprocamente gerarchizzandosi, in ragione della “civiltà”


pe

umana che accoglie l’individuo. Il risvolto interessante è che, proprio in


quanto mere disposizioni, non categorie prefissate, kantianamente im-
lo

manenti all’esperienza, tali facoltà possono funzionare solo grazie


, so

all’attrito coi dati sensibili, in quanto essi danno loro una sorta di sponda
per costruire idee, emozioni, sentimenti, deduzioni anche le più a-
e
bil

stratte. In questo senso, a me pare, Leopardi insisterà in più luoghi


sulla elasticità dei presunti confini tra una facoltà e l’altra: la memoria
a
rci

sembra spesso confondersi con l’immaginazione, e questa con


me

l’intelletto. «Immaginazione e intelletto è tutt’uno», arriverà a scrivere


il 20 novembre del 1821. E (come si esprime poco sopra, con toni
om

esplicitamente lamettriani) «la macchina umana in natura» è sempli-


cissima; siamo piuttosto noi a farcene un’immagine assottigliata e
nc

parcellizzata, spinti dalla infinita varietà degli effetti prodotti da «cir-


no

costanze, assuefazioni e accidenti» diversi.


Dobbiamo arrivare al settembre del 1823 per vedere chiudersi il
pia

circolo del ragionamento. Il problema tradizionale della materia pen-


sante si è ormai risolto in una visione sostanzialmente materialistica
Co

di ogni processo conoscitivo, umano o d’altro animale. Il famoso pas-


194
182 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
so del 3 settembre («I limiti della materia sono i limiti delle umane

v
idee») istituisce una relazione biunivoca fra conoscenza e materia,

ser
che tuttavia non ha più un pretto valore epistemologico, ma forse per

i
ti r
la prima volta in maniera così stringente mette in dubbio la possibili-
tà di concepire – nell’ambito delle forze psicologiche umane – alcun-

irit
ché che le trascenda:

id
Come l'uomo non può né collo intelletto né colla immaginazione né con

i
utt
veruna facoltà né veruna sorta d'idee oltrepassare d'un sol punto la mate-
ria, e s'egli crede oltrepassarla, e concepire o avere un'idea qualunque di

-T
cosa non materiale, s'inganna del tutto; così egli non può col desiderio
passare d'un sol punto i limiti della materia, né desiderar bene alcuno che

ale
non sia di questa vita e di questa sorta di esistenza ch'ei prova; e s'ei crede
desiderar cosa d'altra natura, s'inganna, e non la desidera, ma gli pare di
desiderarla (Zib. 3503). rsu
co

Si direbbe che la postulazione di un’entità superiore sia a sua volta


on

un prodotto dell’immaginazione, qualcosa che si può desiderare che ci


c

sia, ad esempio per consolarci delle infelicità della vita o per dare una
so

spiegazione a quel che non riusciamo a capire, ma siamo comunque


ru

chiusi in un circolo:
pe

Come ci può per verun deliro o veruno sforzo dell'immaginazione o


lo

dell'intelletto parer presente [3505] quello a cui nè l'immaginazione nè


, so

l'intelletto non si possono neppure a grandissimo tratto avvicinare; quello


che non è fatto nè per questa immaginazione nè per questo intelletto;
e

quello ch'è di natura affatto diversa da ciò che l'immaginazione o l'intel-


bil

letto può concepire o congetturare; quello che non sarebbe ciò ch'egli è, s'a
a

noi fosse possibile pure il congetturarlo; quello che spetta a tutt'altra natu-
rci

ra che la nostra presente? Come può per alcun modo o in alcuna parte en-
me

trar nella mente nostra una tutt'altra natura? (23 sett. 1823).
om

Il grande ciclo meditativo-creativo delle Operette morali porterà


una lenta, sistematica distillazione di questo dato, sino a dissolvere
nc

l’idea stessa di Dio, in un orizzonte dominato dalla presenza onnivo-


no

ra e dal ciclo inarrestabile del meccanismo naturale12. Quando, nelle


pia

12 Il Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco (autunno 1825) destinato all’ultima edi-


zione, vivo Leopardi, delle Operette, ma per le note vicende pubblicato solo postu-
Co

mo, a cura del Ranieri, nel 1845, può essere considerato come il testo in cui questo
giro di riflessioni trova la sua forma compiuta. Bisogna osservare che in esso non
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 195
183

ati
note zibaldoniane, il tema della materia pensante verrà finalmente a

v
riproporsi, la questione sarà ormai vista dal Leopardi in termini matu-

ser
ri, come un capitolo della battaglia contro lo spiritualismo (francese, à la

i
ti r
Chateaubriand e Lamennais e non solo francese: basti pensare alle cri-
tiche rivolte agli amici “progressisti” del circolo Vieusseux), sulla quale

irit
si gioca una decisiva partita di “verità” filosofica, e conseguentemente

id
di moralità intellettuale. Ribadito dunque (scrive da Bologna, il 26 set-
tembre del ’26) come ormai «chiaro e noto che l'idea e la voce spirito

i
utt
non si può in somma e in conclusione definire altrimenti che sostanza
che non è materia, giacchè niuna sua qualità positiva possiamo noi nè

