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Cap.

II

LE PAROLE

L’esperienza mi ha insegnato che per poter leggere la Scrittura e


comprenderne il significato bisogna conoscere le parole e i
meccanismi letterari utilizzati dagli agiografi. Purtroppo la Bibbia
viene proposta ed insegnata come un qualsiasi libro umano, sicché ad
essa ci si accosta studiando gli aspetti storici e filologici e non i suoi
significati che ovviamente sono connessi proprio ai vocaboli e alle
strutture comunicative.
In pratica, ogni introduzione alla
lettura della Bibbia cattura il lettore all’interno di discutibili
trattazioni storiografiche che si vantano di indicare le strade
dell’ermeneutica e dell’esegesi. Così molte acquisizioni storiche e
filologiche (per altro utilissime come sponde della ricerca), si
trasformano in binari dai quali non si può uscire, e chi, come me, si
azzarda a farlo viene accusato di deragliamento. Un’impostazione
questa che ha praticamente fatto morire d’inedia anche lo studio della
lingua greca antica, ingabbiandola in centomila regole ed altrettante
eccezioni.
Il mio approccio è del tutto diverso. Io comincio dalle parole che
sono le pietre vive dei testi, e lascio al dopo le questioni grammaticali
e sintattiche. Una tecnica che mi ha consentito in solo tre lezioni di far
tradurre dal greco persone che non conoscevano quella lingua. Ti
chiedo allora di apprendere più che puoi in ordine al vocabolario
biblico: ti accorgerai che via via acquisirai la capacità di leggere e

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meditare. Anche gli ignoranti usano le parole, mentre grammatica e
sintassi lasciamole ai sapienti.
Se vuoi cominciare ad entrare in questo mondo meraviglioso fa’
attenzione: i termini che troverai nella Bibbia non corrispondono
perfettamente a quelli dedotti dai testi della classicità greca.
Nelle pagine che seguono cercherò di comunicarti alcune cose che
mi pare di avere compreso. Se ne terrai conto ti accorgerai di poter
disporre di un immediato veicolo per l’esegesi dei testi sacri.

1. I vocaboli greci

Polisemia
Dal punto di vista storico e filologico, innanzitutto merita una
riflessione la sbalorditiva polisemia della lingua greca (in parte
ereditata dal dialetto napoletano). Come avvertiva Cicerone, non c’è
da fidarsi troppo dei vocaboli greci perché possono significare una
cosa e il suo esatto contrario, e spesso (come accade nell’arabo)
rimandano metaforicamente a qualcosa che si vuol mantenere coperto.
Se ad esempio hai individuato nel testo verbi ambivalenti come ad
esempio araomai che dice: augurare, desiderare e in senso negativo
maledire, ipotizza previamente l’orientamento positivo o negativo del
testo che stai interpretando.
E qui gioca un ruolo decisivo la precognizione del testo che
tuttavia non dà nessuna garanzia di verità. Accade così che, se per
tradizione sai che il Fattore della parabola lucana è un ladro, solo in
questo senso orienterai tutti gli altri termini e quindi le molteplici
situazioni descritte nel racconto. Ma così facendo perderai il
significato che avresti potuto individuare traducendo il verbo in senso
opposto. Infatti, se leggerai in positivo la figura del Fattore (che in

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nessun punto del testo viene espressamente definito infedele), potresti
intravedere la sagoma del Cristo misericordioso.
Quindi, se tu sei il traduttore, devi scegliere quale dei tanti
significati attribuire alle parole greche, e nel fare ciò devi farti guidare
dal criterio che ho formulato all’inizio: cercare il Cristo e la Buona
Novella.
La lettura tradizionale non deve suggerirti le soluzioni. Questo
proprio afferma Agostino in molti punti della sua vastissima opera
letteraria.

Elisione
Insieme alla polisemia, due altri fenomeni influiscono sulla
identificazione nel testo materiale1 di uno specifico vocabolo:
l’elisione, presente anche in italiano, e l’aplografia che costituisce
una specialità dell’idioma ellenico.
Con una semplice elisione è possibile sottrarre alla parola una
finale che può andare a costituire un secondo autonomo vocabolo. Ad
esempio, invece di leggere epoiesen e intendere fece, posso, attraverso
un’elisione, staccare le lettere en e leggere Epoies’ en = fece l’unità.

Aplografia
Nella lingua greca scritta esisteva poi un generalizzato fenomeno
che veniva chiamato aplografia. Esso consentiva di evitare di ripetere
due identiche lettere, o anche blocchi più consistenti, se erano tra loro
in successione. Ad esempio: mentre noi scriviamo mare remoto
ripetendo due volte re, lo scrivano greco, forse per risparmiare spazio
sulla costosa pergamena, scriveva maremoto, lasciando poi al lettore
il compito di integrare il testo con l’altra re rimasta nella penna dello
scriba.
1 Con testo materiale intendo gli antichi codici scritti in greco che si presentano come una

sequenza continua di lettere senza spazi tra le parole né segni di interpunzione. Ne parlerò nel
seguito della trattazione.
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Individuazione delle parole
Fa’ attenzione poi al fatto che, mancando sulla pergamena lo
spazio che isola singole parole, puoi anche unire due sequenze
considerate distinti vocaboli, o, al contrario, dividere in due una
sequenza individuata come una sola parola.
Un esempio: in Luca leggi la frase “iereus tis onomati Zacaria”, ed
il traduttore - pur avendo riscontrato un errore nella frase (quella
corretta è: “… onoma Zacaria”) - tranquillamente la rende con: “Un
sacerdote di nome Zaccaria”. A mio giudizio invece l’inesattezza non
era certa dovuta ad una sbavatura stilistica dell’evangelista, ma alla
necessità di trasmettere un doppio messaggio. Infatti quel onomati
posso leggerlo come onoma ti ed intendere: “un sacerdote qualsiasi,
un nome qualsiasi: Zaccaria”. In questo modo, da semplice cronaca,
il passo si tramuta in discorso metaforico sempre attuale.

2. Parole bibliche e traduzione ‘a senso’

La Bibbia si spiega con la Bibbia


Riferendosi a Mosè, Dio dice (Nm 12,6-8): “Bocca a bocca gli
parlerò, in visione e non in enigmi”, e prosegue dicendo che parlerà ai
profeti (e oggi noi siamo tali) con tutta evidenza.
Polo (2Cor 3,12 ss.) afferma che un velo copre il testo della
Rivelazione e Gesù lo toglie via (forse è questo il senso del sudario
del Risorto piegato a parte nel sepolcro).
Il grande Origene considerava ispirate le singole lettere del testo
sacro, ed insegnava: “Il testo evangelico non è soltanto semplice,
come alcuni ritengono, ma per i semplici diventa semplice, mentre per
coloro che vogliono e possono ascoltarlo in modo più profondo, esso
nasconde realtà piene di saggezza e degne della Parola di Dio.” (in
Matthaeum X.1).
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Agostino, che conosceva bene la qualità enigmatica della
Rivelazione scritta, decine di volte nella sua monumentale opera
rivendica la polisemia della Scrittura giungendo a dire:
“Quando dalle stesse parole della Scrittura si possono ricavare non
uno, ma due o più sensi … non vi è alcun pericolo a dimostrare, sul
fondamento di altri passi della Scrittura, che uno qualunque di essi si
accorda con la Verità... Chi può capire capisca; chi non può chieda a
te la grazia e non mi infastidisca: io non sono la luce che illumina il
mondo.”
Agostino sapeva bene che un testo esoterico (e non ti spaventare
per questa parola che è stata demonizzata) deve contenere in sé la
chiave per essere decrittato. Di qui la sua aurea regola: “La Scrittura
si spiega con la Scrittura” e non sulle attestazioni degli storici e dei
filologi.
Una facile controprova puoi dedurla se cerchi di individuare quel
famoso terzo giorno della resurrezione di Gesù. Ne ho ampiamente
trattato nel pro manuscripto intitolato Testi evangelici e riportato nel
mio sito internet. Qui te ne offro una succinta sintesi.
Se confronti i Sinottici tra loro e con Giovanni, scoprirai che c’è
una certa confusione su quei fatidici giorni, in quanto chi legge è
portato a considerare il giorno come giornata siderale composta di 24
ore. Ma se il testo viene spiegato in base alla Bibbia, che considera
giorno il tempo di luce e notte quello della tenebra, allora si giunge
alla conclusione che gli eventi (morte, sepoltura e resurrezione) si
verificarono tutti quanti nel giorno solare del venerdì 14 di Nisan. E
che proprio in esso iniziò il settimo giorno eterno, composto di soli
sabati di riposo.

Spiegare la Scrittura con la Scrittura è dunque una regola


incedibile. Essa suggerisce di non far dipendere il significato delle
parole solo dai risultati delle ricerche filologiche (per altro
continuamente aggiornate), perché se così fosse la Bibbia potrebbe
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essere compresa solo dagli addottorati in linguistica e papirologia, e
sarebbe di fatto illeggibile per un cristiano medio. Inoltre, se l’esegesi
dovesse dipendere solo dal possesso di specifiche conoscenze storiche
e filologiche (legate per di più alla cultura occidentale), ciò
impedirebbe (e così accade) di esportare la Bibbia in culture diverse e
distanti dalla nostra.2
Naturalmente ogni previo approfondimento linguistico e storico è
utilissimo all’esegesi, ma quest’ultima va fondata sul testo stesso della
Sacra Scrittura perché, quale libro universale, porta in sé la chiave
della sua interpretazione.
Detto in breve, i vocaboli biblici non vanno considerati come
linguaggio naturale ma come veri e propri termini teologici dal
significato fisso ed univoco (e ciò accade per ogni discorso tecnico).
Dunque non è possibile considerarli sinonimi di altri. E come
nessuno, in un’espressione matematica, si azzarderebbe a sostituire
una cifra con un altra (giustificandosi col dire ad esempio che
entrambi sono numeri primi), così nella traduzione non si possono
utilizzare termini sinonimi o generici, ma ogni vocabolo va tradotto
sempre con lo stesso termine corrispondente.
Se, obbedendo a questa regola, l’univocità teologica dei termini
biblici fosse visibile anche nelle traduzioni, potresti tra l’altro
collegare passi diversi tra loro, proprio attraverso la presenza in essi di
una stessa parola. Quest’ultima fungerebbe infatti da cerniera
ermeneutica.
Thura, Pulè, Pulon, Thuris, Pulis, Opè, Poros, Diabasis sono ad
esempio vocaboli che indicano un passaggio, un varco, una porta, e
sono usati dagli autori laici della classicità in modo appropriato nelle
loro opere. Ma nella Bibbia ognuno di essi ha un suo valore teologico

2 Questa impostazione ha segnato negativamente lo sforzo missionario della Chiesa la

quale, per difendere la propria dimensione istituzionale, ha preferito esportare i commenti


(targumim) alla Sacra Scrittura, formulati sulla base della lettura storicistica stratificatasi nel
tempo.
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specifico. Ad esempio Thura è un nome di Gesù che viene definito
porta della divinità.3
A mio giudizio, già nei primi secoli si avvertì la differenza tra una
traduzione rispettosa della parola originale (considerata ispirata da
Dio) e una versione a senso. Infatti, poiché a quel tempo coesistevano
due testi dell’AT, di cui uno in ebraico (redatto intorno al 100 d.C.) e
l’altro in greco (cd. LXX risalente a circa il 250 a. C.), già allora un
certo Aquila (130 d.C.), mostrando un grande rispetto per il testo
sacro, tradusse in greco quello ebraico sostituendo ad ogni parola
ebraica un corrispondente vocabolo greco. Ciò consentiva, tra l’altro,
di risalire dalla traduzione al testo originale.
Quello stesso rispetto verso le parole fu anche uno dei cardini
dell’Esapla, una delle opere più importanti di Origene e quasi
completamente andata perduta. Composta intorno al 240 d. C., in essa
compaiono, affiancati su sei colonne: il testo in ebraico, in ebraico
con lettere greche, la traduzione in greco di Aquila e di Simmaco, il
testo greco della LXX e la traduzione in greco di Teodozione.
Con Gerolamo (circa il 380 d.C.) trionfò la tesi che il senso
dovesse prevalere sulle parole; da allora (per dirla brutalmente) le
versioni della Bibbia (compreso il NT) sono più parola del traduttore
che Parola di Dio.
Per quanto mi risulta, non esiste oggi un glossario delle parole
greche presenti nell’AT che indichi un corrispondente ed unico
vocabolo italiano, e neppure una traduzione vincolata a questo
parallelismo. In pratica, se il lettore trova la parola italiana porta, non
può sapere a quale vocabolo greco corrisponda, se, ad esempio, è

3 La dominante Accademia scritturistica, oggi schiava di una deriva letteraria e giornalistica

sempre più invadente, non fa caso alla diversità teologica dei vocaboli che genericamente
appartengono ad uno stesso insieme linguistico. Ed infatti li considera sinonimi e quindi
intercambiabili. Come già accennavo, a mio giudizio invece ogni termine greco, oltre al
significato generico per il quale possono trovarsi dei sinonimi, ha anche una sua valenza
teologica.
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traduzione di pulè, che teologicamente indica un ingesso, o di thura
che, come ho indicato, è un nome di Gesù.
Un predicatore, che sia esegeta rispettoso delle parole originali, è
costretto allora a mille precisazioni che all’ascoltatore medio
appariranno come arzigogoli ingiustificati, e lo convinceranno a dare
credito alla lettura corrente che ormai si rifugia, in alto, nell’empireo
filologico, ed in basso, nel giornalismo parabiblico. Eppure Gesù
stesso aveva intimato di non far cadere neanche il più piccolo
elemento della Rivelazione scritta.

3. Parole in codice

Cercherò ora di suggerirti il modo che ho escogitato per scoprire i


significati teologici delle parole della Bibbia: considerale come parole
in codice.
A mio giudizio, il significato teologico di un vocabolo contenuto
nella Bibbia va individuato:
a) cercando il testo nel quale è stato usato per la prima volta. In
moltissimi casi è il libro della Genesi che, a mio parere, fu
deliberatamente voluto come codice delle parole bibliche;
b) la stessa parola va poi verificata in quei libri dove è stata usata
in maniera massiccia, sicché si può presumere che proprio in quei libri
l’autore abbia inteso approfondirne il primitivo significato. Ad
esempio orghe (ira), presente solo due volte nella Genesi e poco negli
altri libri, si trova citata più di quaranta volte in quello dei Salmi;
c) qualora i significati teologici riferibili ad un solo termine siano
più di uno, si dovrà ricercare in quali libri c’è una sua più densa
presenza e in quei libri bisognerà procedere ad un’analisi più
approfondita per individuarne il senso.

