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CORSO DI SOCIOLOGIA DELLE COMUNICAZIONI DI MASSA A.A.

2019-2020
prof.ssa aggr. ANTONELLA POCECCO

CORSO DI LAUREA IN RELAZIONI PUBBLICHE


SOCIOLOGIA DELLE COMUNICAZIONI
DI MASSA
PROGRAMMA PER
STUDENTI FREQUENTANTI
A.A. 2019-2020

PARTE SETTIMA
MEDIA E POLITICA

1. Il ruolo dei media nei confronti della sfera


politica
5. La comunicazione politica
(a). La fase della comunicazione
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1.1 I modelli di interazione media e politica di apparato
politica (b). La fase pionieristica
2. L’impatto della politica sui media (c). La fase moderna
(a). modello autoritario (d). La fase contemporanea
(b). modello totalitario
(c). modello liberale (o della libertà)
(d). modello della libertà limitata
3. L’impatto dei media sulla politica
(a). l’approccio costruttivista
(b). l’approccio critico
(c). l’approccio della media logic
(d). l’approccio cognitivista
4. La politica dei media
(a). La politica spettacolo
(b). La personalizzazione o
leaderizzazione
(c). Il linguaggio
(d). Permanent e negative campaign
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1. IL RUOLO DEI MEDIA NEI CONFRONTI DELLA SFERA POLITICA

Il rapporto fra i mass media e la politica è da sempre caratterizzato da una forte criticità e un
equilibrio instabile, anche a causa dei numerosi attori coinvolti. In termini generali, la sfera
politica cerca di influenzare e persino asservire i mezzi di comunicazione di massa, mentre
questi ultimi si pongono (o dovrebbero porsi) come “guardiani” della libertà – di espressione
in primo luogo.
Il ruolo dei media nei confronti della sfera politica può essere riassunto grazie
all’identificazione di alcune azioni precise:
 la selezione e la trattazione delle notizie inerenti la politica;
 la creazione di nuovi spazi di confronto elettorale e di discussione;
 la critica alla politica;
 l’offerta di visibilità alla stessa e la creazione di un’immagine dei suoi
protagonisti.
La complessità del rapporto fra media e politica può essere inoltre analizzato distinguendo
quattro diversi livelli di analisi:
 i modelli d’interazione media e politica;
 l’impatto della politica sui media;
 l’impatto dei media sulla politica;
 la politica dei media.

1.1 I modelli d’interazione media e politica


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I modelli d’interazione fra mass media e sfera politica sono sostanzialmente quattro,
considerando che si tratta di un rapporto fortemente variabile, chiaramente collegato alle
contingenze storiche:

si tratta dell’esito di un equilibrio e di


un reciproco controllo dei poteri
modello (checks and balance), in cui è evidente
dell’avversario l’irriducibilità degli interessi delle due
sfere. Spesso le pressioni esercitate
dalla politica vengono apertamente
denunciate dai media
è modello caratterizzato da un
parallelismo degli interessi delle due
modello sfere, o addirittura da un
collaterale fiancheggiamento da parte dei media,
che non si dimostrano perciò al di sopra
degli interessi economici e politici;
poiché i politici ed i media hanno
modello bisogno gli uni degli altri, al conflitto si
dello scambio preferisce la negoziazione e la con-
trattazione;
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i media e la sfera politica si contendono


modello i medesimi obiettivi, cioè la leadership
della competizione dell’opinione pubblica, il consenso e la
legittimazione – soprattutto nei
momenti di crisi.

2. L’IMPATTO DELLA POLITICA SUI MEDIA

Per “impatto della politica sui media” si intende l’influenza dei vari regimi politici sulla
gestione dei media stessi e sui loro contenuti.
Secondo una categorizzazione classica, sono quattro i modelli che esemplificano
coerentemente i rapporti dei mezzi di comunicazione con il potere, modelli che vanno
considerati come meri idealtipi, poiché nella realtà si verificano costanti contaminazioni fra
l’uno e l’altro:

(a). modello autoritario


Questo modello non è una semplice astrazione, ma è
al contrario una tentazione sempre presente, anche
nelle società democratiche. É chiaro che, in tal caso,
non si parla tanto di una censura che sanziona i
I media sono chiaramente contenuti, quanto di un’auto-censura del giornalista,
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sottoposti al potere/alla sfera che impara ben presto ciò che si può dire e ciò che
politica non si può dire. Il modello autoritario non è mai
perfetto, nel senso che vuole sempre salvaguardare
le apparenze di una libertà di opinione e quindi di
un’autonomia e indipendenza dei media.

