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Terza meditazione

Introduzione (Landucci)

Il problema della verità


Nelle prime due pagine dela nuova meditazione (anche qui l’andamento è dialogico) è messo a
fuoco il problema da risolvere, per poter avanzare nella ricerca.

La prima mossa, riprendendo dal cogito è tentare se non si possa ricavare dal cogito il criterio
stesso della verità: è vero tutto quello che si percepisce con chiarezza e distinzione. Questa
proposta però sembra irrealizzabile. Infatti, come anche le verità delle conoscenze chiare e
distinte quali sono per eccellenza quelle matematiche, abbiamo visto che veniva a risultare
dubitabile, attraverso l’ipotesi del dio ingannatore. Questa ipotesi continua a minacciare ancora la
verità delle nostre evidenze, perché nel frattempo niente è venuto a modificarla. Si scoprirà che
questo criterio di verità è valido, ma bisogna aspettare. Come proposto ora, non è materialmente
falso però è infondato. 

La differenza è tra la metodologia della conoscenza da un lato e dall’altro la sua giustificazione:
non c’è altro modo di procedere che assentendo solo a quel che sia chiaro e distinto. La
questione ulteriore però, quella metafisica, è se sia anche vero. Su ciò non si è fatto ancora
progressi.

In queste due pagine il paragrafo “ebbene, sì, se dipoi ho giudicato che si deve dubitare..” lo si
può intendere in due modi e di esso ne va l’interpretazione di tutte le Meditazioni. Le due
interpretazioni sono entrambe in contrasto con lo spirito del testo. 

Tutto nasce dal fatto che al cogito vi sono effettivamente appaiate le verità matematiche, con
l’esclamazione: “mi inganni pure chi ne abbia il potere, ma non potrà far si che io non sia niente
finché pensero di essere qualcosa o anche forse finché la somma di 2+3 sia più o meno 5”. 

- Ipotesi 1: di qui risulterebbe dubitabile anche il cogito, ricadendo anche esso sotto l’ipotesi del
dio ingannatore e questo sarebbe in contrasto con le meditazioni. 

- Ipotesi 2: d’altronde qui si ha semmai una assimilazione inversa, delle verità matematiche al
cogito, come sottratte al dubbio, quindi, anche quelle. Tuttavia qui si deve concludere che allora
neppure le verità matematiche sarebbero dubitabili, sarebbe anche questo in contrasto con le
meditazioni.


Leggendo con attenzione però vediamo che il senso è invece che le verità matematiche sono sì
indubitabili, però esclusivamente da un punto di vista psicologico e non da un punto di vista
epistemologico/normativo, di fondazione della conoscenza. La rilevanza del capoverso è proprio
la distinzione fra questi due punti di vista, introdotta ora per la prima volta (poi ripresa nella Med
5).

• Psicologico: meramente fattuale; per natura siamo fatti in modo che, nel momento in cui la
nostra attenzione è rivolta a qualcosa che percepiamo come evidente, non riusciamo a non
assentire ad esso.

• Normativo: si tratta di quel che è richiesto perché si possa essere sicuri che affidandoci ad un
impulso naturale non ci si inganni.


Bisogna quindi cominciare con il sospendere l’assenso a quel che percepiamo come evidente; è
necessaria che si disponga di una ragione sufficiente per indurre il dubbio anche su di esse.

Viene ribadita l’ipotesi del possibile inganno di dio e in conclusione si ha il rifiuto che
l’assimilazione di tutte le verità evidenti al cogito valga anche dal punto di vista epistemologico:
per rimuovere la ragione di dubbio in questione - dice cartesio - bisogna esaminare se dio esiste e
se potrebbe essere ingannatore, perché altrimenti non si potrà essere certi di nient’altro (salvo che
del cogito).

