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Il Mulino - Rivisteweb

Domenico Conte, Frans Willem Lantink, Sandro Mezzadra


Discussione su ”Il tramonto dell’Occidente” di Os-
wald Spengler
(doi: 10.1409/10143)

Contemporanea (ISSN 1127-3070)


Fascicolo 1, gennaio 2001

Ente di afferenza:
Università di Napoli Federico II (unina)

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B E R S A G L I O

Domenico Conte, Frans Willem Lantink, Sandro Mezzadra


discutono
Il tramonto dell’Occidente
di Oswald Spengler

Domenico Conte
Uno storico di confine ai confini della storia:
Oswald Spengler

■ L’importanza del fenomeno- di l’importanza e la crucialità di quell’appa-


Spengler rizione.
Nel 1923, all’indomani della pubblicazione Beninteso, non vi è dubbio che ancor oggi,
del secondo volume del Tramonto dell’Occi- pur essendosi sensibilmente attenuato, nel
dente, e quindi ancora nel pieno di quello panorama internazionale, quel diffuso at- 115
Spengler-Streit le cui dimensioni quantitati- teggiamento di rigido ostracismo e di dura
ve e qualitative non smettono di stupire, profilassi culturale che per decenni interi
Friedrich Meinecke si chiedeva se l’appari- ha cercato – senza però mai riuscirvi del
zione di Spengler rappresentasse un feno- tutto – di mettere Spengler quasi al bando
meno puramente sensazionalistico e pas- dai dibattiti politicamente corretti, siano an-
seggero, oppure un evento di vasta e note- cora vigorose le preclusioni (preconcette o
vole portata1. Oggi, a distanza ormai di più meno) e forti le riserve. Ma il punto decisi-
di settant’anni da quella non retorica do- vo, «oggettivo», che obbliga a rispondere
manda, formulata da un osservatore che alla domanda di Meinecke nel senso del-
davvero avvertiva la necessità di sospende- l’importanza e (non a caso si insiste su que-
re il giudizio e di rinviarlo al futuro, lo stu- sto termine) crucialità del fenomeno-Spen-
dioso contemporaneo non può non rispon- gler nel panorama intellettuale novecente-
dere che indicando la seconda alternativa sco, sta proprio qui, cioè in aspetti comun-
di quel duplice quesito, riconoscendo quin- que legati alla presenza di Spengler nelle

O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della Storia mondiale (1918-1922),
trad. it. di J. Evola, ed. a cura di R. Calabrese Conte, M. Cottone e F. Jesi, Parma, Guanda, 1999 (2a ristampa).

1 F. Meinecke, Über Spenglers Geschichtsbetrachtung, in «Wissen und Leben», 16, Okt. 1922-Sept. 1923
(Spengler-Heft), pp. 549-561, poi (con brani inediti), in Id., Werke, vol. IV, Zur Theorie und Philosophie der
Geschichte, a cura di E. Kessel, Stuttgart, 19652, pp. 181-195, qui p. 192 (trad. it. in F. Meinecke, Pagine di
storiografia e filosofia della storia, a cura di G. Di Costanzo, Napoli, 1984, pp. 225-240).

Contemporanea / a. IV, n. 1, gennaio 2001


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discussioni contemporanee e no, che è ché esse collocano con energia in primo
quanto dire alla ricezione di Spengler, un piano un punto decisivo, da cui traggono
capitolo affascinante della cultura del XX origine non solo la riflessione spengleriana,
secolo, oggi – dopo il lontano libro di ma anche molti dei ripetuti ritorni dell’inte-
Schröter del 1922 – tutto da riscrivere2. Per- resse spengleriano: lo stretto rapporto cioè
ché un fatto è – malgrado ostracismi, profi- tra crisi del presente e storia universale.
lassi e bandi – incontestabile e fortemente
significativo: il periodico ritorno dell’atten- ■ Spengler e gli storici: dal
zione su Spengler in fasi particolarmente rifiuto all’indagine storiografica
tormentate e difficili della nostra storia. Beninteso: nessuno più di chi scrive è con-
Del resto, già negli anni della domanda sapevole della poliedricità della fisionomia
meineckeana, proprio un amico e compa- di Spengler, e della corrispondente difficol-
gno di strada del grande storico tedesco, tà a definirne in modo univoco campo disci-
Ernst Troeltsch, a sua volta uno dei grandi plinare e tipo di produzione. Non a caso,
ingegni storici del Novecento, aveva inqua- Spengler si sottrasse più volte all’invito a
drato il caso-Spengler in una prospettiva entrare nel mondo dell’università anche
ancora oggi suggestiva e preziosa. Le «epo- per mantenere intatta la sua capacità di
che tranquille» – scriveva allora Troeltsch movimento «interdisciplinare» (quasi si po-
in Der Historismus und seine Probleme – trebbe dire: gli aspetti sani del suo «dilettan-
116 sembrano favorevoli alla «contemplazione tismo»). E, in verità, uno di questi rifiuti ri-
obiettiva», mentre quelle «inquiete» tendo- guardò anche il campo di attività (mi riesce
no invece con urgenza verso «grandi ricapi- difficile usare in questo caso la parola «di-
tolazioni e visioni sinottiche». In tali fran- sciplina») sul quale qui si spenderà qualche
genti – continuava – «si scherniranno acri- parola: Spengler, tra l’altro, rifiutò infatti di
bia e critica», e la preoccupazione dell’og- assumere la cattedra lipsiense di storia uni-
gettività verrà valutata «come pedanteria e versale fondata da Lamprecht (un perso-
angustia»3. Ebbene: siffatte parole, pronun- naggio a lui spesso accostato, ma verso il
ciate da Troeltsch, poco prima della morte quale non nutriva nessuna forma di stima
prematura, proprio pensando a Spengler, intellettuale). È quindi opportuno ricordare
del quale si riconosceva senz’altro che «do- che le tante diverse definizioni che di Spen-
mina il dibattito attuale», anche se su di lui gler si sono date appaiono tutte, perlomeno
calava poi l’accusa tante volte ripetuta di di- in parte, legittime: a partire da quella più
lettantismo, tornano oggi più che mai utili, frequentemente ricorrente, quella di filoso-
anche nell’ottica di queste brevi pagine. Per- fo, per continuare con quelle di scrittore o

2 M. Schröter, Der Streit um Spengler. Kritik seiner Kritiker, München, 1922. Una ricostruzione della storia
della fortuna di Spengler dal punto di vista contemporaneo offre il capitolo sulla Storia della critica conte-
nuto nella mia Introduzione a Spengler, Roma-Bari, 1997, qui pp. 95-120. Il tema è però suscettibile di ben
più ampi sviluppi, sui quali mi riprometto di offrire un contributo in un prossimo futuro.
3 E. Troeltsch, Der Historismus und seine Probleme, Tübingen, 1922; trad. it., Lo storicismo e i suoi problemi,
a cura di G. Cantillo e F. Tessitore, Napoli, 1985 e ss., qui vol. III, p. 15.
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pensatore politico, di critico della civilizza- inoltre il nome meno noto di Hans Erich
zione, financo di «veggente». Legittima è Stier, l’allievo prediletto di Meyer, che nei
però anche la definizione sulla cui traccia primi anni della dittatura nazista mise a di-
mette il giudizio di Troeltsch, quella cioè di sposizione di Spengler, in un momento per
storico e – più precisamente – di storico questi di forte ostracismo intellettuale e po-
universale: certo non una di quelle ricor- litico, la rivista «Die Welt als Geschichte»,
renti più spesso, ma senz’altro una delle più dove Spengler pubblicò i suoi primi saggi di
calzanti e fruttuose. argomento preistorico, preziosa testimo-
Eppure, se vi è stata una categoria di studio- nianza della volontà di approfondire la le-
si che, nel corso del Novecento, ha rifiutato zione del Tramonto dell’Occidente andando
Spengler in modo pressoché compatto, que- fino ai confini della storia, agli «albori della
sta è stata quella degli storici «di professio- storia universale»5. E si potrebbe ancora ri-
ne». Spengler è stato infatti discusso con in- cordare qualche piuttosto sparuto gruppo
teresse da filosofi, teologi, antropologi, et- di storici interessati all’idea e alla pratica
nologi, archeologi, sociologi, psicologi, let- della storia universale, come quello riunito-
terati e scrittori: con toni beninteso assai di si in Germania, fra gli anni Cinquanta e Ses-
frequente fortemente critici (questo nessu- santa (dunque nel periodo del successo
no lo nega), ma anche con la volontà di sta- mondiale di Toynbee, dal quale facilmente
bilire un confronto in qualche modo aperto. si poteva volgere lo sguardo indietro a
Da parte degli storici, invece, egli è stato sì Spengler), intorno alla rivista «Saeculum» e 117
discusso, ma con un più compatto, quasi te- alla Saeculum-Weltgeschichte. Ma si tratta
tragono atteggiamento di chiusura; in buo- qui, nel complesso, di interessi e di tenden-
na sostanza, senza nessuna volontà o capa- ze per lungo periodo confinate ai margini
cità di prenderlo sul serio. Vi sono state, be- del dibattito storiografico, anzi quasi discre-
ninteso, delle eccezioni, e anche di notevole ditate dal contatto con la categoria di storia
momento: qui vanno ricordati innanzitutto universale, ritenuta ormai obsoleta rispetto
i nomi di Eduard Meyer, che di Spengler fu al trend scientistico imboccato dalla storio-
oltre che estimatore anche amico, e di grafia professionale dal secondo dopoguer-
Heinrich von Srbik, che ne parlò come di un ra: una «fronda storiografica», insomma,
pensatore di «totalità cosmiche», un «altro come si è scritto non senza ragione 6.
Herder», capace di «rivivere nella sua ani- Espressione di un ben più generale atteg-
ma» l’intera storia universale4. Va citato giamento di condanna, da parte degli stori-

