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Cap.

III

COME LEGGERE

1. Leggere o ripetere una lettura?

Tra persone che si amano, un messaggio scritto, se viene accolto


come un segnale d’amore, è capace di intenerire chi lo riceve, anche
se il contenuto rimane oscuro. Se lo si considera invece mirato a
comunicare qualcosa, se ne cerca il significato secondo variabili
codici di interpretazione, a seconda che lo si giudichi una poesia, una
cronaca o un messaggio enigmatico che nel segreto delle parole
nasconde un senso diverso da quello superficiale.
Ciò vale anche per la lettera che Dio ha mandato ai suoi figli (la
Bibbia); essa, pur essendo un testo materiale (sequenza continua di
lettere) da decrittare, è tuttavia capace di parlare direttamente al cuore,
anche di chi non riesce a comprenderne il significato. Ciò accadeva
agli incolti monaci raccolti da Benedetto ed oggi a tanti che ripetono a
memoria, e senza comprenderne il significato, versetti della Scrittura
tradotti in latino.
Nei primi secoli questa problematica era corrente tra i teologi, i
quali dovevano scegliere quale criterio di interpretazione utilizzare
per la Scrittura: ovvero se considerare sufficiente il significato che
immediatamente veniva suggerito dalla tradizione, o considerarlo
metafora di un discorso più profondo; se seguire la compitazione
abituale o, cambiando la punteggiatura e la suddivisione delle parole,
ricavarne un testo diversamente significativo; se lasciarsi
suggestionare da qualsiasi elemento capace di suggerire una verità

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spirituale, o se ritenerlo portatore di una regola morale e di una
prescrizione alla quale obbedire.
Da circa 1500 anni questa impostazione culturale è mutata. Ed
infatti la Rivelazione scritta è prigioniera di un testo compitato e
interpuntato in un unico modo ed avente un solo significato
fondamentale, cioè quello che viene suggerito dalla sua letteralità. Per
effetto di tale scelta, si è originata una forma di narcisismo teologico
che mi ricorda il pascoliano “ronzio di un’ape dentro un bugno
vuoto”.
Ed infatti, la sterminata lettura teologica e spirituale che riguarda il
Libro sacro oscilla fra elucubrazioni filosofiche, ponderose
ricostruzioni filologiche e storiche, appetibili discorsi giornalistici,
commenti che per essere originali attaccano o difendono le
affermazioni della Chiesa o di una dominante Accademia.
Le conseguenze di una tale impostazione sono ormai evidenti a
tutti: la predicazione è praticamente ingessata, sicché molti sacerdoti
non fanno altro che riassumere o sbrodolare il passo evangelico
traendone conclusioni che oscillano fra il poetico, il letterario e il
moraleggiante. L’ascoltatore venuto per approfondire la sua
conoscenza del mistero ritorna a casa con una sola certezza: che sono
tutti fatterelli su quali non c’è più nulla da dire. Ne consegue un
rifiuto di quel brodo di parole ricavato da un osso che, bollito per
secoli, è in grado al più di colorare l’acqua di umana cultura.
A tutto questo bisogna aggiungere oggi i mezzi di comunicazione
che, dilatando il raggio di tale predicazione, impongono che essa
venga articolata secondo l’arte retorica dello scrittore o del
predicatore. Di conseguenza, mediamente i cristiani non hanno più
interesse alla meditazione della Parola di Dio e si allontanano da ogni
catechesi, perdendo anche la coscienza di dovervi partecipare. Si
spendono così anni ed anni per apprendere cose serie e meno serie,
ma per quanto attiene la propria fede al più ci si limita a partecipare a

