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ANNALI DI STORIA BRESCIANA 5

Cultura musicale bresciana


Reperti e testimonianze di una civiltà
a cura di Maria Teresa Rosa Barezzani e Mariella Sala

Ateneo di Brescia
Accademia di Scienze Lettere ed Arti

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© 2017 Editrice Morcelliana
Via Gabriele Rosa 71 - 25121 Brescia

Prima edizione: dicembre 2017

Redazione a cura di Enrico Valseriati


Indice dei nomi a cura di Marcello Mazzetti e Livio Ticli

Crediti fotografici:
Bologna, Biblioteca Universitaria
Brescia, Biblioteca Civica Queriniana
Brescia, Musei Civici di Arte e Storia
Brescia, Museo Diocesano
Brescia, Pinacoteca Tosio-Martinengo
Cremona, Biblioteca del Seminario Vescovile
Londra, British Library
Londra, British Museum
Oxford, Bodleian Library
Tolosa, Musée Paul-Dupuy
Tunisi, Museo del Bardo

Gli Annali di storia bresciana, promossi dall’Ateneo di Brescia,


sono realizzati con il contributo della

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Maria Teresa Rosa Barezzani

Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii

1. Premessa

Considerando il quadro generale delle notazioni a partire dalle loro


prime apparizioni si osservano alcuni fenomeni:
1) intorno al x secolo e contemporaneamente si avverte nei centri
scrittori la necessità di annotare il repertorio del canto liturgico della chie-
sa cattolica romana già completamente formulato. Le cause di questa esi-
genza potrebbero essere due:
a) comincia a venir meno l’insegnamento orale fin lì strettamente os-
servato;
b) si cerca un adeguamento alla Admonitio [Capitolare] emessa da
Carlo Magno il 23 marzo 789 dietro consiglio di Alcuino1.
2) Il sistema dominante è la scrittura a neumi.
3) Le scritture sono però diverse (e non si tratta semplicemente di
“mani”), anche se i neumi sono comunque riconoscibili specialmente nel-
le notazioni a elementi uniti (dal momento che quando i neumi sono di-
sgregati sono leggibili soltanto previo studio, vedi certe morfologie della
metense e più o meno tutte quelle della nonantolana).
4) Nei grandi centri scrittori (San Gallo, Metz-Laon, Benevento) si
tende a differenziare la scrittura neumatica con caratteristiche proprie per
distinguerla dalle altre; le caratteristiche, tuttavia, devono assicurarle la
perfetta identificazione anche a distanza di tempo e anche dopo che han-
no subìto modificazioni locali (vedi la metense a Como e quella che ve-
diamo più tardi nell’area danubiana).
Le notazioni più forti costituiscono delle vere e proprie “famiglie”.
5) Nei centri minori o periferici si adotta – generalmente adattando-
la – una delle notazioni dominanti. In questo modo si impongono le de-
rivazioni: Bobbio copia da San Gallo, Pavia dalla bretone di Chartres,
Como dalla metense.
Prima di entrare nel tema prefissato dovremo tenere presente il ter-
mine greco «diàstema» che significa distanza, intervallo. Questo termine
1
Admonitio generalis (23 marzo 789, cap.72) mgh Capit. I, 60: «Et si scolae legentium pue-
rorum fiant, psalmos, notas, cantus compotum, gramaticam per singula monasteria vel episcopia
et libros catholicos bene emendate. Et si opus est evangelium, psalterium et missale scribere per-
fectae aetatis hominis scribant cum omni diligentia». Riportata in Yves Chartier, L’oeuvre musi-
cale d’Hucbald de Saint-Amand. Les compositions et le traité de musique, Bibliothèque nationale
du Québec, Bellarmin 1995 (Cahier d’études médiévales, Cahier spécial, 5), p. 43 e n. 2, p. 299.

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regola tutte le nostre osservazioni riguardo alla lettura dei neumi: difatti
una notazione che permette in qualche modo la lettura degli intervalli è
detta diastematica. Con l’alfa privativo rimane adiastematica, priva, cioè,
di queste indicazioni: la collocazione dei neumi “in campo aperto” senza
alcuna guida non è melodicamente decifrabile.
Il codice 10673 della Vaticana2, in notazione beneventana orientale
(o di Bari) che è adiastematica, ha un numeroso seguito in manoscritti
con notazioni analoghe, ma con differenti gradazioni di diastemazia; da
questo ceppo dipenderanno molte delle italiche che adotteranno – am-
morbidendone gli angoli – una scrittura analoga.
Nel dominio delle adiastematiche coesistono caratteri di originalità e
di autonomia, sono notazioni esuberanti, ricche di precisazioni e di figure
innovative.
In queste pagine osserveremo le notazioni neumatiche a Brescia secon-
do un criterio temporale, dalla loro prima apparizione in campo aperto fino
alla completa diastemazia, passando attraverso un periodo di oscillazione
di tracciati, fino all’applicazione di un sistema perfettamente diastematico
con la collocazione dei neumi su due righe, rossa di Fa e gialla di Do.

2. Le adiastematiche

Le prime testimonianze di notazioni neumatiche adiastematiche bre-


sciane – per bresciane intendiamo notazioni scritte in loco in manufatti
sicuramente appartenenti alla città – provengono dal monastero regale di
San Salvatore/Santa Giulia, monastero voluto da Desiderio re dei longo-
bardi e da sua moglie la regina Ansa.
Due manoscritti di natura differente ne portano le insegne: il primo
di essi, il Salterio-Collettario di Santa Giulia, il queriniano H vi 21 re-
datto intorno al Mille3, è un libro destinato alla liturgia; il secondo, è il
Memoriale di Santa Giulia4, la cui confezione ebbe luogo, secondo alcuni
studiosi, per volere di Lotario e di Ludovico ii5. Questi nomi aprono un

Graduel Bénéventaine, n. 10673 de la Bibliothèque Vaticane, xi siècle (pm xiv).


2

Per le numerose descrizioni del codice rimando al mio recente Maria Teresa Rosa Barez-
3

zani, Le notazioni neumatiche del codice queriniano H vi 21, «Rivista Internazionale di Musica
sacra», xxxvi/1-2 (2015), pp. 117-167, soprattutto alle pp. 117-118 e note relative.
4
Codice queriniano G vi 7, tradizionalmente noto come Codice Necrologico-liturgico di
S. Salvatore o S. Giulia, titolo con il quale apparve nell’edizione di Andrea Valentini, Ateneo
di Brescia, Brescia 1887. Il manoscritto conobbe intitolazioni diverse a seconda degli studiosi
che nel corso degli anni ebbero a studiarne alcune parti. Recentemente è apparso come Der
Memorial-und Liturgiecodex von San Salvatore / Santa Giulia in Brescia, hrsg. von Dieter
Geuenich - Uwe Ludwig, Hahnsche Buchhandlung, Hannover 2000 (Monumenta Germaniae
Historia Libri Memoriales et Necrologia, Nova Series, iv). In queste pagine lo definiamo sem-
plicemente come Memoriale di Santa Giulia.
5
Ludovico ii aveva preso in moglie Angelberga, figlia di Adalgiso conte di Parma, pure
educata nel monastero.

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lungo elenco di personaggi più o meno illustri che consegnavano alla san-
ta regola del monastero figlie, sorelle, nipoti e mogli secondo una politica
svolta ad ampio raggio che vedeva coinvolti nel ix secolo molti monasteri
femminili di fondazione carolingia.
Nel Salterio-Collettario le notazioni adiastematiche corredano tre inni
con caratteristiche diverse:

1 Aeterne rerum conditor (f. 23r)


2 Iam lucis orto sydere (f. 23v)
3 Martyris, ecce, dies Agathae (f. 46)

La scelta di annotare soltanto questi tre inni e il loro utilizzo per le


Lodi (Aeterne rerum conditor), per l’Ora Prima (Iam lucis orto sydere) e
per la festa di Sant’Agata, denota l’importanza che queste composizioni
dovevano avere nella liturgia del cenobio. Quanto alle notazioni utilizzate
– adiastematiche in campo aperto – esse seguivano l’emblema del tempo,
erano, cioè, un orientamento di base, una sorta di recordatio di melodie
già apprese in precedenza.
Nel momento in cui nel Salterio-Collettario di Santa Giulia venivano
annotati i tre inni la notazione bresciana rientrava nel primo stadio, ma
non possiamo affermare che questi tre primi esemplari facessero parte
delle proto-notazioni, ossia notazioni imprecise ancora prive di sistemati-
cità e di neumi caratterizzanti. La tavolozza che le illustra è povera di se-
gni (situazione tutt’altro che anomala data la sillabicità degli inni), ma le
grafie presentano in modo del tutto impensabile connotazioni interessanti
e permettono di ipotizzare la copiatura da un testimonio preesistente; il
fenomeno è evidente nell’inno Aeterne rerum conditor dove le morfolo-
gie hanno aspetto deciso nonostante il mezzo grafico inadeguato e il trac-
ciato inelegante. Stando ai repertori, la versione letteraria di questo inno
non si discosta dalla comune tradizione; per contro, la lezione melodica
indicata dalla notazione sembra rimandare a una tradizione a sé stante,
non compatibile con altre versioni finora note.
Nel medesimo codice H vi 21 il testo dell’inno Martyris, ecce, dies
Agathae è riportato al completo, composto di sei strofe più la dossologia;
allo stesso modo lo si legge nel Capitolare 100 di Pistoia (ff. 26v-27r)6 e
in una Miscellanea del xiv secolo (f. 57v) giunta nella Biblioteca Queri-
niana e qui conservata con la segnatura B vi 87. Parallelamente al codice

6
Ringrazio il dottor Gianni Bergamaschi per questa segnalazione e la dottoressa Miche-
langiola Marchiaro per avermi fatto avere la riproduzione dell’inno.
7
Codici liturgici musicali del Fondo Manoscritti della Biblioteca Queriniana, a cura di
Remo Lombardi, Compagnia della stampa-Massetti Rodella, Roccafranca 2012 (Annali Que-
riniani, Monografie 16). Descrizione della Miscellanea alle pp. 61-64; analisi del contenuto
alle pp. 195-201. L’inno appare anche nel repertorio Thesauri Hymnologici Hymnarium. Die
Hymnen des Thesaurus Hymnologicus H. A. Daniels und anderer Hymnen-Ausgaben. I. Die

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queriniano la tradizione testuale dell’inno Martyris, ecce, dies Agathae


parte dal x secolo, si intensifica tra l’xi e il xiii secolo per spegnersi due
secoli dopo. La lezione neumatica di H vi 21 è compromessa da nume-
rosi interventi posteriori che con nuovo inchiostro ripassano senza scopo
alcuni neumi deformandoli8.

