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Maurizio Balsamo

Come si traduce “Nachträglichkeit” in italiano?


Con “Le forme dell’après-coup” prosegue la riflessione sui
concetti della psicoanalisi iniziata con “La regressione
nella stanza d’analisi”. In questo volume appaiono un
saggio storico-critico di Fausta Ferraro e Alessandro
Garella, un ampio lavoro di Jacques André, che sottolinea
lo stretto rapporto con la cura analitica ed uno di Francesco
Conrotto sul rapporto con la grammatica generativa e la
produzione ricorsiva di après-coup. Ancora una volta, non
si tratta tanto di fare il punto “completo” su di un concetto,
ma di mostrare da una parte la ricchezza teorica e il ruolo
clinico dell’après-coup, dall’altra la diversità di
interpretazioni che la comunità analitica sviluppa sulla
questione fra, ad esempio, la rilevanza data al coup, al
colpo e dunque al trauma da André, alla dimensione
processuale e di ricategorizzazione proposta da Conrotto,
fino alla presa in esame delle condizioni cliniche in cui si
dà piuttosto l’impossibilità dei processi di trascrizione e di
risignificazione o alla lettura eminentemente “ermeneutica”
di Lacan.
I saggi qui raccolti mostrano ampiamente i problemi
derivanti dalla traduzione della Nachträglichkeit, reso con
“après-coup” in francese, ma utilizzato egualmente in
italiano, sia da solo che assieme a posteriorità, o a
posteriori, non trascurando alcuni nemmeno azione
differita, sebbene si sia fatta sempre più strada la
convinzione dell’inadeguatezza della traduzione della
Nachträglichkeit con deferred action per indicare la

1
retroattività, motivo per cui spesso gli autori italiani (ma
questa prerogativa appare esser presente anche in quelli
inglesi), preferiscono aggiungere ad essa il termine tedesco
o francese. Ma evidentemente non si tratta solo di un
problema traduttivo. Se ad esempio D. Birksted-Breen
ritiene1, forse correttamente, che una differenza fra la
psicoanalisi inglese e quella francese si situi nell’uso o
meno dell’après-coup, o nell’attenzione inglese verso una
maggior linearità del tempo, la proposta “integrativa” fra le
due accezioni nasce in verità da una serie di malintesi: il
primo è che la psicoanalisi inglese abbia utilizzato il
concetto senza nominarlo, ipotizzando dunque un accordo
di fondo fra le due “lingue”, mentre a mio avviso si tratta
di una differente metapsicologia, di una differente
concezione della temporalità psichica e dei processi della
cura; il secondo è che se, come l’autrice propone, occorre
“dialettizzare” il tempo dell’après-coup con quello lineare
evolutivo (che esprime già, come tesi, la necessità di
delimitare la posta in gioco dell’après-coup che non è certo

1
“ Time and après-coup ”, Int. J. Psychoanal. , 2003, 84 ; S. Bolognini ( “Toutes le
fois que: Equivalence psychique et consubstantialité”, Bollettino FEP, 61)
commenta favorevolmente il testo della Birksted, sottolineando la necessità di
tener presente il rapporto fra i due tempi, quello lineare e quello ricorsivo. Tuttavia
ritengo che questo rapporto si inserisce in una prevalenza, nella rilettura dell’après-
coup, del ruolo della funzione di perlaborazione e di ristoricizzazione. Non a caso
invece, a mio avviso, Bolognini valorizza nel suo testo il problema della
regressione “all’esperienza vissuta della consustanzialità atemporale” e il ruolo dei
futuri possibili. Una lettura decisamente spostata in senso costruttivista è quella di
Lock, come sottolineato da W.Eickhoff, (2006). “On Nachträglichkeit: The
Modernity of an Old Concept”. Int. J. Psycho-Anal., 87:1453-1469. Sulla necessità
di considerare il ruolo di elementi mnestici sottratti alla ricostruzione soggettiva,
cfr. R. Künstlicher, (1994). “Nachträglichkeit’: The intermediary of a
unassimilated impression and experience..” Scand. Psychoanal. Rev., 17:101-118

2
data dalla risignificazione del passato -elemento che non
disturba nessuno-, quanto invece dall’intreccio dei tempi
che si realizza nel momento in cui il tempo 2, il tempo
della scena rimossa, risuona nell’evento anodino che si
realizza nel presente) si delinea, con questa “dialettica”,
una differenza fra un passato da rileggere ed un presente da
vivere, articolato al passato evidentemente solo nella
dimensione patologica. Infine, si propone la tesi per cui
l’après-coup non è che “una ristrutturazione del passato in
funzione del presente, e l’interpretazione un après-coup
che riorganizza le percezioni e le conoscenze precedenti”.
Ma così facendo si riduce ancora una volta l’après-coup a
pura rilettura, si perde di vista la questione del tempo
imbricato o dell’anacronismo inerente alla dimensione
delle tracce che persistono silenti nel riverbero fra una
storia attuale ed una tuttora in giacenza, e si accetta il
concetto a patto di ridurlo ad una sequenzialità di tempi che
procedono verso forme progressive o di maturazione
soggettiva.
Anche nella tradizione italiana, il riferimento all’après-
coup, mediato ed accompagnato da un pluralità di
traduzioni, diventa nell’uso corrente un patchwork di
lingue, come del resto mostra il titolo stesso di questa
introduzione. Ma i motivi sono da ricercarsi solo nel
tentativo di indicare, con queste differenti occorrenze
terminologiche, una pluralità indifferente di traduzioni o
c’è altro? Sicuramente il riferimento a tali possibilità
linguistiche rende conto del dibattito sorto intorno alla
traduzione della Nachträglichkeit, come se l’utilizzo del
termine dovesse importare l’intera storia del dibattito e con
sé, tuttavia, la complessità delle concezioni psicoanalitiche
3
della temporalità, non tutte congruenti fra di loro. Ad
esempio è interessante osservare come l’apparente
accettazione del termine in autori come Modell o Sodré, si
accompagni ad una cancellazione della discontinuità
temporale e alla prevalenza dell’attuale. Come notano
Ferraro e Garella nel loro scritto, per Modell, la posteriorità
può restare a patto “che venga ristretto a processi di
causazione fisiologici, ovvero all’interazione fra processi
cerebrali (mnestici, perlopiù) che si volgono in un lasso di
tempo ristretto, cioè in una dimensione temporale
definibile come presente”. Analoga scelta è realizzata da
autori come Thomä e Cheshire2, per i quali è inconcepibile
proprio il “buco” temporale fra un evento e la sua
riapparizione risignificata. L’opposione fra causazione e
risignificazione è utile a ristabilire la freccia temporale che
non prevede che “il tempo suoni due volte” 3, ma esclude la
comprensione degli effetti di un fallimento della
simbolizzazione che si manifesta nella vita psichica del
soggetto non più come assenza di significazione
(all’origine della scena che si riverbera), ma come
fallimento attuale di questa operazione e che dà luogo alla
comparsa sintomatica. E’ probabile dunque che in questa
scelta a “termini multipli” si celi un’indeterminazione
concettuale, una difficoltà di comprendere la portata
effettiva della questione posta dall’après-coup.
Ad esempio, il processo viene pensato il più delle volte
nella relazione fra iscrizione traumatica e sua ripresa
2
Thomä H. & Cheshire N. (1991),“Freud’s nachträglickheit and Strachey’s
‘deferred action’: trauma, construction and the direction of causality”. Int. Rev.
Psycho-Anal., 18, 407-29.
3
E. Klein, IL tempo non suona mai due volte, Cortina, Milano, 2008
4
soggettiva, mentre sembra essere completamente messo da
parte il problema della risorgenza di qualcosa di
inassimilabile per l’Io e che deborda completamente le sue
capacità elaborative, cioè dei fallimenti dell’après-coup
inteso come lavoro di risignificazione delle tracce. Inoltre,
l’oscillazione fra evento traumatico e sua ripresa nello
spazio psichico soggettivo, trascura un aspetto messo in
evidenza ad esempio da Cournut quando, nel chiedersi i
motivi della necessità dei soggetti traumatizzati di restare
fissati alla scena traumatica, si domanda se il trauma non
divenga un trauma-schermo che protegge l’individuo dai
conflitti inconsci che l’aggressione ha brutalmente
rianimati in lui4. Riprendendo dunque in esame la
questione della storia inconscia del soggetto e non solo
quella visibile/rimossa e comunque articolata all’irruzione
dell’evento.
Senza dubbio tale situazione indica il complesso rapporto
fra traduzione linguistica e traduzione metapsicologica, nel
senso sia di segnalare, con una traduzione o l’altra, la
metapsicologia inerente alle scelte dell’autore, ma allo
stesso tempo, con questa scelta di lasciare uno accanto
all’altro le differenti versioni del concetto, in una sorta di
assunzione non univoca dello stesso, si rivela come nella
cultura psicoanalitica l’après-coup è inteso in modi
differenti e che l’accordo è solo di facciata. Un buon
esempio di misunderstanding è dato dall’equiparazione
proposta ad esempio da Ignès Sodré fra insight e après-
coup5. L’autore propone questo rapporto partendo dal fatto
che gli autori inglesi non utilizzano il termine di après-
4
Cit. in D. Casoni,  “Never twice without thrice : an outline for the understanding
of traumatic neurosis”, Int. J. Psychoanal., 83, 2003
5
coup, e dalla questione dell’insight mutativo di Strachey,
un evento che conduce ad un cambiamento sostanziale
dello psichismo. Nelle parole dell’ autore esso esprime “un
cambiamento dell’interpretazione di un evento nel passato
consecutivo ad un movimento verso uno stadio di sviluppo
più avanzato.. Sono d’accordo con Thoma e Cheschire
quando dicono che non c’è bisogno di un concetto di
causalità retrospettiva per comprendere il fenomeno”6.
Cosa non funziona in questo tipo di rilettura? Intanto la
sottovalutazione della discontinuità7 fra i due momenti
dell’après-coup, il che induce l’autore a sottolineare
esclusivamente l’aspetto progrediente dell’après-coup, non
trovando posto, in questa messa in rapporto coll’insight, la
possibilità per l’après-coup di causare il trauma e, con esso,
il suo aspetto disorganizzante, né la spinta regressiva che il
coup induce (così come avviene per ogni discontinuità nel
tessuto psichico che diventa da allora in poi il nucleo
agglutinante di due destini possibili: o, nel caso di
un’impossibile utilizzo degli oggetti simbolizzanti,
l’aspirazione verso il fallimento rappresentativo, o di
significazione, determinando una coazione a ripetere,
oppure funzionare come una spina eccitatoria, capace di

