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29/7/2020 Da cosa guarisce la psicoanalisi?

- PSICOANALISI, PSICOTERAPIA, SOCIETÀ

Conferenza tenuta presso l'Università di Bologna il 30 novembre 2010 

di Marco Focchi

La premessa migliore da cui partire, per analizzare adeguatamente l’idea di guarigione in un campo
diverso dalla medicina come quello psicoanalitico, è vedere come le tematiche incontrate nella clinica
psicoanalitica si riconducano spesso a problemi di ordine sociale. Per altro verso le questioni a volte
sollevate sullo statuto epistemologico della psicoanalisi si rivelano in fondo essere, nella loro
sostanza, questioni politiche. Alcuni studiosi, negli anni scorsi, penso a un epistemologo come Alfred
Grünbaum o, più in là nel tempo, a Karl Popper, hanno messo al vaglio il paradigma concettuale della
psicoanalisi. Popper lo ha fatto in un modo più interessante di Grünbaum, lo ha fatto a partire dal
problema centrale della sua epistemologia, quello della falsificabilità. Grünbaum invece si è fondato
su presupposti marcatamente positivisti. Se tuttavia andiamo a guardare il contesto più ampio in cui
questi interrogativi epistemologici affondano le radici, vediamo che in ultima istanza essi si articolano
con le necessità, legate a orientamenti economici e politici, che tendono a imporre un certo tipo di
scelte amministrative. Salta agli occhi infatti la particolare corrispondenza che si è creata tra la
razionalità burocratica da un lato, studiata da Max Weber, e un’estensione impropria della
scienza,dall’altro, estensione che va sotto il nome di scientismo. Questa è costituita da un dispositivo
concettuale che si appropria dei metodi elaborati sul terreno della ricerca scientifica, li trapianta in un
campo a essa estraneo, e a cui sono inadatti, ma nel quale impongono l’impero del calcolo, forgiando
strumenti di cui si appropria poi, su un altro piano, il personale amministrativo.

Ritorno allo stato precedente 

Se interroghiamo il problema della guarigione nella psicoanalisi dobbiamo quindi far posto a questo
tipo di considerazioni. Per la medicina infatti la guarigione è, con ogni evidenza, un concetto
pertinente. È completamente inscritto nel campo teorico e operativo che la definisce. La medicina si
forma e cresce intorno all’idea di guarigione, e la guarigione è un concetto che nasce all’interno della
medicina. La medicina guarisce da lesioni, da traumi, da ferite, da infiammazioni, guarisce da infermità,
da malanni, da problemi che sorgono nel corpo, e rispetto ai quali si può ritornare allo stato
precedente all’insorgenza dei sintomi, delle lesioni, dei disturbi. Nella psicoanalisi non si può fare la
stessa cosa. Il primo punto quindi che mi sembra importante fissare è che se nella medicina la
guarigione si può definire come restitutio ad integrum, il ritorno a uno stato precedente all’insorgere
della malattia, nella psicoanalisi non è così, e la guarigione non può avere lo stesso senso. Il sintomo è
indice di molte questioni inerenti al soggetto, questioni che vengono messe sul tappeto attraverso
l’esperienza psicoanalitica, e si tratta di tenerne conto, si tratta di darvi un certo tipo di elaborazione.
Bisogna quindi distinguere, in particolare, il modo in cui la psicoanalisi tratta il sintomo da quello in cui
viene trattato in quella branca della medicina, considerata come la più vicina alla psicoanalisi, che è al
psichiatria. 
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Psicoanalisi e psichiatria 