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qualche rito abitudinario, diventato anch’esso estraneo alla realtà
quotidiana.
Quanto a me, per quell’istinto che guidò i primi teologi greci ad
interpretazioni allegoriche e liturgiche, di fronte ad un testo come
quello evangelico impulsivamente ho guardato sempre oltre la
narrazione; ed ora, dopo anni di ricerca, quello stesso istinto mi
indirizza ad una lettura ancora più profonda che direi crittografica.1
La reazione di sbandamento dei fedeli, ma ancor più degli addetti
ai lavori che, invece di contestarmi sui testi, ritengono (e a torto) che
la mia operazione esegetica distrugga quanto si è affermato nella
Chiesa per duemila anni, ostacolano l’accoglimento delle conclusioni
(sempre provvisorie) del mio lavoro.
Pago così secoli di immobilismo in campo scritturistico che
suggeriscono oggi di rifiutare ogni novità. Tale atteggiamento è
andato formandosi sopratutto sulla fissità della traduzione latina della
Vulgata, sull’altrettanto immobile articolazione dell’Accademia e,
non ultima, sulla secolare paura di subire condanne a volte troppo…
ardenti.
Di fronte a questo sistema monolitico, toccare il testo, anche solo
per integrarlo, è considerato quasi un sacrilegio. Eppure, affermando
che la sua è un’interpretazione, implicitamente la dottrina della
Chiesa riconosce alla Scrittura una pluralità di significati; inoltre,
elemento decisivo, non ha mai definito il senso anche di un solo
versetto della Bibbia. Dunque non esiste un testo significativo in
assoluto dalla cui interpretazione non ci si possa discostare.
Perché sia più chiaro quanto vado esponendo, sappi che il testo
originale greco (riportato nei più antichi codici) si presenta come una
serie continua di segni grafici non suddivisi in parole e senza segni di

1 Per maggiori approfondimenti sul metodo di lettura cfr. Quaderni V. M. Romano - Edizioni

Simone.
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interpunzione (testo materiale). Ora, a mo’ di esempio, ti trascrivo in
italiano come l’originale greco del Pater noster si presenta al lettore:
“Padrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonomesiafattalatuavol
onta…”
Questo è il testo sacro. Nessuno allora ha diritto di difendere ad
oltranza la scansione di parole e i segni diacritici che furono fissati
per iscritto solo a distanza di secoli dalla stesura dell’originale.
Paradossalmente, ad onta di dissonanze e contraddizioni irresolubili,
da secoli i teologi non leggono più il testo ma, acriticamente,
accettano una sua già formulata lettura nella quale si sono isolate le
parole in un certo modo e, attraverso i segni diacritici, si sono formati
dei periodi.
Per quanto mi riguarda, accettata in toto la sequenza letterale
pacificamente considerata originale, in più punti ho riconsiderato il
modo in cui essa fu suddivisa e strutturata sintatticamente. In altre
parole, nel mio lavoro mi sforzo di ri-leggere, cioè di ricomporre un
testo significativo all’interno della sequenza delle cifre grafiche. E,
seguendo l’insegnamento di Agostino, a partire dalla mia lettura
formulo una ricostruzione.
Non ho la pretesa di giungere a soluzioni definitive: so bene che
non sono la Verità, tuttavia il metodo che propongo ha il merito di
resistere alla verifica del criterio fondamentale che deve guidare una
esegesi: cioè spiegare la Parola di Dio attraverso se stessa, stando
bene attenti a non fare cadere dal testo neanche una cifra grafica.
Affinché al lettore sia più chiaro il mio operare, ecco un esempio di
lettura.
L’inizio del Pater Noster è formato nei codici dalla seguente
sequenza di lettere: pateremon. Da secoli tale sequenza viene
compitata: pater emon e perciò intesa: Padre di noi. Ma, separando e
raccogliendo in un modo diverso le lettere, posso ottenere ad esempio:
Pate Remon che traduco: O via battuta, o Maestro; Pa ter’ emon che
leggo Padre, raccoglievo cose prodigiose etc. Operando con questa
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tecnica su tutto il testo, si evidenziano così altre letture, ed il Pater
noster si dilata a mo’ di fisarmonica diventando una miniera di
rivelazioni.
Questa sotterranea ricchezza (tesoro nascosto nel campo) viene
però istintivamente rifiutata dal cristiano, il quale, dopo secoli di
ripetizione di uno stesso significato, considera ogni diversa
comprensione del testo destabilizzante per la sua fede e frutto di
artificio. A loro volta, gli esperti del greco antico si guardano bene
dall’ammettere che c’è grande differenza tra la lingua parlata (rifluita
nelle opere degli antichi scrittori laici) ed il linguaggio convenzionale
di cui si servivano gli evangelisti; cosa che, tra l’altro, ancora oggi
avviene tra specifici gruppi, come ad esempio scienziati, enigmisti,
esoterici.
Nessuno può negare che nel mondo antico esistessero circoli
esoterici (i cd. Misteri), ma la difficoltà di decrittare gli scritti di quei
circoli ha consigliato di trascurarli. Gli studiosi hanno preferito
considerare la lingua greca come un evento complesso che, nel tempo
e nello spazio, si è sviluppato coerentemente e con tutta evidenza,
consentendo al ricercatore di descriverne i passaggi. Ma questo
evidentemente non è possibile in relazione agli scritti esoterici; essi
infatti - a differenza dei documenti nati dalla lingua naturale e
collocati nel generale contesto storico - non possono essere riferiti ad
un preciso territorio o ad un preciso momento storico dello sviluppo
di quella lingua. Si trattava, infatti, di scritti redatti in particolari
circostanze (esempio una congiura), e finalizzati a specifiche
esigenze.
In altri termini, se uno scritto nasceva per circolare fra gli adepti di
una setta misterica o fra congiurati e spie, è evidente che le sue

