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L'ANNUARIO DI ETICA-MENTE • NUMERO 1 • 2020

L'ANNUARIO • NUMERO 1 • 2020


ETICA-MENTE

L'ANNUARIO
2020
"PANDEMICI"
Direttore
Massimo Vittorio

Vice-direttore
Leo Stan

Comitato Editoriale
Álvaro Rodríguez Vázquez
Rosangela Barcaro
Mitsy Barriga-Ramos
María José Binetti
John L Dennis
Àngel Puyol González
Georgia Livieri
Gordon Marino
Athanasia Theodoropoulou
Aleksandra Zdravkovic Zistakis

www.etica-mente.net
info@etica-mente.net
Etica-mente. L’annuario è il numero annuale di Etica-
mente. Raccoglie una selezione di articoli e post
pubblicati in modo continuativo sul blog Etica-mente
(www.etica-mente.net) e può includere altri contributi
inediti non pubblicati precedentemente sul sito. I
contenuti sono pertanto relativi ai temi trattati da
Etica-mente: analisi critica e filosofica, con un focus
sull’etica, a partire da spunti proveniente da vari
ambiti: arte, cinema, letteratura, politica, musica. I
paper inviati come inediti ricevono un controllo del
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contenuti dei singoli autori, le cui affermazioni non
rappresentano il periodico, ma le opinioni dei singoli
autori.
I N D I C E

07

11 MARIA EMANUELA RANDAZZO

16 SARA INGRASSIA

22 GABRIELE NICOLOSI

26 MASSIMO VITTORIO

N U M E R O 1 • 2 0 2 0
I N D I C E

31
SALVATORE ORAZIO TOMASELLI

39 VERONICA PISANA

47 SIMONA LORENZANO

54 FIAMMETTA LOMBARDO

61 MASSIMO VITTORIO

N U M E R O 1 • 2 0 2 0
EDITORIALE LA RICERCA CONTINUA

Nel 2020 il mondo ha conosciuto


un tempo nuovo, quello della
pandemia. Lo aveva già conosciuto
in epoche passate. Ma la società
avanzata della globalizzazione e
della tecnica pervasiva non ancora.
Ne sembrava immune. Ogni
individuo della società
contemporanea sembrava protetto
all’interno di una campana di vetro
virtuale, fatta di benessere diffuso,
di agio, comodità, centri
commerciali, viaggi e degustazioni
per il palato e lo spirito.

Era una evidente distorsione della


realtà. La contingenza dell’ordine
sociale — più volte segnalata come
sentinella da Ortega y Gasset —
raramente aveva significato
stravolgimenti nelle pratiche
sociali e forti ed improvvise
limitazioni alla libertà personale.
Lo stato di guerra era stata l’ultima
esperienza del genere — con le
dovute differenze. Il XXI secolo
mostrava spalle larghe e petto in
fuori, incapace di essere scalfito
nuovamente da simili incertezze.
Certamente avanzavano inarrestabili le ombre di un progresso non più del
tutto sostenibile, di una crisi energetica ed ambientale, di un inquinamento
troppo a lungo sottovalutato; tuttavia, l’orizzonte restava ancora schiarito
dinanzi a noi.

La pandemia ci ha svegliato dal sonno del progressismo autorigenerante,


quello che non impone misure, né responsabilità; ci ha gettato di fronte alle
nostre mancanze, ai nostri eccessi, ai nostri squilibri sociali ed economici, sui
quali glissavamo ripetutamente ebbri di quell’individualismo smisurato, che
Taylor aveva ampiamente criticato. Siamo stati costretti a fare i conti con
una nuova dimensione dello spazio: chiuso, circoscritto, localizzato. Chiusi in
casa, liberi di muoverci solo entro i confini del nostro territorio più prossimo:
che ironia nell’epoca della globalizzazione!

Ma questa rivoluzione ci ha ricordato che l’essere umano è sempre nelle


condizioni di co-esistere: la tecnologia si è finalmente rivelata al servizio
dell’umanità. Piattaforme digitali, nuovi software e servizi, teledidattica,
telelavoro (o “a distanza”, se preferite, forse mai troppo smart comunque)
hanno permesso una veloceriorganizzazione dell’ambiente: questa è l’essenza
più tipica dell’essere umano, la sua capacità di adattamento, che lo rende un
essere utopico, senza un habitat specifico — come ricordava Gehlen — in grado
di vivere ovunque, a qualunque latitudine del pianeta, chiuso in casa o al bar, e
di fare lezione in un’aula universitaria o al computer. E improvvisamente ci
siamo ricordati quanto siamo sociali, individui in relazione, capaci di trovare
sempre nuove forme di comunità e comunicazione.

È così che è nata l’idea di Etica-mente, il blog creato e realizzato durante la


pandemia, il lockdown e la didattica online: con gli studenti del corso di Etica
della Comunicazione dell’Università di Catania abbiamo dato vita ad una
piccola fucina di idee, di pensieri, di spunti, a dimostrazione che il pensiero è
sempre libero e che è sempre possibile fare comunità. Ed oggi siamo ad avviare
L’annuario, il numero annuale di Etica-mente, che raccoglie una selezione di
contributi pubblicati sul blog ed eventuale materiale inedito.
Diamo vita ad un nuovo spazio di discussione, di riflessione, di osservazione
del mondo, nel pieno spirito di Etica-mente: a partire da temi provenienti dai
più svariati ambiti dell’esistere — cinema, arte, letteratura, musica, politica,
tecnologia — proviamo a cogliere un’occasione di pensiero. Perché, nel pieno
spirito orteghiano, si pensa sempre per fare qualcosa, per risolvere problemi
ed agire nel mondo. A patto che ci si ricordi di farne parte. A patto che si
abbia voglia di varcarne la porta.

Ogni Annuario avrà un titolo che attraverserà con foto e articoli tutto il
numero. Quello di quest'anno è Pandemici: ci scopriamo fragili, impauriti,
distanti, eppure ancora spinti verso l'alterità e le sue nuove forme. Il layout e
la veste grafica, nello stile del magazine, vogliono rappresentare la
dinamicità di questa pubblicazione, il suo carattere giovanile, dinamico e
aderente al concreto vivere. Ogni articolo presente un formato grafico
indipendente, perché il magazine vuole essere per il lettore come un inatteso
viaggio nei possibili mondi di ogni possibile umano esistere.

Massimo Vittorio
SOLITUDINE
M A R I A E M A N U E L A R A N D A Z Z O

L’OMBRA E LA GRAZIA.
I METAXÙ DI SIMONE WEIL

“La creazione è provocata dal moto discendente della pesantezza, dal


moto ascendente della grazia e dal moto discendente della grazia alla
seconda potenza”.

Pensiamo per un sol secondo alla parte più oscura, caotica, indistinta,
mescolata della materia, al dionisiaco, alla Nύξ più lunga che possa
esistere, alla pesantezza dei corpi che si oppone manicheisticamente
alla parte più chiara, iridescente, formata, apollinea, alla lievità del
giorno più pacifico, serafico che possa esservi. Secondo la Teogonia di
Esiodo la Notte aveva generato tre figli (ed altri): i primi due Αἰθήρ ed
Ἡμερα , ovvero la luce e il giorno, contrapposti a θάνατος, la morte.

Meditiamo, dunque, su degli enti capaci di nutrirsi essenzialmente di


luce: tali esseri vivranno in uno stato di grazia. Meditiamo su degli enti
capaci di nutrirsi essenzialmente di ombra: tali esseri vivranno in uno
stato di dissolutezza. La creaturalità, nella sua interezza, totalità è
parcellizzata: si palesa un’anima retta da leggi analoghe a quelle della
pesantezza materiale.
Riflettendo sulla natura umana e la misticheggiante tensione, quasi
avvertita come necessaria, alla alterità divina, Simone Weil, tra il 1940 e
il 1942, comincia una disamina diffusa, nelle pagine del suo diario
personale, di questioni dall’eminente carattere religioso-filosofico.
Negli anni della composizione studia il sanscrito e affronta lo studio
delle Upanishad.
Le pagine sono ricche di suggestive metafore-sentenze e di riferimenti a
culture, società e tradizioni diversificate; queste si intrecciano con
continui andirivieni temporali. Lungi dall’essere un mero sfoggio del suo
eclettismo, di una narcisistica esibizione della sua erudizione, gli scritti
in questione sono emblema di una sublimazione in vista di un unico
traguardo: l’interpretatio sovrannaturale di ciò che è naturale.

Nella visione di Simone Weil, due forze imperano sull’universo: la luce e


la pesantezza. Così bisogna pregare, soffrire, patire, portare la croce,
accettarla, fare silenzio, partecipare al cosmico lamento: sembra a tratti
di leggere Kierkegaard. Scottanti, crude sono le parole usate.

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Ci esorta all’agonia che è “la suprema notte oscura, della quale anche i
perfetti hanno bisogno per l’assoluta purezza. Per questo meglio che sia
amara” (Weil, 2011).

La vita è abbandonata alla dismisura e la filosofa vuol porre la misura, il


métron (Μέτρον ἄριστον, “la misura è la miglior cosa” – massima
attribuita a Cleobulo) in un Israele insozzato e atroce, tale a partire da
Abramo, ad eccezione di qualche autentico profeta, in un Israele eletto
per poi essere quel che è stato: il carnefice di Cristo. La giustizia deve
essere applicata in una Roma qual “grosso Animale dal carattere ateo,
materialista, che adora soltanto se stesso” (Weil, 2011).

