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CAPITOLO III

La responsabilità oggettiva

Sommario: 1. La nozione di responsabilità oggettiva ed i rapporti con il principio di colpevo-


lezza – 2. L’elusione dei provvedimenti giurisdizionali: le condotte meramente omissive
non sono penalmente rilevanti – 3. Il comportamento imprevedibile del lavoratore: ri-
flessi sulla responsabilità del datore di lavoro

1. La nozione di responsabilità oggettiva ed i rapporti con il principio


di colpevolezza

La responsabilità oggettiva, nell’ambito del diritto penale, indica quella for-


ma di imputazione della responsabilità penale che prescinde dalla verifica
della sussistenza del criterio d’imputazione soggettiva del fatto al suo
autore.
La responsabilità oggettiva è, dunque, caratterizzata dall’imputazione
del fatto penalmente rilevante esclusivamente alla luce della ricorrenza del
nesso causale tra la condotta e l’evento lesivo.
La fonte codicistica generale che contempla il criterio d’attribuzione del-
la responsabilità oggettiva è individuata nell’art. 42 c.p., secondo comma
nella parte in cui prevede: “...la legge determina i casi in cui l’evento è posto
altrimenti a carico dell’agente come conseguenza della sua azione od omissione”.
Parte della dottrina ha ravvisato, nella responsabilità per colpa specifi-
ca, una forma di responsabilità oggettiva occulta in quanto il coefficiente
psicologico effettivo viene sostituito da un coefficiente psicologico pre-
sunto sulla base di una valutazione ex ante astrattamente fatta dal legisla-
tore in ordine alla prevedibilità dei risultati offensivi possibili in relazione
alla violazione di specifiche norme cautelari.
Ulteriore forma di responsabilità oggettiva occulta è stata ravvisata
nell’aberratio delicti di cui all’art. 83 c.p., ove interpretato nel senso che la
colpa menzionata in detto articolo, quale criterio d’attribuzione della re-
sponsabilità penale per il reato diverso da quello voluto, sarebbe automati-
camente collegata alla violazione della norma penale a prescindere da
ogni effettiva valutazione in ordine alla prevedibilità o all’evitabilità del ri-
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sultato offensivo da parte dell’agente, ovvero qualora interpretato nel senso


che il riferimento alla colpa sia limitato alle conseguenze punitive e non
al criterio d’attribuzione della responsabilità.
La responsabilità oggettiva, nel campo penale, pone delicati problemi di
compatibilità con l’art. 27 Cost., sia sotto il profilo del possibile contrasto
con il principio della responsabilità penale colpevole, sia sotto il profilo
del possibile contrasto con il principio, espresso nel contesto del medesimo
art. 27, della finalità rieducativa della pena.
L’evoluzione legislativa e della giurisprudenza costituzionale conferma-
no i dubbi circa la legittimità costituzionale della responsabilità oggettiva
quale criterio di attribuzione della responsabilità penale.
Rileva, in particolare, sotto tale aspetto, la L. n. 19 del 7 febbraio 1990
che, nel modificare l’art. 59 c.p. in materia di criteri d’applicazione delle
circostanze aggravanti ha previsto l’applicabilità delle medesime solo in
caso di loro conoscenza effettiva o in caso di loro ignoranza colposa ov-
vero in caso di erronea supposizione della loro assenza determinata da
colpa.
Con riferimento alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, rileva,
in primo luogo, la nota sentenza n. 364/1988 che, sindacando sulla legit-
timità costituzionale dell’art. 5 c.p., ha avuto modo di precisare come debba
esservi, ai fini dell’individuazione di una responsabilità penale conforme ai
principi costituzionali, un legame psicologico tra l’agente e gli elementi
più significativi della fattispecie penale astratta.
In tale direzione, rileva altresì la sentenza della Corte che ha fornito
un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 116 c.p. a
mente della quale il concorrente risponde del reato diverso da quello pia-
nificato commesso da altro concorrente solo ove tale diverso reato sia uno
sviluppo prevedibile di quello formante l’oggetto del disegno criminoso.
Ulteriore ipotesi di responsabilità oggettiva contemplata dalla normati-
va codicistica, è quella di cui all’art. 117 c.p. che prevede la responsabilità
dell’extraneus a titolo di concorso nel reato proprio.
Con riferimento a tale fattispecie, la norma non precisa se l’extraneus deb-
ba essere a conoscenza o meno della qualifica soggettiva del concorrente,
sicché la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato proprio deve
essere affermata anche in difetto di tale consapevolezza. In tal caso, tut-
tavia, e seguendo tale interpretazione, la norma introdurrebbe un’ulteriore
fattispecie di responsabilità oggettiva, sulla quale graverebbero dubbi di le-
gittimità costituzionale sotto il profilo della compatibilità con i principi di
responsabilità personale colpevole e della finalità rieducativa della pena di
cui al già menzionato art. 27 Cost.
Ulteriore ipotesi di responsabilità oggettiva, contemplata e disciplinata
dalla parte generale del codice era quella prevista dall’art. 57 c.p. a ca-
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rico del direttore o del redattore responsabile con riferimento ai reati