5
I. Sodre, “Insight et après-coup ”, Revue française de psychanalyse, 4, 1997 ; cfr.
anche Sodré, (2005). “As I was walking down the stair, I saw a concept which
wasn't t”... Int. J. Psycho-Anal., 86:7-10
6
Idem, pag.1256
7
J. L. Donnet: “Nel processo di après-coup, la risignificazione di t¹ è
un’interpretazione che è l’opera di una soggettività. Non bisogna ricordare che se,
l’après-coup in Emma è stato traumatico, esso sarebbe potuto essere
simbolizzante, integratore? Si può immaginare Emma felice: la dimensione
aleatoria della soluzione di un processo di après-coup mi pare essenziale” in
“L’après-coup au carré”, Revue française de psychanalyse, 2006, 3, pag 718
6
sollecitare innumerevoli e differenti traiettorie rielaborative
o creative). Tra l’altro proprio questa spinta regressiva, il
segno di un impedimento alla circolazione della dinamica
messa in moto dal colpo, potrebbe essere all’origine della
difficoltà dell’utilizzo del termine, nel momento in cui si
privilegia il polo progressivo ed elaborativo del processo.
Nell’esempio scelto da Sodré si tratta di mostrare come il
passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella
depressiva permetta di istituire un movimento verso una
posizione di preoccupazione verso gli oggetti giungendo a
considerare le cose da un punto di vista meno narcisistico.
Ma si tratta davvero, in tal caso, di après-coup? Manca, in
questa teorizzazione, l’idea fondamentale del
trovato/creato, l’idea cioè che se è necessario un colpo
come momento scatenante del processo, è anche vero che
l’après-coup costruisce un colpo nel tentativo di legare le
discontinuità, di narrare una storia riferibile all’autore, di
trasformare la pura esistenza o l’accadere di un evento in
uno indirizzato al soggetto e che di fatto lo costituisce
come oggetto di desiderio e di investimenti, fossero pure
quelli derivanti da una dimensione traumatica. E lo
costruisce nel processo di soggettivazione che “trova/crea”
il messaggio inerente alle prime scene e che da quel
messaggio è interrogato secondariamente8. Difatti, se è
indubbio che proprio l’esistenza delle prime iscrizioni e il
costituirsi stesso della realtà psichica necessita di
considerare la stessa come un limite fondamentale ad una
lettura ermeneutica (in altre parole non sono possibili
infinite narrazioni di quel passato), è tuttavia vero che

8
Cfr. J. L. Donnet : “ Forse dal punto di vista dell’inconscio, ogni soggettivazione
implica i due tempi dell’après-coup ” in “L’après-coup au carré”, cit., pag.723
7
un’ermeneutica agisce nel passaggio dal colpo al colpo per
me, nell’iscrivere cioè l’evento secondo il principio di
piacere. In tal senso, il celebre “che vuole da me,
dicendomi, o facendomi questo o quello”, esprime una
doppia operazione: esso indica, di certo, il resto da
tradurre, come si esprime Laplanche ma è, allo stesso
tempo, un esito dei processi traduttivi, che operano su di
un indifferenziato o su un indistinto (a chi era rivolto
davvero quel bacio, quel gesto? Solo all’interlocutore
presente? Chi era l’interlocutore segreto di quella messa in
scena? Questo tipo di questioni mette in evidenza il “terzo
oggetto dell’altro” seguendo una formula della Faimberg,
ad esempio l’oggetto materno della madre di una paziente,
iscritto nella realtà psichica inconscia di quest’ultima. Nel
momento in cui è possibile operare un processo di
disidentificazione, attraverso il riconoscimento delle
identificazioni inconsce alienanti, si libera uno spazio per il
soggetto oltre che per l’altro, finalmente distinti nei loro
destini. E’ dunque allora che si può introdurre il “per me”).
Senza dubbio, la “messa in scena” che si dispiega nel
tempo della posteriorità appare come la rappresentazione
necessaria per un processo di après-coup che non riesce a
svilupparsi come processualità intrapsichica (per assenza di
dialogo con un interlocutore introiettato, per la necessità di
figurare attraverso le risposte dell’altro), e che necessita
dunque di una seconda scena, simile ma non identica alla
prima, e da cui possono evidentemente derivare destini
diversi a seconda che si renda possibile una ripresa
elaborativa/integrativa o che, invece, questa oscillazione si
imponga al soggetto come rimando di scene fra loro
inassimilabili. E’ vero che nel tempo della seconda scena la
8
prima è finalmente traducibile, dando al soggetto “la
chiave” di ciò che era accaduto, ma questa traduzione si
impone come trauma laddove il colpo anziché diventare
elemento che partecipa alla dinamica psichica, si
caratterizza per la sua immobilità trascrittiva, per la sua
impossibilità ad essere ripreso/soggettivato sia
individualmente che nel rapporto con un oggetto che
svolge funzioni di simbolizzazione suppletive. In tal senso
J. André ha ragione quando osserva, nel lavoro qui
pubblicato, che “L’après-coup è un trauma, e se non è
semplice ripetizione è perché contiene elementi di
significazione che aprono, a condizione d’incontrare un
ascolto e un’interpretazione, su una trasformazione del
passato”. Ma occorre aggiungere che se la dimensione
traumatica è rilevante, è perché la significazione in cerca di
ascolto non raggiunge il suo destinatario (il soggetto) che a
patto di trovare un interlocutore che lavori per /con lui,
segnalando con ciò il tempo di latenza fra irruzione della
comprensione e sua elaborazione, dando ragione dunque di
altri destini possibili dell’après-coup. Se l’evento diventa
trauma solo après-coup, questo non implica che ogni après-
coup debba essere traumatico.

