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il nome della rosa riassunto

capitolo per capitolo con


approfondimento su luoghi
Italiano
13 pag.

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IL NOME DELLA ROSA
Nota: Nel 1968 l’autore trova un manoscritto del XIV secolo di Adson da Melk, tradotto in francese
da Mabillon, e ne fu talmente assorbito che ne stese di getto una traduzione. Poi gli fu sottratto e gli
rimasero solo dei suoi quaderni e il riferimento alla fonte, Vetera analecta, che però non
corrispondeva al manoscritto che lui aveva letto. A Buenos Aires gli capitò tra le mani un libretto in
cui lesse numerose citazioni attinte dal manoscritto di Adso, questo gli permise di porre la storia in
un periodo preciso, fine novembre 1327, e in un luogo approssimativo, lungo l’Appennino, tra
Piemonte, Liguria e Francia. Adso l’aveva scritto negli ultimi anni del XIV secolo, con la tradizione
bassa medievale latina, pensando e scrivendo come un monaco non toccato dalla rivoluzione del
volgare. Nel tradurlo, l’autore doveva conservare in latino quei passaggi che anche gli altri
traduttore avevano lasciato. L’autore si sente libero di raccontare la storia di Adso, così lontana nel
tempo, priva di rapporto cn i nostri tempi. Essa è storia di libri e la sua lettura può spingerci a dire:
“Ho cercato la pace ovunque e non l’ho trovata da nessuna parte se non in un angolo di
libro.”
Mattutino 2.30-3

Laudi 5-6
Prima 7.30 prima dell’aurora

Terza 9

Sesta mezzogiorno
Nona 14-15

Vespro 16.30 al tramonto


Compieta 18
Prologo: Il narratore e frate benedettino, Adso, nella cella del monastero di Melk, si accinge a
testimoniare gli eventi a cui assiste in gioventù. Per comprendere meglio questi eventi mostra il
quadro degli eventi del secolo: Clemente V trasferì la sede apostolica ad Avignone lasciando Roma
tra le lotte dei signori locali. Nel 1314 furono eletti due imperatori tedeschi, Ludovico di Baviera e
Federico d’Austria, sconfitto da Ludovico nel 1322. Nel 1316 diventò papa Giacomo di Cahors,
Giovanni XXII, che scomunicò Ludovico, il quale lo definì eretico, e condannò l’ordine dei
francescani. Il padre portò Adso in Italia per combattere al fianco di Ludovico e presto lo affidò ad
un dotto francescano, Guglielmo da Baskerville, che lo portò con se in varie abbazie per compiere
una missione a lui ignota. Adso non fornisce descrizioni fisiche, eccetto quella di Guglielmo, che lo
colpisce particolarmente. Egli era invaso dalla curiosità, motivo per cui non perdeva mai energie,
non seguiva così fermamente la regol a e utilizzava sempre delle strane macchine, le quali, secondo
lui, esprimono la volontà di Dio.
PRIMO GIORNO
prima Guglielmo e Adso arrivano all’abbazia; lungo il percorso incontrano dei monaci in cerca di
un cavallo, quello dell’abate. Guglielmo indica loro dove si fosse diretto, anche senza averlo visto,
ma osservando la natura, dando dimostrazione di grande intelligenza. Segue una descrizione molto
approfondita dell’esterno e dell’interno dell’Abbazia, ben proporzionata e con dettagli che
rimandano sempre a Dio.
terza I due monaci si ristorano e vengono svegliati dall’abate che vuole parlare con Guglielmo. La
loro conversazione si incentra su i criteri dell’inquisizione e sulla morte di Adelmo da Otranto,
monaco trovato in fondo alla scarpata. si esclude il suicidio a causa della finestra chiusa, quindi
l’abate incarica Guglielmo di indagare sul presunto assassino, nascondendo lui stesso qualcosa. La
conversazione si conclude con la spiegazione del motivo per cui nessuno può entrare nella
straordinaria biblioteca dell’abbazia, eccetto i bibliotecari.
sesta Il narratore si dilunga con una descrizione approfondita sul portale della Chiesa. Appare
Salvatore, un vagabondo, che parla loro in lingua molto ambigua. Entrati, incontrano Ubertino da
Casale. Descrive poi gli eventi di quegli anni, per comprende meglio la sua vicenda: la chiesa cerca
di nuovo la povertà per potersi purificare dagli elementi di corruzione; nasce l’ordine degli
spirituali. Il Papa Bonifacio VIII con una bolla, firma cautela, condanna gli spirituali. Lacuria,
considerando l’ordine eretico, cerca di uccidere Ubertino, spirituale, obbligando a proteggersi
nell’abbazia. I monaci discutono anche sul motivo per cui Guglielmo termina la sua carica di
inquisitore e dell’evento che si sarebbe svolto qualche giorno dopo.

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IL NOME DELLA ROSA
verso nona Il monaco francescano e il novizio Adso incontrano Severino, erborista, con cui il
Guglielmo intrattiene una dottissima conversazione, al cui fine gli pone qualche domanda sulla
morte di Adelmo. Severino porta loro a visitare la cucina e il refettorio, descritti dettagliatamente
dal narratore.
dopo nona I due monaci visitano lo scriptorium con profonda ammirazione, qui intrattengono una
conversazione con il bibliotecario, Malachia da Hildesheim, che presenta loro tutti i monaci dentro
la stanza. Visitano la postazione di Adelmo notando la stranezza dei suoi disegni, al contrario, i
quali scatenano anche sorrisi. Arriva Jorge da Burgos, il quale rinnega questo mondo, opposto a
quello stabilito da Dio, con fine di insegnamento dei precetti divini, e condanna le loro risa. La
discussione sull’argomento si amplia ai presenti nella sala che difendono il defunto.
Vespri I due monaci visitano il resto dell’abbazia, incontrando il vetraio Nicola da Morimondo. Con
lui parlano delle sue opere, dei vetri per leggere e di strane magie che sembra accadano di notte in
biblioteca. Guglielmo sostiene che non sempre i segreti della scienza debbono andare nelle mani di
tutti, perché alcuni potrebbero usarne per cattivi propositi, quanto il fine è solo prolungare la vita
stessa dell’uomo. Rimasti soli, continuano a vagare per l’edificio, Guglielmo conclude che sarebbe
molto più facile se Adelmo si fosse ucciso, perché l’evento si spiegherebbe con minor numero di
cause.
Compieta I monaci si recano al refettorio e consumano il pasto godendo dell’ospitalità eccezionale
dell’abate. Durante la lettura di un capitolo della regola, Jorge inizia una conversazione contro i
monaci, sul riso, argomento trattato il giorno stesso. L’abate presenta Guglielmo a tutti i monaci e li
informa sulla sua indagine riguardo la morte di Adelmo. In conclusione, si recano al coro, dove
Guglielmo scopre una porta segreta, di uso esclusivo del bibliotecario, per entrare nell’edificio dopo
aver chiuso le porte dall’interno.
SECONDO GIORNO
Mattutino Tutti i monaci si svegliano e partecipano a mattutino e laudi, fin quando vengono
interrotti dalla scoperta del cadavere di Venanzio, posto a testa in giù in un vaso di sangue.
Guglielmo, dalle impronte sulla neve, ipotizza che sia stato ucciso nella biblioteca. I due monaci si
recano nel laboratorio di Severino, l’erborista, che nostra loro la sua collezione di erbe. Si ipotizza
anche che Venanzio sia stato avvelenato, dall’assenza di segni sul corpo.