(b). modello totalitario


Innestandosi su quello precedente, il modello
totalitario è un regime in cui i mezzi di
comunicazione sono sottoposti ad un controllo
esteso e diretto da parte del potere. Si fa riferimento
al modello politico dittatoriale, comparso nel XX
secolo, fondato sull’egemonia ideologica (di
I media sono totalmente un’ideologia che, almeno in apparenza, reclama la
sottomessi al potere/alla sfera partecipazione diretta degli individui, chiamandoli a
politica continue mobilitazioni). Di conseguenza, non solo i
media devono evitare certi argomenti (il cui elenco è
codificato rigorosamente), ma devono impegnarsi
attivamente nella mobilitazione della società. Si
verifica così un monopolio totale della diffusione (il
potere detiene i mezzi di comunicazione), cui
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corrisponde un monopolio della ricezione (i cittadini


non devono cercare di informarsi altrove), fatto che
rende il modello coerente ed efficiente.

(c). modello liberale (o della libertà)


I media reclamano una libertà pressoché assoluta, in
quanto “difensori della libertà”. Si tratta, infatti, di
una tipologia legata all’istituzione di società
democratiche, basate sul suffragio universale. Infatti,
I media sono assolutamente una stampa libera deve rendere partecipi ed attivi i
svincolati dal potere/dalla cittadini, quindi accordare la priorità all’informazione
sfera politica politica. Il quotidiano politico viene visto come fonte
primaria della consapevolezza democratica
dell’individuo ed ispirazione delle sue azioni. Si tratta
perciò di un pluralismo che corre su un doppio
binario: quello dell’accesso ai mezzi di comunicazione
e dei contenuti, nonché quello della fruizione.

(d). modello della libertà limitata


Il modello liberale o della libertà è un modello dalle
scarse possibilità di piena realizzazione: nessuna
società lascia completamente liberi stampa o
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I media sono parzialmente televisione di criticare il governo o di incoraggiare, ad
svincolati dal potere/dalla esempio, secessioni, crimini d’odio, ecc. Vi sono così
sfera politica degli elenchi normativi dei crimini di stampa punibili
e/o sanzionabili, come ad esempio, le offese al Capo
dello stato.

3. L’IMPATTO DEI MEDIA SULLA POLITICA

Per quanto riguarda l’impatto dei mass media sulla sfera politica, esso è sostanzialmente
riconducibile a quattro approcci teorici:

(a). l’approccio costruttivista


Dayan e Katz [Dayan D. and E. Katz (1992), Media Events. The Live
Broadcasting of History, Harvard University Press, Harvard] affermano che,
grazie ai cosiddetti “eventi mediali” (media events), le società moderne
trovano dei momenti di identificazione collettiva e di condivisione e
rafforzamento dei valori collettivi. Non si esclude che, al contempo,
questi eventi diano luogo a cambiamenti anche profondi del sistema
politico ed istituzionale. L’individuo è così un attore importante nella
dinamica di comunicazione. I rapporti tra élites, media ed audience non
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sono piramidali, ma si evolvono continuamente: i media non


possiedono un grande potere d’influenza, né le élites quello di
controllare i media.

(b). l’approccio critico


É un approccio che si focalizza sull’influenza che i media esercitano sulla
cultura pubblica e sulla dimensione simbolica dei rapporti sociali. Una
posizione radicale è quella di Noam Chomsky che ipotizza che i mezzi di
comunicazione plasmino le opinioni degli individui. Nel suo volume
Manufacturing consent [scritto con Herman nel 1988 – Chomsky N. e E.S.
Herman (2008), La fabbrica del consenso. Ovvero la politica dei mass media, Il
Saggiatore, Milano] emerge il cosiddetto propaganda model, vale a dire
le modalità tramite cui i media rafforzano e diffondono l’agenda
politica, economica e sociale delle élites. Il propaganda model esplicita
cinque news filters che determinano la natura ed il contenuto delle
notizie: alcuni sono di tipo economico e finanziario (come la
concentrazione dei media), altri di tipo istituzionale (la subordinazione
al governo) ed altri ancora di tipo ideologico (come l’accettazione
incondizionata della “religione civile”, l’assenza di critica). Secondo
Chomsky, i mezzi di comunicazione di massa sono profondamente
vincolati al sistema dominante, un sistema talmente potente da essere
inconsapevolmente interiorizzato da chi produce informazione.

