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La Celebrazione Eucaristica, fonte della santità del sacerdote 1

Don Mauro Gagliardi


Ordinario della Facoltà di Teologia
Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma

Premessa
Il sacerdote e l’Eucaristia. Questo tema è ricchissimo e può essere percorso attraverso
molteplici sentieri. Lo scorso mese di settembre, predicando gli esercizi spirituali al
Seminario Maggiore di La Spezia, ho avuto la possibilità di meditare per cinque interi giorni
con i seminaristi sull’identità e sul ruolo del sacerdote, a partire dallo svolgimento
successivo delle distinte parti della Celebrazione Eucaristica2. In effetti, nella celebrazione
della Santa Messa è contenuto un continuo insegnamento per il sacerdote, sia riguardo alla
sua dignità sacramentale, sia riguardo ai compiti ed alle responsabilità che da essa derivano3.
Qui non dobbiamo però trattare di tutto questo lungo cinque giorni, ma solo per un numero
piuttosto contenuto di pagine. Perciò operiamo la scelta di fare qualche riferimento solo ad
alcuni punti di principale importanza.
Il Concilio Vaticano II ha ricordato che la Santa Messa è composta, a livello celebrativo,
da due parti inseparabili: la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica 4. Questa
inscindibilità implica a livello celebrativo che non si possa celebrare solo una delle due
parti, perché la Santa Messa si celebra svolgendo entrambe le parti del rito. A livello
teologico, l’unità delle due parti corrisponde al modo in cui Dio si rivela, in accordo a
quanto insegna Dei Verbum n. 2, ossia attraverso un insieme di gesti e parole intimamente

1
Il testo propone i contenuti e mantiene lo stile di un ritiro spirituale, tenuto dall’autore al Clero della
Diocesi di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti il 28 ottobre 2011. Una versione di questo articolo
verrà pubblicata anche in uno dei prossimi numeri di Servire Insieme, Bollettino di quella Diocesi.
2
Il libro contenente il testo degli esercizi spirituali sarà pubblicato dall’editore Cantagalli di Siena nel 2012,
con il titolo: In memoria di me. Il sacerdote fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa il sacerdote.
3
Per un approfondimento teologico-liturgico sulle distinte parti della Celebrazione Eucaristica, tenendo
conto tanto della «forma ordinaria» quanto di quella «straordinaria» del Rito Romano, si può vedere il
volume: M. GAGLIARDI (ed.), Il sacerdote nella Celebrazione Eucaristica, la cui pubblicazione è prevista
entro il 2012 presso l’editore Fede & Cultura di Verona (con prefazione di Mons. Guido Marini).
4
CONCILIO VATICANO II, Sacrosanctum Concilium, n. 56: «Le due parti che costituiscono in certo modo la
Messa, cioè la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da
formare un solo atto di culto».
connessi, tale che i gesti verificano le parole e le parole spiegano i gesti 5. Perciò nella Santa
Messa c’è la Liturgia della Parola, perché abbiamo bisogno di tornare sempre alla Parola di
Dio, ai suoi insegnamenti chiarificatori, alle dottrine di verità che Egli ha voluto insegnarci,
per capire anche la grandezza di ciò che avviene nell’Eucaristia6.
Bisogna però fugare anche un malinteso: ossia che l’unità inscindibile delle due parti
della Santa Messa implichi parità assiologica tra esse7. È necessario a questo proposito dire
con la massima chiarezza due cose: primo, che la Liturgia della Parola è importantissima,
per questo deve essere celebrata con ogni dignità, senza fretta o sciatteria. Secondo, che la
Liturgia Eucaristica è ancora più importante di quella della Parola. Perciò, a minori ad
maius: se è doveroso porre ogni attenzione per la degna celebrazione della prima parte della
Santa Messa, quale cura non si dovrà porre per la seconda parte, che è notevolmente più
importante!
Chiarite così le cose, dovendo noi qui fare una scelta, non ci soffermeremo su quanto la
prima parte della Celebrazione ha da insegnarci in quanto sacerdoti, e ci limiteremo a
meditare molto brevemente sulla seconda parte. Con questo, di certo, sorvoleremo su tanti
insegnamenti legati ai Riti Iniziali, all’Atto Penitenziale e alla Liturgia della Parola, ma
coglieremo insegnamenti ancora più importanti, legati in particolare alla Liturgia Eucaristica
ed ai Riti conclusivi. Soffermiamoci allora su tre punti: Oblazione, Sacrificio e Missione.

5
ID., Dei Verbum, n. 2: «Questa economia della rivelazione comprende eventi e parole intimamente
connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la
dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse
contenuto».
6
La Parola è importante nella Liturgia, ma anche la Liturgia è importante per la Parola, ossia per la corretta
interpretazione di essa: cf. BENEDETTO XVI, Verbum Domini, nn. 52-55.
7
Il malinteso su questo punto forse è nato e continua a fondarsi su una errata interpretazione di
Sacrosanctum Concilium n. 7, che secondo alcuni equiparerebbe la Presenza Reale eucaristica alla presenza
di Cristo nella Parola. Ma quest’ultima è una presenza di tipo spirituale/morale e non reale/sostanziale qual è
la prima; inoltre è transitoria e non permanente, perché sussiste solo nell’atto della proclamazione liturgica,
«quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura», come dice la Costituzione conciliare sulla Liturgia al
numero segnalato. Un altro testo spesso mal interpretato è quello di Dei Verbum n. 21, che afferma: «La
Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come [sicut] ha fatto per il Corpo stesso del Signore». Ma
l’interpretazione autentica di questo testo è la seguente: «Deve essere attribuita venerazione sia alla Sacra
Scrittura, sia al Corpo del Signore, ma in modo diverso e per motivo diverso, come si arguisce dalla
Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 7, dall’Enciclica Mysterium Fidei del 3 sett.
1965, AAS 57 (1965), p. 764 e dalla Istruzione della S.C.R. Eucharisticum Mysterium, del 25 maggio 1967,
n. 9: AAS 59 (1967), p. 547» (Responsum ad dubium propositum della Pontificia Commissione per
l’Interpretazione dei Decreti del Concilio Vaticano II, 5 febbraio 1968: AAS 60 [1968], p. 362). È da notare
che il dubbio proposto chiedeva esplicitamente se l’avverbio sicut andasse interpretato nel senso che il
Concilio avesse voluto insegnare che bisogna prestare uguale venerazione alla Scrittura e al Corpo
eucaristico di Cristo.
2
Oblazione
Nell’Offertorio, come dice la parola stessa, noi sacerdoti presentiamo a Dio le oblate, le
offerte del pane e del vino. I testi della «forma straordinaria» della Messa sottolineano più
degli attuali il carattere già sacrificale di questa oblazione: di fatto, le oblate vengono offerte
per essere immolate e compiere così il sacrificio. Infatti non basta l’offerta perché vi sia
sacrificio. Un sacrificio si compie quando ciò che viene offerto subisce anche
l’immolazione: il capretto viene sgozzato, il bue bruciato in olocausto, il pane mangiato,
l’incenso bruciato, ecc. Nell’Antico Testamento, perciò, si fa la distinzione tra semplici riti
di offerta e riti veramente sacrificali. L’Offertorio della Messa è in vista del Sacrificio:
questo è il motivo per cui nella forma più antica del Rito si sottolinea già qui l’aspetto
sacrificale. La «forma ordinaria» non ha cancellato questo accento, ma ha preferito
ridimensionarlo. Notiamo che esso non è scomparso, perché anche nella «forma ordinaria»
dell’Offertorio vi sono termini sacrificali, non più nelle formule di presentazione del pane e
del vino, ma nella preghiera privata del sacerdote, che è rimasta: «...ti sia gradito il nostro
sacrificio, che oggi si compie dinanzi a te – et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo
hodie, ut placeat tibi, Domine Deus». È rimasta poi anche la formula che conclude
l’Offertorio e si dirige ai fedeli così: «Orate fratres, ut meum ac vestrum sacrificium... –
Pregate fratelli, perché il mio e vostro sacrificio...». Però i testi più recenti sottolineano
nell’Offertorio soprattutto l’aspetto della presentazione dei doni a Dio, rispolverando così la
teologia ebraica della benedizione sui cibi.
Cosa impariamo noi sacerdoti dall’Offertorio? L’Offertorio è il momento in cui
presentiamo a Dio elementi presi dalla sua creazione, affinché Egli li trasformi in Se stesso,
in Cristo, Dio e uomo. Questo ha a che fare con la cosiddetta «dimensione cosmica» della
Liturgia e dell’Eucaristia in particolare8. Il cosmo intero, creato da Dio, uscito da Dio, può
tornare a Dio redento da Cristo9. Nell’Offertorio si vede questo fatto. Allora qui il sacerdote