E’opportuno differenziare processi in après-coup che


utilizzano il dispiegamento rappresentativo e altri che
difettano di questa possibilità e che “ruotano” intorno alla
questione della ripetizione, cioè della necessità di
rappresentarsi nel reale per permettere un legame possibile

9
di ciò che era rimasto in giacenza 9. Per questo motivo, la
celebre formulazione freudiana del “ricordo che diventa
trauma in après-coup”10, implica che tramite la seconda
scena qualcosa che finora era contrassegnato dal silenzio
rappresentativo e condannato alla ripetizione, divenga nel
processo di ripresa ritrascrittiva finalmente parlante al
soggetto e ai suoi interlocutori ( è nel secondo tempo che
appaiono i sintomi). Del resto Freud parla esplicitamente
nel processo di après-coup del lavoro psichico per
trasformare le impressioni in tracce, e queste in tracce
appropriabili dal soggetto11. “Sto lavorando all’ipotesi che
il nostro meccanismo psichico si sia formato mediante un
processo di stratificazione: il materiale di tracce mestiche
esistente è di tanto in tanto sottoposto a una risistemazione
in base a nuove relazioni, a una sorta di riscrittura. La
novità essenziale della mia teoria sta dunque nella tesi che
la memoria non sia univoca, ma molteplice e venga fissata
in diversi tipi di segni […] vorrei sottolineare il fatto che
9
“ Accanto alle rappresentazioni inconsce che possono seguire la via classica del
divenire cosciente mediante il ricorso al sovrainvestimento delle
rappresentazioni di parole, ve ne sono altre, più traumatiche, che, come se fossero
già situate in parte al di là del principio di piacere, non possono divenire coscienti
ed investite che tramite la mediazione di una seconda scena e la messa in opera
del processo di après-coup”, L. Danon-Boileau, L’après-coup:devenir miraculeux
du trauma ou coup d’épée dans l’eau? In Revue française de psychanalyse, 2006, 3
10
“Viene rimosso un ricordo il quale è diventato un trauma solamente più tardi.
La causa prima di tale stato di cose sta nel ritardo della pubertà in paragone con
il rimanente sviluppo dell’individuo”, Freud S. (1895), Progetto di una psicologia.
O.S.F., 2.
11
“ A un anno e mezzo il bambino riceve un’impressione a cui non può reagire
adeguatamente; solo a quattro anni, rianimando questa impressione, la intende e
ne è colpito; e solo due decenni dopo, nel corso dell’analisi, riesce a comprendere
appieno, grazie a un processo mentale cosciente, quel che allora era avvenuto in
lui”, Freud S. (1914). Dalla storia di una nevrosi infantile. O.S.F., 7., pag.521.
10
le successive trascrizioni rappresentano la realizzazione
psichica di successive epoche della vita. La traduzione del
materiale psichico deve avvenire al confine tra due di tali
epoche”12. Come osserva Roussillon occorre distinguere
fra tracce mnestiche percettive e tracce mnestiche di
attività rappresentative anteriori. “Accanto alla percezione
propriamente detta, una traccia mnestica percettiva che si
differenzia dall’inscrizione inconscia, che rivela allora di
un’attività di ‘traduzione’rappresentativa o di ‘prima
iscrizione’. Il reinvestimento delle tracce percettive genera
un’allucinazione percettiva che non si trasferisce nel
campo rappresentativo- propriamente parlando- che se la
prima iscrizione rappresentativa è stato sufficientemente
costituita e strutturata”13. La differenza è fra un processo
capace di generare autorappresentazioni a cascata, riprese
successive delle tracce precedenti, e forme cliniche dove
regna invece una discontinuità, non essendosi costituita a
sufficienza o essendo estremamente vacillante, o negata, la
trasposizione fra il percepito e il rappresentato. Si potrebbe
anche dire che in questi casi il resto dei processi di
simbolizzazione è talmente ampio da attrarre
regressivamente tutto il processo conseguente che ne è
allora totalmente imbrigliato. Si può supporre in tal senso
che essi siano caratterizzati da un disfunzionamento degli
après-coup a cascata dei processi trascrittivi e che questi o
non avvengano, determinando l’apparizione di fenomeni
ripetitivi, o che cerchino di realizzarsi prendendo a prestito
proprio gli scenari di ripetizione che diventano, in tal
12
Freud S. (1887-1904). Lettere a Wilhelm Fliess. Torino, Boringhieri, 1968,
pag.236
13
R. Roussillon, Agonie, clivage, symbolisation, Puf, Paris,1999, pag.98
11
modo, forme attenuate delle prime iscrizioni, modulazioni
parziali che si ripropongono al soggetto, nel tentativo di
domarne la forza e di metabolizzarne la portata effrattiva.
I processi di simbolizzazione operano in molti modi, nel
corso dell’esistenza, per trattare questa dialettica fra il
simbolizzato e ciò che residua di tali processi. Il passaggio
dalle prime iscrizioni percettive, alla simbolizzazione
primaria e a quella secondaria (si ricordi il celebre schema
del passaggio delle tracce dal percettivo all’inconscio al
preconscio- conscio) può essere letto, come osserva
Roussillon, lungo un asse sincronico (il passaggio da una
simbolizzazione ad un’altra) e lungo un asse diacronico
(che rende conto della serie di trascrizioni o di après-coup
che intervengono in ogni iscrizione, in modo che ogni
tappa del processo di simbolizzazione riprende e rimuove
la tappa precedente). Dalla presa in considerazione di
queste riprese successive si delineano due percorsi. Il
primo è quello in cui “idealmente, il nostro io ha dapprima
cercato di utilizzare l’oggetto primordiale per purificare
questo resto, poi l’analità ha fornito delle rappresentazioni
materializzate, concrete di ciò che sfugge alla
metabolizzazione interna, infine l’organizzazione di
rappresentazione della castrazione e della mancanza ha
dato un posto, interno ed intrinseco al funzionamento
psichico, al limite della simbolizzazione”14. In questo primo
tipo di processo possono essere compresi anche quegli
elementi che pur essendo stati simbolizzati e dunque
recanti la traccia soggettiva, non sono stati tuttavia
pienamente fatti propri dal soggetto. L’altro, è quello in cui

14
Idem, pag.102
12
elementi percettivi sono rimasti al di qua dei processi di
simbolizzazione primaria e restano nello spazio psichico
allo stato di elementi scissi, dispiegantesi sotto forma di
percezioni attuali. Si delinea insomma una definizione più
complessa del soggetto e dei processi di soggettivazione
che possono essere intesi come delle linee evolutive con
diversi stazionamenti o punti di arresto, con diverse
configurazioni e modalità autorappresentative, dalla
mancanza assoluta a forme defettuali, a forme più
funzionanti. In ognuna di queste forme è possibile-
idealmente- definire la modalità di malfunzionamento dei
processi trascrittivi, a seconda che la percezione appaia
sotto forma di allucinazione, di comportamento bizzarro, di
parola. Quello che emerge, inoltre, è che la possibilità di
trattare la realtà e le sue significazioni emotive ci è data
solo dalla possibilità di un oscillazione regressiva-
progressiva, in un gioco fra il già visto e il mai visto, il cui
venir meno si traduce sintomaticamente o in quella forma
di derealizzazione caratterizzata dal déjà-vu dove non c’è
mai nulla di nuovo o nell’assenza di qualunque riverbero
temporale e in un collasso sul presente, in una dimensione
di glaciazione affettiva e di bidimensionalità. Ritroviamo in
questo tipo di problematiche la verità di un’affermazione di
André Green quando osserva che il vero oggetto
dell’analisi non è la memoria ma la costruzione del tempo.
Seguendo le riflessioni precedenti, ne deriva che
l’acquisizione della temporalità va ben al di là della
capacità di differenziare l’oggi dal domani. Si tratta infatti
della capacità di “perdere”, conservandole e modificandole,
le prime esperienze temporali ed emotive, di rappresentarsi
in processi di iscrizione infinita queste esperienze, e
13
soprattutto di rappresentarsi nell’atto di rappresentarle. E’
in fondo ciò che Freud osserva nel Compendio quando
scrive che lo scopo di Eros è di costruire unità sempre più
grandi, e che questo processo costituisce per l’appunto la
dimensione di legame. Ma se queste unità sono sempre più
grandi allora ne deriva che ogni processo di legame
trascrive e conserva, trascrivendolo, il processo precedente,
inglobandolo nella nuova traccia. In questo senso ogni
traccia diventa in qualche modo il “passato”della traccia
conseguente, e allo stesso tempo, una possibile alternativa
di codice, di lettura dei fenomeni che funzionano come
polo di fissazione per i processi regressivi. Questa serie di
trasformazioni determina sia una direzionalità (nella
successione delle tracce) che una contemporaneità (nella
conservazione delle tracce e nel loro poter funzionare da
codici alternativi di riferimento in caso di difficoltà). La
conseguenza di tale funzionamento è che la condizione
regressiva non potrà, evidentemente, ritrovare la traccia al
di là delle iscrizioni e dei processi di legame che l’hanno
caratterizzata, e che il momento regressivo è da questo
punto di vista la creazione di un tempo mai esistito, in
quanto si inserisce in una condizione di storicizzazione e di
metabolizzazione che conserva e modifica ciò che accoglie.
André Green sottolinea bene questi aspetti : “La
considerazione di un tempo T2, che non può porsi che in
rapporto ad un anteriore T1, ha per conseguenza, nello
psichismo che, quando T2 si trova in posizione di
concepire un ipotetico T3, T1 non è più lo stesso che ciò
che era prima l’occorrenza di T2. T3 non ha importanza
che come una figura di generazione temporale, cosa che
gli conferisce il potere di avere retroagito sui suoi
14
antecedenti, anche quelli con cui non ha alcun rapporto
diretto, come T1. Da qui, T1 non è solo cambiato per il
passaggio del tempo che lo allontana dal suo stato iniziale,
ma nei fatti per una “rimonta del tempo” che, con l’arrivo
di T3, attribuisce a questo evento l’effetto di aver
modificato T115”.
Questa serie di passaggi, questo rimando da una scena
all’altra, da una traccia all’altra, da una rappresentazione di
cosa ad una di parola, da un percepito ad un rappresentato,
non può che svolgersi primariamente su una doppia scena,
quella che si svolge fra l’infans e chi se ne prende cura. Ed
è nella ripresa introiettiva di questa scena che si svolgerà, a
seguire, tutto l’infinito processo di après-coup. La
difficoltà di questo primo momento o le defaillances
relative a questa prima presa in carico rendono forse
ragione del secondo destino del processo di après-coup,
quello in cui il transfert sulla parola o sui processi
autorappresentativi è ostacolato. Se il processo di
riorganizzazione psichica non riesce ad utilizzare il
comune percorso verso la rappresentabilità, allora esso non
può appoggiarsi che all’intervento, compiacente, del reale e
della scena relazionale, degli eventi traumatici che fungono
da n après-coup rispetto ad altre scene iscritte ma non
rappresentabili dal soggetto. Potremmo allora in questi
termini comprendere la traumatofilia di alcuni soggetti, la
coazione a ripetere inerente ad alcuni scenari psichici,
derivante dalla necessità di costruire degli scenari
rappresentativi di ciò che era rimasto in giacenza.. Allo
stesso modo, il processo della cura può essere pensato

