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CAPITOLO I

CAUSE DI ESCLUSIONE DEL FATTO TIPICO

Premessa: l’imputabilità (art. 85 c.p.)


«1. Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge dome reato, se al momento
in cui lo ha commesso, non era imputabile.
2. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.» (art. 85 c.p.)

La capacità di intendere corrisponde alla capacità del soggetto di percepire la realtà esterna e
di rapportarsi ad essa, in guisa tale da comprendere anche il significato del proprio agire.
Per capacità di volere si intende, invece, la capacità di controllare i propri impulsi e di
orientare le proprie determinazioni di volontà nel mondo esterno.
La regola dell’ordinamento che assume l’imputabilità come presupposto della colpevolezza ha
dunque un ovvio fondamento teorico nell’idea che la personale rimproverabilità della condotta ha
un senso solo se riferita ad un autore che possedeva la capacità di orientare diversamente il proprio
agire e di essere, in tale direzione, motivato dalle norme giuridiche.
La minaccia della sanzione penale, infatti, non può svolgere la sua funzione general-
preventiva – distogliendo cioè dal commettere reati – se non a patto che i destinatari siano in
grado di essere motivati da tale minaccia; d’altra parte, la concreta inflizione ed esecuzione della
pena non può assolvere correttamente all’obiettivo special-preventivo di rieducazione e recupero se
il condannato non è capace di comprendere il significato del trattamento e recepirne gli effetti.

1. Cause oggettive di esclusione del fatto tipico


Quando un soggetto realizza un fatto tipico perché vi è costretto da una forza esterna da lui non
dominabile si ha esclusione del fatto tipico. Le cause oggettive di esclusione del fatto tipico sono:
 forza maggiore (art. 45 c.p.);
 caso fortuito (art. 45 c.p.);
 costringimento fisico (art. 46 c.p.);

1.1 Forza maggiore (art. 45 c.p.)


«1. Non è punibile chi ha commesso il fatto per caso fortuito o per forza maggiore.» (art. 45
c.p.)

La forza maggiore è la cosiddetta vis maior cui resisti non potest, cioè quella forza esterna che
determina la persona a compiere un’azione cui questa non può opporsi.
Esempi tipici sono quelli dell’imbianchino che mentre lavora su un’impalcatura viene sbalzato da
un colpo di vento e finisce per colpire mortalmente un passante; della chiusura per sciopero degli
uffici postali, nel giorno in cui dovevano essere spediti dei documenti al fine di evitare un reato
fiscale.
In questi casi, il processo causativo che conduce alla realizzazione di una fattispecie tipica non
appartiene al soggetto, poiché non è padrone dalla sua volontà, anzi, è “costretto” ad agire. Il vero
autore del fatto non è l’uomo, ma la natura.

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1.2 Caso fortuito (art. 45 c.p.)
Caso fortuito è l’avvenimento imprevedibile ed eccezionale che si inserisce d’improvviso
nell’azione del soggetto.
L’esempio tipico è quello di un automobilista che viaggia a moderata velocità mentre un passante,
volendo suicidarsi, gli si getta all’improvviso sotto alle ruote.
Talvolta la giurisprudenza fa rientrare nel caso fortuito il fenomeno del malore che coglie il
conducente alla guida, dovendosi ritenere tale però solo il malore improvviso, di cui non c’erano
avvisaglie prima dell’inizio del viaggio.
Alcuni autori hanno significativamente descritto il caso fortuito come l’incrocio tra una condotta
umana e un accadimento naturale, da cui deriva una conseguenza imprevedibile; esso, infatti, entra
in gioco solo se si inserisce in un’azione umana già in atto (e cioè se esiste un rapporto di causalità
tra la condotta dell’uomo e l’evento). Questo è evidente dalla stessa lettera dell’articolo 45, ove si
dice “non è punibile chi ha commesso il fatto...”, volendosi in tal modo escludere tutti quegli eventi
naturali non riconducibili alla volontà dell’uomo.
La Cassazione ha descritto il caso fortuito come quell’avvenimento imprevisto e imprevedibile
che si inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno a
titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente (Cass. 7285/1990).

1.3 Costringimento fisico (art. 46 c.p.)


«1. Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato da altri costretto, mediante vio-
lenza fisica alla quale non poteva resistere o comunque sottrarsi.
2. In tal caso, del fatto commesso dalla persona costretta risponde l'autore della violenza.»
(art. 45 c.p.)