8
«Nel rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo [...] scopriamo l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere
la profonda relazione tra la creazione e la “nuova creazione”, inaugurata nella risurrezione di Cristo, nuovo
Adamo. Ad essa noi partecipiamo già ora in forza del Battesimo (cf. Col 2,12s) e così alla nostra vita
cristiana, nutrita dall’Eucaristia, si apre la prospettiva del mondo nuovo, del nuovo cielo e della nuova terra,
dove la nuova Gerusalemme scende dal cielo, da Dio, “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap
21,2)» (BENEDETTO XVI, Sacramentum Caritatis, n. 92).
9
«Anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre
celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il
creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo
ha fatto dal nulla. E così Lui, il sommo ed eterno Sacerdote, entrando mediante il sangue della sua Croce nel
3
è il ministro del piano divino di salvezza sull’universo. Non che tutto il cosmo si
transustanzi, evidentemente, ma transustanziando il pane e il vino (elementi cosmici), Dio
rende manifesta la sua volontà di ricapitolazione universale. Il sacerdote è al centro, è
mediatore di questo piano.
Notiamo anche che pane e vino non sono semplicemente elementi cosmici, bensì
elementi cosmici trasformati dal lavoro umano: pane e vino non crescono già pronti in
natura, ma sono il frutto di un pensiero e di un’azione umani su elementi che spuntano in
natura: frumento e uva. Gesù Cristo ha scelto come unici elementi disponibili per la
transustanziazione eucaristica degli elementi che non dipendono solo dall’azione creatrice di
Dio, bensì da una cooperazione tra Dio e uomo: Dio fornisce la materia prima e l’uomo la
lavora per preparare pane e vino. Ciò implica che il piano di Dio non si svolge – si potrebbe
dire hegelianamente – al di là dell’uomo, ma lo coinvolge sempre nella sua libertà: questo si
verifica in grado sommo nel fatto che l’incarnazione è tutta opera dall’alto, di Dio, eppure
richiede il fiat di Maria, garanzia perenne della nostra libertà nell’adesione al piano divino.
Nell’Offertorio, perciò, noi sacerdoti capiamo di essere mediatori rispetto all’Offerta che gli
uomini fanno al Padre. Di fatto, il nostro ruolo sacerdotale è di capitale importanza, perché
assicuriamo il legame, il ponte tra Dio e gli uomini10. Sappiamo bene che non c’è altro
Mediatore tra Cielo e terra se non Cristo. Ma ugualmente bene sappiamo che la “politica” di
Gesù Cristo non è quella della mediazione assoluta ed esclusiva, bensì quella della
mediazione partecipata11. Non c’è altro Mediatore, eppure Egli vuole servirsi di piccoli
mediatori umani per svolgere la sua mediazione tra il Padre e noi uomini. Noi sacerdoti
siamo tra i principali strumenti di questa mediazione partecipata.
In epoca post-conciliare è stato volentieri sottolineato dalla teologia il carattere
sacerdotale di tutto il popolo di Dio. È dottrina rivelata che tutti i battezzati sono sacerdoti.

santuario eterno, restituisce al Creatore e Padre tutta la creazione redenta. Lo fa mediante il ministero
sacerdotale della Chiesa, a gloria della Trinità Santissima. Davvero è questo il mysterium fidei che si realizza
nell’Eucaristia: il mondo uscito dalle mani di Dio creatore torna a Lui redento da Cristo» (GIOVANNI PAOLO
II, Ecclesia de Eucharistia, n. 8).
10
Significative le espressioni di santa Caterina da Siena sul ruolo mediatore di Cristo, in quanto Ponte tra
Dio e gli uomini, come pure le applicazioni all’ordine sacerdotale di questa immagine. Per i testi e alcuni
brevi commenti, cf. M. GAGLIARDI, La liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche, Fede & Cultura, Verona
2009, pp. 38-42.
11
CONCILIO VATICANO II, Lumen Gentium, n. 62: «Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col
Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri
ministri, quanto dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle
creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia
cooperazione partecipata da un’unica fonte».
4
Cosa vuol dire questo in concreto? Vuol dire che essi sono abilitati al culto divino nella
Chiesa; in modo ancora più preciso: essi sono abilitati all’oblazione, mentre i non battezzati
non lo sono, come dimostra la pratica antichissima di espellere dal tempio i catecumeni, una
volta terminata la Liturgia della Parola. Chi non è stato rivestito di Cristo col Battesimo, non
è abilitato a svolgere la funzione sacerdotale propria del cristiano, che consiste nel prestare a
Dio il culto di adorazione, di lode, di ringraziamento e di intercessione. Spesso si parla del
sacerdozio di tutti i fedeli, ma non altrettanto spesso si spiega nel modo corretto cosa ciò
voglia dire in realtà e quali conseguenze implichi. Noi invece lo dobbiamo dire, se vogliamo
essere fedeli alla dottrina della fede rivelata: il musulmano, l’ebreo, il buddista, lo
zoroastriano ecc. – verso i quali va il nostro sincero amore di cristiani e il nostro rispetto in
quanto persone umane, come si è manifestato anche di recente ad Assisi, in occasione della
III edizione della Giornata di Preghiera per la Pace12 – non essendo battezzati, non sono
abilitati al culto divino, al culto in spirito e verità di cui parla Gesù con la Samaritana. Essi
non possono offrire a Dio in modo sacerdotale le proprie vite e il mondo intero. Per quanto
questo possa apparire politicamente scorretto, è però dottrinalmente corretto. Pio XII,
nell’enciclica Mediator Dei, si diffonde sul ruolo sacerdotale dei fedeli, sulla loro
partecipazione attiva alla Santa Messa, partecipazione intesa come offertorio personale.
Papa Pacelli ricorda anche che questa offerta non avviene immediatamente, bensì per la
mediazione di un sacerdozio superiore a quello battesimale, che è quello ministeriale, che
può chiamarsi anche gerarchico13. Non solo, quindi, la nozione di sacerdozio non è univoca,