commessi a mezzo della stampa. Invero si discuteva, in dottrina, se la
responsabilità del direttore e del redattore responsabile fosse, per l’appunto,
di carattere oggettivo o se, invece, si trattasse di una responsabilità per
omessa vigilanza.
Con la modifica dell’art. 57 c.p. introdotta dalla L. n. 127 del 1958,
il legislatore ha abbracciato la tesi della responsabilità per fatto proprio
omissivo colpevole stabilendo che: “Salva la responsabilità dell’autore della
pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile,
il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo
necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati, è
punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato,
diminuita in misura non eccedente un terzo”.
Il reato configurato dall’art. 57 c.p. è un reato proprio richiedendosi una
determinata qualifica soggettiva in capo all’autore ed è un reato d’evento
in quanto, ai fini della sua integrazione, si richiede che venga commesso un
reato a mezzo stampa perfetto sia quanto ai requisiti oggettivi sia quanto
ai requisiti soggettivi.
Secondo parte della dottrina, peraltro, l’evento di reato commesso a
mezzo della stampa si configurerebbe come una condizione di punibi-
lità e, tuttavia, si tratta di teoria rimasta isolata. La responsabilità del
direttore responsabile è stata affermata anche in caso di consenso alla
pubblicazione di notizie fondate su fonti non correttamente e scrupolo-
samente verificate.
Dunque, l’art. 57 c.p., così come riscritto, non configura più un’ipotesi
di responsabilità oggettiva in quanto il criterio di responsabilità sogget-
tiva dell’autore del fatto è quello della colpa per l’omessa vigilanza. Natu-
ralmente, ove il direttore responsabile si rappresenti la possibilità della
commissione del reato, risponderà in concorso ex art. 110 c.p. del reato
effettivamente commesso a mezzo della stampa.
Quanto alla configurabilità di una responsabilità extracontrattuale, che
non è estranea all’economia del nostro discorso, è, di norma, richiesto il re-
quisito della colpevolezza, nelle due forme della colpa e del dolo. Esistono,
tuttavia, fattispecie nelle quali la colpevolezza non deve essere oggetto di
prova (responsabilità presunta) e fattispecie che non richiedono il requisito
della colpevolezza (responsabilità oggettiva). La responsabilità oggettiva si
caratterizza per il fatto che le conseguenze dannose di un determinato even-
to lesivo vengono poste a carico di un determinato soggetto esclusivamente
sulla base del nesso eziologico con la condotta dell’agente senza alcuna in-
dagine in ordine al profilo della colpevolezza.
La fattispecie contemplata dall’art. 2049 c.c. viene unanimemente indi-
viduata come un’ipotesi di responsabilità oggettiva in quanto i padroni e
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committenti rispondono dei fatti illeciti commessi dai propri domestici e


