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Martedì 12 maggio

3) art.19 e art.20
Art.19 e 20 della Costituzione, che vanno letti congiuntamente e in realtà vanno letti in relazione ad
altre disposizioni costituzionali che in parte abbiamo già incontrato, insieme compongono la più
generale LIBERTÀ RELIGIOSA e DI COSCIENZA. Questa libertà religiosa e di coscienza si
compone di diversi tasselli: il primo tassello è costituito dal principio di eguaglianza che troviamo
all’art 3, cioè l’eguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge a prescindere dalla religione professata.
Non solo tutte le persone che professano una religione sono eguali dinnanzi alla legge ma anche
tutte le confessioni religiose ricevono una eguale trattamento o dovrebbero ricevere un eguale
trattamento dinnanzi alla legge. Questo ce lo dice l’art.8 che è la seconda disposizione che compone
il mosaico della libertà religiosa e coscienza: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere
davanti alla legge”. La disposizione dell’art 8 continua dicendo che le confessioni religiose diverse
da quella cattolica hanno la regolazione dei loro rapporti con lo Stato in uno strumento specifico
che si chiama “intesa”, quindi, lo Stato e le confessioni religiose regolano i loro rapporti reciprochi
con l’INTESA. Questo vale per le confessioni religiose diverse da quella cattolica. Non è questo una
disparità di trattamento in contraddizione con quello che ci dice il primo comma all’art.8? No, si
tratta in senso stretto di una disparità di trattamento perché la confessione religiosa cattolica e le
confessioni religiose diverse da quella cattolica in realtà non sono situazioni completamente
assimilabili perché la confessione religiosa cattolica si aggancia ad uno Stato la cui sovranità è
riconosciuta dal nostro costituente. Questo è il motivo per il quale la chiesa cattolica riceve un
trattamento differenziato da quello riservato all’art.8 alle altre confessioni religiose perché la chiesa
cattolica è anche uno Stato di cui lo Stato italiano riconosce l’indipendenza. Il primo comma
all’art.7 ci dice che lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e
sovrani. Questo regime di specialità riguardo alla chiesa cattolica trova poi estrinsecazioni nel fatto
che i rapporti con la chiesa cattolica non sono definiti con lo strumento dell’intesa ma sono regolati
da uno strumento molto più forte che è quello del CONCORDATO. In Italia abbiamo vigente un
concordato tra Stato e Chiesa cattolica che risale al’ 1929 che poi è stato modificato con il governo
degli anni ’80 e che poi è destinato a regolare i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica. Perché è più
forte rispetto all’intesa? Perché il concordato è un parametro interposto di costituzionalità: la
violazione del concordato tra Stato e Chiesa cattolica comporta una indiretta violazione dell’art.7
della Costituzione. Il concordato si può modificare ma la procedura è diversa: se c’è concorso di
entrambi si può apportare la modifica senza tante formalità; se invece lo Stato volesse farlo
unilateralmente dovrebbe farlo attraverso il procedimento di revisione costituzionale. Art.7.2: “i
loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi, le modificazioni dei patti accettate dalle due parti
non richiedono il procedimento di revisione costituzionale, al contrario le modificazioni dei patti
non accettati da entrambe le parti richiedono procedimento di revisione costituzionale.
Art.19 e 20 completano il quadro della libertà religiose e di coscienza nella declinazione della
libertà di culto, non una semplice libertà di appartenenza interiore e intima ad una certa
confessione religiosa ma sotto il versante dell’estrinsecazione pubblica di questa appartenenza
religiosa. L’art 19 nella sua prima parte ci dice che tutti hanno il diritto di professare liberamente la
propria fede religiosa, quindi, non solo di aderire ma anche di professare liberamente la fede
religiosa. Questo è il profilo pubblico della libertà religiosa, ossia la possibilità di praticare il culto
della propria confessione religiosa. Questa libertà ha un unico limite stando all’art.19, che è quello
del buon costume inteso come pudore sessuale, quindi, sono in contrasto con l’art 19 quelle forme
di culto che ledano il buon costume inteso come pudore sessuale. Naturalmente l’art.19 fonda la
libertà di culto sia positiva che negativa, nel senso che affonda le radici nell’art.19 anche il diritto di
chiunque a non essere costretto a prestare alcun tipo di culto.
