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Cicerone rappresenta l'essenza stessa dell’homo latinus.

L'autore in cui la vita privata, la vita politica e le opere letterarie si


intrecciano in maniera più evidente.
Marco Tullio Cicerone nasce nel 106 a.C. ad Arpino (come Gaio
Mario, oggi provincia Frosinone) da una ricca famiglia dell'ordine
equestre, studia retorica, filosofia e diritto come allievo di Lucio
Licinio Crasso e dei due Scevola. Conosce l'amico di una vita, Tito
Pomponio detto l'Attico per i suoi soggiorni ad Atene.
Presta servizio militare e poi inizia la carriera di giovane avvocato,
la sua prima causa importante è la Pro Sextio Roscio Amerino
nell'80 a.C, accusato di parricidio (accusa sostenuta da un liberto
potentissimo Crisogono che voleva condannarlo per confiscare i
beni, è seguace di Silla). L'accusa è difesa da un grandissimo
oratore Ortensio Ortalo. Cicerone assume la difesa di Roscio e
vince la causa, ma poi ritiene meglio allontanarsi da Roma perché
il vinto è protetto da Silla.
Si reca in viaggio in Grecia e in Asia Minore e durante questo
viaggio ritrova Attico, perfeziona i suoi studi di filosofia e
frequenta la scuola del retore Apollonio Molone a Rodi, sarà
seguace dello stile rodiese.
(Le scuole di retorica greche sono 3: quella più moderata è quella
rodiese, stile intermedio; lo stile asiano/asianesimo, Egesia di
Magnesia, caratterizzato da stile ampolloso e ridondante, lo stile
atticista (come modello oratore attico Lisia), stile snello e sobrio.)
Che differenza c'è tra oratoria e retorica?
L'oratoria è la capacità di utilizzare la parola per tenere un
discorso in pubblico (nei processi oratoria giudiziaria, discorsi
pubblici oratoria politica). La retorica, invece, è la teoria che sta
alla base dell'oratoria: le regole che disciplinano l'uso della
parola.
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Secondo Cicerone e poi Quintiliano il buon oratore deve svolgere
una triplice azione nei confronti del pubblico: deve DOCERE ET
PROBARE cioè informare e dimostrare la tesi, DELECTARE cioè
catturare l'attenzione attraverso un discorso piacevole e
pregevole dal punto di vista artistico, MOVERE/FLECTERE cioè
commuovere il pubblico in modo da farlo aderire alla tesi esposta
non solo a livello razionale ma anche emotivo.
A queste azioni corrispondono 3 livelli stilistici: uno stile semplice
e lineare per docere, stile medio con figure retoriche per
delectare, stile sublime per movere.
Generi dell'oratoria sono 3: oratoria giudiziaria in cui l'orazione è
l'arringa del difensore o dell'accusatore (Verrine, Pro Milone, Pro
Caelio), pronunciata nel corso di un processo; oratoria
deliberativa che comprende i discorsi di natura politica di fronte
al senato o al popolo (Catilinarie); oratoria epidittica da
επιδεικνυμι elogio di persone meritevoli (delectare, movere)
Fasi della composizione (Rhetorica ad Herennium): inventio,
ricerca degli argomenti per svolgere la tesi prefissata e attinge a
degli argomenti già codificati (topica, repertori degli argomenti);
dispositio, scelta e disposizione degli argomenti all'interno del
discorso; elocutio, la scelta del lessico e dell'esposizione sintattica
e artifici retorici (atticisti, asiani, rodiesi); memoria, le tecniche di
memorizzazione del discorso; actio, la declamazione del discorso,
accompagnata dai gesti e dalla modulazione della voce.
L’oratoria giudiziaria ha una dispositio molto rigida:
exordium, momento in cui l'oratore cerca di conquistare
l'interesse dell'uditorio (exordium ex abrupto cattura l’attenzione
perché è inaspettato, l’exordium può contenere una captatio
benevolentiae)
narratio (expositio), mira a docere, informare l'uditorio circa i fatti
secondo la fabula (ordo naturalis) intreccio (ordo artificialis) o in
medias res
argumentatio (demonstratio), la dimostrazione delle prove della
tesi e a sostegno dei fatti narrati, può articolarsi in confirmatio
(argomenti a sostegno della propria tesi) e refutatio
(confutazione tesi avversaria)
peroratio, la conclusione a cui è affidato il compito di movere,
appello ai giudici o al pubblico a condannare o assolvere
l'imputato.
Tra il 79 e il 77 è in Grecia ad affinare la sua preparazione e torna
a Roma dopo la morte di Silla (78), libero della paura di vendetta.