dipendenti senza alcuna possibilità di fornire la prova liberatoria.
La responsabilità oggettiva deve, dunque, essere mantenuta distinta dal-
la responsabilità presunta nella quale non si prescinde dal requisito della
colpevolezza ma dalla necessità di fornirne la prova.
In tal senso, il soggetto chiamato a rispondere presuntivamente delle con-
seguenze dannose causate da un determinato fatto o atto, può fornire la prova
della mancanza del requisito della propria colpevolezza a seconda dei casi,
provando il fortuito, la forza maggiore, le propria condotta diligente, o la colpa
esclusiva di altro soggetto. Sono ipotesi di responsabilità presunta e indiretta,
quelle dei genitori e dei sorveglianti per i fatti illeciti commessi dai minori di
cui agli artt. 2047 e 2048 c.c. In tali casi, i genitori e i sorveglianti hanno la
possibilità di fornire la prova liberatoria di non aver potuto impedire il fatto.
Ulteriori ipotesi di responsabilità presunta sono quelle di cui all’art. 2050 c.c.
per le conseguenze dannose di attività pericolose, di cui all’art. 2051 c.c. per le
conseguenze dannose originate dalle cose in custodia; di cui all’art. 2052 c.c.
per le conseguenze dannose prodotte dagli animali, di cui all’art. 2053 c.c. per
le conseguenze dannose derivanti dalla rovina di edifici e di cui all’art. 2054
c.c. per le conseguenze dannose derivanti dalla circolazione dei veicoli.
Giova precisare, che prima dell’intervento della legge 127/1958, l’arti-
colo 57 del codice penale disponeva che, qualora un reato fosse stato com-
messo a mezzo stampa (si immagini una diffamazione), ed evidentemente
fatta salva la responsabilità dell’autore diretto dell’articolo, il direttore o il
vice-direttore “per ciò solo” sarebbero stati ritenuti responsabili dell’accadu-
to in concorso con l’autore stesso. Si trattava quindi di un’ipotesi di respon-
sabilità oggettiva, addossata solo per il fatto che fosse accaduto l’evento fatto
illecito dell’articolista.
Dopo la suddetta novella del 1958 la norma è stata modificata, prescri-
vendo la responsabilità a titolo di colpa di tali soggetti apicali solo in caso
di omissione di controllo sull’altrui operato. Superate le obiezioni di parte
della dottrina che riteneva che non fosse stata superata la responsabilità
oggettiva a causa dell’inciso “a titolo di colpa” (che evidentemente veniva
letto alla pari di “come se il reato fosse colposo”), attualmente bisogna ritenere
che la colpa vada accertata in concreto come culpa in vigilando, e che il re-
ato ascritto alle suddette persone debba essere inquadrato nella tipologia
del concorso omissivo colposo in reato commissivo (normalmente) doloso,
almeno nella forma del dolo eventuale. Il controllo richiesto è un controllo
sulla credibilità e attendibilità delle fonti usate dall’articolista, senza che
possa tradursi in un controllo nella verità della notizia o in una supervisione
durante l’attività di scrittura dell’articolo.
La rimproverabilità del direttore (o del vice-direttore) sarà, via via, più
tenue quanto più è complessa la struttura organizzativa dell’azienda gior-
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nalistica, poiché la difficoltà nel controllo sull’altrui operato diverrebbe ec-


cessivamente capillare.
Molto spesso nel codice penale vengono incriminate determinate con-
dotte, e viene irrogata una pena superiore nel caso in cui, da quella condotta
già ab origine punita, derivi un evento ulteriore. È il caso del reato di mal-
trattamenti in famiglia o verso fanciulli, che viene punito con la reclusione
da uno a cinque anni, ma se si verificano lesioni o la morte del soggetto mal-
trattato la pena aumenta nel minimo e nel massimo fino a raggiungere i 20
anni (in caso di morte, appunto). Anche tali ipotesi normative erano inserite
nell’ambito della responsabilità oggettiva, presentando ora la necessità di
essere adeguate al parametro della colpevolezza, che come abbiamo detto
richiede che ogni elemento che costituisce o aggrava l’offesa a beni giuridici
del soggetto passivo deve essere coperto almeno dalla colpa. Ineludibile,
quindi, il ricorso al principio della prevedibilità, già più volte citato in questi
paragrafi. Il soggetto agente, volendo rapportarci all’esempio prima fatto,
verrà ritenuto responsabile per la lesione o la morte solo quando fosse in
concreto prevedibile che la condotta base avrebbe potuto aggravarsi rag-
giungendo tale stadio ulteriore.
“Quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguen-
za non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le
disposizioni dell’articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono
aumentate”.
L’articolo si applica quando la morte o le lesioni sono conseguenze di
un altro delitto che si è perfezionato. Ciò significa che il soggetto agente
commette un delitto per il quale egli risulterà già di per sé punibile. Da
questo delitto discende come effetto la morte (cessazione irreversibile di tutte le
funzioni dell’encefalo) o la lesione (qualsiasi menomazione funzionale dell’orga-
nismo che trascende i meri mutamenti anatomici). La norma definisce la conse-
guenza “non voluta”, ma non è questo a farci propendere per la responsabilità
oggettiva. L’essere non voluta la conseguenza, significa solo che la morte o
la lesione non devono essere dolose, altrimenti si applicheranno le norme di
omicidio doloso e lesioni dolose. Inoltre l’art. 586 dispone che si applichino le
regole dell’articolo 83.
L’articolo 83 recita che, nel caso in cui un soggetto per errore nell’esecu-
zione del reato o per altra causa generi un evento difforme da quello voluto,
sarà punito a titolo di colpa. Il problema, prima della sentenza del 1988
della Corte Costituzionale era tutto qui, e consisteva nel fatto che l’inciso “a
titolo di colpa” era da intendersi come “come se fosse colposo”. Quindi, poiché
l’articolo 83 forniva una fattispecie di responsabilità oggettiva ed integrava
l’articolo 586, rendeva anche quest’ultimo un’ipotesi di responsabilità og-
gettiva. Attualmente questo problema è risolto, dovendosi effettivamente
verificare la colpa come previsione/prevedibilità in concreto dell’evento diffor-
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me. La norma è applicabile quando un soggetto agente commette un delitto


