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CAPITOLO UNO – POTERE E SOPRAVVIVENZA

Dal capitalismo finanziario alla vita psichica

Georg Simmel, nella sua opera Sociologia del 1908, intesse un’originale analogia tra la lotta
incessante alla base dei processi fisiologici del nostro corpo ed il carattere di lotta alla base
della vita di ogni individuo, con la sua necessità di conquista di un equilibrio continuamente
perduto. Simmel riconosce nell’esistenza una “lotta incessante” e da qui noi dobbiamo
partire per districare la massa di sensazioni e sentimenti che plasmano le relazioni tra gli
individui nel nostro scenario contemporaneo. Negli ultimi quindici/venti anni “il nuovo
spirito del capitalismo” ha esteso la sua egemonia su scala globale, tanto che in molti ambiti
delle scienze umane ha preso campo l’idea che ogni sentimento e pulsione sia destinato ad
essere assoggettato all’ambito economico e che il capitalismo finanziario tenda ad irradiarsi
dentro la nostra vita psichica fino a condizionarne le logiche.

Le cose sociali, pur restando esterne, esistono anche necessariamente nella forma di
un’iscrizione nelle psiche individuali (Lordon)

La stessa tesi di Lordon è stata riproposta in forme eterogenee da altri pensatori:

Frustrazione, risentimento, senso di colpa, paura costituiscono le “passioni” tipiche del


neoliberalismo, derivanti dal fatto che le promesse di realizzazione, libertà e autonomia
finiscono inevitabilmente per scontrarsi con una realtà che le nega. Il fallimento del
capitalismo non risulta così evidente soltanto perché è l’individuo ad attutirlo
interiorizzando il conflitto fino a confondere il “nemico” con una parte di se stessi
(Maurizio Lazzarato - Il governo dell’uomo indebitato)

Viviamo in una società strutturata dalla mancanza di denaro. Se chiediamo a noi stessi e
agli altri perché siamo come siamo e non siamo diversamente, la risposta è chiarissima:
perché ci manca il denaro necessario per diventare qualcun altro. Nonostante il capitale
sia di fatto assente esso esercita un’autorità che nessun potere sovrano riesce a contrastare
(Boris Groys)

E’ una strana contraddizione in effetti che l’elemento più fluido e volatile, il denaro
-divenuto addirittura nell’imperialismo finanziario neocapitalistico completamente
immateriale- riesca a condizionare a tal punto gli orientamenti esistenziali di ciascun
individuo.

Proviamo tuttavia ad avanzare l’ipotesi opposta: che sia l’apparato psichico a preparare le
condizioni per l’affermazione del “finanzcapitalismo”.

Dalla vita psichica al capitalismo finanziario

Uno dei presupposti basilari della teoria di Freud è che l’apparato psichico si configura in
base a principi squisitamente economici. Tale economia psichica si origina dalla stessa
radice da cui discende anche il predominio finanziario dell’economia neoliberale.
Particolarmente rilevante è per Freud il concetto “energia psichica” ed il suo valore
quantitativo. Anche per Lacan la formazione e lo sviluppo del soggetto vanno osservati in
un’ottica economica. Ogni oggetto entra in una catena di relazioni significative per il
soggetto solo a seguito dell’attribuzione di un valore. E’ tuttavia solo all’interno dell’ordine
simbolico che ciascun elemento può assumere un valore: esso non lo possiede di per sé.
Ogni elemento appartiene ad una catena di segni il cui significato è dato proprio dallo
scambio ininterrotto che viene ad instaurarsi tra di loro. Non esiste modello più elastico ed
indeterminato dell’apparato psichico delle cui “trasformazioni” risente anche il sistema
finanziario, come spiegato brillantemente da Fachinelli, protagonista della storia
psicanalitica italiana, in un articolo denominato La ricerca dell’oro:

Una delle attività più comuni della giornata di Borsa oggi (scrive nel 1974) è quella di
comprare e vendere monete, ma presso i popoli antichi l’accumulazione di oro ed argento
era propria solo del dio (e dunque di chi ne faceva le veci, ossia la casta sacerdotale) e del
re. Nei privati invece oggi questa accumulazione assume la schietta forma di assicurazione
della ricchezza di fronte alle mutevoli vicende del mondo esterno, acquistando così un
rapporto veramente segreto con l’individuo.

Il simbolo

La nostra attuale società del disagio sta confermando ciò che Freud aveva già intuito ed
esplicato nel Disagio della civiltà: al di fuori delle esigenze dell’economia pulsionale,
archetipo di qualunque altra forma economica, non esiste alcuna forma di condivisione
sociale. E perché tuttavia ciò accade proprio oggi, nonostante non si sia verificato nessun
evento abbastanza significativo da produrre una necessaria riconfigurazione dei rapporti tra
gli individui? Molto più semplicemente è arrivata a compimento, con passo felpato,
l’erosione di quei presupposti ritenuti da Freud indispensabili ai fini del processo di
incivilimento, ossia si è completamente frantumata la capacità di “regolare le relazioni
reciproche, sociali, tra gli uomini”. Tale regolazione è da sempre legata al riconoscimento
del valore di alcuni “sentimenti di fondo” come il dolore, la paura, il pudore, la simpatia
ecc. che trovano un corrispettivo in quelle che Bion indica come “relazioni fondamentali”:
amore, odio e conoscenza. Queste relazioni contengono a loro volta un’ampia gamma di
stati affettivi tra i quali risultano particolarmente significativi l’invidia, la gratitudine,
l’angoscia, la colpa e la pulsione sessuale. Ciascuno di questi sentimenti rimanda ad un
investimento pulsionale basato sul conflitto che scaturisce dal perenne riproporsi di
un’ambizione mai pienamente esaurita proprio a causa delle sue pretese assolutistiche. E’
proprio questa ambivalenza a mettere in luce il loro spessore simbolico, inteso nel suo
significato etimologico di “mettere insieme”. Il simbolo dunque indica sempre una duplicità,
ma al contempo ha anche un’indiscutibile funzione di aggregazione sociale. Proprio su
questo fattore ha insistito Gadamer:

La funzione rappresentativa del simbolo (es. simbolo religioso, bandiera, uniforme…) non è
il semplice rimando a qualcosa di non presente. Un simbolo non rimanda soltanto ma
rappresenta, fa essere presente ciò che non lo è. Solo in virtù di questa rappresentanza gli
viene attribuito il rispetto che tocca a ciò che simboleggia.
Quando questo medium si appanna, si incrinano anche i legami che esso riusciva ad
assicurare. E’ quanto sta accadendo oggi nella nostra esperienza quotidiana. Quali sono le
linee generali di questa mutazione?
Un ausilio può esserci dato dalla concezione che ne ha Lacan per il quale la proprietà
fondamentale del simbolo è quella di incrociarsi con gli altri ed essere “solidale con
l’insieme”. Proprio questa sua predisposizione ad intrecciare ciò che si presenta come
separato conferisce al simbolo una “ricchezza” che rende la sua ambiguità un’indefinita
polisemia. Oggi non esiste più alcun segno in grado di legare ciò che ogni soggetto sente
separato da sé: la pulsione primaria di fronte a qualsiasi alterità è l’assoggettamento. La
dissimmetria, lo squilibrio presente in questa forma di relazione, costituisce nel nostro
tempo lo stampo su cui vengono forgiate tutte le altre modalità di relazione. E’ possibile
allora ipotizzare, soprattutto quando ci si sposta sul piano della pura fisicità, che l’incontro
tra le individualità possa provocare un ridimensionamento della loro potenza espansiva? O
dobbiamo piuttosto aspettarci che la consapevolezza della presenza incancellabile dell’altro
sfoci in un insanabile conflitto? Sartre sembra essere convinto di questa seconda opzione
quando ne L’essere e il nulla afferma:

Tutto quello che vale per me, vale anche per gli altri. Mentre io tento di liberarmi
dell’influenza d’altri, l’altro tenta di liberarsi della mia. Si tratta di rapporti reciproci e
mobili, di conflitti. Il conflitto è il senso dell’essere-per-altri.

