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STUDI

kantiani
xxvi
2013

estratto

PISA · ROMA
FABRIZIO SERRA EDITORE
2014
Rivista fondata da Silvestro Marcucci
*
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LA FORMAZIONE DEI CONCETTI IN KANT.
SU UN’INTERPRETAZIONE RECENTE*
Claudio La Rocca

H eidegger sosteneva che in filosofia non esistono questioni particolari.1 Un buon


esempio per questa tesi può essere la questione della formazione dei concetti in
Kant. Nonostante possa apparire come un problema di ‘dettaglio’, rispetto ad altre
più ampie tematiche, come i grandi problemi metafisici, o le questioni della morali-
tà, o la pace perpetua, o quant’altro ancor si possa annoverare tra le importanti que-
stioni di fondo, un tema del genere coinvolge a catena, per così dire, una serie di no-
di la cui centralità insieme filosofica ed esegetica è difficilmente sottovalutabile. Si
tratta, certo, di un tema ‘marginale’ quasi in senso letterale: buona parte del mate-
riale testuale disponibile per una sua analisi consiste di note a margine appuntate da
Kant sui testi che usava come base per le lezioni (in particolare per le lezioni di logi-
ca e di metafisica), le cosiddette Reflexionen, alle quali si aggiungono testi che sono
marginali almeno rispetto alla strategia di pubblicazione perseguita dall’autore, ossia
le trascrizioni di lezioni (quelle stesse per cui Kant usava gli appunti delle Reflexionen)
a cura di suoi uditori, le cosiddette Vorlesungsnachschriften. Testi, insomma, che non
farebbero oggi parte della lista di pubblicazioni di un docente. Come tuttavia ormai
si comincia ad intendere, l’ambito non solo di interessi, ma di elaborazione teorica di
Kant è assai più articolato di quanto risulti dalle strategie e anche dalle casualità edi-
toriali legate alla pubblicazione delle sue opere. Dunque un tema ‘marginale’, nel sen-
so precisato, può risultare di notevole importanza nell’economia del pensiero critico,
importanza che in questo caso il suo rilievo teorico immediatamente manifesta: la
questione dell’origine dei concetti coinvolge quella del rapporto tra concetti e intui-
zioni (o contenuti non concettuali, come oggi si usa dire), la natura e la funzione del-
le categorie, dell’a priori, e, dietro tutto ciò, problematiche come quelle che riguar-
dano l’alternativa tra realismo ed idealismo, la cui perenne attualità in tempi di
manifesti filosofici pro-realismo non è necessario sottolineare.
Questa breve apologia della tematica potrebbe proseguire aggiungendo almeno
che sono tematiche ‘marginali’ come queste a costituire spesso un terreno prezioso
di verifica dei temi e dei testi più classicamente frequentati. Di ciò la Kant-Forschung
ormai si è accorta, e non solo grazie ad una sua pervasività quantitativa, che la porta
ad affrontare ogni aspetto del pensiero kantiano. Il tema di cui parliamo è esso stesso
oggetto di molte ricerche. All’apologia della tematica vorrei però non mancare di af-
fiancare subito un’apologia della ricerca su cui il mio intervento si incentra e che di-
scuterò brevemente. Il libro di Alberto Vanzo2 unisce ad una conoscenza esemplare