La vita è abbandonata alla dismisura e la filosofa vuol porre la misura, il


métron (Μέτρον ἄριστον, “la misura è la miglior cosa” – massima
attribuita a Cleobulo) in un Israele insozzato e atroce, tale a partire da
Abramo, ad eccezione di qualche autentico profeta, in un Israele eletto
per poi essere quel che è stato: il carnefice di Cristo. La giustizia deve
essere applicata in una Roma qual “grosso Animale dal carattere ateo,
materialista, che adora soltanto se stesso” (Weil, 2011).

In un quadro siffatto, il dolore morale conducente alla morte, salva


l’esistenza, è battesimo, pura redenzione dal declino, è essenza
dell’innocenza dello stato di natura pre-lapsaria. Ma essere innocenti
non vuol dire esser felici: significa sopportare il peso di tutto l’universo,
gettando un contrappeso.
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Usciamo dalla caverna, come ci suggeriva già Platone, per stare dentro e
fuori come la Weil (cristiana nel profondo del cuore ma fedele di fatto
agli atei suoi amici e alla grecità), attraverso l’esercizio filosofico che ci
insegna a morire ogni giorno. Attraverso la prece riflessiva si coglie la
perpetuità che ci strappa, fino all’eternità.

Veniamo purificati nell’accettare la morte in quanto simbolo del


distacco totale (ormai avvenuto): la mortificazione del sé, la perdita
dell’egoità (“Ichheit” direbbe Fichte), per eliminare l’epigonia. La miseria
degrada: permette che io sia io. Ma nell’io non v’è alcuna fons
energetico-vitale alla quale si può giungere. Non è necessario pertanto
distruggere, piuttosto discreare, non portare dall’essere al non-essere,
quanto passar dal creato all’increato. Bisogna sradicarsi sia socialmente
che vegetativamente. Ma d’altronde cosa siamo? Siamo una
piccolissima parte che deve imitare (e sussistere con) il tutto.

Ebbene, l’anima del mondo: lo spirito che permea l’Universo, quello


spirito dal quale siamo tratti e con il quale dovremmo vivere in
comunione, in una forma di panismo. “L’atman. Che l’anima di un uomo
prenda per il corpo tutto l’universo” (Weil, 2011).

Se dovessimo, poi, distruggere qualcosa, qual sarebbe considerata


sacrilega nella medesima azione? Non di certo ciò che è infimo poiché
non ha valore alcuno. Nemmeno ciò che è supremo perché non lo si può
nemmeno tangere. È sacrilego distruggere i metaxù, qual motivo
dell’esistere stesso del bene e del male. I veri beni sulla Terra sono
metaxù. Un qualsivoglia uomo che ne sia privato, non si sentirebbe
nemmeno più un uomo. Ma cosa sono i metaxù? Materialità
appartenenti all’umana specie che apportano benessere: le case, le
culture, le tradizioni. Ma il temporale non acquista senso se non
mediante lo spirituale: ecco la chiave di volta. Non limitiamoci alle cose,
squarciamo il velo che vi si trova accanto, ed attingiamo alla suprema
sorgente: quel Dio che dobbiamo amare, nel dolore, nell’angoscia, nel
tormento, per ottenere, accedere all’immortalità.
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Il processo, dal carattere ambiguo, che gode della polarizzazione di
amore e sofferenza, condurrà l’uomo al divenire, atto della
fenomenologia trattata: sol in tal modalità si schiuderà innanzi a lui
l’incommensurabile, l’alfa e l’omega, l’infinito.

Riferimenti
Weil, Simone. 2011. L’ombra e la grazia (1940-42). Milano: Bompiani.

DOI 10.17605/OSF.IO/9EUB8

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S A R A I N G R A S S I A

SIAMO ABITUATI ALLA DISTANZA?

È verosimile credere che una


pandemia come quella che il mondo
sta vivendo cambi diametralmente
alcune prospettive. Chi sono io? Chi
è l’altro? Che cosa ci lega
veramente? Ma soprattutto, che
cosa (o chi?) sono io senza l’altro? Io
sono io anche senza l’altro, o è
l’altro che mi permette di essere?
Quanto fa bene all’anima il
distanziamento sociale? All’anima
profana, all’anima senza Dio,
all’anima che nell’altro può trovare
pace e ristoro. In altre parole,
quanto influisce il distanziamento
sociale nel mio rapporto con l’altro,
nel desiderio che io ho dell’altro?

Nessuno era abituato ai due metri


di distanza, o forse uno, o forse uno
e ottanta. Più in generale, l’uomo
non è abituato alla distanza, tende
ad una più o meno spontanea
forma di aggregazione: che l’uomo è
animale sociale è storia vecchia,
ma anche molto vera. In realtà gli uomini e le donne non creano comunità con
tutti, a dire il vero spesso l’altro si allontana: non è raro assistere al relegare ai
margini chi è diverso, o chi semplicemente non si vuole conoscere. Ma in
generale, la solitudine non è lo stato esistenziale prediletto dell’essere umano,
che nei millenni ha sperimentato infiniti modi di vivere il rapporto con l’altro.
Nella sua Fenomenologia, Hegel parlava di autocoscienze che devono
riconoscersi, che lottano fino all’ultimo sangue per il riconoscimento, per
esistere. Quindi esisto perché l’altro mi riconosce. Ho bisogno dell’altro. L’altro
mi guarda e nel suo sguardo io mi riconosco, mi tocca e nel suo gesto io mi
sento, mi parla e nel suo suono io mi ascolto. L’altro è una mia necessità. Ci lega
un rapporto ben più profondo dell’amicizia, dell’amore o dell’odio, un rapporto
esistenziale: l’incontro.

P.-A. Renoir, Bal au moulin de la Galette (1876)

Un bellissimo racconto dell’incontro lo fa Pierre-Auguste Renoir nel 1876,


quando dipinge il Ballo al Moulin de la Galette. È una scena a cui noi oggi non
potremmo assolutamente assistere, alla quale non potremmo partecipare:
l’altro è la spensieratezza di una danza, la piacevolezza di una conversazione
leggera, la mano che stringe una vita, due guance che si sfiorano. Renoir è
seduto in primo piano e ci invita a partecipare al clima di festa, a condividere il
tempo del ballo e della frivolezza. Uomini e donne si abbracciano, volteggiano
per la pista avvinghiati gli uni agli altri, condividono chiacchiere e tavoli, non si
temono, non avvertono minacce. L’incontro andrà a buon fine probabilmente
per tutti.

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DISTANZIAMENTO
Ma nel momento in cui subentra una minaccia esterna all’uomo stesso, ecco
che tutto cambia e le carte in tavola non sono più le stesse: tutti devono
allontanarsi, tenere le distanze, nascondersi, perché l’altro potrebbe farmi del
male, potrebbe addirittura uccidermi. Entra in gioco la paura. Quasi
centocinquant’anni dopo, durante un mite inverno, non ci si può più avvicinare.
Per giorni, settimane, mesi. Quali saranno le ricadute sociali di un simile
distanziamento sociale?

In un primo momento l’opinio communis voleva che non si vedesse l’ora di poter
uscire dalle proprie case, di poter ricongiungersi, di potersi incontrare di
nuovo; la vita casalinga sembrava pesare a tutti, il caffè al bar sotto casa
sembrava un sogno fantastico e irraggiungibile, ma auspicabile, da realizzare al
più presto. Poi le cose cambiano, e si inizia ad assistere ad una sorta di
immobilismo non solo fisico, ma anche psicologico: la solitudine è diventata
un’abitudine e l’altro non sembra più necessario. Il desiderio dell’altro sembra
essere scomparso, svanito nel nulla, lontano nel tempo. Per paura? No, non
sempre. La mancanza di entusiasmo nella speranza della fine del
distanziamento sociale, la fretta del ricongiungimento è venuta, in molti, meno.

Ci si è abituati all’inerzia. Il pericolo dell’annichilimento è dietro l’angolo, è una


conseguenza che non può non essere tenuta in considerazione. L’uomo è
animale sociale ma è anche estremamente vulnerabile e fragile. È essere nel
mondo ed essere con l’altro, ma talmente debole che può lasciarsi sopraffare
da qualcosa di più grande di lui. È necessario guardare avanti con una certa
consapevolezza, non lasciando indietro chi, alla fine di questa lunga storia, non
riuscirà a camminare sulle proprie gambe.

Perché a volte è più facile combattere un virus che la paura, il nichilismo che ne
può conseguire, il rischio di rimanere paralizzati in un universo che continua
ininterrottamente a muoversi. Se per un verso abbiamo fermato il tempo, esso
continua a scorrere inesorabile, nella stasi che il mondo sta vivendo. Un
sonetto di Rainer Maria Rilke (2017) sembra quasi descrivere l’attuale stato
dell’uomo, del mondo, del suo essere nel mondo.

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Noi siamo nell’affanno:
ma il passo del tempo,
consideralo un’inezia
in ciò che sempre resta.

Tutto ciò che incalza


sarà presto trascorso;
soltanto quel che indugia
è ciò che ci consacra.

Fanciulli non buttate


il cuore nella rapidità,
ad arrischiare il volo.

Tutto s’è acquietato:


oscuro e chiarità,
fiore e libro.

Non tutto si è acquietato. Non lo sappiamo ancora quando questo succederà,


non si sa quando lo sapremo. Sappiamo molte cose, ma non sappiamo niente.
Siamo particelle di una galassia che non sa che esistiamo, atomi di un universo
che andrebbe avanti nonostante noi. Il nostro destino è quello di vivere, come
fragili porcellane, nella gettatezza, in un mondo che non è cattivo, ma non
conosce giustizia. Forse sarebbe necessario dare un senso a tutto questo: al
mondo, alla paura, all’altro, alla nostra fragilità, al tempo. Credo che questa
emergenza cambierà, non so quanto definitivamente, il nostro rapporto con la
paura e con l’altro. Con l’altro che ci fa paura. Con la paura che l’altro possa
vederci come un nemico. Non siamo nemici. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Abbiamo bisogno degli altri per essere noi.