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modalità di redazione rimanessero estranee alla storia, né possa essere
trattato oggi come le cronache di Erodoto.2

2. Traduzione e deformazione

Nel pietrificare la dinamica ricchezza della Rivelazione scritta


hanno contribuito sia le traduzioni antiche che quelle moderne.
Consideriamo le traduzioni in latino che, dopo il quinto secolo,
sostituirono l’originale greco (LXX) nella liturgia della chiesa
occidentale. Da quel momento, la Vetus Latina3 prima, e la Vulgata
poi (sostenuta dall’autorità di S. Girolamo e dal Vaticano) hanno
monopolizzato il significato della Scrittura. Determinando la struttura
grammaticale e sintattica e sostituendo il latino al greco, quelle
traduzioni in qualche modo congelarono la potenza espressiva del

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Il motivo di tale chiusura, a mio avviso, deriva dal fatto che gli addetti ai lavori soffrono una sorta
di distorsione dovuta alla consuetudine di esaminare una lingua morta da essi stessi creata,
recuperandola attraverso documenti di un certo rilievo. Poiché unicamente da questi ultimi viene
ricavato lo statuto epistemologico e le strutture fondamentali della lingua stessa, quest’ultima diventa
monolitica ed immobile appunto come lo è un morto.
Ogni altra manifestazione (fonetica o grafica) di quella lingua diventa per essi marginale o
eccezionale, tutt’al più i filologi considerano l’epigrafia, ma limitatamente ai documenti lapidici.
Ammettono allora che un Gamma scritto su una lapide significava Santo (aghios), ma soffrono di
orticaria se lo stesso significato lo si vuole attribuire alla stessa lettera quando si tratta di un testo
Evangelico. Per essi valgono più i generi letterari (quelli da loro stessi stabiliti) che la loquacità del testo
voluta dall’autore.
Suggerisco al lettore di considerare gli evangelisti come poeti o enigmisti, personaggi ai quali si
riconosce il diritto di usare un vocabolario vastissimo comprendente parole usate oppure obsolete,
graficamente rese in modo diverso (esempio fante o fantaccino; dolore o duolo). Leggere infatti i loro
scritti unicamente secondo il senso corrente delle parole equivale in qualche modo a mettere loro la
museruola. Per aderire alla mia tesi basta leggere le Lettere di Pacomio o Il fisiologo, testi tanto celebri
quanto incomprensibili (vedi nel mio sito).
3 Nome delle prime traduzioni in latino della Bibbia a partire dal II sec.. Di queste