4 Cfr. il capitolo, dominato da Spengler, che H. v. Srbik dedica alla morfologia delle civiltà nel classico Geist
und Geschichte vom deutschen Humanismus bis zur Gegenwart, München-Salzburg, 1951, qui vol. II, pp.
311-336. Questo importante testo, frutto della vecchiaia di un maestro della storia della storiografia, si legge
adesso anche in italiano: Cultura e storia in Germania dall’umanesimo a oggi, Roma, 1996. Peccato che
nella traduzione sia andata smarrita la bella dedica a Friedrich Meinecke «in alter Verehrung».
5 O. Spengler, Zur Weltgeschichte des zweiten vorchristlichen Jahrtausends (1935), anche in Id., Reden und
Aufsätze, a cura di H. Kornhardt, München, 1937, pp. 158-291.
6 O.F. Anderle, Theoretische Geschichte. Betrachtungen zur Grundlagenkrise der Geschichtswissenschaft, in
«Historische Zeitschrift», CLXXXV, 1958, pp. 1-54.
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ci, sia contro Spengler sia contro altre figure rata ed estremamente relativistica (non in-
a lui accostabili (in primo luogo Toynbee), è congruente sarebbe però anche un’even-
invece il ben noto giudizio di Lucien Febvre tuale collocazione nel capitolo solitamente
sulle «filosofie opportunistiche della sto- dedicato alla «filosofia della vita»). Oggi si
ria»7; o quello di Fernand Braudel, la cui comincia invece a incontrare Spengler an-
«grammatica delle civiltà» nulla vuole con- che nella manualistica (perlopiù articolata
cedere a personaggi che pure di civiltà nella forma dei «dizionari») di storia della
qualcosa capivano: «non a torto gli storici storiografia, come dimostrano alcuni esem-
diffidano di viaggiatori troppo entusiasti, pi stranieri e anche italiani9.
come Spengler o Toynbee»8.
Negli ultimi anni, la situazione è andata ■ Fino ai confini della storia
cambiando. La più recente letteratura spe- I segnali di trasformazione cui si è appena
cialistica su Spengler, in parte finalmente accennato sono però, al di là delle caratte-
affrancata da troppo rigide preclusioni (o rizzazioni strettamente disciplinari, il sinto-
adesioni) ideologiche, ha cominciato, per- mo di fenomeni ben più ampi e complessi,
lomeno nei suoi risultati più maturi, ad in- che riconducono il discorso al suo punto di
dagare Spengler con metodo storiografico partenza, cioè al nesso troeltscheano di
(il che, naturalmente, non significa affatto «epoche inquiete» e «sinossi». Non vi è dub-
guardare a Spengler solo come storico, ben- bio infatti che il forte interesse spengleriano
118 sì affrontarne storiograficamente concezio- di questi ultimi anni, evidenziato, in Italia e
ne e produzione, con indubbio giovamento all’estero, da numerosi studi specialistici e
– ma solo in questa più ampia contestualiz- dalla pubblicazione di nuove edizioni delle
zazione – anche della sua dimensione di opere di Spengler, vada collegato a uno di
storico universale, sempre del resto stretta- quei periodici ritorni, su Spengler soprattut-
mente intrecciata con quella di filosofo del- to, ma anche su autori in qualche modo a
la storia). Sull’onda di questo rinnovamento lui imparentabili, in ultima analisi ricondu-
degli studi spengleriani, anche nella ma- cibili alla perdita di quelle certezze che, in
nualistica si avverte qualche segnale di tra- diverse situazioni spirituali, rendono inve-
sformazione. Fino a una quindicina di ce più facile l’appagamento nella «contem-
anni fa, la presenza di Spengler era qui in- plazione obiettiva».
fatti sostanzialmente limitata ai manuali di Spengler stesso, del resto, è il figlio di una di
filosofia, dove in genere Spengler è posizio- queste «epoche inquiete», anzi della più in-
nato in coda al capitolo dedicato allo storici- quieta in assoluto del Novecento, un’epoca a
smo, nel senso di una sua variante degene- cui non a caso ancora oggi si attinge a piene

7 L. Febvre, De Spengler à Toynbee. Quelques philosophies opportunistes de l’histoire, in «Revue de Métaphy-


sique et de Moral», XLII, 1936, pp. 573-602; trad. it., Due filosofie opportunistiche della storia: da Spengler a
Toynbee, in Id., Studi su Riforma e Rinascimento, Torino, 1966, pp. 464-487.
8 F. Braudel, Le monde actuel, Paris, 1963 (trad. it., Il mondo attuale, Torino, 1966, vol. I, p. 54).
9 Cfr. ad esempio E. Breisach, Historiography. Ancient, Medieval & Modern, Chicago-London, 1983; The
Blackwell Dictionary of Historians, Oxford, 1988; Dizionario di storiografia, Milano, 1996.
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mani, dal punto di vista culturale. Il Tramon- dare, lo stupefacente portato di una profonda
to dell’Occidente, la straordinaria sinossi di crisi spirituale e il risultato di un disperato e
storia universale e di filosofia della storia cui totalizzante sforzo di interpretazione dei de-
è affidata la sopravvivenza del suo nome, è, stini umani. Qui lo sguardo morfologico di
per quanto lontano si spingesse lo sguardo Spengler si spinge in profondità remote, a
del suo autore lungo panorami che riscattas- scrutare, con strumenti antropologici, etno-
sero la storia universale dal peccato dell’eu- logici e di storia delle religioni, quelle civiltà
rocentrismo, un tentativo, tra il desolato e preistoriche cui diede i nomi immaginosi e
l’impaziente, di dare comunque una risposta arcani di Atlantis, Kasch, Turan. Ma esso non
a domande attuali e urgenti, a quelle doman- si appaga nemmeno di questa discesa, pur
de che da ognidove la «vita» proponeva alla tanto più profonda di quella che gli aveva
«scienza». E quella «storia universale dai consentito di abbracciare le civiltà «storiche»
suoi inizi» a cui Spengler lavorò alacremente del Tramonto, e dalle regioni delle civiltà
negli ultimi quindici anni della sua non lun- preistoriche si spinge ancora più in basso, a
ga vita, disposto e forse costretto a rivedere raggiungere abissi insondabili, fino ai pri-
anche parti centrali della sua precedente mordi dell’avventura umana e del processo
concezione storica, e cioè sostanzialmente il di ominazione, nel tentativo di scrivere, at-
principio di una storia rigorosamente limita- traverso gli strumenti di una biologia radi-
ta al mondo delle civiltà superiori, senza calmente antidarwinistica (ma lui preferiva
però riuscire a completarla, tanto che noi parlare di «metafisica della vita») una «storia 119
oggi possiamo averne un’idea solo attraverso dell’anima umana». Davvero ai confini della
la lettura dei cospicui e ardui frammenti rac- storia, insomma, con movenze e strumenti
colti da Koktanek10, è anch’essa, a ben guar- da storico di confine.