Dopo più di settant’anni dallo scenario raffigurato da Sartre, i cambiamenti avvenuti


riguardano unicamente l’estensione capillare del rapporto di assoggettamento a cui tende
ciascuna individualità. Il potere si esercita oggi non più tramite gerarchie verticali, ma si
snoda lungo una molteplicità di relazioni mobili, innescando un’ininterrotta metamorfosi. A
tal proposito Foucault scrive in Volontà di sapere:

La condizione di esistenza del potere non deve essere ricercata in un centro unico di
sovranità dal quale si irradiano delle forme discendenti. Sono i rapporti mobili di forza ad
indurre per la loro disparità situazioni di potere sempre locali ed instabili. Il potere viene
da ogni dove.

Mentre un tempo dunque il potere si concentrava nel palazzo reale o in parlamento, oggi
esso non si esercita in un luogo preciso. Esso non ha una durata ed mutevole. La
conclusione a cui giunge Foucault sembra quasi una conferma degli esiti a cui, secondo
Hegel, giunge la dialettica servo-padrone: le due figure sono infatti destinate a realizzare un
ribaltamento della dipendenza che le lega. Il padrone avverte che è tale solo in virtù del
lavoro del servo, il quale riconquista, attraverso la consapevolezza del proprio operato,
riconquista un’inaspettata autonomia. Oggi tuttavia la linearità di questa progressione si è
spezzata, a tal punto da rendere implacabile il capovolgimento dei ruoli. Il permanere di uno
stato è solo transitorio. I due ruoli di servo e padrone trapassano di continuo l’uno nell’altro,
fino a confondersi e sovrapporsi nella stessa persona. Da questo incessante scambio di ruoli
vissuto principalmente a livello dell’apparato psichico, discende l’indebitamento collettivo
tipico dello stadio attuale del neoliberalismo. Tale indebitamento esplicita la massima
indifferenza verso qualsiasi meta ed oggetto che Freud riteneva gli elementi caratterizzanti
della pulsione. Si assiste, negli ultimi decenni, alla completa estinzione del valore simbolico
assegnato al debito, il quale si esprime solamente attraverso la forma dell’assoggettamento.
Allo scambio di ruoli tuttavia non si può cedere con arrendevolezza. Ci si può solo piegare
con il rancore velenoso di chi, avvertendo la propria impotenza, si sottomette ad una
“servitù involontaria”, per parafrasare Etienne de La Boétie.

Nonostante tutte le divergenze insite nelle loro posizioni, la convergenza tra Lacan e
Gadamer riguardo alle proprietà attribuite al simbolo (funzione coesiva) è innegabile.
Gadamer in particolare parla di “debito simbolico”: prima di qualsiasi debito interno al
campo dell’economia dei beni, infatti, esiste un ambito, quello dell’economia psichica e
pulsionale, in cui la nozione di debito riveste un ruolo fondamentale. Entro quest’area va
ricondotta la genesi di qualunque forma di debito economico. L’ordine simbolico consente
la formazione di uno scambio istituzionale (soprattutto attraverso il linguaggio), del quale il
soggetto può godere rispettando la Legge che regola i rapporti sociali. Nei confronti di
questa Legge egli si sentirà sempre in debito perché ad essa deve la costruzione della
propria identità. Per essere assolto il debito esso richiede il rispetto di una serie di patti
simbolici. Né Lacan né Gadamer avrebbero potuto intuire allora che il debito avrebbe
perduto nella nostra società contemporanea la sua originaria connotazione simbolica
disgregandosi nell’interscambiabilità tra servo e padrone.

Il diritto alla crudeltà

Nella Genealogia della morale Nietzsche parla di “diritto alla crudeltà”. Mutuando
dall’ambito etico i concetti “colpa”, “coscienza” e “dovere” e dall’ambito economico quelli
di “creditore” e “debitore”, egli avverte l’esigenza l’esigenza di ridefinire la nozione di
“debito”:

Mediante la “pena” del debitore, il creditore partecipa del diritto signorile di poter
disprezzare e maltrattare un altro individuo considerandolo inferiore. La compensazione
del debito consiste quindi in un diritto di crudeltà.

La preminenza dell’economia pulsionale sull’economia di mercato è rivendicata con vigore


in queste parole. Perché chiedere a colui che ha contratto un debito la sua estinzione quando
il creditore può godere della soddisfazione di scatenare la propria potenza su un impotente
ed inchiodarlo ad una sottomissione perpetua? Il creditore ha la facoltà di istigare nel
debitore un senso di colpa per la sua condizione che lo confini in uno stato di inferiorità
senza riscatto e proprio da questo egli trae la propria forza. L’unico modo per esorcizzare
questo “diritto alla crudeltà”, richiede il ricorso a quello che Lacan aveva definito “debito
simbolico” e che tutta via è andato via via sgretolandosi. Siamo così giunti ad un
accecamento generale, improvviso ed inspiegabile, come quello rappresentato da Saramago
nel suo romanzo Cecità.
Cecità

Tramite questo romanzo Saramago riconfigura la fisionomia della vita contemporanea,


descrivendo una società in cui dilagano pulsioni arcaiche e selvagge.

- Il libro non ha premesse né preamboli programmatici: esso si apre con un evento


traumatico, con un’epidemia di cecità che improvvisamente dilaga in una città
indefinita

- “Sono cieco” un’unica frase paralizza la vita dell’intera città, mentre sul volto del
primo uomo colpito dall’epidemia si imprime un’angoscia che preannuncia il
proseguimento catastrofico del romanzo

- La cecità degli abitanti della città è una cecità prima di alcuna ricompensa. Non si ha
qui il riproporsi del topos della veggenza

- “Neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo. Nessun cane ne riconosce un


altro dal nome. Noi, qui, siamo come un’altra razza di cani, ci conosciamo dal modo
di parlare, il resto, lineamenti, colore degli occhi, della pelle, dei capelli, non conta”
qualsiasi impronta individuale non possiede più alcun valore. La massa dei non
vedenti somiglia ad un’orda primordiale

- “Alcuni avevano perso l’orientamento, inciampavano, agitando penosamente le


mani come chi sta affogando. Come una massa umana correvano invano.
Sparpagliati per terra, oltre alle scarpe perdute dai piedi, c’erano borse, valige,
cesti, l’ultima ricchezza di ciascuno, ormai perduta per sempre, chi troverà qualcosa
dirà che gli appartiene” la dannazione ha sfigurato la stabilità psichica persino
dei cosiddetti “ciechi buoni”. Essi incarnano le pulsioni più brutali, rispondendo a
quell’eccesso di godimento che caratterizza, secondo Lacan, la pulsione di morte
presente. La loro vita si impregna esclusivamente del violento assoggettamento
reciproco. Tutti ambiscono a divenire padroni e se si sottomettono lo fanno
temporaneamente e con intento strumentale. Come si può chiedere a delle vittime
incolpevoli e sconvolte di controllare i propri impulsi?