La via delle idee, primo tentativo: le idee avventizie



L’unico modo per procedere passa per una indagine sistematica sui nostri pensieri. Sappiamo
solo di essere delle cose che pensano e quindi bisogna esplorare se dall’interno stesso del nostro
pensare si possa trovare il modo di uscire da esso. Fra i pensieri l’attenzione si concentra su quelli
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che rappresentano qualcosa, ai quali viene riservato il nome di idee. Qualsiasi cosa pensiamo, in
qualche modo ce la rappresentiamo. Le idee quindi sono sempre idee di qualcosa e ognuna ha
un oggetto interno al pensiero stesso, ovvero il contenuto. Invece, negli altri generi di pensiero
(quando si vuole, si desidera, si giudica…) queste operazioni mentali che chiamiamo volontà,
passioni o giudizi vengono compiute in riferimento a oggetti rappresentati e quindi ad idee; però
in esse c’è anche altro, oltre alla rappresentazione di qualcosa.

Quindi dove c’è pensiero si hanno sempre le idee; ma queste possono darsi da sole, quali mere
rappresentazioni di qualcosa, o possono fornire materiale per atti mentali ulteriori.

Importante è tenere distinte le idee dai giudizi, perché in quanto tali (ovvero considerate in se
stesse e non riferite ad altro) le idee non implicano alcuna affermazione o negazione e quindi non
è possibile che siano mai false perché verità o falsità corrispondono ai giudizi.

Le idee poi le classifichiamo secondo la loro origine:

- Idee innate: si trovano già in noi

- Idee avventizie: vengono dal mondo

- Idee fattizie: inventate da noi o da altri (ad es. idea della chimera)

Consideriamo le idee supposte avventizie: sono le uniche vengono da fuori. Potremmo accertare
la loro esistenza e in questo modo uscire dal nostro pensiero, assicurando l’esistenza anche ad
altro.

Cartesio rifiuta entrambe le ragioni che normalmente inducono a ritenere che le idee avventizie ci
vengano dal di fuori: la involontareità con cui si presentano e la naturalità dell’impulso che ci porta
a pensare che provengano da fuori.

Tutto sembra bloccato, come possiamo accertare se il mondo ci sia o no oltre a me?

Il pensiero ora sembra una chiusura. Non si sono ancora risolti i dubbi della meditazione 1.

Nel corso di questo tentavivo si parla di somiglianza, più che di esistenza di cose materiali.
Somiglianza che si dà per scontato che intercorra tra le cose e le idee.

I pregiudizi fondamentali, a proposito delle cose materiali, erano specificati in due: non soltanto
che fuori di noi esistano delle cose da cui ci vengono le idee che abbiamo di esse, ma anche che
queste idee sono tutte somiglianti a tali cose. Cartesio dichiarava che l’errore fondamentale e
frequente che si faceva nei nostri giudizi era di ritenere che le idee che si trovano in me siano
simili a cose fuori di me.

È la questione delle qualità sensibili, quindi colori, odori, sapori, ecc: sono oggettive o soggettive?

Oggettive significa che appartengono ai corpi indipendentemente dal loro essere sentiti o meno;
soggettive che appartengono solo al senziente.

Se le qualità sensibili sono soggettive (come vuole cartesio), allora le nostre idee delle cose
materiali non sono affatto simili ad esse, perchè ad esempio il colore sarebbe solo una sensazione
e non una proprietà in se di un corpo.

Quindi d’ora in avanti il dubbio sulle cose materiali si sdoppia in due:

- sulla loro esistenza

- Sulla loro somiglianza perché “anche se quelle idee provenissero da cose diverse da me, non
perciò ne seguirebbe che debbano essere somiglianti ad esse”. La differenza sarebbe quindi tra
mero realismo (come contrario di idealismo) e realismo ingenuo.

Secondo tentativo: la realtà “oggettiva” delle idee


C’è un’altra strada dop oil tentativo fallito delle idee avventizie. È l’extrema ratio: se dovesse fallire
anche questa non ci sarebbe rimasto nessun argomento per essere certi dell’esistenza di qualche
altro ente diverso da me.