10 O. Spengler, Urfragen. Fragmente aus dem Nachlass, a cura di A.M. Koktanek e con la collaborazione di
M. Schröter, München, 1965 (trad. it. di F. Causarano, Urfragen. Essere umano e destino. Frammenti e afori-
smi, Milano, 1971); Frühzeit der Weltgeschichte. Fragmente aus dem Nachlass, a cura di A.M. Koktanek e con
la collaborazione di M. Schröter, München, 1966 (trad. it. di C. Sandrelli, Albori della storia mondiale,
Padova, 2 voll., 1996-1999). Ho ampiamente esaminato questi testi, colpevolmente ignorati dalla letteratura
spengleriana, nel mio Catene di civiltà. Studi su Spengler, Napoli, 1994.
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Frans Willem Lantink


Il tramonto dell’Occidente:
un’opera sul crinale

Il Tramonto dell’Occidente è senza dubbio il del 1933 aveva segnato inizio e fine della
libro più peculiare del XX secolo. Ai critici Repubblica di Weimar, fino ad un certo
seri, ieri come oggi, presenta problemi non punto ha offuscato lo sguardo sull’altro
da poco. Cosa si può dire di un’opera così Spengler, facendo sì che Il tramonto del-
caleidoscopica? l’Occidente possa oggi considerarsi tanto
Non esiste poi altro caso di una ricezione conosciuto quanto sconosciuto 2. Si può co-
così complessa. Il momento in cui il libro munque scorgere un nuovo interesse
uscì, e la prima attenzione pubblica poco scientifico per l’opera di Spengler in gene-
dopo, coincisero quasi sincronicamente rale e per l’ambivalente modernità del suo
con il declino dell’Impero tedesco e i conse- capolavoro, in particolare3. Accanto all’eco
guenti effetti psicologici nel 1919. Ben pre- politica è stato lo stile peculiare del libro a
sto Spengler si lamentò del collegamento renderne difficile la ricezione da parte del-
che si fece tra la sua parola d’ordine e l’at- la storiografia. Non poté esercitare un’in-
mosfera politica di malessere generale 1. La fluenza significativa in questa disciplina se
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propria filosofia della storia, ai suoi occhi, si prescinde dalla raccolta pedantesca del-
voleva essere piuttosto un orientamento per le ventuno civiltà fatta da Arnold Toynbee.
il futuro politico di un Imperium Germani- Thomas Mann ha chiamato Il Tramonto
cum. Lontano da lui quindi voler diffondere dell’Occidente un «romanzo intellettuale»,
del pessimismo. È significativo che l’autore interpretandolo come esempio di una nuo-
stesso non comprese mai fino in fondo va specie «sul crinale dei generi letterari»,
l’equivoco intorno alla fortuna del libro, come una nuova forma tra scienza, lettera-
convinto com’era che questo bestseller spie- tura e arte. Effettivamente, il carattere sin-
gasse chiaramente perché la Germania golare letterario-saggistico dell’opera sem-
avrebbe dovuto vincere la guerra! brerebbe giustificare tale denominazione.
Resta pur sempre il problema che l’autore
■ Per una nuova scienza storica aveva avuto in mente una cosa molto più
Lo Spengler politico che con Prussianesi- seria e niente meno che una rifondazione
mo e Socialismo del 1919 e gli Anni decisivi di una nuova scienza storica.

1 O. Spengler, Pessimismus (1921), Id., Reden und Aufsätze, a cura di H. Kornhardt, Monaco, 1937.
2 F.W. Lantink, Oswald Spengler oder die zweite Romantik. Der Untergang des Abendlandes, ein intellektua-
ler Roman zwischen Geschichte, Literatur und Politik, Utrecht, 1995; per quanto riguarda la questioni delle
recensioni vedi pp. 12-22.
3 A. Demandt e J. Farrenkopf (a cura di), Der Fall Spengler. Eine kritische Bilanz, Colonia, Weimar, Vienna,
1994; M. Pauen, Pessimismus. Geschichtsphilosophie, Metaphysik und Moderne von Nietzsche bis Spengler,
Berlino, 1997.
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Già la prima frase del Tramonto si presenta L’identità culturale, secondo Spengler, re-
come un suono di tromba: «In questo libro gnava in tutti i campi della vita, non solo nel-
vien tentata per la prima volta una prognosi l’arte, ma anche nelle strutture sociali, nella
della storia». Pur collocato alla fine di una religione e persino nelle scienze naturali.
tradizione speculativa che va da Hegel a Forma e realtà è il titolo del primo volume.
Marx, Spengler intendeva distinguersi come Ogni cultura nasce con una nuova immagi-
storico da tutti i predecessori idealistici. Le ne della realtà, con un nuovo concetto ma-
tappe non ancora compiute della civilizza- tematico dello spazio. Dopo le visioni caoti-
zione occidentale avrebbero dovuto essere che della cultura primitiva, soltanto con
calcolabili sulla base di fatti empiricamente una proiezione di un’immagine della realtà
raccolti. Ma vista la superficie caotica e ca- si crea una coerente percezione di essa, non
suale delle vicende storiche enunciata nel- dissimile, in quanto «formazione» comples-
l’introduzione del libro, l’autore, sin dall’ini- sa, dallo stade du mirroir infantile della teo-
zio, si dovette confrontare con una serie di ria di Freud, in cui, con l’immagine del
problemi. Com’era possibile distinguere con Non-Io, improvvisamente è data anche la
certezza tra fatti storici essenziali e non-es- realtà. Ciò che Spengler chiama «protosim-
senziali? Attingendo agli studi scientifici di bolo», in quanto paradigma della percezio-
Goethe, Spengler sfociava in un metodo alta- ne, rappresenta la metastruttura cultural-
mente paradossale, in fondo nient’altro che mente condizionata di ogni civiltà.
pura intuizione storica. L’autore affermava Agli inizi delle civiltà, questa nuova espe- 121
che, con l’aiuto di un confronto e una nuova rienza dello spazio può tradursi in costruzio-
dottrina delle forme, gli sarebbe riuscito di ni cultuali quali le cattedrali gotiche o le pi-
svelare almeno le strutture genetiche fonda- ramidi. Il simbolismo di Spengler è un pa-
mentali delle grandi civiltà. Delineare que- rente della così detta «psicologia dello stile»
sto futuro compito della storiografia, ecco il nella storia dell’arte del suo tempo come an-
vero programma del libro, come diceva del che della corrente filosofica del neokantismo
resto anche il sottotitolo «morfologia della che seppe integrare con grande abilità. I
storia universale». Questa tendenza scienti- «protosimboli» sono gli strumenti euristici di
fica si trovava tuttavia costantemente in col- Spengler per interpretare la civiltà. Averli
lisione con la tecnica rapsodica di collage nei conosciuti intuitivamente significava poter
ritratti delle singole civiltà, l’autentico talen- comprendere per via deduttiva la civiltà in
to di Spengler. tutte le sue manifestazioni. Protosimbolo
L’autore tentava di dimostrare l’esistenza di della civiltà occidentale in questa visione era
un’evoluzione individuale coerente in ognu- lo spazio illimitato, immateriale, mentre
na delle otto alte civiltà (Hochkultur), con soma, il corpo statico, simbolo culturale del-
una fase giovanile religiosa, una fioritura l’antichità, aveva sottolineato la materia ne-
matura colta (la fase culturale), una tappa gando l’aspetto spaziale della realtà. Le due
conclusiva decadente caratterizzata dal ce- civiltà, agli occhi di Spengler, tramite le loro
sarismo politico, e alla fine una posthistoire esperienze dello spazio, accentuavano due
paralizzata (la fase della civilizzazione). lati contrastanti della realtà le cui concezioni
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erano da considerare «vere per sé», non og- «vero» e «non-vero», cioè la concezione
gettivamente. Spengler sviluppò nuove idee classica delle scienze, non solo non aiutano
circa la cultura araba comprendente anche alla comprensione di Spengler, ma rischia-
Bisanzio, mentre la possibilità di una futura no anche di scartare, insieme agli errori e al
cultura russa nel suo sistema rimaneva un kitsch, i grandi quesiti posti dalla sua opera
punto interrogativo. maggiore. Le associazioni di Spengler in ef-
fetti non sono soltanto «letteratura», ma rap-
■ Padre della postmodernità presentano anche un atto intellettuale, con-
Che cosa sono in fondo queste descrizioni fermando che la scienza storica non può ri-
delle civiltà spengleriane? La complessità nunciare al metodo associativo adottando,
del Tramonto dell’Occidente è conseguenza come fa, le immagini e le idee5.
della sovrapposizione di argomentazione Spengler aveva chiamato la sua filosofia
discorsiva e rappresentazione estetica. Chi della storia una «filosofia nonfilosofica» del
non ha mai visto un duomo gotico, ascolta- futuro. La dottrina delle forme spengleria-
to la musica di Bach, chi non ha un’idea na intendeva risolvere tutta la storia in al-
della struttura delle lingue classiche, del- cune poche strutture formali e dischiudere
l’evoluzione dell’architettura egiziana o del- il codice genetico di ogni cultura. Anche
la matematica occidentale, comunque non questo aspetto è di irritante attualità. Tale
saprà «leggere» quest’opera. E chi non con- programma doveva costituire l’epilogo del
122 divide l’estetica spengleriana, difficilmente pensiero occidentale: «lo scioglimento di
troverà un approccio alla sua argomenta- tutti i problemi più antichi con l’aiuto della
zione. L’evocazione di immagini e fantasie genetica». Nel futuro non sarebbero più esi-
nelle rappresentazioni delle civiltà e la sen- stite la filosofia pura, scienza o arte, ma sol-
sibilità per gli inaspettati collegamenti tra- tanto la riflessione sull’arte. Ecco lo Spen-
sversali tra cultura e cultura, lato forte del- gler, padre della postmodernità. Effettiva-
l’autore, non sono scientificamente dimo- mente, anche la sua morfologia delle scien-
strabili. Allora che cosa significa collegare ze esatte non è dissimile dalla contempora-
l’esperienza dello spazio della cattedrale di nea metascience of science.
Chartres determinato dall’effetto immate- Anche per la scoperta della «seconda reli-
riale della luce con la trascendenza della giosità» – fase finale in cui le civiltà passano
odierna comunicazione in occidente? E in uno «stato priva di storia» – si potrebbe
come mai l’immagine che le scienze oggi considerare Spengler un padre dimenticato
danno della progressiva dematerializzazio- della posthistoire. Fine della storia e fine
ne dell’universo ci ricordano Spengler4? dell’ideologia, ecco gli elementi essenziali
Occorre rendersi conto che le categorie di della civilizzazione definitivamente para-