Fig. 1 – Brescia, Biblioteca Queriniana, ms. H vi 21, Salterio-Collettario, sec. x-xi,


f. 46, inno Martyris, ecce, dies Agathae

Hymnen des 5. - 11. Jahrhrunderts und die Irish-Keltische Hymnodie aus den altesten Quellen,
neu hrsg. von Clemens Blume S.J., Johnson, New York-London 1961, pp. 156-157 (n. 134).
Stando a questa pubblicazione, il Martyris, ecce, dies Agathae è attestato, a partire dal x secolo,
in un buon numero di manoscritti di varia natura appartenenti a differenti luoghi d’origine.
8
Le glosse sono state aggiunte dopo la notazione musicale come risulta evidente dalla
collocazione delle sillabe e dalla loro distribuzione attorno al neuma. Sulla qualità delle glos-
se interlineari e marginali, sulle parentele più o meno strette con altri manoscritti, sulle loro
funzioni sintattiche e sul loro evidente utilizzo didattico rimando a Martina Pantarotto - Susan
Boynton, Ricerche sul Breviario di Santa Giulia (Brescia, Biblioteca Queriniana, ms. H vi 21),
«Studi Medievali», s. iii, xlii/1 (2001), pp. 301-318, soprattutto pp. 311-316, 318.

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Le numerose mende non apportano chiarimenti utili alla lettura e, nel


complesso, la scrittura può apparire un poco rozza, ma le valenze melo-
diche sono comunque tradotte in una neumatica corrente. E questo dimo-
stra, al di là di ogni dubbio, che già alla fine del x secolo o all’inizio del
secolo successivo un ignoto notatore attivo presso il monastero di Santa
Giulia conosceva questi procedimenti e li poneva in essere. Fra i neumi,
dai quali sono assenti le forme liquescenti anche là dove gli incontri con-
sonantici le richiederebbero, un’insolita morfologia assume il ruolo di
“neuma qualificante” e poiché questa specie di quilisma-pes cade rego-
larmente in corrispondenza di una terza minore con semitono in alto non è
improbabile che il notatore intendesse, con grafia insolita, segnalare esat-
tamente questo valore melodico; significato che non sarebbe, comunque,
isolato o circoscritto a questo specifico manoscritto bresciano, dato che
il quilisma-pes inteso come praepunctis ha questo preciso ruolo in altre
notazioni9. Per il resto, anche nel caso di questo inno la tavola dei neumi
non ha la ricchezza che vedremo nei testimoni con differente repertorio.
Contrariamente a quanto abbiamo osservato nell’inno precedente tro-
viamo una veste melodica confacente con i neumi queriniani in un innario
di Nevers del xii secolo10, confortante analogia che con una conclusione
originale troviamo a Verona e che rimbalza due secoli dopo a Napoli. Una
tradizione “castigata” simile alle altre soltanto nelle note portanti dell’im-
palcatura appare, sempre nel xii secolo, a Gaeta11.
Il terzo inno, Iam lucis orto sydere, si presenta nel manoscritto queri-
niano H vi 21 con le tradizionali quattro strofe, sulla prima delle quali è
applicata una notazione pulita e ordinata senza alcuna traccia di ripensa-
menti e con particolare attenzione per le liquescenze richiamate dai con-
sueti incontri consonantici del testo. La mancata uniformità del tracciato
e la differente pressione sulla pergamena segnalano la mano di un notato-
re non abituale. Anche in questo caso, la notazione può non essere intesa
come propedeutica a scritture successive: i segni riprodotti sono quelli
essenziali, tipici di tante notazioni del periodo.
Pur salvaguardando la collocazione all’Ora Prima, l’inno si cantava
con melodie differenti e in più celebrazioni durante il corso dell’anno litur-
gico; le ricerche fin qui condotte hanno permesso di rilevare sia variazioni
di un medesimo dettato melodico in più testimoni, sia l’affollamento di
versioni diverse all’interno di un medesimo codice. Oltre alla versione me-
9
Si veda l’aquitana del Graduel de Saint-Yrieix, codice 903 della Bibliothèque Nationale
de France del secolo xi (pm xiii), dove è allineato fra i neumi indispensabili per l’individuazio-
ne del valore melodico della linea “a secco”.
10
Mmmæ, Band 1. Hymnen (I) Die mittelalterlichen Hymnenmelodien des Abendlandes,
hrsg. von Bruno Stäblein, Bärenreiter-Verlag, Kassel und Basel 1956, Paris, Bibliothèque Na-
tionale de France, n.a. lat. 1235.
11
http://www.hymnos.sardegna.it/iter/iterliturgicum.htm (ultima visita 20 marzo 2017),
Iter Liturgicum Italicum. Sito personale di Giacomo Baroffio, ms. Roma, Biblioteca Casana-
tense 1574, xii secolo [RoCas].

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lodica più diffusa12 e alle sue ricercate varianti, altre tradizioni melodiche
assolutamente inconsuete appaiono in testimoni diversamente localizzati.
Tuttavia nessuna delle melodie rintracciate può essere assimilata alle linee
neumatiche dell’inno queriniano: questa versione di Jam lucis orto sydere
rimane pertanto unica13. Soltanto in un caso e limitatamente al primo verso
si può fare ricorso ancora una volta all’innario di Nevers (f. 148v)14: l’ana-
logia si verifica in una composizione alternante due differenti melodie in
una struttura antifonale che prosegue anche nell’inno successivo.
Pure proveniente dal monastero di Santa Giulia è un secondo testi-
mone bresciano in notazione adiastematica. In questo prezioso manufatto
– che definiamo semplicemente come Memoriale di Santa Giulia (si veda
alla nota 4) – in un foglio rimasto parzialmente in bianco è segnato un
responsorio, il Multa egerunt iudei, che rievoca l’episodio della crocefis-
sione di Gesù fra i due ladroni e il suo dialogo con uno di essi.

Fig. 2 – Brescia, Biblioteca Queriniana, ms. G vi 7, sec. xi, Memoriale di Santa Giulia,
f. 32, responsorio Multa egerunt iudei
12
Presente anche nei moderni libri liturgici Liber Usualis Missae et Officii pro Dominis et
Festis cum canto gregoriano [...], Desclée, Parisiis-Tornaci-Romae 1929, p. 229.
13
Per la descrizione dei neumi di questi tre inni rimando alle Tavole inserite nello scritto
segnalato alla n. 3 del presente contributo.
14
Mmmæ, Band 1. Hymnen (I) Die mittelalterlichen Hymnenmelodien des Abendlandes,
n. 1311 n. e 1312.

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Testo e notazione risalgono all’xi secolo. Il responsorio è rarissimo:


infatti, oltre alla versione del Memoriale di Santa Giulia, lo leggiamo sol-
tanto nel Graduale-Tropario bolognese (ora manoscritto 123 dell’Angeli-
ca di Roma) e nell’Antiphonarium xcvii (100) della Capitolare di Verona,
entrambi coevi del Memoriale ed entrambi in notazione adiastematica.
Un successivo codice bolognese, che essendo in notazione apertamente
diastematica ha permesso la decifrazione della melodia del responsorio,
è il Graduale o i 13 del sec. xi-xii, ora appartenente alla Capitolare di
Modena. L’inesperienza dello scriba è visibile nei ripensamenti e nelle
numerose correzioni del testo; sia le rarefazioni del dettato neumatico, sia
per contro la compressione dei gruppi dimostrano che nella stesura del
testo – pur a sillabe distanziate – lo scriba non sembra in grado di colloca-
re esattamente i gruppi sulle singole sillabe. L’aspetto complessivo della
notazione e l’incertezza del ductus tendono a escludere una lunga pratica
o un qualsiasi intento calligrafico da parte del notatore. Le modificazioni
dei tracciati riguardano il modulo del neuma e l’inclinazione: l’imperfe-
zione del mezzo scrittorio (penna spuntata o caduta d’inchiostro) danno
luogo a quello che potrebbe apparire come un ruvido chiaroscuro. Presa
nel suo insieme, la notazione appare piuttosto primitiva, ma simile a mol-
te altre scritture coeve; il lessico rimane scarno e privo di neumi speciali.
Dal tracciato di alcuni segni – vedi soprattutto il primo di essi – emerge
chiaramente che il notatore, non scriba di professione e privo di un testi-
monio da cui copiare, li riproduce facendo appello faticosamente alla sua
memoria visiva, ossia a quanto ricorda di aver visto15.
Finora abbiamo osservato composizioni – tre inni e un responsorio –
che facevano parte della tradizione del monastero di Santa Giulia. Ma se
vogliamo accedere a un intero repertorio della liturgia bresciana dell’xi
secolo dovremo fare riferimento a un libro prezioso redatto presso lo
scriptorium della cattedrale bresciana. È un manufatto che fino al Sette-
cento faceva parte della collezione dell’ex gesuita Matteo Luigi Canonici
di Venezia; ora è conservato a Oxford, presso la Bodleian Library con la
segnatura Canon. Lit. 366 (per una convenzione che parte dai Solesmensi
lo si cita come Bre). È suddiviso in due parti assemblate: Graduale, fogli
1-38; Breviario, fogli 39-275 (+ i fogli 276-284). Bre, solitamente citato e
ritenuto un unico codice, in realtà risulta essere l’unione di due manufatti
assemblati; ne sono prove: le differenti dimensioni16, l’assetto meno or-
15
Si veda, meglio, in Maria Teresa Rosa Barezzani, Annotazioni intorno al monastero di
San Salvatore/Santa Giulia di Brescia e lettura del responsorio «Multa egerunt iudei» del co-
dice queriniano G vi 7, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Brescia, Brescia 2006. Le mirabili
melodie di questo ampio responsorio sono state eseguite per la prima volta in tempi moderni
nella chiesa di Santa Giulia in occasione della presentazione del volume di cui sopra. Successi-
vamente hanno fatto parte del repertorio di canto gregoriano di Nino Albarosa.
16
Sono differenti le dimensioni delle due parti, come mi segnalava il dottor Bruce Bar-
ker-Benfield, assistente bibliotecario della Bodleian. Il Graduale misura infatti mm. 300x185,

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dinato, la notazione meno calligrafica che nel Graduale, più sciatta e con
differente tracciato della virga, l’uso dilagante del torculus verticale re-
supino, e soprattutto la mancanza di razionali raggruppamenti neumatici
sul testo, a sua volta tracciato velocemente senza le necessarie spaziature.
Considerato nel suo insieme è il testimone di tradizioni in parte già
assestate, che riferiscono di scelte di repertori, di assimilazioni e di influs-
si, in momenti in cui si verificavano fenomeni di espansione e fenome-
ni di sedimentazione dei repertori, quando l’identità locale della liturgia
era frutto delle scelte operate dal centro. Le celebrazioni che spaziano
nel Graduale e nel Breviario costituiscono l’inizio della nostra tradizio-
ne liturgica all’interno della cattedrale dell’xi secolo. Nel Graduale sono
presenti tutte le Messe dell’Anno Liturgico; nel Breviario sono riportate
le Ufficiature del Temporale e del Santorale, le feste principali dedicate
al Signore, e quelle dedicate ai santi venerati nella città: i santi Faustino
e Giovita, santa Giulia, santo Stefano e sant’Agata (per non citare che
quelli), ma anche, con celebrazione ampia e solenne, san Filastrio, ottavo
vescovo bresciano. Per la selezione di tradizioni locali e di innovazioni
questo codice diventa un esemplare unico. Vi si riconoscono le adozioni
e gli adattamenti di usi liturgici di centri vicini e lontani: le assimilazioni
incidono sull’assetto liturgico, sia nel Graduale, sia nel Breviario dove
più forte si avverte l’autonomia di chi ha predisposto la stesura dei testi,
scegliendo e accostando liberamente le parti delle Vitae dei santi.
Nelle selezioni operate si ravvisano le antifone bizantine accolte per
la prima volta alla fine del ix secolo nell’Antifonario di Carlo il Calvo
(ora alla Bibliothèque Nationale de France come Liber responsalis sive
antiphonarius 17436), compilato nell’abbazia di Saint-Medard-de Sois-
sons e più tardi presente a Compiègne. In queste antifone, che a Brescia
ebbero lunga vita17, si ripercorre l’episodio del Battesimo di Cristo e si
ricorda l’azione di san Giovanni Battista, coniugando l’Epifania come la
celebrazione del Salvatore, all’Ottava dell’Epifania come l’esaltazione
del suo Precursore.
Frutto di adozione è pure l’inserimento nella solenne celebrazione di
san Pietro, di cinque antifone dei primi Vespri selezionate dall’Ufficia-
tura che Hucbald di Saint-Amand, forse discendente da Ludovico il Pio,
autore di opere letterarie e agiografiche, compositore, noto ai musicologi
come teorico carolingio, scriveva a Reims (e quindi in un periodo com-
preso fra l’893 e il 900) per la commemorazione della cattedra di san
Pietro in Antiochia (22 febbraio)18.

il Breviario mm. 298x180. La maggior parte della “collezione Canonici” veniva venduta alla
Bodleian Library di Oxford nel 1817 dall’ultimo coerede del Canonici, Giovanni Perissinotti.
17
Maria Teresa Rosa Barezzani, Antifone bizantine nella liturgia bresciana, «Brixia Sacra.
Memorie storiche della diocesi di Brescia», xvi/3-4 (2011), pp. 123-160.
18
A Reims Hucbald era stato chiamato dall’arcivescovo Folco nell’893 per restaurarvi,

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Pure assimilato nella liturgia bresciana è un responsorio di origine


ambrosiana – il Vadis propitiator – creato per il venerdì santo; nel nostro
manoscritto è incastonato fra il canto del Popule meus e lo svelamento
della Croce attuato dal medesimo cantor in un unico gesto secondo la
develatio gallicana. Dato che il manoscritto di cui ci stiamo occupando è
totalmente redatto in notazione adiastematica, per avere una lezione me-
lodica di questo responsorio conforme al dettato neumatico dovremo rife-
rirci a un altro manoscritto, pure bresciano, il Processionale-Cantatorium
del xii secolo, ricco di istruttive rubricazioni, che attualmente è conser-
vato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna con la segnatura 2551.
Tra la Messa della Santissima Trinità e la prima domenica d’Avvento
su alcuni fogli rimasti in bianco (36v-39r) una mano del xii secolo riporta-
va un’Epistola, il cui testo risulta essere un apocrifo del Nuovo Testamen-
to (Hbr 4); nel testo si invita a rispettare il riposo domenicale e i giorni
festivi e si minacciano le peggiori calamità per i non osservanti. A parti-
re dai paesi dell’area mediterranea la “lettera dal cielo” ha avuto un’in-
credibile diffusione, recepita e tradotta nelle differenti lingue orientali e
occidentali19. Considerate nel loro insieme, le versioni pur diversamente
rielaborate, presentano caratteristiche comuni: la lettera è scritta da Gesù
Cristo, in lettere d’oro o di sangue, è portata sulla terra dall’arcangelo Mi-
chele, oppure cade dal cielo a Roma sulla tomba di san Pietro, a Gerusa-
lemme, a Betlemme, o in altri luoghi. La sua genesi, stando a Esbroeck20,
avrebbe avuto luogo a Gerusalemme nel 453 durante il patriarcato di Teo-
dosio; due documenti con le prime datazioni riportano due tradizioni lati-
ne: a una di queste è senza dubbio accostabile la versione del nostro Bre.
Ignoro come sia giunta nella nostra città la “lettera dal cielo” a meno che
non si voglia ipotizzare che sia stata riportata in patria da quel gruppo di
nobili bresciani che, stando a una notizia rivelata da Valentino Volta, nel
1099 partiva per la Terrasanta al seguito del valoroso cavaliere Giovanni
Brusato per la prima Crociata bandita a Brescia due anni prima21. Non

con Remi d’Auxerre, due Scuole, quella canonicale e quella claustrale, che erano state distrutte
dalle incursioni normanne nell’889.
19
Ampiamente studiata a partire dal xix secolo e nei primi anni del secolo successivo,
come specifica Michel van Esbroeck, La Lettre sur la Dimanche descendu du ciel, «Analecta
Bollandiana», cvii (1989), pp. 267-284.
20
Ibi, p. 284.
21
Rotonde d’Italia. Analisi tipologica della pianta centrale, a cura di Valentino Volta, Mi-
lano, Jaca Book 2008, p. 28. Paolo Guerrini, Al tempo in cui il Duomo Vecchio era nuovissimo,
«Il Giornale di Brescia», 26 giugno 1946, riferiva che cinquantamila lombardi crocesegnati
con a capo l’arcivescovo di Milano Anselmo di Bovisio e il vescovo di Pavia partivano nel
settembre 1100 per l’Oriente e fra essi molti giovani bresciani, nobili e plebei, che ritornando
in patria riportavano reliquie e memorie e tesori erogati poi per sciogliere voti e promesse a
edifici sacri. Notizie che potrebbero essere applicate anche al gruppo di cavalieri bresciani, che
di ritorno dalla quinta Crociata al seguito del vescovo Alberto da Reggio nel 1219 avrebbero
riportato interessanti reliquie.

