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CORSO DI DIREZIONE DI CORO II

La musica corale minimalista

Alex RUSSO
Matr.: 62/II

ANNO ACCADEMICO 2019-2020


Nel corso degli ultimi due secoli abbiamo assistito a una grande
diversificazione e frantumazione dei linguaggi, così come una enorme
ricerca e sperimentazione sonora dalla grandissima forza espressiva.

Ed è proprio questa varietà di sperimentazioni e di linguaggi espressivi che


un coro, in base alle proprie attitudini e alla propria conformazione, può
avvicinarsi al vasto mondo della musica corale contemporanea, che arriva
fino ai giorni nostri.
Un repertorio che si fonda sulla poesia e si incentra sull’uomo ma che si
mostrano complessi e diversi tra loro;

“[…] un repertorio in cui il rapporto fra la tecnica compositiva e quella


esecutiva/interpretativa diventa sempre più interdipendente, e dove le
forme di emissione vocale, spesso diversissime e lontane fra di loro,
contestualizzandosi al repertorio, assumono pari dignità e
diventano un’imprescindibile base per la caratterizzazione espressiva del
testo poetico e musicale.”

Nel XX secolo la musica subisce una enorme scossa a livello strutturale ed


estetico. La nascita della serialità come quella della atonalità, il
neoclassicismo, la, il minimalismo e quant’altro. Nella musica corale ci sono
dei “riflessi” che si sono avvicinati a queste correnti e che hanno portato a
cambiare il rapporto tra linguaggio e musica.

Per addentrarci nel mondo della musica contemporanea corale non


possiamo non concentrarci sull’uso del testo e della parola.
In questo caso però vorrei concentrarmi sulla musica minimalista che ha
colpito maggiormente il nostro tempo.

Come spesso è accaduto negli anni delle avanguardie storiche, il


minimalismo nasce in contrapposizione al serialismo della musica colta
europea di Anton Webern per rendere più accessibile la musica
d’avanguardia astratta dei primi anni sessanta, da loro considerata
“impossibile da ascoltare”.
Sono composizioni generalmente basate sulla ripetizione costante di schemi
semplici. Per la musica corale si possono annoverare compositori come
Philip Glass, Arvo Pärt, Karl Jenkins, Ola Gjeilo ecc.

Per cancellare definitivamente la concezione del minimalismo come mera


ripetizione porto qui l’esempio del compositore Arvo Pärt, Magnificat del
1989.
Arvo Pärt è compositore di Musica Sacra e nella sua musica esiste una
corrispondenza “matematica” di note e testi liturgici. La sua concezione
musicale parte da alcuni assunti di base: la musica è connessa al numero
perché tutte le strutture musicali sono simmetriche, basate su proporzioni
numeriche, come d’altro canto già affermato dagli antichi greci.

Pärt, naturalmente, non si limitò a questo ma estese il concetto al metodo


compositivo che lo ha reso celebre nel mondo e che ha risposto ad una
crescente domanda di arcano, di spiritualità e misticismo con l’intento di far
riflettere gli uomini a partire da sé stessi. Il metodo da lui definito
tintinnabuli trae origine dallo studio delle risonanze delle campane. Una
campana se ripetutamente percossa produce un’armonia costitutiva di
svariate onde sonore che oscillano attorno a una frequenza grave. La tecnica
riproduce queste oscillazioni come successione e giustapposizione di linee
melodiche che generano le più diverse forme armoniche. Tutti i suoi brani
più celebri si riconducano a questo metodo.

Nell’inizio del Magnificat qui sotto riportato, vediamo come la


destrutturalizzazione del metro comporta una libertà espressiva,
riprendendo i modelli dei madrigali rinascimentali e nel frattempo continua
l’uso del suo metodo “tintinnabuli”. L’uso della tonalità è al quanto
superfluo poiché si notano all’interno del brano l’utilizzo dei modi come
fondamento della composizione.