L’ipotesi del costringimento fisico si presenta con una fisionomia differente:


 si parla di vis absoluta quando l’azione di chi subisce è interamente determinata
dall’impiego di energia fisica da parte di chi la attua (si pensi al caso di chi fisicamente guidi
la mano di un terzo nel vibrare una pugnalata mortale);
 si parla di vis compulsiva quando l’azione di chi subisce non è determinata (o è
parzialmente determinata) dall’impiego di energia fisica da parte di chi la attua e residuino
per la vittima ridotti margini di autodeterminazione (si pensi al caso di chi dopo aver posto
un coltello nelle mani di un terzo lo minacci di commettere un omicidio puntandogli contro
una pistola).

Le ipotesi di vis absoluta sono pacificamente assimilabili a quelle di forza maggiore, con la
differenza che qui la forza “irresistibile” promana dall’uomo, e non dalla natura.
In entrambe le ipotesi, il vero autore del fatto è l’autore della violenza, che si serve della vittima
come di uno “strumento”: si parla a riguardo di autore mediato, espressione che intende
sottolineare il fatto che dietro l’autore materiale del fatto vi è un altro soggetto, che, sia pure
in via indiretta, è il vero autore, poiché detiene l’effettiva padronanza dei decorsi causali.

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2. Cause soggettive di esclusione del fatto tipico
2.1. L’errore sul fatto (art. 47 c.p.)
«1. L’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell'agente. Nondimeno,
se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è
preveduto dalla legge come delitto colposo.
2. L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un
reato diverso.
3. L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagio-
nato un errore sul fatto che costituisce il reato.» (art. 47 c.p.)
Versare in errore sul fatto che costituisce reato significa percepire in modo falso, o erroneo,
un dato della realtà corrispondente a un elemento essenziale della fattispecie oggettiva del
reato.
Esempi: Tizio, al termine di una riunione tra amici, indossa e porta a casa con sé il soprabito di un
altro ospite, scambiandolo per il proprio; Caio, in un poligono di tiro, spara contro un uomo, che
rimane ucciso, credendo di aver mirato ad un fantoccio; Sempronio, dimorante temporaneamente in
un residence, si introduce nell’appartamento di un terzo, ritenendo che si tratti del suo alloggio;
Mevio, nel riordinare un archivio, invia al macero un atto pubblico originale, credendolo una
fotocopia. In tutti questi casi, l’agente effettivamente realizza la fattispecie oggettiva
(rispettivamente: del furto, dell’omicidio, della violazione di domicilio e della soppressione di atti
pubblici); ciò che manca è però la fattispecie soggettiva del reato, poiché manca la
rappresentazione, da parte dell’agente, di uno o più elementi essenziali della fattispecie
oggettiva (rispettivamente: dell’altruità della cosa, della qualità di “uomo”, dell’altruità
dell’abitazione, la natura di “atto” del documento soppresso).
Dolo ed errore sul fatto condizionano la vicenda in una logica di reciproca esclusione: dove c’è
errore sul fatto non può esservi dolo, perché l’erronea rappresentazione della realtà inibisce
anche una volizione rilevante per l’elemento psicologico del reato.
I limiti di rilevanza dell’errore sul fatto sono segnati dalla “essenzialità” del dato erroneamente
percepito dall’agente: in altre parole, l’errore, per impedire il configurarsi di una fattispecie
legale, deve ricadere su un elemento “essenziale”, la cui mancata conoscenza impedisce che il
soggetto si rappresenti un fatto corrispondente al modello legale di un determinato reato.
Sono perciò irrilevanti gli errori sul soggetto passivo, o sull’oggetto dell’azione, sul
tempo, sul luogo, ecc., che non inibiscono la compiuta rappresentazione del fatto che
costituisce reato.
Tuttavia, se l’agente è pervenuto ad una erronea rappresentazione per aver violato una regola
di diligenza oggettiva, e se tale violazione è a lui imputabile da un punto di vista soggettivo,
egli dovrà rispondere a titolo di colpa del fatto oggettivamente realizzato.