-T
conoscere, nè nominare, nè anco pure immaginare», Giacomo tira le

ale
sue amare conclusioni sull’andamento del pensiero a lui contempo-
raneo:
rsu
Ma se pensiamo poi che questo delirio si rinnuova oggi completamente;
co
che nel secolo 19° risorge da tutte le parti e si ristabilisce radicatamente lo
on

spiritualismo, forse anche più spirituale, per dir così, che in addietro; che i
c

filosofi più illuminati della più illuminata nazione moderna, si congratu-


so

lano di riconoscere per caratteristica di questo secolo, l'essere esso émi-


nemment [4208] religieux, cioè spiritualista; che può fare un savio, altro che
ru

disperare compiutamente della illuminazione delle menti umane, e grida-


pe

re: o Verità, tu sei sparita dalla terra per sempre, nel momento che gli
uomini incominciarono a cercarti. Giacchè è manifesto che questa e simili
lo

innumerabili follie, dalle quali pare ormai impossibile e disperato il guari-


, so

re gl'intelletti umani, sono puri parti, non mica dell'ignoranza, ma della


scienza. L'idea chimerica dello spirito non è nel capo nè di un bambino nè
e

di un puro selvaggio. Questi non sono spiritualisti, perchè sono piena-


bil

mente ignoranti».
a
rci

Siamo a uno dei passaggi più intriganti del pensiero del Leopardi, in
me

cui il rovesciamento del concetto di Natura introduce a intendere fino


in fondo, come in marzo aveva scritto nell’Epistola al Pepoli (vv. 142-
om

8),
nc
no
pia

mancano, hanno anzi un ruolo centrale, le considerazioni sulle forze autonome


della materia - escludenti ogni partecipazione di un presunto spirito-, la cui inco-
Co

noscibilità il Leopardi qui letterariamente accentua rispetto agli appunti zibaldo-


niani.
196
184 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
… a che prodotta,

v
a che d’affanni e di miserie carca

ser
l’umana stirpe; a quale ultimo intento

i
ti r
lei spinga il fato e la natura; a cui
tanto nostro dolor diletti o giovi;

irit
con quali ordini e leggi a che si volva

id
questo arcano universo.

i
utt
Ma non è solo a questo ordine di considerazioni, oggetto privilegiato
del pensiero poetante di questo e dei successivi anni, che si volge

-T
l’attenzione del Leopardi. La frequentazione di una letteratura scien-

ale
tifica la cui ampiezza oggi conosciamo assai meglio, e di amici come
Domenico Paoli e Gaetano Cioni, a giorno di importanti questioni
rsu
chimiche e fisiche13, lo inducono a riprendere l’antico tema della ma-
teria pensante in una chiave nuova, alleggerita, se così si può dire, di
co

troppe impalcature metafisiche:


con

Parrebbe che secondo ogni ragione, secondo l'andamento naturale dell'in-


so

telletto e del discorso, noi avessimo dovuto dire e tenere per indubitato, la
ru

materia può pensare, la materia pensa e sente. Se io non conoscessi alcun


corpo elastico, forse io direi: la materia non può, in dispetto della sua gra-
pe

vità, muoversi in tale o tal [4252] direzione ec. Così se io non conoscessi la
elettricità, la proprietà dell'aria di essere instrumento del suono; io direi la
lo

materia non è capace di tali e tali azioni e fenomeni, l'aria non può fare i
, so

tali effetti. Ma perchè io conosco dei corpi elastici, elettrici ec. io dico, e
nessuno me lo contrasta; la materia può far questo e questo, è capace di
e
bil

tali e tali fenomeni. Io veggo dei corpi che pensano e che sentono. Dico
dei corpi; cioè uomini ed animali; che io non veggo, non sento, non so nè
a
rci

posso sapere che sieno altro che corpi. Dunque dirò: la materia può pen-
sare e sentire; pensa e sente. - Signor no; anzi voi direte: la materia non
me