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42 Maria teresa Rosa Barezzani

credo che davvero questa lettera entrasse in qualche modo nella nostra
liturgia nonostante la minaccia di sanzioni rivolta ai sacerdoti che si ri-
fiutavano di leggerla ai fedeli; ritengo piuttosto che fosse riportata per un
compiacente adeguamento al suo dilagante uso in quel periodo.
Nell’assetto liturgico della nostra cattedrale trova luogo anche un
evento storico che rievoca la conversione dell’imperatore Costantino:

Fig. 3 – Oxford, Bodleian Library, Canon. Lit. 366, sec. xi, Graduale-Breviario
bresciano, f. 25r, offertorio Veniens vir splendidissimus ad Costantinum regem

Nella Messa in cui si celebra l’Inventio sancte crucis (f. 25r) il testo
dell’Offertorio così lo viene a narrare:
«Veniens vir splendidissimus ad Costantinum regem nocte suscitavit eum du-
cens aspice in celum et vide signum crucis Domini per quod accipies virtutem et
fortitudinem viso autem signo hoc rex fecit similitudinem crucis quam viderat in
celum et glorificavit deum alleluia».

Il riferimento a un episodio storico nella nostra Liturgia è fenomeno


tutt’altro che isolato, tant’è vero che a partire dal 1807 e fino al 1940 du-
rante l’Ufficiatura dei santi Faustino e Giovita che avveniva nella chiesa
cattedrale a loro dedicata, nella Lectio vi erano descritti puntualmente
gli eventi collegati all’episodio del Roverotto. Gli avvenimenti avevano

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 43

fondamento storico (13 dicembre 1438) e la credenza popolare aveva


fatto il resto. Nella Lettura si citavano le figure che avevano avuto un
ruolo nella vicenda narrata, da Nicolò Piccinino fino al cardinale Angelo
Maria Querini22.
Poiché la notazione del nostro Bre è assolutamente adiastematica non
siamo in grado di leggere la lezione melodica di questo prezioso passag-
gio, ma ci resta la possibilità di rilevare le caratteristiche della notazione23
che, pur con giustificabili autonomie, fa parte delle scritture dell’Italia
settentrionale ancorate alle morfologie sangallesi e tedesche. Proporzio-
nata, con effetti di chiaroscuro particolarmente evidenti nei neumi deriva-
ti dall’accento grave; l’insistenza sull’attacco e sulla chiusura del neuma
(vedi pes, torculus e derivati) lascerà tracce sulle notazioni bresciane suc-
cessive. Qualche sporadico e non intenzionale tentativo di collocazione
scalare testimonia che chi annota confida ancora nella ritenzione orale.
Lo scriba può utilizzare morfologie differenti per una medesima formula
melodica, certo com’è che, comunque, nella resa melodica i segni sono
equivalenti. La contrazione nella forma del climacus (che porta lo scriba a
segnare un comune climacus là dove altre scritture segnalano lo sdoppia-
mento del secondo elemento in due suoni parigrado, oppure in un suono
allungato) segnala una delle tendenze personali di questo notatore; quella
principale è però la suddivisione dell’intero dettato neumatico in formule
ben distinte, perfettamente adattate al testo (che già di per sé denota la
conoscenza pregressa delle melodie)24.
Accostata a notazioni di testimoni coevi, custodi di un certo tipo di
notazione italica del Nord, esente dai prepotenti influssi della metense
come a Como, o dai riflessi bretoni come a Pavia o da quelli catalani della
Novalesa, presenta alcune analogie morfologiche, soprattutto in fatto di
liquescenze (vedi il cephalicus a occhiello) con Monza 12/775 e 13/76 e
soprattutto con Verona cvii proveniente dal monastero mantovano di San
Rufino. Fanno parte delle saltuarie parentele che percorrono i codici di
questo periodo.

22
I vari passaggi della narrazione erano ricostruiti da Ennio Ferraglio, Echi settecenteschi
di un episodio della leggenda dei santi Faustino e Giovita, «Brixia Sacra», s. iii, v/4 (2000),
pp. 65-78. Per quanto riguarda il responsorio Refulsit sol in clipeos aureos, che segue la Lectio
vi, le origini bibliche del testo e il suo adattamento alla celebrazione dei nostri santi patroni
rimando il lettore interessato al mio I miracoli in musica, di prossima pubblicazione.
23
Per la descrizione particolareggiata e l’uso di ciascun neuma rimando a Maria Teresa
Rosa Barezzani, La notazione neumatica di un codice bresciano (secolo xi), Fondazione Clau-
dio Monteverdi, Cremona 1981; nel contributo citato si presentano i neumi più significativi (si
veda la tav. 1 in Appendice).
24
Martina Pantarotto, Manoscritti dei secoli xi e xii: Brescia e dintorni, Tesi di dottorato,
Università “La Sapienza” di Roma, xi ciclo, tutor Paola Supino Martini, a.a. 1996-1999 (che si
può consultare a Brescia, Biblioteca Queriniana, Tesi, 292), ipotizza che il copista del Graduale
ponesse in opera, contemporaneamente, testo e notazione. Altrove si dà come scontato che per
tradizione i manoscritti liturgici fossero copiati e annotati in tempi successivi.

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44 Maria teresa Rosa Barezzani

La notazione di Bre si trova in un momento delicato: l’uso talvolta


inopportuno dei neumi “speciali” potrebbe essere riferito alla noncu-
ranza dello scriba, oppure segnalare semplicemente varianti note local-
mente e che si evidenziano verso la fine dell’xi secolo nelle notazioni
in campo aperto in prossimità di una generale tendenza verso forme
diastematiche. Queste realtà possono generare perplessità quando – ac-
cantonato almeno in parte l’insegnamento orale (decennale secondo
quanto riferisce Guido d’Arezzo) – si impone un sistema che può essere
decodificato da chiunque a prima vista. In una fase transitoria si pre-
vede l’adozione di neumi “speciali”, facilmente individuabili, da usare
in modo costante con funzione di “neumi-guida”. Usati in modo sem-
pre appropriato e funzionale come nel Graduale-Tropario bolognese
(manoscritto 123 dell’Angelica), rappresentano un sistema in qualche
modo rivoluzionario, ma sono adottati e non in modo costante soltanto
da pochi eccellenti notatori: l’affermarsi della diastemazia vanificherà
in seguito i loro gloriosi sforzi. Ma il loro sistema in parte mutuato da
esperimenti precedenti lascia un importante insegnamento, un segnale
di pianificazione: è un generale criterio di preventive programmazioni
che informano sia sistemi grafici, sia repertori di ogni epoca e stile, e
che oggi rimane testimonianza del fervore creativo che ha sempre se-
gnato le menti più feconde.
Anche il notatore del Graduale di Bre fa uso di neumi “speciali”:
la doppia clivis e la doppia clivis resupina ne fanno parte così come il
torculus verticale resupinus, segno dal significato ambiguo come altre
morfologie che denotano incertezze tra le fonti collazionate25.
Nel Breviario, redatto verosimilmente poco dopo il Graduale, la no-
tazione presenta aspetti diversi. Viene a mancare una delle caratteristiche
della notazione primaria, ossia la puntigliosità nell’ingrossamento ini-
ziale di pes e torculus, mentre si intensifica l’uso del torculus verticale
resupino che nel Graduale ho posto fra i neumi “speciali” e che una volta
segnato da liquescenza è collocato in situazioni in cui la liquescenza non
ha alcuna ragione d’essere. Nel complesso la scrittura è più veloce, corsi-
va e meno accurata. La disattenta e inadeguata distribuzione delle sillabe
del testo è causa frequente sia della compressione dei gruppi neumatici
sia della rarefazione del dettato neumatico, così che va dispersa la corretta
distribuzione delle formule tanto ricercata nel Graduale.
Notazioni simili a quella del Graduale di Bre si ravvisano in alcuni
frammenti:
1) nella Bibbia queriniana G iii 1 appartenente al secolo xi26 (ff.
2842-2843) una delicata neumatica in campo aperto correda parte delle
25
M.T. Rosa Barezzani, La notazione neumatica, pp. 80-81. Riprodotto alla tav. 1 con
alcuni dei neumi significativi e con valore melodico costante.
26
Bibbia, Antico Testamento, Ier. 52, 29, Lam. 1-7.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 45

Lamentazioni di Geremia. Qualche parte risulta priva di notazione per


dimenticanza o per abrasione. Le Lamentazioni si svolgono in versetti da
cantillare sillabicamente come salmodia, indicata con neumi monosonici
(virghe o punti). Ogni versetto ha una intonazione segnata sulla lettera
ebraica che gli dà inizio.
f. 2842: l’inizio della Prima Lamentatio è segnato nel foglio prece-
dente:
«O vos omnes qui transitis per viam
Adtendite et videte si est dolor sicut dolor meus».

A partire da Meth, appare la prima delle intonazioni e alla fine del


versetto è segnata la prima cadenza27.
Iniziando da Res si anticipano l’intonatio e la cadenza che saranno
proprie della ii Lamentatio.
f. 2843: con Thau termina la prima Lamentazione e inizia la seconda.
A partire da Aleph:
«Quomodo caligine in furore tuo Dominus
Filiam Sion
Proiecit de caelo terram inclitam Israhel».