Il quadro completo con l’art 20 che ci dice che il carattere ecclesiastico di una associazione o di un
ente non può risolversi in un pregiudizio per quell’associazione o ente.

4) art.21
Articolo 21 della Costituzione: essi costituisce la pietra angolare del sistema democratico perché
contiene la LIBERTÀ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO, ovvero, la libertà di esprimere le
proprie idee e di divulgarle ad un numero non definito di destinatari, quindi, c’è una differenza
rispetto a quella libertà di corrispondenza. La libertà di corrispondenza consiste nella possibilità di
inviare una comunicazione ad un numero predeterminato di destinatari mentre la libertà di
espressione del pensiero consiste nell’esprimere le proprie idee ad un numero indeterminato di
destinatari e si tratta di una libertà che ha ad oggetto sia possibilità o meno di esprimere una
propria convinzione sia le modalità con cui questa convinzione verrà espressa. Ci dice il comma I
della norma che “tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, scritto o
altro mezzo di diffusione”. Quale è l’unico limite che la costituzione prevede a questa libertà di
manifestazione del pensiero? L’unico limite è quello del buon costume e ce lo dice l’ultimo comma
dell’art.21: sono vietate le pubblicazioni a stampe e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon
costume. Anche qui per buon costume si intende la morale sessuale. In realtà questo limite del
buon costume inteso come morale sessuale vale per tutte le forme di manifestazione del pensiero
tranne per due peculiari forme di manifestazione del pensiero che sono l’arte e l’insegnamento. Per
quanto riguarda l’arte, ce lo dice l’art.33 perché porre limite del pudore sessuale ad una
manifestazione artistica in qualche modo è in contro tendenza con una delle funzioni stesse
dell’arte che ha anche la funzione di riscuotere le coscienze, cioè di provocare. Per quanto riguarda
l’insegnamento, all’art 33, opporre il limite del pudore sessuale all’insegnamento evidentemente
può essere efficace per alcune forme di insegnamento. Non è ammesso come limite il buon costume
per l’arte altrimenti sarebbe compromessa la natura provocatoria dell’arte e sarebbe anche
compromessa l’effettività di alcuni insegnamenti nel campo scientifico. A parte il limite del buon
costume, nessun altro limite può essere opposto alla manifestazione libera del pensiero, anzi, il
comma II dell’art.21 esclude qualsiasi forma di censura, quindi, ogni forma di censura o di
autorizzazione preventiva non solo per la stampa ma per ogni forma di manifestazione del
pensiero: è incostituzionale qualsiasi autorizzazione preventiva o qualsiasi censura. Invece è
possibile intervenire dopo, cioè ex-post, alla effettiva manifestazione del pensiero. Ci possono
essere dei controlli successivi e ce lo dicono i commi II e III dell’art.21: le pubblicazioni a stampa
possono essere oggetto di un controllo successivo che può sfociare in un sequestro del materiale
attraverso il quale è avvenuta la manifestazione del pensiero. Le ipotesi in cui è possibile
intervenire con questi controlli successivi ed è possibile procedere al sequestro sono coperte da una
riserva assoluta di legge: “si può procedere al sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità
giudiziaria, quindi anche riserva di giurisdizione, nel caso di delitti per il quali la legge sulla stampa
espressamente lo autorizzi, o in caso di violazioni delle norme che la legge stessa prescriva per le
indicazioni dei responsabili”. L’ipotesi di controlli successivi e di sequestro delle manifestazioni del
pensiero a mezzo stampa è coperta da una riserva di giurisdizione e da una riserva di legge assoluta
(che è anche rinforzata per contenuto) perché il comma III ci sta dicendo quando la legge, e solo la
legge, può autorizzare controlli successivi ed eventuali sequestri: quando lo preveda una legge
speciale sulla stampa, quindi, una legge che reca la disciplina specifica della manifestazione del
pensiero a mezzo stampa oppure nel caso di violazione di norme sull’indicazione dei responsabili
delle pubblicazioni a mezzo stampa perché c’è tutta una disciplina legislativa in materia di
responsabilità delle pubblicazioni a mezzo stampa. Ad esempio, che accade se a mezzo stampa, sul
giornale si integra un fatto di diffamazione o di ingiuria, chi è il responsabile di quell’illecito che è
integrato con una pubblicazione a mezzo stampa? Tutti questi dubbi sulla responsabilità delle
pubblicazioni a mezzo stampa sono disciplinati da un apposito corpus legislativo e la legge può
prevedere che in caso di violazione di questa disciplina sulla responsabilità delle pubblicazioni a
mezzo stampa si possa procedere al sequestro ella stampa. Si può procedere anche senza la previa
autorizzazione giurisdizionale. La riserva giurisdizionale, nei casi stabiliti dalla legge, può anche
essere assolta anche ex post mediante una convalida.
