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COLLANA DIRETTA DA ARMANDO MASSARENTI

Lucio Russo
L'Ainerica diinenticata
I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo

A MONDADORI
�UNIVERSITÀ
La quasi totalità degli studiosi ha finora negato
l'esistenza di antichi contatti tra l'America
e il Vecchio Mondo, ma in questo libro,
indagando su una questione apparentemente
secondaria di storia della geografia (l'origine
di un grossolano errore di Tolomeo). si dimostra
che le fonti ellenistiche dell'antico geografo
conoscevano latitudini e longitudini di località
dell'America centrale. Questa scoperta
costringe a rivedere sotto una nuova luce molti
aspetti della storia. Da una parte mostra come
il crollo delle conoscenze che investì il mondo
mediterraneo all'atto della conquista romana
sia stato ben più profondo di quanto in genere
si creda. Dall'altra apre nuovi possibili scenari
di lungo periodo. lasciando intravedere
la possibilità di sostituire all'idea oggi dominante
dell'evoluzione indipendente e parallela
delle civiltà un'unica storia. connessa
sin dalla remota antichità.
Lucio Russo
L'AMERICA
DIMENTICATA
I rapporti tra le civiltà
e un errore di Tolomeo
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Progetto di copertina: Alfredo La Posta

In copertina: Olao Magno, Carta marina et Descriptio septemtrionalium terra­


rum, particolare.
Indice

Prefazione IX

PARTE PRIMA - Il problema: tante storie parallele


o una storia unitaria'?

1. Tra diffusionismo e determinismo biologico 3


1.1 Evoluzione biologica ed evoluzione culturale 3
1.2 Breve storia di un dibattito 6

2. L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo 15


2.1 Le prime civiltà urbane 15
2.2 La scrittura 23
2.3 Dai Balcani alla Mongolia 27
2.4 L'antica civiltà cinese 32

3. Vecchio e Nuovo Mondo 39


3.1 II grande laboratorio del neoevoluzionismo 39
3.2 Miti, eresie e fantastoria 41
3.3 Elementi culturali comuni 45
3.4 Le spedizioni dei Vichinghi in America 49
3.5 Era possibile attraversare l'Atlantico'? 52

4. Possibili tracce di antichi contatti transoceanici 55


4.1 Fonti americane 55
4.2 Galline che attraversano gli oceani 59
4.3 Altri dati biologici 60
4.4 Tracce archeologiche 64
L'America dimenticata

PARTE SECONDA - Un contributo alla soluzione:


l'origine di uno strano errore

5. Un tracollo culturale 71
5.1 Dalla fede nel progresso alla moda dei collassi 71
5.2 Gli avvenimenti del 146-145 a.C. 75
5.3 Il collasso culturale 87
5.4 Il restringersi degli orizzonti geografici 98

6. La geografia matematica e le dimensioni


della Terra 111
6.1 Il sorgere della geografia matematica 111
6.2 Eratostene di Cirene 114
6.3 Il metodo della misura di Eratostene 117
6.4 Ipparco e i suoi contributi alla geografia 122

7. Studiando Tolomeo si impara qualcosa


su Eratostene 131
7.1 I trattati geografici dopo il collasso 131
7.2 Le coordinate riportate da Tolomeo. 135
7.3 Il valore dello stadio 139
7 .4 La misura di Eratostene riconsiderata 141

8. Perché il mondo si restrinse 151


8.1 Il rimpicciolimento della Terra 151
8.2 L'origine dell'errore di Tolomeo 155
8.3 Si cercano le vere Isole Fortunate... 161
8.4 ... e ci si trova in America 167
8.5 Si ritrova anche Tuie 172
8.6 Altre due conferme 178
8.7 Si spiega una catena di errori 184

9. II ricordo nelle fonti classiche 187


9.1 La rotta occidentale per le Indie 187
9.2 Il continente oltre l'Atlantico nelle trattazioni
geografiche 191
9.3 Il continente oltre l'Atlantico nelle fonti letterarie 202

- - VI - -
Indice

10. Questioni chiuse e problemi aperti 209


10.1 Il risultato 209
10.2 Plausibili conseguenze 212
10.3 Problemi aperti e congetture 215
10.4 Verso la fine del determinismo biologico'? 218

Appendice A. Le coordinate delle città del campione 223

Appendice B. La misura di Eratostene e il suo errore 229

Indice delle opere e dei passi citati 233

Abbreviazioni bibliografiche 243

Indice dei nomi 255

Le illustrazioni del volume sono a cura di Francesca Romana Capone.


Prefazione

In questo libro si fa qualche luce su un problema generale di


grande rilievo risolvendone uno molto particolare.
Il problema generale riguarda i caratteri della storia: le di­
verse civiltà si sono evolute separatamente, seguendo leggi uni­
versali che hanno determinato le stesse fasi di sviluppo verso
strutture sociali di complessità via via crescente, oppure la sto­
ria dell'umanità è un'unica vicenda connessa, che ha conosciuto
evoluzioni e involuzioni'? Eventi come la nascita dell'agricoltura
e dell'allevamento, la scoperta della metallurgia e della ruota,
l'invenzione della scrittura, la costituzione di città e Stati si so­
no ripetuti più volte indipendentemente in quanto sviluppi na­
turali, determinati cioè dal nostro corredo genetico e da carat­
teristiche generali dell'ambiente, oppure sono eventi irripetibili
che hanno caratterizzato quel particolare percorso, tra gli infini­
ti possibili e i tanti realmente seguiti, che ha portato alla civiltà
attualmente dominante'?

La prima parte del libro illustra brevemente la storia del dibat­


tito teorico su questi problemi e mostra come gli sviluppi recenti
dell'archeologia, rendendo sempre più chiara la fitta rete di rela­
zioni che ha collegato sin da tempi antichissimi molti dei popoli
del Vecchio Mondo, non permettano più di considerare indipen­
denti i loro sviluppi culturali.
La convinzione, oggi condivisa da quasi tutti gli studiosi, del­
la totale assenza di contatti precolombiani tra l'America e gli al­
tri continenti, combinata con l'impressionante serie di elementi
culturali condivisi dalle civiltà americane ed eurasiatiche, è quin-

- - IX - -
L'America dimenticata

di divenuta di fatto il principale fondamento dell'idea che le ci­


viltà umane avrebbero seguito tutte indipendentemente lo stesso
modello di sviluppo: un'idea che ricorda da vicino, per la verità,
la teoria paleoantropologica, oggi completamente screditata, che
concepiva l'evoluzione biologica verso Homo sapiens come linea­
re e progressiva. D'altra parte gli eterodossi che hanno sostenu­
to l'esistenza di antichi contatti transoceanici hanno usato molti
argomenti di varia forza, alcuni dei quali raggiungono un elevato
grado di plausibilità, ma non hanno mai esibito una prova della
loro tesi accettata dalla comunità degli studiosi.

Nella seconda parte il problema è affrontato con uno strumen­


to nuovo, tratto dalla storia della geografia matematica. Claudio
Tolomeo, nel II secolo d.C., assegnò alla Terra dimensioni decisa­
mente minori di quelle che erano state determinate (con notevole
accuratezza, come vedremo) da Eratostene quattro secoli prima.
Ricostruendo l'origine di questo strano e drastico rimpiccioli­
mento del mondo si sono ottenuti risultati inaspettati.
In primo luogo l'errore sulle dimensioni della Terra si è ri­
velato conseguenza di un restringersi degli orizzonti geografi­
ci che è un aspetto di un generale collasso culturale, per lo più
ignorato, avvenuto a metà del II secolo a.C. Si tratta in realtà
di uno spartiacque nella storia del mondo mediterraneo, essen­
ziale sia per capire aspetti fondamentali dei nostri rapporti con
la cosiddetta �cultura classica» sia come caso esemplare di una
categoria di eventi che nella storia di lungo periodo possono
considerarsi frequenti.
In secondo luogo, usando precisi argomenti quantitativi, si è
scoperto che all'origine dell'errore di Tolomeo vi era il frainten­
dimento di dati geografici, risalenti a Ipparco, che riguardavano
località americane di cui in epoca imperiale non si conosceva
più l'esistenza e che erano stati interpretati come relativi a luo­
ghi del Vecchio Mondo. Si ottiene in questo modo una dimostra­
zione degli antichi contatti tra i continenti che rimette in discus­
sione il possibile grado di interdipendenza delle diverse civiltà
e, sottraendo il principale fondamento alla teoria delle evoluzio­
ni storiche parallele determinate da rigide leggi universali, apre

X
Prefazione

la possibilità di restituire anche alla storia umana quelle carat­


teristiche di impredicibilità e casualità che sono oggi assodate
per l'evoluzione biologica.

Sono ben consapevole di sostenere una tesi finora considerata


eterodossa dall'opinione compatta degli accademici e screditata
dalla popolarità che gode in un variegato ambiente di dilettanti,
a volte perspicaci ma spesso fantasiosi. È evidente, d'altra parte,
che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una te­
si non può essere rifiutata in quanto «già screditata», se emergono
argomenti nuovi a suo sostegno.
PARTE PRIMA
Il problema: tante storie parallele
o una storia unitaria'?
1
Tra diffusionismo
e determinismo biologico

1.1 Evoluzione biologica ed evoluzione culturale

Un tempo l'evoluzione biologica che ha dato origine all'uomo


era concepita come un processo lineare verso una crescente per­
fezione, culminante nel moderno Homo sapiens. Riproponiamo
una famosa illustrazione, ormai diffusa soprattutto in versioni ca­
ricaturali, che illustra bene questa idea.
Si trattava dell'estensione al livello biologico di uno schema
di sviluppo progressivo che è ancora in genere accettato nell'am­
bito della storiografia. Al cacciatore-raccoglitore subentrerebbero
fatalmente il pastore e l'agricoltore; lo sviluppo dell'agricoltura
porterebbe poi alla formazione di città e Stati; l'avvento di queste
istituzioni si accompagnerebbe all'introduzione della scrittura e

Figura 1. L'evoluzione verso Homo sapiens, concepita come lineare


e progressiva.

3
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

Figura 2. L'evoluzione culturale, concepita come lineare e progressiva.

dell'«alta cultura>►; l'evoluzione approderebbe poi ineluttabilmen­


te, attraverso fasi successive, alla civiltà attuale, caratterizzata da
capitalismo, democrazia parlamentare, conoscenze scientifiche e
tecnologia raffinata.
Torneremo più volte sulla parziale analogia tra sviluppi cultu­
rali ed evoluzione biologica, non tanto perché debbano necessa­
riamente seguire le stesse leggi, ma soprattutto perché gli studi dei
due fenomeni hanno subito i medesimi condizionamenti ideologi­
ci, cosicché le teorie elaborate nei due casi hanno finito spesso per
assomigliarsi ben più di quanto si assomiglino i fenomeni studiati.
Oggi l'idea di un progresso lineare, del quale noi stessi rap­
presenteremmo il culmine, non ha più alcun credito tra i biologi:
il modello attualmente accettato dell'evoluzione degli ominidi è
«a cespuglio>>, con diverse specie discendenti da un ceppo comu­
ne e a lungo coesistenti che hanno esplorato direzioni alternati­
ve di sviluppo. La circostanza che una di queste specie sia infine
riuscita a prevalere su tutte le altre, eliminandole e dando origine
alla cultura umana, è considerata uno dei tanti eventi irripetibili e
impredicibili della storia della vita e non un fine predeterminato.
Lo schema dell'evoluzione lineare è stato molto resistente, e lo
è ancora, nel caso della storiografia. Accettando tale schema dello
sviluppo storico si può ritenere che ogni cultura abbia un <<livello>►
determinato dal punto in cui si trova lungo una «scala naturale>►•
Tra diffusionismo e determinismo biologico

Homo liapiens ;
Homo florcsiensis Homo neanderthalcnsis


'
'
�-•--- ........

Homo ceprnncnsis
Homo erectus
I milione di annl fa

Pa.ranthropus Paranthropu,
rubustus OOisci

l
2 milioni di anni fa
.. ...
Kenyanthropus ).. -.. .---·---
rudolfcnsis i'
Australopithccus
AustralopitheclL'i ,.. garhi
africanus .........,..,..
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afarensis Austmlopithecus

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Kenyanthropus bohrel2ha7.ali
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.................. Australopit�ccusl 4 milioni di anni fa
<, anamcns1s
'•

''
'

Figura 3. L'evoluzione «a cespuglio" degli ominidi (i tratti uerticali


rappresentano l'estensione temporale delle specie per le quali è nota).

Un chiaro esempio di tale atteggiamento è fornito da uno dei


maggiori storici novecenteschi dell'antichità: Moses Finley. Nei
suoi influenti studi sull'economia antica, Finley argomenta infat·
ti le sue tesi primitiviste, secondo le quali l'economia del mondo
classico sarebbe stata appunto «primitiva>►, osservando che vari
concetti e strumenti economici e finanziari attuali mancavano nel·
le civiltà greca e romana: sottolinea, per esempio, che a quei tem·
pi non esisteva la professione di agente immobiliare e che non è
possibile tradurre il termine broker né in greco antico né in latino 1.
Con un criterio analogo la cultura eschimese, non avendo svi·
luppato l'agricoltura, deve essere giudicata «primitiva», indipen·
dentemente dal livello di sofisticazione raggiunto dalle tecniche

1
[Finley], p. 118.
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

di caccia e di pesca che hanno permesso agli Eschimesi di procac­


ciarsi il cibo in ambienti nei quali l'agricoltura è ovviamente im­
possibile. Allo stesso modo, la circostanza che molti popoli non
si siano dotati delle nostre istituzioni di democrazia parlamenta­
re può essere considerata una prova del loro «ritardo)) lungo una
strada che sarà comunque inevitabilmente percorsa. Anche gli
scienziati che cercano vita intelligente extraterrestre si basano im­
plicitamente sulla stessa convinzione, estendendola all'intero uni­
verso. La ricerca è infatti effettuata con l'ausilio di radiotelescopi,
dando per scontato che eventuali alieni «intelligenti)), in quanto
tali, certamente debbono avere sviluppato, come noi, una tecno­
logia in grado di emettere segnali radio. Obiettando che con ta­
le criterio Archimede non dovrebbe essere incluso tra le forme di
vita intelligente, si riceverebbe probabilmente la risposta che solo
un intervallo di pochi millenni separa Io stadio di sviluppo della
civiltà ellenistica da quello che inevitabilmente porta a inventa­
re la radio. L'idea che in altri mondi potrebbero essere avvenute
evoluzioni in direzioni per noi del tutto inimmaginabili sembra
appunto una possibilità raramente immaginata.
La presunta ineluttabile evoluzione progressiva è in realtà am­
piamente smentita dai ripetuti collassi che hanno portato alla
disgregazione di civiltà e in particolare dai collassi culturali, sui
quali torneremo. Ma se si ha fede nell'inevitabilità del progresso è
difficile riconoscerli e si tende a minimizzarne comunque la por­
tata, ritenendoli solo momentanee battute d'arresto.

1.2 Breve storia di un dibattito

La tesi che il percorso della storia umana sia costituito da


una progressione di stadi che si è ripetuta molte volte indipen­
dentemente nello stesso ordine è suggerita dalla constatazio­
ne che civiltà diverse hanno attraversato le stesse tappe: alcune
di grande importanza, come l'introduzione dell'allevamento,
dell'agricultura, della metallurgia e della tessitura, l'invenzione
della scrittura e l'istituzione di città e Stati, e altre di carattere
molto più particolare, come l'adozione di speciali tipi di armi o

6
Tra diffusionismo e determinismo biologico

giochi. Esiste un solo altro modo di spiegare queste coinciden­


ze: attribuirle ai contatti tra le civiltà.
Secondo le teorie diffusioniste classiche le innovazioni sareb­
bero nate in una particolare cultura per essere poi acquisite gra­
dualmente da popolazioni via via più lontane. Tali teorie hanno
avuto una particolare fortuna tra la fine del XIX e l'inizio del XX
secolo. Gli studiosi dell'epoca, influenzati dalle ideologie euro­
centriche e colonialiste del loro tempo, avevano spesso immagi­
nato che le innovazioni culturali fossero prerogativa di etnie par­
ticolarmente creative, ritenendo che popolazioni da loro consi­
derate meno dotate intellettualmente potessero acquisire impor­
tanti innovazioni solo per imitazione o per imposizione. Idee di
questo genere, che caratterizzano quello che possiamo chiamare
«diffusionismo colonialista>f, hanno raggiunto il culmine nel co­
siddetto «iperdiffusionismo>f, che individuava in una particolare
etnia la sorgente di tutta la civiltà umana. Grafton Elliot Smith
(1871-1937), per esempio, aveva sostenuto che tutte le scoperte
essenziali che avevano portato alle civiltà superiori fossero nate
in Egitto e si fossero da lì propagate al resto dell'umanità 2; una
teoria molto simile fu quella di Lord Raglan, che riteneva però
che il ruolo essenziale fosse stato svolto dalla Mesopotamia :i.
Nel XX secolo si erano sviluppate anche forme meno rozze
di diffusionismo. Nel 1940, in particolare, Alfred Kroeber ave­
va chiarito in un importante articolo 4 come l'acquisizione pas­
siva di elementi di altre civiltà non sia affatto l'unica alternativa
all'isolamento. Spesso il contatto con culture diverse è essenzia­
le nello stimolare creazioni in larga misura originali. Kroeber
fa vari esempi, tra i quali quello della porcellana europea, che
sappiamo essere nata dallo sforzo di riprodurre le porcellane
cinesi, importate da secoli. Gli europei la realizzarono tuttavia
con procedimenti di fabbricazione così diversi che un futuro ar­
cheologo ignaro dei rapporti tra Cina ed Europa, sulla base del
solo studio dei reperti, sarebbe portato con ogni probabilità a

2
[Smith].
:i [Raglan].
4
[Kroeber SO].
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

giudicarla un prodotto parallelo indipendente dalla porcellana


sviluppata in Cina.
A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso le teorie diffu­
sioniste sono state aspramente criticate e respinte.
Nei paesi anglofoni l'abbandono del diffusionismo è stato
guidato dal prevalere della processual archaeology (nata con il
nome di new archaeology), e del neoevoluzionismo, che negli
anni Sessanta e Settanta si sono imposti nei settori della pro­
tostoria e dell'archeologia. Si è trattato di indirizzi di studi che
miravano a trasformare queste discipline rendendole pienamen­
te «scientifiche ►► secondo i canoni correnti, abbandonando i tra­
dizionali metodi della storiografia e importando strumenti con­
cettuali dalle scienze naturali e da quelle esatte. Incoraggiati dai
successi ottenuti con metodi fisici, chimici e biologici, per esem­
pio nella datazione dei reperti, e dalle prospettive aperte dall'in­
formatica per il trattamento dei dati, gli esponenti della nuova
tendenza avevano l'ambizione di determinare le leggi scientifi­
che proprie dei «processi» dell'evoluzione storica, analogamente
a quanto facevano gli scienziati in altri settori 5• A questo scopo
ci si proponeva di adottare categorie proprie dell'antropologia,
della teoria dei sistemi e dell'allora nascente teoria della com­
plessità. La formazione dello Stato, per esempio, era vista come
l'esito di un processo di crescita della complessità delle struttu­
re sociali, che iniziando dalle bande passava per gli stadi inter­
medi delle tribù e dei chiefdom (caratterizzati dalla presenza di
un ,,capo>►, ranghi sociali e drenaggio delle risorse e dall'assen­
za di strutture amministrative permanenti e spersonalizzate) 6•
Lo studio delle società umane sarebbe così rientrato come ca­
so particolare in una teoria generale che prevedeva evoluzioni
caratterizzate dall'aumento della complessità per una classe va-

" Un'esposizione programmatica (particolarmente rozza) di questa ten­


denza è in [Watson LeBianc Redman]. Per una storia e una dura critica di
questi indirizzi si possono leggere [Yoffeee] e [Kohl MBAE], pp. 1-8, ai quali
si rimanda anche per una bibliografia sull'argomento.
6 [Scrvice].

8
Tra diffusionismo e determinismo biologico

stissima di sistemi non isolati, comprendente tra l'altro sistemi


fisico-chimici, ecosistemi e galassie 7•
Come negli esperimenti fisici è necessario controllare l'assen­
za di perturbazioni dovute a cause esterne al fenomeno indaga­
to, allo stesso modo si pensava che l'evoluzione di una società
umana potesse essere studiata meglio nel caso di assenza di in­
terazioni con l'esterno. Si capisce quindi come fossero oggetto
privilegiato di studio le popolazioni di isole del Pacifico, mentre
l'eventuale diffusione di elementi culturali tra civiltà diverse fosse
estranea agli interessi di questi studiosi. In generale gli eventi sto­
rici e i dati archeologici erano considerati poco rilevanti rispetto
ai modelli astratti suggeriti dalla teoria dei sistemi e dall'analisi
antropologica di popoli contemporanei. Poiché infatti la teoria si
basava sul presupposto - accettato implicitamente come un ne­
cessario ingrediente del nuovo ;;metodo scientifico» - che tutte le
società umane seguissero le stesse leggi evolutive, si pensava di
poter studiare «in vivo» le fasi iniziali dell'evoluzione sociale in
popolazioni attuali considerate «primitive».
Si assumeva che gli elementi comuni acquisiti da civiltà diver­
se fossero «naturali», ossia determinati necessariamente dalla no­
stra natura. In realtà sembra naturale semplicemente tutto ciò a
cui si è assuefatti, come appariva l'istituto della schiavitù ad Ari­
stotele e l'uso di archi e frecce a chi non avrebbe nemmeno imma­
ginato la possibilità di costruire cerbottane (e viceversa). Teorie
antidiffusioniste come quelle tipiche della processual archaeology
basata sul neoevoluzionismo richiedono, anche se il più delle vol­
te inconsapevolmente, l'accettazione di una forma di «determini­
smo biologico», secondo il quale il nostro corredo genetico gui­
derebbe lo sviluppo storico, portando inevitabilmente gli uomini
a reinventare in ogni caso, nella stessa successione, archi e frecce,

7
La legge generalissima che prevedeva l'aumento della complessità nel
tempo per tutti questi sistemi è stata detta «secondo principio della com­
plessità», alludendo al secondo principio della termodinamica, che prevede
il comportamento inverso per i sistemi isolati. Per un'intelligente critica a
questo ambizioso progetto di teoria si può leggere [Greco].

9
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

altari e sacrifici umani, aratri, giochi da tavola, libri e apparecchi


radio (e anche la professione del broker).
Una seconda radice del rifiuto del diffusionismo era ideologi­
ca. All'atto della decolonizzazione le teorie diffusioniste sono sta­
te respinte anche perché erano state condizionate da preconcetti
eurocentrici e colonialisti, che portavano a negare originalità e
inventiva alla maggioranza delle civiltà umane.
Il neoevoluzionismo è stato però anch'esso pesantemente
condizionato da elementi ideologici. L'enfasi sul valore dell'au­
tonomia politica dei paesi usciti dal passato coloniale induce­
va infatti gli archeologi a considerare positivamente anche la
completa autonomia delle civiltà passate, spingendoli a ipotiz­
zare l'assenza di scambi. Le stesse motivazioni che inducevano
a sostenere la reinvenzione indipendente dei medesimi elementi
culturali nelle diverse civiltà avevano suggerito anche, in campo
paleoantropologico, la strana «ipotesi multiregionale», secondo
la quale le diverse etnie umane attuali sarebbero il risultato di
evoluzioni parallele che, partendo da sottospecie diverse (di una
specie in genere identificata con Homo erectus), avrebbero tut­
te percorso lo stesso cammino evolutivo verso l'Homo sapiens
moderno. Si tratta di un'ipotesi più volte abbandonata e ripro­
posta che, nonostante una serie di varianti e aggiunte escogita­
te nel tentativo di renderla biologicamente plausibile (come la
congettura di improbabili ibridazioni sistematiche tra sottospe­
cie viventi in continenti diversi, che avrebbero avuto l'effetto di
omogeneizzarle) lascia trasparire abbastanza chiaramente la sua
motivazione ideologica nel desiderio di rivendicare uno status
di assoluta parità alle diverse etnie. Questo nobile intento aveva
finito però, paradossalmente, con il generare una teoria che, ac­
centuando le differenze biologiche tra le popolazioni e soprav­
valutando la loro antichità, poteva fornire nuove basi pseudo­
scientifiche al razzismo.
Oggi la documentazione paleoantropologica non permette a
nessun biologo di dubitare dell'unica origine africana sia del ge­
nere Homo sia della nostra specie Homo sapiens: una specie che,
come tutte le altre, è nata una sola volta in un solo luogo e avreb­
be potuto benissimo non nascere affatto.

- - 10 - -
Tra diffusionismo e determinismo biologico

Negli anni Ottanta anche gli studiosi anglofoni abbandonaro­


no la processual archaeology, che aveva dato ben pochi risultati,
sostituendola con la postprocessual archaeology, che ha criticato
Io scientismo della tendenza precedente, assumendo le categorie
fondamentali del postmodernismo filosofico e propugnando un
radicale relativismo. II nuovo indirizzo, che privilegiava anch'es­
so le teorie astratte e gli apporti di altre discipline sull'analisi dei
dati archeologici reali 8, non ha però avuto molta fortuna.
AI volgere del millennio la crisi degli ambiziosi schemi gene­
rali in cui si era cercato di inquadrare tutta la storia umana ha
generato una sana diffidenza verso le teorie astratte in campo ar­
cheologico e storico 9, riportando prepotentemente ali'attenzione
degli studiosi essenziali fenomeni storici concreti che erano stati
messi in ombra nei decenni precedenti, come i contatti tra le ci­
viltà e i collassi 10•
Nell'ambito di questo nuovo interesse per gli scambi culturali
si è riconosciuto che molte innovazioni, materiali o intellettuali,
possono nascere addirittura dalla volontà consapevole di creare
alternative a elementi noti della cultura di un altro popolo: esiste
cioè anche una «diffusione per contrapposizione» 11.
Naturalmente nei casi in cui i rapporti con un'altra civiltà, pur
essendo essenziali, non provocano un'acquisizione passiva, ma
stimolano una creazione totalmente o in parte nuova, il contatto
culturale è difficilmente dimostrabile se non è direttamente docu­
mentato. Esiste però il caso opposto di alcuni particolari prodotti
culturali dei quali è molto facile individuare il carattere «importa­
to►► e non originale.

8
Su questo punto vedi, per esempio, [Kohl MBAE]. p. 7.
9
Vedi, per esempio, i saggi in [Yoffee Sherrat]. Più di recente [Bintliff
Pearce] chiarisce lo stato di crisi delle teorie archeologiche fin dal titolo (The
Death of Archaeological Theoryf). I tentativi di elaborare una scienza esatta
della storia non sono stati però abbandonati del tutto; per esempio alcuni
studiosi hanno cercato di rivitalizzarli con la nuova disciplina della cliodina­
mica (creando anche la rivista che è all'indirizzo http://www.eseholarship.
org/uc/irows_cliodynamics).
10
Vedi, per esempio, [Wengrow WMC] e [Kohl MBAE].
11
Vedi, per esempio, [Houston O]. p. 10.

- - 11 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

Nel corso dell'evoluzione biologica capita spesso che in una


specie persistano organi o strutture che hanno perso del tutto la
funzione che avevano in un antenato. Tali elementi, detti vestigia­
li, sono spesso utili per ricostruire gli alberi filogenetici. Nell'uo­
mo sono per esempio vestigiali l'appendice e il coccige (residuo
della coda). Analogamente, se in una cultura si trova un elemen­
to suscettibile di svolgere un ruolo importante, ma ciononostante
completamente inutilizzato si può essere certi che si tratta di un
relitto proveniente da una cultura diversa.
Per esempio la nozione della sfericità della Terra non svolge­
va alcun ruolo nell'Europa medievale, che ignorava la cartografia
scientifica, le coordinate geografiche e la possibilità di tracciare
rotte marittime su base teorica. Potremmo perciò capire che una
tale conoscenza, che diremo ,.fossile» 12, era stata ereditata da una
civiltà precedente anche se non avessimo l'ampia documentazio­
ne che lo dimostra direttamente.
Lo stesso esempio della sfericità della Terra, sul quale tornere­
mo, mostra anche come sia difficile giungere a concepire due vol­
te indipendentemente le stesse costruzioni intellettuali: si tratta
infatti di un'idea che è nata una sola volta, nell'ambito della cul­
tura greca del V secolo a.C., alla quale nessun'altra civiltà uma­
na è mai arrivata indipendentemente. Più in generale, se con il
termine «scienza» non si intende qualsiasi conoscenza sulla real­
tà naturale, ma un corpo di conoscenze relativamente omogeneo,
basato sui due pilastri dei metodi dimostrativo e sperimentale, si
può affermare che la scienza, proprio come l'uomo, è nata una
sola volta e avrebbe potuto benissimo non nascere 1 :i.
Chi, opponendosi al diffusionismo, sostiene che tutte le civil­
tà umane debbano ripercorrere ineluttabilmente lo stesso sentie­
ro preordinato sembra lasciare in realtà ben poco spazio a quel-

12
[Russo FR], pp. 13-19. Vari esempi di «conoscenze fossili» sono anche
in [Russo Santoni].
1=1 La tesi che la «scienza», nel senso precisato, sia nata nella civiltà elle­

nistica è sostenuta in [Russo RD].

12 - -
Tra <liffusionismo e determinismo biologico

la libera creatività umana che apparentemente rivendica; ma, na­


turalmente, giudicare sgradevole una teoria non dimostra affatto
che sia falsa. Solo lo studio della storia reale può farci scoprire se
l'apparire in civiltà diverse di elementi affini dipenda dal loro es­
sere determinati da leggi universali o da scambi culturali. La po­
sta in gioco è in ogni caso enorme: si tratta di capire caratteristi­
che essenziali dell'uomo e della sua storia.
2
L'emergere di una storia
unitaria del Vecchio Mondo

2.1 Le prime civiltà urbane

Tradizionalmente lo spartiacque tra preistoria e storia è stato


identificato nella cosiddetta «rivoluzione urbana», che portò alla
nascita della città 1, dello Stato e della scrittura. Anche se non si
accetta l'idea che questa evoluzione sia stata un passaggio obbli­
gato verso la «Civiltà» in senso assoluto, si è trattato certamente
di un processo essenziale per generare la particolare civiltà che
oggi si è estesa su scala planetaria.
Ai nostri fini ha quindi grande importanza capire se le «rivo­
luzioni urbane» che si sono verificate presso diversi popoli siano
state processi indipendenti e paralleli o se invece influenze reci­
proche abbiano avuto un ruolo essenziale.
In questo paragrafo ci limiteremo a considerare le tre più anti­
che civiltà urbane, accomunate dal ruolo svolto in tutti e tre i casi
da grandi fiumi, sorte lungo il Nilo, nella bassa Mesopotamia tra
i corsi dell'Eufrate e del Tigri e lungo l'Indo.
Vi sono vari motivi perché queste civiltà siano state a lungo
considerate sostanzialmente indipendenti tra loro: la presenza
di caratteri culturali nettamente diversi, la distanza reciproca,

1 Per «città» non si intende un qualsiasi agglomerato sufficientemente


numeroso di abitazioni. Ne sono state proposte varie definizioni, basate su
elementi come la presenza di produzioni specializzate, edifici «pubblici» (pa­
lazzo e/o tempio) e gruppi sociali non impegnati direttamente nella produ­
zione ma in attività di gestione. Per una discussione su questo punto si può
leggere [Livcrani UPC].

- - 15 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

Figura 4. Le tre prime grandi civiltà fluviali in una rappresentazione


tradizionale.

che per l'epoca è sembrata enorme, e il fatto che le fonti egizie


dell'Antico Regno non nominino mai le città mesopotamiche,
né si parli mai di Egitto nei testi sumerici a noi noti. Va inoltre
detto che gli egittologi e gli assirologi costituiscono gruppi ac­
cademici ben distinti e con scarse interazioni tra loro e ancor
meno con gli studiosi che si occupano dell'antica civiltà dell'In­
do, cosicché studi comparati sono stati estremamente rari 2: una
situazione che certamente non ha favorito il riconoscimento di
eventuali influenze reciproche.
Non stupisce quindi che ancora nel 1996 Samuel Huntington
potesse scrivere:

2
Secondo David Wengrow ([Wengrow WMC], p. 15) l'ultimo importan­
te studio comparativo delle antiche civiltà egizia e mesopotamica è [Frank­
fort], che risale al 1951. Considerazioni interessanti e amare su come lo stu­
dio delle interazioni tra civiltà sia stato impedito dall'eccessivo specialismo
degli storici sono in [Mair Intro].

16 --
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

Per più di tremila anni dopo che emersero le prime civiltà, i con­
tatti tra loro furono, con qualche eccezione, o inesistenti o limi­
tati o intermittenti e intensi. La natura di questi contatti è bene
espressa dalla parola che gli storici usano per descriverli: «incon­
tri». Le civiltà erano separate nel tempo e nello spazio 3•

I tre processi di urbanizzazione non furono contemporanei.


In Mesopotamia la formazione della prima città, Uruk, risale a
circa il 3500 a.C., mentre i primi centri urbani in Egitto appa­
iono qualche secolo più tardi e nella valle dell'Indo quasi mille
anni dopo, intorno al 2600 a.C. In Mesopotamia già da millen­
ni era iniziata l'evoluzione verso forme di economia complesse
che avrebbero portato allo sviluppo delle città, come è dimostra­
to dall'uso di vari sistemi di prescrittura, ossia di registrazione di
informazioni attraverso simboli: dalla contabilità effettuata con
gettoni (tokens) 4 al sigillo. Vedremo tuttavia che l'urbanizzazione
si estese alle altre zone grazie a un processo profondamente diver­
so sia dalla nascita indipendente sia dall'importazione passiva.
La tesi che le tre grandi civiltà fluviali si fossero sviluppate in
condizioni di isolamento è resa insostenibile dalla considerazione
che l'architettura, la statuaria e le attività artigianali da cui sono
nati gli oggetti che le caratterizzano ai nostri occhi richiedevano
materie prime (metalli, pietre dure e legno) non disponibili local­
mente in nessuna delle tre pianure alluvionali 5•
Si può anche notare che, scegliendo a caso tre luoghi sulla su­
perlicie della Terra, con grande probabilità si otterrebbero distan­
ze ben superiori a quelle che separano tra loro Egitto, Mesopo­
tamia e valle dell'Indo. Il quadro delle distanze reciproche appa­
re comunque completamente diverso, fino ad annullarsi, se negli
spazi intermedi vengono inseriti altri antichi centri urbani, molti

:i [Huntington], p. 48.
4
Il sistema basato sui gettoni d'argilla è stato studiato soprattutto da
Denise Schmandt-Besserat, le cui ricerche, anche se sono state criticate per
vari aspetti, rimangono fondamentali. Un'esposizione complessiva dei suoi
risultati è in [Schmandt-Besserat].
" Questo argomento è esposto in [Wengrow WMq (in particolare a p. 30).

-- 17 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

dei quali scavati solo in epoca abbastanza recente. Alla metà del
III millennio, quando l'urbanizzazione si era estesa a tutte e tre
le zone considerate, tra l'Egitto e la Mesopotamia troviamo vari
centri palestinesi, Biblo sulla costa mediterranea, Ebla nella Siria
settentrionale e Mari sull'alto Eufrate. In Anatolia orientale era
Arslantepe 6 • In posizione intermedia tra la Bassa Mesopotamia
e la valle dell'Indo, nell'attuale Iran, erano sorte, oltre a Susa, di
cui non si era mai perso il ricordo, le grandi città di Shahdad e
Shahr-i Sokhta, scavate in epoca recente 7, e centri amministrativi
minori, come Tepe Yahya e Tel-i Malyan. Negli attuali Turkmeni­
stan e Afghanistan erano rispettivamente Altin Tepe e le città di
Mundigak e Shortugai, legate culturalmente ai centri della valle
dell'Indo. Questi ultimi, tra i quali primeggiano Mohenjo-Daro e
Harappa, sorgono quindi all'estremità orientale di una vasta rete
urbana che si estende a occidente senza soluzione di continuità
sino all'Egitto e ali'Anatolia.
Le premesse imprescindibili dell'urbanizzazione erano state
poste nel V millennio a.C., quando si era verificata una «rivolu­
zione» la cui importanza è confrontabile con quella neolitica che
l'aveva preceduta e quella urbana che la seguì, anche se è stata
studiata molto meno delle altre due 8•
Un primo aspetto essenziale della trasformazione del V mil­
lennio riguarda le tecnologie produttive. Ai naturali «prodotti pri­
mari», come carne, latte e specie vegetali esistenti in natura, si af­
fiancano i nuovi «prodotti secondari», ottenuti con complessi pro­
cedimenti di trasformazione 9: piante create ibridando specie già
coltivate, alimenti e bevande prodotti grazie all'uso del lievito e

6 Per una ricostruzione del ruolo economico e amministrativo di Arslan­

tepe vedi [Frangipane].


7
Per Shahdad si può leggere [Hakemi].
8 Le idee di �rivoluzione neolitica� e di �rivoluzione urbana� risalgono

a Vere Gordon Childe, che le introdusse entrambe nel 1936 ([Childe]). La


trasformazione del V millennio è illustrata in [Wengrow WMC], pp. 54-65.
9 La �rivoluzione dei prodotti secondari� fu introdotta in [Sherrat PP],

dove però era datata alla seconda metà del IV millennio, epoca alla quale
risalgono effettivamente alcune delle innovazioni prese in considerazione in
quel saggio.

- - 18 --
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

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Figura 5. Alcuni dei principali centri urbani alla metà del III millennio a. C.

della fermentazione alcolica, una varietà di prodotti caseari otte­


nuti dalla lavorazione del latte. Una delle novità più importanti
è l'introduzione della metallurgia: non ci si limita più a martella­
re e incidere metalli trovati allo stato nativo, ma si cominciano a
usare procedimenti di fusione sia per estrarre i metalli dai mine­
rali sia per lavorarli.
Tutte queste innovazioni ampliano di molto la varietà dei be­
ni prodotti, determinando una specializzazione del lavoro nei vil­
laggi e un enorme incremento del commercio a lunga distanza.
L'area interessata a queste trasformazioni, che comprende quella
che sarà sede della rivoluzione urbana, è attraversata da una rete
di rotte commerciali che rende connesse e interdipendenti le varie
zone, assicurando contatti continui. Le diverse regioni mantengo­
no distinte identità culturali, ma si diffonde anche una serie di
elementi comuni. Si usano gli stessi mezzi di trasporto (imbarca­
zioni a vela, che in Mesopotamia esistevano fin dal VI millennio,
e successivamente, dal IV millennio, carovane di asini da soma e
carri trainati da buoi), sistemi di pesi e misure tra loro compati-

-- 19 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

bili e tecniche come l'uso del sigillo, utile per garantire sia la pro­
prietà sia la qualità dei prodotti. È in questo periodo che inizia
la standardizzazione della produzione e il controllo della qualità.
È proprio la rete di rapporti commerciali nata nel V millennio
che rende possibile la successiva rivoluzione urbana, la cui carat­
teristica essenziale è appunto la creazione di zone di produzione
specializzata, nelle quali gli altri beni sono importati. In partico­
lare nelle pianure alluvionali, che permettono di realizzare otti­
me eccedenze agricole, sorgono città che vivono grazie all'inter­
scambio con zone specializzate in altre produzioni, il cui ruolo è
altrettanto importante.
Nella figura 6 sono mostrati i percorsi del commercio di una
delle tante materie prime che viaggiavano a lunga distanza: il la­
pislazzuli, la cui regione di provenienza più vicina era nell'attua­
le Afghanistan settentrionale. La figura si riferisce alla metà del III
millennio a.C., ma il commercio a lunga distanza di questa pietra
era ben più antico: sappiamo per esempio che nella Bassa Mesopo­
tamia il lapislazzuli era importato almeno dal VI millennio a.C. 10
È chiaro a questo punto che le rivoluzioni urbane non sono
state tre diverse e indipendenti, ma una sola, che ha interessato
una vastissima area, comprendente non solo Egitto, Mesopota­
mia e valle dell'Indo, ma anche altre zone, dall'Anatolia alla Siria
all'Iran. La conoscenza reciproca dei vari paesi era notevole: per
esempio testi sumerici del III millennio a.C. parlano ripetutamen­
te della valle dell'Indo, indicata con il nome di Melukhkha, co­
me di un paese con cui si hanno rapporti commerciali, diploma­
tici e bellici. L'interazione tra Mesopotamia e valle dell'Indo non
era solo mediata attraverso l'Iran; vi erano anche contatti diretti
via mare, attraverso il Golfo Persico e il Mare Arabico. Intorno al
1700 a.C. i testi mesopotamici smettono però di parlare di que­
sto lontano paese. Successivamente con il nome di Melukhkha
cominciano a intendersi luoghi molto più vicini. Ritroveremo fe­
nomeni analoghi in altri contesti.
II confronto tra le tre grandi civiltà fluviali mostra con chiarez­
za come si possa dipendere da imprescindibili influenze esterne

10 [Wengrow WMC], p. 41.

20 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

Figura 6.1 percorsi del commercio del lapislazzuli (da [Wengrow WMCJ, p. 35).

sviluppando allo stesso tempo caratteristiche proprie profonda­


mente originali. L'inconfondibile civiltà egiziana, in particola­
re, nacque importando dall'esterno elementi essenziali, a parti­
re dalla stessa rivoluzione neolitica. Gli argomenti sui quali si
era basata la tesi che gli Egiziani fossero arrivati indipendente­
mente all'allevamento si sono infatti dimostrati inconsistenti 11:
greggi di pecore e capre, che da vari millenni erano allevate in
altre zone della mezzaluna fertile, appaiono per la prima volta
nella valle del Nilo nel V millennio a.e. e localmente non han­
no progenitori selvatici; solo successivamente vengono addo­
mesticate altre specie.
Nel V millennio l'allevamento non porta alla sedentarizzazio­
ne. In Egitto il più antico insediamento stabile (a Nekhen, det­
ta Ieracompoli dai Greci) è infatti documentato solo intorno al
3700 a.e., cioè quattro millenni dopo che allevamento del be­
stiame, villaggi stabili e agricoltura si erano sviluppati in Mesopo-

11 [Wengrow AEE], pp. 48-49.

21 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

tamia e in altre regioni del Vicino Oriente 12• Anche la metallurgia,


che come abbiamo visto era iniziata nel V millennio, vi appare
solo nel tardo IV millennio.
Di molte innovazioni tecnologiche adottate in Egitto è possi­
bile dimostrare l'origine mesopotamica. È questo il caso dell'ara­
tro a trazione animale, delle bevande alcoliche, dei sigilli cilin­
drici e dei gettoni per la contabilità. L'Egitto è in contatto con la
Mesopotamia attraverso la Siria e la Palestina, che dal 3500 a.C.
è raggiungibile con una strada che attraversa il Sinai, percorsa da
carovane di asini; non stupisce che vi siano stati trovati numerosi
oggetti mesopotamici anche di epoca predinastica.
In Egitto l'urbanizzazione è più tarda e anche in epoca storica
le città non hanno l'importanza che rivestono in Mesopotamia e
in altre regioni. Le prime strutture stabili non sono le città, ma le
necropoli, la cui importanza caratterizzerà a lungo la civiltà egi­
ziana. Le risorse altrove impiegate nell'architettura urbana sono
investite soprattutto nelle necropoli e in oggetti mobili.
È proprio il ritardo nell'urbanizzazione che permette il sorgere
in Egitto, già nel IV millennio, del primo grande Stato unitario,
che non deve imporsi su potenti città-Stato: abbiamo un esempio
di come il ritardo nell'adottare un'istituzione possa favorire l'in­
troduzione precoce di istituzioni nuove.
Nella valle dell'Indo l'evoluzione segue una direzione note­
volmente diversa. L'apparizione di grandi città, come Harappa e
Mohenjo-Daro, di un'elevata specializzazione del lavoro e di una
complessa stratificazione sociale sono tratti comuni alle altre due
civiltà, come lo sono la scrittura e oggetti specifici come i sigilli,
ma nelle città mancano strutture riconoscibili come templi o pa­
lazzi. Sono presenti grandi edifici non residenziali, la cui funzione
non è stata determinata con certezza, ma sembra che si tratti di
strutture a disposizione della comunità: uno è stato per esempio
tentativamente interpretato come un bagno pubblico 1:1•
La struttura politica non è chiara, ma si è pensato che mancas­
se un governo centrale. Se per le città della valle dell'Indo si può

12 [Wengrow AEE], pp. 26-27.


i:i
Vedi, per esempio, [Possehl], pp. 56-57; [Wright], pp. 117-122.

- - 22 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

parlare di Stato, il che è dubbio, certamente si trattava di uno Sta­


to molto diverso da quello presente nelle città mesopotamiche.

2.2 La scrittura

L'invenzione e lo sviluppo dei sistemi di scrittura ha offerto un


campo privilegiato di applicazione e confronto dei vari modelli di
evoluzione e diffusione della cultura, anche perché tradizionalmen­
te il possesso di questo strumento è stato individuato come il prin­
cipale spartiacque tra preistoria e storia e tra «civiltà» e «barbarie».
In questo caso un modello di evoluzione progressiva e unili­
neare è stato teorizzato nel XIX secolo da Isaac Taylor 14• Secon­
do la sua teoria i sistemi di scrittura sarebbero nati sempre dal­
la pittografia, avrebbero successivamente sviluppato ideogrammi
e logogrammi (cioè caratteri che rappresentano rispettivamente
idee e parole), per includere poi un numero crescente di elementi
fonetici, approdando a sistemi consonantici e sillabici e infine ai
moderni alfabeti fonetici. Lo schema di Taylor fu completato nel
XX secolo da Ignace Gelb che, pur essendo un diffusionista 15,
enunciò il «principio di sviluppo unidirezionale», postulando che
tutti i sistemi di scrittura dovessero passare successivamente attra­
verso gli stessi stadi, senza poter mai regredire verso stadi prece­
denti 16 . Versioni più moderne, ma sostanzialmente vicine alle pre­
cedenti, di queste regole di evoluzione sono ancora accettate 17 •
Non vi è dubbio che i modelli di sviluppo accennati rappre­
sentino abbastanza bene l'evoluzione storica che ha portato, con
una serie di passaggi documentabili, al primo vero alfabeto, che è
quello greco (del quale gli alfabeti latino e cirillico sono semplici
varianti). L'applicazione dello stesso schema a tutti gli altri casi si
scontra però con serie difficoltà. Innanzitutto il sistema di conta-

14 [Taylor]. Un'utile sintesi storica delle teorie sviluppate sull'argomen-

to è in [Trigger].
" Vedi avanti, p. 25.
1
16
[Gelb].
17 Vedi per esempio [Robertson].

� - 23
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

bilità a gettoni usato in Mesopotamia sin dal IX millennio a.C.,


dal quale nacque la prima scrittura, era lontano dalla pittografia,
in quanto i gettoni solo raramente rappresentavano l'oggetto sim­
bolizzato. Accanto a poche forme naturalistiche, sono molto più
numerose le forme geometriche: sono usati dischi, sfere, cilindri,
tetraedri e altre forme semplici (sembra, per esempio, che una
misura di grano fosse rappresentata da un disco) e anche forme
geometriche con segni incisi.
Chi accetta gli schemi di Taylor e di Gelb deve poi ritenere che
la scrittura cinese si sia arrestata a uno stadio di sviluppo poco
evoluto. Fino a qualche tempo fa quasi tutti gli occidentali, rite­
nendo che la cultura cinese fosse meno progredita della propria,
accettavano come naturale questo giudizio, ma in tempi recenti i
successi della Cina hanno suggerito considerazioni di tipo diver­
so. Per esempio molti hanno sottolineato i vantaggi di un sistema
come quello cinese che, avendo scarse relazioni con la pronuncia,
ha potuto rimanere notevolmante stabile nel tempo e nello spa­
zio, permettendo la comprensione di testi antichi e lontani, scritti
da chi parla in modo diverso dal lettore. Un sistema non foneti­
co (che secondo gli schemi precedenti dovrebbe essere conside­
rato «arretrato►>) è del resto universalmente adottato per i numeri,
e in tutti i paesi del mondo si usano pittografie molto intuitive
(per esempio nei segnali stradali o per distinguere i gabinetti ri­
servati ai due sessi); in entrambi i casi nessuno ha mai proposto
di rinunciare agli evidenti vantaggi di queste scritture perché le
considerava arretrate. L'evoluzione dell'inglese dimostra poi che
anche nella normale lingua scritta ci si può allontanare dalla rap­
presentazione fonetica invece di avvicinarvisi, come è mostrato
anche dall'uso crescente di icone nei computer e di segni sillabici
e ideogrammi nella posta elettronica e negli SMS.
Invece di teorizzare sviluppi universali di tutti i sistemi di scrit­
tura è quindi probabilmente più utile studiare con umiltà quelli
che si sono effettivamente realizzati storicamente.
La prima scrittura sorse in Mesopotamia come esito di una
lenta evoluzione di forme di prescrittura che l'avevano preceduta
di vari millenni: i sigilli e, soprattutto, i gettoni di argilla per la
contabilità cui abbiamo già accennato. Alla metà del IV millen-

24 --
--
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

nio i gettoni cominciarono a essere raccolti in recipienti di argilla


chiusi (bullae). Intorno al 3400 a.C. dall'uso di imprimere i getto­
ni sull'esterno della bulla che avrebbe dovuto contenerli si origi­
nò il protocuneiforme, che verso il 2900 a.C. iniziò ad acquisire
elementi fonetici. Risalgono al 2400 a.C. le prime tavolette che
riportano tutte le parole di un discorso.
Vi è qualche relazione tra questa origine mesopotamica e le
scritture sviluppate successivamente'? Un modello di diffusionismo
puro, secondo il quale la scrittura sarebbe stata semplicemente ac­
quisita, in ondate successive, da popoli via via più lontani, fu so­
stenuto a metà del XX secolo da Gelb 18, ma in tempi più recenti è
stato aspramente criticato, come tutte le altre teorie diffusioniste. In
verità Peter Damerow ha tentato di riproporre, almeno implicita­
mente, qualcosa di simile nel 1999, in un articolo in cui osservava,
tra l'altro, come sia facilmente constatabile una correlazione tra la
distanza temporale delle diverse scritture dal protocuneiforme e la
distanza spaziale dei loro luoghi di origine dalla Mesopotamia. Il
fatto che l'articolo non sia mai stato pubblicato a stampa 19 fa im­
maginare come siano state accolte queste osservazioni.
Fino a una ventina di anni fa si era certi che la più antica scrit­
tura non mesopotamica, cioè quella egizia, fosse notevolmente più
recente del cuneiforme. La datazione tradizionale è stata però ri­
messa in discussione in seguito alla scoperta (nella tomba U-j ad
Abido, nel 1989) di una serie di targhette di osso e di avorio inci­
se con segni simili ai successivi geroglifici, la cui datazione è gros­
so modo contemporanea alle più antiche tavolette di Uruk. Oggi
la scrittura egizia è considerata pressoché coeva di quella sumeri­
ca e qualcuno ha addirittura suggerito che possa averla preceduta.
L'apparizione quasi contemporanea di questi due sistemi non può
certo essere considerata la casuale coincidenza cronologica di due
eventi indipendenti. Mentre le profonde differenze fanno esclude­
re che uno dei due sia nato come passiva imitazione dell'altro, gli
antichi e continui rapporti commerciali e culturali tra i due paesi ai
quali abbiamo già accennato (che in particolare avevano compor-

111 [Gelb].
19 È però possibile leggerlo in rete ([Damerow]).

-- 25 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

tato l'importazione precoce in Egitto di strumenti di prescrittura


come i sigilli cilindrici) fanno ritenere che si tratti di un esempio di
sviluppi culturali distinti ma correlati.
I rapporti tra queste prime due scritture e le altre che nascono
successivamente nella vasta area delle prime civiltà urbane sono
abbastanza chiari. È in particolare evidente che il protoelamita
sviluppato nell'Iran occidentale (non ancora decifrato) sia sorto
in stretta connessione con il sistema mesopotamico 20 e la scrittu­
ra usata nei centri della valle dell'Indo mostra a sua volta palesi
rapporti con il protoelamita 21•
È probabile che l'alfabeto (o più esattamente il consonantario,
in quanto all'epoca le vocali non erano rappresentate) sia stato
ideato una sola volta e i suoi rapporti con le scritture preceden­
ti, in particolare con quella egizia, sono in genere riconosciuti.
L'idea di realizzare un vero alfabeto, aggiungendo al consonan­
tario i segni per denotare le vocali, nasce poi in Grecia e non è
stata ritrovata indipendentemente in nessun altro luogo. In defi­
nitiva la storia delle antiche scritture nelle regioni finora conside­
rate appare una storia connessa e unitaria e non una collezione
di evoluzioni indipendenti e parallele.
Molti studiosi sostengono però che nel mondo la scrittura sia
stata inventata più volte indipendentemente. Per esempio Bruce
Trigger afferma:

È ora chiaro che, contrariamente a ciò che una volta era general­
mente ritenuto, la scrittura ha origini multiple e si è sviluppata
in modo lontano dall'essere unilineare. Dei quattro primi siste­
mi di scrittura meglio conosciuti, almeno tre (il Sumero, il Cinese
Shang e il Maya) si sono sviluppati del tutto indipendentemente
l'uno dall'altro 22•

Torneremo su questo problema. Per ora osserviamo solo che


secondo l'opinione di Trigger (condivisa da molti studiosi), tra

20 [Englund].
21
Vedi per esempio [Possehl], p. 131.
22
[Trigger], p. 61.

- - 26 --
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

le tante scritture sorte nel Vecchio Mondo l'unica certamente


indipendente dal cuneiforme sarebbe quella sviluppata in Cina
nel tardo periodo Shang.

2.3 Dai Balcani alla Mongolia

La vasta zona considerata nel §2.1 non era solo percorsa da


rotte commerciali al suo interno, ma, come è reso sempre più
evidente da ricerche archeologiche recenti, intratteneva all'epoca
scambi commerciali e culturali essenziali con regioni esterne an­
che molto lontane. Da un punto di vista retrospettivo la sede del­
la cosiddetta «rivoluzione urbana» può forse costituire a ragione
un oggetto privilegiato della storiografia, ma culture sorte in altre
regioni, oltre a seguire percorsi di sviluppo anch'essi molto inte­
ressanti, avevano anche fornito elementi fondamentali alle succes­
sive civiltà urbane. I contatti sono stati quindi essenziali, ma non
hanno seguito affatto l'unica direzione «centrifuga►► ipotizzata da­
gli antichi teorizzatori dell'iperdiffusionismo. La nascita delle più
antiche civiltà storiche appare piuttosto sempre più un effetto del­
la confluenza di elementi di varia provenienza.
Nel VI e V millennio a.C. la cultura che è stata detta «Antica
Europa» (Old Europe) 23, localizzata nella penisola balcanica, era
la più ricca e complessa dell'Eurasia. Le 281 tombe scavate a
Varna (oggi in Bulgaria, sulla costa del Mar Nero), risalenti alla
seconda metà del V millennio, mostrano una ricchezza all'epoca
ineguagliata. I più di tremila oggetti d'oro che vi erano contenu­
ti, duemila dei quali presenti in quattro sole tombe, mostrano un
livello tecnico della metallurgia, una raffinatezza estetica nell'ese­
cuzione e un livello di differenziazione dei ruoli sociali senza pre­
cedenti 24. Ritrovamenti simili sono stati fatti nella valle del Da­
nubio. L'Antica Europa aveva dato un contributo essenziale allo
sviluppo della metallurgia, i cui progressi si erano diffusi dalla
penisola balcanica al Vicino Oriente attraverso l'Anatolia, ma in-

2:i Il termine è stato introdotto in [Gimbutas].


24 [Anthony], p. 224; [Bailey], pp. 203-224.

- - 27 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

torno al 4000 a.C. subisce un improvviso tracollo, dovuto proba­


bilmente, almeno in parte, a un brusco cambiamento climatico 25 •
Una cultura che in molti sensi può essere considerata erede
dell'Antica Europa è quella di Cucuteni-Tripolye, estesa dalla Ro­
mania all'Ucraina occidentale e fiorita all'incirca tra il 4200 a.C.
e il 3500 a.C. La rivoluzione neolitica era giunta in queste regio­
ni dal Medio Oriente attraverso i Balcani, ma l'attività agricola
e pastorale, pur essendo sviluppata, coesisteva con un importan­
te contributo economico fornito da caccia e pesca. È qui che si
sviluppano per la prima volta vasti insediamenti basati sull'ar­
chitettura in pietra. Non sono considerati «città» perché non vi è
evidenza archeologica delle caratteristiche proprie dei centri ur­
bani: non solo mancano le grandi strutture pubbliche (tempio
e/o palazzo) che sono presenti in quasi tutte le «città» successive,
ma non vi sono neppure prove della specializzazione del lavoro
tipica delle civiltà urbane. Alcuni insediamenti sono però gigan­
teschi, superando le dimensioni di Uruk, che sorgerà successiva­
mente in Mesopotamia ed è considerata la prima vera «città»; le
sepolture testimoniano una certa differenziazione sociale e anche
gli edifici non sono tutti eguali: a un 90% di abitazioni <<piccole»
si affianca un 10% di edifici notevolmente più grandi.
È chiaramente impossibile collocare una società con queste
caratteristiche all'interno dell'ingenua «scala evolutiva» in cui si
era voluto comprimere lo sviluppo di tutte le civiltà umane 26• Lo
schema evolutivo tradizionale è d'altra parte contraddetto anche
dal fatto che prima della metà del IV millennio la cultura di Cucu­
teni-Tripolye, come era accaduto all'Antica Europa, subisce uno
dei tanti «collassi» della storia, differenziandosi in una serie di va­
rietà regionali, accomunate dalla rinuncia ai grandi insediamenti
stabili e dal prevalere di un'economia più mobile.
Un'altra zona che ha svolto un ruolo essenziale nello svilup­
po culturale dell'Eurasia è quella delle steppe occidentali, che si
estendono a nord del Caucaso e a ovest degli Urali, tra il Mar
Nero e il Mar Caspio e più a nord. È qui che nel V millennio a.C.

2" [Anthony], pp. 225-230.


26 [Kohl MBAE], in particolare pp. 39-50.

- - 28 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

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29
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

viene per la prima volta addomesticato il cavallo, inizialmente


come animale da carne, ed è qui (forse nello stesso millennio e
certamente nella prima metà del successivo) che si concepisce
per la prima volta l'idea di cavalcare. Gli intensi contatti com­
merciali che questa regione ha nel V millennio con l'Antica Eu­
ropa sono provati dal fatto che intorno al 4000 a.C., in segui­
to al collasso di questa, gli oggetti di rame presenti nelle tombe
diminuiscono bruscamente dell'80% 27 • Nel IV millennio a.C. vi
sorge la lingua protoindoeuropea, dalla quale discendono molte
delle lingue parlate oggi 28; i contatti commerciali e culturali sono
intensi sia a occidente, con la zona di Cucuteni-Tripolye, sia suc­
cessivamente con la Mesopotamia. È alla metà del IV millennio,
o poco prima, che nel Caucaso appare la cultura Maikop, nella
quale i capi ostentano grandi ricchezze ottenute grazie all'opera
di mediazione commerciale tra la nascente civiltà urbana meso­
potamica e le steppe a settentrione 29 •
Un importante progresso tecnologico che facilitò gli scam­
bi commerciali fu realizzato introducendo i carri dotati di ruote,
trainati da animali. Questi veicoli appaiono intorno alla metà del
IV millennio a.C. in una zona vastissima, che va dalle attuali Da­
nimarca e Germania settentrionale alla Mesopotamia meridiona­
le 30 . La quasi contemporaneità dei reperti ritrovati dimostra senza
possibilità di dubbio come l'innovazione, della quale non è stato
possibile determinare il luogo d'origine, sia nata una sola volta e
si sia diffusa con grande rapidità in regioni molto lontane.
Alla fine del IV millennio a.C. l'introduzione del cavallo e dei
carri con ruote cambiò radicalmente le possibilità di vita nelle
steppe eurasiatiche, estese dall'Ungheria alla Manciuria con una
notevole omogeneità ecologica. La nuova tecnologia rese possibi­
le una nuova forma di pastorizia, esercitata a cavallo e con fami­
glie e provviste al seguito su carri, che poteva sfruttare la scarsa

27
[Anthony], p. 263.
28 L'annosa questione della localizzazione del protoindoeuropeo può
considerarsi risolta in questo senso ([Anthony], pp. 93-101).
29
[Anthony], p. 263.
Jo [Bakker Kruk Lanting Milisauskas].

- - 30 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

vegetazione delle steppe grazie a un'estrema mobilità. Le steppe,


che in precedenza avevano costituito una barriera ecologica, di­
vennero così una via naturale di migrazione e un canale di comu­
nicazione. Nel III millennio e nella prima metà del II vi nacque­
ro una serie di culture in rapporto reciproco, che si estendevano
dalle zone a ovest degli Urali all'Estremo Oriente:n (la presenza
in Cina, nel bacino del Tarim, di una lingua indoeuropea come il
tocario, parlato fino al XIII secolo, ne costituisce una tarda testi­
monianza). La loro conoscenza è stata però ostacolata in un pri­
mo tempo dagli scarsi contatti tra gli archeologi dell'Unione So­
vietica (autori della massima parte degli scavi) e quelli occidentali
e successivamente anche dalla rivalità e scarsa comunicazione tra
gli studiosi delle diverse repubbliche ex sovietiche 32 •
Dati archeologici recenti cominciano a mostrare che alla fi­
ne del III millennio si aprì una nuova via di scambio tra le più
antiche civiltà urbane, le steppe e l'Estremo Oriente: il cosiddet­
to «corridoio montano dell'Asia centrale» (IAMC, Inner Asian
Mountain Corridor), occupato da popolazioni che praticavano
la pastorizia di montagna 33•
È probabile che all'economia delle comunità pastorali desse
un significativo contributo l'attività commerciale. Alcune impor­
tanti innovazioni, come i carri a due ruote, possono essere attri­
buite alle culture delle steppe asiatiche 34•
A cavallo tra il III e il II millennio si formò il cosiddetto
«complesso archeologico battriano-margiano», che si estendeva
nei territori dell'odierno Iran nord-orientale, Turkmenistan, Af­
ghanistan settentrionale, Uzbekistan meridionale e Tagikistan
occidentale. Si tratta di una cultura urbana, con grandi inse­
diamenti fortificati, in stretto contatto sia con i centri della val­
le dell'Indo, con i quali condivideva alcuni caratteri, sia con le
culture delle steppe.

:i 1
Tra i principali lavori generali su questo argomento ricordiamo i già
citati [Kohl MBAE] e [Anthony].
: 2
i [Kohl MBAE), p. 16.

:i:i [Frachetti Rouse], pp. 702-704.


34 [Frachetti Rouse], pp. 696, 699.

- - 31
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

Ecco come David Anthony sintetizza la nuova situazione:

Tra circa il 2300 e il 2000 a.C. le forze del commercio e della


conquista cominciarono a stringere insieme le parti più remote
del Vecchio Mondo in un solo sistema interagente 3".

