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Cap.

NOTE INTRODUTTIVE

Il Vaticano Secondo ha dissequestrato il libro della Bibbia ed ha


invitato a leggere la divina Rivelazione. Un suggerimento che ancora
oggi solennemente si sente ripetere come un refrain sempre più
inascoltato perché, benché il Libro sacro possa essere acquistato da
tutti, non si è fatto alcun passo avanti per chiarire ed insegnare in che
modo esso vada letto. Ne consegue che in buona fede molti iniziano la
lettura, ma subito dopo, frastornati e spesso scandalizzati, ripongono il
libro su un remoto scaffale.
Ancora oggi la Bibbia rimane inchiodata al suo significato
superficiale (cd. testuale) – che Agostino considerava non solo
insufficiente ma spesso fuorviante e finanche negativo - e la sua
comprensione teologica è murata viva in lambiccati ed alchemici studi
del tutto estranei alla cultura della maggioranza dei fedeli.
La Bibbia è diventata così un libro per iniziati in quanto è rimasto
intatto il potere esclusivo dei sapienti (dottori della legge e scribi
evangelici) che godono di un’alta conoscenza nel campo della storia e
della filologia, e che si vantano di essere gli unici in grado di leggere,
comprendere e interpretare. Il tomo è stato messo sul libero mercato
ma persiste, quanto al suo contenuto, il millenario sequestro della
divina Rivelazione.
E che si tratti di un sequestro voluto l’ho potuto constatare
osservando l’insegnamento che viene impartito nelle facoltà
teologiche e negli Istituti di teologia per i laici. Una per tutte: il
docente che fa sfoggio della sua cultura quasi mai si abbassa ad
insegnare ai suoi discepoli l’esistenza di quegli strumenti letterari che
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la sera prima egli stesso ha consultato e che gli permettono di
mostrarsi facondo e sapiente dalla sua cattedra.
Pochi infatti conoscono ad esempio le Chiavi bibliche mediante le
quali è molto agevole reperire i passi della Scrittura, i Vocabolari
biblici che sinteticamente fanno il punto su un certo argomento, le
Sinossi che mettono a confronto i passi evangelici, i Tesauri che
trattano argomenti teologici supportandoli con la Scrittura, le
Filologie che analizzano le singole parole greche etc.. Un
armamentario indispensabile che ogni laico impegnato ed ogni
sacerdote dovrebbe (in tutto o in parte) possedere ed utilizzare per la
predicazione, ma il cui uso in pratica non gli è stato mai insegnato.
Nei testi accademici trovano spazio (abbondante) solo trattazioni
storiche e delle illeggibili annotazioni filologiche che, per essere
comprensibili ad un comune lettore, dovrebbero essere esposte in
modo semplice e lineare, cosa che invece non avviene. Per non dire
poi della cattiveria della scuola filologica che, per imitare i vecchi
codici, pur avendo fissato una sua arbitraria punteggiatura dei passi e
sezionato il testo in versetti (ne riparleremo), continua a stamparli (in
greco) in forma continua e a numerarli con caratteri minuti
rendendone faticosissima la lettura. Perché, mi chiedo, non andare a
capo dopo il punto che conclude e far riposare l’occhio e la mente di
chi legge?
Ma il dato più sconfortante consiste nel pretendere la conoscenza
del latino e non si pensa ad insegnare o a riattivare la conoscenza
della lingua greca nella quale pure i Vangeli furono scritti. Di fatto la
meditazione dei sacerdoti si basa sempre e solo su testi tradotti, sicché
sembra quasi che si studi il rovescio di un tappeto per coglierne le
preziosità del disegno.
È ovvio allora che venga a mancare al cristiano l’aiuto di quella
catechesi continua tanto sollecitata dal Vaticano Secondo. Purtroppo i
sacerdoti, già ingolfati di filosofia e di altre scienze umane, sono
costretti a farsi diffusori delle opere (più letterarie che teologiche)
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edite dalla lobby degli scritturisti. A loro volta, molti teologi di
professione, che per comodità prendono a fondamento delle loro tesi
le conclusioni formulate dagli scritturisti, invece di aiutare a chiarire il
senso dei testi, e cioè la Rivelazione, erigono spesso autoreferenziali
monumenti di idee che difficilmente si rapportano a quella fede che
ha come suo centro l’amore di Dio e del prossimo.
Accade allora che la predicazione, rimasticando cose vecchie,
spesso degradi, come autorevolmente è stato detto, a spazzatura
domenicale.
Il quadro è pietoso ma credo descriva correttamente la situazione
attuale. Ed è proprio da qui che nasce l’esigenza di mettere mano a
questo sillabario; esso vuole essere niente altro che il tentativo di
fornire al cristiano qualche strumento che gli permetta di orientarsi
nella lettura della Bibbia.

In un momento di grande fluidità religiosa bisogna recuperare a


tutti i costi l’essenza della nostra fede di cristiani e annunciare la
nostra visione dell’uomo e della storia così come Gesù ha insegnato.
Io credo che sia necessario lasciar da parte il monolito dogmatico,
costruito in una società che volente o nolente era cristiana, e ritornare
alla profezia, cioè all’indicazione di una meta aperta a tutti gli uomini.
Al di là delle mille problematiche del nostro tempo, un dato mi
sembra incontrovertibile: non esiste più la capacità di proiettarsi verso
il futuro. Parallelamente, la Madre Terra è oggi un palcoscenico
scosso da continui terremoti. Viviamo in una realtà che ha il sapore
del millenarismo.
All’uomo, che per effetto di tutto ciò non trova più la forza di
infuturarsi ed è costretto a gonfiarsi di presente, deve giungere il
nostro annuncio evangelico. Ma non attraverso visioni oleografiche,
dinieghi e comandi, bensì indicando una meta raggiungibile da tutti.
Per aprire il cuore dell’uomo alla speranza di un mondo nuovo è
urgente fargli riscoprire la sua altissima dignità di essere immateriale
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(anima) che rivendica di essere figlio di Dio. Bisogna insegnargli che,
seppure schiacciato dall’incomprensibile mole dell’universo e
dall’ameba della socialità e dell’economia, in Cristo egli è in grado di
stravincere.
Questo messaggio deve però avere una base che trascenda il
pensiero umano e fondarsi su una Parola più grande. Perciò bisogna
tornare alla Rivelazione scritta, andando oltre i commenti e le glosse
che su di essa si sono stratificati nei secoli.

1. La lettura dell’Istituzione

Nel corso dei secoli, parallelamente al formarsi di una chiesa


istituzionale che si assumeva in forme sempre più marcate il compito
di gestire il significato dei testi biblici, la sua lettura, proposta anche
liturgicamente, è diventata ormai esclusiva.
Il motivo che spingeva a far conoscere una sola lettura era duplice:
a) essendo fattuale, essa eliminava, quanto al significato, ogni
variante che potesse mettere in crisi la monoliticità dell’istituzione
stessa; b) in quanto narrazione di eventi, era facilmente
memorizzabile e permetteva quindi di ricordare mnemonicamente
testi molto lunghi e complessi. Cosa importantissima, quest’ultima, in
una società, come quella antica, dove i libri erano rari e costosi e c’era
un quasi totale analfabetismo.
La riforma protestante, che sul piano intellettuale suggeriva al
credente di accostarsi anche privatamente alla Scrittura, è naufragata
proprio perché, anche in quell’area, si è continuato a leggere
unicamente l’interpretazione di qualche traduttore (Lutero o altri)
qualificandola falsamente come Parola di Dio e quindi certa ed
immodificabile.