Riferimenti
Rilke, Rainer Maria. 2017. I sonetti a Orfeo (1922). Milano: Feltrinelli

DOI 10.17605/OSF.IO/ZGDY9

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ISOLAMENTO
G A B R I E L E N I C O L O S I
IL TEMPO ASPETTA?
Chronos, Tempus, Time, Zeit, Temps, parole di diverse lingue
ed epoche, ma tutte indicano una sola cosa: il tempo. Ma il
tempo aspetta? Fin dagli albori del mondo e, a sua volta,
dell’uomo, ci si è posti la domanda: “Che cos’è il tempo?”
Ancora oggi non è possibile dare un risposta univoca a tale
domanda; possiamo trovare però diverse riflessioni su di esso.

Egizi, Greci, Romani, ma anche popoli più antichi,


consideravano la presenza di tale elemento, il tempo. Zenone
di Elea, allievo di Parmenide, si dilettava nell‘escogitare
esprimenti mentali che potessero sviluppare dei paradossi
temporali. Gli stessi padri della filosofia occidentale —
Platone ed Aristotele — indagarono a tal proposito. Platone
definiva il tempo come “l’immagine mobile dell’eternità”
(Platone, 2000); mentre il suo geniale allievo Aristotele
sostenne tutto il contrario. Il filosofo di Stagira pensava al
tempo come misura del movimento secondo il prima e il poi
(Aristotele, 2011) ritenendo che solo θεός, Theos, cioè Dio,
fosse l’unico motore immobile, eterno e immateriale.

Rimanendo ancora nel mondo classico, possiamo individuare il


vescovo d’Ippona con le sue concezioni di tempo. S. Agostino
parlava del tempo come se fosse un elemento creato da Dio
insieme all’universo — chissà — andando contro le concezioni
aristoteliche. Lo stesso vescovo ipponate affermava che “il
tempo è distensione dell’animo” (S. Agostino, 2015), che vive
solo nel presente, mantenendo ricordo del passato e del
futuro. Da qui in poi, fino a giungere all’epoca moderna, il
tempo verrà percepito in senso lineare.
Con la rivoluzione scientifica si ha il ad un tempo impercepibile all’uomo,
primo cambio di paradigma. Newton il tempo del mondo quantico.
concepì il tempo, come lo spazio, Alla domanda postaci ad inizio testo,
sensorium Dei (Newton, 2017), dobbiamo invece aggiungere il
scorrendo immutabilmente sempre fattore del presente, del nostro
uguale a se stesso. Galileo seguì il tempo. Invece di: “Che cos’è il
fisico inglese nelle sue concezioni del tempo?”, dobbiamo chiederci: “Che
tempo e dello spazio. Con Kant si ha cos’è oggi il tempo?”. Dopo aver
però il primo stravolgimento del passato tutte queste fasi di crisi,
modello fisico newtoniano del tempo rielaborazione, revisione, che cosa
e dello spazio, identificando il tempo possiamo oggi dire del tempo? Il
e lo spazio come archetipo a priori tempo per caso ci aspetta? Una non
della sensibilità umana. Sentiamo e risposta forse ci viene data dalla
percepiamo il tempo e lo spazio riflessione di Nemo, protagonista del
perché sono categorie presenti nella film Mr. Nobody, il quale disse: “Che
mente umana fin dalla nascita, cosa c’era prima del Big Bang? Be’,
secondo il filosofo tedesco. vedete… non c’è nessun prima,
perché prima del Big Bang il tempo
Ma il vero cambiamento, non esisteva. Il tempo è solo il
stravolgimento, della concezione del risultato dell’espansione
tempo e dello spazio arrivò nel 1905 dell’universo. Ma cosa succederà
con Albert Einstein, il quale quando l’universo avrà smesso di
sosteneva che “il tempo è relativo, il espandersi e il movimento verrà
suo unico valore è dato da ciò che noi invertito? Quale sarà la natura del
facciamo mentre sta passando” (si tempo? [...] Ora, se viviamo in un
veda il fenomeno del quattro). Un universo di dimensioni intrecciate,
maggior incremento venne dato come riusciamo a distinguere
anche dal fisico tedesco Planck, il l’illusione dalla realtà? Il tempo, come
quale sosteneva l’esistenza di un lo conosciamo, è una dimensione
tempo quantistico, detto appunto il avvertita solo in una direzione. E se
“Tempo di Planck”. Le teorie oggi una delle direzioni aggiunte non
sono varie, dalla relatività passiamo fosse spaziale, ma temporale?”

ETICA-MENTE | 23
TEMPI
Come possiamo vedere, ad una domanda ne segue un’altra. Di fronte a
certi quesiti le nostre capacità, a volte, appaiono quasi limitate. Tramite la
filosofia, l’etica, la letteratura, l’arte, la fisica l’uomo ha trovato il modo di
porre le domande al giusto modo, potremmo osare dire, ma ugualmente
rimane ignaro dei segreti della natura e dell’universo. Dunque, che cos’è
oggi il tempo in queste società frenetiche, liquide — direbbe Bauman — ove
ogni individuo sfreccia tra un impegno ed un altro? Viviamo immersi
nell’immediatezza di ogni istante. Oggi, in più, abbiamo la tecnologia a
tenerci compagnia, a supportarci. Tramite essa ci sembra quasi di poter
abbattere le pareti dello spazio e del tempo, ci sembra quasi di poter
fermare il tempo stesso. Attraverso uno smartphone, ad esempio,
possiamo mediare un articolo come questo; possiamo scrivere ad un amico;
guardare un film (oltre a tener d’occhio il tempo); tutto questo però deve
esser fatto nel minor tempo possibile.

La velocità sembra essere dunque la caratteristica di questo mondo


tecnologico e di tutte le azioni che compiamo. Passo dopo passo
percorriamo questo cammino, forse, senza neanche sapere dove si va. La
pazienza ha lasciato il posto all’impazienza. Tutto deve avvenire adesso,
immediatamente in “tempo reale” diceva Fabris: “Il tempo reale è
l’unificazione delle infinite connessioni in un punto, in un nodo. Il tempo
reale è il punto senza dimensione in cui si verifica la coincidenza di ogni
precedente processo in un solo momento” (Fabris, 2019). Il tempo esiste o
è un’illusione? Il tempo è tangibile o intangibile? Il tempo è dinamico o
statico? Circolare o lineare? Un vecchio detto siciliano recita: “Cu tempu
avi e tempu aspetta, tempu peddi” (Chi ha tempo e tempo aspetta, tempo
perde). Dunque, non subiamo il tempo, ma viviamolo.

Riferimenti
Agostino. 2015. Le confessioni (398). Roma: Newton Compton
Aristotele. 2011. Fisica. Milano: Bompiani
Fabris, Adriano. 2019. Etica per le tecnologie dell’informazione e della
comunicazione. Roma: Carocci
Newton, Isaac. 2017. Principi matematici della filosofia naturale (1687).
Torino: Einaudi
Platone. 2000. Timeo. Milano: Bompiani

DOI 10.17605/OSF.IO/KRJG7
LE PAROLE CI
TRADISCONO?
A PROPOSITO DI GODARD
“Le parole ci tradiscono?” domandava Nana al filosofo Brice Parain nel
film Vivre sa vie (1962) di Jean-Luc Godard. La cinematografia di Godard
s’interroga sulle parole e, come quella dell’amico-nemico Truffaut, ama
scovare le pieghe dell’esistenza, quelle che spesso non si raccontano, si
nascondono, che ci si affretta a stirare via con una buona dose di
appretto. Che l’esistenza sia una combinazione di progettualità e di
casualità emergeva già nei lunghi piani-sequenza della Nouvelle Vague,
che ammiccava all’esistenzialismo.Una Francia fintamente ribelle, che si
avvolgeva nelle pratiche sessuali promiscue di De Beauvoir e Sartre o si
dedicava allo studio della prostituzione (e all’esperienza?) nel gruppo di
amici formato da Truffaut, Godard e Polanski.

Del resto, come avrebbero potuto criticare la società dei consumi se


non ne fossero stati loro i primi consumatori? E su questo si consumò la
terribile e insanabile rottura tra Godard e Truffaut. E la prostituta,
come il proletario nella teoria di Marx, si ergeva a simbolo di
mercificazione, di consumo, di frammentazione di corpi e vissuti, ridotti
a brandelli di esistenza, ormai incomunicabile.

Ormai ingurgitata dal mondo della prostituzione, Nana, protagonista di


Vivre sa vie, la bella Anna Karina, moglie dello stesso Godard, si lanciava
in una conversazione sul linguaggio, le parole, la verità e l’amore: il
gentile signore incontrato al bar era infatti filosofo nella finzione e nella
realtà – Brice Parain, filosofo francese. E in effetti, lo scarto tra finzione
cinematografica, ovvero piano narrativo, e fluire della realtà
esistenziale doveva essere ridotto ai minimi termini. Come mostrava,
del resto, l’uso di piani-sequenza e long take, che riducevano il
montaggio al minimo necessario, secondo la teoria di Bazin (altro punto
di rottura rispetto a Truffaut).