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Ricordando l’enorme difficoltà degli agiografi di comporre con gli
stessi vocaboli frasi capaci di comunicare più messaggi teologici, fa’
attenzione a come loro duplicavano o moltiplicavano il significato di
un termine greco attraverso alcune semplici varianti:
- la prima variante affidava contenuti teologici diversi all’utilizzo
dello stesso vocabolo nella forma singolare o plurale. Ad esempio,
usato al singolare, anthropos (uomo) indica gli eletti chiamati ad
essere nel mondo sacramento di Gesù: l’Uomo (singolare - ecce
homo) creato da Dio al vertice della creazione. Se dunque nella
Scrittura troverai anthropos, sappi che si vuole fare riferimento
all’eletto (ne parleremo in seguito). Quando invece quello stesso
termine viene usato al plurale indica semplicemente l’umanità e
corrisponde a quei molti (polloi) che spesso compaiono nella
narrazione evangelica.
- la seconda variante riguarda l’uso mirato e fisso delle
preposizioni che, collegate ad un certo vocabolo, ne codificano il
significato. Questo meccanismo prevede anche un uso
apparentemente improprio di preposizioni (esempio en = in) che
vengono usate per reggere un caso diverso da quello corretto. Ma
poiché questa anomalia non viene accettata nella corrente esegesi, si è
inventato un greco biblico come sottoprodotto del greco classico, e si
sono costruite apposite grammatiche nelle quali l’eccezione viene
accettata come una saltellante regola.
Il metodo che vado proponendo non è ovviamente né rigido né
meccanico, ma permette in ogni caso, anche per via di
approssimazione, di scavare nel testo e spesso di ottenere illuminanti
risultati.

Tornando all’uso delle parole, se analizziamo il testo in cui il


termine è stato usato per la prima volta e i punti in cui è presente in
forma massiccia, il valore teologico della parola verrà dedotto dal
significato complessivo dei passi in cui essa è presente. Ad esempio,
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se nel passo dove la parola pulè (porta) viene usata per la prima volta
si descrive un personaggio che, passando attraverso di essa, viene
incoronato re, puoi presumere che quel termine sarà ripreso negli altri
passi per indicare qualcosa di molto positivo.
In sintesi, non è possibile assimilare il linguaggio parlato greco con
quello biblico, né considerare sinonimi quei vocaboli che nella lingua
materna indicano una stessa cosa e quindi tradurli con un solo termine
italiano. Tutto ciò appiattisce il discorso teologico perché nasconde
quegli indizi di verità che sono affidati proprio al diverso valore delle
singole parole; ed inoltre non permette di meditare congiuntamente
passi diversi che, proprio per la presenza di una stessa parola in
codice, possono supportarsi ed integrarsi a vicenda.

4. Parole cifrate

Se provi ad identificare le parole significative nel testo materiale,


considera anche la possibilità che esse non si presentino per esteso ma
come sigla, e quindi attraverso lettere puntate.4
Come oggi per indicare un’intera parola noi usiamo delle lettere
singole, ad esempio S. per Santo, allo stesso modo facevano i greci.5
Questa tecnica era usuale nelle iscrizioni lapidiche. E non dimenticare
che la Legge fu scritta da Dio su una lastra di pietra, quasi ad indicare
quale tipo di scrittura si dovesse usare nel redigere la Bibbia.

4 Sul punto vedi scheda su Pacomio nel mio sito. Ho potuto verificare che questa tecnica di

abbreviazione di alcune parole permette di comprendere le celebri Lettere di Pacomio che molti
commentano, ma nessuno è in grado di suggerirne il significato.
5 Qualche esempio: nella Bibbia greca (cd. LXX) la lettera T indica la perfezione; A il

Principio; K il Signore; G il Santo; B la Sacra Scrittura; Th (teta) il dover morire; X il Cristo; S


sostituisce il vocabolo Soter, cioè Salvatore; P sostituisce Pater, cioè Padre, o Pantocrator, cioè
onnipotente; la lettera I o, ancora meglio, il digramma IS, cifrano la parola Iesous (Gesù), ma IS
racchiude anche qualcosa di teologicamente molto interessante e può considerarsi un nome
misterioso di Gesù. Infatti, come sostantivo, IS equivale a Forza, Potenza o anche legame, cioè
qualcosa che tiene uniti insieme.
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Inoltre, poiché le lettere alfabetiche fungevano anche da numeri,
talvolta esse esprimono proprio questa funzione. Ad esempio Gamma
(il Santo) dice anche tre; ed Alfa (il Principio) dice anche uno, sicché
dove è scritto ad esempio Ga (terra) è anche possibile compitare G. a.
e leggere: Il santo Principio o Il Tre-Uno. Ugualmente la sequenza
erx può intendesi 5-100-Cristo e lasciar intendere che Cristo sposa (5)
la totalità degli uomini (100).

Il X. (chi), il Xr, ed il Cristo


Paolo dedica la sua teologia in modo quasi esclusivo al Cristo: a
lui dobbiamo il nostro chiamarci Cristiani; eppure il vocabolo Xristos,
nell’accezione in cui noi lo intendiamo, è praticamente inesistente
nell’AT che pure avrebbe dovuto annunciarlo. Infatti laddove è
presente (nei libri storici), è usato solo nel significato riduttivo di
Unto/consacrato, aggettivo che riguardava l’investitura di sacerdoti o
di re.
Di qui la svalutazione di Cristo come autonomo personaggio a
favore della persona fisica di Gesù.
Xristos, ridotto da nome proprio ad aggettivo (unto), viene
ordinariamente riferito a Gesù come mero titolo, come ad esempio è
oggi quello di cavaliere o commendatore. Eppure è sufficiente
considerare X. o Xr. come forme puntate di Xristos e subito l’AT si
colma a dismisura della sua presenza.6
Se leggerai in questa ottica le prime parole del libro della Genesi
scoprirai un “En arxè’ che ti avverte come a quel En iniziale, che dice

6 Quanto propongo non è per nulla fantasioso o peregrino ma vanta nobili antenati: già

Platone, nel suo Timeo, considera il X (lettera greca che si legge Chi e che all’epoca veniva scritta
con +) quale segno della presenza di Dio nel mondo; la stessa affermazione la si ritrova in
Giustino che, nella sua Apologia, mutuando tale significato da Platone, lo accusa di averlo a sua
volta copiato dalla Bibbia.
Se poi il termine Xristos viene suddiviso in Xr. istos si può intendere Cristo-palo, cioè: Cristo
crocifisso, aprendo una nuova via di meditazione.
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il mistero dell’unità di Dio, segue proprio quel X che indica il Cristo.
Puoi allora compitare En ar X e intendere: “L’Uno, ora il Cristo... ”

Il Tau
Un’altra lettera fortemente significativa è il Tau greco (T) che
indica simbolicamente la perfezione.7
È interessante notare che T è l’ultima lettera dell’alfabeto semita e
corrisponde, quanto al significato, all’ultima lettera dell’alfabeto
greco, cioè all’Omega che indica il compimento finale: “Io sono
l’Alfa e l’Omega” dice Gesù nell’Apocalisse. Inoltre il Tau rimanda al
vocabolo Telos che significa fine e perfezione di una cosa.
Dal punto di vista grafico, il Tau si può spesso ritrovare racchiuso
nel diffusissimo ton (ordinariamente inteso come accusativo maschile
dell’articolo greco o = il); possiamo infatti scomporre il ton in T. On e
leggere: “La Perfezione Cosa” oppure la “Cosa perfetta” con
evidente riferimento alla dimensione animica o all’Eucarestia.
È superfluo evidenziare come queste piccolissime varianti abbiano
conseguenze inimmaginabili nella lettura del significato del testo
biblico. Ricordo solo che secondo la lettura corrente della Genesi, Dio
fece “il cielo… ” che in greco suona “Ton ouranon”; ma, compitando
T. On (Tau On) l’oggetto della creazione divina diventa la dimensione
animica del creato.

Il Theta
Oltre a K (Kurios = Signore), a T (Tau = perfezione) e a X (Cristo),
ti suggerisco di stare molto attento alla lettera greca Th (Teta) che
spesso si nasconde all’interno di sequenze che vengono correntemente
considerate singole parole. Essa infatti è uno dei più eleganti e
7 Il Tau a volte si mostra in tutta la sua pienezza nel vocabolo Tauta (queste cose); dove,

senza far danno alla parola, può agevolmente enuclearsi il Tau in quanto il Ta che residua
equivale grosso modo allo stesso tauta.
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mimetizzati grimaldelli letterari utilizzati dagli evangelisti per
indicare la persona di Gesù, e derivativamente del sacerdote che lo
impersona.
Th veniva usata infatti per contrassegnare il nome delle persone
condannate a morte (thanatos). Gli evangelisti la usavano quindi per
indicare la persona di Gesù nella sua dimensione di mortale e
principalmente per indicare che egli doveva morire sulla croce. Per
segnalare poi che tale evento era positivo per l’umanità, molto spesso
essi vi accostavano l’avverbio eu che, ancora oggi, nella lingua
italiana, indica qualcosa di buono.
Un esempio molto chiaro di un tale uso lo puoi trovare nella
sequenza Euthus che, letta come un unico vocabolo, viene
correntemente tradotta: subito ma, scomposta in Eu th. us, dice: “Il
Figlio positivamente segnato a morire”.
Allora stai attento quando incontri un passo… accelerato da molti
subito.

Beth = B
Anche questa lettera si mimetizza facilmente, eppure ha un
significato profondo. Nell’alfabeto ebraico era in seconda posizione
dopo quella A (alef) che indicava il Principio e quindi
metaforicamente il Dio creatore. B era scritta in modo da
simboleggiare una bocca che parla, e indicava in traslato la
Rivelazione di Dio. Fu perciò collocata come prima lettera nella
Bibbia ebraica. Oggi rimane come inizio della parola Bibbia.
Quando dunque la isoli e la consideri un vocabolo cifrato, puoi
tradurla con Rivelazione scritta.

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5. Complessi metaforici

Un altro aspetto del linguaggio biblico su cui dobbiamo


soffermarci è quello che potremmo definire: complessi metaforici.
Con questa espressione qualifico quegli insiemi di termini capaci,
nella loro articolazione, di esprimere in traslato una certa verità. Uno
di essi, che si incontra spessissimo, riguarda i tanti modi nei quali si
presenta l’acqua, già di per sé portatrice di una grande valenza
simbolica in quanto espressione della vita.
Così, l’acqua che scende dal cielo sotto forma di pioggia può
rappresentare la vivificante Rivelazione, ma anche una punizione
(diluvio); il suo scorrere nei fiumi, torrenti, canali etc. può mostrare i
vari modi in cui si diffonde la Parola di Dio; ed ancora, sotto forma di
rugiada simboleggia la carezzevole presenza di Dio, mentre la brina
suggerisce un’idea di male.

Mare, Barca, Pesca,


Gli evangelisti conoscevano bene la differenza fra palude, lago e
mare eppure sembra che a volte usino questi termini in modo
generico.
Qui accenno solo che il mare indica la marea delle Genti
contrapposta alla terra arida che, emersa dal mare, simboleggia il
gruppo di coloro che erano stati eletti da Dio.
La barca, per lo più, indica la chiesa: arca di salvezza, ma al tempo
stesso ne sottolinea la sua realtà mondana. La chiesa, infatti, è resa
metaforicamente con l’immagine della barca di Pietro che rischia di
affondare per i troppi pesci (proseliti) raccolti nella marea delle Genti.
Non a caso la pesca è un’attività ambivalente a seconda che segua le
direttive di Gesù, che tende a mettere in comunione le anime, o sia
espressione di una scelta dell’uomo che orgogliosamente vuole essere
sovrano di una moltitudine di proseliti.

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Lebbra ed aceto
I termini aceto e lebbra, in chiave simbolica, sono molto prossimi
fra loro perché otticamente somiglianti. Infatti le macchie bianche
sulla pelle, che indicano l’insorgere della malattia, compaiono anche
sul vino quando comincia a diventare aceto.
Inteso in senso teologico, l’aceto rappresentava il prodotto della
Vigna del Signore (simbolicamente la Rivelazione scritta) affidata agli
eletti che, quale mistico vino, dovevano rallegrare il cuore dell’uomo.
Se ricordi la parabola dei Vignaioli omicidi, e come Gesù
nell’ultima cena si identificasse con il vino nuovo da mettere in otri
diversi da quelli vecchi, puoi scoprire in quelle scene la nascita del
nuovo sacerdozio. Dio ha mantenuto la promessa fatta ad Abramo di
rendere la sua discendenza un popolo di sacerdoti, ma ora quella
sacerdotalità deve cambiare per poter custodire il Vino nuovo.
Da qui ti sarà chiaro la necessità di guarire quei lebbrosi che ora
puoi immaginare come gli eletti inaciditi. E ancor più chiaramente
capirai perché sulla croce Gesù rifiutasse la spugna imbevuta di aceto:
gli stavano offrendo la marea delle Genti (spugna) come una chiesa
avvelenata dal vino diventato aceto, e cioè di fatto corrotta dai
giudaizzanti.
In questa stessa ottica, rileggendo il racconto riportato nel libro dei
Numeri (12,1 ss.) potrai comprendere il senso teologico
dell’inaspettata lebbra, voluta da Dio, che colpisce Maria quando
(insieme ad Aronne) diffama il fratello Mosè per avere sposato
un’etiope dalla pelle nera. La conseguenza sarà che Maria resterà sette
giorni fuori dell’accampamento. Un racconto questo che profetizza gli
atteggiamenti di rifiuto, tipicamente ecclesiali, di ogni allargamento
dell’area della fede.