(c). l’approccio della media logic


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Si tratta, sostanzialmente, di un approccio teorico che evidenzia il forte
impatto e la pervasività dei mezzi di comunicazione di massa. Esso
infatti sottolinea il ruolo attivo dei media nel costruire la realtà, al punto
che il media world coincide con il real world: i mass media impongono
le loro regole sul/del reale, non lo descrivono. Si tratta, sebbene su un
altro versante, di un approccio ancor più radicale di quello critico,
poiché focalizza la cosiddetta media hegemony. L’autore di riferimento
è qui Altheide e il suo saggio The mass media as a total institution
(1985), in cui lo studioso esplicita il concetto di format. La struttura di
controllo dei media è identificabile con un complesso di regole e
procedure, tale controllo viene cioè trasmesso attraverso i formati, che
presiedono all’organizzazione, presentazione ed interpretazione delle
informazioni.

(d). l’approccio cognitivista


In questo approccio emerge il ruolo attivo del pubblico: il
lettore/telespettatore seleziona prima le notizie sui cui soffermare la
propria attenzione e quindi le interpreta sulla base di schemi cognitivi
preesistenti. I soggetti tendono naturalmente a selezionare notizie che
non siano “dissonanti”, cioè in contrasto con le loro opinioni e i loro
valori. Il concetto di base è pertanto quello secondo cui
l’apprendimento è un processo dinamico in cui schemi o frameworks
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debbono essere attivati ed impiegati nell’interpretazione dei messaggi.


Il contenuto dei messaggi è infatti polisemico, cioè aperto alle più
diverse interpretazioni.

4. LA POLITICA DEI MEDIA

Detta anche media politics, Fourth power, o videocrazia, mediocrazia, videopolitica, media
state, la “politica dei media” si riferisce ai grandi cambiamenti nell’arena politica provocati
dai mezzi di comunicazione di massa, quali:
 la politica-spettacolo;
 la personalizzazione o leaderizzazione;
 il linguaggio;
 la permanent campaign e la negative campaign.

(a). La politica-spettacolo
La società dello spettacolo (titolo originale: La Société du Spectacle) è un
saggio dello scrittore e filosofo francese Guy Debord, pubblicato per la prima
volta nel 1967. Il volume, di chiara ispirazione marxista, descrive la moderna
società delle immagini come una mistificazione volta a giustificare i rapporti
sociali di produzione vigenti.
Da tale riflessione deriva l’idea che anche l’arena politica trasforma i propri
criteri, ritmi e contenuti, regolandosi su quelli della spettacolarizzazione, e
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attestando una volta di più il primato dell’immagine sul contenuto.
Con la crescente personalizzazione del confronto politico, la visibilità
mediatica diventa un capitale sociale irrinunciabile per le personalità
pubbliche: si affermano spettacolarizzazione, sensazionalismo e
popolarizzazione dei formati e dei contenuti informativi. Ciò costituisce il
presupposto di significative trasformazioni che interessano sia le
rappresentazioni e le narrazioni che i media fanno della politica e dei suoi
protagonisti, che l’architettura, le retoriche del linguaggio politico e le
strategie comunicative adoperate dagli attori politico-istituzionali. Con
un’etichetta ormai d’uso comune, tale condizione viene definita pop politics.

(b). La personalizzazione o leaderizzazione


Nell’epoca attuale non esiste un uomo politico di qualche spessore che non
possieda una “faccia”, la cui fisionomia, cioè, non sia nota a un pubblico
sufficientemente vasto. Non è più il ruolo a dominare la comunicazione
pubblica, ma la personalità che viene costruita addirittura su misura.
Il pubblico non vuole semplicemente sapere se il politico possieda o meno le
qualità per ricoprire in maniera adeguata il ruolo cui è candidato o la carica
che si trova ad assolvere, vuole conoscere il suo privato, vuole sapere che è
una persona coinvolta, almeno all’apparenza, nei vizi e nelle virtù che
accomunano tutti. Si può, in tal senso, parlare della rappresentazione
mediatica di una “normalità eccezionale”, che risponde a logiche culturali
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diverse, come si evince dallo schema proposto di seguito:

Normalità eccezionale
esaltazione di una certa esaltazione della modestia spirito inquisitorio
sregolatezza della critica
caratteristica della possibi- celebrazione dell’esibita ri- (che evolve spesso da
lità per il potente/politico di nuncia ai benefici del potere, “opinione in pubblico” a
porsi al di sopra della vita quasi come forma di puni- gossip mediatico)
comune: avere stili di vita zione auto-inflitta per i privi- quell’attività che spia il po-
disinvolti e molto dispen- legi inevitabili della propria tente/politico per coglierlo
diosi, ricchezza personale, posizione (esaltazione della in fallo, per dimostrare che
farsi parte di trame di po- modestia, della condivisione se non riesce a resistere alle
tere ecc.; della quotidianità, della fe- tentazioni non ha diritto a
deltà coniugale, dello spirito quello status di privilegio
caritatevole e così via); che gli è affidato.