Proprio come abbiamo visto per la libertà personale e l’inviolabilità del domicilio ma con la
differenza che se per la libertà personale e per l’inviolabilità del domicilio il termine era quello di
48+48 ore, qui il termine è ridotto a 24 ore, quindi, nei casi stabiliti dalla legge si può procedere a
sequestro delle pubblicazioni a mezzo stampa anche se non c’è la previa autorizzazione
giurisdizionale purché se ne dia comunicazione entro 24 all’autorità giudiziaria e questa autorità
giudiziaria entro 24 ore dalla comunicazione provveda a convalidare la misura. Per concludere il
discorso su questa libertà, affonda le sue radici in questa disposizione costituzionale anche la
libertà di informazione intesa nella sua accezione attiva e nella sua accezione passiva:
-Accezione attiva: è la libertà di informare, di fare informazione.
-Accezione passiva: libertà di essere informati. Ciò tira in ballo un valore che dunque ha un
riferimento diretto nella Costituzione che è il valore del pluralismo informativo, cioè il
pluralismo delle fonti di informazioni.
Visto che tramite la libertà di informazione, che affonda le sue radici nell’art 21, il pluralismo delle
fonti di informazioni è un valore para costituzionale, allora acquista un’importanza decisiva la
disciplina legislativa dei mezzi di informazione. In modo particolare, a partire dagli anni 90, ha
acquisito particolare rilevanza la disciplina legislativa del sistema radiotelevisivo. Una disciplina
che soprattutto prima della svolta digitale doveva fare i conti con a) un dato oggettivo (che era la
limitatezza delle frequenze televisive e quindi alla luce di questo dato la disciplina legislativa in
materia tentava un bilanciamento tra il valore del pluralismo delle fonti di informazione), b) il
valore della libertà imprenditoriale (perché è un’attività imprenditoriale quella di attivare una rete
televisiva) e c) la premura di evitare la formazione di monopoli nel regime radiotelevisivo. Questo
spiega perché dagli anni ’90 in avanti la disciplina legislativa del sistema televisivo è stata
notevolmente attenzionata non solo dal decisore pubblico ma anche dalla stessa opinione pubblica.

• Finora (art.13->28) abbiamo visto il TITOLO I della Costituzione che è dedicato ai rapporti civili.
Gli articoli che seguono il 21, quindi dal 22 al 28 sono tutti disposizioni che noi abbiamo già
incontrato (principi in materia di magistratura e di pubblica amministrazione).

