Sei sulla pagina 1di 5

Pontificio Ateneo di S.

Anselmo
Facoltà di Teología
Bibbia e Sacramenti
Elaborato su «Dal battesimo di Giovanni al perdono cristiano» di G. Ibba
Roma, 19.01.16
PICKELNY, Germán – 10014
SCANU, María Pina

1. Identifica e sintetizza le idee centrali e i dati a sostegno

Giovanni battezzava solo per la conversione, necessaria perché Dio poi in qualche modo potesse
rimettere i peccati, la quale remissione sarebbe toccata a qualcun altro. Lui battezzava i peccatori
perché fossero purificati nel corpo dall’impurità contratta in conseguenza a comportamenti iniqui.
Ora, di quali peccati parla Giovanni? Probabilmente quelli relativi a certi comportamenti, come si
intuisce leggendo la risposta che egli dà a chi gli domandava che cosa bisogna fare per salvarsi. La
risposta data da Giovanni ai suoi interlocutori ricorda il contesto di Lv 25 (e anche Dt 15 e Is 61) e
del manoscritto che contiene il testo su Melchisedek. Un dato molto importante perché Melchisedek
è una figura messianica, come lo è Gesù. Il testo escatologico di Melchisedek ritiene quindi che
l’uomo non è in grado, da solo, di riuscirci. Sarà Melchisedek a rimuovere le iniquità. Il giudizio
verrà invece operato da Dio. Giovanni Battista viene mostrato dagli evangelisti come «personaggio
chiave» per comprendere Gesù e la sua azione.
Nei vangeli non si parla di Gesù che battezza (c’è un accenno, però corretto, in Gv 4,1), ma che
perdona e che rimette i peccati. Gli episodi delle guarigioni possono essere compresi sia come segni
della sua reale capacità di rimettere i peccati, sia come segno del cambiamento che avviene
nell’uomo grazie al suo perdono, sia perché la guarigione è il perdono stesso.
Matteo, all’inizio del suo vangelo (1,21), presenta Gesù come colui «che salverà il suo popolo dai
suoi peccati». Per Gesù, i peccati sono però soprattutto da intendere come le dinamiche interiori che
1’uomo porta con sé nel proprio cuore e che lo spingono a commettere il male, cioè a peccare. Credo
che il termine «peccato», quando è collocato nell’azione salvifica di Gesù, vada sempre fatto risalire
alla sua fonte, ossia, usando le categorie di Geremia, all’iniquità che è posta nel cuore dell’uomo. Per
questo motivo Gesù è in grado di «guarire», proprio perché così può manifestare la sua capacità di
cambiare radicalmente la natura umana.
Gesù però afferma che non tutti i peccati saranno perdonati. Ce n’è uno che non può essere
rimesso (Mc 3,29: chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno). Il
peccato che non può essere perdonato sembra essere quello di non accettare l’azione salvifica di Dio,
lo Spirito Santo, ossia di non ritenere valida o possibile tale azione, o, anche, pur credendoci, di non
accettarla o condividerla, cosa tanto assurda quanto quella di dire che Gesù scaccia il diavolo in
nome del diavolo.
Ora, con tutto questo Gesù non si limita a salvare l’uomo col suo perdono. Uno dei fulcri
principali del suo insegnamento si può dire è quello del perdono dell uomo al suo prossimo. Non si
tratta dunque di un azione che si limita solo al messia nel momento storico della sua vita sulla terra,
ma che è possibile anche agli uomini e ciò rende la comprensione del perdono più complessa,
soprattutto per la sua collocazione escatologica. Gesù spiega che ciò che ha fatto lui dovrà essere
fatto anche dagli uomini, soprattutto perdonare. Altro vincolo che Gesù pone, oltre a quello di