Identica è la formula d’intonazione su ciascuna lettera ebraica che


apre il versetto e medesima è la formula cadenzale che lo chiude. Casual-
mente si fa uso di una breve cadenza intermedia.
Da Zai si legge una differente intonatio, anticipante quella che sarà
la iii Lamentazione.
Fra le morfologie usate dallo scriba compare l’oriscus, inserito nel
climacus, anche nella forma subbipunctis e resupinus.
2) Alcuni frammenti, fogli di guardia di un Graduale (ms. queriniano
B ii 12, sec. x-xi, ma forse più probabilmente xi)28 ci consegnano una
scrittura imparentata con quella di Bre e con altre scritture analoghe: il
neuma che risulta alieno è il torculus verticale che secondo Suñol sarebbe
piuttosto di area germanica. Nel confronto delle medesime composizio-
ni con il Bre alcune varianti (si veda il versetto Cadent del tractus Qui
habitat) espongono una melodia più ornata: sono variazioni consentite o
decisamente auspicate in questo tipo di repertorio.
Una notazione strettamente associata con il Bre è quella del Messale
di Civate29, più generica, ma tracciata con mano sicura; molti elementi

27
Intonazioni e cadenze sono riprodotte in Appendice alla tav. 2.
28
La descrizione del frammento e la bibliografia relativa si trovano in Paolo M. Galimber-
ti, Censimento dei frammenti manoscritti della Biblioteca Queriniana di Brescia, «Aevum»,
lxxvi (2002), pp. 471-514: 495, n. 72.
29
Paolo Tentori, Il Proprium Missae del Messale di Civate (cod. 2294 N.A. D 127 Biblio-
teca Trivulziana di Milano), Novantiqua Multimedia, Lecco 1994.

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46 Maria teresa Rosa Barezzani

escludono la copiatura, indubbiamente i punti di contatto sono molti, ma


il confronto va effettuato a grandi linee, senza scendere nei particolari:
molte ornamentazioni del Graduale di Bre sono eliminate a favore di una
versione più castigata, priva di elementi quilismatici, così come sono pre-
ferite le forme comuni a quelle liquescenti. Alcune formule neumatiche
sono sostituite da altre con il medesimo spessore melodico.
Per queste ragioni e per la mancanza di punti di riferimento cronolo-
gicamente affidabili esiterei a parlare di derivazione di uno dei manufatti
dall’altro.

3. Le diastematiche

Si è parlato di notazioni in campo aperto, oggi oscure per noi ma


significative a quel tempo. La messa per iscritto delle melodie attraver-
so segni era un utile espediente, una sorta di recordatio di melodie già
apprese in precedenza. E questo bastò, qui e altrove, finché l’esecuzione
dipese da un apprendimento orale faticoso, a lungo protratto, ma quando
cominciò ad allentarsi questo supporto, si avvertì la necessità, impellen-
te, di usare sistemi diastematici che permettessero una lettura immediata
aperta a tutti e che sostituisse, in tutto o in parte, l’apprendimento attra-
verso la voce del maestro. Entrarono così in vigore a partire dall’xi-xii
secolo scritture desunte – in misura variabile da centro a centro – dalle
notazioni precedenti. La didattica del canto liturgico, entrata in una nuova
fase, prendeva un nuovo orientamento.
In questo periodo la ricerca di un sistema diastematico era fenome-
no generalizzato, tant’è che i centri scrittori si attivavano per realizzare
una scrittura che potesse conservare nel tempo il vastissimo repertorio
dei canti liturgici della Chiesa cattolica romana, per offrire ai cantori la
possibilità di leggere comodamente sia le melodie già apprese, sia quelle
di recente acquisizione; si affermavano sistemi diastematici vari, innova-
tivi nella teoria (vedi la notazione dasiana del ciclo dell’Enchiriadis e la
notazione di Hucbald) che poi nella pratica si riallacciavano agli insegna-
menti di Guido d’Arezzo. La possibilità di collocare i neumi su una o più
righe precedute da chiavi era il metodo più comodo, tuttavia non fu subito
ovunque adottato (vedi San Gallo) e, soprattutto nei centri periferici si
continuò per qualche tempo a usare la notazione adiastematica che faceva
parte della tradizione. In queste situazioni, per aggirare l’ostacolo della
difficile memorizzazione delle melodie i migliori notatori si destreggia-
vano per trovare soluzioni adeguate. Come si è già osservato, lo scriba del
prestigioso Graduale-Tropario A 123, redatto intorno al 1030 per la catte-
drale bolognese, ideava e poneva in atto numerosi segni con morfologie
insolite e a quelle legava in modo costante particolari formule melodiche.
Poiché i cantori in quei segni trovavano punti di riferimento per rimanere

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 47

“in quota” soprattutto nell’intonazione dei lunghi melismi è stato facile


definirli “neumi-guida”30.
Alla conquista della diastemazia si posero in movimento centri im-
portanti come Metz-Laon, con una scrittura (la metense) che, dopo essersi
insediata a Como, appesantita e arrotondata, si affermava nella elegante e
fluente scrittura su quattro righe di Klosterneuburg31 e di Graz32. Con l’e-
saltazione di alcuni segni e con la modificazione di alcuni altri si assestava
poi nel Missale notatum strigoniense del xiv secolo33. Nei centri in cui la
produzione libraria fu consistente (vedi Benevento) si ebbe modo di os-
servare il graduale evolversi del processo diastematico. Altrove, come uno
sciame compatto, i codici liturgico-musicali di questo periodo diventarono
i testimoni delle scritture su due righe (Fa e Do); molte di loro erano anco-
ra legate con un filo ombelicale alle piccole morfologie del campo aperto,
altre mostravano l’indecisione dello scriba che doveva affrontare un com-
pito forse per lui insolito; altre, infine, anticipavano chiaramente con la
sosta della penna sui punti di attacco e di risoluzione del neuma quelle che
sarebbero state le meravigliose notazioni quadrate dei tempi successivi.
Vediamo ora come si accostava Brescia a questo fenomeno. Un ma-
nufatto di piccole dimensioni, il Processionale-Kyriale-Sequenziario del
xii secolo, ora conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna
con la segnatura 274834 può essere considerato un importante punto di
passaggio da una scrittura in campo aperto a una neumatica su rigo.
I piccoli neumi disposti sopra e sotto le due righe di Fa e di Do non
mostrano caratteristiche molto rilevanti, sembrano derivare da un testi-
monio precedente, morfologicamente solo in parte vicino al Graduale di
Bre35. Il primo elemento della clivis segue le regole del tempo ed è oriz-
zontale quando deve segnalare il parigrado con la nota precedente o la
derivazione da una nota più alta.

30
Maria Teresa Rosa Barezzani, Uno scandicus speciale per una formula d’intonazione:
letture e interpretazioni, in Codex Angelicus 123. Studi sul Graduale-Tropario bolognese del
secolo xi e sui manoscritti collegati, a cura di Ead. - Giampaolo Ropa, Una Cosa Rara, Cremo-
na 1996 (Istituto per la Storia della Chiesa di Bologna-Università degli Studi di Pavia-Scuola di
Paleografia e Filologia musicale, Cremona, Saggi e Ricerche, 7), pp. 231-267.
31
Klosterneuburg, Stiftsbibliothek, ms. 588, sec. xii.
32
Le manuscrit 807 Universitätsbobliothek Graz (xii e siècle), pm xix, Berne 1974.
33
Missale Notatum Strigoniense ante 1341 in Posonio, ed. by Janka Szendrei - Richard
Rybaric, Magyar Tudomanyos Akadamia ZenetudomanyiIntezet, Budapest 1982 (Musicalia
Danubiana, 1).
34
Cantorinum seculi xii vel xiii multas complectens sacras preces quae canebantur in
missis et in processionibus.
35
Secondo Stäblein e altri studiosi che lo hanno preceduto il manoscritto sarebbe pro-
veniente dal monastero di Santa Giulia. Bruno Stäblein, Schriftbild der einstimmigen Musik,
Band iii, Musik des Mittelallters und der Renaissance / Lieferung 4. Musikgeschichte in Bil-
dern, veb Deutscher Verlag für Musik, Leipzig 1975, p. 129, Abb. 19. Le Litanie comprese in
questo codice riportano i nomi di Faustino e Giovita, Apollonio, Antigio, Giulia, Benedetto,
Silvestro patrono di Nonantola. Manca il riferimento a Filastrio.

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48 Maria teresa Rosa Barezzani

Altre segnalazioni di confortante diastemazia che, stando a elemen-


ti strettamente cronologici potrebbero precedere il 2748, provengono
da due Graduali di produzione bresciana attualmente conservati presso
la Biblioteca Angelo Mai di Bergamo con le segnature ma 150 (già psi
iii 8) e ma 239 (già gamma iii 18)36. Considerando l’aspetto paleografi-
co-morfologico possono essere considerati alla pari con le scritture coeve
e, come tali, prototipi di scritture più mature senza tuttavia che si possa
escludere il filo che li collega ancora ai segni di Bre.
Il Liber Antiphonarius redatto tra il xii e il xiii secolo dal pregiato ap-
parato grafico e ornamentale37, è stato compilato in loco per la cattedrale
e forse portato a termine per la solenne inaugurazione della Rotonda; oggi
purtroppo mutilo segna un punto di arrivo, di conferma e di perfeziona-
mento delle morfologie, che tuttavia appaiono in molti casi ancora collo-
cate con una certa noncuranza riguardo alla scalarità (evidente soprattutto
nel margine del f. 45r dove è riportata l’antifona Tribus miraculis). Il trac-
ciato è elegante, con un certo intento calligrafico, su righe di Fa e di Do e
frammenti di rigo sono aggiunti per la accurata segnalazione del bemolle.
Ancora permane la forma del torculus, ma già punti e virghe assumono la
morfologia di piccoli quadrati.
Nella liturgia questo Antifonario accoglie numerose prosae che ere-
dita dal Bre.