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6. Gli animali

Non ti meravigliare se ora dedico spazio agli animali: anch’essi


sono un veicolo privilegiato della Rivelazione. Pensa che è stata
scritta un’opera seria e ponderosa che si intitola Il bestiario di Cristo.
Diversi sono gli animali citati nei Vangeli, a volte sembra solo per
colorare la scena e a mo’ di contorno, come i porci del Geraseni che
ebbero la sventura di essere presenti al miracolo della liberazione
dell’indemoniato.
Ma nel Vangelo nulla è stato scritto a caso e gli agiografi non
soffrivano certo di pretese letterarie come i traduttori moderni. Perciò
mi chiedo se in ogni animale non si nasconda un significato teologico.
Senza tener conto, poi, che nell’antichità ai sacerdoti venivano dati
anche nomi di animali (dragone, cavallo etc.) il che ti consente ad
esempio di individuare nei cavalli dell’apocalisse vere e proprie
figure sacerdotali.8

Xoiros = porco
E veniamo a Xoiros, termine presente solo nei Sinottici9 (è assente
nella LXX) e che sostituisce miratamene quello più usato, cioè us.
A seguire la lettura corrente, i porci del Geraseni prima finirono
indemoniati e poi affogati. Ma veramente si trattava di porci?
Proviamo a leggere la scena in termini metaforici.
Ricordando che la lettera X è monogramma del Cristo, se ora tu
compiti la sequenza grafica Xoiros trasformandola in “X. o iros”, essa
ti dirà: “Cristo, il Santo”; e al plurale “X. o iroi”: “Santi perché di
Cristo”. Lasciati allora suggestionare da questa scoperta e vedrai
formarsi una scena ben diversa: Gesù libera i daimonia, cioè l’essenza
animica (non i diavoli) di coloro che sono riluttanti a seguirlo (i cd.
8 Potevano anche godere di particolari aggettivazioni, come la qualifica di purificatori che

indicava i sacerdoti di Cotitto. Quanto a Dragone cfr. sotto questo nome nel mio sito.
9 Cfr. Mt 8,30: Mc 5,11-13: Lc 8,32.33: Lc 15,14.

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indemoniati), e quell’anima, ormai liberata dal peso della Legge,
vivifica i Santi di Cristo (cd. porci) che si lanciano nella marea della
Genti per predicare la venuta di Dio.
Puoi anche compitare X. oi ra os e leggerai “chi ora è per il Cristo
agnello”; oppure xoi ra os che dice “chi è per il calice”.
Se vai poi in Matteo (7,6) leggerai: “Non date ai cani le cose sacre,
né gettate davanti ai porci le vostre perle, perché non le calpestino
con le loro zampe e si rivoltino a sbranarvi”. Questo passo (tradotto
nella finale con qualche forzatura) ha prodotto l’espressione “cani e
porci” per indicare gente di infima qualità, e sembra suggerire un
atteggiamento di chiusura verso i rudes con i quali sarebbe inutile e
dannoso comunicare profili di alta teologia.
Ma può un tale invito stare sulla bocca di quel Gesù che ha
ordinato di predicare sui tetti quanto è stato sussurrato nelle orecchie,
senza far distinzione di interlocutore? Questa contraddizione mi
risulta inaccettabile, perciò, osservato il contesto nel quale
l’espressione si inquadra, ho preferito ricompitare il greco. Ho
trasformato allora il Me (non) in un m’ e (per me certamente),
rovesciando così il senso del passo che ora rivela una missione che, in
quanto sacerdote, mi riguarda direttamente: “Per me certamente date
ai cani (cioè ai fedeli Gentili) ciò che è Santo. Per me certamente, in
presenza dei porci (fedeli Gentili), fate getto delle perle (verità) che vi
appartengono.”

Anche nella parabola del Figliuol prodigo (Lc 11-32) c’è uno
specifico richiamo ai porci che appare del tutto gratuito. Seguendo la
traduzione corrente, il giovane scapestrato, ormai affamato, si mette al
servizio di un abitante del paese in cui si trova il quale lo manda a
pasturare i porci. Ma, a leggere con attenzione il testo greco, non è
proprio così, anzi le parti si ribaltano ed è proprio il giovane (neoters)
che manda il cittadino (polites - col termine si intende il cittadino
della città per eccellenza: Gerusalemme, e quindi, in forma traslata, la
51
figura del sacerdote) a badare ai porci (i Gentili). Sicché la scena
richiama la missione che sarà affidata a Paolo.10

I Pesci
Un risvolto molto importante riguarda i pesci: quegli strani animali
muti, cioè incapaci di dialogare, e senza sangue, cioè senza anima
(sangue), che navigano in quel mare ancestrale da cui fu tratta la terra
arida simbolo degli eletti. Considerali dunque icona dei Gentili,
ovvero di quell’umanità che non patì il diluvio: punizione per gli
uomini della terra arida renitenti alla missione loro affidata di
diffondere la Parola di Dio. Anzi i pesci furono esaltati da quel
diluvio che li fece salire oltre quei monti sui quali gli uomini
dell’arido credevano di accostarsi a Dio.
Se già hai letto le storie narrate nell’AT, ricorderai che Tobia
(figura del Messia) proprio da un pesce ricavò la medicina che ridiede
la vista al padre cieco (figura del gruppo eletto) e liberò dal demonio
Sara (figura dell’umanità); ed avrai anche letto che Giona (immagine
della Parola di Dio), proprio all’interno del grande pesce (il corpo di
Cristo) trovò la forza di affrontare la predicazione in Ninive e
convertirla.
In questa ottica potrai utilmente rileggere il racconto di Noè che, da
uomo della terra, si fece marinaio e riuscì a sbarcare su una nuova
terra emersa, simbolo della Chiesa. Noterai allora che nella sua arca
egli non accolse i pesci; essi, infatti, erano direttamente beneficati ed
esaltati da Dio diventando gli unici padroni della creazione.
Proprio per non aver letto il racconto di Noè dal lato dei pesci non
troverai nei commenti alcun riferimento teologico che li riguardi.

10 Per maggiori approfondimenti cfr. il mio Parabole lucane, stampate pro manuscripto, o

visita il mio sito.


52
In base a queste precisazioni, medita ora sui due pesci tanto
presenti (quanto incomprensibili e perciò dimenticati) nei Vangeli e
nella primitiva iconografia cristiana: ora potrai concludere che,
comunque interpretati, essi appartengono al Mare delle Genti.
Ma prova ad allargare la tua visuale e rileggi ad esempio il
racconto della cd. moltiplicazione dei pani e dei pesci; io ti suggerisco
di considerare quei due pesci evangelici come simbolo dei due gradi
dell’Ordine sacro e cioè il diaconato (ministero della Parola) e il
presbiterato (sacerdozio del sacrificio eucaristico). Anche da questa
parabola potrai acquisire il dato fondamentale che ora il sacerdozio
appartiene alle Genti.
Qualificati come sacerdoti, i due Pesci ti parleranno dell’inalterato
amore di Dio per l’umanità intera e a te si riveleranno come
sacramento della salvezza universale. Un risvolto questo che esalta la
sacerdotalità e che purtroppo non forma oggi oggetto di
predicazione.11
Esercitandoti ancora sul racconto della moltiplicazione, puoi fare
un passo avanti; noterai che Gesù non moltiplica i due pesci, ma
sembra quasi che si identifichi con essi, unificandoli nella sua
persona: il Grande Ictus (Pesce).12
In questa esegesi ti verrà in aiuto il racconto di Genesi 1,21 che ti
rivela come fu Dio in persona a creare i grandi cetacei come profezia
delle Chiese future che domineranno l’umanità e si trastulleranno con

11 Icone di pesce-sacerdote si ritrovano nei reperti archeologici del Medio Oriente. In

particolarmente va segnalata la figura mitologica di Oannes, divinità marina che durante il


giorno veniva sulla terra ed insegnava la sapienza agli uomini. Egli, che aveva volto di uomo
sormontato da una testa di pesce ed un corpo che finiva con una coda dalla quale spuntavano
piedi umani, si può oggi iconicamente identificare con la sagoma di un vescovo mitrato e
caudato. In particolare, il pesce che i greci chiamavano Uka o erutrinos, cioè rosso, col suo colore
rimanda al sangue (anima) e al fuoco,
elementi che naturalmente fanno pensare alla persona di Gesù e quindi del suo sacerdote. Ti
avverto che, nel ricompitare i testi, spesso vi troverai nascosto questo simbolico pesce.
12 Ti ricordo che il termine greco Ictus veniva letto come acrostico e diceva Gesù Cristo figlio

di Dio Salvatore.
53
i marosi della storia. Nella simbologia della Chiesa primitiva,
contemplerai allora Gesù che è raffigurato come grande Pesce e come
colui che pesca dal mare i pesciolini.
Leggendo i due pesci in termini metaforici ed in chiave
escatologica, converrai che essi dovevano unificarsi nel Corpo del
Cristo. Perciò a lui andavano consegnati ed in lui dovevano rimanere;
in tal modo sarebbero stati anche segno della sua presenza quale
principio di comunione operante attraverso i suoi due sacerdoti.
Dunque l’espressione “portateli qui a me” annuncia che sta per
inaugurarsi la ricapitolazione finale del creato; sta per sorgere il
settimo giorno.

Gli uccelli
Se vuoi meditare sul valore metaforico degli uccelli, o meglio dei
“volatili che volano sulla terra sotto il firmamento del cielo”,
consulta ancora il libro della Genesi (1,20), scoprirai che, il quinto
giorno, essi nascono non dalla terra ma dalle acque insieme alle
“striscianti di anime viventi”.
Poiché successivamente Dio crea gli animali della terra, le cose che
strisciano (cioè che non si sollevano dalla dimensione terrestre) non
vanno dunque individuate nei serpenti, ma nelle cose opposte a quelle
volatili. Io ti suggerisco di considerare le cose che strisciano come il
pensiero che resta legato alla terra, incapace di elevarsi attratto
proprio da quel Firmamento che è il Cristo.
Alla luce di queste precisazioni troverai forse la soluzione di
quell’incomprensibile passo escatologico (Mt 24,28 e Lc 17,37) che
recita: “Dove sarà il corpo (cadavere) lì si raduneranno le aquile”; a
mio parere esso può annunciare che i due livelli di pensiero (quello
che striscia e quello volatile) alla fine si riuniranno, consentendo
all’uomo di raggiungere la sua pienezza senza nulla perdere di sé.

54
L’asino (onos) e il bue (tauros)
Finanche nelle natività disegnate sui muri delle catacombe è
presente un asino e un bue. A Greccio, Francesco riprese questa
iconografia che ci è diventata familiare ma al tempo stesso si è
fortemente impoverita.
Io preferisco leggere quelle immagini in chiave di rebus ed esse si
trasformano in parole da interpretare. Guardo l’onos e intendo asino,
ma poi compito on os ed esso mi dice: “Egli è l’essenza vivente, cioè
la Vita”; vedo poi un bue (tauros) e compito Tau r’ Os intendendo:
“Egli è la perfezione”. Così gli animali si dissolvono e si annuncia la
grande verità sul Bambino: “Egli è la Vita perfetta”.
Ma, supportata dall’immagine, la meditazione può continuare.
Onos indica anche un orcio, un boccale (a quell’epoca modellato a
forma di testa di asino o di colomba) e quindi dice genericamente una
coppa, un calice. Allora mi ritorna alla mente il verso del profeta che
annunciava a Gerusalemme la venuta di un Re a cavallo di un onos, e
improvvisamente quel Re non lo vedo più avanzare su un asinello, ma
versato in un calice di comunione.

Kunes = Cani
I cani presenti nella casa del ricco epulone molto probabilmente
nulla hanno a che vedere con gli animali che ci fanno compagnia. Il
termine greco kuon significa infatti anche frenulo del prepuzio, e
quindi rimanda al lembo di pelle dei genitali maschili che veniva
asportato con la circoncisione. Da ciò le espressioni: “Cane morto”
con cui Semei insulta Davide, e “Cane di un infedele” con cui i
musulmani circoncisi inveivano contro i cristiani (questo significato
rimane ancora oggi nella nostra lingua quando si parla di cane della
pistola).
A me pare che, intesi in questo senso, i cani siano nient’altro che
una metafora dei Gentili incirconcisi che usarono misericordia
(leccavano le piaghe) al povero affamato fermo alla porta del ricco.
55
7. I numeri

Ricorda sempre che puoi considerare le lettere dell’alfabeto come


numeri; di esse infatti si servivano i Greci prima di conoscere la
numerazione araba. Ciò consente anche di leggere una sequenza di
lettere come espressione numerica. Ad esempio, come già dicevo, il
greco Ga (terra) può intendersi come 3+1 che unendosi nel 4
indicavano proprio la terra.
Se il recupero dei numeri attraverso le lettere alfabetiche è
importante, ancor più lo sono quei numeri scritti per intero (esempio
quattro, tre etc); rifletti che se l’evangelista usò questa forma
probabilmente voleva alludere a qualcosa di diverso dal numero.
Perciò, ad esempio, quando leggi che erano in quattro (tessares)
quelli che sostenevano la barella del paralitico calato dal tetto, puoi
lecitamente immaginare che quel numero volesse indicare non dei
portantini ma i quattro Vangeli. Ti si aprirà allora un’interessante
pista esegetica.
I numeri sembrano disseminati nel Vangelo per indicare particolari
tempi, o quantità di cose o di persone. Giovanni, ad esempio, precisa
che alle quattro del pomeriggio i discepoli lasciarono Gesù dopo
averlo incontrato per la prima volta, e che Pietro, nell’ultimo incontro
col Risorto vicino al lago, pescò centocinquantatre grossi pesci.
Anche se preferiscono ignorarlo, gli studiosi della Scrittura sanno
bene che nell’antichità i numeri avevano grande importanza e che in
proposito esistevano meccanismi letterari complessi (Gematria,
Ipsosefia) ben regolamentati ed articolati.13