12
L’incontro è stato tenuto tra il Santo Padre Benedetto XVI e i rappresentanti di altre religioni, nonché
alcuni esponenti di coloro che si potrebbero definire “atei positivi”, il 27 ottobre 2011, in occasione del XXV
anniversario della prima convocazione di simile iniziativa, da parte di Giovanni Paolo II (1986). Una
seconda edizione si era tenuta nel 2002. Per approfondire dal punto di vista teologico alcune implicazioni
della Giornata, si può vedere il volume: Le religioni ad Assisi. Nessuna rinuncia alla verità, Fede & Cultura,
Verona 2011.
13
Riportiamo un ampio brano della Mediator Dei, II, 2:
«L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della
consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto
rappresenta la Persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli. Ponendo però, sull’altare
la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinità e per il
bene di tutte le anime. A quest’oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e
per un duplice motivo; perché, cioè, essi offrono il Sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in
certo modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l’offerta fatta dal popolo si riferisce al
culto liturgico.
Che i fedeli offrano il Sacrificio per mezzo del sacerdote è chiaro dal fatto che il ministro dell’altare agisce in
Persona di Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le membra; per cui a buon diritto si dice che tutta
la Chiesa, per mezzo di Cristo, compie l’oblazione della vittima. Quando, poi, si dice che il popolo offre
insieme col sacerdote, non si afferma che le membra della Chiesa, non altrimenti che il sacerdote stesso,
5
ossia non si riduce al solo sacerdozio battesimale; ma bisogna aggiungere che il sacerdozio
battesimale si può esercitare a livello liturgico perché c’è quello ministeriale. Con tutta
l’umiltà, dovuta ai limiti, difetti e peccati che riscontriamo in noi sacerdoti, ci accorgiamo
così di essere molto importanti, anzi di essere necessari per la Chiesa e per le anime. Queste
possono offrirsi a Dio, offrire a Lui le proprie pene, i propri desideri, i propri sacrifici e atti
di amore, attraverso di noi e insieme a noi.
Ora a questa grandezza, assolutamente immeritata, corrisponde una responsabilità più
grande rispetto agli altri, conforme alla regola: «A chiunque fu dato molto, molto sarà
chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,48). Nell’Offertorio noi
sacerdoti capiamo di doverci fare oblati, come le oblate che presentiamo a Dio. Le oblate

compiono il rito liturgico visibile – il che appartiene al solo ministro da Dio a ciò deputato – ma che unisce i
suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento alla intenzione del sacerdote, anzi
dello stesso Sommo Sacerdote, acciocché vengano presentate a Dio Padre nella stessa oblazione della
vittima, anche col rito esterno del sacerdote. È necessario, difatti, che il rito esterno del Sacrificio manifesti
per natura sua il culto interno: ora, il Sacrificio della Nuova Legge significa quell’ossequio supremo col
quale lo stesso principale offerente, che è Cristo, e con Lui e per Lui tutte le sue mistiche membra, onorano
debitamente Dio.
[...]
Perché poi l’oblazione, con la quale in questo Sacrificio i fedeli offrono la Vittima divina al Padre celeste,
abbia il suo pieno effetto, ci vuole ancora un’altra cosa; è necessario, cioè, che essi immolino se stessi come
vittima.
Questa immolazione non si limita al sacrificio liturgico soltanto. Vuole, difatti, il Principe degli apostoli che
per il fatto stesso che siamo edificati come pietre vive su Cristo, possiamo come “sacerdozio santo, offrire
vittime spirituali gradite a Dio per Gesù Cristo”; e Paolo Apostolo, poi, senza nessuna distinzione di tempo,
esorta i cristiani con le seguenti parole: “Io vi scongiuro, adunque, o fratelli […] che offriate i vostri corpi
come vittima viva, santa, a Dio gradita, come razionale vostro culto”. Ma quando soprattutto i fedeli
partecipano all’azione liturgica con tanta pietà ed attenzione da potersi veramente dire di essi: “Dei quali ti è
conosciuta la fede e nota la devozione”, non possono fare a meno che la fede di ognuno di essi operi più
alacremente per mezzo della carità, si rinvigorisca e fiammeggi la pietà, e si consacrino tutti quanti alla
ricerca della gloria divina, desiderando con ardore di divenire intimamente simili a Gesù Cristo che patì
acerbi dolori, offrendosi col Sommo Sacerdote e per mezzo di Lui come ostia spirituale [...].
Assistendo dunque all’altare, dobbiamo trasformare la nostra anima in modo che si estingua radicalmente
ogni peccato che è in essa, sia, con ogni diligenza, ristorato e rafforzato tutto ciò che per Cristo dà la vita
soprannaturale: e così diventiamo, insieme con l’Ostia immacolata, una vittima a Dio Padre gradita.
[...]
Tutti gli elementi della Liturgia mirano dunque a riprodurre nell’anima nostra l’immagine del Divin
Redentore attraverso il mistero della Croce, secondo il detto dell’apostolo delle Genti: “Sono confitto con
Cristo in Croce, e vivo non già più io, ma è Cristo che vive in me”. Per la qual cosa diventiamo ostia insieme
con Cristo per la maggior gloria del Padre [...].
Considerino, dunque, i fedeli a quale dignità li innalza il sacro lavacro del Battesimo; né si contentino di
partecipare al Sacrificio Eucaristico con l’intenzione generale che conviene alle membra di Cristo e ai figli
della Chiesa, ma liberamente e intimamente uniti al Sommo Sacerdote e al suo ministro in terra secondo lo
spirito della sacra Liturgia, si uniscano a lui in modo particolare al momento della consacrazione dell’Ostia
divina, e la offrano insieme con lui quando vengono pronunziate quelle solenni parole: “Per Lui, con Lui, in
Lui, è a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei
secoli”; alle quali parole il popolo risponde: “Amen”. Né si dimentichino i cristiani di offrire col divin Capo
Crocifisso se stessi e le loro preoccupazioni, dolori, angustie, miserie e necessità».
6
sono solo degli elementi naturali – in questo senso pane e vino sono di molto inferiori a noi,
che siamo creature razionali che si offrono a Dio con atto di libertà. Ma da un altro punto di
vista, pane e vino sono dei maestri di vita per noi: essi infatti si lasciano offrire senza riserve
a Dio. Se è lecito esprimersi in questi termini, le oblate della Messa non oppongono alcuna
resistenza all’azione della grazia divina che le trasforma. Si lasciano completamente
compenetrare fino a perdere la propria essenza, che si trasforma nell’essenza del Corpo e
Sangue di Dio. Il carmelitano del XV secolo Thomas Netter, diceva che i cristiani nella
Chiesa devono essere come transustanziati14. Questo vale per tutti, ma in particolare per noi,
ministri dell’altare: dobbiamo coltivare la spiritualità oblativa, la spiritualità dell’offerta
completa di noi stessi; un’offerta senza riserve, come quella degli elementi che si perdono
per ritrovarsi in Dio, che si lasciano transustanziare15.
In concreto, questo significa contrastare ciò che i maestri della spiritualità orientale
chiamano la filautìa, l’amore di sé, il mettere al centro noi stessi invece di Dio. Siccome noi
sacerdoti non siamo in genere digiuni di nozioni di teologia, né di una certa vita spirituale,
per noi questa tentazione si presenta in forma più sottile che per gli uomini mondani e
carnali. Spesso essa si presenta sotto forma di angelo di luce, ammantata di sapore
spirituale, di zelo apostolico e pastorale, e così via. Siamo uomini di Dio e non cederemmo
a questa tentazione, se si presentasse chiaramente come peccato. Ma vi cadiamo spesso se si
presenta come azione virtuosa o atteggiamento spirituale, mentre in realtà non lo è. Perciò
abbiamo bisogno di un costante discernimento per saggiare le inclinazioni del nostro cuore,
i motivi reali – non quelli dichiarati – per cui facciamo o non facciamo le cose. Molto
spesso, se ci analizziamo con questa onestà interiore, vedremo che il motivo non è Dio ma
siamo noi stessi16. Ci mettiamo al centro, ci riteniamo quasi indispensabili per Dio e per la
Chiesa, facciamo dei nostri criteri personali l’essenza stessa del Vangelo, permettiamo ad