riconoscersi peccatori e di pentirsi, è quello di fare esattamente ciò che chiediamo per noi a Dio, cioè
di perdonare al prossimo. Se si giudica, motivo per cui non si perdona, si verrà giudicati allo stesso
modo, cioè non saremo perdonati; se si perdona si sarà perdonati, sempre nella stessa misura. Si può
parlare di una sorta di necessità del perdono, senza il quale non ci si salva. Un esempio di quello
appena detto è l’adultera (Gv 8,3-12). Se è vero che chi non giudica non sarà giudicato, e quindi chi
non condanna non sarà condannato, allora l’adultera, che non apre bocca fino a quando Gesù non la
interpella, non ha mai giudicato i suoi accusatori, probabilmente perché consapevole di ciò che aveva
commesso e delle conseguenze che la sua azione comportava se colta in flagrante, come era
successo. Penso che l’adultera si salvi soprattutto perché lei non ha giudicato per prima, non tanto
perché i suoi accusatori si sono resi conto di non essere migliori di lei e dunque in grado di
condannarla.
Nella stessa vía d’incondizionalità si colloca Mt 18,21-22: Il perdono non si limita a una volta
sola, ma va fatto ogni volta che qualcuno pecca contro 1’altro. Ma Lc 17,3-4 ci mette di fronte ad un
imbarazzo: Il verbo «rimproveralo» potrebbe richiamare ciò che noi oggi indicheremo come il giusto
rimprovero. Tuttavia questo verbo potrebbe sembrare un’aggiunta a ciò che doveva essere il
messaggio di Gesù, se si considera che in Marco non c’è. Alcuni testi non canonici, come la Regola
della Comunità e il Documento di Damasco, mostrano una pratica che può essere ricondotta a quanto
dice Luca e che ha la sua ispirazione in Dt 19,15 (cf. Lv 19,17) e che viene attestata anche in Mt
18,15-17. Se la correzione fraterna era una pratica già prevista in altri testi che non fossero
riconducibili al canone cristiano, è vero anche che questa pratica, come essi testimoniano, poteva
comportare l’esclusione dal proprio gruppo di chi non si pentiva. La comunità di persone che
aderirono all insegnamento di Gesù concepivano il perdono soprattutto, se non esclusivamente, come
qualcosa che avveniva all’interno di una comunità specifica, e cioè di un gruppo di donne e di
uomini che vivevano nell’attesa di un giudizio che si sarebbe basato sulla consapevolezza della
propria debolezza morale e sull’aiuto vicendevole a vivere rettamente, ammonendosi ma anche
perdonandosi reciprocamente perché nessuno poteva dirsi migliore dell altro. Mt 18,17 sembra
confermare questa prospettiva. Credo che si possa affermare che Matteo e Luca, nei passi riportati,
parlino del perdono in riferimento alla correzione fraterna, cosa che avviene solo tra gli appartenenti
allo stesso di gruppo di seguaci di Gesù. Questo perdono deve essere concesso di cuore e se chi ha
commesso il male si è pentito.
Gesù non sostituisce il perdono al giudizio; spiega che il giudizio e la condanna spettano solo a lui
alla fine dei tempi. Sembrerebbe allora che ci sia una contraddizione con quanto si è detto sul
perdono fraterno. Come si può rimproverare il fratello se non lo giudico? Se non posso ritenermi
migliore di un altro, come faccio a dire al mio fratello di pentirsi? Come faccio a non giudicare e,
nel contempo, a dire al fratello di pentirsi di qualcosa che io reputo un peccato? Se il perdono è
finalizzato a ottenere il pentimento di chi ha fatto un torto, allora il pentimento ristabilirebbe un
equilibrio che è stato spezzato da chi ha commesso qualcosa contro di me o contro la mia comunità.