13 Per fare qualche esempio; la lettera I (monogramma di Iesous) che equivaleva al numero

10, indicava i Gentili raccolti nelle dieci tribù che si separarono da quelle di Giuda e di Simone e
formarono, a fronte del regno di Giuda, quello di Israele a nord della Palestina; N era sinonimo
di 50, ed indicava lo Spirito; M diceva 40 ed indicava una dimensione intermedia, di attesa,
oppure la moltitudine (Miriades); E (epsilon) equivaleva a 5 e, nella tradizione pitagorica diffusa
nell’ecumene, indicava il matrimonio.
56
Cinquemila, cinque, due e dodici
Una testimonianza della capacità dei numeri di veicolare una
Rivelazione la puoi trovare nella scena della moltiplicazione dei pani.
L’evangelista annota puntigliosamente il numero dei presenti,
specificando che cinquemila erano solo gli uomini, senza le donne e i
bambini. Che significato ha questa precisazione quando si trattava
solo di stomaci da saziare?14 Aggiunge poi che cinque erano i pani,
due i pesci e dodici i canestri. Dunque cinquemila, cinque, due e
dodici.
La connessione fra cinquemila e cinque ti richiama la connessione
fra Genti e pani: il pane dovrà essere inteso come qualcosa che
riguarda strettamente il mondo, e in esso si pluralizza (il 5 diventa
5000).
Il numero due, da solo, rimanda alla separazione che esiste fra i
figli di Dio. Da Caino e Abele in poi, tutto nella Scrittura è bino, tutto
è spartito in due in attesa che venga Colui che di due popoli ne farà
uno solo.
Visti da questa angolazione, i due pesci possono anche
simboleggiare la nascente Chiesa dei Gentili e quella degli eletti che
hanno posseduto la Parola di Dio. Essi attendono di riunificarsi in

È sufficiente allora leggere numericamente quel greco En (in) con cui inizia la Bibbia (In
principio…) per intendere: “Matrimonio Spirito/attesa”; oppure, dividendo l’IS (già inteso come
digramma di Gesù) in I S. (S. = Soter) si può intendere “Il Salvatore dei Dieci”, cioè delle Genti.
14 A mio giudizio, l'evangelista volle segnalare che il passo riguardava i sacerdoti delle

cinque spose Gentili (comunità domestiche), come potenza pacifica del Cristo (andres pente aka
is X.) come suoi nella terra (ilu-ioi).
A seguire questo input, qui proprio sarebbe stato istituito il sacerdozio che riguarda la
sposa del Cristo (Chiesa) che ora è potenza (or is) delle donne (cioè le comunità) e altrove (pai)
dei divini, cioè delle nuove creature. Nella simbologia pitagorica il numero cinque indicava
l’incontro nuziale del maschile e del femminile. Le spose di Cristo, nella parabola delle dieci
vergini, sono cinque e cinque. Riferito alla storia della creazione, il cinque avverte che ci
troviamo in un mondo nel quale non è ancora nato l'uomo e quindi il Cristo che è il perfetto
Adamo. Rimanda dunque al mondo delle Genti, a quelle folle di cui si fa chiaro cenno nel
nostro racconto.
57
colui che, assimilandoli a sé (mangiandoli), li farà diventare il suo
unico corpo.
Il numero dodici rimanda alla struttura del Popolo di Dio riunito in
comunione. Il 12 rappresenta la totalità dell’umanità redenta (le 12
tribù di Israele), distinta a sua volta nelle 2 tribù (di Giuda e Simone)
che indicano gli eletti, e nelle altre 10 che simboleggiano le Genti,
cioè la restante parte dell’umanità.
Tutta questa organizzata simbologia deriva per imitazione dalla
grande struttura cosmica in cui coesistono il sole ed i dodici segni
dello zodiaco. Una struttura che esprime la grandezza e centralità
vitale del vero sole, cioè di Dio, e la dinamica del suo accostarsi al
mondo come calore e vita.15
Ma possiamo ancora approfondire la nostra riflessione.
Il cinque e il due, sommati, danno il sette: numero che simboleggia
la totalità degli uomini (concetto che abbiamo già incontrato
racchiuso nel numero dodici). Il cinque dunque esige il due per
completarsi; e così vengono annunciati i cinque giorni della creazione
che culminano con la nascita dell’uomo nel sesto giorno e
introducono al settimo giorno che è quello del riposo di Dio.

Otto
Un altro numero fortemente simbolico è l’Otto. Nella Prima lettera
di Pietro (3,20), esso indica i salvati dal diluvio: “…otto persone in
tutto trovarono scampo dall’acqua.”
15 Tanti altri input derivano da questi numeri. Ad esempio, raccogliere in dodici contenitori

le particole (klasmata), cioè i singoli componenti della famiglia di Dio, equivale a costituire un
pane nuovo che è comunque capace di sfamare tutto il mondo.
La raccolta nei cofani ricorda, anche per l’evidenza grafica dell’immagine, la rete gettata nel
mare per raccogliere i pesci. I cofani non esistono singolarmente: o sono dodici, e si traducono
nella comunione dell'unica Chiesa, o non hanno alcun valore.
Raccogliere le cose frammentate, cioè gli uomini sparsi nel mondo, in cinque pani significa
costruire una potenza vitale che dà struttura di pane al gruppo (ecco la famiglia); ed ancora un
enorme potenziale manducatorio, tale da sfamare moltissime persone, purché aperte alla
comunione (cinquemila = che cercano il matrimonio).
58
Ma l’otto rimanda anche all’ottavo giorno che, come insegna il
primo racconto della Genesi, è quello delle opere dello Spirito e
quindi dell’eucarestia. Infatti, traducendo diversamente la storia della
creazione, leggo: (Gn 2,3b) “E lo Spirito santificò il creato. Poiché
l’Uno cessò dalle sue opere, per (redimere) la creazione, Egli - che è
Dio- cominciò ad operare”.
L’operare dello Spirito va dunque inquadrato teologicamente
nell’ottavo giorno che non appare nella lettura corrente del passo.

Uno, Unico
La parabola dei talenti (Mt 25, 15) ti offre un’altra possibilità di
meditare sull’uso dei numeri. Il terzo servo non riceve solo un talento,
ma l’Uno, l’Unico, cioè il Cristo incarnato. Ciò fa concludere che i
primi due servi, ai quali vengono affidati rispettivamente cinque e due
talenti, in realtà abbiano ricevuto meno del terzo.
Potrai allora intendere che ai primi due viene affidato il compito
del Cireneo: portare il peso del mondo e ristrutturarlo. Proprio a
questo allude il numero 5+2=7 che simboleggia il Sabato della
conclusione positiva del creato.
I primi due servi dunque (sgravandone Gesù) devono lavorare per
giungere al settimo giorno, sicché il Signore dirà loro: entrate nella
gioia del mio settimo giorno. All’ultimo servo - l’eletto, l’uomo dello
Spirito, colui che deve completare l’opera - viene invece affidata
l’Unità divina, cioè il compito di santificare il mondo. A lui viene
data la disponibilità dell’ottava ricchezza, cioè di quella eucarestia
che nasce proprio nell’ottavo Giorno.16

16 Se poi vuoi meditare in altra direzione, considera che i talenti sono otto in tutto, così

articolati: il 5, che è il numero del matrimonio (vergini), attiene ai Gentili; il 2 indica il Bet, lettera
che simboleggia la Scrittura che con questa lettera comincia (Bereshit), ma può anche alludere ai
due Testamenti; l’1 è il numero dell’unico Dio; l’8 rimanda allo Spirito ed indica l’eucarestia che
viene celebrata ad Emmaus nell’ottavo giorno.
59
Indicazioni temporali
Nel formulare una lettura teologica, presta particolare attenzione
anche alle indicazioni temporali: quasi sempre vanno ben oltre la
collocazione storica dell’episodio.
Un esempio illuminante lo si ritrova nella parabola degli Operai
dell’ultima ora (Mt 20,1 ss.) che è sezionata in precise ore del giorno,
le quali, guarda caso, corrispondono a quelle della passione di Gesù,
orientando così il lettore a meditare unitariamente i due distinti passi.

8. Nomi di località

Gerusalemme
Anche i vocaboli che sembrano enunciare i nomi delle località
della Palestina in cui Gesù si spostava possono andare molto oltre
l’indicazione territoriale.
Cominciamo da Gerusalemme. Considera che essa non vuole
indicarti la città in quanto tale, ma il luogo della presenza di Dio
(tempio) e la casa dei suoi eletti. La divina Presenza la rende la città
per antonomasia: di fronte ad essa tutte le altre aggregazioni urbane,
indipendentemente dalla loro importanza, vanno qualificate borghi.
Da questo punto di vista, Gerusalemme diventa un topos speciale e la
predicazione di Gesù in quella città assume un particolare significato.
Che il nome Gerusalemme abbia un chiaro valore metaforico lo
puoi dedurre dal fatto che, inspiegabilmente, il suo nome viene scritto
nella forma declinabile, indeclinabile e finanche al plurale:
Ierosoluma, Ierousalem e Ierosolumois. Proprio lo scandalum della
citazione al plurale suggerisce di approfondire il senso di quel nome.
Esso ci suggerisce di considerare che mentre la città storica era una

60
sola, di Gerusalemme mistiche ve ne sarebbero state molte: tante
quante le Chiese del Cristo.17
Quanto al nome declinabile, Ierosoluma, se lo leggi come una mera
sequenza fonematica, puoi compitare I eros o luma e letteralmente
essa ti indicherà il Cristo incarnato: “Egli è amore perché ridotto a un
rifiuto”. Dunque, con tale sequenza fonematica, l’evangelista, invece
di indicare la città, voleva direttamente riferirsi alla persona di Gesù
che proprio in quella città venne svilito e ucciso.18

Dekapolis = Decapoli
Comprenderai che anche Dekapolis (come a quel tempo veniva
chiamata la Transgiordania) non fornisce solo un riferimento
geografico ma, attraverso quel dieci (deka), indica quell’umanità (i
cd. molti) alla quale viene rivolto l’annuncio di Gesù e che perciò, in
sostituzione di Gerusalemme, diventa la nuova città di Dio.

9. Gli spostamenti di Gesù

Un altro suggerimento che voglio darti riguarda la nozione di


strada, via, etc., essa eccede il suo significato topologico ed assume
quello di cammino spirituale, sicché allude alla Rivelazione scritta
che indica i sentieri per conoscere Dio. Il termine torah dice proprio
strada.
Acquisire questo significato metaforico ti consentirà di leggere in
modo molto differente, ad esempio, il racconto del cieco Bartimeo la
cui vicenda si svolge proprio sulla strada (Mc 10, 46-52).
17 Una soluzione teologica che può applicarsi anche ad un altro plurale e cioè a quei sabati

presenti in un’espressione comune a tutti gli evangelisti e tesa ad indicare il giorno della
resurrezione espresso dalla frase: “Nella sola giornata dei sabati”. Anche qui il testo vuol
segnalare che il tempo della Chiesa sarà un continuo ripetersi di sabati, cioè di libertà dai lavori
servili e di inattaccabile pace.
18 La forma che dicono indeclinabile (ma io rifiuto queste qualifiche) e cioè Ierusalem va

probabilmente intesa in greco come Ierous ale M.


61
Se alle indicazioni geografiche hai riconosciuto un significato
metaforico, riferiscilo ora agli spostamenti. A mo’ di esercizio, leggi
teologicamente il percorso ascendente fatto da Gesù che dalla Giudea
(Iou-daia dice “terra dell’Unico”), passando per la Samaria (Sama-
areia dice “sacramento”), lo portò infine alla Galilea (G. alilat Ia
dice “la santa Voce celeste”). Ti diventerà chiaro che quel: “Vi
precederò in Galilea” non voleva certo indicare che Gesù si andava a
riposare sui monti del Libano, ma che precedeva i suoi discepoli in
quella divinità dove avrebbero potuto raggiungerlo passando
attraverso la difficile strada dei sacramenti (Sama-areia).
Prova ora a rileggere la scena dell’orto degli ulivi e, lasciando da
parte le implicazioni emotive e psicologiche, provati ad individuare il
percorso teologico profeticamente esposto in quegli eventi e articolato
proprio sull’andare e venire di Gesù.

Un altro avvertimento. Nelle traduzioni correnti, l’inizio e la fine di


una pericope (cioè di un discorso unitario e concluso, ad esempio una
parabola) viene fissato dai titoletti aggiunti dall’editore. Questo
malvezzo realizza un subdolo condizionamento della libera lettura dei
testi sacri. Io invece ti suggerisco di lasciarti guidare dagli
spostamenti territoriali di Gesù, saranno essi ad indicarti anche
l’articolazione del discorso e il punto nel quale quella specifica
Rivelazione deve ritenersi conclusa.
Poiché Gesù è il Verbo, ogni suo gesto coincide con la divina
Rivelazione, e quando si sposta anche l’argomento si conclude e
lascia spazio ad un altro.

10. Parole ed immagini

La Bibbia, oltre ad essere una struttura composta di lettere, si


articola anche come un grande e strutturato insieme di immagini.
62
L’iconografia presente fin dai primi secoli costituiva un agevole
strumento di comunicazione; per questo i muri delle catacombe e poi
dei templi venivano affrescati con immagini tratte dalle storie
bibliche; esse consentivano al fedele di conoscere il contenuto del
libro sacro e di memorizzarlo. Ma quelle immagini potevano anche
insegnare alcuni meccanismi letterari propri del testo: cioè
assumevano il ruolo di ciò che in enigmistica vien chiamato rebus,
che equivale a parlare mediante il disegno di cose (rebus).
Per intenderci, immagina che un catechista stia osservando,
insieme ad un neofita, la scena della natività dove è presente un bue
ed un asino (ne abbiamo già parlato a proposito degli animali).
Osservando la scena, il catecumeno chiede al maestro perché è
presente un onos (asino) ed un tauros (bue), e il catechista gli fa
osservare che onos si può leggere on os e dire che il Bambino è
l’essenza (On os), e che tauros predica che Egli è la Perfezione (Tau
r’os). Una lezione di teologia che quell’ascoltatore non dimenticherà
più.19

Qualora l’immagine complessiva che si ricava da un testo


corrisponda a quella deducibile da un altro passo, li puoi accostare e
in parallelo approfondire la meditazione di uno specifico profilo della
Rivelazione.
Lo spinoso roveto che brucia nel deserto, e rivela la presenza della
Divinità, può ad esempio ricalcarsi sulla corona di spine che cinge la
testa di Gesù. Questo accostamento lo identifica con Colui che si
rivelò a Mosè nel roveto ardente, e cioè Ego, Eimi, o On.
Leggere la Bibbia come una sequenza di diapositive è possibile
anche a chi non ha un alto grado di cultura ma è attento agli aspetti
visivi. In tal caso, se si immagina la scena descritta da un certo passo
19 La stessa cosa dovrebbe accadere per gli oggetti e i gesti delle sacre liturgie. Ma

purtroppo esse oggi non obbediscono più alla funzione di predicazione, ma solo alla necessità
di conformarsi alle rubriche clericali.
63
e poi ci si accorge di potervi ricalcare quella derivante da un altro
punto della Scrittura, si può argomentare, meditare e giungere a
qualche conclusione che, se è vera, orienterà ad un altro passo ancora.
Questa, secondo Agostino, è la garanzia che si sta procedendo bene.