14
«La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, nel quale i singoli cristiani, per la ricezione del Battesimo e della
sacra Eucaristia, vengono transustanziati» (THOMAS NETTER DA WALDEN [WALDENSIS], Doctrinale
antiquitatum fidei catholicae ecclesiae, I, 2, 16: qui nell’ediz. a cura di B. Blanciotti, Bassanese, Venetiis,
1757, I, p. 319).
15
È ovvio che la parola transustanziazione/transustanziare si applica in modo analogico alle oblate della
Messa e a noi. Nel caso di quelle, la transustanziazione implica cambiamento della sostanza, mentre nel
nostro caso assume un significato di trasformazione morale ad opera della grazia, trasformazione che muta
l’uomo vecchio in uomo nuovo e ci permette di rivestirci di Cristo. In questo senso vanno intesi i vari detti
paolini a riguardo, tra cui: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal
2,19-20).
16
Sul discernimento, si può segnalare: M.I. RUPNIK, Il discernimento. I: Verso il gusto di Dio; II: Come
rimanere con Cristo, Lipa, Roma 2004.
7
una nostra opzione teologica di diventare, nella nostra mente, la visione migliore in assoluto
e consideriamo il nostro metodo pastorale o spirituale ciò che tutti dovrebbero seguire per
essere Chiesa come Dio comanda. Perciò ci inquietiamo se le cose non girano come diciamo
noi, tanto a livello microscopico (la parrocchia), che macroscopico (la Santa Sede, la Chiesa
nel suo insieme, la società). Tutto ciò fa lotta al messaggio che riceviamo nell’Offertorio,
che ci spinge alla spiritualità oblativa, perché rappresenta un rifiuto del discernimento
continuo sulla nostra vita e sulle nostre opzioni e azioni; un rifiuto di ascoltare Dio
costantemente, di cercare la sua volontà più che la nostra.
Bisogna stare attenti, però, anche a questo: è possibile rinunziare all’oblazione di noi
stessi non solo per la via dell’attività – secondo quanto appena detto – ma anche attraverso
la via opposta della totale passività, dell’acquiescenza, anche in questo caso mascherata
sotto dichiarazioni pseudospirituali del tipo: «tutto è grazia»17; «Dio fa tutto, quindi noi non
dobbiamo fare niente»; «io non sono Dio, non devo salvare io il mondo», ecc. Anche
l’inerzia, il disinteresse per le anime, l’osservare le cose da fuori senza impegnarsi, senza
provare passione per il destino della Chiesa, vanno contro la spiritualità oblativa. Lasciarsi
trasformare da Dio, infatti, nel caso del pane e del vino non richiede un atto libero, ma nel
nostro caso sì. Non si oppone all’azione trasformante di Dio solo chi si stordisce con una
attività autoreferenziale, chiusa al discernimento di quello che Dio vuole da lui, ma anche
chi rinuncia tanto all’attività quanto al discernimento, lasciando – apparentemente – tutto a
Dio e limitandosi al minimo indispensabile. Questo secondo atteggiamento è di abbandono
nel senso sbagliato della parola; di rinuncia, non certo di oblazione di sé.

Sacrificio
Questo ci porta al secondo punto. Per offrirsi a Dio, o meglio perché la nostra offerta sia
perfetta e compiuta dobbiamo sacrificarci, immolarci, ad immagine di Cristo. Gesù non ha
detto «È compiuto» (Gv 19,30) quando Egli ha avuto l’intenzione di offrire la vita al Padre
– questa intenzione, infatti, Egli l’ha sempre avuta. Già a dodici anni disse: «devo
occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc 2,49); e più avanti nell’età disse: c’è un battesimo
che devo ricevere e non vedo l’ora che si compia (cf. Lc 12,50), come pure: nessuno mi
toglie la mia vita, ma sono io che la dono (cf. Gv 10,18); e: «Il Figlio dell’uomo non è

17
A proposito di questo, cf. il gustoso articolo del cardinale G. COTTIER, «Se tutto è grazia non c’è più
grazia», 30giorni 10/11 (2009), pp. 32-36.
8
venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc
10,45). Queste e altre parole di Cristo mostrano con chiarezza che Egli da sempre, lungo
l’intero arco della sua vita terrena, ha voluto offrirsi al Padre per noi, ha avuto l’intenzione
di farlo18. Ma il Signore attesta che il compimento non sta ancora qui: ci vuole il fatto, la
realizzazione dell’intenzione nell’opera. Quando Cristo effettivamente dà la sua vita, allora
dice che il sacrificio è compiuto. In sintesi possiamo dire che il vero sacrificio esistenziale
richiede sempre due aspetti: l’intenzione d’amore di voler donare se stessi e il fatto della
donazione, la realizzazione dell’intenzione. Ritroviamo nell’opera di redenzione la stessa
struttura della rivelazione: gesti e parole intimamente connessi. Non bastano i gesti senza
parole, né le parole senza gesti. Qui possiamo dire: non bastano le intenzioni non tradotte in
pratica, ma non basta neppure l’esecuzione materiale del sacrificio senza volontà di donarsi,
volontà che informa l’atto rendendolo davvero salvifico19.
Facciamo un paio di esempi: è possibile che un sacerdote abbia nel cuore il sincero
desiderio di piacere al Signore, di fare la sua volontà, di essere un sacerdote secondo il
cuore di Dio. Quando, però, si presenta l’occasione di mettere in pratica questo desiderio,
egli si tira indietro. Tutti capiamo che l’intenzione da sola non basta: «Non chiunque mi
dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre
mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Un altro esempio: ci può essere un sacerdote che soffre
molto, a causa dei nemici, dei persecutori, o delle tentazioni. O forse un sacerdote che si
sacrifica molto nel lavoro, nell’impegno pastorale, oppure negli studi. Ma se queste passioni
e queste azioni non sono corroborate da una sincera intenzione d’amore, possono avere
valore salvifico? Mettiamo il caso del parroco sempre indaffarato, sempre in movimento. Fa
mille cose, non sta mai fermo, è sempre in azione e, apparentemente o in realtà, pare fare del
bene alle anime. Ma se egli nel cuore non ha amore per Dio e per le anime, a cosa vale tutto
questo? Potrebbe per esempio fare tutto ciò perché è affetto da quella malattia psicologica
chiamata ossessività compulsiva, che spesso si manifesta attraverso una ripetitiva