Nana fait de la philosophie sans le savoir, è il titolo del penultimo tableau


dei 12 di cui è composto il film di Godard. E domanda al filosofo, “Perché
bisogna sempre parlare? Io trovo che spesso si dovrebbe tacere, vivere
in silenzio. Più si parla, meno le parole hanno un significato. Forse ci
tradiscono?”.

ETICA-MENTE | 27
Oltre Godard, le parole non sono sempre un’interpretazione della
realtà, già una sua distorsione, perfino una falsità? Se Ortega y Gasset
sentenziava che tutte le parole sono avverbi di luogo, Godard liquidava
la questione: tutte le parole sono bugie. Possiamo comunicare tutto? Il
silenzio è forse assenza di comunicazione, o una modalità del
comunicare? Le cose incomunicabili, in quanto non comunicate,
comunicano la loro purezza, la loro segretezza, la loro intangibilità. Ed è
tutto ciò che possono comunicare; nient’altro. Perciò le cose
incomunicabili sono le cose più lontane dalla distorsione della parola,
del racconto, della narrazione, perfino di quella più soave e poetica.

Le cose incomunicabili, le cose che


non abbiamo mai voluto dire,
dovuto dire, sono le cose più
sincere che avremmo mai potuto
comunicare. Le cose incomunica-
bili sono eterne: non finiscono mai,
non periscono, non muoiono una
volta gettate nel mondo, non
volano come le parole — secondo
l’indicazione di Caio Tito — ma
restano nel mondo del non-detto,
del taciuto, del solo pensato,

del lungamente immaginato, del-


l’ardentemente desiderato. Sguar-
di, gesti, smorfie, pensieri, sogni
sono grandi strumenti — i più au-
tentici — della comunicazione. Co-
me Erik Satie, che viveva in una
casa di due stanze e una delle due
era sempre chiusa: dopo la sua
morte, si scoprì che teneva chiusi
tanti ombrelli, che collezionava,
ma che mai usava. Come dire, il
vero ombrello nemmeno va aperto,
per evitare che si rompa e smetta
di essere un ombrello. ETICA-MENTE | 28
Dunque, se il silenzio è una modalità comunicativa, il silenzio non può
implicare l’esclusione dell’altro. Ogni comunicazione, infatti, richiede
un’ontologia della co-esistenza, poiché ogni comunicazione è una
relazionalità, quantomeno dialogica: io-tu. Il silenzio, così, cessa di
essere sinonimo di solitudine, di emarginazione, di frustrazione, di
ansia, perfino di incapacità comunicativa, quasi fosse l’orlo di un
precipizio autistico o, peggio, solipsistico. La comunicazione diventa
l’arte di soppesare le parole, di comprendere l’altro nelle pieghe del non
verbale, fatto di sguardi, di odori, di gesti, di ammiccamenti, di silenzi.

Magritte, influenzato dal non-comunicabile surrealismo di De Chirico,


che non riusciva perfino a dare un volto ai suoi personaggi, dichiarò in
un’intervista radiofonica rilasciata a Jean Neyens nel 1965: “Qualsiasi
cosa non può esistere senza il suo mistero. […] Ogni cosa che vediamo
ne nasconde un’altra, e noi desideriamo sempre vedere ciò che si
nasconde dietro ciò che vediamo. C’è un interesse per ciò che è
nascosto e che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere
la forma di un sentimento abbastanza intenso, un tipo di lotta direi, tra il
visibile che si nasconde e il visibile che appare” (Millen 1965, 172).

Nana, quasi al termine della sua conversazione filosofica, non può


esimersi dal chiedere al filosofo: “E lei che cosa pensa dell’amore?”, mal
celando il pensiero sottaciuto che l’amore autentico sia forse
incomunicabile, inesprimibile. Sì, questa è un’apologia delle cose
incomunicabili, inespresse, un’apologia dell’ipotetico, del condizionale,
del potenziale, del chissà, del futuribile, del possibile, dell’aperto-a-
tutto. Come in un piano-sequenza di Godard.

Riferimenti
Frodon, Jean-Michel. 1995. L’âge moderne du cinéma français. Paris:
Flammarion.
Millen, Richard. 1965. “Magritte: Ideas and Images.” In In a Radio
Interview with Jean Neyens. New York: Harry N. Abrams.
Ortega y Gasset, José. 2016. L’uomo e la gente (1954). Milano: Mimesis.

DOI 10.17605/OSF.IO/3JX6R

ETICA-MENTE | 29
AZNATSID-A-ERESSE'L
S A L V A T O R E O R A Z I O
T O M A S E L L I
MEMENTO MORI:
BREVE RIFLESSIONE
SULLA PANDEMIA E
SULL’UOMO
Mortificati, avviliti dalla più umile
delle creature di Dio, nascosti e
angustiati dal timore dell’altro,
adesso familiare vettore
mortifero; malgrado le
tribolazioni, un motto riecheggia
dal principio della pandemia:
«Andrà tutto bene», ed è proprio
da queste confortanti parole che
vorrei che la mia riflessione
prendesse l’avvio. «Andrà tutto
bene» non è una semplice
formula, un dimesso mantra che
ha instillato un forte sentimento
di speranza in ogni italiano, grazie
al quale con commozione e
operosità, oggi siamo giunti molto
probabilmente alla fine della crisi,
ma è anche l’inno tracotante di un
uomo arrogante e prepotente.
Un’insolenza che si manifesta nel
linguaggio con il quale abbiamo
descritto questa crisi con un
lessico di guerra, che mal si
addice, a mio avviso, alla
situazione che stiamo vivendo.
Con leggerezza abbiamo trasformato il virus nel nostro
nemico: «Andrà tutto bene, lo sconfiggeremo!». Come se
quest’ultimo, guidato da una propria intenzionalità, ci abbia
attaccati per crudeltà o per ammonirci sulla nostra
sconsiderata condotta; niente di più lontano dalla verità.
Nessuna intenzionalità, nessuna consapevolezza, nessuna
volontarietà, ma semplice e pura necessità. La pandemia
mostra che il virus agisce e si comporta seguendo la sua più
intrinseca natura; niente di più, niente di meno.
Ciononostante, l’imperativo categorico è uno ed uno
soltanto: «Debellarlo». Un comprensibile sentimento di
sopravvivenza grazie al quale l’uomo, e con lui tutti gli esseri,
tendono a preservare la propria specie e la propria eredità
genetica, messi a dura prova da una pandemia. Tuttavia, la
locuzione «andrà tutto bene» non cela soltanto la giusta
pretesa della specie umana al diritto di sopravvivenza, ma al
suo interno si nasconde un altro sentimento, che poco ha che
fare con il genuino desiderio dell’uomo di permanere in
questo mondo.

ETICA-MENTE | 32
Un sentimento, o meglio una convinzione, che affonda le sua radici nella
grazia prometeica per la quale l’uomo faber, grazie al fuoco della
tecnica, si erge su tutti gli esseri che popolano questo mondo e sulla
natura stessa. Un re che da secoli spadroneggia incontrastato,
distruggendo e saccheggiando quella natura un tempo madre
benignissima, ora, invece, vittima degli svaghi e dei trastulli di un
despota dagli insaziabili appetiti.

La pandemia non fa che rivelarci quanto l’uomo si sia allontanato dalla


natura e, di riflesso, dalla sua più autentica essenza. L’angoscia provata
in questi mesi testimonia perentoriamente quanto l’uomo sia oggi
estraneo non solo alla natura dalla quale viene al mondo, ma sempre più
estraneo a se stesso. La sospensione delle nostre abitudini ci ha
catapultati in una realtà nuova e per certi versi spaesante. Nel silenzio
assordante delle nostre case, abbiamo scoperto dei coinquilini scomodi
e sconosciuti: noi stessi.

Così come la mitologica statua di Glauco, la quale, abitando gli abissi, si


ricoprì con il passare del tempo di incrostazioni e sedimenti fino a
perdere la sua forma originaria, l’uomo, abbruttendosi, si allontana
sempre più dalla sua più intrinseca essenza fino a scordare persino il suo
nome. Da secoli ostentiamo con saccente pedanteria il motto delfico
«conosci te stesso», ma in verità lo evitiamo sistematicamente,
glissando con cura su quest’ardua e imbarazzante questione, convinti
del fatto di possedere già la risposta.

D’altronde, chi non conosce se stesso? Educati ed allevati secondo il


principio dell’autodeterminazione individuale, certi della nostra
singolare irripetibilità, non ci accorgiamo, come ammoniva Rousseau, di
vivere in un mondo in cui «regna nei nostri costumi una vile e
ingannevole uniformità» in cui «tutti gli spiriti sembrano esser stati fusi
in uno stesso stampo: senza posa la civiltà esige, la convenienza ordina;
senza posa si seguono gli usi e mai il proprio genio. Non si osa più
apparire ciò che si è; e, in questa costrizione continua, gli uomini, che
formano quel gregge che si chiama società, posti nelle stesse
circostanze, faran tutte le stesse cose» (J.-J. Rousseau, 2013, p. 54).
ETICA-MENTE | 33
“La partita a scacchi” – I. Bergman, Il settimo sigillo (1957)

Sradicati dalla nostra originaria natura abbiamo ricostruito il nostro


essere a partire dalla nostra ragione e dalle nostre agili mani, con le
quali abbiamo creato la tecnica: l’instrumentum regni che ci ha resi
invincibili. Così forti da poter uccidere gli dèi, così forti da poter
uccidere la natura. Guarniti dal fuoco del figlio di Giapeto, col quale
quest’ultimo liberò l’umanità «dall’essere dispersa dalla morte», ci
illudiamo di essere delle invulnerabili divinità sulla terra.
Ciononostante, non siamo che dei visionari; falsifichiamo la nostra
realtà fino ad ingannarci che la menzogna corrisponda alla verità.
Eppure, gli antichi e saggi greci avevano ben chiara la vera essenza
dell’uomo, in particolar modo quella dei suoi limiti.