Sposa Terenzia dalla quale avrà due figli Tullia e Marco, figli
amatissimi. “Tulliola" morirà di parto a soli 30 anni e Cicerone ne
soffrirà moltissimo.
Questore in Sicilia nel 76 e poi accede in senato. Come questore
si comporta molto bene e i siciliani nel 70 gli affidano una causa
contro Verre, che era stato governatore della Sicilia e si era
macchiato di mal governo e concussione. Verre è difeso da
Ortensio Ortalo. Cicerone pronuncerà le famose Verrine ma Verre
si dichiarerà sconfitto fin dall'inizio.
Ricopre tutte le tappe del cursus honorum: 69 edile, 66 da
pretore appoggia Pompeo a cui vengono concessi poteri
straordinari per la guerra contro Mitridate re del Ponto, si schiera
con gli optimati che ne appoggiano la candidatura al consolato.
Nel 63 è eletto console e batte Catilina (appoggiato da Cesare e
dai populares), ha per collega Gaio Antonio. Sostiene la Concordia
ordinum, cioè una coalizione politica tra il senato e i cavalieri, per
il bene dello stato.
Porta avanti una politica conservatrice difendendo gli interessi
delle classi che lo hanno portato al potere, si oppone ai
populares. Reprime la congiura di Catilina pronunciando in
senato le famose Catilinarie, ma, facendo giustizia sommaria dei
congiurati senza concedere loro la provocatio ad popolum, viene
attaccato dai tribuni della plebe soprattutto da Clodio Pulchro
(fratello di Clodia-Lesbia).
[Clodio in realtà si chiamava Claudio, cioè apparteneva
all'aristocratica gens Claudia, ma non essendo riuscito ad entrare
in politica in altro modo, per farsi accettare come tribuno della
plebe ha dovuto abdicare alla sua origine gentilizia e cambia
nome in Clodius, cioè la forma monottongata di Claudius per
sembrare un plebeo.]
Cicerone si fa costruire una dimora sul Palatino, compra una villa
ad Arpino, Tuscolo, Formia.
Nel 60 a Roma c'è il Primo triumvirato (patto segreto tra Cesare
Pompeo e Crasso) e Cicerone lo guarda con molto sospetto,
respinge le richieste dei triumviri di appoggiarlo.
Nel 58 Clodio diventa tribuno della plebe e fa approvare una
legge con effetto retroattivo (cioè che vale anche per il passato)
che condanna all'esilio e alla confisca dei beni chi aveva
condannato a morte un cittadino romano senza concedere la
provocatio ad popolum. Cicerone deve abbandonare Roma e
conoscere l'umiliazione dell'esilio. Clodio fa anche radere al suolo
la sua casa sul Palatino.
Nel 57 viene richiamato a Roma grazie a Milone, tribuno della
plebe vicino agli optimates che ucciderà Clodio, e grazie a
Pompeo.
Crasso muore a Carre nel 53 e si arriva alla guerra civile tra Cesare
e Pompeo, in uno scontro con i partigiani di Milone viene ucciso
Clodio. Cicerone assume la difesa di Milone, ma di fronte ai
giudici riporta un clamoroso insuccesso e Milone deve fuggire in
esilio. Cicerone viene mandato a governare la Cilicia lontanissimo
da Roma.
Nel 49 Cesare passa il Rubicone, Cicerone aderisce con lentezza
alla causa di Pompeo, ma non fino a Farsalo. Dopo la sconfitta di
Pompeo, torna in Italia e si ferma a Brindisi e ottiene il perdono di
Cesare (motivo propagandistico della clementia Caesaris).
Cicerone si ritira nelle sue ville a Formia e Tuscolo e si dedica alle
sue opere. Pronuncia alcune orazioni minori davanti a Cesare per
sostenere la causa di alcuni suoi amici perchè anche loro
ottengano il perdono di Cesare.
Nel 40 divorzia da Terenzia e sposa la giovane Pupillia, nel 44
Cesare viene ucciso e allora Cicerone spera di poter tornare nella
vita politica attiva per sanare la Repubblica.
Sceglie di sostenere Ottaviano e intraprende la lotta contro
Antonio, sbagliando e sottovalutando Ottaviano, che reputa più
malleabile. Pronuncia contro Antonio 14 orazioni chiamate
Filippiche perché hanno la stessa aggressività di quelle
pronunciate da Demostene contro Filippo il Macedone.
Ottaviano abbandona Cicerone e con un rapido voltafaccia si
allea con Antonio e la prima vittima di Antonio è proprio Cicerone
che viene raggiunto a Formia dai sicari di Antonio che lo
ammazzano il 7 dicembre del 43, mozzando la testa, la lingua e le
mani che Antonio fa esporre sui rostri nel foro.