18
TERTULLIANO sintetizza la vicenda terrena del Verbo incarnato, intesa come tutta protesa verso la morte di
croce, con l’espressione «mori missus – inviato (nel mondo) per morire» (De carne Christi, 6, 6).
19
Sebbene siano richieste sia l’intenzione che l’azione, ancor più che l’azione in sé è determinante
l’intenzione d’amore che la guida: «L’offesa [a Dio] è cancellata solo dall’amore» (TOMMASO D’AQUINO,
Summa Contra Gentiles, III, 157); «Nella soddisfazione [dell’offesa del peccato] si presta più attenzione
all’affetto di colui che offre, che non alla quantità dell’offerta» (ID., Summa Theologiae, III, 79, 5). Questo
vale anche per i nostri atti di riparazione, fondati sulla grande riparazione operata da Cristo: «Ogni
soddisfazione successiva riceverà la sua efficacia dall’amore che informa la sua intenzione» (ID., In Sent.,
IV, 15, 1, 3).
9
superattività. Qui l’attività è una droga, è il tentativo di sconfiggere l’ossessione stessa, non
il frutto di un profondo amore. Basteranno queste attività a salvarlo? Oppure un prete
professore, che studia sempre, scrive tantissimo, fa conferenze. Se lo fa per amore alla
Chiesa e alle anime (per esempio per fornire ai sacerdoti una preparazione solida che
ridondi poi a vantaggio della Chiesa), questa sua fatica è benedetta. Ma se lo fa per altre
ragioni – per esempio perché vuole affermarsi – tutto quel lavoro lo santifica?
Attraverso questi esempi noi capiamo che il vero sacrificio della nostra vita, ossia
l’oblazione e immolazione di noi stessi, deve sempre avere questi due aspetti: intenzione
retta e azione conseguente. Né retta intenzione senza azione corrispondente, né azione
corretta senza retta intenzione. Gesù ha redento il genere umano mettendo insieme in modo
perfetto, nella sua anima e nel suo corpo umani, questi due aspetti: in Lui c’è la perfetta
determinazione della carità per il Padre e per noi, unita alla donazione volontaria alla morte
e alla morte di croce: la più infamante e dolorosa delle morti. Alla piena carità corrisponde
l’azione più impegnativa. E questa azione, o meglio questa passione, ha valore salvifico
universale proprio perché riempita di tale atto della libertà umana dell’anima di Gesù, che è
il Verbo incarnato senza macchia20.
Questo è il sacerdozio di Cristo: la determinazione della sua umana volontà di patire per
amore nostro, realizzata nel suo corpo. L’offerta, il sacrificio celebrato prima di tutto
sull’altare del Cuore sacerdotale di Gesù, si fa poi offerta cruenta sull’altare della croce e
infine si riattualizza sempre di nuovo sui nostri altari in forma incruenta (dall’altare di
carne, a quello di legno, a quello di marmo). Il fatto che Gesù abbia chiamato noi per essere
ministri dell’altare del Sacrificio eucaristico ci obbliga, dunque, a riprodurre in noi
l’immagine di Cristo Altare, Sacerdote e Vittima.
Da qui derivano almeno due conseguenze: la prima è che la Santa Messa è una cosa seria.
L’allora cardinale Ratzinger nei suoi scritti liturgici ha voluto ricordare, tra gli altri, anche
questo punto: la Liturgia non è il giochino a disposizione del parroco, della comunità
parrocchiale o del gruppo liturgico, tantomeno dell’animatore liturgico di turno. La Santa
Messa è essenzialmente il Sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo, che torna a offrirsi in
modo incruento al Padre per la salvezza dei peccatori, che siamo noi. Noi dobbiamo perciò

20
Nonostante alcuni limiti legati a schemi culturali dell’epoca (inevitabili d’altro canto oggi come ieri), resta
fondamentale su questi temi il contributo di sant’ANSELMO DI AOSTA, Cur Deus homo (terminato nell’anno
1098). Una versione italiana, curata da A. ORAZZO, è stata pubblicata nel 2007 presso l’editrice Città Nuova
di Roma (il volume contiene anche la traduzione della Epistola de incarnatione).
10
celebrare la Divina Eucaristia con tutta dignità e serietà. Giovanni Paolo II molte volte nel
suo lungo Magistero è tornato su questo punto21. Egli ha spesso manifestato il suo dolore per
il fraintendimento cui è sottoposta oggi la Liturgia in larga parte della Chiesa. La Santa
Messa non è un’occasione per ridere e scherzare insieme con i fedeli presenti. Il sacerdote
che sale all’altare non è un intrattenitore televisivo, che deve far ridere, o almeno che deve
alleggerire la cosa il più possibile22. Al contrario, egli deve percepire e far percepire la
sacralità di ciò che si compie.
E la seconda conseguenza riguarda il nostro stile di vita sacerdotale: sappiamo di essere,
per l’ordinazione, degli «altri cristi»: alter Christus è definizione classica del sacerdote. Ora
questo è infallibilmente vero quando celebriamo i sacramenti in persona Christi; purtroppo
non è altrettanto infallibilmente vero per quanto riguarda i nostri comportamenti.
Conosciamo la nostra debolezza e, in un certo senso, è bene che siamo deboli, così è
impossibile insuperbirsi per il dono incommensurabile che ci è stato elargito in modo
assolutamente gratuito da parte di Dio. Ma la consapevolezza della propria piccolezza non
può costituire un alibi al disimpegno in ambito morale e spirituale. Sono fragile, eppure mi
devo impegnare per corrispondere alla grazia trasformante di Dio, che è capace di rendermi
meno fragile di quanto non sia ora. Dalla Santa Messa in quanto Sacrificio del Signore, noi
sacerdoti impariamo che la nostra conformazione a Lui, il nostro essere «altri cristi» passa
per il sacrificio. La donazione, la spiritualità oblativa si compie solo nel sacrificio d’amore.