2.1.1 Chiarificazioni: errore sul fatto, errore sul diritto, errore sul divieto

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L’erronea rappresentazione di un dato giuridico-normativo è certo cosa diversa dalla erronea
rappresentazione di un dato fenomenico-naturalistico, ma può avere (o non avere) esattamente la
stessa rilevanza se si risolve in un errore sul fatto che costituisce reato: ciò che si deve stabilire è se
l’errore dell’agente abbia indotto o meno in lui una falsa rappresentazione del fatto che egli stia
realizzando. Che tale falsa rappresentazione derivi da una erronea rappresentazione di un
presupposto giuridico è perfettamente indifferente, poiché quello che è decisivo per la rilevanza
dell’errore è che l’agente, per effetto della falsa rappresentazione, non si renda conto di ciò che sta
facendo. La non punibilità del fatto dipende appunto dalla mancanza dell’elemento psicologico del
reato, connessa con l’errore che ha impedito all’agente di percepire l’effettiva portata della
condotta.
La distinzione che conta, dunque, non è quella tra errore di fatto ed errore di diritto, bensì
quella tra errore sul fatto ed errore sul divieto: solo chi versa in errore sul fatto non sa quel
che fa. Chi invece versa in errore sul divieto sa quel che fa, anche se crede erroneamente che
la sua azione non ricada nell’ambito di una incriminazione; egli dunque versa in errore sulla
legge penale: errore che, a norma dell’art. 5 c.p., di regola non è rilevante, e, per esplicita
disposizione di legge, non può essere invocato dall’agente a sua discolpa.
Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, si deve negare l’efficacia di scusante
all’errore su una legge extrapenale – che a norma dell’art. 47 comma 3 c.p. esclude la punibilità
dell’agente quando abbia determinato errore sul fatto – tutte le volte in cui la legge extrapenale sia
divenuta parte di una legge penale che l’ha “incorporata”, essendo da questa richiamata
esplicitamente o implicitamente.
Questa interpretazione corrisponde ad una vera e propria abrogazione
dell’art. 47 comma 3 c.p., perché non si comprende come l’errore su una norma extrapenale possa
determinare un errore sul fatto, se la norma extrapenale non sia in qualche modo evocata dalla
norma penale.
In realtà, però, con l’art. 47 comma 3 c.p. non si è affatto inteso restringere l’ambito di efficacia
dell’errore sul fatto; al contrario, anzi, si è inteso stabilire una deroga al principio generale per cui
«ignorantia legis non excusat», volendosi con ciò ribadire che il limite della rilevanza dell’errore è
segnato dalla sua pertinenza al fatto.
In altre parole, ogni qual volta un errore sul dato normativo non abbia inibito la
rappresentazione di un fatto corrispondente a quello tipico da parte dell’agente, la sua
opinione circa la liceità del comportamento, risolvendosi in un errore sul divieto, non potrà
assumere alcuna efficacia scusante.

2.2 Errore sul fatto determinato dall’altrui inganno (art. 48 c.p.)


«1. Le disposizioni dell'articolo precedente si applicano anche se l'errore sul fatto che costi-
tuisce il reato è determinato dall'altrui inganno; ma, in tal caso, del fatto commesso
dalla persona ingannata risponde chi l'ha determinata a commetterlo.» (art. 48 c.p.)

Anche qui, come nell’ipotesi del costringimento fisico, la legge prevede il “trasferimento”
della responsabilità penale dall’autore “materiale” (o immediato) all’autore mediato di esso.
In modo ancor più evidente, l’art. 48 c.p. conferma, dunque, che “autore” del fatto non è
tanto colui al quale esso può essere riportato sul piano strettamente causale, ma chi ha la “signoria”
del fatto stesso, vale a dire la reale padronanza dei decorsi causali.
Beninteso, l’esecutore materiale del fatto non sfuggirà alla responsabilità per delitto colposo,
qualora nell’indursi ad agire – sia pure per effetto dell’altrui inganno – abbia tuttavia violato

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elementari misure di cautela. È il caso del cacciatore che accetti precipitosamente l’esortazione a
sparare da parte del compagno di battuta, senza esercitare il benché minimo controllo sulle sue
affermazioni.

3. Il reato “putativo” e il reato “impossibile” (art. 49 c.p.)


«1. Non è punibile chi commette un fatto non costituente reato, nella supposizione erronea
che esso costituisca reato.
2. La punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell'azione o per l'inesistenza
dell'oggetto di essa, è impossibile l'evento dannoso o pericoloso.
3. Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, se concorrono nel fatto gli elementi co-
stitutivi di un reato diverso, si applica la pena stabilita per il reato effettivamente com-
messo.
4. Nel caso indicato nel primo capoverso, il giudice può ordinare che l'imputato prosciolto
sia sottoposto a misura di sicurezza.» (art. 49 c.p.)