4 F. Adams e G. Laughlin, The Five Ages of the Universe, Cambridge, 2000.


5 W. Singer, Wahrnehmen, Erinnern, Vergessen. Über Nutzen und Vorteil der Hirnforschung für die Ge-
schichtswissenschaft, Eröffnungsvortrag des 43. Deutschen Historikertags, in «Frankfurter Allgemeine Zei-
tung», 28 sett. 2000, p. 10.
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lizzata secondo Spengler – raggiunta dal siderati «letteratura», e il giudizio negativo
mondo odierno, occidentale, seguendo nei confronti di Spengler. Certamente an-
quello schema, durante l’epoca dal 2000 al che ne L’uomo senza qualità sono riscontra-
2200. bili tracce spengleriane e affinità filosofi-
che. E come la Montagna incantata, anche
■ La ricezione letteraria questo romanzo, specchio dell’epoca, si
Nonostante il messaggio politico, Il Tra- presenta quale opera collocata tra le catego-
monto dell’Occidente si rivolgeva in prima rie letteratura, filosofia, diagnosi critica. Bi-
linea allo storico futuro. In questa prospetti- sogna anche ricordare che è di Musil una
va, l’opera è fallita: per le contraddizioni in- delle recensioni filosofiche più lucide del
terne del libro, la sua fortuna seguì altre Tramonto dell’Occidente.
tracce. In Germania ha influenzato scrittori Quando uscì, il libro di Spengler fu subito
e politici. La ricezione letteraria di conse- oggetto di culto, un’esperienza di lettura so-
guenza è molto più interessante che la di- prattutto per i giovani, gli studenti dei licei.
scussione diffidente sulle tesi di Spengler Certamente a ciò contribuì in modo decisi-
tra gli storici durante gli anni Venti. Alle pe- vo lo stile pregnante, quasi-espressionisti-
culiarità della storia della fortuna e dell’in- co. Non che Spengler fosse stato un autore
fluenza del Tramonto appartiene l’eco che fallito, come è stato detto, per i suoi tentativi
ebbe allora nel mondo letterario. Molte rivi- letterari accanto al lavoro di storico. Il capo-
ste di letteratura lo recensirono, anche in lavoro era semplicemente l’acme stilistica 123
stile espressionistico6. Durante l’estate 1919 di tutta la sua opera.
Thomas Mann s’immerse con entusiasmo In merito al tono provocatorio Spengler do-
nella lettura del libro. In effetti, in La mon- veva molto a Nietzsche. Pochi sono i testi in
tagna incantata, a sua volta romanzo di un cui si trovano così concentrate altrettante
tramonto, si rispecchia chiaramente l’in- forme energiche di negazione. In continua-
contro con Spengler. Anche se Mann, più zione incontriamo verbi come resistere, ne-
tardi, si distanziò politicamente da Spen- gare, opporre, differenziare. Il discorso ab-
gler, gli rimase l’ammirazione estetica per il bonda di contrasti, e anche dove paragona
capolavoro spengleriano. È evidente anche le culture, opera per via di opposizioni. Nel-
quanto Ernst Jünger sia stato influenzato da le culture culminano le tensioni e i conflitti
Spengler. La visione del futuro, per esem- inerenti all’esistenza umana tra «essere»
pio, che Jünger rappresenta in L’operaio del (esistenza) e «essere pronti» (coscienza).
1932 è un rafforzamento espressionistico Nella fase della civilizzazione invece si per-
della civilizzazione occidentale spengleria- de il legame tra i due poli: iperintellettuali-
na. Notevole è la differenza, oggi, tra un giu- smo e barbarie bestiale, uno accanto all’al-
dizio, nell’insieme positivo, su Ernst Jün- tro. La dialettica, in Spengler, a differenza di
ger, i cui scritti politici ormai vengono con- Hegel e Marx, non porta ad un culmine, ma,

6 F.W. Lantink, Oswald Spengler, cit., cap. Literarische Spenglerrezeptionen, pp. 273-299.
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infine, alla involuzione e allo scioglimento dia Spengler oggi, per la maggior parte, ten-
dei contrasti esasperati. Soprattutto la de- de a storicizzare il testo e a trattarlo come
scrizione delle metropoli delle civilizzazio- un singolare documento dell’epoca.
ni assomiglia molto ad altri testi espressio- Il Tramonto dell’Occidente è hors catégorie,
nistici su questo argomento. Il tratto moder- e anche la ricezione si è persa tra le catego-
no del Il Tramonto dell’Occidente consisteva rie. Solo così si spiega come mai Spengler
nella combinazione tra idee conservatrici e sia oggi relativamente dimenticato, mentre
un tono completamente nuovo, qualche autori come Jünger continuano a godere di
volta isterico. un interesse vivo visto che è la categoria
Non si può, in questo contesto, non ricorda- della storia della letteratura ad occuparse-
re la lettura del libro di Spengler fatta dal ne. Spengler influenzò, senza volerlo, i let-
giovane Joseph Goebbels7. Negli anni prima terati, mentre la sua influenza politica finì
del diretto impegno politico, a partire dal in un incontro molto poco piacevole con la
settembre 1924, il secondo volume del Tra- realtà del Terzo Reich. Rifiutò l’offerta di
monto, e poi Prussianesimo e socialismo e Goebbels di diventare il filosofo di corte del
Pessimismus? hanno agito in Goebbels quali regime.
catalizzatori di una Weltanschauung. Un Ciò che rimane è un certo fascino che il libro
frammento inedito col titolo Tratti della let- è in grado di esercitare ancora oggi. Molti
teratura contemporanea dimostra chiara- dei temi spengleriani sono di preoccupante
124 mente in quale misura l’esistenzialismo po- attualità: la distruzione del mondo agrario,
litico di Goebbels e la sua estetizzazione l’industrializzazione dell’economia agraria,
della tecnica moderna fossero dovute all’in- i suburbs sconfinati della civilizzazione
contro con Spengler. come «città non urbane», lo sciogliersi degli
stati nazionali dell’Europa occidentale in
■ Dimenticato dalla scienza una civilizzazione internazionale, il primo
storica cenno alla fine delle ideologie e alla posthi-
Nonostante il successo presso il pubblico, stoire. Tra le cose che rimangono, ci sono
l’opera storica di Spengler non ha quasi la- infine i primi passi verso un relativismo del-
sciato traccia nella scienza storica. Chi stu- le culture e verso una metascience of science.