“Ho difeso la Repubblica da giovane, non la abbandonerò da
vecchio. Non ho avuto paura delle spade di Catilina, non temerò
ora le tue.” Nella Prima Filippica.
Orazioni
Pro Sextio Roscio Amerino nell'80
Difende Sesto Roscio, accusato di parricidio dall'entourage di
Silla, accusa sostenuta da un liberto potentissimo Crisogono che
voleva condannarlo per confiscare i beni. L'accusa è difesa da un
grandissimo oratore Ortensio Ortalo. Cicerone assume la difesa di
Roscio e vince la causa, ma poi ritiene meglio allontanarsi da
Roma perché il vinto è protetto da Silla.
Verrine (actiones in Verrem)
Rientrato a Roma dopo la morte di Silla, nel 75 è questore in
Sicilia. Nel 70 i siciliani gli propongono di sostenere l'accusa nel
processo da loro intentato contro l'ex governatore Verre,
accusato di appropriazione indebita de repetundis.
Avvocato di Verre sempre Ortensio Ortalo, ma Cicerone riesce a
pronunciare solo la prima delle due actiones in Verrem perché
Verre scappa e viene condannato in contumacia.
Quello di Verre è un caso limite, ma l’avidità era comunque la
regola: il governatorato di una ricca provincia era un'occasione di
facili guadagni per gli aristocratici romani.
Nelle Verrine Cicerone si dimostra abilissimo nell'arte del ritratto:
quello di Verre è straordinario, viene rappresentato come il
tiranno di una tragedia. -> T3 ironicamente rappresentato nella
sua vita di lussi e piaceri ai danni dei Siciliani. Sceglie come sede
Siracusa per il clima mite e si dedica a continui banchetti. È
ironicamente definito “bonus imperator" e si comporta in modo
totalmente non adeguato allo stile di vita militare che dovrebbe
seguire, trascorrendo il suo tempo non solo in casa, ma
addirittura nel letto; paranomasia tectum/lectum che si unisce
alla rappresentazione per antitesi della sua giornata: trascorre il
giorno in banchetti e la notte in turpi orge; in primavera viaggia,
trasportato su una lussuosa lettura profumata di rose indossando
due corone, e amministra la giustizia senza muoversi dal suo
letto, per di più in modo corrotto per poi dedicarsi a Venere e
Bacco, cioè i piaceri dell’amore e del vino.
Pro lege Manilia
Nel 66, anno in cui Cicerone è pretore, con l’orazione Pro lege
Manilia (successivamente pubblicata con il titolo De imperio
Gnaei Pompei) parla in favore del progetto di legge presentato
dal tribuno Manilio, che prevedeva la concessione a Pompeo
dell'imperium proconsulare maius et infinitum per condurre la
guerra contro Mitridate re del Ponto. Questa orazione gli procurò
diverse critiche e accuse di opportunismo, perché fu letta come
un tentativo di garantirsi la benevolenza e l’appoggio di Pompeo
nella propria candidatura al consolato, che viene definito
“summus imperator". Inoltre rappresenta il punto di massimo
avvicinamento di Cicerone alla politica dei populares (lui sostiene
gli optimates)
Catilinarie (oratoria deliberativa)
Le più celebri tra le orazioni consolari di Cicerone sono le quattro
Catilinarie, con le quali svelò le trame di Catilina e convinse i
giudici della sua colpevolezza facendo condannare i suoi seguaci.
La prima e la quarta sono pronunciate in senato mentre la
seconda e la terza davanti al popolo, non è quindi un processo
canonico, e sono state tutte rielaborate e pubblicate
successivamente.
Sul piano artistico spicca la prima Catilinaria, in cui Cicerone
attacca Catilina di fronte al senato con una violenta invettiva,
introducendo la prosopopea della Patria che si rivolge a Catilina
con parole di aspro biasimo.
Pro Murena
Cicerone si trova a difendere da un’accurata di corruzione
elettorale Lucio Licinio Murena, console designato per l’anno
successivo: l'accusa è mossa dal candidato risultato sconfitto,
Servio Sulpicio Rufo, e sorretta dal prestigio di cui gode Catone il
Giovane, discendente di Catone il Censore.
Nella Pro Murena Cicerone sceglie la via dell'ironia e dello
scherzo, non sfociando mai però nella derisione o nella beffa
volgare. Inizia a tratteggiare le linee di un nuovo modello etico: si
tratta di una dimensione in cui il rispetto del mos maiorum è
conciliabile con l'apertura alle gioie della vita che ormai
concedono i nuovi standard di vita della società.