15
A. Green, La diachronie en psychanalyse, Minuit, Paris, 2000, pag.220
15
come la costruzione di una seconda o di un n scena che
rimette in movimento i processi trascrittivi e di
simbolizzazione bloccati, attraverso la diminuzione della
forza traumatica e la riattualizzazione delle tracce. Sarà
dunque proprio nella confusione fra i molti tempi del
trauma che il soggetto potrà rigiocare il passato, sia
liberandolo dalle potenzialità in esso inscritte
(detraducendolo), sia fissandolo in una nuova versione la
cui caratteristica principale non è più data dalla scarsità dei
margini di oscillazione, ma dal fatto che la traiettoria si
rivolge ora al soggetto.
E’ il processo dell’après-coup che piega necessariamente
sull’intersoggettività, per il semplice fatto che scolla i
soggetti fino ad allora confusi nell’unica voce, rendendo in
tal modo l’evento riferibile al e decifrabile dal soggetto,
cioè direzionandolo. Allo stesso tempo, proprio perché
l’après-coup piega il tempo, realizzandosi tanto sulla scena
presente che sulla scena passata, rivelando nelle sue
operazioni la persistenza di una scena inconscia “che
appartiene simultaneamente al presente e a differenti
passati, a tutti i passati possibili carichi di senso”16,
permette il passaggio dal passato alla storia, o alla sua
dimensione appropriativa. Passaggio che implica per
l’appunto che nel frattempo è comparso un soggetto.
Correttamente, a mio avviso, anche la Faimberg contesta
l’equiparazione fra insight e après-coup, proponendo
invece che esso sia una conseguenza del cambiamento
avuto luogo grazie all’operazione di après-coup. Nel

16
H. Faimberg, “ Response to Ignès Sodrè ”, Int. J. Psychoanal., 2005, 86
16
materiale clinico proposto dalla Faimberg in un suo
lavoro17, il caso Brigitte, la paziente “mostra” nella sua
reazione all’interpretazione dell’analista, il ruolo delle
identificazioni inconsce che le impongono una ripetizione
(sia nella fantasia di avere un figlio senza padre, come
ripetizione del discorso materno che imponeva un’assenza
o una cancellazione paterna, che nella reazione all’oggetto
interno/esterno rappresentato sulla scena dalle parole della
Faimberg) ed è in questo malinteso che le identificazioni
prendono visibilità nell’ascolto analitico. L’interpretazione
proposta dalla Faimberg è un coup a cui la paziente
reagisce con un codice di lettura inappropriato (quello
materno) –di cui è segno il malinteso- ed è dalla scoperta
di questa dimensione inappropriata che l’identificazione
inconscia con l’oggetto alienante può essere portato alla
luce. Da qui sorge l’après-coup della paziente che
riorganizza il materiale storico/psichico (“mio padre mi ha
salvato la vita”). In questo après-coup compare qualcosa
che prima non era presente o che lo era in forma confusa
(col discorso materno): un soggetto che può rileggere la
propria storia riappropriandosi del padre e riscrivendo
un’altra versione del suo passato. In questo senso, ritengo
che il ruolo dell’après-coup (nel senso più generale) sia
inscindibile dalla comparsa di un soggetto sulla scena e
dalla possibile traduzione del coup. Ma se il dispositivo,
nel suo funzionamento strutturale, rivela essere mosso più
dalla necessità di un’oscillazione fra t¹e t² che dall’effettivo
posizionarsi di tali tracce nel tempo, allora è plausibile
affermare che ogni punto di fissazione può diventare una

17
H. Faimberg, “ Psychoanalytic controversies : Après-coup ”, Int. J. Psychoanal.
2005, 86
17
nuova possibilità di lettura delle tracce precedenti e che il
processo di riorganizzazione delle tracce possa utilizzare
qualsivoglia elemento per costruire un difasismo scenico.
La questione si sposta dunque dall’anteriorità temporale a
quella di struttura, che permette, analogamente, l’entrata in
gioco della questione delle costruzioni analitiche, cioè del
rapporto fra verità storica e verità materiale che dobbiamo
pensare come una congiunzione e non come una
coincidenza o come una mutua esclusione18.
Mi pare che vada in questa direzione l’osservazione di
Donnet per cui “l’evento in t² potrebbe per via regrediente
recrutare una delle tracce mnestiche [preesistenti] per
farne l’equivalente di un tempo t¹. In questo modello,
l’effettuazione dell’après-coup opera in un andata-ritorno
della regredienza-progredienza senza riferimento al
prima-dopo dello scorrere del tempo”19. E’ una posizione,
questa, che rende conto di due prospettive possibili,
relative come è evidente alla questione del ruolo giocato
dalla regressione pulsionale20: da una parte un
18
Fra i tanti lavori dedicati al tema, rimando a J. Press, “Constructing the truth.
From ‘Confusion of tongues’ to ‘Constructions in analysisis’ ”, Int. J. Psychoanal.
2006, 87
19
J. L. Donnet, cit., pag.724
20
Ne La regressione nella stanza d’analisi, (Angeli, 2008) scrivevo non a caso
che “qualunque elemento può essere utilizzato come punto di fissazione e
quest’ultimo, a sua volta, può costituire un punto attrattivo per i processi
regressivi. Inteso in tal modo, il rapporto fissazione /regressione si sfila da una
anteriorità temporale e finisce per costruirsi intorno ad un punto ideale che
commemora elementi storici e relazionali precedenti, esito di un processo di
disinvestimento di assetti relazionali ed oggettuali interni che necessita, a quel
punto, pena il collasso, di oggetti, affetti e sensazioni che possano fungere da
punto di ancoraggio per i processi psichici. Queste fissazioni sono indotte in linea
18
ritorno/rielaborazione di tracce mnestiche fissate (come
ogni processo psichico “classico” può mostrare) e i casi in
cui invece il fallimento di fissazioni intese come sistemi di
valore soddisfacenti rende conto della necessità di
utilizzare tracce attuali per rappresentare e significare i
movimenti. Ma anche, e ancora più sostanzialmente, l’idea
che un tempo secondo può aggregare tracce differenti, non
legate causalmente ad esso, per costruire un processo e una
narrazione che si svolge lungo un asse temporale. In un
certo senso, questa dinamica costruisce l’origine, o meglio
ancora funziona come doppio raffigurativo in contrappunto
al vuoto rappresentativo del paziente, riarticolando
differentemente i residui mnestici, che prenderanno allora
consistenza e forma significante per il soggetto. Lo
spostamento temporale (l’idea cioè che quanto si sta
configurando appartenga al passato o sia un modo per
dargli forma) è talvolta un’operazione difensiva per
sottrarre al qui ed ora (e alla relazione presente) qualcosa di
cui il soggetto necessita come creazione personale (e di cui
il tempo passato finisce per essere un garante mitico) 21.
generale dal debordamento economico e rappresentativo provocato dall’irruzione
di un evento (che definiamo traumatico nel senso di un quid inelaborabile dal
soggetto) ma, nella necessità che essi esprimono, di fungere da punti attrattivi, a
mio avviso possiedono un altro valore che li rende adatti a fungere da schermo
protettivo: quello di organizzarsi come modalità spostate nel tempo, come per
proteggere queste stesse fissazioni dall’irruzione dell’(attuale) traumatico. Sono
dunque il risultato di un lavoro complesso operato dallo psichico e non il frutto di
una semplice registrazione di esperienze che il soggetto riprenderebbe a seconda
del bisogno del momento e che attesterebbero una sorta di scaletta dei punti
difficili dello sviluppo”.
21
“E’noto a tutti quel passaggio del “Romanzo familiare dei nevrotici” in cui
Freud descrive la comparsa, in analisi, delle tracce di un fantasma rimosso.
Indicazione, senza dubbio, delle capacità di ritrovamento delle tracce soggettuali
e che attestano le prime forme di lavoro sull’identitario ( cosa altro è, difatti, il
19
Del resto se prendiamo in esame l’esempio più
caratteristico di questo processo, il lavoro di figurabilità
come lo hanno delineato i Botella, esso è da intendersi
come “un processo psichico fondativo che, sviluppandosi
sulla via regressiva, sarebbe determinato dalla tendenza a
far convergere tutti i dati del momento, stimoli interni ed
esterni, in una sola unità intellegibile, volta a legare tutti
gli elementi eterogenei presenti in una simultaneità
atemporale sotto forma di una attualizzazione
allucinatoria, la cui forma più elementare sarebbe una
raffigurabilità”22.
Allo stesso tempo, questa necessità/possibilità di utilizzare
una singola traccia come punto di appoggio per una
rielaborazione successiva, rende conto di una duplice
possibilità teorica. Da una parte vi è l’ipotesi di Laplanche
secondo cui il processo di après-coup è innescato dal
messaggio enigmatico impiantato dall’operazione
seduttiva, dall’altra una concettualizzazione secondo cui,