e ha in concreto previsto (o poteva prevedere) che da quel delitto sarebbe
scaturita come conseguenza la morte o la lesione. Allo stesso tempo il sog-
getto agente non deve aver voluto tali eventi ulteriori, altrimenti sarà pu-
nito a titolo di omicidio doloso o lesioni dolose. Stanti i presupposti appena
citati, l’agente sarà punito secondo le regole del concorso formale tra reato-
base e omicidio colposo o lesioni colpose, le cui pene (quelle dell’omicidio
colposo e delle lesioni colpose) saranno aumentate fino ad un terzo.
I due casi più rilevanti di applicazione dell’articolo in disamina sono
quelli del suicidio a seguito di un delitto (ad esempio le violenze sessuali
ripetute, lo stalking, le molestie, le estorsioni, etc.) e quello della morte del
consumatore dopo l’acquisto della dose personale di stupefacente ed il suo
utilizzo. Nel primo caso, la Cassazione penale ha stabilito che l’evento morte
potrà essere addossato all’autore del reato-base quando per le modalità della
condotta ad esso relative, per le condizioni socio-economiche, e per quelle personali e
psichiche del soggetto passivo era in concreto prevedibile che l’azione criminosa fosse
idonea a porre la vittima dinanzi alla drammatica scelta tra un’esistenza intolle-
rabile e il suicidio. Nel caso della morte del consumatore, prima citato, deve
adottarsi lo stesso criterio, cioè quello della prevedibilità in concreto della
morte (superando le molteplici tesi della responsabilità oggettiva pura, della
colpa implicita, della colpa per fatto assolutamente illecito, e della prevedibilità in
astratto). Lo spacciatore che venda una quantità di sostanza stupefacente ad
un acquirente risponderà della morte di quest’ultimo se, per le circostanze
concrete (oggettive, ad esempio inerenti alla qualità o al taglio della merce;
soggettive, ad esempio le visibili condizioni di salute del soggetto passivo, la
sua età, ecc.) poteva prevedere che alla sua condotta in re ipsa illecita sarebbe
potuto seguire l’evento morte del consumatore. 
Le condizioni obiettive di punibilità sono disciplinate dall’articolo 44,
secondo cui quando la legge subordina la punibilità di un reato al verificarsi
di una condizione, il soggetto è punito per il compimento del reato anche se
l’evento oggetto della condizione si verifica per causa a lui non imputabile
soggettivamente. La condizione, quindi, agisce dopo che il reato è già per-
fetto in tutti i suoi elementi, e opera solo sulla punibilità del reo. È anche
importante ai fini del decorso del termine di prescrizione, il quale comincia
con l’evento che sta alla base della condizione, e non col precedente perfe-
zionamento del reato (la regola generale è infatti quella del momento della
consumazione del reato, salvo i casi di delitto tentato per il quale non vi è
consumazione e il caso del reato permanente per il quale si considera il venir
meno dello stato di antigiuridicità). Prima della sentenza 364/88, le condi-
zioni obbiettive di punibilità rappresentavano, come dice il loro nome, una
ipotesi di responsabilità obbiettiva. Attualmente, pur essendo intervenuta
tale sentenza, che potrebbe farci propendere per un totale adeguamento di
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tali condizioni al principio di colpevolezza, è doveroso ripartire le condi-