Prima Guglielmo individua i due monaci più ansiosi, Bencio da Upsala e Berengario, così da
interrogarli nel momento di maggiore debolezza. Da Bencio viene a sapere che Adelmo e Venanzio
avevano parlato con Berengario pochi giorni prima. Gli parla anche della discussione avvenuta in
biblioteca con Jorge e Malachia, quindi gli consiglia di cercare in biblioteca. Berengario ammette di
aver visto Adelmo, il fantasma, nel cimitero che diceva di essere reduce dall’inferno. Berengario
vuole essere confessato, ma Guglielmo non lo fa perché tutti devono sapere la verità sull’accaduto,
e non solo il confessore. Guglielmo infine suppone nuovamente che Adelmo si sia suicidato. Segue
una breve conversazione tra Guglielmo e il novizio sulle colpe e sul cambiamento della Chiesa
negli anni riguardo a questo argomento.
Terza Al momento della colazione, i due monaci parlano con Aymaro da Alessandria, che esprime il
suo disprezzo verso l'atteggiamento conservatorio dell'Abate riguardo l’abbazia, mentre nelle città
la gente commercia e si arricchisce; Aymaro vorrebbe che anche loro si tenessero al passo coi tempi
fabbricando libri per le università. I due si recano poi allo scriptorium. Qui vedono un libro greco
che stava consultando Venanzio, favole pagane, e Berengario spiega loro che era stato
commissionato dal signore di Milano ma che ne sarebbe stata fatta anche una copia per l'abbazia.
Jorge ricorda che nell'abbazia si tengono opere buone e cattive e si riprende il dibattito sul riso tra il
vecchio monaco e Guglielmo. Quest’ultimo si scusa ammettendo di avere torto. Bencio gli chiede di
parlargli e gli dà appuntamento dietro ai balnea.
Sesta Bencio racconta del desiderio carnale di Berengario per Adelmo; quest’ultimo, per
accontentare una voglia dell’intelletto, decide di piegarsi al ricatto, al peccato della carne,
concedendosi a Berengario. Quella notte, Adelmo, subito dopo il fatto, corre da Jorge per
confessarsi e poi si dirige in chiesa per pregare. Ad assistere alla scena, di notte, ci sono Bencio e
Venanzio, con cui si confessa Adelmo, questo svela una correlazione tra i due omicidi. Guglielmo
suppone che il racconto di Bencio sia vero, stila quindi una lista di sospettati e un ipotesi
dell’omicidio. I due monaci cercano di scoprire come si entra in biblioteca di notte.
Nona Guglielmo e Adso vanno in chiesa per una riunione con l'Abate, e questo loda le ricchezze
della sua abbazia, ritenendo che per glorificare il Signore servano anche quelle. Poi l'Abate e
Guglielmo parlano dei contrasti tra l'imperatore, i francescani, i benedettini e, dall'altro lato, il papa.
Discutono se si possano mettere alla stessa stregua i minoriti del capitolo di Perugia e qualche
banda di eretici come gli pseudo apostoli di fra Dolcino, Guglielmo sostenendo di no, al contrario
dell'Abate. Alla fine i due, pur essendo di vedute diverse, si dicono pronti a collaborare per il
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IL NOME DELLA ROSA
successo dell'incontro e per la scoperta di un assassino. Terminato il colloquio, Guglielmo manda
Adso a dormire.
Dopo vespri Adso si sveglia e trova Guglielmo, appena stato nello scriptorium, dove tutti i monaci
provavano a dissuaderlo di guardare le carte di Venanzio. Passeggiano nel chiostro e incontrano
Alinardo da Grottaferrata, centenario che svela loro come entrare nell'Edificio di notte: c'è un
passaggio segreto (di cui molti monaci sanno ),l’ossario, che dalla chiesa porta fino alla cucina. Vi
si accede spingendo gli occhi di un teschio alla base dell'altare della terza cappella nella chiesa.
Compieta Dopo l’ufficio di compieta Guglielmo e Adso non vanno nella cella come gli altri.
Riescono ad aprire il passaggio per l'ossario e raggiungono lo scriptorium. Qui scoprono che
qualcuno ha rubato il libro greco di Venanzio, lasciando solo una pergamena. Adso ne sfiora
accidentalmente con la fiamma del lume il retro e si rendono visibili delle scritte in un alfabeto
criptato che dovranno essere decifrate. Un ombra nascose ruba gli occhiali di Guglielmo; essa fugge
nel refettorio inseguito da Adso, ma da lì non se ne hanno più tracce, è scappato attraverso uno dei
tanti passaggi segreti dell'abbazia. Adso ricopia quei segni su una tavoletta, i quali in seguito
verrano decifrati da Guglielmo, quindi si avviano verso la biblioteca.
Notte La prima stanza ha cinque lati e su quattro pareti si trovano altre stanze, tutte uguali, eccetto
per il numero di porte. Su ogni porta c'è un cartiglio con delle parole in latino tratte dal libro
dell'Apocalisse che in alcune porte si ripetono. In ogni stanza, al centro, c’è un tavolo su cui ci sono
libri, altri si trovano in enormi armadi, situati lungo le pareti. Guglielmo e Adso si perdono e
trovano prima uno specchio deformante, poi un lume che procura visioni a chi respira l'odore e
dopo due feritoie da cui proviene l'aria esterna, che ricordano dei gemiti di fantasmi: tutti metodi
per allontanare i curiosi. Ormai perso le speranze, trovano la sala da cui erano partiti e tornano ai
dormitori. Trovano l'Abate che li cercava da tempo per dir loro che Berengario non c'era a
compieta e a mattutino è ancora introvabile.
TERZO GIORNO
Da laudi a prima L’abate muove tutti i monaci alla ricerca di Berengario, senza risultato. Viene però
trovato un panno sporco di sangue sotto il pagliericcio della cella di Berengario. Guglielmo si
intrattiene con il maestro vetraio mentre Adso si addormenta in chiesa, entrambi attendendo lo
svilippo degli eventi
terza Quando si sveglia, Adso va nello scriptorium e con la scusa di consultare l’elenco dei libri
nota quanta calma e serenità ci sia nei volti dei monaci, nonostante i monaci scomparsi. Riflette sul
ruolo dei monaci scrivani, che in quei tempi sono curiosi conoscere, e sul ruolo delle abbazie
riguardo la conoscenza rispetto alle università cittadine, le abbazie infatti non devono far dilagare il
sapere se vogliono mantenere il prestigio. Infine si reca in cucina.
Sesta tra un boccone e l’altro, Salvatore racconta la sua vita ad Adso. Egli fuggi dal suo paese
d’origine, colpito da carestia, e iniziò a vagare unendosi a gruppi di semplici.
Guidato da un monaco e un sacerdote, il popolo affamato si convince che i veri nemici della fede
siano gli ebrei, fanno quindi razzia dei luoghi in cui vanno, uccidendoli. Salvatore conosce
Remigio, che gli affida il compito di suo aiutante; grazie a lui arriva nell’abbazia in cui è adesso,
nella quale può mangiare senza rubare e lodando Cristo senza seguire la vera regola dell’ordine .
In cucina parla con Salvatore, che gli racconta la sua vita. Partito dal suo villaggio natio nel
Monferrato, errò per varie terre, la Liguria, la Provenza e le terre del re di Francia. Prima era stato
uno dei tanti vagabondi disonesti che si aggiravano in tutta Europa, ma poi si era aggregato a un
convento di minoriti in Toscana e aveva indossato il saio di San Francesco senza prendere gli
ordini; infine arrivò a Casale nel convento dei minoriti, dove conobbe il cellario che lo prese come
suo aiutante e lo portò con sé all'abbazia. Alla domanda di Adso se abbia mai conosciuto fra
Dolcino, Salvatore cambia atteggiamento nei confronti del novizio e se ne va con un pretesto. Così
Adso decide di andare a cercare Ubertino per saperne di più su quell'uomo che incute tanto terrore,
ma non lo trova se non la sera.