* A proposito di A. Vanzo, Kant e la formazione dei concetti, Trento, Pubblicazioni di Verifiche, 2013.
1 Cfr. M. Heidegger, Vom Wesen der menschlichen Freiheit. Einleitung in die Philosophie, Gesamtausgabe, Bd.
31, Frankfurt a.M., Klostermann, 1982, p. 14.
2 I numeri di pagina in parentesi nel testo si riferiscono d’ora in poi a questo volume.
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dei testi di Kant una chiarezza e sottigliezza argomentativa notevolissime, e anche la
capacità di coniugare, senza confonderle, le prospettive di interpretazione dei testi e
del pensiero di Kant con le discussioni sul suo pensiero e più in generale sulla tema-
tica in questione. Questo rende non meno, ma più opportuno discuterne le tesi e le
conclusioni, cosa cercherò di fare indicando, com’è utile in una discussione, con mag-
giore attenzione, piuttosto che i punti di convergenza, i punti di distanza tra la pro-
spettiva che Vanzo propone e quella che a me sembra percorribile. Cercherò di non
entrare troppo o troppo spesso nel dettaglio esegetico affinché la discussione possa
essere di qualche interesse anche al di là delle questioni specifiche.
Vanzo sceglie di ricostruire la teoria di Kant per così dire in parallelo con la di-
scussione delle obiezioni che ad essa sono state rivolte; questa scelta ha l’intento
esplicito di mostrare allo stesso tempo, come egli scrive, «in cosa consistano» le dot-
trine di Kant e se esse «siano sostenibili» (25). Le due cose sono concettualmente se-
parate, ma nella sostanza spesso intrecciate: il tentativo di render conto nel modo più
adeguato di teorie è guidato in molti casi da una valutazione della loro plausibilità
che porta a non considerarle fin dal principio come mero antiquariato. Come sa chi
ha avuto modo di esercitarla, la ‘carità interpretativa’, ovvero ciò che all’epoca di
Kant si chiamava – più adeguatamente – il principio di ‘equità ermeneutica’, non è
dettato da malintesa acquiescenza o venerazione nei confronti di un autore, ma è al
servizio anzitutto dell’interprete, garantisce quest’ultimo piuttosto che l’autore: lo
protegge dal rifugiarsi troppo presto in sentenze negative circa una teoria, in giudi-
zi di incoerenza, assurdità, o altro, i quali, più che danneggiare l’autore interpretato
(per lo più defunto, e dunque poco coinvolto nei nostri pareri), ostacolano la com-
prensione da parte dell’interprete, offrendo il solo vantaggio di risparmiare ulteriori
fatiche esegetiche, ma nessun vantaggio rispetto all’obiettivo che si immagina un in-
terprete si ponga anzitutto, ossia una comprensione più accurata di un testo o di un
insieme di testi.
Non potrò seguire la discussione delle obiezioni alle teorie kantiane che Vanzo
svolge, anche per motivi di spazio, ma anche perché credo sia più utile un approccio
più direttamente costruttivo. Le ricordo però, perché è in dialogo con esse che Van-
zo, come si diceva, costruisce buona parte della sua argomentazione. Vanzo ne ana-
lizza sette, che raggruppa però in due ordini di obiezioni, cui dà il nome di «circolo
dell’acquisizione» e di «circolo dei giudizi».
Il circolo dell’acquisizione ha sostanzialmente a che fare con la discussione sulla na-
tura delle intuizioni. Se le intuizioni sono concepite come ‘cieche’, e dunque il loro
riferimento ad oggetti è concepito come possibile solo sulla base di una loro concet-
tualizzazione, diventa difficile spiegare come acquisiamo concetti a partire dalle in-
tuizioni stesse: se sono cieche, non si riferiscono ad oggetti; se sono invece concet-
tualizzate, i concetti sono già presupposti. A questo circolo si associa quello che
chiamerei un concettualismo forte rispetto alle intuizioni: «per avere una percezione con
un certo contenuto, dobbiamo possedere i concetti impiegati nella specificazione ca-
nonica di quel contenuto» (20), riassume Vanzo. In altri termini, un po’ sbrigativi, per
percepire un gatto dovremmo avere il concetto di gatto.
Il secondo circolo, il circolo dei giudizi, deriva dalla considerazione che la formazio-
ne dei concetti si presenta in Kant come parte di un processo intellettuale, e dunque
di un giudizio. Come riassume Vanzo: «per formare i nostri primi concetti dobbiamo
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formulare dei giudizi, ma per formulare dei giudizi dobbiamo possedere già dei con-
cetti» (23).
Vediamo direttamente la ricostruzione che Vanzo dà della formazione dei concetti,
per poi discutere se essa sfugge ai circoli detti, ma soprattutto se dà conto effettiva-
mente della teoria kantiana. Anticipo che vi sono aspetti convincenti nella ricostru-
zione proposta, e altri che a mio avviso investono equivoci più generali sul pensiero
kantiano.
La teoria kantiana di riferimento su cui si incentra la ricostruzione offerta nel vo-
lume è quella che si trova nel cosiddetto corpus logico e che identifica esplicitamente
delle operazioni che sarebbero all’origine dei concetti. Cito un passo kantiano cano-
nico, dalla Jäsche Logik, secondo il quale la formazione dei concetti si basa su tre ope-
razioni:
1. la comparazione, cioè il confronto delle rappresentazioni fra loro in relazione all’unità della
coscienza;
2. la riflessione, cioè la considerazione di come diverse rappresentazioni possano essere com-
prese in una coscienza; e infine
3. l’astrazione, ovvero il mettere da parte tutto il resto in cui le rappresentazioni date si diffe-
renziano [tra loro].1
Queste operazioni sono qualche volta descritte nei testi kantiani in ordine diverso o
con termini diversi, o inserendo una quarta operazione. Vanzo analizza molto bene
queste variazioni, ma la tripartizione citata può essere presa comunque come mo-
dello di riferimento. Pur comportando diversi e interessanti aspetti problematici, il
cuore delle difficoltà non è da vedere nella descrizione di operazioni del genere – che
si risolvono, per semplificare molto, in procedimenti di individuazione di tratti comu-
ni a più fenomeni (un concetto è per Kant una repraesentatio communis) – ma, come
abbiamo incominciato a intravedere, nella questione delle condizioni di possibilità
sottese a queste operazioni. Se le operazioni sono queste, in che modo è possibile
svolgerle? Cosa consente di realizzarle?
Il nodo problematico è costituito in sostanza dalla ricomposizione della frattura tra
concetti e intuizioni, tra rappresentazioni generali e rappresentazioni singolari, che è
Kant stesso ad istituire, rispetto alla tradizione da cui prende le mosse. Che relazione
sussiste tra i due tipi di rappresentazione, come è possibile il passaggio – se di pas-
saggio si deve trattare – tra l’uno e l’altro?
La ricostruzione di Vanzo insiste particolarmente sull’autonomia cognitiva delle
intuizioni. Le intuizioni non hanno bisogno per riferirsi ad oggetti di alcun tipo di con-
cetto: né di concetti empirici – posso percepire un casa senza riconoscerla come casa –
né di concetti trascendentali o categorie. Se la prima tesi ha dalla sua parte evidenze
testuali massicce, e, direi, nonostante diffuse teorie in senso contrario, ragioni teoriche
se non evidenti, certamente piuttosto plausibili, la seconda è assai meno scontata, me-
no sostenuta da appoggi testuali, e soprattutto – a mio modo di vedere – tale da rischiare
di compromettere la soluzione kantiana alla problematica che stiamo discutendo.
Prima di entrare nella discussione di questo punto traccio brevemente il percorso
che il libro di Vanzo propone.