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Dal canto loro, gli studi biblici - oggi orientati più alla ricerca
filologica e storica che a quella teologica e riservati ad una ristretta
cerchia di iniziati (naturalmente asserviti ai maestri) - hanno
ulteriormente paralizzato la penetrazione del significato della divina
Rivelazione. Di fatto, ad onta di tanti voluminosi commenti, è ancora
altissima la percentuale di libri sulla Bibbia che non riescono a fornire
alcuna chiarezza sul contenuto di quel dialogo con la Divinità che
proprio ai testi sacri fu affidato. È comprensibile allora che l’invito
rivolto ai fedeli a leggere la Bibbia cada nel vuoto; e gli stessi
sacerdoti perdono interesse allo studio dei testi sacri, considerandoli
ormai garantiti da incensurabili studiosi: basta allora ripetere le loro
conclusioni, anche se appare chiaro a tutti che esse non supportano la
fede soggettiva. Infatti la letteratura al riguardo insegna tutto quello
che c’è da sapere alla luce delle umane scienze, ma non contribuisce a
scoprire nuovi significati teologici.
Secoli e secoli di sequestro del Libro Sacro e l’ossessiva
ripetizione di una sola lettura, ne hanno cristallizzato il significato
superficiale ed evidente, ed hanno indotto, contraddicendo la prima
patristica, a considerare eccezionale ogni tentativo di comprendere il
messaggio per via di metafora. Ed allora, da duemila anni, i porci dei
Geraseni sono rimasti grufolanti maiali; il tetto dal quale viene calato
il paralitico con la sua barella continua pericolosamente ad essere
scoperchiato sulla testa di Gesù; e il Bambinello, portato in Egitto per
sfuggire alla strage degli innocenti (Matteo), si ritrova
contemporaneamente nel Tempio dove, a detta di Luca, viene cullato
tra le braccia di Simeone.
Ma il danno più grave della lettura corrente consiste nell’avere
relegato i fatti nel passato, riducendo gli eventi narrati a meri reperti
archeologici privi di valore profetico per il nostro presente. Così
facendo, l’istituzione ecclesiastica ha permesso un’alluvionale e
falsificante letteratura sui personaggi evangelici e (cosa che più le
interessa) si è sottratta al giudizio che quelle pagine formulavano
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sopra di essa. Su Simon Pietro che rinnega e scappa e su Giuda che
tradisce, esiste molta letteratura, ma, alla luce di quelle profezie, non
viene editato alcun approfondimento sul papato e sul sacerdozio
attuali.

2. Qualche suggerimento elementare

Un cristiano, pur desiderando leggere la Bibbia in profondità, non


riesce ad andare oltre il significato superficiale e quei racconti in
buona parte lo lasciano indifferente o finanche scandalizzato.
Di alcuni libri, come ad esempio l’Ecclesiaste, può apprezzare
l’eleganza letteraria, ma si accorge poi che non ha niente a che vedere
con la sua fede. Del Cantico può diventare anche un estimatore ma,
senza avvedersene, finisce col gustarlo come quelli che,
considerandolo osceno, lo cantavano nelle bettole della Palestina.
Restano i Salmi, ma i più gettonati sono purtroppo proprio quelli
lamentosi: hanno infatti il pregio di suggerire qualche bella frase agli
intelletti addormentati quando si risvegliano per effetto di una
delusione o un dolore: “De profundis clamavi ad te Domine...!”
Poiché mi è stata donata una visione solare della fede, e credo
fermamente che Dio non sia venuto fra noi per far incetta di dolore e
privazioni ma per esserci amico nella gioia, ho sempre cercato di
contrastare la deriva lacrimosa che ha depotenziato i cristiani,
inserendoli nella massa damnata, e li ha soggiogati alle istituzioni e
alla legge della religione.
Così, spinto dagli amici che mi circondano, ho cercato di esporre il
modo con cui mi accosto al Libro sacro, cercando di tradurre in
suggerimenti quanto in me è stato sempre una povera arte.
Giudica tu, o lettore, se sono riuscito a farlo e raccogli ciò che ti
sembra utile, ricordando che quanto ti suggerisco non è una regola
vincolante e che ogni tecnica produce frutti solamente se è sostenuta
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da una continua invocazione allo Spirito che parla a tutti
indistintamente e nessuno delude. Perciò leggi sempre rivolgendoti a
Lui con la tua coscienza e non solo con la tua mente e la tua cultura.
Mi riterrò pienamente remunerato di questa fatica se avrò suscitato,
anche solo in un lettore, insieme alla sua sorpresa, anche un senso di
profondo rispetto verso la Bibbia. Molti, infatti, orgogliosi della
propria cultura, la considerano e la predicano come un libro di favole,
anche poco cattivante in alcuni passi; essa invece continua a stupirmi,
non fosse altro che per la sua sapienza letteraria.
Questo mio sillabario ha lo scopo di invogliarti ad apprendere
come accostarsi criticamente alla Scrittura, usando quei grimaldelli
letterari che ho distillato in decenni di studio per superare
contraddizioni e scandali dei testi sacri.1

Eccoti allora alcuni brevi iniziali suggerimenti.


a) Per cominciare ti consiglio di leggere i libri storici della Bibbia2
cercando di memorizzare i fatti raccontati. In questa prima fase evita
valutazioni e giudizi, tratta il testo come un romanzo. Questa lettura ti
serve ad impossessarti del materiale narrativo che in un secondo
momento ti permetterà di fare confronti che si riveleranno ricchi di
significato teologico. Anche gli stupri, le uccisioni di massa (herem) e
gli incesti che, considerati isolatamente, possono solo scandalizzare,
diventeranno materiale teologico e sperimenterai quanto affermato da
Paolo: “Anche il male coopera al bene”.

1 Altrove ho trattato diffusamente alcuni di questi punti; qui dovrò limitarmi, per ragioni di

economia del lavoro, a esporre solo le conclusioni alle quali sono giunto. Se vuoi approfondire
devi ricorrere ai Pro manuscripto già stampati e che circolano fra gli amici del gruppo che si
riunisce nella mia casa, e che sono stati redatti su miei appunti dalla dott. Giovanna Vitagliano.
Alcuni di essi già sono presenti nel mio sito ed altri vi saranno aggiunti.
2 Ti consiglio di leggere, oltre a Genesi ed Esodo, – Giosuè – Giudici – Rut - Samuele 1 e 2 -

Re 1 e 2 - Cronache 1 e 2 – Esdra – Neemia; e possibilmente: – Tobia – Giuditta – Ester -


Maccabei 1 e 2.

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Devi poi dotarti dei quattro Vangeli editi in forma economica dalla
BUR (a cura di Pietro Rossano) nei quali si raffrontano il testo greco
originale e una traduzione italiana. Le editrici cattoliche sono assenti
in questa operazione.

b) In un secondo momento, ricordando che la Rivelazione di Dio


ama manifestarsi nei gruppi (“dove due o più sarete uniti nel mio
Nome, Io sarò in mezzo a voi”), bisogna che ti riunisca con altri che
ugualmente ricercano, aggregando anche chi abbia una conoscenza
seppur elementare della lingua greca.
Fatti anche aiutare da chi dedica la sua vita allo studio della
Rivelazione, potrai scoprire che le storie raccontate nell’Antico
Testamento (da ora in poi sarà indicato con AT), formando un insieme
dal forte valore metaforico, si illuminano reciprocamente. È proprio
da quelle storie che il Vangelo ricava materiale letterario ed
iconografico, esse forniscono quindi la chiave per ricavare i significati
teologici del Nuovo Testamento (da ora in poi sarà indicato con NT).
L’AT è infatti una premessa sul contenuto rivelativo del Vangelo e
alla luce del vangelo lo si può comprendere appieno, trasformandolo
in una calzante e puntuale profezia sulla realtà attuale della Chiesa.3
È evidente che questo fondamentale passaggio ermeneutico è
possibile solo se il lettore ha già memorizzato i racconti; solo così
potrà cogliere il senso dei riferimenti che la guida di turno farà nella
sua meditazione. Proprio l’assenza di una tale conoscenza di base (che
invece i Neocatecumenali e i Testimoni di Geova curano a volte in