Dalla unione tra il Mare e i suoi Fiumi nacquero le Nereidi. Non esistevano
però uomini mortali; finché Prometeo, figlio di Giapeto, con il consenso
della dea Atena, non li formò a immagine e somiglianza degli dèi
impastando la creta con acqua del Panopeo, fiume della Focide; e Atena
soffiò in essi la vita (Esiodo, Teogonia, 211-32).

ETICA-MENTE | 34
Dal fango Prometeo plasma l’uomo, ma non lo forma «a immagine» degli
dèi. Ciò che distingue gli esseri umani dalla divinità è il loro essere
temporalmente limitati; questa precarietà è la connotazione che
definisce l’uomo nella sua essenza più propria.

Ogniqualvolta i greci si riferivano all’uomo nelle loro opere, non


potevano esimersi dal congiungere al termine uomo (ἄνθρωπος) anche
il termine mortale (θανάσιμος). Una consapevolezza del limite, che
troviamo anche nel mondo latino; nel famoso mito riportato da Igino
nelle Fabulae, reso poi famoso dall’uso fatto da Heidegger in Essere e
tempo, ritroviamo ancora una volta la dimensione mortale dell’uomo. La
diatriba onomastica spinge Saturno, ovvero il tempo – giudice infallibile
della precarietà umana – che il nome con il quale si dovrà chiamare la
creatura plasmata dal fango dalla Cura dev’essere uomo, poiché di
humus egli è composto. Siamo fango, anima/ragione ma, soprattutto,
tempo/finitudine.

La pandemia ci ha destati dal nostro sogno di potenza rendendoci


l’obliata mortalità. L’angoscia provata in questi mesi non è paura che,
per suo statuto, è sempre paura di qualcosa di determinato. Essa è,
invece, il sentimento attraverso il quale abbiamo la percezione del
nostro limite.Se prima della pandemia il nostro essere si espandeva in
lungo e in largo, senza porsi limiti e senza avere confini, continuamente
alla ricerca di un diversivo che distogliesse l’attenzione dalla sua
effimera natura, durante la pandemia, invece, le limitazioni e i protocolli
sanitari hanno oppresso questo slancio catapultandoci in una realtà
angosciante nella quale, senza più i divertimenti e i diversivi della nostra
quotidianità, abbiamo dovuto affrontare la consistenza del nostro
limite; ovvero la misura della nostra vulnerabilità e della nostra
finitudine. Come scriveva Pascal: «Non serve che l’universo intero si
armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per
ucciderlo». Non siamo che una canna pensante la cui unica disgrazia è il
saper pensare e poter comprendere il nostro limite; tuttavia, anche «se
l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe comunque più nobile di ciò
che l’uccide perché sa di morire e conosce il potere che l’universo ha su
di lui, mentre l’universo non ne sa nulla» (B. Pascal, 2000, f. 231).
ETICA-MENTE | 35
FINITUDINE
Ecco che l’uomo è una medietà, un essere in equilibrio fra la miseria e la
grandezza, e se solo riuscissimo a rimanere tali potremmo dirci umani.
Solo comprendendo il nostro limite, potremmo integrarci in un mondo
che sempre più ci sta diventando ostile; non per sua scelta, ma perché,
proprio come un organismo che rigetta un organo a lui estraneo, non
riesce più a riconoscerci come parte di sé. La verità sta nel fatto che
l’uomo è il virus alieno e che la pandemia di Covid19 non è che la
risposta di una natura che è viva e che cercherà, malgrado noi, di
sopravvivere. Dovremmo dar retta alla Natura di Leopardi che, con
coscienziosa asprezza, disincanta il povero islandese:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che
nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre
ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o
all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia
mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se
io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi,
quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E
finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non
me ne avvedrei (G. Leopardi, 2010, p. 380).

Concludendo, come diceva il matematico Ian Malcom nel film Jurassic


Park: «Se c’è una cosa che la storia dell’evoluzione ci ha insegnato è che
la vita non ti permette di ostacolarla. La vita si libera, si espande in
nuovi territori e abbatte tutte le barriere dolorosamente, magari,
pericolosamente, ma… Tutto qui».

Riferimenti
Pascal, Blaise. 2000. Pensées. Parigi: LGF
Rousseau, Jean-Jacques. 2010. Discorso sulle scienze e sulle arti (1750).
In Discorsi. Milano: BUR ebook
Leopardi, Giacomo. 2010. Dialogo della Natura e di un Islandese. In
Operette Morali (1827). Milano: BUR ebook

DOI 10.17605/OSF.IO/92MCJ

ETICA-MENTE | 37
EQUILIBRI
V E R O N I C A P I S A N A

DA PAN AGLI HIKIKOMORI:


DECLINAZIONI DELL’INTERNET
ADDICTION
“Lo sviluppo tecnologico — insieme Ciò porta gli studenti a voler
a quello del mondo di internet — e i frequentare scuole prestigiose,
cambiamenti sociali, soprattutto con lo stress e le pressioni sociali
per gli/le adolescenti, hanno che ne conseguono. Solo così si
modificato non solo le abitudini, ma riuscirà a vivere in maniera
anche il modo di esprimersi e decorosa e onorevole. Rintanarsi
comunicare. Nel periodo che va in se stessi sembra la via più facile
dalla pubertà alla prima età adulta, per accedervi. Il fenomeno degli
le nuove tecnologie hanno un hikikomori non é tuttavia
notevole impatto sullo sviluppo esclusivamente peculiare della
psicosociale, in termini affettivi e società giapponese.Negli ultimi
relazionali.” (Caravita et al., 2018) anni studi scientifici extra-asiatici
hanno gettato l’ipotesi che questo
Nato negli anni Ottanta in “disturbo” potrebbe essere
Giappone, l’hikikomori è un considerato una problematica
termine coniato nel 1998 dal globale e transnazionale. In
Dottor Tamaki Saito, direttore particolare sono stati individuati
del Sofukai Sasaki Hospital, numerosi hikikomori negli Stati
letteralmente significa Uniti, Oman, Australia,
“rannicchiarsi, raggomitolarsi su Bangladesh, Iran, Corea, Cina,
se stessi”. È un fenomeno Spagna e Italia.
comportamentale riguardante gli
adolescenti e i giovani post- L’hikikomori è solo una delle
adolescenti la cui caratteristica numerose conseguenze della
peculiare è l’autoisolamento, il internet addiction (per saperne di
rifiuto della vita sociale. L’unico più si veda qui).
mezzo di comunicazione per gli
hikikomori è internet, con cui si “Nel 2015 è stato pubblicato, sulla
crea un vero e proprio mondo a rivista Computers in Human
parte. L’always-on regna nella Behavior dallo psicologo Roberto
loro vita, unica via per continuare Truzoli dell’Università di Milano in
a “comunicare”, a vivere.Tale collaborazione con i britannici della
problematica scaturisce dal Swansea University e dell’Abertawe,
sistema socio-scolastico uno studio che dimostra che
giapponese che è incentrato l’internet addiction può modificare
sull’importanza della scuola. la personalità,
facendo dominare l’impulsività che Un ruolo emblematico in tutto ciò,
rende meno capaci di pianificare. quindi, lo gioca sicuramente il senso
Questo rischia di avere un impatto di solitudine, che sta alla base delle
negativo per lo studio scolastico e per dipendenze e delle pressioni sociali
il proprio lavoro, aumentando perfino (come nel caso degli hikikomori), e le
la probabilità di cadere vittime del diverse forme di ansia che possono
gioco d’azzardo. I risultati sfociare in attacchi di panico.
dimostrano che, subito dopo la
navigazione in rete, i partecipanti più Il termine “panico” deriva dal nome
esposti a internet fanno molte più del semi-dio Pan (Πάν), dal greco
scelte impulsive, con una riduzione paein, cioè “pascolare” (è però simile
delle scelte che implicano a πᾶν, che significa “tutto”). Era
autocontrollo” (Cianferoni, 2019). infatti una divinità dei boschi e della
natura dall’aspetto spaventoso e
inquietante perché mezzo uomo e
“«Sono i primi dati che evidenziano mezzo animale. Dal suo nome deriva
sperimentalmente i cambiamenti del il sostantivo panico, originariamente
comportamento di scelta come timor panico o terror panico, poiché
risultato dell’esposizione a Internet», egli si adirava con chi lo disturbasse
afferma Philip Reed della Swansea emettendo urla terrificanti,
University. Lo psicologo Roberto provocando così una incontrollata
Truzoli aggiunge che le ricerche paura. A Pan si attribuiscono infatti
precedenti hanno evidenziato come i rumori di origine inesplicabile che
le persone con dipendenza da si udivano nella notte.
internet dopo l’esposizione al web
diventino più depresse: «sarà quindi Si narra che i suoi terribili ululati
interessante approfondire la fossero talmente spaventosi da
relazione tra internet-addiction, causare di frequente la fuga di Pan
depressione e impulsività, in modo da stesso, sconvolto dal suo stesso
produrre un quadro globale». urlare. All’origine degli attacchi di
L’impulsività è un fenomeno che si panico vi è dunque l’irrequietezza di
associa spesso a quello dell’ansia, per questa figura mitologica.
esempio nella difficoltà a mantenere
relazioni sentimentali o impieghi
lavorativi” (Cianferoni, 2019).
J. Cardin, Attacchi di panico (2016)