zioni obbiettive di punibilità in due categorie: le condizioni intrinseche e le
condizioni estrinseche.
Le condizioni intrinseche (ad es., il nocumento a seguito di rivelazione
di segreto professionale) sono basate su eventi che, se si verificano, appro-
fondiscono l’offesa al bene giuridico di riferimento. Quelle estrinseche (ad
es., il pubblico scandalo nel reato di incesto) non hanno questo effetto e sono
eventi che, inseriti nella norma incriminatrice, proteggono interessi contin-
genti esterni alla tutela del bene giuridico del soggetto passivo. Adottando
il criterio disposto dalla Consulta (ogni elemento che costituisce o approfondisce
l’offesa al bene giuridico tutelando deve essere coperto almeno da colpa), si do-
vranno considerare le condizioni estrinseche come le uniche ipotesi di re-
sponsabilità oggettiva sopravvissuta nel nostro ordinamento a seguito della
sentenza predetta, mentre per quelle intrinseche dovrà adottarsi il normale
criterio della previsione/prevedibilità, in modo da richiedere che esse siano
legate psichicamente, oltre che obbiettivamente, alla condotta dell’autore
del reato.
Il concorso nell’ambito del reato omissivo presenta alcune peculiari
problematiche che non trovano concordi dottrina e giurisprudenza.
Pacificamente ammesso è il concorso mediante azione nel reato omis-
sivo altrui ed il concorso, mediante omissione, nel reato omissivo, di-
scusso è, invece, il limite d’ammissibilità del concorso omissivo nel reato
commissivo altrui.
Con riferimento al concorso mediante azione nel reato omissivo, esso si
presenta, nella gran parte dei casi, come un concorso morale sotto forma
di istigazione (si pensi, nel caso dell’omissione di soccorso di cui all’art. 593
c.p., al caso di chi istighi il soggetto qualificato obbligato a rendere il soccor-
so a persona che versi in stato di bisogno ad astenersi dal farlo). Tale forma
di concorso morale nel reato omissivo è configurabile anche in relazione ai
reati omissivi impropri o commissivi mediante omissione. Analogamente
ammesso è il concorso mediante omissione nel reato omissivo, sia in rela-
zione ai reati omissivi propri, sia in relazione ai reati omissivi impropri. Più
discusso, invece, è il limite d’ammissibilità del concorso omissivo nel reato
commissivo altrui.
A fronte di una prevalente posizione giurisprudenziale e di una mino-
ritaria dottrina che ammette tale forma di concorso sia con riferimento ai
reati con evento naturalistico, sia con riferimento ai reati di pura condotta,
si colloca la dottrina maggioritaria che, argomentando dal disposto di cui
all’art. 40 c.p., che disciplina, in via generale, l’illecito penale omissivo im-
proprio, ritiene che una forma concorsuale di responsabilità omissiva nel
reato commissivo altrui possa essere ipotizzata solo con riferimento ai re-
ati di evento (e, in tal caso, invero, non sarebbe neppure necessario riferirsi
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alla fattispecie concorsuale di cui all’art. 110 c.p. in quanto la responsabilità


scaturirebbe direttamente dalla combinazione tra l’art. 40 c.p. e la fatti-
specie astratta monosoggettiva).
Secondo la dottrina, infatti, l’art. 110 c.p., in materia di concorso di per-
sone nel reato, non può valere ad estendere le condizioni ed i presupposti
della responsabilità omissiva che, a mente dell’art. 40 c.p., richiede, ai fini
della sua astratta configurabilità, la sussistenza di un evento naturalistico
che, con riferimento a particolare posizione di protezione o di garanzia rive-
stite, si abbia l’obbligo giuridico di impedire.

2. L’elusione dei provvedimenti giurisdizionali: le condotte meramen-


te omissive non sono penalmente rilevanti1

“Il mero rifiuto di ottemperare ai provvedimenti giudiziali previsti dall’art. 388


c.p., comma 2 non costituisce comportamento elusivo penalmente rilevante, a meno
che la natura personale delle prestazioni imposte ovvero la natura interdittiva dello
stesso provvedimento esigano per l’esecuzione il contributo dell’obbligato. Infatti
l’interesse tutelato dall’art. 388 c.p., commi 1 e 2, non è l’autorità in sè delle decisio-
ni giurisdizionali, bensì l’esigenza costituzionale di effettività della giurisdizione”
(Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, sentenza n. 36692 del 5
ottobre 2007).
Finisce innanzi alle Sezioni Unite un annoso contrasto di giurisprudenza
che, scaturendo da una differente visione del bene giuridico tutelato dall’art.
388 c.p., aveva indotto le sezioni semplici a sposare orientamenti difformi
nel corso del tempo.
Com’è noto, l’attuale formulazione dell’art. 388 c.p. prevede un cospicuo
numero di figure delittuose, affasciate dall’esigenza, avvertita dal legislato-
re, di apprestare una tutela anche penalistica all’inottemperanza di alcuni
specifici obblighi scaturenti in sede civilistica (la dazione di cose o somme,
l’affidamento di minori, l’esecuzione di misure cautelari, la non dispersio-
ne di cose sottoposte a cautela reale et similia), in ragione degli interventi
novellistici della legge n. 689/1981 e n. 52/2006. La ratio di affidare all’or-
dinamento processualpenalistico la sanzione di condotte rilevanti da un
punto di vista meramente civile è vieppiù confermata dall’art. 6 della legge
n. 154/2001, in base al quale “chiunque elude l’ordine di protezione previsto
dall’articolo 342-ter del codice civile, ovvero un provvedimento di eguale contenuto
assunto nel procedimento di separazione personale dei coniugi o nel procedimento
di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio è punito con la