Anche questa strada nuova è una via delle idee e di nuovo alla ricerca della loro origine.

Ma ora non si insegue più l’origine presunta e apparente delle idee ma si vedrà se anche solo per
una si possa risalire ad una origine certa di essa in qualcosa di diverso dal soggetto che medita,
però muovendo dal contenuto stesso delle idee, quindi cominciando con il considerarle in se
stesse.

Tra tutte le idee in mente, quella che consente quello desiderato è quella di Dio. Per procedere
però cartesio prima deve formulare una serie di nozioni e distinzioni che prende di peso dalla
scolastica dei suoi tempi.

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- La nozione di realtà o perfezione: perfezione qui non è un termine di valore ma è indicato con
l’essere stesso quindi è sinonimo di realtà. Questa realtà-perfezione è suscettibile di gradi
quindi una cosa che è più perfetta di un’altra significa che ha più realtà dell’altra. I due estremi
di questi gradi dell’essere sono Dio e il nulla. 

Una sostanza è più perfetta di un modo; e una sostanza infinita è più perfetta di una finita.


- Realtà/perfezione che può essere formale (o attuale) oppure soggettiva:



• Formale: è ogni realtà in se stessa

• Oggettiva: ogni realtà rappresentata in quanto rappresentata


Un cane se esiste ha realtà formale, se me lo immagino o lo ricordo, ha realtà oggettiva. Quindi
è oggettiva quella realtà che non ci sarebbe se non fosse immaginata o ricordata da qualcuno. 

Però se A si rappresenta x, oltre a questo x rappresentato c’è anche l’atto di A di
rappresentarselo: questo è l’atto di pensiero, senza il quale non ci sarebbe alcuna realtà
oggettiva di x ma che non è esso stesso una rappresentazione. 

Un’idea non sarebbe un’idea se non avesse un oggeto, ma non si darebbe mai nessun oggetto
interno del pensiero senza una idea. 

Questa è la realtà formale che è propria dell’idee: è il loro essere modi di pensiero. Quindi
mentre tutto il resto al mondo ha solo realtà formale, le idee sono le uniche ad avere tutte e due
le realtà, quella formale e quella oggettiva. Questa duplicità è all’origine dell’equivoco di cui
cartesio mette in guardia a pag 15 (prefazione: “seconda obiezione…”).

Quindi dal punto di vista della realtà formale tutte le idee sono al pari delle altre, mentre si
differenziano per la loro realtà oggettiva, cioè a seconda dei loro soggetti. 


- Rapporto di produzione: ovvero rapporto di cause ed effetti.



La causalità può essere formale (in senso diverso dal precedente) o eminente:

• Formale: se la causa e l’effetto sono ad un medisimo livello di realtà o perfezione

• Eminente: se non hanno la stessa natura, ma in compenso la causa ha più realtà o perfezione
di quanto essa produca.

Fra padre e figlio la causalità è formale; fra un architetto e una casa eminente. 


Cartesio prende sul serio la nozione di “realtà oggettiva”, e questa è una novità: anche la realtà
oggettiva è realtà. Di qualsiasi realtà è legittimo chiedersi da chi sia prodotta (“il nulla non fa
nulla”, quindi bisogna chiederselo anche delle realtà oggettive che troviamo nella nostra mente. 


- L’ultimo passo è che, per spiegare causalmente una realtà oggettiva, per cartesio non è
sufficiente rifarsi solo ad altre realtà parimenti oggettive: non si può andare all’infinito, prima o
poi bisogna imbattersi in una realtà formale.

L’idea di Dio, e dimostrazione della sua esistenza



L’unico modo per uscire dalla chiusura della propria mente è di trovare in noi almeno un’idea la
cui realtà oggettiva sia tale che si possa essere certi che non altrettanta realtà si trova in noi né
formalmente né eminentemente e perciò che non si possa essere noi la causa.