Nona Adso raggiunge Guglielmo presso Nicola, dove stanno provando gli occhiali, e gli racconta
ciò che gli ha narrato Salvatore; chiede poi le differenze tra i gruppi di eretici, per lo più composti
da semplici ed esclusi. Guglielmo viene chiamato dall'Abate e, mentre si avviano, dice di aver
codificato l'alfabeto di Venanzio e che la frase significa "La mano sopra l'idolo opera sul primo e sul
settimo dei quattro".
Vespri L'Abate informa Guglielmo di aver ricevuto una lettera in cui si informa che Bernardo
Guidoni, membro della legazione, avrebbe comandato i soldati francesi diretti all'abbazia per
difendere i legati del papa. Se l’assassino non fosse stato trovato avrebbe dovuto concedere a
Bernardo la sorveglianza dell’abbazia.. Berengario non è ancora stato visto. Guglielmo ipotizza un
modo per orientarsi nella biblioteca, con la bussola, poi abbandona l’idea, incerto del
funzionamento. Descrivono quindi la biblioteca dall’esterno. Guglielmo nota che ogni stanza è
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IL NOME DELLA ROSA
contrassegnata da una lettera dell'alfabeto (l'iniziale di ogni versetto) e tutte insieme, iniziando dalle
scritte in rosso, compongono un testo. Adso va in chiesa a cercare Ubertino.
Dopo compieta Adso conosce da Ubertino la storia di fra Dolcino, il quale aveva imitato Gherardo
Segalelli, che radunò un buon numero di seguaci e li invitava ad essere simili agli apostoli.
Gherardo finì poi sul rogo come eretico impenitente. Dolcino cominciò a predicare a Trento e
quando vi fu cacciato andò con mille seguaci su un monte nel novarese, dove si unirono a lui molte
altre persone; iniziarono a saccheggiare i villaggi vicini, ma molti morirono di fame. Poi fu bandita
una crociata contro gli eretici e Dolcino si rifugiò su un altro monte, ma alla fine furono bruciati
tutti quanti. Poi Ubertino gli dice qualcosa sulle tentazioni del cellario e gli insegna ad amare solo la
Madonna.
Terminato il colloquio, Adso si reca da solo nella biblioteca attraverso l'ossario. Su un tavolo nello
scriptorium trova un libro su fra Dolcino e apprende quanto fu indolente mentre veniva torturato e
poi bruciato. Questo gli ricorda un rogo a cui aveva assistito a Firenze qualche mese prima.
L'imputato era Michele, un fraticello eretico che era visto dai semplici come un santo. Quindi si
dirige verso la biblioteca, dove guarda le miniature di alcuni libri (un leone, un uomo che lo
spaventa ancora più dell'animale e due donne) rimanendone turbato. Così corre giù verso il
refettorio e va in cucina per bere un bicchiere d'acqua, ma qui trova due ombre sul pavimento, una
delle quali fugge via. Adso si avvicina alla persona rimasta e si accorge che è una fanciulla,
tremante e recante in mano un involto. Le dice di essere un amico, lei risponde in un volgare che lui
non capisce, ma gli suona come un elogio alla sua giovinezza e bellezza. Così i due si denudano, lui
così frastornato, lei così dolce e sensuale. Quindi si addormenta e, quando si risveglia, la fanciulla
non c'è più e ne prova una gran tristezza. Vede l'involto che aveva la ragazza e vi trova dentro un
cuore di grandi dimensioni: così sviene.
Notte Adso si confessa con Guglielmo, che non vedendolo nella cella comincia a cercarlo,
trovandolo in cucina svenuto. Andando in chiesa incontrano Alinardo e riflettono sulla frase tratta
dall’apocalisse che ripete spesso. Notte Adso capisce che se ci fosse stato un terzo cadavere,
sarebbe stato affogato, e l’unico luogo possibile in cui fosse potuto succedere sarebbe stato il bagno.
Nella vasca infatti, trovano il cadavere.
QUARTO GIORNO
Laudi Il cadavere di Berengario viene disteso su un tavolo dell'ospedale e qui Guglielmo e Severino
lo esaminano, notando che i polpastrelli di alcune dita della mano destra, e un po' anche di quella
sinistra, sono scuri, cosa che Severino aveva notato anche a Venanzio; inoltre scoprono che anche la
lingua è nera. Ne concludono che forse i due avevano toccato e poi ingerito qualche veleno, e
Severino ricorda che qualche anno prima era sparita un'ampolla contenente una sostanza molto
potente. L'esistenza di questa sostanza era nota sicuramente all'Abate e a Malachia, forse anche a
Berengario e ad altri che erano nello scriptorium.
Prima Uscendo dall'ospedale, incontrano Malachia che entra e pare voler nascondere a Guglielmo e
ad Adso il vero motivo della visita. Guglielmo decide di interrogare Salvatore e proprio in quel
momento lo vedono e lo fermano. Guglielmo gli chiede della donna di quella notte e lui, intimorito,
gli dice che per compiacere il cellario gli procura delle ragazze del villaggio, poi gli chiede se aveva
conosciuto il cellario prima o dopo esser stato con Dolcino e quello ammette di essere stato
dolciniano, di essere poi fuggito insieme a Remigio ed entrato nel convento di Casale, infine di
essersi trasferiti tra i cluniacensi. Dopodiché interroga anche Remigio e, dopo vari giri di parole, il
cellario confessa di essere stato dolciniano e di cedere alle lusinghe della carne. Inoltre rivela che, la
notte in cui era stato ucciso Venanzio, un'ora dopo compieta, lo aveva trovato morto in cucina, con
una tazza infranta e segni di acqua (ma non sa se fosse realmente acqua) per terra e, la mattina, era
rimasto allibito scoprendolo nella giara. All'insinuazione di Guglielmo su Malachia, che avrebbe
potere di muoversi liberamente per l'Edificio, Remigio reagisce in malo modo e poi confessa che
anche Malachia è a conoscenza della sua storia. In quel mentre Severino gli porta le lenti trovate nel
saio di Berengario, e Guglielmo ne deduce che era stato proprio lui ad aver rubato il libro di
Venanzio, e poi Nicola gli porta un nuovo paio di occhiali. Così Guglielmo si ritira a decifrare il
messaggio di Venanzio e Adso va in chiesa e ricomincia ad essere ossessionato dalla fanciulla.
Terza Adso, innamorato, vede la ragazza ovunque, ed è felice ma soffre anche, perché non c'è
veramente. Incontra Guglielmo che ha tradotto il testo greco e suppone che fossero appunti di
Venanzio mentre leggeva il libro, ma non ne traggono molto, Guglielmo deve leggere altri libri per
capire di quale libro si sta parlando. Guglielmo fa delle ipotesi ma non è sicuro di nessuna.
Sesta Poi Guglielmo si rilassa e Adso, con Severino, va a cercare i tartufi con i porci. Avvista per
primo la legazione dei minoriti e corre ad avvisare il suo maestro. Il papa aveva invitato più volte
Michele da Cesena, ministro generale dell'ordine dei frati minori, ad Avignone, ma non si presentò,
così si era stabilito un pre-incontro tra una francescani e una legazione papale, per decidere sulle
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garanzie del viaggio ad Avignone. Guglielmo era stato incaricato dall'imperatore di prenderne parte.
A pranzo discutono su papa Giovanni XXII, sulla sua malvagità, mettendo in guardia Michele.