Pro Archia
Cicerone difende Archia di Antiochia, poeta venuto a Roma nel
102, imputato di usurpazione della cittadinanza romana. Questa
orazione è di fatto un elogio della poesia e della figura del poeta.
[Il tribuno Clodio, che nutriva nei confronti di Cicerone rancori di
natura personale, nel 58 presenta una legge in base alla quale
deve essere condannato all'esilio chi ha condannato i seguaci di
Catilina senza permettere la advocatio ad popolum, cioè Cicerone
stesso.]
Pro Sestio
Richiamato dell’esilio nel 57, Cicerone torna a Roma in preda
all’anarchia. Nel 56 si trova a difendere Sestio, un tribuno
accusato da Clodio di atti di violenza ed espone una nuova
versione della propria teoria sulla concordia dei ceti abbienti.
Dalla concordia ordinum passa al consensus omnium bonorum,
cioè la concordia attiva si tutte le persone agiate e amanti
dell'ordine politico e sociale, i cosiddetti boni, a prescindere
dall’ordine sociale di appartenenza.
I nemici dell’ordine sono coloro che desiderano cambiamenti
sovversivi, i buoni dovranno abbandonare i propri interessi
egoistici in vantaggio dell'intera comunità. In quest'ottica si
spiega l’avvicinamento di Cicerone ai triumviri, per cercare di
condizionarne l’operato per evitare che prevaricassero sul
senato. Tuttavia questo periodo è caratterizzato da forti
incertezze: da un lato continua ad attaccare Clodio e i popolari,
dall'altro dà il suo appoggio alla politica dei triumviri: nel 56 parla
in favore del rinnovo del comando di Cesare in Gallia.
Pro Caelio
È l’orazione in difesa di Marco Celio Rufo, amante di Clodia,
sorella di Clodio (Lesbia di Catullo). Celio era accusato, tra le altre
cose, di aver tentato di avvelenare Clodia. Attaccando Clodia,
Cicerone può sfogare il suo astio anche nei confronti del fratello:
la donna è dipinta come una volgare meretrice ed è accusata
persino di rapporti incestuosi con Clodio.

Pro Milone
Gli scontri tra i seguaci di Clodio e di Milone (esponente fazione
senatoria), continuano fino al 52 quando Clodio viene ucciso.
Cicerone assume allora la difesa di Milone, accusato
dell’omicidio, nella Pro Milone. È considerata uno dei suoi
capolavori, ma dobbiamo tenere presente che la forma che
abbiamo noi oggi costituisce una radicale rielaborazione
compiuta in tempi successivi al processo. Di fronte ai giudici
Cicerone riportò un clamoroso insuccesso e Milone fu costretto a
fuggire in esilio.
[Nel 49, allo scoppio della guerra civile, Cicerone aderì alla causa
di Pompeo. Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone e ottenne il
perdono e nella speranza di contribuire a renderne il regime
meno autoritario, in un primo periodo cercò forme di
collaborazione e accettò di perorare di fronte al dittatore le cause
di alcuni pompeiani pentiti (orazioni cesariane), cercando di
mitigare le tendenze autocratiche di Cesare. Dopo l'omicidio di
Cesare, il suo più stretto collaboratore Antonio mirava ad
assumerne il ruolo, mentre sulla scena politica si affacciava anche
Ottaviano, erede di Cesare. La manovra politica di Cicerone
mirava a staccare Ottaviano da Antonio e a riportare Ottaviano
sotto le ali protettrici del senato.]
Filippiche
Per indurre il senato a muovere guerra ad Antonio dichiarandolo
nemico pubblico, Cicerone pronuncia contro di lui le Filippiche a
partire dall'estate del 44 (18 di cui ne restano 14), il cui titolo
allude alle celebri Filippiche di Demostene contro Filippo di
Macedonia.
[Con un brusco voltafaccia Ottaviano, sottraendosi alla tutela del
senato, formò con Antonio e Lepido, un altro capo cesariano,
quello che viene definito secondo triumvirato. Antonio pretese la
morte di Cicerone, il cui nome venne inserito nelle liste di
prescrizione. Nel dicembre del 43 Cicerone viene raggiunto dai
sicari di Antonio presso Formia, la sua testa venne appesa ai
rostri nel Foro romano.
Opere retoriche
De inventione
Trattatello di retorica incompiuto per cui Cicerone attinge alla
Rhetorica ad Herennium, un manuale composto da autore ignoto
da cui traspaiono tendenze graccane e mariane.