- “Era come se gli uomini stessero disperatamente mettendo sulle donne il proprio
marchio prima di portargliele, era come se le donne volessero saturarsi la memoria
di sensazioni provate volontariamente per meglio potersi difendere dall’aggressione
imminente” sia tra gli uomini che tra le donne che stanno per essere consegnate
da un gruppo di ciechi all’altro circola una contagiosa eccitazione.

- “Per favore, non domandatemi cosa sia il bene e cosa sia il male. Lo sapevamo ogni
qualvolta abbiamo dovuto agire quando la cecità era ancora un’eccezione. Voi non
sapete, non potete saperlo cosa significhi avere occhi in un mondo di ciechi. Io sono
colei che è nata per vedere l’orrore. Voi lo sentite. Io lo sento e lo vedo” l’unico
personaggio che conserva la vista per tutto il corso del romanzo è la “moglie del
medico”: ad essa è delegato il ruolo di guida del gruppo attaccato per primo
dall’insorgere del “mal bianco”. Spetta a lei registrare la rapida regressione della
comunità dei ciechi verso uno stadio precedente la civiltà. La moglie del medico
cerca invano di sottrarsi al crudele godimento provocato dalla sopraffazione
reciproca, ma in un mondo in cui quest’ultima diviene l’unica legge non c’è spazio
per alternative individuali. Vedere le serve unicamente per sapere dell’orrore più di
quanto avrebbe voluto o potuto immaginare, per desiderare di essere cieca anch’essa.

- “Relazioni fondamentali” di Bion: la conoscenza risulta impregnata di odio,


riducendo l’amore ad un patetico travestimento temporaneo.

Saramago riesce a mettere abilmente in scena quel “desiderio perverso” di cui aveva parlato
Lacan in uno dei suoi seminari.

La relazione che sottende il desiderio perverso non porta altro che all’annullamento del
desiderio di uno dei due soggetti implicati in essa. Un soggetto non si riduce ad essere altro
che lo strumento dell’altro che resta dunque il solo soggetto come tale, ma esso stesso si
riduce a sua vola a non essere che un idolo offerto al desiderio dell’altro.

Saramago scrive Cecità nel 1995, anticipando di circa un decennio molti degli effetti della
crisi finanziaria dei primi anni 2000. Egli riesce a delineare soprattutto i tratti generali che
connotano il tracollo dell’economia pulsionale di una cerchia corrosa dall’insensata avidità.
Egli non avrebbe potuto descrivere con maggiore efficacia lo smembramento dei legami e
delle forme di relazione in atto tra gli individui, riuscendo a mettere in luce il paradosso
della mancata passività dei soggetti. Nell’abbrutimento della cecità ogni corpo recupera una
carica pulsionale eccessiva, un desiderio perverso. La tensione accecante verso il piacere
finisce per incrociarsi con la più inesorabile volontà di annientamento. Ognuno dei ciechi
riesce a sopravvivere solo ricorrendo all’indispensabile ausilio degli altri e per ribaltare
questa penosa dipendenza si impegna per renderli schiavi e divenire l’unico sopravvissuto.
Sembra di ascoltare la voce di Elias Canetti quando in Massa e Potere scrive:

La situazione del sopravvivere è la situazione centrale del potere. L’uomo non crede mai
del tutto alla morte finchè non l’ha sperimentata e la sperimenta negli altri, in chi muore in
sua vece.Il vero potente vuole essere l’unico, vuole sopravvivere a tutti. Ad ogni costo egli
vuole sfuggire la morte e perciò non deve esserci nessuno, da nessuna parte, che possa
dargliela. Finchè ci sono uomini, qualsiasi uomo, egli non si sentirà sicuro.

Finchè ci sarà una comunità, tuttavia, nessuno potrà ambire al ruolo di unico sopravvissuto:
ciascuno è condannato a riprodurre un circolo di desideri perversi. Lo ratifica la conclusione
di Cecità: nel momento in cui tutti i ciechi hanno riacquistato la vista, la moglie del medico
di colpo diviene cieca. Inizia così una nuova, distruttiva epidemia.
CAPITOLO DUE – AL DI LA’ DEL PRINCIPIO DI PIACERE

Se i ciechi di Saramago riescono a coniugare la loro condizione solo in apparenza


paralizzante con una febbrile tensione verso l’incondizionato potere, significa che la loro
patologia non costituisce affatto un ostacolo per il godimento, ma funziona piuttosto come
uno stimolo. Ma come è possibile –si chiede Freud in Al di là del principio di piacere- che
il desiderio sia animato da una distruttività che, eccedendo la spinta vitale, diviene
inevitabilmente pulsione di morte? L’interrogativo da lui aperto rimane oggi ancora aperto e
risulta evidente soprattutto quando ci si imbatte nel piacere più elementare: quello che
coincide con il godimento sessuale (la “pietra di paragone sulla quale tutti gli altri piaceri
tengono ad essere misurati” come la definisce Barman).

Umiliazione

Per averne una conferma basta leggere l’Umiliazione di Roth, un autore che è riuscito a
considerare la scrittura letteraria, al pari di quanto sostenuto da Raciène, una pratica artistica
in grado di rappresentare, ma anche di riconfigurare le altre attività umane.

- “La cosa peggiore era che vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si
vedeva recitare. Gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male.
Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e
una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu è tutta un’altra cosa,
spaventosa e terrorizzante” nella storia di Simon Axler non c’è niente di
eccezionale. Roth lo incontra quando la sua degradazione ha intrapreso una discesa
inarrestabile. Egli ha perso la sua magia, non è più in grado di recitare. Il suo
tramonto non è solo professionale, ma riguarda la sua intera esistenza che diviene
ben presto una nuova, finale esibizione: quella che vede per protagonista un eroe
umiliato.