Nel suo libro Arvo Pärt, Paul Hillier fornisce utili suggerimenti per
l'esecuzione delle opere di Pärt. Fa notare la difficoltà di cantare la musica
tintinnabolare senza interruzioni, perché la parte per sua stessa natura non
è mai sempre uguale. Poi continua,
“Un'altra possibile fonte di non-omogeneità deriva dalla frequente
presenza di note più lunghe nel mezzo di una frase. (Il Magnificat è pieno
di tali momenti.) Queste note più lunghe possono facilmente diventare
momenti “morti” (a tal punto che si riesce quasi sentire i cantanti che
contano), e poi quando la fine della nota si avvicina ci dovrebbe essere
una leggera spinta mentre le voci barcollano verso la nota successiva.”

Hillier consiglia un'attenta cura all'accordatura degli intervalli puri, oltre a


provare la musica molto lentamente per capire la gravità che deve essere
espressa. Dice: "Forse non è un caso che ho preso in prestito queste tecniche
dalla mia esperienza con la musica antica".
Un altro esempio di minimalismo nel nostro millennio ce lo porta il
compositore Ola Gjeilo.
Nato a Oslo nel 1978, Ola Gjeilo ha studiato al Royal college of music di
Londra e ha conseguito il master in composizione classica alla Juilliard
School di New York, città in cui attualmente vive e lavora. La sua
produzione è prevalentemente rivolta al repertorio corale, sia sacro che
profano, e si muove lungo i binari di un linguaggio che rappresenta
un'efficace miscela tra idiomi riferiti appunto al mondo classico, al jazz e
alla musica da cinema.

«Ho sempre fortemente voluto che la mia musica raggiungesse e toccasse


nel profondo dell'anima il maggior numero possibile di persone, senza per
questo essere superficiale o sentimentale, ma in modo serio ed edificante.
Credo che per qualche decennio questo non sia davvero stato l'obiettivo
principale di molti miei colleghi contemporanei...»

The Rose - Decca Classics, 2017


Ed ecco dunque perfettamente inquadrato il minimalismo. Tutti i suoi brani
sono tutti frutti di una vocazione alla semplicità che si traduce in uno stile
caratterizzato da fresca invenzione melodica, ricerca timbrica e
immediatezza espressiva, per colonne sonore con una evidente
connotazione “visiva”.

Si può dire che il compositore utilizza il coro come una sorta di pentolone
timbrico, in cui si diverte a trovare le soluzioni stereofoniche più disparate
e cercando di rimanere sempre in un ambito di musica colta senza risultare
scontato.

The Spheres - Walton Music Group 2010


Possiamo dire che il minimalismo frammenti musicali molto brevi vengono
ripetuti e sovrapposti in un continuo che procede per minime variazioni di
ritmo, lunghezza, altezza e timbro.
L'ascolto della musica minimalista, accompagnato da una particolare
concentrazione, può portare ad uno stato di ipnosi, di coscienza meditativa.
Il lento variare del materiale sonoro organizzato secondo uno stile
minimalista, vuole porre l’attenzione sui piccoli particolari, sulle sfumature.
In questo modo i compositori minimalisti intendono far percepire la musica
come una “presenza” sonora, liberata dal dovere di comunicare per forza un
messaggio, un'idea o una storia.

Uno dei compositori che più si avvicina a questa definizione di minimalismo


è sicuramente Philip Glass. Solitamente considerato tra i capifila del
minimalismo, Glass ha composto molte opere corali:
• The Olympian: Lighting of the Torch and Closing (per orchestra e coro, 1984)
• Itaipu, (ritratto sinfonico per orchestra e coro in quattro movimenti, 1989)
• T.S.E. (T.S. Eliot) (per voci e ensemble, 1994, musica per una pièce teatrale di Robert
Wilson)
• Psalm 126 (per orchestra e coro, 1998)
• Music for Voices (1970)
• Another Look at Harmony, Part IV (per coro e organo, 1975)
• Fourth Series Part One (per coro e organo, 1977)
• Three Songs (per coro a cappella, 1984, testi di Octavio Paz ed altri)

Another Look at Harmony, Part IV


Come si vede da questo estratto, l’interesse dell’ascoltatore può
focalizzarsi più sull’aspetto ritmico più che sulla melodia, che in questo
caso è pressocché inesistente. Anche l’aspetto della parola e del testo in
generale viene completamente abbandonato, usando fonemi semplici
come a, e, i, o, u, oppure utilizzando un coro a bocca chiusa.