21
Un esempio tra i tanti: «Il “sacrum” della Messa non è una “sacralizzazione”, cioè un’aggiunta dell’uomo
all’azione di Cristo nel cenacolo, giacché la cena del giovedì santo è stata un rito sacro, liturgia primaria e
costitutiva [...]. Quel “sacrum” non può nemmeno essere strumentalizzato per altri fini. Il mistero
eucaristico, disgiunto dalla propria natura sacrificale e sacramentale, cessa semplicemente di essere tale
[...]. Bisogna ricordarlo sempre, e forse soprattutto nel nostro tempo, nel quale osserviamo una tendenza a
cancellare la distinzione tra “sacrum” e “profanum” [...]. La sacralità dell’Eucaristia ha trovato e trova
sempre espressione nella terminologia teologica e liturgica. Questo senso dell’oggettiva sacralità del mistero
eucaristico è talmente costitutivo della fede del popolo di Dio, che essa se n’è arricchita e irrobustita. I
ministri dell’Eucaristia debbono, soprattutto ai nostri giorni, essere illuminati dalla pienezza di questa fede
viva, e alla luce di essa debbono comprendere e compiere tutto ciò che fa parte del loro ministero
sacerdotale» (GIOVANNI PAOLO II, Dominicae cenae, n. 8; corsivo mio).
22
«Un parroco non è uno showman, e la liturgia non è un varietà televisivo. Se la caverà altrettanto male,
qualora vorrà essere una specie di circolo ricreativo. Non voglio escludere che ciò possa darsi, ma solo, e non
necessariamente, come una eventuale conseguenza, sul piano delle relazioni umane, degli incontri e dei
rapporti instauratisi anche grazie alla partecipazione comunitaria alla liturgia. La liturgia dev’essere qualcosa
di più. [...] Detto in altri termini, dobbiamo trovare il giusto mezzo tra il ritualismo [...] e una mania di render
tutto facile e alla mano che, in fondo, riduce il tutto all’opera soltanto umana, e lo deruba dell’universalità
cattolica e dell’oggettività del mistero». J. RATZINGER, Cantate al Signore un canto nuovo. Saggi di
cristologia e liturgia, Jaca Book, Milano 20052, pp. 95-96.
11
Noi dobbiamo vivere per amore. Amore di Dio, innanzitutto, e poi amore del prossimo.
Gesù ci insegna il vero significato cristiano della parola amore, che non è semplicemente
una buona intenzione o un vago sentimento. L’amore in senso cristiano è un amore pieno di
contenuto. Aristotele e san Tommaso insegnano di comune accordo che non si può amare
ciò che prima non si conosce. E anche autori come san Bonaventura e Ratzinger, che
volentieri mettono l’accento sull’amore, ci ricordano che l’amore, quando è tale, vuole
anche sempre conoscere le ragioni per cui ama e vuole conoscere sempre più colui che
ama23. Papa Benedetto ha ripetuto recentemente nel suo Magistero che non esiste la ragione
senza amore o viceversa, ma sempre e solo l’amore pieno di ragione e la ragione che si fa
amore24. D’altro canto, questo ordine della realtà proviene dalla stessa essenza trinitaria di
Dio, in cui non c’è opposizione tra Logos e Amore, ossia Figlio e Spirito Santo, e nella
quale l’Amore vero proviene dal Padre e dalla Ragione, dal Logos. In Dio stesso non c’è
Amore senza Ragione, ma l’Amore proviene dalla Ragione e la Ragione fa scaturire
l’Amore25.
Ora, per noi sacerdoti, questo significa che si devono amare Dio e il prossimo nella
verità. Dobbiamo praticare non un amore qualunque, ma il vero amore. Non il «buonismo»
spicciolo, ma la vera bontà. Non c’è vero amore senza conoscenza della verità; non c’è vera
bontà senza attaccamento alla sana dottrina. Nel dirigere le anime, noi cerchiamo il loro
vero bene, non semplicemente di dire loro qualche parola buona, né di farcele amiche nel
senso di una pura simpatia umana, o – ancor peggio – per un nostro tornaconto personale. In

23
BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Prooem.in I Sent., q. 2, ad 6: «Quando fides non assentit propter
rationem, sed propter amorem eius cui assentit, desiderat habere rationes». La duplice origine della teologia
– dalla ragione e dall’amore credenti – è sottolineata dall’Istruzione della CONGREGAZIONE PER LA
DOTTRINA DELLA FEDE, Donum veritatis, 24.05.1990, n. 7: «La teologia offre dunque il suo contributo
perché la fede divenga comunicabile, e l’intelligenza di coloro che non conoscono ancora Cristo possa
ricercarla e trovarla. La teologia, che obbedisce all’impulso della verità che tende a comunicarsi, nasce anche
dall’amore e dal suo dinamismo: nell’atto di fede, l’uomo conosce la bontà di Dio e comincia ad amarlo, ma
l’amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama».
24
«Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore»
(BENEDETTO XVI, Caritas in Veritate, n. 30); «Il cammino verso la verità piena impegna anche l’intero
essere umano: è un cammino dell’intelligenza e dell’amore, della ragione e della fede. Non possiamo
avanzare nella conoscenza di qualcosa se non ci muove l’amore, e neppure possiamo amare qualcosa nella
quale non vediamo razionalità» (ID., Incontro con i giovani professori universitari, El Escorial, 19.08.2011).
25
L’aver denunciato le drammatiche conseguenze del distacco – operato da larghi settori della teologia
contemporanea – della caritas dalla veritas, nonché della negazione della taxis trinitaria tra esse (da lui
chiamata «dislocazione delle essenze») è forse il più grande merito del controverso filosofo Romano
AMERIO, la cui opera più nota, dal titolo Iota Unum, è stata ristampata di recente da due diverse case editrici
(Fede & Cultura di Verona e Lindau di Torino) e ha attratto l’attenzione anche de «La Civiltà Cattolica», che
qualche mese fa ha dedicato ad essa una recensione.
12
che senso tutto questo è legato al sacrificio? Nel senso che, in un mondo segnato dal peccato
– che è fuori e dentro di noi – amare così implica sempre la croce, il sacrificio di sé. Se
vivessimo in Eden, tutto sarebbe facile, ma siccome siamo nel cosmo decaduto come
creature decadute, allora tutto si è complicato. Lo dice san Paolo: vedo e voglio il bene, ma
tendo verso il male e persino lo scelgo (cf. Rm 7). C’è una lotta da affrontare per amare. Per
questo dobbiamo essere forti, dobbiamo essere in un certo senso degli eroi. Il sacerdote
rilassato, il sacerdote disinteressato, quello ripiegato su una meschina visione della vita; ma
pure il sacerdote “amico” di tutti senza distinzione, quello che non richiama, che non esorta,
che all’occorrenza non rimprovera – tutto questo non può essere il nostro ideale e quindi
non può coincidere con il nostro stile di vita.
Per amare Dio in verità dobbiamo sacrificare il nostro io. La legge del Signore ci chiede
cose che non sono immediate, non sono facili, bensì si conquistano e si difendono
strenuamente, giorno dopo giorno. È fin troppo evidente che il celibato rientra tra queste
richieste del Signore. Noi abbiamo scelto di sequire la chiamata di Cristo e lo abbiamo fatto
liberamente e consapevolmente: il celibato non ci è stato imposto dalla Chiesa, lo abbiamo
scelto quando abbiamo chiesto di diventare sacerdoti. È una grande gioia essere solo del
Signore, ma può essere anche una grande fatica, almeno in certi momenti. Forse a pesare
non è principalmente la continenza, quanto piuttosto l’assenza di una compagna fedele, dei
figli, di una famiglia propria. Quindi il celibato è, almeno a volte, un sacrificio, non sempre
è facile. Proprio per questo ha un immenso valore. Forse quando si continua ciclicamente a
riproporre la sua abolizione, alla base la vera ragione è questa: non si comprende più
l’immenso valore del sacrificio fatto per amore e con amore. I fedeli laici – che pure in
partenza non hanno fatto questa scelta – spesso affrontano questo e persino maggiori
sacrifici per amore. Quanti mariti, quante mogli offrono enormi sacrifici per amore del
coniuge, dei figli? Dovremmo chiedere di abolire questi sacrifici? Dovremmo sperare che la
vita fosse più facile? In realtà questa è la stessa mentalità che c’è dietro l’ideologia
dell’aborto, del divorzio, dell’eutanasia, dell’eugenetica, dell’ingegneria genetica: si tratta in
fondo di spianare la strada, di eliminare le asperità, di spazzare via le occasioni di sacrificio
e le sofferenze di ogni genere. Così facendo, però, si impoverisce il mondo, perché il
sacrificio viene dall’amore o almeno favorisce lo spuntare dell’amore nel cuore dell’uomo.
Di fronte a un sacrificio, l’uomo infatti si chiede: perché vale la pena fare questo, o subire
quest’altro? E la risposta è l’amore: vale la pena per amore. Così il nostro celibato, la fedeltà
13
alla preghiera, ai doveri del nostro stato sacerdotale. Si tratta di veri sacrifici: perché fare
questo? vale la pena? qual è il motivo? È la risposta giusta è solo una: l’amore per Dio. Qui
potremmo approfondire quella intima unione dell’anima sacerdotale con il Signore, che
viene realizzata in modo sommo nella Comunione sacramentale, anch’essa parte del
Sacrificio della Santa Messa; ma dobbiamo astenerci per ragioni di spazio.
Questo amore vero per Dio, amore nella croce, diventa poi amore per le anime, cosa che
ci conduce ad aggiungere brevemente qualche altro spunto sull’ultimo tema, quello della
Missione.