Non si può considerare punibile chi commette un fatto non costituente reato nella erronea
supposizione che questo costituisca reato, per il semplice fatto che la fattispecie realizzata è
irrilevante per il diritto penale, non essendo stata legalizzata1.

Maggiormente problematica è la disposizione contenuta nell’art. 49 comma 2 c.p., che esclude la


punibilità quando «per la inidoneità dell'azione o per l'inesistenza dell'oggetto di essa, è
impossibile l'evento dannoso o pericoloso».
Questa disposizione sembra enunciare in modo molto esplicito la regola secondo cui
l’incriminazione deve considerarsi limitata solo a quei fatti che presentino l’idoneità per
un’aggressione effettiva degli interessi tutelati, mentre non può ritenersi estesa anche a quelli che
solo apparentemente si inquadrano nel tipo della condotta violata, poiché mancano di ogni
attitudine offensiva: un fatto conforme al modello legale, ma al tempo stesso privo di ogni lesività
sembra una contraddizione in termini.
Dall’art. 49 comma 2 c.p. si ricava una sorta di principio di offensività, per cui l’illecito penale
si configura solo in funzione della effettiva aggressione a qualcosa che rappresenta un bene
della comunità o del singolo, così importante da doversi tutelare con la minaccia della pena: non
può, in effetti, ravvisarsi un illecito penale laddove non solo manchi una lesione effettiva del bene
tutelato, ma neppure vi era la possibilità che tale lesione si determinasse sotto dorma di pericolo
come conseguenza dell’azione commessa (si consideri il caso dell’alterazione di banconote in modo
così grossolano da non risultare idoneo a trarre in inganno chicchessia: per esempio aggiungendo
con pennarello uno zero alla cifra indicata sulle banconote vere).

1
L’art. 1 c.p. stabilisce, infatti, che: «Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto
come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite.»

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La funzione dell’art. 49 comma 2 c.p. è proprio quella di consentire il superamento di limiti
connessi con un’accezione puramente causale della fattispecie, assumendo la lesione del bene
protetto come punto di riferimento dell’idoneità della condotta.
N.B.: quando un soggetto si adopera per commettere un reato predisponendo mezzi idonei allo
scopo e, ciò nonostante, non si verifichi alcuna lesione del bene protetto (es.: Tizio spara a Caio,
mancando il bersaglio), si ricade nella fattispecie del reato tentato.

CAPITOLO II

CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE E ALTRE IPOTESI DI


NON PUNIBILITÀ

Premessa
In verità, la nostra legge non utilizza mai l’espressione “cause di giustificazione”, né altre locuzioni
comunque impegnative dal punto di vista dommatico; si limita, per lo più, a qualificare determinati
soggetti o determinati comportamenti come non punibili.
Le cause di giustificazione rappresentano la codificazione di regole per lungo tempo elaborate
dalla scienza giuridico-penale, e poi fissate nell’ordinamento positivo in puntuali formule
legislative, allo scopo di perseguire certezza e uniformità nell’applicazione del diritto.
L’elaborazione delle cause di giustificazione si ricollega a quell’ulteriore momento valutativo della
fattispecie tipica realizzata in cui vengono in rilievo i presupposti che consentono di formulare un
giudizio di responsabilità individuale per la commissione del fatto tipico: concernono, in altre
parole, il giudizio di colpevolezza.
Si può dire, quindi, che la dimensione della tipicità, da un lato, e quella della
colpevolezza, dall’altro, segnano i confini entro i quali deve essere collocata una serie di
ipotesi di non punibilità che è definita, a monte, dalla sussistenza di un fatto tipico, e, a valle,
dalla rilevanza di condizioni o qualità personali dell’agente, che vengono in considerazione
esclusivamente ai fini del giudizio della colpevolezza individuale.
In presenza di una causa di giustificazione il fatto è lecito.
In presenza di una causa di non punibilità (o di esenzione della pena) il fatto è illecito e il
soggetto non viene scusato, ma la pena non viene irrogata per ragioni di politica criminale.