• Il Titolo secondo della costituzione (29->34) è dedicato ai diritti e doveri ai cittadini in cui il
cerchio si allarga e si passa dai rapporti civili ai rapporti etico sociali, quelli cioè che
considerano una socialità più diffusa della mera sfera individuale del soggetto. La prima forma di
socialità, che è la socialità anche da un punto di vista temporale, ha il suo svolgimento, anzitutto,
nella vita familiare e poi nel mondo della scuola. I diritti e le libertà che sono disciplinati
dall’articolo 29 all’articolo 34 hanno una struttura totalmente diversa rispetto ai diritti e alle
libertà di cui abbiamo trattato fino ad adesso perché noi finora ci siamo occupati di diritti classici,
diritti che hanno si un profilo positivo nel senso che richiedono un attivarsi dello Stato ma che in
prevalenza sono caratterizzati da una pretesa di senso negativo, cioè quando abbiamo parlato
della libertà di circolazione, libertà di culto e cosi via, ci siamo concentrati su fattispecie di diritti
e libertà che hanno come profilo assorbente una pretesa negativa, cioè si chiede che lo Stato si
astenga da una interferenza. Hanno tutti almeno un minimo profilo anche di pretesa positiva e
questo emerge particolarmente nella libertà di manifestazione del pensiero e nella sua
declinazione della libertà di informazione perché si pretende che lo Stato sia attivi per garantire il
pluralismo dei mezzi informativi però si tratta ipotesi di diritti e di libertà in cui la parte più
grande è una pretesa di senso negativo. Non è cosi quando superiamo il titolo primo e arriviamo
ai rapporti etico-sociali, laddove si parla di misure economiche e altre provvidenze per la
formazione della famiglia, laddove si parla di protezione della maternità dell’infanzia e della
gioventù, laddove si parla di servizio di istruzione pubblica, laddove si parla di diritto alla salute.
Sono questi diritti che nella loro struttura sono caratterizzati principalmente da una pretesa di
senso positivo. Sono situazioni giuridiche soggettive che legittimano il cittadino a pretendere che
il potere pubblico eroghi un servizio, a pretendere che il potere pubblico adotti misure per
proteggere maternità, infanzia e gioventù e così via. Questi diritti che hanno un contenuto
prevalentemente di segno positivo vengono definiti diritti sociali e sono quei diritti tipici di quella
forma di stato particolare che comincia a comparire, principalmente dopo la Seconda guerra
mondiale, quando le costituzioni cominciano a fare proprio un principio di eguaglianza in senso
sostanziale nei termini di quella rivoluzione di cui al secondo comma all’art 3 è riportato:
—>lo Stato non si deve limitare dall’astenersi nel violare alcune situazioni giuridiche ma deve farsi
esso stesso prestatore di un intervento attivo che può essere svolto a livello centrale dallo Stato o
livello decentrato dalle Regioni o dagli altri enti locali, ma che comunque deve essere prestato
perché è strettamente funzionale e necessario alla piena tutela di quella dignità umana a cui orienta
il cammino del decisore pubblico il comma II dell’art 3 della Costituzione. Questi diritti sociali
hanno un problema rispetto ai diritti classici: il problema è che questo diritti sociali costano e
hanno un profilo finanziario (perché i diritti di libertà classici non hanno di per sé un costo perché
l’astensione dello stato da una interferenza non ha un costo), infatti, allestire un sistema di
istruzione pubblica e mettere in piedi un sistema sanitario e provvedere alla famiglia la maternità
ha un costo e questo ha rischiato talvolta in alcuni momenti di far apparire i diritti sociali come
diritti di secondo grado, come diritti non fondamentali, perché derubricare i diritti sociali come
diritti non fondamentali tutto sommato ci mette al riparo da critiche quando non riusciamo a
garantire i diritti sociali perché non ne riusciamo a sostenere il costo o perché preferiamo orientare
le risorse pubbliche su altri approdi. Tanto più in un contesto in cui c’è un generale equilibrio della
finanza pubblica da rispettare perché ce lo chiede espressamente il comma I dell’art.81 della
Costituzione.