- Ma Axler, proprio tramite la propria abilità di attore, è in grado di ribaltare questa


resa in acquisizione di potere. L’occasione gli deriva dall’incontro casuale con
Pegeen, una donna di quarant’anni che ha da poco concluso una tormentata relazione
omosessuale. Pegeen intuisce, con un calcolo premeditato, che un’avventura
eterosessuale può aiutarla a superare la delusione recente, mentre Axler, ormai
sessantacinquenne, sperimenta l’inaspettata rinascita del desiderio erotico. L’incastro
tra Pegeen e Axler sembra perfetto. Ognuno può dare all’altro ciò di cui ha bisogno.
Si tratta tuttavia di un’illusione destinata a scomparire. La pulsione verso il
godimento fine a se stesso non ammette reciprocità di alcun tipo. Ognuno dei due è
schiavo dell’altro e al contempo ambisce a diventare l’unico padrone, vuole
distruggere l’altro e godere del proprio potere. Il debito, persa la sua connotazione
economica, non conserva più alcun valore effettivo: lo si contrae solo nell’attesa di
trasformarsi in creditori.
- “Da dove le viene questo potere?” “Ha qualcosa di molto potente dal punto di vista
sessuale” “Ma il punto non è semplicemente la sua sessualità, siamo noi. Siamo noi
che le concediamo il potere di distruggerci. Pegeen è uno zero, sa?” dopo essere
stata abbandonata da Pegeen è la preside della facoltà dove lei insegna a mettere in
guardia Axler riguardo alla sua inflessibile volontà di potere. Ma dato che sono
proprio Axler e la preside a sottomettersi a lei (servitù involontaria), egli può tentare
di capovolgere i rapporti e trasformarsi in padrone.

- “Quando un uomo va con due donne non è insolito che una delle due, sentendosi a
ragione o a torto trascurata, finisca per piangere in un angolo della stanza. Ma
sembrava che quello che sarebbe finito a piangere in un angolo della stanza
rischiava di essere lui. Eppure non si sentiva penosamente trascurato. Aveva ceduto
a Pegeen la frusta del direttore del circo” a partire dall’incontro con la preside
Axler sembra davvero consegnarsi spontaneamente a Pegeen. E’ però un’impressione
momentanea pronta a rovesciarsi nel suo opposto.

- Anche nel momento in cui Pegeen decide di troncare la loro relazione, i due
rimangono profondamente indebitati l’uno con l’altro. Axler le rimane debitore per il
temporaneo ringiovanimento, mentre Pegeen, sottomettendolo, è riuscita ad
esercitare di nuovo il suo potere di sempre, cancellando la sconfitta recentemente
subita. Entrambi però in questo hanno anche perduto, lo dimostrano le loro lacrime e
singhiozzi. Per evitare che il debito contratto con Pegeen si accresca ulteriormente,
ad Axler non rimane che suicidarsi mentre inscena un dramma di Chechov.
Lasciando un “biglietto di nove parole” in cui sono riportate le battute finali del
Gabbiano, Axler trova il coraggio di spararsi proprio come il protagonista del
dramma.

- “Relazioni fondamentali” di Bion: l’intreccio qui risulta completo. La conoscenza tra


Axler e Pegeen sembrava aver generato l’amore, in realtà si trattava di puro odio.

L’animale morente

E’ un’opera del 2001, sempre di Roth.

- David Kepesh, a sessantadue anni, è un affermato professore di critica letteraria


particolarmente ed avidamente sensibile alla bellezza sensibile di fonte alla quale egli
si sente disarmato. L’impulso totalizzante dell’esistenza di David risiede in quel
“godimento smarrito” o “godimento mortale” di cui parla Lacan.

- “Per quante cose tu sappia, non sarai mai al di là del sesso. E’ il sesso che
sconvolge le nostre vite solitamente ordinate. La parità sessuale non esiste. Il sesso è
uno squilibrio perenne ed il dominio è la pietra focaia che avvia il meccanismo”
Una pulsione come quella di David si esprime necessariamente tramite
l’asservimento incontrastato. Tuttavia egli lo ritiene uno scambio reciproco. Questa
consapevolezza gli deriva dall’incontro con Consuela.
- Consuela non appare a David come una donna nella sua integrità, ma come un corpo
estrapolato da qualsiasi contesto, che vive in una realtà dentro sui gli impulsi primari
hanno il sopravvento su ogni altra cosa. Per questo David sa che non potrà mai
possederla davvero e si sente pervaso da una tremenda gelosia che non ha mai
provato per nessun’altra donna. Le sue ossessioni tuttavia non derivano da un
temperamento morboso, ma appartengono piuttosto ad una volontà di dominio
inscritta naturalmente nella pulsione sessuale fine a se stessa che mira ad asservire il
partner.

- “Non so se Consuela si ricorda di quel morso, di quel morso liberatore che la


sottrasse alla propria sorveglianza e la introdusse in quel sogno sinistro, ma io non
lo dimenticherò mai” chi è oggetto di un potere cieco e brutale tenderà ben
presto a ribaltare il suo stato. La feroce reazione di Consuela non sorprende dunque
David che la considera comprensibile, arrivando addirittura a giustificarla. Consuela
oppone la resistenza di un corpo che rifiuta la condizione servile impostale. Anche lei
vuole godere. Il ringhio ed il morso siglano l’inizio della sottomissione a cui è
costretto David.

- “Io sono l’autore del suo dominio su di me” l’aspirazione al dominio può solo
generare altro dominio che tuttavia non potrà che configurarsi come provvisoria.

- “La mia età ed il mio prestigio le danno la licenza di arrendersi, ma al tempo stesso
darsi intimamente ad un uomo molto, molto più vecchio conferisce a questo tipo di
donna una forma di autorità. Era diventata la passione divorante di un uomo che in
ogni altro campo sarebbe stato per lei inaccessibile. Essa ricava sia il piacere della
sottomissione che del dominio. Il dominio non è tanto uno scambio, quanto un
intreccio” ormai l’indebitamento reciproco tra David e Consuela è talmente
ingente da eliminare l’eventualità di un risarcimento. Sottomissione e Dominio si
sovrappongono a tal punto da costituire una medesima fonte di piacere. Essi stanno
sperimentando in prima persona che, come sostenuto da Foucault, il potere non è
un’entità definita, ma si esercita a partire da innumerevoli punti e nel gioco di
relazioni disuguali e mobili.

- David inscrive il proprio rapporto con Consuela nell’ambito di un intreccio, di uno


“scambio continuativo” e non lineare rivelandone in tal modo la natura squisitamente
economica.

- Quando Consuela riappare, dopo un’assenza di vent’anni, essa è affetta da una


malattia probabilmente mortale. Ma neanche questo evento traumatico riesce ad
arrestare la conflittuale dipendenza dei due. Il corpo malato della donna chiede
ancora un’attestazione del proprio valore deduttivo, la cui intatta prepotenza torna ad
asservire David. A questo punto però a muoverli è un’esplicita pulsione di morte.

- “C’era una combinazione di erotismo e tenerezza in tutto quello” Il fatto che la


parte del corpo di Consuela colpita dal cancro sia proprio quel seno così
feticisticamente idolatrato da David non è un caso. La malattia non ha intaccato le
forme attraenti del seno di Consuela anche perché esso non è propriamente un corpo,
ma solo un “corpo-in-frammenti”. A Consuela è sempre mancata la consapevolezza
dell’integrità del proprio corpo.