7 Ibidem, pp. 324-335.


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Sandro Mezzadra
La politica del tramonto

■ Il tragico isolamento di un Spengler si legò, nella Monaco dei primi


«pazzo politico» anni del dopoguerra, ai capi di potenti orga-
«Vi sono momenti in cui il mio enorme iso- nizzazioni paramilitari, come Georg Esche-
lamento mi addolora. Oggi, nel giorno più rich e Franz Seldte3; colui che Theodor W.
grande della storia universale che mi capita Adorno avrebbe lodato per la preveggenza
di vivere, e che è in un rapporto così potente di certe analisi sul potere di manipolazione
con l’idea per la quale sono nato, il primo della grande stampa – arrivando a fargli
agosto del 1914, sono solo, a casa. Nessuno credito di essersi per qualche verso avvedu-
pensa a me». Ha ragione Clemens Vollnahls to del «duplice carattere dell’illuminismo
a considerare questo appunto autobiografi- nell’epoca dell’universale dominio» –, pro-
co di Spengler paradigmatico sia della sua pose nel 1922 a Hugo Stinnes di creare un
convinzione di essere investito di una mis- «ufficio ombra» di coordinamento di tutta la
sione quasi sacra, sia del «tragico» isola- stampa di destra, finanziato dall’industria
mento di un uomo che coltivò per tutta la pesante e appoggiato da Hugenberg 4.
vita l’atteggiamento del genio incompreso1. Certo, i successi di Spengler, nel frenetico
Un singolare «isolamento», del resto, fu impegno politico dei primi anni Venti, non 125

quello di Spengler: l’isolamento del figlio di furono eclatanti. Quando si incominciava a


un impiegato postale che il 16 maggio del fare sul serio, l’«astuta scimmia di Nietz-
1924 fu chiamato a tenere il discorso di sche», secondo la caustica definizione di
apertura del congresso annuale della nobil- Thomas Mann, tornava a essere considera-
tà tedesca, istruendola sui suoi «compiti» 2; to nulla più che un eccentrico outsider. Il
dell’oscuro insegnante liceale che divenne generale Hans von Seekt, capo di stato mag-
nel volgere di pochi mesi il vate di una parte giore dell’esercito del Reich, su cui si ap-
significativa della borghesia colta tedesca, puntavano le speranze di molti circoli con-
novello praeceptor Germaniae. Nemico irri- servatori e industriali per il rovesciamento
ducibile di quella Repubblica di Weimar del nuovo ordinamento repubblicano, ebbe
che definiva con disprezzo una «palude», modo di incontrarlo nel settembre del ’23:

1 C. Vollnahls, Praeceptor Germaniae. Spenglers politische Publizistik, in A. Demandt e J. Farrenkopf (hrsg.


von), Der Fall Spengler. Eine kritische Bilanz, Köln-Weimar-Wien, Böhlau, 1994, pp. 171-197, p. 171.
2 Cfr. O. Spengler, Aufgaben des Adels (1924), poi in Id., Reden und Aufsätze, hrsg. von H. Kornhardt, Mün-
chen, Beck, 1937, pp. 89-95.
3 Sull’attività di Spengler a Monaco negli anni dell’immediato dopoguerra, cfr. D. Felken, Oswald Spengler.
Konservativer Denker zwischen Kaiserreich und Diktatur, München, Beck, 1988, pp. 134 ss. La definizione di
Weimar come una «palude» è tratta dal titolo del primo capitolo di O. Spengler, Neubau des deutschen
Reiches, München, Beck, 1924.
4 Cfr. C. Vollnahls, Praeceptor Germaniae, cit., pp. 181 s. I giudizi di Adorno sono in Spengler dopo il tramon-
to (1950), trad. it. in Id., Prismi (1955), Torino, Einaudi, 1972, pp. 39-63, in specie pp. 43 s.
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ne ricavò l’impressione di trovarsi di fronte te queste parole, la prima parte (che sareb-
a un «pazzo politico» che, come scrisse poco be anche rimasta l’unica) del famoso Jahre
dopo alla moglie, «sarebbe stato molto me- der Entscheidung, è in ogni caso un corag-
glio se fosse tramontato insieme all’Occi- gioso manifesto critico – per quanto schiet-
dente»5. Anche seguire le prese di posizione tamente e radicalmente reazionario – del
di Spengler, di cui sono note le aperte sim- nazismo. Ma quando si scava nel testo alla
patie per il fascismo italiano e l’influenza ricerca dei motivi dell’ostilità di Spengler si
esercitata su Mussolini6, negli «anni decisi- rimane interdetti. Al di là della compromis-
vi» della crisi di Weimar non può che lascia- sione con lo «spirito del tempo» democrati-
re perplessi. Nel 1932 votò Hitler alle elezio- co e socialistico, quel che Spengler rimpro-
ni presidenziali e i nazionalsocialisti alle vera a Hitler è la mancanza di risolutezza
politiche di luglio: «Hitler», confidò alla so- sul piano della politica estera, sacrificata
rella, «è un imbecille, ma il movimento va sull’altare di un programma di rinnova-
sostenuto»7. Il «caporale boemo», d’altro mento sociale: «siamo forse alle soglie della
canto, non aveva mai goduto delle simpatie seconda guerra mondiale. [...] Non abbiamo
dell’autore del Tramonto dell’Occidente, fin tempo di limitarci a questioni di politica in-
da quando quest’ultimo si era convinto che terna. Dobbiamo “essere in forma” per
il «dilettantesco» putsch del ’23 avesse chiu- qualsiasi evento immaginabile»9.
so per un’intera fase politica la possibilità di Non stupisce dunque che Jahre der Ent-
126 una «rigenerazione nazionale» della Ger- scheidung abbia suscitato reazioni stizzite
mania, aprendo la via alla «stabilizzazione» da parte dei nazisti, che pure non arrivaro-
dell’odiata Repubblica di Weimar. Coeren- no a disporre il sequestro dell’opera. Incre-
temente, dunque, Spengler rifiutò nei primi dulo, Arthur Zweiniger non si capacitava
mesi successivi alla presa del potere da par- del fatto che uno scrittore come Spengler
te dei nazisti di collaborare attivamente con non si accorgesse che il «nazionalsociali-
il regime. E questo nonostante, come egli smo di Adolf Hitler [realizzava] positiva-
scrisse proprio nel ’33, «nessuno [potesse] mente proprio tutte le esigenze derivanti
augurarsi il rivolgimento nazionale di que- dalla situazione della Germania descritta,
st’anno più di me»8. Il libro da cui sono trat- per quanto solo in termini negativi, da