1
Il presente paragrafo è tratto (con aggiornamenti) da: Levita, Sulla natura dell’elusione dei
provvedimenti giurisdizionali: le condotte meramente omissive non sono penalmente rilevanti,in Cas-
sazione Penale 2008, Roma, 2008.
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La Giurisprudenza

a) Cass. Pen., Sez. V, 18 ottobre 2012, n. 791

L’elemento soggettivo del delitto di omicidio preterintenzionale non è costituito da


dolo e responsabilità oggettiva né dal dolo misto a colpa, ma unicamente dal dolo
di percosse o lesioni, in quanto la disposizione di cui all’art. 43 cod. pen. assorbe
la prevedibilità di evento più grave nell’intenzione di risultato. Pertanto, la valu-
tazione relativa alla prevedibilità dell’evento da cui dipende l’esistenza del delitto
“de quo” è nella stessa legge, essendo assolutamente probabile che da una azione
violenta contro una persona possa derivare la morte della stessa.

(Omissis)
4.1. Il P. ha contestato la ravvisabilità, come si è già notato in precedenza,
del delitto di cui all’art. 584 cod. pen. per la impossibilità di prevedere l’e-
vento morte, essendo stata la vittima colpita non mortalmente.
Sottolineava il ricorrente che la necessità della previsione dell’evento
più grave si imponeva per garantire una interpretazione costituzionalmente
orientata dell’art. 584 cod. pen., dovendosi in caso contrario ritenere una
ipotesi di responsabilità oggettiva non consentita dall’art. 27 Cost., che al
comma 1 prevede che la responsabilità penale è personale) in forza di tale
norma l’imputazione dell’illecito penale si concreterebbe nella rapportabi-
lità, o riferibilità, psichica del fatto all’agente sotto il profilo minimale della
prevedibilità, intesa quale capacità di prevedere le conseguenze della pro-
pria condotta e di esercitare su questa il dovuto controllo finalistico (così
Sez. 5^, n. 2634 in data 11 dicembre 1992).
4.2. I problemi interpretativi che si pongono sono certamente complessi
e, nonostante siano stati analizzati e studiati diffusamente dalla dottrina e
dalla giurisprudenza, non si è ancora pervenuti ad una unitaria soluzione
degli stessi.
Sembrano ravvisabili tre diversi filoni interpretativi, che, senza alcuna
pretesa di completezza, vanno sinteticamente indicati.
4.3. Secondo un primo indirizzo della giurisprudenza l’elemento psico-
logico richiesto per il delitto di cui all’art. 584 cod. pen. è costituito dalla
volontà cosciente di percuotere e/o ledere altra persona, venendo posto a
carico dell’agente l’evento più grave verificatosi -morte della vittima-so-
stanzialmente a titolo di responsabilità oggettiva. Secondo tale imposta-
zione ciò che è rilevante è la esistenza di un nesso causale tra la condotta
posta in essere dall’agente e l’evento morte, senza che sia necessaria la pre-
vedibilità dell’evento morte secondo il parametro legale dettato per la colpa
(vedi Sez. 1^, 5 giugno-26 settembre 1978, n. 11338; Cass. 20 novembre
1988, Zeni; Sez. 1^, 3-31 marzo 1994, n. 3819; Sez. 1^, 20-21 maggio 2001,
155