36
Sui due codici si vedano: Stefania Vitale, Il Graduale ms. 150 della Biblioteca Civica
“Angelo Mai” di Bergamo xi-xii secolo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pavia, Scuola
di Paleografia e Filologia musicale, rel. Giacomo Baroffio, a.a. 1996-1997; Ead., Il canto gre-
goriano a Brescia tra xi e xiii secolo, «Civiltà Bresciana», x/3 (2001), pp. 422-447; Serenella
Finesso, Due Graduali della Biblioteca Civica di Bergamo, testimoni della tradizione brescia-
na, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento
di Storia delle Arti Visive e della Musica, a.a. 1992-1993. Altre precisazioni su questi mano-
scritti in M. Pantarotto, Manoscritti dei secoli xi-xii.
37
Remo Crosatti, Il Codice Brescia, Biblioteca Capitolare 13, Liber Antiphonarius divi-
norum Officiorum cum notis musicis scriptus circa saeculum xiii. Studio codicologico-liturgi-
co-musicale del più antico Antifonario della cattedrale di Brescia, Capitolo della Cattedrale di
Brescia - Editrice Turris, Cremona 1996. Simona Gavinelli mi precisa che l’Antifonario Capi-
tolare 13 appartiene più al xii che non al xiii secolo. In queste pagine l’Antifonario bresciano
è citato come Cap 13. La descrizione codicologica del manoscritto si legge in Paola Bonfadini,
Antichi colori. Catalogo della sezione Codici miniati del Museo Diocesano di Brescia, Museo
Diocesano di Brescia, Brescia 2002, pp. 21-32.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 49

Fig. 4 – Brescia, Museo Diocesano, ms. 13, sec. xii-xiii, Liber Antiphonarius
(Capitolare 13), f. 43r, prosa Ab oriente stellam sequentes

Nell’immagine, si legge parte della solenne celebrazione dell’Epi-


fania con l’inserzione, tra il responsorio Tria sunt munera preciosa e il
versetto Reges Tharsis et insule, di una prosa aggiunta al testo della ce-
lebrazione per conferire maggior solennità al rituale. In questo caso, il
testo della prosa commenta quanto viene esposto nel responsorio e nel
versetto relativo:
«Ab oriente stellam sequentes Aurum et thus mirramque gestantes Hodie magi
Christo regi Simul ipsi».

Questa strofa e la successiva38, esposta prima del Gloria, sono en-


trambe riprese dal Bre (f. 78v) e, ignorate da altri testimoni e dai consueti
repertori, costituiscono un caso unico. La regia liturgica ha regolato tutto
il rituale; il melografo – secondo tradizione – ha posto in contrasto le
infiorescenze melismatiche del responsorio con l’incisiva sillabicità del-
38
Omnipotenti soli deo In fede patris venerando Sit laus decus atque virtus Sempiterna: lo
scriba segnala con le lettere maiuscole le iniziali dei versi della prosa.

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le prosae, contrasto che sarà stato certamente sottolineato da differenti


compagini vocali.
Più calligraficamente eleganti e più serrate e si presentano forme
analoghe nel prezioso Processionale-Cantatorium di area bresciana ora
conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna con la segnatura
255139.

Fig. 5 – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. 2551, sec. xiii, Processionale-Cantato-


rium, bresciano, ff. 7v-8r, responsorio Vadis propitiator

Nell’immagine, i canti sono alternati alle rubricazioni, alcune delle


quali, relative alla develatio crucis, sono già presenti nel Sacramentario
benedettino-bresciano (2547) proveniente dal monastero di Sant’Eufemia
fondato dal vescovo Landolfo ii nel 100840; per questa ragione e per altre
a me sconosciute qualcuno avanza l’ipotesi che il Processionale-Canta-
torium 2551 possa provenire da Sant’Eufemia come il 2547. In questo co-
dice i neumi sono molto vicini alle forme del Cap 13 e del Bre: la lettura
è agevolata da un’accurata scalarità arricchita da linee supplementari. Si
viene precisando la struttura quadrata di punti e virghe.
Un deciso passo avanti nella evoluzione delle forme si osserva in un
Hymnarium cum notis musicis del xiii-xiv secolo, ora conservato presso

39
Versiculi et Responsoria in processionibus et in missis. Contiene anche i canti relativi
alla Messa di san Filastrio (si veda all’interno di questo volume il contributo di Paola Dessì).
40
Il Sacramentario benedettino bresciano del secolo xi (Ricerche sul ms. 2547 della Bi-
blioteca dell’Università di Bologna), a cura di Emidio Zana, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti
di Brescia, Brescia 1971 (Monumenta Brixiae Historica Fontes, 11).

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 51

la Biblioteca Universitaria di Bologna con la segnatura 249341, dove i


neumi – seguendo la tradizione del momento – sono decisamente quadrati
e romboidali (vedi climacus).

Fig. 6 – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. 2493, sec. xiii-xiv, Hymnarium cum
notis musicis, bresciano, f. 23v, inno Jam lucis orto sydere

Due fogli sono aggiunti in tempo imprecisato alla fine di questo In-
nario; l’appartenenza dei fogli aggiunti al codice 2493 resta, purtroppo,
incerta: indubbiamente sarebbe consolante poterli credere di tradizione
bresciana, ma non è certo che l’assemblaggio codice-fogli allegati sia
avvenuto in sede bresciana e non esistono indicazioni sull’epoca in cui
furono uniti al codice i due piccoli fascicoli finali42.

41
Sul centro di conservazione del codice 2493 si veda Elena Tomasoni, L’Hymnarium cum
notis musicis, codice ms. 2493 della Biblioteca Universitaria di Bologna (sec. xiv), «Civiltà
Bresciana», x/3 (2001), pp. 48-55.
42
Per quest’ultima indicazione ringrazio la dottoressa Rita De Tata della Biblioteca Uni-
versitaria di Bologna. Secondo Lodovico Frati, Codici musicali della R. Biblioteca Universi-
taria di Bologna, «Rivista musicale italiana», xxiii (1916), pp. 219-242: 226, alla conclusione
di un indice a penna inserito nel xviii sec. alla fine del volume, si legge, di mano dell’abate
Giovanni Crisostomo Trombelli (1697-1784): «Addiiciuntur fragmenta veterum Breviariorum,
ex quibus desumitur hymni ad tertiam, sextam, nonam in Quadragesima. Compara hos hymnos
cum iis quos praebet Cassandri collectio», p. 213.

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52 Maria teresa Rosa Barezzani

In uno di questi fogli si legge una versione dell’inno di sant’Agata,


Martyris, ecce, dies Agathae (f. 143)43, riversato in una notazione sor-
prendente; nell’interessante reperto, una notazione di chiara impronta
adiastematica priva di elementi evolutivi è collocata scalarmente con
evidente intento diastematico. La lettura melodica è garantita dalla linea
rossa, che lascia intuire la presenza della chiave di Fa mascherata da una
striscia di rinforzo della rilegatura.

Fig. 7 – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms 2493, sec. xiii-xiv, Hymnarium, ff. 142-
143 [fogli aggiunti], inno Martyris, ecce, dies Agathae

Nel confronto diretto fra l’inno originale di H vi 21 e la versione di


2493 le piccole ma numerose varianti escludono che quest’ultima versio-
ne (in primo modo) sia una diretta filiazione dell’originale queriniano44.
Una osservazione di carattere strettamente morfologico esclude una qual-
siasi parentela con i testimoni fin qui osservati: l’attacco ondulato di pes,
torculus e clivis rimandano ad altre fonti, come se questa versione dell’in-
no di sant’Agata fosse il lavoro di un uno scriba occasionale; lavoro che
non sembra isolato ma piuttosto compreso inizialmente in un’opera più
vasta sottoposta a influssi del ceppo metense.
Per questa composizione rimando a supra, par. 2.
43

Per altre osservazioni di carattere strettamente paleografico rimando a M.T. Rosa Ba-
44

rezzani, Le notazioni neumatiche del codice queriniano H vi 21, soprattutto alle pp. 129-130.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 53

Un interessante codice miscellaneo del xii-xiii secolo apparteneva


alla Biblioteca di San Giovanni Evangelista; sul foglio di guardia com-
pare ancora la nota di possesso che attesta: Iste liber est ecclesie Sancti
Johannis de foris Brixie. Questo libro insieme al Martirologium Adonis
del xii secolo fino al 1867 si trovava nella biblioteca del monastero dei
canonici di San Salvatore di Bologna; attualmente è depositato presso la
Biblioteca Universitaria di Bologna con la segnatura bu 2535. A Brescia
nell’anno 741 la basilica Concilium Sanctorum era intitolata per la prima
volta a San Giovanni; l’appellativo “de foris” era aggiunto nel xii secolo;
l’appellativo scomparve intorno al 1500 in quanto ormai la chiesa di San
Giovanni non era più fuori dalle mura cittadine, ma grazie all’estensione
dell’abitato della Porta Bruciata, rimaneva ormai in centro45. Il codice
è costituito da tredici documenti con argomenti di carattere liturgico e
musicale, norme per la pratica del canto nell’Officiatura e l’Ordo delle
funzioni religiose. Provvisti di notazione musicale sono l’inno eucaristico
Divinum mysterium (f. 225r), l’intera Ufficiatura liturgica per sant’An-
drea (ff. 233r-240v In Natale sancti Andreae apostoli), riportato alla fine
del manoscritto forse perché chiude l’anno liturgico46, e la messa del
Commune Beatæ Mariæ Virginis (f. 224v) così composta:
Introito Salve sancta parens (gt, 403) – Benedicta tu: la melodia è ripresa, non a
caso, dall’introito Ecce advenit (In Epiphania Domini, gt, 56); nel confronto con
il moderno libro liturgico, la versione del manoscritto 2535 non presenta varianti
di qualche rilievo.
Graduale Benedicta et venerabilis (gt, 407) – v Virgo Dei genitrix (gt, 407). Per
la melodia rimando a gt 509, graduale Domine praevenisti eum dal Commune
sanctorum et sanctarum; ad eccezione delle note iniziali dell’incipit e della ca-
denza conclusiva, la versione di 2535 sembra essere originale; il versetto Virgo
Dei genitrix si accosta a gt ad eccezione del melisma finale.
Communio Regina mundi dignissima Virgo Maria perpetua intercede pro nostra
pace et salute que genuisti Christum Dominum sine virili semine [invocazione
finale, forse unicum].