Di tutte potremmo essere la causa, eccetto quella di Dio: questo perché la sua realtà oggettiva
(cioè la rappresentazione intellettuale di quel che Dio è, della sua essenza) ha un grado di realtà
che sovrasta di netto il grado di realtà - formale questa - che è proprio della nostra mente. “una
sostanza infinita, indipendente…” tutti attributi che significano infinità e cioè grado massimo di
realtà-perfezione.

L’infinto pensato è certo di meno che l’infinto in atto ma è comuque di più di qualsiasi realtà finita,
seppure in atto, formale. È impossibile che le menti finite siano produttrici anche solo della
rappresentazione intellettuale di quella infinità di perfezione. Quindi se una mente finita ha una
idea di Infinito, non può essersela data da sè ma deve venire da quel Infinito medesimo.

*cfr Scribano

Scopriamo che l’idea di Dio è in noi innata e cioè non avventizia nè fattizia (non siamo noi a
stabilire arbitrariamente cosa pensare di essa - non possiamo toglierle o aggiungerle nulla).

Abbiamo l’idea della finitezza per negazione d una parte della perfezione che pensiamo nell’idea
dell’ente realissimo.

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Per quanto riguarda l’invulnerabilità del dubbio di questa dimostrazione, dipende dall’assioma
causale, garantito dalla “luce naturale” e dalla indubitabilità della premessa fattuale che io ho in
me l’idea di Dio. Questa dimostrazione ovvero ha la stessa struttura dell’altra sola inferenza certa,
il cogito.

1) il nulla non fa nulla

COGITO ESISTENZA DI DIO

1a) se X pensa, X esiste 1b) il meno non fa il più

2) io penso 2) io ho l’idea di dio

3) la realtà oggettiva dell’idea di


dio è più che non la mia realtà
formale

.°. io esisto .°. Dio esiste

Se si pensasse invece he la verità delle due conclusioni dipende solo dalla chiarezza e distinzione
delle idee coinvolnte nelle rispettive inferenze, ne verrebbe che, al pari di tutte le altre evidenze,
anche queste avrebbero bisogno di venire garantite dalla “veracità” di Dio. Ma, quanto, al cogito,
ciò sarebbe in contrasto con la sua anteriorità rispetto alle dimostrazioni dell’esistenza di Dio e poi
della sua veracità. E quanto a queste dimostrazioni si avrebbe il famoso circolo vizioso spesso
attribuito a cartesio perché in esse verrebbe presupposta quella regola della verità dell’evidenza
che viceversa sarà garantita solo dalla veracità di dio.

Quel che è richiesto per la dimostrazione dell’esistenza di dio è che si intenda come parimenti
garantito dalla luce naturale e cioè come un assioma che non è attaccabile dal dubbio, anche (3)
e cioè che non solo l’infinito formale sia incommensurabile più di qualsiasi altra realtà finita ma
anche che l’infinito rappresentato mentalmente sia più che qualsiasi realtà finita.

Un’altra dimostrazione dell’esistenza di Dio (seconda dimostrazione)


Introdotta per andare incontro alle abitudini di pensiero comuni.

Invece che dall’idea di dio muoviamo dalla nostra stessa mente e cioè da una cosa, una sostanza
anziché un pensiero, per ricercarne in questo caso la causa.

Che sia io stesso a produrmi è escluso perché un ente che sia causa ella propria esistenza
sarebbe in grado anche di acquisire qualsiasi perfezione concepisca. Però io concepisco
perfezioni che non sono in grado di acquisire quindi causa della mia esistenza devono essere altri
o un altro ente. Se la causa della mia esistenza fosse causa anche della sua stessa, allora
sarebbe Dio. Infatti non è possibile che a produrmi siano enti che a loro volta non sono causa
della loro stessa esistenza.

Il far durare qualcosa nell’esistenza viene chiamato “conservazione”; ma perché un ente venga
conservato è necessaria altrettanta forza quanta sarebbe sufficiente a produrlo una prima volta.
Quindi a conservarmi in questo istante non può essere una pluralità di cause successive le una
alle altre in serie. Questa è la dottrina della “creazione continua”. Non è stata inventata da
cartesio.