3 Per fare qualche esempio, passi scabrosi come La strage dei primogeniti egiziani o il

tentato omicidio di Isacco da parte del padre, diventano comprensibili ed accettabili se


illuminati dal Vangelo. Nell’AT storia e carne sono infatti metafore del Divino e dell’Anima. Ed
inoltre si comprende che il Vangelo non è un relitto archeologico sul quale discettare di cose
passate (vedi l’ipocrisia dei farisei), ma un giudizio del tutto attuale sullo stato della nostra
religione e un suggerimento diretto ed immediato sulle vie del Signore che oggi bisogna
battere. Questa è l’attualizzazione che il Vaticano II chiedeva ai predicatori e che invece è
scivolata nella retorica di un marginale e spesso falso moralismo.
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maniera perfetta) rende praticamente impossibile l’omelia
domenicale: in assenza di una previa catechesi, diventa difficile per il
sacerdote attualizzare la verità veicolata dalla Scrittura; egli infatti è
costretto, di volta in volta, a spiegare i riferimenti utili alla
comprensione dei testi evangelici, e per di più a comprimerli
nell’esiguo tempo a sua disposizione.
La storia insegna che, attraverso dei brevi versetti (come ad
esempio le antifone) era possibile richiamare quanto già insegnato a
chi conosceva il contenuto narrativo della Bibbia; oggi invece, venuta
meno la catechesi, quei versetti sono diventati massi erratici che al più
vengono recepiti dalla folla solo nel loro significato superficiale.

c) Tutto questo processo diventa però inutile se non è chiara la


meta. Nel cercare il senso della Scrittura, vanno previamente coltivati
gli studi ancillari e strumentali, ma bisogna sempre mirare ad un unico
punto fermo, e cioè al Cristo che è la Vita e costituisce il vero ed
unico oggetto della Rivelazione biblica. È lui, con la sua Buona
novella (euanghelion), che bisogna riconoscere: il resto è vanità, è
glossa, è commento.
Ma per far tutto ciò, è necessario che tu sappia sfuggire alla deriva
storicistica che si ferma alla figura umana di Gesù (degradando spesso
nel romanzesco) e dimentica il Cristo transtorico. Il Cristo è diventato
un optional nella nostra religione.
Chi direttamente o indirettamente medita sulla Bibbia deve
chiedersi continuamente dove è presente il Cristo in ciò che legge,
ascolta e in quello che ha compreso. Scoprirà allora che gli viene
ammannito come ricerca di Dio e verità della fede ciò che non è altro
che emozionalità, dottrina storica, filologia e filosofia. Scoprirà che,
per come viene predicato, un’altissima percentuale del Vangelo
espone solo una banale sapienza umana: racconta ad esempio come un
padre è sempre pronto ad aprire le porte della sua casa ad un figlio che

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ritorna; o come un giudice è disposto ad accontentare chi gli può
procurare danno etc..

d) Sappi ancora che, per quanto convincente, un’esegesi rimane


sempre e solo un’approssimazione alla Verità; né le può dare
maggiore autorevolezza il fatto che sia stata ripetuta costantemente,
anche se per secoli. Il ripetuto non diventa per questo più vero.
La Chiesa Santa, l’unica che potrebbe dire una parola conclusiva,
non mi risulta che nella sua Tradizione di Fede (che è l’unica
autentica e vincolante) abbia mai definito il significato di qualsivoglia
frase della Bibbia. L’unica certezza è quella dello Spirito che suscita
in ogni uomo la coscienza della sua figliolanza divina (fa gridare:
Papà!) e continuamente permette il dialogo con la Divinità. Un avallo
misterioso che non passa attraverso le convinzioni del nostro cervello
ma si rivela nel mistero della nostra animicità. Perciò il dubbio deve
sempre accompagnare la ricerca.
Nella lettura della Bibbia sono dunque fondamentali non già le
prove storiche o filologiche, che sono solamente umane, ma le Voci di
dentro.

e) Puoi presumere di aver fatto una buona esegesi quando non


avrai tralasciato nulla del testo (“non deve cadere né una lettera, né
un apostrofo”) e avrai ricondotto tutte le parole, nessuna esclusa, ad
un discorso unitario che parli del Cristo. Come più avanti chiarirò,
ogni vocabolo ed ogni pericope va spiegata attraverso le parole della
Scrittura (era questa la ricetta di Agostino); si manifesterà allora un
lieto annuncio, e non quei lugubri e rancorosi sproloqui che servono
solo ad esaltare ipocritamente chi li pronunzia.
Certamente non farai buona esegesi se esaminerai un testo per
sezioni separate, o eliminerai quelle parti che ti sono risultate oscure o
scandalose. Non esistono nel Vangelo frasi o parole inutili, sicché

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l’interprete deve tendere a mostrare con la sua esegesi la coerenza
globale e totale dei vocaboli che formano lo specifico passo.

f) Fa’ molta attenzione alle immagini e alle parole che trovi,


scoprirai che in molti punti la Scrittura è poco credibile sia nei fatti
che nelle affermazioni. Confrontati poi con le mie scarne note e
verifica se sei stato attento a cogliere gli scandala che a mio giudizio
esistono in quei passi. Le mie riflessioni su di essi ti saranno utili solo
dopo, quando confronterai la tua analisi con la mia.
Non adagiarti sulle confettature letterarie operate dai traduttori che
smussano i testi provocatori; non concludere frettolosamente che sul
piano letterario e storico la versione corrente si può giustificare in
altro modo; ed infine non farti scudo della secolare ripetizione della
stessa lettura: accetta piuttosto di metterti in crisi e comincia a
cercare.

3. La Scrittura come copione

Un tema su cui riflettere riguarda la natura della Rivelazione


scritta. Il fatto che essa appaia come fissata in parole, immagini e
concetti, ha indotto a considerarla come una legge immutabile alla
quale bisogna sottoporsi. Proprio questa errata percezione costituì il
grande peccato degli eletti, decisamente stigmatizzato da Gesù, e che
ha infettato anche la nostra religione. Infatti, nella corrente
predicazione, la Bibbia non è la via della vita e quindi del libero
infuturarsi dei Figli di Dio, ma è diventata un codice di immutabili
norme che abbracciano le dimensioni materiale e spirituale.
Questa impostazione viene obliquamente motivata proprio da una
certa lettura dei vangeli che presenta la Scrittura come una specie di
copione al quale Gesù doveva attenersi. Ed infatti, mentre bisogna
credere che Gesù operasse in piena libertà, nel Vangelo di Matteo si
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trovano espressioni del tipo: “come aveva predetto la Scrittura”,
“perché si adempisse la Scrittura”, “come aveva annunciato il
profeta”, etc.
Ma veramente tali affermazioni alludono ad un destino già
segnato? Nessuno lo afferma palesemente, ma l’idea di destino
serpeggia ovunque, anche fra i teologi.
Proviamo allora a tornare alla fonte per meditare su questo tema
alla luce della Rivelazione e della figura del Cristo storico (Gesù), ma
anche transtorico.