romanzo familiare se non una paradossale acquisizione del genealogico


attraverso la sua déliaison?). Tuttavia appare plausibile delineare un’altra
prospettiva, secondo cui la “comparsa” del romanzo familiare, all’interno della
relazione analitica, attesterebbe l’attualità del lavoro di disidentificazione
prodotto dall’analisi e la sua temporalizzazione (lo spostamento nel passato)
sarebbe derivata dalla necessità di rappresentarsi come unico autore del processo
( prima del lavoro messo in opera dalla coppia analitica), abbozzo di scioglimento
identitario che nella datazione retroattiva, sarebbe appartenuto da sempre al
soggetto, garantendolo dunque dal rischio di una nuova ed alienante iscrizione
identitaria. Paradossalità di un processo di ritrascrizione che mentre si svolge
grazie ad un altro, abbisogna, per legittimarsi, di fondarsi nell’illusione di esserne
il solo autore”, M. Balsamo, “Le jumeau paraphrenique de M. de M’Uzan”, in La
chimère des inconcients, Puf, Paris, 2008.
22
La raffigurabilità psichica, Borla, Roma, 2004, pag.51
20
seguendo “il principio di un après-coup permanente,
all’opera nella psiche, è suggestiva l’ipotesi di considerare
che le tracce mnestiche contengono, in modo caotico, una
infinità di virtualità di après-coup”23. Questa virtualità, a
mio avviso, è inerente al passaggio da un’iscrizione ad
un’altra: se ogni iscrizione lascia dietro di sé,
necessariamente, dei fueros, essi costituiscono il motore
per una successiva reinterrogazione. Ogni processo si
definisce in tal senso come la base per un nuovo processo,
autoricorsivo, che prende in carico e rielabora come in un
movimento a spirale le tappe precedenti.
Resta tutta intera la questione della necessità strutturale del
difasismo scenico. E’evidente che questo si delinea
innanzitutto a partire dalla scena psichica che si dispiega
nel rapporto con l’infans e l’oggetto primario, poi dal
difasismo sessuale dell’essere umano e del periodo di
latenza che intercorre fra la sessualità infantile e quella
adulta. Ma a monte di tutto ciò vi è la differenza fra la
percezione e la rappresentazione, fra il tempo in cui
qualcosa accade e in cui qualcosa è significato: in altri
termini fra ciò che ha raggiunto la psiche e la possibilità di
questa di rappresentarsi questo incontro, configurando la
relazione fra la psiche stessa e questa traccia, che
potremmo definire come un primo fondamento dei processi
“soggettivi” anche se a questo livello il “soggettivo” è una
forma minimale di autopresentazione del provato. Qui si
radica evidentemente tutta la questione di definire se
questo autopresentato sia una dimensione allucinatoria o
percettiva. La proposta di Freud del Progetto è di

23
Donnet, cit., pag.724
21
considerare la rappresentazione come un investimento
parziale della traccia percettiva mentre l’allucinazione ne
sarebbe l’investimento massivo. Dalla confusione fra
esperienza allucinatoria (relativa a qualcosa che riguarda
dunque il già vissuto) e l’attuale, deriva, come osserva
Roussillon, la configurazione teorica del traumatismo e
dell’après-coup. “L’esperienza anteriore allucinata
scatena le stesse risposte attuali che una situazione che sta
accadendo, essa confonde il soggetto sulla natura di ciò a
cui è confrontato. Il modello del traumatismo après-coup
si genera nel reperire questo processo. E’ dunque
imperativo per la psiche di dotarsi di un principio
differenziatore , di un principio che permette di stabilire
uno scarto fra l’esperienza primaria e ala sua
riproduzione appropriatrice”24. Ma si può qui considerare
una doppia ipotesi: la prima è quella che considera il lutto
dell’esperienza come possibilità per simbolizzare (ma con
il paradosso che per simbolizzare occorre fare il lutto della
stessa, in una circolarità difficile da risolvere
teoricamente), l’altra stabilisce che nel percepito,
nell’oggetto, la psiche riversi le sua qualità singolari. “La
materia primaria psichica deve iniziare col presentarsi al
soggetto, deve farsi percezione, deve materializzarsi al di
fuori in una forma percettiva suscettibile di accogliere,
grazie alle sue proprietà percettive singolari,
l’allucinazione primaria… Allucinando negli oggetti, i
processi psichici, essi divengono figurabili e reperibili”25.
In tal modo non solo ogni oggetto diventa il mezzo per la
psiche di figurarsi, ma nell’incontro con esso, e nel
24
Roussillon, cit. , pag. 222