11. La lingua e la grafia

Un’altra avvertenza che ti debbo, riguarda la grafia delle parole.


Secondo il parere dell’Accademia, i Vangeli sono scritti nel greco
della Koinè, cioè nel linguaggio parlato e scritto nel bacino del
Mediterraneo all’epoca di Gesù, e agganciato al linguaggio
dell’Attica.
A mio parere, invece, le cose non stanno esattamente così. Infatti,
come oggi esiste un inglese parlato ad Eton, in America o in India e
poi, come seconda lingua, in tanti paesi del mondo, così avveniva
duemila anni fa. E nelle varie aree culturali ed etniche in cui si parlava
il greco, esso poteva presentarsi con molte varianti grafiche. Questi
modi di scrivere e parlare sono stati chiamati dialetti (dorico, ionico,
eolico etc), termine che non indica di per sé una deviazione o un
disvalore. Ma poiché i testi più importanti del periodo classico
generalmente sono scritti nel dialetto ionico-attico e da essi gli
studiosi hanno tratto le loro grammatiche e sintassi (del greco morto),
è diventato dogma che solo quello debba considerarsi il vero greco e
che su di esso vada misurato il Vangelo.
Ciò posto, tieni conto che i filologi conoscitori della classicità
greca, trasferitisi in blocco nell’area biblica, non prendono in alcuna
considerazione la specialità dei testi sacri e il loro valore metaforico
ed esoterico. Di conseguenza rifiutano per principio che nel Vangelo
vi possano essere parole scritte secondo diversi dialetti, anche se a
volte trovano graficizzazioni diverse delle stesse parole negli stessi
passi (esempio iereus e iareus per dire sacerdote); e benché sappiano
64
che anche nella tragedia greca, scritta in attico, il coro era scritto in
dorico.
Quanto a me, sono convinto che dovendo scrivere un libro
pentecostale, capace cioè di molti messaggi, gli evangelisti (e prima
ancora gli autori della LXX) avessero scelto di usare tutti i vocaboli
presenti nel greco del loro tempo, anche quelli più antichi a partire da
Omero. Essi non cercavano il bello stile ma volevano comunicare
verità, lasciando ad ogni lettore la possibilità di penetrare, secondo le
proprie capacità, nel mistero della Parola.
E se certamente sarà un gran giorno quello che vedrà due filologie
diverse: quella classica e quella biblica; allo stato, isolato e irriso, io ti
sto esponendo quel poco che ho compreso del linguaggio sacro.

12. Aramaismi

Gli scritturisti ritengono che alcune sequenze grafiche (poche in


verità) presenti nei Vangeli vadano lette non in greco ma in aramaico.
Queste parole vengono indicate come aramaismi. Non nego che ciò
sia possibile, ma mi sono sempre riservato di provare a compitarle
diversamente e a leggerle anch’esse nella lingua del testo e cioè in
greco.
Per farti un esempio, se in una poesia leggi il verso: “A Berlin,
chiostro scuro di neri pensieri” considererai Berlin come il nome
tedesco della capitale della Germania. Ma prova a ricompitare e
leggerai in italiano: “A ber l’inchiostro di neri pensieri”. Come vedi il
tedesco è scomparso.
Per ragioni di spazio tralascio la sequenza grafica “Eli Eli lama
sabactani” (“Signore, Signore perché mi hai abbandonato” presente
con varianti in Mt 27,46 e Mc 15,34) del Salmo 22 citato da Gesù
sulla croce, e “Thalita koum” (“Ragazza, alzati!”) presente in Mc

65
5,41, e provo a mostrarti che probabilmente i cd. aramaismi possono
leggersi in greco.

Effathà
In Marco (7, 31-35) si narra che, mentre si trovava presso il mare
di Galilea (nella Decapoli), a Gesù portarono un uomo sordo e muto e
lo pregarono di imporgli le mani. Gesù, presolo in disparte, lontano
dalla folla, gli mise le dita nelle orecchie e con la saliva gli toccò la
lingua; quindi, alzati gli occhi al cielo, sospirò e disse: “Effathà!
(tradotta con Apriti!) E subito le sue orecchie si aprirono e il nodo
della sua lingua si sciolse, sicché parlava correttamente.
Tutto sembra chiaro, ma la lettura tradizionale non è l’unica
possibile, in quanto la sequenza effathà (considerata un aramaismo) si
può compitare in “en fa th. A.”, e tenuto conto che è seguita da “o
estin dianoixthet”, l’intera sequenza, considerandola scritta in greco,
si può tradurre con: “Dentro parlava il Segnato a morire, egli è il
Principio, (disse) apriti!”. Ed allora si capisce che la parola che opera
il miracolo non è effathà (che come ho mostrato può essere
scomposta) ma è proprio quella chiaramente scritta in greco e cioè
“dianoxteti” che, per l’appunto, significa apriti!

Amen
La sequenza grafica amen viene intesa come parola aramaica
equivalente a: è vero, veramente,20 e nella liturgia viene tradotta con
“così sia”.
Sarà pure così, ma perché non provare a leggerla in greco? In
questa lingua, infatti, separando a da men si intende “le sue cose
invero... ”; oppure ama en che dice: “Insieme l’unità”.
A sua volta il doppio amen, per esempio, della sequenza “Amen
amen lego umin” (amen amen dico a voi) si può risolvere in “A m’en,

20 In 1Cor 14,16 - 2Cor 1,20 - Apo 1,18 - Apo 3,14 - Apo 5,13.14 - Apo 22,19.20 - Apo 7,11.12.
66
a, men lego umin” ed esprimere un altissimo annuncio: “Quelle cose
che erano per me, le sue certamente, io rivelo a voi”.
All’insignificante refrain semita, io credo debba preferirsi questa
consolante attestazione: “io vi rivelo le cose divine”.

Alleluia
Questa parola (Apo 19,1.3.4.6), che nel linguaggio semita direbbe
“Lodate Yah” (cioè Iavè), è presente solo in alcuni salmi contenuti
nella Bibbia greca (LXX). Da sempre i musici si esaltano a realizzare
su di essa canti gioiosi pur consapevoli della sua insignificanza per
chi ascolta.
A me pare di averne colto il significato osservando il diacono che,
levando al cielo il Vangelo, canta il suo alleluia. Leggendo il tutto in
greco e avendo compitato “Allelo-uia” scopro sulle sue labbra
l’esaltante gioia dell’umanità che può dire a Dio “(questo è) il Figlio
che noi abbiamo in comune”.

Osanna
Quando Gesù entrò in Gerusalemme, come racconta Matteo (21,
9), il popolo gridava: “Osanna al figlio di Davide. Benedetto colui che
viene nel nome del Signore”; in Marco (11,9) invece leggiamo:
“Osanna. Benedetto colui che viene nel nome del Signore”; e poi in
entrambi segue la frase: “Osanna nel più alto dei cieli”. Che
significato attribuire a Osanna?
Considerando il termine di origine semita, esso si ricaverebbe da
un’espressione del Salmo 118 (v.25) scritto in ebraico. Ma di fatto è
una parola assente nella Bibbia greca (LXX) ed anche nel testo greco
del salmo citato. Leggendo invece in greco, la sequenza grafica può
dar luogo a diverse significative compitazioni tra cui puoi scegliere:
Os anna = come vesti di lino; Os’ an na = fece stillare dall’alto cose
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meravigliose; Osan na = Cose splendide stillarono giù; O San na = O
novilunio, scorri.

Rabbi
In Matteo (23,1-8) e in Giovanni (1,35-38) troviamo la parola
Rabbi che, come sembra dire lo stesso Vangelo, equivale a maestro.
Io ti suggerisco di provare a dividere questa sequenza grafica in
r’abba I e intendere: “Ora Egli è padre”. Scoprirai allora un
messaggio teologico più complesso che annuncia un profondo
cambiamento di economia nei rapporti fra l’uomo e Dio. Infatti
proprio la possibilità della doppia lettura chiarisce che quel Gesù, che
venne colto dai giudei come un uomo sapiente, è invece Il Padre, la
Divinità in persona.

Cefa
Nel celebre passo dell’investitura di Simone (che ho ampiamente
commentato nel mio Il fumo di Satana) Matteo (16,15-20) si serve di
due vocaboli diversi appartenenti allo stesso insieme linguistico. Il
primo, riferito a Simone, è maschile: Petros; l’altro è femminile:
petra e, a mio parere, non va riferito a Simone ma al Cristo
fondamento della Chiesa.
Ora voglio succintamente chiarirti perché sono arrivato a questa
conclusione.
Il primo passo biblico (Es 17,6) nel quale compare il termine
femminile petra, è quello in cui, rivolto a Mosé, Dio dice: “Ecco io
sto là davanti a te sulla roccia in Choreb, e tu percuoterai la roccia e
uscirà da essa acqua, e la berrà il mio popolo”. Ancora nell’Esodo
(33,21.22) si legge: “Oracolo: tu starai come un luogo per me sulla
roccia; quando verrà la mia Gloria, io ti porrò sulla porta della
roccia”.
Cosa sia questa roccia lo chiarisce Paolo in forma lapidaria (1Cor
10,4): “Quella pietra era il Cristo”. E lo ribadisce nella Lettera ai
68
Romani (9,33): “Ecco, pongo in Sion una pietra d’inciampo e di
scandalo, e chi crederà in essa non rimarrà svergognato”.
Alla luce di quanto sopra, a mio giudizio, il testo di Matteo vuole
affermare che Simon Pietro (Petros) è sì un sasso, una pietra da
costruzione, ma non qualcosa che di per sé possa fungere da
fondamento del grande edificio della Chiesa.
Fuor di metafora, il testo allude dunque ad un soggetto (Simone)
che non deve considerarsi autoreferente, ma ha senso solo se inserito
nella rupestre complessità della Chiesa.
Dunque la Chiesa va considerata come una costruzione edificata
non sul pontefice, storicamente variabile, ma sul Cristo-Roccia.

13. Parole molto lunghe

Se hai la possibilità di accostarti al testo originale greco, osserva


con attenzione le parole molto lunghe. A volte esse vanno divise. Ad
esempio, in un verbo composto puoi isolare la preposizione e
considerala come autonoma forma avverbiale, o finanche come
sostantivo (esempio dia = cose divine); puoi anche suddividere le
parole come ad esempio quella che costituisce l’incipit del Vangelo di
Luca. Trovi scritto un epeideper (poiché) dove sarebbe bastato un
semplice epei, ma se provi a scandire “Epei de per” leggerai qualcosa
di molto più denso: “a una grande Parola invero i Gentili si
rivolsero... ”.
Se vuoi cogliere l’importanza di questo mio suggerimento, cerca
poi nei Sinottici la descrizione della crocifissione di Gesù, scoprirai
un verbo: estaurosan (lo crocifissero), eccessivamente sintetico, ma se
lo compiti “es TAU r’osan” puoi leggere “Lo fecero stillare nella
Perfezione”, e cambierà tutto il tuo modo di cogliere quel fatidico
momento.

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La stessa operazione possiamo farla con il verbo proseuxomenoi
(quando pregate) che compare nel Padre nostro (Mt 6,7).
Il verbo può scomporsi in: P. r’os eu X. o menoi e dire: “Il Padre,
che ora è il benevolo Cristo, voglia il cielo che rimanga stabilmente”.

14. Parole provocatorie

Perché tu possa allenarti ad attuare un vigile ascolto delle letture


evangeliche, provati a cogliere quelle discrasie che il traduttore ha
confettato in vario modo, e, dopo averle evidenziate, soffermati a
riflettere su alcuni singolari momenti delle narrazioni evangeliche.
Potresti scoprire indicazioni utilissime nell’esegesi.
Hai notato, per esempio, che prima di parlare, spessissimo Gesù si
volta, quasi che al cominciar della scena egli stia sempre di spalle?
Che molti, prima di intervenire nell’azione descritta, si alzano? Che
certi racconti, senza nessun motivo, sono accelerati da una serie di
subito (ad esempio l’episodio della Suocera di Pietro)? Che molti
inutili ecco sono disseminati nel testo? Che c’è un’abbondanza di kai
(la congiunzione e)? E infine, hai mai notato che Gesù, mentre dice di
portare la pace, afferma poi di portare la guerra?
Proprio su questi punti, e i tanti che ti ho già indicati e che
costituiscono a volte veri e propri inciampi (scandala), devi imparare
a porti delle domande ed azzardare delle risposte solutive. Molte
potranno essere sbagliate, ma forse una di esse ti mostrerà ciò che non
avevi mai visto in quel passo evangelico.

15. Parole polisemiche

Come ti dicevo, la lingua greca aveva un’estrema ricchezza di


significati, a volte affidati, anche contraddittoriamente, ad una solo
vocabolo.
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Fra i tanti ti suggerisco ora di meditare sul termine artos che, come
sostantivo, significa pane lievitato e, come aggettivo verbale (da
airo), indica qualcosa sollevato in alto. Questo vocabolo lo troverai
nell’Ultima Cena.
Nel rileggere quel momento culminante, chiediti allora se Gesù
veramente spezzava il pane lievitato (tieni presente che non poteva
trovarsi sulla tavola pasquale dove era consentito solo pane azzimo),
oppure offriva ai suoi discepoli una parte di se stesso asceso (arton) al
cielo. Scoprirai allora perché espressamente gli evangelisti
affermarono la sua presenza reale nell’eucarestia.
E quando leggi il Pater noster, dove ritroverai quella stessa parola,
prova a compitare “ton Arton, ema on, ton epi ou, sion dos emin sema
eron” e intenderai non già: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”,
ma: “Lui che è asceso, una veste (è) per i suoi, lui dall’alto manda,
dacci come divino segno l’amore”.
Quando trovi la parola artos fa’ anche molta attenzione alle parole
che seguono o precedono, molte volte, insieme al pane, dissimulate
nel testo potresti trovare il vino o il calice: spesso tali vocaboli sono
nascosti perché il primo scrittore ha compitato diversamente il testo.
Io ho fatto questa scoperta partendo dal presupposto che
l’eucarestia era troppo importante per non essere continuamente
richiamata nei Vangeli; allora ho cercato ed ho individuato moltissime
volte la presenza del binomio pane-vino (indicati anche con vocaboli
diversi). Questo mi ha permesso di cogliere la natura eucaristica di
molti passi che appaiono neutri o indifferenti riguardo a tale tema.
Qui ti segnalo un termine greco che, per la sua brevità, facilmente
resta nascosto. Mi riferisco a in (di origine egiziana) che indicava un
contenitore per misurare liquidi (come per noi il litro). Considerato
come coppa, calice, quel termine permette di recuperare
continuamente il tema della comunione che proprio dal calice viene
segnalata dallo stesso Gesù.