Nel definire ulteriormente il fenomeno della personalizzazione della politica,


bisogna tener conto di alcuni, ulteriori, elementi e impliciti rischi:

Elementi che concorrono alla personalizzazione


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scenografia del potere gestione dell’immagine rischi
la scenografia del potere ha la gestione dell’immagine - sovraesposizione media-
un peso rilevante nel non è semplice, presenta più tica;
determinare la costruzione di un aspetto contraddittorio. - costruzione di un’immagi-
dell’immagine di un politico: Quello più evidente è il con- ne mediatica volutamente
l’immagine del potere si trasto fra l’immagine della sottotono;
fonde con il potere competenza e la dimensione [dipende dalle culture, dalle
dell’immagine; della quotidianità. Si ritiene circostanze, dalle abilità per-
che l’uomo politico (ma più in sonali del leader nel gestire
generale l’uomo pubblico) bene il suo personaggio,
debba avere al contempo co- senza farne una caricatura
noscenze e professionalità forzando i toni in modo in-
specifiche, nonché la capacità naturale].
di rapportarsi alle comuni
abitudini degli individui;

(c). Il linguaggio
Il linguaggio politico ha una precisa forma/funzione che è quella finalizzata a
produrre effetti sui comportamenti e sulle decisioni politiche e quindi ad
interagire con il sistema politico. Con l’avvento della televisione, la politica
assume il suo linguaggio e ne adotta i ritmi: un linguaggio basato sulle
immagini, sulla spettacolarità più che sui contenuti, semplice, da gente
comune, perciò comprensibile a tutti.
Da uno studio effettuato sul linguaggio politico di Matteo Renzi è possibile
evincere alcuni punti di forza e di debolezza dello stile comunicativo
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contemporaneo:

PRO CONTRO
1. La semplicità come 1. Eccessiva semplicità come
elemento distintivo semplificazione di problemi
complessi, loro banalizzazione
2. Giochi di parole 2. Giochi di parole che svuotano
di significato il discorso
3. Guardare alle soluzioni 3. Mancata analisi obiettiva dei
piuttosto che ai problemi problemi reali
4. Linguaggio concreto, che 4. Linguaggio concreto come
“parla agli occhi” artificio della retorica
5. Enfasi sulle emozioni 5. Enfasi sulle emozioni come
stratagemma per evitare
un’interpretazione razionale
6. Informalità 6. Informalità come mancanza di
profondità
7. Elementi simbolici 7. Elementi simbolici che si
trasformano in elementi
pragmatici
8. Chiarezza del discorso 8. Mancanza di chiarezza delle
politico azioni politiche
9. Tempo verbale al presente 9. Mancanza di progettualità
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10. Uso di slides 10. Uso di slides come effetto
promozionale

(d). Permanent e negative campaign


Con la definizione di permanent campaign si allude al fatto che il governare si
trasforma in una campagna elettorale perpetua e converte il governo in uno
strumento di sostegno della popolarità degli eletti.
Negative campaign, invece, indica l’estremizzazione di pratiche di muckraking
(scandalismo) e comunicazione denigratoria, circolazione di dossier, fughe di
notizie e “politica dello scandalo” con l’intenzione di delegittimare
l’avversario. Su questo terreno non vige più alcuna distinzione tra dimensione
pubblica e privata dei comportamenti, la politica si afferma come genere
mediatico e di intrattenimento, il gossip diventa argomento di pubblico
dibattito, i politici star celebrities e icone da copertina.
Con il neologismo scandology (“scandologia” in italiano), alcuni studiosi
designano la recente affermazione di un settore di ricerca specifico che ha per
oggetto l’analisi degli scandali politici, della loro morale e politica, nonché dei
loro effetti sull’opinione pubblica.
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5. LA COMUNICAZIONE POLITICA

La comunicazione politica si distingue dalla tipologia delle altre comunicazioni pubbliche


perché interviene su argomenti a carattere generale, perciò controversi, e rispetto cui viene
sostenuto un particolare punto di vista.
É possibile individuare almeno quattro fasi principali nelle dinamiche di cambiamento della
comunicazione politica, mantenendo ferma l’idea dei mezzi di comunicazione di massa come
una cerniera indispensabile fra cittadini e politica:
 la fase della comunicazione politica di apparato;
 la fase pionieristica;
 la fase moderna;
 la fase contemporanea.