25
Idem, pag.224
22
rapporto di trasformazione che ne deriva, la psiche si
modifica. Dobbiamo allora pensare che tutto ciò che esula
dai processi di simbolizzazione, ciò che non riesce ad
essere tradotto nell’incontro con l’oggetto necessiti di altri
incontri, di altre configurazioni per permettere ai residui di
dispiegarsi su nuove località psichiche, linguistiche,
esperenziali ecc. Ne risulta un processo infinito di
dispiegamento proiettivo, di reinternalizzazione, di
dispiegamento ad un livello superiore o comunque diverso
del primo movimento, arricchito delle qualità dell’incontro
e dalle capacità di questi di pensare i processi precedenti
che rende contro della ricorsività dell’après-coup. Ogni
movimento reimmette in gioco tracce e quote
“enigmatiche” precedenti, le ristruttura, è da esse
ristrutturato a causa dell’impatto delle dimensioni lasciate
in sospeso e che ora devono essere prese in carico dal
processo che pertanto ne viene modificato, dando luogo ad
un ulteriore ciclo di traduzione e di ripresa degli scarti.
Dobbiamo dunque considerare due tipi di funzionamento in
après-coup: processi che si configurano in una ripresa
infinita dei precedenti, ed altri che si interrompono e che
nella loro qualità traumatica segnalano l’impatto di ciò che
resiste alla ripresa metabolizzante. Se la prima traccia
diventa traumatica nel momento in cui il codice puberale
ne permette la traduzione non è certo per la qualità della
traccia, ma per una difficoltà della psiche a far circolare il
processo di figurabilità e di rappresentazione.
La possibilità dell’après-coup si articola in tal modo da
una parte al difasismo, dall’altra al trovato/creato in un
gioco fra tempo dell’infantile e passività pulsionale,
ricerca/costruzione di un attuale che sfugga alla storia
23
ereditata. Proprio perché le forme cliniche severe, ad
esempio in adolescenza, mostrano la scomparsa del
difasismo e la costituzione di un monofasismo dove solo
regna l’attuale e l’agito, un’eccitazione traumatica e il
conseguente diniego per farvi fronte, nell’impossibilità di
creare uno spazio fantasmatico (che è il vero risultato del
processo di immersione del sessuale nel periodo della
latenza), dunque, di intercapedine e di filtro, potremmo
ipotizzare che il processo psichico interrotto cerchi in altri
modi, per esempio nella difficoltà di creare un processo a
specchio che riverberi il precedente, di utilizzare un
doppio, di creare pertanto le precondizioni per uno spazio
difasico che istituisca un tempo per sé, cioè il tempo che
intercorre fra l’a sé e il da sé, fra il moto da luogo e il moto
a luogo, fra l’acquisito e la risposta possibile. Se
osserviamo i processi che si delineano all’adolescenza,
possiamo osservare che il tempo dell’aposteriori è ciò che
permette il costituirsi stesso della nevrosi infantile. E’ la
risessualizzazione puberale, che dopo la rimozione
permette, come osserva Freud il costituirsi dei ricordi
d’infanzia. Tuttavia, faremmo torto al ragionamento fin qui
sviluppato se intendessimo il processo appena delineato in
termini di sviluppo lineare e non, invece, come un tempo in
cui si inserisce, lavorandolo, reinterrogandolo, il senza
tempo del sessuale infantile, che di fatto scardina ogni
difasismo inteso come sequenzialità progressiva. Ma cosa
accade là dove questo n momento difetta nel realizzarsi?
Probabilmente saranno tutti quei casi in cui predomina
materiale pregenitale, dove l’evanescenza o il ripetitivo
invadono la scena e dove l’attuale prende decisamente il
sopravvento per difetto di fantasmatizzazione e di
24
rielaborazione dell’arcaico che irrompe brutalmente,
debordando le capacità psichiche ed emotive. Potremmo
allora osservare che la catastrofe adolescenziale, il crollo o
l’impossibilità di sopportare le angosce del cambiamento
corporeo e psichico, si ritrovano dinanzi ad un duplice
destino: da una parte la ricerca di un doppio che permetta il
costituirsi del difasismo26, e la possibilità
27
autorappresentativa del soggetto , dall’altra il fallimento di
questa ricerca (e di qui forse tutte le problematiche della
cura analitica con adolescenti, ivi compresa l’impossibilità
di realizzare un processo in doppio)28. Si realizza allora
quello che può essere definito come un vero e proprio
monofasismo29, l’impossibilità di accedere a meccanismi
elaborativi che fronteggino le spinte regressive, sentite
come violente e radicali. L’impossibilità di investire lo
spazio analitico potrebbe allora essere letto come una
difficoltà di generare questa dimensione del doppio, di
utilizzare l’analista come il soggetto di una proposta alla
quale articolarsi e capace di determinare una ripresa dei
processi autosimbolizzanti. E’ anche in questa prospettiva
26
Cfr. C e S. Botella,” Il lavoro in doppio”, in La raffigurabilità psichica, cit.

27
“ Il doppio -scrive Baranes- è operatore ( transizionale) di trasformazione
psichica, figura del limite e del paradosso ( nel senso proposto da Winnicott) ; è
organizzazione fondamentale dello speculare, paraeccitazione, informazione e
stabilizzazione primordiale del’identità, avendo a vedere in ciò con la ‘nascita’del
soggetto”, J. J. Baranes, “Penser le double”, Revue française de psychanalyse,
2002, 5

Sulla difficoltà di costituirsi in doppio rimando al lavoro di Green sulla” madre