traduzioni restano solo frammenti. Non è certo se le versioni del NT usate in Italia, Nord
Africa, Spagna e Gallia erano indipendenti o basate sulla traduzione del II sec.. Poiché già nel
IV sec. vi era grande confusione attorno al testo della Vetus Latina, nel 382 il papa Damaso
diede incarico a S. Gerolamo di fare una nuova traduzione dell’intera Bibbia. Questa traduzione
fu chiamata successivamente Vulgata.
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testo sacro. I termini della lingua latina, infatti, molto spesso sono
univoci nel significato e nella grafia, mentre quelli greci (che oltre ad
essere polisemici possono anche avere una diversa espressione
grafica) suggeriscono una vastissima gamma di significati.4
Proprio a causa della traduzione in latino si è prodotto
quell’inammissibile impoverimento (comune per altro ad ogni tipo di
trasposizione linguistica) del linguaggio religioso che ha condizionato
la ricchezza delle verità di fede esposte proprio nella polisemia delle
parole greche.
A questo impoverimento ha contribuito inoltre anche la scelta di
tradurre con un solo termine latino vocaboli greci apparentemente
sinonimi. Un malvezzo purtroppo presente anche nelle versioni in
italiano.
In questo processo di pietrificazione, un altro fattore significativo è
costituito dall’organizzazione religiosa.
La costante tensione della Chiesa istituzione ad apparire
monolitica, ha infatti reso esclusiva la traduzione latina dei Vangeli, e
con la ripetizione costante e millenaria di quell’unico significato ha
fatto sì che solo quella interpretazione (seppure mai formalmente
definita) ancora oggi venga ritenuta valida. Come già dicevo, da
secoli la riflessione teologica rimane dipendente da tale traduzione e,
in un certo senso, ruota su se stessa dedicandosi solo a rifinire aspetti
marginali.
Inoltre, la preoccupazione che una lettura allegorica, metaforica o
genericamente misterica dei libri sacri possa intaccare la supremazia
dottrinale di un clero conformista, ha indotto la Chiesa a privilegiare il
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L’idioma ellenico, quale lingua franca di tutto il bacino del mediterraneo (Ecumene), veniva parlato
e scritto con varianti nelle singole regioni o città. Proprio per queste sue caratteristiche, da sempre il
greco è stato considerato lingua poetica e misteriosa, misterica e religiosa in sommo grado.
In presenza di tale variabilità grafica e di significato, l’Accademia ottocentesca ha stabilito di
considerare come lingua greca quella parlata nell’Attica. Una scelta discutibile in chiave filologica, ma
assolutamente estranea ai Vangeli che intendevano collegarsi con tutti i popoli del mediterraneo e non
erano vincolati alla scelta di questo o quel modo di parlare e scrivere.
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profilo storico che, per sua natura, lascia poco spazio a interpretazioni
discordanti capaci di suscitare scontri tra teologie diverse e culminanti
inesorabilmente in giudizi di eresia.
Basandosi sull’indimostrato postulato secondo cui i Vangeli
appartengono al genere letterario della storia/cronaca, e basandosi
sulla ferrea traduzione latina fatta da S. Girolamo, i quattro Vangeli e
gli Atti degli Apostoli sono stati considerati come un unico blocco
letterario avente per oggetto la cronaca della vita di Gesù. Per secoli
solo pochissimi hanno studiato il singolo Vangelo come specifica
trattazione della fede cristiana proposta ad una altrettanto specifica
comunità, e affidato alla mirata lettura di un uomo capace di
compitare e di capire. E quando da ultimo si è giunti ad ammetterlo, è
nata una tale querelle sulla redazione dei Vangeli che ha bruciato, a
vuoto, tempo e intelligenze.
Eppure la tesi che considera i Vangeli il mero racconto della storia
dell’Uomo Gesù è stata da sempre messa in crisi dalla constatazione
di ripetizioni, smagliature e contraddizioni nei racconti. Ma tali
discrasie (ne abbiamo parlato), pervicacemente dissimulate nel corso
dei secoli, appaiono ormai all’ascoltatore del tutto normali e prive di
ogni interesse. Su di esse ormai si sorvola senza nemmeno più notarle.
Anzi, chi è abituato al racconto tradizionale (in pratica quasi tutti),
una lettura diversa appare subito complicata e incomprensibile e vien
da dire: perché rendere difficile una cosa semplice e facile come il
Vangelo?
Semplicità dei Vangeli! Una valutazione che fa leva sul luogo
comune secondo il quale la Chiesa primitiva era composta da gente
incolta, e che Paolo, uomo di grande cultura, era solo un’eccezione,
una sorta di gigante in un popolo di pigmei. La complessità delle sue
lettere viene infatti considerata quasi il vezzo di un fratello che ha
studiato e che per questo parla difficile: meglio lasciarlo ai teologi e
alle loro elucubrazioni.

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Ma, ammettendo pure che i Vangeli siano semplici, che dire allora
dell’Apocalisse di Giovanni?5 E degli stupri, degli incesti, dei
massacri etc. descritti nell’AT?
È innegabile che alle spalle del cristianesimo vi fosse l’enorme
spessore culturale della cultura rabbinica e di quella greca; senza
considerare poi che, in presenza di un quasi totale analfabetismo, gli
scritti non erano destinati alla massa ma ad una ristretta cerchia di
intellettuali, e da intellettuali erano scritti. Non a caso il Vangelo di
Luca è diretto a un Teofilo che viene chiamato cratiste (illustre) e al
quale si fa presente che lo scritto nasceva da uno studio approfondito
(Lc 1,3).
La semplicità dell’annunzio evangelico non riguardava dunque lo
scritto, ma era riferita solo alla viva predicazione dell’apostolo che
sinteticamente trasmetteva la sua fede alle masse (kerigma).