2.4 L'antica civiltà cinese

L'archeologia occidentale è stata guidata a lungo dall'obietti­


vo di verificare tradizioni trasmesse da antichi testi, come la Bib­
bia e i poemi omerici, e finché gli archeologi si sono lasciati gui­
dare da questo tipo di tradizione testuale nella scelta dei siti da
scavare e nell'interpretazione dei reperti, non hanno potuto che
convalidarli in modo quasi tautologico 36 •
Qualcosa di simile è accaduto in Cina. Poiché però in quel
paese l'archeologia è una disciplina relativamente giovane, risa­
lendo agli anni Venti del XX secolo, e la venerazione per gli an­
tichi testi è ancora più forte che in Occidente, l'indirizzo prece­
dente vi è durato fino ad epoche recenti e in qualche misura è
ancora presente:l7_ Il quadro che emerge dalla tradizione testua­
le e dall'archeologia finalizzata a convalidarla è quello di una
storia caratterizzata sin dalla più remota antichità da una spic­
cata identità culturale ,,cinese», da uno Stato unitario e da una
diffusione autonoma di civiltà irradiantesi da un centro situato
presso il medio corso del Fiume Giallo. La Cina, senza alcun
contatto con l'esterno, avrebbe seguito un percorso molto simi­
le a quello delle civiltà del Medio Oriente, introducendo prima
l'agricoltura e poi la metallurgia e in particolare la fusione del
:i,;
[Anthony], p. 412.
36
Per una storia dell'archeologia «biblica» vedi, per esempio, [Moorey].
Per un confronto tra la tradizione trasmessa dall'Antico Testamento e la sto­
ria di Israele, profondamente diversa, quale risulta dai dati archeologici, ve­
di [Liverani OB].
:i Per una storia degli inizi dell'archeologia cinese vedi [Li Chi A]. Per
7

una critica all'archeologia cinese, viziata dall'adesione aprioristica alla tra­


dizione testuale, si possono leggere [Falkenhausen HOCA] e [Bagley SA].

- - 32 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

bronzo, per sviluppare successivamente architettura monumen­


tale, città, scrittura e uno Stato centralizzato.
I primi scavi, effettuati ad Anyang, dove secondo la tradizione
sorgeva la capitale della dinastia Shang:i8, hanno portato alla luce
reperti molto interessanti risalenti agli ultimi secoli del II millen­
nio a.C., sui quali torneremo, che furono interpretati come conva­
lide della tradizione testuale. Scoperte successive hanno tuttavia
imposto una profonda revisione del quadro storico. In particola­
re gli scavi condotti nel 1980 a Sanxingdui, nel Sichuan, dove fu
trovata un'importante città murata, e nel 1989 a Xin'gan, nell'at­
tuale provincia di Yangzi, hanno fornito reperti coevi a quelli sca­
vati ad Anyang, che dimostrano l'esistenza di una vasta rete di
centri culturalmente differenziati ma certamente in contatto reci­
proco, che in realtà nulla, se non la tradizione, autorizza a consi­
derare «periferici» rispetto ad Anyang 39 •
Tutto fa ritenere che in Cina, come in ogni altro luogo, la for­
mazione di uno Stato centralizzato sia stata preceduta da una si­
tuazione più fluida, nella quale l'assenza di frontiere permetteva
variazioni culturali continue attraverso regioni vastissime percor­
se da rotte commerciali.
Vi erano relazioni tra la complessa realtà «cinese» (nel sen­
so geografico del termine, in quanto ci riferiamo ad epoche nel­
le quali l'identità culturale cinese era ancora in formazione) e
l'esterno, e in particolare le più antiche civiltà urbane'?
Intorno alla metà del secolo scorso l'idea che alcuni elemen­
ti culturali fossero arrivati in Cina da Occidente era accettata da
molti archeologi 40 , ma successivamente, quando il tradizionale
nazionalismo cinese ha trovato un potente alleato nelle nuove

:iH Secondo la storia tramandata dagli antichi testi, la dinastia Shang sa­
rebbe stata preceduta dalla dinastia Xia e questa da imperatori chiaramente
mitici. Gli ultimi imperatori Shang sono i primi la cui esistenza è convalida­
ta da documenti coevi (consistenti nelle iscrizioni oracolari, trovate ad An­
yang, descritte a p. 35).
:i<J [Falkenhauscn RPCA]. Il ruolo della valle del Fiume Giallo nello svi­
luppo della civiltà cinese è stato recentemente ridimensionato anche in rife­
rimento ad epoche successive ([Yan Sun]).
40
Vedi per esempio [Li Chi BCC].

- - 33
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

teorie occidentali che rifiutavano con forza il diffusionismo 41 , i


caratteri completamente autoctoni della cultura cinese sono stati
rivendicati con forza. In seguito a progressi recenti dell'archeolo­
gia, l'importanza dei contatti con il mondo esterno per lo svilup­
po della civiltà cinese è divenuta però innegabile.
Il sorgere della civiltà urbana in Cina è caratterizzato dal­
lo sviluppo dell'industria del bronzo. Intorno alla metà del II
millennio a.C. la quantità dei bronzi trovati e la loro mole sale
enormemente, dimostrando la presenza di una complessa strati­
ficazione sociale, con una élite in grado di controllare una vasta
manodopera impiegata in manifatture specializzate 42 • Per esem­
pio ad Anyang in una tomba reale vi erano un vaso del peso di
875 kg e altri bronzi per complessivi 1600 kg 4:1• La metallurgia
era però iniziata, su piccola scala, diversi secoli prima: i più an­
tichi prodotti metallugici trovati entro gli attuali confini cinesi,
risalenti a circa il 2000 a.C., provengono da Dunhuang, nella re­
gione di Gansu, molto più a occidente di quello che è considera­
to il cuore dell'antica civiltà cinese; si tratta per lo più di oggetti
di rame, a volte con addizione di piombo e di stagno. È stato in
effetti pienamente dimostrato che la metallurgia, in particolare
del bronzo, non è stata riscoperta dai cinesi indipendentemente,
ma si è diffusa da occidente a oriente, fino alla Mongolia e alla
Cina nord-occidentale e settentrionale, lungo le steppe eurasiati­
che 44 e le foreste settentrionali45.
Ad Anyang sono state rinvenute altre due categorie di oggetti,
risalenti a circa il 1200 a.C., particolarmente interessanti ai no­
stri fini: le famose iscrizioni oracolari e carri trainati da cavalli.
I carri in genere erano stati sepolti insieme ai cavalli e ai cocchie­
ri (ad Anyang sacrifici umani, anche di massa, sono documentati
con regolarità). Mentre in Mesopotamia i primi veicoli a trazione

41
Vedi sopra, pp. 8-10.
42
[Bagley SA], p. 137.
4
:i Ibidem.
44
[An Zhimin]; [Linduff]; [Kohl MBAE], pp. 168, 237-240.
4
" Per il ruolo svolto dalle foreste a nord delle steppe nello sviluppo del­
la metallurgia e nel suo trasferimento in territorio cinese vedi [Sherrat TEE].

- - 34 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

animale avevano avuto ruote piene ed erano stati trainati da buoi


e altri animali, in Cina appare direttamente il prodotto finale della
loro lunga evoluzione. I carri trovati ad Anyang sono infatti leggeri
e veloci, con due sole ruote a raggi, trainati da due cavalli appaia­
ti: una soluzione possibile solo con guidatori molto esperti. Poiché
prima di allora non è documentato in Cina né alcun uso del caval­
lo né alcun altro impiego di ruote, è difficile dubitare dell'origine
esterna di questi veicoli. I carri cinesi sono molto simili a quelli che
erano da tempo in uso in Egitto e in Medio Oriente, ma ne diffe­
riscono in alcuni dettagli: in particolare sono più grandi e le ruote
hanno più raggi. Carri con caratteristiche intermedie tra quelli me­
sopotamici e cinesi sono stati trovati a Lchashen, nel Caucaso46 , in
una regione che era in contatto culturale sia con la Mesopotamia
sia con le steppe eurasiatiche (dove i carri a due ruote peraltro era­
no nati 47): una circostanza che conferma l'arrivo di questo veicolo
in Cina da occidente. La funzione svolta dai popoli delle steppe
nell'esportare tecnologia in Cina è quindi dimostrata almeno in un
altro settore, oltre che nella metallurgia.
Le ossa incise con responsi oracolari, risalenti a circa il 1200
a.C., trovate ad Anyang insieme con alcune coeve incisioni su
bronzo, rappresentano la prima documentazione della scrittura
in Cina. Si tratta di un sistema pienamente sviluppato, che si av­
vale di diverse migliaia di logogrammi, decifrati solo in parte, per
riprodurre il linguaggio parlato, come il cuneiforme era riuscito a
fare solo dopo molti secoli di sviluppo.
La ricerca di precursori cinesi di questa scrittura non ha avuto
successo, nonostante il tentativo di interpretare in questo senso
segni incisi su gusci di tartaruga risalenti addirittura al VII mil­
lennio a.C., alcuni dei quali sono sembrati precorrere successivi
caratteri cinesi 48• La stessa ipotesi era stata avanzata a proposito
di segni su vasi di ceramica del III millennio a.C. In entrambi i
casi l'interpretazione è stata respinta dalla grande maggioranza
degli studiosi. Segni isolati non possono essere considerati una

46 [Shaughnessy]; [Bagley SA], p. 207.


47 Vedi sopra, p. 31.
4
H [Li Harbottle Zhang Wang].

35 �-
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

forma di scrittura e l'assenza di qualsiasi loro sviluppo nei mil­


lenni successivi non permette di connetterli alle iscrizioni trova­
te ad Anyang (se non, eventualmente, nel senso che la scelta dei
caratteri sia stata influenzata da antiche forme utilizzate a sco­
pi del tutto diversi). Naturalmente è possibile, e anzi probabile,
che all'epoca dei responsi oracolari di Anyang si scrivesse anche
su materiali deperibili che non hanno lasciato traccia e che solo
l'uso di incidere su ossa fosse all'epoca nuovo. Se però l'uso del­
la scrittura fosse stato molto più antico sarebbe difficile spiegare
perché non siano state trovate scritte incise su bronzo più antiche
di quelle di Anyang. Per questo e altri motivi si ritiene in genere
che la scrittura cinese non abbia preceduto di molto il suo primo
uso documentato 49 •
La teoria sostenuta da Gelb, secondo la quale la scrittura sa­
rebbe nata una sola volta, in Mesopotamia, e si sarebbe poi dif­
fusa raggiungendo anche la Cina 50 , negli anni Cinquanta del se­
colo scorso era accettata da molti studiosi. Successivamente, dagli
anni Sessanta in poi, nell'ambito del rifiuto del diffusionismo che
abbiamo ricordato più volte, la natura puramente autoctona della
scrittura cinese è stata affermata con forza.
Dal volgere del millennio sono però riaffiorati dubbi. Abbia­
mo già ricordato che Damerow nel 1999 aveva tentato di ripro­
porre in questo contesto il modello diffusionista. Più di recente
Françoise Bottéro ha scritto:

La scrittura cinese[... ] appare intorno al tredicesimo secolo a.C.,


circa 1700 anni dopo l'inizio della scrittura in Mesopotamia. Vi
era stato quindi tempo più che sufficiente perché i Cinesi traes­
sero beneficio dei progressi di altre civiltà. Se gli elementi grafici
usati nel sistema cinese di scrittura non sono stati tratti da alcu­
na altra scrittura nota, è probabile, a mio parere, che l'idea della
scrittura sia venuta da Occidente. L'ipotesi opposta, di un'inven­
zione indipendente della scrittura in Cina, è difficile da sostene­
re. Essa implica che la Cina fosse isolata, che il popolo cinese vi­
vesse senza alcun contatto con il resto del mondo o senza alcu-

49
Vedi per esempio [Boltz], p. 108.
so Vedi sopra. p. 25.

- - 36 - -
L'emergere di una storia unitaria del Vecchio Mondo

na influenza esterna, cioè senza alcuno scambio culturale, in una


condizione decisamente improbabile. D'altra parte l'ipotesi di
una diffusione dall'Occidente dell'idea della scrittura aiuterebbe
a capire perché in Cina non troviamo alcun rudimento o passo
iniziale verso la scrittura e perché essa appaia improvvisamente
durante la dinastia Shang come un sistema completo per trascri­
vere la lingua parlata 51•

Oggi l'ipotesi di una Cina isolata non può più essere detta so­
lo improbabile, essendo contraddetta da fatti pienamente docu­
mentati: i contatti con l'occidente non solo sono stati essenziali
per lo sviluppo tecnologico cinese, come abbiamo visto nei casi
della metallurgia, dei carri e dell'addomesticamento del cavallo,
ma hanno riguardato anche altri aspetti della cultura, come la re­
ligione 52 . Ciononostante la posizione di Bottéro è ancora mino­
ritaria. Come mai'? Ecco gli argomenti con cui Robert Bagley di­
fende la tesi di un 'invenzione cinese autonoma:

Cinquant'anni fa, f... ] filologi come I.J. Gelb, convinti che quella
della scrittura fosse un'invenzione troppo difficile per essere stata
fatta due volte, spiegava il suo improvviso apparire in Cina come
effetto di uno stimolo proveniente dalla Mesopotamia.
[...] Inoltre l'argomento della difficoltà dell'invenzione [della scrit­
tura] non sembra più forte come una volta. La migliore compren­
sione della scrittura mesoamericana ha reso più facile (e necessa­
rio) credere in più origini indipendenti della scrittura: qualsiasi dif­
ficoltà possa avere l'invenzione, è stata fatta almeno due volte 53•

Jerrold Cooper è ancora più esplicito:

La storia [delle origini della scrittura] è cambiata drammatica­


mente dal mio primo coinvolgimento con il problema a metà
degli anni '60. Allora dominava il modello diffusionista di Gelb
dell'origine della scrittura: la scrittura era stata inventata in Babi­
lonia poco prima del 3000 a.C., aveva rapidamente stimolato lo

" [Bottéro], p. 259.


1

"� Per le influenze occidentali sulla religione cinese vedi [Knauer].


s:i [Bagley
AW], pp. 226-227.

37 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

sviluppo della scrittura nel vicino Egitto e in modi non ben com­
presi aveva finito con Io stimolare lo sviluppo della scrittura in
Cina circa 1500 anni più tardi.
[ ...] Parecchi decenni più tardi è cambiato tutto: gli spettacolari
progressi nella decifrazione dei testi Maya hanno dimostrato al
di là di ogni dubbio che la scrittura è stata inventata indipen­
dentemente almeno due volte [... ]. Se è certo che la scrittura è
stata inventata più di una volta, come la documentazione me­
soamericana ci costringe a credere, può bene essere stata inven­
tata quattro volte 54 •

Le citazioni potrebbero essere moltiplicate. L'argomento de­


cisivo a favore delle evoluzioni indipendenti e parallele dei siste­
mi di scrittura è sempre quello basato sul confronto tra Vecchio
e Nuovo Mondo.

"4 [Cooper], p. 71.


3
Vecchio e Nuovo Mondo

3.1 II grande laboratorio del neoevoluzionismo

Se ci si restringe al Vecchio Mondo, la tesi neoevoluzionista


degli sviluppi indipendenti e paralleli delle civiltà è chiaramen­
te insostenibile. Non solo i progressi dell'archeologia rendono
sempre più evidente la fitta rete di connessioni che sin da tempi
antichissimi ha collegato la storia delle civiltà eurasiatiche, ma si
ha anche la controprova che quando una barriera geografica ha
impedito i contatti, come è avvenuto con il Sahara, le evoluzioni
non sono state affatto parallele: nell'Africa subsahariana non si
sono infatti avute né la rivoluzione neolitica né quella urbana, né
invenzioni come la ruota. Considerazioni analoghe possono es­
sere fatte per l'Australia.
Il caso della ruota permette di illustrare un fenomeno genera­
le. La sua invenzione è una delle tante di cui si può documentare
che è avvenuta una sola volta. Nessuno dei popoli ai quali non
è arrivata per diffusione vi è giunto indipendentemente; l'Africa
subsahariana e l'Australia l'hanno conosciuta solo quando vi è
stata introdotta dagli arabi o dagli europei 1. Eppure oggi ci ap­
pare così semplice e naturale da far immaginare che possa essere
stata concepita indipendentemente numerose volte. Credo che la
ragione profonda di questa opinione diffusa, contraddetta dalla
storia, sia la stessa che rende in realtà estremamente difficili in­
venzioni così innovative. Non è infatti facile immaginare un mon-

1 Torneremo sul caso della Mesoamerica (vedi avanti, pp. 47-48).

- - 39 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

do senza ruote se si è abituati a vederle dall'infanzia, anche se è


ancora più difficile pensarle in un mondo in cui non esistono an­
cora. La ruota appare in genere una banale applicazione del ro­
tolamento che può essere osservato in natura, dimenticando che
il suo uso richiede in realtà un complesso sistema, senza alcuna
analogia in natura che, unendo in modo allo stesso tempo stabi­
le ma non rigido parti sconnesse, riesca a trasformare il moto di
rotolamento nel moto traslatorio del carro.
Se qualcuno volesse usare la mancata invenzione della ruota
per sostenere, per esempio, una presunta inferiorità intellettuale
degli aborigeni australiani, potremmo rovesciare il suo ragiona­
mento sostenendo l'inferiorità di tutte le culture che non sono
riuscite a inventare il boomerang. Sembra in effetti che in assen­
za di scambi le culture tenderebbero a divaricarsi «a cespuglio►>,
come avviene alle specie biologiche. È però anche vero che non
tutte le culture si sono evolute allo stesso modo. Alcune si sono
sviluppate in modo più complesso: non certo quelle prodotte
da presunte etnie ,,superiori►>, ma semplicemente quelle che han­
no potuto beneficiare di più scambi. La Tasmania illustra questo
punto con particolare chiarezza. La sua popolazione, vissuta per
circa diecimila anni in un completo isolamento che ne avrebbe
dovuto fare un oggetto privilegiato di studio per i seguaci del
neoevoluzionismo, invece di evolversi verso società di comples­
sità crescente, come previsto dalle teorie di tali studiosi, si è tra­
sformata infatti nella direzione opposta, approdando alla cultura
materiale più semplice nota sul pianeta 2•
Rimane un solo forte pilastro a sostegno del neoevoluzionismo
(e quindi, implicitamente, del determinismo biologico): il confron­
to tra Vecchio e Nuovo Mondo. Non solo, infatti, nella Mesoame­
rica, proprio come in Eurasia, sono apparsi allevamento e agricol­
tura, ceramica, tessitura e metallurgia, città, scrittura, sacerdoti e
Stati, ma, come vedremo, anche molti specifici prodotti culturali
eguali fin nei dettagli a quelli elaborati nel Vecchio Mondo. Poiché

2 Secondo studiosi recenti i Tasmaniani, contrariamente all'opinione a

lungo diffusa, sarebbero stati in grado di accendere il fuoco, ma lo avreb­


bero fatto con tecniche che non hanno lasciato alcuna traccia archeologica.

- - 40 - -
Vecchio e Nuovo Mondo

nulla di tutto ciò poteva essere conosciuto dai cacciatori del pale­
olitico che, attraversando l'istmo che oggi è sostituito dallo stretto
di Bering, avevano iniziato a popolare le Americhe, il Nuovo Mon­
do è stato usato come un gigantesco laboratorio in cui si dimostre­
rebbe la presenza di leggi universali che governano l'evoluzione
di tutte le società umane in un'unica direzione. L'argomento è na­
turalmente basato sul presupposto (spesso assunto implicitamen­
te come ovvio, come abbiamo visto fare a Bagley e Cooper 3) che
gli oceani abbiano costituito una barriera invalicabile, assicurando
l'assoluto isolamento culturale del continente americano.

3.2 Miti, eresie e fantastoria

Nei primi secoli successivi alla conquista spagnola era gene­


ralmente accettata l'idea che nell'antichità vi fossero state strette
relazioni tra l'America e gli altri continenti. Quando gli europei
entrarono in contatto con le civiltà americane, cercarono infatti
di inquadrarle nella propria cultura tradizionale immaginando
rapporti diretti di filiazione. Bartolomé de Las Casas credeva che
gli indigeni americani discendessero dalle tribù perdute di Israe­
le; questa teoria, che permetteva di inserire anche il Nuovo Mon­
do nell'ambito della storia biblica, oggi può apparire bislacca ma
ebbe largo seguito per secoli (nel Seicento fu accolta, tra gli altri,
da Ugo Grozio). Altri immaginarono che la Mesoamerica fosse
stata colonizzata dagli Egiziani: un'idea, suggerita anche dalle pi­
ramidi Maya, che fu accolta ancora, tra Ottocento e Novecento,
dall'iperdiffusionista Smith. Vi furono diversi altri tentativi di ri­
condurre in modo semplice e meccanico le culture americane a
quelle tradizionalmente note del Vecchio Mondo.
Nella prima metà del Novecento storici e archeologi criticaro­
no con crescente decisione questi tentativi semplicistici e spesso
basati su elementi mitici di appropriarsi delle civiltà americane
come sottoprodotti della cultura del Vecchio Mondo. Nel 1948

'1 Vedi sopra, pp. 37-38.

41 �--
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

Alfred Louis Kroeber, che pure in altri casi era stato un diffusio­
nista convinto 4, sanciva l'espulsione dalla storiografia ufficiale di
ogni idea di influenza esterna sul continente americano:

No specialist in American archaeology at present sees any piace


where there is room for a significant Old World influence in the
unfolding of his story. Tue various theories "explaining" the cul­
tures of Mexico and Peru as derived from China, India, Farther
India, or Oceania are all views of non-Americanistic scholars or
the speculations of amateurs 5•

Successivamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, vi fu un ri­


torno di interesse verso l'ipotesi di contatti precolombiani, che
ebbe uno dei suoi momenti più significativi nel simposio orga­
nizzato su questo terna a Santa Fe nel maggio 1968 dalla Society
for Arnerican Archaeology 6• I sostenitori di rapporti transoceanici
erano però una minoranza duramente osteggiata. Uno dei parte­
cipanti al simposio, Gordon F. Ekholrn, scrisse in quell'occasione:

There are, of course, many problems concerning the kind of evi­


dence that have been presented in the area of transpacific con­
tacts, but the principal difficulty appears to be a kind of theoreti­
cal roadblock that stops short our thinking about question of dif­
fusion or culture contact. This is true in anthropological thought
generally, but the obstruction seems to be particularly solid and
resistant among American archeologists 7•

Negli anni successivi l'idea di antichi contatti transoceamc1


fu di nuovo espulsa dalla cultura ufficiale, con poche eccezioni 8•

4
Vedi sopra, p. 7.
5
[Kroeber A], p. 318.
6
La maggior parte degli interventi è pubblicata in [Riley Kelley Penning­
ton Rands].
7 [Ekholm DAE], p. 54.
8
Un'eccezione rilevante è costituita dal convegno sugli scambi culturali
nell'antichità organizzato nel 2001 dalla University of Pennsylania, che af-

-- 42 --
Vecchio e Nuovo Mondo

L'atteggiamento della comunità accademica sull'argomento è be­


ne espresso da alcune affermazioni poste all'inizio del più autore­
vole trattato sulla civiltà Maya. Criticando i diffusionisti che ave­
vano attribuito il sorgere delle civiltà americane a influenze pro­
venienti dal Vecchio Mondo, Robert Sharer scrive:

Such popular myths are completely devoid of fact, for the evi­
dence is clear that civilization in the Americas evolved indepen­
dently of developments in the Old World. After more than a cen­
tury of gathering and analyzing archaeological evidence, nothing
has been found to support interventions by peoples from the Old
World, Jet alone mythical lands such as Atlantis. Rather, the evi­
dence points consistently to an indigenous cultura! development
in the Americas. After migrations populated North and South
America from Asia over twelve thousand years ago, the peoples
of the Americas began a long voyage of socia! and cultura! de­
velopment. They invented new hunting technologies that allowed
Native American societies to grow and prosper. Although they
followed the same generai course as societies in the Old World,
the peoples of the Americas indipendently invented agriculture,
pottery, irrigation, metallurgy, and writing, culminating in the de­
velopment of cities and civilization 9•

Lo stretto legame tra l'isolazionismo e la convinzione, tipica


del neoevoluzionismo, che tutte le civiltà umane abbiano seguito
un percorso sostanzialmente identico è qui chiarissimo. È anche
evidente che l'esistenza di miti popolari riguardanti contatti tra
Vecchio e Nuovo Mondo non permette di bollare ogni ipotesi di
contatto come un mito popolare. Il fatto che uno studioso serio
usi espedienti di questo tipo per delegittimare ogni possibile cri­
tica alla propria convinzione isolazionista richiede una spiegazio­
ne. Non è difficile trovarla perché le ragioni ideologiche dell'at­
teggiamento di Sharer traspaiono abbastanza chiaramente dalla
frase che aveva scritto subito prima:

frontò anche la questione dei contatti precolombiani (gli atti sono parzial­
mente pubblicati in [Mair CEAW]).
9
[Sharer Traxler], p. 7.

- - 43 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

This and similar discredited ideas assert that the peoples of the
Americas were incapable of shaping their own destiny or of
developing sophisticated cultures independently of Old World
influence 10•

Nella rivendicazione della capacità dei <<popoli d'America» di


forgiare il proprio destino sembra di avvertire un'eco della Di­
chiarazione d'Indipendenza del 1776. A molti archeologi america­
ni, che evidentemente basano la propria identità su elementi più
geografici che storici, la possibilità di antiche influenze esterne sul­
le culture indigene del proprio continente appare evidentemente
un attentato all'indipendenza <<americana» 11. Nella prefazione alla
prima edizione dello stesso trattato, Sylvanus Morley, lodando i li­
bri sulla civiltà Maya di John Lloyd Stephens, aveva scritto:

[...] after their appearance, knowledge of the Maya, who devel­


oped our greatest native American civilization, became generai
on both sides of the Atlantic 12.

La strana identificazione dell'autore con le società indigene


del proprio continente in quanto <<americane>> è qui resa esplicita
dall'uso del possessivo our.
Erik Reed osservava nel convegno di Santa Fe che l'ipotesi
di contatti transpacifici è sì respinta dalla comunità accademica,
ma è considerata meno eretica di quella dei contatti transatlanti­
ci 1:3 _ Non può meravigliarci: dopo tutto la guerra di indipendenza
americana non è stata certo combattuta contro potenze asiatiche.

10
Ibidem.
11
Un libro molto interessante sull'influenza delle ideologie nazionalisti­
che sulle ricerche archeologiche è [Kohl Fawcett]. I saggi lì contenuti si oc­
cupano però delle ricerche compiute in Europa occidentale e orientale e in
Asia, senza prendere mai in considerazione gli archeologi americani. Ci si
può chiedere se questa lacuna sia da mettere in qualche relazione con i sen­
timenti di Kohl e Fawcett (rispettivamente statunitense e canadese).
12
Citato in [Sharer Traxler], p. XXVIII.
i:i fReedl, p. 109.

� - 44 �-
Vecchio e Nuovo Mondo

In tutti i settori disciplinari, quando un'idea con elementi di


plausibilità è bandita con intransigenza dalla comunità scientifica,
che accetta compatta un paradigma nonostante non riesca a ren­
dere conto di un certo numero di fatti, quell'idea diviene appan­
naggio di dilettanti e <<transfughi» dall'accademia di vario genere. Si
forma così una comunità alternativa molto eterogenea, nella qua­
le personaggi fantasiosi in cerca di pubblicità si accompagnano a
persone dotate di passione e intuizione, ma raramente del baga­
glio tecnico necessario per compiere ricerche considerate attendi­
bili dagli studiosi professionisti. L'idea espulsa dall'accademia vie­
ne così screditata ulteriormente, innescando un circolo vizioso che
la fa apparire tanto più falsa quanto più trova credito in ambienti
frequentati da dilettanti. Nel nostro caso esistono molti libri sugli
antichi viaggi in America, di vario livello, scritti da non specialisti.
In genere vi manca il vaglio critico delle presunte testimonianze e
spesso sono inseriti argomenti del tutto assurdi, ma vi si possono
trovare anche notizie interessanti che, essendo state rifiutate dalla
letteratura accademica, non hanno altro luogo ove apparire.

3.3 Elementi culturali comuni

Uno dei principali argomenti usati dai sostenitori di antichi


contatti transoceanici tra il continente americano e il Vecchio
Mondo è basato sulla coincidenza di specifici elementi culturali.
Ne sono stati trovati moltissimi, nei settori più vari, ma natural­
mente non possono essere accettati come prova dagli isolazioni­
sti. Se si è convinti che tra due civiltà non vi sia mai stato alcun
contatto, la presenza di elementi condivisi può sempre essere con­
siderata un effetto dello scarso numero di possibilità a disposi­
zione dell'uomo e del peso delle caratteristiche biologiche della
specie umana nella costruzione della cultura. Ogni scoperta di un
elemento comune può essere usata sia per difendere l'ipotesi dei
contatti sia a favore del determinismo biologico, rafforzando in
ciascuno le convinzioni preesistenti.
Alcuni esempi, se non possono convincere gli isolazionisti,
possono però mostrare fino a che punto deve essere spinto il

- - 45 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

determinismo biologico per accettare l'isolamento culturale del


continente americano.
Molti studiosi ritengono che l'idea della scrittura, in quanto
<<naturale ►►, sia scaturita indipendentemente dalla mente di uomi­
ni appartenenti a civiltà diverse e lontane. Chi è convinto che sia
«naturale ►► registrare informazioni in forma durevole, deve però
ammettere che quello di «scrivere», cioè di tracciare segni su un
supporto, non sia l'unico modo per farlo. Per esempio l'idea di
usare cordicelle annodate probabilmente non sarebbe venuta in
mente a chi non avesse mai sentito parlare dei quipu usati nell'an­
tico Perù. Ma qualora si riconoscesse come pratica naturale anche
«scrivere», si deve ammettere che depositare un inchiostro su fogli
ottenuti intrecciando fibre vegetali non è certo l'unica possibili­
tà; essendo abituati ai libri dall'infanzia, se non avessimo sapu­
to delle tavolette mesopotamiche, probabilmente non avremmo
pensato all'alternativa di cuocere argilla incisa, né ci è facile im­
maginare altre possibilità mai realizzate. Ma anche se si ammette
che sia «naturale» scrivere con inchiostro su fogli ottenuti da fibre
vegetali, non è necessario raccoglierli in libri: si potrebbero usare
rotoli o altro. Il fatto che in America centrale si usassero libri in
tutto simili al «codex» di epoca romana può quindi far riflettere.
I Maya giocavano alla palla e ai dadi. Questi giochi sembrano
probabilmente troppo «naturali» (almeno a chi li ha sempre pra­
ticati, o quanto meno ne ha sempre sentito parlare) per costituire
indizi di diffusione, ma un gioco da tavola come il patolli, prati­
cato con varianti in tutte le culture mesoamericane, è sembrato a
qualche studioso troppo simile all'indiano pachisi per essere sorto
indipendentemente 14• Anche in questo caso, tuttavia, altri hanno
spiegato la somiglianza con il piccolo numero di possibilità con
cui, a loro parere, sarebbe possibile ideare un gioco da tavola 15.
La metallurgia può sembrare «naturale», anche se pare che nel
Vecchio Mondo si sia diffusa senza essere reinventata indipenden­
temente due volte. Ma la stretta corrispondenza tra una serie di

14 [Hoebel], p. 76.
1" [Lewis].
Vecchio e Nuovo Mondo

particolari tecniche usate in America e nell'Eurasia, inclusa quella


della «cera persa», secondo qualche studioso è difficilmente spie­
gabile senza un processo di diffusione 16•
Sono stati compilati lunghi elenchi di prodotti culturali di
ogni genere che, essendo comuni al Vecchio e al Nuovo Mondo,
possono suggerire un fenomeno di diffusione 17•
Nel caso di elaborazioni teoriche, il giudizio sull'origine delle
coincidenze dipende dalla posizione filosofica di chi giudica. Per
un matematico di indirizzo neoplatonico (come è, spesso incon­
sapevolmente, la maggioranza dei matematici contemporanei) la
presenza dello zero nella cultura Maya non è particolarmente si­
gnificativa: mostra semplicemente che gli intellettuali di quella ci­
viltà avevano «scoperto» un ente che avrebbe comunque una sua
realtà, indipendente dagli eventuali scopritori. A chi invece ritiene
che lo zero, come tutti i concetti matematici, sia un prodotto della
cultura umana, la sua presenza in Mesoamerica può apparire più
plausibilmente l'effetto di un fenomeno di diffusione. La seconda
opinione è confortata dal fatto che nel resto del mondo lo zero
è certamente nato una volta sola, in Mesopotamia, da dove si è
diffuso in tutte le culture che l'hanno adottato successivamente.
È chiaro che la soluzione, in un senso o nell'altro, del problema
dell'origine dello zero dei Maya avrebbe un'importante ricaduta
sull'antico problema della realtà degli oggetti matematici.
Per alcuni prodotti tecnologici l'ipotesi della diffusione racco­
glie un maggior numero di consensi. A molti, per esempio, ap­
pare poco plausibile che in Mesoamerica siano stati reinventati
indipendentemente sigilli cilindrici eguali a quelli usati da tempi
antichissimi in Medio Oriente (dove si erano diffusi senza essere
mai reinventati una seconda volta) 18.
Personalmente mi appare ancora più convincente il caso della
ruota. Nel Vecchio Mondo, come abbiamo visto, i veicoli a ruote
sono mancati dove non è arrivata la loro diffusione, senza essere

16 [Heine-Geldern AHSM].
17
[Sorenson Raish].
lH [Borhegyi]; [Bachand].
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

Figura 8. Giocattoli precolombiani tro11ati a Vera Cruz, in Messico.

stati mai reinventati indipendentemente. Nelle civiltà precolom­


biane tali veicoli non esistevano. Del resto non avrebbero potuto
esistere, vista l'assenza di animali da traino. Eppure in Messico
sono stati trovati molti giocattoli mobili su ruote di epoca preco­
lombiana 19• Sembra un caso tipico di <<fossile>> culturale 20, cioè di
un residuo proveniente da una cultura in cui esistevano veri vei­
coli con ruote. Naturalmente chi è convinto che siamo predeter­
minati geneticamente a concepire, tra tante altre cose, anche vei­
coli con ruote non accetterà questo genere di «prova» di contatti.
Dovrebbe però riuscire a spiegare (preferibilmente evitando idee
razziste) perché questa predeterminazione non abbia funzionato
nell'Africa subsahariana né in Australia, e soprattutto come mai
le ruote di alcuni dei giocattoli precolombiani (come quello a si­
nistra nella figura 8) siano provviste di finti raggi: una struttura
la cui natura «fossile» è difficile da contestare 21•

19
[Ekholm WTM]; [Diehl Mandeville]. Questi e altri articoli sull'argo­
mento sono accessibili dal sito http://www.prccolumbianwhecls.com/ (vi­
sitato il 4/5/2013).
20 Vedi sopra, p. 12.
21 Le ruote a raggi furono ideate per alleggerire i veicoli e ovviamente
quelle finte dei giocattoli hanno il solo possibile significato di riprodurre
una struttura nota nei veicoli di grandi dimensioni.

48
Vecchio e Nuovo Mondo

3.4 Le spedizioni dei Vichinghi in America

Intorno al 985 Vichinghi provenienti dall'Islanda fondarono


due insediamenti in Groenlandia e verso il 1000, esplorando
l'oceano a occidente, coloni groenlandesi giunsero nella terra di
«Vinland», ossia a Terranova e in altre zone dell'America setten­
trionale 22. I viaggi in America sono descritti in testi norreni (cioè
nella lingua dei Vichinghi) che si sono conservati e sono stati letti
con continuità fino a oggi 23, ma erano stati considerati con mol­
to scetticismo dagli studiosi, prima che nel 1960 Helge Ingstad
trovasse i resti di un villaggio vichingo a Terranova. Dopo di al­
lora, non è stato più possibile negare la ,,scoperta dell'America»
da parte dei Vichinghi, ma la portata dell'evento è stata talmente
minimizzata da generare la diffusa convinzione che quelle lon­
tane spedizioni in America siano state sì reali ma, non avendo
avuto alcuna conseguenza storica, possano essere trascurate esat­
tamente come se non fossero mai avvenute. Un significativo in­
dizio linguistico di questo atteggiamento è dato dall'uso del ter­
mine precolombiano. Quando si discute (in genere per negarla)
della possibilità di eventuali contatti precolombiani con I'Ameri­
ca, si sottintende infatti, evidentemente, «a parte i viaggi dei Vi­
chinghi, ovviamente irrilevanti».
La presunta irrilevanza storica delle esplorazioni vichinghe è
sostenuta in genere sulla base di tre punti:

a. Si è trattato di pochi viaggi sporadici.


b. Non vi è stata alcuna influenza sulle culture indigene americane.
c. In Europa se ne era perso completamente il ricordo.

Il primo punto è certamente falso. È sempre più chiaro che lo


stretto di Davis continuò ad essere attraversato per diversi seco-

22 Sugli insediamenti vichinghi in Groenlandia e sulle successive spedi­


zioni in America è particolarmente utile [Seaver].
2:1 I princi ali testi che descrivono le spedizioni in America sono il sesto
p
capitolo del Mendingabok e due saghe: la Gramlendinga saga e la Eiriks sa­
ga rauòa.

- - 49 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

li 24• Quanto alle conseguenze culturali delle spedizioni sulle po­


polazioni americane, hanno cominciato ad essere esplorate solo
da poco, con risultati che appaiono già molto interessanti 25•
Il punto che ci interessa di più è il terzo. Chiunque poteva leg­
gere nelle saghe la descrizione delle spedizioni in America, ma chi
conosceva la rotta da seguire per giungere alle nuove terre'? Que­
ste conoscenze erano certamente diffuse tra i coloni groenlandesi,
che avevano continuato a viaggiare nei due sensi per secoli e non
erano affatto isolati. Si consideravano parte integrante dell'Eu­
ropa ed erano in corrispondenza con le potenze del continente:
non solo con l'Islanda, la Norvegia e altri paesi nordici, ma an­
che con il papa. Il vescovo della diocesi groenlandese era infatti
nominato da Roma e si trasferiva sempre dall'Europa.
Dei due insediamenti, quello occidentale fu abbandonato in­
torno al 1350, mentre quello detto «orientale» (che in realtà era
presso l'estremità meridionale della Groenlandia) fu attivo fino
a un anno imprecisato del XV secolo. La scarsità di informazio­
ni sulla fase finale della vita di questo secondo insediamento
è certamente da attribuire anche al deteriorarsi delle condizio­
ni dell'Islanda, dovuto in parte a motivi politici (nel 1380 era
entrata a far parte dell'Unione di Kalmar, dominata dalla Da­
nimarca, molto meno interessata della Norvegia al commercio
con l'Islanda) e in parte alla pestilenza che l'afflisse nel 1402-
1404. Nella nuova situazione creatasi all'inizio del Quattrocen­
to gli Islandesi interruppero la compilazione degli annali, che fi­
no ad allora erano stati la principale fonte di informazioni sugli
insediamenti groenlandesi. Anche i rapporti diretti con Roma si
erano interrotti alla fine del XIV secolo, quando la sede vesco­
vile groenlandese era rimasta vacante.
Nella prima metà del XV secolo le acque dell'Atlantico del
nord furono frequentate sempre più da pescherecci inglesi alla ri­
cerca di banchi di merluzzo e probabilmente a quel tempo i co-

24 Vedi, per esempio, [Seaver], p. 28.


2
" [Sutherland].

-- 50 --
Vecchio e Nuovo Mondo

Ioni groenlandesi cominciarono ad avere più rapporti con gli in­


glesi che con la <<madrepatria» islandese in crisi 26 .
La tesi, a lungo accettata, che l'insediamento orientale avesse
fatto una fine tragica è considerata con sempre maggiore scettici­
smo dagli studiosi. Oggi è ritenuto molto più probabile che i co­
loni, come quelli dell'insediamento occidentale, avessero sempli­
cemente deciso di trasferirsi altrove, anche a causa dell'abbassarsi
delle temperature che caratterizzò l'avvento della cosiddetta «pic­
cola era glaciale» 27 • Sulla possibile destinazione dei coloni sono
state avanzate varie ipotesi, ma nessuna suffragata da argomenti
decisivi. Quanto alla data è plausibile che l'emigrazione sia avve­
nuta nella seconda metà del secolo.
Come sappiamo dalla biografia scritta dal figlio Fernando,
Cristoforo Colombo nel 1477, all'età di 26 anni, aveva visitato
«T ile» (ossia Tuie) e aveva verificato che la sua latitudine riportata
nella Geografia di Tolomeo, di 63 ° , non era corretta, poiché egli
stesso si era spinto fino alla latitudine di 73 °N. Probabilmente
era giunto in Groenlandia.
Nel 1497 Sebastiano Caboto partì da Bristol (un porto fre­
quentato da pescherecci che si recavano in Islanda e in altri luo­
ghi dell'Atlantico settentrionale) per raggiungere Terranova, ossia
la Vinland dei Groenlandesi.
Sembra improbabile che nessuna notizia sulla rotta per l'Ame­
rica sia trapelata dai groenlandesi emigrati ai grandi esploratori
che pochi anni dopo percorsero gli stessi mari raggiungendo le
stesse destinazioni. È più ragionevole supporre che un filo conti­
nuo leghi le imprese vichinghe ai viaggi dell'epoca delle «grandi
scoperte (o riscoperte'?) geografiche» 28 •

26 Su questo punto si possono leggere i capitoli 7, 8 e 9 di [Seaver]. I

rapporti tra Groenlandesi e inglesi sono suggeriti tra l'altro da due oggetti
quasi certamente di fattura inglese (una croce e un coltello) trovati nell'in­
sediamento orientale.
27
Su questo argomento, oltre a [Seaver], è interessante leggere [Ber­
glund]. Un'opinione opposta è espressa in [Diamond].
2H
Molti elementi a sostegno di questa tesi sono raccolti in [Seaver].

-- 51 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

Nel capitolo 2 abbiamo visto come antiche civiltà fossero


state considerate prive di contatti reciproci per la mancanza di
scavi archeologici nelle zone intermedie. La storia della colonia
groenlandese suggerisce che, allo stesso modo, la scarsità di in­
formazioni potrebbe nascondere ai nostri occhi le relazioni tra
eventi connessi da catene causali oggi difficilmente documenta­
bili. Inoltre ci ricorda che la conoscenza (in questo caso di rotte
marittime) non è necessariamente assente quando non è diffusa
e condivisa; in molti casi può rimanere confinata in ambienti
ristretti e propagarsi attraverso fili sottili a stento rintracciabili.

3.5 Era possibile attraversare l'Atlantico?

Ci si può chiedere se antichi contatti tra Vecchio e Nuo­


vo Mondo attraverso l'Oceano Atlantico fossero tecnicamente
possibili. Poiché le civiltà precolombiane ignoravano la navi­
gazione oceanica, ciò equivale a chiedersi se antiche navi del
mondo mediterraneo avessero la possibilità tecnica di raggiun­
gere le Americhe.
Una volta si tendeva a escluderlo, soprattutto perché, se non
l'attraversamento dell'Atlantico dall'Europa all'America, alme­
no il viaggio di ritorno non sarebbe stato realizzabile con le tec­
niche nautiche diffuse nell'Europa medievale latina e si tende­
va, spesso inconsapevolmente, a considerare tali tecniche uno
standard superato solo dagli stessi europei all'epoca delle gran­
di scoperte geografiche. Ora che sappiamo che i Vichinghi non
avevano avuto problemi nell'attraversare l'Atlantico in ambedue
i sensi e che antiche popolazioni polinesiane, che in base a cri­
teri tradizionali dovremmo considerare di basso livello tecnolo­
gico, percorrevano in lungo e in largo l'Oceano Pacifico, l'atteg­
giamento è di necessità cambiato: dobbiamo in effetti ritenere
che nell'Europa latina del Medioevo la nautica fosse scesa a un
livello particolarmente basso, che in nessun senso può essere
usato come termine privilegiato di riferimento.
Vecchio e Nuovo Mondo

La navigazione oceanica è stata praticata da molti popoli del­


l'antichità 29 ed è effettuabile anche con zattere e piccole imbar­
cazioni di vario tipo, come è dimostrato non solo dalla famosa
impresa di Thor Heyerdal e del suo Kon Tiki, ma anche da centi­
naia di attraversamenti dell'Atlantico ben documentati effettuati
in diverse epoche con piccoli natanti di ogni genere 30.
Sappiamo d'altra parte che la dimensione delle navi ellenistiche
è stata superata solo nel periodo napoleonico:n. Naturalmente non
è la dimensione delle navi la caratteristica principale che assicura
la possibilità della navigazione oceanica. È molto più importante
la capacità di stringere il vento. La tendenza a sottostimare le co­
noscenze antiche è stata così forte che a lungo si è sostenuto che
nell'antichità non si fosse in grado di navigare di bolina. Eppure
questa manovra, la cui introduzione non solo era indicata con una
terminologia specifica 32 (la conosciamo in greco e in latino, ma si
può immaginare che la terminologia punica fosse a questo propo­
sito più ricca e precisa) ed è descritta da vari autori classici 33, ma
aveva anche ricevuto una spiegazione scientifica sostanzialmente
corretta :i4, che ai tempi di Colombo era totalmente ignota. I Greci
attribuivano l'introduzione di questa tecnica ai Fenici 35•
Vedremo che nell'antichità erano state compiute molte impre­
se impensabili per i marinai dell'Europa latina prima della fine
del XV secolo: in particolare il cartaginese Annone (nel V secolo
a.C. se non prima) aveva guidato una flotta dall'Atlantico meri-

29
Vedi, per esempio, [Helms].
30
[Barton]; [Kehoe]. Tra i tanti attraversamenti dell'Atlantico documen­
tati ve ne è anche uno effettuato alla fine del XV II secolo da un kayak
eschimese.
:n Vedi, per esempio, [Casson], p. 188.
:i2
Il navigare di bolina era detto in greco 1toòtalov 1tot1c:ì:cr8m; in latino
si usò il calco facere pedem.
:l:l
Per esempio Luciano, Navigium, 9; Nicandro di Colofone, Theriaca,
268-270; Plinio, Naturalis Historia, II, 128; Virgilio, Eneide, V, 830-32 (que­
sti e altri passi sono citati in [Casson], pp. 273-278).
:i4 (Pseudo'?) Aristotele, Mechanica, 851b, 7-14.
3" Filostrato, Eroico, i, 2.

53 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

dionale al Mediterraneo 36, superando quella che è considerata la


principale difficoltà della navigazione in quell'oceano. Non sem­
bra quindi che vi sia alcun motivo per assumere che Fenici, Car­
taginesi e Greci fossero necessariamente marinai meno abili di
Polinesiani e Vichinghi.
Se si aggiunge che Colombo aveva progettato la sua impresa
grazie al parziale recupero di conoscenze di geografia matematica
ellenistica 37, l'idea che nell'antichità non vi fossero le conoscenze
tecniche necessarie per una traversata oceanica può essere attri­
buita solo a un «mal di mare intellettuale» 38 che ha spinto ad at­
tribuire, senza alcuna giustificazione, a tutti «gli Antichi» l'orrore
per l'oceano provato dagli intellettuali romanP9•
In definitiva antichi contatti transoceanici erano certamente
possibili e costituiscono una condizione necessaria (anche se non
sufficiente) perché siano avvenuti quei significativi scambi culturali
in assenza dei quali bisogna concludere che la cultura umana sia
determinata biologicamente fin nei dettagli. Finché però non si tro­
vi una prova inconfutabile di tali contatti la loro presumibile assen­
za può essere usata come conferma del determinismo biologico.
Nel prossimo capitolo illustreremo con alcuni esempi il tipo
di argomenti usati finora a sostegno della tesi dei contatti preco­
lombiani e i metodi con cui sono stati confutati.

:16 Vedi avanti, pp. 100-101.


37
L'idea di raggiungere le Indie viaggiando verso occidente fu suggerita
a Colombo da Paolo del Pozzo Toscanelli, che aveva studiato la Geografia
di Tolomeo (giunta in Italia da Costantinopoli all'inizio del Quattrocento e
pubblicata a stampa per la prima volta nel 1475).
30
L'espressione è in [Easton].
39 Torneremo su questo punto nel §5.4.

-- 54 --
4
Possibili tracce di antichi
contatti transoceanici

4.1 Fonti americane

Se nell'antichità vi fossero stati significativi contatti tra Vec­


chio e Nuovo Mondo potremmo forse trovarne il ricordo negli
scritti delle culture mesoamericane. Purtroppo la ricerca è resa
assai difficile dalla sistematica distruzione delle fonti, che è elo­
quentemente descritta da uno dei principali studiosi (e, allo stes­
so tempo, distruttori) della cultura Maya del XVI secolo: il frate e
poi vescovo Diego de Landa, che intorno al 1566 scriveva:
Questa gente usava anche certi caratteri o lettere con le quali scri­
vevano in loro libri le loro antichità e le loro scienze e con que­
ste lettere e con figure e segni nelle figure esprimevano i loro ar­
gomenti e li facevano conoscere e li insegnavano. Trovammo un
gran numero di libri scritti con queste lettere, e poiché non con­
tenevano altro che superstizioni e falsità del demonio, Ii bruciam­
mo tutti, del che provavano meraviglia e gran pena 1.

Sono sopravvissuti solo quattro codici Maya e la più impor­


tante opera rimasta di quella letteratura, il libro sacro detto Po-

1 Usaba también esta gente de ciertos caracteres o letras con las cuales

escribian en sus libros sus cosas antiguas y sus ciencias, y con ellas y figuras
y alguna sefiales en las figuras, entendian sus cosas y las daban a entender
y ensefiaban. Hallamosles gran numero de libros de estas sus letras, y porque
no tenian cosas en que no hubiese supersticion y falsedades del demonio, se
los quemamos todos, lo cual sentian a maravilla y les daba pena (Diego de
Landa, Relaci6n de las cosas de Yucatan, p. 85, in [de Landa]).

- - 55 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia Unitaria'?

pol Vuh, che racconta la storia dell'origine del popolo Maya Qui­
ché iniziando dalla creazione del mondo, non è nota nella stesu­
ra originale. Tra il 1701 e il 1703 il frate Francisco Ximénez ne
trovò un manoscritto in lingua quiché trascritta in caratteri latini,
risalente al primo periodo coloniale, lo copiò e ne fece una tra­
duzione in spagnolo 2• Il Popol Vuh contiene tracce di antiche re­
lazioni con popolazioni sull'altro lato dell'Atlantico'? La risposta
dipende dall'interpretazione del testo. Riportiamone alcuni passi.
Tutto il popolo Quiché è detto discendere da quattro uomini
e quattro donne:

Vi furono molti sacerdoti e sacrificatori, non ve ne furono solo


quattro, ma quei quattro furono i progenitori di tutti noi, popo­
lo quiché.
I nomi di ciascuno erano diversi quando si moltiplicarono in
Oriente; furono molti i nomi del popolo: Tepeu, Oloman, Co­
hah, Quenech, Ahau, così si chiamavano coloro che in Oriente si
moltiplicarono. [ ... ]
Vi erano in gran numero uomini neri e uomini bianchi, uomini
di molte classi, di molte lingue, che destava meraviglia ascoltare 3•

Sorge la curiosità di capire quanto lontano a oriente vivessero


questi uomini bianchi e neri, di molte lingue, che i Maya conside­
ravano loro progenitori. Un'indicazione preziosa sembra essere
data più avanti, quando si narra di come questi progenitori rag­
giunsero la sede attuale:
Non è chiaro però come essi passassero il mare: lo attraversarono
e giunsero da questa parte, come se esso non fosse stato mare 4.

2 All'indirizzo http://library.osu.edu/projects/popolwuj/ (visitato il

20/5/2013) sono disponibili sia le foto del manoscritto compilato da Xi­


ménez sia le trascrizioni del testo quiché e della traduzione spagnola. Una
traduzione inglese che tiene conto dei recenti progressi nella conoscenza
della lingua Maya è [Popol Vuh:Tedlock]. Una traduzione italiana è in [Po­
pol Vuh:Tentori].
3 [
Popol Vuh:Tentori], pp. 97-98. La traduzione inglese è in [Popol
Vuh:Tedlock], pp. 149-150.
4
[Popol Vuh:Tentori], p. 107; [Popol Vuh:Tedlock], p. 158.

- - 56 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

Abbiamo trascritto la traduzione di Tullio Tentori, risalente


al 1959. Gli specialisti di cultura Maya hanno però successiva­
mente spiegato che la parola che usualmente significa «mare»
può essere usata anche per un piccolo lago, come deve inten­
dersi in questo caso. In verità non è chiaro perché, essendo pri­
vi di imbarcazioni, i progenitori avrebbero dovuto attraversare
il laghetto in modo portentoso, invece di girargli semplicemente
attorno, ma ci viene spiegato che probabilmente il trascrittore di
epoca coloniale era influenzato dalla storia biblica di Mosè che
divide le acque e voleva ripeterla 5•
Un altro brano di qualche interesse è il seguente:

Tutti rimasero a guardia sulla strada, ma non udirono nulla e al­


la fine si addormentarono. Allora cominciarono a strappar loro
le ciglia e le barbe, presero gli ornamenti d'argento che avevano
alla gola, le loro corone, le loro collane, e presero anche l'argen­
to dalle impugnature delle loro lance. Fecero ciò per punirli ed
umiliarli e dar loro un esempio del potere del popolo quiché 6•

Ai nostri fini non è importante ricostruire l'episodio identifi­


cando i dormienti e i loro assalitori. Ci interessa qui solo la cir­
costanza che per umiliare le vittime vengono loro sottratte barbe
e ornamenti d'argento, che evidentemente costituivano due sta­
tus symbol. La cosa è interessante perché è ben noto che gli indi­
geni americani erano glabri e l'episodio riflette evidentemente il
prestigio di cui godevano antichi uomini barbuti di cui non si era
perso il ricordo. La Mesoamerica precolombiana è del resto ricca
di antiche rappresentazioni di uomini con la barba, che iniziano
ad apparire già prima della cultura Maya, all'epoca della civiltà
Olmeca. Le statue Olmeche rappresentano a volte anche uomini
baffuti (oltre a molti altri glabri).
Tornando al Popol Vuh, ecco come si conclude il racconto del­
la morte dei quattro progenitori del popolo Quiché:

"Questa spiegazione è in [Popol Vuh:Tedlock], nota a p. 301.


6
[Popol Vuh:Tentoril, p. 129; [Popol Vuh:Tcdlock], p. 171.

- - 57 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

In questo modo avvenne la sparizione, la fine di Balam-Quitzé,


Balam-Acab, Mahucutah e Iqui-Balam, i primi uomini che erano
venuti dall'altra parte del mare, donde sorge il sole 7 •

La precedente è di nuovo la traduzione di Tentori. Più recente­


mente gli esperti di lingua quiché hanno però deciso che la paro­
la «ch'aqa», che era stata tradotta ,,dall'altra parte» in base al suo
significato abituale, in questo particolare contesto debba essere
intesa come «presso». I progenitori sarebbero quindi provenuti
dalla costa orientale. Il fatto che per trasferirsi dalla costa all'in­
terno avessero dovuto viaggiare, come abbiamo visto, sull'acqua
può sembrare strano, ma può sempre essere spiegato con la pre­
senza di un lago che arrivi presso la riva del mare (anche se non
si capisce perché non si dovrebbe allora conservare l'espressione
«dall'altra parte ►►, riferendola al lago).
Dopo la morte dei progenitori, i figli prendono una decisione:

In seguito decisero di andare ad Oriente, pensando di adempiere


la raccomandazione dei loro padri, che non avevano dimentica­
to. [ ...] E nel partire dissero: «Andiamo a Oriente da dove giun­
sero i nostri padri». Così dissero i tre figli quando si posero in
cammino. [...]
Questi sono dunque i nomi di coloro che andarono là, dall'altro
lato del mare; [ ...]
Attraversarono il mare sicuri quando si recarono là all'Oriente,
quando andarono a ricevere l'investitura del regno 8 •

In questo caso, in cui l'attraversamento del mare non può es­


sere eliminato cambiando l'interpretazione di una preposizione,
nella traduzione inglese si dice che i tre andarono «presso» il ma­
re, ma erano gli stessi che erano passati «sul» mare.
Non conoscendo la lingua quiché non posso contestare le inter­
pretazioni correnti dei passi che abbiamo letto, ma è difficile evita­
re l'impressione di qualche forzatura operata per non contraddire

7
[Popol Vuh:Tentori], p. 134; [Popol Vuh:Tedlock], p. 175.
8
[Popol Vuh:Tentori], pp. 134-135; [Popol Vuh:Tedlock], p. 179.

- - 58 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

un paradigma accettato. Ci si può chiedere cosa avrebbero dovuto


scrivere gli autori del Popol Vuh se avessero voluto affermare che
un gruppo di loro progenitori proveniva dall'altra parte del mare.

4.2 Galline che attraversano gli oceani

Nel suo Sumario de la natural historia de las lndias, apparso


nel 1526, Gonzalo Fernandez de Oviedo scriveva:

Di galline spagnole ve ne sono molte e aumentano continuamen­


te, [ ...] e discendono da quelle che sono state portate qui inizial­
mente. Ma, oltre a queste, vi sono galline selvatiche, grandi come
tacchini, nere, e con la testa e il collo un po' bruni, oppure neri
come il resto. [ ...) Sono assai moleste, e amanti di vivere nei vil­
laggi, o nelle loro vicinanze, per poter mangiare le immondizie 9•

Le «galline selvatiche* di cui parla Oviedo erano evidentemen­


te animali domestici parzialmente rinselvatichiti. I polli discen­
dono infatti tutti da uccelli che allo stato selvatico vivono (e so­
no vissuti) solo in Asia meridionale, dove furono originariamen­
te addomesticati e da dove si sono diffusi nelle altre regioni del
Vecchio Mondo.
Anche se nel passato qualcuno ha cercato di mettere in dub­
bio la presenza di polli nell'America precolombiana, la testimo­
nianza di Oviedo è confermata da tanti elementi 10 che non può
essere respinta: in particolare è ben documentata la presenza in
America, all'epoca della conquista, di varietà di origine asiatica,
ben diverse da quelle portate dagli spagnoli.
Poiché le popolazioni paleolitiche che popolarono le Ameri­
che migrando dall'Asia non praticavano ancora l'allevamento,
certamente non potevano aver portato con sé galline. I loro di-

9
[Oviedo], pp. 178-179.
10
Molti sono raccolti in [Carter].

- - 59
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria?

scendenti, ci ha assicurato Sharer 11, hanno inventato autonoma­


mente agricoltura e allevamento, ceramica e metallurgia, tecniche
di irrigazione e scrittura, città, Stati e tanti altri prodotti culturali
proprio eguali a quelli sviluppati nel Vecchio Mondo, ma ben dif­
ficilmente possono avere inventato anche i polli, che d'altra parte
non possono certo avere attraversato da soli né uno dei due oce­
ani né lo stretto di Bering. Inoltre nell'America settentrionale at­
tualmente occupata dal Canada e dagli Usa non vi erano galline.
Da dove provenivano allora quelle presenti in Mesoamerica
prima che le introducessero gli spagnoli'? La sola possibilità è
che vi fossero state portate da uomini che conoscevano I' alle­
vamento ed erano giunti in America dal mare. I ritrovamenti di
ossa di gallinacei nelle isole del Pacifico hanno permesso in ef­
fetti di seguirne la diffusione attraverso quell'oceano 12, cosicché
l'origine dei polli americani precolombiani non può più essere
considerata misteriosa.
Il presunto totale isolamento culturale del continente america­
no è stato quindi falsificato almeno in un altro caso (oltre a quel­
lo dei Vichinghi): l'oceano non ha costituito una barriera insupe­
rabile neppure per i Polinesiani.

4.3 Altri dati biologici

Se veramente gli <<uomini neri e uomini bianchi, uomini di


molte classi, di molte lingue►> (tra i quali dovevano essere uomini
barbuti) dei quali il Popol Vuh conserva il ricordo come antichi
progenitori dei Maya Quiché fossero venuti dall'altra parte del
mare, e se inoltre questi lontani progenitori avessero dato un con­
tributo genetico significativo alle popolazioni Maya, gli studiosi
di genetica delle popolazioni dovrebbero essere in grado di veri­
ficarlo. In effetti le analisi effettuate sul genoma delle popolazioni
native americane non mostrano alcun contributo proveniente da

11
Vedi sopra, p. 43.
12
[Storey Ladcfoged Matisoo-Smith].

- - 60 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

popolazioni non americane, tranne una sola eccezione: i Maya,


al cui corredo genetico hanno contribuito significativamente an­
tenati «toscani» e Bantu 13•
Naturalmente questa presenza di geni del Vecchio Mondo nel­
le popolazioni Maya attuali può essere attribuito a incroci avve­
nuti in epoca coloniale, come i genetisti sono inclini a credere.
Resta però da spiegare come mai i conquistatori spagnoli avesse­
ro una esclusiva preferenza sessuale per i Maya, trascurando com­
pletamente, per esempio, gli Aztechi.
Si può cercare di indagare su possibili antichi contatti con
l'America usando diversi altri dati di natura biologica. Per esem­
pio, poiché si è sempre ritenuto che la sifilide sia stata importata
in Europa dall'America dopo il 1492, si può immaginare che se
nell'antichità vi fossero stati contatti non sporadici anche allora
si sarebbe dovuta avere la stessa spiacevole conseguenza. La sco­
perta di numerosi casi di sifilide in epoca romana 14 può quindi
sembrare una confenna di contatti precolombiani, ma non costi­
tuisce una prova, perché è sempre possibile interpretare i dati ne­
gando l'origine americana della malattia e ricercando altre spie­
gazioni per il suo non manifestarsi (o il suo mancato riconosci­
mento) nei secoli intermedi.
Per chi nega i contatti transoceanici precolombiani è più dif­
ficile spiegare la presenza di alcuni parassiti dell'uomo, come il
nematode Ancylostoma duodenale, sia in Eurasia sia nell'America
precolombiana: si tratta infatti di organismi che non sopravvivo­
no alle basse temperature e quindi non potevano essere portati
via terra dall'Asia attraverso la Beringia (l'istmo che una volta
univa la Siberia all'Alaska) 15•

1'1 Vedi per esempio [Hellenthal Auton Falush]. Con la parola «toscano�
(tuscan nell'originale) si intende il gruppo etnico di origine etrusca, geneti­
camente ancora riconoscibile, che era largamente presente nell'Italia di epo­
ca romana.
i+ Vedi per esempio [Mazzucchi Cattaneo].
10 L'Ancylostoma è stato individuato in mummie e coproliti di epoca pre­
colombiana. Per una bibliografia su questo parassita si può leggere [Soren­
son Johannessen BEPCTV]. dove sono elencati anche altri tredici parassiti

- - 61
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

Figura 9. Raffigurazioni di ananas di epoca romana.

La figura 9 mostra varie raffigurazioni di ananas di epoca ro­


mana. La statuetta a sinistra risale al III secolo d.C. ed è conser­
vata al Musée d'Art et d'Histoire di Ginevra 16• A destra in alto è
un affresco della Casa dell'Efebo a Pompei e a destra in basso un
mosaico di età augustea trovato presso Roma, in località Grotte
Celoni, ora conservato nella sede di palazzo Massimo del Museo
Nazionale Romano.

o agenti infettivi comuni a Vecchio e Nuovo Mondo che secondo gli autori
possono essersi diffusi solo attraverso viaggi transoceanici: tra questi vi so­
no due specie di pidocchio.
16
La fotografia è di Elio Cadelo ed è stata usata per la copertina del suo
libro Quando i Romani andavano in America ([Cadelo]). È qui riprodotta per
gentile concessione dell'editore.