Quella di presentare i diritti sociali come diritti non fondamentali è una scelta politica che è volta a
contenere critiche per scelte allocative diverse, perché i diritti sociali sono come tutti gli altri diritti
e libertà sono fondamentali tout court e quindi godono dello stesso statuto di protezione e di
garanzia perché i diritti sociali sono intimamente connessi al principio di uguaglianza sostanziale e
questo ne garantisce il carattere fondamentale. D’altra parte non è tanto vero che i diritti e le
libertà classiche non hanno un profilo finanziario. Certamente avranno un profilo finanziario
minore rispetto ai diritti sociali però anche garantire la libertà di riunione ha un costo, quindi, non
è il fatto di aver un versante finanziario che fa perdere il carattere di diritto fondamentale ai diritti
sociali. Tra i diversi diritti sociali della Costituzione, tratteremo il diritto alla salute di cui all’art.32
è riportato.
ART.32—>Dire diritto alla salute nei termini previsti dall’articolo 32 significa in realtà dire diverse
cose: diritto alla salute è già un diritto di libertà classico perché significa anzitutto diritto alla
integrità psicofisica quindi la legittima pretesa a che nessuno, né un potere pubblico né un
consociato, violi impunemente la mia integrità psicofisica. Questo è il contenuto minimo basilare
del diritto alla salute, è quanto più far similare il diritto alla salute ad un diritto della libertà
classica perché il contenuto è una pretesa di non interferenza e di astensione della lesione
dell’integrità psicofisica con un contenuto precettivo che vale sia per il potere pubblico che per
qualsiasi altro consociato ed è in queste accezioni del diritto alla salute che la giurisprudenza
vigente fa fondare le radici costituzionali dell’obbligo di risarcire il danno biologico. Nel profilo del
diritto alla salute, cioè il diritto alla integrità psicofisica, la giurisprudenza costituzionale fa fondare
le radici anche al diritto all’ambiente che in realtà ha anche un altro riferimento costituzionale che
è l’art.9 della Costituzione, laddove al comma II ci dice che la Repubblica tutela il paesaggio oltre
che al patrimonio artistico della nazione. Il diritto all’integrità psicofisica è strettamente correlato
ad un diritto ad un ambiente salubre. Questo è quanto ci dice la Corte costituzionale. Ma diritto alla
salute nei termini dell’articolo 32 non significa soltanto diritto all’integrità psicofisica ma significa
anche diritto ad essere curato. È qui dunque troviamo il nocciolo del diritto alla salute come diritto
sociale. Quindi non si chiede più una astensione da interferenze, non si chiede che il potere
pubblico o soggetto privato non rechi un danno alla mia integrità psicofisica: qui si chiede che il
potere pubblico mi presti le cure, cioè allestisca un sistema sanitario nazionale. Infatti, nel nostro
ordinamento c’è una legge che istituisce il sistema sanitario nazionale che stando all’articolo 32
della Costituzione deve garantire cure gratuite agli indigenti, ma la gratuità delle cure è
obbligatoria solo per gli indigenti mentre per chi non è indigente le cure sono prestate secondo un
sistema tariffario che è proporzionato al reddito di ciascuno.
Art 32 comma I: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse
della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. L’articolo 32 ci dice un’altra cosa
significativa: la salute non è soltanto un diritto dell’individuo (unica disposizione costituzionale in
cui troviamo l’aggettivo fondamentale riferito ad un diritto) è anche un interesse della collettività.
Perché lo stato tutela la salute dell’individuo? Perché lo Stato interviene a curarmi se io mi prendo
il covid-19? Non solo perché lo Stato deve tutelare il mio diritto alla salute come mio diritto
individuale ma anche perché la mia salute è un interesse della collettività: qui emerge l’interesse
della collettività al mio stato di salute. Ecco perché in realtà il diritto ad essere curato ha anche un
profilo negativo che però è limitato, nel senso che esiste un diritto ad essere curato ma esiste anche
un diritto a non essere curato ma questo mio diritto a non essere curato trova il limite nel fatto che
la mia salute è un interesse della collettività e quindi significa che talvolta l’ordinamento può
limitare il mio diritto a non essere curato se non c’è un interesse della collettività. Ecco perché
troviamo il secondo comma dell’articolo 32: “nessuno può essere obbligato ad un determinato
trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Quindi la legge può prevedere dei
trattamenti sanitari obbligatori e sono in deroga al mio diritto a non essere curato quando il mio
diritto a non essere curato pregiudicherebbe il diritto alla salute come interesse della collettività. È
il legislatore che può prevedere dei trattamenti sanitari obbligatori, c’è quindi una riserva di legge e
in ogni caso i trattamenti sanitari obbligatori previsti dal legislatore non possono in ogni caso
violare il rispetto della persona umana. È chiaro che un trattamento sanitario può essere reso
obbligatorio se vi è un interesse della collettività anche se il rifiuto di quel trattamento sanitario
obbligatorio sarebbe richiesto dalla libertà di culto.