5 Cfr. D. Felken, Oswald Spengler, cit., p. 144.


6 Cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I., Gli anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi, 1974, pp. 38-44.
7 D. Felken, Oswald Spengler, cit., pp. 186 s. Al documentato lavoro di Felken si rimanda complessivamente
per la ricostruzione delle posizioni e della biografia di Spengler negli anni della crisi di Weimar (pp. 184-
219) e del Terzo Reich (pp. 219-237).
8 O. Spengler, Jahre der Entscheidung, 1. Teil: Deutschland und die weltgeschichtliche Entwicklung, Mün-
chen, C.H. Beck, 1933, p. VII.
9 Ivi, p. XI. Occorre aggiungere che Spengler non condivise, ad onta del copioso uso nei suoi scritti del
lessico della «razza» e del «sangue», il peculiare concetto di razza impiegato dai nazisti, né, per quanto le
critiche da lui rivolte al potere acquisito dai «mercanti» e dalla «finanza» (cfr. infra) si prestassero ad essere
rivolte contro gli ebrei, il loro radicale antisemitismo. Sul punto, cfr. C. Vollnahls, Praeceptor Germaniae, cit.,
pp. 186 s.
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Spengler» nel suo pamphlet10. E non ha tor- meno al 1911, infatti, una lettura politica del
to Ernst Bloch a scrivere che Spengler attac- Tramonto dell’Occidente non può che collo-
cò Hitler soltanto perché non riconobbe nel carlo tra la letteratura di guerra che copio-
«demagogo» la «bestia» dal cui istinto di pre- samente germogliò in Germania – anche se
datore si attendeva la resurrezione della non certo solamente in Germania – durante
Germania11. Negli ultimi anni della sua gli anni del primo conflitto mondiale 13. Pri-
vita, in ogni caso, Spengler tornò a essere ma di tutto, d’altro canto, una simile lettura
un isolato: della sua morte nel 1936, scrive deve fare i conti con un paradosso: il libro di
Adorno, «appena si prese nota. In Germania Spengler dovette in gran parte la sua fortu-
era stato messo al bando come pessimista e na alla sconfitta del Reich, a quell’evento
reazionario (nel senso in cui i nazisti usava- cioè che Spengler non solo era ben lungi
no queste parole), all’estero fu considerato dall’augurarsi, ma che egli riteneva quanto
uno dei corresponsabili ideologici della ri- meno assai improbabile quando, scrivendo
caduta nella barbarie»12. nel dicembre del ’17 la prefazione alla pri-
ma parte della sua opera, esprimeva la spe-
■ La figura del tramonto ranza che il libro non avesse «da apparire
Ma non è sul piano biografico che occorre del tutto indegno a fianco delle gesta milita-
muoversi per ricostruire i lineamenti della ri della Germania»14. Una parte consistente
«politica di Spengler». Quella attorno a cui del successo del Tramonto fu dunque dovu-
occorre lavorare è piuttosto la figura stessa ta a un malinteso, alla diffusa convinzione 127
che gli garantì lo strepitoso successo edito- che Spengler avesse dato prova delle pro-
riale degli anni successivi alla guerra: la fi- prie capacità profetiche vaticinando il crol-
gura del tramonto. E questa figura deve es- lo della vecchia Germania.
sere indagata all’interno dello scenario Altri erano in realtà i riferimenti di Spen-
inaugurato dalla grande guerra, vera e pro- gler nel parlare del «tramonto»: i dibattiti
pria aurora del nuovo secolo. Per quanto il del circolo raccolto a Monaco attorno al
progetto dell’opera di Spengler risalga al- poeta Stefan George che, muovendo dalla

10 A. Zweiniger, Spengler im Dritten Reich. Eine Antwort auf Oswald Spenglers «Jahre der Entscheidung»,
Oldenburg i.O., Stalling, 1933, p. 9.
11 E. Bloch, Spenglers Raubtiere und relative Kulturgärten, in Id., Erbschaft dieser Zeit (1935), erw. Ausg.,
Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1985, pp. 318-329, p. 321.
12 Th.W. Adorno, Spengler dopo il tramonto, cit., p. 40.
13 Su questa letteratura, cfr. S. Mezzadra, La costituzione del sociale. Il pensiero politico e giuridico di Hugo
Preuss, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 177-187, a cui si rinvia per ulteriori indicazioni bibliografiche. Che Il
tramonto dell’Occidente sia «un prodotto della prima guerra» è del resto sottolineato, tra gli altri, anche da G.
Sasso, Tramonto di un mito. L’idea di «progresso» tra Ottocento e Novecento, Bologna, Il Mulino, 19882, p. 47:
al primo capitolo del lavoro di Sasso si rimanda per il problema, che esorbita dall’ambito di questo interven-
to, dell’inquadramento dell’opera di Spengler (nonché della sua influenza) nella cultura europea, e in par-
ticolare italiana, dell’epoca.
14 O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia universale (1918-
1922), trad. it. di J. Evola, ed. a cura di R. Calabrese Conte, M. Cottone e F. Jesi, Parma, Guanda, 1999
(seconda ristampa), p. 8 (tutte le citazioni dal Tramonto si riferiscono a questa edizione, contrassegnata con
la sigla TO).
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diffusa percezione di una corruzione gene- ferreo per porre il malato nelle condizioni
rale della civiltà moderna, costruì la pro- di dominare i propri nervi. Lo scatenamen-
pria utopica speranza di rigenerazione to della guerra pare così a Radkau ciò che
estetica della cultura e della vita15; ma, più rende possibile una sorta di catarsi colletti-
in generale, il pessimismo e il disagio diffu- va: «il superamento del nervosismo», che
si tra la borghesia colta guglielmina nei pri- era sembrato dilagare prima di tutto tra le
mi anni del Novecento, ricordati da Werner élite tedesche negli anni precedenti; «come
Sombart proprio nel suo contributo al mo- azione nazionale»17.
vimento di pensiero che si raccolse attorno Si può forse misurare in termini analoghi
alla celebrazione delle «idee del 1914»: l’impatto «terapeutico» del Tramonto del-
«poi», aggiungeva significativamente Som- l’Occidente sulla borghesia tedesca, da cui
bart, «avvenne il miracolo, giunse la guer- provenivano in gran parte i lettori di Spen-
ra»16. gler18: il pessimismo di cui aveva parlato
In un libro avvincente, uscito un paio Sombart veniva qui preso di petto, inserito
d’anni fa in Germania, Joachim Radkau ha in un’ambiziosa «morfologia della storia
individuato nella diffusione epidemica nel universale», giustificato e relativizzato
discorso pubblico – oltre che privato – tede- come corretta percezione dell’inizio del tra-
sco del riferimento alle malattie nervose monto di un’intera civiltà – o meglio dell’in-
negli anni successivi alle dimissioni di Bi- gresso della «civiltà euro-occidentale, oggi
128 smarck da Cancelliere il vero e proprio si- diffusasi su tutta la terra» (TO, p. 87), nella
gillo dell’epoca, da lui definita Das Zeitalter fase degenerativa della «civilizzazione», se-
der Nervosität. Dell’analisi di Radkau, inte- condo uno schema comune a tutte le civiltà
ressa qui un solo elemento: mano a mano superiori del passato che esprime «una suc-
che ci si avvicina al 1914 cambia l’indirizzo cessione organica rigorosa e necessaria»
terapeutico prevalente tra gli psichiatri a (TO, p. 57). La stessa guerra mondiale appa-
proposito delle malattie nervose. Se prima riva allora «sotto tutt’altra luce», non era più
si raccomandava ai pazienti riposo, e si pri- un evento determinato dall’«irripetibile in-
vilegiava, nel trattamento della nevrastenia, contro di fattori fortuiti» ma una «tipica svol-
una tecnica come l’ipnosi, ora a venire in ta dei tempi avente da secoli un suo posto
primo piano è l’elemento della volontà, che biograficamente predeterminato all’interno
si tratta di esercitare e disciplinare in modo di un grande organismo storico di una

15 Cfr. S. Breuer, Ästhetischer Fundamentalismus. Stefan George und der deutsche Antimodernismus, Darm-
stadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1995.
16 W. Sombart, Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, München-Leipzig, Duncker & Humblot,
1915, p. 117.
17 Cfr. J. Radkau, Das Zeitalter der Nervosität. Deutschland zwischen Bismarck und Hitler, München-Wien,
Carl Hanser Verlag, 1998, cap. 5.
18 Detlef Felken nota che la cassetta postale di Spengler negli anni tra il 1919 e il 1924 era sempre ricolma
di lettere di ammiratori, in gran parte accademici, giuristi, medici e rampolli della borghesia colta. Anche
altre professioni sono comunque rappresentate: «solo dagli operai», aggiunge Felken, «non giunse alcuna
lettera adulatoria» (D. Felken, Oswald Spengler, cit., p. 134).
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estensione perfettamente circoscrivibile» ge, uno dei più accesi sostenitori delle «idee
(TO, p. 84). Ecco dunque l’altra figura chia- del 1914»: «comunque finisca la guerra noi
ve della politica di Spengler: «noi non ab- tedeschi siamo il popolo modello: le nostre
biamo scelto questo tempo», il tramonto è idee determineranno le mete vitali del-
un destino che si impone agli uomini del XX l’umanità»20. Non la pensava diversamente
secolo (TO, p. 79). E il destino, così come il Spengler, che inseriva tuttavia il proprio va-
nervosismo, può essere «trattato» solo con ticinio in un quadro storico di ben più am-
la volontà: ducunt fata volentem, nolentem pio respiro e di maggiori ambizioni rispetto
trahunt, recita la citazione di Seneca posta a quello di Plenge, che si limitava a conside-
da Spengler a conclusione della seconda rare l’opposizione simbolica tra le «idee del
parte del Tramonto. 1789» e quelle «del 1914». Davvero non in-
Il destino a cui si tratta di andare incontro tendeva suonare «pessimista» la parola di
armati di ferrea volontà di accettarlo è quel- Spengler a orecchie tedesche, anche dopo
lo che fa apparire «contemporaneo» della l’«infortunio» della sconfitta bellica e del
storia occidentale «fra il milleottocento e il crollo dell’Impero guglielmino. A scanso di
duemila» l’ellenismo, e in particolare quello equivoci, egli stesso lo chiarì nel 1921, in un
che stabilisce un perfetto parallelismo tra il articolo con cui intendeva rispondere a
suo «vertice attuale, contrassegnato dalla quanti lo avevano accusato di diffondere
guerra mondiale» e il «passaggio dal perio- uno spirito di cupa rassegnazione tra la gio-
do ellenistico al periodo romano» (TO, p. ventù tedesca: «non sarà più un Goethe a 129
49). Il tempo aperto dalla guerra è dunque comparire tra noi in Germania, ma un Ce-
quello dell’«imperialismo» e del «cesari- sare»21. Dal punto di vista politico, la lezio-
smo»: «perciò in Cecil Rhodes», scrive Spen- ne che occorreva trarre dai «lineamenti di
gler, «io vedo il primo uomo di una nuova una morfologia della storia mondiale» era
età». Ma si tratta soltanto dell’imperfetta esplicitata con parole di adamantina tra-
prefigurazione di uno «stile politico di un sparenza nella seconda parte del Tramonto:
lontano futuro occidentale, germanico e so- «l’unico fatto storico reale qui consiste in
prattutto tedesco» (TO, p. 65). Ecco il conte- una eliminazione accelerata di vecchie for-
nuto della profezia formulata da Spengler me che spiana la via al potere cesareo» (TO,
nel 191819. In noi è il ventesimo secolo, aveva p. 1277). Che tra le «vecchie forme» rientras-
scritto qualche anno prima Johannes Plen- sero a pieno titolo quelle costituzionali della