28

morta” in Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma, 1985


29
Sulla questione, vedi pure B. Chervet, “L’après-coup. Prolégomènes ”, Revue
française de psychanalyse, 2006, 3, pag.688
25
che diventa riduttivo considerare come propongono Sodré
ed altri l’insight alla stregua di un après-coup. Al contrario,
come osserva Green, “esso è una funzione necessaria ma
non sufficiente per pervenire alla risoluzione dell’analisi.
Quanto al suo ruolo benefico, esso è inseparabile dal suo
destino. Perché tutta la questione è là: che cosa diventerà
l’insight? Nei fatti l’insight si rivelerà fecondo après-coup,
quando si produrranno delle modificazioni nella forma del
transfert, altrimenti detto, l’insight essendo avvenuto,
l’oggetto del transfert è allora percepito come
rappresentante proiettato di una funzione psichica: quella
della trasformazione. La presa di coscienza diventa qui
riflessione, specchio riflettente dell’immagine, essa stessa
riflessa da un altro specchio. Riflessività”30.
Un esempio della difficoltà di accedere a tali processi
quando la confusione psicotica è massiccia, appare dal
materiale seguente in cui il processo di appoggio è dato dal
ricorso al percettivo e alla costituzione di un transfert
speculare ma senza alcuna generatività.
Anna è una giovane paziente di 28 anni, si è appena
laureata, cercando, come ha potuto, di uscire da anni di
alcolizzazione grave e di eroina. I suoi vissuti sono
catastrofici, in assenza di qualunque punto di repere, passa
le notti insonne, per il timore di cadere in condizioni di
panico terrorizzante, insorte sin dalla tenera età. I genitori
sembrano completamente ciechi di fronte alla gravità delle
sue condizioni psichiche. La ricevo per la seconda volta,
dopo le vacanze natalizie. Inizia a piangere e a disperarsi,
lamentandosi per quello che le accade e dichiarandomi che
30
A. Green, La diachronie,cit., pag.194
26
non vorrebbe avere crisi di panico in seduta. Pensa che
nessuno può aiutarla, le crisi, meglio, il vuoto a cui queste
conducono, è intollerabile. “Penso che nessuno ha
un’immagine del nulla. Io sì, è terribile impossibile
resistervi e impossibile sopravvivere.. per fortuna questo
studio è pieno”. Le dico che forse si pone il dubbio se
anche io non sopporto il vuoto terribile a cui lei accenna e
che certo essendoci appena conosciuti non può sapere se io
sono in grado di aiutarla.
Mi domanda se altri pazienti hanno delle crisi di panico in
seduta, qui. Le faccio osservare che forse si chiede se può
permettersi di portare aspetti molto profondi di sé. Anna
riprende a parlare, mostrandomi come non ha crisi di
panico quando è per strada o cammina. “Forse, dico,
perché in tal caso può appoggiarsi a qualcosa”. Al di là
della complessa dinamica relazionale che è in procinto di
dispiegarsi, e della sensazione che le parole hanno prima di
tutto il valore di un elemento percettivo di appoggio e di
rassicurazione per la coppia (in fondo mi pongo io stesso il
problema di dosare la regressione del lavoro e mia
personale per timore di uno scivolamento massiccio verso
una decompensazione psicotica a cui, in questa fase così
preliminare, non avrei forse molto da offrire) mi pare
interessante osservare come Anna opponga delle strategie
in atto per difendersi da vissuti regressivi: l’alcol, gli
attacchi bulimici, il tentativo di restare sveglia il più
possibile, lo yoga, come in una ricerca di un colpo a colpo,
senza alcuna possibilità integratrice. L’importante appare
trovare dei mezzi di sopravvivenza immediata, sfuggire “ai
demoni dello specchio” e alla confusione con un universo
materno dalle caratteristiche francamente psicotiche. Si
27
osserva allora in questa, come in altre situazioni cliniche,
un movimento caratteristico: “Ogni volta che
un’aspirazione regressiva necessita in seduta di un lavoro
di regredienza, un contraccolpo immediato è osservabile
al livello associativo, delle attività diurne desessualizzate,
sociali o di lavoro, o ancora percettive immediate”31. E da
questo punto di vista, le stesse interpretazioni, in un
situazione che mi appare carica di angosce estremamente
intense e di lacerazioni pericolose, fungono come elementi
percettivi che danno appoggio alla coppia, in quel
momento troppo spaventata dalla possibilità di regredire
massicciamente, e di cui sono un segnale sia le domande di
Anna sulla possibilità delle crisi di panico, sia la
sensazione che io, come aggiunge, posso apparire e
scomparire sulla scena, senza doverla obbligare a essere
qualcosa d’altro. In un certo senso, i miei commenti e la
rinuncia al silenzio che pure sarebbe stato possibile in
questo “annusarsi”, esprimono la percezione di una
minaccia di regressione senza ancoraggio e fungono da
tentativi di controinvestimento difensivo rispetto a tale
rischio. Ma occorre notare come in questo sintonizzarsi con
le angosce della paziente e nel funzionare come
“percettivo”, funzioni io stesso in doppio della paziente,
venendo così a configurare quel meccanismo che la
paziente paventa e di cui allo stesso tempo necessita: la
confusione degli specchi”. E tuttavia, in questo esplorare il
campo di possibilità esperenziali (“ci sono altre crisi di
panico qui ?”) Anna propone uno spazio in cui rigiocare il
vuoto che l’attanaglia, vuoto rappresentativo, di pensiero,
di sé.
31
Idem, pag.688
28
*****
Il rimando da una lingua all’altra e da una trascrizione
metapsicologica all’altra, che appare nel riferirsi a più
traduzioni per definire il concetto e il campo di esperienza
può, come ho proposto, indicare una non scelta o
un’indifferenza di campo metapsicologico, andando dalla
rilevanza data alla prime iscrizioni che si risignificano e
prendono vita (traumatica) nel tempo presente, fino alla
assunzione simbolica ed ermeneutica lacaniana o al ruolo
invece intrattabile (psichicamente, storicamente) di tracce
traumatiche. Forse l’attenzione ad una valenza del trauma
slegato dal processo temporale rende conto della scelta di
alcuni di privilegiare il traumatico al di là del suo rapporto
con i tentativi di riscrittura.
Allo stesso tempo, questa rappresentazione sintomatica del
problema concettuale, questa oscillazione fra le lingue,
paradossalmente mostra che è nel passaggio fra le lingue e
non nella loro destinazione (linguistica) che il concetto
prende vita. Se la traduzione francese accentua il carattere
del coup, del colpo, quella tedesca del nach, del
successivo, del supplemento, la traduzione italiana sembra
oscillare fra due destini traduttivi e due epistemologie
differenti: da una parte tralascia il primo tempo del trauma,
spingendo però verso l’indecidibilità dell’evento e del
lavoro trascrittivo, intendendo la posteriorità come ripresa
e riformulazione non prescrivibile della tracce mnestiche,
dall’altra spinge verso una concettualizzazione dell’après-
coup come rilettura dell’evento, in una direzione prossima
sia alla assunzione simbolica lacaniana, sia alla versione
più specificamente ermeneutica..
29
Inteso in questo senso, l’après-coup appare indicare un
curioso paradosso, la diversità delle traduzioni mostrando
bene come non sempre ci sia resi conto, in una determinata
scelta, delle valenze concettuali in esso inscritte. Allo
stesso tempo, in questo non poter fare a meno delle diverse
traduzioni, esso mostra un funzionamento relativo al senso
medesimo della comunità psicoanalitica: essa non può
pensarsi che nel passaggio fra una lingua all’altra, negli
interscambi fra una cultura psicoanalitica ed un’altra, senza
che nessuna, al fondo, possa davvero divenire il codice di
lettura di tutte le altre. Anzi, non è nemmeno esatto parlare
di un transfert da una lingua all’altra, perché, piuttosto, il
transfert culturale interlinguistico “è un passaggio nel
quale interferiscono spesso culture terze. Si è potuto così
analizzare i ‘transfert triangolari’ fra la Francia, la
Germani e la Russia all’epoca illuministica: la cultura
tedesca penetra in Russia tramite quella francese. nel caso
delle traduzioni di Freud, il terzo vertice del triangolo è
l’Inghilterra”32. In questo senso, si dovrebbe riconoscere il
ruolo di transfert interlinguistico in cui la traduzione
francese ha finito per assumere il ruolo di un organizzatore
psichico/metapsicologico. E tuttavia proprio nello scarto
fra le dimensioni traduttive, nella oscillazione fra l’una e
l’altra si apre una dimensione di ricerca che rende conto
della necessità di tornare sul concetto. Faimberg ha ragione
nel sottolineare la scarsità di lavori sul tema, ma come
spiegare altrimenti questa sofferenza del concetto, che da
una parte assume radicalmente la temporalità freudiana, del
32
Jacques Le Rider, “ Les traducteurs de Freud à l’épreuve de l’étranger ”, Essaim
2002, 1, pag.6 ; “ L’interprétation du rêve dans la nouvelle traduction des OCP ”,
Essaim, 2003,1. Sulla questione vedi anche P. Cotti, T. Leydenbach, B. Vichin,
“Quelle traduction pour la Traumdeutung”?, Champ psychosomatique, 2003,3
30
tempo in frantumi, per riprendere la formulazione di Green,
dall’altra una sorta di non soddisfazione, di non potersi
accontentare cioè della risignificazione delle tracce che il
concetto porta con sé? Io credo che questo avvenga
innanzitutto per la difficoltà di fare davvero i conti, pur
avendola assunta, con la radicalità della tesi freudiana, con
una concezione del tempo e del rapporto con gli eventi che
è tutt’altra cosa dalla rilettura a posteriori di un evento che
ci fa leggere lo stesso in maniera diversa.
Ogni traduzione lascia dei resti come si diceva e,
necessariamente, delle ipotesi differenti. Si pensi alla
polemica che si inserisce nel rapporto fra traduzione del
testo freudiano, lo sforzo di staccarlo dalla lingua tedesca
per farlo parlare “freudiano francese”, polemica sorta a
proposito delle traduzioni dell’èquipe laplanchiana33. E’ per
questo che Jacques Le Rider ad esempio polemizza con il
proposito di Laplanche di “tradurre il tedesco di Freud in
un francese freudiano”. Ma poi è davvero corretto parlare
di traduzione fra le lingue? Sappiamo che qui di aprono
due orizzonti teorici differenti: il primo suppone la
traduzione interlinguistica, da lingua a lingua, come
propone Benjamin, ne Il compito del traduttore, anzi che fa
“lievitare” una lingua in una sfera superiore ed interdetta
dove le lingue si riconciliano, l’altro suppone che si traduca
non dalla lingua ma da un testo all’altro. Il che implica a
sua volta che la traduzione di un lemma sia fatta a partire
dal testo metapsicologico che ne predispone, ne accoglie o
ne limita l’esistenza. La traduzione è la conseguenza
dell’universo testuale, ideologico, culturale, in cui il lemma

33
Le Rider, cit.
31
può o meno trovare spazio. Forse è questa aspirazione di
rottura culturale che si ritrova nell’operazione proposta ad
esempio recentemente dai “nuovi” traduttori italiani di
Freud presso la Boringhieri, operazione che ha suscitato
critiche tali da fa ritirare l’opera34. Ma è divertente
osservare che accanto alle discutibili scelte terminologiche
(“archetipi” diventa “esempi”, “fissazione” diventa
“ancoraggio”, “esibizionismo” diventa esibizione” e così
via), l’intera operazione avendo suscitato le critiche degli
analisti, mostrava, per alcuni, la dimensione gerontocratica
e fossilizzata della SPI e dell’Ipa, sempre pronta a tradire il
vero Freud.
Vi è sicuramente un rapporto fra la traduzione italiana delle
opera di Freud da parte di Musatti e la traduzione inglese,
con la differenza, non minore, che la traduzione italiana
non sembra aver voluto creare una specifica lingua, anche
se ha preferito alcuni lemmi piuttosto che altri: ad esempio
traslazione al posto di transfert35. Ad ogni modo, Musatti
osservava correttamente che il testo freudiano giunge alla
cultura italiana attraverso l’originale tedesco, la traduzione
francese e dopo il 1945 quella inglese, rappresentando, al
contempo, un lavoro di qualità, pur con tutte le operazioni
di contestualizzazioni storiche e scritturali del’epoca 36 e
un’operazione di riflessione sulla traduzione capace di
34
Vedi il commento che A. Semi ne ha dato sulla Rivista di psicoanalisi, “E’
sufficiente tradurre ( bene) Freud?”, Rivista di psicoanalisi, 2006,1
35
La scelta terminologica adottata nelle opere segue, sostanzialmente, quella di
Weiss, a parte alcune ( e non marginali differenze: ad esempio la scelta di tradurre
Trieb con pulsione)
36
Michele Ranchetti, “Le opere di Freud”, Psicoterapia e Scienze Umane, 4, 1989;
Paolo Boringhieri, “Le edizioni delle opere di Freud”, ibidem.
32
tener conto delle varie scelte operate. In questo modo,
l’incertezza della traduzione appare sollecitare una
ricchezza possibile: quella di far interagire diverse lingue e
diverse metapsicologie. Ora, la questione potrebbe essere
la seguente: in che modo noi pensiamo che le diverse
metapsicologie possano interagire fra di loro e soprattutto
perché possiamo credere che questa interazione sia utile o
necessaria?37
Una prima risposta deriva dal fatto che la storia stessa del
concetto di après-coup nasce dal passaggio da una lingua
all’altra, dalla lingua tedesca a quella francese e
dall’operazione estrattiva di Lacan. In fondo nella stessa
lettura proposta da Laplanche38, si tratta di lavorare sulla
Nachträglichkeit come scavo dell’après-coup e non
dell’après-coup nell’après-coup. In altri termini la
conservazione del termine francese o tedesco
nell’enunciazione italiana (tradurre la Nachträglichkeit o
l’après-coup ) è similare al gesto proposto da Laplanche39.
“ Il mio titolo è in due lingue.. L’uso di due lingue vuole
esprimere la funzione essenziale della traduzione nella
storia della Nachträglichkeit. L’après-coup della storia
37
Conrotto osserva correttamente che se tutte le teorie sono anche formazioni
compromesse dall’inconscio, esse possono essere pensate come differenti
traduzioni e de traduzioni dell’inconscio, col risultato che nessuna può, di diritto,
dirsi più vera delle altre. Ed è evidente come nella scelta traduttiva si innestino le
diverse teorizzazioni. “Il tentativo di costruire,attraverso la creazione di un
linguaggio scientifico unitario e di una istituzione politico -professionale
soprannazionale,un unico modello psicoanalitico, non soltanto è fallito, ma si è
mostrato alla prova dei fatti, strutturalmente impossibile”, in “Sulla traduzione di
Freud in inglese ed in francese”, Rivista di psicoanalisi, 2006, LII, 1, pag.153
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Problematiche VI, L’après-coup, La Biblioteca, Roma-Bari, 2007