n. 25239; Sez. 5^, 13 maggio-8 novembre 2004, n. 43524; Cass. 13 febbraio


2003, in CP 04, 874; Sez. 5^, 16 marzo 2010, n. 16285, Baldassin ed altri).
4.4. Secondo altro indirizzo (vedi Sez. 5^, 11 dicembre 1992-19 marzo
1993, n. 2634; Sez. 5^, 21 aprile 2009; Sez. 1^, 22 settembre 2006, n. 37385),
invece, l’elemento psicologico dell’omicidio preterintenzionale sarebbe co-
stituito da dolo misto a colpa, giacché l’evento più grave si porrebbe come
progressione di quello voluto e sarebbe, quindi, anche prevedibile. Insomma
è sottolineato, in particolare, dalle sentenze della prima sezione sarebbe ne-
cessaria la concreta prevedibilità ed evitabilità dell’evento maggiore ai fini
della imputazione.
Siffatto indirizzo sarebbe avallato, secondo il ricorrente, da una pronun-
cia delle Sezioni Unite (S.U. 22 gennaio-29 maggio 2009, n. 22676, Ronci,
CED 243381; vedi anche Sez. 6^, 7 luglio-9 settembre 2009, n. 35099, CED
244772) che ha richiesto per la punibilità dell’evento più grave la colpa con-
sistente nella violazione di una norma precauzionale con prevedibilità ed
evitabilità dell’evento.
Detto richiamo, però, appare incongruo perché il principio stabilito dalle
Sezioni Unite si riferisce alla ipotesi prevista dall’art. 586 cod. pen., che cer-
tamente presenta delle analogie con quella di cui all’art. 584 cod. pen., ma è
caratterizzata anche da notevoli differenze perché nella ipotesi dell’omicidio
preterintenzionale l’agente intende conseguire un evento - lesioni o percos-
se - del tutto omogeneo a quello più grave in concreto verificatosi.
4.5. Il contrasto segnalato è superato da un terzo indirizzo giurispruden-
ziale, che appare convincente perché rispettoso dei principi di imputabilità
del reato e fondato su una corretta interpretazione delle norme, ovvero de-
gli artt. 43 e 584 cod. pen., oltre che della ratto dell’istituto.
Secondo la Suprema Corte (Sez. 5^, n. 13673, 8 marzo-14 aprile 2006,
Haile; e precedentemente Cass. N. 13114 del 2002), infatti, l’elemento sog-
gettivo del delitto di omicidio preterintenzionale è costituito, non già da
dolo e responsabilità oggettiva, nè da dolo misto a colpa, ma unicamente
dal dolo di percosse o lesioni, in quanto la disposizione di cui all’art. 43 cod.
pen. assorbe la prevedibilità di evento più grave nell’intenzione di risultato.
In effetti il legislatore è partito dalla considerazione, certamente condi-
visibile, che non raramente da atti diretti a ledere -percosse e lesioni-pos-
sa, naturalisticamente, ancorché involontariamente, sopravvenire la morte
del soggetto passivo, data la delicatezza degli equilibri biologici, cosicché
appariva necessario predisporre una difesa, per così dire, più avanzata del
bene della vita (vedi Sez. 4^, 15 novembre-20 dicembre 1989, n. 17687,
che può ascriversi all’indirizzo segnalato, anche se parla esplicitamente
di dolo misto a colpa, essendo la colpa ravvisatale nell’avere - il soggetto
attivo- disatteso il precetto di non porre in essere atti diretti a percuotere
o a ledere).
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In buona sostanza la valutazione relativa alla prevedibilità dell’evento da