19 Sul carattere «profetico» del Tramonto dell’Occidente ha scritto pagine preziose Furio Jesi nella sua
splendida introduzione all’edizione Longanesi del 1981 dell’opera (ivi, pp. VII-XXXIX), inspiegabilmente
lasciata cadere nell’edizione Guanda, dove è sostituita da un testo davvero poco significativo di S. Zecchi.
20 J. Plenge, 1789 und 1914. Die symbolischen Jahre in der Geschichte des politischen Geistes, Berlin, Sprin-
ger, 1916, p. 20.
21 O. Spengler, Pessimismus? (1921), poi in Id., Reden und Aufsätze, hrsg. von H. Kornhardt, München,
Beck, 1937, pp. 63-79, p. 79. Per un esempio di critica del tipo ricordato nel testo, da parte di un autore che
avrebbe giocato un ruolo di primo piano nella formulazione del programma di una «rivoluzione di destra»
negli anni della crisi di Weimar, cfr. H. Freyer, Recensione di O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes
(Bd. 1: Gestalt und Wirklichkeit), in «Die Tat», XI (1919/20), Bd. 1, pp. 304-308.
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Germania weimariana non poteva certo ne», definendolo «un sistema della volontà
dubitarlo chi avesse gettato anche solo di potenza» il cui scopo «è tipicamente im-
un’occhiata distratta a uno scritto come perialistico» (TO, p. 544). E anche da questo
Preußentum und Sozialismus, del 1919, punto di vista Spengler si poneva in una li-
dove la rivoluzione di novembre era liqui- nea di continuità con posizioni maturate al-
data come «colpo di Stato» dei nemici inter- l’interno delle «idee del 1914»: socialismo,
ni della Germania, che avevano preteso di aveva scritto in particolare il già citato J.
realizzare in terra tedesca idee «straniere» Plenge, «è organizzazione», e lo «Stato del
come il parlamentarismo e la «sovranità dei futuro», che ha visto la luce nel fuoco del
capi di partito»; «nel cuore del popolo», scri- conflitto «come Stato nazionale tedesco ele-
veva Spengler poco più oltre, «Weimar è già vato a potenza», sarà «socialista» nel senso
stata condannata»22. che realizzerà il «superamento» dei conflitti
di classe «attraverso un’idea superiore», «at-
■ Spirito prussiano e socialismo traverso il suo intensificato contenuto di
Ripubblicando nel 1932 Preußentum und energia etica»25. Spengler non aveva molto
Sozialismus in una raccolta dei suoi scritti da aggiungere a questa linea di ragiona-
politici, Spengler poteva così scrivere orgo- mento: il «socialismo» di cui celebrava nel
gliosamente che proprio «da questo libro 1919 la sintesi con lo spirito prussiano era
[aveva] preso avvio il movimento naziona- semplicemente, una volta liberato della
130 le» contro la «palude» weimariana23. Lo «impropria» contaminazione con il marxi-
stesso tentativo di coniugare «spirito prus- smo, «potere, potere e ancora potere»; era la
siano» e «socialismo», che esercitò una «dittatura dell’organizzazione», incarnata
qualche fascinazione sull’ineffabile Gustav dallo Stato, che faceva valere i propri diritti
Noske24, era stato del resto anticipato nelle sulla «dittatura del denaro»26 – era cioè la
pagine della prima parte del Tramonto de- figura retorica in cui trovava soluzione «la
dicate al socialismo, accomunato al buddi- lotta con la quale la civilizzazione conse-
smo e allo stoicismo come tipica etica da ci- guirà la sua forma conclusiva: la lotta fra
vilizzazione: al socialismo Spengler ricono- danaro e sangue» (TO, p. 1396). Come ogni
sceva caratteristiche prettamente «faustia- francese è un cittadino, così «ogni vero tede-

22 O. Spengler, Preußentum und Sozialismus, München, Beck, 1919, pp. 9 e 17.


23 O. Spengler, Politische Schriften, München, Beck, 1932, p. VII. Il «movimento nazionale» di cui parla
Spengler (o quanto meno le sue componenti non completamente allineate alla NSDAP) è stato spesso
definito, nella storiografia, con la formula «rivoluzione conservatrice»: sui problemi sollevati da questa
formula, si veda S. Breuer, La rivoluzione conservatrice. Il pensiero di destra nella Germania di Weimar
(1993), trad. it. di C. Miglio, Roma, Donzelli, 1995.
24 «Le idee espresse da Spengler in Preußentum und Sozialismus [...] le avevo in certa misura nel sangue. E
ciò è stato ben compreso da molti ufficiali con cui sono venuto in contatto, che si sono per questo sentiti
legati a me» (G. Noske, Erlebtes aus Aufstieg und Niedergang einer Demokratie, Offenbach, Bollwerk, 1947,
p. 89).
25 J. Plenge, 1789 und 1914, p. 18. Ma si veda anche Id., Der Krieg und die Volkswirtschaft, Münster, Borg-
meyer, 1915, p. 188.
26 O. Spengler, Preußentum und Sozialismus, cit., pp. 98 e 65.
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sco è un lavoratore», scriveva ancora Spen- in modo robusto al Tramonto dell’Occiden-
gler, anticipando un tema che sarebbe stato te31. Anche in Jahre der Entscheidung, di
ripreso da Ernst Jünger in un libro famoso, fronte alla duplice sfida portata all’Occiden-
del 193227. Se Marx aveva insegnato agli te dall’insorgenza delle «plebi» metropolita-
operai il «disprezzo del lavoro», il sociali- ne e dalle rivolte anticoloniali dei «popoli di
smo «etico» prussiano indicava nel lavoro – colore, ormai da tempo consapevoli della
«duro, lungo, spossante» – la loro suprema comunità dei loro interessi», Spengler non
realizzazione28. E il «destino» iscritto nella dubitava del fatto che la salvezza potesse
coniugazione di socialismo e spirito prus- venire solo dalla Germania, la «terra decisi-
siano non poteva che essere, parallelamen- va del mondo» non solo in virtù della sua
te alla definizione di un ordinamento socia- posizione strategica tra Europa e Asia, «ma
le segnato da ferree gerarchie, la mobilita- anche perché i tedeschi sono ancora giova-
zione dell’intera nazione per una politica di ni abbastanza da sentire in sé i problemi
potenza orientata alla guerra: «idee che storico-universali, por mano alla loro solu-
sono divenute sangue reclamano sangue. zione e deciderli»32. In quello che sarebbe
La guerra è la forma eterna dell’esistenza rimasto il suo ultimo intervento «politico»,
umana superiore, e gli Stati esistono per del resto, Spengler approfondiva la sua cri-
amor della guerra: sono espressione della tica dell’ordinamento weimariano, esten-
disponibilità alla guerra»29. dendola al «governo ombra», cresciuto al ri-
Non può certo stupire, su queste basi, che paro della Costituzione del ’19, dei «sinda- 131
sotto il profilo politico la dottrina di Spen- cati», che attraverso il sistema della contrat-
gler sia apparsa a osservatori stranieri tazione collettiva erano riusciti a imporre
contemporanei come la quintessenza del veri e propri «salari politici, per cui non esi-
«pangermanesimo postbellico»30. E la «vi- stono più limiti naturali ed economici» 33. La
sione della rinascita della Germania», come stessa virulenza della crisi del ’29 era ricon-
è stato notato ancora di recente, resta il filo dotta alla «dittatura dei lavoratori sulla dire-
rosso che corre attraverso tutti gli scritti po- zione dello Stato» resa possibile da simili
litici di Spengler, collegandoli d’altro canto espedienti, che, lungi dal limitarsi alla sola