La conservazione di un ente finito viene identificata come una vera e propria nuova creazione di
esso in ogni frazione del tempo. In noi non c’è alcuna ragione per cui se esistiamo al tempo t1,
dobbiamo esistere per forza al tempo t+n. La finitezza allora è definita come il non essere causa di
sè e quindi dipendere da altro. Dio invece è l’ente che è causa di sè in senso positivo. Questa è la
maggiore novità che cartesio introduce nella teologia razionale. Dio è causa sui in quanto è
essenzialmente potenza, immensità di potenza.

Tutte e due le dimostrazioni sono a posteriori perché si parte da un effetto di Dio (l’idea stessa di
lui in noi) per risalire a lui come causa. A priori sarà la dimostrazione nella 5.

A muovere dall’idea di Dio cartesio è obbligato, per un verso, dalla stessa struttura delle
meditazioni perché in questo momento non sappiamo se esista altro al di fuori della nostra mente.

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Per un altro verso però la dimostrazione dell’esistenza di dio sulla base dell’idea di lui importa il
massimo dei vantaggi: il Dio di cui si dimostra l’esistenza risulta così automaticamente conforme
all’idea che abbiamo di lui; per cui venendo a conoscere che esiste, ne conosciamo già l’essenza.
Questo sarà funzionale per le meditazioni perché dalla perfezione di dio si potrà ricavare
l’attributo che più stava a cuore a caresio, cioè la veracità.

Rispetto alla tradizione la differenza è che si muove dall’idea di dio, anzichè da qualsiasi altro
effetto e questo ha il vantaggio di insegnare non sol o che vi è una causa di me, ma anche che
questa causa non contiene ogni sorta di perfezioni e pertanto è Dio. Quindi san Tommaso non
aveva dimostrato l’esistenza di Dio, ma solo di una causa prima senza poterla garantire come
infinita o perfettissima.

In contrasto con la tradizione, anche la pretesa che l’idea di dio sia massimamente chiara e
distinta. San Tommaso invece pensava che sulla terra fosse possibile solo una conoscenza
umbrativa.

Introduzione (Scribano)

3. LE IDEE E L’ESISTENZA DI DIO

L’esistenza dell’io pensante si è rivelata intangibile dal dubbio, che però ha annullato la credenza
in ogni altra esistenza.

La terza meditazione si apre con la speranza di poter usare le caratteristiche della proposizione
del cogito come criterio per distinguere le proposizioni vere da quelle dubbio.

La proposta è di giudicare vere tutte le proposizioni che presentino le stesse caratteristiche della
proposizione penso, sono. Quella proposizione si presenta chiara e distinta dunque tutte le
proposizioni con analoghe caratteristiche saranno ugualmente vere: “pertanto mi sembra che si
possa già stabilire la regola generale per cui tutte le cose che noi concepiamo molto chiaramente
e distintamente sono vere”.

La denominazione “chiara e distinta” non è di Cartesio ma proviene da Duns Scoto. Cartesio


precisa che chiama chiara “quella conoscenza che è presente e manifesta ad uno spirito attento e
distinta quella che è talmente precisa da non comprendere in sé se non ciò che appare in modo
manifesto a chi la considera come si deve”. Le idee possono essere chiare senza essere distinte
ma non viceversa, quindi ogni idea distinta è necessariamente chiara. Una idea è distinta quando
le si attribuiscono solo caratteristiche che appartengono effettivamente all’oggetto che
rappresenta.

Un esempio efficace di passaggio da idea oscura ad idea oscura ad una distinta quando si sono
allontanate dall’essenza della mente tutte le caratteristiche corporee che spontaneamente le
venivano attribuite e che non le appartengono in effetti dal momento che la mente anche senza di
esse continua ad essere concepita come capace di sussistere. È distinta quindi l’idea che
rappresenta l’essenza di una cosa.