può, in nessun modo mai, nè pensare nè sentire. - Oh perchè? - Perchè noi


non intendiamo come lo faccia. - Bellissima: intendiamo noi come attiri i
om

corpi, come faccia quei mirabili effetti dell'elettricità, come l'aria faccia il
suono? anzi intendiamo forse punto che cosa sia la forza di attrazione, di
nc

gravità, di elasticità; che cosa sia elettricità; che cosa sia forza della mate-
no

ria? E se non l'intendiamo, nè potremo intenderlo mai, neghiamo noi per


questo che la materia non sia capace di queste cose, quando noi vediamo
pia

che lo è? - Provatemi che la materia possa pensare e sentire. - Che ho io da


Co

13 Si v. in prop. il citato contributo del Polizzi.


Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 197
185

ati
provarlo? Il fatto lo prova. Noi veggiamo dei corpi che pensano e sento-

v
no; e voi, che siete un corpo, pensate e sentite. Non ho bisogno di altre

ser
prove.

i
ti r
L’elettricità (Leopardi era rimasto particolarmente colpito dagli

irit
esperimenti di Galvani) e l’elasticità dei corpi, dunque fatti accertabili
scientificamente, battono in breccia ogni presupposizione apodittica

id
dell’inerzia della materia. Non riuscendo a spiegarsi fenomeni che,

i
pure, s’imponevano per la loro evidenza, si è postulata una causa oc-

utt
culta che facesse tornare i conti: e così è stato introdotto lo spirito, entità

-T
«meramente negativa e privativa», costruita cioè per negazione della
materia, ma puro costrutto neanche dell’immaginazione, ma solo della

ale
lingua. Come quei termini astrusi e privi di riferimento delle vecchie
rsu
scuole, contro i quali avevano battagliato da par loro Galilei e Leib-
niz:
co
on

Ma non conoscendo il come la materia pensasse e sentisse, ha negato alla


materia questo potere, e ha spiegato poi chiarissimamente e compreso
c
so

benissimo il fenomeno, attribuendolo allo spirito: il che è una parola, sen-


za idea possibile; o vogliam dire un'idea meramente negativa e privativa,
ru

e però non idea; come non è idea il niente, o un corpo che non sia largo nè
pe

profondo nè lungo e simili immaginazioni della lingua piuttosto che del


pensiero (Zib. 4253, 9 marzo 1827).
lo
, so

Giungiamo così, di lì ad alcuni mesi, alla riflessione del settembre


’27 con la quale abbiamo aperto le nostre note. L’apparente paradosso
e
bil

della materia pensante si risolve in una liberatoria «ovvietà». Con


l’aiuto delle conoscenze scientifiche (le stesse, si badi, che ci dischiu-
a
rci

dono «l’acerbo vero») essa sgombra il campo da ipostasi posticce e fu-


ghe spiritualistiche. Il «materialismo» si presenta ormai come un ap-
me

prodo in certo modo fisiologico del pensiero:


om

Se la questione dunque si riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato;


nc

cioè che chi nega il pensiero alla materia nega un fatto, contrasta all'evi-
denza, sostiene p. lo meno uno stravagante paradosso; che chi crede la
no

materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di ricercato, di re-
pia

condito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato dalla na-
tura, la proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in questa
Co

materia; forse le conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diver-


se da quel che sono, e i profondi filosofi [4289] spiritualisti di questo e
198
186 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
de' passati tempi, avrebbero ritrovato e ritroverebbero assai minor dif-

v
ficoltà ed assurdità nel materialismo (18 settembre 1827).

iser
ti r
4. La funzione cognitiva dei segni

irit
In questo paragrafo conclusivo vorrei tornare su un punto emerso

id
passando in rassegna le innovative riflessioni sulla mente fatte da Leo-
pardi nel 1821. In un passaggio chiave abbiamo letto che «[t]utto è

i
utt
materiale nella nostra mente e facoltà. L'intelletto non potrebbe nien-
te senza la favella, perché la parola è quasi il corpo dell'idea la più a-

-T
stratta. Ella è infatti cosa materiale, e l'idea legata e immedesimata nella
parola, è quasi materializzata». Interessa qui il fatto che, posta la ne-

ale
cessità per la mente di supporti materiali per poter funzionare, la pa-
rsu
rola, che è anzitutto (come oggi diremmo) concrezione fonico-acustica, o
grafico-visiva nel caso della scrittura, è il dispositivo di base che innesca
co
il funzionamento del processo mentale. Il punto che Leopardi solleva
on