Nona Dopo arriva anche la delegazione papale, con Bernardo Gui, nemico di Guglielmo, il
cardinale Bertrando del Poggetto e gli uomini di Avignone. Dopo essersi scambiati due parole, si
congedano. Guglielmo va nello scriptorium a leggere altri libri per interpretare il testo di Venanzio,
mentre Bernardo interroga fratelli laici e contadini, mai i monaci, a differenza di Guglielmo.
Vespri Guglielmo e Adso incontrano Alinardo, il quale parla loro dell’Apocalisse, accennando ai
versetti del libro di Giovanni. Guglielmo insegna ad Adso come risolvere un problema: si deve
immaginare tante ipotesi possibili per arrivare ad una legge valida per tutti i casi. Adso rimane
perplesso, confidando speranze in Bernardo Gui. i due monaci si recano poi in refettorio.
Compieta Dopo cena, Adso vede Salvatore scappare fuori di soppiatto con un fagotto in braccio, lo
ferma e chiede spiegazioni, scoprendo il contenuto: un gatto. Salvatore gli spiega di una magia per
far cadere le ragazze ai suoi piedi, piene d’amore. Adso, irritato per la conversazione con Salvatore,
raggiunge Guglielmo per tornare nella biblioteca.
Dopo compieta Nella biblioteca svolgono un lungo e noioso lavoro, che è quello di annotare sulla
tavola di Adso le pareti piene, le iniziali scritte su ogni porta, per poi arrivare a comprendere il
meccanismo che regola l'ordine dei libri. Questi sono raggruppati in più aree, le quali sono
contraddistinte da un nome che si ottiene componendo varie iniziali, a partire dalle lettere rosse:
così c'è una zona chiamata Anglia, una chiamata Hibernia, una Roma, insomma le varie zone
riflettono la cartina geografica del mondo; poi in ogni zona ci sono libri che provengono da quel
determinato luogo o che vi avrebbero dovuto provenire secondo i costruttori della biblioteca, come
in Roma ci sono i classici latini e in Hibernia ci sono le opere di grammatica di Irlandesi ma non
solo. Infine notano che non c'è l'accesso alla stanza eptagonale del torrione meridionale, segno che è
quello il luogo dei segreti, definito anche come finis Africae. Cercano in ogni modo di entrarvi
attraverso un passaggio segreto, tastando nei pressi dello specchio (perché lo suggerisce il testo
cifrato di Venanzio con la parola eidolon), ma inutilmente. Infine Adso ha anche modo di leggere un
libro sulla malattia d'amore, in cui si parla dei sintomi, e Adso li riconosce tutti come suoi.
Notte Mentre i due vanno nel refettorio, sentono dei rumori provenire da fuori, allora percorrono la
solita strada dell'ossario e giungono sul luogo dell'accaduto. Qui trovano Salvatore e la ragazza che
aveva giaciuto con Adso prigionieri degli arcieri. Questi ultimi trovano addosso al monaco un gatto
nero e alla donna trovano un gallo anch'esso nero, così Bernardo ne deduce che pratichino la magia
nera e che la ragazza sia una strega. Li fa imprigionare nelle celle sottostanti il laboratorio dei
fabbri, ripromettendosi di interrogarli in seguito. Adso ha ben due volte l'impulso di andare a
liberare la ragazza, ma Guglielmo lo trattiene. Ubertino nota il suo intenso sguardo verso la ragazza
e lo mette in guardia dalla bellezza del corpo.
QUINTO GIORNO
Prima Al risveglio, Adso e Guglielmo si recano nella sala capitolare dove avviene l'incontro tra le
due delegazioni. C'è da dire che, prima di entrare, Adso vede Bernardo parlare con Malachia. Dalla
parte dei francescani ci sono Michele da Cesena, Arnaldo d'Aquitania, Ugo da Novocastro,
Guglielmo Alnwick, il vescovo di Caffa, Berengario Talloni, Bonagrazia da Bergamo e altri minoriti
della corte avignonese; dalla parte papale, invece, partecipano Bernardo Gui, Lorenzo Decoalcone,
il vescovo di Padova, Jean d'Anneaux, Giovanni Dalbena. Al centro, rispetto ai due schieramenti, si
trovano l'Abate e il cardinale Bertrando. È l'Abate ad aprire la seduta riassumendo gli eventi
religiosi accaduti fino ad allora, interrotto poi dal cardinale che lo corregge in alcuni punti. Segue
una lunga discussione sulla reale povertà di Cristo, ma alla fine i monaci delle delegazioni, oltre che
scontrarsi verbalmente, finiscono per farlo anche fisicamente, mentre l'Abate e il cardinale li
invitano a calmarsi.
Terza Guglielmo e Adso vengono chiamati per parlare urgentemente con Severino, il quale a bassa
voce gli rivela di aver trovato in laboratorio il libro che Berengario aveva sottratto dal tavolo di
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IL NOME DELLA ROSA
Venanzio. Guglielmo è chiamato da Michele nella sala capitolare, invita quindi Severino a rifugiarsi
in laboratorio e aspettarlo per consultare il libro. Ordina ad Adso di seguire Jorge, diretto
all’ospedale, che aveva udito ciò che l’erborista aveva detto. Ma Adso, vedendo Jorge andare
altrove e il cellario seguire Severino, decide di seguire il cellario, finché non arrivano all’ospedale,
ma Severino si era già chiuso dentro. Adso torna quindi nella sala capitolare, incontrando Bencio,
che gli chiede cosa Severino abbia trovato; riferisce i fatti a Guglielmo. Il dibattito riprende:
interviene Guglielmo ed espone le tesi dei teologi imperiali,. Il papa non ha diritto di intromettersi
nel potere imperiale, è sulla terra per servire e non per essere servito. La chiesa gli eretici può
segnalarli, ma sarà i braccio secolare ad agire, condannandolo solo se nuoce alla convivenza del
popolo. Il capitano degli arcieri annuncia uno spiacevole evento. Guglielmo capisce subito, si tratta
diSeverino.
Sesta Severino giaceva in un lago di sangue in ospedale con la testa rotta da una sfera armillare. Gli
arcieri, sotto la guida di Bernardo di arrestare il cellario, lo avevano cercato e trovato mentre
cercava qualcosa tra i libri del laboratorio e viene quindi sospettato. Guglielmo e Adso svolgono
altre indagini per conto loro: si nota, cercando segni sulle dita, che Severino indossava guanti.
Cercano il famoso libro di Venanzio, ma non lo trovano, trovano solo numerosi libri sule erbe,
anche uno in arabo. Con loro c'è Bencio, il quale di non aver visto entrare Malachia, ma che fosse
già dentro, nascosto. Adso fa delle supposizioni: Jorge, anche se li aveva uditi parlare del misterioso
libro, si trovava in cucina a parlare con gli arcieri, quindi è escluso, il cellario, è poco probabile che
sia andato dalla cucina, in cui parlava con Jorge, all’ospedale in così poco tempo; infine Malachia,
visto che era già all’interno o addirittura Bencio, mosso dalla curiosità irrefrenabile. Bencio va poi a
controllare Malachia nello scriptorium. Guglielmo si rende poi conto che il libro sospetto era quello
in arabo ma nel cercarlo di nuovo non lo trovano più. Tornano a seguire l’istruttoria.