De oratore
Il De oratore viene composto nel 55, mentre a Roma si scontrano
i seguaci di Clodio e di Milone. L'opera è ambientata nel 91 ed è
scritta in forma dialogica, un dialogo a cui partecipano i più
insigni oratori dell’epoca, tra cui Marco Antonio e Lucio Licinio (i
nonni dei triumviri).
Il 91 è l'anno della morte di Crasso e precede di poco la guerra
sociale e i lunghi conflitti tra Mario e Silla: la crisi dello stato è un
argomento ricorrente e stride volutamente con l’ambiente
sereno in cui i partecipanti del dialogo si riuniscono, la villa
tuscolana di Crasso.
Il De oratore si ispira al modello del dialogo platonico-aristotelico
e lo scopo dell'opera è quello di delineare la figura del perfetto
oratore. La tesi principale è che il talento, la capacità oratoria non
può essere sufficiente per la formazione di un buon oratore: è
indispensabile una vasta cultura. Questa è la posizione di Crasso,
che ritiene strettamente connesse la formazione culturale
dell’oratore e la sua affidabilità etico-politica. Crasso insiste
perché probitas e prudentia siano saldamente radicate nell'animo
di chi dovrà prendere l'ars dicendi, la formazione dell’oratorio in
questo modo coincide con quella dell'uomo politico : un uomo
dalla vasta cultura generale, capace di padroneggiare l’arte della
parola e di persuadere i suoi ascoltatori, dotato di rettitudine di
carattere etico e politico(“vir bonus dicendi peritus", Catone).
1 libro: tramite Crasso viene esposta la tesi di fondo, nessuno può
essere detto perfetto oratore se non ha la conoscenza di tutti gli
argomenti più importanti di tutte le discipline (“vir bonus dicendi
peritus")
2 libro: Antonio espone i problemi circa l'inventio, la dispositio e
la memoria. In una sezione dell’inventio, “de ridiculis", un
personaggio spiritoso, Cesare Strabone, si dedica a una
digressione sui meccanismi della comicità.
3 libro: Crasso discute le questioni relative all'elocutio, alla
pronuntatio e in generale all'actio, ribadendo ancora una volta la
necessità di una vasta cultura e formazione filosofica dell’oratore.
Orator
Un trattatello in cui Cicerone riprende le tematiche del De
oratore, aggiungendovi una sezione sui caratteri della prosa
ritmica, e sottolineando i tre fini a cui la sua arte deve tendere:
probare, delectare e flectere , cui corrispondono i tre registri
stilistici che l'oratore dovrà alternare opportunamente: umile,
medio, patetico.
Brutus
Dedicato a Marco Bruto, rappresentante dell'atticismo (e qui è
bene aprire una parentesi sui tre stili atticista, asiano e rodiese.
Le scuole di retorica greche sono 3: quella più moderata è quella
rodiese, stile intermedio; lo stile asiano/asianesimo, Egesia di
Magnesia, caratterizzato da stile ampolloso e ridondante, ricco di
elementi retorici rivolti a suscitare patos, lo stile atticista (come
modello oratore attico Lisia), stile snello e sobrio)
Cicerone disegna una storia dell'eloquenza greca e romana e
spiega il passaggio dall'asianesimo giovanile allo stile rodiese.
Opere politiche
De republica
Composto tra il 54 e il 51, il De republica si rifà alla Politeia di
Platone, ma con notevoli differenze. A differenza dell'opera di
Platone, quella di Cicerone non ha un carattere utopistico: per
Platone lo stato ideale è un'utopia, non si è mai verificato nella
realtà, mentre Cicerone è più concreto, analizza i meccanismi del
governo ideale che riconosce nella repubblica romana.
Il dialogo è ambientato nel 129 nella villa di Scipione l’Emiliano e
ci è pervenuta in maniera abbastanza frammentata: una grande
parte fu ritrovata agli inizi del XIX secolo dal cardinale Angelo Mai
in un palinsesto vaticano; Macrobio invece, erudito del quinto
secolo, ci ha trasmesso i passi, altrimenti perduti del Somnium
Scipionis.
1 libro: Cicerone si propone di delineare quale sia la migliore
forma di governo. Scipione parte dalla dottrina aristotelica delle
tre forme fondamentali di governo (monarchia, aristocrazia,
democrazia) e della loro necessaria degenerazione nelle forme
estreme (tirannide, oligarchia, oclocrazia). Riprendendo poi la
teoria dello storico greco Polibio, Scipione mostra come a Roma
le tre forme di governo siano perfettamente bilanciate tra loro:
l’elemento monarchico si rispecchia nel consolato, ma dato che i
consoli sono due possono controllarsi a vicenda per non
degenerare in tirannide; l’elemento aristocratico nel senato, i cui
membri vanno dai 300 ai 600, impedendo la sua degenerazione in
oligarchia; l’elemento democrazia, infine, nei comizi, che erano
una decina, e quindi avevano un potere limitato che non poteva
degenerare in oclocrazia.