1 Log, AA ix 94; trad. it. di M. Capozzi: I. Kant, Logica, Napoli, Bibliopolis, 1990.
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Ciò che ci consente di concepire la formazione di concetti attraverso le operazioni
di comparazione, riflessione e astrazione è la capacità delle intuizioni – in quanto ta-
li, da sole – di riferirsi a oggetti. «Intuizioni non concettualizzate, in linea di principio,
possono rappresentare oggetti» (115). A questa tesi ‘di principio’ Vanzo affianca la pa-
rallela tesi che descriverebbe invece uno stato di fatto: «tutte le nostre intuizioni con-
scie sono informate da concetti» (144), laddove il possessivo ‘nostre’ è da intendersi co-
me riferito ad umani adulti, ossia come escludente gli animali non umani e gli infanti.
In altri termini, dal punto di vista di principio le intuizioni non concettualizzate pos-
sono rappresentare oggetti, e questo consente una divaricazione nelle situazioni di
fatto: le intuizioni consce (percezioni) degli umani adulti sono informate da concetti,
quelle di infanti e animali non umani no. Se il caso degli animali non umani serve so-
lo per una conferma di questa divaricazione, quello degli infanti risulta decisivo per
spiegare l’acquisizione dei nostri primi concetti, quel processo, cioè, che ci consente di
uscire da entrambi i circoli che minacciano la teoria kantiana.
Salta agli occhi, lo osservo per inciso prima di proseguire nell’esposizione della ri-
costruzione di Vanzo, che una impostazione del genere, mettendo in campo dati di
fatto, curva la teoria kantiana verso una prospettiva psicologica. Ma non vorrei nelle
mie osservazioni insistere sulla possibile riserva critica che ne può derivare, ossia quel-
la di considerare inammissibile una tale curvatura per una teoria trascendentale, per-
ché credo che le prospettive siano compatibili: l’indicazione di condizioni strutturali
ineludibili di un processo cognitivo non esclude (anzi deve prevedere) che alla realiz-
zazione effettiva di quelle condizioni si arrivi attraverso un processo fattuale.1 Le con-
dizioni a priori di possibilità sono tuttavia condizioni concettualmente necessarie per-
ché un fenomeno sia quello che è, non le condizioni per produrlo di fatto, che vanno
indagate separatamente. In altri termini, che la conoscenza richieda condizioni a prio-
ri come forme della sensibilità e categorie non significa che queste condizioni siano
fattualmente precedenti e dunque già sempre date: questo trasformerebbe, ad esem-
pio, le categorie in rappresentazioni innate, che è quanto Kant esplicitamente nega,
come Vanzo più volte, molto opportunamente, ricorda. Kant non pensa che nascia-
mo con le categorie e neppure con un intelletto già subito sviluppato e autocoscien-
te, come è evidente da molti luoghi delle sue trattazioni antropologiche.
Se dunque assumiamo che disponiamo, come infanti, di intuizioni non concettua-
lizzate, dobbiamo, liberi da circolarità, ma non da altri oneri argomentativi, mostra-
re come si giunga alla formazione di concetti. Vanzo cerca di esibirlo – con una scel-
ta molto opportuna, perché consonante con alcune esemplificazioni di Kant – con il
caso paradigmatico dei colori, oltrepassando le esplicite teorizzazioni di Kant (e le
conoscenze psicologiche e cognitive che egli aveva a disposizione), ma mantenendo-
si all’interno delle sue premesse teoriche astrazioniste: prolungando per così dire del-
le linee che Kant non ha disegnato fino in fondo.
Teorie contemporanee della percezione dei colori mostrano che è possibile una di-
stinzione tra colori che sia indipendente dalla nostra concettualizzazione linguistica:
la cosiddetta ‘percezione categorica’ fa sì che noi raggruppiamo un continuum di lun-