Missione
Alla fine della Santa Messa, dopo il ringraziamento alla Comunione, fatto stando seduti
alla sede e in totale silenzio per almeno un paio di minuti, il sacerdote imparte la
benedizione e congeda l’assemblea. È importante che la Messa finisca come è iniziata: sotto
il segno della croce, a ribadire l’aspetto eminentemente sacrificale della Celebrazione
Eucaristica. Non a caso, Paolo VI decise di mantenere il segno di croce iniziale e finale nel
nuovo Messale, nonostante il fatto che gli venisse proposto di abolirli. Evidentemente Papa
Montini conosceva il valore del segno della croce26 e il fatto che esso fa come da cornice a
tutta la Messa, insegnando il valore che essa ha: la Messa è il rinnovamento in forma
sacramentale della croce del Golgota. Il segno di croce finale viene accompagnato dalla
benedizione fatta nel nome della Trinità, cui segue il congedo dei fedeli. Anche questa
connessione è interessante. La Messa – lo si è detto – non è una semplice riunione fraterna,
ma è un evento di grazia. Andiamo a Messa non di nostra spontanea volontà semplicemente.
Vi andiamo perché chiamati, convocati da Dio, attirati dalla grazia dello Spirito Santo nei
nostri cuori. L’atto di andarvi è ovviamente libero – per questo molti purtroppo non lo
compiono – ma di una libertà attratta e sostenuta dalla grazia, non autonomamente orientata.
La stessa parola Chiesa, d’altro canto, in greco indica la convocazione (da ek-kaleo,
«convocare», proviene ekklesìa, «convocazione, adunanza»). Essendo andati a Messa per
divina vocazione, ora lasciamo la Messa con la divina benedizione e con una missione da
svolgere, dataci da Dio. Questo è il senso del congedo finale: «Ite, missa est». Cosa vuol

26
Un utile compendio, ricco di notizie storiche, è il saggio di M. LOCONSOLE, Il segno della croce. Storia e liturgia, Progedit,
Bari 2009 (il libro è purtroppo segnato da molti refusi). A livello teologico: G.M. SALVATI, Teologia trinitaria della croce,
LDC, Leumann (To) 1987.

14
dire questa formula? Diversi specialisti hanno ipotizzato che potesse far riferimento
all’antica consuetudine romana del fermentum, una particola dell’Ostia consacrata dal Papa
nella sua Messa pontificale, particola che dagli accoliti o dai diaconi veniva portata alle
chiese dell’Urbe e inserita nel calice durante la Messa ivi celebrata 27. Era un segno visibile
della comunione tra il presbitero celebrante e il suo vescovo nella città di Roma. «Ite, missa
est» allora avrebbe il significato di «andate, perché [la particola] è stata inviata», ossia è
stato compiuto l’ultimo atto del rito, che perciò si è concluso. Ma ormai si è capito che
questa formula di congedo ha un valore più teologico: essa fa coincidere missa non
semplicemente con dimissio, bensì con missio, come ha insegnato anche Benedetto XVI:
«Ite, missa est. In questo saluto ci è dato di cogliere il rapporto tra la Messa celebrata e la
missione cristiana nel mondo. Nell’antichità “missa” significava semplicemente
“dimissione”. Tuttavia essa ha trovato nell’uso cristiano un significato sempre più profondo.
L’espressione “dimissione”, in realtà, si trasforma in “missione”»28.
Da tutto ciò traiamo importanti conseguenze. Una di tipo celebrativo innanzitutto:
quando il sacerdote benedice il popolo e lo congeda, egli non lo fa a nome personale, come
presidente di un’assemblea autocostituita, bensì come ministro di Dio. La benedizione finale
e il congedo sono atti sacerdotali. Perciò egli non dice: «ci benedica Dio onnipotente», né
«andiamo in pace». Non è l’esortazione di un fratello ai fratelli: è un comando dato da colui
che agisce – per quanto indegnamente – in persona Christi capitis. Attraverso il sacerdote,
Cristo benedice dall’alto il suo popolo amato e gli dà un ordine, una missione da svolgere:
quella di essere fedeli a Lui in ogni momento della giornata, e nelle diverse situazioni di
vita29. Non dobbiamo qui meditare su ciò che implica questa missione per i nostri fedeli
laici, dovendo qui riflettere solo sul sacerdote.
Tocchiamo allora, per concludere, l’aspetto dell’amore vero per i fratelli, che per il
sacerdote coincide con la sua missione sacerdotale. Anche a lui il Signore dà una missione
alla fine della Messa: quella di occuparsi dei fratelli nelle cose che riguardano Dio. In
questo senso, la missione sacerdotale non è mai cambiata dal tempo dell’Antico
Testamento. Infatti la Lettera agli Ebrei riconosce, come compito e missione propri del