3. Fare teologia attraverso i fatti

Il mio diverso modo di leggere viene accusato di far perdere al


Vangelo la valenza di documento storico. E qui ci sarebbe molto da
riflettere sulla scelta di far reggere la fede sulle prove storiche (!)
invece che sulla presenza dello Spirito.
A parte questo, a mio giudizio, quando si parla di storicità dei
Vangeli non bisogna fare riferimento al genere letterario della
cronaca/storia, ma a quello storico-teologico dove i fatti riportati non
vogliono indicare direttamente la storicità degli eventi ma, proprio nel
descriverli, li rendono veicoli di un messaggio teologico.
Se si ipotizza che i Vangeli furono scritti a breve distanza dalla
resurrezione di Gesù ed erano diretti a comunità già evangelizzate, il
loro scopo - come dice il prologo lucano - era quello di perfezionare

5 Il termine Apocalisse, paradossalmente, vista l’oscurità del testo giovanneo, significa

proprio Rivelazione.
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teologicamente il contenuto del primo annuncio (kerigma) attraverso
una catechesi. Essendo ancora in vita i testimoni oculari di quelle
vicende, non c’era motivo di testimoniare per iscritto fatti e situazioni
riferibili anche a viva voce. E che la Chiesa primitiva non mostrasse
grande preferenza per gli scritti, lo dimostra il fatto che nel canone
siano stati inseriti solo quattro Evangeli tra i tanti disponibili. Cosa
che attesta la scelta della Chiesa di centrarsi sullo Spirito del Risorto e
di non storicizzarsi, anche per evitare di perpetuare l’errore del
giudaismo che dalla Rivelazione divina aveva dedotto una Legge
pesantemente umana. Per questi motivi i Vangeli inseriti nel canone
sono reticenti sull’esistenza vissuta da Gesù e sulla sua persona fisica.
Dunque la Chiesa non amava la storia; e da persone colte e
raffinate nella meditazione della fede, coloro che scrissero della nuova
fede si rendevano conto (vedi Paolo) che, dopo la venuta dello Spirito,
il Gesù della carne non interessava più. Dopo la personale
testimonianza della sua esistenza, era fondamentale delineare,
attraverso il racconto dei fatti, l’invisibile figura animica del Risorto
che dona lo Spirito ed insegna la strada per possederlo.
Non è quindi la loro valenza di documenti storici che rende
attendibili i Vangeli, ma il discorso di coerenza che sottende la loro
stesura. E questa coerenza ci dice che se Cristo si incarnò in un uomo
per indicarci con la sua vita la via della Vita, sarebbe stato
impensabile che gli evangelisti falsificassero proprio le vicende di
quella vita. Esse andavano necessariamente raccontate nelle
coordinate storiche,6 ma in modo tale che da esse, come in traslucido,
potesse trasparire l’insegnamento del Cristo eterno.

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Fermarsi a considerare i Vangeli solo in termini storici o di cronaca è stata una scelta letteraria che
ha prodotto una serie di distorsioni oggi sotto gli occhi di tutti. Da essa sono infatti scaturite: le
improbabili Vite di Gesù che hanno massacrato la sua figura; una pietà che facilmente degrada in
pietismo; e quelle letture sociologiche che sviliscono il messaggio eterno di Gesù a proposta per un
corretto vivere civile.
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4. Antico e Nuovo Testamento

Le relazioni che intercorrono fra i due Testamenti sono un altro


profilo che merita attenzione.
Noi siamo stati educati a leggere i Vangeli come un racconto che
regge su se stesso e slegato dall’AT le cui storie, tutt’al più, possono
valere da contorno, da riferimento, da annuncio. In questo modo,
però, senza accorgercene, svalutiamo fortemente l’unitarietà della
Scrittura.
Io ti propongo di guardare ai testi sacri come all’insieme
inscindibile di un’unica Rivelazione; un discorso complesso e
compatto che può anche smembrarsi in pezzi, ma che deve trovare le
chiavi di lettura rigorosamente all’interno della Scrittura stessa.7
Allora ti invito a considerare l’AT come un deposito di materiali
teologici che si ricompongono seguendo le indicazioni contenute nei
Vangeli. Perciò lo scriba del regno prende dal tesoro cose antiche e
cose nuove.
Un primo dato significativo: quella stessa Chiesa che dal secondo
secolo in poi ha gelosamente conservato la documentazione scritta del
suo operare, verisimilmente al suo nascere eliminò deliberatamente le
fonti che potevano testimoniare in ordine alla redazione dei Vangeli,
sicché oggi non sappiamo nulla di certo su questo punto.
Dal canto suo, la teologia accademica, considerando il problema in
chiave positivistica, cerca vanamente di risolverlo con le metodiche
storiografiche. Quanto a me, io preferisco interrogare l’AT per
conoscere il senso teologico del nascere dei Vangeli.8
Se dunque chiedo: perché solo quattro Evangeli canonici? E perché
7
Immaginiamo allora la Scrittura come una spirale che si leva in alto proiettandosi sempre sullo
stesso cerchio di base, e consideriamo che tale base sia l’unica Verità mentre ogni ansa della spirale è
un singolo libro o una singola pericope, allora comprenderemo che il Vangelo è il cerchio ultimo di detta
spirale. Esso consentirà di illuminare tutta la Scrittura permettendo di cercare in lei la profezia sul
Cristo, Rivelazione ultima di Dio per l’uomo.
8 Cfr. il mio Partenogenesi dei Vangeli in Quaderni V. M. R. - ed. Simone.