62 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

Poiché gli ananas sono originari della Mesoamerica e nell'an­


tichità non erano coltivati in nessun paese del Vecchio Mondo,
queste raffigurazioni sono ben difficili da spiegare se si nega ogni
contatto precolombiano. Agli studiosi che accettano il paradigma
dell'assenza di contatti non manca tuttavia il modo di rifiutare
anche questo elemento di prova: molti hanno spiegato queste raf­
figurazioni come effetto di ripetuti errori di vari artisti, che volen­
do rappresentare altra frutta avrebbero sbagliato, avvicinandosi
casualmente alla forma dell'ananas 17 .
Di molte altre piante, oltre l'ananas, è documentata la presen­
za sia nell'America precolombiana sia in altri continenti: trattan­
dosi di piante che non possono sopravvivere alle temperature ar­
tiche, escludendo, come i biologi escludono, che possano essere
state prodotte da evoluzioni indipendenti e parallele, la loro dif­
fusione può essere avvenuta solo attraverso gli oceani 18• In que­
sto caso per negare i contatti transoceanici si possono immagi­
nare semi che attraversano gli oceani con i propri mezzi, portati
da correnti: un'eventualità che appare certo ben poco plausibile,
ma che non può essere esclusa con assoluta certezza.
In definitiva molti dati di natura biologica sono coerenti
con l'ipotesi di antichi contatti tra Vecchio e Nuovo Mondo e
sembrano avvalorarla in modo significativo, ma nessuno ne ha
fornito una dimostrazione accettata come tale dalla comunità
scientifica.

17
Va però detto che vari studiosi hanno riconosciuto che dovesse trat­
tarsi realmente di ananas. In particolare l'ananas dell'affresco pompeiano è
stato individuato con decisione non solo in [Casella], ma anche da un seve­
ro critico del diffusionismo ([Merrill]).
18 In [Sorenson Johannessen BEPCTV] sono elencate ottanta specie (in

maggioranza presenti in Asia e nell'America precolombiana) per le quali


vi sarebbe la prova di una diffusione transoceanica. Una documentazione
più completa, riguardante un centinaio di specie, è in [Sorenson Johannes­
sen WTBE].

- - 63 - -
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

4.4 Tracce archeologiche

A parte le raffigurazioni di piante americane, vi sono ben po­


che tracce archeologiche di antichi contatti transoceanici. Anzi,
secondo la grande maggioranza degli studiosi non ve ne sono af­
fatto. La cosa non può stupire chi ha letto Thomas Kuhn, che ha
spiegato con abbondanza di esempi come, finché un paradigma è
accettato da una comunità scientifica, i fatti che potrebbero con­
traddirlo non possano che essere ignorati 19.
Nel caso di presunti ritrovamenti in America di antichi oggetti
provenienti dal mondo mediterraneo vi sono molti modi per ne­
garne il valore come documenti dei rapporti culturali tra Vecchio
e Nuovo Mondo. II più ovvio è quello di considerarli falsi e que­
sta strada, che è quella generalmente percorsa, è certamente favo­
rita dalla presenza di potenziali falsari nel mondo degli eterodos­
si e fantasiosi sostenitori di antichi contatti. Per esempio l'iscri­
zione punica che sarebbe stata trovata a Parahyba, in Brasile, con
ogni probabilità era realmente un falso (confezionato, va ricono­
sciuto, con tanta abilità da ingannare vari semitisti) 20• II modo in
cui gli studiosi considerano ritrovamenti di questo tipo è d'altra
parte bene illustrato da queste frasi dell'esperto di archeologia
fenicio-punica Piero Bartoloni:

Quanto alla notizia del presunto arrivo di una nave cartaginese


a Parahyba, cittadina brasiliana posta all'estrema punta orienta­
le del continente sudamericano, è certamente da rigettare come
del tutto infondata: la presunta iscrizione punica ivi rinvenuta -
nota unicamente attraverso una copia - è con ogni probabilità
un falso da attribuire a un erudito in vena di scherzi degli ulti-

19 [Kuhn].
w In particolare il semitista Cyrus Herzl Gordon (1908-2001) sostenne
che l'iscrizione conteneva espressioni puniche non conosciute all'epoca del
suo ritrovamento, ma analoghe a quelle presenti in ritrovamenti epigrafici
successivi. Gordon credette di aver trovato anche varie altre prove epigrafi­
che degli antichi contatti transatlantici, ma le sue tesi non sono state accolte
dalla comunità degli studiosi.

64 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

mi anni del secolo scorso. In definitiva poco importa se vi giun­


sero, come e quando, poiché nessun riflesso di questa impresa
è rimasto nella storia e nessun mutamento è stato impresso al
corso degli eventi [ ...] 21 .

L'atteggiamento che abbiamo notato nel caso delle spedizio­


ni dei Vichinghi è qui usato in modo preventivo: agli studiosi
ortodossi non basta negare la realtà della presunta spedizione
cartaginese in America; avvertono il bisogno di cautelarsi negan­
do qualsiasi valore storico anche ai contatti dei quali si dovesse
eventualmente provare la realtà in futuro. Da una parte i tanti
elementi culturali comuni al Vecchio e al Nuovo Mondo sono
considerati irrilevanti al fine di provare eventuali contatti, poi­
ché l'assenza di ritrovamenti archeologici affidabili garantirebbe
l'isolamento e quindi l'autonomia culturale americana 22 • D'al­
tro canto l'irrilevanza di eventuali ritrovamenti affidabili sareb­
be garantita in ogni caso dall'assenza di influenze culturali, che
è assunta comunque a priori.
Quando di un reperto è riconosciuta l'autenticità, si può co­
munque negarne il valore di prova mettendone in dubbio la pro­
venienza. Per esempio nel caso delle monete cartaginesi trovate
nell'isola di Corvo (la più occidentale delle Azzorre) 23 , se non si
vuole accettare che i cartaginesi navigassero nell'Oceano Atlantico
ben lontano dalla costa, si può sostenere che le monete potrebbero
essere appartenute a un numismatico dei secoli scorsi che avrebbe
potuto decidere di disfarsene andando a seppellirle in quell'isola24•
Il caso della terracotta romana trovata nel 1933 in Messico
in una sepoltura precolombiana, che varie testimonianze affida­
bili hanno certificato intatta fino al ritrovamento, è forse l'unico
che non sembra poter lasciare alcun dubbio. Il reperto era sta-

21 [Bartoloni].
22
Vedi le affermazioni di Sharer riportate a p. 43.
2:i
Il ritrovamento fu pubblicato nel 1778. Le accurate illustrazioni non
hanno lasciato dubbi ai numismatici successivi sull'autenticità delle monete
(che sono andate perse).
24
Questa spiegazione è proposta in [Roller], pp. 49-50.

-- 65 --
Il problema: tante storie parallele o una storia unitaria'?

to catalogato nel Museo Nacional de Antropologìa di Città del


Messico come un oggetto di epoca coloniale, nella presunzione
che dovesse essere stato inserito in qualche modo misterioso da­
gli spagnoli nel contesto precolombiano. Successive analisi, che
hanno datato l'oggetto con il metodo della termoluminescenza,
hanno però escluso questa possibilità 2 5• Ciononostante anche
questo ritrovamento non è logicamente incompatibile con l'as­
senza di contatti. Si può sempre sostenere infatti, come è stato
fatto, che l'oggetto potrebbe essere stato trovato sul relitto di
una nave i cui occupanti fossero tutti morti prima di toccare le
sponde americane. Pur di scongiurare l'eventualità di un contat­
to transatlantico (il cui riconoscimento, come abbiamo visto, è
considerato particolarmente eretico), si è anche suggerito che la
terracotta potrebbe aver raggiunto il Messico attraversando tutta
l'Asia e l'Oceano Pacifico 26 .
In effetti nessuna delle presunte «prove� finora proposte degli
antichi contatti è inconfutabile: i dati possono sempre essere in­
terpretati in modo coerente al paradigma accettato. In più di un
caso si ha per la verità l'impressione di una forzatura, ma non è
mai possibile tradurre questa impressione in una vera dimostra­
zione: per esempio non è del tutto impossibile che tra le tante im­
magini trasmesse dal mondo classico ve ne sia qualcuna che per
un puro caso assomigli molto a un ananas.
Quanto ai numerosi presunti ritrovamenti in America di antichi
oggetti provenienti dal mondo mediterraneo che sono stati giudi­
cati falsi, si può anche sospettare che, se il paradigma sarà mutato,
un loro attento riesame potrà far cambiare qualcuno di quei giudi­
zi, ma questo non può essere, appunto, che un sospetto.

25
L'analisi con il metodo della termoluminescenza è esposto in [Hristov
Genovés 1999].Alle obiezioni sollevate in [SchaafWagner] gli autori rispo­
sero in [Hristov Genovés 2001].
26
L'ipotesi che la terracotta abbia effettuato questo strano giro del mon­
do è stata veramente proposta come la più probabile in [Heine-Geldern
RFVM], p.119.

- - 66 - -
Possibili tracce di antichi contatti transoceanici

Nei prossimi capitoli vedremo che la storia della geografia ma­


tematica può fornire uno strumento decisivo per ottenere una ve­
ra dimostrazione di antichi contatti tra Vecchio e Nuovo Mondo.
Non è però possibile comprendere la storia di una particolare di­
sciplina senza inquadrarla nella storia della cultura. Nel nostro
caso sarà essenziale mettere a fuoco la discontinuità provocata
negli studi geografici dal generale collasso culturale che colpì il
mondo mediterraneo a metà del II secolo a.C.
PARTE SECONDA
Un contributo alla soluzione:
l'origine di uno strano errore
5
Un tracollo culturale

5.1 Dalla fede nel progresso alla moda dei collassi

I collassi, cioè le drastiche regressioni a livelli più semplici di


organizzazione sociale e di sviluppo culturale, non sono stati nel­
la storia un fenomeno marginale, che ha interessato solo «vico­
li ciechi» della vicenda umana, come qualcuno (certamente sba­
gliando 1) potrebbe considerare i casi dell'Antica Europa e della
cultura di Cucuteni-Tripolye che abbiamo considerato nel §2.3.
Anche il percorso storico che ha portato direttamente alla civiltà
attuale ha attraversato ripetute fasi di involuzione. Per esempio
la prima urbanizzazione, caratterizzata dalla crescita della città di
Uruk e di una serie di centri che da Uruk furono fondati o stimo­
lati a nascere, finì con un tracollo che ridimensionò quasi tutti gli
insediamenti al livello di villaggio 2• Il passaggio dall'età del bron­
zo a quella del ferro comportò un altro grave regresso dell'urba­
nizzazione, della complessità sociale e della cultura 3 e la costru­
zione politica più duratura della storia umana, lo Stato egiziano
dell'epoca faraonica, si è dissolta almeno tre volte.
Il crollo di città e Stati, con il conseguente ritorno alla «bar­
barie», è un tema ricorrente nelle più antiche letterature, che lo
trattavano nello specifico genere letterario delle «lamentazioni», al
quale appartengono, per esempio, la sumerica Lamentazione sulla

1 Queste culture, infatti, prima di estinguersi, hanno esercitato una pro­

fonda influenza che indirettamente è giunta fino a noi.


2
Vedi, per esempio, [Liverani AO], pp. 130-132.
:i [Liverani AO], pp. 539-565.

71 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

distruzione di Ur 4 e l'egiziana Lamentazione di lpu-ur, che descri­


ve il disfacimento dell'Antico Regno 5 •
Mentre i testi sumerici, egizi ed ebraici si occupano del crol­
lo di particolari costruzioni politiche, idealizzate o demonizza­
te, in epoca classica emerge anche la considerazione che la di­
struzione è la sorte generale di civiltà, città e imperi. Secondo
Platone i Greci erano periodicamente regrediti alla barbarie,
perdendo l'uso della scrittura e la memoria del passato 6• Anche
Polibio ritiene che ogni Stato sia destinato a decadere e finire 7 e
attribuisce la stessa convinzione anche a Scipione Emiliano che,
secondo la sua testimonianza, dopo avere raso al suolo Carta­
gine, avrebbe pianto sulle sue rovine pensando alla sorte simile
che attendeva Roma 8•
L'inevitabile fine delle civiltà costituisce uno dei temi centra­
li della Scienza nuova di Giambattista Vico, ma la consapevolez­
za della fragilità delle costruzioni umane divenne molto più rara
negli autori successivi. Naturalmente alcuni specifici crolli, e in
particolare quello dell'impero romano d'occidente, hanno sem­
pre costituito un tema privilegiato dell'indagine storica, ma era­
no studiati come eventi singoli e non come fenomeni ricorrenti.
Dall'Illuminismo in poi gli autori moderni sono stati a tal punto
convinti delle <<magnifiche sorti e progressive� dell'umanità, sulle
quali un pensatore controcorrente come Leopardi ironizza nella
Ginestra, da vedere in genere come un grave limite del pensiero
antico l'assenza del proprio concetto di progresso automatico.
Nel secondo Novecento l'ingenuo ottimismo degli storici cer­
cò di assumere una veste «scientifica>► nei tentativi di costruire
una teoria quantitativa della storia propri del neoevoluzionismo,
ai quali abbiamo già accennato. Tali tentativi furono inseriti nella
più generale teoria della complessità, che si credette di poter ap­
plicare a classi generalissime di sistemi non isolati, cui apparter-

� Una traduzione italiana è in [TSA], pp. 283-301.


"Una traduzione italiana è in [Bresciani], pp. 102-117.
6 Platone, Timeo, 22b-23c.
7
Polibio, Historiae, VI, 57.
H Ivi, XXXVIII, 22.
Un tracollo culturale

rebbero le società umane, che evolverebbero sempre nel senso di


una complessità crescente 9•
Come altri fenomeni culturali, anche il rifiuto di prendere at­
to dei ricorrenti collassi della storia, diffuso nell'Ottocento e in
buona parte del Novecento, ha un preciso parallelo nella scien­
za biologica. Nell'antichità varie mitologie avevano tramandato
la nozione che nel lontano passato fossero avvenuti cataclismi
che avevano comportato l'estinzione di specie animali e di forme
precedenti di umanità 10• Alla credenza in mitiche catastrofi (tra le
quali nella cultura europea era stato particolarmente importante
il diluvio universale tramandato dalla Bibbia) la scienza moderna
aveva reagito con l'attualismo (sostenuto in particolare da Char­
les Lyell), secondo il quale il passato era stato sempre sostanzial­
mente simile al presente. L'attualismo, che era apparso una neces­
saria conseguenza del razionalismo, ma certamente era stato ali­
mentato anche dalla riluttanza ad accettare prove terrificanti della
precarietà della nostra esistenza, ha impedito a lungo il riconosci­
mento da parte della scienza ufficiale delle ,,estinzioni di massa►>
(delle quali la più popolare, che portò alla scomparsa dei dino­
sauri, non fu la maggiore), che è tardato fino a pochi decenni fa 11•
Nell'ultimo quarto del XX secolo i problemi legati al degrado
ambientale e alla limitazione delle risorse non rinnovabili, resa
evidente da eventi come la crisi petrolifera del 1973, cominciò a
intaccare la fiducia nell'inevitabilità dell'evoluzione progressiva.
Nel 1989 Joseph Tainter inserì nell'ambito dello schema concet­
tuale che era stato proprio della processual archaeology lo stu­
dio dei collassi 12, definiti come rapide decrescite di complessità.
Tainter ne propose una teoria generale, costruita con strumenti
mutuati dall'analisi macroeconomica e basata sull'idea che i sue-

9
Vedi sopra, pp. 8-9 (e nota 7).
10
Sul probabile legame tra miti come quello della gigantomachia e il ri­
trovamento di fossili di grandi vertebrati estinti si può leggere [Mayor].
11 Sulle estinzioni di massa e sul difficile farsi strada del loro riconosci­

mento è utile leggere [Benton].


12 [Tainter]. Il libro include anche un'interessante rassegna storica delle

teorie proposte fino ad allora per spiegare i collassi.

- - 73 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

cessivi aumenti di complessità di una società producano vantag­


gi via via decrescenti, fino a creare una situazione di equilibrio
instabile. A dire il vero la complessità, pur essendo riportata in
vari grafici del libro di Tainter come una grandezza quantitativa,
non vi è definita, ma la cosa non stupisce, perché in effetti nessu­
na delle varie definizioni che ne sono state proposte è realmente
misurabile e generalmente accettata nelle applicazioni storiche.
Negli ultimi tempi, certamente anche a causa della crisi eco­
nomica, il tema dei collassi è divenuto di moda. In particolare ha
avuto molto successo il libro di Jared Diamond 13 che, analizzan­
do molti casi specifici, vede sempre come loro causa il degrado
ambientale provocato dall'uomo. L'analisi di Diamond è stata
però criticata 1 4, in quanto il suo desiderio (di per sé più che giu­
stificato) di incidere sulle attuali politiche ambientali altera pro­
babilmente in alcuni casi l'esame obiettivo dei dati storici, la cui
interpretazione risulta influenzata da scelte ideologiche 15•
In questo capitolo ci occuperemo del tracollo culturale che
si verificò nel mondo mediterraneo a metà del II secolo a.C. Si
tratta certamente di un caso atipico, poiché si pensa in genere ai
collassi come fenomeni di dissoluzione di entità politiche (Tain­
ter aveva ristretto esplicitamente il suo studio a questi fenome­
ni), mentre nel nostro caso gli avvenimenti politici, consistenti
nell'imporsi del dominio di Roma sul mondo mediterraneo, van­
no proprio nel verso opposto.
Osserviamo però che le rapide diminuzioni di complessità
che secondo Tainter caratterizzano i collassi non si accompagna-

13
[Diamond].
14 In particolare nei saggi raccolti in [McAnany Yoffee].
15
Per esempio la tesi di Diamond che tra le principali cause del col­
lasso della colonia vichinga nella Groenlandia sud-occidentale vi sarebbe
stata l'ottusa ostinazione dei coloni a mantenere la propria cultura euro­
pea, invece di adattarsi al nuovo ambiente adottando la cultura degli Inuit,
sembra trarre origine più dalla volontà di capovolgere il vecchio eurocen­
trismo che dall'analisi dei fatti. La capacità dei coloni di adattarsi al nuo­
vo ambiente (nel quale, peraltro, erano arrivati prima degli Inuit) sembra
infatti sufficientemente dimostrata dalla durata dell'insediamento, pari a
circa mezzo millennio.

- - 74 - -
Un tracollo culturale

no necessariamente alla dissoluzione di grandi entità politiche,


ma possono anche essere causate dai processi di omologazione
che in genere caratterizzano il sorgere di tali entità. La situazione
attuale ne fornisce un esempio eloquente. Nonostante si affermi
spesso stranamente il contrario, la complessità della società uma­
na, comunque la si voglia definire, sta infatti ai nostri tempi ra­
pidamente diminuendo (insieme a quella della biosfera) a causa
della globalizzazione che comporta la drastica diminuzione delle
lingue parlate, delle specie vegetali coltivate e dei mestieri eserci­
tati, l'uniformazione dei prodotti su scala planetaria, la scompar­
sa delle caratteristiche culturali locali, la concentrazione delle co­
noscenze, in particolare tecnologiche, in una percentuale irrisoria
della popolazione e la riduzione di gran parte dell'umanità a una
massa priva di competenze e di ruoli sociali significativi.
Tornando al II secolo a.C., senza tentare difficilissime valuta­
zioni quantitative di grandezze quali la «complessità» del mon­
do mediterraneo, ci interesserà soprattutto il tracollo culturale di
quegli anni, nella convinzione che si tratti di un fenomeno gra­
vemente sottovalutato, con importanti conseguenze su tutti gli
aspetti della vita collettiva. In particolare la soluzione del proble­
ma di storia della geografia che affronteremo nei prossimi capi­
toli era stata finora ostacolata dalla sottovalutazione della cesura
culturale che separa Tolomeo dalle sue fonti.

5.2 Gli avvenimenti del 146-145 a.e.

A metà del II secolo a.C. il mondo mediterraneo visse una ca­


tastrofe, culminata nel biennio 146-145, che, interrompendo bru­
scamente uno straordinario sviluppo plurisecolare, provocò una
gravissima perdita di conoscenze e soprattutto di strumenti intel­
lettuali. Si tratta di un evento in genere stranamente ignorato. In
questo caso, oltre alla comune tendenza a rimuovere le prove del­
la fragilità delle conquiste culturali, è facile individuare altre ra­
gioni che hanno reso difficile riconoscere l'entità di questa trage­
dia. Innanzitutto i suoi responsabili, recuperando nei secoli suc­
cessivi alcuni elementi della civiltà distrutta, facendone propria

- - 75 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

una versione alterata e lasciando allo stesso tempo ben poche


tracce di tutto ciò che non erano stati in grado di assimilare, han­
no generato un'ingannevole impressione di continuità. Va inoltre
tenuto presente che l'aggravarsi dell'incomunicabilità tra quelle
che sono state dette le ,,due culture» fa sì che oggi le persone con
formazione scientifica spesso non siano interessate alla storia an­
tica, mentre i classicisti ben raramente possono rendersi conto
dell'antico venir meno di strumenti intellettuali, tipici del meto­
do scientifico, che sono loro quasi sempre estranei. D'altra parte
è chiaro che rimuovere dalla memoria collettiva i collassi cultu­
rali del passato è la migliore strategia per preparare il prossimo.
Gli avvenimenti del biennio che ci interessa costituiscono
l'epilogo di un processo che era iniziato da tempo e si era accele­
rato nel mezzo secolo precedente, grazie in particolare alla Secon­
da guerra punica e alla Terza guerra macedonica. In seguito a una
serie di vittorie Roma era divenuta l'unica vera potenza del mon­
do mediterraneo. La novità consisté in un brusco cambiamento
della politica estera. Fino ad allora i Romani avevano combattuto
soprattutto per procurarsi schiavi e altro bottino, senza proporsi
in genere l'obiettivo di governare i paesi vinti; nell'intraprende­
re la Prima guerra macedonica, per esempio, avevano stipulato
un'alleanza con gli Etoli in base alla quale avrebbero lasciato loro
tutto il territorio conquistato, riservando a se stessi solo il diritto
di saccheggio 16• In quegli anni Roma decise invece di estendere i
propri domini, eliminando qualsiasi entità statale del mondo me­
diterraneo che nutrisse speranze di autonomia.
Diodoro Siculo, che traccia un quadro idilliaco della politica
romana precedente, descrive così la svolta:

[ ...] Perciò re, città e popoli tutti passarono sotto il governo dei
Romani, per la [loro] superiore mitezza. Ma questi, avendo otte­
nuto il dominio di quasi tutto il mondo abitato, lo consolidarono
con il terrore e la distruzione delle città più illustri 17 •

16
Polibio, Historiae, XVIII, 38.
17
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XXXII, frr. 4, 5.
-- 76 --
Un tracollo culturale

La nuova politica venne attuata con modalità diverse verso


Cartagine, la Grecia e i regni eIIenistici.
Per Cartagine non ci si limitò aIIa conquista, optando per la sua
completa distruzione fisica. La decisione era stata già presa dal sena­
to romano tre anni prima, nel 149 a.C., quando un esercito era sta­
to inviato a questo scopo in Africa. I Cartaginesi avevano tentato di
salvarsi offrendo una completa capitolazione, consegnando tutte le
armi e trecento nobili in ostaggio e dichiarandosi pronti ad accetta­
re qualsiasi altra condizione. Quando però i consoli ordinarono di
distruggere essi stessi la propria città e trasferirsi ad almeno ottanta
stadi di distanza dal mare, non poterono far altro che tentare una di­
sperata difesa 18• Stranamente riuscirono a riarmarsi e a resistere per
ben tre anni agli eserciti romani. Solo nel 146 a.C. Scipione Emilia­
no riuscì a espugnare la città, che fu rasa al suolo. I cinquantamila
abitanti sopravvissuti aIIa guerra furono venduti come schiavi.
I Romani furono così efficienti neIIa loro opera di distruzione
da lasciare sopravvivere ben poche tracce deIIa cultura cartagine­
se, che oggi neII'immaginario coIIettivo è associata quasi esclusi­
vamente a quei cupi riti di sacrifici di bambini al dio Moloch che,
rievocati daII'epoca romana fino al Salammb6 di Flaubert e a D'An­
nunzio 19, hanno svolto egregiamente la funzione di rendere così
abominevole il ricordo deIIa città da giustificarne la distruzione
agli occhi dei posteri. Questo punto merita una breve digressione.
Certamente i Cartaginesi, come tutti i popoli del Mediterraneo,
compresi gli Ebrei e i Greci deII'età arcaica, avevano praticato sa­
crifici umani, e certamente avevano continuato a farlo ben più a
lungo dei Greci, ma è probabile che i racconti di uccisioni rituali
tramandati da Diodoro Siculo (che riferisce un episodio datando­
lo al 310 a.C.) e da qualche altro autore 20 attingano al ricordo di
antiche tradizioni, estinte da tempo aII'epoca deIIe guerre puniche.

18
La principale fonte su questi avvenimenti è Appiano di Alessandria,
Storia romana, VIII, lxxvi-cxxxvi.
19
Nel 1914 D'Annunzio sceneggiò il film Cabiria che, a evidenti scopi
di propaganda coloniale, dava largo spazio a orrendi sacrifici punici.
20
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XX, xiv; Dionigi di Alicarnasso,
Antiquitates Romanae, I, 38; Plutarco, De superstitione, 171C.

- - 77 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Questa possibilità è suggerita non solo dall'assenza di riferimenti


a tali pratiche nelle opere di storici come Erodoto e Polibio (che
era presente alla presa della città da parte dei Romani e nelle sue
Historiae si sofferma più volte sulle usanze degli abitanti e sulla
loro religione), ma anche da varie fonti che riferiscono esplicita­
mente l'abbandono di questi riti 21• Inoltre studi recenti sembrano
provare che il Tophet di Cartagine, che era stato ritenuto il cimi­
tero dei bambini sacrificati, fosse solo un normale cimitero, che
accoglieva bimbi morti di morte naturale 22 • Non bisogna dimenti­
care, d'altra parte, che all'epoca della conquista di Scipione Emi­
liano i sacrifici umani erano invece legali a Roma, dove furono uf­
ficialmente aboliti solo nel 97 a.C. 2:i _ Anche prescindendo dai ludi
gladiatori, che possono esserne considerati una versione alterata,
secondo alcune fonti veri e propri sacrifici umani continuarono
tuttavia a essere effettuati a Roma fino al tardo impero 24•
La distruzione romana non ha lasciato sopravvivere testi in
lingua punica, che oggi ci è nota solo da qualche iscrizione e da
poche battute presenti in una commedia di Plauto 25• A parte le
poche pagine del Periplo di Annone, sul quale torneremo, la so­
la opera cartaginese che conosciamo, sia pure indirettamente, è
il trattato di agricoltura in ventotto libri di Magone, che costituì
la principale fonte di tutti gli agronomi latini successivi 26• Questa

21
Plutarco in due occasioni riferisce che era stato il tiranno di Siracusa
Gelone, dopo avere vinto la guerra con Cartagine nel 480 a.C., a imporre la
fine dei sacrifici umani, ponendola tra le condizioni del trattato di pace (Re­
gum et imperatorum apophtegmata, 175A; De sera numinis tJindicta, 552A).
Porfirio sostiene invece che i sacrifici umani erano stati aboliti a Cartagine
da Ificrate (Porfirio, De abstinentia ab esu animalium, II, 56).
22
[Schwartz Houghton Macchiarelli Bondioli].
2:1 Plinio,
Naturalis Historia, XXX, 12.
24
Sia Porfirio sia Lattanzio parlano di sacrifici umani offerti a Giove La­
tiaris a Roma ai loro tempi, intorno al 300 d.C. (Porfirio, De abstinentia ab
esu animalium, II, 56; Lattanzio, DitJinae Institutiones, I, 21).
25
Plauto, Poenulus, 930-948 (e poche altre battute sparse nella commedia).
26 Gli
scrittori romani di agronomia non utilizzarono tuttavia la tradu­
zione del ponderoso trattato di Magone, ma quella del breve compendio fat­
tone in greco da Diafane di Nicea.

78 - -
Un tracollo culturale

circostanza non è dovuta a un esclusivo interesse dei Cartaginesi


per l'agricoltura, ma al disinteresse dei Romani per tutti gli altri
argomenti. Quando occuparono Cartagine, i Romani vi trovaro­
no infatti varie biblioteche, ma giudicarono degno di interesse so­
lo il trattato di Magone, che fu fatto tradurre; tutti gli altri libri,
ritenuti di nessuna utilità, furono regalati ai re della Numidia 27. I
Cartaginesi, che nel II secolo a.C. erano profondamente ellenizza­
ti, erano probabilmente superiori ai Romani non solo nell'ambito
dell'agricoltura e della navigazione, nella quale erano maestri 28,
ma anche in altri settori: abbiamo per esempio qualche notizia sul
loro uso di raffinata tecnologia ellenistica in campo minerario 29 e
torneremo sulle loro conoscenze geografiche. Non sapremo mai
però il contenuto delle loro biblioteche. Non sapremo mai, per
esempio, se contenessero libri di filosofia, anche se abbiamo un
significativo indizio sulla loro esistenza e sul loro livello. Dioge­
ne Laerzio riferisce infatti che un tale Asdrubale nel II secolo a.C.
insegnava filosofia a Cartagine in lingua punica (nella quale, pos-

27 Plinio, Naturalis Historia, XVIII, 22. Plinio parla genericamente di re­


gulos Africae, ma si riferisce certamente ai re di Numidia figli di Massinis­
sa e in particolare al primogenito Micipsa, che qualche anno dopo sarebbe
divenuto l'unico re della Numidia e del cui amore per la cultura parla an­
che Diodoro Siculo (Bibliotheca historica, XXXIV/XXXV, fr. 35). Sia i di­
scendenti di Micipsa (direttamente), sia alcuni rari autori latini (in traduzio­
ne) continuarono ad avere accesso a questi libri per diversi secoli. Sallustio,
nella sua esposizione dell'Africa, dice di avere usato, in traduzione, i �libri
punici» che erano detti �di Iempsale» (Sallustio, Bellum Iugurthinum, xvii).
Non è chiaro se parli del figlio di Micipsa, Iempsale I, o del successivo Iem­
psale II, ma in ogni caso è probabile che si riferisca a libri non scritti dal re
di Numidia, ma da lui posseduti in quanto provenienti dalle biblioteche di
Cartagine. Vedremo che ancora Avieno, nel IV secolo, affermava di poter at­
tingere a fonti cartaginesi.
28
La superiorità dei Cartaginesi su tutti gli altri popoli, Greci compre­
si, nel campo della nautica era ben nota (vedi, per esempio, Polibio, Histo­
riae, VI, 52).
29 Diodoro Siculo accenna ai sistemi di drenaggio introdotti dai Cartagi­

nesi nelle miniere iberiche nel III secolo a.C., basati sull'uso in serie di viti
di Archimede, che erano state da poco inventate (Diodoro Siculo, Bibliothe­
ca historica, V, xxxvii, 3-4).

79 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

siamo dedurne, era stato elaborato un lessico filosofico). Sappia­


mo dell'esistenza di Asdrubale solo perché, a differenza dei suoi
probabili colleghi, all'età di quarant'anni ebbe la felice idea di la­
sciare la città poco prima della sua distruzione, trasferendosi ad
Atene, dove mutò il proprio nome in quello di Clitomaco. Non ci
è stata conservata nessuna delle sue opere (secondo Diogene La­
erzio ne aveva scritte più di quattrocento), ma un elemento utile
per congetturare il suo livello intellettuale è fornito dalla notizia
che, nonostante fosse uno straniero, alla morte di Carneade fu
chiamato a succedergli come capo della gloriosa Accademia (cioè
della scuola fondata da Platone) 30. È superfluo ricordare che a
quei tempi nessun romano era in grado non solo di scrivere, ma
neppure di leggere un libro di filosofia 31•
La politica romana verso la Grecia fu quasi altrettanto bru­
tale che verso Cartagine. La lega achea, con l'appoggio del re
d'Egitto Tolomeo VI, aveva attuato una politica espansiva che i
Romani decisero di non tollerare. Il console Lucio Mummio, che
nello stesso 146 a.C. in cui fu distrutta Cartagine fu inviato con
un esercito in Grecia, risolse il problema con misure drastiche. Il
principale centro della lega, Corinto, fu raso al suolo. Subito do­
po Roma sciolse la lega e incorporò, almeno di fatto, tutta la Gre­
cia nei suoi domini (anche se alcune regioni rimasero per qualche
tempo formalmente indipendenti).
Ecco cosa scrive Polibio sugli avvenimenti del 146, di cui fu
testimone:

Benché [la Grecia] abbia subito ripetutamente sconfitte totali e


parziali, tuttavia a nessuna delle precedenti il nome e il concetto
di sciagura potrebbero adattarsi meglio che a quella che l'ha col-

:io Diogene Laerzio, Vitae philosophorum, IV, 67.


:Jl Il primo intellettuale di lingua latina che mostrò interesse per la filo­
sofia e la scienza greca fu Lucrezio, che scrisse il suo poema circa un secolo
dopo gli eventi di cui ci stiamo occupando e costituì comunque una lumi­
nosa eccezione. Lucrezio era ben consapevole dell'assoluta novità della sua
impresa: all'inizio dell'opera sottolinea infatti la difficoltà del suo tentativo
di esporre in lingua latina �le oscure scoperte dei Greci (Graiorum obscura
reperta)» (De rerum natura, I, 136-139).

- - 80
Un tracollo culturale

pita ai nostri giorni. [ ...] Mentre la distruzione di Cartagine sem­


bra rappresentare la più grave delle sciagure, per nulla minore,
anzi più dolorosa ancora, appare la rovina dei Greci. [ ...] I Car­
taginesi, travolti tutti e completamente dalla loro disgrazia, non
hanno più neppure sentore del seguito infelice delle loro vicende,
i Greci invece, assistendo alla propria rovina, hanno lasciato in
eredità ai figli dei figli il ricordo delle loro miserie 32 •

Uno degli aspetti della profonda crisi, anche morale, in cui


cadde la Grecia fu un grave decremento demografico. A detta di
Polibio ai suoi tempi le città greche si spopolavano per il venir
meno del desiderio di avere figli 33•
Il dislivello culturale tra vincitori e vinti può essere illustrato
con qualche esempio. La conquista della Grecia pose i Romani
a diretto contatto con l'arte ellenistica, provocando la distruzio­
ne e il danneggiamento di molte opere d'arte 34. Altre furono rite­
nute degne di essere sequestrate. Sappiamo da Plinio che Lucio
Mummia, dopo la vittoria sulla lega achea che gli aveva guada­
gnato l'appellativo di Acaico, riempì Roma di statue e quadri 35•
La scarsa dimestichezza del generale romano con questo genere
di oggetti è tuttavia testimoniata, all'inizio della nostra era, dallo
storico Velleio Patercolo:

Mummio fu così rozzo che, avendo conquistato Corinto, appal­


tando il trasporto in Italia di quadri e statue opera della mano dei
più grandi artisti, fece avvertire gli appaltatori che se li avessero
perduti avrebbero dovuto sostituirli con nuovi 36 •

Per il generale romano non doveva essere certo facile capire


perché l'arte fosse tanto apprezzata. Leggiamo Plinio:

:12 Polibio, Historiae, XXXVIII, 3.


33
Ivi, XXXVI, 17.
34
Per Corinto, per esempio, il trattamento riservato ai quadri dalla solda­
taglia romana è accennato da Strabone (Geographia, VIII, vi, 28).
:i!i Plinio, Naturalis Hi.çtoria, XXXIV, 36.
:i 6
Caio Velleio Patercolo, Historiae Romanae, I, xiii, 4.

� - 81
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Ma il primo a conferire pubblicamente in Roma prestigio a qua­


dri stranieri fu Lucio Mummia, a cui la vittoria dette il cognome di
Acaico. Infatti quando vide che il re Attalo, nella vendita del botti­
no [ottenuto saccheggiando Corinto], aveva comprato per 600.000
denari un quadro di Aristide raffigurante Bacco, meravigliandosi
del prezzo e sospettando che in quell'opera fosse contenuto qual­
che potere a lui sconosciuto, rivolle il quadro indietro, nonostante
Attalo molto se ne lamentasse, e lo espose nel tempio di Cerere 37•

Il teatro di Corinto, come molti altri in Grecia, era dotato di


un raffinato sistema acustico, che si avvaleva, tra l'altro, di risuo­
natori di bronzo 38• Nessun romano era allora in grado di capire
di cosa si trattasse. Vitruvio, che un secolo più tardi fu il primo
scrittore latino a interessarsi all'argomento, parlando delle rego­
le seguite dai Greci per realizzare l'acustica dei loro teatri, scrive:

Se poi ci si chiede in quale teatro queste norme siano state appli­


cate, a Roma non possiamo mostrarne, ma ve ne sono in varie
regioni d'Italia e in molte città greche. E abbiamo anche la testi­
monianza indiretta di Lucio Mummia, che, distrutto il teatro di
Corinto, portò a Roma quei vasi-risuonatori di bronzo, e li dedi­
cò come decima della preda nel tempio della Luna 39•

Come nel caso dell'arte, l'unico uso dei risuonatori immagi­


nabile dal generale romano era quello magico-religioso; l'idea
di dedicarli alla dea Luna gli era stata forse suggerita dalla loro
forma sferica.
Con gli Stati ellenistici la politica romana fu apparentemen­
te più duttile. I re di piccoli Stati come Pergamo, il Ponto e la
Bitinia scelsero di divenire vassalli fedeli e obbedienti di Roma
e lo stesso fecero città greche un tempo potenti, come Rodi e
Massalia (I'odierna Marsiglia).

37 Plinio, Naturalis Historia, XXXV, 24.


:iH Questi dispositivi entravano in risonanza quando erano eccitati con
suoni di frequenza opportuna. Disponendoli al disotto dei sedili della cavea
si otteneva l'effetto di rinviare, amplificandola, un'opportuna selezione dei
suoni provenienti dall'orchestra.
:i Vitruvio, De architectura, V, v, 8.
9

-- 82
Un tracollo culturale

Anche i due maggiori Stati ellenistici, l'Egitto dei Tolomei e il


vastissimo regno dei Seleucidi, in quegli anni persero del tutto la
loro autonomia, già compromessa nei decenni precedenti.
Abbiamo informazioni più dettagliate sul regno d'Egitto, la
cui capitale Alessandria era il principale centro culturale (e in par­
ticolare scientifico) del Mediterraneo. In questo caso Roma non
scelse l'azione militare diretta, ma preferì trasformare l'Egitto in
uno Stato fantoccio intervenendo nelle sue questioni dinastiche.
Il re Tolomeo VI Filometore, che aveva aiutato la lega achea, ave­
va un fratello, anch'egli di nome Tolomeo, che dopo averlo spo­
destato aveva condiviso per qualche anno con lui il governo, sot­
to il controllo più o meno esplicito di Roma. Nel 163 a.C. questi,
inviso alla cittadinanza alessandrina, aveva dovuto accontentarsi
della Cirenaica, ma successivamente aveva pensato di riprendersi
l'Egitto mettendosi al servizio dei Romani, che ne fecero un pro­
prio agente. Ecco come Valerio Massimo riferisce i rapporti tra il
senato romano e il monarca parzialmente spodestato:

Neppure l'Egitto fu privato di prove di gentilezza romana. Il re


Tolomeo, spogliato del regno dal fratello minore, era venuto a
Roma in cattive condizioni e con pochissimi servi per chiedere
aiuto ed era andato ad abitare in casa di un pittore di Alessan­
dria. Il senato, quando il fatto gli fu riferito, mandò a chiamare
il giovane, si scusò nel modo più accurato per non avergli man­
dato incontro, secondo l'antica usanza, un questore e per non
averlo ospitato in un alloggio pubblico, e affermò che le cose
erano andate così non per propria trascuratezza, ma per il suo
arrivo improvviso e clandestino. Lo fece poi accompagnare im­
mediatamente dalla Curia in un alloggio pubblico e lo esortò
a deporre gli abiti squallidi e a fissare un giorno per le proprie
udienze. Ebbe anche cura che gli fosse consegnata giornalmen­
te una somma di danaro da un questore. Con queste cortesie lo
sollevò gradualmente dall'avvilimento agli onori regali e fece in
modo che riponesse più speranza nell'aiuto del popolo romano
che timore nella sua avversa fortuna 40•

40
Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, V, 1, 1f.

-- 83 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

L'aiuto del popolo romano fu in effetti tanto efficace che To­


lomeo, approfittando della morte del fratello, dopo averne uc­
ciso il figlio che aveva tentato di succedergli, nel 145 a.C., no­
nostante l'odio verso di lui diffuso nella popolazione, riuscì a
riprendersi il trono. Appoggiandosi all'aiuto esterno di Roma
e a quello interno delle plebi egiziane, il nuovo re mise in atto
una politica di feroce persecuzione della classe dirigente greca.
Tutti i re ellenistici d'Egitto usavano assumere un appellativo e
questo Tolomeo (detto una volta VII e ora più spesso VIII, riser­
vando il numerale VII allo sfortunato nipote da lui ucciso) scelse
per se stesso quello di Evergete, cioè Benefattore; i sudditi pre­
ferirono però chiamarlo Kakergete (ossia Malfattore) o Fiscone
(cioè Pancione). Ecco come lo stesso Valerio Massimo ne descri­
ve alcune gesta:

Torna qui Tolomeo Pancione, poco fa citato come esempio or­


ribile di folle libidine e degno di essere ancora ricordato come
modello di eccezionale crudeltà: cosa si può immaginare infatti
di più crudele del fatto che sto per raccontare'? Avuto da Cleo­
patra, sua sorella e allo stesso tempo moglie, un figlio di nome
Mentite, un ragazzo di nobile aspetto e grandi speranze, lo fe­
ce uccidere in sua presenza e subito ne mandò alla madre, co­
me dono per il suo compleanno, testa e piedi recisi, coperti da
una clamide e in una cassetta, come se non si rendesse conto
del terribile dolore che le procurava e non si rattristasse che nel­
la comune perdita avesse reso Cleopatra miserabile e se stesso
odioso a tutti. A tal punto si eccita di cieco furore ogni crudel­
tà, quando trova da sé come proteggersi: perché, comprendendo
quanto il suo popolo l'odiasse, cercò un rimedio al timore in un
delitto e, per regnare con maggiore sicurezza togliendo di mez­
zo il popolo, circondò di armati e di fuoco il ginnasio affollato
di giovani, uccidendo tutti quelli che vi si trovavano, parte con
le armi, parte con il fuoco 41•

La strage nel ginnasio fu solo un episodio dell'opera di an­


nientamento dell'intellighenzia della città di Alessandria. Sugli

41 Ivi, IX, ii, ext. 5.


Un tracollo culturale

effetti della politica di questo monarca Strabone ci riferisce la te­


stimonianza di Polibio:

Polibio, che visitò la città, fu disgustato dalle sue condizioni a


quel tempo [ ...]. Quando costoro [gli Alessandrini di origine gre­
ca] furono in gran parte sterminati, appunto da Evergete Pancio­
ne, durante il cui regno Polibio venne ad Alessandria, - il Pancio­
ne infatti, reagendo ai tentativi di rovesciarlo, più volte mandò i
soldati contro il popolo e Io fece massacrare - la città cadde in
un tale stato che davvero, come dice il Poeta, andare in Egitto è
un viaggio lungo e penoso 42 •

Un'iscrizione trovata a Delo dedica una statua a un generale


del regno d'Egitto da parte di commercianti romani, per ricono­
scenza ,,dei benefici loro concessi quando Alessandria fu presa
dal re Tolomeo Evergete» (cioè dal Pancione) 43•
Mentre beneficava i commercianti romani, il Pancione az­
zerava la vita culturale di Alessandria. Un'efficace descrizione
dell'esodo degli intellettuali dalla città è fornita da Ateneo:

Un rinnovamento dell'intero sistema culturale si verificò poi


con Tolomeo VII re d'Egitto, quello che a buon diritto gli Ales­
sandrini soprannominarono «il Malfattore»; costui infatti mas­
sacrò molti abitanti di Alessandria e costrinse all'esilio non
pochi di quelli che erano stati giovani ai tempi di suo fratello,
riempiendo così isole e città di filologi, filosofi, cultori della
geometria e della musica, pittori, istruttori di ginnastica, medici
e numerosi altri professionisti; questi, costretti dalla povertà, si
dedicarono all'insegnamento delle loro conoscenze e così for­
marono parecchi illustri studiosi 44•

42
La testimonianza di Polibio, che era riferita in un libro perduto della
sua opera storica, è riportata da Strabone (Geographia, XVII, 1, 12). Il verso
è di Omero (Odissea, IV, 483).
4:1 L'iscrizione ([OGIS], 135) è riportata in [Fraser], voi. II, p. 217. La de­

dica non si riferisce ai fatti del 145, ma a un episodio successivo (quando,


nel 127, il Pancione riprese la città, da cui gli Alessandrini erano di nuovo
riusciti a cacciarlo).
44
Ateneo, Deipnosophistae, IV, 184b-c.

- - 85 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Naturalmente l'effetto apparentemente benefico dell'esodo non


poté che essere effimero: in assenza di finanziamenti e strutture
educative e di ricerca, gli intellettuali fuggiti da Alessandria non
avevano alcuna possibilità di creare scuole.
Gli eventi relativi al regno dei Seleucidi hanno molte analogie
con quelli d'Egitto. Nel 145 a.C., alla morte del re Alessandro I
Baia, uno dei pretendenti conquistò il trono assumendo il nome
di Demetrio II Nicatore. Questo Demetrio, come il Pancione, era
odiato dagli abitanti della capitale Antiochia e come lui si man­
tenne al potere con massacri di civili 45• Anche Demetrio aveva
chiesto l'aiuto di Roma, ricevendo dal Senato romano l'assicu­
razione del suo appoggio purché garantisse che la sua politica
avrebbe soddisfatto Roma 46• A differenza di quanto avvenne in
Egitto, gli Antiocheni riuscirono però a cacciarlo definitivamen­
te dalla città. Demetrio si trasferì allora a Seleucia, facendone la
sua capitale, e il regno si disgregò, con due sovrani contrapposti
residenti nelle due capitali di Antiochia e Seleucia: un esito certo
non ostacolato da Roma. In quegli anni le parti più vitali di ciò
che era stato il più vasto Stato ellenistico divennero quelle, ormai
indipendenti, localizzate nelle profondità dell'Asia.
Nel 141 a.C. il distruttore di Cartagine, Scipione Emiliano,
accompagnato da un gruppo di funzionari, inizia un lungo viag­
gio nei paesi ancora formalmente indipendenti del Mediterraneo
orientale. Plutarco illustra efficacemente la missione affidata a
Scipione dal Senato di Roma e la natura dei suoi rapporti con
sovrani e cittadini dei paesi visitati:

[Scipione Emiliano] fu inviato per la terza volta dal senato «per


vedere - come dice Posidonio 47 - i soprusi e gli atti giusti degli
uomini», cioè come ispettore di città, popoli e sovrani. Quando

45
Diodoro Simlo, Bibliotheca historica, XXXIII, fr. 4.
46
Polibio, Historiae, XXXII, fr. 3, 11-13.
47
Il nome Clitomaco, che appare nei manoscritti, va corretto in Posido­
nio sulla base del confronto con Plutarco, Maxime cum principibus philoso­
pho esse disserendum, 777A e Ateneo, Deipnosophistae, XII, 549d-e. La frase
citata da Posidonio è un verso omerico (Odissea, XVII, 487).

- - 86 - -
Un tracollo culturale

giunse ad Alessandria e, sbarcato, si incamminò con la testa co­


perta dalla toga, gli Alessandrini lo circondarono e lo pregarono
di scoprirsi e di esaudirli mostrando loro il viso. Quando si sco­
prì scoppiarono grida e applausi. Poiché il re arrancava, tenendo
il passo a fatica per la pigrizia e la mollezza del corpo, Scipione
sussurrò tranquillamente a Panezio: «gli Alessandrini hanno già
ricavato qualcosa dal nostro arrivo: grazie a noi hanno visto cam­
minare il re» 48•

Il Mediterraneo era divenuto di fatto un lago romano. L'im­


portanza epocale di questo evento, spesso non ricordato nei mo­
derni libri di storia 49, era ben chiara ai contemporanei. Polibio,
riferendosi ai fatti del biennio 146-145 a.C., così conclude la sua
opera storiografica:

Io ho trattato l'intera storia del mondo [ ...] fino alla conquista


di Cartagine, alla battaglia dell'Istmo tra Achei e Romani e la se­
guente riorganizzazione della Grecia. Da questa narrazione i let­
tori ricaveranno il risultato più importante e utile: quello di cono­
scere come e grazie a quale politica quasi tutto il mondo abitato
sia stato assoggettato al dominio di una sola potenza, quella dei
Romani - un evento mai accaduto in precedenza 5°.

5.3 Il collasso culturale

Gli avvenimenti sommariamente descritti nel paragrafo pre­


cedente ebbero conseguenze tragiche sullo sviluppo culturale del
mondo Mediterraneo. I principali focolai di cultura, Alessandria

48
Plutarco, Regum et imperatorum apophtegmata, 200E-F. Il re è natu­
ralmente il Pancione. La missione di Scipione è descritta anche in Diodoro
Siculo, Bibliotheca historica, XXXIII, fr. 28b.
49 È in genere considerata più importante l'annessione ufficiale dell'Egitto

allo Stato romano, che avvenne in seguito alla battaglia di Azio del 31 a.C.
Nel caso della storia romana la tendenza a privilegiare gli aspetti giuridici e
formali su quelli sostanziali deriva probabilmente anche dalla circostanza che
un importante contributo alla storiografia sia stato dato tradizionalmente da
storici di formazione giuridica, provenienti dagli studi di diritto romano.
50 Polibio, Historiae, Epilogo.

87
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

in primo luogo, furono spenti da un giorno all'altro. La classe


degli intellettuali di lingua greca fu privata delle risorse indispen­
sabili per il proprio lavoro e decimata dalle deportazioni. Pochi
ebbero la fortuna di rimanere attivi ponendosi al servizio di qual­
che potente famiglia romana 51: una sorte che certamente non po­
té toccare ad alcuno scienziato.
La testimonianza forse più agghiacciante su cosa accadde
ad Alessandria riguarda la sua istituzione culturale più famosa:
la celeberrima Biblioteca. Non si trattava solo della più grande
raccolta di libri esistente al mondo, ma anche del massimo cen­
tro di produzione editoriale, strettamente connesso al Museo di
Alessandria, ossia alla principale istituzione pubblica di ricerca
del mondo antico, dove i migliori studiosi vivevano a spese del­
lo Stato, dedicandosi alle proprie attività senza preoccupazioni
materiali. Proprio per preparare le sue edizioni era sorta la scien­
za della filologia. A dirigerla erano state chiamate personalità tra
le più prestigiose del mondo ellenistico, da Apollonia Rodio a
Eratostene. All'epoca della crisi era guidata da uno dei principa­
li filologi dell'antichità: Aristarco di Samotracia. Un papiro pro­
veniente da Ossirinco, che riporta l'elenco dei capi della famosa
istituzione, ci informa che quando, nel 145 a.e., questi, con tutti
gli altri intellettuali, fu costretto ad abbandonare Alessandria, alla
direzione della Biblioteca fu chiamato a succedergli un certo eida
ÈK 'trov ì..oyxo<J>oprov, cioè un ufficiale dei lancieri 52 .
La Biblioteca sopravvisse, ma dei suoi direttori successivi non
abbiamo alcuna notizia. Il più noto degli studiosi che vi lavora­
rono in seguito, attivo nel I secolo a.e., è Didimo, detto «ealcen­
tero>> (ossia «viscere di bronzo») per la sua infaticabile dedizione
allo studio, ma anche PtPì..toM0m; (ossia «scordalibri»), poiché
spesso nei propri lavori contraddiceva affermazioni contenute in
opere precedenti che aveva scritto e dimenticato. Si può capirlo,
visto che, secondo Seneca, ne aveva pubblicate quattromila 53 . Si

"1 Fu questo, per esempio, il caso di Polibio, sul quale torneremo nel
prossimo paragrafo.
02 P. Oxy. 1241, II, 16.
s:i Seneca, Epistulae, 88, 37.

88 - -
Un tracollo culturale

trattava naturalmente di commenti eruditi prodotti in serie. Tra le


conseguenze del degrado culturale, insieme al crollo della qualità
delle pubblicazioni, vi era l'aumento vertiginoso del loro numero.
Anche il glorioso Museo sopravvisse come scatola vuota: l'es­
serne membri finì col divenire un puro titolo onorifico, che non
comportava il dovere di partecipare ad attività comuni e neppure
l'obbligo di risiedere ad Alessandria 54•
Tra i ricchi romani venne di moda il lusso di possedere una
biblioteca greca depredata nei paesi vinti; i nuovi proprietari dei
libri non avevano però né la volontà di leggerli né la cultura in­
dispensabile per capirne il contenuto. Non bisogna stupirsi se
la quasi totalità delle opere scientifiche e filosofiche ellenistiche
finì col perdersi 55•
I Romani delle classi superiori vennero in contatto con la civil­
tà ellenistica attraverso le biblioteche e le opere d'arte depredate
e soprattutto grazie all'uso di Greci ridotti in schiavitù come scri­
vani, precettori, segretari, bibliotecari e consulenti. Il risultato fu
un graduale processo di incivilimento delle élite nell'arco di tre o
quattro generazioni, ma mentre la produzione letteraria e storio­
grafica in lingua latina, partendo dai modelli greci, ebbe svilup­
pi interessanti, nulla di simile fu possibile per la filosofia e ancor
meno per la scienza.
Uno dei vertici della nuova cultura latina, nutrita dal lungo e
assiduo contatto con le opere greche, è rappresentato da Cicero­
ne (106 a.C.-43 a.C.), al quale dobbiamo tra l'altro l'inizio del­
la costituzione di una terminologia filosofica (e a volte, indiretta­
mente, anche scientifica) latina 56• La sua distanza dalla filosofia

54
[Berti Costa], p. 164.
55
La Biblioteca di Alessandria, sopravvivendo per diversi secoli, for­
nì uno dei principali canali di trasmissione di informazioni scientifiche
dall'epoca ellenistica a quella imperiale, ma naturalmente, come vedremo,
la sopravvivenza dei libri, in assenza di maestri in grado di trasmettere le
competenze necessarie per comprenderli, non poté impedire il degrado
delle conoscenze.
56
Per fare solo due esempi tra i tanti possibili, termini come «induzio­
ne» e «probabilità» nascono nel loro significato filosofico e scientifico dalle
scelte di Cicerone di creare il termine latino inductio come calco del greco

�- 89 �-
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

e dalla scienza greche è tuttavia evidente: il progetto di cultura


unitaria che Cicerone promuove, anche come strumento di for­
mazione della classe dirigente destinata al governo dello Stato,
è centrato nell'oratoria, sfiora appena la filosofia ed è completa­
mente estraneo alla scienza.
Uno degli argomenti usati da Cicerone nel De oratore per so­
stenere la superiorità dell'oratoria su tutte le altre attività intellet­
tuali si basa sull'esiguità numerica degli oratori:

Quando, più volte, ho pensato agli uomini più eminenti e dotati


di sommo ingegno, mi è sembrato che bisogna chiedersi perché
siano più numerosi in qualsiasi altra disciplina che nell'oratoria 57•

Tra le discipline in cui moltissimi sono riusciti a eccellere (e


che quindi, a suo giudizio, sono di qualità inferiore), Cicerone
include la filosofia e la <<matematica» (termine che nell'antichità
designava un vasto insieme di discipline e corrispondeva più o
meno all'attuale «scienza esatta»):

Non ti può sfuggire che gli uomini più istruiti ritengono che di
tutte le discipline onorevoli sia stata creatrice e quasi madre ciò
che i Greci chiamano filosofia, nella quale è difficile enumerare
quanti cultori vi siano stati [...]. Chi non sa in quanta oscurità di
argomenti e in quale astrusa, complessa e sottile disciplina si so­
no immersi i cosiddetti matematici? E tuttavia in questo settore
vi sono stati tanti studiosi eccellenti che sembra che quasi nessu­
no si sia applicato con vero impegno a questa scienza senza rag­
giungere il suo scopo 58 •

Dopo aver sostenuto che, nonostante moltissimi giovani intra­


prendano gli studi di oratoria, pochissimi riescono a divenire ve­
ri oratori perché, a differenza della filosofia e della «matematica»,
l'oratoria richiede rarissime qualità superiori, Cicerone conclude:

È1tayc,yy11 e di tradurre con probabilis il termine m0avoç, nel senso filosofico


in cui era stato usato da Carneade.
57
Cicerone, De oratore, I, 6.
08
lvi, I, 9-10.
Un tracollo culturale

Cessiamo perciò di chiederci quale sia la causa dell'esiguità del


numero degli oratori, poiché l'eloquenza è costituita da tante
cose, in ciascuna delle quali è difficile raggiungere il successo 59•

Notiamo incidentalmente che il Rinascimento italiano ha trat­


to larga ispirazione da Cicerone, e in particolare dal De oratore,
per l'organizzazione degli studia humanitatis, che hanno influen­
zato profondamente la cultura europea, e in particolare italiana,
dei secoli successivi 60. Ancora oggi sopravvive una concezione
degli studi umanistici di stampo ciceroniano, che genera in molti
una reazione di rigetto contro l'intera eredità culturale classica.
Né i pochi intellettuali latini che si interessarono alla scienza,
né gli studiosi di lingua greca che in età imperiale cercarono di
riprendere il filo delle ricerche interrotte riuscirono a recuperare
l'antico metodo scientifico. Facciamo pochi esempi di questo in­
colmabile divario culturale 61•
Tra le conquiste più significative della civiltà ellenistica vi era
stato lo sviluppo del convenzionalismo linguistico, che aveva co­
stituito un aspetto essenziale del nuovo metodo scientifico: per
la prima volta alcuni uomini si erano sentiti liberi di creare arbi­
trariamente termini con cui designare concetti e questa consape­
volezza aveva reso possibile la creazione sistematica di concetti
nuovi. Tra i primi artefici di questa rivoluzione culturale vi era
stato Erofilo di Calcedonia, che, avendo introdotto la dissezione
anatomica umana come metodo di ricerca, aveva creato anche
una terminologia nuova e convenzionale per descrivere le proprie
scoperte anatomiche 62•

59 lvi,I,19.
60
L'influenza del De oratore (che significativamente fu la prima opera a
essere stampata in Italia) sulla tradizione degli studi umanistici è sottolinea­
ta, per esempio, in [Narducci], pp. 315-316.
61 Per un'analisi più completa del fenomeno rinviamo a [Russo RD], da

cui sono tratti molti degli esempi che seguono.


62 È
divenuto possibile apprezzare il ruolo culturale di Erofilo, del quale
non abbiamo opere, dopo la raccolta delle testimonianze su di lui curata da
Heinrich von Staden ([von Staden]).

-- 91
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Gli anatomisti di epoca imperiale usano Erofilo come fonte


essenziale ma, essendo tornati a una concezione statica della lin­
gua, non possono più comprenderne la metodologia e in partico­
lare la sua introduzione di nuovi termini anatomici. Nel trattato
scritto alla fine del I secolo d.C. da Rufo Efesio alcuni termini co­
niati da Erofilo (che aveva lavorato ad Alessandria) sono criticati
in quanto usati da «medici egizi» non abbastanza conoscitori del­
la lingua greca 63. Anche gli altri medici di età imperiale criticano
spesso la lingua di Erofilo, di cui non possono più comprende­
re l'aspetto creativo. Per esempio Celio Aureliano, riportando la
descrizione che Erofilo, nel suo lavoro pionieristico sulla psichia­
tria, aveva dato di un caso di malattia mentale, lo rimprovera per
aver dato significati diversi a due termini (che traduce deliratio e
alienatio) che a suo avviso erano in realtà sinonimi 64• Anche in
matematica la possibilità di introdurre una terminologia nuova e
convenzionale, che era stata usata sistematicamente, tra gli altri,
da Archimede e da Apollonio, viene abbandonata e in qualche
caso si torna alla terminologia pre-ellenistica 65•
Per fare un esempio in un altro campo, ricordiamo che gli
scienziati ellenistici avevano capito che non è possibile determi­
nare quale corpo sia fermo in assoluto, in quanto le percezioni
visive possono dare informazioni solo sul moto relativo tra osser­
vatore e oggetto osservato. Euclide aveva espresso questo concet­
to in forma estremamente chiara:

Se si muovono nella stessa direzione l'occhio e diversi corpi che


si spostano con velocità diversa, quelli che si muovono con la
stessa velocità dell'occhio sono giudicati fermi, quelli più len­
ti appaiono muoversi all'indietro e quelli più veloci in avanti 66 .

63 Rufo Efesio, De nominatione partium hominum, 151.


64 Celio Aureliano, Celeres vel acutae passiones, I, praef. 4-5 = test. 211
[von Staden].
65
È questo il caso del punto geometrico, per il quale Euclide aveva in­
trodotto il termine crriµEiov, che venne abbandonato per tornare al tradizio­
nale crnyµi\ che era stato usato da Platone e Aristotele (dal quale si ottenne
il calco latino punctum).
66
Euclide, Ottica, proposizione 51.
�� 92
Un tracollo culturale

Erofilo (che era particolarmente interessato all'ottica fisio­


logica) doveva aver ripreso il concetto euclideo, sottolineando
anch'egli che le osservazioni non permettono di decidere se un
corpo è fermo. Le sue considerazioni sull'argomento sono rico­
struibili dal seguente brano del massimo medico di epoca impe­
riale, Galeno, che si mostra però totalmente incapace di cogliere
il pensiero del suo predecessore:

Egli [Erofilo] dubiterà anche in un altro modo facendo le seguenti


distinzioni: «chi vede ha la sensazione di ciò che è visto o, essen­
do fermo, di un oggetto fermo o, in moto, di un oggetto fermo o,
in moto, di un oggetto in moto oppure, fermo, di un oggetto in
moto». Mostrando poi che non è convincente spiegare la perce­
zione secondo nessuna delle affermazioni precedenti, egli nega la
nostra possibilità di vedere in alcun modo 67•

Vi è una chiara coerenza tra l'abbandono del convenzionali­


smo linguistico e la perdita della consapevolezza che anche nel­
la descrizione dei moti le nostre affermazioni si basano su scelte
arbitrarie (in questo caso del sistema di riferimento), anche se in
genere implicite e inavvertite.
L'idea della relatività del moto era nata in stretta connessione
con quella dei moti della Terra. Quando fu abbandonata, insieme
ad essa scomparvero sia l'eliocentrismo, che risaliva ad Aristarco
di Samo, sia la più antica idea della rotazione diurna della Terra,
che era stata proposta per la prima volta da Eraclide Pontico, nel
IV secolo a.C. 68.
La tendenza a rimuovere la frattura culturale di cui ci stiamo
occupando spinge in genere a confinare nell'ambito dell'ecce­
zione «in anticipo sui tempi» l'antica teoria eliocentrica, retroda­
tando gratuitamente il suo rifiuto (che è documentato nell'Alma­
gesto di Tolomeo) agli astronomi immediatamente successivi ad
Aristarco di Samo, dei quali non abbiamo opere; in realtà diverse

67 Galeno, De causi.� procatarcticis, XVI, 197-204 = test. 59a [von Sta­

den H], 40-45.


68
Le testimonianze più rilevanti sulla teoria astronomica di Eraclide (do­
vute a Simplicio) sono tradotte in [Heath Aristarchus], pp. 254-255.