Gesù in altre parti dice invece che bisogna perdonare sempre, senza la specificazione che deve prima
esserci il pentimento di chi ha fatto del male. Ma Lc 6,27-38 si oppone compietamente a quanto detto
sopra. Ora, c’è da capire se non c’è un contrasto con quanto dicono Matteo e Luca sulla questione: si
perdona se chi si deve perdonare si pente, oppure si perdona sempre? Però, Lc 6,40-42 sembra di
non voler negare la possibilità dell’ammonizione o del rimprovero. Alla fine, credo che sia assai
probabile che i brani riguardanti il perdono comunitario, siano da attribuirsi ad aggiunte fatte al
messaggio più radicale di Gesù e che si riferiscano a questioni legate a problematiche di convivenza
dei primi gruppi di seguaci di Gesù. Queste indicazioni non si discostavano molto da quelle che si
trovano in alcuni documenti già presenti nella Palestina del I sec. a.C., come si è potuto constatare. A
partire da questo, si può anche dire che questi brani non possono rappresentare un pensiero
originale, in quanto già esistente prima della nascita di Gesù. Ho l’impressione che Gesù, in qualche
maniera, abbia voluto fare in modo che gli uomini, perdonando, dovessero convertirsi e mettersi
nelle mani di Dio perché da soli incapaci di vivere rettamente. Direi che quindi l’idea originale di
Gesù sta proprio nella consapevolezza che perdonando ci si salva. Quello che è richiesto all’uomo è
dunque la conversione e l’accettazione di essere peccatori. Ogni volta che si perdona al prossimo
(non solo quello appartenente al proprio gruppo) c’è il rinnovamento della propria conversione in
quanto, per poterlo fare, si è costretti a riconoscere prima di tutto i propri limiti e che non si è
migliori di nessuno. Solo Dio è buono. Alla fine, il perdono dato sempre e il perdono concesso dopo
il rimprovero e dopo il pentimento di chi ha peccato sono qualitativamente uguali, solo che il primo
è veramente ciò che possiamo indicare come una delle novità dell’insegnamento di Gesù rispetto a
quello che già veniva predicato nel suo tempo. Perdonare sempre, cioè senza il vincolo del
pentimento di chi ha recato offesa, emerge dai passi riportati sopra, quando Gesù insegna la necessità
di rimettere i debiti ai debitori perché anche Dio faccia lo stesso con noi (Lc 6,36-37; cf. Mt 7,2; Mc
4,24).
Per essere perdonati da Dio Gesù chiede, rispetto al Battista, oltre che la confessione dei peccati
e la conversione, il perdono al prossimo. Solo così la colpa è veramente lavata. La salvezza sta nel
perdonare, prima che nell’essere perdonati; Dio stesso perdonerà agli uomini solo se così avranno
fatto ai loro simili. La pratica del battesimo sarà perpetuata dai discepoli di Gesù, perché segno del
cambiamento dell’uomo in virtù della grazia di Dio, e in riferimento alla condizione umana segnata
dal peccato. Però il vero perdono di Dio avviene quando chi si è convertito perdona al suo prossimo.
Tale capacità esiste solo quando c’è una reale conversione, altrimenti è impossibile. Si può dire che
il perdono al prossimo inteso da Gesù come via di salvezza è una novità rispetto al pensiero giudaico
precedente. Si può forse aggiungere che Gesù sviluppa e assolutizza categorie preesistenti nel suo
ambiente, rendendole in qualche modo nuove. Va rilevato, infine, che se il tema del perdono è così
sviluppato in Matteo, piuttosto che negli altri vangeli, è perché Matteo ha probabilmente cercato di
far emergere la continuità tra la vicenda di Gesù e le tradizioni giudaiche a cui si sentiva più legato.