- Nella sequenza finale del romanzo, due settimane prima dell’operazione, Consuela
chiama David terrorizzata chiedendogli di parlarle ancora una volta della bellezza del
suo corpo. Quando tuttavia lo invita ad andare a trovarla, il destinatario del romanzo
non può più tacere ed intima a David: “Pensaci. Rifletti. Perché se ci vai, sei finito”.
Ma David è finito comunque, perché dipenderà sempre da Consuela così come lei
dipenderà da lui.

- “Relazioni fondamentali” di Bion: sono presenti unicamente l’amore e l’odio. Il


secondo si annida proprio nel primo di cui costituisce l’elemento principale, anche se
sottilmente mimetizzato. Ma si tratta davvero d’amore? Luhman affermerebbe che il
godimento dell’altro non è questione di amore, ma di passione, ossia di uno stato
psichico in cui ci si trova passivamente soffrendo e non attivamente agendo. Non si
può infatti amare l’oggetto di uno scambio continuativo, sempre così sfuggevole ed
inafferrabile nella sua interezza.

Performances 1993-2003 (Vanessa Beecroft)

Come accade per Consuela, anche alle algide modelle di Vanessa Beecroft manca la
consapevolezza dell’integrità del proprio corpo. L’artista è riuscita a raffigurare in maniera
magistrale negli anni l’inquietante attrazione provocata dalla nudità femminile
completamente priva di vita emotiva, perchpé dispersa nei frammenti dei corpi dei suoi
numerosi “quadri viventi”. Un singolo frammento del loro corpo cattura lo sguardo
dell’osservatore, ipnotizzato da un cerimoniale che ha reso quel corpo una sorta di automa
biologico.

Ballad of Sexual Dependency (Nan Golden)

David e Consuela non sono gli unici personaggi, di fantasia o reali, a a vivere all’insegna di
un costante spreco di investimenti. Quale guadagno ottenuto, per esempio, i volti anonimi
fotografati da Nan Golden? Essi sono semplicemente stati consumati dalla tensione febbrile
verso un godimento mai saturo. Tra gli scatti dell’artista circola una desolazione priva di
riscatto, insieme al rancore per un investimento talmente elevato da ripiegarsi su se stesso,
sulla paralisi dei corpi che hanno desiderato troppo ed invano. L’impronta caratterizzante di
questa campionatura “diaristica” delle molteplici relazioni attraverso cui si può esprimere la
sessualità coincide con una traumatica assenza di partecipazione tra i soggetti. Manca una
reale condivisione:la dipendenza prevede esclusivamente un servo ed un padrone.
All’avvilente mestizia di uno corrisponde sempre la smorfia irriverente dell’altro.
Nynph()maniac 1 e 2

Il tema della dipendenza sessuale è il punto nevralgico di Nynph()maniac, film di Lars Von
Trier. Non è indispensabile la presenza di un trauma retrostante per determinare la
compulsione sessuale. L’inclinazione di Joe può rimanere inspiegabile. Essa si muove in un
territorio ben al di là del principio di piacere, in un regno caratterizzato dalla pulsione di
morte che si annida nel godimento esasperato. A Joe resta del tutto estranea la reale
percezione del desiderio. Le appartiene solo il consumo immediato dei corpi da lei
posseduti, vuole unicamente dei servi. Non riesce ad essere davvero crudele con loro, ma lo
è a tutti gli effetti con se stessa, oggetto privilegiato della vorace pulsione di morte da cui è
dominata. Il suo corpo diviene fin da bambina una semplice protesi degli organi genitali
(corpo in frammenti). In lei i ruoli tradizionali di servo e padrone si confondono,
congiungendosi nella medesima persona. I suoi automatismi libidici sono talmente
automatici da renderla loro servo. Stremata da questi impulsi, Joe arriverà ad un’esplicita
ribellione nei confronti del proprio corpo, fino a giungere al suo disprezzo. Negli occhi di
Von Trier tuttavia non lampeggia mai il sentimento di dolorosa adesione che, seppure a
sprazzi, possiamo scorgere nell’obiettivo di Nan Golden.

La comparsa

Come accade per i film di Von Trier, anche in questo romanzo di Yehoshua del 2014, al di
là del principio del piacere non si dà altro che la categoria sovrana della pulsione di morte.
L’epicentro attorno al quale ruota il romanzo è costituito questa volta da un investimento di
tipo sentimentale che sembra escludere la pulsione assillamene del godimento sessuale. Ciò
tuttavia non fa altro che dimostrarci come investimento sentimentale e sessuale,
tradizionalmente considerati due partizioni distanti della vita psichica, non siano in realtà
così distanti. Se il godimento di rivolge ad un corpo-in-frammenti, l’amore ha di mira il
soggetto nella sua interezza che tuttavia continua continuamente a sfuggire, dando vita ad
una tensione irrisolvibile. Ciò che ne deriva è una medesima aspirazione al dominio che può
essere esercitata sia attraverso il godimento, sia facendo ricorso ad una tormentosa domanda
d’amore, ad un sentimento eccessivamente idealizzato.

- Nella preistoria del romanzo scopriamo che Noa, suonatrice d’arpa professionista, ha
provocato la fine del proprio matrimonio con Uriah, decidendo di non dargli un figlio
per sfuggire alla sua ossessività morbosa.

- “L’amore mi ha giocato un brutto scherzo” “Cos’è il tuo amore? Un’entità a sè


stante?” “Si, lo è. Mi perseguita anche dopo che ti ho lasciato. E’ autonomo, ribelle
ed indomabile” “Forse lo domerò io” Uriah è l’emblema della crudeltà che si
nasconde nella dedizione amorosa. Egli non ha mai smesso di amare Noga e continua
a pensare a lei in una miscela di idealizzazione e rancore mai sopito per non essere
riuscito a dominarla. Uriah non ha tuttavia previsto che il risarcimento richiesto a
Noga implica per lui un investimento sempre in rialzo. Quanto più vuole da Noga,
tanto più è costretto a darle. Ciò lo rende a tutti gli effetti suo schiavo, come non può
fare a meno di ribadire la stessa Noga.
- Neanche Noga lo ama più, ma è consapevole che il loro legame di asservimento
reciproco non si può spezzare. Essa si sente in debito con Uriah perché sa di essere
stata lei a provocare il loro divorzio, negandogli la paternità, ma le cause del proprio
gesto le rimangono in un primo momento estranee.

- “Se solo potessi riciclare me stessa. Perché non rinunci a me?” “Perché soffro
ancora per il figlio che non abbiamo avuto” […] “Per favore, non andartene
adesso” Esaurite le battute sprezzanti tuttavia un imprevedibile sussulto
emotivo si impadronisce di Noga. La donna si lascia perseguitare dall’ex marito solo
perché ha capito che è il modo migliore per perseguitarlo a sua volta, per renderlo
schiavo di un’aspirazione impossibile da realizzare, trasformando così la volontà di
potenza di Uriah in uno scacco costante.