45
Remo Crosatti - Oscar Mischiati - Luigi Salvetti, La vita musicale in S. Giovanni Evan-
gelista a Brescia. Appunti per una ricerca, Parrocchia di S. Giovanni Evangelista, Brescia
1994. La chiesa raggiunse il massimo splendore nei secoli xii-xiii e i canonici di San Giovanni
ottennero ampi privilegi dai pontefici che si sono avvicendati in quel periodo. Il codice, in
quanto testimone della vita canonicale a San Giovanni dall’xi al xv secolo, è stato studiato da
Rosa Angela Comini. La sua tesi di laurea costituisce un contributo al Corpus Consuetudino-
rum Italicum.
46
Secondo E. Zana, Il Sacramentario benedettino bresciano, p. 97, 30 novembre, la festa
è segnata in rosso perché era celebrata solennemente in tutte le chiese della città di Brescia che
all’apostolo aveva dedicato l’antica cattedrale fuori le mura orientali.

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54 Maria teresa Rosa Barezzani

Fig. 8 – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms 2535, sec. xii-xiii, Miscellanea,


bresciano, f. 224v, introito Salve sancta parens

Nella notazione manca la segnalazione delle chiavi ma la lettura è


garantita da linee ditonali e dall’evidenza della linea rossa di Fa. In linea
generale i neumi e soprattutto le liquescenze denotano una matrice bene-
ventana.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 55

Fig. 9 – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms 2535, sec. xii-xiii, Miscellanea,


bresciano, f. 233r, Ufficio di sant’Andrea

La notazione che osserviamo nell’Ufficiatura di sant’Andrea conser-


va la medesima cura calligrafica e le stesse caratteristiche che la accosta-
no alla beneventana, su due righe, rossa per Fa, gialla per Do, preceduta,
quest’ultima, da una minuta chiave di precauzione: molto frequente è il
segno che indica la virga liquescente (soprattutto in prossimità delle corde
importanti), o il cephalicus nel caso che l’ultimo elemento sia lievemente
allungato. L’aspetto generale dei fogli è ordinato e la scrittura elegante:
pur legata da una sorta di filo conduttore che in questo periodo unisce
molte notazioni diffuse nell’Italia centro-settentrionale, le morfologie
acuminate ne fanno un caso a parte, staccandola dalla tendenza generale
all’arrotondamento dei moduli beneventani che diventa una costante in

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56 Maria teresa Rosa Barezzani

molti manoscritti. Questo tipo di notazione, estranea alla linea di deriva-


zione dalla “dominante” di Bre, rappresenta una testimonianza preziosa.
Leggiamo un frammento significativo del xii secolo estrapolato dal
manoscritto queriniano A ii 8, Bibbia, Profeti, ff. 86r-87r:

Fig. 10 – Brescia, Biblioteca Queriniana, ms. A ii 8, sec. xii, Bibbia, Profeti, f. 87r,
Explicit liber ieremie prophete. Incipit liber baruch

«Explicit lamentatio ieremie prophete [...].


Incipit oratio eius Recordare domine quid acciderit nobis [...] iratus es contra nos
vehementer.
Explicit liber ieremie prophete. Incipit liber baruch».

Tutta l’orazione è corredata in forma salmodica da una elegante no-


tazione che rende punti e virghe simili a piccoli quadrati: gli altri neumi,
ricorrenti come piccole ornamentazioni nelle cadenze, sono una rievo-
cazione delle forme adiastematiche di Bre. Si sottolinea la grafia della
distropha (o bivirga) e quella del praepunctis parigrado47.
Un ampio frammento dal manoscritto queriniano C ii 648 è formato da
fogli di guardia di un Antifonario del xii secolo che secondo Galimberti49
è di probabile area emiliana. Nel frammento sono riportate parti delle
Ufficiature di san Benedetto e di sant’Agata. I neumi, con la guida della
riga rossa di Fa, hanno reminiscenze beneventane con la tendenza tipica

47
Tracciati alla tav. 3 in Appendice.
48
Per la cui riproduzione fotografica ringrazio vivamente Remo Lombardi.
49
P.M. Galimberti, Censimento dei frammenti manoscritti, tav. ii, n. 75.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 57

delle notazioni dell’Italia centrale ad ammorbidire la durezza delle forme


angolose a cui si ispirano50.
Nella veloce esposizione di alcuni reperti, dalla quale deve essere
escluso qualsiasi intento di esaustività, ho cercato di tracciare il percorso
delle neumatiche bresciane a partire dal x secolo con le prime testimo-
nianze del Salterio-Collettario di Santa Giulia fino all’Hymnarium del
xiii-xiv secolo, ms 2493. Ho inteso rilevare il ruolo della notazione del
Graduale di Bre, notazione che definirei volentieri “la dominante”, sulla
quale sono delineate con maggiore o minore aderenza le scritture succes-
sive. La presenza di una morfologia estranea (si veda la Bibbia dell’xi
secolo) non basta a stravolgere l’orientamento generale dell’insieme, né
potrebbe esserne causa il ritrovamento casuale dell’inno di sant’Agata
nei fogli aggiunti al 2493. Un nuovo indirizzo ci porterebbe la scrittura
del frammento C ii 6 legata a consuetudini di altro notatore. Decisamente
sorprendente è, invece, la presenza della notazione di chiara derivazione
beneventana del 2535 proveniente dalla chiesa di San Giovanni de foris,
lavoro altamente professionale.

4. Conclusioni

Riguardo all’origine delle notazioni neumatiche nei vari centri scrit-


tori si è ipotizzato un possibile adeguamento all’Admonitio di Carlo Ma-
gno, dove, peraltro, non si accennava a una doverosa diversificazione
delle morfologie per segnalare l’appartenenza a un centro piuttosto che
a un altro. Questo avveniva per decisione dei responsabili del centro, in
modo analogo a quanto si era già verificato a livello delle scritture lette-
rarie quando – raggiunto il traguardo delle caroline – soprattutto i grandi
centri scrittori di Francia e Germania si fronteggiavano per assegnarsi
caratteristiche distintive. Per contrastare una voce che vorrebbe “inutili”
le scritture neumatiche in campo aperto dal momento che una volta ap-
preso il repertorio i cantori non ne avevano bisogno e coloro che non lo
conoscevano comunque non erano in grado di leggerle, si può rispondere
che: a) sicuramente gli scribi non avrebbero perso tempo ad annotare mi-
gliaia di pagine se la cosa non fosse stata necessaria; b) se per annotare
e tramandare l’intero repertorio avessero aspettato un sistema diastema-
tico nel frattempo la memoria delle melodie sarebbe andata dispersa, o
distorta. Dobbiamo tenere presente che se nei secoli x-xiii il tempo della
musica fu in gran parte legato alla liturgia, ai suoi riti e ai suoi canti è in-
dubbio che fu anche, con altrettanto fervore, il tempo occupato a segnare

Per un ottimo esempio sull’argomento rimando al saggio di Antonio Delfino, Il codice


50

Modena, Biblioteca Capitolare O i 13: elementi per una scheda descrittiva, con un’appendice
sulla notazione neumatica, in Codex Angelicus 123. Studi sul Graduale-Tropario bolognese del
secolo xi e sui manoscritti collegati, pp. 335-371.

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58 Maria teresa Rosa Barezzani

sulle pergamene il vastissimo repertorio che ormai si era definitivamente


consolidato, ricco di adozioni alternate alle sedimentazioni locali, le une
e le altre volte a dare una sua identità al centro.
Nel dominio delle adiastematiche regnava un assemblaggio di se-
gni, un corredo insostituibile di morfologie esuberanti, talvolta estrose e
gravide di precisazioni. Durante le inevitabili convivenze non è sempre
facile stabilire quali siano gli influssi esterni e quali le autonomie. La
migrazione di segni appartenenti alle varie famiglie e il loro innesto su
realtà già stabilizzate diede origine a modificazioni e, in alcuni casi, a
parziali sovrapposizioni, passaggi obbligati attraverso i quali transitarono
le manifestazioni delle arti.
La diastemazia non si affermò ovunque e nel medesimo tempo (esi-
stono frutti tardivi, testimonianze adiastematiche ancora nel xiii secolo).
Nel dominio delle nuove forme permangono caratteri di originalità e di
autonomia, ma sicuramente meno ricercati che nelle prime forme. Nono-
stante la genericità delle diastematiche, la connessione con i ceppi ori-
ginari è quasi sempre percepibile e le varie tendenze erano ben note al
compilatore che ne faceva uso. Anche fra le diastematiche ci fu un pro-
cesso evolutivo: a partire da incertezze di tracciati, frutti di ottimistiche
convinzioni di ricorsi mnemonici, fino alla stesura perfettamente scalare
che non sollevò più alcuna perplessità nel momento dell’interpretazione,
lasciando ipotizzare che una notazione coerente e coesa non fosse in real-
tà un prodotto originale, ma la copia di un manufatto precedente.
L’xi secolo segnò il tempo che la tradizione richiedeva per la sedi-
mentazione del repertorio ma segnò anche il tempo delle adozioni, degli
adattamenti e della trasmissione di canti e di rituali adattati con un pro-
cesso selettivo che rivelava, nella forte autonomia del melografo, la pre-
disposizione al gioco della creatività, gioco nel quale la notazione ebbe
soltanto un ruolo secondario poiché fu al servizio del melografo, coinvol-
to nelle significanze dei testi51.
L’intero territorio padano partecipava degli imprestiti liturgici, di lin-
guaggi univoci e di autonomie testuali e meliche. Così si veniva creando
una realtà culturale della Padania. I testimoni di questo processo, i veri
protagonisti furono i libri liturgico-musicali che tradivano non solo il li-
vello culturale del centro, ma anche le regie liturgiche di una chiesa con
l’adattamento delle celebrazioni e la conseguente “flessibilità dei ritua-
li”. Poiché i libri furono i testimoni del fluttuare sia delle tradizioni sia
delle modificazioni morfologiche delle notazioni, il manufatto non ebbe
soltanto una valenza simbolica: se è vero che il libro di preziosa fattura,