Nona Bernardo accusa il cellario di due crimini, eresia e omicidio. Lo accusa di aver appoggiato fra
Dolcino, fatto che apprende dai testimoni Salvatore, il quale afferma di aver preso parte alle rivolte
dolciniane con Remigio, e Malachia, il quale dice di aver ricevuto in custodia delle carte
direttamente donate da Dolcino all’eretico. Volendosi salvare dall'accusa peggiore, il cellario,
timoroso e umiliato, si difende da quella di omicidio e confessa di essere stato un dolciniano. Poi,
quando Bernardo decide di ricorrere alla tortura, confessa di aver ucciso i tre monaci per essere
bruciato al rogo subito. Questo è ciò che Bernardo voleva per mettere in cattiva luce i francescani,
per dimostrare che Remigio condivideva le idee dei teologi imperiali, alludendo anche ad Ubertino.
Remigio sarebbe stato poi portato ad Avignone per il processo definitivo. L’incontro era fallito,
nessuno avrebbe più ripreso la conversazione. Bernardo invece era riuscito nell’intento del papa,
quello di impedire una ricomposizione tra i due gruppi.
Vespri Guglielmo consiglia Michele di non presentarsi dal Papa, ma come ci anticipa Adso ormai
già vecchio, ci andrà e diventerà amico di Guglielmo da Occam. Dopo u periodo di tempo i due
fuggiranno e consegneranno quindi la vittoria al papa Giovanni. Ubertino non ha speranze,
Bernardo lo farà uccidere presto, per questo Guglielmo gli consiglia di scappare dall’abbazia quella
notte. i due monaci ritornano poi ai delitti. . A cena Guglielmo chiede a Bencio del libro e questo gli
dice di averlo affidato il libro a Malachia, il quale gli ha proposto la carica di aiuto bibliotecario.
Bencio agisce per lussuria del sapere, come Bernardo Gli per lussuria di potere e Giovanni di
ricchezza. La biblioteca da essere nata per salvare libri, diventa un mezzo per seppellirli.
Compieta Al momento dei salmi, l’Abate, incapace di parlare proposito dei fatti accaduti
nell’abbazia, da la parola a Jorge, non senza uno scopo, secondo Guglielmo. Jorge, affermato che
l’assassino porterà davanti a Dio il fardello delle sue colpe perché si è fatto tramite dei decreti di
Dio, fa un lungo discorso sul compito dell'abbazia, cioè custodia del sapere e non ricerca, perché
non c’è progresso nel sapere, e sulla venuta dell’Anticristo: egli verrà in tutti e ciascuno ne è parte.
Descrive poi l’Apocalisse in cui descrive ogni giorno e la venuta di Cristo al settimo. Guglielmo
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capisce che egli sa che l’abbazia non ritroverà pace finché i monaci curiosi continueranno a violare
la biblioteca. I monaci vanno a dormire, mentre Adso si dispera preoccupato per la fine della
ragazza.
SESTO GIORNO
Mattutino I monaci vanno in chiesa per il mattutino e Guglielmo si accorge subito del posto di
Malachia vuoto. Anche l’abate ha uno sguardo preoccupato e Jorge era inquieto. I monaci cantano
Sederunt, un canto gregoriano che l’abate sceglie per ricordare come il loro ordine resiste alle
persecuzioni dei potenti. Adso descrive dettagliatamente il canto. Malachia si presenta all’ufficio.
Un vegliante lo vede ciondolante, come addormentato, e illuminandolo si accorge che non reagisce.
Infatti poco dopo stramazza al suolo. Guglielmo sente le sue ultime parole sul potere di mille
scorpioni che qualcuno gli aveva detto. Anche il bibliotecario ha i polpastrelli e la lingua nerastre.
Jorge singhiozza.
Laudi L'Abate nomina come cellaio Nicola e affida a Bencio il compito di sorvegliare i monaci
nello scriptorium, non facendo entrare nessuno in biblioteca. Il gruppo degli italiani, Aymaro,
Alinardo, Pacifico e Pietro, tramano per deporre l’Abate.Alinardo allude ad un’ altra ingiustizia
anche si commetterà se nessuno li fermerà. Pacifico dice a Guglielmo che il bibliotecario deve
conoscere il greco. Guglielmo ipotizza che le vittime siano coloro che sanno il greco oppure chi sa
del segreto del finis africae. La quinta tromba corrisponde alla morte di Malachia, la sesta spinge i
due monaci a tenere d’occhio le stalle. Guglielmo ipotizza che ci sia più di un solo assassino.
Prima Guglielmo e Adso, volendo parlare con Nicola, lo seguono nella cripta del tesoro dove si
custodiscono le reliquie e ricchezze dell’abbazia. Guglielmo gli chiede di Malachia: Nicola racconta
loro che era stato nominato dal bibliotecario Roberto da Bobbio senza alcun merito, fatto per cui
Alinardo serba ancora rancore. Malachia da bibliotecario aveva difeso la biblioteca come un cane
da guardia senza sapere cosa custodisse davvero. egli parlava spesso con Jorge, confessore degli
altri monaci, nonostante il suo confessore fosse l’Abate. Prima di Abbone, l’abate era Paolo da
Rimini, poi scomparve e fu eletto Abbone perché Roberto da Bobbio era consumato da una
malattia. Nicola rivela che Berengario e Malachia siano stati uccisi perché non italiani,
diversamente dai loro predecessori, cosicché npn diventassero abati. Nicola mostra le reliquie e le
ricchezze custodite nella cripta, ma Guglielmo avvisa Adso della sua ipotesi che non tutte siano
originali. Guglielmo va nello scriptorium a consultare i libri di Venanzio.
Terza Adso decide di andare a pregare il corpo di Malachia in Chiesa. Sentendo i confratelli cantare
il salmo Dies irae, il giorno dell’ira divina, si addormenta ed ha una visione: Si trova in una cripta e
poi nelle cucina dove stavano cuochi, fabbri e novizio insieme. Lo spinsero nel refettorio, preparata
a festa, decorata con immagini ispirate ai disegni di Venanzio. Al cenno dell’abate entrano donne
riccamente vestite e descritte nel dettaglio da Adso. Entrarono poi altri personaggi delle sacre
scritture come Cristo, arcieri del re di Francia, Adamo, Mosè, Caino, Zaccheo ecc. Adso descrive
molto finemente le loro vesti, le loro azioni per accendere il fuoco, ciò che mangiano e bevono, li
descrive come ebbri. Tutti insieme danzano e quando l’abate si arrabbia per non aver ricevuto
nessun regalo in cambio della festa, si descrive ognuno dei sono offerti dai personaggi. Essi trovano
poi un gallo nero sulla bellissima fanciulla e la chiamano strega, la torturano. Tutti gli ospiti sono
mummificati nei frammenti della cripta. Si immagina un solo corpo terrestre e sublunare di quei
commensali. Ubertino gli dice che chi prima era qui gioioso, ora viene punito. Entra Salvatore e la
cripta si trasforma di nuovo nella cucina, o meglio nel ventre di una bestia. Adso entra nella vulva
della fanciulla, dove si ritrova di nuovo con l’abate e gli ospiti. Guglielmo, in un angolo, viene
richiamato da Adso, il quale voleva sapere cosa c’era nel finis africae, ma lui risponde che lo sa già.
Adso si risveglia che il canto non è ancora finito.
Dopo terza I minoriti, cioè i francescani, se ne vanno e la delegazione papale era già andata via.
Adso decide di raccontare il suo sogno a Guglielmo, il quale si rende conto che la visione è scritta
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in Coena Cypriani, libro appartenente alla tradizione dei ioca monachorum (scherzi dei monaci),
proibita ai novizi. Adso ha vissuto in quei giorni avvenimenti senza regole; ricorda questa
commedia, in cui ciascuno fa quello che ha veramente fatto nella vita e ci inserisce i ricordi recenti,
le ansie e le paure. Si pone la domanda di qualche sia il mondo giusto o sbagliato, il sogno dubita
degli insegnamenti ricevuti. Per Guglielmo è un sogno rivelatore, perché interpretato
allegoricamente come tutte le scritture, conferma una sua ipotesi.