(a). La fase della comunicazione politica di apparato


La comunicazione passa attraverso il contatto interpersonale assicurato dai
grandi apparati di partito, che svolgono un ruolo comunicativo importante. Il
partito politico ha infatti la funzione di raccogliere ed aggregare la domanda
politica e di permettere ai cittadini – mediante la rappresentanza – di
partecipare alla formazione delle decisioni.
Per anni la comunicazione politica ed elettorale è stata esclusivo appannaggio
del partito, al cui interno si creano dipartimenti o strutture specificamente
dedicati a tale scopo. L’avvento del nazismo e del fascismo darà ulteriore
impulso alla costruzione di strutture decentralizzate dei partiti, ma al
contempo anche ad un grandioso processo di nazionalizzazione e
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centralizzazione. In tal senso, i circuiti comunicativi che avevano sino ad allora
una dimensione locale divengono nazionali. Inoltre, i due regimi sperimentano
tecniche di comunicazione inedite, dal momento che è pressante il bisogno di
un consenso unanime. La comparsa della radio rafforza il processo di
nazionalizzazione della comunicazione, supportando tecniche sempre più
raffinate di propaganda.

(b). La fase pionieristica


Tale fase è caratterizzata dal fatto che le funzioni dei mass media convivono e
s’integrano con quelle di apparato, si tratta perciò di una fase “ibrida”.
Inizialmente il rapporto fra media e apparati di partito è chiaramente un
rapporto di subalternità: fino agli anni ‘60, sia in Europa che negli Usa, i partiti
sono grandi apparati organizzati, che dispongono di funzionari e reti capillari
sul territorio e la stampa di partito è il principale canale comunicativo. E’ il
periodo del cosiddetto “voto di appartenenza”, un voto cioè determinato da
forti e stabili legami di appartenenza ideologica al partito. Le comunicazioni di
massa non sono ancora pienamente sviluppate, pertanto i media vengono
utilizzati come semplici strumenti dai partiti. Si aggiunga inoltre la rilevante
presenza degli opinion leaders, anche se, solitamente, all’interno di comunità
abbastanza omogenee al loro interno, che condividono le medesime posizioni.
L’evento comunicativo si colloca quindi nelle logiche di un rapporto già
consolidato con gli elettori ed i simpatizzanti.
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(c). La fase moderna


La fase moderna della comunicazione politica non ha una datazione precisa,
molto probabilmente essa comincia a partire dagli anni Sessanta, il 1960 è
infatti un anno che segna un punto di svolta decisivo perché si svolge il primo
(in assoluto) confronto politico televisivo (Fra John Fitzgerald Kennedy e
Richard Nixon). Il cambiamento si verifica prima negli Stati Uniti, mentre in
Italia esso inizia a profilarsi un decennio più tardi e a spiegare questo scarto
temporale sono le differenze intervenienti almeno a tre livelli: il processo di
modernizzazione, la complessità sociale e la poliarchia (tale concetto, coniato
da Dahl, esemplifica al contempo una polverizzazione degli interessi, la nascita
di organizzazioni settoriali (come i sindacati) e la comparsa di nuovi soggetti
(come i giovani, le donne, gli emarginati, ecc.), dotati di grande capacità
innovativa ed inventiva. In tale fase i mezzi di comunicazione di massa
agiscono ed interagiscono in maniera autonoma con gli apparati, cioè non
sono più un mezzo (dei partiti), la comunicazione diviene essa stessa un
potere in competizione, in conflitto o contrattazione con gli altri. Sullo sfondo
di questa complessità, si realizza anche un’importante modificazione dello
stesso partito politico, che diviene un catch all party, poiché il voto non si
qualifica più di appartenenza né di opinione, ma diviene fluttuante.

(d). La fase contemporanea

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La fase contemporanea è ben rappresentata dalla figura dell’ex-Presidente
degli Stati Uniti Barack Obama e dalla sua capacità di sfruttare la Rete. Ad
esempio, la sfida tra responsive web design e siti web mobile è stata al centro
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delle strategie politiche durante la corsa alla Casa Bianca del 2012 quando,
Obama e il suo sfidante Mitt Romney capirono quanto fosse importante
raggiungere tutte quelle fasce di popolazione che navigavano su Internet dai
propri dispositivi portatili (giovani con gli smartphones e manager con i
tablets). Romney decise per un sito mobile, mentre Obama fece realizzare un
eccellente esempio di sito web responsive (e vinse le elezioni).

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