Esempio: C’è una determinata confessione religiosa che per alcune ragioni chiede ai propri
appartenenti di rifiutare le trasfusioni. Il rifiuto della trasfusione, per quanto lesivo possa essere,
non tira in ballo un interesse della collettività, dunque, non sto ledendo un interesse della
collettività. Diventa più complicato la faccenda se invece il destinatario della trasfusione è un
minore e il consenso dovrebbe essere prestato dai genitori. Qui l’interesse della collettività può
ravvisarsi, ossia l’interesse della protezione del minore che è un interesse oggettivo di ordine
pubblico nel nostro ordinamento ma a parte questo caso del minore, in realtà, il soggetto che voglia
rifiutare una cura per ragioni di culto è ammesso se non lede l’interesse della collettività.
Quale è limite tra il rispetto della salute individuale e il rispetto della salute pubblica, cioè chi lo
stabilisce? Lo stabilisce il legislatore evidentemente visto che è il legislatore che può prevedere
delle prestazioni sanitarie obbligatorie laddove ravvisi un interesse della collettività. Il
bilanciamento tra diritto alla salute individuale e diritto della salute come interesse della
collettività è nelle mani del legislatore. Il bilanciamento di ogni diritto è nelle mani del legislatore,
fatto salvo che in questo bilanciamento può dire la sua la Corte costituzionale se è chiamata in
causa.

• Il titolo III (35->47) della parte dedicata ai diritti e doveri dei cittadini allarga ancora di più il
nostro orizzonte. Questa parte è dedicata ai rapporti economici. Le disposizioni che vanno
dall’art.35 all’art.47 della Costituzione sono quelle disposizioni che formano la costituzione
economica, cioè il nucleo di quelle disposizioni costituzionali dedicate ai rapporti economici che
sono molteplici perché noi dentro ci troviamo le disposizioni relative al lavoro, quindi, tutti i
diritti del lavoratore, ma troviamo anche le disposizioni dedicate ad attività economiche in forma
di impresa e troviamo anche la tutela della proprietà con l’art.42 della Costituzione. È chiaro che
queste disposizioni vanno poi lette nel contesto di tutti gli altri principi costituzionali perché
altrimenti finiremmo per non capirli perché ad esempio, quando all’art.41 dove ci viene detto che
l’iniziativa economica è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, cosa si
intende per utilità sociale? È chiaro che il limite del contrasto all’utilità sociale previsto
dall’art.41 all’iniziativa economica privata va letto alla luce del principio di eguaglianza e
soprattutto il principio di eguaglianza sostanziale. L’iniziativa economica privata è in contrasto
con l’utilità sociale e quindi è illecita ai sensi dell’art.41 anzitutto quando si svolge in un ostacolo
di ordine economico sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini,
impedisce il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori
all’organizzazione del paese.
La stessa cosa possiamo dire per la disposizione costituzionale in materia di proprietà all’art.42
laddove ci viene detto al secondo comma che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla
legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la
funzione sociale. Cosa significa la funzione sociale della proprietà privata?
Questa disposizione è rivoluzionaria perché predica che ci sia una funzione sociale della proprietà
privata, cioè la proprietà privata ha la funzione di soddisfare la mia utilità privata nell’ottica dello
stato liberale borghese, però l’art.42 lo nega perché vi è una funzione sociale della proprietà privata
a cui deve essere orientata la disciplina legislativa in materia di acquisto, godimento e limiti della
proprietà privata stessa.