1. Cause di giustificazione (cd. scriminanti)


In determinate circostanze la difesa di un diritto, il mantenimento o il ripristino della legalità,
la salvaguardia del più elementare fra i diritti – quello alla conservazione della vita e della
salute – rendono necessaria la commissione di un fatto tipico: in queste ipotesi l’agente non ha
alcuna possibilità di scelta, se non fra l’inadempimento di un dovere giuridico e la commissione di
un fatto previsto come reato; si può dire, quindi, che il realizzarsi dell’ordinamento giuridico
richiede necessariamente il realizzarsi del fatto tipico.
Sono cause di giustificazione:

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 il consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.);
 l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere (art. 51 c.p.)
 la legittima difesa (art. 52 c.p.);
 l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.);
 lo stato di necessità (art. 54 c.p.).

In queste ipotesi è lo stesso ordinamento che “autorizza” la commissione del reato, in ragione della
difesa di un diritto o dell’adempimento di un dovere.

1.1 Il consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.)


«1. Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può
validamente disporne.» (art. 50 c.p.)

Il fondamento specifico di questa ipotesi di giustificazione viene individuato nel venir meno,
da parte dell’ordinamento, dell’interesse alla tutela di un bene giuridico alla cui integrità lo
stesso titolare del bene non mostra di avere interesse, ovvero subordina tale interesse al
raggiungimento di uno scopo diverso.
Tipico esempio è quello del volontario che accetti di farsi inoculare il virus del raffreddore per
consentire a un ricercatore di studiare le capacità immunizzanti.
I limiti di applicabilità dell’esimente in questione coincidono con quelli assegnati
dall’ordinamento all’autonomia dei privati.
Perché la fattispecie del consenso giustificante si configuri validamente è necessario che ricorrano
alcune condizioni:
a) la validità del consenso: il soggetto che presta il consenso deve essere capace di intendere
e di volere, nonché capace di valutare il significato e la portata della lesione dei beni a cui
presta il suo assenso. Per consentire validamente alla lesione di diritti patrimoniali è
necessaria la capacità di agire. Inoltre, per essere valido, il consenso non deve essere
viziato, ovvero:
 non deve essere prestato per errore;
 non deve essere estorto con la violenza;
 non deve essere carpito con dolo.
Il consenso, per di più, deve sussistere al momento della commissione del fatto. Tuttavia,
in alcuni casi, il consenso può essere anche tacito o desumersi da fatti concludenti: si parla,
a questo riguardo, anche di consenso presunto, categoria nella quale si fanno rientrare le
ipotesi in cui, pur dovendosi escludere l’esistenza del consenso nel momento in cui si
compie l’azione, è tuttavia ragionevole presumere che, se l’avente diritto fosse stato in
condizioni di decidere, avrebbe prestato il consenso (si pensi al caso di chi si introduce
nell’abitazione vuota del vicino per estinguere un principio di incendio; o al caso, essendo
rimasto incosciente a seguito di un trauma, viene sottoposto ad un intervento d’urgenza).
b) la disponibilità del diritto o del bene la cui lesione è oggetto del consenso: sono
considerati disponibili i diritti che attengono ai beni individuali, o comunque di esclusiva
pertinenza del privato, tra i quali rientrano:
 i diritti patrimoniali;

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 i diritti inerenti alla sfera della personalità, seppur con notevoli limiti (onore, libertà
personale, diritto alla riservatezza, ecc.).
In particolare, per quanto concerne il bene dell’integrità fisica, ci è concordia di opinioni
circa i limiti in cui il consenso può assumere efficacia giustificante. Tale limite è
individuato nella indisponibilità del bene della vita, come si desume dall’art. 579 c.p.
(omicidio del consenziente), dall’art. 580 c.p. (istigazione al suicidio) e dall’art. 5 c.p., che
vieta gli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente
dell’integrità fisica.

1.2 L’esercizio di un diritto e l’adempimento di un dovere (art. 51 c.p.)


«1. L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o
da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità.
2. Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell'autorità, del reato risponde
sem- pre il pubblico ufficiale che ha dato l'ordine.
3. Risponde del reato altresì chi ha eseguito l'ordine, salvo che, per errore di fatto abbia
ritenuto di obbedire a un ordine legittimo.
4. Non è punibile chi esegue l'ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun
sindacato sulla legittimità dell'ordine.» (art. 51 c.p.)