Sesta I due risalgono nello scriptorium perché il sogno ha suggerito Guglielmo un libro, finis
Africae!, che nel catalogo della biblioteca racchiude altri 4 libri. Cercano di ricostruire la storia dei
bibliotecari consultando la loro calligrafia sul catalogo (in quanto i libri sono ordinati per anno di
arrivo all’abbazia). Guglielmo ipotizza un bibliotecario dopo Paolo da Rimini ma prima di Roberto
da Bobbio, anche misterioso concorrente di Alinardo. Infatti Paolo da Rimini diventa bibliotecario
nel 1265 e abate nel 1275 ma la calligrafia è la stessa 1265-1285. Guglielmo chiede a Bencio sulla
mattina in cui alcuni monaci discussero e nominarono il finis Africae e Coena Cypriani. Bencio ha
toccato il libro misterioso ma non è morto, per cui non si muore nel toccarlo. Il libro inoltre è
strano: le pagine sono umide, non di pergamena ma di carta di lino, usata dagli Arabi. Guglielmo
chiede un colloqui all’Abate.
Nona L’abate spiega loro le proporzioni dell’abbazia, tre piani come gli angeli che visitarono
Abramo e le virtù teologali; Forma quadrata: quattro come i punti cardinali, le stagioni. Guglielmo
sposta l’attenzione sull’indagine: Abbone si mostra deluso per il fatto che non ha ancora risolto il
mistero. L’abate chiede ad Adso di uscire ma egli rimane ad ascoltare dietro la porta. Guglielmo
espone la supposizione che tutto si svolga intorno al possesso di un libro, nascosto in finis Africae e
tutti quelli che sapevano de segreti della biblioteca sono morti, eccetto una persona: l’abate.I due
raggiungono Adso, al quale l’abate mostra l’anello, riccamente descritto, come anche il suo
significato. L’abate invita Guglielmo ad andarsene, dal momento che la sua missione, l’incontro
delle legazioni, è conclusa. Adso fa delle ipotesi: L’abate sapeva tutto e immaginava che non lo
avrebbe scoperto, e adesso non vuole che Guglielmo metta a nudo la trama della vicenda; oppure
non sapeva niente e quando il monaco gli ha aperto gli occhi ha pensato a un nome, ma adesso vuol
far da solo; infine c’è il gruppo degli italiani, dietro Alinardo, che accusano l’abate e le rivelazioni
di Guglielmo potrebbero fornirti un’armo contro di lui. I due monaci quindi, per salvare una
persona, decidono di scoprire come penetrare nel finis Africae. Trovano i monaci inquieti, che
borbottano tra loro: forse perché hanno bisogno di trovare un nemico, un capo espiatorio, visto che
tutti sono ormai morti.
Tra vespro e compieta Guglielmo si reca nella sua cella a riflettere e Adso va in chiesa: qui manca
Jorge, che l’abate manda a cercare ma nessuno trova. Mancano anche Alinardo, infermo, Bencio e
Nicola, occupati nei loro nuovi compiti. Nel refettorio Guglielmo e Adso parlano con Nicola, che
aveva accompagnato prima di vespri Jorge dall’abate, dove avevano trovato Aymaro e Alinardo. A
cena, Jorge e Alinardo erano ancora assenti, e Adso, accodandosi al gruppo degli italiani, sente un
parlottio. Guglielmo e Adso si recano in chiesa per osservare come si comporta l’abate a chiusura
dell’abbazia.
Dopo Compieta Abbone, dopo un lungo tempo, non è ancora uscito: forse è nel finis Africae, o è
uscito dal refettorio per cercare Jorge, o quest’ultimo è già morto. I due si recano alle stalle, dove
Adso nota un cavallo e pronuncia ‘Tertius equi’ ripensando a Salvatore, il quale voleva compiere
magie con questo cavallo. Tertius equi non vuol dire il terzo cavallo ma il terzo del cavallo, la u.
Guglielmo ha un illuminazione e si dirige in fretta alla chiesa, intuendo che «Secretum finis Africae
manus supra idolum age primum et septimum de quatuor» voglia dire la prima e la settima lettera
della parola quattro, quatuor. Salgono nello scriptorium, dove sentono dei rumori, come se qualcuno
fosse stato rinchiuso nel muro a cui si accede da un altro accesso. Guglielmo preme sulla Q e sulla
R, incise sopra lo specchio, riuscendo ad accedere al Finis Africae.
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SETTIMO GIORNO
Notte Dentro il finis Africae trovano Jorge da Burgos che stava aspettando proprio Guglielmo, il
quale propone prima di tutto di salvare l’abate, cosa che Jorge subito smentisce perché il passaggio
è ormai chiuso, visto che ha personalmente spezzato la corda che permetteva di aprirlo; l’abate è
quindi, probabilmente, già morto. L’abate era stato attirato dalla promessa di Jorge di togliersi la
vita per salvare l’onore dell’abbazia quando l’abate aveva chiesto di aprire il finis africae perché
aveva scoperto tutto grazie a Guglielmo. Jorge non poteva fidarsi neppure più di lui.
Quando Jorge si è accorto della sua imminente cecità, anni prima, ha fatto eleggere bibliotecari che
poteva controllare: Roberto da Bobbio e poi Malachia. Così Jorge è rimasto per quarant’anni
impadronì dell’abbazia. si scopre il delitto di Severino: Malachia, acceso di gelosia verso Adelmo
per aver rapito il suo Berengario, è spinto da Jorge, il quale gli fa credere che Severino si sia
concesso a Berengario per il libro, ad uccidere Severino. Malachia entra tranquillamente
nell’ospedale, come faceva giornalmente per ritirare le erbe da predisporre in biblioteca al fine di
allontanare i curiosi. Guglielmo chiede di poter leggere il libro che Jorge aveva personalmente
portato in quella biblioteca dalla sua città natale, Burgos, dove si fabbricava quello starno tipo di
carta, e per il quale avevo ottenuto il posto di bibliotecario al posto di Alinardo. Guglielmo si mette
i guanti e si accorge che le pagine sono incollato e che per leggerlo occorre inumidirsi le dita e
scollare le pagine. È questo che uccide gli uomini che cercano di leggerlo, è il veleno posto sulle
pagine, lo stesso veleno che era stato rubato anni prima a Severino. Nel libro, il secondo della
poetica di Aristotele, viene trattata la commedia. Jorge rivela finalmente la natura dei delitti:
Venanzio arriva troppo vicino al tema del libro e berengario, per impressionare Adelmo, gli rivela il
segreto. Quindi quello di Adelmo è un suicidio, Venanzio corre in biblioteca accecato dalla curiosità
e sfoglia il libro voracemente entrando in contatto con il veleno; corre in cucina a chiedere aiuto, ma
muore. Berengario trova il corpo e per paura di un indagine lo butta nel sangue di maiale.
Berengario era poi sparito con il libro, da cui era incuriosito, e ne era stato avvelenato. Severino
trova il libro nell’ospedale, dove Berengario si era riparato a leggerlo, ma l’erborista viene ucciso
da Malachia, da te istigato. Infine muore anche il bibliotecario, curioso di leggere il libro.