1 Per qualche cenno in più sul rapporto tra le due prospettive rimando a C. La Rocca, Psicologia, in L’uni-
verso kantiano. Filosofia, scienze, sapere, a cura di S. Besoli, C. La Rocca, R. Martinelli, Macerata, Quodlibet, 2010,
pp. 391-435.
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ghezze d’onda in modo non arbitrario, costituendo gamme di colori discrete con con-
fini sufficientemente precisi e, in ogni caso, non convenzionali. In più oggetti posso
rilevare, di nuovo in modo non concettuale, rapporti di somiglianza, raggruppando
ad esempio oggetti di colore analogo, senza formulare giudizi (è quanto può fare un
bambino o un piccione). Questo vuol dire, in termini kantiani, che noi possiamo svol-
gere a livello preconcettuale l’istituzione di differenze (comparazione), quella di iden-
tità, seppure nella forma debole di «classi di somiglianza» (177) (riflessione) e la terza
operazione di separare questo tipo di proprietà così discriminata da altre caratteristi-
che degli oggetti (separare il rosso di un papavero e quello di una ciliegia dal papave-
ro e dalla ciliegia), l’astrazione. Formiamo così «una rappresentazione che codifica la
caratteristica condivisa» (178).
Vanzo non lo dice esplicitamente, ma quest’ultima rappresentazione è il concetto.
Dice però che quest’ultimo atto di astrazione «non sembra sollevare particolari diffi-
coltà» (178), tranne quella, che vedremo tra un attimo, relativa al fatto che dovrebbe
intervenire l’intelletto, e dunque giudizi, là dove i concetti come materia prima di giu-
dizi sono ancora in formazione. Qui mi permetto di anticipare una osservazione. Nel
momento in cui c’è una rappresentazione che codifica una caratteristica condivisa il
concetto c’è. Dunque il concetto c’è con il momento dell’astrazione, dove però non è
tanto fondamentale l’astrarre, nel senso di distogliere lo sguardo attenzionale da ca-
ratteristiche non condivise (quelle che riguardano la ciliegia e il papavero e il cinabro
rispettivamente, ma mai due di questi), bensì il fatto che si istituisca una rappresenta-
zione autonoma dalla situazione percettiva, ossia slegata dalla puntualità temporale e spa-
ziale delle sensazioni, e dunque dalla sensibilità – dall’atto di intuizione. Come questo
si produca, il modello tratteggiato non lo mostra. A questo fine è necessario un atto
di immaginazione, che il modello di Vanzo non coinvolge.
Il problema del carattere intellettuale del processo – il secondo tipo di circolo – vie-
ne risolto da Vanzo con l’introduzione della nozione di «proto-giudizio». Il punto è
delicatissimo e gli lascio perciò su questo la parola:
Come possono acquisire dei concetti di colore impiegando dei proto-giudizi costituiti soltan-
to da rappresentazioni non concettuali? Consideriamo ancora una volta il concetto di rosso.
Per formare questo concetto, gli infanti devono rilevare che le tinte di colore di certi oggetti
(ad esempio delle fragole, delle ciliegie e dei tulipani) sono più simili tra loro che alle tinte di
altri oggetti. Dal momento che non possiedono concetti, non possono impiegare i concetti di
fragola, ciliegia e tulipano per rappresentare quegli oggetti. Ma non hanno bisogno di impie-
gare concetti. Possono rappresentarli in maniera non concettuale come delle Erscheinungen.
Queste rappresentazioni non concettuali fungeranno da soggetti dei proto-giudizi. Senza pos-
sedere concetti, gli infanti possono ripartire gli oggetti in classi di somiglianza in base al loro
colore. Le rappresentazioni non concettuali delle classi di somiglianza costituiranno i predi-
cati dei proto-giudizi. I proto-giudizi che portano alla formazione dei concetti di colori inclu-
dono degli oggetti, rappresentati in maniera non concettuale come Erscheinungen, in determi-
nate classi di somiglianza, che sono anch’esse rappresentazioni di tipo non concettuale.
(179-180)
Vi sono due osservazioni da svolgere su questo punto. La prima è quella forse meno
rilevante: questa nozione costituisce, molto più di altre utilizzate nella sua interpre-
tazione, l’esplicita introduzione di un tassello mancante nella teoria di Kant, che tut-
tavia si presenta in questo caso non tanto come il prolungamento di linee di pensie-
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ro, ma come appunto l’aggiunta di un elemento che in Kant non c’è, e che non è scon-
tato sia compatibile interamente con la bipartizione ‘logica’ tra intuizione e concetti.
Questa inclusione ‘muta’, per così dire, di ‘oggetti’ in classi di somiglianza sembra più
potere essere assimilata ad una categorizzazione (nel senso non kantiano) di percetti
che alla formazione di un concetto (e dunque essere inferibile da processi di rag-
gruppamento operativo che possono operare piccioni e infanti, ai quali né Kant né
noi ex hypotesi attribuiamo concetti): in altri termini, forse qui il concetto non c’è an-
cora. Se invece il concetto c’è già, credo sia difficile resistere ad una sua traduzione
proposizionale, che non necessariamente deve significare una frase pronunciata, ma
la cui possibilità dev’essere già tutta presente, nei termini di un giudizio singolare con-
tenente un’espressione deittica, del tipo: ‘questo è rosso’. (Il termine ‘proto-giudizio’,
che ho utilizzato anch’io in una occasione, mi sembra più pertinente per questo tipo
di atto).1 Non a caso anche nel discorso di Vanzo emerge qui incidentalmente il rife-
rimento a «pronomi dimostrativi il cui riferimento è fissato in maniera indessicale»
(180, nota); ma questa possibilità coinvolge una serie di presupposti, di cui fra un atti-
mo veniamo a parlare (il riferimento indessicale non è un atto ‘semplice’, ed extra-
concettuale, ma è reso possibile dalle categorie). Per dirla ancora in un altro modo, se
stiamo descrivendo la formazione di un concetto, nel momento in cui il processo è
concluso non può non emergere lo stretto legame che Kant istituisce tra concetto e
parola, tra giudizio e enunciato.
C’è un aspetto della ricostruzione di Vanzo, strettamente connesso con quanto ora
osservato, che, seppure in una esposizione estremamente riassuntiva (che spero non
sia stata troppo sommaria), non è ancora emerso. L’ho posposto per discuterne espli-
citamente, ma anche perché è implicito, come suo sfondo negativo, nella caratteriz-
zazione positiva del processo di formazione dei concetti offerta del libro di Vanzo. Mi
riferisco all’esclusione del ruolo delle categorie.
Una delle soluzioni al circolo dei giudizi è quella di considerare la formazione dei
concetti empirici come resa possibile dalle categorie. Vanzo rifiuta questa possibilità,
negando che sia possibile presupporre le categorie come già operanti prima della for-
mazione dei concetti empirici; questa tesi si associa, anche se non coincide, con la te-
si, che prima non abbiamo discusso, ma solo riportato, circa la possibilità di riferire
intuizioni non concettualizzate ad oggetti. Le due cose sono strettamente legate per-
ché riguardano il ruolo della categorie in generale nella rappresentazione di oggetti e
poi nel processo di formazione dei concetti, ed è il punto su cui la ricostruzione di
Vanzo diverge maggiormente da quella che ho proposto e ancora proporrei. Il di-
scorso su questo dovrebbe essere dettagliato e ampiamente argomentato: qui potrò
limitarmi ad una argomentazione per punti essenziali, senza una dettagliata ‘certifi-
cazione’ testuale.
Riguardo alle intuizioni e alle Erscheinungen, Vanzo fa riferimento ad una serie di
espressioni kantiane che sembrerebbero lasciare aperta la strada all’idea che noi pos-