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tre di questi quattro sono Sinottici?
La Scrittura metaforicamente mi risponde attraverso il libro della
Genesi, e mi dice che dal Giardino di Edem usciva un fiume (di
Rivelazione) il quale si divideva in quattro Arkai (principi) dei quali
uno bagnava la terra degli eletti (la Giudea) e gli altri tre le terre dei
Gentili (il resto dell’umanità).
Conscia di tale profezia, la Chiesa nascente considerò che il fiume
dell’Antica Parola dovesse dividersi in quattro autonomi libri; che il
primo di essi doveva dirigersi al gruppo degli eletti (Vangelo di
Giovanni) e gli altri tre alle Genti (Egitto, Assiria e Babilonia);
comprese poi che tali testi, defluenti quanto al materiale narrativo,
dovevano diventare arkai, cioè principi di interpretazione del grande
fiume della Rivelazione.
A tale profezia si attenne la Chiesa; e Luca lo ribadisce narrando
che al saluto di Maria, Giovanni sussultò nel seno di Elisabetta. Un
evento che manifesta come la Parola viva (saluto e sussulto)
dinamizzi la scorza morta della Scrittura (Elisabetta); che l’antica
Rivelazione va interpretata alla luce della nuova; e che il Cristo
parlerà agli uomini e li vitalizzerà mentre è ancora invisibile nel seno
di sua madre, cioè della Chiesa.9
Nacquero così il Quarto Vangelo e i tre Sinottici.
Probabilmente il IV Vangelo (quello di Giovanni) nacque da solo
proprio per parlare al Gruppo degli eletti (Giudei), come Arché
chiamata a bagnare la terra di Evilat (Palestina).
Ma anche i Sinottici furono il frutto multiplo di un'unica
operazione di fede: sarebbe un errore considerarli prodotto di tre
distinte operazioni letterarie. Nacquero dalla Chiesa con un parto
gemellare per costituire un insieme unitario, una sinfonia in cui le
voci viaggiano insieme, una in tre, e tre in una.10
9 Per maggiori approfondimenti cfr. il mio Vangelo d’infanzia di Luca, stampato pro

manuscipto, o vedi nel mio sito.


10 Triplice espressione di un’unica voce (fonè) più che Sinottici (Sinotticità grafica) essi

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Meditando congiuntamente Matteo, Marco e Luca diventa evidente
che anche l’AT non può considerarsi come una pagina di storia
letteraria mediorientale, ma una tappa dell’Incarnazione;
un’espressione concreta (scritta) del mistero che ora, in Gesù Cristo,
deve passare dallo scritto alla viva voce profetica.11

andrebbero chiamati sinfonici, e raffigurabili nelle tre canne della zampogna (in greco sumfonia)
che esprime suoni diversi originati però dall’unico Spirito che gonfia una sacca formata con la
pelle di capretto.
Dunque una struttura unitaria, una sinfonia di voci diverse ma coerenti, che vanno ascoltate
insieme se si vuole godere di una lettura teologica a tutto tondo.
11 Leggere la formazione dei Vangeli come un momento rivelativo li collega alle vicende

storico-teologiche della Chiesa. Queste ultime, che noi conosciamo attraverso la memoria,
diventano anch’esse una via di accesso al senso delle Scritture. Riaffiora la storia della Chiesa
primitiva con i suoi problemi e con le sue difficoltà, e diventa evidente l'uscita stabilita da
Cristo per noi e per gli uomini di quel tempo, oberati da identiche difficoltà.
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