Questa norma esprime in modo molto netto i termini del rapporto conflittuale che si instaura fra la
norma penale incriminatrice e un’altra norma dell’ordinamento giuridico che sia fonte di diritti o di
doveri, quando gli uni o gli altri non possono realizzarsi se non attraverso il compimento di un
reato.
L’art. 51 c.p. si potrebbe definire una esimente “in bianco”, in quanto implica
necessariamente il rinvio ad un’altra norma. E poiché l’effetto giustificante comporta la non-
applicazione della norma penale, ne consegue che la fonte originaria del principio di
giustificazione non può che essere rinvenuta nella legge ordinaria (statuale) o in una norma
costituzionale. L’antigiuridicità del fatto resta esclusa in virtù del principio di
non contraddizione, in forza del quale l’ordinamento non può, da un lato, riconoscere
l’esistenza di un diritto, e, dall’altro sanzionare penalmente le condotte in cui l’esercizio di
tale diritto si concreta.

1.3 la legittima difesa (art. 52 c.p.)


«1. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di
difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta,
sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa.
2. Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di pro
porzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente
in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo
al fine di difendere:
a) la propria o la altrui incolumità;
b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.

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3. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia
avve- nuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, profes-
sionale o imprenditoriale.» (art. 52 c.p.)

La definizione normativa della “legittima difesa” è contenuta nel primo comma dell’art. 52 c.p..
Alla base della non punibilità dell’azione commessa in stato di legittima difesavi sono il diritto di
autotutela del singolo e le esigenze di difesa del diritto contro l’illecito.
Secondo la Cassazione «La difesa individuale del diritto proprio o altrui contro una violenza
attuale ed ingiusta è legittima perché determinata dalla necessità di evitare un danno
irreparabile in un momento in cui la difesa dello Stato non può esercitarsi, o è insufficiente.»;
d’altronde, chi difende da un inopinato attacco i propri interessi giuridicamente tutelati,
difende sempre, al tempo stesso, anche l’ordinamento giuridico, come sistema di regolamento
della convivenza civile e di tutela dei diritti individuali.

Caratteristiche essenziali dell’azione difensiva legittima sono:


 la lesione di un diritto proprio o altrui, tra i quali vi sono:
 diritti elementari della persona:
o diritto alla vita e all’incolumità (propria e altrui);
o diritto alla libertà personale (propria e altrui);
o diritto alla libera autodeterminazione sessuale;
o diritto alla inviolabilità del domicilio;
o diritto alla dignità personale (propria e altrui);
o diritto di immagine (propria e altrui), ecc.
 interessi collettivi o diffusi (ad esempio in materia di difesa ambientale);
 l’attualità del pericolo di offesa: infatti, se l’azione difensiva venisse intrapresa quando il
pericolo di offesa è stato altrimenti scongiurato, e quindi non più esistente, si tratterebbe non
più di azione “difensiva”, bensì di azione “punitiva”;
 la necessarietà dell’intervento difensivo, che è determinata dalla imminente (e quindi
attuale) esigenza di neutralizzare con certezza e senza eccesso l’aggressione.
È in questa chiave che va affrontata la problematica della “comoda fuga”, espressione con
cui ci si riferisce alle ipotesi in cui il soggetto aggredito poteva sottrarsi al pericolo con la
fuga, senza correre alcun rischio, cosicché non si potrebbe dire che il soggetto si trovava
“costretto ad agire”: si ritiene, infatti, che sussista un vero e proprio “obbligo di fuga”,
sempre che questa costituisca una alternativa valida e sicura, che non esponga
l’aggredito a rischi analoghi o addirittura superiori. La fuga è senz’altro obbligatoria
quando il pericolo di offesa provenga da bambini o da incapaci.

Non può considerarsi ingiusto il pericolo di lesione che corrisponde all’esercizio di un diritto o
di una facoltà legittima, o commessa nell’adempimento di un dovere (come nell’ipotesi di un
arresto obbligatorio).
L’ingiustizia dell’attacco, comunque, non implica necessariamente la punibilità
dell’aggressione, e neppure l’antigiuridicità del fatto: basti pensare alle altre condotte,
egualmente “non punibile”, ma per un titolo diverso dall’esercizio del diritto o dall’adempimento
del dovere (si pensi al furto fra stretti congiunti, non punibile ex art. 649 c.p.).