I rapporti tra la psichiatria e la psicoanalisi in realtà, in Italia, dal punto di vista storico, non sono mai
stati particolarmente stretti. Alcuni psichiatri, nei primi decenni del XX secolo, si sono interessati alle
teorie freudiane man mano che queste venivano rese note. Erano figure come Gustavo Modena, uno
psichiatra di Ancona, e forse più significativamente Enrico Morselli, uno psichiatra di Genova, che
aveva un posto di spicco nella Società Italiana di Freniatria – allora la psichiatria si chiamava così.
Questi psichiatri si erano occupati dei temi che Freud proponeva in quelli anni, i primi del secolo, e
questo era stato per un lato un riconoscimento della psicoanalisi, ma per un altro una presa di
distanza. Tra psichiatria e psicoanalisi in Italia ci sono stati solo legami piuttosto deboli. Diverso è lo
scenario in America. Negli Stati Uniti c’è stato un ampio dibattito su quella che è stata chiamata la
psicoanalisi laica, la psicoanalisi condotta dai non medici. Il dibattito è iniziato in realtà in Europa già ai
tempi di Freud, che ha difeso lo statuto di psicoanalista non medico. I primi psicoanalisti in America
hanno invece considerato necessario per la psicoanalisi acquisire un riconoscimento sociale, avere il
prestigio indispensabile per imporsi. Di conseguenza hanno valutato che sarebbe stato meglio se lo
psicoanalista si fosse messo al riparo dietro la figura consolidata del medico, attingendo
all’ascendente conferito tradizionalmente dall’autorevolezza della medicina. La formazione in
psicoanalisi fu quindi inizialmente vincolata al presupposto di una formazione medica. Questo vuol
dire che per trattare le nevrosi era necessario acquisire una specializzazione in psichiatria, e uno
psicoanalista, nell’America di quegli anni, era uno semplicemente psichiatra con una moderna
formazione psicodinamica. È stato poi vero anche il contrario: si è talmente imposto il training
psicoanalitico nella psichiatria americana che, a un certo punto, un medico per essere psichiatra,
doveva essere anche psicoanalista. Il trattamento psichiatrico, nella vita americana degli anni
Quaranta e Cinquanta, gli anni di maggior successo della psicoanalisi nel pubblico, nella cultura, nella
filmografia – molti di voi hanno senz’altro visto i film di Hollywood dove la figura dello psichiatra e
dello psicoanalista viene a essere uno dei personaggi chiave della vicenda – il trattamento psichiatrico
in quegli anni era fondamentalmente un trattamento psicoanalitico. Questo è durato per un po’, fino a
circa gli anni Sessanta, fino alle prime edizioni del Manuale Diagnostico della psichiatria, il DSM, che
sancivano una sorta di spartizione di aree. Le nevrosi venivano considerate alla luce dei concetti
psicoanalitici, e come eziologia della nevrosi veniva di conseguenza accreditata l’idea del conflitto
psichico. Per quanto riguarda le psicosi invece tutto veniva inquadrato in una prospettiva di stampo
kraepeliniano, improntata cioè alla psichiatria tedesca classica. Era una sorta di compromesso fra i
temi tradizionali della psichiatria e i temi nuovi della psicoanalisi. Le cose sono andate avanti più o
meno così fino al 1980, quando venne presentata un ulteriore edizione del Manuale Diagnostico, la
terza, quella che va sotto la sigla di DSM III. La scena qui cambia completamente: viene eliminata la
nozione di conflitto psichico come fattore eziologico della nevrosi, perché considerata troppo
generica in una psichiatria che sta prendendo ormai un altro orientamento, cerca una via che la
qualifichi rispetto alla prospettiva dominante che la medicina sta prendendo, prospettiva che si
sarebbe diventata quella evidence based. Il termine è stato coniato solo nel 1990, ma era gia avviata
la tendenza a fondare i trattamenti sulle prove, a cercare criteri di corrispondenza quanto più
possibile univoci tra un fattore eziologico e una configurazione sintomatica, attingendo alla
catalogazione dei casi, alla statistica, e all’oggettivazione sperimentale. Questo cambiamento di

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direzione allontana in modo brusco la psichiatria dall’impronta più propriamente analitica. Se


leggiamo le recensioni sul DSM III uscite all’epoca nell’International Journal of Psycho-analysis,
vediamo gli psicoanalisti osservare che la svolta coincide con un divorzio tra psichiatria e psicoanalisi,
e che da quel momento in poi si sarebbe dovuto considerare la psicoanalisi come una disciplina
indipendente, a cui è necessario uno statuto giuridico autonomo, che la faccia valere come
professione riconosciuta, cosa che poi in effetti è stata perseguita e realizzata. 