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Pag.11
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della Nachträglichkeit è inseparabile dal suo destino
traduttivo, dalle sue traduzioni; non solo la traduzione
della parola, ma la traduzione del pensiero”.
Nel suo testo sull’après-coup Jean Laplanche mostra i tre
sensi possibili del nachträglich: 1) come aggiunto,
successivo, secondario; 2) quello dell’effetto secondario
differito, (il ricordo agisce après-coup più intensamente
dell’evento di cui è il ricordo); 3) quello della
comprensione après-coup. “Dei ricordi sono compresi
après-coup. E’ l’aspetto freudiano più vicino a quello che
si può chiamare retroazione, un senso che sembra
invertire la freccia del tempo, poiché il senso dell’evento 1
appare o è dato soltanto in un tempo 2”40. Egli osserva
come un elemento importante ad esempio della lettera 52 a
Fliess sia la questione del residuo da tradurre. In altri
termini Laplanche pone il movimento dell’après-coup in
quello più generale della dinamica traduttiva che si apre a
partire dall’irruzione nella vita psichica del soggetto del
“messaggio enigmatico”. “In una successione di traduzioni
o si risale indietro indefinitamente e in modo
necessariamente arbitrario, oppure si ritiene che vi sia un
‘primo da tradurre’.” E’ questo primo da tradurre che
funge da attrito alla tesi ermeneutica (o a quella junghiana)
delle fantasie retrospettive, della infinita risignificazione e
retroattribuzione di fantasie che costruiscono una vita
sessuale infantile di fatto inesistente. La presenza di un
messaggio inviato (fosse semplicemente nella presa in
carico delle cure normali dell’infans) al soggetto, rende
conto del necessario legame fra dimensione traduttiva e

40
J. Laplanche, cit., pag.30
34
processo di après-coup: se vi è un trauma sempre in
(almeno ) due tempi, se occorrono n tempi per produrre un
trauma, è perché il soggetto è alle prese con un qualcosa
che si incista nella sua vita psichica ma che sarà compreso
solo a posteriori. Da un certo punto di vista, Laplanche
propone una tesi forte: quella della diluizione del processo
di après-coup in quello più generale della seduzione e
osserva: “Quali sono le difficoltà o le incompletezze di cui
Freud resta in fin dei conti prigioniero?
1) Egli è prigioniero di una concezione in definitiva
meccanicista dello svolgimento temporale. Sintomo
di questa concezione, potremmo dire, è la
traduzione inglese della Nachträglichkeit come
deffered action: azione differita, ma strettamente
conforme alla ‘freccia del tempo’.
[In realtà, se ci poniamo al livello delle
simbolizzazioni successive, della ripresa delle tracce
ad opera dell’apparato psichico, che si aggiungono e
integrano quelle precedenti, questa traduzione
mantiene un suo senso, visto che potremmo leggere i
successivi passaggi dalla percezione alla traccia
percettiva e via di seguito come una serie di percorsi
che operano nel tempo segnato dallo scorrere verso
una direzione: se si vuole, dal più elementare al più
complesso. A questo livello la freccia del tempo
indica che vi è un effettivo procedere del soggetto
verso una complessizzazione auto rappresentativa,
nel senso della ricorsività degli après-coup che
risimbolizzano, “nella direzione delle grandi unità di
Eros”, le tracce precedenti. E’ tuttavia altrettanto
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importante aggiungere che questa linearità è
sconvolta ab origine da qualcosa che non ne
costituisce la premessa necessaria: il sessuale
infantile, come sappiamo, non è il primo tempo del
genitale adulto.]
2) Egli non mette in evidenza la nozione di messaggio
e, a fortiori, di messaggio enigmatico, compromesso
dall’inconscio dell’emittente.
[Ritengo che la questione del messaggio enigmatico
non possa essere attribuita solo alla traccia lasciata
dall’altro adulto nel soggetto. A mio avviso è
enigmatico ogni processo che spinge il soggetto a
ripensare o a rirappresentare ciò che ha lasciato
dietro di sé, ogni spinta interna a significare e a
figurare un quid che muove il desiderio, il
linguaggio, i nostri movimenti affettivi, le nostre
attrazioni, le aspirazioni, gli ideali. Ogni traccia
lascia inevitabilmente dei residui di simbolizzazione
che non attengono necessariamente al messaggio di
un altro, ma ai limiti e alle capacità storiche del
soggetto di metabolizzare, in quel momento, certi
dati dell’esperienza piuttosto che altri. Il messaggio
diventa enigmatico nel senso laplanchiano a seguito
di un processo duplice: a) la cura analitica mette in
opera un processo di disidentificazione che lascia
trasparire i primi messaggi enigmatici o se si vuole
le identificazioni alienanti che possedevano il
soggetto; b) a seguito della soggettivizzazione
conseguente ai passaggi dall’indifferenziato al
differenziato, la traccia diventa necessariamente
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autoriferita. È il processo di costruzione e di
investimento desiderante che trasforma un evento in
un evento per me, che se ne appropria, che ne
riconosce il desiderio iscritto in esso, ma che allo
stesso tempo cancella tutti i personaggi della scena
per inglobarli in un processo di cannibalizzazione
egoica o di piegatura dell’indirizzo originario.]
3) Infine, non approfitta del progresso fondamentale-
ma temporaneo- costituito dalla lettera 52/112, cioè
dall’elaborazione di una teoria ‘traduttiva’ del
processo dell’après-coup. La ragione principale
della ricaduta di questa teoria traduttiva, direi, è
l’assenza stessa della nozione di un ‘da tradurre’;
giacché, perché vi sia traduzione , occorre
precisamente un ‘da tradurre’ originario, un ‘ da
tradurre’ che non può essere concepito, a nostro
avviso, se non in un’apertura di primo acchito
dell’essere umano all’enigma dell’altro e mediante
l’enigma dell’altro”41.
[Sebbene “questo da tradurre” sia essenziale per
comprendere il funzionamento a cascata dell’après-
coup, possiamo renderci conto meglio, credo, che
l’enigma dell’altro non è che il primum movens di
un processo traduttivo che si autonomizzerà.
L’enigma originario dovrebbe essere inteso nel
senso winnicottiano di una madre nel cui volto
l’infans, rispecchiandosi, può scorgere se stesso,
visto dalla madre. E’ in questo spazio, in questo
movimento di desiderio che prende forma il di più da
41
Idem, pag.136
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sapere e la questione dell’enigma come residuo
autoricorsivo. Ma l’infans che scorge se stesso non è
di rimando confrontato ad un qualcosa che lo
caratterizza come unico, con un sé, con un proprium
che gli fa sentire di essere accolto nella sua
configurazione destinale, nel riconoscimento di un
qualcosa di assolutamente individuale e che
cercherà, nel tempo, forme espressive e modalità
rappresentativa le più disparate? E questo proprium,
che può esistere solo attraverso l’altro, non è un
enigma con cui ci si confronterà tutta la vita? Allo
stesso tempo, da questo scarto fra ciò che è presente
e ciò che è rappresentato, possono innescarsi a
cascata, dando luogo a serie infinite di après-coup, i
processi di simbolizzazione].
Con ciò, evidentemente, non si chiude la riflessione
intorno al contributo di Jean Laplanche. Ad ogni
modo, processi ricorsivi di après-coup, onnipresenza
ab origine dell’enigma, diversità degli esiti
traduttivi, enigmaticità dei processi psichici, sono
alcune delle questioni qui poste, passibili, speriamo,
di suscitare nuove traduzioni e nuovi dibattiti.

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