è a mio avviso di interesse schiettamente teorico, e vale la pena ap-


c

profondirlo14.
so

La parola in quanto segno è dato sensibile: suono organizzato o


ru

traccia scritta che sia (non solo segno alfabetico, ma anche pittogramma
pe

o ideogramma), essa, grazie all’udito o alla visione, rende disponibile


una «materia» (nel senso di Leopardi) che il cervello è in grado di e-
lo

laborare. Ma ovviamente non è solo la fisicità della parola in gioco


, so

(come accadrebbe se percepissimo una sensazione di caldo o freddo),


bensì anche e soprattutto il fatto ch’essa materializza un’idea, rende
e
bil

cioè l’idea qualcosa di determinato e afferrabile. E’ dunque in gioco


anche una dimensione semantica, grazie alla quale il corpo fisico del-
a
rci

la parola si riempie di senso e guida il pensiero a istituire limiti


nell’ordine delle cose, a superare lo stato “confuso” del processo ide-
me

ativo. Leopardi aveva chiarissimamente visto il punto prima della fi-


om

ne del 1819, dove, ragionando sull’arricchimento cognitivo derivante


dalla padronanza di più lingue, aveva osservato:
nc
no

Trovata la parola in qualunque lingua, siccome ne sappiamo il significato


chiaro e già noto per l’uso altrui, così la nostra idea ne prende chiarezza e
pia

Anche la rilevanza teorica della dottrina linguistica del Leopardi è ormai un punto
Co

14

acquisito dalla critica; si vd. ad es. il recente Bianchi (2012). Per il tema oggetto di
questo paragrafo vedi soprattutto Lo Piparo (1982) e Gensini (1984).
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 199
187

ati
stabilità e consistenza e ci rimane ben definita e fissa nella mente, e ben

v
determinata e circoscritta. Cosa ch’io ho provato molte volte, e si vede in

ser
questi stessi pensieri scritti a penna corrente, dove ho fissato le mie idee

i
con parole greche francesi latine, secondo che mi rispondevano più preci-

ti r
samente alla cosa, e mi venivano più presto trovate. Perchè un’idea sen-

irit
za parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come
indefinita e mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla

id
parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta
(Zib. 95).

i
utt
Tornano alla memoria a questo proposito le pagine mirabili, a tutti

-T
note, sull’importanza dei ‘termini’, indispensabili nelle scienze, e in

ale
particolare degli europeismi (quali sentimento, genio, analisi ecc.), la cui
ammissione nell’orto chiuso delle lettere italiane dovrà aiutarle a ri-
rsu
cucire i rapporti con le più avanzate culture straniere, in quanto
schiariscono e fissano con precisione concetti chiave della modernità;
co

e tornano in mente, e contraria parte, le suggestioni sulle parole e le stra-


on

tegie morfologiche che riescono a rendere quasi fisicamente


c

l’indeterminatezza delle immaginazioni e della vita emozionale. Il caso


so

celeberrimo dell’Infinito, sapientemente commentato dal Blasucci (Bla-


ru

succi 1985, pp. 123-51) proprio intorno a questo punto cruciale, per
pe

ragioni sia di stile sia di pensiero illustra a perfezione il caso in cui


anche quel che determinato non è (e quindi apparentemente sfugge al
lo

principio posto nella pagina 95 appena citata), trova nella lingua e so-
, so

lo grazie a essa modo di esprimersi e di comunicarsi. Occorre ag-


giungere che il rapporto tra facoltà mentali e linguaggio non si presen-
e
bil

ta affatto nelle forme, cartesiane e razionalistiche, di un processo di


comunicazione, bensì come una costruzione di senso, fatta di reciproci
a
rci

adattamenti, tensioni, ricerca, sempre provvisoria e tentativa, di nessi


me

semantici. Il più volte ricordato pensiero del settembre 1821 continua


infatti:
om

La nostra memoria, tutte le nostre facoltà mentali, non possono, non ri-
nc

tengono, non concepiscono esattamente nulla, se non riducendo ogni cosa


no

a materia, in qualunque modo, ed attaccandosi sempre alla materia quan-


to è possibile; e legando l'ideale col sensibile; e notandone i rapporti più o
pia

meno lontani, e servendosi di questi [1658] alla meglio.