cui dipende l’esistenza del delitto de quo è nella stessa legge, come si desu-
me dalla lettera degli artt. 43 e 584 cod. pen., essendo assolutamente proba-
bile, come già rilevato, che da una azione violenta contro una persona possa
derivare la morte della stessa (a ben vedere anche Sez. 5^, 43524/2004 cita-
ta può iscriversi in tale indirizzo).
Appare, pertanto, corretta sul punto la decisione impugnata essendo la
morte del C. da porre in connessione causale con l’aggressione perpetrata ai
suoi danni dall’imputato.
4.6. In ordine alla ritenuta sussistenza del nesso causale tra la condotta
del P. e la morte del C. non è necessario aggiungere altro perché il ricor-
rente non ha contestato questo punto della sentenza di appello, secondo la
quale il decesso della vittima fu provocato da un micidiale cocktail di ansia,
tensione, terrore, rabbia, dolore ed intense emozioni innescate e scaricate
sul cuore del C. dall’aggressione del P.
4.7. È appena il caso di notare che la interpretazione dell’art. 584 cod.
pen. indicata esclude che possa ravvisarsi una incostituzionalità della norma
per violazione del principio di colpevolezza enunciato da numerose sentenze
della Corte Costituzionale (n. 364 del 1988) perché, come si è dimostrato, il
predetto articolo non prevede una ipotesi di responsabilità oggettiva.
4.9. Nemmeno è ravvisabile una incostituzionalità dell’art. 584 cod. pen.
per violazione del principio di ragionevolezza e degli artt. 3 e 27 Cost., per
la previsione di un trattamento sanzionatorio diverso ed eccessivo rispetto
a figure di reato analoghe.
La Corte Costituzionale, infatti, ha dichiarato manifestamente infondata
la questione in relazione al reato previsto dalla L. 22 maggio 1978, n. 194,
art. 18, commi 2 e 4, ovvero aborto senza consenso seguito dalla morte
della donna (Corte Costituzionale 30 luglio 1981 n. 162), non apparendo
affatto irragionevole la lieve differenza di pene tra i due reati, tenuto conto
della indubbia differenza (vedi Sez. 5^, n. 2634 in data 11 dicembre 1992, rv.
194325, PM e Bonalda), sulla quale non è nemmeno il caso di soffermarsi,
tra le due ipotesi di reato.
4.10. La Corte di cassazione (vedi Sez. 5^, 18 marzo 2005, n. 42600, CED
232417) ha poi dichiarato manifestamente infondata analoga eccezione di
incostituzionalità dell’art. 584 cod. pen. rispetto all’art. 586 c.p.p., giacché la
diversità del trattamento sanzionatorio è frutto di una scelta discrezionale
del legislatore.
In effetti le due ipotesi di reato sono diverse e legittimano un trattamen-
to sanzionatorio differente perché nella preterintenzionalità è necessario
che la lesione si riferisca allo stesso genere di interessi giuridici - incolumità
delle persone-, mentre nella ipotesi prevista dall’art. 586 cod. pen. la morte
o la lesione debbono essere conseguenza di un delitto doloso diverso dalle
157

lesioni o percosse (così Sez. 5^, n. 3262 del 13 febbraio 1999, rv. 213028, PG
in proc. Giorgione).
5.1. È infondato anche il secondo motivo di impugnazione, con il quale il
ricorrente ha richiesto l’applicazione dell’art. 530 cod. proc. pen., comma 3.
La corte di merito ha, invero, escluso che potesse ravvisarsi nel caso de
quo una ipotesi di legittima difesa, ed ha anche escluso che vi fosse incertez-
za sulla esistenza della causa di giustificazione; la decisione appare corretta
e congruamente motivata.
5.2. In effetti è stato accertato che già il giorno prima il P. si era recato
presso la villa della vittima ed aveva ingiuriato la D. ed inveito contro il C.
Già tale fatto induce ad escludere che il P. potesse sperare in una accoglienza
amichevole del C. il giorno seguente.
Pur volendo escludere che il ricorrente sia entrato invito domino nella
villa scavalcando la recinzione, come affermato dalla D., e seguendo il rac-
conto del P. deve, invero, pervenirsi alle conclusioni del tutto ragionevoli
della corte di merito.
Il ricorrente ha affermato che C. lo attendeva in giardino armato di basto-
ne; dall’esterno della villa la situazione era ben visibile perché il cancello era a
sbarre che consentivano una precisa visuale; ebbene, nonostante avesse visto
armato e con atteggiamento minaccioso il C., il ricorrente non rinunciò ad
entrare nella villa accettando, quindi, la sfida e la conseguente colluttazione.
In tale contesto correttamente i giudici del merito hanno ritenuto che
non fosse importante stabilire chi avesse per primo iniziato a percuotere
l’avversario perché risultava evidente, anche dalla natura delle lesioni subite
dalla vittima, che il P. non si era affatto limitato ad una azione di difesa, ma
aveva aggredito il C.; insomma i due contendenti si erano reciprocamente
percossi ed avevano entrambi l’intenzione di percuotere.
5.3. Se tali sono i fatti come ragionevolmente ricostruiti dai giudici di
merito, certamente non è ravvisabile la legittima difesa perché, come è stato
correttamente rilevato, il P. aveva previsto il pericolo, come risulta dalle sue
stesse parole riportate nel ricorso - il C. era armato di bastone -, e lo aveva
accettato contribuendo a determinare con il suo ingresso nella villa la situa-
zione di pericolo. Non ricorrono, pertanto, i presupposti della legittima dife-
sa (Sez. 1^, n. 15025 del 2006, De Petrillo). Da quanto detto risulta che non
è nemmeno ipotizzabile quella incertezza sulla sussistenza della esimente
reclamata dal ricorrente.
(Omissis)

b) Cass. Pen., Sez. III, 26 settembre 2013, n. 42630

L’omessa ottemperanza agli obblighi precauzionali che, normativamente, gravano


sul soggetto che riveste tale posizione apicale all’interno della ditta edile è, sic et