- “Avresti voluto rendermi schiava del tuo amore” “No. Ero piuttosto io ad essere
schiavo del tuo amore” “Volevi essere schiavo per rendere schiava anche me”
“Perché? Avresti potuto separarti comunque” “No. Perché i figli sarebbero stati
ostaggio della tua offesa. Ti saresti vendicato su di loro… E quindi io per pietà di
quei bambini ho rinunciato ad averli” Finalmente Noga può spiegare ad Uriah i
motivi che l’hanno spinta a rifiutare la maternità. L’idealizzazione operata da Uriah,
simbolo del suo potere assoluto, scivola ben presto nella più assoluta impotenza
proprio per via della rinuncia di Noga a dargli un figlio. Come possedere infatti una
comparsa? Noga non è stata altro che questo nella vita di Uriah e vuole continuare ad
esserlo. Questo è il vero potere delle comparse, sempre irrimediabilmente
inafferrabili, ma in possesso di un potere sottile ed invisibile.

- A Uriah e Noga non rimane che continuare ad indebitarsi a vicenda l’uno con l’altra
per sottolineare ogni volta la propria indispensabilità e dunque il proprio ruolo di
padrone.

- Nelle pagine finali assistiamo al ritorno del ciclo mestruale di Noga che riapre a tutti
gli effetti la partita con Uriah. Noga non può che esserne soddisfatta.

Cosmopolis

L’interminabile rivalsa inseguita da Uriah e Noga conferma che l’investimento pulsionale


non è mai lineare. Ma cosa dire quando ci troviamo di fronte a pulsione che non hanno
alcun oggetto specifico, alcun destino? E’ il caso di Eric Packer, protagonista di
Cosmopolis, romanzo di Don Delillo (2003) e della sua trasposizione televisiva ad opera di
Cronenberg (2012).

- Eric incarna tutti i requisiti del “nuovo spirito del capitalismo” . Egli costituisce la
personificazione del “godimento smarrito”, privo di oggetto. Per lui non esistono
vincoli, ma proprio perché è libero egli ha consumato tutto, senza che niente lo
appagasse davvero. L’atteggiamento maniacale di Eric non va considerato il frutto di
un assorbimento del gioco finanziario che lo ha portato ad una disgregazione della
personalità, ma l’effetto di un procedimento contrario. E’ l’eccesso pulsionale che
pervade ogni segmento del suo corpo ipocondriaco ad avergli trasmesso
quell’eccitazione febbrile richiesta dal mercato finanziario. L’universo finanziario ha
unicamente rappresentato il campo ideale dove trapiantare la sua vocazione per
investimenti fuori misura che eric non teme, ma anzi cerca, come indica la sua
delirante sfida contro lo yen. Tutto è “fluttuante” ed inconsistente intorno a lui. Le
persone che gli passano davanti non sono altro che “rapidi spruzzi d’essere”.

- Eric appare agli occhi del lettore -e dello spettatore, nell’eccellente trasposizione
cinematografica di Cronenberg- come un “visionario” (sono parole della moglie
Elise, poetessa ereditiera che ha sposato da appena venti giorni) animato unicamente
da un’irrefrenabile pulsione di morte. E’ proprio la sua natura visionaria a lasciarlo in
preda a forze pulsionali sconosciute persino a se stesso e ad un dispendio di energie
che lo lascia prosciugato.

- “La ricchezza è diventata fine a se stessa e la proprietà si comporta di conseguenza.


La proprietà non c’entra più niente con il potere, la personalità, il controllo. Non
c’entra con l’ostentazione perché non ha più né peso né forma. L’unica cosa che
importa è il prezzo” Per Eric non è mai il denaro a produrre l’eccitazione da cui
nascono le sue scommesse. E’ la voracità di un godimento che da tempo ha bruciato
un oggetto dopo l’altro, il piacere del rischio, di una sfida ingaggiata con se stesso. A
renderlo esplicito è Vija Kinski, la sua esperta di teoria che con perspicacia davvero
ammirevole sovverte il luogo comune della subalternità psichica degli individui
rispetto al flusso finanziario, mettendo piuttosto in luce che sono i movimenti
convulsi del mercato a corrispondere alla “frenesia” interiore.

- “Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia. La frenesia passa quasi sempre
inosservata. E’ semplicemente il nostro stile di vita” E’ inutile credere
all’esistenza di dinamiche e forze prevedibili, quando invece sono tutti fenomeni
casuali. Le parole di Vija Kinski hanno spalancato in Eric una consapevolezza per
nulla trascurabile che gli permette finalmente di stabilire un’affinità tra le oscillazioni
del mercato ed il mondo naturale.

- Se la ricchezza è diventata fine a se stessa, allora anche lo spreco può vantare una
propria legittimità. Eric ha interiorizzato talmente tanto il principio dello spreco da
doverlo assecondare come un automatismo senza alcuna possibilità di uscita da tale
circolo vizioso. L’illimitata libertà acquisita da Eric si intreccia con una forzata
schiavitù: quella che lo incatena a se stesso. E’ il riproporsi di quanto già messo in
luce da Foucault quando parla dell’equivoco rappresentato da tutti quei dispositivi
che potremmo definire “liberogeni”: tutti quei sistemi il cui scopo sarebbe produrre
la libertà e che in determinate circostanze rischiano di produrre esattamente il
contrario. Si realizza così la brusca conversione di un’utopica libertà in un
asservimento schiacciante. Qui però a differenza delle altre opere la schiavitù di Eric
si manifesta attraverso un solipsismo che non ha bisogno di un’alterità o di
mediazioni strumentali (come i corpi in frammenti per Joe) per affermarsi. Quando
Eric entra in scena, è già corroso dalla pulsione di morte e vede aumentare ora dopo
ora, minuto dopo minuto il debito verso se stesso, verso un modo di agire rispetto al
quale, nonostante il suo tripudio nichilistico, gli appare impossibile non avvertire una
penosa inadempienza (“Adesso cosa ritieni importante?” “Essere consapevole di ciò
che mi sta intorno. Sapere cosa è importante”)

- La giornata entro la quale è racchiusa tutta la narrazione imprime una sconsiderata


accelerazione della pulsione di morte già ampiamente corroborata in Eric, il quale
dimostra un’impellente necessità di andare incontro al proprio annientamento che si
concretizza in una resa fisiologica. Annoiato e sprezzante del proprio tracollo
finanziario, tramortito dagli effetti di un’ipereccitazione durata troppo a lungo, Eric
anticipa la disastrosa conclusione del crollo dei mercati spargendo nel polverone
sollevato da quest’ultimi l’intero impero finanziario suo e della moglie. Alla perdita
del suo patrimonio si associa anche il bisogno di sbarazzarsi di Torval, il capo della
sua sicurezza personale che con la sua straordinaria efficienza lo aveva fino a quel
momento protetto.

- “Volevo che tu mi salvassi” La funebre giornata termina con l’incontro con un


suo ex impiegato che molti anni prima era stato licenziato e che adesso perseguita
Eric. La sua vendetta rappresenta tuttavia per quest’ultimo l’unica liberazione e
l’unico modo per salvare i debiti con se stesso e verso gli altri. La sua fine è
accompagnata da una rivelazione sconcertante, dalla tristezza verso quell’uomo che
sembrava conoscerlo così bene e, finalmente, dal dissiparsi del suo istinto rapace. Ma
ormai è troppo tardi.