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Certamente, per la determinazione del requisito di ingiustizia dell’offesa non ci si può porre dal
punto di vista dell’aggredito: l’aggressione è ingiusta tutte le volte che l’aggredito, alla stregua
dei principi dell’ordinamento giuridico, non è tenuto a subirla.

I limiti a cui devono attenersi gli organi pubblici, nell’intervento a tutela dei beni giuridici
minacciati da un pericolo di offesa, costituiscono anche il criterio di “proporzione” che
condiziona la legittimità dell’azione difensiva: la proporzione deve configurarsi in una
prospettiva valutazione di equilibrio fra azioni: quella offensiva e quella difensiva.
La legittima difesa, proprio in quanto riaffermazione del diritto, non può non
svolgersi nel rispetto dei valori che sono alla base dell’ordinamento giuridico.

«Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54, si eccedono
colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall'ordine dell'autorità ovvero imposti dalla necessità,
si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come
delitto colposo.» (art. 55 c.p.)

1.4 L’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.)


«1. Ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti, non è punibile il pubblico
ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di
far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla ne-
cessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all'autorità e comunque di
impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro avia-
torio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di
per- sona.
2. La stessa disposizione si applica a qualsiasi persona che, legalmente richiesta dal pub-
blico ufficiale gli presti assistenza.
3. La legge determina gli altri casi, nei quali è autorizzato l'uso delle armi o di un altro
mezzo di coazione fisica.» (art. 53 c.p.)

Questa causa di giustificazione sussidiaria: può trovare applicazione solo quando non risulti
applicabile né l’art. 51 c.p, né l’art. 52 c.p., ovvero quando non ricorrano gli estremi costitutivi
dell’esercizio di un diritto, o della legittima difesa
È stata prevista specificamente per i pubblici ufficiali; è estensibile anche ai
privati che abbiano prestato assistenza ad un pubblico ufficiale, ma solo in quanto si tratti di
persona da questi legalmente richiesta.
Con l’art. 53 c.p. il legislatore del 1930 intese sicuramente affermare con forza il principio della
prevalenza del potere coercitivo pubblico sugli interessi individuali – si sarebbe tentati di dire ad
ogni costo, anche a scapito di interessi individuali come la vita, l’incolumità e la libertà personale –.
Dal punto di vista sistematico, però, non si comprende la funzione di una norma ad hoc, dal
momento che l’art. 51 c.p. sicuramente “copre” la condotta del pubblico ufficiale, per quanto attiene
all’esercizio appropriato (e necessitato) della forza, al fine di superare eventuali ostacoli frapposti
all’adempimento dei suoi doveri di ufficio.
Appare dunque fondato il dubbio che l’autonoma previsione, in forma sussidiaria, dell’ipotesi
prevista dall’art. 53 c.p. debba essere posta in relazione con il fato che, fra i requisiti della

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giustificazione, la legge non menziona né la legittimità dell’operato del pubblico ufficiale, né tanto
meno la proporzione tra offesa e difesa, ritagliando alla norma uno spazio di applicazione autonomo
rispetto alle ipotesi previste dagli artt. 51 e 52 c.p..
Così interpretata, però, la disposizione dell’art 53 c.p. dovrebbe essere ritenuta
costituzionalmente illegittima, poiché autorizzerebbe la lesione di diritti inviolabili al di fuori di
ogni logica di proporzione tra mezzi e fini.
I criteri di interpretazione suggeriti dalla giurisprudenza e dalla dottrina per la definizione dei limiti
di questa causa di giustificazione, tendono perciò ad offrire una lettura restrittiva del contenuto
dell’art. 53 c.p., riconducendolo all’alveo dei principi che caratterizzano l’ordinamento vigente.

1.5 Lo stato di necessità (art. 54 c.p.)


«1. Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di sal-
vare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non
volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al
pericolo.
2. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi
al pericolo.
3. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di
neces- sità è determinato dall'altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla
persona minacciata risponde chi l'ha costretta a commetterlo.» (art. 54 c.p.)