E la notazione non ebbe un ruolo primario nemmeno quando nel periodo fiammeggiante
51

dell’ars subtilior toccò punte di indescrivibile complessità perché anche allora fu al servizio del
compositore che ne adottò le malizie piegandole a criteri personalissimi, ma sempre soggetti
alle creazioni melodiche.

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 59

prodotto dietro committenze eccellenti, fu talvolta considerato come una


reliquia, un simbolo di riti vassallatici, un donativo in grado di suggellare
alleanze, è anche vero che nelle nostre ricerche ci rivolgeremo di prefe-
renza al libro liturgico di uso quotidiano, opera diligente di un compilato-
re attivo nel chiostro o nel capitolo di una cattedrale, al libro che delinea-
va un proprio sistema notazionale destinato a evolvere le sue morfologie
in forme più o meno durature. Per questa ragione e senza alcun intento di
esaustività ho inteso considerare i libri liturgico-musicali come esemplari
unici non solo perché depositari delle tradizioni, ma anche perché mar-
catori di innovazioni, nelle quali sbalzava fortemente il pensiero creativo
dell’uomo, le sue tendenze manifeste sia nel concepimento di inni e di
prosae inserite ad arte nelle grandi cerimonie per aumentarne la solenni-
tà sia nelle varianti melodiche consentite al cantore solista. Varianti che
potevano essere convalidate oppure parzialmente modificate in testimoni
successivi, poiché il tempo interveniva con le sue trame ad allontanarle
dalla fonte originaria.

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60 Maria teresa Rosa Barezzani

Appendici
Tavole

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Notazioni neumatiche a Brescia nei secoli x-xiii 61

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62 Maria teresa Rosa Barezzani

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Sommario

Sergio Onger, Presentazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5


Maria Teresa Rosa Barezzani, Premessa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
Daniela Castaldo, Musica a Brescia in età romana.. . . . . . . . . . . . . 17
Maria Teresa Rosa Barezzani, Notazioni neumatiche a Brescia
nei secoli x-xiii. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
1. Premessa, 33 - 2. Le adiastematiche, 34 - 3. Le diastematiche,
46 - 4. Conclusioni, 57 - Appendici, 60
Remo Lombardi, I manoscritti liturgico-musicali domenicani pres-
so la Biblioteca Queriniana di Brescia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
1. Notazioni quadrate, 69 - 2. Litanie. La posizione e l’identifica-
zione di S. Caterina nelle litanie femminili, 96 - 3. Litanie maschili,
108 - 4. Conclusioni, 110 - Appendice 1, 114 - Appendice 2, 122
Paola Dessì, I codici liturgico-musicali medievali di Brescia nel-
la collezione di G. C. Trombelli, amico di Padre Martini. . . . . . . . . . . 145
1. Nota sul collezionista, 145 - 2. Trombelli e Brescia: manoscritti,
libri, medaglie, 146
Stefania Vitale, Uno scriptorium femminile nel Settecento a
Brescia al servizio del canto gregoriano della Cattedrale?. . . . . . . . 159
1. Lo status di miscellanea work in progress - la pluralità delle mani
che presentano tratti comuni, 160 - 2. La peculiarità della scrittura, 163
- Appendice 1, 182 - Appendice 2, 186 - Appendice 3, 188
Francesco Saggio, Un primo approccio analitico al Modulatio-
num liber primus (1560) di Giovanni Contino da Brescia. (Con ca-
so di filologia d’autore).. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189
1. Premessa, 191 - 2. I testi, 192 - 3. Le musiche, 197 - Appendice, 212
Marcello Mazzetti - Livio Ticli, «Quando de quintis terzisque
calabat in unam octavam». Per una storia della prassi esecutiva
della musica sacra a Brescia nel tardo Cinquecento.. . . . . . . . . . . . . . . 223
Appendice i, 253 - Appendice ii, 256
Daniele Torelli, La produzione polifonica dei monaci cassinesi
bresciani: riflessioni fra repertorio e contesto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 295

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590 Sommario

Augusto Mazzoni, Comporre musica a Brescia negli ultimi


cent’anni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 337
Mariella Sala, L’Opera a Brescia nelle carte dell’Archivio di
Stato. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 345
1. Musicisti e orchestra, 346 - 2. La stagione 1801-1802, 359 - 3.
Libretti d’opera bresciani nelle biblioteche del territorio, 365
Marco Bizzarini, Aspettando l’imperatrice: vita musicale a Bre-
scia nella seconda metà del Seicento. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 369
Giosuè Berbenni, I Serassi e la cultura organaria bresciana. . . . . . 381
1. Il tema, 381 - 2. I Serassi, 382 - 3. Il solido legame con gli An-
tegnati di Brescia, 385 - 4. La terra bresciana è onorata da ottimi
organari, 387 - 5. I Serassi nel territorio bresciano dal 1773 ca. al
1870, 388 - 6. I comuni della provincia, 393 - 7. La città, 394 - 8.
La situazione attuale, 397 - 9. La tradizione con l’innovazione, 409
- 10. Le novità dello strumentale: l’organo-orchestra, 410 - 11. Il
crescendo rossiniano, 411 - 12. Popolarità, modernità e nazionalità,
411 - 13. L’organo risorgimentale, 412 - 14. Il Carteggio, 414 - 15.
Conclusione, 415 - Appendici, 417 - Riferimenti di bibliografia del
Catalogo, 476
Rodolfo Baroncini, Da Brescia a Venezia: migrazioni, prassi
strumentale e patronage. Il caso di Giovanni Antonio Leoni «dal
violin». . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 481
Regesto documentario, 501
Fabio Perrone, La liuteria bresciana secondo mons. Angelo Be-
renzi (1853-1925). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 505
Donatella Restani, Tracce di olifanti nella narrazione di un
viaggiatore bresciano del Quattrocento. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 535
Ugo Orlandi, Bartolomeo Bortolazzi (1772-1846), virtuoso man-
dolinista e chitarrista bresciano. Nuove acquisizioni biografiche. . . 545
1. Il nome?, 552 - 2. Compagnie e istruzione musicale, 553 - 3. Con-
clusioni, 559 - Appendice documentaria, 560

Indice dei nomi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 565

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Annali di storia bresciana

1. Brescia nella storiografia degli ultimi quarant’anni, a cura di S. Onger


2. Moneta, credito e finanza a Brescia. Dal Medioevo all’Età contempo-
ranea, a cura di M. Pegrari
3. Dalla scripta all’italiano. Aspetti, momenti, figure di storia linguistica
bresciana, a cura di M. Piotti
4. Brescia nel secondo Cinquecento. Architettuta, arte e società, a cura di
F. Piazza e E. Valseriati, schede a cura di I. Giustina e E. Sala
5. Cultura musicale bresciana. Reperti e testimonianze di una civiltà, a
cura di M.T. Rosa Barezzani e M. Sala
6. Fortunato Martinengo: un gentiluomo del Rinascimento fra arti, lette-
re e musica, a cura di M. Bizzarini e E. Selmi [in preparazione]
7. Letteratura bresciana del Seicento e del Settecento, a cura di C. Cap-
pelletti e R. Antonioli [in preparazione]

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Annotazioni

19 Sommario.indd 592 10/01/18 09:52


ANNALI DI STORIA BRESCIANA
5

Sergio Onger Brescia


Cultura nella storiografia
musicale bresciana
Maria Teresa Rosa Barezzani
Daniela Castaldo deglie ultimi
Reperti quarant’anni
testimonianze di una civiltà
Remo Lombardi
Paola Dessì a cura di Maria aTeresa
cura diRosa
Sergio
Barezzani
Onger e Mariella Sala

ANNALI DI STORIA BRESCIANA


Stefania Vitale
Francesco Saggio
Marcello Mazzetti
Livio Ticli
Daniele Torelli
Augusto Mazzoni
Mariella Sala
Marco Bizzarini
Giosuè Berbenni
Rodolfo Baroncini
Fabio Perrone
Donatella Restani
Ugo Orlandi

ISSN 2283-7736
ISBN 978-88-372-3155-2

€ 35,00

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