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16. Parole composte

Esaminando il vocabolo penthera (suocera) puoi verificare come la


ricompitazione di una sequenza di lettere alla quale si è dato un certo
significato suggerisca soluzioni esegetiche impensabili. Ricorda che
l’uso di sommare insieme due vocaboli per costituirne uno nuovo,
presente in italiano e massicciamente nel tedesco, era presente anche
presso i greci. Ma, di prassi, gli esegeti rifuggono dal considerare tale
fenomeno.
Sono ricorso a questo meccanismo letterario quando mi è parso
poco credibile che il primo miracolo nominato di Gesù citato da
Marco (riportato quasi pedissequamente nei tre Sinottici) riguardasse
la suocera di Pietro che improvvisamente venne fatta sfebbrare. Si
tratta di una strana scena in cui tutti tacciono e le azioni si susseguono
incalzate dal termine euthus (subito) di cui ti ho già parlato. Anche il
fuoco della febbre esce subito da lei, ed essa subito si mette a servire.
Ma, mi chiedo, bisogna continuare a predicare questo divino
paracetamolo, questa fulminante aspirina connessa alla mano di Gesù
che farebbe sfebbrare una suocera che poi non comparirà mai più nel
racconto? Perché gli evangelisti sprecano una pagina per narrare
questo fatto a prima vista insignificante? Solo per farci sapere che
Pietro era sposato?
Se queste mie osservazioni ti sembrano giuste, prova allora ad
applicare quanto ti ho suggerito a proposito della formazione delle
parole. Quella costruita dal primo redattore, e a noi passata per
tradizione, può essere considerata una parola composta. Se infatti la
dividi in penth-era, puoi leggere “Una terra afflitta”, ed avrai
restituito al passo evangelico la sua natura di sintesi della futura
azione di Gesù. Grazie a questa parola, avrai scoperto di trovarti di
fronte ad un testo profetico, cioè al sommario della virata del
ministero che Gesù sta per iniziare.

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17. Parole dense

Ora voglio parlarti di alcune banali parole presenti nelle traduzioni


della Bibbia in commercio e che io considero dense di significati.
Mi ha sempre insospettito il fatto che i Vangeli affermino che della
Scrittura non può cadere nemmeno un apostrofo, eppure, proprio nei
Vangeli, vi sono parole che a prima vista sembrano inutili, o che
forzano le azioni descritte. Questa anomalia mi ha indotto a scavare
ancora più a fondo in quei punti in cui esse appaiono, e mi sono
convinto che proprio quei vocaboli che sembrano pleonastici o di
mera coloritura, nascondono invece risvolti estremamente interessanti
sul piano ermeneutico e teologico.
Te ne suggerisco alcune.

Euthus = subito
Ritorniamo al racconto della guarigione della suocera di Pietro.
Abbiamo già parlato dell’incomprensibile fretta che caratterizza tutta
la scena. Mi sono chiesto che senso avesse questa accelerazione degli
eventi, e non avendo trovato una risposta esauriente, ho verificato se
quell’insieme di lettere che il primo redattore ha riunito nel vocabolo
euthus non possa compitarsi diversamente.
Ovviamente non pretendo che la mia diversa lettura sia vera, ma ha
il pregio di offrirmi una diversa comprensione del testo. Io compito
Eu Th. us che permette di trasformare l’avverbio nel nome di uno
speciale soggetto. Leggo infatti “Il Figlio, o discepolo, che è
positivamente segnato a morire”. In questa traduzione scompare
quell’incomprensibile fretta che caratterizza questo ed altri passi
evangelici, ed avanza la figura del Cristo e del sacerdote eucaristico.21

21 Ricordo al lettore che la lettera Teta (Th.) è la sigla di Thanatos, cioè Morte, e veniva scritta

di lato ai nomi dei condannati a morte.


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Idou = ecco
Ti ricordo che il vocabolo idou è un imperativo del verbo eidon che
significa vedere, ma anche (come in italiano) un andare per
incontrare qualcuno. Inteso allora come un generico vedi, viene
tradotto con ecco.
Poiché questi ecco si ripetono spesso, ed ho verificato che di
frequente precedono situazioni molto significative, preferisco
intenderli come invito ad andare ad annunciare qualcosa di speciale,
di oracolare, ed in ogni caso a stare bene attento a ciò che segue.
“Ed ecco (idou), Elisabetta, tua parente…” così leggi nel Vangelo
di Luca e sembra quasi che l’angelo stia recitando la parte della
comare che comunica a Maria la gravidanza dell’anziana Elisabetta.
Ed invece le sta fornendo un dato essenziale che dà significato alla
sua proposta di essere madre del Dio incarnato. Preferisco allora
tradurre diversamente quell’idou e leggere “Sta bene attenta a ciò che
ti dico: Elisabetta … “. Oppure: “Va ad annunciare ad Elisabetta che
ha veramente concepito un figlio”. Non a caso Elisabetta scopre che è
veramente incinta quando, al saluto di Maria, il bambino si muove nel
suo seno.
Provati dunque ad operare questo cambiamento nei punti in cui
troverai gli ecco (a volte il traduttore considerandoli pleonastici li
elimina finanche): scoprirai l’importanza della frase seguente e su di
essa mediterai.

18. Tra affermazione e negazione

Spesso ti sarai trovato di fronte ad espressioni evangeliche che


sembrano chiaramente orientate al negativo, come ad esempio: “Non
fare... ”, “Guai a voi... ”, “Gettatelo fuori...” et similia, eppure hai
avvertito che esse mal si conciliano con la predicazione di amore
(anche per i nemici) operata da Gesù. Tu però non lasciarti convincere
74
dalla ferrea struttura della frase espressa nella nostra lingua dal
traduttore; cerca, con l’aiuto di chi conosce il greco antico, di tornare
all’originale e, applicando quanto ora ti prospetto, scoprirai che quelle
espressioni così dure possono trasformarsi, o addirittura invertire il
senso e diventare un euagghelion, cioè un lieto annuncio.
Potrai così apprezzare la smaliziata capacità letteraria degli
evangelisti, e come loro sapessero elegantemente nascondere il loro
pensiero per affidarlo solo a chi ha desiderio di Dio e si impegna a
cercare. Ti suggerisco qualcuna di quelle parole.

Kai = e
A leggere il Vangelo, si inciampa in un’enorme quantità di kai che
noi traduciamo con e congiunzione. Un vocabolo che sembra così
banale che ogni traduttore crede di poterne fare ciò che vuole. Io ti
suggerisco invece di fare attenzione, scoprirai che molto spesso kai è
seguito da una parola che inizia con vocale, ad esempio e. Puoi allora
leggere kaie (imperativo del verbo kaio) che dice ardi, infiamma.
Oltre a modificare il significato del testo, questa semplice variante
mi ha permesso di mettere tanto fuoco all’interno della Scrittura; e di
considerare la duttilità di questa parola che, se per esempio viene
compitata in Ka i, annuncia “Egli è qui giù”; oppure, compitata in K.
Ai, dice: “Il Signore è per Lei”.

Me = Non
Certamente questo ricorrente vocabolo esprime una negazione e
quindi, aggiunto ad un verbo, suggerisce il valore negativo di una
proposizione. Ma talvolta – vedi il caso delle perle da non gettare
avanti ai porci - la negazione mette sulle labbra di Gesù parole che si
stenta a credere che egli abbia detto.
In quei punti basta sfruttare la duttilità del linguaggio greco che
permette di rovesciare la negazione compitando M e che equivale a
75
Moi e, ed intendere: “Per me certamente”, o “Per me disse”; o
equivale a Me e, e leggere: “Me annunciò”.

Ou, ouk = non


Questa sequenza di lettere, così come intesa nelle traduzioni, è
chiaramente una negazione; eppure essa proprio si rivela un utile
grimaldello per scardinare i significati superficiali dei testi. Se la
compiti o u. puoi infatti leggere: “Egli figlio”; oppure: “poiché
figlio”. Inoltre puoi intendere ou come dove o di lui; e se c’è anche il
k finale, ouk, considerandola una lettera punteggiata puoi leggere
Kurios, cioè Signore.

Ouai = guai
Questo vocabolo, presente quasi esclusivamente nella LXX e nei
Vangeli, contiene radici della parola ouon che significa sorbo e uva;
ma potrebbe significare anche tribù. Allora la celebre espressione
“Guai a voi scribi e farisei” (Mt 23,13 e Lc 17,1) puoi anche
compitarla, ad esempio in: “Ou ai um’In” e intendere “Non per Lei
(chiesa) una pioggia e un calice, voi scribi e farisei”. Gesù
chiarirebbe così che nella sua Chiesa gli scribi e i farisei non
costituiranno una pioggia di divine rivelazioni ed un calice di
comunione.

Autou
Sta’ attento a questa parola che viene considerata un pronome (di
lui); in genere è situata nel testo in modo strategico, permettendo così
di legarla a ciò che precede o a ciò che segue. Considerato un
avverbio, leggi “qui, là”.

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19. Parole ed espressioni ‘nominate’

Migliaia di parole sono usate dagli evangelisti, ma alcune di esse


meritano una particolare attenzione perché implicitamente rimandano
a complesse teologie e possono, per la loro autorevolezza, indicare
una linea obbligata da tenere nell’interpretazione.

Ego Eimi = Io Sono


Quasi sempre i traduttori, ben sapendo che l’espressione rimanda al
mistero della Trinità (che a Mosè si rivelò come “Ego Eimì o ON”),
non le danno il peso dovuto e traducono Ego eimi con un banale: Io
sono.
Ego si può certo tradurre con Io, ma indica pure la paternità di
Dio. Ed ugualmente non si dà alcun peso all’espressione O On che
dice lo Spirito.
Considera innanzitutto che l’espressione “Io sono”, che nello
scrivere odierno è usata con grande libertà, non è frequente nei
Vangeli, per cui è naturale sospettare che essa sia stata usata solo in
alcuni punti e a ragion veduta. A mio giudizio, nel linguaggio biblico
il suo valore è altissimo e non può riguardare un essere umano.
Giovanni la riserva a Gesù che dice: “Prima che Abramo fosse io
sono” che a mio parere eccede la mera precedenza temporale.22

Agghelos = Angelo

22 Come dicevo, nel libro dell’Esodo, Dio si fa conoscere da Mosè presentandosi come “Ego

Eimi o On”, frase ordinariamente tradotta con “Io sono colui che è”, oppure “Io sono il vivente”.
Ma se si va più in profondità si scopre che la Rivelazione riguarda la divina Trinità composta
da EGO (il Padre), EIMI (il Figlio sua manifestazione-Parola ) e O ON (lo Spirito come sua
vitalità).
Chi dà il giusto peso a questo precedente comprende perché i tre termini siano usati con
grande discrezione, e si orienta allora a dare un significato diverso da quello corrente ai testi in
cui sono compresi.

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Il termine greco, che si pronuncia anghelos, era correntemente
riferito a un messaggero, un annuncio della Divinità; iconicamente è
presentato come un’entità alata e sostanzialmente immateriale.
Presente in tutte le religioni dell’antichità, la figura angelica rifluisce
nel cristianesimo suscitando non pochi problemi. Infatti i teologi si
sono sempre chiesti (poche le risposte) come e quando gli angeli
fossero stati creati. Inoltre creano problema quando ad esempio gli
evangelisti affermano che essi servivano Gesù nel deserto, o li
considerano una corte celeste che lo accompagna quando ritornerà.
Come messaggeri, nel Vangelo essi sono presenti non solo come
entità provenienti da Dio, ma anche dagli uomini, come ad esempio
nel caso di Giovanni Battista che mandò i suoi angeli ad interrogare
Gesù.
Fatta salva la loro funzione di annunciatori, ti suggerirei di
prendere in considerazione la loro intrinseca immaterialità nella quale
si concretizza quella fontale animicità che costituì l’essenza della
primitiva creazione, quando Dio creò il Tau On, cioè la Cosa perfetta.
In tale visione, la figura dell’angelo può allora esprimere l’anima
umana e chiarire il senso delle espressioni prima citate, ma anche
quella che afferma: “gli angeli di questi piccoli vedono il volto di
Dio”.
Inteso in chiave animica, il vocabolo agghelos andrebbe allora
scomposto in ana ghelos che dice “Un sorriso all’alto”, sicché la
presenza di un angelo in un passo del Vangelo ti potrà orientare a
collocare la scena non sul piano strettamente storico ma su quello
animico.
Per tuo esercizio prova allora a rileggere i Vangeli di infanzia di
Luca e Matteo e l’ora dell’orto.