Comunemente si pensa che la profezia sia una divinazione la quale,


superando la sequenza temporale, renda concettualmente presente il
futuro; in altre parole profezia equivarrebbe a precognizione.
Secondo questa concezione, quando un’opera o un atteggiamento
di Gesù coincidono con la previsione del profeta, sembra che egli
esegua un copione già scritto che lo autentica come il Messia. Ma è
evidente che chi intende in questo modo svilisce la libertà di agire di
Gesù.
A mio giudizio, considerare la profezia come divinazione è come
privilegiare l’aspetto più povero e marginale del fenomeno della
profezia biblica. Nella Scrittura, infatti, il profeta era colui che
parlava in nome di Dio ed evidenziava il significato teologico degli
eventi trasformandoli da meri accadimenti in divini segni dei tempi. In
questo senso, anche noi siamo profeti del Signore, chiamati cioè a
indicare nelle cose di questo mondo la Parola di Dio.
Che la profezia potesse riguardare il futuro era ed è un profilo
certamente interessante, ma non essenziale. Infatti, quando il profeta,
sentendosi investito dallo Spirito, voleva giudicare un fatto del suo
tempo, lecitamente poteva formulare soggettive (e indimostrate)
affermazioni. Il fatto poi che, a loro sostegno, le fondasse su
espressioni già presenti nella Scrittura (la vastità della Rivelazione
scritta consentiva di estrapolare quanto era più utile alla bisogna) non
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voleva significare che il passo biblico dal quale aveva tratto
l’espressione fosse stato una divinazione sul presente:4 retrodatare il
suo enunciato era solo un atto di umiltà dello scrittore ispirato che
preferiva retrocedere nell’ombra. Dunque l’espressione “come disse il
profeta” andrebbe intesa: “come io penso”. Una situazione questa che
si ritrova in quei santi che, compiendo un prodigio, non lo collegano a
sé ma a qualche altro uomo di Dio.
In breve, l’evangelista esprimeva la sua personale lettura di fede
degli eventi di Gesù e, per farsi da parte, la riconnetteva a qualche
espressione della Scrittura che potesse essere illuminante. Egli allora,
in un primo momento esaminava i comportamenti, le parole e gli atti
di Gesù, poi, cercando nel mare sterminato della Rivelazione scritta,
interrogava Dio attraverso le parole dette dai suoi profeti. Trovata
un’espressione che corrispondeva a quanto aveva osservato nell’agire
di Gesù, la considerava un riscontro capace di autenticare quanto egli
stesso aveva compreso e per questo la citava nel suo scritto.5
L’intento dell’evangelista era quello di evidenziare la dimensione
teologica di un certo evento, di gran lunga superiore alla sua
dimensione storica. Nasceva per questo l’espressione: “perché si
adempisse la Scrittura”.
Un atteggiamento questo che derivava dalla coscienza che solo
mettendosi dal lato di Dio (“Nessuno viene a me se non è chiamato
dal Padre”) era possibile cogliere la divina dimensione dell’agire di
Gesù.
Lo stesso Gesù, rispondendo ai messi a lui inviati dal Battista - che
costituisce l’ultima mirata profezia a lui riferita - si identifica con la
Scrittura e rivela di essere un tutt’uno con essa: (Lc 7, 20 ss.)

4 Possono rientrare in tali tipologie alcuni passi dell’Apocalisse di San Giovanni e di altri

libri della Scrittura, e le profezie poste in bocca a Gesù sulla caduta di Gerusalemme.
5 Pescando come Matteo in quello stesso mare, un altro scrittore poteva illuminare lo stesso

evento attraverso una diversa particella dell’universale verità rivelata. Due evangelisti dunque
potevano agganciare allo stesso fatto due diverse citazioni bibliche.
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“Giovanni Battista ci ha mandati da te per domandarti: ‘Sei tu colui
che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ (...) Diede loro
questa risposta: ‘Andate e riferite a Giovanni quello che avete visto e
ascoltato: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono
mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri viene annunziata
la buona novella.’.”

Una domanda può servire a chiarire il mio pensiero: chi altri


parlava attraverso gli antichi profeti se non il Cristo? E Gesù non
aveva forse detto che, proprio perché era Cristo, preesisteva ad
Abramo? Era naturale allora che si comportasse coerentemente alla
sua stessa profezia e quindi che “ adempisse la Scrittura”.
L’equivoco, quanto ad un destino di Gesù, nasce dunque dall’aver
considerato il profeta non come voce del Cristo che parla attraverso di
lui, ma come autonomo soggetto che faceva una divinazione alla
quale poi Gesù si sarebbe adeguato.
In conclusione, essendo il Cristo libero nel preordinare e libero
Gesù (che è il Cristo) nell’attuare, quelle espressioni volevano chiarire
che il Verbo incarnato si muoveva come da sempre aveva inteso fare.
Anche il cd. Fattore infedele, che simboleggia proprio Gesù, dice:
“Seppi quello che debbo fare”.6

4. Antico Testamento

Per sperimentare quanto ti propongo, ritorna a riflettere sull’AT.


Noterai che per sfuggire alle difficoltà di interpretazione, nella
predicazione corrente si evitano i punti oscuri e, parallelamente, si
celebra la semplicità dei racconti evangelici. In realtà sia l’Antico che

6Per approfondimenti sulla parabola di Luca, vedi il mio Parabole lucane stampate pro
manuscripto, o visita il mio sito.

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il NT sono scritti con la stessa tecnica e consentono quindi sia una
lettura superficiale (senso testuale) che un’interpretazione profonda:
gli antichi la chiamavano allegorica.
Considera che le incongruenze che troverai nei testi sono state
inserite a bella posta dagli agiografi proprio per attivare e orientare
l’attenzione del lettore su quegli specifici punti.
Ecco qualche esempio:
- il singolare e incomprensibile racconto dei figli di Noè che
spiavano le nudità del padre mentre dormiva nella tenda (Gn 9, 20-
22);
- quelle tuniche di pelle offerte da Dio ai progenitori dopo la
cacciata dal giardino di Eden che, nel nostro immaginario, si sono
trasformate in una sorta di giaccone di montone rovesciato (Gn 3,21);
- il cd. marchio di Caino, normalmente considerato segno del
fratricida, e che invece gli garantiva, con la protezione divina, una
forma di immortalità (Gn 4,15);
- la terribile pagina del sacrificio di Isacco (Gn 22);
- ed infine, quel soffiare la vita nel naso di Adamo (Gn 2,7).

Se questi racconti ti dicono poco o nulla e talvolta sei finanche


portato a rifiutarli (sacrificio di Isacco), provati a cercare in essi un
significato capace di comunicarti una verità, una chiarificazione del
mistero divino. Probabilmente non ci riuscirai, né ti aiuteranno le
annotazioni in calce alle Bibbie in commercio che spesso hanno
solamente uno scopo difensivistico, cercando, ad esempio, di
giustificare qualche incesto (Abramo che sposa la sorella Sara) o
qualche massacro. Senza temere di accostare testi diametralmente
opposti, chiediti come interpretare le maledizioni ad Adamo ed Eva
dopo il peccato da parte di un Dio che tu invochi come Padre; prova a

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congiungere le beatitudini dei Sinottici con quelle che concludono il
Salmo 137.7
Molto probabilmente, non avendo trovato valide soluzioni, finirai
con l’arrenderti. Ricordati allora di essere Figlio di Dio e che nelle tue
mani non c’è un libro di letteratura ma la lettera che Dio proprio a te
ha mandato. Fermati pure, ma almeno coltiva la speranza che, in un
modo o nell’altro, Egli ti comunicherà quell’amore che lo ha indotto a
scriverti e la Verità che desidera tu sappia.
Purtroppo tutto questo lo abbiamo dimenticato e la Bibbia è
diventata un libro autonomo come quelli di un Platone o di un Budda,
un testo del quale possono disporre solo gli scribi di ogni tempo,
supportati purtroppo dai farisei.

