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N MORTE DEL CHE

9 Ottobre 2017 · by Marco D'Angelo · in Maestri, Segni civili

Da quanti punti di vista si può (guardare e) raccontare un evento? Qualche anno


fa Horacio Altuna scelse di ri-narrare con una piccola storia a fumetti un frammento
di grande “S”toria: la morte di Ernesto “El Che” Guevara.

Al guerrigliero argentino, protagonista della rivoluzione cubana e icona – già in vita


– dell’immaginario di sinistra, era stata dedicata un’altra importante opera a
fumetti. Quella Che. Vida de Ernesto Guevara, firmata da giganti del fumetto
come Héctor Germán Oesterheld e Alberto Breccia (coadiuvato per la parte grafica
dal figlio Enrique), diventata essa stessa – anche per il suo complesso destino
editoriale – parte dell’immaginario colossale del Che. Senza dimenticare che anche
il maestro Magnus si è misurato con il mito guevarista in L’uomo che uccise Ernesto
Che Guevara, uno dei più intensi episodi della saga de Lo sconosciuto.

Altuna sceglie una strada completamente diversa dai precedenti. Il cartoonist si


concentra su un singolo drammatico evento, la morte di Guevara, o meglio un
concitato momento dopo l’assassinio da parte dei militari boliviani, esattamente
50 anni fa (il 9 ottobre 1967).
L’originalità espressiva dell’operazione sta nella scelta del punto di vista che Altuna
adotta in questo gioiello narrativo, ritmato in cinque intense tavole. A partire dal
titolo del racconto (Pastori) che confina il grande evento storico in una semplice
didascalia, posta nella vignetta d’esordio.

9-10-67 La Higuera, BOLIVIA

Il racconto gioca così con le competenze di chi legge, delegando al lettore fin
dall’incipit di completarne il senso. In primo piano, c’è la vicenda neorealista
(alla Ladri di biciclette) di un pastore in cerca delle sue capre, sullo sfondo il
racconto del cadavere del Che riverso su un tavolaccio per una foto destinata a fare
il giro del mondo.

Il “Che” di Mantegna, il povero cristo di Altuna


Sappiamo come è andata la Storia. I soldati boliviani – e i loro più o meno occulti
mandanti – avevano pensato che quella foto di Freddy Alborta avrebbe sancito di
fronte al mondo il loro trionfo. E, invece, per paradosso quell’inequivocabile ritratto
di morte avrebbe contribuito a dare vita imperitura al mito del Che.

Come suggerì il critico d’arte John Berger in un’analisi quasi “instantanea” diventata
anch’essa celebre, l’immagine finisce (improvvidamente) per richiamare
il Compianto sul Cristo morto di Andrea Mantegna (1303-1305), ammantando
di un’aurea mistica il ritratto del guerrigliero martoriato.

Altuna ci racconta la (sua) versione della storia, rovesciando la scala dei valori. Per
il pastore in cerca delle sue capre, la morte dell’eroe non ha nessuna importanza:
l’immagine – che richiama la celebre foto- è confinata in una sola vignetta, in uno
sguardo senza importanza gettato dal protagonista attraverso una porta aperta.

Il grande “Cristo laico” resta sullo sfondo per celebrare la vicenda di un “povero
cristo” qualunque. Dalla sua prospettiva (visiva nell’inquadratura,
“morale” nel racconto), il pastore non può comprendere il significato degli eventi.
In fondo è solo uno dei tanti poveri cristi, angariati dai militari boliviani, per cui
Guevara si stava battendo, incapaci di cogliere la qualità del suo impegno.

Così la battuta finale con cui il pastore commenta con la moglie la “brutta” giornata
vissuta diventa la chiosa amara del racconto:
I militari ci hanno fregato di brutto

Una battuta che si può leggere a livelli diversi in modi diversi. E nell’ambiguità
drammaturgica delle parole, Horacio Altuna definisce la sua marca d’autore e
soprattutto la forza feroce del suo stile ironico e caustico.