ETICA-MENTE | 42
Arriva all’improvviso, invade La potenza e l’impetuosità di
mente e corpo. Accelera il battito, questa energia primordiale è
accorcia il respiro. Odora di talmente tanto travolgente da
Morte, aspra e pungente, la quale risultare incontrollabile per
non si mostra mai. La bocca definizione, proprio come Pan
asciutta cerca una goccia di cade in preda al terrore all’udire
acqua, che la gola respinge. Così le urla da lui stesso riprodotte.
stretta e annodata, le corde vocali
tentano di emettere qualche “Sostanzialmente il malessere
suono, ma non un solo sibilo esce. psicologico viene considerato una
I muscoli si irrigidiscono e i sensi questione privata, che ha a che
percepiscono ogni suono. Gira la fare con la propria storia
testa, ma intorno tutto rimane personale. Quante persone
immobile. Divampa il fuoco dal ritengono infatti che i loro
petto allo stomaco. Tutto si è disturbi depressivi e d’ansia
arrestato. Pan si è mostrato, ha abbiamo a che fare con ragioni
emesso il suo urlo. collettive? È necessario
sviluppare una nuova
Il semi-dio rappresenta l’istinto in consapevolezza: le diverse
tutte le sue forme. La sensazione dipendenze da internet appaiono
di panico che si prova durante un oggi come fattori significativi o
attacco riguarda proprio la paura decisivi dei malesseri psichici,
di queste forze naturali che determinando un peggioramento
abbiamo dentro e che vogliamo di vulnerabilità già presenti,
tenere sotto controllo. Ma è relative tanto a fattori personali
proprio lo sforzo di controllare le quanto a quelli sociali, per
proprie emozioni che causa ansia, esempio a causa della crisi
la quale sfocia in panico. È come economica” (Yanez magazine,
un vulcano che trattiene il fuoco 2019).
dentro di sè e quando esplode
distrugge tutto Questa figura Hikikomori, internet-addiction,
mitologica ci apre gli occhi, dà attacchi di panico, senso di
luce ad una parte della nostra vita solitudine (su questo si veda
che troppo spesso accantoniamo questo post), depressione.
o confondiamo nel marasma
quotidiano.
Sono solo alcuni dei disagi che stanno venendo alla luce nelle nostre
società ancora troppo pregiudicanti nei confronti dei disturbi psichici.
Fatti individuali, ma prima di tutto sociali. E come può intervenire la
società in questioni tanto delicate? È qui che deve farsi avanti l’azione
etica. Sicuramente i disturbi psichici vanno risolti con i dovuti supporti
psicoterapeutici, ma nel disagio sociale che dilaga ha un suo ruolo
sicuramente il mondo digitale. L’uso corretto e moderato delle nuove
tecnologie è uno dei primi passi che l’etica ci aiuta a compiere. Eppure il
mondo di internet ha permesso e permette agli hikikomori di trovare un
rifugio nel mondo, o meglio, dal mondo.

Hikikomori che sono effetto, conseguenza di una società opprimente


che pretende da loro efficenza, velocità, risultati. È la regola del “basta
che funzioni”, come ci si aspetta da un computer o da una macchina. Ma
a che prezzo? A che prezzo rinunciare alla vita reale per una vita
esclusivamente virtuale? C’è in gioco prima di tutto l’autenticità della
comunicazione e della vita. Comunicazione che diventa claudicante, che
perde il suo valore etico e si fa trasmissione di informazioni, di bit di 0 e
1. Le relazioni umane si svuotano. L’altro è distante da me e io sono
troppo distante da me stesso.

Il mondo di internet è vasto e sconfinato. Di contro, le nostre vite sono


limitate. Nella filosofia ellenica, il termine greco πέρας (limite) era ciò
che è completo perché condotto a termine, ciò che ha forma, ordine,
armonia e bellezza. Diversamente il mondo virtuale di internet
potremmo concepirlo come ciò che non trova limite nelle sue possibilità,
potremmo scambiarlo erroneamente per l’infinito, appunto. L’essere
umano è finito in quanto trova ostacoli e non è capace di adeguarsi
all’infinito. Il verbo “adeguare” dal latino adaequare significa
“eguagliare”, “rendere eguale”. Noi non possiamo metterci sullo stesso
piano del mondo digitale, ciò è ontologicamente impossibile. Qualora
diventasse possibile, plausibile non sarebbe.

L’uomo non deve adeguarsi e farsi imprigionare dalle infinte reti della
rete per sfuggire a se stesso, alla propria natura.

ETICA-MENTE | 44
Nell’era dell’autismo digitale, avere consapevolezza del mondo di
internet, delle sue enormi potenzialità, ma anche dei suoi limiti e dei
suoi rischi è fondamentale. Il pericolo principale è quello di perdersi e di
non trovarsi più, il rischio di eguagliarsi a bit di 0 e 1. Dove il mondo
virtuale ci porterà, non lo sappiamo, ma l’essenziale è ricordarci sempre
di ritornare al nostro mondo reale. “Non si vede bene che col cuore:
l’essenziale è invisibile agli occhi” scrive Antoine de Saint-Exupéry ne Il
Piccolo Principe. Se le cose più importanti per le nostre vite, per noi
stessi, non si vedono con gli occhi, forse dovremmo chiuderli e,
semplicemente, sognare.

“Vivere” è assai diverso da “lasciarsi vivere” o da “vedersi vivere”.


Questa però, è un’altra storia.

Riferimenti
Auguglia, Eugenio. 2010. Il fenomeno dell’hikikomori: cultural bound o
quadro psicopatologico emergente? In Rivista italiana di psicopatologia,
16:157-164
Caravita, Simona, Milani, Luca, Traficante, Daniela. 2018. Psicologia
dello sviluppo e dell’educazione. Bologna: il Mulino
Cianferoni, Beniamino. 2019. Full Metal Internet. I millennials, il
capitalismo, la dipendenza da social, la crisi psicologica globale. In
Yanez magazine
Comazzi, Davide, Piotti, Antonio, Spinello, Roberta. 2015. Il corpo in
una stanza. Adolescenti ritirati che vivono di computer. Milano:
FrancoAngeli
Piceci, Luigi. 2019. Hikikomori in relazione alla crescita tecnologica: la
responsabilità delle famiglie e della scuola. In Giornale italiano di
educazione alla Salute, Sport e Didattica inclusiva, 3, 3.

DOI 10.17605/OSF.IO/X8369

ETICA-MENTE | 45
MAGRITTISMI
S I M O N A L O R E N Z A N O

IL METAPROBLEMATICO
NELL'ERA DEL POST-UMANO
Da umano in automa. Questa è la Siamo nell’era del
rischiosa trasformazione alla transumanesimo e del post-
quale va in contro l’uomo umano (Ranisch, Songner, 2014).
moderno, nel tentativo di Ma come può l’uomo continuare
adeguare il suo comportamento a mantenere la sua umanità, se è
all’efficacia di procedure proprio lui a remare contro la sua
standard. L’uomo diventa cosa stessa natura? Siamo sicuri che,
superata, il modello ora è la davvero, basta che funzioni?
macchina con il suo Pietro Piovani ci ricorda che
funzionamento lineare, efficiente grazie agli intoppi si può avere un
e senza intoppi. Tutto il contrario grande disvelamento.
della natura umana, così L’imprevisto, il problema è il
complicante e problematica, così luogo in cui ognuno di noi può
immersa nel metaproblematico. sperimentare grandi scoperte o
grandi tragedie. Sono proprio L’uomo moderno, tuttavia, ha
queste indispensabili esperienze acquisito la logica della linearità
dialettiche che portano l’uomo a dall’uso dei dispositivi tecnologici.
crescere. Oltre ai problemi, Questo ha portato a “una nuova
tuttavia, non si può dimenticare definizione dell’uomo visto come
un’altra dimensione più ampia “elaboratore di informazioni” e
che fa parte della vita di ognuno: della natura, vista come
il metaproblematico, il mistero, “informazioni da elaborare”
l’enigma. (Bolter, 1985, pp. 20-21). Il
Con la sua tendenza a grande errore è quello di pensare
oggettivare ogni cosa, l’uomo che la mente dell’uomo funzioni
moderno ha circoscritto il esattamente come un computer.
metaproblematico, La differenza è sostanziale e si
esorcizzandolo. Mentre il annida proprio nella loro diversa
problema è qualcosa di esterno ontologia.
che può essere analizzato e I programmi per computer sono
risolto, il mistero è qualcosa che realizzati utilizzando un
ci comprende e nel quale siamo linguaggio formale, ovvero un
immersi. In altre parole, non si linguaggio che non tiene conto
possono distinguere i confini del del significato dei suoi simboli,
mistero e quelli nostri, dal ma si limita a seguire delle regole
momento che siamo noi stessi sintattiche. Il linguaggio che
mistero. Basti pensare al senso o utilizza l’uomo, invece, è ben
all’origine della vita; come lontano dall’essere un linguaggio
sintetizza Fromm, “l’uomo è un formale. Gli uomini hanno
animale per il quale la sua stessa bisogno di dare significato alle
esistenza è un problema da cose, gli uomini sono dispositivi
risolvere”. semantici (Biuso, 2008).