5. Contraddittorietà delle parabole

Ti hanno insegnato che le parabole del Vangelo sono un buon


annunzio, una parola di perdono e speranza, degli apologhi accessibili
anche ai meno dotati sul piano culturale. Chiediti allora com’è che
alcune di esse sono incomprensibili o contraddittorie, altre non
eccedono il livello di una piatta sapienza umana e quasi tutte
finiscono “dove è pianto e stridor di denti”, o con la distruzione di
città e invitati renitenti.
Se cerchi la Verità (quella che fa liberi), decidi allora se cercarne
una diversa lettura, oppure addormentare la tua fede sulle morbide
piallature retoriche di tante prediche domenicali, o sulle note

7 Non sapendo come confettare i versi finali del Salmo 137 - che proclamano due

inaccettabili beatitudini: “Figlia di Bailonia, votata alla distruzione: beato chi ti ricambierà quanto hai
fatto a noi! Beato chi prenderà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la roccia!” – gli studiosi tollerano
finanche che la Parola di Dio sia amputata, e non si scandalizzano del fatto che quei versi
vengano tagliati nella liturgia.

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accomodatizie che fan da materasso a fondo pagina nelle Bibbie in
commercio.
Ti propongo dunque di rileggere con attenzione quante più
parabole ti è possibile. Ora te ne suggerisco qualcuna, annotando
alcune delle mie considerazioni.

Il ricco Epulone (Lc 16, 19-31)


Luca racconta che i cani venivano a lappare le ferite del povero
Lazzaro alla porta del ricco Epulone. Ma fa’ attenzione: il testo che
hai tra le mani sembra rovesciare il significato della scena, facendoti
credere che i cani, che il testo chiaramente presenta come esseri
affettuosi (infatti leccavano), ringhiando al povero Lazzaro, gli
contendessero le briciole della mensa.
Chiediti allora che significato dare a quei cani: certo non sono stati
messi lì a fare da nota di colore; e chiediti se, nel loro leccare, non
vogliano invece simboleggiare quei Gentili che sono misericordiosi
verso chi soffre.
Ma chiediti anche: com’è che, nonostante il vallo insormontabile
fra Abramo e l’Epulone, essi dialogano fra loro? E com’è che, stando
all’inferno, cosa che ne attesterebbe l’infamia, teneramente il ricco si
preoccupa della vita dei propri fratelli, mentre Abramo si mostra
giudice inesorabile?
Prova poi, se ne sei capace, a collocare nella tua fede cristiana quel
Seno di Abramo e quei cieli nominati a volte al singolare (cielo) e a
volte al plurale (cieli) che vengono menzionati nella parabola.
Hai fatto caso, poi, che il Ricco Epulone era vestito di porpora e
bisso, così come lo era il Sancta sanctorum del Tempio di
Gerusalemme? Da ciò potrai trarre interessanti conseguenze.
In particolare sta’ attento ad un fatto: il traduttore ha aggiunto i
nomi dei dialoganti, inesistenti nel testo greco. La loro omissione

19
consente nell’originale greco di impostare molto diversamente il
dialogo.8

Il fattore infedele (Lc 16, 1-13)


Non ti è saltato davanti agli occhi l’incongruenza? È mai possibile
che il titolo di credito fosse nelle mani del debitore e non, come
sarebbe stato ovvio, ben custodito dal creditore? E perché fu proprio il
debitore a cambiare sul titolo la somma da lui dovuta al padrone?
Infatti le traduzioni correnti dicono testualmente: “Chiamò ad uno ad
uno quelli che avevano debiti con il suo padrone e disse al primo: ’Tu
quanto devi al mio padrone?’. Quello rispose: ‘Cento barili di olio’.
Gli disse: ‘Prendi il tuo foglio, siediti e scrivi cinquanta. Poi disse ad
un altro: ‘E tu quanto devi?’. Quello rispose: ‘Cento misure di
grano’. Gli disse: ‘Prendi il tuo foglio e scrivi ottanta’.”
Come giustifichi poi che, alla fine del racconto, il Signore lodò
l’amministratore ladro per la sua furbizia invece di riprenderlo
severamente? L’accusa contro di lui era vera o si trattava di una
calunnia, come sembra suggerire il verbo greco usato
dall’evangelista? E allora chiediti se nella figura dell’economo, invece
di un ladro, non si celi un personaggio buono e positivo.9

Gli invitati alla cena (Mt 22, 1 ss.)


Nell’AT (Ger 41,1 ss. e Salmo 41,10) il rifiutarsi ad un invito a
mensa veniva considerato un misfatto. Ma certamente non può bastare
questo per farti accettare acriticamente la tremenda reazione del Re
che, considerando omicidi (foneis) coloro che si erano rifiutati, manda
il suo esercito ad ucciderli tutti e ad incendiare le loro città.

8 Per maggiori approfondimenti cfr. il mio Parabole lucane, stampate pro manuscripto, o visita

il mio sito.
9 Ibidem.

20
Inoltre, considerando che dopo vengono convogliati alla cena
nuziale tutti i poveri incontrati agli angoli delle strade, ti sai spiegare
perché il Signore rimproverò l’invitato che non si era presentato con
la veste nuziale (analoga al tight o allo smoking dei nostri tempi)? Il
testo recita: “Entrato il re a vedere i commensali, trovò là un uomo
che non indossava la veste nuziale. Gli dice: "Amico, come mai sei
entrato qui senza la veste nuziale?". Egli ammutolì. Allora il re disse
ai suoi servitori: "Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre
esteriori: là sarà pianto e stridore di denti". Infatti molti sono i
chiamati ma pochi gli eletti’.”
Prova allora ad identificare meglio il soggetto che viene mandato lì
dove è pianto e stridore di denti: in fondo il Padrone lo ha chiamato
etaire, che in greco significa amico.

Molti sono i chiamati, pochi gli eletti (Mt 22, 14)


Dopo aver cacciato fuori dalla cena l’invitato senza abito nuziale, il
Padrone di casa afferma: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”. Ti
senti di intenderla come una restrizione apportata alla redenzione
operata dal Cristo, quando Lui in persona dichiara che non ha perduto
nulla di ciò che è stato posto nelle sue mani?
Io preferisco leggere il passo diversamente e vedere, in quei molti,
i Gentili invitati alla cena eucaristica come fratelli del Cristo; e, in
quei pochi, gli eletti che saranno chiamati a predicare la pace e la
beatitudine. In essi intravedo Paolo che, con il suo piccolo stuolo di
amici, affronta l’infinito popolo dell’Impero romano.