Co
200
188 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
«In qualunque modo», «quanto è possibile», «alla meglio». Se co-

v
me è evidente dal testo (e come del resto Leopardi ripete spesso) va ri-

ser
conosciuta nella metafora la cellula generativa del linguaggio, quei

i
ti r
rapporti che essa istituisce (in quanto forma tipica di nesso semantico,
o se si vuole di traslato, fra generi eterogenei) non colano pacificamen-

irit
te nelle forme linguistiche, come liquido in un contenitore, ma dipen-

id
dono da una interazione dialettica tra forme e significati. Traducendo
gli argomenti del Leopardi nel lessico della filosofia del linguaggio o-

i
utt
dierna, ci si potrebbe pertanto arrischiare a dire che, attraverso un
percorso del tutto personale, e ben radicato nelle categorie culturali

-T
del suo tempo, egli sta tematizzando il ruolo non solo strumentale,

ale
ma costitutivo, che il linguaggio verbale svolge in rapporto alla men-
te; e anche sta saggiando, per certi versi, le soglie dell’esprimibilità (ov-
rsu
vero dell’apertura semantica delle lingue), un tema che ha acquisito
nel Novecento una centrale importanza.
co

Non potendo in questa sede sviluppare la questione in tutta la sua


on

ampiezza, mi limiterò a esemplificare l’atteggiamento del nostro au-


c

tore illustrando per sommi capi la sua trattazione dello statuto lingui-
so

stico dei numeri e del rapporto fra scrittura (in particolare l’alfabeto)
ru

e sistema fonico delle lingue.


pe

L’importanza dei numeri e del calcolo in relazione al linguaggio ave-


va fermato l’attenzione di un filosofo noto a Leopardi solo per via in-
lo

diretta, e, sul punto in questione, rimasto semisconosciuto fino all’ultimo


, so

terzo dell’Ottocento: Leibniz, teorizzatore acutissimo di un funzio-


namento ‘cieco’ o puramente simbolico della mente 15. I numeri e il
e
bil

calcolo rappresentano infatti il caso più lampante di come si possano


svolgere operazioni di pensiero senza in alcun modo accedere a una
a
rci

conoscenza ‘intuitiva’, di tipo cartesiano, degli oggetti. Non è in alcun


modo necessario avere un’idea chiara e distinta, una per una, delle
me

cento pecore che compongono un gregge, per dire che possiedo cento
om

pecore, che ogni sera devo riportare al loro recinto cento pecore, che ho
comprato o venduto cento pecore. Il numero supplisce col suo potere
nc

di astrazione le idee chiare e distinte, e che ci dia una conoscenza solo


no
pia

15 Rimando in proposito all’esauriente lavoro di Favaretti (2007). Si tenga conto che i


più importanti scritti inediti di Leibniz sulla cognitio caeca sive symbolica videro la
Co

luce nel VII volume delle Philosophische Schriften edite da Gerhardt nel 1890 e negli
Opusculs et fragments inédits editi da Louis Couturat nel 1903.
Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 201
189

ati
‘cieca’, cioè simbolica, del gregge, è tutto quello che serve alle opera-

v
zioni indicate.

ser
Leopardi ritrova a modo suo l’asse centrale del ragionamento di

i
ti r
Leibniz, con una precocità e una limpidezza che è difficile ricondurre
a letture svolte o a echi di tematiche wolffiane (in cui il concetto di co-

irit
noscenza simbolica ovviamente circolava) circolanti nella manualistica

id
d’epoca. Già il 28 novembre del 1820 annota quanto segue:

i
utt
L'uomo senza la cognizione di una favella, non può concepire l'idea di un
numero determinato. Immaginatevi di contare trenta o quaranta pietre,

-T
senz'avere una denominazione da dare a ciascheduna, vale a dire, una,
due, tre, [361] fino all'ultima denominazione, cioè trenta o quaranta, la

ale
quale contiene la somma di tutte le pietre, e desta un'idea che può essere
abbracciata tutta in uno stesso tempo dall'intelletto e dalla memoria, es-
rsu
sendo complessiva ma definita ed intera. Voi nel detto caso, non mi sa-
co
prete dire, nè concepirete in nessun modo fra voi stesso la quantità preci-
sa delle dette pietre; perchè quando siete arrivato all'ultima, per sapere e
on

concepire detta quantità, bisogna che l'intelletto concepisca, e la memoria


c

abbia presenti in uno stesso momento tutti gl'individui di essa quantità, la


so

qual cosa è impossibile all'uomo.