Una terapia non soppressiva del sintomo 

Vi presento queste vicende perché è anche interessante inquadrare storicamente le cose per capire
perché diciamo che nella psicoanalisi parliamo di una terapia non soppressiva del sintomo.
Alessandro Russo citava prima questa espressione, che è il sottotitolo del mio libro. Il titolo è Il trucco
per guarire. Potrebbe sembrare un titolo malizioso ma, in effetti è piuttosto un titolo che serve a far
da contrasto a un’altra idea, all’idea che ci sia non un trucco, ma una ricetta per guarire. Quando
andate a farvi visitare il medico, essenzialmente, vi dà delle ricette. Cosa sono le ricette? Sono
prescrizioni, che certamente sono fatte per voi, ma sono fatte sulla base di una rete diagnostica
comune. Ognuno ha il suo raffreddore, ma il raffreddore viene da un virus, e nei contagi tutti
prendono lo stesso virus. Per semplificare possiamo dire che la ricetta ha sullo sfondo l’idea
dell’universale: c’è una cura che va più o meno bene per tutti, la si adatta alla peculiarità della persona,
uno è più forte, un altro è più debole, il dosaggio può variare, ma il farmaco è quello. Nella psicoanalisi
non c’è una ricetta per guarire, perché non abbiamo una base universale analoga a quella che c’è nella
medicina. 
La singolarità del sintomo 
Possiamo, certo, parlare di diagnosi nella psicoanalisi, possiamo fare diagnosi di psicosi, di nevrosi, ma
più che categorie diagnostiche, queste sono grandi categorie concettuali di orientamento. In realtà,
quel che noi vediamo sono pazienti, ciascuno dei quali ha un problema singolare. La caratteristica
della psicoanalisi è di trattare le singolarità. I sintomi non sono elementi che possiamo repertoriare in
un manuale con un valore universale. Direte che ci sono anche manuali di psicoanalisi. Certo, ci sono
manuali di psicoanalisi, ma non li potete utilizzare come il prontuario di medicina, non potete
utilizzarli per fare una prescrizione a un paziente. Bisogna ascoltare con attenzione il problema
particolare del paziente per poter trovare la via che può seguire, e qui il termine “trucco”, vedete, non
è il gioco di prestigio, è il termine più indicato per parlare della singolarità. È un termine che viene da
una citazione, perché ricorre in una conferenza di Lacan, una delle sue ultime conferenze, negli anni
Settanta, quando Lacan ormai ha quasi settantasette, o settantotto anni, e ha passato tutta la vita a
occuparsi di psicoanalisi, a vedere pazienti. In questa conferenza dice: mi domando, ci domandiamo,
mi domandano, cosa fa sì che durante un’analisi un paziente guarisca, cosa induce la guarigione
psicoanalitica e, con una pausa retorica, risponde, in realtà, non lo so. Ho passato tutta la vita a
occuparmene ma non ne so niente. Potrebbe sembrare un’asserzione di modestia, se non
conoscessimo il personaggio, che è tutto il contrario di un carattere modesto. Poi aggiunge: in realtà
quel che funziona nella psicoanalisi è che bisogna sussurrare all’orecchio del paziente qualcosa che,
detto nel modo nel modo giusto, porta alla guarigione. È un fatto di esperienza, dice, e questo si
collega – e qui mette un termine che fa parte della sua dottrina – al soggetto supposto sapere, cioè
quel che lui considera essere il fulcro della traslazione. È perché si gioca bene il soggetto supposto

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sapere, nel modo giusto e con il tono giusto, usando l’esperienza il tatto dovuto, che si riesce a indurre
il paziente alla guarigione. Sembra un’indicazione molto generica, ma in realtà, in bocca di Lacan, con
le sue premesse e con le teorie che ha espresso per anni, è invece qualcosa di molto preciso, che dice
come dobbiamo andare ad ascoltare qualcosa d’impercettibile nel paziente, qualcosa che l’esperienza
ci permette di cogliere per costruire con lui la soluzione che va per lui.Consideriamo quindi la
soluzione specifica, ma consideriamo anche un altro aspetto. Quando un paziente viene da uno
psicoanalista si è già costruito una soluzione, e questa soluzione si chiama sintomo. È il motivo per cui
la psicoanalisi non può essere una terapia semplicemente soppressiva del sintomo. Sopprimere il
sintomo, nel caso di un disturbo psicologico, significa anche eliminare la soluzione che il paziente ha
trovato. Non ha trovato, evidentemente, la soluzione migliore del mondo, infatti lo fa soffrire, ma
dobbiamo considerare che è comunque una soluzione, che il sintomo non è soltanto un disturbo, un
intralcio, qualcosa che contrasta la vita, ma è anche una via di uscita che il soggetto ha trovato per
gestire conflitti di cui, quando il paziente viene inizialmente da noi, non sappiamo ancora niente. Se lo
ascoltiamo però nel dovuto modo, verremo a sapere tutto ciò che è necessario per trovare il filo. 