2. Individua le espressioni e/o le parole-chiave usate e i loro significati

 Peccato-comportamento: sono dei singoli peccati, fatti concreti, piuttosto legati alla condotta
visibile del singolo. Su questi chiama alla conversione Giovanni il Battista.
 Peccato-dinamica interiore-iniquità: è quello che 1’uomo porta con sé nel proprio cuore e che
lo spinge a commettere il male, cioè a peccare nel concreto (= peccato-comportamento). Secondo G.
Ibba, sempre che il termine «peccato» è collocato nell’azione salvifica di Gesù va sempre fatto
risalire a questa sua fonte, cioè l’iniquità interiore.
 Perdono fraterno: È uno dei fulcri principali del insegnamento di Gesù, il quale non si limita a
salvare l’uomo col suo perdono, ma chiede di fare esattamente ciò che chiediamo per noi a Dio. Il
perdono non si tratta di un azione che si limita solo al messia nel momento storico della sua vita sulla
terra, ma che è possibile anche agli uomini e ciò rende la comprensione del perdono più complessa.
 Perdono dato sempre (= incondizionale): è veramente ciò che possiamo indicare come una delle
novità dell’insegnamento di Gesù rispetto a quello che già veniva predicato nel suo tempo. Perdonare
sempre, cioè senza il vincolo del pentimento di chi ha recato offesa, emerge dai passi riportati
nell’articolo (Mt 18,21-22; Lc 6,27-38, Gv 8,3-12), quando Gesù insegna la necessità di rimettere i
debiti ai debitori perché anche Dio faccia lo stesso con noi.
 Perdono dopo rimprovero: Lc 17,3-4 e Mt 18,15-17 sembrano di attestare un’aggiunta a ciò che
doveva essere il messaggio di Gesù, se si considera che questi passi in Marco non ci sono. Alcuni
testi non canonici (Regola della Comunità e il Documento di Damasco) mostrano una pratica simile
che può essere capita come originaria e precedente al vangelo. I branni di Lc e Mt possono riferire
questioni legate a problematiche di convivenza dei primi gruppi di seguaci di Gesù, che alla fine
dimostrano di essere una aggiunta al messaggio originale di Gesù.
 Figura messianica-escatologica: fa parte del messaggio profetico di Giovanni il Battista, il quale
annuncia che «viene un altro più forte di me». Del contesto della risposta giovanne emerge un
collegamento con Melchisedek comm figura messianica, come lo è Gesù. Questo testo escatologico
di Melchisedek ritiene quindi che l’uomo non è in grado, da solo, di riuscirci. Sarà Melchisedek a
rimuovere le iniquità, ciò che precisamente afferma l’autore del articolo, in riguardo a Cristo. In
questo contesto si ribadisce che il giudizio verrà invece operato da Dio.
 Peccato contro lo Spirito Santo: è il peccato che non può essere rimesso (Mc 3,29). Sembra
essere quello di non accettare l’azione salvifica di Dio, lo Spirito Santo, ossia di non ritenere valida o
possibile tale azione, o, anche, pur credendoci, di non accettarla o condividerla, cosa tanto assurda
quanto quella di dire che Gesù scaccia il diavolo in nome del diavolo.
 «Perdonando ci si salva» - «La salvezza sta nel perdonare» - «vero perdono di Dio»:
Mettiamo insieme queste tre espressioni perchè ci sembrano quasi sinonimi. C’è una dinamica
prolettica tra la conversione, la confessione dei peccati e il perdono ricevuto da Dio che si può
riassumere nel «perdonare al prossimo». Ovverosia, il perdono al prossimo (sempre, senza giudizio e
senza aspettare nessun segno di pentimento dall’altro) è inteso da Gesù come (unica) via di salvezza,
come azione complessiva de (e che in qualche modo certifica) la reale conversione, del vero perdono
che si riceve (oppure si aspetta di ricevere) da Dio e del gesto rituale della confessione del proprio
peccato tramite il lavacro battesimale.