ru

Infatti la memoria ha una limitata capacità di elaborazione di dati


pe

sensibili (Leibniz diceva che essa è imbecillis, “debole”) e non possia-


lo

mo immagazzinare conoscenze sufficienti intorno a quaranta pietre,


, so

singolarmente prese con le loro caratteristiche di peso, forma, colora-


zione ecc. Dobbiamo poter prescindere (astrarre) da tratti di questa na-
e

tura, contentandoci di “catturare” ciascuna pietra con un numero ( uno,


bil

due, tre…) e l’insieme o i sottoinsiemi di una catasta con parole come


a

trenta, quaranta e così via. E’ dunque solo grazie ai nomi di numero che
rci

possiamo afferrare «nello stesso momento» (uno obtutu, diceva Leibniz)


me

conoscenze che altrimenti eccederebbero le nostre capacità di memoriz-


om

zazione e elaborazione. In un pensiero di alcuni mesi più tardi, Giacomo


torna sul problema facendo - appunto - l’esempio delle pecore. Spo-
nc

standoci agli albori della civiltà umana, come avrebbe potuto un pa-
store ipoteticamente ancora privo del linguaggio contare il suo greg-
no

ge?
pia

Immaginiamoci un pastore primitivo o selvaggio, privo di favella, o di


Co

nomi numerali che volesse, com'è naturale, rassegnare la sera il suo greg-
202
190 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
ge. Non potrebbe assolutamente farlo se non in maniera materialissima;

v
come porre la mattina tutte le pecore in [1073] fila, e misurato o segnato lo

ser
spazio che occupano, riordinarle la sera nello stesso luogo, e così raggua-

i
gliarle. Ovvero, che è più verisimile, raccorre, poniamo caso, tanti sassi

ti r
quante sono le pecore: il che fatto, non potrebbe mica ragguagliarle esat-

irit
tamente coi sassi mediante veruna idea di quantità. Perchè non potendo
contare nè quelle nè questi, molto meno potrebbe formare nessun concet-

id
to della relazione scambievole o del ragguaglio di due quantità numeri-
che determinate: anzi non conoscerebbe quantità numerica determinata.

i
utt
Converrebbe che si servisse di un'altra maniera materialissima, come por-
re da parte prima una pecora ed un sasso, indi un'altra pecora e un altro

-T
sasso, e così di mano sino all'ultima pecora, e sino all'ultimo sasso. (…)
Certo è che l'invenzione dei nomi numerali fu delle più difficili, e l'una

ale
delle ultime invenzioni de' primi trovatori del linguaggio. L'idea di quan-

rsu
tità, non solo assoluta e indeterminata (anzi questa è meno difficile, es-
sendo materiale e sensibile l'idea del più e del meno, e quindi della quan-
co
tità indeterminata), ma anche determinata, anche relativa a cose
on

materialissime, considerandola bene, è quasi totalmente astratta e metafi-


sica (22 maggio 1821).
c
so

Privo dei nomi di numero, avrebbe dovuto – a rischio di smarrire


ru

qualcuno dei suoi animali – misurarne in qualche modo l’ingombro,


pe

oppure mettere da una parte un sasso per ogni pecora e, a sera, ac-
compagnare gli animali riportati e i sassi accantonati, sperando non
lo

ne avanzi nessuno. Ma a parte la faticosità dell’operazione, resterebbe


, so

il problema di non potersi fare un’idea dell’entità del gregge, perché la


somma dei sassi gli resterebbe incognita, mancando affatto il concetto
e
bil

di quantità. I numeri da questo punto di vista rendono la mente ca-


pace di quantificare, di classificare (ho x sassi e y pecore e simili) e
a
rci

pertanto essa può svolgere operazioni intorno a oggetti e animali senza


me

chiamarli in causa e lavorando su simboli cognitivamente “leggeri”.


L’astrazione consente dunque, con solo apparente paradosso, il control-
om

lo della materia, e il linguaggio incrementa così a dismisura il nostro


potere conoscitivo. Leibniz aveva condotto al limite il ragionamento,
nc

osservando che per mezzo del calcolo la mente può addirittura ci-
no

mentarsi con quantità che riguardano l’infinito, vale a dire una di-
mensione che naturalmente sfugge all’essere umano, essendo appan-
pia

naggio solo di Dio. A questo e a non ad altro giungeva il calcolo


infinitesimale. Leopardi – a quanto ho potuto vedere – non sfiora questo
Co

problema, ma di certo è in perfetta sintonia con Leibniz (e con ciò si


Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 203
191

ati
avvantaggia alquanto rispetto a molta filosofia del linguaggio, non

v
solo italiana, del primo Ottocento) in questa acutissima teorizzazione

ser
della funzione cognitiva dei nomi di numero e dunque del linguaggio

i
ti r
nel suo complesso.
Il secondo caso riguarda la funzione svolta dalla scrittura alfabeti-

irit
ca in relazione alla consapevolezza che noi abbiamo del nostro stesso

id
linguaggio. Siamo al luglio del 1823, e Leopardi ha ormai perfetta-
mente delineato la sua teoria linguistica secondo la prospettiva, in-

i
utt
sieme storica e teorica, di cui gli studi degli ultimi decenni hanno e-
videnziato l’originalità. Il ragionamento sull’alfabeto parte dalla