Distinguere il sintomo dalla sofferenza 

Dal punto di vista della psichiatria il sintomo è ciò di cui il paziente soffre. Può corrispondere o no a un
segno oggettivo. Il segno oggettivo rimanda a un eziologia, e l’eziologia compone il quadro di una
malattia. È quindi evidente che, da questo punto di vista, curare significa sopprimere il sintomo,
tacitarlo. Se il sintomo corrisponde alla sofferenza, una terapia ragionevole è quella che elimina la
sofferenza e quindi che elimina il sintomo. Quel che però sto tentando di dirvi è che in realtà
l’equivalenza sintomo = sofferenza nella psicoanalisi non funziona, o quantomeno non funziona
completamente. È vero che il paziente viene perché soffre del proprio sintomo e vuole liberarsene,
viene perché il sintomo gli impedisce la vita e lo sente si istaurato in lui, per usare l’espressione di
Freud, come “uno Stato nello Stato”. All’interno della circoscrizione dell’io si è infilato qualcosa di
estraneo che l’io non riconosce, e il primo impulso del paziente è sfrattarlo. Viene e non domanda
altro che di liberarsi dal sintomo. Questo è, per l’appunto, il primo momento, ma dobbiamo stare
attenti. A volte, in un’esperienza di analisi, succede che il sintomo scompaia abbastanza rapidamente,
in un mese, due mesi. Il che normalmente va benissimo. Non sempre però è un buon segnale, o non
sempre è il segnale migliore, o comunque non sempre è il segnale della fine del nostro compito. Se il
sintomo scompare troppo rapidamente lascia sguarnite delle posizioni. Prendiamo un testo della
maturità di Freud che s’intitola “Inibizione, sintomo e angoscia”. Definisce tre posizioni logiche in
ordine crescente, come in un gradiente. L’inibizione è un primo punto d’arresto, l’esempio che fa Freud
è che se ho un’inibizione a scrivere, e mi domando come mai, la risposta può essere che io abbia
sovradeterminato il senso della scrittura, per esempio in modo sessuale, e che l’atto di scrivere si
carichi del valore simbolico di una sessualità con cui mi trovo in una situazione conflittuale. Per non
entrare in conflitto con la tendenza a cui mi oppongo, l’atto di scrivere che la rappresenta viene
bloccato. L’inibizione è un primo sbarramento, e ha carattere immaginario. Il sintomo è un secondo
sbarramento che ha invece un valore simbolico. Appartiene a un altro registro, è una costruzione che
ha un senso, che si tratta di decostruire, di decifrare. In uno dei lavori inaugurali di Freud, per esempio,
gli Studi sull’isteria, scritti prima ancora che il suo modo d’intervento terapeutico si fosse costituito
come psicoanalisi, troviamo un caso esemplare, il caso primigenio della psicoanalisi, il caso di Anna O.

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di cui avrete sentito parlare. Anna era una giovane di famiglia borghese della Vienna di fine Ottocento
che aveva una serie di impedimenti fisici, di sintomi, di manifestazioni corporee che le ostacolavano la
vita, e veniva per questo trattata da Freud e da un suo collega più anziano, Joseph Breuer. A un certo
punto, questa giovane donna manifesta un sintomo marcato di nausea, di disgusto. Freud al tempo
trattava ancora i pazienti con l’ipnosi. Per capire la radice di questo sintomo mette quindi la paziente
in stato ipnotico ed emerge un ricordo, un’immagine in cui Anna vede un cagnolino bere dal bicchiere
dove lei beveva di solito e viene presa da un moto di disgusto. Questo ricordo è cancellato sul piano
cosciente. Allo stato di veglia, quando la paziente è desta, non ha presente la connessione con questo
ricordo, ma ne rimane traccia come sintomo, sotto forma di disgusto, della nausea che si manifesta in
lei apparentemente senza ragione. In realtà la ragione c’è e sta nell’inconscio, in questo ricordo che è
rimosso dalla coscienza. Qui siamo all’ABC della psicoanalisi, al momento costitutivo. È chiaro che
Freud vede questa connessione e si dice: “Ho capito il trucco!” Il sintomo evidentemente è un
sostituto, è il sostituto di un ricordo che viene eliminato dalla coscienza, che scompare dalla visibilità,
dalla consapevolezza. Il sintomo è dunque una sorta di supplente. Se noi restituiamo al ricordo il posto
che gli spetta, il sintomo non serve più, giacché è solo un supplente. Se a scuola un insegnante manca,
si chiama un supplente, ma quando torna il titolare, il supplente non serve più, è fuori gioco. Freud, in
fondo, fa un ragionamento di questo tipo, molto semplice. Il sintomo è un supplente del ricordo
assentatosi dalla coscienza. Facciamo ritornare il ricordo, il titolare, e il supplente cessa le proprie
funzioni. Ed è così che in effetti funziona. Questo è il primo tempo, la prima battuta, il momento
costitutivo della psicoanalisi, ed è anche il momento del suo slancio ottimistico, quando
effettivamente la terapia funzionava attraverso l’interpretazione, perché in effetti, nel caso di Anna
O. il sintomo si interpreta. Lo si interpreta perché ha un senso, e il senso è quel che troviamo nel
repertorio dei ricordi rimossi. Ritrovando il senso togliamo la sua funzione e quindi eliminiamo la
componente del disturbo. Andando avanti con il lavoro però poi le cose si sono complessificate.
Purtroppo quando si tratta di soggetto, quando è in gioco fattore umano, le cose non sono mai tanto
semplici, e nella pratica spesso si vede che inizialmente il paziente viene con un sintomo e se ne vuole
liberare, ma in un secondo tempo è come se il paziente si abituasse al sintomo, è come se l’elemento
straniero che prima era un invasore diventasse qualcosa con cui è necessario trovare una
composizione, con cui occorre arrivare a compromessi. Quel che prima è un invasore poi viene preso
un po’ come un ospite, e così facendo si trovano tornaconti secondari al sintomo. Il secondo tempo è
così quello in cui il paziente riconosce i tornaconti secondari del sintomo, e non vuole più liberarsene
tanto facilmente. C’è una sorta di adattamento al sintomo. Si ha a volte un’idea volgarizzata della
psicoanalisi, secondo cui l’obiettivo sarebbe di riadattare il paziente alla realtà, alla norma, alla
socialità. Non è vero, non è questo, non c’è una norma a cui adattarsi, perché se ci fosse sarebbe
universale e, dicevo all’inizio, trattiamo ogni caso nella sua singolarità. Non c’è dunque nessuna
possibilità di condurre a una norma. C’è piuttosto un adattamento del paziente al sintomo. Potrebbe
sembrarvi che dire così sia prender le cose alla men peggio. Del sintomo non ci si può liberare, oppure
liberarsene ha un costo troppo alto, allora ci si adatta ed è un po’ come dirsi: “La vita poteva andare
meglio, ma già che ora capiamo le ragioni del sintomo, teniamocelo”. In realtà non è così, perché
proprio qui entra in scena propriamente la funzione del sintomo, qui vediamo in cosa consiste. 