Karl Jenkins – Stabat Mater (2008)


Negli stessi anni di Glass, un altro compositore si affacciava al mondo del
minimalismo. Questo compositore è Karl Jenkins.
Sir Karl Jenkins è uno dei compositori viventi più eseguiti al mondo.
Il suo brano The Armed Man: A Mass For Peace da solo è stato eseguito più
di 2000 volte in 20 paesi diversi da quando il CD è stato pubblicato, mentre
la sua produzione registrata ha portato a diciassette copie d'oro e premi disco
di platino.
Lo stile di questo compositore si può ricondurre al minimalismo per alcune
composizioni anche strumentali come il concerto per archi “Palladio”. Per
coro ho voluto prendere come esempio il suo Stabat Mater come
monumento al minimalismo ma anche come uno dei brani corali del XXI
secolo meglio costruiti.
Nell’estratto che ho proposto si vede la ripetizione ossessiva del verso
Stabat Mater dolorosa (per la precisione viene riproposta 7 volte
consecutive), e il tutto mantenuto da un denso tessuto armonico. Qui il testo
in latino, ma in altri brani troviamo testi in Inglese, Aramaico, Ebraico,
Greco e Arabo.
In questo ulteriore estratto si vede come queste lingue vengono usate
contemporaneamente, più precisamente:
- Soprano: Ebraico
- Contralto: Latino
- Tenore: Aramaico
- Basso: Greco
La complessità nell’eseguire questo brano è nell’intonazione di intervalli
dissonanti o poco comuni.
Per concludere posso affermare che la musica minimalista sia un punto di
arrivo ormai raggiunto e superato della musica colta e che nell’ambito
corale può essere molto utile didatticamente anche per la loro complessità
in settori specifici come la tenuta dei suoni, l’intonazione degli intervalli,
la cantabilità di una singola nota ecc.
Un brano minimalista è più fruibile da chi di musica colta ne conosce poca
e chi ha intenzione di inserirsi in questo mondo, ovviamente sempre in
modo graduale e guidato.

Qui di seguito riporto l’estratto di un saggio del M° Pier Paolo Scattolin:

“Una domanda che si pone è quanto di questo repertorio è praticabile


dalla coralità italiana. Credo sia importante iniziare da questa semplice
riflessione: la coralità amatoriale progredisce con il compositore che sa
mediare fra le proprie idee musicali e quelle della realtà corale con cui si
deve rapportare. Probabilmente la classificazione fra coro amatoriale e
professionale deve essere rivista sotto il profilo della capacità esecutiva
del gruppo. È evidente che se un coro amatoriale è all’inizio del proprio
percorso tecnico difficilmente riesce ad eseguire brani come quelli che
abbiamo citato. Ma è altrettanto vero che anche il coro professionista non
ha la possibilità di eseguire questo repertorio se non procede per uno
studio metodico che lo porti per esempio ad accettare un mondo vocale
molto variegato nell’emissione. Un coro professionale che abbia fatto solo
musica di teatro esclusivamente con l’accompagnamento strumentale o
orchestrale si troverà a disagio all’inizio per superare per esempio il
problema della tenuta intonativa e dell’unisono della sezione a causa della
tendenza alla vibrazione larga e costante. Penso che il passo importante,
per i compositori di musica corale, sia proprio quello di servirsi delle
risorse tecnico-sonore che abbiamo cercato di analizzare per costruire un
linguaggio compositivo che, scevro dal descrittivismo onomatopeico e dal
puro gioco sonoro privo di una visione poetica, sia saldamente strutturato
in una forma che tenda il più possibile alla comunicazione espressiva.”