-T
premessa, a noi ben nota, che «l'uomo non concepisce quasi idea

ale
chiara e durevole se non per mezzo della parola corrispondente nè
arriva mai a perfettamente e distintamente concepire un'idea, anzi
rsu
neppure a determinarla nella sua mente in modo ch'ella sia divisa
dall'altre (…) finch'egli non [2949] ha trovato il vocabolo con cui pos-
co

sa significar questa idea, quasi legandola e incastonandola». Ora, che


on

conoscenza spontanea ha il parlante della lingua che utilizza? Cer-


c

chiamo, con Leopardi, di metterci nella prospettiva “naturale” del pa-


so

store analfabeta o del bambino in età prescolare, che ha bensì impara-


ru

to a parlare, ma non ne ha ancora alcuna coscienza riflessa. Questa


pe

lingua – parole e frasi – è per lui/lei un continuum fonico-acustico con


cui dà valore ai propri pensieri, che recepisce e produce come modo
lo

di esprimersi e influenzare gli altri. Ma come sia fatta questa lingua,


, so

questo nastro sensibile apparentemente senza fine, non sa. Ed ecco l’idea
risolutiva, derivante dall’assunto più generale secondo il quale è il se-
e
bil

gno linguistico che de-termina la conoscenza, che le dà, letteralmente,


identità:
a
rci

L'alfabeto è la lingua col cui mezzo noi concepiamo e determi-


me

niamo presso noi medesimi l'idea di ciascuno dei detti suoni.


om

Quegli che non conosce l'alfabeto, parla, ma non ha veruna idea


degli elementi che compongono le voci da lui profferite. Egli ha
nc

ben l'idea della favella, ma non ha per niun conto le idee degli e-
lementi che la compongono: siccome infinite altre idee hanno gli
no

uomini, degli elementi e parti delle quali non hanno veruna idea
nè chiara nè oscura che sia separata dalla massa delle altre: e
pia

questo appunto è il progresso dello spirito umano; suddivider le


idee, e concepir l'idea delle parti e degli elementi delle medesime,
Co

conoscere [2950] che quella tale idea ch'egli teneva per semplice,
204
192 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
era composta, o scompor quella idea ch'era stata semplice per lui

v
finallora, e scompostala concepir l'idee delle parti di essa, sia di

ser
tutte le parti, sia d'alcuna (12-14 luglio 1823).

i
ti r
È solo grazie all’alfabeto, a una serie di unità discrete adottate per

irit
convenzione e trasmesse dall’educazione, che noi impariamo a tracciare
confini dove la continuità della parola parlata non sembra averne:

id
proviamo, per arrivare al punto, a sintonizzarci su una stazione ra-

i
diofonica di lingua a noi sconosciuta, e avremo una conferma empiri-

utt
ca, accessibile anche all’adulto perfettamente alfabetizzato, di quel

-T
che Leopardi intuisce e vuol farci capire. Abbiamo in tal caso
l’impressione di un flusso inarticolato e inanalizzabile; ed è solo quando,

ale
dopo lungo esercizio, ci troviamo a riconoscere i confini di parola e le
rsu
sillabe e i singoli fonemi che ci sentiamo finalmente “immersi” nella lin-
gua straniera, capaci di ri-conoscerne la logica e il funzionamento. Na-
co
turalmente, questo percorso dall’ignoto (e indeterminato) al noto (e
on

determinato) riguarda solo il non madrelingua; perché il parlante na-


c

tivo, spiega Leopardi, «ha ben l'idea della favella» anche se «non ha
so

per niun conto le idee degli elementi che la compongono».