La funzione del sintomo

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Se il sintomo, come dicevo all’inizio, non è solo un disturbo, ma ha una funzione, che funzione ha? Un
sintomo viene nel punto stesso in cui il soggetto incontra il trauma. Anche su questo occorre fare
delle precisazioni. Potremmo pensare che il trauma sia un incidente, che ad alcuni capiti e ad altri no.
Viene da noi chi è stato traumatizzato, ma chi non lo è stato semplicemente non viene dallo
psicoanalista, perché non ha i sintomi. Anche questa è un po’ una caricatura della psicoanalisi, che
però circola nell’opinione. Capita che alcuni pazienti, le prime volte che vengono, nel corso degli
incontri iniziali, prima ancora di entrare nel dispositivo, nel meccanismo della psicoanalisi, cominciano
a cercare in se stessi, come per trovare il filo di una sorta di eziologia immaginaria. Alcuni dicono:
“Dottore non riesco a capire, non ho avuto nessun trauma infantile, ho avuto un’infanzia felice, i miei
sono brava gente, non mi hanno picchiato, né abusato, eppure sto male”.

Cosa vuol dire trauma 

In realtà per tutti c’è un trauma, ma non perché tutti siano sfortunati. Per tutti c’è un trauma
all’origine perché tutti parliamo, e l’incontro con il linguaggio ha l’effetto di disorganizzare l’istinto.
Freud non parlava d’istinto, parlava di Trieb. C’è stato un lungo dibattito su come tradurre il termine
Trieb, e ora la parola adottata è pulsione. Perché l’uomo ha una pulsione e non un istinto? L’istinto
nell’animale è qualcosa di molto preciso, che gli etologi hanno studiato accuratamente. L’istinto è un
determinato comportamento. Prendiamo per esempio il comportamento sessuale, che c’interessa
maggiormente per l’eziologia delle nevrosi. Nell’animale ci sono inneschi che fanno partire un
determinato comportamento, fatto di sequenze precise, dove attraverso una corrispondenza di
segnali tra il maschio e la femmina si arriva a realizzare l’incontro sessuale, l’accoppiamento, la
fecondazione, e poi la riproduzione. L’animale ha quindi come una sorta di binario su cui è condotto
dall’istinto che lo porta esattamente a riconoscere il partner conspecifico. Gli etologi hanno fatto
alcuni esperimenti cercando di ingannare l’animale, mettendo un individuo di una specie molto vicina
ma non identica, una tinca per esempio al posto di uno spinarello, ma a un certo punto della sequenza
lo spinarello si accorge che qualcosa non va, e non c’è niente da fare, lo spinarello, possiamo dire,
vuole proprio la spinarella, e non potete dargli una tinca. C’è un binario sicuro, preciso che guida
l’animale verso il partner sessuale. 

Il “no” e il deittico 

Nell’uomo questa stessa cosa non c’è, proprio perché l’uomo è un essere parlante, e il linguaggio
scompagina la sua costituzione istintuale. Sentiamo in noi una pressione naturale verso il
soddisfacimento, ma non ci rapportiamo con il partner attraverso la guida dei segnali istintuali.
Cerchiamo, per esempio, il dialogo. Quando corteggiate una ragazza la prima cosa che fate è parlarle,
e l’incontro con il partner nell’essere umano è mediato attraverso la parola. Ma la parola non è una
cosa così semplice. Gli psicologi hanno studiato le fasi costitutive iniziali dell’essere umano, e il
momento decisivo è quello in cui si costituisce il “no” in senso semantico. In senso semantico cosa vuol
dire? Che il bambino all’inizio dice tante cose, usa la parola per quella che si chiama lallazione, gioca
con i suoni che sente intorno a sé, è il suo modo di appropriarsene. I genitori lo ascoltano con
attenzione e: “Senti! Ha detto papà!” Ma forse: “No, non ha detto papà, ha detto mamma.” Possono
nascere grandi contese intorno alle prime parole del bambino. Qual è stata la prima parola? Bisogna