- “Relazioni fondamentali” di Bion: in Eric sono tutte assenti. Qualsiasi oggetto o


soggetto a cui potrebbe appuntarsi la conoscenza è dissolto.

CAPITOLO TRE – LE METAMORFOSI

Proprio dall’estensione della massima libertà , conseguente al tracollo dell’ordine simbolico,


si genera la vocazione autodistruttiva. Sarebbe fuorviante invertire i rapporti di causa ed
effetto, individuando nell’eccitazione patologica di Eric le alterazioni psichiche prodotte dal
“finanzcapitalismo”. “Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia” afferma lui stesso. Il suo
culto del mercato finanziario deriva da una spinta a livello psichico verso un godimento
irrefrenabile.

Non esistono alternative a questo paralizzante nichilismo? Certo che ce ne sono, a patto di
non affidarsi alle utopistiche lusinghe di una palingenesi collettiva. Ribaltare dall’ìnterno le
spietate procedure di asservimento richiede uno sforzo di consapevolezza. Se nessuno è più
padrone di se stesso, non può esserlo della vita degli altri. E’ sufficiente essere consapevoli
che la reversibilità di ruoli di servo e padrone non potrà mai uscire dalla spirale
dell’autodistruzione, riconoscere l’inestirpabile attrazione al dominio. Accettare la pulsione
di morte che inevitabilmente ci guida, abbandonando la hybris ingenua di sopprimerla,
significa anche poterla dominare. Non è detto che si vinca, ma neanche che si soccomba. Si
apre però una chance inattesa. Mai potremo liberarci dell’impulso di sottomettere gli altri:
potremmo però cominciare ad osservare questa volontà di assoggettamento da un’altra
prospettiva, nel vuoto che inesorabilmente incontra proprio quando sta per incontrare, di
volta in volta, la sua meta. Attribuire una forma ad un simile vuoto equivale ad esplorare
uno spazio racchiuso nei contorni dell’“impossibile”.E’ un orizzonte, quello
dell’impossibile, che comincia a spalancarsi nel momento in cui si sperimenta
l’inafferrabilità dell’altro, l’impossibilità di farne oggetto di un “godimento smarrito”. Viene
in tal modo alla luce l’irriducibile singolarità dell’altro: una singolarità che nessun padrone
potrà mai estinguere. Perché ciò avvenga è necessario che la volontà di sottomettere l’altro
si riattivi di volta in volta, per poi, però, interrompersi prima di arrivare a compimento. E’
necessario trasformare la pulsione di assoggettamento in un potere che ha rinunciato ad
acquisire ciò che gli sarebbe comunque per sempre sfuggito. E’ l’ipotesi opposta rispetto a
tutti i casi analizzati precedentemente. Nessuno di loro ha mai tentato di arrestare il proprio
slancio affannoso, senza rendersi conto che il loro potere, votato all’autodistruzione, non era
effettivo potere. Opporsi ai principi dell’economica generalmente diffusi che dipendono
unicamente dalla “legge del proprio”, significa farsi fautori di un ordine diverso, istituito
sulla forza dell’espropriazione. E’ quello che Derrida definisce un’“apparenza
aneconomica”:

Nominerò ciò che rompe l’orizzonte dell’economica in tutti i sensi del termine, quella della
legge del proprio (oikosnomia), quella dello stato sovrano, del diritto di proprietà, del
mercato, del capitale, ma più di tutti quella che Freud chiama l’economia psichica. Mi
richiamo qui alla pulsione di morte alla quale si può riconoscere in effetti un’apparenza
aneconomica. E cosa di più aneconomico si dirà della distruzione?

Tra tutti i soggetti disposti a liberarsi della tirannia dell’“io posso” si viene a creare una
gamma infinita di relazioni mobili che sovvertono l’economia vigente, rivendicando il
declino irreversibile di servi e padroni. Derida collocando tali relazioni in un “al di là dell’al
di là” vuole marcare la loro estraneità all’insieme delle relazioni abituali, ma non certo
renderle un paradosso logico.

Questo “al di là dell’al di là” si dà a partire da numerose figure: l’ospitalità, il dono, il


perdono, il “forse” che assumono un senso sempre diverso a seconda degli “imprevedibili”
eventi attraverso i quali si presentano.

Avremo allora doni che non arriveranno al destinatario, ospiti che saranno accolti
continuando a rimanere estranei, un perdono che, pur annullando le pene, persisterà sospeso
nell’impossibilità di cancellare le colpe. Non esisterà nessun guadagno, ma neanche nessuna
perdita. Ci sarà solo il riconoscimento della distanza incolmabile che invece di separarci ci
lega agli altri. Questi legami saranno infinitamente più profondi e solidi di un’intima
condivisione votata, prima o poi, ad esibire la propria volontà di dominio. E’ l’adesione alla
“legge della singolarità dell’altro” che ci permette di conservare la nostra individualità ed al
contempo di individuare nell’altro un alleato naturale.
Austerlitz

Nessuno come Sebald ha dato prova di una strenua attenzione a certi tipi di incontri, affidati
alla pura contingenza.

-“Sin dall’infanzia e dalla giovinezza non ho mai saputo chi in realtà io sia. Eppure
negli ultimi tempi ho anche capito perché un’istanza anteposta alla mia capacità di
pensare mi abbia sempre sistematicamente distolto dal trarre le conclusioni più
ovvie e dall’intraprendere ricerche a riguardo. Non è stato facile liberarmi del
disagio che provavo nei confronti di me stesso” La propria estraneità è il primo
dato che Austerlitz comunica al suo anonimo interlocutore.

-Vagando come sempre tra stazioni ferroviarie ed edifici pubblici abbandonati,


Austerlitz, un professore di storia dell’architettura che vive a Londra, comincia la sua
recherce del tempo perduto. Senza impazienza, però. Senza avvertire l’urgenza di
risarcire la sua identità “defraudata”. Egli non conosce “la legge proprio”, la cui
assenza corrisponde per lui ad un apertura verso il mondo. Perciò si lascia
semplicemente assorbire dagli eventi fugaci. E’ nella “fugacità” che per Austerlitz
risiede il “senso dell’eterno”.

-“E nell’una o nell’altra stazione ho più volte creduto di riconoscere un viso a me


familiare molto tempo addietro. Quei visi conosciuti avevano sempre qualcosa di
diverso da tutti gli altri, qualcosa di vago che mi rendeva inquieto” Ogni figura
che incontra diviene per Austerlitz un’occasione irripetibile. La familiarità
corrisponde per lui alla condivisione di un comune sradicamento. Non a caso lo
scavo nelle proprie origini si svolge nel cerchio di una comunità di sradicati. Per
ciascuno di loro Austerlitz scopre un legame sorprendente. Tutto torna ad essere
familiare.