ru

Se si tiene presente che, dalla Poetica di Aristotele in poi, il pensie-


ro linguistico occidentale era (ed è) abituato a concepire il logos come
pe

articolato, e frutto di combinazione di elementi più piccoli (phoné…


lo

syntheté); se teniamo a mente che proprio tale carattere era stato nor-
, so

malmente evocato come discrimine fra la parola umana e le forme


espressive degli animali, inarticolate in quanto destituite di razionali-
e

tà, ecco che l’acutezza della suggestione leopardiana si rivela in tutta


bil

la sua portata. Viene perfino la tentazione (e conviene invece proce-


a

dere con prudenza, perché le categorie cognitive in gioco sono pro-


rci

fondamente differenti) di collegare quanto Leopardi ci dice a quel che


me

oggi la fonetica sperimentale ci insegna sulla natura largamente inde-


om

terminata del ‘fonema’: ovvero sul fatto che, a una attenta ispezione
strumentale e a corrispondenti test empirici sui parlanti, il fonema si
nc

presenterebbe in effetti come un costrutto ex post, una nozione meta-


linguistica imposta dal linguista (e dalla cultura alfabetica) alla conti-
no

nuità del segnale fonico-acustico. Il fonema risulterebbe non ricono-


pia

scibile se separato dal contorno sillabico e lessicale in cui è inserito e


dunque la percezione delle parole come combinazioni di unità ben
Co

distinte fra loro si dovrebbe in massima parte a categorie discrete che


Materia,
Materia, mente
mente ee linguaggio in Giacomo
linguaggio in Giacomo Leopardi
Leopardi 205
193

ati
pertengono non al parlante nativo, ma al contesto alfabetico in cui

v
questo si muove16.

ser
Ovviamente Leopardi si forma e riflette in un quadro scientifico in

i
ti r
cui la nozione di fonema è ben lungi dal costituirsi, mentre è invece
usuale (e lo sarà ancora fino al tardo Ottocento) l’utilizzazione del termi-

irit
ne littera o dei suoi equivalenti per riferirsi sia all’unità fonica sia al sim-

id
bolo grafico che la rappresenta. Se dunque è opportuno delimitare la
portata anticipatoria della sua intuizione, è invece del tutto lecito no-

i
utt
tare da una parte l’assoluta chiarezza con cui egli postula la priorità
evolutiva e logica della lingua parlata sulla scritta, dall’altra l’acuta

-T
comprensione del fatto che, invertendo per così dire il percorso di mar-

ale
cia, lo scritto possa condizionare fortemente la percezione della realtà
linguistica.
rsu
Per una valutazione d’insieme da darsi del pensiero leopardiano,
è rilevante che queste due singolari piste di accesso al linguaggio umano
co

(quella relativa alle parole-numero e quella relativa all’alfabeto) si siano


on

aperte ragionando sulla materialità dei processi mentali, riassorbendo


c

dunque in un orizzonte razionale e integralmente laico l’impatto delle


so

componenti della conoscenza che una lunga tradizione riteneva “spiri-


ru

tuali”, sovrapposte dall’esterno alla base biologica umana. Né Leopardi


pe

ha avuto bisogno di attendere la conversione al materialismo sancita


dal Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco per tirare, in ordine al
lo

funzionamento della mente umana, le conseguenze che abbiamo vi-


, so

sto. Già nell’aprile del 1821 egli aveva idee molto chiare in proposito,
ed è verosimile che proprio la riflessione sul linguaggio ne abbia
e
bil

condizionato la genesi e la formulazione. Ciò mostra a nostro avviso


che va ampiamente retrodatata (riportandola agli esordi della ‘teoria
a
rci

del piacere’) la formazione del nucleo concettuale che governerà, nel-


la fase matura, la filosofia materialista del Leopardi; e che essa è crono-
me

logicamente e (entro certi limiti) anche logicamente indipendente dalla


om

forse troppo discussa dicotomia natura-ragione che, per quanto ov-


viamente importante, non esaurisce la dialettica interna del pensiero
nc

leopardiano, né a esso si sovrappone con perfetta simmetria.


no
pia
Co

16 Una chiara sintesi di questi temi in Albano Leoni (2009).


206
194 Human
H Nature
UMAN NATURE

ati
Abstract

v
In this essay, Giacomo Leopardi’s concept of ‘thinking matter’ is taken

ser
into consideration and its relationships with the theory of language are

i
ti r
investigated. After an introductory section (§ 1) on the philosophical
concept of ‘thinking matter’, the evolution of the topic from John Locke

irit
to Pierre Cabanis is illustrated (§ 2). The following section (§ 3)

id
reconstructs both the origin and the development of the the mind-matter
relationship in Leopardi’s philosophy, while the concluding section (§ 4)

i
utt
discusses its philosophical-linguistic implications. Particular attention is
paid to the analogies with Leibniz’s theory of the ‘blind knowledge’ as

-T
well as to the role played by the writing system, according to Leopardi,

ale
in shaping human metalinguistic awareness.
Keywords: Giacomo Leopardi; thinking matter; mind-body relationship;
rsu
Philosophy of language; Cognitive function of the writing systems.
co
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