1 Cfr. C. La Rocca, Come sono possibili i giudizi sintetici a posteriori?, in Soggetto e mondo. Studi su Kant, Ve-
nezia, Marsilio, 2003, pp. 121-152: qui, p. 134. La ricerca di dimensioni ‘protoconcettuali’ che servano a rendere
meglio comprensibile il passaggio tra contenuti non-concettuali e concettuali è molto diffusa e complessa; ne
ho discusso alcuni aspetti, insieme alle condizioni di un riferimento deittico, in L’esperienza e il suo sfondo. Intorno
a McDowell, in Forma e contenuto. Temi di teoria della conoscenza, filosofia della mente, filosofia della storia e teoria
della razionalità, a cura di R. Lanfredini, Milano, led, 2002, pp. 183-210.
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siamo avere un rapporto cognitivo con Erscheinungen senza alcuna forma di concet-
tualizzazione. Se questo, come ho già accennato, è senz’altro difendibile in relazione
ai concetti empirici, credo non lo sia per quanto riguarda le categorie.
Non posso ripercorrere tutti i passi che possono essere usati nel senso della tesi di
una sussistenza autonoma (e una possibilità di rappresentazione indipendente trami-
te intuizione aconcettuale) delle Erscheinungen. Ricordo – pars pro toto – un passo dei
più citati, anche perché si presenta quasi come una definizione: «l’oggetto indetermi-
nato di un’intuizione empirica si chiama Erscheinung» (KrV, A 20 B 34). Questo e simi-
li passi sono vittima spesso di quella che chiamerei ‘la fallacia dell’esposizione’. Si trat-
ta di quella fallacia (dell’interprete) che – in una dimostrazione della intrinseca unione
di due elementi – dimentica l’obiettivo finale della dimostrazione e fa leva sugli ele-
menti così come vengono presentati per condurre (e introdurre) l’argomentazione
stessa. Kant opera una bipartizione di modi di rappresentazione che riformula quel-
la della tradizione leibniziano-woffiana, da cui muove, utilizzando al posto di criteri
‘interni’, come quelli della chiarezza e distinzione, il criterio ‘logico’ della contrap-
posizione tra la rappresentazione di una singolarità e la rappresentazione di un trat-
to generale. Questa bipartizione rimane non problematica, o almeno più facilmente
comprensibile, all’interno dell’esperienza corrente. Vedere una casa è diverso da avere
e usare il concetto di ‘casa’, dunque dall’atto di riconoscere una casa (noto per inciso che
‘avere’ soltanto un concetto per Kant non ha senso, in quanto i concetti sono nella sua
visione «predicati di giudizi possibili»).1 Kant esemplifica ciò più volte con l’esempio
del selvaggio che intuisce la casa, ma non formula il giudizio ‘questa è una casa’.2 Una
volta posta, in sede di teoria della rappresentazione, questa distinzione tra concetti e
intuizioni, la dimostrazione della possibilità di giudizi sintetici a priori costituisce
nient’altro che una parziale e circoscritta revoca della distinzione, o meglio della se-
parazione tra i due elementi, nel senso che essa costituisce il tentativo di dimostrare
una compenetrazione non districabile tra alcuni concetti (le categorie) e le nostre in-
tuizioni.3 È questo un compito ‘difficile’ anche rispetto a quello della dimostrazione
della necessità di forme dell’intuizione (spazio e tempo) perché, dice Kant, se dei fe-
nomeni possono manifestarsi solo nello spazio e nel tempo (e dunque si tratta di di-
mostrare cosa siano spazio e tempo, non se essi siano condizione delle Erscheinungen,
perché queste sono spazio-temporali), le categorie non rappresentano evidentemente
condizioni per il darsi di oggetti nell’intuizione, «e quindi» – scrive Kant – «possono
ben apparirci degli oggetti, senza che essi debbano necessariamente riferirsi a funzio-
ni dell’intelletto», ovvero, «senza funzioni dell’intelletto possono benissimo esserci
dati fenomeni nell’intuizione» (KrV, A 90 B 122). Queste, come altre simili espressio-