27
Cf. J.A. JUNGMANN, Missarum sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Ancora,
Milano 2004 (edizione anastatica dell’originale Marietti), II parte, pp. 236-243.
28
BENEDETTO XVI, Sacramentum Caritatis, n. 51.
29
Cf. M. GAGLIARDI, «Il sacerdote nei riti di conclusione della Santa Messa», Zenit 14.04.2010 (Permalink:
http://www.zenit.org/article-22059?l=italian).
15
sacerdote anticotestamentario, quello di occuparsi degli uomini nelle cose che riguardano
Dio30. La stessa Lettera fa capire chiaramente che questa è stata l’essenza anche del
sacerdozio di Cristo, tutto volto al vero bene degli uomini, ossia alla loro redenzione dal
peccato. Noi, sacerdoti ministri di Cristo, partecipiamo al suo sacerdozio, ragion per cui non
possiamo avere altra missione che la sua. Operare per il vero bene delle anime significa
pertanto operare nel campo della redenzione dal peccato. Noi sacerdoti abbiamo come
missione quella di assistere Cristo nella sua opera di purificazione e riabilitazione dei
peccatori, ricordandoci sempre che tra questi, come dice san Paolo, i primi siamo noi (cf.
1Tm 1,15). Ma, a motivo del dono ricevuto, abbiamo un ruolo di maestri, di padri, di
pastori. Come ha ricordato in una sua omelia Benedetto XVI, ciò implica anche che il
pastore usi il bastone per scacciare i lupi, perché anche questa è opera di misericordia31.
Così il tema della missione come amore del prossimo si incrocia di nuovo con quello del
sacrificio. Anche qui noi sacerdoti impariamo dalla Messa che si ama solo nel sacrificio. Se
noi uomini fossimo senza peccato, la guida pastorale delle anime sarebbe facile. Ma
siccome siamo nel peccato essa è difficile, perché dobbiamo lottare su un duplice fronte. Il
primo è il fronte rappresentato da noi stessi: il peccato fa sì che ci sia in noi una costante
tentazione ad abbassare l’ideale sacerdotale, a vivere anche i momenti più sacri della nostra
fede e del nostro ministero con stanchezza, apatia, disillusione, senso di abitudine. Alla fine
tutto questo comporta un grave raffreddamento della fede e, perciò, dello zelo. La prima
lotta è contro il senso di abitudine al sacro, da una parte, e dall’altra di abitudine alla
situazione concreta della vita segnata dal peccato. Da una parte, abbiamo celebrato decine di
migliaia di Messe, migliaia di battesimi, matrimoni, confessioni, perciò corriamo il rischio

30
«Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che
riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5,1).
31
«Il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i
briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad
attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del
sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i
falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere
un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni
della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il
disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di
Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di
nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili
e a seguire il Signore» (BENEDETTO XVI, Omelia a conclusione dell’Anno Sacerdotale, 11.06.2010).
16
di perdere lo stupore davanti al mistero sacramentale32. Dall’altra, constatiamo che, per
quanti sforzi facciamo, il mondo è apparentemente sempre uguale, molti dei nostri fedeli
non si convertono, non crescono, commettono sempre gli stessi peccati e i nemici della
Chiesa continuano ad attaccarla senza tregua. Allora siamo tentati di desistere e di ritirarci
in uno stile di vita tranquillo e disimpegnato. Quando si arriva a questo stadio, l’espressione
«missione sacerdotale» ha perso il suo contenuto ed il suo fascino.
Il secondo fronte della missione e della lotta è stato con ciò già accennato: è la lotta con
gli altri, ossia la lotta per farli crescere nella fede, perché rispondano meglio agli inviti della
grazia divina. Nel senso buono del termine, dobbiamo essere «strateghi» nella guida delle
anime, trovare il modo giusto per sfondare il fronte di ogni anima, le barriere che ognuno
pone a difesa del suo egoismo. Dobbiamo sfondare tali barriere per fare entrare la luce di
Cristo. Per far ciò a volte dobbiamo soffrire l’incomprensione e la contrapposizione. Tutti i
santi hanno fatto questa esperienza. E qui abbiamo due scelte: o accettare di soffrire
qualcosa per Cristo, pur di parlare chiaro alle anime, quando ce n’è bisogno. Oppure cercare
il quieto vivere, cercare di essere amici di tutti – amici, però, in senso superficiale – e quindi
non correggere, non riprendere, non esortare, dire solo le parole che la cultura di oggi
accetta facilmente, tralasciando quelle scomode. Ciò significa lasciare le anime nelle tenebre
del peccato, perché siamo più attaccati alla nostra vita tranquilla, che non al loro bene in
Cristo. Se scegliamo la vita tranquilla, rifiutiamo la missione; e la rifiutiamo perché non
amiamo il sacrificio di noi stessi. Sono illuminanti le parole pronunciate non molti giorni fa
dal Santo Padre, nel corso della consueta Udienza generale del mercoledì. Facendo
riferimento all’apostolo san Paolo, il Papa ha detto che egli:
«Dedicò la sua vita a portare il messaggio di riconciliazione e di pace del Vangelo,
spendendo ogni sua energia per farlo risuonare fino ai confini della terra. E questa è stata la
sua forza: non ha cercato una vita tranquilla, comoda, lontana dalle difficoltà, dalle

32
«Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua
vita. In questo senso “servire” significa vicinanza, richiede familiarità. Questa familiarità comporta anche un
pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine. Si spegne così il
timore riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo,
sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla realtà
straordinaria, contro l’indifferenza del cuore dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre di nuovo la
nostra insufficienza e la grazia che vi è nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani» (BENEDETTO
XVI, Omelia nella Messa crismale, 20.03.2008). Si ricordi che GIOVANNI PAOLO II scrisse la sua ultima
enciclica, la Ecclesia de Eucharistia, con lo scopo dichiarato di ridestare lo «stupore eucaristico» in seno alla
Chiesa (cf. n. 6).
17
contrarietà, ma si è consumato per il Vangelo, ha dato tutto se stesso senza riserve, e così è
diventato il grande messaggero della pace e della riconciliazione di Cristo. La spada che san
Paolo tiene nelle mani richiama anche la potenza della verità, che spesso può ferire, può
far male; l’Apostolo è rimasto fedele fino in fondo a questa verità, l’ha servita, ha sofferto
per essa, ha consegnato la sua vita per essa. Questa stessa logica vale anche per noi, se
vogliamo essere portatori del regno di pace annunciato dal profeta Zaccaria e realizzato da
Cristo: dobbiamo essere disposti a pagare di persona, a soffrire in prima persona
l’incomprensione, il rifiuto, la persecuzione. Non è la spada del conquistatore che costruisce
la pace, ma la spada del sofferente, di chi sa donare la propria vita»33.

Conclusione
In conclusione, quando noi sacerdoti meditiamo, per quanto così brevemente, sulla Santa
Messa che celebriamo, ci accorgiamo che essa è una grande chiamata alla santità
sacerdotale. La Santa Messa ci ricorda il grado di straordinaria dignità cui il Signore ci ha
elevato senza alcun merito previo e, al tempo stesso, ci rammenta la responsabilità che la
nostra vocazione comporta. Noi sacerdoti siamo chiamati ad essere uomini della croce,
uomini del sacrificio. Proprio questa via – che oggi tanto ci spaventa, perché siamo anche
noi condizionati dalla cultura edonista del nostro tempo – è la via della nostra santificazione
e della nostra felicità vera e duratura. Chiediamo al Signore, proprio durante la Santa Messa
celebrata con attenta devozione, questa grazia: che ogni giorno ci faccia riscoprire la
bellezza del nostro essere e ci infonda la forza per agire come dobbiamo. Essere sacerdote
non vuol dire altra cosa che stare in croce con Gesù. Questo fa soffrire, di certo, ma dà
gioia. Tutti noi lo sappiamo e ne abbiamo fatto tante volte l’esperienza: quando ci siamo
sacrificati per amore di Dio e per le anime ci siamo stancati, ci siamo contrariati, forse
persino esauriti, ma abbiamo avuto gioia, quella gioia intima che nessuna altra cosa o
persona ha mai potuto darci. Essere uomini della croce, perciò, non vuol dire non conoscere
la gioia, bensì conoscere la gioia vera. Dà molta più gioia soffrire in croce con Cristo, che
danzare insieme al demonio.

33
BENEDETTO XVI, Udienza generale, 26.10.2011.
18

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