Che tutte le idee chiare e distinte siano vere significa che dopo l’esperienza del cogito, dovrebbe
poter essere dichiarata vera ogni conoscenza che la mente sia portata a giudicare tale. Una
proposizione semplice come 2+3=5 non riusciamo a pensarla diversamente, non riusciamo a
dubitarne e per questo, in forza della assoluta verità del cogito e della constatazione ch di alcune
proposizioni semplici è impossibile dubitare, sorge spontanea la speranza di poter chiudere qui
l’avventura e dichiarare vere tutte le proposizioni che sono indubitabili.

Però queste proposizioni non presentano lo stesso carattere privilegiato dell’esistenza dell’io.
Questa proposizione è infatti implicata in qualcosa da cui non posso prescindere mai, ovvero il
mio pensiero. Per questo e non perché è una idea chiara e distinta, il cogito è confermato da ogni
motivo di dubbio pensabile.

Quando penso alle idee chiare e distinte mi rendo conto di avere una ragione per metterle in
dubbio: posso concepire che esista un dio cosi potente da avermi creato in modo che mi inganni.
In questa circostanza io continuo ad esistere ma le proposizioni che sembravano indubitabili
come il cogito ora mi appaiono incerte e dubitabili.

“tutte le volte che questa opinione della sovrana potenza di dio si presenta al mio pensiero…
Oppure (vel forte etiam) che due e tre, sommati insieme…”

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Il vel forte etiam attenua l’analogia tra la impossibilità di dio onnipotente di trarmi in inganno sulle
proposizioni che attengono al cogito e l’impossibilità di far si che la mente si inganni sulle
proposizioni, pur semplici e indubitabili che attengono alla matematica. L’indubutabilità delle
proposizioni semplici della matematica e quindi la loro chiarezza e distinzione non può essere un
motivo sufficiente per considerarle autogarantite come il cogito.

Bisogna quindi cercare di dimostrare che la regola generale “tutte le cose che noi concepiamo
molto chiaramente e molto distintamente sono vere” sia vera. Lo si fa dimostrando che dio esiste
e che non è ingannatore.

3.1 La natura delle idee


Per guadagnare l’esistenza di qualche altro ente possiamo usare l’esistenza dell’io pensante e i
contenuti del pensiero, cioè le idee. Le idee infatti non possono essere mai false perché
precedono l’attività del giudizio. Non posso errare nel percepire le cose. “ora, ciò che concerne le
idee, se noi le consideriamo solo in se stesse, esse non possono essere false”.

Nella costruzione della dimostrazione alle idee si affiancano anche gli assiomi necessari a
compierla, indubitabili anche essi come il cogito. Gli assiomi infatti sono conosciuti “per lume
naturale”.

La ragione per cui gli assiomi non sono suscettibili di falsità è indicata da cartesio nel fatto che
essi sono conosciuti per intuizione e non possono essere detti essi stessi “scienza” ma piuttosto
condizioni delle dimostrazioni e deduzioni, nelle quali propriamente la scienza risiede. Gli assiomi,
e il cogito, che degli assiomi condivide le caratteristiche, non sono mai suscettibili di una ragione
di dubbio e quindi, come il cogito, ogni ragione di dubbio, lungi dall’indebolirli li conferma.

Le idee appaiono di origine diversa: innate, avventizie, fattizie.

Le idee avventizie sono considerate come il veicolo tra il pensiero e il mondo esterno. Quindi se
vedo il sole vuol dire che esiste il sole. Però come ci possiamo aspettare dalla prima meditazione,
le ragioni che sostengono la spontanea credenza nell’esistenza del mondo in base alla presenza
nella mente di idee presunta origine esterna, non appaiono salde e al riparo da ragioni di dubbio.
Infatti potrebbe essere un sogno. Deve esistere un mondo esterno perché la mia inclinazione mi
porta a pensare questo, però le inclinazioni non sono idee chiare e distinte non bastano per
provarlo.