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sapere che, comunque vadano le cose, la prima parola che abbia un senso è sempre “no”. Quando il
bambino dice “no” in senso semantico, con il senso che ha il “no”, negare una cosa, allontanarla da sé,
allora lì si costituisce il linguaggio. Da cosa lo capiamo? Dal fatto che solo dopo il “no”, solo dopo che si
è costituito il “no” semantico, il bambino capisce il gesto deittico. Questo avviene intorno a un anno,
un anno e mezzo. Se fate un gesto indicativo a un bambino prima che si sia costituito il “no”, prima che
abbia acquisito l’uso del “no”, il bambino non lo capisce. È come per l’animale, se fate un gesto
indicativo al cane vi guarda il dito. Un bambino prima di avere un anno, fa la stessa cosa, guarda il dito,
guarda voi, ma questo gesto non ha per lui un valore indicativo, di rimando a un referente, a qualcosa
d’altro dal dito stesso. Soltanto dopo che si è costituito il “no”, facendo il gesto di indicare il bambino
ne capisce il valore deittico, il rimando referenziale. Questo è quindi il momento costitutivo in cui il
linguaggio si instaura come linguaggio, e non solo come lallazione, come gioco, come elemento ludico,
come gioco con i suoni, gioco con le parole. Dopo il “no” il linguaggio rimanda a un referente, perché il
“no” per il bambino ha un valore sostanzialmente difensivo, è un “no” attraverso cui il bambino si
sottrae alla pressione dell’Altro, si ripara dall’invasione dell’Altro, elude la domanda dell’Altro. Prima il
bambino è solo una specie di bambolotto della mamma, fa tutto quello che la mamma gli fa fare:
corrisponde al sorriso della mamma, va dove la mamma lo porta, è la sua appendice. Non può
evidentemente essere sempre così, e a un certo punto, se non si costituisce uno spazio diverso da
quello in cui il bambino è alienato nell’alterità che lo nutre, che lo ama, che lo sostiene, la presenza
materna diventa soffocante. È qui che appropriandosi del “no” in senso semantico significa anche
disalienarsi, separarsi, avere uno spazio di autonomia. Un bambino di un anno e mezzo costituisce il
proprio spazio, si differenza dall’Altro attraverso il “no”. Il “no” è dunque prima di tutto una difesa
dall’Altro, perché le cure materne sono la cosa migliore del mondo, ma se non c’è una intervallo in
queste cure, se non c’è un andare e venire, un momento in cui la madre è presente, ma anche un
momento in cui si allontana, se non c’è una distanza le cure diventano soffocanti e, in genere, quella
che è chiamata una madre sufficientemente buona ha il senso di questa distanza, sa proporsi e sa
sottrarsi, sa regolare nel bambino un ritmo equilibrato. Il problema è che non tutte le madri sono
sufficientemente buone. Ci sono madri un po’ apprensive. Una madre apprensiva vuole tutto il bene
del mondo al bambino. Se piange di notte si alza, se percepisce che ha un bisogno cerca subito di
soddisfarlo. Capite che, gira rigira, questa tipo di attenzione costante diventa opprimente e quindi il
bambino ha bisogno – anche un bambino che ha una madre sufficientemente buona, ma a maggior
ragione un bambino che ha una madre un po’ ansiosa – un bambino ha bisogno di redini con cui
regolare il flusso della presenza e dell’assenza dell’Altro materno, e queste redini le ottiene attraverso
l’acquisizione del “no”.Capite quindi perché l’acquisizione del linguaggio, passando attraverso questa
sequenza, risulti sempre traumatica. Segna infatti un distacco, ma non soltanto nel senso di un
allontanamento da qualcosa che amavamo e che perdiamo. Sì, anche questo, da un lato. C’è però
piuttosto, nel distacco, la mossa di separarsi da qualcosa che è eccessivo, e che se non ce ne
stacchiamo ci soffoca, ci impedisce di vivere. Le patologie più gravi nel campo psichico, le psicosi,
vengono proprio da un difetto, da una carenza radicale di separazione. Si verificano quando il
soggetto non riesce a realizzare l’operazione di separazione, e va in una deriva psicotica. Il momento
del distacco è traumatico, ma è anche necessario, serve a strutturare la soggettività. È un momento
bivalente, ci si distacca da qualcosa che è in eccesso, ma anche da qualcosa che costituisce cure,
amore, benessere. Avendo tutto questo, c’è un momento in cui lo sentiamo eccessivo ma, non appena
ce ne stacchiamo, ci manca, e qui si depositano i primi segni. Dove si crea il vuoto dovuto al distacco