- - 93 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

fonti pretolemaiche testimoniano che l'idea eliocentrica era rima­


sta ben viva nell'astronomia ellenistica e si era anche sviluppata
generando una forma di meccanica celeste 69•
La sfera cristallina delle stelle fisse aveva perso la sua utilità
quando si era capito che il moto diurno rigido delle costellazioni
è un'illusione dovuta alla rotazione terrestre ed era stata perciò
abolita già da Eraclide Pontico nel IV secolo a.C. 70, lasciando in
sua vece una superficie sferica teorica, utilizzata come modello
matematico per localizzare le stelle 71• Dopo il collasso culturale,
la sfera delle stelle fisse riacquistò tutta la sua pesante corporeità,
nella quale crederà ancora Keplero nel XVII secolo.
Quest'ultimo è un esempio di un fenomeno generale: essendosi
perso il concetto di modello teorico, gli enti scientifici furono con­
siderati oggetti concreti. Per esempio fu attribuita realtà materiale
anche alle sfere omocentriche di Eudosso e di Callippo 72; bisognò

69
Alcune delle principali fonti sono: Plutarco, De facie quae in orbe lu­
nae apparet, 923F-924C; Seneca, Natura/es Quaestiones, VII, xxv, 6-7; Vi­
truvio, De architectura, IX, i, 12; Plinio, Naturalis Historia, II, 69. Queste e
altre fonti sono discusse in [Russo Ipparco] e [Russo RD], pp. 324-370. In
[Russo FR] è anche ricostruita la prova dell'eliocentrismo, basata sul feno­
meno delle maree, che era stata data da Seleuco di Babilonia.
70
Eraclide Pontico aveva concepito un universo infinito, nel quale ogni
astro costituiva un mondo proprio (Stobeo, Eclogae, I, 182, 20-21; I, 204,
21-25 = [DG], 328b, 4-6 e 343b, 9-15).
71 L'idea che le stelle, poiché possiamo misurarne solo le coordinate
angolari e non la distanza, possano essere utilmente pensate su una super­
ficie sferica fittizia, usata come modello matematico, è ancora presente in
Gemino, che la spiega con grande chiarezza (Introduzione ai fenomeni, I,
23). Gemino, vissuto a Rodi probabilmente nel I secolo a.C., mantiene il
ricordo di alcune idee scientifiche che ai suoi tempi erano state in genere
abbandonate. Probabilmente questa fortunata circostanza è dovuta alla si­
tuazione particolarmente favorevole conservata a lungo da Rodi. L'unica
sua opera che abbiamo è tuttavia uno scritto molto elementare, di caratte­
re evidentemente divulgativo.
72 Questi astronomi avevano pensato di ottenere il moto osservabile del
Sole, della Luna e dei pianeti componendo una successione di moti rotato­
ri uniformi di sfere centrate nella Terra, ciascuna con gli estremi dell'asse di
rotazione fissi rispetto alla sfera precedente.

- - 94 - -
Un tracollo culturale

aspettare Virginio Schiaparelli, alla fine del XIX secolo, per capirne
l'originaria natura di elementi di un algoritmo di calcolo 73•
Spesso gli intellettuali di epoca imperiale cercano di mantene­
re un rapporto di continuità con gli studiosi ellenistici usando la
loro terminologia. Per esempio molti filosofi vissuti dopo il col­
lasso culturale si dicono stoici, cioè seguaci di una delle principa­
li correnti filosofiche ellenistiche, della quale Crisippo era stato il
massimo esponente. Per cogliere la distanza tra la corrente origi­
naria e gli epigoni che si fregiano dello stesso nome basta però
leggere questo passo del principale rappresentante dello stoici­
smo di epoca imperiale, Epitteto:

Ma io, che cosa voglio? Conoscere la natura delle cose e seguir­


la. Per questo cerco un interprete che possa spiegarmela; e quan­
do ho appreso che Crisippo è in grado di farlo, ricorro a lui. Ma
non capisco le cose che ha scritto; allora cerco un interprete 74•

Capire Crisippo era diventato altrettanto difficile che svelare


la natura delle cose. Non può certo stupire che di Crisippo non
ci sia rimasta alcuna opera. La perdita delle loro opere ha reso a
lungo difficile cogliere l'incolmabile distanza che separa i filoso­
fi ellenistici dagli studiosi di epoca romana, distanza che è tutta­
via riconoscibile dalle testimonianze sopravvissute ed è divenuta
molto più chiara grazie ai lavori del secondo Novecento, in par­
ticolare sulla logica stoica.
Il crollo fu ben più devastante di quanto può apparire dagli
esempi fatti fin qui. Agli intellettuali latini che un paio di secoli
più tardi cercarono di occuparsi di scienza non mancavano solo
i metodi che avevano permesso di ottenere risultati raffinati, ma
anche gli strumenti concettuali di base indispensabili per capire
il significato dei risultati più elementari. È quindi inevitabile la
nascita di gravi equivoci. Quando per esempio Plinio descrive po­
polazioni i cui piedi avrebbero anteriormente il calcagno e poste-

73
[Schiaparelli], tomo II, pp. 3-112.
74
Epitteto, Manuale, 49. Ho usato la traduzione di Giacomo Leopardi.

- - 95 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

riormente le dita 75 , è chiaro che espone un'idea generata da un


grossolano fraintendimento del concetto di «antipodi►>.
Nel primo periodo imperiale autori come Plinio e Seneca mo­
strano grande rispetto verso la scienza, della quale ammirano i
risultati, probabilmente soprattutto perché, non essendo assoluta­
mente in grado di capire il metodo con cui erano stati ottenuti, li
giudicano prodigiosi. Successivamente i tentativi di recuperare il
metodo scientifico finiscono con il soccombere a uno sprezzante
rifiuto della scienza, che può essere esemplificato con la descri­
zione degli scienziati data da uno dei più brillanti scrittori del
II secolo, Luciano:

Riderai, amico, sentendo della loro millanteria e dei prodigi che


facevano nei loro discorsi. In primo luogo, pur stando sulla Terra
e non essendo in nulla superiori a noi che calpestiamo il suolo,
né forniti di vista più acuta del loro prossimo, alcuni anzi essendo
quasi ciechi per vecchiezza o per inerzia, tuttavia affermavano di
vedere attraverso i confini del cielo, misuravano la circonferenza
del Sole, calcavano gli astri al di là della Luna e, come caduti dal­
le stelle, ne precisavano grandezza e forme; e capitava spesso che,
non sapendo con esattezza nemmeno quanti stadi ci sono da Me­
gara ad Atene, osassero dire di quanti cubiti fosse la distanza che
separa il Sole dalla Luna. Misuravano inoltre l'altezza dell'atmo­
sfera, la profondità del mare, la circonferenza della Terra [...] 76•

La sfiducia nel metodo scientifico non si esprimeva solo con


la derisione, ma anche attraverso la teorizzazione filosofica: ne
dà un buon esempio, a un livello particolarmente alto, l'opera di
Sesto Empirico Contro i matematici (che, nel generale naufragio
della letteratura filosofica e scientifica ellenistica, costituisce per
noi una fonte essenziale su molte teorie).
L'entità della distruzione può essere apprezzata riflettendo sul
fatto che le poche macerie sopravvissute dell'antica cultura han­
no continuato a stimolare gli sviluppi scientifici nei due millenni

7" Plinio, Naturalis I/istoria, VII, 11.


76 Luciano di Samosata, Icaromenippo o l'uomo sopra le nubi, 6. Ho usa­
to la traduzione di Vincenzo Longo.
Un tracollo culturale

success1v1: dalla scienza araba, inconcepibile senza lo studio dei


trattati ellenistici, alla rivoluzione copernicana, generata dal recu­
pero della teoria eliocentrica di Aristarco di Samo, alla ripropo­
sizione dell'antica idea che le malattie potessero essere trasmesse
da germi invisibili 77, al sorgere della meccanica celeste, stimolata
anch'essa dalla lettura di antiche opere 78, all'introduzione della
teoria dei numeri reali, originata dalla traduzione in un nuovo lin­
guaggio di una definizione di Euclide 79, fino a moderni sviluppi
della psicologia 80 e della logica proposizionale 81•

77
L'idea è trasmessa, tra gli altri, da Lucrezio (De rerum natura, VI,
1090-1286) e fu recuperata in epoca rinascimentale da Girolamo Fracasto­
ro, che l'elaborò in particolare nei suoi De contagiane et contagiosis morbis
et curatione libri tres, del 1536.
78
Vedi sopra, p. 94, nota 69. Particolarmente importante fu la lettura del
passo di Plutarco in cui si spiega che la Luna non cade sulla Terra perché il
suo peso è equilibrato dalla rapidità del moto di rotazione, come accade a
un sasso fatto roteare da una fionda (Plutarco, De facie quae in orbe lunae
apparet, 923C-D). L'idea di Plutarco fu recuperata per primo da Giovanni
Alfonso Barelli nel 1666 ([Russo Santoni], pp. 165-166). Il dialogo di Plu­
tarco, che contiene anche molte altre affermazioni di grande importanza per
lo sviluppo della meccanica, fu intensamente studiato anche dagli scienzia­
ti successivi e in particolare da Newton (vedi [Russo RD], pp. 329-337).
Un'importante azione di stimolo fu svolta anche da alcune testimonianze
sull'antica teoria delle marce ([Russo FR]).
79
La moderna teoria dei numeri reali, che permise di dare rigore all'ana­
lisi matematica, nacque negli anni Settanta del XIX secolo grazie a Weier­
strass e Dedekind, che essenzialmente tradussero nel nuovo linguaggio nu­
merico la quinta definizione del quinto libro degli Elementi di Euclide.
00
Particolarmente importante fu il recupero, nella psicologia della per­
cezione di fine Ottocento, del ruolo svolto dall'assenso attivo del soggetto,
che Crisippo aveva detto cruyKa-tci0Ecrtç e fu reintrodotto in psicologia grazie
a studiosi tedeschi esperti di filosofia antica.
81 Si
può notare che uno dei primi risultati della logica proposizionale
moderna fu il recupero, operato da Frege nel 1879, della definizione di pro­
posizione condizionale che era stata data da Filone il Dialettico. Questa cir­
costanza è in genere stranamente ricordata per illustrare la capacità di Filone
di anticipare risultati successivi di millenni e non, più semplicemente, per il­
lustrare la fecondità degli scambi presenti nella cultura tedesca di fine Otto­
cento tra discipline scientifiche e filologia classica. Per iniziare a comprende­
re la logica proposizionale stoica bisognò aspettare la metà del XX secolo.

- - 97
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

5.4. Il restringersi degli orizzonti geografici

Il degrado coinvolse naturalmente anche le conoscenze geo­


grafiche. L'uso in questo campo di metodi matematici si perdette
completamente per alcuni secoli: dopo il collasso culturale, stu­
diosi come Strabone tornarono infatti a una geografia descrittiva e
non usarono più le coordinate sferiche (latitudine e longitudine).
Anche Polibio, nonostante nel 145 a.C. sia già sulla cinquan­
tina, può essere assimilato agli intellettuali postcrisi. Uomo col­
to e intelligente, appartenente a un'illustre famiglia greca, ha una
formazione di militare e politico (era stato il comandante della
cavalleria della lega achea), ma le vittorie romane, troncandogli la
carriera, gli fanno raggiungere Roma come ostaggio nel 166 a.C.
A Roma il dislivello culturale con i vincitori gli permette di rici­
clarsi come studioso, grazie a una famiglia potente e dotata di cu­
riosità intellettuali come quella degli Scipioni, che può permetter­
si di usare un ex statista e generale come precettore e consulente.
Polibio diviene uno storiografo e, capendo che per la compren­
sione della storia sono indispensabili conoscenze geografiche,
scrive anche di geografia, ma naturalmente, non avendo una for­
mazione scientifica, non può comprendere pienamente i metodi
della geografia matematica.
La perdita delle conoscenze non riguardò solo le metodologie
scientifiche della geografia matematica e della cartografia, sulle
quali torneremo nel prossimo capitolo, ma anche informazioni
qualitative su paesi e popoli, che spesso risalivano a epoche mol­
to antiche. Il mondo mediterraneo si chiuse su se stesso e furono
in larga misura dimenticate le conoscenze sulle regioni del mon­
do non incorporate nel dominio di Roma. Spesso scomparve, o
sfumò nel leggendario, anche il ricordo dei viaggi del passato,
che apparvero incredibili a chi non era più in grado di ripeterli.
Per illustrare gli effetti del collasso sulle conoscenze geogra­
fiche, in questo paragrafo ricorderemo brevemente (per quanto
ci è nota) la loro estensione precedente, che il più delle volte
è dimenticata. Per esempio nell'immaginario collettivo è pro­
fondamentre radicata l'idea, trasmessa anche da Dante, che le
Colonne d'Ercole fossero state considerate «nell'antichità» un

- - 98 - -
Un tracollo culturale

limite invalicabile 82 • La falsità di questo luogo comune è resa


evidente innanzitutto dall'esistenza di importanti porti al di là
delle Colonne d'Ercole, che ovviamente vivevano soprattutto di
navigazione nell'Oceano Atlantico. Il più antico di cui abbiamo
notizia, Tartesso, era in un luogo non identificato della costa
iberica, forse non lontano dalla foce del Guadalquivir, e fu di­
strutto dai Cartaginesi nel VI secolo a.C. I Fenici avevano fon­
dato varie città portuali sulle coste atlantiche: le più importanti
erano, sulla costa africana, Lixos e Mogador e su quella iberica
Cadice, che nei secoli IV e III a.C. era divenuto un importan­
te centro commerciale concorrente di Cartagine 113 ; dopo la fine
della città cugina e avversaria sarebbe rimasta senza rivali nella
navigazione oceanica. Secondo Strabone, ai suoi tempi (intorno
all'inizio della nostra era) era non solo il principale porto, per
quantità e grandezza di navi mercantili, sia per la navigazione
oceanica sia per quella mediterranea, ma anche la città più po­
polosa in assoluto dopo Roma 84•
Le acque dell'Atlantico erano state percorse da navi di varia
provenienza sin dall'epoca preclassica. Sappiamo da Erodoto che
già nel VII secolo a.C. l'Africa era stata circumnavigata da navi­
gatori fenici per incarico del faraone Neco 11 85. Partite dal Mar
Rosso, le navi fenicie avevano costeggiato l'Africa in senso orario
ritornando attraverso le Colonne d'Ercole dopo un viaggio dura­
to tre anni. Poiché la navigazione era stagionale, interrompendosi
ogni anno per seminare e attendere il raccolto, si tratta di un tem­
po ragionevole, che di per sé costituisce un indizio di veridicità.
Un particolare lascia poi pochi dubbi sull'attendibilità di questa
testimonianza: Erodoto riferisce, pur ritenendolo personalmente
incredibile, che i marinai avevano detto di aver circumnavigato
l'Africa avendo il Sole a destra, ossia a nord. A Erodoto, che evi-

112 Quando venimmo a quella foce stretta I dov 'Ercule segnò li suoi riguar­
di, I acciò che l'uom più oltre non si metta (Dante Alighieri, Inferno, canto
XXVI, vv. 107-109).
H:i
[Martin Cobo].
H4 Strabone, Geographia, III, v, 3.
H Erodoto, Historiae, IV, xlii.
5

99 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

dentemente si riferisce al tratto del viaggio compiuto verso ovest,


a sud del continente africano, la circostanza appare incredibile,
poiché ritiene la Terra piatta e crede che il Sole debba sempre per­
correre il suo tragitto lungo un'orbita inclinata verso sud. Nep­
pure i marinai fenici sapevano che nord e sud invertono i ruo­
li nell'emisfero australe, che probabilmente era stato raggiunto
per la prima volta da navigatori di un paese mediterraneo, e non
avrebbero potuto certo riferire questo fenomeno se non l'avesse­
ro realmente osservato.
Le conoscenze dei Fenici relative alla navigazione, in partico­
lare nell'Oceano Atlantico, erano state ereditate dai Cartaginesi,
che almeno in alcune epoche avevano esercitato qualche forma di
controllo sulle Colonne d'Ercole, ma il riserbo punico sulle rotte
seguite dalle proprie navi, unito alla distruzione delle fonti, ci per­
mette di sapere ben poco sui paesi raggiunti. Per esempio Erodo­
to aveva avuto notizia di loro circumnavigazioni dell'Africa, sulle
quali non abbiamo altre informazioni 86• L'impresa di circumna­
vigare l'Africa, che secondo Erodoto era stata tentata senza suc­
cesso anche da parte del persiano Sataspe nel V secolo a.C. 87, era
considerata possibile anche da fonti greche del IV secolo a.C. 88.
Secondo Plinio vi era riuscito, nel II secolo a.C., anche Eudos­
so di Cizico, che, dopo essere stato espulso dall'Egitto, avrebbe
raggiunto Cadice partendo dal Mar Rosso 119• Dopo le conquiste
romane non vi riuscì più nessuno prima del viaggio di Vasco da
Gama del 1497-1498.
Sappiamo del viaggio lungo le coste atlantiche dell'Africa di
una flotta al comando del cartaginese Annone (certamente prima
del IV secolo a.C.; probabilmente nel V) perché è fortunosamente

116 Erodoto, nel passo appena citato, dopo aver riferito la circumnavigazio­
ne dell'Africa compiuta per ordine di Neco, afferma: «così fu conosciuta per
la prima volta la forma dell'Africa. In seguito furono i Cartaginesi a dirla».
H7 Erodoto, Historiae, IV, xliii.
HH (Pseudo) Scilace, Periplns, 112 (in [GGM], voi. I, pp. 94-95).
119 Plinio, Naturalis }!istoria, II, 169. Plinio dice di trarre questa notizia
da Cornelio Nepote. Torneremo più avanti su Eudosso di Cizico, a proposi­
to dei suoi viaggi in India.

- - 100 - -
Un tracollo culturale

sopravvissuta una traduzione in lingua greca (monca e probabil­


mente alterata) del suo resoconto 90• La spedizione di Annone rag­
giunse l'Africa equatoriale, quasi certamente fino all'attuale Ga­
bon 91 , e - questo è l'aspetto più interessante! - tornò certamen­
te indietro, nonostante i venti e le correnti rendano difficilissima
la navigazione lungo le coste atlantiche dell'Africa in direzione
sud-nord. Probabilmente la navigazione cartaginese nell'Atlanti­
co non era solo costiera.
Due autori ci informano sulla spedizione di un altro carta­
ginese, Imilcone, che aveva navigato nell'Atlantico del Nord,
anch'egli nel V secolo a.C. 92. Avieno, nel IV secolo d.C., lo cita
tre volte, in apparenza direttamente, attribuendogli notizie su al­
ghe che gli avrebbero reso difficile la navigazione e mostri mari­
ni. Questa testimonianza è interessante soprattutto come prova
dell'impressionante perdita di conoscenze geografiche che fa rite­
nere (giustamente!) a uno scrittore latino della tarda antichità che
la migliore fonte di notizie sull'oceano sia la cronaca di viaggio
scritta da un cartaginese ottocento anni prima.
Tra le spedizioni nell'Oceano Atlantico di cui è rimasto il ri­
cordo, vi sono quelle di due navigatori provenienti da Massalia:
Eutimene e Pitea. Alcuni hanno supposto che tali esplorazioni
fossero state rese possibili da particolari accordi con Cartagine,
ma è anche possibile che il controllo punico dello stretto non fos­
se così rigoroso come si è in genere ritenuto. Nel caso di Pitea
parte degli studiosi ritiene probabile che avesse raggiunto le co­
ste atlantiche attraverso la rete fluviale della Gallia, senza passare
le Colonne d'Ercole.
Eutimene, probabilmente intorno al 500 a.C. (ma la data è
molto incerta e vi è stato anche chi ha voluto collocarlo nel IV se­
colo a.C.) aveva navigato lungo le coste atlantiche dell'Africa, ma
ci restano scarsissime notizie sul resoconto che aveva scritto del
suo viaggio: sappiamo solo che aveva raggiunto la foce di un gran-

90
Hannoni Carthaginien.çium regfa Periplus, in [GGM], voi. I, 1-14.
91
[Roller], pp. 40-41.
92
Plinio, Naturali.ç Hi.çtoria, II, 169; Avicno, Ora maritima.

- - 101 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

de fiume, che è stato congetturalmente identificato con il Senegal,


e aveva stranamente immaginato che potesse trattarsi del Nilo 93.
Sono disponibili più informazioni sul viaggio esplorativo nel-
1'Atlantico del Nord del massaliota Pitea, che lo descrisse in det­
taglio nel suo trattato Sull'Oceano (ITepì 'QJCeavoù) 94. Pitea, il cui
viaggio va collocato probabilmente negli anni Venti del IV secolo
a. C. 95, aveva raggiunto tra l'altro il circolo polare artico, approdan­
do nell'isola di Tuie (la cui identificazione ha posto grossi proble­
mi 96), e la banchisa polare. Pitea aveva anche interessi scientifici,
come provano i frammenti della sua opera che si occupano delle
maree e della determinazione del Polo Nord celeste, e dette proba­
bilmente un contributo alla nascente scienza della geografia mate­
matica; certamente costituì un'importante fonte dell'opera geografi­
ca di Eratostene ed era considerato attendibile anche da Ipparco 97 .
Dopo il collasso culturale non si prestò più fede alla testimo­
nianza dell'esploratore massaliota. Strabone lo considera un menti­
tore, lo accomuna a scrittori di opere fantastiche, come Evemero 911
e Antifane di Berga 99, e ritiene una grave colpa di Eratostene avergli

9:i Sembra che Eutimene avesse immaginato che il Nilo potesse essere
formato da acqua dell'oceano che, penetrando nel continente nel punto da
lui visitato, finiva con l'arrivare in Egitto. La strana notizia è riportata, tra
gli altri, da Seneca (Natura/es Quaestiones, IVa, ii, 22).
94
Le testimonianze e i frammenti pervenuti sono raccolti in [Pitea:Bian-
chetti] e [Pitea:Roseman].
95 [Roller], pp. 61-65.
96
Torneremo su questo argomento nel §8.5.
97
Ipparco, In Arati et Eudoxi phaenomena commentarii, I, 4, 1 = Pitea,
fr. 1 (Bianchetti); Strabone, Geographia, II, i, 18 = Pitea, fr. 11 (Bianchetti);
Strabone, Geographia, II, v, 8 = Pitea, fr. 8c (Bianchetti).
98
La Storia sacra di Evemero, della quale rimangono frammenti, descri­
veva una città ideale situata in un'isola immaginaria ed è stata fonte di ispi­
razione per tutta la successiva letteratura utopistica.
99 Abbiamo poche informazioni su Antifane di Berga, che sembra aves­

se scritto una parodia del trattato di Pitea. Plutarco accenna alla sua descri­
zione di un paese così freddo che d'inverno le parole, appena pronunziate,
si congelavano e potevano essere udite solo all'epoca del disgelo (Plutarco,
Quomodo quis suos in virtute sentiat profectus, 79a). Il termine Bergeo venne
in uso per indicare gli inventori di fandonie inverosimili.

- - 102 - -
Un tracollo culturale

prestato fede 100• Il trattato di Pitea, considerato inattendibile, non


fu più copiato e andò perduto; per fortuna Strabone e altri scettici
come lui, denigrandolo, ce ne hanno trasmesso i frammenti che og­
gi permettono di verificarne la vericidità. L'antica diffidenza non è
però del tutto scomparsa e alcuni studiosi moderni, probabilmente
perché restii a prendere atto del successivo crollo delle conoscenze
geografiche, sono propensi a restringere il viaggio dell'antico esplo­
ratore alle vicinanze delle isole britanniche, mostrandosi scettici, in
particolare, sul suo raggiungimento della banchisa polare. In realtà
non tutte le testimonianze sono chiare e il passo in cui Strabone ri­
ferisce che Pitea avrebbe visto luoghi in cui non esistevano né ter­
ra, né mare, né aria ma un misto di tutti gli elementi, simile a un
«polmone marino>f 101, non è certo di facile interpretazione. Non si
capisce però come avrebbe potuto affermare che a Tuie intorno al
solstizio d'estate il sole non tramontava, mentre d'inverno non sor­
geva e che a un giorno di navigazione verso nord il mare era soli­
dificato 102, se non sulla base dell'osservazione 103•
Si sa ben poco di altre spedizioni greche nel!' Atlantico. La no­
tizia riferita da Plutarco che un certo Demetrio di Tarso avrebbe
esplorato le isole intorno alla Britannia per conto di un re non
identificabile 104 probabilmente non è infondata, poiché iscrizioni
greche a firma di un Demetrio sono state trovate a York 105• Un
altro greco, un misterioso Ofela, in epoca imprecisata avrebbe
esplorato le coste africane dell'Atlantico, ma l'unica fonte che lo
nomina è Strabone, che come d'abitudine mostra incredulità per

100
Strabone, Geographia, II, ii, 5; II, iv, 2.
101
Strabone, Geographia, II, iv, 1.
102
Plinio, Naturalis Historia, IV, 104; Strabone, Geographia, I, iv, 2.
rn:i Poiché Pitea scriveva in un'epoca in cui la geografia matematica era
appena agli albori, non è chiaro se avrebbe potuto ricavare l'affermazione
sul sole di mezzanotte da considerazioni teoriche; sembra comunque del
tutto impossibile che avesse potuto immaginare l'esistenza di un mare con­
gelato senza vederlo.
rn� Plutarco, De defectu oraculorum, 419E-420A. Demetrio avrebbe sa­
puto di un'isola in cui era confinato Crono: un mito che rincontreremo.
100 R
[ oller], p. 124, nota 61.

103 � -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

l'impresa 106• Naturalmente, dato il segreto che circondava le rotte


seguite, che si aggiunge alla scomparsa delle fonti, non possiamo
pensare di essere informati su una percentuale significativa degli
antichi viaggi esplorativi.
Le spedizioni nell'Atlantico ebbero apparentemente una brusca
fine con gli eventi del 146-145 a.C. I Romani non si curarono, in­
fatti, di subentrare a Cartagine nel controllo delle rotte marittime.
Nello stesso 146 a.C. in cui aveva distrutto la città nemica, Scipio­
ne Emiliano mandò in effetti Polibio a esplorare con una flotta le
coste atlantiche dell'Africa 107, probabilmente utilizzando informa­
zioni raccolte a Cartagine e marinai cartaginesi, ma sembra che il
risultato della spedizione (sulla quale abbiamo ben scarse notizie)
sia stato del tutto negativo. Non sappiamo infatti di nessun altro
viaggio nell'Oceano Atlantico organizzato dai vertici dello Stato
romano nel secolo successivo. Inoltre Polibio, dopo la sua spedi­
zione, diffuse scetticismo sulla possibilità di circumnavigare l'Afri­
ca 108 e discredito sul trattato di Pitea 109; egli stesso riferisce anche
che i Massalioti interrogati da Scipione non avrebbero avuto nulla
di interessante da dire sulle rotte atlantiche 110. Certamente lo stori­
co ed ex generale greco non aveva fatto nulla per attirare l'interesse
dei dirigenti romani verso un'espansione a occidente; forse si era
adoperato piuttosto in senso contrario.
Intorno all'inizio della nostra era Seneca il Vecchio, immagi­
nando argomentazioni atte a persuadere Alessandro a rinunciare
al proposito di affrontare l'oceano, esprime bene il nuovo atteg­
giamento verso la navigazione oceanica, che sarebbe prevalso fi­
no alla fine del medioevo e che oggi molti sono portati ad attri­
buire a tutti «gli Antichi»:

Dicono che sull'oceano si stendano terre fertili e che oltre l'ocea­


no vi siano di nuovo altri lidi e un altro mondo nasca[...]. Sono

106
Strabone, Geographia, XVII, iii, 3.
107
Plinio, Naturalis Historia, V, 9.
108
Polibio, Historiae, III, 38.
109
Strabone, Geographia, II, iv, 1-3.
IHI L'affermazione di Polibio è riferita in Strabonc, Geographia, IV, ii, 1.
Un tracollo culturale

supposizioni gratuite perché l'oceano non si può navigare 111• [•••]


Immagina dei mostri immani; guarda con quali tempeste e maro­
si il mare infierisce, quali onde spinge sul lido, con quanta violen­
za vi s'incontrano i venti, con quanta rabbia esso si sconvolge fin
nel profondo; nessun porto s'offre ai naviganti, nessuna salvez­
za, nulla eh' essi conoscano; quanto di primitivo e informe ha la
natura vi s'è nascosto e rintanato. Nemmeno gli eserciti che fug­
givano Alessandro si sono arrischiati in questi mari. La natura ha
messo l'oceano tutt'intorno alle terre come una barriera sacra112•

Quanto alle rotte verso oriente, va innanzitutto ricordato che


forse già in epoca faraonica (nel VII secolo a.C., ai tempi del farao­
ne Neco Il) era stato possibile navigare dal Mediterraneo all'Ocea­
no Indiano grazie allo scavo di un canale che collegava il Mar Ros­
so a un ramo del Nilo. Certamente tale canale, del quale restano
ancora tracce archeologiche, era stato scavato, se non ripristinato,
all'epoca della dominazione persiana dell'Egitto, durante il regno
di Dario I (522 a.C.-486 a.C.) 113 ed era stato poi riattivato in epo­
ca ellenistica da Tolomeo II Filadelfo (re dal 285 al 246 a.C.) 114;
risale al regno del Filadelfo anche l'esplorazione delle coste orien­
tali dell'Africa compiuta per conto del re da Timostene di Rodi 115.
Le conoscenze geografiche ellenistiche si estendevano in pro­
fondità verso oriente. Le prime opere sull'India, dopo i resoconti
dell'impresa di Alessandro, furono scritte da Megastene, che intor­
no al 300 a.C. era stato ambasciatore di Seleuco I alla corte del
fondatore dell'impero Maurya, Chandragupta Maurya, e dal suo
successore Deimaco, ambasciatore di Antioco Soter presso il figlio

111
Seneca il Vecchio, Suasoriae, I, 1.
112 Ivi, I, 4.
m Lo scavo del canale a opera di Dario è ricordato da Erodoto (Historiae,
II, clviii; IV, xxxix), secondo il quale Dario avrebbe portato a termine l'opera
iniziata da Neco, e da un'iscrizione dello stesso Dario ([Posener], pp. 48 sgg.).
114
Il canale è attribuito a Tolomeo II Filadelfo sia da Strabone (Geo­
graphia, XVII, i, 25) che da Diodoro Siculo (Bibliotheca historica, I, xxxiii,
9-11). Entrambi menzionano i precedenti faraonici e persiani, ma solo co­
me tentativi falliti (in ciò sbagliando certamente, almeno per quanto riguar­
da Dario, alla luce delle antiche testimonianze citate nella nota precedente).
" Strabone, Geographia, IX, iii, 10.
11

- - 105
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

del sovrano precedente. Ne abbiamo diversi frammenti, che mo­


strano come i due ambasciatori avessero raccolto molte notizie di
varia attendibilità, senza vagliarle criticamente, dando così un im­
portante contributo alla nascita dell'immagine favolosa dell'India
che si sarebbe affermata a lungo nella cultura occidentale. Succes­
sivamente, dalla seconda metà del III secolo a.C., intensi rapporti
tra la civiltà ellenistica e i paesi dell'Estremo Oriente furono assi­
curati prima dal regno greco-battriano, la cui capitale era nell'at­
tuale Afghanistan, e poi dal regno indo-greco fondato da Eutide­
mo I. Secondo Strabone questo sovrano e il figlio Demetrio I in­
torno al 200 a.C. avrebbero esteso le loro conquiste fino alla Ci­
na 116• Abbiamo notizia di queste costruzioni politiche, che furono
sopraffatte da popolazioni locali nel corso del I secolo a.C., solo
da poche iscrizioni, accenni di fonti classiche e soprattutto molti
ritrovamenti di monete. Le interazioni culturali tra il mondo elle­
nistico e la Cina, che non potevano non accompagnare l'intenso
commercio lungo la via della seta, sono però documentabili su
base archeologica, in particolare esaminando prodotti artistici e
tecnologici cinesi che mostrano influenze ellenistiche 117•
Mentre l'interesse degli Stati mediterranei per la navigazione
atlantica subisce un decisivo arresto dopo la distruzione di Car­
tagine, alcune fonti sembrano indicare una crescita delle relazio­
ni tra Egitto e India al tempo del re Tolomeo Pancione. Risalgo­
no infatti al suo regno la nomina di un funzionario «preposto al
Mare Eritreo e all'Oceano Indiano)) 118, il primo viaggio in India
di Eudosso di Cizico e la stesura della famosa opera Sul Mare
Eritreo di Agatarchide di Cnido (all'epoca si dava il nome di Ma­
re Eritreo agli attuali Mar Rosso, Mare Arabico e Golfo Persico).
Sembra però che il Pancione, nonostante il suo evidente interes­
se per il commercio con l'India, non sia riuscito a favorirne real­
mente lo sviluppo. Agatarchide conclude infatti la sua opera con

1 16 Strabone, Geographia, XI, xi, 1.


117 Per le influenze artistiche si possono vedere, per esempio, [Boardman]
e il catalogo della mostra Alexander the Great: East-West Cultural contacts
from Greece to Japan (Tokyo National Museum, 2003).
1 rn [R
ostovtzeff], voi. II, p. 362.

- - 106
Un tracollo culturale

un'osservazione che pare alludere alla crisi del 145: non ha po­
tuto completare il proprio progetto a causa di difficoltà nell'ac­
cesso a documenti ufficiali sopravvenute in seguito ai problemi
sorti in Egitto 119• Quanto ai viaggi di Eudosso di Cizico 120, sap­
piamo che aveva seguito una rotta diretta dal Golfo di Aden alle
coste indiane, sfruttando con ogni probabilità la conoscenza dei
monsoni, ma anche che al ritorno si era visto sequestrare dal re
tutto il prezioso carico di spezie e gemme. Un secondo viaggio,
effettuato da Eudosso dopo la morte del Pancione, era finito con
un altro sequestro del carico, questa volta a opera del re Soter II.
È ragionevole supporre che la politica dei sequestri più che
incoraggiare il commercio con l'Oriente l'abbia stroncato. È ve­
ro che Strabone si mostra convinto che il commercio con l'India
fosse stato poi incrementato dalle autorità romane 121, ma si può
sospettare che il suo giudizio sia influenzato dal desiderio di com­
piacere i governanti ai quali rivolge l'opera illustrandone più vol­
te l'utilità a fini politici e militari 122 • La lettura della prima opera
geografica di un autore latino, la Chorographia di Pomponio Me­
la (scritta negli anni Quaranta del I secolo della nostra era, cioè
una ventina d'anni dopo la morte di Strabone), accresce il sospet­
to. L'India vi è infatti descritta in modo fantasioso; tra l'altro le
formiche laggiù sarebbero grandi come grossi cani e vi sarebbero
serpenti in grado di inghiottire elefanti 1 2:i: notizie, in parte risalen­
ti alle antiche opere di Megastene e Deimaco, che sarebbe stato
comunque impossibile riproporre se con l'India si fossero avute
realmente le intense relazioni dirette descritte da Strabone.
L'opinione di Strabone che ai suoi tempi il traffico marittimo
tra Roma e l'India fosse più intenso che all'epoca dei Tolomei
sembra anche contraddetta dal fatto che il canale tra il Mediterra­
neo e il Mar Rosso era stato lasciato insabbiare. Plinio sa che si

119 Agatarchide, De mari Erythraeo, 110 (in [GGM], voi. I, p. 194).


120 Strabone, Geographia, II, iii, 4. La fonte di Strabone è il perduto trat-
tato Sull'Oceano di Posidonio.
121 lvi, II, v, 12.
122 Nel §9.2 citeremo alcuni passi che illustrano questo punto.

m Pomponio Mela, Chorographia, III, 62.

- - 107 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

era tentato di scavarlo, ma non che fosse mai stato in funzione 124•
Per avere di nuovo la possibilità di navigare da un mare all'altro
bisognò aspettare il 1869.
Anche altri scrittori del primo periodo imperiale vantano spes­
so l'incremento dei traffici con lontani paesi assicurato ai loro tem­
pi dalla benefica cura dell'imperatore e il conseguente progresso
delle conoscenze geografiche. Seneca, per esempio, irridendo le an­
tiche opinioni professate da Eutimene, assicura che ai suoi tempi
le coste occidentali dell'Africa erano ben note perché percorse <<in
tutta la loro lunghezza da navi mercantili� 125. La vacuità di questa
affermazione è però mostrata dal contemporaneo Plinio, che nei
libri geografici della sua monumentale Naturalis Historia mostra
di non sapere quasi nulla dell'Africa occidentale a sud dei domini
romani. Le sue fonti migliori su questo argomento sono il re vas­
sallo di Roma Giuba II di Numidia e Mauretania, dal quale trae
alcune notizie sulle Isole Canarie 126 e, per la terraferma, il console
Svetonio Paolino, che avrebbe osato spingersi a sud della catena
dell'Atlante (ossia immediatamente a sud dei domini romani) «per
alcune miglia» (aliquot milium spatio) 127• Per le zone più meridio­
nali il dottissimo Plinio non può far altro che evocare il vago ricor­
do dell'antico viaggio del cartaginese Annone 128•
Se ci si concentra sulle province occidentali dell'impero, si può
anche avere l'impressione di un incremento delle conoscenze ge-

m Plinio, Naturalis Historia, VI, 165-166.


12"
Nunc vero tota exteri maris ora mercatorum navibus stringitur (Sene­
ca, Naturales Quaestiones, IVa, ii, 24).
126
Plinio, Naturalis l-listoria, VI, 202-205. L'opinione, abbastanza diffu­
sa, che Giuba avesse condotto una spedizione nelle Isole Canarie non sem­
bra avere sufficienti riscontri. Forse gli interessi geografici di Giuba, più che
di esplorazioni di prima mano, si erano nutriti di letture ([Delgadol). Tra
l'altro Giuba probabilmente poteva leggere i libri punici che i Romani ave­
vano donato al bisnonno Micipsa (vedi sopra, p. 79, n. 27), come sembra
confermato da Ammiano Marcellino, che, a proposito di una strana teoria
sulle sorgenti del Nilo, afferma che Giuba l'avrebbe tratta da fonti puniche
(Ammiano Marcellino, Historiae, XXII, xv, 8).
127
Plinio, Naturalis Historia, V, 14.
12H
lvi, V, 8.

- - 108 --
Un tracollo culturale

ografiche in epoca romana, ma appena si lasciano i confini dello


Stato romano i paesi di cui Plinio ha notizia sono avvolti quasi
sempre nella leggenda. Il resto del mondo viene creduto abitato da
popolazioni mostruose. In Africa descrive, tra gli altri, gli Egipani,
metà uomini e metà bestie, i Trogloditi che non sanno parlare ma
solo emettere stridii, i Blemnii, senza testa e con occhi e bocca in
mezzo al petto 129, e i Cinamolgi con la testa di cane rn>; crede che
nel settentrione dell'Europa vi siano gli Arimaspi con un occhio so­
lo 131 e tra le strane genti dell'India pone gli Astomi, che non hanno
bocca e si nutrono di odori m, e i buffi Sciapodi, che per difendersi
dal caldo avrebbero l'abitudine di stendersi facendosi ombra con
l'unico grande piede 1 :n. Non si tratta, naturalmente, di invenzioni
di Plinio, ma di popoli immaginari presenti in varie mitologie (al­
cuni dei quali erano stati citati nei resoconti sull'India di Megaste­
ne e di Deimaco); sua è però l'idea di collezionarli pensando di
confezionare un'opera geografica ed etnografica.
Il più delle volte i moderni lettori di Plinio lo hanno conside­
rato un tipico esponente delle «concezioni antiche», dimentican­
do che qualche secolo prima di lui gli abitanti colti dei paesi me­
diterranei avevano notizie attendibili sull'Africa subsahariana, la
banchisa polare, la Cina e chissà cos'altro.
La perdita di conoscenze geografiche da parte del ceto dirigen­
te dello Stato romano non significa tuttavia che le antiche rotte
fossero state dimenticate del tutto: ignorate da geografi e genera­
li, continuarono spesso a essere note a piccoli gruppi di navigato­
ri indipendenti dediti al commercio, alla pirateria o alla pesca 134•

129
Ivi, V, 44-46.
130
Ivi, VI, 195.
131 Ivi, VII, 10.
1:12
Ivi, VII, 25.
i:i:i Ivi, VII, 23.
134
Su questo punto vedi [Roller], pp. 112, 114 (dove si sottolinea in par­
ticolare che la rotta per l'India divenne una conoscenza ristretta a pochissimi
marinai). Vedremo che alcune rotte atlantiche continuarono probabilmente a
essere percorse da navi di Cadice.

109 - �
6
La geografia matematica
e le dimensioni della Terra

Questo capitolo contiene una sintesi di risultati ben noti della


geografia matematica ellenistica che occorre conoscere per segui­
re il resto della nostra storia.

6.1 II sorgere della geografia matematica

Per illustrare gli effetti del collasso culturale sulle conoscenze


che riguardano il nostro tema specifico, conviene fare un passo
indietro, ripercorrendo per sommi capi il cammino che aveva por­
tato alla nascita della geografia matematica.
Tutti i popoli hanno sempre avuto nozioni di geografia em­
pirica, cioè una conoscenza più o meno estesa della posizione
reciproca di vari luoghi, e spesso hanno anche rappresentato in
forma simbolica tali conoscenze con disegni. La geografia mate­
matica è invece un tipico prodotto culturale ellenistico e consiste
nell'elaborazione di un modello matematico della Terra in cui è
possibile inserire dati numerici ricavati da misure e che può esse­
re usato sia per eseguire calcoli utili a prevedere risultati di altre
misure, sia per realizzare, attraverso procedimenti univocamen­
te riproducibili, carte che incorporino informazioni quantitative.
Un necessario presupposto della geografia matematica è la co­
noscenza della forma (con ottima approssimazione) sferica del­
la Terra, che fu acquisita nell'ambito della filosofia naturale della
Grecia classica. In nessun'altra civiltà si era immaginata la sferi­
cità del nostro mondo precedentemente e nessuno vi è arrivato
successivamente in modo indipendente. II primo passo essenzia-

- - 111 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

le verso questo risultato fu compiuto a Mileto nella prima metà


del VI secolo a.C., grazie a una profonda rivoluzione intellettuale
operata da Anassimandro 1. Mentre fino ad allora si era sempre
pensato ai concetti di ;;su» e <<giù» come assoluti, ritenendo che
ciò che è in basso avesse proprietà opposte a ciò che si trova in
alto, Anassimandro per primo osò pensare che vi è cielo anche
sotto i nostri piedi. In molte culture ci si era posti il problema del
perché, a differenza di tutti gli altri corpi, la Terra non cadesse e
lo si era sempre risolto immaginando che poggiasse su qualche
sostegno. Anassimandro, per quanto ne sappiamo, fu il primo a
capire che gli oggetti non cadono «in giù», ma verso la Terra e
che quindi la Terra stessa non ha alcun motivo per cadere. Se ne
poteva anche dedurre che «al di sotto» della Terra i corpi «cado­
no>>, dal nostro punto di vista, «all'insù». Anassimandro concepì
in effetti una Terra cilindrica: una delle due basi è quella su cui
noi camminiamo; sull'altra, del tutto equivalente, i concetti di al­
to e basso si invertono. Sembra plausibile che risalga a lui anche
l'idea che l'altra faccia sia abitata dagli Antipodi, anche se questa
attribuzione non è documentabile sulla base dei testi conservati.
Anassimandro aveva anche disegnato una carta dell'intero
mondo, della quale sappiamo poco. Abbiamo qualche notizia
in più su quella realizzata successivamente dal suo concittadino
Ecateo, attivo nella seconda metà del VI secolo, nella quale erano
rappresentate tutte le coste del Mediterraneo e del Mar Nero. Non
sembra tuttavia che vi fosse alcuna relazione tra queste due carte
(che certamente non incorporavano dati quantitativi) e le nuove
idee sulla forma della Terra.
L'idea della forma sferica della Terra può essere considerata il
risultato di una generalizzazione della concezione di Anassiman­
dro, ottenuta estendendo a tutte le direzioni l'equivalenza da lui
individuata tra alto e basso. Questo importante passo sembra sia
stato compiuto nella prima metà del V secolo da Parmenide 2, al

1 Un bel libro che illustra la portata di questa rivoluzione concettuale,


identificandola con la nascita del metodo scientifico, è [Rovellil.
2
Nonostante altre fonti accreditino la scoperta a Pitagora, l'attribuzione a
Parmenide riportata da Diogene Laerzio (Vitae philosophorum, IX, 21) è ere-

- - 112 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

quale è attribuita anche una prima divisione della superficie ter­


restre in «zone� climatiche. L'idea tardò tuttavia ad essere accolta:
per esempio Erodoto, più giovane di Parmenide di una trentina
d'anni, pur essendo molto interessato alla geografia, non sembra
averne il minimo sentore 3•
Nella prima metà del IV secolo la nozione della sfericità della
Terra, fatta propria da Platone e da Eudosso di Cnido, si impo­
ne nella cultura greca. In quest'epoca sembrano nascere anche le
nozioni di equatore e di tropico. È probabile che un importante
contributo allo sviluppo di questi concetti sia stato dato da Eu­
dosso, ma non è possibile documentarlo.
Nella seconda metà del IV secolo si compì un salto di qualità
nella conoscenza di paesi lontani, grazie soprattutto alla campa­
gna di Alessandro e al viaggio esplorativo di Pitea di cui abbia­
mo già parlato. Queste spedizioni, assicurando un enorme am­
pliamento del mondo noto ai Greci, dettero anche una spinta
decisiva allo sviluppo della geografia matematica. La conoscenza
di una porzione notevole della superficie terrestre, comprendente
luoghi per i quali le differenze di latitudine hanno conseguenze
essenziali sulle condizioni di vita, rese infatti per la prima volta di
grande interesse pratico nozioni teoriche come quelle sulla forma
della Terra e la divisione della sua superficie in zone climatiche.
Pitea, che coniugava le sue capacità di navigatore ed esplorato­
re con genuini interessi scientifici, dette probabilmente anche un
contributo personale alla nascita della nuova scienza.
Aristotele aveva riportato la prima stima a noi nota delle di­
mensioni della Terra, che valutava la lunghezza della circonferen­
za terrestre 400.000 stadi 4• Un importante contributo alla nasci­
ta della geografia matematica fu dato dal suo allievo Dicearco,

dibile, sia perché la fonte è Teofrasto, che in genere è attendibile, sia perché
sembra esservi un chiaro nesso logico tra la sfericità della Terra e la scoperta
di Parmenide dell'origine delle fasi lunari (che implica il riconoscimento della
forma perennemente sferica della Luna). Le attribuzioni a Pitagora, d'altra par­
te, anche quando non sono pitagoriche sembrano influenzate dal pitagorismo.
:i Vedi sopra, pp. 99-100.
4
Aristotele, De caelo, 298a, 15-20.

- - 113
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

che determinò un parallelo fondamentale, ossia individuò una


successione di località (che includevano gli stretti di Gibilterra
e di Messina) poste tutte approssimativamente alla stessa latitu­
dine. La stima dell'obliquità dell'eclittica 5 a 1/15 di giro (ossia
24° ) era con ogni probabilità più antica (risalendo forse a Enopi­
de di Chio, del V secolo).
All'inizio del periodo ellenistico erano così già acquisiti i prin­
cipali elementi della geografia matematica, che apparirà in forma
compiuta nell'opera di Eratostene.

6.2 Eratostene di Cirene

Eratostene è uno dei protagonisti della nostra storia. Nato a


Cirene intorno al 275 a.C. 6 da una famiglia modesta 7 , era stato
allievo del suo concittadino Callimaco e aveva studiato ad Atene,
dove aveva conosciuto i più importanti filosofi del tempo. Tolo­
meo III Evergete, re d'Egitto dal 246 al 222 a.C., all'inizio del
suo regno lo chiamò ad Alessandria come successore di Apollo­
nio Rodio nella direzione della Biblioteca.
Dalle testimonianze e dai frammenti rimasti traspare la per­
sonalità di uno degli intellettuali più versatili e interessanti della
sua epoca, nella quale non esistevano ancora confini disciplinari
invalicabili. Fu tra l'altro filosofo e storico della filosofia, mitogra­
fo e poeta. La sua opera sulla cronologia, nella quale introdusse
il sistema di datazione basato sulle Olimpiadi, fu fondamentale

à Oggi siamo abituati a definire l'obliquità dell'eclittica come l'angolo


che il piano equatoriale terrestre forma con il piano della sua orbita attorno
al Sole. I Greci, in modo equivalente ma più direttamente legato ai dati os­
servativi, la definivano come l'angolo tra l'equatore celeste e il piano dello
zodiaco. Tale angolo oggi vale, con l'approssimazione di un minuto, 23 ° 26',
ma in epoca ellenistica era 23 °44'. I tropici sono definiti come i paralleli la
cui latitudine (Nord o Sud) coincide con l'obliquità dell'eclittica.
6
In [Geus], pp. 10-15, si argomenta convincentemente a favore di questa
datazione, che è quella trasmessa dalla Suda. Diversi studiosi avevano invece
anticipato la data di nascita di un decennio.
7
[Eratostene:Roller], p. 8.

114 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

per fissare su solide basi la datazione degli eventi della storia gre­
ca. Coniando per se stesso il termine «filologo», dette origine an­
che terminologicamente alla disciplina della filologia, che coltivò
nell'ambito del suo lavoro come editore di testi e storico della
letteratura (scrisse tra l'altro un trattato Sulla commedia antica).
Nonostante la perdita quasi totale dei suoi scritti, abbiamo chia­
re prove del valore di Eratostene come matematico. Ci restano la
descrizione del mesolabio, un ingegnoso apparecchio meccanico
da lui ideato con il quale era possibile calcolare radici cubiche 8 , e
alcuni titoli di lavori matematici. Particolarmente suggestivo per il
nostro tema è il titolo Sulle medie, che si riferiva a un trattato nel
quale probabilmente, secondo un'informazione fornita da Pappo,
si consideravano luoghi geometrici di tipo nuovo relativi a medie 9 •
Sappiamo inoltre che su questi temi era in corrispondenza con Ar­
chimede, che gli dedicò il fondamentale trattato Sul metodo.
Un'accurata misura dell'obliquità dell'eclittica è in genere
considerato il contributo più rilevante di Eratostene all'astrono­
mia, peraltro strettamente legato al suo lavoro di geografo 10• Gli
interessi di astronomo e di mitografo erano fusi nell'opera nota
con il nome di Catasterismi, di cui ci resta una scarna epitome,
dove di ogni costellazione, oltre a raccontarne il mito, era fornita
un'accurata descrizione 11.
Il principale interesse di Eratostene sembra essere stato la geo­
grafia, che coltivò in ogni aspetto, occupandosi, oltre che della
geografia matematica che qui ci interessa particolarmente, anche
di geografia fisica e di etnografia.

8
La descrizione di Eratostene dell'apparecchio ci è stata conservata da Eu­
tocio (Commento al trattato di Archimede «Sulla sfera e sul cilindro», 64-69).
9
Pappo, Co/lectio, VII, 636, 24-25 (dove è riportato il titolo dell'opera) e
662, 15-18 (dove è l'affermazione sui luoghi geometrici). È suggestiva la con­
gettura che questo lavoro potesse avere qualche relazione con il metodo usato
da Eratostene per individuare la linea del tropico (esposto nell'Appendice B).
10 L'attribuzione, basata su un passo di Tolomeo (Almagesto, I, xii, 68),
è però contestata in [Shcheglov HTC], 2.5.2.1.
11 Non è però dimostrato, e non sembra probabile, che l'opera includesse

un vero catalogo stellare, come molti hanno supposto ([Neugebauer], pp. 287,
577-578).

- - 115 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Studiò in particolare il fenomeno delle maree (che sapeva di­


pendere dall'azione della Luna): non solo capì che tra i suoi ef­
fetti vi sono le correnti presenti in stretti come quello di Messina,
ma riconobbe anche che tale fenomeno imponeva una modifica
dell'idrostatica di Archimede 12• Molto importanti sono anche le
osservazioni di Eratostene sulle trasformazioni subite dalla Terra
in tempi che oggi diremmo geologici: studiando in particolare i
fossili marini presenti nell'oasi di Siwa (che si trova nel Sahara,
in una posizione grosso modo intermedia tra Alessandria e la sua
città natale di Cirene, ma a grande distanza dal mare), ne dedusse
lo spostamento subito nel tempo dalla linea di costa.
Gli interessi etnografici lo portarono, tra l'altro, alla convin­
zione che non si dovessero dividere gli uomini in Greci e barba­
ri, come tradizionalmente si era fatto nella Grecia classica, ma in
base alle loro qualità, in quanto vi erano «barbari►> di alta civiltà
e Greci pessimi 13. Questa opinione è lontana dalle idee di Aristo­
tele, ma tutt'altro che isolata. Nel primo periodo ellenistico la di­
visione tra Greci e barbari aveva rapidamente perduto significato,
come è mostrato dai non Greci che avevano raggiunto posizioni
di grande prestigio nella comunità intellettuale grecofona (oltre al
cartaginese Clitomaco eletto a capo dell'Accademia, che abbiamo
già incontrato 14, si può ricordare anche il fondatore della scuola
stoica, Zenone di Cizio, che non era di origine greca).
Il termine ,,geografia►►, come «filologia►>, è una creazione di
Eratostene, che lo utilizzò nel titolo dei suoi Geographica 15• In
quest'opera la geografia matematica è già in buona sostanza
quella che si è trasmessa fino a noi, ossia una teoria scientifica
che usa per la Terra un modello matematico costruito associando

12
Strabone, Geographia, I, iii, 11. Torneremo su questo punto nel §7.1.
1:1 L'affermazione di Eratostene è riportata in Strabone, Geographia, I,
iv, 9.
14
Vedi sopra, pp. 79-80.
1
" L'opera è perduta, ma ne abbiamo molti frammenti, trasmessi da Strabonc
e altri autori, che sono stati raccolti in [Eratostene:Berger]. fEratostene:Rollcr],
molto più recente, non contiene i frammenti, ma, seguendo un uso ormai dif­
fuso, solo una loro traduzione in inglese.

- - 116
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

a ogni luogo del nostro mondo un punto di una superficie sferica,


che può essere individuato attraverso due coordinate: latitudine e
longitudine. La teoria permette, tra l'altro, di calcolare, per ogni
latitudine e giorno dell'anno, la durata delle ore di luce e di buio,
spiegare i diversi climi su questa base e disegnare carte che con­
servino le informazioni relative alle coordinate dei vari luoghi. La
Terra è divisa in diverse zone climatiche da opportuni paralleli,
tra i quali svolgono un ruolo particolare i tropici e i circoli polari.
Va sottolineato che la geografia matematica di Eratostene, in
quanto permette di prevedere i risultati di misure con calcoli in­
terni a un modello matematico, è una scienza esatta e differisce
quindi profondamente dalle conoscenze elaborate da filosofi pre­
socratici come Anassimandro o Parmenide, anche se ne costitui­
sce uno sviluppo che sarebbe altrimenti inconcepibile.

6.3 Il metodo della misura di Eratostene

II risultato di Eratostene più famoso e celebrato fin dall'anti­


chità è la sua misura delle dimensioni della Terra.
Eratostene aveva descritto in dettaglio il procedimento da lui
seguito nell'opera in due libri Sulla misura della Terra. Tra le varie
testimonianze che ne sono rimaste la più ricca di informazioni è
quella di Cleomede 16 , che permette di ricostruire senza ambigui­
tà, se non i dettagli tecnici, almeno il principio del metodo usato.
Eratostene usa un modello basato sulle seguenti assunzioni:

a. La luce si propaga in linea retta.


b. La Terra è sferica.
c. La distanza Terra-Sole è così grande rispetto alle dimensioni
dei due corpi che i raggi che giungono dai vari punti del Sole
sui diversi punti della superficie terrestre possono essere con­
siderati tutti paralleli.

16 Cleomede, Caelestia, I, 7, 48-120.

- - 117
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Figura 1 O. Il principio del metodo di Eratostene.

La lunghezza di un meridiano (che per Eratostene, in base


all'assunzione b, coincideva con quella dell'equatore o di qual­
siasi altro cerchio massimo della Terra) poteva allora essere de­
terminata nel modo seguente. Diciamo P il punto in cui il meri­
diano passante per Alessandria (indicata nella figura 10 con la
lettera A) incontra il Tropico del Cancro, d la lunghezza dell'ar­
co di meridiano compreso tra Alessandria e P e a l'angolo tra la
verticale di Alessandria e quella del punto P. II rapporto tra a e
l'intero angolo giro è evidentemente eguale al rapporto tra d e la
lunghezza dell'intera circonferenza terrestre. Se si conoscono d e
a, basta quindi una semplice proporzione per ricavare la lunghez­
za di un cerchio massimo della Terra.
Per determinare a basta osservare che, poiché nei punti del
Tropico del Cancro a mezzogiorno del solstizio d'estate i raggi
del Sole sono esattamente verticali (come discende subito dalle
definizioni di tropico e di solstizio), l'angolo a è anche l'angolo
che in quel momento i raggi del Sole formano ad Alessandria con
la verticale (come è chiaro dalla figura 10) ed è quindi diretta-
- - 118 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

mente misurabile. La maggiore difficoltà da superare è costituita


dalla determinazione della distanza d.
Cleomede scrive che Eratostene aveva ottenuto per la lun­
ghezza della circonferenza terrestre il risultato di 250.000 sta­
di, mentre tutte le altre fonti 17 riferiscono il numero leggermen­
te diverso 252.000.
Nel mondo greco erano stati in uso diversi «stadi>> e vi è sta­
ta una lunga polemica sulla lunghezza di quello usato da Era­
tostene. Trascurando varie altre opinioni, ricordiamo solo due
dei valori proposti. Molti hanno ritenuto che Eratostene aves­
se usato il cosiddetto <<stadio attico», di circa 185 metri. In que­
sto caso il suo risultato equivarrebbe a circa 46.600 km, con
un errore intorno al 16,5%. Se invece si accetta il valore deter­
minato nel 1882 da Friedrich Hultsch, di 157,5 metri 1 8, si ot­
tiene la lunghezza di 39.700 km, con un errore inferiore all'1%
(di circa 7,5%o). Nel primo caso si può pensare che la distanza
di Alessandria dal tropico fosse stata valutata in modo grosso­
lano, per esempio sulla base del numero di giornate necessarie
per compiere il tragitto, mentre nel secondo caso l'accuratezza
raggiunta potrebbe essere spiegata solo supponendo che fosse
stata effettuata una campagna di rilevamenti in tutto l'Egitto. A
favore della prima ipotesi 19 vi è una vasta varietà di fonti, che
non si riferiscono però specificamente a Eratostene, mentre la
ricostruzione di Hultsch è basata sull'interpretazione di un so­
lo passo di Plinio 20, nel quale si parla però di stadio secondo la
«Eratosthenis ratio», cioè secondo il rapporto introdotto da Era­
tostene. La scelta tra le due alternative implica una valutazione

17
Strabone, Geographia, II, v, 7, 34; Gemino, Introduzione ai fenomeni,
XVI, 6; Macrobio, Commentarii in Somnium Scipionis, I, xx, 20; Vitruvio, De
architectura, I, vi, 9; Plinio, Naturalis Historia, II, 247; Censorino, De die
natali, xiii, 5; Teone di Smirne, De utilitate mathematicae, 124, 10-12 (ed.
Hiller); Erone di Alessandria, Dioptra, xxxv, 302, 10-17 (ed. Schone); Mar­
ziano Capella, De nuptiis Philologiae et Mercurii, VI, 596.
1A
[Hultsch GRM], p. 61.
19
Accolta, tra gli altri, in [Ipparco:Dicks] e in [Tolomeo:Berggren Jones].
20
Plinio, Naturalis Historia, XII, 53.

- - 119
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Sole

Figura 11. L'interpretazione dello studioso cinese.

drasticamente diversa delle risorse messe a disposizione degli


scienziati in epoca ellenistica e dell'efficienza dei loro metodi.
Rinviando al prossimo capitolo una determinazione del valo­
re dello stadio che permetterà di valutare l'accuratezza della mi­
sura di Eratostene, facciamo qualche considerazione sul metodo
da lui usato. Oggi esso rischia di apparirci banale, anche perché
sembra facile illustrarlo con un semplice disegno.
Il procedimento di Eratostene può essere meglio apprezzato
se lo si confronta con quello, risalente grosso modo alla stessa
epoca, riportato in un testo cinese 21 . Anche in Cina si era notato
che in luoghi lontani i raggi del Sole possono avere in uno stesso
momento una diversa inclinazione. In particolare si era osserva­
to che quando, a mezzogiorno del solstizio d'estate, i raggi sono
verticali in un punto P, in un altro luogo A essi formano un an­
golo a con la verticale. Si era quindi pensato di misurare l'angolo

21 [Cullen].
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

A p

Figura 12. Due diverse interpretazioni degli stessi dati.

a e la distanza tra A e P per trarne informazioni con metodi geo­


metrici. Allo studioso cinese che aveva elaborato il procedimento
mancava però il modello di Eratostene. Ritenendo la Terra piatta
e il Sole vicino, egli aveva creduto di poter dedurre dai valori di
a e d la distanza del Sole, con il metodo illustrato nella figura 11.
Bisogna ammettere che la deduzione cinese è molto naturale
e l'unico motivo per cui di solito non ci viene in mente è la no­
stra assuefazione al modello di Terra sferica che abbiamo eredita­
to dagli scienziati greci.
Osservando la figura 12, nella quale sono illustrati i due di­
versi modelli usati per interpretare gli stessi dati, si capisce facil­
mente che la presunta distanza del Sole calcolata dallo studioso
cinese era in realtà pressoché eguale al raggio della Terra.
Leggiamo ora cosa scrive Plinio il Vecchio quando cerca di
spiegare come fosse stata ottenuta la misura della Terra (che al­
trove attribuisce a Eratostene):

[Dionisodoro] era un Melio famoso per la sua cultura geometri­


ca: morì di vecchiaia, in patria; e del funerale si occuparono sue

- - 121 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

parenti, a cui toccava l'eredità. Queste donne, mentre nei giorni


successivi espletavano le cerimonie funebri, trovarono (si dice)
nel sepolcro una lettera, firmata «Dionisodoro» e rivolta al mon­
do dei vivi; vi si riferiva che egli era penetrato, dalla sua tomba,
sino al punto più basso della terra e che la distanza era di 42.000
stadi. Non mancò qualche esperto di geometria che, per interpre­
tare questo dato, spiegò che la lettera era stata spedita dal cen­
tro della terra, che è la massima distanza dalla superficie verso il
basso, e insieme, quindi, il punto centrale del globo. Ne fu rica­
vato un calcolo, sulla cui base sentenziarono che la circonferenza
è lunga 252.000 stadi 22•

Evidentemente il metodo di Eratostene sembra banale solo a


chi è già abituato al modello da lui usato (e per questo motivo
può capire disegni come quello riportato nella figura 10), mentre
risulta inaccessibile sia a chi cerca di interpretare dati analoghi
usando un modello diverso, come aveva fatto lo studioso cinese
assumendo la Terra piatta, sia a chi, come Plinio, non ha la mi­
nima idea di come si possano ottenere risultati sul mondo reale
usando un modello teorico.

6.4 Ipparco e i suoi contributi alla geografia

Ipparco è un altro dei personaggi chiave della nostra storia.