Guglielmo scopre di aver seguito inutilmente la pista di Alinardo, cioè che i delitti seguissero le
sette trombe dell’apocalisse, ha quindi creato un falso schema per interpretare le morti a cui
l’artefice, Jorge, si è adeguato. Guglielmo vuole scoprire il movente: il libro dice che la commedia
nasce dal popolo come celebrazione gioiosa, racconta di uomini vili e dei loro vizi. È un opera
ridicola. Ma non è l’unico libro che parla di questo argomento. Jorge ha voluto nascondere questo
perché scritto da Aristotele, colui che ha distrutto parte della sapienza che la cristianità aveva
accumulato lungo i secoli. Ogni sua parola ha capovolto l’immagine del mondo. Il riso è debolezza
ma rimane cosa vile, se invece si accettasse e apparisse nobile, distruggerebbe il principio di
autorità e sacralità del dogma. La chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, ma il riso libera il
villano dalla paura della morte e del diavolo. induce i sapienti a smantellare la serietà degli
avversari con il riso. Alla chiesa non fa paura la bestemmia, la lussuria, l’orgoglio, perché questi
peccati incitano la sua virtù, ma se un giorno si rende accettabile il riso, non avrebbe armi per andar
contro alla bestemmia. Guglielmo accusa Jorge di essere i diavolo, lo vorrebbe trasformare in
buffone per far ridere tutto il monastero di lui. Jorge risponde all’accusa criticando San Francesco,
frate Diotisalvi da Firenze e frate Paolo Millemosche. Jorge ammette infine che il libro avrebbe
giustificato la parola dei semplici come portatrice di qualche salvezza e quindi andava tenuto
nascosto. secondo Guglielmo la mano di Dio crea, non nasconde, ma Jorge assicura che ha agito per
volontà del signore.
Notte Guglielmo afferma che siano tutti morti invano, ma Jorge risponde che affinché tutti non
siano morti inutilmente, un’altra morte non sarà di troppo. Quindi sigilla ciò che non doveva esser
detto, nella tomba che diventerà, come dice la settima tromba. Jorge prende il libro e inizia a
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mangiarne le pagine. Spenge il lume e scappa cercando di chiudere dentro la stanza i due monaci,
che invece riescono ad uscire. Adso accende il lume di riserva e insieme a Guglielmo cerca Jorge,
trovandolo nella stanza Y di YSPANIA. Catturandolo e tenendolo fermo, Jorge riesce a spengere di
nuovo la fiamma, lanciandola sul cumulo di libri che aveva fatto cadere passando. Prendono fuoco
una moltitudine di libri, tra cui l'Aristotele che Jorge tratteneva presso di sé. Non riuscendo a
calmare le fiamme decidono di chiedere aiuto. Adso, per chiamare più persone che poteva, si mette
a suonare le campane. Tanti monaci accorrono, senza però capire il pericolo concreto, pensando per
lo più a nuove apparizioni. Nicola da Morimondo capisce che la biblioteca stia bruciando e da
disposizione ai monaci su come agire. Trovarono Guglielmo nel refettorio, esausto, il quale si era
già convinto della gravità del danno: la biblioteca era perduta; i monaci, tuttavia, continuano ad
aiutare. Il pavimento del labirinto inizia a cedere, nel refettorio c’è un gran trambusto e anche lo
scriptorium ha ormai preso fuoco. La chiesa prende fuoco facilmente e così gli stabbi e le stalle, le
case dei novizi e le officine. Adso ritrova Guglielmo nei pressi del chiostro, con la sua sacca e
quella di Adso in mano, che aveva preso mentre tutti erano in preda al panico. Non c’era più nulla
da fare, stava bruciando tutto, il destino dell’abbazia intera era in pericolo. Guglielmo afferma che
Jorge sia l’Anticristo, perché esso può nascere dall'eccessivo amor di Dio, come l'eretico nasce dal
santo. Guglielmo è sconfitto perché pensa di non esser riuscito a risolvere l'enigma, diversamente
da come gli dice Adso. Non ha mai dubitato della verità dei segni, ma non ha compreso la relazione
tra questi segni, non ha capito che non c'era alcuna relazione, come anche afferma che l’universo
non ha ordine. Si chiede dove sia quindi la sua saggezza.
Ultimo Folio L'abbazia arse per tre giorni e tre notti. Curati i feriti e seppelliti i morti, i due monaci
riprendono il loro viaggio verso oriente; a Bobbio apprendono che l'imperatore aveva eletto un
antipapa, Nicola V. L’imperatore però mal governava e si stava inimicando i signori locali. Roma si
ribella a Ludovico, Michele da Cesena si ricongiunge con l'imperatore a Pisa. I due monaci
decidono di andare quindi a Monaco, dove si separano; non si rivedranno mai più, Guglielmo
morirà di peste.
Anni dopo Adso torna in Italia e visita i resti dell’abbazia. Qui trova sparse rovine invase da erbe
selvatiche, parti intatte e altre parti arse. Tra le macerie trova brandelli di pergamena, che raccoglie
e decifra accuratamente, conservandoli come reliquie per il resto della sua vita. Adso pensa che ciò
che ha scritto non è altro che una ripetizione di quello che quei brandelli gli hanno suggerito. Infine,
si congeda dall’ignoto lettore, affermando che “Della rosa ormai appassita rimane solo il
nome” (cit. De contemptu mundi di Bernardo di Cluny) ovvero ci restano soltanto i nomi nudi delle
cose.
Rosa che al prato, incarnata, ti ostenti presuntuosa di cocciniglia e rosso carminio bagnata: campa
orgogliosa e gustosa; ma no, che essendo bella anche sarai infelice.” - Juana Ines de la Cruz
POSTILLE 1983
I libri parlano sempre di libri, ogni storia racconta una storia già raccontata.
L’autore ha il sogno di intitolare il manoscritto ‘Adso da Melk’, ma il titolo deve confondere le idee
e quindi pensa alla rosa, figura simbolica densa di significati da non averne più nessuno. Scrivere
un romanzo è una faccenda cosmologica, perché l’autore si deve costruire un mondo, così che le
parole poi verranno da sole.
L’autore aveva bisogno di un investigatore, inglese, che avesse senso dell’osservazione e sensibilità
nell’interpretazione degli indizi, qualità che si trovano nell’ambito francescano e dopo Ruggero
Bacone. La vicenda si svolge a fine novembre 1327 perché a dicembre Michele da Cesena è già ad
Avignone. L’autore ci introduce anche l’Apocalisse perché influenza tutto il medioevo.
Adso racconta con la voce di qualcuno che passa attraverso gli avvenimenti e li registra con fedeltà
di un adolescente ma non li capisce. Eco mette in scena Adso vecchio che ragiona su ciò che ricorda
di aver visto come Adso giovane, di continuo.

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IL NOME DELLA ROSA
Lo scrittore vuole rivelare al lettore se stesso, vuole rivelare al pubblico ciò che esse dovrebbe
volere, anche senno lo sa; per questo Manzoni ha successo, perché intuisce che i lettori del suo
tempo dovevano avere anche quello, anche se non lo sapevano, non lo chiedevano e non lo
credevano commestibile. Eco vuole un lettore complice, che stesse al gioco, una preda del testo che
pensa di non volere altro se non quello che il testo ha da offrire.
La sua storia di base (chi è l’assassino?) si dirama in molteplici storie di congetture, un romanzo
poliziesco ma anche una diagnosi medica, una ricerca scientifica, un interrogazione metafisica. Il
lettore ha di fronte una storia di labirinti, non a labirinti spaziali. Questo libro si può designare come
un romanzo storico in cui si sceglie un passato reale e lo si popola con personaggi registrati dalle
enciclopedie, ai quali si fanno compiere azioni non registrate ma coerenti con l’enciclopedia stessa;
in questo quadro vero si inseriscono poi personaggi di fantasia. Il romanzo storico non solo deve
individuare le cause di quel che è avvenuto dopo, ma disegnare il processo per cui le case si sono
avviate lentamente a produrre i loro effetti.