La via dell’origine delle idee non è percorribile per mostrare l’esistenza di un qualche ente al di
fuori dell’io. Tuttavia la possibilità di raggiungere la credenza vera nell’esistenza in altri enti è solo
nelle idee poiché solo esse, che sono modificazioni del pensiero, sono in mio possesso. Quindi
invece di analizzare le idee in base alla loro origine, può essere che si debba analizzarle in base
alla loro natura.

Per quanto riguarda la loro natura, cartesio le divide in due categorie: le idea in senso ristretto o in
senso proprio (idea per quegli eventi mentali che rappresentano qualcosa) o idea in senso
allargato (ogni evento mentale è una idea).

“tra i miei pensieri, alcuni sono come le immagini delle cose e a quelli soli conviene propriamente
il nome di idea: un uomo, una chimera, un angelo, Dio stesso…”

Nella prima accezione solo gli eventi mentali che hanno un contenuto rappresentativo sono
chiamati idee (le idee sono sempre idee di qualcosa).

Nella seconda accezione sono chiamate idee anche atti di pensiero come il volere o il giudicare
che operano sulle idee in senso ristretto e che non rappresentano alcunché.

In questa meditazione è centrale la prima accezione, quella di idea come stato rappresentativo -
l’idea in senso proprio - e questo perché la prima prova dell’esistenza di dio che è contenuta una
questa nozione di idea.

Ciò che l’idea rappresenta è chiamato:

- Realtà oggettiva: il tipo di realtà che compete ad un ente in quanto è oggetto del pensiero: il
leone conosciuto ha realtà oggettiva

- Realtà formale: il leone considerato in sè, indipendentemente dall’essere conosciuto

Così l’idea in senso proprio presenta un duplice aspetto: da un lato è un atto del pensare e sotto
questo aspetto tutte le realtà sono uguali. L’idea di dio in quanto idea non è diversa dall’idea di
uomo. Però questa idea rappresenta qualcosa e il contenuto rappresentativo dell’idea differenzia
una idea da un’altra.

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Inoltre, tutte le idee in senso proprio rappresentano qualcosa; tuttavia non a tutto quello che viene
rappresentato spetta una esistenza reale o possibile fuori dalla mente. L’essere reale quindi
comprende solo ciò che ha una essenza vera e che quindi può esistere fuori dalla mente. Tutti
quei contenuti rappresentativi invece che non hanno una essenza, come le chimere, gli enti fittizzi,
i cavalli alati…non sono reali, non hanno in sé alcuna realtà. L’unica realtà che compete loro è di
essere un oggetto del pensiero.

La natura dell’idea è che “essendo le idee come immagini, non può essercene nessuna che non ci
sembri rappresentare qualcosa”. Oggetto del pensiero è l’ente e non è possibile pensae il niente;
proprio per questo la mente quando pensa ciò che non esiste o non può esistere deve pensarlo
sotto forma di un ente reale, ossia pensarlo come se fosse qualcosa.

Si potrebbe osservare che i colori, i suoni sono rappresentati come effettivamente esistenti negli
oggetti, dunque essi fanno parte dell’essere reale. A questa possibile obiezione cartesio risponde
con la teoria delle idee materialmente false: teoria che serve a spiegare come vengano concepite
le negazioni e le privazioni, ovvero ciò che non può esistere fuori dalla mente.

Pag 74-75 sulle idee materialmente false e vere.

3.2 L’esistenza di Dio. La prima prova a posteriori


La prima prova a posteriori parte dall’analisi dell’idea in senso proprio.

Il contenuto rappresentativo delle idee può essere strutturato secondo il grado di realtà che
rappresenta.

L’idea della sostanza infinita è l’idea di un ente ch enon ha bisogno che di se stesso per
sussistere.