Nato a Nicea, in Bitinia, probabilmente intorno al 195 a.C. 23,
cioè più o meno all'epoca della morte di Eratostene, continuò a
svolgere le sue ricerche, soprattutto nel campo dell'astronomia,
per almeno un ventennio dopo gli avvenimenti del 146-145 a.C.
(Tolomeo nell'Almagesto riferisce sue osservazioni astronomiche
effettuate dal 162 al 126 a.C.). La sua attività poté continuare
perché si svolgeva a Rodi che, grazie a una fedeltà assoluta a Ro-

22
Plinio, Naturalis Historia, II, 248. Plinio crede che per calcolare la lun­
ghezza di una circonferenza di cui si conosce il raggio occorrano «esperti di
geometria» (che avrebbero usato per 7t l'approssimazione 3).
23
flpparco:Dicks], p. 8.

122 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

ma (che aveva provveduto a minarne la potenza economica 24),


riuscì a rimandare a lungo il saccheggio 25 • Le ricerche astronomi­
che tuttavia non gli sopravvissero: Plinio è consapevole che non
avesse avuto alcun successore in grado di raccoglierne l'eredità
scientifica 26 e Tolomeo non conosce osservazioni astronomiche
compiute nei due secoli successivi 27.
Ci è rimasto un solo suo lavoro, del tutto secondario: un com­
mento analitico al poema astronomico di Arato (basato su un trat­
tato di Eudosso), che si è conservato perché era stato trascritto in­
sieme all'opera poetica. Conosciamo i titoli di altri tredici scritti, di
alcuni dei quali abbiamo frammenti 28, e molte testimonianze sono
sufficienti per farcelo considerare il massimo scienziato dell'epoca.
Ipparco è tra i fondatori della trigonometria e dette raffinati
contributi allo sviluppo del calcolo combinatorio, che sarebbero
stati recuperati solo dopo più di due millenni 29; alcuni indizi fan­
no pensare che anche il suo lavoro perduto sulla gravità contenes­
se risultati di grande rilievo:io_ Tra l'altro fu il primo astronomo a

24 Roma aveva sottratto a Rodi i suoi possedimenti anatolici e ne aveva

drasticamente ridimensionato il ruolo commerciale creando un porto fran­


co a Delo.
25
Rodi fu saccheggiata dai Romani solo nel 43 a.C.
26
Plinio, Naturalis Historia, II, 95.
27
La prima osservazione citata da Tolomeo nell'Almagesto dopo l'ultima
di Ipparco (del 126 a.C.) è un'osservazione della Luna compiuta dall'astro­
nomo Agrippa nel 92 d.C.
28
Un elenco dei titoli noti, con il numero dei frammenti conservati, è in
[lpparco:Dicks], p. 15.
29
L'unica fonte su questi risultati è Plutarco (Quaestionum convivalium
libri iii, 732F; De Stoicorum repugnantiis, 1047C-E). Il contenuto mate­
matico di questi passi (che si riferiscono a nozioni che in epoca moderna
sarebbero state formulate nel 1870) è stato chiarito per la prima volta nel
1994 in [Stanley].
30
La tesi che quest'opera fosse la fonte di alcuni brani di grande inte­
resse scientifico dell'opera di Plutarco De facie quae in orbe lunae apparet
è esposta in [Russo Plutarco]. Accogliendo tale tesi occorre dedurne che la
teoria di Ipparco sulla gravità fosse applicata anche e soprattutto all'astrono­
mia, come sembra confermato da vari passaggi di autori latini pretolemaici
([Russo Ipparco]).

- - 123 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

sospettare che le stelle apparentemente fisse non lo fossero real­


mente, ma avessero un moto troppo lento per essere percepibile
nell'arco di una vita umana; compilò il primo catalogo stellare
appunto perché i posteri potessero verificare tale eventuale moto
(come in effetti fecero quasi due millenni dopo), nonché docu­
mentare l'apparizione di novae:n _
Un aspetto della capacità scientifica di Ipparco che emerge
chiaramente dalla documentazione disponibile:12 è la sua eccezio­
nale abilità nell'ottenere misure particolarmente precise. Il valo­
re di 59 raggi terrestri da lui ottenuto per la distanza media del­
la Luna :i:i è giudicato ottimo, perché la distanza media tra i cen­
tri dei due corpi è 60,34 raggi terrestri. Se però Ipparco, come è
possibile, avesse considerato la distanza tra le due superfici 34, il

:n Che queste fossero le ragioni che avevano spinto Ipparco a compilare


il suo catalogo stellare è riferito da Plinio (Naturalis Historia, II, 95). Il ca­
talogo assolse pienamente la funzione per cui era stato concepito. Il moto
delle stelle fisse fu infatti scoperto nel 1718 da Edmond Halley confrontan­
do alcune coordinate stellari da lui misurate con quelle, risalenti al catalogo
di Ipparco, che poteva leggere nell'Almagesto. Nonostante Ipparco avesse
incluso la registrazione di novae tra gli scopi del suo catalogo, è diffusa la
convinzione che gli «Antichi» ignorassero l'apparizione di notJae in quanto
incompatibili con il dogma aristotelico dell'immutabilità dei cieli. È buffo
che chi depreca questa pretesa chiusura mentale degli antichi scienziati lo
faccia in genere usando il termine latino nova, ignorando evidentemente che
ci è stato trasmesso da Plinio il Vecchio.
:rn I frammenti geografici di Ipparco sono stati raccolti in [Ipparco:Berger]
e in [lpparco:Dicks], ma nessuno ha mai osato tentare una raccolta completa
dei frammenti e testimonianze relativi a tutta la sua attività scientifica.
3
:i Questa misura, pur non essendo direttamente documentata, può es­
sere considerata certa. Poiché il valore di 59 raggi terrestri appare nell'Al­
magesto di Tolomeo (V, xiii, 416) come risultato di una serie di errori che si
cancellano miracolosamente, certamente Tolomeo aveva tratto il risultato da
una fonte (come ha osservato per primo Gerald Toomer). D'altra parte sap­
piamo che Ipparco era stato il primo a osservare che la parallasse lunare è
misurabile (come è riferito, tra gli altri, da Plutarco nel De facie quae in orbe
lunae apparet, 921D) e che anch'egli, come Aristarco, aveva scritto un'ope­
ra Sulle dimensioni e distanze del Sole e della Luna.
34 Gli scienziati ellenistici preferivano considerare dati direttamente col­

legati all'osservazione, come è la distanza tra l'occhio dell'osservatore e il

- - 124 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

valore 59 dovrebbe essere confrontato con quello reale 59,04.


Anche il suo principale risultato astronomico noto, la scoper­
ta della precessione degli equinozi, sarebbe impensabile se non
fosse basato su misure angolari di precisione 35. Non stupisce
che si fosse occupato anche di ottica e del perfezionamento di
strumenti di osservazione.
Un'altra caratteristica, forse meno simpatica, della sua perso­
nalità è una marcata insofferenza verso gli errori. Nell'unica sua
opera rimasta, il Commento ai fenomeni di Eudosso e Arato, Ip­
parco si prende la briga di correggere in dettaglio il lavoro astro­
nomico di Arato, nonostante il suo carattere poetico, rilevando
in particolare meticolosamente tutti gli errori commessi nel riferi­
re coordinate stellari. Doveva essere severo anche con se stesso:
la sua insoddisfazione per l'incompleto accordo tra teoria e dati
sperimentali è riferita da Tolomeo 36.
A noi Ipparco interessa soprattutto come massimo geografo
matematico del suo tempo. Per apprezzare il principale contribu­
to di cui abbiamo notizia in questo campo, ossia il suo metodo
per misurare le differenze di longitudine (che svolgerà un ruolo es­
senziale nei prossimi capitoli), conviene aprire una breve parentesi
sulle caratteristiche essenziali delle due coordinate usate, da Erato­
stene in poi, in geografia matematica, cioè latitudine e longitudine.
In due luoghi che differiscono in latitudine, ossia che sono a
diversa distanza dall'equatore, le osservazioni astronomiche pos­
sibili non sono le stesse (per esempio le stelle visibili da un luogo
non coincidono con quelle visibili dall'altro) e in genere anche i
climi saranno diversi (il termine greco clima, ossia inclinazione,
fu introdotto in questo contesto proprio per indicare la latitudi­
ne). La latitudine è quindi facilmente misurabile in molti modi:

centro della superficie lunare osservata. Anche Aristarco considera la distan­


za della Luna dall'occhio dell'osservatore (Sulle dimensioni e le distanze del
Sole e della Luna, prop. 11).
:i La precessione degli equinozi consiste in un lento spostamento della
5

direzione dell'asse di rotazione terrestre. Ipparco notò che lo spostamento


annuo è di almeno 0,01° ; il valore reale è di quasi 0,014°.
" Tolomeo, Almagesto, IX. ii, 210.
6

- - 125
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

all'epoca di Eratostene si preferiva in genere determinare la du­


rata massima delle ore di luce (a rigore con la parola «clima� si
intendeva proprio tale durata); un'altra possibilità era quella di
misurare l'angolo che i raggi del sole formano con la verticale in
particolari circostanze, per esempio a mezzogiorno del solstizio
d'estate, oppure l'angolo, costante, che la direzione del polo nord
celeste:l7, in una notte qualsiasi, forma con la verticale.
Poiché tutti i meridiani sono equivalenti, non ha senso par­
lare di longitudine in assoluto, ma solo di differenze di longitu­
dine 38. Se due luoghi hanno la stessa latitudine, sono cioè sullo
stesso parallelo, la rotazione terrestre, in una frazione del giorno,
porterà l'uno dove prima era l'altro. Ne segue che le osservazio­
ni astronomiche possibili in un luogo coincidono con quelle che
si possono fare nell'altro dopo qualche ora. La differenza di lon­
gitudine è determinata dalla durata di tale intervallo temporale e
può quindi essere espressa in ore. Tuttavia la valutazione effettiva
del ritardo, non essendovi all'epoca alcun mezzo per trasmettere
istantaneamente informazioni, era tutt'altro che facile.
La scelta di Eratostene era stata quella di non esprimere le dif­
ferenze di longitudine in gradi o in ore, ma di registrare le distan­
ze tra i vari meridiani lungo un particolare parallelo.
Ipparco, criticando i metodi semiempirici usati da Eratostene,
osservò che la differenza di longitudine tra due luoghi è facilmente
ricavabile dalla differenza tra i tempi locali in cui si osserva l'ini­
zio di una stessa eclisse lunare 39 (ogni ora corrispondendo a 15 °).

:i Il polo nord celeste (cioè il punto intorno al quale appaiono ruota­


7

re tutte le stelle fisse nell'arco di una giornata) è indicato approssimativa­


mente, ma non esattamente, dalla stella polare, come aveva osservato Pi­
tea (Ipparco, In Arati et Eudoxi phaenomena commentarii, I, 4, 1 = Pitea,
fr. 1 Bianchetti).
:m Si può parlare di longitudine di un luogo se si sceglie, arbitrariamente,
il semimeridiano al quale assegnare la longitudine zero: i geografi moderni
hanno scelto quello passante per Greenwich, presso Londra. Nel periodo
ellenistico si usava il meridiano passante per Alessandria o quello per Rodi.
In epoca imperiale Tolomeo fece una strana scelta, sulla quale avremo occa­
sione di tornare più volte.
:i Strabone, Geographia, I, i, 12.
9

�- 126
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

Lo studioso che nel 1869 pubblicò i frammenti geografici di


Ipparco, Hugo Berger, era convinto che lo scienziato, come sug­
gerisce il buon senso, avesse usato il suo metodo per determi­
nare almeno alcune differenze di longitudine e credette anche di
trovare alcuni accenni a tali misure nelle fonti. Sembra inoltre
che Ipparco avesse preparato tavole con date e ore delle future
eclissi di luna 40: uno strumento certamente molto utile per l' ap­
plicazione del suo metodo.
L'iperprudenza diffusasi nel XX secolo tra gli studiosi che ri­
tengono proprio dovere attenersi solo ai fatti direttamente docu­
mentati ha un esempio limite nell'edizione dei frammenti geo­
grafici di Ipparco curata nel 1960. L'editore Dicks, dopo avere
smontato con cura, a suo giudizio, i riferimenti alle misure di lon­
gitudine effettuate da Ipparco trovati da Berger nelle fonti, ne ha
concluso che l'antico astronomo doveva essersi limitato a sugge­
rire il proprio metodo ai colleghi, guardandosi bene dal farne uso
personalmente: uno strano comportamento che probabilmente
costituirebbe un caso unico nella storia della scienza 41•
L'unica opera geografica di Ipparco di cui conosciamo l'esi­
stenza (grazie a Strabone, che la cita spesso) consiste in una me­
ticolosa, e spesso aspra, critica ai Geographica di Eratostene. La
critica non tocca però la misura delle dimensioni della Terra, che
Ipparco accetta non ritenendo di essere in grado di migliorarla 42•
Questo punto è per noi particolarmente significativo. Se Eratoste­
ne avesse ottenuto solo un valore grossolanamente approssimato,

40
È questa la conclusione cui sono giunti vari studiosi interpretando di­
verse fonti (in particolare Plinio, Naturalis Historia, II, 53).
41
Dicks ha sostenuto che le tavole con i tempi delle future eclissi di
Luna sarebbero state del tutto inutili per le misure di longitudine, poiché
per adattare l'ora a una località data bisogna sapere già la sua longitudine
([lpparco:Dicks], p. 42). Allo studioso è evidentemente sfuggita la conside­
razione che prevedere un'eclissi con l'approssimazione di un'ora (come si
può fare disponendo di una tavola di eclissi e sapendo grosso modo in qua­
le parte del proprio continente si abita) è più che sufficiente per prepararsi
a osservarne l'esatto tempo d'inizio, in modo da determinare la propria lon­
gitudine con precisione.
i Strabone, Geographia, I, iv, 1; II, v, 7; II, v, 34.
4

- - 127 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

basato su valutazioni empiriche di distanze ricavate da tempi di


viaggio, sarebbe difficile capire perché un secolo dopo uno scien­
ziato come Ipparco, così abile nelle misure di precisione, così in­
teressato alla geografia matematica e così critico verso Eratoste­
ne, non avrebbe dovuto sentirsi in grado di migliorarne il risul­
tato. Abbiamo quindi un forte elemento a sostegno della tesi che
Eratostene si fosse basato su una campagna di rilevamenti, che
evidentemente Ipparco sapeva di non poter ripetere.
Non solo tutte le opere di Ipparco si sono perdute, ma ne ab­
biamo anche notizie particolarmente scarse. Ciò è certamente
dovuto anche e soprattutto alla circostanza che avesse lavorato
a cavallo della crisi del 146-145 a.C. e che quindi parte dei suoi
libri non avessero fatto in tempo a essere acquisiti dalla Bibliote­
ca di Alessandria prima dell'interruzione della sua attività 43. Già
Tolomeo, nel II secolo d.C., sapeva che ai suoi tempi non tutte le
opere di Ipparco erano accessibili 44 •
Ai nostri scopi può essere utile individuare gli autori che ave­
vano letto opere di Ipparco e possono quindi trasmettere infor­
mazioni risalenti a lui. Tra questi è certamente Plutarco: tra l'al­
tro riporta due volte un suo risultato di calcolo combinatorio che
non conosciamo da nessun'altra fonte 45 e nel dialogo De facie
quae in orbe lunae apparet usa dati astronomici numerici dedot­
ti da Ipparco, cita la sua osservazione sulla misurabilità della pa-

41
: Una cessazione formale dell'attività non è documentata. Si può tut­
tavia immaginare che dopo che, nel 145 a.C., tutti gli intellettuali ebbero
lasciato la città di Alessandria e la sua direzione fu affidata a un ufficiale
dell'esercito, l'attività della Biblioteca, e in particolare l'acquisizione di nuo­
vi libri, sia stata interrotta o quantomeno sia scesa a livelli molto bassi.
44 Tolomeo, Almagesto, IX, ii, 210 (ed. Heiberg). Tolomeo accenna alle

«opere di Ipparco giunte fino a noi». L'affermazione acquista il suo pieno


significato, non meramente cautelativo, alla luce del fatto che Tolomeo co­
nosceva, per averlo citato precedentemente, il «catalogo delle proprie opere»
di Ipparco. Quanto al suggerimento di Dicks che forse Tolomeo si riferiva
esclusivamente alle opere giunte nella propria biblioteca personale, mi sem­
bra interessante solo come illustrazione del tipo di cautela dello studioso.
40
Vedi sopra, p. 123, nota 29.

128 - -
La geografia matematica e le dimensioni della Terra

rallasse lunare e probabilmente attinge anche dal suo trattato Sui


corpi portati in basso dal peso 46 •
Su quest'ultimo libro, che sembra ignoto a tutti gli scienziati
di epoca imperiale, le sole notizie esplicite le abbiamo da Simpli­
cio, che scrive nel VI secolo d.C.47. Poiché si può presumere che
Giovanni Filopono, contemporaneo, condiscepolo e avversario di
Simplicio, avesse accesso alle stesse opere, si può sospettare che
alcune delle idee sulla gravità da lui esposte nel suo commento
ad Aristotele e non menzionate da alcun altro autore abbiano la
stessa origine 48• Probabilmente opere scritte dopo la crisi e non
acquisite nella Biblioteca di Alessandria erano sopravvissute in
località orientali rimaste esterne all'impero romano e rientrarono
in circolo nel primo periodo bizantino, grazie a nuovi contatti tra
mondo greco e paesi appartenuti al regno dei Seleucidi 49•

46
Vedi sopra, p. 123, nota 30.
47
Simplicio, In Aristotelis De caelo commentaria, [CAG], voi. VII, pp.
264-265.
4
H Penso in particolare all'idea (spesso ritenuta una scoperta di Galileo)
che corpi di peso diverso cadano allo stesso modo (Giovanni Filopono, In
Aristotelis physicorum libri commentaria, [CAG], voi. XVII, p. 683). L'osser­
vazione non può essere originale di Filopono, poiché è presente già nel De
rerum natura di Lucrezio (Il, 225-239). Dato che l'idea sembra estranea agli
studiosi precedenti Ipparco e dopo di lui gli studi scientifici si interrompo­
no, la congettura che fosse esposta nel suo trattato sulla gravità è naturale.
49
Per esempio è significativo che la migliore fonte esistente sulle teorie
ellenistiche delle maree sia un'opera scritta nella prima metà del VI secolo
da Prisciano Lidio in Persia, dove si era rifugiato con altri studiosi dopo la
chiusura delle scuole filosofiche disposta da Giustiniano.

- - 129 - -
7
Studiando Tolomeo SI Impara
qualcosa su Eratostene 1

In questo capitolo, studiando un errore sistematico compiuto


da Tolomeo, si ottiene un nuovo metodo per stimare l'accuratez­
za della misura di Eratostene.

7.1 I trattati geografici dopo il collasso

La geografia matematica, che dopo una lunga incubazione si


era sviluppata tra il III e il II secolo a.e., fu spazzata via dal ge­
nerale collasso culturale. Mentre Ipparco era ancora in vita, le
nuove trattazioni geografiche, come quella di Polibio, invece di
seguire la direzione da lui indicata usando rigorosi metodi scien­
tifici, tornarono a quel livello puramente descrittivo che era stato
caratteristico degli autori pre-ellenistici.
La scomparsa di quasi tutte le opere dell'epoca ha trasforma­
to in una fonte preziosa e imprescindibile (su una grande varietà
di argomenti, non solo geografici) un'opera mediocre, che illu­
stra bene il regresso delle conoscenze: la Geographia di Strabo­
ne, scritta verso la fine del I secolo a.e.
Strabone ha evidenti difficoltà nel seguire i ragionamenti
scientifici che trova nelle fonti, ma non essendo consapevole dei
propri limiti crede di poter polemizzare con gli scienziati da una
posizione di superiorità. Per esempio giudica sciocco Eratostene

1 Il contenuto di questo capitolo e delle Appendici è stato in parte anti­


cipato in [Russo PLEMl.

- - 131 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

perché, invece di attenersi passivamente alle affermazioni di Ar­


chimede, come gli sembrava ovvio dovessero fare tutti i matema­
tici, aveva osato notare che l'idrostatica archimedea non rendeva
conto del fenomeno delle maree 2• Usa Ipparco come fonte essen­
ziale, ma ne altera i dati (per esempio, per evitare l'uso di coordi­
nate sferiche, trasforma in distanze misurate in stadi le latitudini
che Ipparco aveva espresso in gradi) e spesso non lo capisce\ al­
lo stesso tempo lo critica perché a suo parere avrebbe introdotto
in geografia metodi più geometrici che geografici 4•
Mentre il trattato di Strabone mantiene un esile rapporto con
le conoscenze scientifiche, il livello delle successive compilazioni
latine, come quelle di Pomponio Mela e di Plinio, è di gran lunga
inferiore. Plinio, per esempio, chiude la lunga sezione geografica
della sua opera enciclopedica credendo di includere un'esposi­
zione della geografia matematica (presentata come una «scoperta
greca di straordinaria sottigliezza» 5). La sua trattazione si riduce
però a un elenco di paralleli, che la mentalità concreta di Plinio
non riesce a concepire come linee prive di spessore, confonden­
doli con le «zone»: un suo «parallelo>> include, per esempio, in­
sieme a Roma, la Campania, la Puglia, la Toscana e la Liguria 6.
L'unico esempio di cartografia romana che ci sia rimasto, la Ta­
bula Peutingeriana, illustra bene la gravità dell'arretramento del­
le conoscenze in questo settore. L'esemplare che abbiamo è stato
realizzato nel Medioevo, ma è certamente copiato, almeno in larga
parte, da un originale risalente al primo periodo imperiale, come è
chiaro dai toponimi presenti (per esempio vi è ancora indicata Pom-

2
Strabone, Geographia, I, iii, 11. Archimede, nella seconda proposizione
del primo libro del Trattato sui galleggianti, aveva dedotto dai suoi principi
di idrostatica la forma perennemente sferica degli oceani a riposo. La testi­
monianza di Strabone suggerisce che Eratostene avesse notato che per spie­
gare il fenomeno delle maree, che alza le acque rivolte verso la Luna e nel
verso opposto, era necessario modificare il modello archimedeo.
:i Questi punti sono dimostrati in [Shcheglov HTC].
4
Strabone, Geographia, II, i, 40.
!i Unam Graecae in1Jentionis scientiam 1Jel exqui.çitfasimae .mbtilitati.ç (Pli­
nio, Naturalis Historia, II, 211).
6
Plinio, Naturalis Hfatoria, VI, 217.

- - 132
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

Figura 13. Parte della Tabu la Peutingeriana, con alcune delle città
che vi sono riportate.

pei). Si ritiene che la tabula sia basata sulla carta del mondo prepa­
rata in epoca augustea dal genero dell'imperatore, Marco Vipsanio
Agrippa (64 a.C.-12 a.C.). Non si tratta di un vero prodotto carto­
grafico, in quanto manca qualsiasi tentativo di riprodurre la forma
dei paesi rappresentati (il Mediterraneo, per esempio, è indicato da
una striscia azzurra sottile e dritta), ma piuttosto di una rappresen­
tazione simbolica delle successioni di località attraversate dalle stra­
de consolari. L'informazione fornita è strettamente limitata all'or­
dine in cui le città sono disposte su ciascuna strada, non essendovi
alcun tentativo di riprodurre i rapporti tra le distanze. Per esempio
Roma è rappresentata più vicina a Cartagine che a Terracina.
È nel II secolo d.C. che, nell'ambito di un generale tentativo
di riprendere il filo delle ricerche scientifiche abbandonate da se­
coli, alcuni coraggiosi studiosi cercano di recuperare anche l'anti­
ca geografia matematica. Appartiene a quest'epoca l'unico antico
trattato di questa disciplina che ci sia rimasto: la Geographia di
Claudio Tolomeo, scritta intorno alla metà del secolo7.

7
L'edizione di riferimento è [Tolomeo:Stiickelberger Grasshoft].

-- 133 -
-
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Tolomeo lavora ad Alessandria, dove era sopravvissuta la Bi­


blioteca, ed è uno dei massimi scienziati della sua epoca. Ci re­
stano diverse sue opere che ne mostrano l'impegno nello studio
di antichi testi scientifici: ricordiamo qui solo l'Ottica e il suo fa­
mosissimo trattato di astronomia, noto soprattutto con il nome
arabo di Almagesto. Le catene maestro-allievo, essenziali per la
trasmissione del metodo scientifico, si erano però interrotte per
circa tre secoli e ciò non poteva non avere avuto effetti devastan­
ti; non meraviglia quindi che spesso Tolomeo non sia in grado
di recuperare le antiche conoscenze e soprattutto sia estraneo al
metodo con cui erano state acquisite.
Facciamo pochi esempi. All'inizio dell'Almagesto si afferma
e «dimostra» la sfericità della Terra. Queste «dimostrazioni», trat­
te evidentemente da antichi libri, sono state ripetute per quasi
due millenni (in particolare quelle basate sulla forma dell'om­
bra della Terra durante le eclissi di Luna e sull'osservazione di
quali parti di una nave che si allontana spariscono prima), ma
sono solo di tipo fenomenologico. Tolomeo non è interessato
alle cause della forma sferica e sembra ignorare la prova idro­
statica che ne aveva dato Archimede nel primo libro del trattato
Sui galleggianti". Si tratta di un'assenza coerente con la totale
mancanza di idee dinamiche nella sua trattazione dell 'astrono­
mia. Tale mancanza è stata tradizionalmente considerata una ca­
ratteristica di tutta la scienza antica, ma abbiamo già notato che
questa tradizione va rivista alla luce delle applicazioni di idee
dinamiche all'astronomia trasmesse da vari autori, che mostra­
no come anche la meccanica celeste debba essere inclusa tra le
tante conquiste intellettuali perdute a causa del collasso cultu­
rale del secondo secolo a.C. 9•
Nel primo libro dell'Almagesto Tolomeo espone anche la sua
tesi dell'immobilità della Terra, ma sa di dover polemizzare con-

8 Strabone, che attingendo forse alla stessa fonte aveva anticipato alcu­
ne delle prove esposte da Tolomeo, aveva invece accennato anche al ruolo
della gravità nel determinare la forma sferica della Terra (Strabone, Geogra­
phia, I, i, 20).
9 Vedi sopra, p. 94, nota 69.

134 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

tro la tesi opposta e apre un involontario spiraglio sull'astrono­


mia ellenistica eliocentrica da lui rifiutata quando afferma che
non vi sono prove astronomiche di tale immobilità 10, che deve
sostenere con argomenti di filosofia naturale tratti da Aristotele.
Nell'Ottica sono discussi specchi piani, cilindrici e sferici, ma
si ignora del tutto la possibilità di applicare all'ottica la teoria
delle coniche e in particolare non si parla mai degli specchi pa­
rabolici, sui quali avevano dimostrato importanti teoremi certa­
mente Diade (intorno al 200 a.C.) e probabilmente, prima di
lui, Archimede.
L'opera di Tolomeo che qui ci interessa particolarmente, la sua
Geographia, nel Rinascimento è stata fondamentale per il recupe­
ro dei metodi della geografia matematica e della cartografia, ma va
vista anch'essa come un tentativo di riprendere un filo interrotto
da secoli: un obiettivo che era impossibile realizzare pienamente.
Essa contiene in particolare due errori connessi tra loro: un'errata
valutazione delle dimensioni della Terra e una deformazione siste­
matica delle longitudini. Cominceremo con l'analizzare il secondo.

7.2 Le coordinate riportate da Tolomeo

Mentre le latitudini riportate da Tolomeo non sembrano affet­


te da rilevanti errori sistematici, almeno per le regioni del mondo
meglio conosciute in epoca ellenistica, le differenze di longitudine
tra le località considerate nella sua opera sono sistematicamente
dilatate. Ne risulta una vistosa deformazione delle carte basate
sui suoi dati, illustrata nella figura 14 nel caso della penisola ita­
liana, che appare quasi orizzontale.
Per analizzare questa deformazione non conviene esaminare
le longitudini di tutti i 6345 luoghi 11 riportati nella Geographia,
per due motivi. Innanzitutto la maggioranza delle località è diffi­
cilmente identificabile. Inoltre per molte zone del mondo, come

10 Tolomeo, Almagesto, I, vii, 24.


11 Il numero delle località di cui Tolomeo dà le coordinate è stato conta­
to in [Tolomeo:Stiickelberger Grasshoff), p. 23.

- - 135 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Figura 14. L'Italia disegnata in base ai dati di Tolomeo.

nel caso dell'India, l'errore sistematico che vogliamo studiare si


sovrappone a errori di altra natura, dovuti all'insufficiente cono­
scenza del paese.
Poiché Tolomeo si basava essenzialmente su fonti ellenisti­
che, ho ristretto lo studio alle regioni ben note a quell'epoca,
limitandomi a considerarne le città più importanti e famose, in
quanto non pongono problemi di identificazione e la loro po­
sizione era presumibilmente nota con maggiore accuratezza. Il
campione così ottenuto è formato dalle ottanta città mostrate
nella figura 15 e riportate nell'Appendice A con le loro coordi­
nate, tolemaiche e reali.
Nel grafico della figura 16 ogni città del campione è rappre­
sentata da un cerchietto il cui centro ha per ascissa la sua lon­
gitudine reale, misurata a partire dal meridiano di Greenwich,
e per ordinata la sua longitudine riportata nella Geographia di
Tolomeo (che è calcolata a partire dalle Isole Fortunate). Con il
metodo statistico standard detto «regressione lineare>► si ottiene
che la retta che approssima meglio i punti così ottenuti, detta

- - 136 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

- - 137 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Figura 16. Le longitudini riportate da Tolomeo come funzione di quelle reali.

retta di regressione (il cui grafico è riportato anch'esso nella fi­


gura 16), è quella di equazione:

y = 1,428 X+ 17,06.

Il termine 17 ,06 rappresenta la longitudine che Tolomeo


avrebbe assegnato a Greenwich e non ha per noi importanza. Il
fattore 1,428 fornisce la dilatazione media operata da Tolomeo
sulle differenze di longitudine tra le città del campione.
Gli statistici stimano in quale percentuale i dati empirici so­
no ben descritti da una retta di regressione mediante il cosiddet­
to coefficiente di determinazione R2, che nel nostro caso vale 12:

R2 = 0,9935.

12 La definizione del coefficiente R2 e il suo calcolo nel nostro caso so­


no nell'Appendice A.

-- 138 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

Un valore così vicino a uno mostra che le longitudini ripor­


tate da Tolomeo per le località del campione differiscono molto
poco da quelle ottenute distorcendo in modo lineare le longi­
tudini reali. Come vedremo, era stato Tolomeo ad alterare con
una dilatazione sistematica i dati notevolmente accurati ripor­
tati dalle sue fonti.

7.3 Il valore dello stadio

Possiamo ora tornare sul delicato problema della lunghezza


dello stadio usato da Eratostene e quindi sull'accuratezza del­
la sua misura. Un punto sul quale non vi sono state divergenze
tra gli studiosi è che lo stesso stadio fu usato anche dai geografi
successivi: non solo da Ipparco, ma anche da Strabone, Marino
di T iro e Tolomeo, come è dimostrato dal fatto che molte distan­
ze espresse in stadi hanno Io stesso valore per tutti questi auto­
ri. Questa circostanza non esclude l'eventuale sopravvivenza di
«stadi» di diversa lunghezza usati in altri contesti ed è certamen­
te dovuta alla pesante influenza del trattato di Eratostene sulle
opere geografiche successive.
Abbiamo già ricordato che le latitudini erano misurate con
metodi astronomici. Dopo che Eratostene ebbe appurato le di­
mensioni della Terra, conoscendo la lunghezza di ogni grado di
meridiano, dalle differenze di latitudine potevano essere dedotte
le distanze lungo i meridiani.
Nel caso delle longitudini si usava invece il procedimento in­
verso: tranne pochi casi in cui erano state determinate astrono­
micamente con il metodo di Ipparco, erano le differenze di lon­
gitudine a essere dedotte dalle distanze lungo i paralleli. Era sta­
to questo, in particolare, il procedimento seguito da Tolomeo 13.
Poiché sappiamo che egli aveva assunto che ogni grado di cerchio
massimo della Terra avesse la lunghezza di 500 stadi, effettuando

n Lo chiarisce Tolomeo stesso, come vedremo nel §8.2. Vedi anche [fo­
lomeo:Berggren Jones], p. 30.

139 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

l'operazione inversa possiamo ricostruire dai valori da lui asse­


gnati alle longitudini le antiche distanze espresse in stadi e, con­
frontandole con le distanze reali, ottenere il valore dello stadio.
Poiché la retta di regressione mostrata nella figura 16 rap­
presenta con ottima approssimazione le longitudini assegnate
da Tolomeo, possiamo supporre che gli errori sulle misure di
distanza da lui usate fossero molto piccoli rispetto alla sua di­
latazione sistematica ed è quindi ragionevole pensare di poter
ottenere in questo modo il valore dello stadio con l'accuratezza
di qualche punto percentuale.
Il calcolo è molto semplice. Diciamo �I la differenza di lon­
gitudine tra due località arbitrarie, �lT la loro differenza di longi­
tudine secondo Tolomeo, dm e ds la lunghezza, misurata rispetti­
vamente in metri e in stadi, dell'arco di equatore compreso tra i
loro meridiani. Usando le eguaglianze approssimate:

dm= 111100 X �l,

la misura di uno stadio in metri risulta:

dm/ds = (111100/500)/(�l/ �l)= 222,2/1,428= 155,6,

avendo sostituito al rapporto �1/�I il suo valore medio 1,428 ot­


tenuto con il metodo della regressione lineare.
Non sembra utile stimare l'errore commesso usando il valore
di R2 perché con ogni probabilità vi è un'altra possibile (piccola)
causa di distorsione nascosta nel nostro procedimento, sulla qua­
le ritorneremo a p. 170.
È naturalmente impossibile escludere che le misure di lun­
ghezza usate da Tolomeo fossero affette tutte da un rilevante
errore sistematico, che inficerebbe il procedimento usato, ma la
circostanza che il risultato (155,6 m) sia molto vicino a quel­
lo ottenuto nel 1882 da Hultsch (157,5 m) sulla base di argo­
menti filologici rende molto poco plausibile questa possibili­
tà. Sembra quindi ragionevole scartare l'ipotesi che Eratostene
avesse adottato lo stadio attico di 185 metri (o gli stadi ancora
più lunghi proposti da alcuni studiosi) e assumere che la nostra

- - 140 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

determinazione, come quella di Hultsch, abbia un errore non


superiore a qualche punto percentuale.

7.4 La misura di Eratostene riconsiderata

Se lo stadio avesse avuto esattamente il valore di 155,6 m,


l'errore di Eratostene sulla misura del meridiano sarebbe stato
del 2% circa. Diverrebbe addirittura minore dell'1% usando il va­
lore di 157,5 m.
Nella prima metà del XX secolo la misura dello stadio deter­
minata da Hultsch (che risulta sostanzialmente verificata dai no­
stri calcoli) era generalmente accettata, ma successivamente tra gli
storici della geografia si era diffusa la convinzione che Eratoste­
ne avesse usato lo «stadio attico» di 185 m. In questo caso le di­
mensioni della Terra ottenute, differendo da quelle reali di circa il
16,5%, avrebbero dovuto essere considerate più una valutazione
grossolana che il risultato di una vera misura 14.
Vari elementi avevano contribuito ad alimentare questa con­
vinzione. In primo luogo nel resoconto di Cleomede si afferma
che la lunghezza del meridiano, di 250.000 stadi, sarebbe stata
ottenuta come risultato della moltiplicazione:

5000 X 50 = 250.000 (1),

in quanto la distanza tra Alessandria e il tropico sarebbe stata


valutata 5000 stadi e la misura dell'angolo che i raggi del So­
le formavano con la verticale ad Alessandria a mezzogiorno del
solstizio d'estate avrebbe dato il risultato 1/50 di giro 15• Diversi
studiosi hanno osservato che le cifre tonde 50 e 5000 appaio­
no coerenti con l'ipotesi che quella di Eratostene fosse solo una
valutazione grossolana 16.

14
È questa, per esempio, la convinzione espressa in [Goldstein].
1s
Per il metodo usato in questa deduzione vedi sopra, §6.3.
16 Questo argomento è usato, per esempio, in [Goldstein].

- - 141 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

In secondo luogo Cleomede


afferma che Eratostene avrebbe
calcolato la distanza tra Ales­
sandria e Siene assumendo che
le due città fossero sullo stes­
so meridiano e che Siene fosse
esattamente sul tropico 17• Poi­
ché (come si vede nella figura
17) Siene è in effetti abbastan­
za vicina al tropico 18, ma la
sua longitudine differisce no­
tevolmente da quella di Ales­
sandria (di circa tre gradi, da
confrontare con i sette gradi e
mezzo di differenza di latitudi­
ne) queste assunzioni avrebbe­
ro necessariamente comporta­
to un errore rilevante.
Mentre un tempo si dava
Figura 17. Alessandria, Siene per certo che Eratostene avesse
e il tropico. diretto la realizzazione di una
carta dell'Egitto, negli ultimi
decenni si era diffuso lo scetticismo verso le realizzazioni elle-
nistiche in questo settore e vari studiosi avevano sostenuto che
non esistesse all'epoca una vera cartografia quantitativa 19• L'ulti­
ma opinione è in realtà falsificata dalla constatazione che, come
abbiamo visto, Tolomeo nella sua Geographia (che è un manua­
le, ricco di dati quantitativi, per la compilazione di carte) aveva
usato in modo essenziale dati numerici provenienti da fonti elle-

17 Tra le tante esposizioni moderne della misura di Eratostene (che ripe­

tono tutte le assunzioni su Siene) ricordiamo [Goldstein] e [Dutka].


18
Nella figura 17 il tropico è tracciato nella posizione che occupava
all'epoca di Eratostene. Oggi, a causa della mutata inclinazione dell'asse
terrestre, la distanza del tropico dalla città di Siene (divenuta Assuan) è
quasi raddoppiata.
19 Esempi di questa tendenza sono [Brodersen] e [Harley Woodward].

-- 142 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

nistiche, peraltro da lui non interpretate correttamente. Inoltre il


valore dello stadio che abbiamo ottenuto implica un'accuratezza
della misura di Eratostene che impone una riconsiderazione degli
argomenti precedenti.
Per quanto riguarda le cifre tonde riportate da Cleomede, bi­
sogna innanzitutto ricordare che secondo tutte le altre fonti la
lunghezza ottenuta era stata 252.000 stadi. La discrepanza con
la cifra riferita da Cleomede è stata in genere spiegata ipotizzan­
do che Eratostene avesse aggiunto 2000 stadi ai 250.000 calco­
lati con la moltiplicazione (1) per ottenere un numero divisibile
per sessanta 20• È facile convincersi che si tratta di una ricostru­
zione inaccettabile. Quale risultato avrebbe dovuto apparire nel
trattato Sulla misura della Terra? Se fosse stato inserito solo il
numero 252.000, Cleomede non avrebbe potuto ricostruire il
supposto valore originale. Se invece Eratostene avesse scritto di
avere misurato la lunghezza di 250.000 stadi, osservando poi
che, a suo parere, sarebbe stato conveniente aggiungervi 2000
stadi per avere un comodo multiplo di 60, non si capirebbe
perché tutti gli altri autori avrebbero dovuto ignorare il vero ri­
sultato, che aveva anche il vantaggio di essere una cifra tonda.
Nell'Appendice B (che contiene anche una discussione sulle fon­
ti di errore della misura) si mostra che con ogni probabilità il
numero 252.000 era stato ottenuto non con l'aggiunta arbitra­
ria di 2000 stadi, ma con la moltiplicazione:

5250 X 48 = 252.000 (2),

essendo 5250 stadi la distanza tra Alessandria e il tropico e 1/48


di giro l'angolo che i raggi del sole formavano con la verticale.
La discrepanza tra la (2) e la (1) riportata da Cleomede si spiega
facilmente ricordando che, mentre tutte le altre fonti intendono ri­
portare il risultato di Eratostene, Cleomede chiarisce sin dall'inizio
del suo resoconto che il suo solo fine è quello di esporre il metodo
(e<j>oooç) da lui usato ed è chiaro che a questo scopo poteva essere

20 Vedi, per esempio, [Eratostene:Roller], p. 143.

- - 143 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

conveniente arrotondare le cifre per evitare di infastidire il lettore


con calcoli non eseguibili immediatamente a mente.
Anche l'assunzione che Siene fosse esattamente sul meridiano
di Alessandria è tratta soprattutto dal resoconto di Cleomede, che
l'aveva introdotta esplicitamente come una sua semplificazione:

Il metodo di Eratostene, essendo geometrico, appare più oscuro


[di quello di Posidonio esposto precedentemente]. Ciò che egli
dice diventerà però chiaro se premettiamo le se guenti assunzio­
ni: assumiamo innanzitutto che Alessandria e Siene siano sullo
stesso meridiano 21•

È chiaro che Cleomede aveva introdotto la sua ipotesi per evi­


tare un procedimento geometrico che nel trattato originale era se­
guito con difficoltà dai lettori profani.
Possiamo supporre che Eratostene avesse a sua disposizio­
ne carte dell'Egitto (che con ogni probabilità aveva contribuito a
realizzare) 22 . È evidente che per misurare la distanza tra Alessandria
e il tropico non occorre mandare un podista ad attraversare il Saha­
ra seguendo esattamente il meridiano e contando i passi 2:1, ma ba­
sta misurare sulla carta la lunghezza del segmento di perpendicolare
tracciato da Alessandria sulla linea del tropico, ossia del segmento
che ha per estremi i punti indicati nella figura 17 rispettivamente

21
Cleomede, Caelestia, I, 7, 49-52.
22
Abbiamo già ricordato che nel mondo greco le prime carte geografi­
che risalivano all'epoca di Anassimandro. In quel caso si trattava certamente
di carte puramente simboliche, ma è ragionevole pensare che la cartografia
quantitativa che conosciamo dal trattato di Tolomeo fosse nata contempora­
neamente al sorgere della geografia matematica. Alcuni dati numerici relativi
alla carta dell'Egitto realizzata, o comunque usata, da Eratostene sono del
resto riportati da Strabone (Geographia, XVII, i, 2).
23
C'è stato anche chi ha immaginato questo tipo di procedura, igno­
rando evidentemente che la geometria euclidea era stata ideata (proprio ad
Alessandria d'Egitto, qualche decennio prima della misura di Eratostene)
appunto per limitare le misure dirette a poche effettuabili comodamente, ri­
cavando poi gli altri dati con procedimenti matematici eseguibili a tavolino.

- - 144 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

con P e Alessandria 24• Il fatto che il punto P sia in pieno Sahara non
comporta alcun inconveniente, visto che si tratta di un punto da visi­
tare solo virtualmente sulla carta (per la cui realizzazione basta una
campagna di rilevamenti lungo il corso del Nilo). Uno degli accor­
gimenti usati da Cleomede per semplificare la sua esposizione era
stato quello di rinunciare al concetto geometrico di proiezione orto­
gonale, sostituendo all'astratto punto P la concreta città di Siene 25 .
L'accuratezza della misura di Eratostene, che abbiamo verificato,
fa supporre che fosse stata realizzata una carta dell'Egitto, basata
su rilevamenti sul terreno, con un errore di pochi punti percentuali.
Una tarda testimonianza sui rilevamenti usati da Eratostene è
fornita in effetti, intorno al 400, da Marziano Capella, che scrive:

Eratostene dunque, informato dai misuratori regi di Tolomeo del


numero di stadi che intercorrono da Siene a Meroe, [... ]26•

24 Questa costruzione (che equivale a considerare la proiezione lungo il me­

ridiano della distanza tra Alessandria e una qualsiasi località posta sul tropico)
è una delle prime insegnate in un'opera che era certamente molto familiare a
Eratostene: gli Elementi di Euclide (si tratta della proposizione 12 del primo
libro). L'uso di considerare sistematicamente le componenti delle distanze in
direzione dei meridiani e dei paralleli traspare anche dalla Geographia di Stra­
bone, che riporta spesso discussioni relative a triangoli rettangoli con i cateti
nelle direzioni dei meridiani e dei paralleli, attribuendone alcune esplicitamen­
te a Eratostene. Strabonc però spesso non capisce il procedimento e confon­
de segmenti con le loro proiezioni, generando l'impressione che fossero state
considerate allineate località che evidentemente non lo erano. Alcuni esempi di
proiezioni ortogonali di distanze lungo il corso del Nilo, considerate da Erato­
stene e fraintese da Strabone, sono ricostruiti in [Rawlins]. La scarsa attendibi­
lità di Strabone nel riportare le fonti è dimostrata anche in [Shcheglov HTq.
25
Anche Strabone (Geographia, I, iv, 2; II, v, 7) scrive che secondo Era­
tostene il Nilo scorre da Siene ad Alessandria lungo il meridiano, ma ne­
gli stessi passi afferma che il Nilo scorre lungo lo stesso meridiano anche
da Meroe a Siene, mentre nel libro dedicato all'Egitto il corso del Nilo, che
è descritto ancora citando Eratostene, appare lontano dall'essere rettilineo
(Geographia, XVII, i, 2). D'altra parte abbiamo appena notato che in diversi
casi Strabone confonde distanze con loro proiezioni ortogonali.
26
Eratosthenes vero, ab Syene ad Meroen per mensores regios Ptoloma­
ei certus de stadiorum numero redditu.�, [... ] (Marziano Capella, De nuptiis
Mercurii et Philologiae, VI, 598).

145 �-
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Capella non si riferisce alla misura descritta da Cleomede, ma


a quella, sempre effettuata da Eratostene, dell'arco di meridiano
compreso tra Siene e Meroe (arco che è in Etiopia 27). Non biso­
gna dimenticare che Eratostene era il direttore della Biblioteca di
Alessandria, ossia la principale autorità scientifica del regno to­
lemaico: uno Stato che certamente finanziava le ricerche scienti­
fiche, soprattutto se erano considerate utili 28• È quindi del tutto
naturale che avesse potuto usare le strutture dello Stato. Si può
pensare che nel caso dell'Egitto Eratostene avesse potuto realiz­
zare e usare carte basate su misure catastali e non una campagna
di rilevamenti effettuata a puri fini scientifici. In ogni caso non è
credibile che la distanza tra Alessandria e il tropico (ossia l'esten­
sione da nord a sud del regno d'Egitto) fosse stata determinata
con minore accuratezza della distanza tra Siene e Meroe.
In Egitto sin dall'epoca faraonica erano distribuiti capillar­
mente sul territorio agrimensori addetti alla misura annuale, a fi­
ni fiscali, di tutte le proprietà agricole (la cui estensione variava a
ogni piena del Nilo). Non a caso Erodoto, in un passo molto ci­
tato delle sue Historiae, afferma di ritenere che la geometria (eti­
mologicamente «misura della terra») fosse nata proprio in Egitto
dalle esigenze poste da questo tipo di misure 29• A quell'epoca le
misure di distanza erano effettuate da «arpedonapti» (ossia «ten-

27 Siene era al confine meridionale del Regno d'Egitto. Meroe è con buo­

na approssimazione sullo stesso meridiano di Siene ed è a sud del tropico,


distandone con ottima approssimazione quanto Alessandria ne dista a nord.
28
Su questo punto rinvio a [Russo RD] e in particolare al §9.2. Ricor­
diamo qui solo che nel III secolo a.C. in tutto il mondo ellenistico il pote­
re politico usava gli scienziati ai propri fini. Sappiamo, per esempio, che a
Siracusa Archimede supervisionava costruzioni navali e migliorava le dife­
se della città e che anche il piccolo regno di Pergamo finanziava ricerche di
ingegneria militare e di agricoltura (che erano effettuate anche in terreni di
proprietà regia). Il regno dei Tolomei poteva investire molto di più, come è
provato dalla realizzazione di opere progettate scientificamente come il Fa­
ro, dalla cura con cui erano seguite le sperimentazioni in agricoltura e dalla
stessa fondazione della Biblioteca e del Museo. Un libro in cui questi aspetti
della politica tolemaica sono trattati ampiamente è [Rostovtzeft].
29
Erodoto, Historiae, II, cix.

146 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

ditori di funi►>). Va anche notato che lo sviluppo essenzialmente


unidimensionale dell'Egitto, lungo il corso del Nilo, faceva sì che
il paese contenesse solo zone fittamente popolate, dove erano
sempre disponibili tecnici.
Il catasto era stato riorganizzato e potenziato nell'età elleni­
stica. Si introdusse un termine specifico, m1>payiç, per qualcosa di
analogo ai nostri fogli catastali, ossia porzioni di territorio nu­
merate, che contenevano diverse proprietà agricole, di cui erano
certificate misure e localizzazione. Il catasto usava anche unità
minori e maggiori dello m1>payiç 30 ed era organizzato a vari livel­
li gerarchici: del singolo villaggio, del topos (ossia del distretto),
della provincia o nomos, e infine al livello centrale 31 . Abbiamo te­
stimonianze dirette solo su misure catastali locali, ma è significa­
tivo che proprio Eratostene abbia usato lo stesso termine m1>payiç
in geografia, per zone enormemente più ampie.
Quanto ai metodi usati nel rilevamento topografico, dopo
che la geometria greca ebbe assunto le caratteristiche di una te­
oria matematica astratta, le esigenze che secondo Erodoto ave­
vano portato alla sua nascita avevano dato luogo a una speci­
fica scienza applicata, la geodesia. Erone fornisce un elenco dei
suoi scopi, tra i quali sono essenziali le misure di distanze e al­
tezze 32 , e degli strumenti da essa usati, il più raffinato dei quali
era la diottra: un apparecchio (illustrato nella figura 18), usato
per misure di precisione di angoli tra direzioni di vista, dal cui
studio è nato il moderno teodolite.
Lo strumento era usato traguardando attraverso due fessure
fissate alle estremità di un'asta girevole su un disco graduato
che fungeva da goniometro. Il disco, ruotando attorno a due as­
si ortogonali, poteva assumere qualsiasi giacitura ed esservi fis­
sato con viti a pressione.

30 Molte notizie sul catasto tolemaico in epoca leggermente successiva


a Eratostene (nel II secolo a.C.) sono fornite dai papiri trovati a 0ssirinco
(vedi in particolare P. 0xy. 918).
31 Questa organizzazione è descritta in [Rostovtzeffl, voi. I, pp. 283-284.
:i2 Erone, Definitiones, 100-102 ([Heronis 00], voi. IV).

- - 147 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Erone, nell'opera omonima,


descrive dettagli costruttivi e
molti possibili impieghi del­
la diottra, basati in genere su
procedimenti di triangolazio­
ne 33. La sua descrizione risa­
le all'epoca imperiale, ma sap­
piamo che anche Ipparco ave­
va progettato diottre:14 e che
lo stesso strumento era stato
usato già da Eratostene 35 . La
congettura che l'opera di Era­
tostene si occupasse anche del­
le tecniche di rilevamento può
essere suggerita dalla circo­
stanza che il suo titolo (1tepì
'tfiç àvaµE'tpiJcreroç 'tiiç yfiç, Sulla
Figura 18. La diottra misura della Terra) ci sia stato
(rielaborazione basata sull'immagine trasmesso proprio (e solo) dal
in [Heronis 00}, voi. ll/, p. 193). trattato di Erone 36, che potreb­
be averla usata come fonte.
Non vi è motivo per pensare che ai tempi di Erone, che vi­
ve dopo il collasso culturale e cerca faticosamente di recuperare
parte delle antiche conoscenze, la geodesia fosse più sviluppata
che all'epoca di Eratostene, ossia della più grande impresa geo­
detica dell'antichità.

:i:iErone, Dioptra, in [Heronis 00], voi. III, pp. 187-314.


34 Tolomeo, Almagesto, V, v, 369; V, xiv, 417. Anche Plinio, quando ac­
cenna a strumenti ottici inventati o perfezionati da Ipparco (Naturalis Histo­
ria, II, 95), sembra riferirsi a diottre.
:is Teone di Alessandria, Commento all'Almagesto (ed. Rome), 395, 1-2;
Simplicio, In Aristotelis de caelo commentaria ([CAG], voi.VII), 550. En­
trambi gli autori si riferiscono a misure dell'altezza di monti. La tesi che la
diottra risalisse all'inizio del III secolo a.C. è esposta in [Goldstein Bowen].
36 Erone, Dioptra, xxxv, 302, 13-17 ([Heronis 00], voi. III).

- - 148 - -
Studiando Tolomeo si impara qualcosa su Eratostene

In definitiva sembra del tutto plausibile che, combinando


l'antichissima tradizione egizia dei «misuratori della terra» con
i nuovi procedimenti basati su metodi di triangolazione e ap­
parecchi di precisione, fosse stato possibile realizzare carte del­
l'Egitto notevolmente accurate.
Terminiamo il capitolo accennando a un particolare metodo
per misurare lunghe distanze che è spesso ricordato in questo
contesto. In molte esposizioni divulgative si legge che Eratoste­
ne avrebbe appurato la distanza tra Alessandria e Siene usando
un bematista, cioè un uomo addestrato a camminare con passo
regolare e a contare il numero di passi fatti. A volte l'uso di tali
bematisti è presentato come usuale nel mondo greco. Cercan­
do nel T hesaurus Linguae Graecae si scopre che in realtà il ter­
mine bematista (�T)µancnriç) è attestato una sola volta in tutto
il corpus della letteratura greca: in un passo di Ateneo 37 che ne
parla come di un espediente usato per quantificare gli sposta­
menti dell'esercito durante la campagna militare di Alessandro
Magno, cioè in circostanze in cui era certamente difficile usare i
normali metodi di rilevamento.

:17 Ateneo, Deipno.çophistae, X, 442b.

- - 149 - -
8
Perché il mondo si restrinse

In questo capitolo si affronta il problema dello strano contrar­


si delle dimensioni assegnate alla Terra dopo il tracollo culturale
del II secolo a.C. e Io si risolve scoprendo insospettate conoscen­
ze geografiche di epoca ellenistica che gettano nuova luce sugli
antichi contatti tra civiltà.

8.1 Il rimpicciolimento della Terra

Nel settore della geografia uno degli effetti più appariscen­


ti della cesura culturale che separa Tolomeo dagli studiosi el­
lenistici è il rimpicciolimento della Terra. Tolomeo non attri­
buisce alla circonferenza terrestre i 252.000 stadi di lunghez­
za che Eratostene aveva misurato e Ipparco accettato, ma solo
180.000. La lunghezza di ogni grado di meridiano passa così
da 700 a 500 stadi.
Questa contrazione compensa quasi esattamente la dilata­
zione delle longitudini che abbiamo analizzato nel §7.2, cosic­
ché le distanze lungo i paralleli per Tolomeo sono le stesse del­
le sue fonti ellenistiche. È quindi evidente che dilatazione delle
longitudini e contrazione delle dimensioni della Terra sono due
aspetti di un unico errore.
La ricerca che ha dato origine a questo libro aveva lo scopo
di individuare la causa di questo doppio errore. Cominciamo col
notare l'epoca in cui si è verificato. Tolomeo non è il primo ad
adottare la nuova misura: il geografo Marino di Tiro (attivo pro­
babilmente all'inizio del II secolo) aveva già assunto per la Terra

- - 151 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

le stesse dimensioni 1 e già Strabone, pur accettando il risultato di


Eratostene, aveva accennato a studiosi posteriori (oi. ucrtEpov), di
cui non fa il nome, che l'avevano contestato 2 • Il primo autore al
quale è attribuita la ,,misura corta►> di 500 stadi per grado è Po­
sidonio di Apamea, vissuto tra il II e il I secolo a.C. Il rimpiccio­
limento ha quindi seguito a breve distanza il collasso culturale.
Il filosofo Posidonio, pur non essendo probabilmente un ve­
ro scienziato (non è rimasta alcuna sua opera, ma sulla base dei
frammenti e testimonianze che abbiamo non sembra che gli si
possano attribuire vere scoperte scientifiche:i), mostra interessi
astronomici e geografici e, poiché intorno al 95 a.C. si era tra­
sferito a Rodi, dove si era svolta l'attività scientifica di Ipparco,
certamente aveva avuto modo di leggere le sue opere. Gli sono
attribuite due diverse misure delle dimensioni della Terra. La pri­
ma differisce poco da quella di Eratostene: il meridiano terrestre,
invece di 252.000 stadi, sarebbe stato da lui valutato 240.000
stadi 4. Quanto alla seconda, non abbiamo alcuna indicazione sul
metodo con cui era stata ottenuta; sappiamo solo che successiva­
mente Posidonio aveva cambiato idea, convincendosi che la !un-

1
Lo riferisce Io stesso Tolomeo (Geographia, I, 7, 1; I, 11, 2).
2
Strabone, Geographia, I, iv, 1.
:i Tra le testimonianze che suggeriscono che il valore scientifico di Posi­

donio non fosse particolarmente elevato ricordiamo, per esempio, il passo di


Strabone che riferisce la sua strana idea che le regioni occidentali siano più
aride di quelle orientali perché il sole si volge in quella direzione (Strabone,
Geographia, XVII, iii, 10).
� La misura era basata sull'osservazione che la stella Canopo, non visi­
bile dalla Grecia continentale, era appena visibile a Rodi; misurando l'altez­
za massima sull'orizzonte raggiunta da Canopo ad Alessandria, si otteneva
quindi la differenza di latitudine tra Alessandria e Rodi. La misura del me­
ridiano terrestre era poi ottenuta con un calcolo simile a quello di Erato­
stene, usando una stima della distanza tra Alessandria e Rodi (Cleomede,
Caelestia, I, 7, 1-47). L'idea sembra quella di controllare la plausibilità del­
la misura di Eratostene con una misura indipendente di minore accuratez­
za (tra l'altro perché la distanza da valutare era in mare). Poiché il metodo
è certamente concepito da un astronomo particolarmente esperto dei feno­
meni astronomici osservabili a Rodi, ci si può chiedere se questa misura ri­
salisse a Ipparco.

- - 152 --
Perché il mondo si restrinse

ghezza del meridiano fosse di 180.000 stadi 5: il valore che sareb­


be stato poi accettato da Marino e Tolomeo.
Poiché sappiamo così poco della misura di Posidonio e su
Marino di T iro sono disponibili solo le notizie fornite da To­
lomeo, ricercheremo l'origine del rimpicciolimento innanzi­
tutto continuando a esaminare la Geographia di quest'ultimo:
un'opera che oltre ad essere ricca di dati quantitativi contiene
anche un'interessante sezione introduttiva di carattere metodo­
logico, che fornirà elementi preziosi.
Tolomeo nel suo trattato ovviamente non descrive tutta la
superficie terrestre (che gli era per la maggior parte ignota), ma
quella frazione, circa un quarto del totale, che conosce e cre­
de sia la sola abitabile e abitata, ossia l'ecumene (oimvµévTJ),
che per lui si estende in latitudine dal parallelo di Anti-Meroe,
16 ° 25' a sud dell'equatore 6 fino alla latitudine 63 °N, assegnata
a Tuie, cioè al luogo più settentrionale di cui si avesse notizia,
che era stato raggiunto da Pitea.
L'ampiezza in longitudine è esattamente di 180 ° . Le locali­
tà più occidentali sono alcune delle «Isole Fortunate►► (MaKapcov
Niiom) 7 , alle quali è assegnata la longitudine 0° 8, mentre le più
orientali, alla longitudine appunto di 180 ° , sono quattro siti non
facilmente identificabili 9•

" Strabone, Geographia, II, ii, 2. Strabone non afferma che questa stima
fosse successiva all'altra, ma l'ordine in cui Posidonio aveva proposto i due
diversi valori può essere plausibilmente dedotto dal fatto che, mentre la mi­
sura di 240.000 stadi era vicina a quella precedente di Eratostene, il valore
180.000 fu accettato dai geografi successivi.
6
La località di Anti-Meroe (detta così perché si trovava sul parallelo op­
posto a quello della città di Meroe) non è stata individuata con certezza.
7
Tolomeo, Geographia, IV, 6, 34. Una traduzione letterale dell'espressio­
ne greca è «Isole dei Beati», ma poiché in latino si diffuse la traduzione For­
tunatae Insulae, anche in italiano si è soliti dirle «Isole Fortunate».
8
L'uso dello zero da parte di Tolomeo, che è sistematico, va forse sotto­
lineato, poiché capita ancora di sentir dire che i Greci non lo conoscessero.
9
Tolomeo, Geographia, VII, 3.

153 - �
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Con il nome di Isole Fortunate Tolomeo intende certamente


le Canarie rn. La longitudine loro assegnata è 0 ° per quattro del­
le isole e 1 ° per le altre due. Le Canarie costituiscono in realtà
un arcipelago con sette isole maggiori comprese grosso modo tra
13,5 e 18 gradi di longitudine ovest (da Greenwich). Lo zero di
Tolomeo corrisponde quindi, con l'approssimazione di un paio
di gradi, alla nostra longitudine 15 °W.
Per individuare l'estremità orientale dell'ecumene di Tolomeo
non conviene considerare le località da lui poste esattamente sul
meridiano a 180 ° , difficilmente identificabili, ma piuttosto la ca­
pitale della Cina (:Eitpa µTJ'tp61t0Àtç, Sera metropolis), alla quale
è assegnata la longitudine 177 °15'1 1• Sono state proposte due
identificazioni per questa città: Luoyang, capitale dal 25 d.C.
all'epoca di Tolomeo e oltre, e Xi'an, che lo era stata in epoca el­
lenistica. Oggi si propende per Xi'an 12: un'identificazione coeren­
te con la circostanza, che abbiamo verificato, che Tolomeo traesse
le sue informazioni da fonti ellenistiche; non si può però esclu­
dere che in questo caso avesse aggiornato il dato. In entrambe le
ipotesi Tolomeo aveva dilatato la larghezza in longitudine di tut­
ta la sua ecumene più o meno nella stessa proporzione con cui
l'aveva fatto per le località del nostro campione 13•

10
Una delle isole è detta Canaria (Kavapia) e gli altri nomi coincido­
no in parte con quelli riportati da Plinio (Naturalis Historia, VI, 202-205),
la cui identificazione delle Isole Fortunate con le Canarie è del tutto chiara.
11 Tolomeo,
Geographia, VI, 16, 8. La città è detta «Sera, la capitale dei
Cinesi» (I:i1pa,; 'tciiv Lrtpciiv µrt'tpémoA.11;) in I, 11, 4.
12 [folomeo:Stiickelberger Grasshoff], p. 669, nota 229.

1:l Le reali longitudini da Greenwich di Xi'an e Luoyang sono rispetti­


vamente 108° 54'E e 112° 27'E. La differenza di longitudine tra la «capitale
della Cina» e la longitudine zero di Tolomeo è quindi nei due casi circa 124°
o 127,5° . L'ampiezza dell'ecumene di Tolomeo, ottenuta moltiplicando tali
valori per il fattore 180/177,25, risulta nei due casi all'incirca 126° oppure
129° . La valutazione data da Tolomeo, di 180° , è dilatata rispetto alla real­
tà approssimativamente nel primo caso del 43% e nel secondo del 39,5%. Il
primo valore è quasi eguale al fattore di dilatazione (1,428) trovato con il
metodo della regressione lineare sulle città del campione.