1 KrV, A 69 B 94; cfr. la Refl 3045, AA xvi 630: «Un concetto ha in forza della sua generalità la funzione di un
giudizio. Si riferisce ad altri concetti potentialiter».
2 Per una discussione di questa distinzione, anche contro le interpretazioni (come quella di Ferraris) che
legano troppo strettamente i concetti empirici con le intuizioni, devo rimandare a C. La Rocca, Lontano da
dove. Congedarsi da Kant?, in Congedarsi da Kant? Interventi sul «Goodbye Kant» di Ferraris, a cura di A. Ferrarin,
Pisa, ets, 2006, pp. 37-68.
3 Non si tratta naturalmente di una revoca della distinzione concettuale, e dunque un ritorno ad una di-
stinzione meramente di grado tra rappresentazioni sensibili e rappresentazioni concettuali, ma della dimo-
strazione che – data quella che abbiamo chiamato la loro differenza ‘logica’ – in un dimensione particolare i
due tipi di rappresentazione sono intrinsecamente collegati e cooperanti.
144 miscellanea
ni, sono tuttavia l’esposizione del problema e non la soluzione. La soluzione, che pas-
sa per il faticosissimo lavoro della deduzione trascendentale, ha la forma opposta, che
è espressa in mille passi, ma che riproduco qui nel modo in cui è formulata in una Re-
flexion degli anni 1780-1783:
Poiché gli oggetti dei nostri sensi non sono cose in sé, bensì solo Erscheinungen, cioè rappre-
sentazioni la cui realtà oggettiva1 consiste solo nella costanza (Bestandigkeit) e unità della in-
terconnessione (Zusammenhang) del loro molteplice, così gli oggetti non danno concetti, ma i
concetti fanno sì che noi abbiamo con esse oggetti di conoscenza […].
È un passo sufficientemente chiaro, perché la possibilità di riferimento riguarda qui le
Erscheinungen come tali (manifeste come tali – su questo Kant è qui ellittico – in intui-
zioni), non la conoscenza di esse in un giudizio empirico nutrito da concetti empirici
(i concetti sono qui evidentemente le categorie stesse); ma lo cito perché prosegue in
un modo che esclude l’obiezione per cui qui sarebbe in gioco soltanto la conoscenza
delle cose (dunque giudizio empirico, intuizione più concetto). Kant prosegue:
poiché esse (Erscheinungen) anche come rappresentazioni sono modificazioni del senso inter-
no, la loro possibilità riposa sulla sintesi delle Erscheinungen nel tempo.2
In altri termini: lo stesso darsi di rappresentazioni come contenuti mentali identifica-
bili e discreti riposa sulla sintesi categoriale (del solo senso interno). Che a sua volta
(dirà Kant poi nella confutazione dell’idealismo) è tributaria della determinazione
dello spazio.
Il punto meriterebbe ben altro approfondimento. Ma quanto voglio mettere in
evidenza è che l’operato delle categorie è in Kant così radicale e originario che è dav-
vero difficile nel quadro del suo pensiero una rappresentazione di un processo cono-
scitivo che si ‘riferisce a oggetti’ (seppure non conoscendoli in senso pieno e proposi-
zionale) prescindendone del tutto. Le categorie istituiscono la stessa possibilità di
riferimento, la stessa natura intenzionale delle rappresentazioni.3 Per confermarlo, ba-
sta ricordare un ennesimo esempio in cui Kant fa riferimento ad una casa (si potreb-
be scrivere un saggio, se non un libro, sulle case in Kant) che credo comprometta la
possibilità di una ricostruzione dell’intuizione come processo non categoriale eppu-
re intenzionale: l’esempio famoso contenuto nelle Analogie dell’esperienza, dove si
tratta della categoria di causa. Ciò che conferisce ad una successione di rappresenta-
zioni carattere soggettivo o oggettivo è il loro sottostare o meno ad un regola della
successione: la Erscheinung viene rappresentata «come l’oggetto dell’apprensione, di-
stinto da essa, se essa sottostà a una regola che la distingue da ogni altra apprensione