Gettalo fuori dove è pianto e stridor di denti


(Mt 8,12; 13,42; 22,13; 24,51; 25,30 - Lc 13,28)
Perché indugiare a legare mani e piedi l’invitato per poi condurlo
fuori nel luogo dei tormenti? Non bastava mandarlo via? La lettura
corrente fa intendere che l’invitato venne mandato nell’inferno, sicché

21
la parabola che era iniziata con la buona novella dell’invito a pranzo,
si chiude nell’amarezza.
Io preferisco leggere in senso ottimistico e comprendere
diversamente l’ordine del Signore, ovvero: “Come io feci con Adamo,
così voi mandate quell’invitato fuori, in un mondo dove c’è dolore e
digrignar di denti, dove c’è la tenebra perché porti la luce della Parola.
Egli non ha capito la dolcezza del mio operare e l’amore che io porto
al mondo, eppure a lui mi sono rivolto chiamandolo amico, membro
della mia casa. Perciò configuratelo a me, legandolo manie piedi al
Legno (la stola, estai, del diacono).”
Se leggi la scena in positivo, vi scoprirai dunque una chiamata che
insegue anche i renitenti; e fra questi vi siamo anche noi sacerdoti che
ci culliamo in una fede mitica e non abbiamo parole per gli afflitti e
gli abbandonati del mondo.
Proprio per noi è prevista una cura intensiva di Spirito Santo.
Saremo mandati nel luogo dello Spirito; oppure, con maggiore
intensità e dolcezza, nell'alcova del Fuoco. Ecco (ode), lì saremo un
pianto (annunciando Cristo crocifisso), e il Ruggito del Leone
(brugmos) di quelli che Vivono (onton). Saremo sacerdoti della
Chiesa, diaconi della Parola potente e uomini del sacrificio
eucaristico.
Questa, a mio giudizio, l’esaltante conclusione della parabola.

6. Le dissonanze dei testi

Adesso ti propongo un altro esercizio: esso consiste


nell’evidenziare le dissonanze (che io chiamo scandala) presenti nei
racconti evangelici. Qui di seguito ne segnalo alcune, ma tu esercitati
sull’intero Vangelo.

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Due infanzie di Gesù?
Come mettere insieme le storie dell’infanzia di Gesù tanto
diversamente narrate da Luca e Matteo? Quali i suoi antenati
attraverso il padre adottivo Giuseppe che Luca presenta come figlio di
Eli (Lc 3,23) e Matteo figlio di Giacobbe (Mt 1,16)?
Per spiegare queste dissonanze si ritiene che gli agiografi
attingessero a fonti diverse; cosa che, a mio parere, è una
giustificazione senza senso, considerando il ferreo controllo che la
Chiesa attuò in ordine alla composizione dei Vangeli canonici.

Maria senza antenati


Perché, nel suo Vangelo di infanzia, Luca ricorda la genealogia di
tutti i personaggi mentre di Maria non dice niente? Era veramente
cugina di Elisabetta o il termine (sugghenis) ha un altro significato?
Io lo traduco con coogeneratrice, e così saldo insieme le figure di
Giovanni Battista e di Gesù, e riesco a dare un senso all’urgenza con
la quale Maria si mise in viaggio per andare da Elisabetta. La fretta
era dovuta alla necessità di saldare i sei mesi della gravidanza di
Elisabetta ai tre tempi della passione, morte e resurrezione di Gesù.10

Da sola, corse da Elisabetta (Lc 1,39)


“In quei giorni, Maria, messasi in viaggio, si recò in fretta verso la
regione montagnosa, in una città di Giuda. Entrò nella casa di
Zaccaria e salutò Elisabetta.”
Ti sei mai chiesto perché Maria si mise in viaggio in fretta e da
sola appena saputo dall’angelo che Elisabetta era incinta? Trattandosi
di una gravidanza che doveva durare ancora tre mesi, perché era così
urgente mettersi in cammino? E perché poi andò via prima del parto

10 Per maggiori approfondimenti vedi il mio Luca - Vangelo di infanzia stampato pro

manuscripto, oppure visita il mio sito.


23
dell’anziana parente, quando il suo aiuto sarebbe stato
indispensabile?11

Una inesistente purificazione di Gesù (Lc 2, 22)


L’evangelista afferma che: “quando venne il tempo della loro
purificazione” Gesù e Maria andarono al tempio. Hai notato che,
secondo la legge mosaica, la purificazione poteva riguardare la sola
Maria, in quanto puerpera, ma non certo il neonato? Perché allora
quel “della loro”? Se non si trattava della purificazione della madre e
del Bambino, a chi voleva riferirsi Luca? Forse alla piccola comunità
di Gentili simboleggiata proprio dalle sagome di Maria e di Gesù?12

Giovanni tace sull’eucarestia?


Che significato ha il silenzio di Giovanni sull’istituzione
dell’eucarestia in quell’ultima cena da lui descritta minutamente? È
pensabile che le chiese fondate da Giovanni non avessero l’eucarestia
in comune con quelle fondate dagli altri evangelisti?

I “figli del tuono” sono scomparsi? (Mc 3, 17)


Che fine hanno fatto nella Chiesa i due figli di Zebedeo (Giacomo
e Giovanni) ai quali solennemente Gesù attribuì il nome di Figli del
tuono, ponendoli in parallelo con Simone che chiamò Pietro?

Tempi della passione


Quali sono i tempi della passione morte e resurrezione di Gesù, dal
momento che c’è discordanza fra i Sinottici e il Vangelo di Giovanni?

11 Ibidem.
12 Ibidem.
24
E come calcolare quel fatidico “Terzo giorno” (della resurrezione)
in presenza di racconti discordanti degli evangelisti ed anche della
prassi secolare della Chiesa che per secoli ha celebrato la resurrezione
alle prime luci del sabato ed oggi nella successiva domenica?

Credere alla resurrezione di Gesù


Provati a spiegare perché Pietro credette quando entrò nel sepolcro
vuoto e vide le bende ordinatamente da parte. E perché l’evangelista si
attardò a precisare la collocazione delle bende e del sudario? Sai
coordinare questi dati con quelli che molti deducono dalla Sindone di
Torino?
E ti sai spiegare la scomparsa del corpo? Quelle bende (Othonia =
veste leggerissima) potrebbero indicare l’anima di Gesù? Che natura
aveva il corpo immateriale e al tempo stesso materiale del Risorto?
Come si collega la sua resurrezione a quella degli uomini? Che senso
ha parlare di resurrezione finale dei corpi?

Satana
Visto che Pietro viene chiamato Satana da Gesù, che sia proprio lui
quel diavolo che lo tenta nel deserto? Prova a dimenticare i soggetti
storici e cerca di costruire delle sagome in grado di spiegare i due
racconti.13

Disobbedire a Gesù
Perché, mentre Gesù intima ai suoi il segreto su di lui e sui
miracoli compiuti, i discepoli puntualmente spifferano ogni cosa?

13 Per maggiori approfondimenti vedi il mio Il fumo di Satana, stampato pro manuscripto, o

visita il mio sito.


25
In tutti i passi in cui si chiede di tacere, bisogna valutare
l’intimazione nello stesso modo? O piuttosto bisogna distinguere il
silenzio sui miracoli da quello sulla dimensione animica di Gesù?

Come e quando la fine del mondo?


(Mt 24,1ss.; Mc 13,1ss.; Lc 21, 5ss.; 2Pt 3,3ss.)
Il catastrofismo è un cavallo di battaglia dei predicatori, i quali
amano riferirsi ai Sinottici che sembrano descrivere cataclismi
tellurici e cosmici. Essi però dimenticano Paolo il quale annuncia la
fine dei tempi come conclusione di un tempo di pace.
Cosa scegli: una fine del mondo disastrosa o di pace?
Quanto a me, preferisco Paolo. Anche perché, dopo aver letto le
parole di Matteo (v. 29) che sembra dire: “Il sole si oscurerà, la luna
non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo, e le potenze
celesti saranno sconvolte”, ho provato a ricompitare il brano e vi ho
letto la profezia di un evento teologico: "L'unico Dio-Sole (El ios)
entrerà nell'ombra (eucarestia), e il suo altare (fatto a forma di luna)
mostrerà tutto il suo splendore ... ”.
Qualcosa di universale, dunque, come il diluvio noaitico che
annienterà il male ed inaugurerà una terra nuova di pace e di gioia su
cui regnerà la comunione (Noè in greco significa noi).
In questa nuova Casa di Dio vi sarà un Padrone, sempre vigile, ed
un Servo che dovrà badare al nutrimento degli altri servi. Immagini
che rimandano agli anziani (i vescovi) e ai sacerdoti della Chiesa
nascente.
L’evento annunciato non è allora la fine del mondo materiale, ma
qualcosa collegato al tempo nel quale le stelle, cioè le nuove creature
animiche (gli angeli che seguono Gesù che ritorna), scenderanno sulla
terra a prenderne possesso.
Per incidens, hai mai riflettuto che è quanto meno problematico
immaginare che il singolo individuo possa avere coscienza della fine

26
di tutto trovandosi in un ristretto ambito territoriale e proprio mentre è
impegnato a salvare la propria pelle?