- - 154 - -
Perché il mondo si restrinse

8.2 L'origine dell'errore di Tolomeo

Può apparire naturale supporre che Tolomeo, avendo sbaglia­


to nel valutare le dimensioni della Terra, avesse di conseguenza
commesso un errore sistematico nel tradurre in differenze di lon­
gitudine le distanze in stadi lungo i paralleli riportate dalle sue
fonti. Tolomeo stesso sembra convalidare questa interpretazione,
poiché non giustifica in alcun modo la sua misura della Terra, che
trae dai suoi predecessori, mentre ne deduce l'ampiezza di 180 °
dell'ecumene. Vediamo però in dettaglio il procedimento con cui
viene apparentemente effettuata la deduzione.
Tolomeo presenta la sua Geographia essenzialmente come una
revisione critica dell'opera geografica di Marino di T iro, contro il
quale polemizza a lungo. La differenza di longitudine tra il me­
ridiano delle Isole Fortunate e quello della capitale della Cina è
ottenuta considerando un itinerario formato da dodici tratti, per
ciascuno dei quali è prima ricordata la lunghezza in stadi riporta­
ta da Marino e poi è eventualmente introdotta una correzione di
grossa entità motivata solo qualitativamente (per esempio dimez­
zando il valore che Marino aveva dedotto dalla durata del viaggio,
per tener conto della non rettilinearità del percorso). Traducendo
poi le distanze in gradi e minuti di longitudine (usando la misu­
ra di 500 stadi per grado di circonferenza massima della Terra) e
sommando i dodici valori, Tolomeo ottiene il totale di 177 ° 15' 1 4;
poiché le località più orientali di cui ha notizia sono proprio
2 °45' più a est, per l'ampiezza totale dell'ecumene ottiene infine,
in apparenza casualmente, esattamente il valore di 180 ° .
È evidente che Tolomeo bara. La probabilità che, convertendo
in gradi e minuti una lunga somma di distanze in stadi valuta­
te con i metodi grossolani da lui usati, si ottenga come risultato
finale proprio il valore di 180° è infatti del tutto trascurabile. È
molto più plausibile che l'ampiezza dell'ecumene pari a un esatto
emisfero sia stata assunta come dato iniziale, invece che ottenu­
ta come esito di una lunga serie di conti. Nelle opere di Tolomeo

14 Tolomeo, Geographia, I, 12.

155 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

non mancano del resto casi analoghi. Come abbiamo già ricor­
dato, nell'Almagesto la distanza della Luna viene apparentemente
ricavata con complessi calcoli, inficiati da vari errori, che si can­
cellano però miracolosamente, dando un risultato finale molto
accurato. Poiché sappiamo da altre fonti che la distanza della Lu­
na era stata calcolata da Ipparco, vi sono pochi dubbi sul proce­
dimento realmente adottato 15•
Nel nostro caso è ancora più difficile avere dubbi, poiché l'am­
piezza di 180° dell'ecumene era stata affermata da diverse fonti
già prima di Marino: tra gli altri da Strabone, che assegna anco­
ra alla Terra la misura che era stata determinata da Eratostene e
accettata da Ipparco 16, ma ciononostante afferma che gli uomini
che vivono nell'estremo occidente dell'lberia e coloro che sono
nell'estremo oriente dell'lndia 17 sono su meridiani opposti 18• È
quindi chiaro che Tolomeo non ottiene il valore 180° come risul­
tato di una serie di correzioni ai dati di Marino, come vuol far
credere, ma lo assume in quanto risalente a una fonte più antica
e ai suoi occhi più affidabile.
Osserviamo anche che chi volesse attribuire l'origine del dop­
pio errore alla riduzione delle dimensioni assegnate alla Terra do­
vrebbe spiegare perché Tolomeo (e gli altri che prima di lui aveva­
no commesso lo stesso errore, come Posidonio e Marino di Tiro)
avrebbe dovuto sostituire il valore di 700 stadi per grado di me­
ridiano con quello di 500. Eratostene aveva effettuato una misu­
ra complessa, usando le efficienti strutture dello Stato tolemaico.
Perché mai studiosi successivi, che non avevano a loro disposizio­
ne strutture altrettanto efficienti e non potevano quindi certo ri­
petere la sua impresa, avrebbero dovuto alterarne arbitrariamen­
te il risultato'? Non si possono certo sospettare errori materiali di
trascrizione, poiché la misura di Eratostene aveva continuato ad

1
" Vedi sopra, p. 124, n. 33.
16
Strabone, Geographia, I, i, 13.
17
All'epoca anche quella che oggi chiamiamo Indocina era detta India
(più precisamente la si diceva «India oltre il Gange»). L'estremità orientale
dell'Indocina ha approssimativamente la stessa longitudine di Xi'an.
rn Strabone, Geographia, II, v, 34.

� - 156
Perché il mondo si restrinse

essere trascritta (anche nelle opere di autori molto letti, come Pli­
nio il Vecchio) ed è stata tramandata fino a noi.
Se, come è ovvio, la dilatazione delle longitudini non è indi­
pendente dalle nuove dimensioni assegnate alla Terra e se inoltre
non è stato il rimpicciolimento della Terra a generare l'errore sul­
le longitudini, resta una sola possibilità: che sia stato un errore di
scala sulle longitudini a produrre il rimpicciolimento.
Come potrebbe essersi generato un tale errore di scala'? Per ca­
pirlo leggiamo innanzitutto ciò che scrive Tolomeo stesso all'ini­
zio della sua opera, esponendo i fini della geografia:

In cosa differisce la geografia dalla corografia.


La geografia [ ...] differisce dalla corografia in quanto la corogra­
fia, come disciplina, si occupa delle singole località ciascuna di
per sé indipendentemente dalle altre, registrando praticamente
tutto fino ai dettagli (per esempio porti, paesi, distretti, rami dei
fiumi, e così via), mentre l'essenza della geografia è mostrare il
mondo conosciuto come entità singola e continua. [ ...]
Il fine della corografia è rivolgersi a qualche parte, come quando
si rappresenta un orecchio o un occhio. Ma [lo scopo] della geo­
grafia è una visione generale, come quando si rappresenta una
testa intera. In tutte le immagini proposte occorre necessariamen­
te disporre per prima cosa le parti principali in modo opportuno
[ ...] 19 [corsivo mio].

Dopo avere chiarito che per realizzare la carta dell'ecumene


occorre sia usare conoscenze trasmesse da testi sia compiere ricer-

19 Tivt 61a<1>épn )'Eroypa<1>ia xcopoypa<1>iac;. 'H )'Eroypa<1>ia [ ... ] 6ta<1>épEt tiic;

xcopoypa<1>iac;, É1tEtoi17tEp afrn1 µèv ci1totEµvoµévr1 toùç Katà µépoc; t61touc;


xcopì.c; eKacrtov Kaì Ka0' aùtòv ÉKti.0Etm, cruva1toypa<1>oµÉVTJ miv.a Q"XEOòv
Kaì. tà crµtKp6tata trov èµ1tEptì..aµ�avoµévcov, oìov ì..tµévac; Kaì. Kroµac; Kal
&,µouc; Kaì. tàc; à1tò trov 1tprotcov 1tomµrov ÉKtpo1tàç Kal tà 1tapa1tì..fima· t1'1c;
OÈ )'Eroypa<1>iac; t6t6v ècrn tò µiav tE Kaì. O"UVEX1Ì OEtKVuvm tÌ']v èyvcocrµÉVTJV
oc
Y11v [ ...] "Exum tò µèv xcopoypa<l>tKòv téì..oc; t1'1c; è1tì. µépouc; 1tpocr�oì..1ic;,
roc; èiv Ei ne; o-ùc; µ6vov ìì ò<1>0aì..µòv µtµolto, tò 6è )'Ecoypa<l>tKòv t1'1c; Ka06ì..ou
0Ecopiac; Katà tò civ<iì..oyov tolç oÀTJV tÌ']v KE<l>aÀÌ']v 1moypa<1>oµÉvmc;.
nacrmc; yàp tale; ù1totE0nµévmc; EiK6m trov 1tprotcov µEprov àvaYKaicoc; Kaì.
1tpOTJYOUµévcoc; è<1>apµoçoµévcov [...] (folomeo, Geographia, I, 1, 1-4).

- - 157 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

che originali e che in entrambi i casi i dati derivano in parte da


misure terrestri e in parte da osservazioni astronomiche, Tolomeo
illustra la superiorità del metodo astronomico:

Il rilevamento mostra le posizioni reciproche dei luoghi attraver­


so la semplice misura delle distanze, il metodo astronomico me­
diante strumenti per osservare gli astri e misurare le ombre; il se­
condo è autosufficiente e più sicuro, il primo è più grossolano e
ha bisogno dell'altro 20 •

Subito dopo spiega come sia possibile trasformare le distan­


ze ottenute dal rilevamento in angoli definiti astronomicamente
(cioè latitudini o differenze di longitudine) e viceversa, purché
sia noto il rapporto di conversione determinato dalle dimensio­
ni della Terra.
Tolomeo fornisce poi indicazioni preziose sul metodo seguito per
,,disporre per prima cosa le parti principali in modo opportuno»:

Bisogna usare prima le osservazioni astronomiche e poi i reso­


conti di viaggi.
[...] Poiché il solo Ipparco ci ha trasmesso per poche città, rispet­
to alle tante da catalogare nelle opere di geografia, l'elevazione
del polo boreale [ossia la latitudine], notando quelle che si tro­
vano sullo stesso parallelo, [ ... ] gran parte delle distanze e so­
prattutto quelle da oriente a occidente ci sono state trasmesse in
modo più grossolano, non per negligenza di coloro che si erano
dedicati alle ricerche, ma forse perché non avevano ancora capi­
to l'utilità di indagini più scientifiche e perché non avevano os­
servato più eclissi lunari allo stesso tempo in luoghi diversi [...].
È perciò ragionevole per chi intenda praticare la geografia se­
guendo [i principi fin qui esposti] usare prima in cartografia, co­
me fondamentali, i dati ottenuti attraverso le osservazioni più ac­
curate, e poi adattare a questi i dati di altro tipo, finché le posizio-

20 �roµE'tptKòv µÈv 'tò 6tà \jllÀ:!lç Tflc; àvaµE'tpiJcrEroç 'tciiv 6tacr'tàcrEwv 'tàç
1tpòç àÀ.À.iJÀ.ouç 0écrEtç 'tciiv 't61twv eµq,aviçov, µE'tEwpocrKomKòv OÈ 'tò 6tà
'tciiv q>mvoµévwv à1tò 'tciiv àcr'tp0Mil3wv Kaì. crKto9itpwv 6py<ivwv· 'toù'to µÈv,
ciJç UÙ'tO'tEÀ.Éç 'tl KUÌ. àOtCT'tUK'tO'tEpOV, ÈKEÌVO OÈ, ciJç oÀ.OCJXEpÉcr'tEpOV KUÌ.
'tou'tou 1tpocr&6µEvov (lvi, I, 2, 2).

- - 158
Perché il mondo si restrinse

ni relative tra loro e con i dati principali non siano nel migliore
accordo possibile con i resoconti più attendibili 21•

Alla luce di questi principi metodologici, esposti con grande


chiarezza, è possibile ricostruire il vero procedimento seguito da
Tolomeo per realizzare la sua carta dell'ecumene. Le latitudini di
molte località erano fornite direttamente dalle fonti e sono ripor­
tate diligentemente, in genere senza errori troppo gravi, almeno
per le regioni incluse nel nostro campione 22 . Le informazioni di­
sponibili sulle longitudini richiedevano invece un'elaborazione.
La grande maggioranza dei dati era costituita da distanze espres­
se in stadi lungo determinati paralleli, secondo l'antica usanza
che abbiamo ricordato più volte. Tolomeo ha però spiegato chia­
ramente che occorre prima «disporre le parti principali» usando
«come fondamentali i dati ottenuti attraverso le osservazioni più
accurate►► (ossia quelle astronomiche, che, a ben leggere le sue
parole, anche per le longitudini non erano totalmente assenti) e
poi adattare a questi la massa degli altri dati di origine empirica.
Il modo migliore per realizzare questo programma seguendo i
principi esposti sarebbe stato quello di appurare in primo luogo
l'ampiezza totale in longitudine dell'ecumene (dimensionando
così l'intera testa, nella metafora di Tolomeo). Erano disponibi-

21 on oEi tà i:K tciiv <j>mvoµtvcov t11pouµcva 1tpoii1toti0m0m tciiv i:K TI'jç


1ttpt0otKijç icrtopiaç. [...] E7tEÌ. l:ìè µ6voç ò "l1t1tapxoç E7t0 ÒÀ.iycov 7tOÀ.ECOV, coi;
1tpòç tocroùtov 1tÀ.fj0oç tciiv Katatacrcroµtvcov i:v 't'f1 yccoypa<j>içx, i:çcipµma
toù l3opdou 1t6À.ou 1tapél:ìmKEv 17µiv ,mì. tà u1tò toùç autoùç KEiµcva
1tapaÀ.À.11À.ouç, [...], tà oè 1tÀ.Eicrta tciiv otacrt11µcitcov ,mì. µciÀ.tcrta tciiv
1tpòç civatoÀ.àç ìì oucrµàç òÀ.ocrxEpEcrtépaç i:tUXE 1tapal:ì6crEmç, ou pc;x0uµic;x
tciiv i:ml3aMvtcov taiç icrtopimç, aÀ.À.' i'.crcoç ttji µ111:ìé1tco tò 1tpoxEtpov
KatEtÀ.fj<j>0m TI'jç µaSflµaniccotÉpaç i:mcrKÉ'l'Ecoç, Kaì. lìtà tò µiì 1tÀ.Eiouç
tciiv U7tÒ tòv autòv xpovov EV l:ìta<j>6potç t61totç 'tEtTIPflµÉvcov O"EÀ.flVtalCciiV
i:KÀ.Ei'!'ECOV [ ... ]· EuÀ.oyov civ Ei'.11 Kaì. tòv toutotç àKoÀ.ou0coç yccoypa<j>11crovta
tà µèv lìtà tciiv àKptl3E<JtÉpcov tTIPitcrEmv EtÀ.flµµéva 1tpoii1toti0m0m tfl
Kataypa<j>fl Ka0ci7tEp 0EµEÀ.iouç, tà o' à1tò tciiv éiUcov i:<j>apµoçElV toutotç,
ic:coç civ ai 1tpòç éiÀ.À.flÀ.a 0écrEtç autciiv µetà tciiv 1tpòç tà 1tpciita t11pciimv coç i:vt
µciÀ.tcrta cruµ<j>wvcoç tàç ciotcrtaKtotÉpaç tciiv 1tapal:ì6crECOV (lvi, I, 4).
22 Vedi l'Appendice A.

-- 159 -
-
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

li fonti che trasmettessero questa informazione'? Poiché Strabo­


ne aveva già affermato che tale ampiezza era di 180 ° e la stessa
misura, ancora prima, era stata sostenuta anche da Posidonio,
la risposta è certamente affermativa. Poiché inoltre, a detta dello
stesso Tolomeo, Ipparco era stato il solo geografo che aveva tra­
mandato dati attendibili di tipo astronomico, dobbiamo suppor­
re che proprio dalle sue opere fossero stati tratti i limiti occiden­
tale e orientale dell'ecumene e la loro differenza di longitudine.
Un'analisi attenta della Geographia mostra d'altra parte che Ip­
parco ne è una fonte essenziale, anche se Tolomeo preferisce par­
lare più a lungo di Marino, con il quale ritiene di poter polemiz­
zare da una posizione di forza 23.
Sappiamo però che Ipparco accettava la misura della Terra de­
terminata da Eratostene, mentre la «misura corta►> si era afferma­
ta solo dopo la cesura descritta nel capitolo 5, grazie a Posido­
nio. Dobbiamo dedurne che l'ecumene, mantenendo l'ampiezza
angolare di 180 ° , dopo il collasso culturale avesse ridotto drasti­
camente la sua lunghezza in stadi. Poiché le distanze lungo i pa­
ralleli non erano cambiate, la nuova ecumene era realmente più
piccola, comprendeva cioè una porzione minore della Terra. Ep­
pure sembra che Tolomeo avesse tratto da Ipparco i suoi limiti
occidentale e orientale. Cosa poteva essere accaduto'?
È evidente che la sola possibilità è che fosse cambiata l'iden­
tificazione di uno dei due limiti dell'ecumene. Poiché non si può
immaginare che si fosse spostata troppo la capitale della Cina
(per generare l'errore avrebbe dovuto essere immaginata fuori
dalla Cina!) resta solo l'altra alternativa: che fosse cambiata la lo-

23
Nel passato molti studiosi, facendo propria l'opinione che Tolomeo
stesso cerca di indurre nel lettore, avevano ritenuto che Marino fosse la fonte
quasi unica della sua Geographia. Berggren e Jones notano però che in diver­
si casi si può documentare che Tolomeo trae le proprie latitudini da Ipparco
e che quando, come nel caso di Babilonia, sappiamo che Tolomeo modifica il
dato di Ipparco, lo peggiora notevolmente (rrolomeo:Berggren Jones], pp. 28-
29). L'importanza di Ipparco come fonte generale dell'opera geografica di To­
lomeo è mostrata e sottolineata in [Shcheglov HTC]. Un'altra fonte essenziale
è Eratostene, come è mostrato dalla nostra ricostruzione ed era stato dimo­
strato con altri argomenti in [Knobloch Lelgemann Fuls] e [Shcheglov PSSC].

- - 160 - -
Perché il mondo si restrinse

calizzazione delle Isole Fortunate. Dobbiamo cioè concludere che


all'epoca di Ipparco con il nome di <<Isole Fortunate» non si in­
tendessero le Canarie, ma isole ben più lontane, e che gli studiosi
successivi abbiano generato l'errore appunto identificandole con
le Canarie e restringendo così il mondo conosciuto.
Questa conclusione è stata raggiunta in modo negativo, cioè
scartando tutte le possibilità alternative, ma può essere subito con­
validata da due elementi positivi.
II primo è di natura qualitativa: poiché dopo la distruzione di
Cartagine vi era stata una perdita di informazioni sull'Atlantico,
confermata dal discredito in cui, nello stesso periodo, era caduto
il resoconto di Pitea della sua esplorazione 24 , è del tutto naturale
che si sbagliasse l'identificazione di isole di quell'oceano. L'origi­
ne dell'errore, che altrimenti appariva inspiegabile, diviene del tut­
to coerente con le nostre conoscenze storiche.
II secondo elemento è quantitativo. Tolomeo assegna alle Iso­
le Fortunate, che crede siano le Canarie, latitudini comprese tra
i 10° 30' dell'isola Titvtouapia e i 16 ° dell'isola 'A1tp6crttoç 25 . In
realtà le Canarie sono invece comprese tra le latitudini di 28 ° e 29 ° .
Tolomeo commette quindi un errore medio superiore a 15° . Per chi
non è abituato a usare gradi di latitudine, osserviamo che con lo
stesso errore si può spostare Napoli in Svezia. Inoltre l'arcipelago
delle Canarie si sviluppa soprattutto in direzione est-ovest, mentre
le Isole Fortunate di Tolomeo si estendono per 5,5° in latitudine e
per un solo grado in longitudine; sono cioè quasi esattamente alli­
neate in direzione nord-sud. È quindi del tutto evidente che si erano
realmente confuse le Canarie con qualcos'altro.

8.3 Si cercano le vere Isole Fortunate...

II metodo più ovvio per cercare di individuare le vere «Isole


Fortunate» (in greco Mm:ciprov vficrot, cioè «Isole dei Beati») alle

24
Vedi sopra, pp. 102-103.
2
s Tolomeo, Geographia, IV, 6, 34.

� - 161
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

quali si riferiva la fonte di Tolomeo è quello di leggere le opere


in cui se ne parla 26•
Molti autori, e tutti i più antichi, usano l'espressione «Isole
Fortunate» in un chiaro contesto mitico: è questo il caso, in par­
ticolare, di Esiodo, che è il primo a parlarne, e di Pindaro 27• Gli
elementi essenziali del mito sono la grande lontananza, la ric­
chezza della vegetazione, che permette di vivere senza lavorare,
la felicità del clima e, soprattutto, l'eterna giovinezza dei suoi abi­
tanti e l'assenza della morte. Il mito deve essere stato originato
dalla notizia di lontane isole tropicali dove l'abbondanza della
vegetazione si accompagna all'assenza del ciclo stagionale, che
suggerisce l'idea dell'arresto del fluire del tempo. Questa origine
è infatti chiara in Pindaro, che introduce quei luoghi felici preci­
sando che i giorni e le notti vi hanno sempre la stessa durata 211•
Tra coloro che usano il termine «Isole Fortunate» riferendosi a
una precisa realtà geografica, Tolomeo non è il primo a identifi­
carle con le Canarie; si trattava di un'identificazione ai suoi tempi
comune, che era stata accettata tra gli altri da Plinio il Vecchio 29 e
che appare per la prima volta, tra le opere conservate, nella Cho­
rographia di Pomponio Mela 30• Probabilmente le Canarie erano
state già chiamate «Isole Fortunate» negli scritti geografici del re
di Mauretania vassallo di Roma Giuba II, che Plinio cita come
sua fonte:n. Mentre Pomponio Mela e Plinio non menzionano al­
cuna latitudine, Tolomeo, con il sincretismo che gli era abituale,
aveva creduto di poter conciliare l'identificazione usuale ai suoi
tempi con latitudini lontanissime da quelle delle Canarie, eviden­
temente tratte da un autore che si riferiva a ben altro.

26
Un libro interessante che contiene un esame di questo tipo ed è stato
utilizzato neIIa stesura di questo paragrafo è [Manfredi].
27
Esiodo, Le opere e i giorni, 166-173; Pindaro, Olimpica II, 61-76.
2H Pindaro,
Olimpica II, 61-62.
29
Plinio, Naturalis Historia, VI, 202-205.
:rn Pomponio Mela, Chorographia, III, 102.
:n È diffusa l'opinione che Giuba avesse organizzato un viaggio esplora­
tivo nelle Canarie. Ma vedi sopra, p. 108, n. 126.

- - 162 - -
Perché il mondo si restrinse

Una terza categoria di fonti, che per noi è la più interessan­


te, evita qualsiasi riferimento mitologico e chiaramente non si
riferisce alle Canarie. II primo autore in questa categoria può
essere considerato Diodoro Siculo, che verso la metà del I seco­
lo a.C. descrive un'isola, alla quale non dà nome ma con molte
caratteristiche delle Isole Fortunate del mito, fornendone precise
notizie geografiche e storiche:

Al largo della Libia 32, in alto mare, c'è un'isola di notevole gran­
dezza, che, posta nell'oceano, dista dalla Libia molti giorni di
navigazione verso occidente. Ha un terreno fertile, in gran par­
te montagnoso, ma anche una pianura non piccola di ecceziona­
le bellezza. È attraversata da fiumi navigabili che l'irrigano e ha
molti parchi piantati con alberi di ogni specie e un gran nume­
ro di giardini riforniti di acqua dolce. In essa vi sono anche ville
edificate in modo sontuoso e nei giardini tra i fiori sono stati co­
struiti posti di ristoro, nei quali gli abitanti trascorrono il tempo
estivo, poiché la terra fornisce in abbondanza tutto ciò che pro­
cura piacere e lusso.
La parte montagnosa ha grandi e fitti boschi e alberi da frutto
di ogni specie e valli e molte sorgenti che invitano a vivere tra i
monti. Insomma quest'isola è irrigata da acque correnti dolci dal­
le quali proviene non solo piacevole godimento a coloro che vi
vivono, ma anche un contributo alla salute e al vigore dei corpi.
C'è anche ricca cacciagione di ogni tipo di animale selvatico e
gli abitanti, essendo ben provvisti di selvaggina per le loro feste,
non mancano di alcun bene e lusso. Infatti anche il mare che ba­
gna l'isola è ricco di pesci, perché l'oceano per natura abbonda
di pesci di ogni genere.
Insomma quest'isola ha un clima così dolce che produce in ab­
bondanza frutti degli alberi e gli altri frutti di stagione per la mag­
gior parte dell'anno e così si direbbe che per la sua eccezionale
felicità sia la residenza di dei e non di uomini.
Nei tempi antichi era sconosciuta per la sua distanza dal mondo
abitato, ma poi fu scoperta per la seguente ragione 33 •

:i 2 Il nome Libia era usato per tutta quella che oggi diciamo Africa.
:i:i Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, V, xix, 1-xx, 1.

- - 163 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Diodoro apre qui una parentesi ricordando che i Fenici, do­


po aver fondato molte colonie in Africa e nella parte occidenta­
le dell'Europa, avevano iniziato a navigare anche al di là delle
Colonne d'Ercole, dove in particolare avevano fondato Cadice
con il grande tempio a Melkart (divinità che Diodoro, come era
usuale per i Greci, identifica con Eracle). Torna poi sull'argo­
mento della scoperta dell'isola:

I Fenici, mentre esploravano la costa fuori dalle Colonne d'Ercole


per le ragioni che abbiamo detto, navigando lungo la costa della
Libia, furono trascinati a grande distanza attraverso l'oceano da
un forte vento e, dopo essere stati per molti giorni in balia della
tempesta, furono spinti sulla costa dell'isola di cui abbiamo par­
lato prima e, avendone osservato la felice condizione e la natura,
ne dettero notizia a tutti. E così gli Etruschi, che a quel tempo do­
minavano il mare, si proposero di inviarvi una colonia, ma i Car­
taginesi glielo impedirono, in parte perché temevano che molti
Cartaginesi vi si sarebbero trasferiti per i pregi dell'isola, in parte
per stabilirvi un rifugio contro gli imprevisti della sorte, nel caso
che una catastrofe totale si fosse abbattuta su Cartagine. Pensa­
vano infatti, dominando il mare, di potersi trasferire con le loro
cose in un'isola sconosciuta ai loro conquistatori 34 •

Diodoro si riferisce evidentemente a luoghi che considera rea­


li; tutte le altre isole di cui parla prima e dopo di questa sono del
resto identificabili con ragionevole certezza.
L'opera pseudoaristotelica De Mirabilibus Auscultationibus con­
tiene un passo che ha forti analogie con quello di Diodoro che
abbiamo appena letto:

Dicono che nel mare al di là delle Colonne d'Ercole sia stata


trovata dai Cartaginesi un'isola disabitata, con boschi d'ogni ti­
po e fiumi navigabili, ricca di grande varietà di frutti, ad alcuni
giorni di navigazione dalla terraferma. Dopo che i Cartaginesi
iniziarono ad andarvi spesso per la sua prosperità e alcuni vi si
trasferirono, i suffeti di Cartagine vietarono, pena la morte, di

:i+ lvi, V, xx, 3-4.


Perché il mondo si restrinse

andare su quell'isola e avrebbero sterminato gli abitanti perché


la notizia non si diffondesse e la popolazione non insorgesse
contro di loro impadronendosi dell'isola e sottraendola al pos­
sesso dei Cartaginesi 35.

Plutarco, nella Vita di Sertorio, parla esplicitamente di «Isole


dei Beati», che chiaramente ritiene ben più lontane delle Canarie:

Salpato di lì e attraversato lo stretto di Cadice, [Sertorio] navigò


tenendo la costa dell'Iberia alla sua destra, approdando poco al
di sopra della foce del fiume Beti 36, che gettandosi nell'Oceano
Atlantico dà il nome a quella parte dell'Iberia. Là lo incontrano
dei marinai tornati da poco dalle isole atlantiche, due separate
da un piccolo stretto, che distano diecimila stadi dalla Libia e so­
no dette «dei Beati»
Dotate di piogge rade e moderate e di venti leggeri e apportatori
di rugiada, non solo hanno terra buona e grassa, adatta per arare
e piantare, ma producono anche un frutto spontaneo sufficiente
a nutrire gli abitanti con abbondanza e piacevolmente, senza fa­
tica o lavoro, lasciando loro molto tempo libero. Per la piccola
differenza tra le stagioni e la dolcezza dei loro cambiamenti sulle
isole predomina il bel tempo. Infatti i venti di nord e di est, che
provengono da questa parte del mondo, trasportati attraverso
uno spazio immenso si disperdono e si smorzano, mentre i venti
marini meridionali e occidentali che le avvolgono portano a vol­
te sporadiche piogge moderate, ma per lo più nutrono il terreno
rinfrescandolo con aria umida e tersa, sicché anche tra i barba­
ri si è diffusa la credenza che lì siano i Campi Elisi e la sede dei
beati che cantò Omero.
Udendo tutto ciò Sertorio ebbe uno straordinario desiderio di
stabilirsi in quelle isole e vivere in pace, libero dalla tirannide e
da guerre incessanti 37•

Questa testimonianza è interessante soprattutto perché sem­


bra documentare che dai porti atlantici della penisola iberica, e

35
Pseudo Aristotele, De Mirabilibus Auscultationibus, 84 (836b, 30-
837a, 7).
:16 O
ggi Guadalquivir.
:17 Plutarco, Vita Sertorii, 8.

165 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

in particolare da Cadice, in epoca romana continuassero a partire


navi dirette verso destinazioni sconosciute ai vertici dello Stato.
Alcuni autori tardi, pur essendo ben consapevoli che con il no­
me di Isole Fortunate si indicassero ormai le Canarie, non perdono
tuttavia il ricordo delle altre isole, ben più lontane nell'oceano, chia­
mandole genericamente Esperidi (cioè «Occidentali>)). Per esempio
Solino, forse intorno al 200 d.C., subito prima di parlare delle Isole
Fortunate, identificate anche da lui con le Canarie, scrive:

Oltre le Gorgadi, a quaranta giorni di navigazione, nei recessi


intimi del mare sono le Isole Esperidi, come afferma Seboso 38•

Ancora nel V secolo d.C., Marziano Capella premette alle so­


lite notizie sulle Isole Fortunate (identificate con le Canarie) un
brano molto simile al precedente:

Vi sono anche le Isole Gorgadi, di fronte a un promontorio det­


to Corno d'Occidente; si dice vi abitassero le Gorgadi; dal conti­
nente sono a due giorni di navigazione. Al di là abbiamo le Isole
Esperidi, che sono nelle profondità interne del mare 39•

In definitiva le testimonianze esaminate fin qui non lasciano


dubbi sul fatto che il nome di Isole Fortunate sia stato usato nel­
le epoche arcaica e classica per un luogo immaginario relativo a
un antico mito (originato con ogni probabilità da vaghe notizie su
località tropicali) e successivamente anche per realtà geografiche e

:m Ultra Gorgadas Hesperidum insulae, sicut Sebosus adfirmat, dierum


quadraginta nauigatione in intimos marfa sinu.ç recesserunt (Solino, Collec­
tanea Rerum Memorabilium, LVI, 13 ss.). Stazio Seboso è un autore di opere
geografiche di cui non sappiamo quasi nulla. Anche Plinio, che lo cita altre
due volte, riferisce che Seboso avrebbe affermato che le Isole Esperidi sono
oltre le Gorgadi, a quaranta giorni di navigazione (Natura/fa Historia, VI,
201). Si è pensato che la fonte di Seboso potesse essere Giuba II.
9
� Sunt et Gorgades insulae obversae promuntorio, quod uocatur Hesperu
ceras; has incoluis.çe Gorgonas ferunt, in qua.ç a continenti biduo nauigatur.
ultra has Hesperidum insulae, quae in intimo admodum mari sunt (Marziano
Capella, De nuptii.ç Philologiae et Mercurii, VI, 702).

- - 166 - -
Perché il mondo si restrinse

che in questo secondo caso, prima dell'identificazione con le Ca­


narie, ci si riferisse a isole molto più lontane dalla costa. Molti più
dubbi, naturalmente, le fonti esaminate lasciano sulla loro reale
ubicazione. Dopo avere esaminato le fonti e in particolare il bra­
no citato di Diodoro Siculo, Valerio Massimo Manfredi conclude:

L'isola atlantica di cui parla Diodoro Siculo e di cui abbiamo


presentato in questo libro la descrizione, si può forse identifica­
re con Madera, non senza notevoli problemi interpretativi, ma
se potessimo identificarla con una delle Antille o delle Bahamas
tutti i problemi connessi alla descrizione dei suoi caratteri mor­
fologici scomparirebbero e tutti i particolari della descrizione
potrebbero essere accettati senza difficoltà 40 •

8.4 ... e ci si trova in America

È in effetti possibile verificare, e anche precisare, l'ipotesi che


Manfredi aveva avanzato sulla base delle descrizioni delle fonti
classiche. Interpretando infatti le coordinate riportate da Tolomeo
alla luce della nostra ricostruzione dell'origine del suo doppio er­
rore, possiamo facilmente calcolare le coordinate delle Isole Fortu­
nate alle quali si riferiva la sua fonte. Sappiamo che per tale fonte
(con ogni probabilità Ipparco) le isole (ovviamente con qualche
approssimazione) erano sul meridiano opposto a quello cui Tolo­
meo assegna la longitudine 180° . La longitudine da Greenwich di
quest'ultimo meridiano può essere ottenuta dalla retta di regres­
sione che avevamo trovato a p. 138 risolvendo l'equazione:

180 = 1,428x + 17,06.

Otteniamo così che l'estremità orientale dell'ecumene di Tolo­


meo (e delle sue fonti) era alla longitudine 114 ° 6'E. Per il meri­
diano opposto, sul quale si trovavano le originarie Isole Fortuna­
te, otteniamo quindi il valore 65°54'W.

40
[Manfredi], p. 204.
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Osserviamo che non sarebbe stato altrettanto efficiente indivi­


duare il limite orientale dell'ecumene usando i dati riportati nel­
la Geographia per la ;;capitale della Cina>f. Non solo, infatti, non
siamo del tutto certi dell'identificazione della città, ma vi è anche
un problema più sottile: noi non siamo interessati alla longitu­
dine reale delle località che la fonte di Tolomeo riteneva fossero
all'estremità orientale dell'ecumene, quanto alla longitudine alla
quale tale fonte riteneva che fossero. La differenza probabilmente
non è trascurabile, perché è plausibile che l'errore con cui in epo­
ca ellenistica erano note le coordinate delle città cinesi non fosse
irrilevante. Il metodo appena seguito è basato invece unicamen­
te sui dati del nostro campione, formato da città le cui coordi­
nate erano certamente meglio conosciute. Naturalmente, poiché
abbiamo estrapolato la retta ben al di là delle regioni rappresen­
tate nel campione e d'altra parte le longitudini di isole nell'Oce­
ano Atlantico presumibilmente non erano note con grande preci­
sione, non possiamo aspettarci di ottenere un'accuratezza pari a
quella che avevamo verificato sulle città del campione. Possiamo
sperare in un errore minore sulle latitudini, che erano misurabili
più facilmente e dovevano essere state trascritte direttamente dal­
la fonte ellenistica.
Le coordinate delle sei Isole Fortunate riportate da Tolomeo 41 :

(0° ,16 °N), (1 ° ,15°15'N), (0° ,14 °15'N),


(0°,12 ° 30'N), (1 ° ,11 °N), (0° ,10° 30'N),

nelle nostre notazioni divengono:

(65°54'W,16°N), (64 °54'W,15°15'N), (65°54'W,14°15'N),


(65°54'w,12 ° 30'N), (64 °54'W,11 °N), (65°54'W,10° 30'N).

Le località con queste coordinate sono mostrate nella figura 19.


Non sembra vi possano essere dubbi nell'identificare le isole
con le Piccole Antille. Le dimensioni assegnate all'arcipelago da

41 Tolomeo, Geographia, IV, 6, 34.

- - 168
Perché il mondo si restrinse

'igura 19. I luoghi con le coordinate ricostruite per le Isole Fortunate


ono indicati dai cerchietti.

[blomeo (1 ° di longitudine e 5,5° di latitudine) corrispondono


>ene a quelle reali, l'errore sulle latitudini è piccolo e anche quel­
o sulle longitudini non è così grande come ci si sarebbe potuto
tspettare. L'errore cresce, comprensibilmente, con il crescere del­
a difficoltà delle misure: quello sulle dimensioni dell'arcipelago
ricavabili anche dalle distanze rilevate sul posto dai marinai) è
ninimo; un po' più grande è l'errore relativo alle latitudini, che

- - 169 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

devono essere misurate astronomicamente; quello massimo ri­


guarda le longitudini, non solo difficili da misurare, ma da noi
ricostruite indirettamente.
Probabilmente Ipparco aveva usato in modo più restrittivo
la denominazione di Isole Fortunate che, a giudicare dalle fon­
ti lette nel paragrafo precedente, era stata riferita anche ad altre
isole più grandi.
Avendo accettato l'identificazione delle Isole Fortunate con
le Canarie, usuale ai suoi tempi, Tolomeo aveva calcolato la lun­
ghezza di un grado di equatore (o di meridiano) dividendo per
180 la distanza, lungo I'equatore 42, tra il meridiano delle Isole
Canarie più occidentali e quello delle località più orientali di cui
aveva notizia. II risultato era stato poi presumibilmente arroton­
dato per ottenere la cifra tonda di 500 stadi 43• II calcolo sulla
lunghezza dello stadio effettuato nel §7.3 è quindi, con ogni pro­
babilità, affetto da un piccolo errore dovuto al non aver tenuto
conto dell'arrotondamento. È quindi certamente possibile che il
valore dello stadio fosse proprio quello determinato da Hultsch
su basi filologiche.
Tolomeo aveva poi ottenuto le longitudini di tutte le altre lo­
calità con un procedimento di interpolazione, dividendo l'am­
piezza totale dell'ecumene in parti proporzionali alle distanze in
stadi lungo i paralleli riportate dalle sue fonti. Avendo sopravva­
lutato l'ampiezza dell'ecumene, questo procedimento aveva na­
turalmente comportato una dilatazione sistematica di tutte le dif­
ferenze di longitudine.
Poiché il valore di 500 stadi per grado risaliva a Posidonio,
accettando la ricostruzione precedente bisogna pensare che fos-

42
In genere si usavano altri paralleli, che richiedevano qualche ulterio­
re (banale) calcolo.
4:1 Poiché Plinio parla dello stadio �secondo la misura di Eratostene» (ve­

di sopra, p. 119) è possibile che Eratostene avesse ottenuto la cifra tonda di


700 stadi per grado definendo opportunamente un nuovo �stadio» (analo­
gamente a quanto fu fatto millenni dopo per il metro). È invece molto im­
probabile che con il procedimento usato da Tolomeo si potesse ottenere di­
rettamente una cifra tonda.

170 - -
Perché il mondo si restrinse

se stato lui il primo a fraintendere, a causa di un'errata identifi­


cazione delle Isole Fortunate, l'informazione (secondo la nostra
ricostruzione tratta da Ipparco) che il mondo conosciuto, dalle
Isole Fortunate alle località più orientali di cui si aveva notizia, si
estendesse per 180 ° di longitudine.
Questa ricostruzione è pienamente compatibile con ciò che
sappiamo su Posidonio. È certo che, dirigendo un'importante
scuola proprio nella Rodi in cui aveva lavorato Ipparco, avesse
accesso ai suoi scritti. Sappiamo anche, d'altra parte, che, do­
po avere visitato le coste atlantiche della penisola iberica e della
Mauretania 44 , aveva composto un'opera, dal titolo L'Oceano e le
regioni che vi si affacciano 45 , in cui manifestava la convinzione,
tipica dei suoi tempi, che l'ecumene non si estendesse sostanzial­
mente al di là delle regioni che egli stesso aveva visitato 46• La sua
tendenza a restringere l'estensione delle regioni cui si riferivano
le conoscenze geografiche tradizionali è mostrata anche da altre
testimonianze, come quella che gli attribuisce l'opinione che gli
Iperborei (nome con il quale i Greci avevano trasferito nel mito
vaghe notizie loro giunte su popolazioni che vivevano nell'estre­
mo nord) esistessero realmente, ma sulle Alpi italiane 47 • Anche
in altri casi, d'altra parte, si può sospettare che Posidonio avesse
usato opere di Ipparco fraintendendole 48•

44 La permanenza di Posidonio sulle coste atlantiche della penisola iberi­

ca, e in particolare a Cadice, è menzionata da Strabone in molti luoghi, per


esempio in Geographia, III, v, 10. Anche il viaggio in Mauretania è ricordato
da Strabone (Geographia, XVII, iii, 4).
45
Suda, s.v. noonorovtoç; Strabone, Geographia, II, ii, 1.
46 Vedi, per esempio, Strabone, Geographia, XVII, iii, 10.
47
Scholia in Apollonium Rhodium, II, 675 = Posidonio, fr. 270 Edel­
stein Kidd.
48
Per esempio l'analogia tra una fionda e il sistema Terra-Luna, che è
esposta da Plutarco e probabilmente risale a Ipparco (vedi sopra, p. 97, n.
78) potrebbe essere all'origine della strana idea, che Posidonio trasmise a
generazioni di geografi, che l'ecumene avesse la forma di una fionda (Aga­
temero, Geographiae Informatio, I,2 = Posidonio, fr. 200a Edelstein Kidd;
Eustazio, Commentarii ad Homeri Iliadem, VII, 446 = Posidonio, fr. 200b
Edelstein Kidd).

- - 171 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

8.5 Si ritrova anche Tuie

In questo paragrafo metteremo alla prova la ricostruzione pre­


cedente affrontando con il suo aiuto la vexata quaestio dell'indi­
viduazione dell'isola di Tuie. Anche se il suo ricordo è migrato
nella leggenda e nell'immaginario collettivo è rimasto a simbo­
leggiare l'estremo confine del mondo abitato, non vi è dubbio
che il luogo chiamato Tuie da Pitea, che l'aveva visitato nel suo
famoso viaggio di esplorazione 49, fosse reale.
Nella sua Geographia Tolomeo registra le coordinate del cen­
tro dell'isola, che si troverebbe alla longitudine 30° 20' e alla la­
titudine 63 ° N 50 • Traducendo il primo dato attraverso la retta di
regressione di p. 138 otterremmo le nostre coordinate 9 ° 18'E,
63 ° N. Ci troveremmo così in piena Norvegia, a sudovest di Tron­
dheim. L'identificazione con la Norvegia è stata in effetti propo­
sta, ma pochi studiosi hanno accettato l'idea che Pitea avesse
confuso con un'isola una regione del continente europeo. D'altra
parte in Europa settentrionale le longitudini riportate da Tolomeo
spesso si discostano notevolmente dalla retta di regressione che
avevamo trovato sulla base del nostro campione.
Tolomeo assegna a Tuie più o meno la stessa longitudine (e
una latitudine inferiore di un paio di gradi) delle Isole Oreadi.
Usando le Oreadi come termine di riferimento, dovremmo quin­
di identificarla con le Shetland, come è stato spesso proposto. In
effetti Tacito, ponendola vicina alle Oreadi, si riferisce certamen­
te a una delle Shetland 51 e in genere in epoca imperiale era con-

49
Vedi sopra, p. 102.
50
Tolomeo, Geographia, II, 3, 32. In un altro luogo (V III, 3, 3) Tolomeo
traduce questi dati in termini diversi ma equivalenti affermando che il gior­
no più lungo (al solstizio d'estate) dura a Tuie venti ore e che il suo tempo
locale differisce da quello di Alessandria di due ore (fornendo così un indi­
zio che le coordinate di Tuie fossero state determinate con metodi astrono­
mici). Tolomeo riporta anche le coordinate delle estremità occidentale, orien­
tale, settentrionale e meridionale dell'isola, ma noi trascureremo questi dati
poiché la discussione che segue farà sospettare che siano ricavati dall'errata
identificazione di Tuie con qualche isola dell'arcipelago britannico.
51
Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, x, 5.

- - 172 - -
Perché il mondo si restrinse

siderata una delle isole britanniche 52 • Strabone afferma tuttavia


che nessuno degli autori che si erano occupati di tali isole vi ave­
va incluso Tule 53 . La sua intenzione è quella di sbugiardare Pitea,
ma noi, che conosciamo invece la sua attendibilità, possiamo
usare questo passo come testimonianza che l'inclusione di Tu­
le nell'arcipelago britannico (del tutto analoga all'identificazio­
ne delle Isole Fortunate con le Canarie) non fosse stata ancora
compiuta nelle fonti di Strabone. L'ipotesi che Pitea intendesse
riferirsi alle Shetland è del resto smentita dalla constatazione che
nessuna delle testimonianze sulla sua opera parli di un arcipela­
go. Inoltre l'identificazione con le Shetland è difficilmente con­
ciliabile con l'affermazione di Plinio che Tuie fosse a un giorno
di navigazione dal <<mare congelato►> 54 e con quelle di Strabone e
Cleomede che si trovasse esattamente sul circolo polare artico 55 ,
ossia (usando la stima all'epoca usuale 56) alla latitudine 66 °N.
Le Shetland sono invece circa a 60 °N. Come mai Tolomeo, con­
traddicendo affermazioni certamente risalenti a Pitea, assegna
all'isola la latitudine di 63 ° '? Si può immaginare che, avendo a
disposizione fonti ellenistiche che ponevano Tuie a 66°N e accet­
tando allo stesso tempo l'identificazione, propria dei suoi tempi,
con le Shetland, che sono a 60 °N, Tolomeo, volendo raggiungere
il «migliore accordo possibile con i resoconti più attendibili►> 57 ,
abbia optato per la media tra i due dati.
Per individuare la Tuie di Pitea dobbiamo quindi trovare un
luogo esterno all'arcipelago britannico e posto sul circolo po­
lare artico.

52
In particolare era certamente una delle isole britanniche la Tuie che si
dice fosse stata conquistata da Vespasiano (Silio Italico, Punica, III, 597).
53 Strabone, Geographia, I, iv, 3.
54
Plinio, Naturalis Historia, IV, 104.
" Strabone, Geographia, II, v, 8; Cleomede, Caelestia, I, 4, 222-223 (ed.
5

Todd).
56
La latitudine del circolo polare artico è per definizione l'angolo com­
plementare all'obliquità dell'eclittica, che era tradizionalmente stimata in
24° (vedi sopra, p. 114). In realtà in epoca ellenistica tale obliquità valeva
23°44', ma ai nostri fini la differenza di 16' è trascurabile.
57
Vedi il passo di Tolomeo (Geographia, I, 4) riportato a pp. 158-159.

- - 173 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Plinio e Strabone riferiscono che Tuie era a sei giorni di naviga­


zione dalla Britannia in direzione nord 58• Poiché l'estremità setten­
trionale della Britannia è approssimativamente sul parallelo 59 °N,
la differenza di latitudine con il circolo polare è circa 7°, corrispon­
dente a una distanza lungo il meridiano di circa 780 km. Valutare
tale distanza «sei giorni di navigazione►► equivale quindi a stimare
in 130 km al giorno la velocità media di navigazione, come è cer­
tamente ragionevole per navi dell'epoca 59• Sul circolo polare artico
non vi è però alcuna isola esattamente a nord della Britannia. Poi­
ché abbiamo visto che in altri casi geografi ellenistici avevano usa­
to proiezioni ortogonali che erano state fraintese da autori di epo­
ca imperiale 60, si può ipotizzare che la fonte di Plinio e Strabone
(presumibilmente Eratostene o Ipparco) non avesse affermato che
l'isola fosse esattamente a nord della Britannia a sei giorni di navi­
gazione, ma che partendo dalla Britannia occorresse spostarsi per
sei giorni verso nord per raggiungere il suo parallelo, avesse cioè
valutato in sei giorni di navigazione la componente lungo il meri­
diano della distanza tra la Britannia e Tule; il passo di Strabone lo
lascia intendere del resto abbastanza chiaramente 61.
Esaminiamo ora la longitudine assegnata a Tule alla luce del
procedimento ricostruito nei paragrafi precedenti. Abbiamo visto
che Tolomeo aveva ricavato le sue longitudini da due tipi di da­
ti: alcuni (pochi) di carattere astronomico tratti da Ipparco (che
aveva frainteso), usati per i limiti dell'ecumene, e molte distanze
lungo i paralleli, risalenti almeno in gran parte a Eratostene, usate
per interpolare le longitudini delle località intermedie. Da quale
delle due categorie poteva aver tratto il dato relativo a Tuie'? Trat-

58 Plinio, Naturalis Historia, II, 186; Strabone, Geographia, I, iv, 2.


59
Vedi, per esempio, [Pitea:Bianchetti], p. 152, dove la distanza percor­
sa in media in un giorno da una nave al tempo di Pitea, sulla base di varie
fonti, è stimata tra 120 e 150 km.
60
Vedi sopra, p. 145, n. 24.
61
Strabone infatti parlando del �parallelo di Tuie» inserisce la proposizio­
ne: �che Pitea dice sia a sei giorni di navigazione dalla Britannia». Poiché nel
testo greco il pronome relativo ha la forma femminile certamente Strabone
(o il copista) parla della distanza tra la Britannia e Tuie, ma la fonte si riferi­
va presumibilmente alla distanza tra la Britannia e il parallelo.

- - 174 - -
Perché il mondo si restrinse

tandosi di una località ai limiti dell'ecumene, separata dal resto


del mondo abitato dal mare e unica registrata sul proprio paral­
lelo, non poteva esserne nota la distanza da altri luoghi lungo un
parallelo. Possiamo quindi supporre che Tolomeo in questo caso
avesse semplicemente trascritto la coordinata fornita da Ipparco.
L'ipotesi che nell'opera geografica di Ipparco fosse riportata la
longitudine di Tuie è d'altra parte rafforzata dal passo in cui Stra­
bone, avvertendo che non si occuperà delle regioni a suo parere
prive di interesse per il geografo perché troppo fredde per esse­
re abitate, ai lettori interessati a tali regioni e ad «altri argomenti
astronomici» consiglia la lettura del trattato di lpparco 62•
In base alla nostra ricostruzione, la longitudine riportata da
Tolomeo, 30° 20', deve essere quindi interpretata come misura­
ta a partire dal limite occidentale dell'ecumene secondo Ipparco,
che nelle nostre notazioni era posto a 65 °54'W. Arriviamo così
alla longitudine 35 ° 34'W. Combinandola con la latitudine 66 ° N
identifichiamo il punto evidenziato nella figura 20.
Il fatto che tale punto coincida, con ottima approssimazione,
con l'intersezione del circolo polare artico con la costa orienta­
le della Groenlandia fornisce un'importante conferma sia del­
la localizzazione ottenuta per Tuie sia della nostra ricostruzione
dell'origine dell'errore di Tolomeo.
Se l'identificazione è corretta, bisogna naturalmente supporre
che le coordinate fomite dalla fonte di Tolomeo non si riferissero
genericamente a Tuie, ma piuttosto al particolare luogo dell'isola
in cui era approdato Pitea (che del resto non avrebbe potuto for­
nire altre coordinate).
Una ricerca delle notizie presenti in letteratura su Tuie produce
risultati analoghi a quelli che avevamo trovato esaminando le
testimonianze sulle Isole Fortunate. Anche in questo caso gli autori
possono essere divisi in tre categorie. Alcuni parlano di Tuie come
di un luogo immaginario (in particolare coloro che si riferiscono
al romanzo di Antonio Diogene Sulle incredibili merauiglie al di là

62 Strabone, Geographia, II, v, 43. Un ulteriore indizio è stato ricordato


a p. 172, nella nota 50.

- - 175 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Posizione di Tute secondo


la ricosLruzione del testo

Figura 20. Il cerchietto indica il punto di coordinate 35 °34'W, 66°N.

di Tule 6:i). Molti altri ne accettano l'identificazione con le Shetland


o comunque la pongono nell'arcipelago britannico. Nella terza
categoria, oltre alle testimonianze dirette sull'opera di Pitea, vi
sono diversi autori, anche della tarda antichità e bizantini, che
conservano informazioni coerenti con la nostra individuazione. Elio
Erodiano, per esempio, la dice un'isola «grande nell'Oceano, verso
gli lperborei* 64 , espressione che si adatta certamente male a una
delle Shetland, e Dionisio Periegeta afferma che per raggiungerla
occorre compiere un lungo tragitto nell'oceano 65 . Procopio,
nel primo periodo bizantino, parla delle varie popolazioni che
l'abitavano e la dice «grandissima* (µeyicr'tTJ), precisando che la sua

6
JTorneremo su questo romanzo nel §9.3.
64 Elio Erodiano, De prosodia catholica, 319, 9 (ed. Lentz).
65
Dionisio Periegeta, Orbis Descriptio, in [GGM] 580-581.

- - 176 - -
Perché il mondo si restrinse

estensione è dieci volte quella della Britannia 66 • L'informazione


più utile per la sua localizzazione è probabilmente quella fornita
da Paolo Orosio, che all'inizio del V secolo della nostra era, scrive:

L'isola poi di Tuie, che è separata dalle altre da uno spazio im­
menso ed è posta nel mezzo dell'oceano verso nordovest, è co­
nosciuta solo da pochi 67•

Orosio si mostra ben consapevole di trasmettere una cono­


scenza che alla sua epoca era riservata a pochi. La tendenza a li­
mitare l'estensione del mondo noto in epoca ellenistica (dovuta
presumibilmente al desiderio di minimizzare il successivo crollo
delle conoscenze geografiche) non ha permesso in genere di da­
re credito a questa testimonianza. Volendo prestarvi fede, vi sono
solo due possibili identificazioni dell'isola: l'Islanda e la Groen­
landia. L'Islanda può però essere esclusa perché all'epoca era
completamente disabitata, mentre sappiamo che in Groenlandia
vi erano abitanti di cultura Dorset e varie fonti testimoniano che
Pitea a Tuie aveva trovato indigeni 60•
Restano naturalmente vari dubbi. In particolare ci si può chie­
dere come fosse stato possibile determinare la longitudine di una
località così remota con un errore così piccolo. Una determina­
zione relativamente accurata della longitudine non può però esse­
re esclusa. Pitea era ben noto come astronomo e Strabone scrive:

[ ...] Pitea di Massalia aveva mentito sulle regioni bagnate dal-


1 '0ceano usando come pretesto la ricerca su argomenti astrono­
mici e matematici 69 •

66
Procopio, De bellis, VI, xv, 4-5.
67
Deinde insula Thyle, quae per infinitum a ceteris separata, circium uer­
sus medio sita oceani, uix paucis nota habetur (Paolo Orosio, Historiarum
aduersus paganos libri VII, I, ii, 79).
611 C
leomede, Caelestia, I, 4, 210; Gemino, Introduzione ai fenomeni, VI,
9; Cosma Indicopleuste, Topographia Christiana, II, 80.
69 [•••l TTu0foç o McxcrcrCXÀ.tcimlç KcxtE\jlEUO"cxtO tcxùtcx Tfjç 7t<XpWKECXVinooç,

1tpocrx11µcxn xproµEvoç tji 7tEpÌ. tà oùpavtcx KCXÌ. tà µcx0rJµcxnKà i.crtopic;x (Stra­


bone, Geographia, VII, iii, 1).

177 - �
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Sembra inoltre che si fosse trattenuto sul posto abbastanza a


lungo da riuscire a dialogare con gli indigeni 7°. È quindi possibi­
le che nel suo resoconto avesse descritto un'eclissi di Luna e che
Ipparco avesse avuto l'idea di usare questo dato per determinare
la longitudine di Tuie. Naturalmente si tratta solo di una possi­
bilità teorica e se ne potrebbero immaginare altre. Resta il fatto
che non è plausibile che l'accuratezza che abbiamo verificato sia
il frutto del caso.

8.6 Altre due conferme

La ricostruzione proposta trova un'altra importante conferma


in un testo bizantino che preserva le affermazioni che erano state
fraintese da Posidonio e Tolomeo.
Simeone Seth, medico ed erudito, nonché protovestiario del­
l'imperatore Michele VII Dukas, è un interessante intellettuale
bizantino del XI secolo. Nella sezione relativa alla geografia ma­
tematica del suo piccolo trattato di scienze naturali, Conspectus
rerum naturalium 71, spiega che le differenze di longitudine pos­
sono essere espresse come ore di intervallo tra i tempi locali ed
espone il metodo ideato da Ipparco per calcolarle appunto sul­
la base della registrazione dei diversi tempi di osservazione della
stessa eclissi. A proposito delle dimensioni della Terra scrive poi:

Sulla grandezza della Terra erano sorte molte opinioni, ma poi


tutti hanno concordato che la sua intera circonferenza è di due­
centocinquantamila stadi, dimostrando tale risultato con metodo
geometrico 72.

70 Gemino, Introduzione ai fenomeni, VI, 9.


71
I:uvo'lflç tci>v <tmmKci>v, pubblicato in [Delatte], pp. 17-89.
72 m:pì cSè toù µqt0ouç tiiç yiiç 1toAÀ.aì )'Eyovam ooçm, àne(\>11vavto oè
ucrtEpov 1tavtEç roç crmcSioov µupta&ov EtKom 7tÉVtE Ècrtìv ii oAT] nepiµEtpoç
aùti'jç, à1to&içavtEç tò totoùtov faà µE0ocSoov )'EWµEtptKci>v (Simeone Seth,
Conspectus rerum naturalium, I, 7).

- - 178
Perché il mondo si restrinse

Seth afferma che tutti accettano le dimensioni della Terra de­


terminate da Eratostene (la differenza tra i 252.000 stadi, citati
da quasi tutte le fonti, e la cifra arrotondata 250.000 riportata da
Cleomede è ovviamente qui poco rilevante), nonostante la «mi­
sura corta» di 180.000 stadi fosse stata adottata da molti secoli.
Questa strana affermazione può spiegarsi solo in un modo: sup­
ponendo che il brano segua da vicino (probabilmente indiretta­
mente) una fonte ellenistica. Poiché poco prima Seth aveva espo­
sto il metodo di Ipparco per misurare le longitudini, in mancan­
za di geografi ellenistici posteriori, dobbiamo pensare che la sua
fonte ultima sia proprio Ipparco.
Seth prosegue:

La parte abitabile conosciuta della Terra termina a oriente in una


città dei Cinesi detta Sera n. Hanno appurato infatti che al di là
vi sono paludi e canneti e nessuna strada che vada verso regioni
più orientali. Questi Cinesi abitano la regione all'estremo orien­
te del mondo.
Tutti i Greci, tranne quelli che sono sempre nel giusto, hanno poi
l'opinione [seguente]. Verso occidente il mondo abitato termina
oltre la Spagna, presso l'Oceano Occidentale nel quale si getta il
nostro mare. A distanza invece di un migliaio di miglia dalla terra
sono le isole dette Fortunate, un tempo abitate e invidiate per la
salubrità dell'aria e la grande abbondanza e ora disabitate [...] 74•

7:l II termine LTJpa, la cui traslitterazione è Sera, in greco classico significa


semplicemente �cinese». Si può ipotizzare che la fonte di Seth indicasse que­
sta città con il termine Lf\pa µf\tpémoì..tç (metropoli cinese, ossia capitale del­
la Cina), che è usato anche da Tolomeo nella sua Geographia, e che Seth (che
usa un altro termine per �cinese») l'abbia inteso come il nome della città.
74
imi ii ÉyYCOOµÉVTJ o'{KTJcni; ÈV tft ì'fl Katà µèv ,iiv àvawAiiv 'tEÀEU'tçi ÈV
1t6À.Et nvì. ,rov I:ivrov ÀE)Oµèvn LT\P\X· ,à )'O'ÙV È7tÈKEtva 't<XU'tTJç, cix; icr,opoùcn,
'tÉÀ.µatci EÌ.crt K<XÌ. JCciA.aµot lC<XÌ. Òioooç éx1t'aùtiiç ÒVCltOA.lKro'tÉpa O'ÙK fonv. Ol
oc LlVOl OÙ'tOt 'ta éxvmoAtlCùl'tEpa µèpri OÌ.lCO'Ùcrt 'tO'Ù K6crµou. EÌ.<JÌ. oc 7tÒV'tEç
"EUrivEç ,ò òàyµa, 1tAi1V 1tàvu ÒtKm6.awt. Katà &: 'tiiv òùcnv 'tEÀEU'tçi ii
o'iKTJcni; È7tÈKEtva ,;;ç 'Icr1taviaç 1tpòç ,ép òunKép <iJJCEavép, Eiç ov è:µ�ciAÀEt <XvtTJ
i\ 1Ca0' iiµàç 0ciÀacrcra. éx7tèxoucn &: ocrov XtAirov µtÀirov òtci<J'tt'lµa à1tò ,;;ç
yiiç ai ÀE)'OµEVat 't<ÒV MaKciprov VÌÌ<JOt, ci{nVEç 7tpÌ.V OÌ. KOUµEVat OOOat K<XÌ.
È1ti<1>0ovot òtci 'tE 'tiiv E'ÙKpacriav wù àépoç Kaì. 'tiiv noUiiv à<1>0oviav, vùv
àoiKTJ'tOi Eicn (Simeone Seth, Conspectus rerum naturalium, I, 8).

-- 179 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

L'ampiezza dell'ecumene copre un intervallo di dodici ore. Infat­


ti quando il Sole sorge nella città di Sera, tramonta nelle Isole
Fortunate 75•

Naturalmente l'ultima frase, che esprime in modo immagini­


fico la differenza di dodici ore tra i tempi locali, è a rigore vera
solo al tempo degli equinozi, ma questo è un dettaglio poco si­
gnificativo. Seth afferma che quasi tutti i Greci sbagliano nel rite­
nere che l'ecumene termini poco oltre la Spagna. Si tratta di una
considerazione che probabilmente risale alla fonte intermedia,
mentre la disarmante ingenuità con cui si individuano come in­
superabile limite orientale dell'ecumene le paludi presso una par­
ticolare città cinese, come se queste potessero estendersi dal cir­
colo polare all'equatore, è certamente propria dello stesso Seth.
Si può sospettare che la fonte intermedia sia Giovanni Filopono,
poiché più avanti nello stesso trattato è citato un suo passo non
riportato da nessun altro autore 76•
II punto essenziale è che Seth non solo accetta allo stesso tem­
po l'antica misura di Eratostene della circonferenza terrestre e il
dato che le Isole Fortunate siano sul meridiano opposto a quello
della città cinese, ma sa anche che queste due nozioni implicano
che tali isole siano molto lontane dalle coste orientali dell'Ocea­
no Atlantico. Contrariamente all'opinione che l'ecumene termini
verso occidente subito dopo le Colonne d'Ercole (opinione che
Seth - e la sua fonte intermedia - sa ormai accolta da quasi tut­
ti i Greci), le Isole Fortunate sarebbero a una distanza di mille
miglia dalla costa: una distanza inferiore a quella delle Antille,
ma di gran lunga superiore a quella di tutte le altre isole atlanti­
che con cui si era cercato di identificarle. Probabilmente con la
cifra tonda di mille miglia si vuole solo alludere a una distanza
enorme. In ogni caso Seth possiede e trasmette tutti gli elementi

75
€crt1 OÈ tò µèv µfjKoç tfiç oi KouµévT1ç 61cicrtT1µa ciipciiv 6roOEKa. éitE
yàp 6 i\À.toç àvatEuÀ.À.Et ÈV �TJP<;X tii 1t6À.E1, 6-uvn Èv ta1ç MaKàpcov v11cr01ç
(Ivi, I, 12).
76
Ivi, III, 36. Per la probabile conoscenza di opere di Ipparco da parte
di Filopono vedi sopra, p. 129.