3. Spiega quale apprendimento hai tratto dalla lettura del testo

La lettura curata del testo aiuta molto ad approfondire nella diferenza — già studiata nel corso sul
Battesimo nel NT — tra la predicazione di Giovanni (con l’offerta del suo battesimo di conversione)
e la predicazione gesuana e il battesimo offerto e predicato dalle prime comunità cristiane. In questo
senso, la differenza che realizza la dimensione escatologica non è da trascurarsi.
Poi, il testo serve a ricordare che la dinamica esistenziale precede e prosegue alla dinamica rituale,
le quali entrambe e due si arrichiscono e si fecondano a vicenda.
Inoltre, si può riconoscere, ancora una volta, la tensione dinamica tra continuità e rottura-novità
del messaggio di Gesù e le pratiche concrete delle comunità cristiane della prima generazione, con la
tradizione giudaica (in questo caso qua) e pagana (non attestata nell’articolo, ma certamente presente
nelle vicende sacramentali).

4. Argomenta sull’apporto dei motivi biblici per la teologia sacramentaria


A quello già espresso nel punto 5 dell’elaborato richiesto nel corso sul «Concetto biblico del
memoriale»1 del semestre scorso, aggiungerei soltanto una argomentazione su questo apporto biblico
alla sacramentaria che è allo stesso tempo una chiarificazione (o rettifica?) personale (e perciò stesso
umilissima e rispettosissima) sul titolo del presente corso «Bibbia e sacramenti», mettendo a prova
quello imparato fino ad oggi, nella nostra specializzazione dogmatico-sacramentaria.
Quella chiarificazione riguarda al «livello di esigenza» con cui ci mettiamo di fronte ai diversi
testi biblici, in riferimento alla problematica teologico-sacramentale. Cioè, non possiamo chiedere lo
stesso ai testi anticotestamentari come a quelli del nuovo testamento, e nemmeno all’interno di
quest’ultimo possiamo tratare i diversi branni come si fossero usciti dalla stessa «mano», nello stesso
«tempo», in circostanze uniformi.
In riguardo ai testi dell’AT, abbiamo imparato che non è possibile parlare grossolanamente di
«Bibbia e sacramenti», ma piuttosto di sacramenti all’interno del NT, soltanto. Questa è la prima
distinzione sul «livello di esigenza» ai testi. Un’operazione simile, assolutamente rimproverabile,
sarebbe quella di parlare — anche grossolanamente — di «Misteri pagani e sacramenti», come se
fossero equivalenti. Sappiamo che, come detto nella nota a piè di pagina, qualsiasi pretesa di
ricostruzione rimane un’ipotesi, più o meno retta. Ed è un’esigenza sempre maggiore quella di
muoversi tra i diversi testi e tradizioni con molta cautela e con un approccio di distinzione quasi
chirurgico.
Dunque, conseguentemente con il mio discorso, forse ci sarebbe più utile, come apporto peculiare
in questo caso qua, fermarci di più — forse lasciando fuori i temi già passati in rassegna nello studio
specifico proposto dai corsi fondamentali (sul battesimo, la cena del Signore e i ministeri nel NT,
così come quello di Bibbia e liturgia) — nei punti che lasciano aperti (perchè non trattati) i suddetti
corsi (come è stata la proposta del corso sul «Concetto biblico del memoriale»), oppure proponendo
la riflessione biblica sui singoli sacramenti ai quali si riconosce di meno il loro fondamento biblico
(l’unzione degli ammalati, p.e.).

1
Il «continuum interno ed esterno» tra bibbia e liturgia nel quale si attesta che la liturgia porta la bibbia dalla situazione
di «Parola-custodita-come-informazione» alla situazione di «Parola-proclamata-celebrata-vivente-efficace-operatrice di
salvezza» e che — al di là di una pretesa, e quasi impossibile, «ricostruzione» originaria, dettagliata e verosimile di certe
strutture celebrative fondamentali presenti nella bibbia — ciò che sì è possibile (ed esigibile) è di fare la ricerca di testi in
cui si possono ritrovare le riflessioni teologico-liturgiche sui diversi riti e il loro modo di agire la salvezza.