1 Objektive Realität significa per Kant la possibilità di riferirsi a qualcosa.


2 Refl 5636, AA xviii 268 («Da die Gegenstande unserer Sinne nicht Dinge an sich selbst, sondern nur Er-
scheinungen sind, d.i. Vorstellungen, deren obiective Realitaet nur in der Bestandigkeit und Einheit des Zu-
sammenhanges ihres Manigfaltigen besteht, so geben nicht die obiecte die Begriffe, sondern die Begriffe ma-
chen, daß wir an ihnen obiecte der Erkenntniß haben; da sie auch als Vorstellungen Modificationen des inneren
Sinnes seyn, so beruht ihre Moglichkeit auf der Synthesis der Erscheinungen in der Zeit»).
3 Anche per questo è difficile, a mio parere, concepire l’acquisizione delle categorie come un processo em-
pirico, dicendo che «secondo Kant, acquisiamo le categorie quando riflettiamo sul processo che porta alla for-
mazione dei concetti empirici» (155). La nozione di acquisitio originaria non si contrappone soltanto al presun-
to carattere innato delle categorie, ma anche ad una loro graduale acquisizione empirica: le categorie sono
acquisite contestualmente con l’esercizio dell’intelletto, coincidono con esso.
miscellanea 145
e rende necessario un modo di congiunzione del molteplice» (KrV, A 191 B 236). È l’ub-
bidire ad una regola e il non ubbidire ad altre che distingue il flusso di rappresenta-
zione soggettive da quelle riferite a qualcosa nel mondo, già nella sola apprensione
del fenomeno. La rappresentazione esce da sé grazie alle regole di congiunzione della
rappresentazione stessa. Se io guardo una casa, l’arbitrarietà del susseguirsi delle rap-
presentazioni nel mio volgere lo sguardo da una parte all’altra mi indica una sua per-
manenza, così come inversamente il carattere necessario di altre successioni mi indi-
ca una successione in re, oggettiva. Il riferimento all’oggetto non è una misteriosa
proprietà della rappresentazione, un ‘contatto’ con la cosa, ma il risultato di una se-
rie di regole a priori. Leggiamo di nuovo in una Reflexion chiarissima su questo:
Solo attraverso il fatto che la relazione posta secondo le condizioni dell’intuizione viene as-
sunta come determinabile secondo una regola, il fenomeno si riferisce ad un oggetto (obiect);
altrimenti è soltanto un’affezione interna dell’animo.1
Dunque non la conoscenza in un senso stretto (conoscenza attraverso giudizi), ma il
riferimento all’oggetto è garantito dalle categorie.
Vanzo propone come esempio di una possibilità di rappresentare un oggetto come
Erscheinung in modo non concettuale (e non categoriale) il seguire con lo sguardo
qualcosa in movimento, come una farfalla bianca su sfondo scuro. Si tratterebbe solo
di «discriminare le caratteristiche sensibili degli oggetti e seguirne il movimento»
(127). Tuttavia, almeno due cose si possono osservare a proposito di una operazione
del genere – che in un passo interessantissimo di Kant, che Vanzo ricorda, è evocata
come l’atto di un bambino «di seguire con gli occhi l’oggetto luminoso che gli si pre-
senta» e indicata come «il rozzo principio del progresso che va dalle percezioni (ap-
prensione della rappresentazione sensibile) alla conoscenza degli oggetti sensibili, cioè
all’esperienza».2 Ad un simile procedimento di semplice inseguimento che può essere
anche puramente fisico – un mantenersi in contatto con un oggetto – fa riferimento
Daniel Dennett come prerequisito per una esperienza percettiva, osservando che es-
so sembra implicare un primato di credenze de re (riferite direttamente ad oggetti) su
credenze de dicto (che si riferiscono ad oggetti tramite dicta, descrizioni), mentre in re-
altà «anche nei casi più diretti e primitivi di inseguimento percettivo possiamo rica-
dere nella modalità de dicto»,3 ossia facciamo implicito riferimento ad un qualcosa in-
dicabile come delimitato e collocato in una certa regione dello spazio (‘questa
configurazione di pixel’). Per Kant l’identificazione di uno spazio determinato non è
possibile senza un determinazione dello spazio che ha natura categoriale. La confi-
gurazione minima è qualcosa del genere ‘questa macchia rossa’, laddove nel quadro
kantiano il ‘questo’ non è affatto un immediato rapporto deittico con la cosa – ovve-
ro è un rapporto deittico, ma non immediato: il ‘questo’ è esattamente l’ ‘oggetto in
generale’ che è il risultato delle categorie, e che presuppone l’intero apparato cate-

1 Refl 4677, AA xvii 657, 1773-1775 («Nur dadurch, daß das Verhältnis, was nach den Bedingungen der An-
schauung gesetzt wird, als nach einer Regel bestimmbar angenommen wird, bezieht sich die Erscheinung auf
ein obiect; sonst ist es nur eine innere affection des Gemüths»). Approfondisco un po’ la questione dell’origi-
ne del valore rappresentativo di una nota (Merkmal) intuitiva in Soggetto e mondo. Studi su Kant, cit., pp. 132 sgg.
2 Anth, AA vii 127-128.
3 D. C. Dennett, La mente e le menti. Verso una comprensione della coscienza, Milano, Sansoni, 1997, p. 123.
146 miscellanea
goriale. Non dimentichiamo che la stessa esistenza di un ‘qualcosa’ non è in Kant ri-
conducibile all’immediatezza della sensazione, ma inquadrabile soltanto nelle cate-
gorie dinamiche, ossia in funzioni regolative (le categorie della relazione sono tali ri-
spetto all’oggetto, e costitutive solo dell’esperienza) e relazionali che guidano processi
di ricerca. Se inseguo qualcosa con lo sguardo in modo consapevole sto compiendo
una serie di operazioni che presuppongono la possibilità di: a) indicare una unità di-
stinguibile; b) indicare una qualità positiva (realitas, come il rosso, o il bianco della far-
falla) (o un complesso di qualità); c1) poter reidentificare qualcosa rispetto a variazio-
ni (o mancanza di variazioni) del suo stato; c2) poterlo identificare rispetto al posto
nella successione temporale; c3) poterlo identificare rispetto al posto nella coesisten-
za con altro. Sono le categorie della quantità, della qualità (una per triade) e della re-
lazione (tutte e tre).1
Nella formazione dei concetti questo primo atto di identificazione avviene nella
forma più originaria attraverso l’assunzione di Merkmale (note) intuitive e la loro tra-
sformazione in note concettuali. La storia di questa trasformazione dovrebbe muo-
vere da ciò che fa diventare tratti intuitivi parziali dell’oggetto elementi di distinzio-
ne, tratti pertinenti che si rendono immaginativamente autonomi e si collegano con
un concetto che in prima istanza è solo designazione, dice Kant, segno dell’esperien-
za. Il tutto guidato dalle categorie, ma anche dal presupposto di una organizzazione
in classi dell’esperienza, che orienta la riflessione.2 Questi aspetti – il ruolo delle no-
te, dell’immaginazione, del processo di designazione, del «sistema dell’esperienza» –
sono un po’ in ombra nella lettura offerta da Vanzo, che resta una eccellente propo-
sta esegetica e teorica, più ricca di quanto la discussione di alcuni punti che abbiamo
qui condotto possa far emergere, e alla quale va anche il merito di riproporre al cen-
tro dell’attenzione questo aspetto cruciale delle teorie di Kant.

