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ADAH, O DELL’INIZIO PERFETTO

6 Febbraio 2020 · by Marco D'Angelo

Quali sono i rapporti tra la parola e l’immagine nel fumetto? I romantici parlano di
un amore reciproco. I cinici malignano di un matrimonio d’interesse. Gli scienziati
del linguaggio che, per anni, hanno spaccato la nuvoletta in quattro alla ricerca
della particella del Dio Fumetto che rivelasse il senso del mistero, continuano a
interrogarsi.

Nel frattempo, basta rileggere una vignetta d’esordio come quella


di Adah di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo per dimenticarsi di ogni diatriba teorica
e godersi l’emozione disegnata dell’incontro tra lettere e tratti grafici.

La prosa ci catapulta in media res nella vita, appena cominciata, della piccola Adah,
poi il disegno a mezza tinta raccoglie il testimone e rilancia, rafforzando il tono del
racconto, il colore umano, l’afflato lirico. La forma diario, esaltata
dal lettering in corsivo, diventa la cifra stilistica dell’intero racconto giocato sul
contrappunto, ora ironico ora drammatico, tra ciò che il pennello di Ivo Milazzo
mette via, via in scena e ciò che la penna di Giancarlo Berardi suggerisce.
Adah, nel segno di Ken
Quando nel 1982 la giovane coppia creativa genovese dà alle stampe questa doppia
vignetta, incipit della storia – 46° albo della saga di Ken Parker – ha ormai marcato,
con precise scelte di stile, la distanza della serie dal canone bonelliano/texiano da
cui pure prende le mosse in termini di formato (la classica gabbia a 6 vignette per
tavola) e genere (il Western).

Per esempio, dopo una manciata di episodi, i papà di Ken Parker hanno scelto
di abolire le tradizionali didascalie utilizzate per dettagliare la vignetta con
indicazioni temporali e spaziali. In sede di regia, è Berardi a renderne superflua la
presenza, mutuando dal cinema, in maniera sistematica, la grammatica
cinematografica dei campi e dei ritmi. Allo stesso modo, viene ridotto al minimo
l’utilizzo di nuvolette/pensiero: l’unico modo per comprendere i sentimenti dei
personaggi diventa leggerne le espressioni, abilmente rese dalla recitazione grafica
di Milazzo.

E’ lui a completare “l’effetto cinema”, caratterizzando la messa in scena con un


segno tagliente, come l’ha definito Sergio Algozzino un tratto:
“sottile, modulato per espressione, incisivo, contorni spezzati, neri morbidi o
sfumati”.

E’ un segno graffiato sul foglio che nel “non finito” trova la sua dimensione
comunicativa.

Racconto illustrato VS
Fumetto
Ma tutto quello che Berardi e Milazzo hanno scelto di togliere dalle vignette
come zavorra verbale, sanno recuperarlo come afflato emotivo. Ecco, allora che le
didascalie – liberate dall’incombenza informativa – diventano un nuovo spazio
espressivo, efficace nell’ospitare il flusso interiore del personaggio.

Così, se abbracciate a un primo sguardo, le tavole zeppe di parole di Adah danno


– e vogliono dare in fondo – la percezione di un romanzo illustrato, quando ci si
immerge nella lettura di ciascuna vignetta, (ri)scopriamo l’emozione e la
dimensione specifica del fumetto. Nel romanzo illustrato, l’immagine commenta il
racconto facendoci vedere quello che nel testo verbale non è scritto, integrandolo,
arricchendolo, etc. In un fumetto, l’immagine è il racconto e l’elemento verbale, di
volta in volta, si fa colonna sonora, effetto speciale, scelta poetica. Proprio perché
hanno dimostrato di poter fare a meno della parola per illustrare l’azione, Berardi
e Milazzo ne recuperano la potenza in termini polifonici.

Come rileva Daniele Barbieri, questa impostazione si traduce in una scansione


narrativa, densa e al tempo stesso intensa:

…un ritmo narrativo sempre giustamente cadenzato, di solito abbastanza


lento da permettere al lettore di immergersi appieno nella situazione – con
abbondanza di dettagli ed eventi marginali, che, anche quando non
contribuiscono direttamente alla storia, interessano e divertono.

Nel caso particolare di Adah è proprio l’io narrante, a rendere ancora più
coinvolgente per il lettore la vicenda, fin da questa magistrale vignetta incipit. Nelle
lettere che la protagonista verga – e scopriremo nel corso della storia con quanto
dolore e fatica è arrivata a conquistarsi il diritto di scrivere e raccontarsi in prima
persona – oltre allo svolgersi degli eventi, c’è il senso di una intera vita. La forma
diario eleva il lettore a interlocutore “privilegiato” dell’eroina, perché lo interpella
direttamente a raccogliere le sue confidenze. Solo il lettore arriva a conoscere
davvero Adah, rispetto a tutti gli altri personaggi della storia, e perfino all’eroe Ken
Parker.
Adah senza Ken
C’è anche un altro livello di lettura, seriale, di cui tenere conto per cogliere la qualità
espressiva dell’incipit di questa storia. Nella vignetta compare la protagonista della
vicenda, Adah, ma non il protagonista della saga editoriale, Ken Parker. E, caso
ancora più singolare, ci vorranno altre 74 pagine, oltre 430 vignette, per vedere
l’eroe entrare in scena. Se, a livello di singola storia, insomma, la perfezione
dell’inquadratura sta in quanto vi compare, in un contesto seriale il fascino risiede
nella sua programmatica imperfezione, in ciò che rimane escluso e che, invece, ci
aspetteremmo di trovare: l’eroe.

Non si tratta di una trovata espressiva fine a se stessa (anche la copertina dell’albo
gioca sullo stesso principio): corrisponde ad una idea innovativa di serialità di
Berardi e Milazzo, lontana anni luce da quella monumentale e iterativa della
matrice Tex Willer. All’eroe, tutto d’un pezzo, artefice in ogni singola inquadratura
del suo destino narrativo, si contrappone un personaggio “primus inter pares”,
capace di ritrarsi dalla vignetta per far posto ad altri, voce tra le voci, storia tra le
storie. Un testimone del suo tempo che, come ha scritto Moreno Burattini:
si sente parte del mondo e compagno di viaggio dell’umanità – di tutta
l’umanità, anche la più derelitta.

Nota sul post


Questo post è la versione rivista di un articolo del 2013 della rubrica “La vignetta
perfetta” che curavo per la rivista digitale “ComX Dome”. Lo ripubblico oggi, per
celebrare nel mio piccolo il ritorno in edicola in una nuova edizione di Ken Parker,
fumetto a cui devo tanto, quasi tutto ciò che c’è di importante.