Lo stato di necessità ha in comune con la legittima difesa l’attualità del pericolo di lesione per i
beni protetti (che non deve essere determinato dall’agente stesso) e la “costrizione” ad agire
(commettendo un reato) per scongiurare il pericolo stesso.
Lo stato di necessità è esente da pena solo quando si sia trattato di scongiurare il pericolo
attuale di un danno grave alla persona propria o altrui. La gravità del danno va determinata sia
dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
La valutazione circa l’esistenza di valide alternative alla commissione del fatto tipico deve essere
compiuta tenendo conto della concreta possibilità di farvi tempestivo ricorso da parte dell’agente.
Lo stato di necessità può essere “difensivo” o “aggressivo”:
 si parla di stato di necessità “difensivo” quando la fonte del pericolo che ha determinato
la commissione di un reato è in qualche modo riconducibile alla sfera giuridica del
titolare dell’interesse che viene sacrificato: si pensi al caso di chi provveda a demolire un
manufatto che, per incuria da parte del proprietario, minaccia di crollare rovinosamente, con
pericolo per l’incolumità delle persone;
 si parla di stato di necessità “aggressivo” quando il titolare dell’interesse leso è
completamente estraneo rispetto alla situazione pericolosa da cui nasce la necessità di

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commettere un reato: si pensi al caso di chi si impossessi di un’autovettura per sfuggire
all’aggressione di un malvivente che lo minaccia con una pistola.

La differenza tra stato di necessità difensivo” o “aggressivo” rileva essenzialmente sul piano
civilistico: il fatto compiuto in stato di necessità, infatti, può far nascere obbligazioni di
risarcimento per il danno cagionato al terzo, ex art. 2045 c.c..
Parte della dottrina ha sostenuto, basandosi sull’obbligazione civilistica del risarcimento del danno
ex art. 2045 c.c., che lo stato di necessità, più che una causa di giustificazione, configuri una causa
di esclusione della colpevolezza, dal momento che permane il connotato di antigiuridicità del fatto –
e l’obbligazione di risarcimento ne è la prova –. Secondo questa parte della dottrina, il fondamento
della non punibilità, trattandosi pur sempre di un fatto antigiuridico, andrebbe ricercato nella
impossibilità di esigere dall’autore un comportamento conforme al precetto, risolvendosi, pertanto,
in un elemento negativo della colpevolezza.
Secondo un’altra parte della dottrina, invece, il fondamento della non punibilità
risiederebbe esclusivamente nel principio di bilanciamento degli interessi in conflitto: quando dalla
comparazione tra i beni in conflitto emerga un giudizio di prevalenza del bene alla cui salvezza
mirava l’azione illecita, tale azione dovrebbe ritenersi non antigiuridica, e quindi giustificata.

2. Altre ipotesi di non punibilità (art. 649 c.p.)


Fuori della logica della giustificazione si pongono, infine, altre ipotesi di non punibilità determinate
da scelte politico-criminali di rinunzia all’esercizio della potestà punitiva, quando esso
comporterebbe l’intrusione in esperienze comunitarie – tipicamente la famiglia – le cui regole si
collegano a delicati equilibri interni.
L’art. 649 c.p. dichiara non punibili i delitti non violenti contro il patrimonio commessi nei
confronti di un ascendente o di un discendente, di un affine in linea retta, dell’adottante o
dell’adottato, del fratello o della sorella che convivano con l’autore.
Altre ipotesi di non punibilità sono rappresentate (vedi pag. 403)

3. Cause di esclusione dell’imputabilità del fatto e della irrogazione della pena


«1. Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge dome reato, se al
momento in cui lo ha commesso, non era imputabile.
2. È imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere.» (art. 85 c.p.)

In presenza di una causa di non punibilità (o di esenzione della pena) il fatto è illecito e il
soggetto non viene scusato, ma la pena non viene irrogata per ragioni di politica criminale.
Sono cause di esclusione della punibilità:
 l’età minore;
 l’infermità mentale;
 il sordomutismo.

Sono cause di diminuzione della punibilità:


 l’intossicazione cronica da alcol o sostanze stupefacenti:
 l’ubriachezza accidentale:

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In queste ipotesi l’ordinamento rinuncia all’esercizio della potestà punitiva in quanto l’autore del
reato, non essendo capace di percepire la realtà esterna e di rapportarsi ad essa, in guisa tale da
comprendere anche il significato del proprio agire, non è capace nemmeno di comprendere il
significato rieducativo della pena. Al più, in queste ipotesi, troveranno applicazione misure di
sicurezza come il ricovero in una casa di cura e custodia, o il ricovero in ospedale psichiatrico
giudiziario.

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