Fuoco, tenebra
Le tenebre costituiscono il cavallo di battaglia dei predicatori della
domenica; opponendole alla luce, essi infatti possono giovarsi
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dell’ampiezza retorica di quella “ora delle tenebre” che evocherebbe
il peccare dell’intera umanità, anche se nel testo originale
quell’oscurità è posta al singolare: “ora della tenebra”.
Se mi vorrai seguire nell’analisi, potrai valutare se si debba
rovesciare quanto ci viene proposto abitualmente.
Nel Vangelo i vocaboli greci (sempre al singolare) che indicano la
tenebra sono skotos (tenebre, oscurità, buio, cecità, ignoranza, vita
oscura) e skia (ombra prodotta da un corpo, fantasma). Ovviamente se
leggiamo questa oscurità in opposizione alla luce del nostro sole, essa
assume un significato negativo, ma se sospendi il tuo giudizio su
quell’”ora delle tenebre” che ti ho richiamato prima, e ricordi che nel
racconto della creazione il vocabolo è usato con riferimento allo
Spirito che proprio nella tenebra si muove sull’ampio dorso della terra
(il cd. Abisso), allora la tua comprensione si allarga. E ricorda che
anche la generazione di Gesù avvenne quando l’ombra dello Spirito
ricoprì Maria (Lc).
In base a queste indicazioni, prova a rovesciare il valore del
termine tenebra. Considera che, per l’occhio umano, la tenebra può
derivare anche da una luce troppo folgorante, come quella divina che
abbaglia gli occhi della carne. Scoprirai così che è molto più
consolante considerare l’ora della tenebra che ricopre la terra dopo la
crocifissione, come l’ora dello Spirito che prima guidò Gesù nella
dimensione dell’esistenza terrena (i 40 giorni nel deserto) ed ora in
quella dell’anima, preludio del ritorno al Padre. Alla luce di tale
interpretazione, quel Venerdì santo, degradato a celebrazione della
morte e del funerale di Gesù, ti apparirà in un’altra luce e potrai
veramente gioire (senza parentesi dolenti) delle feste pasquali.

Aster = fiamma celeste


Quante volte hai letto o ascoltato che una stella guidò i Magi a
Betlemme e si fermò sulla capanna dove giaceva il Cristo neonato?

79
Sapendo oggi cosa è una stella, come fare ad immaginare che potesse
scendere in terra e fissarsi su una casa?
Ma se scavi nella lingua greca, ti accorgerai che il vocabolo
equivaleva a fiamma e quindi a luce, e le stelle erano considerate
fuochi celesti. Proprio in questo suo significato aster indicava anche
l’anima che era ugualmente considerata una fiamma discesa dal cielo
e alla morte della persona, se questa aveva mostrato di operare da
anima (aveva compiuto gesta quasi divine), essa risaliva al cielo.
Quando Cesare morì comparve in cielo la sua anima come una
fiamma celeste, una stella.
Queste precisazioni ti aiuteranno a comprendere la caduta delle
stelle dal cielo nella fine del mondo descritta nel Vangelo. Verranno
giù meteoriti e pianeti, oppure le anime torneranno sulla terra
accompagnando, come angeli (altro termine che indica proprio le
anime), il Cristo ricapitolatore degli ultimi tempi?

Servi e amici
In questo mondo un padrone non si ritiene obbligato verso il servo
che ha fatto ciò che gli era stato ordinato. E allora è normale che dopo
una giornata di lavoro fatto in campagna, tornando a casa, il servo
trovi il padrone che, invece di apprezzare l’opera del suo subordinato,
gli impone di preparargli da mangiare. Questa la parabola (Lc 17,7
ss.) sembrerebbe concludere che chi lavora per Cristo è un servo
inutile.
Ma se riesci a cogliere l’input che ti viene dal termine doulos - che
in greco non è propriamente il servo, ma lo schiavo - e ricordi il passo
laddove Gesù dice (Gv 15,15): “non vi chiamo più schiavi, ma amici”,
allora concluderai che la parabola non si rivolge al fedele in Cristo,
ma a coloro che si fanno schiavi del mondo.
Dunque, bando alla falsa umiltà che una certa predicazione deduce
da questa parabola, certamente da schiavi siamo inutili, ma da amici

80
sediamo a cena con il Cristo e operiamo per lui come operai del
Regno partecipando del suo mistero.

20. Parole metaforiche

La lettura cronachistica dei Vangeli presuppone l’appiattimento del


significato di alcune parole che vengono assunte e tradotte
genericamente, senza valutare se non intendano invece segnalare
situazioni e soggetti del tutto speciali. Qualche esempio può aiutarti a
intuire un ben diverso significato nei passi evangelici.

Anthropos = uomo; Polloi = I molti


La parola anthropos è presente la prima volta nel capitolo iniziale
della Genesi, precisamente laddove si legge: “E Dio disse: facciamo
l’uomo (anthropos)”; in quel contesto l’espressione viene intesa come
annuncio della creazione dell’umanità. Ma se consideri che subito
dopo si dice: “Un che di maschile e un che di femminile fece quelli”,
opponendo al singolare della prima espressione (l’uomo) il plurale
della seconda (fece quelli), puoi lecitamente supporre che l’uomo
voluto da Dio era il Cristo incarnato in Gesù (e coloro che da Lui
saranno scelti a surrogarlo, i suoi eletti/sacerdoti). Puoi allora tradurre
il singolare anthropos con eletto, e il plurale con uomini, ovvero
umanità.
L’umanità viene indicata nei Vangeli anche col termine polloi (che
letteralmente significa molti) e viene riferito alle Genti, cioè ai popoli
che popolavano il mondo greco dell’Ecumene. In pratica, viene
operata una differenziazione tra il Gruppo degli eletti che, in quanto
gruppo, rappresentavano una unicità (ma dal punto di vista teologico
sarebbe un errore considerarli come popolo etnicamente inteso), e tutti
gli altri, cioè i molti che compongono la folla dei Gentili.

81
La distinzione che ti suggerisco ti sarà utile nell’interpretare quei
passi dove compaiono i molti e un solo anthropos; e potrai ipotizzare
che essi riguardino proprio l’opposizione tra i due tronconi
dell’umanità (Eletti e Gentili) che Gesù è venuto a riunire.

Dodeka = dodici
Le Dodici tribù palestinesi, discendenti di coloro che uscirono dalla
cattività d’Egitto guidati da Mosè, furono riunificate da Davide nel
Regno di Israele,23 ma il primo vero ed ultimo sovrano di quel regno
fu Salomone figlio di Davide. Infatti, subito dopo la sua morte, i figli,
Roboamo e Geroboamo, divisero il Regno in quello di Giuda, con
capitale Gerusalemme e nel quale confluirono la tribù di Giuda e
quella molto più piccola di Simone; e nel Regno di Israele, nella parte
nord della Palestina, del quale fecero parte le altre dieci tribù.
Col tempo i Giudei considerarono le altre dieci tribù estromesse
dalla funzione di eletti da Dio, e in pratica le assimilarono ai Gentili
(cd. Galilea delle Genti), considerandole etnicamente assimilabili agli
Assiri e ai Babilonesi. Gesù invece proprio a quelle dieci tribù rivolse
in prevalenza la sua predicazione, e da esse trasse i suoi discepoli e i
dodici apostoli.
Dodeka, oltre al suo naturale significato, esplicita anche tutto
questo discorso; infatti, se lo compitiamo in Do Deka, possiamo
leggere: “I dieci (deka) che sono in relazione con le case/famiglie
(do)”. Il testo alluderebbe, quindi, ai dieci discepoli che non sono
della Città (Gerusalemme) e cioè a quei Gentili che rappresentano
l’intera umanità. In tal modo si attesta la cattolicità della Chiesa.
Questa precisazione ti permette non solo di leggere in modo
diverso alcuni passi del Vangelo, ma anche di comprendere meglio le

23 Israele era il nome assunto da Giacobbe dopo aver lottato con un essere numinoso sulla

riva dello Jabboc.


82
relazioni fra gli apostoli ed il mondo giudaico al quale vengono in
genere assimilati.

Ouranos = cielo
“Padre nostro che sei nei cieli”; e poi “come in cielo così in terra”.
Perché il cielo è menzionato la prima volta al plurale e la seconda al
singolare? Un’imperfezione sfuggita alla penna dell’evangelista? Non
credo.
Contrariamente a quanto viene predicato, questa parola non vuole
identificare la realtà divina con un alto dove collocarla: ouranos,
infatti, è una miniera di significati.
Per accertartene prova a consultare un qualsiasi vocabolario della
lingua greca; vi scoprirai che il termine veniva usato per indicare: la
volta celeste, l’aria, l’abitazione degli dei, l’universo, il padiglione
regale, il palato e il luogo delle anime-fiamme. Un greco di duemila
anni fa, dunque, recitando la prima invocazione del Pater Noster,
poteva ben cogliere in essa una dimensione eucaristica; poteva infatti
comprendere: “Padre che sei nelle nostre bocche”, e non nella
siderale distanza dei cieli.
Ma a parte la sua polisemia, ouranos si rivela portatore di un altro
significato che riguarda direttamente il mistero del Cristo. Infatti,
compitando ou ranos, dice “il suo Agnello” con evidente rimando alla
figura di Gesù. Ed ancora, suddividendo il termine in Ouran os
possiamo leggere: “Quello della fine”.
Dopo aver detto “sia fatta la tua volontà” reciteremo allora: “Come
in cielo così in terra”, oppure, rifacendoci all’obbedienza di Gesù che
è l’Agnello di Dio, diremo: “Come nel suo Agnello si adempie la tua
volontà, così sia pure sulla terra”?
Diffida dunque di una superficiale comprensione dei cieli che
troverai nel Vangelo e domandati almeno se lì si parla di Gesù.

Basileia = Regno
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Il vocabolo greco femminile Basileia indicava il dominio regale (di
un territorio e di una popolazione), la potestà règia, la persona del re
e la sua maestà. Ma la parola indicava anche la Regina o la figlia del
re. Col cristianesimo maschilista, il femminile si è trasformato nel
maschile (Regno) delle traduzioni, ed il termine è passato ad indicare,
non più una dimensione personale e una superiore operatività, ma la
concretezza di un ambito sociale e territoriale. Una trasformazione
questa che forse va contestata anche filologicamente, perché
nell’epoca in cui furono redatti i Vangeli non esistevano regni dotati
di una propria autonomia così come oggi li immaginiamo; in quel
tempo era significativa solamente la figura del Re, come potere
unificante di popoli e territori, e non aveva senso parlare di regni.
Quando però oggi si ripetono le espressioni “Regno di Dio” e
“Regno dei cieli” (che per altro sostituirei almeno con “Regno dei suoi
agnelli”) esse non suggeriscono più la ricchezza di significati che
prima citavo. Eppure considera che se si dicesse “La Regina di Dio”,
forse vedremmo con maggiore chiarezza la Chiesa, la mistica Maria
“Figlia del Re”; e se dicessimo “Il potere regale di Dio” forse
coglieremmo che il Signore del nostro mondo è Dio in persona.

Xeir = mano
Xeir contiene il monogramma di Cristo (X.) e il fonema eir che
indica assemblea, oracolo, invocazione, arcobaleno, turbine.
Il plurale xeiras, cioè le mani, compitato: X. Eiras equivale a: “le
Assemblee del Cristo” con un chiaro riferimento alle chiese
eucaristiche. Ed ancora, compilando: X. Eir as, possiamo leggere:
“Vento impetuoso - turbine che a Lei appartiene”, con una chiara
allusione allo Spirito del Risorto che inabita la Chiesa.
Ne consegue che il mostrare le mani ed il costato ai discepoli, da
parte di Gesù risorto, puoi leggerlo in tutt’altro senso. Non
l’ostentazione delle piaghe che gli erano state inferte, ma la sua

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realizzazione nelle chiese eucaristiche uscite, come la mistica Donna
genesiaca, dal suo costato.24

Lo sputo
La guarigione del sordomuto (Mc 7,31 ss.) avviene per mezzo dello
sputo con cui Gesù tocca la sua bocca e le sue orecchie. Un modo
singolare e non certo delicato per guarire il minorato. Ma se tu credi al
valore metaforico dei racconti evangelici e vai oltre la mera
dimensione fisica dell’evento, ricorderai che qualsiasi cosa esce da
Dio simboleggia una creazione e la Rivelazione di un sapere divino.
Allora la saliva di Gesù non ti apparirà più come un umore corporale,
ma equivarrà ad un seme generatore di vita che trasforma l'uomo in un
Ies o us, cioè un figlio della Grande Voce; e in un Ies ous, cioè
orecchio della Voce divina.

La perla
La perla è un’altra metafora biblica. Dopo quanto fin qui detto, nel
leggere la parabola del mercante di gioie, ti sarà chiaro che, nel suo
cercare la perla, quel mercante simboleggia il cammino ascetico
dell’uomo. Egli si propone a te come controfigura di ogni eletto
(abitante della terra arida) che, di fronte a tutte le luminose pietre
della terra, dovrà umilmente riconoscere la specialissima luce della
perla nata nell’oscurità delle valve serrate di un mollusco nascosto nel
fondo del mare delle Genti.
L’eletto (chiunque oggi esso sia) deve riconoscere che anche nella
mediocrità e nell’ottundimento della mente si può trovare la
Rivelazione di Dio; e che, per conquistarla, bisogna rischiare di
scendere nell'abisso per strappargli il suo tesoro.

24 Per maggiori approfondimenti vedi il mio Testi evangelici stampato pro manuscripto,

oppure visita il mio sito.


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Attraverso la metafora della perla, il Vangelo suggerisce a te, uomo
del mare, uomo qualunque, di acquistare sì il tesoro che si nasconde
nell’arido (Bibbia), ma di non abbandonare la fiducia che ovunque
Dio parla ai suoi figli, anche nella tua povertà. Parallelamente, l'uomo
della terra arida che Dio ha scelto per commerciare il suo tesoro, deve
comprendere l’importanza delle perle, cioè delle rivelazioni possedute
dagli altri popoli, la marea delle Genti. E quando intuisce di trovarsi
di fronte alla Perla per eccellenza, al Signore glorioso della cena dei
Gentili, deve vendere ogni cosa ed acquistare quel tesoro.
Ma a cosa si riferisce quel vendere ogni cosa? Il suo significato è
ambivalente. Infatti può significare sia la cessione del tesoro del
campo, cioè della stessa Thorà; sia di tutte le rivelazioni (perle) già
acquisite - come ad esempio i testi di altre religioni - per impadronirsi
dell'ultima che riguarda il Cristo (in Filio). Su questa doppia
possibilità, il testo, assolutamente generico, lascia a te la scelta.
Se poi vuoi procedere oltre nella tua ricerca, prova a considerare
che la perla simbolizzi l’anima (vedi Canto della Perla nel Vangelo
gnostico di Tommaso) che cresce e si forma mentre è chiusa nelle
valve del corpo, immersa nelle profondità della nostra umanità.
Proprio quella perla ti richiama a risvegliare e far crescere la tua
anima immersa nella terrestrità dell’esistenza.