Uno preso e uno lasciato (Lc 17, 34)


Inquadrando quest’espressione in un giudizio finale, cosa hai
ricavato dalla frase: “uno sarà preso ed uno sarà lasciato”. Quale dei
due sarà lasciato, dove e perché? Forse l’evangelista allude alla
duplicità dell’uomo fatto di anima e corpo?

I corpi e le aquile (Mt 24, 28 – Lc 17,37)


Sempre in questa ottica, che significato dai alla frase: “Dove
saranno i corpi lì si raduneranno le aquile”? Si vuole forse alludere al
ricongiungimento finale dell’anima col corpo?

Miracoli di Gesù
Veramente i miracoli sono idonei a dimostrare la divinità di Gesù?
A me non pare, considerando che il più grande, e cioè la resurrezione
di Lazzaro, ha un precedente in Elia che resuscitò un bambino. Tutti
gli altri miracoli, che in quel tempo venivano attribuiti anche ai tanti
taumaturghi che circolavano nell’impero, si prestano alla feroce e per
certi versi accettabile critica dei razionalisti che li spiegano in modi
diversi. Oggi poi, conoscendo una fisica del tutto nuova, non
possiamo a cuor leggero negare che in tutti gli uomini possano
esistere poteri eccezionali.
Ma la difficoltà più grande sta nel fatto che Gesù sembra essere
molto avaro nel gestire il suo potere taumaturgico: infatti si limita a
risanare poche persone, mentre avrebbe potuto operare dei miracoli
collettivi.

27
Giovanni considera i miracoli dei segni, ed io credo sia bene
seguire il suo consiglio e leggerli come la prova della dimensione
animica di Gesù e come volontà di restaurare l’uomo: egli infatti ne
guarisce selettivamente le infermità che riguardano le varie membra
del suo corpo, la sua psiche e la sua mortalità.

Il tributo al tempio (Mt 17,24 ss.)


Se hai cercato il passo che ora ti ho indicato, hai letto questa frase:
“Allora Gesù disse (a proposito del tributo al tempio): ‘Perciò i figli
ne sono esenti. Ma per non scandalizzarli, va' al mare, getta l'amo e
prendi il pesce che per primo abboccherà; aprigli la bocca e vi
troverai uno statere. Lo prenderai e lo darai loro, per me e per te’.”
Chiediti allora a che scopo mandare Pietro a pescare un pesce per
trarre dalla sua bocca il danaro per pagare. Miracolo per miracolo,
non sarebbe stato più semplice far apparire direttamente la moneta
nella sua mano? Che significa poi “i figli ne sono esenti” (di quale
padre?), e perché poi essi si dovrebbero scandalizzare per il mancato
pagamento?
Ma forse il tributo dovuto a Dio, Signore del Tempio, non era il
denaro ma la moneta di verità che è sulla bocca del mistico Ictus (il
Cristo) presente in ogni uomo che naviga nella marea dell’umanità. È
proprio questo il contributo di Pietro, dei sacerdoti e dei fedeli?

Resurrezione di Lazzaro (Gv 11, 1 ss.)


Gesù disse: “Lazzaro vieni fuori!”, e il morto uscì dalla tomba ben
fasciato, tant’è che Gesù suggerì di slegarlo e lasciarlo andare. Prova
ad immaginare la scena: dovrai ammettere che, legato come una
mummia, Lazzaro dovette uscire saltellando, come si usa nella corsa
nei sacchi.

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Considera poi che se a Gesù faceva piacere riabbracciare l’amico
redivivo, per parte sua Lazzaro avrebbe dovuto prepararsi una
seconda volta all’ineluttabile morte. Il testo neppure dice che,
risorgendo, egli fosse stato guarito dai mali che lo avevano portato
alla tomba.
Dopo tali considerazioni pensi di poter accettare acriticamente la
rianimazione di Lazzaro? Io insinuo il sospetto che quella non fosse
una rianimazione, ma una vera e propria resurrezione, e cioè che
fosse l’anima di Lazzaro a venir fuori e non dalla tomba materiale, ma
da quella della materia per rimanere libera per sempre.

Il paralitico calato dal tetto (Mc 2, 1 ss.)


Marco racconta che quattro barellieri portavano un paralitico a
Gesù e, impediti dalla folla (ben poco caritatevole), non trovarono di
meglio che salire sul tetto (presumo un lastrico) e sfondarlo proprio
laddove al di sotto si trovava Gesù. Certo dovette trattarsi di una
demolizione molto ampia, visto che vi doveva passare la lettiga con il
malato.
Chiediti allora: quegli uomini dove presero le funi che pure
dovevano essere ben grosse per sopportare quel peso? E perché Gesù
non uscì fuori dalla casa quando cominciarono a cadergli in testa le
pietre del soffitto? Quale fu la reazione del padrone di casa che subì
quel grave danneggiamento?

Moltiplicazione dei pani (Mc 14, 15 ss.)


Se provi a leggere il racconto della moltiplicazione dei pani ti
sembra chiaro che la folla non aveva niente da mangiare. Chiediti
allora da dove saltarono fuori quei dodici canestri nei quali furono
raccolti i residui del pasto: la folla li aveva portati vuoti o, come è più
verosimile, pieni di cibo?
Ritieni poi credibile che una massa di affamati, invece di
conservare gelosamente il cibo sbocconcellato, lo lasciasse sul terreno
29
o lo consegnasse agli apostoli? E perché questi ultimi recuperarono
dodici canestri di cibo avanzato? Per lasciare pulito il luogo del
raduno, o per garantirsi un pasto nei giorni successivi? Ma se fosse
vera la seconda ipotesi, dovresti concludere che essi non avevano
fiducia nelle capacità del maestro, che pure aveva sfamato cinquemila
persone, di imbandire per loro una mensa.
Prova allora a leggere in chiave metaforica quella raccolta,
scoprirai verità che possono illuminare e supportare la tua fede.

Il Figlio dell’uomo non ha dove poggiare il capo.


(Mt 8, 20; Lc 9, 58)
Cosa dire di questa affermazione? Gesù è forse un bugiardo, visto
che aveva una casa di famiglia ed era ospite della suocera di Pietro e
di altri che se lo contendevano perché mangiasse con loro, ed
ovviamente rimanesse come ospite nelle loro case?

Il giudice iniquo (Lc 18, 1-8)


Come mai quest’uomo potente (è un Giudice) ha paura che una
vecchia donna gli faccia “un occhio nero”, come letteralmente dice il
testo? Allude forse a una percossa o ad una cecità come naturale
conseguenza di una protratta ingiustizia inutilmente segnalata?

Ingresso in Gerusalemme (Mt 21, 5 ss.)


“Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina e un
puledro…”. Come interpreti questo passo che racconta dell’ingresso
di Gesù in Gerusalemme? Come faceva a montare
contemporaneamente due cavalcature?
Ma se provi a leggere la scena metaforicamente, allora
Gerusalemme ti apparirà come immagine del giardino di Edem nel
quale Gesù entra trionfante unificando sotto di sé i due tronconi (le
due cavalcature) divisi dell’umanità (eletti e gentili).
30
Pescatori di uomini (Mt 4, 19; Mc 1, 17)
Dopo aver letto questi testi tanto celebrati, chiediti che senso hai
dato alla frase “vi farò pescatori di uomini”. La consideri una bella
immagine letteraria che esalta la figura degli apostoli, o un limite alla
missione dei Dodici? Considerando che Gesù cercava l’adesione delle
anime, e non meri proseliti, forse con quell’espressione egli volle
precisare che la Chiesa, nella sua dimensione terrena, farà solo
proselitismo; ed allora troppi pesci resteranno impigliati nella sua rete,
tanti che il loro peso potrebbe fare affondare la barca di Pietro.
Qualcosa che è attuale da duemila anni.

Le maledizioni (Mt 23, 13-32)


Avrai ascoltato tante volte dal pulpito la voce severa del
predicatore che dice: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti”, ma lo hai
mai sentito riferire a se stesso quell’invettiva? Qui proprio puoi
verificare l’effetto negativo di una storicizzazione delle narrazioni
evangeliche che, ridotte a reperti archeologici, diventano materiale di
dotte prediche riferite ad uomini morti da duemila anni, e che invece
non erano diversi da noi che di quelle parole siamo i veri destinatari.
Se poi vai a speculare su quel “ouai” (tradotto “guai”) scoprirai
che forse non voleva trasmettere un presagio di sventura, ma (letto: ou
ai, significa “Non per lei - Chiesa) avvertire che gente di quel tipo
(farisei) non devono far parte della chiesa gerarchica.

Beato il seno che ti ha generato (Lc 11,27)


Perché a questa affermazione Gesù risponde: “Beati piuttosto
quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.”?
Forse la risposta vuol dire che il seno che continuamente genera il
Cristo è la comunione (la Chiesa), mentre quello della donna esprime
solo la sua presenza nel mondo. Come Maria generò il suo corpo
fisico, parallelamente la Chiesa visibile attua le opere che lo
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manifestano al mondo. Ma lo Spirito è Padre della divinità di Gesù, la
sua eterna madre è la Chiesa eucaristica.

Venite a riposarvi (Mc 6,31)


Nell’esegesi corrente l’espressione viene intesa come invito
(certamente lo avrai seguito) a prendersi un po’ di vacanza. Cosa
umanamente comprensibile, ma che non si inquadra nella radicalità
dell’adesione operosa alla missione del Cristo. Sul piano fisico è
naturale che debba esservi un momento di riposo del corpo e della
mente (anche il Papa va in montagna), ma su quello spirituale non
esistono spazi da gestire per sé, né pensionamenti per vecchiaia.
Le parole di Gesù non vanno svilite a umano suggerimento: la sua
è sapienza divina. A mio parere, non si trattava di un invito a
riposare, ma a morire per rinascere come anime libere nel Giardino
dove si costruisce la Vita senza il peso delle opere servili.
Egli disse loro: “Andate voi stessi in un luogo deserto (il mondo) e
fermatevi un poco tra gli uomini interiormente morti che desiderano
quella Vita che voi potete dare loro”. Il Vangelo annota infatti che
molti andavano e venivano e non avevano possibilità di cibarsi della
Vita.

Beati i poveri di spirito (Mt 5,1-3; Mt 4,1; Lc 6,20-22)


Molto forzata è la traduzione: “poveri di spirito”, che fa pensare a
chi difetta di un’adeguata ricchezza interiore. Se allora segui il mio
suggerimento e cerchi nell’AT il senso teologico della parola “ptoxoi”
(da cui l’italiano pitocchi) scoprirai che essa veniva usata per indicare
i poveri che durante l’anno sabbatico potevano spigolare nei campi
altrui gratuitamente. Dunque, per grazia divina, mietevano dove non
avevano seminato.
Potresti anche leggere: “Beati quelli che non hanno nulla: in forza
dello spirito – che è loro - (si costruisce) il regno di Dio”.
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Se poi risultasse corretta la collocazione più avanzata di “oti”, la
prima beatitudine suonerebbe: “Beati quelli che non hanno niente: in
forza dello Spirito, ad essi apparterrà la Regina di Dio”, o “il potere
regale di Dio”.

Il sale che perde il sapore (Lc 14, 34.35; Mt 5,13-16)


I testi di Luca e Matteo ora indicati inciampano proprio su questa
espressione: il sale infatti non può perdere il sapore. Ma se ti affidi
alla metafora, proprio da questo scandalon potrai trarre consolanti
conclusioni;14 e cioè: come il sale da solo è immangiabile, così non ha
senso una fede vissuta alla ricerca di una narcisistica santità
individuale; ed allora, se vuoi essere sale che non ha perso il sapore,
dovrai adoperarti per insaporire la minestra della storia umana. Ma se
perdi questa capacità, le tue opere diventeranno vuoto farisaismo “che
non serve né per la terra né per concime, e perciò lo si butta via”. La
citazione che hai appena letto è un severo giudizio su quel bigottismo
che continua a censurare il mondo accusandolo di rifiutare il Cristo e
non si accorge che il mondo sta solo rifiutando un insipido sale.
Puoi però penetrare ancora più a fondo nel testo e considerare il
sale come la sapienza di questo mondo. Essa sì che diventa insipida e
gli uomini la disprezzano. Ma anche tu, quando predichi il Cristo,
sarai considerato un insipiente e verrai oltraggiato per quanto dici.
Non temere: perdilo pure quel sapore che rende il sale piacevole agli
uomini e diventa sale dello Spirito. Certamente sarai disprezzato e
gettato via ma, come il sangue di Abele diede voce alla terra sulla
quale fu sparso, così la tua voce vivificante si leverà a Dio e saprà
dare un sapore nuovo al mondo.
Fatti dunque insipido, fatti pazzo (morante significa proprio uscir
di senno), ma pazzo della stoltezza della morte che edifica più di

14 Il sale era generalmente considerato come segno di amicizia e di ospitalità, infatti veniva

offerto all’ospite, sicché l’aver “mangiato insieme sale” indicava un continuo e profondo legame.
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un’esistenza vittoriosa. Questa stoltezza ti darà un sapore nuovo,
quello divino.15 Agisci dunque in piena debolezza, lasciandoti pigiare,
mangiare, calpestare (pateo ha vari significati); in una parola, accetta
di perderti per realizzare la Vita.16

I passi che ti ho proposto, non tendono certo a svalutare il


contenuto del Vangelo, ma ti invitano a cercare risposte consolanti
che evidenzino la Buona novella e mostrino il Volto del Cristo
redentore del mondo.

15 Ritorna allora al passo che hai letto e, compitando l'espressione “en tini alistesetai”in “en T

Ini alistesetai” (diventerà sapido nella Potenza perfetta) leggerai qualcosa di nuovo e di consolante:
“E quando il sale (terreno) diventa stolto, allora si farà sapido nella Perfetta Potenza. Su nessuna
cosa egli fa violenza. In futuro, senza dubbio alcuno, io sono una cosa gettata fuori per essere calpestata
dagli uomini.”
16 Per continuare ad esercitarti nella lettura puoi meditare su: “adesso parli chiaramente” (Gv

16, 23-33; Gv 15,5 ss.); “Servi inutili” (Lc 17, 7-10); “perché ha amato molto” (Lc 7, 47-50); “A chi ha
sarà dato in abbondanza” (Mt 13, 10-17); “Gli ultimi saranno i primi” (Lc 13, 30; Mt 19, 30 Lc 13, 30
Mt 19, 30.
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