Quale è questa funzione sociale? È chiaro che la formula della funzione sociale va riempita
anzitutto con quello che ci viene dal principio dell’eguaglianza sostanziale, perché la funzione
sociale della proprietà privata è sicuramente in prima battuta quella funzione di rimozione di
quegli ostacoli di ordine economico-sociale secondo l’art.3. Questo per dire che queste disposizioni
(dall’art.35 all’art.47) in materia di diritti economici non vanno isolate ma vanno lette
congiuntamente con tutti gli altri principi costituzionali. In modo particolare: uno dei quattro
principi fondamentali della Costituzione è il principio lavorista poiché l’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro. Gli unici meriti degni di considerazione sono quei meriti che
derivano dall’esercizio di un lavoro di cui ai cittadini è riconosciuto il diritto, ma che si presenta ai
cittadini anche sotto forma di ‘dovere’, ci dice l’art.4 della Costituzione. Un diritto e un dovere che è
il canale privilegiato di partecipazione all’organizzazione politica economica e sociale del paese,
tant’è vero che l’art.3 comma II ci parla proprio dell’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori,
non escludendo da questo partecipazione chi lavoratore non è ma ad indicare che la strada
privilegiata per questa partecipazione è l’esercizio di un’attività lavorativa e quindi si capisce
perché il costituente ha ritenuto di costituzionalizzare alcune declinazioni del diritto al lavoro già
fissato all’art.4 della Costituzione.
Quali sono queste declinazioni del diritto al lavoro? Naturalmente la prima declinazione la si trova
già all’articolo 4 e consiste nella libertà di scegliere che lavoro svolgere. “Ogni cittadino ha il dovere
di svolgere secondo le proprie possibilità e scelta una attività che concorra al progresso materiale o
spirituale della società” ma poi un’altra declinazione costituzionale del diritto al lavoro è la
previsione all’art.36 del diritto ad una retribuzione proporzionata non solo alla quantità ma anche
alla qualità del suo lavoro. L’art.36 ci dice che la considerazione della quantità e della qualità del
lavoro non può comunque portare il livello retributivo ad una misura inferiore a quella in grado di
garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Un’altra declinazione è il
diritto irrinunciabile al riposo settimanale e alle ferie, ed è irrinunciabile per sottrarre il diritto alle
ferie a negoziazioni tra il datore di lavoro e il lavoratore, che sono negoziazioni sempre sbilanciate
nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore e da un punto di vista fattuale è chiaro che il
lavoratore si trova in una condizione di minorità se non altro psicologica e il datore di lavoro
potrebbe approfittare di questa situazione di minorità disponendo anche delle ferie annuali
retribuite. Ecco perché l’ultimo comma dell’art.36 ci dice che il diritto al risposo settimanale e alle
ferie annuali retribuite è irrinunciabile. Un’altra declinazione del diritto al lavoro è la previsione di
una assistenza sociale per gli inabili e ce lo dice l’art.38 della Costituzione: ogni cittadino inabile al
lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza
sociale.
Che cos’è la cassa d’integrazione? È una forma di assistenza per chi si trova, senza sua colpa, a non
poter esercitare pienamente il diritto al lavoro. Altre due declinazioni al lavoro sono la libertà
sindacale e il diritto allo sciopero: la libertà sindacale, all’art.39, è una libertà sia negativa che
positiva, cioè libertà di aderire ad un sindacato o anche libertà di non aderire ad un sindacato.
L’art.39 ci dice che, diversamente da quello che avveniva nel regime corporativo fascista,
l’organizzazione sindacale è libera e vi possono essere più associazioni sindacali, ovvero più
associazioni di rappresentanza degli interessi dei lavoratori. L’art.39 in materia di organizzazione
sindacale è una di quelle disposizioni costituzionali rimasta inattuata per la stessa scelta dei
destinatari di questa disposizione.
