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20 novembre 2020 - 16:02 > Versione online

L'Uniurb individua il meccanismo che


contrasta il Covid: occhi puntati sulla
proteina Hdac - Pesaro - CentroPagina

Attualità Pesaro
Esiste già un elevato numero di farmaci e composti bioattivi con attività di inibitori di questa
molecola, attualmente utilizzati per altre patologie. Parola alla ricercatrice e docente Maria
Cristina Albertini
Di Annalisa Appignanesi
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20 Novembre 2020
ANCONA – Farmaci già noti ed impiegati nella pratica clinica per la loro azione antitumorale,
broncodilatativa, chemiopreventiva e antipertensivia possono essere in grado contrastare i
meccanismi cellulari e molecolari alla base dell’infezione da covid-19 e la progressione della
malattia. È quanto ha scoperto uno studio dell’Università degli Studi di Urbino, realizzato in
collaborazione con Enea e con l’università di Singapore.
Una ricerca di grande importanza che apre la strada non solo all’impiego di di farmaci già
esistenti nel trattamento del covid-19, ma anche «allo sviluppo di nuovi farmaci in grado di
interferire coi meccanismi molecolari alla base dell’infezione» spiega Maria Cristina Albertini,
ricercatrice e docente di patologia generale dell’ateneo urbinate, che, insieme ad altri docenti e
ricercatori dell’università (Piero Sestili, Daniele Fraternale, Marco Bruno Luigi Rocchi e
Sofia Coppari), ha partecipato allo studio con Seeram Ramakrishna della National University
of Singapore, uno tra i più quotati ricercatori a livello mondiale.
La ricerca, che si è sviluppata durante il periodo del lockdown, ha identificato per prima la
proteina Hdac (Istone Deacetilasi), una tra le più importanti molecole che regola l’espressione
genica, quale bersaglio terapeutico per contrastare il virus. Un risultato «dal notevole impatto
clinico» spiega la professoressa Albertini, dal momento che, essendoci «un discreto numero di
farmaci e anche composti bioattivi di origine naturale come la quercetina, un flavonoide presente
in alcuni alimenti, con comprovata attività Hdac inibitrice, attualmente utilizzati per altre
patologie», potranno essere «integrati per contrastare la malattia».
Questo, come evidenzia la ricercatrice urbinate, «è importante perché evita di dover aspettare

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mesi, come avviene nei trial clinici per i nuovi farmaci». Inoltre spiega che l’attività della
proteina individuata dallo studio «è al centro di tutti i meccanismi in cui sono coinvolte le
terapie attualmente utilizzate» come ad esempio gli antinfiammatori, antivirali, antistaminici,
farmaci che bloccano la proteina Ace 2. Una via che spiana la strada al virus, la proteina Hdac
che ora grazie all’individuazione potrà essere sbarrata utilizzando i farmaci giusti, che sono «già
pronti all’uso» e che consentirà quindi di tagliare i tempi.
«In questo momento in cui abbiamo tante persone che muoiono per il covid e le terapie sono
disomogenee – spiega la professoressa Albertini – avere indicazioni su farmaci già disponibili è
essenziale per la crisi che stiamo vivendo». I risultati sono stati validati dal confronto con i dati
clinici di uno studio cinese su 1.096 pazienti di Covid-19, che aprono la strada a nuovi studi nel
settore del “drug repurposing” e “drug-discovery”.
La ricerca, realizzata con il ‘Big Data approach’, cioè utilizzando piattaforme computazionali
che raccolgono una grande mole di informazioni, è stata pubblicata sulla piattaforma
internazionale ‘Research Square’ e accettata dalla rivista internazionale peer-reviewed
‘Frontiers in Pharmacology’. Il lavoro è stato ispirato al ‘repurposing’, ossia riqualificazione –
tra le linee guida raccomandate dalla Commissione Europea – e prende in considerazione farmaci
già in uso, approvati sia dall’European Medicines Agency (EMA) che dalla Food and Drug
Adminstration (FDA).

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