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restano dei segni. Questi segni sono un po’ come i monumenti nelle città, indicano che è successo
qualcosa. Un monumento di Garibaldi in una piazza – ogni città d’Italia ha un monumento a Garibaldi
– è il segno che in Italia è successo qualcosa legato a questo personaggio, che ha condotto una
spedizione decisiva, che ha segnato un momento importante nella storia del nostro paese. Anche
nella storia individuale questi segni commemorano qualcosa. Sono segni che si depositano dove si è
sottratto il godimento dell’intimità con l’Altro, con la sicurezza che dava, con il suo calore, che è
diventato eccessivo e ce ne siamo dovuti allontanare, ma che al tempo stesso ora ci manca, e il nostro
corpo porta un segno di questa mancanza, commemora quel che non c’è più. 

Segno di godimento 

Chiamiamo questo segno un segno di godimento, del godimento che abbiamo perduto nel momento
in cui abbiamo avuto bisogno di difenderci. Ebbene, questi segni di godimento sono il sintomo, sono i
segni che si sono costituiti dove si è creato un vuoto, dove qualcosa manca, sono segni che vengono a
supplire un vuoto. Per questo con il sintomo non dobbiamo lavorare soltanto tramite
un’interpretazione di senso. Quella che si offre all’interpretazione è soltanto la prima fascia del
sintomo, la più evidente, quella che appare nel modo più manifesto nell’isteria, che ha una
propensione particolare per la rappresentazione, per la teatralità. Man mano però che andiamo alla
radice, verso quelli che sono i primi segni di godimento, si verifica una rarefazione del senso, fino alla
completa sparizione. Dove prima c’era il piacere dell’intimità, il piacere di essere nutriti, di guardare il
volto della madre, di colui o colei che si occupava del bambino, non c’è nessun senso da recuperare.
Non è come per Anna O. dove il disgusto nasconde il ricordo rimosso di un episodio. C’è solo la
sparizione di un godimento che il segno contrassegna, c’è la traccia dei momenti perduti, che il segno
indica e a cui il soggetto attinge per tutta la vita. Freud, a un certo punto, ha parlato di automatismo di
ripetizione. Ebbene, l’automatismo di ripetizione è proprio questo: un movimento in cui, cominciando
a parlare, cerchiamo di attingere di nuovo alla fonte svanita del godimento originario, giriamo intorno
al vuoto, alla mancanza primaria che il linguaggio ha costituito. Questo tentativo, poiché siamo esseri
parlanti, si formula come domanda, domanda di ritrovare una sorta di paradiso perduto, come se ci
chiedessimo dov’è sparito quel che un istante prima era lì e adesso non c’è più. Dov’è sparito il seno da
cui mi nutrivo, il seno mitico, originario? Certo che la madre è ancora lì con i suoi seni, ma non è quello
il seno che cerco. Il seno che cerco è invece quello che c’era quando ancora non potevo neanche
pensarlo perché vi ero immerso, nel momento immediatamente precedente la costituzione
traumatica in cui c’è stata la separazione. Nulla può più essere come prima, e tuttavia la domanda
insiste su quello, vi ritorna, e quel che chiamiamo automatismo di ripetizione è precisamente il ritorno
sul momento in cui qualcosa irreversibilmente si è perduto. Il soggetto non riesce a rassegnarsi alla
perdita, per questo vi torna. Il sintomo ha un valore surrogativo, nel senso in cui vi dicevo all’inizio,
prende cioè il posto di un ricordo che è sparito. Una rappresentazione sintomatica viene al posto di
una rappresentazione mnestica: si determina questa sostituzione, questa supplenza. In realtà però
questo scambio è gia un fatto derivato. Quando il segno entra nelle rappresentazioni e gli si può dare
un senso, è già qualcosa di derivato. All’origine infatti il segno, il sintomo, non è in rapporto con un
altro segno in modo da produrre un senso, ma è in rapporto con il godimento originario che si è
perduto. E questa perdita è inguaribile, ed è al tempo stesso ciò a cui il soggetto ritorna. Intorno a
questo si può costruire, si può fare un montaggio simbolico, di carattere sublimatorio, per esempio