2 libro: funzionamento della costituzione romana
3 libro: tema della giustizia e confutazione della critica mossa da
Carneade nei confronti dell'imperialismo romano e in particolare
al concetto di “guerra giusta": i Romani, con il pretesto di
soccorrere i propri alleati, in realtà sudditi, avevano
progressivamente esteso il loro dominio
4 libro: educazione dei cittadini
5 libro: Cicerone delinea la figura del princeps, definito anche
rector et gubernator rei publicae, l'uomo di cui Roma ha bisogno,
il cui modello ideale è Scipione l'Emiliano mentre modello
contemporaneo di Cicerone o Pompeo o Milone o addirittura
Cicerone stesso
6 libro: rievocazione da parte di Scipione l’Emiliano del sogno in
cui gli era apparso Scipione l’Africano per mostrargli la piccolezza
delle cose umane e rivelargli la beatitudine che attende nell'aldilà
le anime dei grandi uomini di stato (mito di Er: soldato resuscita
per mostrare la sorte dell'anima dopo la morte)
De legibus
Dialogo di 3 libri questa volta ambientato ai suoi tempi, in cui si
discute dei fondamenti del diritto e delle leggi dello stato,
basando la discussione su un concreto corpus legislativo
diversamente da Platone che si era occupato di una legislazione
utopistica nel suo “Leggi". Gli interlocutori sono Cicerone, il
fratello Quinto e l'amico di una vita Attico, il dialogo è
ambientato nella villa di Cicerone ad Arpino. Per Cicerone c’è uno
ius naturale che è fonte del diritto, la giustizia è un principio
naturale (“vivere secondo ragione è vivere secondo natura”),
confuta Carneade ed Epicuro per cui la giustizia è un contratto
che obbliga gli uomini ad obbedire a delle norme transitorie.
Il 3 libro tratta dei magistrati e delle loro competenze e in
particolare del tribunato, che Quinto ritiene un’istituzione empia
e scellerata , di cui Cicerone però ribadisce invece l’importanza.
Opere filosofiche
Cicerone inizia a scrivere di filosofia nel 46, con l'operetta sui
Paradoxa Stoicorum, dedicata a Marco Bruto, un’esposizione
delle tesi stoiche maggiormente in contrasto con l’opinione
comune.
Nel febbraio del 45 poi muore l’amata figlia Tullia, perdita che lo
spinge a scrivere una Consolatio (vero e proprio genere letterario,
un testo consolatorio per la perdita di una persona cara, che
vedremo poi bene in Seneca).
Hortensius
A questo periodo risale l'Hortensius, un testo quasi interamente
perduto che esortava allo studio della filosofia sul modello del
Protreptikòs di Aristotele (i protrettici erano scritti di esortazione
allo studio di una disciplina e soprattutto della filosofia).
Academica, De natura deorum, De fato, De divinatione
DIALOGHI FILOSOFICI CICERONE
Dialoghi platonici: fitto scambio di battute, Cicerone ne prende
l’ambientazione
Dialoghi aristotelici: monologhi dimostrativi, Cicerone ne prende
il mondo di condurre il dialogo
De finibus bonorum et malorum (Termini estremi del bene e del
male) 45 a.C.
Dedicato a Bruto, è considerato il capolavoro di Cicerone filosofo
ed è diviso in 5 libri comprendenti 3 dialoghi. È un'opera etica
teorica (troverà la sua applicazione nelle Tusculanae)
1 dialogo (libri 1,2): esposizione e confutazione teoria epicurea,
per cui il sommo bene coincideva con il piacere e il sommo male
con il dolore. Cicerone è avverso all’epicureismo perché predica il
disinteresse per la politica mentre Cicerone stesso è un uomo
politico e secondo lui dovere dei boni è l’attiva partecipazione
alla vita pubblica; inoltre l'epicureismo esclude la funzione
provvidenziale della divinità, indebolendo così i legami con la
religione tradizionale che per Cicerone rimane la base
fondamentale dell'etica.
2 dialogo (libri 3,4): confronto tra teoria stoica e teorie
accademica e peripatetica. Cicerone assume un atteggiamento
eclettico avverso allo stoicismo radicale di Catone l’Uticense, il cui
rigore etico gli appariva anacronistico, promuovendo invece uno
stoicismo più moderato.