La rete da pesca - i canestri


La rete dei pescatori raccoglie animali muti che sembrano non
avere vita perché bianchi e poveri di sangue (ricorda che sangue
equivale ad anima); essi tuttavia saranno passati sui carboni ardenti
accesi da Gesù (Mt 13,47-50), e non per essere arrostiti ma per essere
vivificati nel fuoco dello Spirito.
Se mediti su questo punto, la rete che raccoglie indistintamente
tutta la vita che si muove nel mare ti apparirà come la cattolicità della

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Chiesa.25 Infatti non è la rete dell’uccellatore, di quel dia bolos che,
nel catturare le divine parole (gli uccelli del cielo), impedisce ad esse
di volare e le fa morire di fame.
In questa rete invece il pesce continua a vivere, e in essa può
trovarsi anche qualche conchiglia perlifera.
Mettere nei canestri i pesci buoni è espressione che può evocare la
Chiesa composta da lampade ardenti costituite da chi, pescato dal
mare, è disposto a farsi consumare dal sacro Fuoco dello Spirito.
Ricorda che i pesci (se grassi) venivano a volte usati come stoppini di
lucerna. Dunque la scelta operata dai pescatori equivale a recuperare
coloro i quali sono pronti a diventare luce per il mondo.

I talenti
La parola talenti (talanta) è il segnale di direzione, la chiave per
interpretare la famosa omonima parabola di Matteo (25,14 ss.).
Comincia allora ad esaminare il termine greco per cercare la sua
densità teologica, il suo significato in codice. Scoprirai che talento
indicava una unità di peso (come il grammo, la libbra etc.) e quindi la
quantità di un bene, ma per capirne la qualità era necessario
aggiungere un genitivo di specificazione: un talento di oro, di piombo
etc.
Quando poi si cominciò a battere moneta avente il peso di un
talento, allora il termine divenne il nome di quella moneta, come il
grano del Regno di Napoli che equivaleva ad un grammo, e che
ancora oggi misura i brillanti.
Dunque talento rimanda a due cose: bene/ricchezza e peso, ed è
proprio quest’ultimo significato che può orientarti nella comprensione
della parabola ed è avallato dal fatto che il talanta (presente nel testo)

25 Forse l'evangelista non voleva riferirsi ai pesci (questa parola è presente solo in alcuni

codici) ma piuttosto agli uomini. E forse proprio di uomini è formata la rete; una comunione di
lacci che riesce a riunire senza soffocare, così come deve essere di ogni autentica comunione.
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può considerarsi una forma di talas-ntos che significa proprio peso
morale, afflizione.
Da questa angolazione puoi leggere il passo evangelico come
comando a far fruttare una ricchezza ricevuta; o come vocazione ad
alleggerire i dolori del mondo che pesano su tutti gli uomini.

Pais = bambino - servo


Non ne dubito: l’immagine di un Gesù che accoglie i bambini è
affascinante, specialmente per coloro che nella Sacra Scrittura
cercano emozioni e per quanti smidollano la propria fede (invece di
testimoniarla virilmente), uggiolando su frotte di bambini lasciando
che gli adulti restino al margine.
“Lasciate che i pargoli vengano a me”. Chiediti allora: Gesù disse
proprio questo, o tali parole gli sono state messe sulla bocca dal
traduttore?
Il vocabolo greco pais significa: figlio, ragazzo, prole, servo,
schiavo, garzone, è quindi una parola dotata della stessa ambivalenza
del termine napoletano guaglione che può riferirsi ad un ragazzino,
ma anche ad un vecchio garzone di bottega.
Scava allora nell’AT e cerca questo vocabolo, scoprirai che,
rivolgendosi ad Abramo già vecchio, Dio lo chiama “Pais mou” che
non vuol dire bambino mio, ma mio servo, oppure figlio mio. Leggerai
allora in modo ben più pregnante la frase citata: Gesù voleva intorno a
sé sacerdoti che lo potessero vicariare dopo la sua ascensione. Non
sono dunque bambini quelli che gli si accostavano, ma aspiranti
sacerdoti eucaristici (servi). Comprenderai allora perché essi vennero
cacciati via dagli apostoli: questi, amanti del potere, proprio da quei
servi si sentirono giudicati.
Se la mia esegesi ti convince, avrai fatto esperienza di come un
testo di grande spessore teologico si infantilizza a causa della cattiva
traduzione di una sola parola. Il racconto voleva profetizzare il servo,

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come modello di adesione al Cristo, ed invece è finito all’asilo
infantile.
A questo punto comprenderai l’importanza di ritornare al Vangelo.
Proprio da questa erronea traduzione è derivata quella retorica
esaltazione dell’infanzia (impropriamente intesa come tempo di
semplicità e bontà) e quell’insistenza sulla catechesi ai bambini
(sarebbe più utile farla agli adulti) che oggi sta mostrando la corda.

Aima = sangue o Anima?


Concludo questo paragrafo con un termine che ha colonizzato la
nostra fede in Cristo: il sangue. Prova allora a seguirmi in un
sommario recupero della fede nella Chiesa antica.
Nei primi tempi, la Chiesa credeva nel Gesù “Sorridente volto
della gloria del Padre”, poi, con una progressiva deviazione,
esaltando sempre di più il dolore, la morte e le piaghe, siamo giunti
all’ultimo film di Mel Gibson che ne ha ricostruito una barbara
epopea.
All’inizio per croce (stauros) si intendeva solo il patibolo, cioè la
parte orizzontale che poi veniva posta sopra il palo; i Sinottici
affermano che quel patibolo fu portato sulle spalle dal Cireneo e non
da Gesù. Giovanni chiarisce poi che quel patibolo venne sollevato in
alto (bastazo), espressione questa che segnalava profeticamente che
Gesù avrebbe sollevato in alto l’orizzontalità della condizione umana
fino a farle raggiungere la cima del palo per formare il mistico Tau
della perfezione.
All’epoca degli eventi di Palestina, la croce (indicata con la lettera
X) era ancora considerata il segno di Dio sul mondo (cfr. Giustino e
Platone), solo successivamente venne assunta come emblema della
redenzione (il mistico Tau). Questo il motivo per cui, nell’antica
iconografia, su di essa non veniva disegnata la persona dolente di
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Gesù (ricordati le croci nere e nude della quaresima) ma vi si poneva
la stola, simbolo del serpente che guarisce (Es). Solo in seguito si
cominciò a raffigurare il Crocifisso. Ma l’immagine era ancora priva
dei segni della passione: il volto era sereno; unica ferita, quella del
costato aperto (post mortem), simbolo della Chiesa, la novella Eva
nata dalla costola del nuovo Adamo.
Forse fu a causa del millenarismo che si cominciò a disegnare sulla
croce un Gesù dolente e morto come segno della sua incarnazione nel
dolore del mondo. Da allora in poi hanno regnato il dolore, il sangue e
la morte, fino al punto che ci siamo inventato un Gesù morto per 24
ore e lo portiamo in processione.
Oggi, perduto il senso dell’incarnazione che, avendo inserito il
Cristo nell’esistenza umana comunque doveva morire, è rimasto solo
il morto insanguinato. Si è perso il senso della vera passione di Dio,
cioè il suo abbassamento nel mondo nascendo come creatura, e sulle
croci troviamo un morto col suo cartiglio di uomo fallito e senza
nessun segno della contemporanea resurrezione. Così tutto è diventato
sangue, e su quel sangue si sono costruiti milioni di parole
drammatiche e pietose.
Io invece ti invito a leggere il capitolo 17 del Levitico dove è
scritto che “il sangue è l’anima di ogni corpo”, sicché lecitamente
puoi tradurre aima non con sangue, ma con anima. Ed allora il
mistero del Cristo morto e risorto riprenderà lo splendore della
Trasfigurazione che proprio questo mistero annunciava. Non vedrai
più un mondo annegato nel suo sangue sparso, ma avvertirai il brivido
dell’eternità sapendo di navigare nello splendore della sua anima che
ci permette di risvegliarci oltre il tempo.

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21. Espressioni e situazioni complesse

Senza avere alcuna pretesa di sintetizzare il discorso fatto in un


sistema concluso, ma piuttosto sperando di attivare in te (ricordo al
lettore che gode dell’assistenza dello Spirito) la tensione alla ricerca,
esporrò ora qualche considerazione su alcuni temi controversi e oscuri
che riguardano principalmente la figura di Gesù uomo Dio.
Non posso esimermi dall’avvertirti che se non trovi una sintesi fra
queste due dimensioni, la tua fede sarà sempre spaccata in due e non ti
resterà altro che tener separate le due realtà e sfuggire alle domande
dicendo che non hai capito ma credi per fede.
Sai bene però che il rapporto con Dio riguarda l’uomo nella sua
interezza, per cui questa via di fuga prima o dopo metterà in crisi la
tua fede. Perciò proviamo insieme almeno a fissare le problematiche
che riguardano la figura evangelica di Gesù e ad applicare gli
strumenti che prima ho descritto.

Il figlio dell’uomo
Comincia a riflettere su questa singolare espressione con cui Gesù
spesso si definisce e che rimbalza nella predicazione quasi mai
accompagnata da un chiarimento sul suo preciso significato.
Gesù era forse in vena di giri di parole quando, invece di dire: sono
un uomo, affermava di essere “figlio dell’uomo”?
La nostra fede ci rivela che Gesù era il Cristo ed era Dio: una
duplicità che crea non pochi problemi se rapportata alla vicenda
umana del Nazareno. Ma poiché l’incarnazione del Cristo è il mistero
centrale del nostro credo, non possiamo mettere la testa sotto la
sabbia.
Isolando la dimensione umana di Gesù, nella predicazione corrente
è facile presentare Gesù nell’Orto come un uomo fortemente
impaurito, sino al punto da chiedere al Padre di essere esentato da
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quella prova. Ma come la mettiamo quando in quelle stesse prediche
si esalta la sicurezza dei primi martiri che sorridendo andavano
incontro ai leoni nelle arene romane o alle tenaglie degli aguzzini?
Forse che i discepoli sapessero affrontare il dolore e la morte meglio
del Maestro?
Che dire poi della disperazione del Crocifisso quando grida:
“Padre, perché mi hai abbandonato?”
Annunciare questo risvolto del tutto umano della personalità di
Gesù - che pure si dice abbia volontariamente accettato la sua
passione - crea non pochi dubbi nella mente del fedele; ma,
corrispondendo perfettamente con le reazioni di un qualsiasi essere
umano, tutti ascoltano quelle prediche con viva partecipazione, non
disgiunta però (a pensar male) dalla sotterranea e diabolica
soddisfazione di avere umiliato il Dio incarnato.
Ma come fare a conciliare dolore e paura con un Gesù esente dal
peccato originale e per questo impassibile al dolore (Adamo prima del
peccato era impassibile)? A fil di logica dovremmo concludere che la
sua passione in realtà non fu tale; e molte eresie sostennero, in vario
modo, proprio questa tesi.
La stessa difficoltà ovviamente riguarda anche Maria. Anch’essa
esente dal peccato originale, come fare a pensarla addolorata ai piedi
della croce?
Un altro profilo che rimane misterioso è il motivo per cui Gesù si
isolava per pregare. Perché si allontanava? Certo non possiamo
pensare che lo facesse per non essere distratto. E poi chi pregava dal
momento che Lui stesso era Dio?
A ben guardare, è proprio quell’isolamento la chiave per dare un
senso alla sua preghiera. Prova ad immaginare allora che quando
Gesù si isolava non andasse in un luogo fisico, ma rientrasse nella
dimensione della sua divinità per realizzare al massimo il dialogo con
colui che egli chiama Padre (che io identifico nel Cristo increato). Il
suo pregare equivaleva ad un dialogo ontico, ad un confondere la
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propria terrestrità con la propria divinità, ad un’intima fusione per la
quale è appropriata la parola agàpe.
Forse proprio meditando questo mistero San Benedetto insegnò ai
suoi rudes a dialogare con Dio ripetendo, con i Salmi, le parole da
Dio stesso ispirate. Ai suoi monaci chiedeva di seguire l’esempio dei
bambini quando non sono ancora in grado di formulare parole: la
mamma suggerisce ed essi ripetono. Poi alle ore canoniche aggiunse
il lavoro: l’operaio del Regno prega il suo Signore realizzando opere
buone nella sua creazione - ora et labora.
Spesso Gesù chiede ai discepoli che hanno ascoltato qualche sua
affermazione o hanno assistito ad un miracolo, di non farne menzione
in pubblico. Eppure ogni volta essi si mettono a predicare proprio
quanto era stato loro vietato di riportare. Strana disobbedienza questa,
che tra l’altro non suscita neppure una piccola reprimenda da parte di
Gesù sicché viene da sospettare che il divieto fosse solo retorico.
Proprio su questi fatti contraddittori, gli studiosi hanno poi
costruito qualcosa che si è andato sempre più isolando dal testo fino a
parlare di quel Segreto messianico che rimane ancor oggi tutto da
chiarire.
A mio giudizio, quello che Gesù non voleva che si diffondesse
erano i racconti che potessero identificarlo come guaritore e, pertanto,
assimilarlo ai tanti taumaturghi (veri o falsi) che operavano in quel
tempo.
Il divieto lo ritroviamo anche dopo la Trasfigurazione (Mt 17,9 –
Mc 9,9). Io ritengo che in quella circostanza Gesù volesse vietare ai
discepoli di parlare della visione della sua anima (corpo trasfigurato)
perché voleva che la si annunciasse alla sua resurrezione e non
mentre, quale prigioniera nel corpo, agiva occasionalmente.
Un altro punto che certo ti lascerà perplesso, se lo approfondirai,
riguarda il tradimento di Giuda e la conseguente consegna di Gesù.
Superato lo sbarramento della retorica ecclesiastica, ti apparirà chiaro
che non c’era alcun bisogno di quel tradimento: Gesù era un uomo
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pubblico di cui si conoscevano gli spostamenti, quindi poteva essere
arrestato in qualsiasi momento.
Altrettanto incredibile è quel bacio che pericolosamente accosta
Giuda ad un Gesù contornato dai discepoli, rischiava infatti di essere
colpito da un fendente da parte di Pietro che era armato.
Anticipo che, a mio giudizio, se il racconto della passione viene
letto in termini di sagome letterarie (ne parlerò in seguito), esso ci
rivela una raffinata teologia in ordine ai rapporti fra Rivelazione
scritta ed Eucarestia, e Giuda si trasforma in simbolo ambivalente
della funzione sacerdotale.

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