Infine, la morale: esistono idee ossessive, mai personali, i libri si parlano tra loro e una vera
indagine poliziesca deve provare che i colpevoli siamo noi.
Ambientazione
Il contesto storico è ricostruito molto bene: nel 1314 a Francoforte viene eletto supremo reggitore
dell'impero Ludovico di Baviera, mentre contemporaneamente viene anche eletto imperatore
Federico d'Austria. Due anni dopo diventa papa Giovanni XXII, che non riconosce nessuno dei due
come imperatore e, quando Ludovico batte Federico, il papa lo scomunica; immediatamente
l'imperatore denuncia il papa come eretico. Inoltre in quegli anni l'ordine francescano, nelle figure
degli "spirituali", voleva ritornare alla purezza originale e perciò fanno loro l'ideale di povertà,
affermando la povertà di Cristo, e
condannano la ricchezza terrena della
chiesa. Questo a Giovanni XXII non
piacque affatto e li dichiarò eretici perché
rivendicava il diritto di eleggere i vescovi,
che aveva l'imperatore. Alché Ludovico
appoggiò le tesi degli spirituali,
facendoseli amici per contrastare il papa.
Adso segue in Italia il padre, che era uno
dei baroni fedeli all'imperatore, perché
fosse presente all'incoronazione
dell'imperatore a Roma, mentre alla fine
dell'avventura all'abbazia Adso e
Guglielmo si recano a Monaco, intuendo
che l'imperatore sarebbe giunto in breve
tempo, poiché dopo l'incoronazione, era
stato cacciato da Roma e anche a Pisa
aveva sempre meno alleati. Ludovico vide l'alleanza dei signori ghibellini disfarsi e l'antipapa
arrendersi al papa.
Gli eventi che si raccontano avvengono in una non meglio precisata ricca abbazia benedettina
dell'Italia settentrionale. Dalle informazioni di Adso quando va a cercare i tartufi affermiamo che
l'abbazia sia in Liguria,solo in questa regione c'è il mare vicino alle montagne. L’abbazia,
circondata da una cinta di mura, è situata sulla sommità di un monte; composta da vari edifici, in cui
il più importante è l'Edificio, dove al primo piano ci sono le cucine e il refettorio, al secondo lo
scriptorium e al terzo la biblioteca, a cui poteva accedere solo il bibliotecario e il suo aiutante.
Inoltre c'erano l’orto, il giardino botanico, i balnea, l'ospedale, la chiesa, il chiostro, la casa
dell'abate, il dormitorio e la casa dei pellegrini; a est c'erano quartieri colonici, stalle, mulini,
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IL NOME DELLA ROSA
frantoi, granai e cantine. L'intero complesso era orientato
secondo precisi dettami architettonici. Prevalgono i luoghi
chiusi e il ruolo particolare è svolto dalla biblioteca, su cui è
concentrata l’intera vicenda.
Personaggi:
Adso da Melk, narratore interno. È un novizio benedettino
tedesco giunto in Italia insieme al padre, barone fedele
all'imperatore, perché fosse presente all'incoronazione di
Ludovico a Roma, ma su consiglio di Marsilio da Padova,
segue un dotto francescano, Guglielmo da Baskerville, nella
missione di mediare tra una delegazione pontificia ed una
francescana, facendogli da scrivano e da discepolo. Ammira
Guglielmo per l'acutezza della mente e per il fascino della
parola; in seguito capisce che quanto più il suo corpo era
disteso, tanto più la sua mente era in effervescenza, e non lo
critica più per la sua sovente inattività. Dopo aver peccato con
la ragazza, il suo animo è combattuto. È curioso, desideroso di imparare, non ha pace finché
Ubertino non gli racconta di fra Dolcino; è a volte impulsivo, come quando vorrebbe salvare la
ragazza dagli arcieri. Nella storia partecipano due Adso: giovane, che non capisce ancora bene certe
cose, e anziano che usa il libro come sfogo, quest’ultimo è onnisciente e comprende comportamenti
che l'Adso giovane non capiva.
Guglielmo da Baskerville protagonista. È un uomo alto e magro, con occhi acuti e penetranti, il
naso affilato e adunco, sopracciglia folte e bionde, il viso allungato e coperto di efelidi; ha circa
cinquant'anni, ma ha grande agilità. È molto dotto in qualsiasi campo, dall'erboristeria alla filosofia,
dal greco alla teologia. Era stato inquisitore, ma aveva abbandonato la sua carriera per vari motivi
tra cui: non gli piaceva torturare gli accusati visto che oltre a dire la verità, dicono ciò che
l'inquisitore vuole sentire: l'inquisitore non cerca la verità, ma una persona da incolpare. Da questa
esperienza derivano le sue capacità deduttive. In questa vicenda non riesce ad impedire che, oltre ad
Adelmo, vengano uccisi altri cinque monaci prima di scoprire l'assassino. Da solo non avrebbe
concluso granché: Alinardo gli svela come entrare nell'Edificio di notte, Venanzio gli svela come
entrare nel finis Africae attraverso un rompicapo, ad Adso viene in mente cosa significasse il
messaggio, anche se è lui a decifrarlo, a scoprire la disposizione delle stanze della biblioteca
guardando l'Edificio dall'esterno, è lui a fare le ipotesi giuste e a scoprire il colpevole. Il suo
compito non era quello di indagare sulle morti, ma era stato inviato dall'imperatore per mediare tra
una delegazione francescana e una papale. Rappresenta gli innovatori.
Jorge da Burgos monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, il pelo, il viso, le
pupille. Era ceco. La voce era maestosa, con il tono di chi possiede il dono della profezia, e le
membra possenti, il corpo era rattrappito dall’età. Egli conosce i segreti dell'abbazia meglio di
chiunque altro. Fu lui a far eleggere Abbone come abate e Roberto da Bobbio e Malachia come
bibliotecari, perché stavano ai suoi ordini, così da continuare a governare l'abbazia per quarant'anni.
È per difendere il II libro della poetica di Aristotele, unica copia al mondo, che giustifica e apprezza
il riso, che Jorge lo cosparge di veleno e provoca la morte di coloro che lo hanno sfogliato. Non è
lui l'assassino, visto che chi sfogliava le pagine del libro ingoiava il veleno suicidandosi, e lui non si
ritiene tale ma accetta il rischio della dannazione. Rappresenta i conservatori.
Bernardo Gui realmente esistito, inquisitore che scrisse un manuale per agevolare i suoi colleghi,
”Practica officii inquisitionis heretice pravitatis", citata nel libro. È al comando dei soldati francesi e
membro della legazione pontificia. Ha occhi grigi, freddi, capaci di fissare senza espressione, abile
sia nel celare pensieri e passioni. Viene incaricato di scoprire l'assassino e fa confessare a Remigio
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crimini che non aveva commesso. Il suo obiettivo non è scoprire la verità, ma trovare un colpevole
praticando la tortura. Rappresenta il male dell'epoca, che non sono i fraticelli eretici ma chi manda
al rogo gli innocenti; nemico di Guglielmo.
Altri: l’abate Abbone, il cellario Remigio , Salvatore, il vetraio Nicola, l’erborista Severino, il
bibliotecario Malachia, Bencio, Berengario, il gruppo degli italiani (Alinardo, Aymaro, Pietro e
Pacifico), Venanzio, i membri delle due legazioni, tra cui Michele da Cesena e il cardinal Bertrando.

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