-Sebald accompagna il percorso di Austerlitz alla ricerca della sua storia personale
con un montaggio di testimonianze fotografiche

-“Fuori dal tempo, sospesi nell’eternità, erano tutti i ninnoli, gli attrezzi e i souvenir
nel bazar di Terezin. Erano sopravvissuti ai loro antichi proprietari”/ “Tutti i momenti
della nostra vita mi sembrano allora colti in uno spazio solo, proprio come se il futuro
esistesse già ed aspettasse soltanto il nostro arrivo” Nulla appartiene ad un tempo
anteriore ormai evaporato. Il corredo di epifanie generate dal presente continua ad
essere un tutt’uno con un passato che non passa mai. Il valore degli oggetti nel bazar
sta nella loro mancanza di funzionalità, nel loro essere sopravvissuti
all’annientamento, vibranti di una forza evocativa senza pari.

-Austerlitz è prossimo alla fine del faticoso vagabondaggio nel tempo perduto.
Adesso sa che non potrà mai spezzarsi il rapporto con ciò che è già avvenuto: un
rapporto che si dispiega nell’ambito dell’“impossibile”, ma che rappresenta l’unica
alternativa alla distruttività. Proprio mediante questo rapporto Austerlitz ha
acquistato la conoscenza della propria identità. Non può esserci guadagno maggiore,
ottenuto senza alcun servo e senza contrarre debiti.
Personnes/Archives du Coeur/Dopo

Un obiettivo analogo a quello di Austerlitz è raggiunto anche da Christian Boltanski,


che è riuscito a predisporre uno sterminato archivio di oggetti, fotografie, appunti
voci; testimonianze dotate di un valore in virtù del loro anonimato. Sottratti al
circuito del possesso individuale, tali oggetti vengono destituiti del proprio valore
economico per trasformarsi nel segno di una presenza che una volta c’è stata, ma ora
è sparita. Può non esserci più o trovarsi dovunque, conta poco. Boltanski comunque
non l’ha mai conosciuta, senza rammarico però. Personnes è stato realizzato a Parigi
nel 2010 e consiste in un itinerario espositivo fatto di vestiti usati che culmina con
una montagna di abiti da cui il braccio di una gru ne preleva alcuni per poi lasciarli
cadere in modo causale. Intorno risuona la registrazione amplificata di un battito
cardiaco: emblema di una vitalità mai recisa in quegli abiti. La vita sopravvive,
costantemente rigenerata dal battito di altre, anch’esse anonime. Un simile anonimato
non cancella la singolarità di ciascuno, ma anzi l’assicura, dal momento che solo a
seguito dell’espropriazione di un’identità prestabilita, si può procedere come
Austerlitz verso la conoscenza della propria storia individuale. Il titolo
dell’istallazione infatti ha un duplice significato: “persone” al plurale e “nessuno” al
singolare.

Nel progetto Archives du Coeur del 2008 Boltanski procede alla registrazione del
battito cardiaco di alcuni volontari. Il ritmo di chi muore viene assorbito e fatto
rivivere dal ritmo dei battiti che proseguono il proprio corso e vanno ad aggiungersi
nel tempo, pronti a sovrapporsi, ma anche a dividersi nella propria singolarità.

In Dopo il tema continua ad essere il “rimontaggio del tempo”. L’installazione


consiste in duecento fotografie su grande scala di volti anonimia accompagnati dai
battiti del cuore che risuonano come sprazzi di vita. Qui la presenza sfuma
nell’assenza, ma l’assenza non la dissolve, anzi, né diventa il contenitore naturale.
Abiti, oggetti, libri rievocano la presenza di ciò che è svanito. Dopo che i volti delle
fotografie rischiano di svanire nell’assenza, tocca al visitatore operare un
“rimontaggio nel tempo” e scoprire in questi volti qualcuno con cui intrattenere un
rapporto tra uguali.

Douleur exquise/ Take Care of Yourself/MAdRE

Sopie Calle non ha mai perso occasione per intrecciare rapporti alla pari con persone
anonime. Infrangendo la “legge del proprio”, essa ha allargato l’impatto di alcuni
episodi della propria vita, condividendo tutto con gli altri tramite la propria arte di cui
amici ed estranei sono stati chiamati ad essere a loro volta autori. Sophie Calle decide
dunque di attingere al repertorio dei propri dolori personali, facendone oggetto di una
narrazione multipla. Il Doleur exquise (“dolore acuto”) è provocato dalla brusca fine
di un rapporto sentimentale al quale seguono mesi di terapia del racconto, individuale
e collettivo che la porta alla guarigione. Ciò avviene anche grazie all’esposizione da
parte dell’artista di numerose esperienze traumatiche che ha chiesto di rievocare in
forma scritta ad un ampio gruppo di amici e sconosciuti.

In realtà il dolore di Sophie torna continuamente a rivivere, tanto è vero che pochi
anni dopo dà vita ad una nuova installazione nella quale chiede a 107 donne di
interpretare un’email di rottura dalla loro angolazione professionale. Ciò equivale ad
analizzarla, commentarla, recitarla, danzarla, cantarla, capirla e rispondere al posto
suo. E’ il suo modo per prendere alla lettera il messaggio finale dell’email: “Abbi
cura di te”. La interpretazioni sono tra loro tanto variegate e discordanti quante sono
le competenze professionali e le tonalità affettive di chi le interpreta. La rottura di
Sophie si dissolve in tal modo in un groviglio di relazioni gratuite, senza scopo,
tipicamente “aneconomiche”. Dialogando con quella figura maschile autrice della
lettera, ogni interlocutrice è riuscita ad assottigliarla ed al contempo a creare una
nuova presenza, unica e particolare.

Nel 2006, a seguito della morte della madre, donna colta ed estrosa, Sophie Calle fa
rivivere la sua figura tramite un montaggio di ricordi che culmina con un’esposizione
dal titolo MadRE (2014-2015). L’artista racconta che la vita della madre non
appariva nel suo lavoro e questo indispettiva la donna che si era sentita pienamente
soddisfatta solo in punto di morte, quando la figlia gli aveva montato una macchina
fotografica ai piedi del letto per riprenderla. La rievocazione della presenza materna
comincia dunque con la morte. C’è bisogno della sua morte perché Monique/Rachel
cominci per Sophie a vivere. Ora che non c’è più, Sophie si accorge veramente della
sua presenza e la sua assenza si carica di una vitalità sconcertante, per chiunque
tranne che per lei. L’artista è riuscita finalmente a recuperare un rapporto con lei, a
ritrovare ciò che pensava di aver perduto per sempre. Lo scontro per acquisire il ruolo
di padrone tra le due non aveva avuto tregua e non viene revocata neanche dopo la
morte, ma si svolge comunque lungo una rotta diversa. E’ scomparso qualsiasi
residuo di agonismo e si fa sentire nel vuoto che le separa una prossimità fino ad
allora sconosciuta. Mentre in vita le univa la reciproca volontà di sopraffazione, dopo
la sua morte Sophie arriva ad identificarsi in lei, attraverso un viaggio al Polo Nord
che la madre avrebbe sempre voluto intraprendere e dove sotterra una sua fotografia.
Può così congedarsi finalmente dal passato e dal debito nei confronti della madre.

L’investimento operato da Sophie Calle, Boltanski e Sebald riesce a capovolgere le


leggi dell’economia finanziaria, abolendo ogni debito in un credito inestinguibile
verso se stessi ed in una condivisione priva di proprietà.