3 dialogo (libro 5): è esposta la teoria eclettica di Antioco di
Ascalona, la più vicina al pensiero dell'autore
Tusculanae disputationes 45 a.C.
Nelle Tusculanae troviamo l’applicazione dell'etica presente nel
De finibus. L'opera, dedicata anche essa a Bruto, è divisa in 5 libri
e ha forma di dialogo tra Cicerone e un anonimo interlocutore, la
discussione è ambientata nella villa di Cicerone a Tuscolo.
1 libro: tema della morte, che non è vista come un male ma come
un ritorno a casa delle anime, una liberazione dalle catene
dell'anima
2 libro: sopportazione del dolore fisico
3 libro: sopportazione del dolore spirituale
4 libro: turbamenti dell’animo, invidia, paure, amore
5 libro: virtù come garanzia della felicità, la sua capacità di
sostenere l’anima nel rapporto con i turbamenti della realtà
Nelle opere filosofiche di Cicerone manca completamente la
fisica, a meno che non sia andata tutta perduta (presente invece
nella filosofia greca): per la mentalità romana la fisica è troppo
astratta, priva di applicazioni concrete e non collegata alla vita
politica.
De officiis 44 a.C.
Costituisce una riflessione conclusiva sulla possibilità di
individuare riferimenti etici sicuri in una società travolta dal
turbolento tramonto della repubblica, una sorta di testamento
spirituale di Cicerone.
Dedicato al figlio Marco, è un trattato di etica e comprende anche
una dettagliata precettistica sui comportamenti da tenere nelle
più diverse circostanze, si articola in 3 libri.
Il termine officium traduce la parola greca usata dagli stoici per
definire l'azione perfetta e razionale, kazekòn (ciò che conviene).
1 libro: honestum (ciò che è moralmente giusto)
2 libro: utile
3 libro: conflitto tra honestum e utile
Per i primi due libri la fonte è il trattato “Sul conveniente" del
filosofo stoico Panezio di Rodi, mentre il terzo nasce dalla
necessità sentita da Cicerone di discutere i criteri per decidere in
concreto circa le questioni etico-politiche più difficili.
Panezio aveva addolcito il rigorismo morale dello stoicismo,
perché fosse praticabile da parte di una classe dirigente ricca,
colta e raffinata. La filosofia di Panezio era radicale nel rifiuto
dell'edonismo epicureo e della conseguente etica del disimpegno
politico e fornisce anche una chiara precettistica. Cicerone ritiene
che le virtù siano parti dell'honestum mentre i modi di conseguire
potere e consenso da parte della classe dirigente attengono
all'utile. Il messaggio è che l’utile è una conseguenza
dell’honestum.
L'honestum scaturisce da tendenze naturali insite nell'uomo quali
le virtù cardinali di sapienza, giustizia, fortezza e temperanza.
L'utile è costituito dai modi in cui la classe dirigente ottiene
potere politico e consenso dell’opinione pubblica.
Il desiderio di proteggere la società trova la sua corretta
realizzazione nei due principi complementari di iustitia e
benevolentia.
La prima, cui spetta di dare a ciascuno il suo (“sui cuique
tribuere"), opera tutelando la proprietà privata: dalle riforme dei
Gracchi alle confische di Silla e Cesare e alla legge di Antonio sulla
distribuzione dell’ager publicus tra veterani e cittadini, la
questione della proprietà si riproponeva spesso. Quindi il venir
meno della iustitia indeboliva la società. Cicerone distingue due
forme di iniustitia: attiva, che consiste in una aggressione
intenzionale al diritto mossa da avaritia, la seconda è legata al
disinteresse e al disimpegno rispetto alla società.
La beneficentia, cioè la capacità di donare il proprio collaborando
al benessere della comunità, non deve essere posta al servizio
delle ambizioni personali.
L'istinto naturale a primeggiare sugli altri si manifesta nella
capacità di imporre il proprio dominio: da questa tendenza
scaturisce la magnitudo animi che, per Panezio, sostituiva la virtù
cardinale della fortezza. La ragione trasforma questo istinto in
una virtù capace di mettersi al servizio della collettività.
La virtù della temperanza si manifesta in un'apparenza di
appropriata armonia dei pensieri, dei gesti, delle parole, che
assume il nome di decorum (prosekon). Tutto questo contribuisce
a formare il concetto di humanitas, che Cicerone inquadra in un
sistema di valori basati sulla correttezza e l’eleganza anche
formale dei rapporti interpersonali: facilitas, mansuetudo,
clementia, suavitas, moderatio.