L’art 39 prevedeva che i contratti conclusi dalle associazioni sindacali con i datori di lavoro
avessero una efficacia normativa generale erga omnes, cioè che nel disegno del costituente se una
organizzazione sindacale di una certa categoria di lavoratori conclude un contratto con un datore di
lavoro, quelle condizioni contrattuali si estendono a tutti i lavoratori di quel settore a prescindere o
meno della loro adesione al sindacato. Questo modello di contratti collettivi con efficacia normativa
è però dall’art.39 condizionato ad un adempimento. Questo adempimento è la registrazione dei
sindacati, cioè l’art.39 dice: facciamo sì che i contratti collettivi conclusi dai sindacati valgano per
tutti i lavoratori di quel settore ma affinché questo accada è necessario che i sindacati siano
registrati.
Ora, i sindacati non hanno mai voluto registrarsi perché hanno sempre ritenuto che la registrazione
potesse sottoporli ad una forma di controllo da parte del potere pubblico. Visto che i sindacati
deliberatamente non hanno mai voluto registrarsi, i contratti collettivi conclusi dai sindacati non
hanno l’efficacia normativa e quindi i contratti collettivi conclusi dai sindacati non valgono per tutti
i lavoratori di un settore ma valgono soltanto per i lavoratori di quel settore che liberamente
aderiscono al sindacato che ha concluso quel contratto. L’ultima declinazione, connessa alla libertà
sindacale, è il diritto allo sciopera previsto all’art.40: il diritto di sciopero si esercita nell’ambito
delle leggi che lo regolano. Questa disposizione costituzionale ci dice che lo sciopero non può essere
reato e questo è una novità perché nel Codice penale che era vigente nel momento in cui la
Costituzione stava entrando in vigore, lo sciopero era reato. La scelta del lavoratore di aderire
nell’astensione al lavoro, ovvero lo sciopero, non può avere una conseguenza civile o penale, cioè
non può avere nessuna conseguenza disciplinare, cioè il datore di lavoro non può applicare una
sanzione disciplinare al lavoratore che aderisca ad un’astensione collettiva dal lavoro. Però anche
l’art.40 è una disposizione in parte inattuata, perché queste leggi che lo regolano non sono mai
state approvate perché si tratta di un ambito particolarmente delicato e si è preferito non
intervenire prevedendo limiti di natura legislativa. L’unico intervento legislativo che abbiamo avuto
riguardo lo sciopero nel settore dei servizi pubblici essenziali: una legge del 1990 che disciplina lo
sciopero dei servizi pubblici essenziali perché quando si parla di servizi pubblici essenziali c’è in
ballo non soltanto il diritto di sciopero dei lavoratori ma anche il diritto dei consociati a vedersi
prestati quei servizi pubblici essenziali e quindi la legge del 90 opera un bilanciamento tra queste
due esigenze costituzionali, prevedendo che lo sciopero nei servizi pubblici essenziali è possibile ma
con alcune cautele, ad esempio, con la previsione di fasce protette, in cui comunque il servizio
pubblico essenziale è prestato o ancora con la previsione in anticipo dello sciopero in modo da
potersi organizzare per sopperire alla mancanza della prestazione di quel servizio pubblico
essenziale.
La Costituzione richiede che il legislatore si attivi per particolarizzare la disciplina normativa del
lavoro, cioè prevedere delle garanzie specifiche nell’ambito dell’esercizio del diritto del lavoro per
ad esempio le donne lavoratrici, quindi, una disciplina ad hoc per il lavoro femminile o una
disciplina ad hoc per il lavoro dei minori in tema di lavoro minorile. È chiaro che le esigenze che le
declinazioni in concreto del diritto del lavoro porta con sé possano essere diverse nel caso del
lavoro minorile e nel caso in alcuni settori del lavoro femminile.
La parte dedicata ai diritti e doveri dei cittadini si chiude con il titolo IV, che è dedicato alla sfera
più ampia dei rapporti sociali. Il titolo IV è dedicato ai rapporti politici e si tratta delle disposizioni
dall’art 48 fino al 54 della Costituzione.

FINE DEL CORSO DI DIRITTO COSTITUZIONALE ITALIANO ED EUROPEO😢

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