180 - -
Perché il mondo si restrinse

che portano alla corretta localizzazione delle isole; sa infatti che


sono sul meridiano opposto a quello della capitale della Cina e
poiché, a differenza di Tolomeo, non si inganna sulle dimensioni
della Terra, e di conseguenza non altera la scala delle longitudini,
questo meridiano non può che passare per i Caraibi.
Le idee riferite da Simeone Seth (che evidentemente aveva usa­
to una fonte ai suoi tempi ben poco diffusa) non furono accolte
dalla cultura bizantina successiva, come è mostrato anche dalle
deformazioni subite dalle sue affermazioni in una scelta di passi
della sua opera che fu attribuita all'erudito bizantino del XIII se­
colo Niceforo Blemmide 77•
Se il regresso delle conoscenze non fosse continuato a Costan­
tinopoli in quei secoli e le nozioni trasmesse da Simeone Seth fos­
sero state chiare ai dotti bizantini emigrati in Italia nel Quattro­
cento, Colombo sarebbe potuto partire con idee molto più chiare
sulle dimensioni della Terra e oggi non chiameremmo «indiani»
gli indigeni americani.
Un'ulteriore conferma della nostra ricostruzione, decisiva per­
ché quantitativa, è data dal seguente passo di Plinio, che finora
non era stato possibile interpretare:

A proposito di lunghezza e larghezza, ecco ciò che ritengo degno


di menzione. Per la circonferenza complessiva Eratostene, uomo
superiore agli altri per impegno in tutte le finezze della scienza,
e particolarmente in questo campo di studi, ha fornito la cifra di
252.000 stadi [ ... ]. Ipparco, studioso ammirevole sia per le sue
confutazioni di Eratostene che per tutto il resto della sua attività,
aggiunge a quella cifra un po' meno di 26.000 stadi 78•

77
Questo testo (pubblicato con il titolo Hfatoria Terrae e attribuito a Ni­
ceforo Blemmide in [GGM], 469b, 33-37) omette significativamente la frase
sull'opinione condivisa da quasi tutti i Greci. L'affermazione che l'ecumene
verso occidente si arresti subito dopo le Colonne d'Ercole viene così attribu­
ita all'autore, pur essendo seguita, senza che il compilatore avverta la con­
traddizione, dall'asserzione che le Isole Fortunate sono mille miglia più in
là. Inoltre non è riportato il dato sulla longitudine delle isole.
78 De longitudine ac latitudine haec sunt, quae digna memoratu putem.

Universum autem circuitum Eratosthenes, in omnium quidem litterarum sub­


tilitate, et in hac utique praeter ceteros sollers, quem cunctis probari video,

-- 181 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

La difficoltà nasce dal fatto che tutte le altre fonti, come abbia­
mo già ricordato, sono concordi nell'affermare che Ipparco aveva
accettato la misura della Terra ottenuta da Eratostene. È eviden­
te che Plinio, come spesso gli capita, ha fatto un po' di confu­
sione. Non è però troppo difficile capire di cosa stesse parlando
la sua fonte. Subito prima Plinio aveva discusso le dimensioni
del mondo abitato e non ha alcun senso parlare di «lunghezza
e larghezza» di un oggetto sferico come la Terra. La fonte aveva
evidentemente continuato a riferirsi all'ecumene (che spesso era
indicata con lo stesso termine usato per l'intera Terra), di cui ap­
punto i geografi erano soliti precisare lunghezza e larghezza, os­
sia l'estensione in latitudine e longitudine. Eratostene, in partico­
lare, aveva calcolato la lunghezza dell'ecumene lungo il parallelo
di Atene, ottenendo il risultato di 77.800 stadi, dei quali 5000 a
occidente delle Colonne d'Ercole 79•
Il passo deve quindi spiegarsi supponendo che Ipparco aves­
se esteso in longitudine l'ampiezza dell'ecumene aggiungendo a
quei 77.800 altri 26.000 stadi. Questo ampliamento non può
essere interpretato come una correzione alle misure di Eratoste­
ne (che, come sappiamo, Ipparco accettava), ma come un aggior­
namento che, prendendo atto di nuove conoscenze geografiche,
aumentava l'estensione del mondo conosciuto. Plinio, ritenendo
che i 26.000 stadi fossero stati aggiunti alla più famosa misura di
Eratostene (probabilmente la sola di cui aveva conoscenza), ossia
quella della circonferenza terrestre, aveva frainteso, confondendo
l'ecumene con l'intera Terra.
Semplici calcoli mostrano che il nuovo limite occidentale
dell'ecumene era alla longitudine 61 ° 32'W 80 • Come mostra la fi-

CCLII milium ,çtadiorum prodidit, [...]. Hipparchus, et in coarguendo eo, et


in reliqua omni diligentia mirus, adicit stadiorum paulo minus XXVI milia
(Plinio, Natura/i,ç Historia, II, 247).
79
Strabone, Geographia, I, iv, 5.
Ho Un grado di longitudine lungo il parallelo di Atene, usando la mi­
sura di Eratostene del meridiano, corrisponde a circa 552 stadi (che si
ottengono moltiplicando 700 per il coseno della latitudine di Atene, che
vale circa O, 788). I 31.000 stadi a ovest di Gibilterra, ottenuti aggiun-

- - 182 --
Perché il mondo si restrinse

-. .
MAR DEI CARAIBI

Figura 21. Il meridiano di longitudine 61 °32 'W.

gura 21, si tratta, con una precisione che lascia sconcertati, della
longitudine media delle Piccole Antille, che evidentemente erano
state incluse da Ipparco tra le terre conosciute.
La testimonianza di Plinio è preziosa perché conferma non
solo la nostra identificazione delle Isole Fortunate con le Piccole

gendo 26.000 stadi ai 5000 già considerati da Eratostene, corrispondono


quindi a circa 56, 17 ° di longitudine a ovest di Gibilterra, cioè alla longi­
tudine 61 °32'W.

- � 183 - �
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Antille, ma anche che la loro longitudine fosse nota a Ipparco:


due conferme tanto più significative in quanto precedono di circa
un secolo l'opera di Tolomeo.

8. 7 Si spiega una catena di errori

L'identificazione delle Isole Fortunate con le Canarie generò


errori a catena. Indusse Tolomeo (come Marino di Tiro e gli altri
geografi che Io avevano preceduto sulla stessa strada) a sbagliare
la scala delle longitudini e di conseguenza a ridurre le dimensioni
della Terra; inoltre causò il fraintendimento della longitudine di
Tuie e la sua identificazione con le Shetland. Queste errate iden­
tificazioni costrinsero poi Tolomeo a deformare in vari altri modi
la sua descrizione del mondo abitato, per far posto sulla sua carta
a questi strani mostri, nati ibridando gli antichi dati con le nuove
localizzazioni nel mondo ristretto di epoca romana.
Le deformazioni ottenute sono chiaramente visibili nella fi­
gura 22 e costituiscono ulteriori prove della ricostruzione com­
piuta fin qui 81•
Le Canarie, essendo state spostate alle latitudini delle Piccole
Antille, conservando la propria longitudine sarebbero finite nel
continente africano. Il problema era aggravato dalla circostanza
che Tolomeo riteneva che le isole fossero più a oriente di quanto
siano realrnente 82• Egli è perciò costretto a tagliare drasticamente

Hl
La figura è basata sulla carta in [Tolomeo:Stiickelberger Grasshoft],
p. 748.
H2
Come abbiamo già ricordato, secondo Tolomeo la differenza di lon­
gitudine tra le Isole Fortunate e le Colonne d'Ercole è compresa tra 6 ° 30' e
7 ° 30'. Tenendo conto della dilatazione sistematica delle longitudini opera­
ta da Tolomeo ciò dovrebbe corrispondere a una differenza di longitudine
media di 5 ° , mentre quella reale è in media il triplo. In base alla nostra ri­
costruzione questo errore si spiega facilmente, giacché Tolomeo non aveva
alcuna guida sicura per decidere come effettuare il raccordo tra la griglia
di longitudini ricavate dalle distanze fornite da Eratostene (che non aveva
considerato le Canarie) e il dato astronomico della longitudine delle Isole
Fortunate fornito da Ipparco.

184 - -
Perché il mondo si restrinse

O\.
10°
15•
20·
25• ° °
JD 35
40• 45°50• 55° 6()0 5°
6 70

Isole
Fort nate

Figura 22. La metà occidentale dell'ecumene di Tolomeo.

l'estensione occidentale del continente africano, facendo ritrarre


l'Africa a est delle Colonne d'Ercole, per non avvicinare troppo
le isole al continente africano.
Tuie, come abbiamo già notato, interpretando la longitudine
data da Ipparco come calcolata dalle Canarie, sarebbe finita più
a oriente della Britannia. Tolomeo, che la identifica con una delle
Shetland e pensa quindi che sia esattamente a nord della Britan­
nia, è allora costretto a far protendere la Scozia verso oriente per
porla sotto Tuie; per fare spazio a una Britannia così invadente
deve poi piegare a est anche la penisola dello Jutland.
Se, partendo da una carta tolemaica, si correggono tutti gli er­
rori la cui origine è chiaramente riconoscibile nei fraintendimenti
di Tolomeo si può avere un'idea di quale fosse stato il livello del­
la cartografia ellenistica.
9
Il ricordo nelle fonti classiche

9.1 La rotta occidentale per le Indie

I risultati ottenuti nel capitolo precedente ci obbligano a


credere che nel II secolo a.C. (se non anche prima) navi prove­
nienti dal Mediterraneo non solo avessero raggiunto i Caraibi,
ma ne fossero anche tornate; inoltre che si conoscessero lati­
tudini e longitudini delle nuove terre scoperte e che scienziati
come Ipparco le avessero inserite nelle loro trattazioni geogra­
fiche. Si deve quindi pensare a viaggi ripetuti, che ben difficil­
mente avrebbero potuto mancare di raggiungere la terraferma
americana. È mai possibile, avrà pensato il lettore, che tutto ciò
sia avvenuto senza che se ne parli mai nella letteratura, se non
nel criptico linguaggio di numeri riportati da autori che non
ne comprendevano più pienamente il significato'? È vero che la
stragrande maggioranza delle opere ellenistiche è perduta, ma
qualche traccia di questi avvenimenti dovrebbe pur essere rima­
sta nei pochi scritti conservati.
In questo capitolo cercheremo di trovarne qualcuna. Natural­
mente, data la totale perdita della letteratura punica, dovremo li­
mitarci alle fonti greche (o a quelle, indirette, latine): una limita­
zione presumibilmente molto severa.
Cercheremo innanzitutto tracce dell'idea di navigare verso oc­
cidente nell'oceano al di là delle Colonne d'Ercole e delle possi­
bili motivazioni di un progetto così rischioso.
La possibilità teorica di circumnavigare il globo era stata cer­
tamente immaginata sin da quando, nel V secolo a.C., ci si era
convinti della sfericità della Terra, ma naturalmente una tale idea

- - 187 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

non poté avere alcuna parvenza di realizzabilità prima che si co­


minciassero ad avere stime sulle sue dimensioni.
Aristotele, che è la fonte più antica che ci abbia trasmesso una
stima delle dimensioni della Terra, è anche il primo a suggerire,
seppure implicitamente, la possibilità di raggiungere l'Asia navi­
gando verso occidente:

Da queste osservazioni [sulle stelle visibili a diverse latitudini] è


evidente non solo la forma della Terra, ma anche che è una sfera
non troppo grande; altrimenti non si manifesterebbero così velo­
cemente gli effetti di spostamenti così piccoli. Perciò quanti so­
spettano che la regione delle Colonne d'Ercole sia vicina all'India
e che [tra esse] vi sia un unico mare non sembra che pensino cose
troppo incredibili. Usando come argomento anche gli elefanti, di­
cono che la loro specie si trova in ambedue i luoghi estremi, come
se ciò accadesse perché gli estremi sono tra loro vicini 1•

Aristotele ribadisce anche nei Meteorologica il concetto che vi


è un solo mare a separare le Colonne d'Ercole dall'India (termi­
ne che all'epoca, come abbiamo già ricordato, indicava terre che
si estendevano a oriente fino all'Oceano Pacifico, come del resto
continuò a intendersi fino alla prima età moderna) 2•
Nel III secolo a.C. la misura di Eratostene rese possibile valu­
tare con precisione la lunghezza di un'eventuale rotta occidentale
per l'Asia, come Eratostene stesso non manca di fare in un passo
dei suoi Geographica che è trasmesso da Strabone:

Se la grandezza dell'Atlantico non l'impedisse, potremmo navi­


gare dall'Iberia all'India lungo lo stesso parallelo, sulla parte che
resta dopo avere sottratto la distanza suddetta [cioè quella occu­
pata dall'ecumene, calcolata in 77.800 stadi], che è più di un ter­
zo dell'intero circolo, se è vero che il parallelo che passa per Ate­
ne, lungo il quale ho calcolato la distanza dall'India all'Iberia, è
minore di 200.000 stadi 3 .

1
Aristotele, De caelo, 298a, 9-15.
2
Aristotele, Meteorologica, II, 5, 362b, 12-30.
:i Strabone, Geographia, I, iv, 6.

- - 188
Il ricordo nelle fonti classiche

Qui si parla solo di una possibilità teorica, di fatto impedita


dall'immensità dell'oceano, ma altrove Strabone accenna a na­
vigatori che avevano realmente tentato l'impresa, anche se ave­
vano finito col desistere e tornare indietro perché sfiniti dalla
durata della traversata 4•
L'idea che si possa navigare da Cadice all'India andando ver­
so occidente è riaffermata anche in epoca imperiale (nonostante
fosse stata contestata, come vedremo, nel II secolo a.C.). Seneca
per esempio scrive:

Qual è infatti la distanza che intercorre tra gli estremi lidi spagno­
li e le coste dell'India'? Lo spazio di pochissimi giorni, se la nave
è spinta da un vento favorevole 5 •

La principale motivazione dell'impresa di Cristoforo Colom­


bo era stata la ricerca di una rotta per le «Indie>> che evitasse il
transito attraverso mari controllati da potenze ostili e l'idea che
una tale rotta fosse possibile navigando verso occidente proveni­
va dalla lettura di fonti antiche 6•
Anche nel II secolo a.C. la ricerca di una nuova «rotta per le
Indie» era divenuto un problema concreto in seguito alla politica
del re Tolomeo Pancione e dei suoi successori. Abbiamo già ri­
cordato le peripezie di Eudosso di Cizico che, dopo i suoi viaggi
in India conclusi per ben due volte con il sequestro del carico da
parte del sovrano d'Egitto, secondo Plinio riuscì a percorrere una
rotta dall'Oceano Indiano a Cadice circumnavigando l'Africa 7•
Secondo la versione di Posidonio riportata da Strabone, i tentati­
vi di Eudosso di circumnavigare l'Africa sarebbero invece falliti. Il
lettore è lasciato tuttavia con il sospetto di possibili ulteriori svi-

� Il passo di Strabone è riportato più avanti, a pp. 192-193.


" Quantum est enim, quod ab ultimis litoribus Hispaniae usque ad Indos
iacet? Paucissimorum dierum spatium, si nauem suus ferat uentus (Seneca,
Natura/es Quaestiones, I, praef., 13).
6
Vedi sopra, p. 54 e n. 37.
7
Vedi sopra, p. 100, n. 89.

189 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

luppi. Dopo aver riferito che Eudosso era partito da Cadice per
un'ulteriore spedizione, Posidonio infatti conclude:

Dunque ho narrato la vicenda di Eudosso fino a questo punto;


quanto accadde in seguito, con ogni probabilità lo sa bene la gen­
te di Cadice e dell'Iberia 8 •

Poco dopo Strabone riferisce che Posidonio avrebbe calco­


lato in settantamila stadi la distanza da percorrere per navigare
dall'Iberia all'Asia lungo una rotta occidentale 9 : una possibilità,
alternativa alla circumnavigazione dell'Africa, che evidentemente
aveva ben presente e che forse sospettava fosse stata scelta da Eu­
dosso nel suo ultimo viaggio 10•
I Cartaginesi, nell'imminenza della fine della città (ed eventua­
li gruppi di scampati anche dopo la sua distruzione), avrebbero
avuto altri ottimi motivi, se non l'avevano già fatto in preceden­
za, per inoltrarsi nell'Atlantico, dove i Romani non navigavano.

" Strabone, Geographia, II, iii, 5.


9 lvi, II, iii, 6. Anche Posidonio (che riteneva che il meridiano fosse

lungo 180.000 stadi e che l'ecumene occupasse in longitudine metà del


globo) calcola la lunghezza di una rotta oceanica lungo il parallelo di
Atene.
10
Anche la storia raccontata da Posidonio sui viaggi precedenti di Eu­
dosso contiene elementi che fanno sospettare che la sua fonte intendesse
suggerire, più che una circumnavigazione dell'Africa, una rotta occidentale
per l'Oceano Indiano. In particolare si dice che l'idea di una rotta diretta
dall'India a Cadice sarebbe stata suggerita a Eudosso dal ritrovamento in
Etiopia del relitto di una nave di Cadice. Un tale ritrovamento può far im­
maginare che il relitto fosse stato trascinato lungo una rotta oceanica verso
occidente più che avesse circumnavigato l'Africa (se la circumnavigazione
fosse invece avvenuta volontariamente, prima che la nave divenisse un re­
litto, bisognerebbe pensare che si trattasse di una rotta già praticata e quin­
di verrebbe completamente meno il senso complessivo della storia). Inoltre
Posidonio racconta che Eudosso aveva progettato di far tappa su un'isola
dove avrebbe potuto svernare; l'isola è detta a poca distanza dalla costa, ma
una tappa intermedia su un'isola avrebbe avuto più senso per una traversata
oceanica che per una navigazione costiera.

- - 190 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

In definitiva nel II secolo a.C. non mancavano certo le ragioni


per progettare viaggi oceanici verso occidente. Chi avesse tenta­
to l'impresa difficilmente avrebbe evitato di scoprire il continen­
te americano.

9.2 Il continente oltre l'Atlantico nelle trattazioni


geografiche

I trattati geografici conservano il ricordo di resoconti, conside­


rati inattendibili, di viaggi in paesi nuovi e lontani. Uno dei massi­
mi esperti di geografia del tardo impero, Marciano di Eraclea (vis­
suto in epoca incerta tra il III e il V secolo d.C.), sembra che ne co­
nosca ancora molti e sia infastidito dalla loro esistenza. Riferendo­
si a «trattati degli antichi>► (cruyypaµµam 'tcòv 1taì...atcòv}, scrive infatti:

[ ...] Coloro che scrivono facilmente peripli, volendo persuadere


chi capita riferendo nomi di luoghi e numeri di stadi, e ciò riguar­
do a regioni e popoli barbari dei quali non saprebbero neppure
dire il nome, mi sembrano superare in falsità lo stesso Antifane
di Berga. Quanti hanno compilato alcune particolari relazioni di
peripli dei quali conoscevano con sicurezza le regioni [attraversa­
te] e non ignoravano la lunghezza delle rotte, avendo esaminato
città e porti e le loro distanze, questi sembrano avere scritto tut­
to o la massima parte delle cose con quanta veridicità è possibi­
le; quanti invece, fidandosi di chi descrive ciò che non ha visto o
seguendo chi scrive di ciò che non conosce esattamente, hanno
confezionato scelte di resoconti di viaggi intorno al mondo, co­
storo è chiaro che ingannano non solo se stessi, ma anche chi ha
dato credito ai loro scritti 11 •

11 [...] oi ÒÈ: 'tO'l>ç 1tE:pt1tÀ.Ouç TtPOXEipcoç )1)11\jlUV'tEç, KCXÌ 'tO'l>ç ÈVTI.Y)'XllVOVtaç

7tE'.t0EtV È0ÈÀ.0Vtfç, témWV tf 1tpOcrr1)0piaç KCXÌ O"tClùtùlV apt0µòv ùlE/;toVtEç,


KCXÌ taùm ÈTtÌ xwpirov iì È0vciiv l3apl3aprov, òiv OÙÒÈ: 'tàç 1tpocrrrropiaç El7tE'.ÌV
&uvat'tO èiv ttç, avrov µot OOKO'Ù<Jl 'tÒV BEp-yuiov Avtt<l>llVTJ VEVllCTJKÉVCll tcji
'lfE'OOEl. '"Ocrot µÈV yèxp µEptKaç nvaç ÈTtOlT]O"CXVtO 1tE:pi1tA.ùlV ùlTJ'Y'lO"Etç, òiv
KCXÌ tà xropia crm1>ciiç ÈytVOlO"KOV, KCXÌ TÌ]V àvaµÉ'tpTJO"lV tiiç 0aA.attTJç 01)1(
TJ)'VOOUV, KCXÌ TtoA.Etç KCXÌ A.tµÉvaç KCXÌ tà Otacrtiiµata 1:0\YtO)V Kataµa06VtEç,
O'U'!Ol OOKO'Ù<JlV iì TtllVta iì ta Yf TtA.EÌO"ta µEtà tiiç ÈVOEXOµÉVTJç àA.TJ0Eiaç
- - 191 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

All'epoca di Marciano esistevano quindi ancora antologie di


«viaggi intorno al mondo» 12, ma si dava credito solo a chi de­
scriveva imprese molto meno ambiziose. È divertente che Mar­
ciano pensi che un esploratore venuto in contatto per la prima
volta con nuovi popoli per essere credibile debba poterne riferi­
re i nomi. Vorremmo poter leggere questi resoconti in cui si par­
lava di popoli che non avevano ancora un nome in greco, ma
non ne è rimasto nessuno.
La letteratura geografica conserva non solo il ricordo di reso­
conti di viaggio che avevano finito con l'essere considerati inat­
tendibili, ma anche tracce dello sviluppo delle conoscenze, reso
possibile da quei viaggi, che il collasso culturale aveva rapida­
mente spazzato via, rendendo incomprensibili a Posidonio e a
Tolomeo alcuni dei dati che leggevano nelle opere di Ipparco.
La convinzione, che abbiamo trovato in Aristotele e in Era­
tostene, che fosse possibile navigare verso occidente, lungo un
parallelo, dalla penisola iberica all'India, nel II secolo a.C. non
è più generalmente condivisa. Appare infatti l'idea nuova che ta­
le circumnavigazione sia impossibile per la presenza di un altro
continente, ossia di quell'<<altro mondo>> di cui aveva sentito par­
lare Seneca il Vecchio 13.
La fonte più ricca di informazioni che ci sia rimasta è, ancora
una volta, Strabone. Ecco un suo brano:

Non è verosimile che l'Oceano Atlantico [da Gibilterra all'Asia]


sia diviso in due mari, separati tra loro da uno stretto istmo che
impedisce la navigazione; è più probabile che si tratti di un unico
mare continuo. Coloro infatti che intrapresero la circumnaviga -

oc
ènqpa<pévm · ocrot ìì to"iç à1taY)'EiA.amv éim:p oùK è8Eacravt0 mcrtEooavtEç,
ìì w"iç cruyypawamv éim:p àKptPciiç oùK eyvoxmv àKoÀ.ou0i]cravtEç, ètloyétç
nvaç m:pi1tÀ.0>v ti;ç oìxouµi,vriç È1totiJcravt0, omot oi;À.ov wç oùX éautoùç
µ6vouç 111ta't'Tlcrav, àMà Kal t0ùç m:tcr8évtaç t0"iç ù1t' aùtciiv cruyypa<pE"im
(Marciano di Eraclea, Proemio all'epitome del 11Periplo del Mare Interno» di
Menippo di Pergamo, in [GGM], voi. I, pp. 564-565).
12
Una traduzione letterale dell'espressione originale è «peripli dell'ecu­
mene»; sul significato del termine «periplo» vedi la nota 39 a p. 201.
1:1
Vedi sopra, p. 104.

- - 192 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

zione e poi tornarono indietro non dicono di essere stati respinti


da un continente che li ostacolava e impediva di navigare oltre,
ma dalle privazioni e dalla solitudine, mentre l'ampiezza del ma­
re non era affatto diminuita 14•

Questo passo è interessante perché documenta tentativi di cir­


cumnavigazione del globo ma, come accade spesso a Strabone, il
suo discorso diviene veramente ricco di contenuto quando ripor­
ta opinioni opposte alle proprie. In questo caso continua inseren­
do una preziosa testimonianza su Ipparco:
Ciò [l'ipotesi di un unico mare] si accorda anche meglio con le mu­
tazioni dell'oceano riguardanti i flussi ed i riflussi; ovunque infatti
si ha lo stesso tipo di trasformazioni, sia per le alte che per le bas­
se maree, come se fosse prodotto dal movimento dello stesso mare
e per la stessa causa. Ipparco non è convincente quando afferma,
contro questa opinione, che né l'oceano subisce del tutto le stesse
trasformazioni né, ciò concesso, ne seguirebbe che l'Atlantico sia
tutto continuo in cerchio, chiamando a testimone dell'andamento
non uniforme [dell'oceano] Seleuco di Babilonia 15.

Ipparco aveva evidentemente argomentato contro l'opinione


che esistesse un unico oceano da Gibilterra all'Asia. Egli crede­
va cioè nell'esistenza di un continente intermedio, che separasse
l'oceano a ovest di Europa e Africa da quello a est dell'Asia.

14 OÙK ELKÒç oc 6t0aÀ.attOV EtVat 'tÒ 1té:ì..ayoç 'tÒ i\tÀ.aVnK6V, ì.cr0µo1ç

OtEtpyoµevov omro crtEvo1ç to1ç KroÀ.uoum tòv 1tEpi1tÀouv, aÀÀ.à µàÀ.À.Ov


cruppouv Kaì cruvExéç· o'i tE yàp 1tEpt1tÀE1v È)XEtpitcravtEç, Elta avacrtpéljlavtEç,
oùx Ù7tò TJ1tEipou nvòç àvnm1tto'UOTJc; Kaì KroÀuo'UOTJç tòv È1tÉ:KEtva 1tÀ.oùv
àvaKpoucr0i;vm <1>acri v, àUà u1tò à1topiaç Kaì. épriµiaç, où6év �ttov ti;ç
0aÀ.attrtç ÈXO'UOTJç tòv 1t6pov (Strabone, Geographia, I, i, 8).
10 to1ç tE 1ta0Em toù còKEavoù to1ç 1tEpì tàç àµm:ircEtç tcaì. tàç 1tÀrtµµupi6aç
òµOÀ.O�l 'tO'Ù'tO µàÀÀ.Ov· 7taVtrt )'O'ÙV Ò aùtòç tp61toç 'tciiV µEta�OÀ.ciiV Ù7tapXEl
tcaì tciiv m'.il;itcrErov Kaì µetcòcrErov, ìì où 1toÀÙ 1tapallittov, ci>ç àv é<i>' évòç
1tEÀ<i)'OUç ti;ç KlYrtO"Eùlç à1tOOtOOµÉVTtç KUÌ à1tò µtàç aì.tiaç. "l1t1tapxoç o·ou
m0av6ç écrn v àvnÀÉ)'(OV tfl 661;n taùtn, ci>ç ouf òµoto1ta0oùvtoç toù ÒlKEavoù
f

1tavtE À.ciiç , om·, Eì. 6o0Eirt tomo, àKoÀ.Ou0oùvtoç aùtcp toù cruppouv Elvm 1tàv
'tÒ K'UKM)l 1tÉ:À.a)'Oç 'tÒ i\tÀ.aVntcoV, 1tpòç 'tÒ µii òµoto1ta0E1V µap'tllpt XPÒlµEVOç
U:À.E'UKQ) 'tcp Ba�UÀ.ùlViQJ (lvi, I, i, 8-9).

- - 193
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

È molto interessante l'argomento usato da Ipparco per giun­


gere alla sua conclusione, che sulla base del testo di Strabone
può essere ricostruito nel modo seguente. O esiste un solo ocea­
no dalle Colonne d'Ercole all'Asia, oppure si tratta di due oceani
distinti, separati da (almeno) un continente. Poiché le maree di
mari diversi possono avere caratteristiche diverse (come era re­
so evidente, tra l'altro, dalla scarsa rilevanza del fenomeno nel
Mediterraneo), ma potrebbero anche essere eguali (come si può
immaginare accada per due mari con la stessa ampiezza e con­
formazione), se le maree atlantiche avessero lo stesso andamen­
to di quelle dell'Oceano Indiano non si potrebbe decidere quale
delle due possibilità si verifichi realmente. Nel caso contrario si
può però essere certi che si tratti di due oceani distinti. Poiché
Ipparco sapeva che le maree dei due oceani hanno caratteristiche
qualitative diverse (in particolare perché le diseguaglianze tra le
due alte maree giornaliere, che erano state studiate da Seleuco
nell'Oceano Indiano e nel Mare Arabico, dove sono vistose, non
sono avvertibili nell'Atlantico 16) ne aveva dedotto l'esistenza di
un continente intermedio.
Il ragionamento di Ipparco, che Strabone riferisce in parte (e
cerca di contestare con argomenti basati su dati falsi), si fonda
su fenomeni osservati nell'Oceano Indiano e sulle coste atlanti­
che dell'Europa e per essere concepito non richiede alcuna cono­
scenza geografica concreta relativa al continente americano. Poi­
ché però (se non ci siamo ingannati nell'interpretare il passo di
Plinio 17) Ipparco aveva incluso nella sua trattazione geografica
dati sulle Piccole Antille, che certamente derivavano da misure
effettuate sul posto, si può immaginare che avesse avuto notizia
anche di nuove terre di cui si discuteva se fossero altre isole o un
nuovo continente e che fosse intervenuto nel dibattito trovando
argomenti a sostegno della seconda ipotesi.
Strabone è spesso oscillante e incoerente. Mentre nel brano
che abbiamo appena letto aveva rifiutato con decisione la teoria

16
Le testimonianze sugli studi di Seleuco sulle maree ai quali si riferisce
Ipparco sono analizzate in [Russo FR].
17
Vedi sopra, pp. 181-184.

194 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

di Ipparco sul nuovo continente, altrove sembra solo disinteres­


sarsene. Per esempio scrive:

Chiamiamo ecumene quella che abitiamo e conosciamo, ma è


possibile che in questa stessa zona temperata vi siano in realtà
due ecumeni, o anche di più, specialmente in corrispondenza del
parallelo che passa per Atene ed è tracciato attraverso l'Oceano
Atlantico 18.

Il riferimento al parallelo di Atene non è immediatamente com­


prensibile, poiché un'ecumene non può certo trovarsi tutta su un
solo parallelo, ma evidentemente Strabone lo trae da una fonte
che sosteneva l'esistenza di una seconda ecumene. Poiché sappia­
mo che appunto lungo il parallelo di Atene Ipparco aveva calcola­
to i 26.000 stadi che occorreva aggiungere all'ampiezza calcolata
da Eratostene per arrivare alla longitudine delle Piccole Antille 19, la
fonte di Strabone è probabilmente proprio l'opera geografica di Ip­
parco. Si può sospettare che in realtà Ipparco a quella distanza non
avesse localizzato la fine della nostra ecumene, ma l'inizio dell'altra.
Il disinteresse per il nuovo continente è l'atteggiamento pre­
valente di Strabone. Ecco come illustra gli scopi del suo lavoro:

La prima cosa e la più importante, sia per la scienza sia per i bi­
sogni dello Stato, è cercare di dire nel modo più semplice la for­
ma e la grandezza di quella parte della Terra che cade nella carta
geografica, mostrando allo stesso tempo quale e quanta parte è
dell'intera Terra; è questo infatti che spetta al geografo. Discutere
invece dettagliatamente di tutta la Terra e di tutto lo «spondilo» 20 ,

111 Strabone, Geographia, I, iv, 6.


19 Vedi sopra, pp. 181-184.
20 S
trabone, come aveva chiarito precedentemente, usa la parola «span­
dilo» (un termine greco che può indicare un elemento di colonna, una testa
di carciofo o altri oggetti con la forma approssimativamente tronco-conica)
per indicare la parte del nostro emisfero compresa tra l'equatore e il circo­
lo polare e aveva dichiarato di prendere in considerazione solo una metà di
questo spandilo, racchiusa tra due meridiani opposti, che comprende terre
note e costituisce circa un quarto della superficie terrestre.

- - 195 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

di una zona del quale ho parlato, è compito di un'altra scienza,


come lo è [dire] se lo spondilo è abitato anche nell'altro quarto;
infatti se è così non è abitato da uomini che sono presso di noi,
ma costituisce un'altra ecumene, come è plausibile. Ma io parle­
rò di questa nostra 21.

Strabone ritiene «plausibile» (m0av6v) che «nell'altro quarto»


(cioè nella metà dell'emisfero settentrionale esterna all'Eurasia)
esista un'altra «ecumene>► (ossia un altro continente), ma non in­
tende occuparsene. Poco prima, riferendosi a Tuie e alle altre ter­
re esplorate da Pitea, aveva spiegato le ragioni di questa scelta:

Non vi è alcun vantaggio per gli scopi del governo nel conoscere
tali paesi e i loro abitanti, soprattutto se vivono in isole tali che
per la loro lontananza non possono recarci né danno né vantag­
gi. E infatti i Romani, potendo mantenere la Britannia, non pen­
sarono che ne valesse la pena, vedendo che non vi era nulla da te­
mere dai Bretoni (non sono infatti in grado di attraversare il mare
per attaccarci) e nulla da guadagnare nel dominarli. Sembra che
si guadagni più ora dalle gabelle di quanto si potrebbe ottenere
come tributo, se si deducono le spese dell'esercito necessario per
presidiare l'isola e riscuoterlo. Lo svantaggio diverrebbe ancora
maggiore per le isole circostanti 22 .

Alcuni lettori potrebbero però desiderare di essere informati an­


che su regioni del mondo non utili allo Stato romano per ricavarne
denaro. Strabone se ne rende conto e a loro consiglia altre letture:

21 T
à µèv oùv 1tpciiw Kaì. K\.lptrotata Kaì. 1tpòç ématiiµriv Kaì. 1tpòç tàç
XPEiaç tàç 7tOÀ.tnKàç taùta, O"Xfiµa KaÌ. µéye0oç Et7tEÌ:V roç a7tÀ.01JO"'tO'.'tO'.
È"fXElpEi:V 'tÒ 7tÌ:7t'tOV Eiç 'tÒV yecoypact,tKÒV 1tivaKa, auµ1tapaOTJÀ.O'ÙV'tO'. Kaì.
tò 1to16v n Kaì. 7tOO"'tOV µÉpoç tiiç OÀT]ç yiiç Éan· 'tO'Ù'tO µèv yàp OtKEÌ:OV
'tQÌ yecoypcicµc:p, 'tÒ OÈ KaÌ. 7tEpÌ. OÀ.T]ç aKpt�OÀ.O)'Et0"0at tf)ç yiiç KaÌ. 7tEpÌ. 'tO'Ù
0"7tOV01JÀO'U 1tavtòç �ç Aiyoµev çrovriç aUT]ç nvòç É7tlO"tT]µT]ç ÉO"tiv, oìov
Ei 1tEpt0tKEi:tm Kaì. Katà 0citepov tE'tO'.p'tT]µ6pwv ò a1t6vouÀ.oç· Kaì. yàp Ei
outcoç EXEl, oùx Ù7tÒ 't01J'tCOV YE OÌKEÌ:'tat tciiv 1tap' iiµi:v, aU' È:KElVTJV aÀÀ.TjV
OÌKOUµéVT]V 0EtÉOV, 07tEp ÉO"'tÌ. m0av6v. iiµi:v oè tà ÉV aùtfi tautn ÀEK'tÉOV
(Strabone, Geographia, II, v, 13).
22 Ivi,
II, v, 8.

- - 196 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

Se qualcuno vuole studiare anche queste [regioni] e gli altri argo­


menti astronomici che ha trattato Ipparco - io li tralascerò nel pre­
sente trattato in quanto già chiaramente esposti - li tragga da lui 2:i.

La teoria di Ipparco giudicata «plausibile� non è tuttavia di­


menticata. Parlando del mondo che costituirà l'oggetto della sua
opera geografica, Strabone non lo chiama infatti, come farà Tolo­
meo, l'«ecumene�, ma la «nostra ecumene� 24 .
Anche in opere geografiche posteriori appare a volte un con­
tinente al di là dell'Atlantico. Mentre però Strabone riteneva an­
cora l'oceano navigabile, almeno fino all'esaurimento degli equi­
paggi 25, successivamente si afferma l'opinione, che abbiamo già
trovato in Seneca il Vecchio 26, che le terre al di là dell'oceano sia­
no irraggiungibili. Plinio, per esempio, scrive:

Così i mari, diffusi da ogni lato, tagliano in due il globo e ci por­


tano via una parte del mondo: non c'è comunicazione, né da noi
a laggiù né da laggiù a noi 27 •

L'idea di un continente inaccessibile perché separato da noi


da un oceano che costituisce una barriera insuperabile è trasmes­
sa anche da Cleomede:

Non ci è possibile andare dai perieci [ossia da coloro che vivono


alle nostre latitudini, ma al di là dell'Oceano] perché l'Oceano
che ci separa da loro non è navigabile ed è infestato da mostri
marini, né da coloro che sono nella zona temperata nell'emisfe­
ro australe, poiché ci è impossibile attraversare la zona torrida 28•

2:1
Ivi, II, v, 43.
24
Ibidem (l'espressione �Ia nostra ecumene» è ripetuta due volte).
20 Vedi il brano riportato nella nota 14 a p. 193.
26 Vedi sopra, pp. 104-105.
27 Sic maria circumfusa undique dividuo globo partem orbis auferunt no­

bi.�, nec inde huc nec hinc ilio pervio tractu (Plinio, Naturalis Historia, II, 170).
2H
outE yàp 1tpòç toùç 1tep10i1rnuç itµìv 1topeurn0m ouvmòv otà tò
èi1tÀCùtOV dvm Kaì. 0rJptroOTJ tòv oieipyovta itµàç à1t' aùtciiv roKEav6v, outf

� - 197 � -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Sin da quando si era chiarito il ruolo della latitudine nel deter­


minare il clima, gli studiosi greci si erano convinti che gli uomini,
avendo la necessità di evitare temperature troppo basse o troppo
alte, potessero vivere solo in regioni abbastanza distanti dai poli
e dall'equatore. Si riteneva quindi che le zone abitabili della ter­
ra costituissero due fasce disgiunte e prive della possibilità di co­
municare: una nel nostro emisfero boreale e l'altra nell'emisfero
australe 29. La teoria trasmessa da Cleomede e Plinio vi aveva ag­
giunto l'esistenza del continente individuato da Ipparco, diviso
dalla nostra ecumene da oceani non navigabili. Le parti abitabili
della terra erano così divenute quattro, separate tra loro da sud a
nord dalla fascia torrida e da est a ovest da due oceani.
Qualche interesse ha anche la variante di questa teoria geogra­
fica sostenuta da Cratete di Mallo, che per illustrarla aveva costru­
ito un mappamondo di grandi dimensioni 30•
La variante, così come è stata ricostruita da Mette 31 ed è
esposta da Macrobio (che non l'attribuisce ad alcun autore in
particolarer12 consisteva nel supporre che la fascia compresa tra i
due tropici, che separa le zone abitate dei due emisferi, non fosse
solo inabitabile perché torrida, ma anche occupata dall'Oceano.
Cratete di Mallo, primo direttore della Biblioteca di Perga­
mo, grosso modo contemporaneo di Ipparco, è noto soprattutto
come grammatico e filologo, in particolare per i suoi commenti
a Omero 3:i_ Convinto che Omero avesse una conoscenza pres­
soché perfetta della geografia, Cratete legge nei poemi omerici
anche la sua teoria geografica (che è ricostruibile appunto ana­
lizzando frammenti dei suoi lavori di esegesi omerica). Non bi-

1tpòç 'tOÙç EXOVtaç 'tÌ"]V CÌV'tEUKpU'tOV, È7tEÌ CÌùUVa'tOV Ì"]µ'iv 'tT]V ùtUKEKaUµÉVllV
u1tEpl3fivm (Cleomede, Caelestia, I, 1, 262-267).
29 Aristotele, Meteorologica, II, 5 (362a, 32-34}; Cicerone, De re publica,
VI, 20; Plinio, Naturalis Historia, II, 172; Macrobio, Commentarii in Som­
nium Scipioni,ç, II, v, 12, 16.
:w Strabone, Geographia, II, v, 10.
:n [Mette].
:12 Macrobio, Commentarii in Somnium Scipionis, II, ix, 1-7.
:n I frammenti di Cratete sono raccolti e discussi in [Cratete:Broggiato].

- - 198 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

Figura 28. Una ricostruzione del globo di Cratete di Mallo.

sogna però credere per questo alla sua pretesa di avere tratto le
proprie conoscenze dall'Iliade e dall'Odissea. Che ne sia consa­
pevole o meno, Cratete compie proprio l'operazione inversa, at­
tribuendo a Omero le teorie dei suoi tempi, sulle quali sembra
abbastanza informato 34 ; tra le nozioni di geografia matematica
ellenistica che crede di ritrovare nei poemi omerici vi è per esem­
pio la variazione della durata del giorno al mutare della latitu-

4Secondo Aezio Seleuco di Babilonia aveva esposto la propria importan­


:i
te teoria delle maree polemizzando contro Cratete ([DG], 383b, 17-25). Evi­
dentemente i contemporanei prendevano in considerazione Cratete non so­
lo come grammatico e filologo, ma anche come studioso di geografia fisica.

- - 199 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

dine. La strana idea che l'Oceano occupasse anche la zona com­


presa tra i tropici risaliva a Cleante di Asso, che l'aveva sostenuta
nel III secolo a.c.:i 5_ Cratete la modifica supponendo che l'ocea­
no, con due suoi bracci, divida in due le zone abitabili anche lun­
go i paralleli; vi aggiunge cioè l'idea nuova dei suoi tempi che al
di là dell'Atlantico vi fosse un altro continente (che cominciava
quindi ad apparire anche sui mappamondi).
Dalle fonti trapela qualche informazione sulla conformazio­
ne del nuovo continente? Ricordiamo che Strabone, riferendo
l'opinione di Ipparco da lui rifiutata, aveva accennato a <<uno
stretto istmo)f che impedirebbe di raggiungere l'Asia navigan­
do verso occidente. Nel contesto del suo discorso sembra solo
un'allusione al fatto che, essendo l'oceano libero da terre per
un lungo tratto sia navigando da Gibilterra verso occidente, sia
navigando verso oriente partendo dall'Asia (anche se non si ca­
pisce da chi Strabone avrebbe saputo della seconda esperienza),
un eventuale continente intermedio dovrebbe essere molto stret­
to. Un'allusione allo stesso stretto istmo, anche questa volta per
negarne l'esistenza, è però stranamente presente anche nel De
facie di Plutarco 36 . L'eventuale presenza di un istmo tra due di­
versi oceani potrebbe essere stato un frequentato argomento di
dibattito. Sembra, per esempio, che ve ne sia traccia anche in
quest'altro brano di Strabone:

In uno di questi quadrilateri 37 [•••] diciamo che è collocata la no­


stra ecumene, bagnata tutt'intorno dal mare come un'isola: ho

35
Gemino, Introduzione ai fenomeni, XVI, 21. Gemino considera com­
pletamente errata non solo l'idea che la zona torrida sia occupata dall'ocea­
no (idea che fa risalire a vari «antichi�, dei quali nomina solo Cleante, e che
ricorda come poi fosse stata accolta anche da Cratete), ma anche che sia
inabitabile per il caldo.
=
16
Plutarco, De facie quae in orbe lunae apparet, 921B-D. È probabil­
mente un caso, ma immediatamente dopo l'accenno all'istmo viene nomi­
nato Ipparco.
=
17
Si tratta di quadrilateri della superficie terrestre limitati a sud e a nord
rispettivamente dall'equatore e dal circolo polare artico e lateralmente da
due archi di meridiani opposti.

200 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

già detto infatti che ciò è mostrato dai sensi e dalla ragione. Se
poi qualcuno non crede a questo argomento, per la geografia non
vi è alcuna differenza tra il fare [della nostra ecumene] un'isola o
ammettere ciò che sappiamo per esperienza: che si può circum­
navigare da entrambi i lati, dall'oriente e dall'occidente, tranne
piccole regioni intermedie. Chi infatti fa geografia cerca di descri­
vere le parti conosciute dell'ecumene, tralasciando quelle ignote
e quelle a lui esterne 38•

La circumnavigazione di cui si parla in questo brano è stata


intesa in genere come un percorso intorno all'ecumene, lungo
le sue coste. Probabilmente era questa l'idea di Strabone, ma
non si capisce come ,,piccole regioni intermedie» potrebbero im­
pedire una rotta di questo tipo, né perché si dovrebbe parlare di
navigazione «da est» o «da ovest►►• Poiché l'esistenza di piccole
regioni intermedie che impediscono la circumnavigazione ha un
preciso riscontro nell'istmo che, secondo l'opinione di Ipparco,
impedisce all'oceano a ovest di Gibilterra di comunicare con
quello a est dell'India, probabilmente, se non Strabone, almeno
la sua fonte intendeva affermare che la circumnavigazione del
globo terrestre 39 fosse impedita da strette «regioni intermedie»,
ossia da un istmo.

:rn èv 0atÉpc:p 8ii tciiv tEtpmtÀEupcov toutcov [ ...] i8pùcr0ai <1>aµEv tiiv
1m0' iiµàc; oi1wuµÉVT1V m:piKAucrtov 0aA.Cittn Kaì. ÉotKUìav viJcrw EipT1tm
yàp on Kaì. tfl aicr0iJcrEt Kaì. t<ii 11.6-ycp &iKVutm toùto. Ei o· àmcrtEì ne; t<ii
A.6-ycp toutc:p, 8ta<i>Épot èiv npòc; tiiv )'Ecoypa<1>iav oùoÈv vi'jcrov notEìv, iì om:p
È1C tfiç m:ipaç ÈA.a�OµEV tOUtc:p cru-yxcopEÌV, on lCUÌ. Ò7tÒ tfiç T]Oùç É1CatÉpC00EV
1tEpi1t11.ouc; ècrtì. Kaì. ànò tric; ècr1tÉpac; 7tATJV 611.iycov tciiv µÉcrcov xcopicov. taùta
8" où 8ta<1>ÉpEt 0aA.Cittn m:patoùcr0m iì 'Yf1 àottjtc:p· ò yàp )'Ecoypa<1>ciiv çTltEì tà
yYOlptµa µÉpTI tfic; oiKouµÉvTlc; Eim:ìv, tà 8' èiyvcocrta è(i Ka0am:p Kaì. tà il;co
aùtfic; (Strabone, Geographia, II, v, 5).
:i Il termine m:pi1t11.ouc; (dal quale viene il nostro «periplo»), ossia «cir­
9

cumnavigazione», indicava tradizionalmente la navigazione costiera lungo


un'isola, un mare interno o anche un continente, ma aveva finito con l'es­
sere usato anche per le ipotizzate circumnavigazioni intorno al globo terre­
stre, come è provato dal passo di Strabone riportato a p. 193 nella nota 14.

- - 201 --
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

9.3 Il continente oltre l'Atlantico nelle fonti letterarie

Anche negli antichi scritti letterari è spesso menzionato il


nuovo continente. Per esempio Eliano, all'inizio del III secolo
d.C., fa descrivere da un Sileno le straordinarie caratteristiche
di un enorme continente al di là dell'Oceano Atlantico, in cui
vivrebbero animali colossali e uomini di dimensioni e longevità
doppie rispetto alle nostre 40. II contesto è evidentemente fanta­
stico, ma pochi avrebbero scommesso sulla realtà degli antichi
viaggi in India se ci fossero rimaste solo le notizie di Pomponio
Mela sulle sue formiche giganti e i suoi serpenti che inghiotto­
no elefanti, o le fantastiche descrizioni di Astomi e Sciapodi ri­
ferite da Plinio 41 . All'origine di quelle storie vi erano però reali
spedizioni in India. Poiché ora sappiamo che era stata raggiunta
anche l'America, è possibile che, analogamente, anche la storia
narrata da Eliano sia il risultato del progressivo migrare nel leg­
gendario di reali resoconti di viaggio.
Credo che un criterio spesso utile per distinguere tra le cono­
scenze con un'origine reale poi sconfinate nel fantastico e raccon­
ti con elementi di plausibilità nati da leggende sia Io studio della
loro evoluzione nel tempo. Se i racconti divengono via via meno
plausibili è lecito sospettarne un'origine realistica; quando invece
gli elementi realistici aumentano al trascorrere del tempo, si può
scommettere sull'origine leggendaria 42•
Nella tragedia Medea di Seneca si legge:

Verranno in anni lontani generazioni per le quali l'Oceano po­


trà allentare le catene e una terra grande spalancarsi; Teti po-

40
Eliano, Storie diverse, III, 18.
41 Vedi sopra, p. 107 e p. 109.
42 Un esempio del secondo caso è dato dalla leggenda degli specchi usto­

ri con cui Archimede avrebbe incendiato le navi romane. Mentre Polibio non
ne parla affatto e Galeno accenna solo a navi incendiate da lontano, senza
dire nulla sulla tecnica usata, successivamente i resoconti si fanno via via più
precisi, finché si arriva a tarde fonti bizantine che descrivono tutti i dettagli
costruttivi degli specchi.

- -- 202 � -
Il ricordo nelle fonti classiche

trà mostrare nuovi mondi e la terra non avere più Tuie come
limite estremo +3•

Da questi versi, che furono molto popolari all'epoca delle


grandi scoperte geografiche e furono citati più volte da Cristoforo
Colombo, è stata tratta l'espressione «nuovo mondo» per indicare
l'America. Il linguaggio profetico e poetico sembra togliere ogni
parvenza di credibilità a queste parole, che acquistano però un
senso diverso alla luce di quelle del padre, Seneca il Vecchio, che
già accennava a un «altro mondo ►► posto al di là dell'Atlantico:

Dicono che [... ] oltre l'Oceano vi siano di nuovo altri lidi e na­
sca un altro mondo ++.

Il figlio aveva tradotto in versi profetici l'affermazione che il


padre aveva riportato in prosa come opinione diffusa. Alla luce
dei passi letti nel paragrafo precedente, possiamo congetturare
che se potessimo risalire alle fonti perdute di Seneca padre trove­
remmo seri trattati geografici.
Antonio Diogene, probabilmente nel II secolo d.C., aveva
scritto un romanzo dal titolo 24 libri sulle incredibili meratJiglie
al di là di Tuie ('t&v u1tÈp 0oUÀ.TJV à1tio--trov Myot Kò'), nel quale si
raccontavano viaggi attraverso l'oceano, a Tuie e oltre Tuie, e an­
che sulla Luna. Ne abbiamo solo la breve epitome fattane nel
IX secolo dal patriarca bizantino Fazio, che presenta l'opera scri­
vendo tra l'altro:

[Antonio Diogene] afferma di rielaborare personalmente un'anti­


ca vicenda di fantasia, aggiungendo che, sebbene egli dia forma
a racconti privi di credibilità e di qualunque fondamento, si basa
tuttavia - per la maggior parte delle storie narrate - su testimo-

+3 Venient annis saecula seris I quibu.� oceanus vincula rerum I laxet et in­
gens pateat tellus I Tethysque novos detegat orbes I nec sit terris ultima Thule
(Seneca, Medea, 374-379).
++ Aiunt [...] ultraque Oceanum rursus alia litora, alium nasci orbem. [... ]
(Seneca il Vecchio, Suasoriae, I, 1). Per il contesto vedi sopra, pp. 104-105.

- - 203 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

nianze di autori più antichi, partendo dalle quali ha messo insie­


me con fatica la sua opera. Prepone inoltre a ciascun libro i nomi
di coloro che hanno trattato tale materia prima di lui, affinché i
prodigi che narra non sembrino mancare di attestazioni 45•

Purtroppo non ci resta nessuno degli scritti più antichi cui


aveva attinto Antonio Diogene e Fozio non ne cita autori e tito­
li. Sembra però di capire a quale genere letterario appartenesse
un'opera come quella di Antonio Diogene, ritenuta priva di qual­
siasi credibilità dal proprio autore, che ciononostante la riveste di
finta serietà fornendola di una dettagliata bibliografia. Si trattava
evidentemente di una parodia (anche se gli aspetti umoristici non
trapelano facilmente attraverso l'epitome che ce ne ha lasciato Fo­
zio). Poiché tra i paesi fantastici visitati dai protagonisti vi sono
Tuie e luoghi oltre Tuie in cui la notte dura un mese, sei mesi o
anche un anno intero (!) dobbiamo credere che tra i bersagli del­
la parodia vi fosse il trattato Sull'Oceano di Pitea.
Un'opera che si è conservata, probabilmente simile a quella
di Antonio Diogene, è la famosa Storia vera di Luciano. In que­
sto caso l'intento parodistico è chiarito dall'autore fin dall'inizio:

Per loro [i cultori delle belle lettere] costituiranno un'attrattiva


non solamente l'originalità del soggetto e la bellezza della trama,
o il fatto che pubblichiamo panzane d'ogni tipo, riportate però in
modo persuasivo e con verosimiglianza, ma soprattutto l' allusio­
ne scherzosa a qualcuno degli antichi poeti, scrittori e filosofi, au­
tori di tante storie mostruose e favolesche (dei quali avrei anche
citato il nome, se alla sola lettura, non ti dovesse risultare chiaro)
che ciascuna delle vicende qui raccontate contiene; tra questi, per
dirne alcuni, c'è Ctesia, figlio di Ctesioco, da Cnido, che scrisse
sull'India e sui popoli vicini cose che egli né vide di persona né
sentì da fonte fededegna. Anche Giambulo riportò molte notizie

�5 AÉ)'Et oc eautòv on itotTJt11c; Ècm KCù!.Upòiaç itaÀ.<ltàç, Kaì. on Ei Kaì. èimcrta


Kaì. 'l'EU&ii itÀ.cittot, àt,)..: oùv EXEt ltEpì. tciiv itÀ.Eicrtrov aùtcp µu0oÀ.oYll0Évtrov
àpxawtéprov µaptupiac;, Èç cliv crùv Kaµat()l taùta cruva0poicrEtE· itpotattEt
oc Kaì. ÈKacrtou �t�À.iou toùç èivopac; o'i tà totaùta 1tpoa1tE<1>11vavto, roc; µi,
OOJCEÌY µaptupiac; XTJPEUEtV tà èimcrta (Fozio, Bibliotheca, codex 166, 11 la).

- - 204 - -
Il ricordo nelle fonti classiche

incredibili sul Grande Mare, creando un'opera da tutti ritenuta


un'invenzione fantastica, ma ciò non di meno costruendo il suo
racconto in modo non spiacevole. Molti altri poi, seguendo lo
stesso criterio, scrissero di viaggi e peregrinazioni come se li aves­
sero fatti di persona, descrivendo bestie enormi, uomini crudeli e
strani modi di vivere. [...]
Quando le opere di questi autori mi capitarono tra le mani
non me la sentii di criticarli più di tanto, per le loro bugie. [ ... ]
Anch'io, pertanto, m'impegnai, per civetteria, a lasciare qualcosa
di mio ai posteri, affinché non rimanessi l'unico non partecipe di
tale licenza favolistica. [...] Scrivo dunque di cose che non vidi,
non mi capitarono, non seppi da nessuno, e che per di più non
esistono affatto, né a priori possono accadere. Chi si trovi a leg­
gerle non ci deve assolutamente credere 46•

Subito dopo Luciano inizia il racconto vero e proprio:

Ecco dunque che prendo il largo, partendo dalle Colonne d'Er­


cole, e diretto verso Occidente, col vento in poppa, m'inoltro
nell'Oceano [...]. Il giorno successivo, al levar del sole, il vento
rinforzava, il mare s'ingrossava, ci si metteva pure la nebbia: in
quel modo, non era più possibile neppure ammainare la vela! Ci
affidammo al vento, allora, abbandonandoci ai suoi capricci, e
così passammo settantanove giorni in balìa della tempesta, fin­
ché improvvisamente, all'ottantesimo, un sole sfolgorante ci fece
vedere, non lontano, un'isola eccelsa e boscosa, battuta da maro­
si non troppo violenti: la mareggiata, infatti, aveva perso molto
della sua furia. Ci avvicinammo, sbarcammo 47•

Luciano sbriglia poi la fantasia immaginando che la nave


viaggi nel cielo, raggiunga la Luna e Venere, sia inghiottita da
un'enorme balena e così via inventando. Tra i luoghi fantastici
e inverosimili visitati dai protagonisti del racconto c'è un «mare
congelato», nonché la città di quei «Beati» che davano il nome al­
le Isole Fortunate. Dopo una serie di avventure del tutto incredi-

46
Luciano, Storia uera, I, 2-4.
47 lvi, I, 5-6.

- - 205 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

bili la storia si conclude con l'evento presentato come il colmo


delle panzane: lo sbarco dei protagonisti nel continente al di là
dell'Oceano Atlantico. Se ci si chiede quali fossero i contenuti
delle opere che Luciano fa oggetto di parodia, sembra di potere
verosimilmente individuare, oltre al trattato di Pitea (dal quale è
evidentemente tratto l'elemento del mare congelato) il resoconto
di una traversata oceanica che, dopo aver fatto tappa alle «Isole
dei Beati», approda nel continente al di là dell'Atlantico.
Secondo Fozio, Luciano si sarebbe ispirato ad Antonio Dioge­
ne, che a sua volta avrebbe indicato come proprio precursore An­
tifone di Berga 48. Sembra che le parodie dei resoconti di viaggio
che avevano perso credibilità avessero costituito un nuovo genere
letterario. Mentre però possiamo farci un'idea abbastanza precisa
di questo genere leggendo Luciano e l'epitome di Fozio del ro­
manzo di Antonio Diogene, abbiamo perso totalmente le opere
parodiate. Non possiamo quindi sapere quanti degli antichi reso­
conti, e in che misura, fossero attendibili, ma certamente con il
restringersi degli orizzonti geografici di cui abbiamo parlato nel
§5.4 si era diffuso lo scetticismo anche verso quelli veritieri, co­
me è possibile dimostrare per il trattato di Pitea.
Si può ragionevolmente supporre che alcune delle opere ri­
dicolizzate da autori come Luciano mescolassero dati reali con
notizie di seconda mano non vagliate criticamente. Sembra que­
sto, per esempio, il caso dei soli due autori che Luciano cita
esplicitamente: Ctesia di Cnido e Giambulo. Il primo, attivo ne­
gli anni a cavallo tra V e IV secolo a.C., aveva scritto una storia
della Persia che, anche se era stata criticata da vari autori per
lo scarso vaglio critico delle testimonianze usate, non era pe­
rò un'opera di fantasia, ma un lavoro inserito nella tradizione
erodotea, basato su materiali raccolti negli anni in cui l'autore
era stato in Persia come medico di Artaserse Il. Diodoro Sicu­
lo l'aveva usato come fonte principale per il II libro della sua
Bibliotheca historica. Anche il resoconto di Giambulo del viag­
gio in un'isola che sembra localizzata nell'Oceano Indiano (del

4
11 Vedi sopra, p. 102, n. 99.
Il ricordo nelle fonti classiche

quale abbiamo una breve sintesi tramandata da Diodoro Sicu­


lo 49} potrebbe avere fuso elementi certamente fantastici (come
la descrizione di un popolo dotato di lingua bifida) con notizie
veritiere oggi difficilmente verificabili.
Tra i viaggi letterari attraverso l'Atlantico inseriti in un con­
testo mitico vi è quello descritto da uno dei principali personag­
gi del dialogo di Plutarco De facie quae in orbe lunae apparet,
il cartaginese Silla, che dice di riferire ciò che ha sentito da un
abitante del continente che è oltre l'Oceano. Ecco l'inizio del
suo racconto:

Il suo autore esordì per noi con un verso di Omero: un'isola, Ogi­
gia, sta lontana nel mare, distante dalla Britannia cinque giorni
per chi naviga in direzione dell'occidente. Altre tre isole si trova­
no più avanti, ugualmente distanti da questa e tra loro, sempre
nella direzione del tramontar del sole nell'estate. In una di que­
ste isole, dice la favola raccontata dai nativi, è stato imprigionato
da Zeus Crono 50 e accanto a lui è insediato l'antico «Briareo» che
ha la guardia di quelle isole e del mare che chiamano Cronio. Il
grande continente, da cui è tutt'intorno circondato il grande ma­
re, dalle altre isole è meno lontano ma da Ogigia dista all'incir­
ca 5000 stadi se vi si è portati navigando a forza di remi: perché
il mare è difficile da varcare, reso fangoso dalla grande quantità
delle correnti. Le correnti sgorgano dalla grande massa di terra
[del continente] e da esse si formano depositi alluvionali: il mare
è denso e terroso, tanto da aver anche fatto credere che sia con­
gelato. Le zone costiere del continente sono abitate da Greci, in­
torno a un golfo non meno grande della Meotide il cui sbocco è
all'ingrosso in linea retta con quello del mar Caspio; essi si con­
siderano e chiamano se stessi continentali e invece «isolani coloro
che» abitano questa [nostra] terra in quanto è intorno completa­
mente circondata dal mare. Credono poi che, mescolati da ultimo
alle genti di Crono, coloro che erano giunti insieme con Eracle ed
erano stati lasciati indietro abbiano come riacceso in una forte e
grande fiamma la scintilla della grecità che là ormai andava spe-

49
Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, II, 55-60.
50
L'idea di un'isola in cui è imprigionato Crono (che abbiamo già in­
contrato; vedi p. 103, n. 104) è probabilmente una variante del mito delle
Isole Fortunate in cui si arresta il fluire del tempo.

- - 207 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

gnendosi, sopraffatta dalla lingua, dalle usanze e dai modi di vita


dei barbari; per questa ragione Eracle ha [da loro] i primi onori
e Crono i secondi ò1.

Opere letterarie come quelle considerate in questo paragrafo,


essendo interpretabili come il frutto di pura fantasia, non avreb­
bero fornito di per sé elementi significativi a sostegno della tesi
che navi provenienti dal Mediterraneo avessero raggiunto il con­
tinente americano, ma alla luce dei risultati esposti nel capitolo
precedente possono essere verosimilmente interpretate come eco
distorte di resoconti, non più creduti, di traversate oceaniche.
Dall'analisi compiuta fin qui sembra di poter dedurre che la
conoscenza di terre al di là dell'Atlantico, ancora estranea a Era­
tostene (secondo il quale l'ampiezza dell'ecumene in longitudine
si estendeva a occidente delle Colonne d'Ercole solo per 5000
stadi calcolati lungo il parallelo di Atene) sarebbe stata acquisi­
ta all'epoca di Ipparco e di Cratete, cioè intorno alla metà del
II secolo a.C. Le testimonianze sulla scoperta delle Isole Fortu­
nate da parte dei Cartaginesi suggeriscono la congettura che le
informazioni sulle nuove terre fossero arrivate al mondo greco in
occasione della distruzione di Cartagine. In questo caso, dato il
successivo rapido restringersi degli orizzonti geografici, sul tema
del «Nuovo Mondo►> non avremmo potuto aspettarci di trovare in
letteratura più di qualche accenno nelle testimonianze sulle opere
perdute di Ipparco e di suoi contemporanei come Cratete, residui
nei trattati dei geografi successivi e riferimenti increduli nei lavori
letterari di epoca imperiale. Non avremmo potuto cioè aspettarci
di trovare molto più di ciò che abbiamo realmente trovato.

"1 Plutarco, De facie quae in orbe lunae apparet, 941A-C. Crono ed Era­
cle erano le divinità con cui i Greci identificavano gli importanti dei, feni­
ci e cartaginesi, Baal e Merkal. Ricordiamo come curiosità che Keplero, che
pubblicò una traduzione commentata del dialogo di Plutarco, non dubitava
che vi si parlasse dell'America.