27 E. Jünger, L’operaio. Dominio e forma (1932), trad. it. Milano, Longanesi, 1984. Sul rapporto tra Spengler
e Jünger, si vedano D. Conte, Catene di civiltà. Studi su Spengler, Napoli, ESI, 1994, pp. 113-130 e H. Lübbe,
Oswald Spenglers «Preußentum und Sozialismus» und Ernst Jüngers «Arbeiter», in A. Demandt e J. Far-
renkopf (hrsg. von), Der Fall Spengler, cit., pp. 129-151. Ma su Jünger si tenga presente in generale C. Galli,
Modernità. Categorie e profili critici, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 191-204.
28 O. Spengler, Preußentum und Sozialismus, cit., pp. 10 e 73.
29 Ivi, p. 53.
30 Cfr. ad es. A. Fauconnet, Un philosophe allemand contemporain. Oswald Spengler (le prophète du Déclin
de l’occident), Paris, Librairie Félix Alcan, 1925 e V. Beonio-Bocchieri, Spengler. La dottrina politica del
pangermanesimo postbellico, Milano, Athena, 1928.
31 D. Conte, Introduzione a Spengler, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 58.
32 O. Spengler, Jahre der Entscheidung, cit., pp. 58 e XII.
33 Cfr. ivi, p. 112.
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Germania, aveva caratterizzato secondo cultura del Novecento: la questione della


Spengler la situazione di tutti i «paesi bian- tecnica. Il credito che si è in precedenza vi-
chi» a partire dal 191634. sto accordare a Spengler da Adorno appare
in effetti meno singolare se si confrontano
■ La questione della tecnica e il le pagine di Dialettica dell’illuminismo de-
capitalismo dicate alla trasformazione del mondo degli
A dispetto della loro trivialità, si trattava di oggetti a cui mira la scienza moderna attra-
argomentazioni tutt’altro che isolate nel verso i suoi «procedimenti efficaci» – in ra-
contesto dei dibattiti politici tedeschi negli gione della quale «l’essenza delle cose ap-
anni dei «governi presidenziali»: l’attacco pare ogni volta come la stessa: come sostra-
alla contrattazione collettiva e al sistema di to del dominio»36 – con l’affermazione spen-
embrionale protezione sociale edificato ne- gleriana che la tecnica occidentale, nata
gli anni centrali della Repubblica fu anzi dall’«interrogazione violenta della natura
l’elemento attorno a cui si saldò l’unità di per mezzo di leve e di viti», «irrompe [...]
intenti fra un ampio fronte conservatore e le nella natura per dominarla» (TO, pp. 1388
componenti determinanti del mondo indu- s.). E nelle considerazioni di Heidegger sul-
striale tedesco dell’epoca35. L’atteggiamento l’«impiego» del fiume Reno per la produzio-
di Spengler di fronte all’industria è, propria- ne di energia elettrica, per cui il fiume stes-
mente, l’ultimo tema che occorre indagare so finisce per essere «incorporato nella co-
132 per concludere il breve profilo della sua struzione della centrale» e rimodellato nella
«politica» che si è tentato di tracciare in que- sua essenza dalle leggi della tecnica, risuo-
ste pagine. E questo significa confrontarsi na limpido l’eco delle parole di Spengler:
con una questione su cui Spengler, sia nel «ormai si pensa solo in cavalli-vapore. Non
Tramonto dell’Occidente sia in Der Mensch si vede più una cascata d’acqua senza tra-
und die Technik (1931), ha svolto considera- sformarla in energia»37.
zioni destinate a giocare un ruolo di primo Ma torniamo al punto che qui maggior-
piano nei dibattiti degli anni successivi e ad mente interessa. Il discorso di Spengler sul-
essere riprese (a volte quasi letteralmente) la tecnica ha precise implicazioni politiche:
da alcuni dei massimi protagonisti della esso è funzionale all’articolazione di un

34 Ivi, p. 124.
35 Cfr. ad es. H.A. Winkler, La Repubblica di Weimar. 1918-1933: storia della prima democrazia tedesca
(1993), trad. it. Roma, Donzelli, 1998, pp. 483 s. Per la centralità di considerazioni analoghe nel programma
del governo di von Papen, si veda W. Schotte, Der neue Staat, Berlin, Neufeld & Henius, 1932, pp. 109-124.
36 Cfr. M. Horkheimer e Th.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo (1947), trad. it. Torino, Einaudi, 1980, pp.
13 e 17.
37 M. Heidegger, La questione della tecnica, in Id., Saggi e discorsi (1954), trad. it. Milano, Mursia, 1976, pp.
1-27, pp. 11 s. e O. Spengler, L’uomo e la macchina, trad. it. Milano, Corbaccio, 1931 (ristampa Genova, Il
Basilisco, 1980, p. 137). Per un buon inquadramento del dibattito europeo sulla tecnica negli anni tra le due
guerre mondiali, si veda l’antologia curata da M. Nacci, Tecnica e cultura della crisi (1914-1939), Torino,
Loescher, 1982. Della stessa autrice, cfr. ora Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni, Roma-Bari,
Laterza, 2000 (su Spengler, in particolare pp. 55-57 e 108-112).
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giudizio sul capitalismo che, pur stigmatiz- espressione della natura ferina dell’uomo
zandone gli aspetti «mercantili» (nella mi- («un animale da preda, una bestia fero-
sura in cui «il mercante da organo della ce»40), il cesarismo e la potenza di una tec-
vita economica diviene il signore di essa» nica ormai divenuta compiutamente indu-
[TO, p. 1366]) e «finanziari» (nella misura striale compongono la sintesi che Spengler,
in cui l’alta finanza si presenta come «sra- al tramonto dell’Occidente, vorrebbe iscri-
dicata» dal suolo, «completamente libera, vere nel destino della Germania.
completamente inafferrabile» [TO, p. L’«imprenditore», alla cui «attività decisiva
1395]), ne salva il nucleo centrale dalla cri- e sovrana» non può che essere soggiogato
tica che coinvolge il denaro e la cosmopoli, l’«operaio industriale», e ancor più
la massa e la democrazia38. I tratti «faustia- l’«ingegnere», il «sapiente sacerdote della
ni» e «satanici» della tecnica, ricapitolati nel macchina» (TO, pp. 1393 s.), sono le due fi-
«prodigioso pensiero» secondo cui «la Natu- gure a cui egli guarda come custodi dello
ra non doveva più essere saccheggiata delle spirito faustiano nel tempo della civilizza-
sue materie, ma soggiogata nelle sue stesse zione. Per l’uno e per l’altro «tipo umano»
forze e rendere servigi di schiava, onde Spengler aveva certamente concreti model-
moltiplicare le forze dell’uomo»39, costitui- li nella Germania dei suoi anni41. Deve es-
scono propriamente l’altra faccia, quella sere stato davvero un tormento, per lui, non
«economica», del cesarismo. Entrambi riuscire a scorgere il profilo di un cesare.
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38 Sul punto si veda il terzo capitolo di J. Herf, Il modernismo reazionario. Tecnologia, cultura e politica
nella Germania di Weimar e del Terzo Reich (1984), trad. it. Bologna, Il Mulino, 1988.
39 O. Spengler, L’uomo e la macchina, cit., p. 121.
40 Ivi, p. 33.
41 Sulla produzione ideologica degli ingegneri tedeschi negli anni di Weimar, cfr. J. Herf, Il modernismo
reazionario, cit., cap. 7.

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