[INTENTO NAZIONALISTICO: i Romani non divulgano solo la
filosofia greca ma danno anche un contributo -> Tuscolanae 1,1 la
filosofia detta la ratio di tutte le discipline]
Modo di procedere DOSSOGRAFICO: dokeo intento di riportare
le opinioni dei vari filosofi
GNOSEOLOGIA
Cicerone si allinea (negli “Academica") alle teorie probabilistiche
dell’Accademia platonica, secondo cui la verità è la tesi più
probabile, dimostrabile (probo: dimostro)
ETICA
Segue lo stoicismo non estremo di Catone che è troppo astratto,
ma uno più moderato: la virtù è il sommo bene ma non disdegna
le ricchezze, le cosiddette “diafora".
Cato maior sive de senectute (doppio titolo) 44 a.C.
Breve dialogo dedicato ad Attico, non propriamente opera
filosofica, scritto poco prima dell’assassinio di Cesare.
Nel personaggio di Catone il Censore, Cicerone trasfigura
l'amarezza per una vecchiaia che, oltre al decadimento fisico e
all’imminenza della morte, comporta la perdita della possibilità
di intervenento politico, proiettando nella figura di Catone il suo
malinconico rimpianto. Il personaggio di Catone ci appare
diverso, addolcito e ammansito, arriva persino ad anteporre il
bello all'utile.

Laelius sive de amicizia 44 a.C.


Scritto dopo l’uccisione di Cesare, Cicerone appare più
combattivo. Il dialogo è ambientato nel 129 (De republica), pochi
giorni dopo la morte di Scipione l’Emiliano.
Rievocando la figura dell'amico Lelio, Cicerone ha modo di
riflettere sulla natura e sul valore dell'amicizia stessa. Per i
Romani l'amicizia aveva un sottofondo utilitaristico, legami
personali a scopo di sostegno politico.
La novità sta nello sforzo di porre a fondamento dell’amicizia
valori come la virtus e la probitas, e di vedere l’amicizia come un
legame tra i boni senza doppi fini.
STILE DI CICERONE
Molti neologismi, periodi complessi e armoniosi, eliminazione
delle incoerenze nella costruzione, no anacoluti, no constructio
ad sensum, ipotassi, alternare dei tre stili in base alle esigenze
discorsive corrispondenti, armonia ed euritmia, disposizione
verbale che realizza il numerus, effetti metrico-ritmici espressi
nelle clausole.
Epistolario
È il primo autore latino di cui ci siamo pervenuto un corpus di
lettere private, l'epistolario si compone di circa 900 lettere, divise
in 4 grandi gruppi:
16 libri per Attico (le più vere e spontanee, ma mancano
completamente le lettere di risposta di Attico), 16 ad familiares, 3
al fratello Quinto, 2 a Bruto.
Le lettere sono state pubblicate dal segretario Tirone dopo la
morte di Cicerone.
I testi abbracciano gli anni dal 68 al luglio del 43, mancano lettere
del 63 anno del consolato e del 57, anno della trattativa per
essere richiamato a Roma dall’esilio. Probabilmente Attico ha poi
fatto una selezione delle lettere per volontà di Ottaviano
eliminando quelle che contenevano giudizi politici che potessero
mettere in cattiva luce Ottaviano o Attico stesso.
L'epistolario comprende testi di vario genere ed estensione e la
varietà dei contenuti si riflette in quella dei toni: Cicerone a volte
è scherzoso, altre volte preoccupato per le vicende politiche e i
problemi personali.
Sono lettere vere, quindi mostrano un Cicerone più vero, più
vulnerabile, ne rivelano i dubbi, le incertezze gli alti e bassi del
suo umore. Scoperte da Petrarca nel 1345 nella Biblioteca
Capitolare di Verona, le lettere lasciarono Petrarca sconvolto
proprio per questo motivo, e scriverà due lettere a un ipotetico
Cicerone. Per Petrarca, Cicerone è un modello di oratoria e di
vita, ma le lettere gli rivelano un nuovo Cicerone, disposto a
vedere a compromessi (con Catilina ad esempio), a volte piange
mostrandosi debole…nella prima lettera gli scrive che l'ha
profondamente deluso, nella seconda invece si scusa per quanto
scritto nella prima.
Stile epistolario
Molto diverso da quello delle opere destinate alla pubblicazione,
periodi ellittici, grecismi, sermo cotidianus, diminutivi, ibridi
greco-latini.
L’epistolario ha un grande valore storico, tanto che Cornelio
Nepote potrebbe parlarne come di una vera e propria historia
contexta eorum temporum (“monografia storica di quei tempi").