ETICA-MENTE | 48
ENIGMA
L’uomo pensa, parla e ricerca per dare senso alla realtà che lo circonda e
dunque “il bisogno di ragione non è ispirato dalla ricerca di veridicità ma
dalla ricerca di significato” (Arendt, 1987, p. 97).
L’essere umano tende a complicare inutilmente tutto, ci ricorda Piovani. Il
perché risiede nel fatto che è proprio in questa sua natura complicante che
l’uomo riesce a crearsi uno spazio di libertà. Solo intervenendo sul
circostante, modificandolo e complicandolo, ognuno di noi riesce a sentirsi
davvero libero. La libertà, infatti, non è un regalo gratuito, ma uno sforzo
incessante e difficile da realizzare, soprattutto in una società come quella
attuale. Ogni individuo ha la sensazione di essere libero, ma in realtà “segue
spasmodicamente i gesti che il campo sociale gli propone: fare soldi,
consumare e “godere” […]. Ritenuto libero di dare alla sua vita il senso che
vuole, egli dà, nella maggior parte dei casi, solo il senso in corso, ovvero il
non senso dell’aumento indefinito degli stimoli sensoriali” (Castoriadis,
1996, p. 72).

L’uomo pensa, parla e ricerca per dare senso alla realtà che lo circonda e
dunque “il bisogno di ragione non è ispirato dalla ricerca di veridicità ma
dalla ricerca di significato” (Arendt, 1987, p. 97).
In questo flusso lineare, incessante e rumoroso, la proposta esistenziale
dell’etica è quella di tornare a valorizzare la natura dell’uomo, nella bellezza
delle sue contraddizioni, nel suo mistero, nei suoi problemi e nei suoi
imprevisti.

ETICA-MENTE | 50
L’uomo non è un freddo device che funziona secondo procedure formali,
funzionali e decontestualizzate. “L’essere umano i suoi programmi li può
cambiare anche senza motivo, senza preavviso. Può addirittura avere come
programma quello di non fare alcun programma” (Fabris, 2018, p. 60). La
prospettiva dell’etica è quella del diritto all’inutilità e del ritorno al silenzio,
quel silenzio così carico di contenuto, di verità, di autenticità.
Nello stesso momento in cui l’uomo si apre al silenzio ed abbraccia tutto il
mistero di cui è carico, dischiude se stesso all’evento, all’incontro. L’evento
è qualcosa che noi non possiamo prevedere, che sfugge al nostro desiderio
di controllo e di programmazione. Nell’evento l’uomo fa esperienza dei suoi
limiti, perdendo la posizione privilegiata di soggetto. L’evento è il luogo
dell’incontro con l’altro, con la diversità dell’altro ed è nell’altro che l’uomo
incontra se stesso.
“Un incontro è un evento che altera, modifica, rendere discontinuo, lo
scorrere ordinario e lineare del tempo. L’incontro è uno spartiacque tra un
prima e un poi. […] Non era previsto. L’incontro è nell’ordine dell’evento.
L’evento è nell’ordine dell’imprevisto; dell’impossibile che diventa
miracolosamente possibile”: con queste parole, Massimo Recalcati, descrive
l’incontro amoroso all’interno del suo programma Lessico Amoroso.
L’amore, dunque, ha a che fare con il mistero, con l’imprevisto, con
l’ineffabile. In altre parole, con il metaproblematico, quella dimensione che
si può esprimere bene solo attraverso il silenzio, con il quale l’uomo
riconosce i suoi limiti e diventa consapevole del fatto che c’è molto al di là
di ciò che può esprimere attraverso il linguaggio. Riportando le parole di
Wittgenstein: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”; “V’è davvero
dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico”. Per questo, non basta che
funzioni. Sarebbe davvero un peccato se l’uomo, cadendo nella logica della
linearità e del funzionamento, perdesse la sua essenza caratteristica.

ETICA-MENTE | 51
Questo non significa condurre una crociata contro il progresso tecnologico o
le dinamiche che lo supportano. Significa semplicemente non generalizzarne
le logiche a tutti gli ambiti del vivere, avendo cura di coltivare la nostra
umanità e la sua natura metaproblematica. Farlo significa prestare ascolto al
silenzio, aprirsi all’incontro, all’amore, alla comunicazione, alla bellezza. “Ma tu
sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili
dei vermi o delle foglie”; “Sono poveri vermi ma tutto fra loro è imprevisto e
scoperta. Si conosce la bestia, si conosce l’iddio, ma nessuno, nemmeno
noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. Soltanto vivendo con loro e per loro
si gusta il sapore del mondo” (Pavese, 1947, pp. 146-147).

Riferimenti
Arendt, Hannah. 1987. La vita della mente. Bologna: il Mulino
Biuso, Alberto. 2008. Dispositivi semantici. Catania: Villaggio Maori
Bolter, Jay, David. 1985. L’uomo di Turing. La cultura occidentale nell’era del
computer. Parma: Pratiche
Castoriadis, Cornelius. 1996. L’istituzione immaginaria della società. Torino:
Bollati Boringhieri
Fabris, Adriano. 2018. Etica per le tecnologie dell’informazione e della
comunicazione. Roma: Carocci
Fromm, Erich. 1971. Dalla parte dell’uomo. Indagine sulla psicologia della
morale. Roma: Astrolabio Ubaldini
Pavese, Cesare. 1947. Dialoghi con Leucò. Torino: Einaudi
Piovani, Pietro. 2010. Per una filosofia della morale. Milano: Bompiani
Ranisch, Robert & Sorgner, Stefan. 2014. Post- and Transhumanism: An
Introduction. Frankfurt: Lang
Wittgenstein, Ludwig. 1974. Tractatus logico-philosophicus. Torino: Einaudi

DOI 10.17605/OSF.IO/6E7CM
IDENTITÀ
F I A M M E T T A L O M B A R D O

“Il cambiamento d’aspetto. «Senza dubbio diresti che ora


l’immagine è completamente cambiata!» Ma che cosa è diverso? La
mia impressione? La posizione che ho assunto? […] Descrivo il
cambiamento come una percezione; proprio come se l’oggetto fosse
cambiato davanti ai miei occhi. «Ora io vedo questo». Questa è la
forma della comunicazione di una nuova percezione.”

Così Wittgenstein, nella Seconda Parte delle Ricerche


filosofiche, fa emergere come sia costantemente in divenire la
percezione del mondo, dell’altro. Viviamo interamente la nostra
vita in prima persona, ci approcciamo al nuovo in prima
persona, gioiamo e soffriamo in prima persona. Fermamente
convinti di chi siamo, di ciò che vogliamo e, addirittura, di cosa
ci aspettiamo dagli altri. E a volte ci culliamo quasi a volerci
ovattare dentro la nostra etichetta. Ma, in prima persona, che
percezione abbiamo di noi stessi? Molto spesso agiamo come se
bastasse assegnare un Nome a qualcuno o a qualcosa perché
rimanga sempre tale. Eppure è bene sapere che un Nome non
riesce a fermare l’incessante cambiamento a cui tutti siamo
sottoposti, e che noi mutiamo nel corso della nostra vita, illusi
di rimanere sempre la stessa — prima — persona.

Come cogliere, allora, la nostra vera essenza? La nostra fragile


e imprevedibile contingenza? A queste domande, Heidegger
avrebbe risposto così: “L’opera d’arte apre, a suo modo, l’essere
dell’ente. Nell’opera ha luogo questa apertura, cioè lo
svelamento, cioè la verità dell’ente. L’arte è il porsi in opera
della verità”. Nulla, continua il filosofo, è più capace di cogliere
il senso profondo delle cose quanto l’arte: se proviamo ad
immaginare un paio di scarpe da contadino — propone lo stesso,
a titolo di esempio — non avremmo difficoltà a farcene un’idea.
NEW SELF(IE)
Ma se quelle stesse scarpe appartengono a contadini affaticati che
lavorano la terra e immortalati in un tipico quadro di Van Gogh allora,
continua Heidegger: “Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la
sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, […]
l’angoscia della prossimità della morte”.

“In quelle giornate eterne, ho cominciato a dipingere. Potevo muovere


soltanto le mani. Potevo vedere soltanto me stessa: la faccia riflessa in
uno specchio”. Vittima di un incidente mortale all’età di 18 anni, così
Frida Kahlo racconta di come sia stato necessario un evento tragico per
conoscersi veramente –in prima persona. Ma la τέχνη dell’autoritratto
non è soltanto un mero ritrarsi simulando il medesimo incarnato: è
percezione che muta di continuo. È il risultato di piccole tele finemente
tratteggiate con delicati pennelli su cui si materializza la storia di un
volto. Un giorno la curva del naso è morbida, l’altro ancora la si dipinge
più pronunciata ed il tutto contornato dagli insidiosi umori del
momento. “Ora io vedo questo” — scriveva Wittgenstein — «domani chi
lo sa» —aggiungerei io. Pennellata dopo pennellata, correzione dopo
correzione, l’autoritratto diviene compiuta manifestazione del “γνῶθι
σαυτόν”: “conosci te stesso”.L’arte, in ultima analisi, è disvelamento
della sostanza ultima delle cose, ottimo farmaco per combattere
l’aridità d’animo, via di fuga dal banale. In un mondo che ha sempre
galleggiato su un lago di sterili luoghi comuni, certezze di cui non si fida
più nessuno, l’arte è stata sempre in grado di cogliere la purezza; ha
convertito in stupore quello che suscitava vergogna e messo a nudo la
più profonda intimità dell’uomo, sia essa fisica che interiore.

“Non una forma definita interessa il pittore «allo specchio», ma il


processo per cui egli si pone fuori di sé, si fa straniero a se stesso e
attraverso questo movimento vuole ri-conoscersi” (Cacciari, 2004). È
innegabile, pertanto, come dietro ad un autoritratto ci possa essere un
lavoro di introspezione, di analisi, un lavoro soggetto a mille modifiche
come quando, rileggendo una nostra lettera, ci accorgiamo di non aver
reso l’idea come ci si auspicava.