Abstract
This paper discusses some aspects of Alberto Vanzo’s book Kant e la formazione dei concetti. My
criticisms mainly concern the way in which Vanzo conceives of «proto-judgments» as a means
to solve the so-called ‘circle of judgments’ and the claim that it is possible to refer to appear-
ances (Erscheinungen) without employing the categories. Both theses involve a partial autono-
my of intuition from concepts, namely, the capacity to refer to objects by means of intuitions
alone, without using any concepts. In my opinion, only the categories make it possible to dis-
tinguish between an inner flow of representations and objective appearances: this distinction
thus grounds the intentional character of representations themselves. Even the possibility to
follow the movement of a coloured spot with the eyes (Vanzo’s example of a pre-categorial
experience) requires categorial conditions. Therefore, the process of acquisition of the cate-
gories cannot be interpreted as an empirical process somehow conflicting with the acquisition
of empirical concepts. The formation of empirical concepts should be analysed in relation to
the development of intuitive ‘marks’ into concepts and in connection with the role of the
imagination.

1 Un ricostruzione meno veloce è in C. La Rocca, Esistenza e Giudizio. Linguaggio e ontologia in Kant, Pisa,
ets, 1999, p. 134; Idem, Lontano da dove, cit., pp. 48 sgg.
2 Ho cercato di ricostruire, in un modo diverso da quello di Vanzo, l’‘origine del contenuto’ muovendo dal-
la teoria kantiana dei Merkmale (note) in Come sono possibili i giudizi sintetici a posteriori?, cit., in part. pp. 127 sgg.
composto in car attere dante monotype dalla
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stampato e rilegato nella
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Marzo 2014
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SOMMARIO

Editoriale 9

kant and philosophy in a cosmopolitan sense:


two interviews
Robert Brandom, Kant and Philosophy in a Cosmopolitan Sense. Kant’s Norma-
tive Turn and its Hegelian Development. An interview by Francesco Lanzillotti 17
John Searle, Kant and Philosophy in a Cosmopolitan Sense. Intentional and Social
Phenomena, and their Place in Nature. An interview by Gabriele Gava 27

studi
Stephen Engstrom, Unity of Apperception 37
Stefano Bacin, Legge e obbligatorietà: la struttura dell’idea di autolegislazione
morale in Kant 55
Antonio Moretto, Con Euclide e contro Euclide: Kant e la geometria 71
Guido Frilli, Per una filosofia del senso. Eric Weil interprete di Kant 93

miscellanea
Ileana Beade, The Thing-in-itself and its Role in the Constitution of Objectivity.
A Critical Reading of Onof ’s Reconstruction of Transcendental Affection 107
Marco Sgarbi, The University of Königsberg in Transition (1689-1722): Aristotelian-
ism and Eclecticism in Johann Jakob Rohde’s Meditatio philosophica 125
Claudio La Rocca, La formazione dei concetti in Kant. Su un’interpretazione
recente 137
Alberto Vanzo, Kant e la formazione dei concetti. Risposta a Claudio La Rocca 147

recensioni
Giuseppe Motta, Die Postulate des empirischen Denkens überhaupt. KrV A 218-235 /
B 265-287. Ein kritischer Kommentar (G. Lorini) 155
Gian Luigi Paltrinieri, Kant e il linguaggio. Autocritica e immaginazione (F. Ca-
mera) 159
The Cambridge Companion to Kant’s Critique of Pure Reason, ed. by Paul Guyer
(F. Wunderlich) 165
Federica Trentani, La teleologia della ragione pratica. Sviluppo umano e concre-
tezza dell’esperienza morale in Kant (S. Feloj) 169
Oscar Meo, I momenti del giudizio di gusto in Kant. Uno studio sull’Analitica del
bello (S. Feloj) 173
8 sommario

Thomas Sturm, Kant und die Wissenschaften vom Menschen (M. Russo) 177
Michael Friedman, Kant’s Construction of Nature (O. Ottaviani) 183

schede
Immanuel Kant, Antropologia dal punto di vista pragmatico (O. Ottaviani) 191
Henry E. Allison, Essays on Kant (C. La Rocca) 192
Maurizio Candiotto, Deduzione e critica. Il trascendentale come necessità del
possibile (L. Filieri) 193
Francesco Valerio Tommasi, Philosophia trascendentalis. La questione ante-
predicativa e l’analogia tra la Scolastica e Kant (R. Giampietro) 194
Lucia Nocentini, Prismi di identità. Alla ricerca dell’unità dell’esperienza tra ana-
logia e analisi trascendentale (L. Filieri) 196
Kants Prolegomena. Ein kooperativer Kommentar, hrsg. Von Holger Lyre, Oliver
Schliemann (C. La Rocca) 197
Elisabetta Scolozzi, Kant epistemologo (D. Bozzo) 198
Katerina Deligiorgi, The Scope of Autonomy. Kant and the Morality of Freedom
(S. Bacin) 199
Alice Ponchio, Etica e diritto in Kant. Un’interpretazione comprensiva della morale
kantiana (L. Caranti) 200
Constructivism in Practical Philosophy ed. by James Lenman, Yonatan Shemmer
(S. Bacin) 202
Clemens Schwaiger, Alexander Gottlieb Baumgarten - Ein intellektuelles Porträt
(L. A. Macor) 203

Bollettino Bibliografico 2011 205


Sigle delle opere di Kant 215
Libri ricevuti 219