208 - -
10
Questioni chiuse e problemi aperti

10.1 Il risultato

È giunto il momento di fare il punto sui risultati raggiunti, di­


stinguendo tra quelli certi e quelli solo plausibili, e sui possibili
scenari che si aprono.
Credo che si debba considerare certa l'affermazione seguente.
(A) Nelle fonti di Tolomeo con il nome di Isole Fortunate si
intendevano le Piccole Antille, mentre successivamente (in -parti­
colare da parte di Tolomeo stesso) queste isole erano state erro­
neamente identificate con le Canarie.
Poiché il metodo con cui il risultato (A) è stato ottenuto è in­
solito in storiografia, vale la pena riepilogare le ragioni che lo
rendono in pratica certo. Da (A), che è coerente con le nostre co­
noscenze storiche e in particolare con il crollo delle conoscenze
geografiche relative all'Oceano Atlantico verificatosi dopo la di­
struzione di Cartagine, discendono come conseguenze questi fat­
ti documentati:

1. Tolomeo attribuisce alle Canarie le latitudini delle Piccole An­


tille, commettendo un errore enorme: in media circa 15° .
2. Tolomeo assegna all'arcipelago delle Canarie (che si estende
soprattutto in direzione est-ovest) l'ampiezza di un solo grado
di longitudine e 5,5° di latitudine, cioè con buona approssi­
mazione le dimensioni delle Piccole Antille.
3. Poiché le sue fonti collocavano le Isole Fortunate sul semime­
ridiano opposto a quello delle località asiatiche più orientali
di cui si aveva notizia, l'errata identificazione delle isole por-

- - 209 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

ta Tolomeo a dilatare l'ampiezza in longitudine dell'Eurasia,


e di conseguenza tutte le differenze di longitudine, di un fat­
tore vicino a 1,4.
4. Dal punto precedente e dalle distanze note lungo i paralleli
Tolomeo deduce la misura della Terra di 500 stadi per grado
di cerchio massimo, invece di quella di 700 stadi per grado
che era stata determinata da Eratostene (e che, con metodi
statistici, abbiamo dimostrato avere un errore non superiore
a circa il 2%).
5. Tolomeo, contando le longitudini a partire dal meridiano pas­
sante per le Isole Fortunate, è indotto dall'errata identificazio­
ne delle isole a sbagliare la longitudine di Tuie, che nella sua
fonte era la longitudine dell'intersezione del circolo polare
con la costa orientale della Groenlandia.
6. Ipparco, estendendo la larghezza del mondo conosciuto per
includervi le Piccole Antille, aveva aggiunto 26.000 stadi, lun­
go il parallelo di Atene, alla larghezza dell'ecumene calcolata
da Eratostene, come in effetti afferma Plinio in un passo ri­
sultato finora incomprensibile (nel quale confonde la misu­
ra dell'ampiezza dell'ecumene con quella della circonferenza
massima della Terra).

Per nessuno dei sei punti precedenti era stata proposta alcuna
plausibile spiegazione e in ciascuno di questi casi la verifica ha
potuto essere quantitativa e notevolmente accurata. La probabili­
tà che ciò sia accaduto per caso in tutti e sei i punti precedenti è
del tutto trascurabile.
Inoltre (A) permette di spiegare:

7. perché Tolomeo (come è chiaro dalla cartina a p. 185) abbia


dovuto ritrarre verso oriente le coste occidentali dell'Africa;
8. perché Tolomeo (come è chiaro dalla stessa cartina) sia stato
costretto a dilatare verso est l'estensione della Scozia e conse­
guentemente anche quella dello Jutland;
9. le testimonianze di Orosio, Procopio e altri su Tuie (riportate
a pp. 176-177), che finora erano risultate incomprensibili o
giudicate fantasiose.

210 - -
Questioni chiuse e problemi aperti

La forza dei punti precedenti è tale che per la certezza dell'af­


fermazione (A) non sarebbero necessarie né l'ulteriore conferma
data dalla testimonianza di Simeone Seth, che conserva le affer­
mazioni fraintese da Tolomeo, né le descrizioni pervenuteci delle
Isole Fortunate, che sono così coerenti con l'identificazione otte­
nuta da aver fatto proporre sulla loro sola base l'ipotesi che po­
tesse trattarsi di isole dei Caraibi 1•
Nelle scienze esatte se si introduce un'ipotesi semplice, coeren­
te con teorie già accolte, non contraddetta da alcun fenomeno, che
riesce a spiegare, anche quantitativamente, molti fatti altrimenti mi­
steriosi e privi di relazione reciproca, non vi è dubbio che l'ipotesi
divenga il fondamento di una teoria accettata 2• Credo che lo stesso
criterio dovrebbe essere seguito anche in storiografia e quindi che
si debba assumere che le fonti di Tolomeo conoscessero con note­
vole precisione le coordinate delle Piccole Antille.
Benché la disaffezione oggi diffusa verso il pensiero astratto
faccia ritenere a molti che le sole prove certe siano quelle tangibi­
li, costituite cioè da oggetti concreti - nel nostro caso reperti ar­
cheologici - non vi è dubbio che il metodo precedente permetta
di raggiungere un grado di attendibilità molto superiore 3 •
Non voglio affatto sostenere che la storiografia possa diveni­
re una scienza esatta, come avevano creduto i fautori della pro­
cessual archaeology 4. Non credo infatti che sia possibile trovare
leggi generali dello sviluppo storico, ma solo che forme di ragio­
namento tipiche delle scienze esatte, benché il loro uso sia oggi
molto più raro, possano svolgere negli studi storici un ruolo ausi­
liare analogo a quello svolto dai metodi fisico-chimici o statistici.
Naturalmente nel nostro caso l'utilità di metodi scientifici in
ambito storiografico è accresciuta dalla circostanza che nel pe-

1
Vedi l'affermazione di Manfredi citata a p. 167.
2
Il procedimento con cui l'ipotesi viene accettata sulla base della verifi­
ca delle sue conseguenze è stato detto abduzione da Charles Sanders Peirce
ed è usato sistematicamente in fisica.
:i Credo che la discussione del §4.4 sui modi in cui sono state interpreta­
te le tracce archeologiche dei contatti transoceanici lo dimostri chiaramente.
4
Vedi sopra, pp. 8-9.

- - 211 - -
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

riodo storico esaminato fossero in uso modelli forniti appun­


to dalla scienza esatta, in particolare nel campo della geografia
matematica, così che la storia della scienza ha potuto fornire
elementi utili alla storia generale: un caso molto raro, probabil­
mente più per la scarsa interazione tra i diversi settori discipli­
nari che per ragioni intrinseche.
Dal punto di vista della storia della scienza il risultato è inte­
ressante soprattutto perché il grossolano fraintendimento di To­
lomeo e dei suoi immediati predecessori illustra eloquentemente
la cesura culturale che li separa dalle loro fonti ellenistiche: una
cesura che è stata spesso ignorata o sottovalutata, il cui riconosci­
mento probabilmente potrebbe far leggere sotto una nuova luce
anche l'Almagesto.
Ci si può chiedere come mai il fraintendimento non fosse stato
finora riconosciuto. Eppure, a ben vedere, la confusione tra le Ca­
narie e le Piccole Antille è pressoché evidente. Tolomeo crede che
le Isole Fortunate siano le Canarie, ma fornisce le coordinate di un
arcipelago la cui estensione, in longitudine e in latitudine, è quella
delle Piccole Antille, la cui latitudine è quella delle Piccole Antille
e la cui longitudine differisce da quella delle Piccole Antille esatta­
mente quanto occorre per generare il suo errore sistematico sulle
longitudini e sulle dimensioni della Terra. Se ciononostante gli sto­
rici della geografia non hanno finora sospettato che le Isole Fortu­
nate fossero originariamente le Piccole Antille, credo che la ragione
debba essere individuata in un blocco mentale che faceva esclude­
re a priori ogni considerazione riguardante il Nuovo Mondo dallo
studio della geografia antica. Si può sperare che se un blocco così
potente sarà rimosso possano emergere molti altri elementi utili.

10.2 Plausibili conseguenze

Con il risultato ricordato nel paragrafo precedente termina­


no le certezze, ma con argomenti di plausibilità possiamo trarne
conseguenze verosimili.
Innanzitutto, poiché molti elementi, che abbiamo già ricor­
dato, permettono di individuare in Ipparco il geografo che ave-

- - 212 - -
Questioni chiuse e problemi aperti

va introdotto le coordinate delle Piccole Antille (da lui dette Iso­


le Fortunate) nell'ambito della geografia matematica ellenistica,
dobbiamo ritenere che alla sua epoca navi provenienti dal Medi­
terraneo non solo fossero giunte ai Caraibi e ne fossero ritornate,
ma anche che avessero a bordo personale in grado di effettuare
ripetute misure di latitudine e di longitudine; l'inserimento delle
coordinate delle isole in testi di geografia fa inoltre pensare che
i risultati delle misure fossero stati comunicati a scienziati come
Ipparco perché fossero utilizzati nel compilare carte a loro volta
utili per la navigazione. Non possiamo quindi pensare a un con­
tatto isolato, dovuto a un'unica spedizione partita senza conosce­
re la destinazione. È indispensabile pensare a traversate oceani­
che ripetute nei due sensi.
Il fatto che Eratostene non conoscesse ancora le località ame­
ricane e che Posidonio già le ignorasse di nuovo può dare l'im­
pressione che i contatti siano stati effimeri, concentrati cioè in un
arco di tempo molto breve sulla scala della storia di lungo perio­
do. Molti elementi concorrono però nel suggerire uno scenario
completamente diverso.
Osserviamo infatti che il risultato ottenuto permette di consi­
derare una serie di testimonianze in una luce nuova. Per esem­
pio le raffigurazioni di ananas di cui abbiamo parlato nel §4.4
assumono indubbiamente un diverso valore. L'idea che pittori
e mosaicisti fossero arrivati per caso a raffigurare ripetutamente
ananas che non avevano mai visto era comunque molto strana,
ma ora che sappiamo che navi provenienti dal Mediterraneo era­
no certamente arrivate a isole delle Antille, cioè proprio là dove
questi frutti erano di casa, diviene assolutamente improponibile.
È irragionevole non ammettere che gli artisti avessero raffigurato
oggetti che\conoscevano bene.
Diviene anche difficile mettere in dubbio che le i<lsole Fortuna­
te>) descritte, tra gli altri, da Diodoro Siculo e Plutarco in termini
che di per sé facevano pensare ai Caraibi 5 fossero le stesse Isole
Fortunate di cui Tolomeo aveva letto le coordinate (anche se alcu-

5
Vedi sopra, pp. 163-167.
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

ni particolari delle loro descrizioni fanno sospettare che il nome,


prima di essere ristretto alle Piccole Antille, potesse essere riferito
più genericamente a tutte le Antille).
I punti precedenti hanno un'importante conseguenza. Poiché
Ipparco vive nel II secolo a.C., la testimonianza di Plutarco si
riferisce al secolo successivo e le raffigurazioni di ananas sono
datate tra il I e il III secolo d.C., è ragionevole concluderne che
i viaggi verso i Caraibi fossero continuati per almeno cinque
secoli 6• Poiché inoltre la notizia di queste nuove terre sembra
raggiungere la comunità scientifica greca intorno alla metà del
II secolo a.C. e varie testimonianze, come abbiamo visto, attri­
buiscono la scoperta delle isole ai Cartaginesi, è anche ragione­
vole supporre che i contatti fossero iniziati più anticamente, ma
che la notizia fosse trapelata nel mondo greco solo in seguito
alla caduta di Cartagine.
In definitiva è del tutto plausibile (anche se non dimostrabi­
le con la certezza raggiunta per il risultato del paragrafo prece­
dente) che le rotte atlantiche verso i Caraibi fossero state pra­
ticate per diversi secoli, prima a opera di navi cartaginesi e poi
da parte di marinai gaditani, che continuarono a percorrerle
all'insaputa dei vertici dello Stato romano. Effimero è stato pre­
sumibilmente l'inserimento della loro conoscenza nella cultura
geografica di lingua greca. La cesura del 146-145 a.C., che po­
trebbe essere stata allo stesso tempo all'origine del trapelare di
notizie prima custodite dai Cartaginesi e del crollo delle cono­
scenze geografiche, non avrebbe quindi interrotto le rotte prati­
cate di fatto dai marinai, ma spezzato piuttosto il rapporto tra
la navigazione atlantica e la cultura scritta.
Notiamo infine che appare probabile che navi provenienti
dal Mediterraneo avessero raggiunto non solo le isole, ma anche
la terraferma del!'America centrale, sia perché è quasi impos­
sibile navigare per secoli tra il Mediterraneo e le Antille senza
mai toccare la terraferma americana, sia perché le affermazioni

6 Sembra molto meno probabile che gli ananas fossero stati acclimatati
in paesi mediterranei per secoli per poi sparire senza che sia rimasta alcuna
notizia di queste coltivazioni.

214 - -
Questioni chiuse e problemi aperti

di Strabone sull'«altra ecumene» che è «credibile» esista al di là


dell'Atlantico, per quanto evasive e apparentemente finora igno­
rate, sono sufficientemente chiare.

10.3 Problemi aperti e congetture

Se si accettano rispettivamente come certi e plausibili i risultati


dei due paragrafi precedenti, si aprono una serie di questioni. Ci
si può chiedere in particolare:

1. A quando risalivano i contatti attraverso l'Atlantico'?


2. Quali scopi avevano i viaggi'?
3. Che entità e conseguenze hanno avuto gli scambi culturali tra
Vecchio e Nuovo Mondo'?

Quanto all'epoca dei primi contatti tra le due sponde del­


l'Atlantico, se si abbandona il terreno solido dei fatti dimostrabili
e ci si lascia andare al gioco delle congetture, bisogna ammettere
che l'ipotesi che si trattasse di contatti già avviati dai Fenici è attra­
ente. Il loro interesse per la navigazione oceanica è dimostrato dai
porti fondati sull'Atlantico, come Cadice, Lixos e Mogador. Sap­
piamo che erano stati in grado di circumnavigare l'Africa, come
gli europei hanno saputo fare solo alla stessa epoca della scoperta
dell'America, e non siamo certi che le tecnologie nautiche dei Car­
taginesi fossero significativamente migliori di quelle dei Fenici loro
predecessori. Abbiamo già osservato, d'altra parte, che l'antico mi­
to delle Isole Fortunate era stato verosimilmente originato da noti­
zie su isole tropicali nelle quali il tempo non era scandito dal ciclo
delle stagioni e notizie di questo tipo potevano essere arrivate ai
Greci dell'epoca arcaica solo dai Fenici, il cui arrivo in Mesoameri­
ca spiegherebbe anche, d'altra parte, le strane statue olmeche di uo­
mini barbuti e baffuti. Ricordiamo infine che Diodoro Siculo sem­
bra attribuire proprio ai Fenici la scoperta delle Isole Fortunate 7•

7
Vedi il brano riportato a p. 164.

- - 215
Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

Se i viaggi tra le due sponde dell'Atlantico continuarono effet­


tivamente per secoli, non bisogna pensare a semplici spedizioni
esplorative, ma a rotte commerciali. L'estrema scarsità di ritrova­
menti archeologici fa escludere lo scambio di manufatti, ma non
quello di beni che non avrebbero lasciato resti archeologici rico­
noscibili. Se per esempio le navi di Cadice avessero importato
materie prime e frutti esotici, esportando schiavi da sacrificare,
quali prove archeologiche ne potremmo cercare?
La questione più rilevante è certamente quella degli eventuali
scambi culturali. È indubbiamente un problema che resta aperto,
ma i termini in cui se ne può discutere sono profondamente mu­
tati. Si può certamente ipotizzare che i contatti con i navigatori
provenienti dal Mediterraneo siano stati così sporadici e superfi­
ciali da non avere influenzato in modo significativo lo sviluppo
delle civiltà mesoamericane, ma non si può più dedurre, come è
stato fatto finora, l'assenza di influenza dall'assoluto isolamento
di tali civiltà. È anche difficile sostenere che le influenze culturali
siano state del tutto assenti. Riconsideriamo, per esempio, i gio­
cattoli mobili su ruote della Mesoamerica precolombiana 8• Sem­
bra inverosimile che la tradizione della costruzione di questi og­
getti in una cultura che ignorava il trasporto su ruote possa esse­
re indipendente dai secoli di contatti con una civiltà nella quale i
veicoli con ruote erano familiari da millenni.
La dimostrazione che nell'antichità vi siano state interazioni tra
Vecchio e Nuovo Mondo non implica certo che le civiltà mesoame­
ricane siano un semplice riflesso di quelle euroasiatiche, come ave­
vano creduto i vecchi esponenti del «diffusionismo colonialista>f,
ma solo che il loro sviluppo ha interagito con quello delle altre ci­
viltà, in modi e con un'intensità che sono tutti da scoprire.
Non sappiamo, per esempio, se la scrittura Maya sia sorta
del tutto indipendentemente da quelle del Vecchio Mondo o se
la diffusione attraverso l'oceano dell'idea di poter scrivere abbia
stimolato il sorgere di un sistema radicalmente diverso da tutti
i precedenti. Il problema si pone cioè in termini non troppo di-

8 Vedi sopra, p. 48.


Questioni chiuse e problemi aperti

versi da quelli in cui è posto per i logogrammi cinesi dell'epoca


Shang. Certamente non si potrà però più usare la certezza dell'as­
soluta indipendenza della scrittura Maya come argomento a fa­
vore dell'analoga autonomia dell'invenzione cinese, come aveva­
mo visto fare a più di un linguista 9• Certo, la constatazione che
nell'immenso continente americano la scrittura sia sorta solo nel­
la Mesoamerica, cioè solo là dove è ora dimostrato che vi erano
stati contatti con popoli che possedevano questo strumento da
millenni, fa sospettare che vi possa essere stata qualche influen­
za. Il fatto che lo zero, dopo essersi diffuso nel Vecchio Mondo,
a partire dalla Mesopotamia, senza essere stato mai reinventato
una seconda volta, appaia anch'esso nel Nuovo Mondo proprio
e solo nella stessa zona fa sorgere lo stesso sospetto, ma natural­
mente i sospetti sono molto lontani dal costituire prove.
Non dobbiamo immaginare che l'eventuale diffusione di ele­
menti culturali debba essere avvenuta a senso unico, da est a
ovest. Anche le antiche culture americane potrebbero avere in­
fluenzato il Vecchio Mondo. Consideriamo, per esempio, il gioco
della palla. Con questa espressione intendo un'attività di grup­
po effettuata usando una sfera elastica, escludendo, per esem­
pio, l'uso di biglie rigide da parte di giocolieri, attestato anche
nell'Egitto faraonico. Il gioco, così precisato, potrebbe essere sor­
to indipendentemente nei due continenti, ma se ipotizziamo per
un momento che sia nato una sola volta per poi propagarsi, in
quale delle due direzioni è più verosimile che sia avvenuta la dif­
fusione'? Credo che la sua prima testimonianza nel mondo medi­
terraneo sia nel VI canto dell'Odissea, dove è praticato da Nau­
sicaa con le sue ancelle, mentre in Mesoamerica esisteva già al­
cuni secoli prima, praticato dagli Olmechi con una forte valenza
religiosa. Nella storia è stata ben più frequente la trasformazione
di un rito religioso in un'attività mondana che il rivestire un sem­
plice gioco di significati religiosi. In America si usavano palle di
caucciù, ottenuto da piante originarie di quel continente. La di­
sponibilità di questa sostanza elastica potrebbe certo aver sugge-

9 Vedi sopra, pp. 37-38.


Un contributo alla soluzione: l'origine di uno strano errore

rito di fame sfere a fini ludici. Le palle del mondo mediterraneo,


ottenute imbottendo un involucro di pelle, potrebbero esserne
stata un'imitazione, mentre sembra meno probabile che l'uso del
caucciù sia stato motivato dal desiderio di imitare le composite
palle mediterranee. La circostanza che la più antica testimonian­
za in ambito mediterraneo riguardi la terra dei Feaci, che i versi
omerici dicono «posta in disparte, lontano nel mare flutti infiniti,
dove non va nessun mortale* 10, non potrebbe essere l'eco del ri­
cordo di un'origine lontana'? Naturalmente questa possibile dif­
fusione dall'America al mondo mediterraneo è solo una conget­
tura, che però i punti precedenti rendono più verosimile dell'ipo­
tesi della diffusione in senso inverso.

10.4 Verso la fine del determinismo biologico?

La dimostrazione degli antichi contatti transoceanici è inte­


ressante soprattutto perché elimina il principale pilastro a fonda­
mento della teoria dello sviluppo parallelo di tutte le civiltà attra­
verso le stesse fasi.
Se la storia umana consistesse in una serie di evoluzioni paral­
lele, progressive e lineari, rette da leggi definite, allora tutte le cul­
ture sarebbero ordinabili secondo una scala universale, ottenuta
trasferendo in impliciti giudizi di valore un dato virtualmente cro­
nologico (un po' come si fa parlando di «età mental� dei ragazzi).
Accettando questa tesi sarebbe naturale considerare «primitiv� le
culture diverse dalla nostra (con inconfessati, ma probabilmente
inevitabili, impliciti giudizi razzisti sulle etnie «ritardatarie*).
Diviene invece ora concepibile, anche se certamente tutt'altro
che dimostrato, che la storia umana, proprio come l'evoluzione
biologica, sia il risultato di una serie di eventi impredicibili e lar­
gamente casuali, che hanno disegnato particolari percorsi tra i
tanti possibili, uno dei quali ha portato alla forma di civiltà alla

10
Omero, Odissea, VI, 204-205. Vi sembra una descrizione adatta al­
l'isola di Corfù, con cui si è in genere identificata la terra dei Feaci'?

- - 218 --
Questioni chiuse e problemi aperti

quale siamo abituati, oggi egemone a livello planetario. In questo


caso culture come quella degli aborigeni australiani non dovreb­
bero essere giudicate più lente di noi nel progredire sull'unica
strada della civiltà; potrebbero semplicemente non avere imboc­
cato la nostra stessa strada. Le civiltà diverse della nostra non po­
trebbero più essere valutate in base a quanti elementi comuni ai
nostri posseggano; sarebbero ben più interessanti i caratteri che
testimoniano direzioni di sviluppo alternative.
Un'altra conseguenza di grande rilievo dell'abbandono di pre­
sunte leggi deterministiche regolatrici dello sviluppo storico sa­
rebbe quella di far ritenere potenzialmente irreversibili i collassi
culturali. A chi crede all'esistenza di leggi universali di sviluppo
della cultura, la tragica fine della scienza antica, per esempio, può
sembrare una battuta d'arresto in una direzione di sviluppo che
sarebbe stata in ogni caso ripresa in un secondo tempo. II fatto
che nessun'altra civiltà abbia reinventato indipendentemente il
metodo scientifico, riapparso solo dove è stato possibile recupe­
rare testi dell'antica scienza, depone però a favore dell'ipotesi che
tale metodo avrebbe potuto essere perduto definitivamente, co­
me si può immaginare sia avvenuto in passato per altre conqui­
ste. Se si ritiene che gli strumenti intellettuali oggi a disposizione
dell'umanità meritino di essere posseduti anche dai posteri, divie­
ne allora indispensabile conservarne la memoria.
Più in generale, il venir meno di un supposto unico percorso
prestabilito di evoluzione ridarebbe alla storia passata tutta la sua
complessità e all'umanità attuale l'enorme responsabilità di sce­
gliere liberamente gli sviluppi futuri.
APPENDICI
INDICE DELLE OPERE E DEI PASSI CITATI
ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE
INDICE DEI NOMI
Appendice A
Le coordinate delle città del campione

1. Latitudini

Latitudini Secondo
Città Differenza
reali Tolomeo
Gibilterra 36 °7'30" 36 °15' 7'30"
Malaga 36° 43' 37 ° 30' 47'
Cordova 37 ° 53' 38 °05' 12'
Abdara (oggi Adra) 36° 45' 37 °10' 25'
Cartagena 37 ° 36' 37° 55' 19'
Tarragona 41° 07' 40 ° 40' 27'
Barcellona 41 ° 22' 41 ° 22'
°
Numanzia (oggi Garray) 41 ° 49' 41 50' 1'
Sagunto 39 ° 41' 39° 20' 21'
Tolosa 43° 36' 44° 15' 39'
Marsiglia 43 °18' 43° 5' 13'
Olbia (oggi Hyères) 43°07' 42° 45' 22'
Genova 44° 25' 42° 50' 1° 35'
Populonia 42 °59' 42 ° 59'
Roma 41°54' °
41 40' 14'
Cuma (oggi Arco Felice) 40 °51' 41° 10' 19'
Paestum 40 ° 25' 40° 25'
Crotone 39° 05' 39 ° 10' 5'
Reggio Calabria 38° 07' 39 °15' °
1 8'
Taranto 40° 28' 40° 28'
°
Brindisi 40° 38' 39 40' 58'
Ravenna 44° 25' 44° 25'
Ancona 43° 37' °
43 40' 3'

223 --
Appendice A

Camerino 43 °8' 43° 8'


Capua (oggi S. Maria C.V.) 41 °5' °
41 10' 5'
Palermo 38°7' 37 ° 1 °7'
Siracusa 37 °5' °
37 15' 10'
Pola 44°52' 44°40' 12'
Abdera 40 °57' 41 °45' 48'
Bisanzio 41 °00' 43 °12' 2° 12·
Filippopoli 42 °09' 42 °45' 36'
Pella 40 °46' 40°5' 41'
Stagira 40°32' 41° 10' 38'
Atene 37 °58' 37 °15' 43'
Tebe 38°19' 37 °55' 24'
Delfi 38°29' 37 °40' 49'
Corinto 37 °56' 36 °55' 1 °1'
Sparta 37 °4' 35 ° 30' 1° 34'
Tingis Caesarea (oggi Tangeri) 35 °46' 35 °55' 9'
lppona 36°54' 32 ° 15' 4°39'
Cartagine 36°53' 32 °40' 4 °13'
Leptis Magna 32 ° 38' 31 °40' 58'
Berenice 32 ° 7' 31 °20' 47'
Tolemaide 32 °43' 31 °10' 1 ° 33'
Cirene 32 °49' 31°20' 1 °29'
Alessandria 31 °12' 31° 12'
Naucrati 30° 54' °
30 30' 24'
Ossirinco 28° 32' 28°50' 18'
Syene (oggi Assuan) 24° 5' 23° 50' 15'
Arsinoe in Etiopia (oggi Assab) 13° 1' 10° 40' 2°21'
Calcedonia 40° 59' 43°05' 2° 6'
Nicomedia 40°46' 42 ° 30' 1 °44'
Lampsaco 40°21' 41 °25' 1 °24'
Pitane 38°56' 39°45' 49'
Mileto 37 ° 31' 37° 31'
Pergamo 39° 7' 39°45' 38'
Sardi 38°29' 38°45' 16'
Mitilene 39° 6' 39°40' 34'
Lindo (nell'isola di Rodi) 36° 5' 36° 5'
Samo 37 °45' °
37 35' 10'

224 --
Le coordinate delle città del campione

Sinope 42 °2' 44° 1 °58'


Perge 36° 58' 36 50'°
8'
Cesarea (in Cappadocia) 38° 44' 39°30' 46'
Torso 36° 55' 36 °50' 5'
Fasi (in Colchide, oggi Poti) 42 °9' 44°45' 2 °36'
Sidone 33°34' 33 °30' 4'
Antiochia sull'Orante 36 °12' 35°30' 42'
Apamea 35 °25' 34°45' 40'
Carre 36 °51' 36 °10" 41
Damasco 33°31' 33° 31'
Gerusalemme 31 °47' °
31 40' 7'
Gaza 31 °31' 31 °45' 14'
Petra 30 °20' 30°20' o
Seleucia al Tigri 33 °6' 35°40' 2 °34'
Babilonia 32 °28' 35 ° 2°32'
Susa 32 °11' °
34 15' 2°4'
Ecbatana 34°48' 37° 45' 2°57'
Persepoli 29°56' 33°20' 3°24'
Hecatompylon 35 ° 58' 37° 50' 1 °52'
Antiochia Margiana (oggi Merv) 37°36' 40 °40 3°4'

Le latitudini assegnate da Tolomeo non sembrano essere affet­


te da rilevanti errori sistematici. Per circa metà del campione l'er­
rore non supera il mezzo grado ed è distribuito abbastanza sim­
metricamente intorno allo zero; solo in ventitré delle ottanta lo­
calità prese in considerazione supera 1 ° . L'unico errore rilevante
riguarda località asiatiche: la latitudine di un gruppo di città del­
la Mesopotamia e di regioni dell'Asia centrale è aumentata infat­
ti di 2 °-3 ° (e nel caso della capitale della Battriana addirittura di
oltre 4 °). Per le località del Mediterraneo i valori sono in genere
accurati, tranne nei casi di lppona e Cartagine, nei quali si ha un
errore superiore a 4°.
Appendice A

2. Longitudini

Longitudini Longitudini
Città
reali da Greenwich date da Tolomeo
Gibilterra 5° 21·w 7°30'
Malaga 4°25'W 8°50'
Cordova 4°47'W 9°20'
Abdara (oggi Adra) 3°1·w 10° 45'
Cartagena 0°59'W 12 °15'
Thrragona 1°15' 16°20'
Barcellona 2° 10' 17° 15'
Numanzia (oggi Garray) °
2 27'W 12°30'
Sagunto 0° 16'W 14°35'
Tolosa 1°25' 20° 10'
Marsiglia 5°23' 24°30'
Olbia (oggi Hyères) 6 °08' 25°10'
Genova 8 °56' 30°
Populonia 10 °29' °
33 30'
Roma 12 °29' 36°40'
Cuma (oggi Arco Felice) 14°04' 39°20'
Paestum 15°00' 40°10'
Crotone 17°07' 41°30'
Reggio Calabria 15° 39' 39°50'
Taranto 17°14' 41° 30'
Brindisi 17° 57' 42°30'
Ravenna 12°12' 34° 40'
Ancona 13 ° 31' 36° 30'
Camerino 13 °04' 36°
Capua (oggi S. Maria C.V.) 14°15' 40°
Palermo 13 °22' 37°
Siracusa 15° 17' 39°30'
Pola 13 °51' 36°
Abdera 24°59' °
52 10'
Bisanzio 28°58' 56°
Filippopoli 24°45' °
52 30'
Pella 22 °31' 49°20'
Stagira 23°45' 50°20'
Le coordinate delle città del campione

Atene 23°43' 52° 45'


Tebe 23° 19' 52°40'
Delfi 22° 30' 50°
°
Corinto 22° 56' 51 15'
Sparta 22° 25' 50 °15'
T ingis Caesarea (oggi Tangeri) 5°48'W 6 °30'
Ippona 7° 46' 30°20'
Cartagine 10° 19' 34°50'
Leptis Magna 14° 19' 42°
°
Berenice 20° 04' 47 45'
Tolemaide 20 °57' 49 °05'
Cirene 21 °51' 50°
°
Alessandria 29 °55' 60 30'
Naucrati 30 °37' 61 °15'
Ossirinco 30 °40' 61 °40'
Syene (oggi Assuan) 32°56' 62°
Arsinoe in Etiopia (oggi Assab) 42°44' °
73 45'
Calcedonia 29 ° 2' 56° 5'
Nicomedia 29 °55' 57° 30'
Lampsaco 26 °41' 55° 20'
Pitane 26 °56' 56° 10'
Mileto 27°17' 58°
Pergamo 27° 11' 57° 25'
Sardi 28° 02' 58° 20'
Mitilene 26° 33' 55° 40'
Lindo (nell'isola di Rodi) 28° 05' 58°40'
Samo 26° 50' 57 °
Sinope 35° 09' °
63 50'
Perge 30° 51' 62° 15
Cesarea (in Cappadocia) 35° 29' 66° 30'
Tarso 34° 54' 67° 40'
Fasi (in Colchide, oggi Poti) 41 °40' 72° 30'
Sidone 35° 22' 67° 10'
Antiochia sull'Oronte 36° 09' 69 °
Apamea 36° 24' 70°
°
Carre 39° 13' 73 15'
Damasco 36 °18' 69 °

- - 227
Appendice A

Gerusalemme 35° 13' 66°


°
Gaza 34 ° 27' 65 25'
Petra 35 ° 27' 66°45'
Seleucia al Tigri 44 ° 31' 79 ° 20'
Babilonia 44 ° 25' 79 °
Susa 48 ° 15' 84 °
Ecbatana 48 ° 31' 88°
°
Persepoli 52° 53' 90 15'
Hecatompylon 54 ° 02' 96 °
Antiochia Margiana (oggi Merv) 61° 50' 106°

Usando il metodo della regressione lineare si trova che la ret­


ta che approssima meglio la relazione tra le longitudini reali (x)
e quelle date da Tolomeo (y) è:

y = 1,428x + 17,06.

Se indichiamo con xi le longitudini reali da Greenwich delle


località del campione, con yi quelle riportate da Tolomeo e con zi
i valori stimati con la retta di regressione (zi = 1,428xi + 17 ,06),
si ha che le varianze delle due ultime serie di valori sono:

cr2(y) = 465,431, cr2 (z) = 462,406.

Il coefficiente R 2 , che misura in quale percentuale il modello


lineare rende conto della relazione tra i dati ed è definito come il
rapporto cr2 (z)lcr2 (y), vale:

R2 = 0,9935.

- - 228 - -
Appendice B
La misura di Eratostene e il suo errore

Come è ricordato nel §6.3, se indichiamo con D e d rispetti­


vamente le lunghezze del meridiano terrestre e dell'arco di meri­
diano compreso tra Alessandria e il tropico, si ha:

D = dr,

dove r è il rapporto tra un angolo giro e l'angolo a formato dai


raggi del Sole con la verticale ad Alessandria a mezzogiorno del
solstizio d'estate.
Cleomede, esponendo il metodo usato da Eratostene per la
sua misura, assume i valori 50 per r e 5000 stadi per d. La lun­
ghezza delll'intero meridiano sarebbe pertanto risultata:

50 x 5000 stadi = 250.000 stadi (1).

Abbiamo notato nel §6.4 che, poiché tutte le altre fonti ripor­
tano per il risultato finale il valore di 252.000 stadi, la (1) deve
essere stata ottenuta da Cleomede arrotondando, per semplicità
del lettore, le cifre originali. Sappiamo del resto che le semplifi­
cazioni introdotte da Cleomede comprendevano arrotondamenti
numerici, poiché egli afferma anche che la circonferenza è il triplo
del diametro 1: una grossolana approssimazione di 1t che nessuno
ha mai pensato di attribuire a Eratostene.

1
Cleomede, Caelestia, I, 7, 119-120.

- - 229 - -
Appendice B

Osserviamo ora che l'operazione originale eseguita da Erato­


stene non poteva essere stata:

50 x 5040 stadi = 252.000 stadi,

poiché la stima di una lunga distanza non è mai espressa da­


gli antichi geografi con l'accuratezza della decina di stadi. Aven­
do escluso il valore 50, il numero 48 è l'unico sottomultiplo di
252.000 che può essere ragionevolmente arrotondato con 50.
Siamo così condotti a congetturare che l'operazione originale di
Eratostene fosse stata:

48 x 5250 stadi = 252.000 stadi (2),

dove 5250 stadi era il valore assunto per la distanza tra Alessan­
dria e il tropico e 1/48 di giro la misura dell'angolo a.
La congettura può essere ragionevolmente accettata perché è
rafforzata da tre elementi indipendenti:

a. all'epoca di Eratostene come unità di misura degli angoli si


usavano 1/60 di giro oppure un «segno►►, ossia 1/12 di giro,
e gli angoli ottenuti da quest'ultimo con uno o due dimezza­
menti, cioè 1/24 di giro e 1/48 di giro. Il risultato 1/48 di
giro era quindi del tutto naturale come misura di un angolo,
mentre il valore riportato da Cleomede (1/50 di giro) non era
facilmente esprimibile nelle unità usate all'epoca.
b. Stimare la distanza con un numero di stadi multiplo intero di
250, quale è 5250, è in accordo con l'uso seguito altre volte
da Eratostene 2•
c. Una testimonianza decisiva è fornita da Strabone, che riferi­
sce che la distanza misurata da Eratostene tra Siene e il Medi­
terraneo era stata 5300 stadi 3• Poiché sappiamo che Strabone

2
Eratostene aveva misurato per esempio in 3750 stadi la distanza tra
Alessandria e Rodi, che precedentemente era ritenuta essere 4000 stadi
(Strabone, Geographia, II, v, 24).
:i Strabone, Geographia, XVII, i, 2.

- - 230
La misura di Eratostene e il suo errore

esprime tutte le misure di lunghe distanze in centinaia di sta­


di 4, l'accordo con il valore 5250 è il migliore possibile.

Osserviamo che il valore 1/48 di giro per l'angolo a (ossia,


con le nostre notazioni, 7 ° 30') differisce solo di 2' dal valore rea­
le della differenza di latitudine tra Alessandria e il tropico (che
all'epoca era 7 ° 28' 5).
Il fatto che il valore della distanza tra Alessandria e il tropico
fosse stato espresso con un multiplo di 250 stadi permette di sti­
mare l'accuratezza che Eratostene stesso attribuiva alla sua misu­
ra. Egli riteneva evidentemente che la vera distanza tra Alessan­
dria e il tropico fosse più vicina a 5250 stadi che non a 5000 o
a 5500 stadi; riteneva quindi di commettere un errore non su­
periore a 125 stadi, ossia al 2,5% circa: una stima coerente con
l'errore che abbiamo trovato nel testo sulla base della nostra de­
terminazione dello stadio.
Notiamo che il non perfetto parallelismo dei raggi provenienti
dal Sole causa un errore non trascurabile nella misura eseguita da
Eratostene. La grandezza apparente del Sole è infatti circa mez­
zo grado e quindi i raggi provenienti dai vari punti della superfi­
cie solare formano tra loro angoli che possono arrivare appunto
all'ampiezza di mezzo grado. Ne deriva un limite sia sull'accura­
tezza con cui si può misurare l'angolo dei raggi solari con la ver­
ticale sia su quella con cui si può determinare la posizione del
tropico. Infatti entro una fascia dell'ampiezza di mezzo grado di
latitudine attorno al tropico le meridiane non proietteranno vera
ombra a mezzogiorno del solstizio d'estate, ma solo penombra,
poiché tutti i punti intorno alla base dell'asta saranno illuminati
da almeno una parte del Sole.
È importante notare che Eratostene era perfettamente consape­
vole di questa causa d'errore. Cleomede riferisce infatti che Erato­
stene aveva osservato che a mezzogiorno del solstizio d'estate le
meridiane non davano ombra non in un solo punto ma in un cer-

4 [Shcheglov HTC], p. 165 (e nota 16).


5
La latitudine di Alessandria è 31 °12'. La latitudine del tropico, ossia
l'obliquità dell'eclittica, in epoca ellenistica era 23 °44'.

- - 231 - -
Appendice B

chio del diametro di trecento stadi 6 • Il tropico era quindi indivi­


duabile come la linea mediana di una fascia ,,senza ombra►► e lo si
poteva fare certamente con un errore non superiore a un centina­
io di stadi 7, cioè non superiore al 2%, anche se è ipotizzabile una
precisione maggiore. In ogni caso l'osservazione di Eratostene è
coerente con la stima dell'errore (di circa 2,5%) implicita nella sua
scelta di esprimere la distanza come multiplo di 250 stadi.

6
Cleomede, Caelestia, I, 7, 75-76.
7
Poiché 1 ° di meridiano, in base alla misura di Eratostene, misura 700
stadi, i trecento stadi corrispondono a poco meno del mezzo grado della
grandezza apparente del sole. Usando una stima estremamente prudente, è
ragionevole pensare di poter determinare il centro della fascia con un errore
minore di 1/3 della sua ampiezza.

232 - -
Indice delle opere e dei passi citati

Aezio (in [DG]),


383b, 17-25 199n
Agatarchide di Cnido,De mari Erythraeo, 106
110 (in [GGM], voi. I, p. 194) 107n
Agatemero, Geographiae Informatio,
1,2 171n
Ammiano Marcellino, Historiae,
XXII,xv,8 108n
Annone, Periplus (in [GGM], I,1-14) 78, 101 e Il
Appiano di Alessandria, Storia romana,
VIII, lxxvi-cxxxvi 77n
Archimede, Trattato sui galleggianti,
I,proposizione 2 132n
Aristarco di Samo,
Sulle dimensioni e le distanze del Sole e della Luna,
proposizione 11 125n
Aristotele, De caelo,
298a,9-15 188 e Il
298a, 15-20 113n
- Mechanica,
851b, 7-14 53n
- Meteorologica,
362a, 32-34 198n
362b, 12-30 188n
Aristotele (pseudo), De Mirabilibus Auscultationibus,
836b, 30-837a,7 165n
Ateneo,Deipnosophistae,
IV,184b-c 85 e Il
X,442b 149 e Il
XII, 549d-e 86n
L'America dimenticata

Avieno, Ora maritima 101n


Celio Aureliano, Celeres vel acutae passiones,
I,praef.,4-5 92n
Censorino, De die natali,
xiii, 5 119n
Cicerone, De oratore,
I, 6 90 e Il
I, 9-10 90 e Il
I, 19 91 e Il
- De re publica,
VI, 20 198n
Cleomede, Caelestia (ed. Todd),
I,1,262-267 197-198n
I, 4,210 177n
I, 4, 222-223 173n
I, 7, 1-47 152n
I,7, 48-120 117n
I, 7, 49-52 144 e n
I,7, 75-76 231-232 e Il
I, 7, 119-120 229 e Il
Cosma Indicopleuste,
Topographia Christiana,
II,80 177n
Dante Alighieri, Commedia,
Inferno, canto XXVI, vv. 107-109 99n
Diodoro Siculo,Bibliotheca historica,
I,xxxiii, 9-11 105n
II, 55-60 207n
V, xix, 1 - xx, 1 163 e Il
V, xx, 3-4 164 e Il
V, xxxvii, 3-4 79n
XX, xiv 77n
XXXII,fr. 4, 5 76 e Il
XXXIII, fr. 4 86n
XXXIII,fr. 28b 87n
XXXIV/XXXV,fr. 35 79n
Diogene Laerzio, Vitae philosophorum,
IV,67 80n
IX, 21 112n
Dionigi di Alicamasso,Antiquitates Romanae,
I, 38 77n

- - 234 - -
Indice delle opere e dei passi citati

Dionisio Periegeta, Orbis Descriptio (in [GGM]),


580-581 176n
Eliano,Storie diverse,
III,18 202 e Il
Epitteto,Manuale,
49 95 e Il
Erodiano,Elio,De prosodia catholica (ed. Lentz),
319,9 176 e Il
Erodoto,Historiae,
11,cix 146n
II,clviii 105n
IV,xlii 99n
IV,xliii 100n
IV,xxxix 105n
Erone,Definitiones (in [Heronis 00],voi. IV),
100-102 147n
- Dioptra (in [Heronis 00],voi. III), 148
xxxv,302,13-17 148 e Il
Esiodo,Le opere e i giorni,
166-173 162n
Euclide,Elementi,
I,proposizione 12 145n
V,definizione 5 97n
- Ottica, proposizione 51 92 e Il
Eustazio, Commentarii ad Homeri Iliadem,
VII,446 171n
Eutocio, Commento al trattato di Archimede
11Sulla sfera e sul cilindro»
(in [Archimede:Mugler],tome IV),
64-69 115n
Filostrato,Eroico,
i,2 53n
Fozio,Bibliotheca,
codex 166,111a 203-204 e Il
Galeno, De causis procatarcticis,
XVI, 197-204 93 e Il
Gemino,Introduzione ai fenomeni,
I,23 94n
VI,9 177n,178n
L'America dimenticata

XVI,6 119n
XVI,21 200n
Giovanni Filopono,
In Aristotelis physicorum libri commentaria ([CAG],val. XVII),
683 129n
Ipparco,In Arati et Eudoxi phaenomena commentarii,
I, 4,1 102n,126n
Iscrizioni,
[OGIS],135 85n
Lattanzio,Divinae Institutiones,
I,21 78n
Landa, Diego de,
Relaci6n de las cosas de Yucatan,
p. 85 (in [de Landa]) 55 e Il
Luciano, Icaromenippo o l'uomo sopra le nubi,
6 96 e Il
- Navigium,
9 53n
- Storia vera,
I,2-4 204-205
I,5-6 205 e Il
Lucrezio,De rerum natura,
I,136-139 80n
Il,225-239 129n
VI,1090-1286 97n
Macrobio, Commentarii in Somnium Scipionis,
I,xx,20 119n
II,V,12,16 198n
II,ix,1-7 198n
Marciano di Eraclea,
Proemio all'epitome del periplo di Menippo
(in [GGM], val. 1),564-565 191 e Il
Marziano Capella,De nuptiis Philologiae et Mercurii,
VI,596 119n
VI,598 154 e Il
VI,702 166 e n
Nicandro di Colofone, Theriaca,
268-270 53n
Niceforo Blemmide (pseudo),Historia Terrae (in [GGM]),
469b,33-37 181n

-- 236 --
Indice delle opere e dei passi citati

Omero, Odissea,
IV,483 85 e n
VI, 204-205 218 e n
XVII,487 86 e n
Orosio,Paolo, Historiarum adversus paganos libri VII,
I,ii,79 177 e n
Oviedo, Gonzalo Fernandez de,
Sumario de la natural historia de las lndias,
178-179 (in [Oviedo]) 59 e n
Papiri
P. Oxy. 918 147n
P. Oxy. 1241,II,16 88 e n
Pappo, Collectio (ed. Hultsch),
V II,636,24-25 115n
V II,662,15-18 115n
Patercolo,Caio Velleio,Historiae Romanae,
I,xiii,4 81 e n
Pindaro, Olimpica II,
61-76 162 e n
Platone, Timeo,
22b-23c 72 e n
Plauto,Poenulus,
930-948 78n
Plinio,Naturalis historia,
11,53 127n
11,69 94n
II,95 123n,124n,148n
II,128 53n
11,169 100n,101n
11,170 197 e n
II,172 198n
Il,186 174 e n
11,211 132 e n
11,247 119n,181-184
11,248 122 e n
IV,104 103n,173 e n
V,8 108n
V,9 104n
V,14 108n
V,44-46 109n
L'America dimenticata

VI,165-166 108n
VI,195 109n
VI,201 166n
VI,202-205 108n,154n,162n
VI,217 132n
VII,10 109n
VII,11 96n
VII,23 109n
VII,25 109n
XII, 53 119n
XVIII,22 79n
xxx,12 78n
XXXIV,36 81n
XXXV,24 82 e n
Plutarco, De defectu oraculorum,
419E-420A 103n
- De facie quae in orbe lunae apparet, 123n
921B-D 200n
921D 124n
923C-D 97n
923F-924C 94n
941A-C 207-208
- De sera numinis vindicta,
552A 78n
- De Stoicorum repugnantiis,
1047C-E 123n
- De superstitione,
171C 77n
- Maxime cum principibus philosopho esse
disserendum,
777A 86n
- Quaestionum convivalium libri iii,
732F 123n
- Quomodo quis suos in virtute sentiat profectus,
79a 102n
- Regum et imperatorum apophtegmata,
175A 78n
200E-F 86-87
- Vita Sertorii,
8 165 e n
Indice delle opere e dei passi citati

Polibio,Historiae,
III,38 104n
VI,52 79n
VI,57 72n
XVIII,38 76n
XXXII,fr. 3,11-13 86n
XXXVI,17 81n
XXXVIIl,3 80-81
XXXVIII,22 72n
Epilogo 87 e n
Pomponio Mel a, Chorographia,
IIl,62 107 e n
III,102 162 e n
Popol Vuh ([Popol Vuh:Tentori]) 55-56
97-98 56 e n
107 56 e n
129 57 e n
134-135 58 e n
Porfirio,De abstinentia ab esu animalium,
II,56 78n
Procopio,De bellis,
VI,xv,4-5 176-177
Rufo Efesio,De nominatione partium hominum,
151 92 e n
S allustio,Bellum lugurthinum,
xvii 79n
Scholia in Apollonium Rhodium,
II,675 171n
Scil ace (pseudo),Periplus
(in [GGM],voi. I),
112 (pp. 94-95) 100n
Senec a,Naturales Quaestiones,
I,pr aef.,13 189 e n
IVa,ii,22 102n
IVa,ii,24 108 e n
VII,xxv,6-7 94n
- Epistulae,
88,37 88n
- Medea,
374-379 202-203
L'America dimenticata

Seneca il Vecchio,Suasoriae,
I,1, 104-105,202 e Il
I,4, 105 e Il
Silio Italico,Punica,
III,597 173n
Simeone Seth, Conspectus rerum naturalium
(in [Delatte],pp. 17-89), 178
I,7 178 e n
I,8 179 e Il
I,12 180 e Il
III,36 180n
Simplicio,In Aristotelis de caelo commentaria
( [CAG],voi. VII),
264-265 129n
550 148n
Solino, Collectanea Rerum Memorabilium,
LVI,13 sgg. 166 e n
Stobeo,Eclogae,
I,182,20-21 94n
I,204,21-25 94n
Strabone, Geographia, 131-132
I,i,8 192-193
I,i,8-9 193-194
I,i,12 126n
I,i,13 156n
I,i,20 134n
I,iii,11 116n,132n
I,iv,1 127n,152 e n
I, iv, 2 103n,145n,174n
I,iv,3 173n
I,iv,5 182n
I,iv,6 188 e n,195 e n
I,iv,9 116n
II,i,18 102n
II,i,40 132n
II,ii,1 171n
II,ii,2 153n
II,ii,5 103n
II,iii,4 107n
II,iii,5 190 e Il
Indice delle opere e dei passi citati

Il, iii,6 190n


II, iv,1 103 e n
II, iv,2 103n
II, iv,1-3 104n
Il,V, 5 200-201
II,V, 7 119n,127n,145n
II,V, 8 102n,173n,196 e n
II,V, 10 198n
II,V, 12 107n
Il,V, 13 195-196
II,V, 24 230n
II,V, 34 119n,127n,156n
II,V, 43 175 e n,197 e n
III,v,3 99 e n
III,V, 10 171n
IV,ii,1 104n
VII,iii,1 177 e n
VIII, vi,28 81n
IX,iii,10 105n
XI,xi,1 106n
XVII, i,2 144n,145n,230n
XVII, i,12 85 e n
XVII, i,25 105n
XVII, iii,3 104n
XVII, iii,4 171n
XVII, iii,10 152n,171n
Suda, s.v. Iloonorovwç 171n
Tacito,De vita et moribus lulii Agricolae,
x,5 172n
Teone d'Alessandria,
Commento all'Almagesto (ed. Rome),
395,1-2 148n
Teone di Smirne,
De utilitate mathematicae
124,10-12 (ed. Hiller) 119n
Tolomeo, Almagesto (ed. Heiberg), 93
I, vii,24 135n
I,xii,68 115n
V,V, 369 148n
V,xiii,416 124n
L'America dimenticata

V,xiv,417 148n
IX,ii,210 125n,128n
- Geographia, 54n,133n,135
I,1,1-4 157 e n
I,2,2 158 e n
I,4 158-159,173n
I,7,1 152n
I,11,2 152n
I,11,4 154n
I,12 155 e n
11,3,32 172n
IV,6,34 153n,161n,168 e n
VI, 16,8 154n
VII, 3 153n
VIII,3,3 172n
Valerio Massimo,Factorum et dictorum memorabilium
libri IX,
V,1,1f 83 e n
IX,ii,ext. 5 84 e n
Virgilio,Eneide,
V,830-832 53n
Vitruvio,De architectura,
I,vi,9 119n
V,V, 8 82 e n
IX,i,12 94n
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Indice dei nomi

A Aristotele 9,53n, 92n,113 e n,


Aezio 199n 116,129,135,165n,
Agatarchide di Cnido 106-107 188 e n,192,198n
Agatemero 171n Artaserse II 206
Agrippa (astronomo) 123n Asdrubale (filosofo) 79-80; vedi
Agrippa,Marco Vipsanio 133 anche: Clitomaco
Alessandro Magno 104-105, Ateneo di Naucrati 85 e n,86n,
113,149, 149 e n
Alessandro I Baia 86 Attalo II 82
Ammiano Marcellino 108n Aureliano,Celio 92 e n
Anassimandro 112,117,144n Avieno,Rufo Festa 79n,
Annone 53,78,100,101,108, 101 e n
Anthony, David 32
Antifane di Berga 102 e n,191, B
206 Bagley,Robert W. 37,41
Antioco I Soter 105 Bartoloni,Piero 64
Antonio Diogene 175, Berger,Hugo 127
203-204,206 Berggren,Lennarrt 160n
Apollonia Rodio 88,114, Barelli,Giovanni Alfonso 97n
Apollonia di Perga,92 Bottéro,Françoise 36,37
Appiano di Alessandria 77n
Arato di Soli 123,125 e
Archimede 6,79n,92,115, Caboto,Sebastiano 51
115n,116,132 e n,134, Cadelo,Elio 62n
135,146n,202n Callimaco 114
Aristarco di Samo 93,97, Callippo di Cizico 94
124n,125n Capella,Marziano 119n,
Aristarco di Samotracia 88 145-146, 166 e n
Aristide (pittore) 82 Casas,Bartolomé de las 41

255 - -
L'America dimenticata

Celio Aureliano vedi: Aureliano, Dicearco 114,173 e n


Celio Dicks,D. R. 127 e n,128n
Censorino 119n Didimo,detto «Calcentero)f 88
Chandragupta Maurya 105 Diocle 135
Childe,Vere Gordon 18n Diodoro Siculo 76-77,79n,
Cicerone,Marco Tullio 89-91, 86n,87n,105n, 163-164,
198n 167,206-207,213,215
Cida 88 Diofane di Nicea 78n
Cleante di Asso 200 e n Diogene Laerzio 79,80 e n,
Cleomede 117,117n,119, 112n
141-146,152n,173 e n, Dionigi di Alicarnasso 77n
177n,179,197-198, Dionisio Periegeta 176 e n
229-232 Dionisodoro 121-122
Cleopatra III (sorella di
Tolomeo V III) 84 E
Clitomaco 80, 86n, 116; vedi Ecateo di Mileto 112
anche: Asdrubale (filosofo) Ekholm,Gordon F. 42
Colombo,Cristoforo 51,53-54, Eliano,Claudio 202 e n
181,189,203, Elio Erodiano: vedi Erodiano,
Colombo,Fernando 51 Elio
Cooper,Jerrold 37,41 Enopide di Chio 114
Cornelio Nepote vedi: Nepote, Epitteto 95 e n
Cornelio Eraclide Pontico 93-94
Cosma Indicopleuste 177n Eratostene x,88,102,114-122,
Cratete di Mallo 198-200, 208, 125-128,131,132n,
Crisippo di Soli 95,97n 139-149,151-153,156,
Ctesia di Cnido 204,206 160,170n,174,179,
180-182,183n,184n,188,
D 192,195,208,210,213,
Dal Pozzo Toscanelli,Paolo 54n 229-232
Damerow, Peter 25,36 Erodiano,Elio 176 e n
D'Annunzio, Gabriele 77 e n Erodoto 78,99-100,105n,
Dante Alighieri 98,99n 113,146-147
Dario I 105 e n Erofilo di Calcedonia 91-93
Dedekind,Richard 97n Erone di Alessandria 119n,
Deimaco 105,107,109 147-148
Demetrio I (re indo-greco) 106 Esiodo 162 e n
Demetrio II Nicatore 86 Euclide 92 e n,97 e n,145n
Demetrio di Tarso 103 e n Eudosso di Cizico 100 e n,
Diamond,Jared 74 e n 106-107,189-190

-- 256
Indice dei nomi

Eudosso di Cnido 94,113, Hultsch,Friedrich 119,


123,125 140-141,170
Eustazio di Tessalonica 171n Huntington,Samuel 16
Eutidemo I 106
Eutimene 101,102n,108 I
Eutocia di Ascalona 115n Iempsale 79n
Evemero 102 e n Ificrate 78n
Imilcone 101,
F Ingstad,Helge 49
Fawcett,Clare 44n Ipparco x,102,102n,122-129,
Filone il Dialettico 97n 131-132,139,148,151-152,
Filopono, Giovanni: vedi 156, 158, 160-161,167,
Giovanni Filopono 170-171, 174-175, 178-179,
Filostrato 53n 180-185,187,192-195,
Finley,Moses 5 197-198,200,201,208,
Flaubert, Gustave 77 210,212-214
Fazio 203-204,206
Fracastoro,Girolamo 97n J
Frege, Gottlob 97n Jones,Alexander 160n

G K
Galeno 93 e n,202n Keplero 94,208n
Galileo Galilei 129n Kohl, Philip L. 44n
Gama,Vasco da 100 Kroeber,Alfred Louis 7,42
Gelb,lgnace J. 23,24,25,36,37 Kuhn,Thomas 64
Gelone 78n
Gemino di Rodi 94n,119n, L
177n,178n,200n, Landa,Diego de 55 e n
Giambulo 204,206, Lattanzio 78n
Giovanni Filopono 129 e n, Leopardi, Giacomo 72,95n
180 e n Longo,Vincenzo 96n
Giuba II di Mauretania 108 e n, Luciano di Samosata 53n,
162 e n,166n, 96 e n,204-206
Giustiniano 129n Lucrezio (Tito L. Caro) 80n,
Gordon, Cyrus Herzl 64n 97n,129n
Grazio,Ugo 41 Lyell, Charles 73

H M
Halley,Edmond 124n Macrobio,Ambrogio Teodosio
Heyerdal,Thor 53 119n,198 e n

- - 257
L'America dimenticata

Magone (scrittore di agricoltura) Paolino, Caio Svetonio 108


78-79 Pappo di Alessandria
Manfredi Valerio 162n,167 e n, 115 e n
211n Parmenide 112-113,117
Marciano di Eraclea 191-192 Patercolo,Caio Velleio 81 e n
Marino di Tiro 139,151,153, Pierce,Charles Sanders 211n
155-156,160 e n,184 Pindaro 162 e n
Marziano Capella: vedi Capella, Pitagora 112n,113n
Marziano Pitea 101-104, 113,126n,153,
Massimo,Valerio 83-84 161,172-177,196,204,
Massinissa 79n 206
Megastene 105,107,109 Platone 72 e n,80,92n,113
Mela,Pomponio 107 e n,132, Plauto 78 e n
162 e n,202, Plinio il Vecchio 53n,78n,79n,
Menfite,Tolomeo 84 81-82,94n,95-96,100 e n,
Menippo di Pergamo 192n 101n,103n,104n,107-109,
Mette,Hans Joachim 198 e n 119 e n,121-123,124n,
Michele VII Dukas 178 127n,132,132n,148n,
Micipsa 79n,108n 154n,157,162 e n,166n,
Morley,Sylvanus 44 170n,173-174,181-183,
Mosè 57 189,194,197-198,202,
Mummia,Lucio 80-82 210
Plutarco 77n,78n,86,87n,
N 94n,97n,102n,103 e n,
Neco II 99,100n,105 e n 123 e n,124n,128,
Nepote,Cornelio 100n 165 e n,171n,200 e n,
Newton,Isaac 97n 207,208n,213-214
Nicandro di Colofone 53n Polibio 72 e n,76n,78,79n,
Niceforo Blemmide 181 e n 80-81,85-87, 88n,98,
104 e n,131,202n
o Pomponio Mela vedi: Mela,
Ofela 103 Pomponio
Omero 85n,165,198-199, Porfirio 78n
207,218n Posidonio di Apamea 86 e n,
Orosio,Paolo 177 e n,210 107n,144,152-153,156,
Oviedo,Gonzalo Femandez de 160,170-171,178,
59 e n 189-190,192,213
Prisciano Lidio 129n
p Procopio di Cesarea 176,177n,
Panezio 87 210

- - 258
Indice dei nomi

R 177 e n,182n,188-190,
Raglan,FitzRoy Richard 192-198,200-201,215,
Somerset 7 230 e n
Reed,Erik 44
Rufo Efesio 92 e n T
Tacito,Publio Cornelio 172 e n
s Tainter,Joseph 73-74
Sallustio 79n Taylor,Isaac 23-24
Sataspe 100 Tentori,Tullio 57-58
Schiaparelli,Virginio 95 e n Teofrasto 113n
Schmandt-Besserat,Denise 17n Teone di Alessandria 148n
Scilace (pseudo) 100n Teone di Smirne 119n
Scipione Emiliano 72,77-78, Timostene di Rodi 105
86-87,104 Tolomeo,Claudio x,51,54n,
Seboso,Stazio 166 e n 75,93, 115n,122-126,
Seleuco di Babilonia 94n, 128 e n,131,133-140,142,
193-194,199n 144n, 145,148n,151-162,
Seleuco I 105 167-170,172-175,178,
Seneca,Lucio Anneo 88 e n, 179n,181,184-185, 192,
94n,96,102n,108 e n, 197,209-213,223-228
189 e n,202,203n Tolomeo II Filadelfo 105 e n
Seneca,Lucio Anneo il Vecchio Tolomeo III Evergete 114,145
104,105n,192,197, Tolomeo VI Filometore 80,83
203 e n Tolomeo VII: vedi Tolomeo VIII
Sertorio,Quinto 165 Tolomeo VIII Evergete II ,detto
Sesto Empirico 96 Fiscone 83-85,189
Seth Simeone 174-181,211 Tolomeo IX Soter II
Sharer,Robert 43,60,65n Tolomeo Pancione: vedi
Silio Italico 173n Tolomeo VIII
Simplicio 93n,129 e n,148n Toomer,Gerald J. 124n
Smith,Grafton Elliot 7,41 Trigger,Bruce 26
Solino,Caio Giulio 166 e n
Soter II: vedi Tolomeo IX V
Stephens,John Lloyd 44 Valerio Massimo: vedi Massimo,
Stobeo,Giovanni 94n Valerio
Strabone 81n,85 e n,98,99 e n, Vespasiano,Tito Flavio 173n
102-107,116n,119n,126n, Vico,Giambattista 72
127 e n,131-132,134n,139, Virgilio (Publio V. Marone) 53n
144n,145n,152 e n,153n, Vitruvio (Marco V. Pollione)
156 e n,160,171n,173-175, 82 e n,94n,119n

- - 259
Lucio Russo si è occupato di meccanica
statistica. calcolo delle probabilità e storia
della scienza. Su quest'ultimo argomento ha
pubblicato Lo rivoluzione dimenticato (�eltrinelli
1996), Flussi e riflussi (�eltrinelli 2003) e, con
l:::manuelo Santoni, Ingegni minuti (�eltrinelli
2010) tanche autore di alcuni pamphlet,
come Segmenti e bastoncini (�eltrinelli 1998)
e Lo cultura componibile (Liguori 2008)

«I think» (io penso) è il modo commovente


con cui Charles Darwin introduce, in uno
dei suoi taccuini, la sua rivoluzionario idea
t
della vita uno schizzo, mo l'intuizione
dell'unità del vivente. il »corallo della vita».
è già tutta qui. Un disegno quasi infantile
che diventa il simbolo di un'avventura,
quella della conoscenza. i cui ingredienti
fondamentali sono lo spirito critico, l'apertura
mentale, la capacitò di vedere il mondo
in modo diverso da come ci appare. Questa
collana non mancherò di ricordare gli umili
e coraggiosi »io penso» che, nelle discipline
più diverse. ci hanno portato fin qui o stanno
già ridisegnando il nostro mondo futuro.
Armando Mossorenti
Lucio Russo
L'America dimenticata
I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo

Do dove venivano le galline che


i conquistadores trovarono in Messico?
Come mai in un affresco di Pompei
appare un ananas?
Quante volte è stato scoperto l'Americo?
Nei numeri degli antichi geografi lo provo
che le civiltà dialogavano e un tempo il mondo
ero più gronde di quanto si sia soliti credere.

I I 111
ISBN 978-88-6184-308-0

Prezzo al pubblico
Euro 18,00 9 788861 843080