ETICA-MENTE | 49
RICONOSCIMENTO
E se l’autoritratto non è altro che un esempio di autobiografia, in che
modo ci raccontiamo oggi in prima persona? Nella realtà dell’uomo post-
moderno si predilige la vastità all’intensità, ci si confronta con gli altri
piuttosto che con se stessi. Ci si ri-trae per mezzo di bit che mettono
quasi alla berlina il sentimento, l’empatia o l’antipatia, tutti figli di quel
πάθος che è motore dell’anima di un uomo. Oggi non è più necessario
conoscersi in prima persona, oggi è determinante mostrarsi in prima
persona. Se l’autoritratto generava una sana intimità, distesa nel tempo,
con il proprio Io, oggi non c’è da perdere un solo momento per
confermare agli altri che ci siamo — tralasciando il chi siamo. Questa è
l’essenza ultima del selfie: ai pennelli vengono sostituiti i filtri, la
percezione viene soppiantata da un rapido click, e lo specchio
ridimensionato in webcam. Siamo sempre in prima linea, in primo
schermo ma come si è trasformato il nostro essere persona nelle sempre
più comuni relazioni virtuali? Fino a che punto siamo disposti a palesare
la nostra autenticità?

“La costituzione di una persona collettivamente conveniente è una grave


concessione al mondo esteriore, un vero sacrificio di sé, che costringe l’Io a
identificarsi addirittura con la persona, tanto che c’è della gente che crede
sul serio di essere ciò che rappresenta” (Jung, 1965).

Viviamo nell’immediatezza, costantemente sottoposti al regime


dell’INSTANT SHARE: condivisione istantanea, che –oggigiorno –vede
maggior realizzazione su INSTAgram, non a caso. Il tempo deve essere
superato, l’attesa annullata, (si veda questo post in merito all’attesa). Ed
è proprio questa travolgente frenesia che ci discosta radicalmente dalla
percezione — sempre in fieri — di noi stessi, ci allontana dal vicino e ci
avvicina al distante; tutto assume un aspetto circolare e pertanto,
sempre uguale a se stesso.“Ciò che vien meno nell’epoca della
riproducibilità tecnica è l’“aura” dell’opera d’arte”, pensava Benjamin
(1966) in uno dei suoi più celebri passi più attuali che mai. Quella del
selfie, infatti, è divenuta una sindrome a più riprese: nessuna postazione
fissa su cui investire sano tempo, solo svariate angolazioni che fanno da
sfondo ad una fugace vanità.
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G. Klimt, Signora con ventaglio (1918)

Esporsi in prima persona implica diverse responsabilità ma altrettante


soddisfazioni. Spetta solo a noi, tuttavia, il compito di chiarire che tipo di
Persona vogliamo essere. Non è, come specificato sopra, un Nome ad
etichettarci: la gente cambia, si trasforma, matura o regredisce, ed è
fondamentale porre attenzione al nostro divenire; estraniarci dal nostro Io
significa perdere la sensibilità di Essere Umano.

Riferimenti
Benjamin, Walter. 1966. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica (1935). Torino: Einaudi
Cacciari, Massimo. 2004. Della cosa ultima. Milano: Adelphi
Cacucci, Pino. 2014. ¡Viva la vida!. Milano: Feltrinelli
Heidegger, Martin. 1996. L’origine dell’opera d’arte (1950). In Sentieri
interrotti. Firenze: La Nuova Italia
Jung, Carl Gustav. 1965. L’io e l’inconscio (1928). Torino: Boringhieri
Wittgenstein, Ludwing. 2009. Ricerche filosofiche (1953). Torino: Einaudi

DOI 10.17605/OSF.IO/XB6RG

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UBIQUITÀ
MASSIMO VITTORIO

TEMPO E
AMORE.
THE SMITHS

BUT BEFORE I BEGAN // I WAS BORED BEFORE I EVEN BEGAN


THE SMITHS
In molte canzoni Morrissey e gli Smiths raccontano della difficoltà di
amare, di sentimenti non comunicati, di legami spezzati perché vissuti
solo a metà, di abbandoni, di incomprensioni. E allora siamo solo persone
a metà (come in Half A Person), o così desiderosi di legarci a qualcuno,
senza saperlo né dire, né fare, da cogliere nella morte accanto a quella
persona un privilegio, una luce definitiva (come in There’s A Light That
Never Goes Out).

L’amore non corrisposto, uno dei drammi più seri e sinceri dell’esistenza
umana, diventa così una modalità dell’amare e una presa di coscienza (I
Want The One I Can’t Have), o un lamento, una preghiera, breve ma intensa
(Please, Please, Please Let Me Get What I Want, almeno “questa volta”).

È il tentativo disperato di dare un senso alla vita attraverso l’altro, per


provare a vivere nel mondo reale e ad uscire dal guscio (“But before I
began // I was bored before I even began”, come in Shoplifters Of The
World Unite). Una noia mortale. L’apatia prende il sopravvento.

“And when I’m lying in my bed // I think about life and then I think about death
// And neither one particularly appeals to me” (Nowhere Fast).

Andiamo veloci da nessuna parte senza sentire alcuna vera emozione;


quel correre per rimanere allo stesso posto, per sopravvivere, su cui
lungamente ha detto Bauman.

In Well I Wonder Morrissey parla di un amore solo accennato, appena


sfiorato. Il protagonista si chiede (quasi meravigliandosi della risposta
negativa) se l’oggetto della sua ammirazione si accorge della sua
esistenza, delle sue grida rauche, del suo sguardo nei rari incontri casuali,
del suo affanno e del fatto che egli esiste solo nell’atto di amare. Se non
riesco a dirti quello che provo, se non posso farlo perché le parole sono
già bugie, posso solo sperare che tu ti ricorderai di me. “Annaspando,
morendo, ma in qualche modo ancora vivo” rimango aggrappato a questa
speranza
L’Esserci è sempre e solo un Essere-con. “Please, keep me in mind” è
l’unico, finale residuo di speranza per chi vuole tentare di esistere. Perché
l’apparizione dell’altro è apparizione del desiderio, orizzonte di senso: è
l’altro che mi guarda, è l’altro con cui incrociamo sguardi che ci isolano dal
resto del mondo, trasformando l’io e il tu in un noi, come nella
fenomenologia di Ortega e nell’esistenzialismo di Sartre.

“Mi vedi quando c’incrociamo? Io quasi muoio”.

Gli Smiths hanno spesso offerto riflessioni sul tema del tempo,
dell’adesso e dell’attesa. Come nel capolavoro di Marr, più che di
Morrissey, specialmente per la celebre oscillating guitar e l’effetto
tremolo. Ma leggendo il suo libro preferito, Popcorn Venus, di Marjorie
Rosen, Morrissey s’imbatté in questa domanda: How soon is now?

Jeff Buckley raccontò di esser rimasto assolutamente incantato quando


gli capitò di ascoltare la canzone. Era a Hollywood, nel 1984, stava
mangiando del cibo scadente condito con del ketchup perché non aveva
soldi, quando passò in tv il video della canzone.

Rimase sbalordito da quello che aveva appena sentito.

Un testo sulla maledetta timidezza, sulla solitudine non desiderata e sul


bisogno di essere amati, di essere semplicemente umani:

“I am Human and I need to be Loved // Just like everybody else does”.

E la difficoltà, come quella di andare ad un appuntamento dopo averlo


lungamente sognato e immaginato e desiderato; o di muovere gli ultimi
passi prima di incontrare qualcuno che si desidera o si spera di desiderare
e si calpestano i gradini nervosamente come fossero pezzi di cuore da
mettere a tacere, chiusi in un cassetto, al riparo da ogni possibile sguardo,
pesante come i macigni che ci circondano ad ogni “ciao, posso chiederti
una cosa?”, pronti a schiacciarci.
There’s a club if you’d like to go // You could meet somebody who really loves
you // So you go and you stand on your own // And you leave on your own //
And you go home and you cry // And you want to die.

E allora finisce che resti in disparte e solo ed eviti macigni e vita. Perché
tu vuoi, maledettamente. E senti che accadrà. Adesso. Ma, invece,
continua a non accadere. E aspetti un adesso che non arriva mai.

Quando dici che accadrà Adesso


Quando intendi esattamente?

Che cos’è adesso? Anzi, quand’è adesso? Tra quanto tempo è adesso? Ci
vuole molto perché sia adesso, perché accada quello che dici che accadrà
adesso? Il presente, l’adesso, non è che la sospensione angosciosa che
separa ciò che speri che accada dalla consapevolezza che non accadrà più.
Dominare l’adesso significa infine giungere a dilatare la temporalità,
ponendosi in un limbo che non è non-più e non è non-ancora: è l’attesa di
una epifania, anzi è l’attesa, l’apertura al tutto che ogni attesa porta con
sé come dono magico e folle, possibilità di grandi opportunità e di miseria
e morte. Attendere è forse il momento della sospensione, quindi della
purezza, come una epoché temporale, che non si vuole contaminare della
nostalgia della memoria, né si presta alle facili illusioni di una
immaginazione futuribile.

Allora, ecco il dono dell’attesa; come dire, l’attesa del piacere è essa
stessa il piacere. Del resto, l’attesa può durare un attimo o tutta
un’eternità, come Pietro Abelardo con Eloisa o come Rilke con Lou
Salomé. E per capire quando l’attesa finirà, quando sarà finalmente giunto
il dominio dell’adesso, basta solo attendere. O domandarsi How Soon Is
Now?

DOI 10.17605/OSF.IO/Z857C
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