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29/7/2020 Da cosa guarisce la psicoanalisi? - PSICOANALISI, PSICOTERAPIA, SOCIETÀ

nell’arte, e il soggetto può trarne piacere. L’arte è qualcosa da cui traiamo piacere, ma non è la sola
possibilità. Si possono amare tante cose, ci sono tante costruzioni simboliche da cui è possibile trarre
piacere, svago. Possono essere la lettura, un bel paesaggio, un film, un’attività manuale. Sono tutte
costruzioni che girano intorno al vuoto. Se il sintomo è segno di godimento – ed è in rapporto con il
godimento in modo più originario di quanto il sintomo di cui parlavamo prima nell’isteria non sia in
rapporto con il senso – allora dobbiamo dire che ogni godimento è sintomatico. Nell’esperienza
analitica dobbiamo dare spazio a un altro lavoro oltre a quello interpretativo, perché non vogliamo
ridurre quel tipo di sintomo, quello che è segno di godimento, ma vogliamo semplicemente far sì che
smetta di essere fonte di sofferenza, di conflitti, di contrasto con aspetti dell’io che non accettano
questo godimento. Perché non l’accettano? Perché tante volte il fantasma contrasta con l’ideale in cui
l’io crede. In tal caso sono gli ideali da decostruire, non il sintomo. Gli ideali sono la vera fonte della
sofferenza nevrotica. Sono gli ideali quindi da depotenziare anziché il sintomo. 

Decostruire gli ideali 

Se pilotassimo l’esperienza analitica verso l’adattamento del soggetto a una norma, non faremmo
altro che spingerlo verso un’adesione sempre maggiore agli ideali sociali, o personali, con il risultato di
costruire una nevrosi più forte, di rafforzare le sua barriere. Costituiremmo ideali che hanno la
funzione di coprire, nascondere il conflitto con la pulsione, e non è questa la via da seguire, anche se
spesso può essere una soluzione che il soggetto trova spontaneamente. È una soluzione tuttavia che
non regge. Ho visto a volte uomini forti, saldamente identificati con i propri ideali, persone come
manager che avevano ottenuto un grande successo nella vita. Gli ideali per loro erano effettivamente
una sorta di tamponamento rispetto alla costituzione originaria del vuoto che sto cercando di
mostrarvi. Proprio a questi uomini forti possono capitare episodi apparentemente irrilevanti che
diventano fomite di nevrosi. Una di queste persone, che amava lo sport, ebbe un piccolo incidente di
sci che gli procurò una ferita seria ma non particolarmente invalidante, lasciandogli una cicatrice che
rimaneva più a lungo di quanto si aspettasse. A un certo punto, durante una delle ultime visite di
controllo, il medico gli disse che tutto era risolto, che non c’erano più segni di sofferenza fisica, che
l’incidente era superato. “Come superato? – rispose – C’è questo segno!” “Mi dispiace –replicò il
medico – questo segno resterà, non possiamo eliminare la cicatrice”. Quest’uomo sentì la cicatrice
come talmente deturpante, come talmente lesiva della sua immagine, da avere un effetto disgregativo
sull’ideale fisico in cui si riconosceva. Caduto il puntello ideale che l’aveva sostenuto fino a quel
momento, l’uomo sprofondò nella nevrosi, lasciando affiorare il conflitto che fino a quel punto l’ideale
aveva coperto. A volte bastano eventi insignificanti per produrre qualcosa di psicologicamente
equivalente a un valore traumatico. Vi domanderete se sia mai possibile che una persona precipiti
nella nevrosi per un fatto così banale, una piccola cicatrice sul corpo? Certo, il problema, non è la
cicatrice in quanto tale, il problema è che incrinando l’ideale fisico che lo aveva sostenuto, la cicatrice
toglie il puntello, la soluzione specifica che l’uomo aveva trovato, mettendo allo scoperto il problema,
il conflitto. Non ci sono mai cause abbastanza piccole da essere irrilevanti rispetto alla costituzione di
una nevrosi. A volte quando nell’analisi del soggetto si risale il là nel tempo per cercare di cogliere i
momenti d’insorgenza di certi fenomeni, si ha l’impressione che le cose siano sempre state così come
sono, che la nevrosi, i disagi di cui il soggetto si lamenta, ci siano sempre stati, e spesso si vede che si
compongono alle soglie dell’adolescenza, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che è il momento

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29/7/2020 Da cosa guarisce la psicoanalisi? - PSICOANALISI, PSICOTERAPIA, SOCIETÀ

critico in cui un soggetto si costituisce come quello che è. Il soggetto si allontana man mano dalla sfera
protetta dell’ambiente famigliare, si stacca dalla dipendenza vitale dai genitori per entrare in un
contesto più ampio e lì, in quel passaggio, prendono forma le contraddizioni, i conflitti, i problemi che
accompagneranno il soggetto nel corso della vita.Cerco in questo modo di mostrarvi perché
consideriamo che la psicoanalisi non sia una terapia soppressiva del sintomo, tento di farvi apparire la
funzione che il sintomo svolge nell’economia soggettiva. Se prendiamo infatti il sintomo all’origine
vediamo che solo in modo derivato diventa fonte di sofferenza, ma che, inquadrato nella luce giusta,
diventa risorsa e fonte, modo di accesso, al godimento dell’inconscio.

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