A questa analisi cartesio aggiunge un principio manifesto per luce naturale, un assioma, in base al
quale “deve esserci per lo meno tanta realtà nella causa che nell’effetto. Questo principio di
causalità è presentato come un assioma fondamentale da cui deriva il principio “da niente non
viene niente”. Un ente può essere prodotto da una causa che ha la stessa realtà del suo effetto
(causa formale) o che ha maggiore realtà del suo effetto (causa eminente), ma ciò che ha minore
realtà no può produrre ciò che ha maggiore realtà.

La prova cartesiana è schematizzata così:

Nella causa ci deve essere almeno tanta realtà quanta nell’effetto;

La causa della realtà oggettiva delle idee deve avere almeno altrettanta realtà formale quanta
realtà oggettiva è contenuta nell’idea;

L’io possiede l’idea di una sostanza infinita;

L’io, in quanto sostanza infinita, non ha sufficiente realtà formale per causa la realtà oggettiva di
una sostanza infinita;

Dunque, esiste una sostanza infinita che ha causato la realtà oggetiva dell’idea della sostanza
infinita.

A questa deduzione si potrebbe opporre che l’io può ben essere causa dell’idea di dio, in quanto
l’idea dell’infinito potrebbe essere ottenuta per negazione della finitezza. L’idea dell’infinito
potrebbe quindi essere un’idea negativa e un ente finito sarebbe così in grado di produrla.

Ma cartesio risponde che di dio e dell’infinito, l’intelletto ha idea positiva e primitiva. Questo
perché, spiega, non è l’idea dell’infinito che deriva da quella di finito ma viceversa. La forma
linguistica ci induce in errore presentando negativa e derivata la nozione che è invece positiva e
primitiva. L’io infatti non potrebbe percepirsi come dubitante, e quindi imperfetto, se non si
paragonasse ad un ente interamente perfetto.

Con questo è esclusa anche l’ipotesi che l’idea di Dio sia un’idea materialmente falsa, cioè che
ciò che essa rappresenta non faccia parte dell’essere reale.

Contro l’ipotesi che l’idea di dio sia materialmente falsa, torna in gioco la teoria delle idee “vere”.
Per attestare che non è materialmente falsa, cartesio rivendica la chiarezza e distinzione dell’idea
dell’infinito. Proprio perché chiara e distinta, l’idea di dio rappresenta qualcosa che appartiene
all’essere reale ed è perciç una idea vera. Inoltre il contenuto dell’idea di dio ha più realtà
oggettiva di ogni altra idea chiara e distinta e perciò è la idea più vera.

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La rottura è evidente se si confronta la tesi di cartesio con quella tomista. Per Tommaso la
conoscenza umana di dio è sempre una conoscenza negativa ed imperfetta. Per Tommaso è
impossibile conoscere dio, ovvero l’infinito, attarverso una idea finita.

Cartesio è consapevole che la sua tesi è audace: elabora due argomenti per difenderla:

1) l’idea di dio è chiara e distinta perché tutto quel che è conosciuto come perfetto in modo
chiaro e distinto viene attribuito a dio, quindi dio, in quanto perfettissimo è la fonte di tutte le
idee chiare e distinte

2) Come era accaduto per l’interpretazione negativa dell’infinità, cartesio usa obiezioni che
porvengono dalla tesi opposta. Chi sostiene che la mente umana non può avere una idea
chiara e distinta di dio fa leva sul carattere incomprensibile di dio (così fa GAssendi). Nella
logica di cartesio, cartesio dovrebbe sostenere che visto che la mente umana ha una idea
chiara e distinta di dio, dio è comprensibile per la mente umana (il che è una pretesa inaudita). 

Cartesio rispondendo conferma l’incomprensibilità ma nega che la comprensibilità abbia a che
fare con il possedere idee chiare e distnte. Infatti, la natura dell’infinito è di essere
incomprensibile. Chiunque affermi di comprendere l’infinito, ametterebbe di non averne
davvero una idea chiara e distinta dell’infinito poiché crederebbe di pensare all’infinito quando
invece sta pensando al finito. “questa stessa idea è anche sommamente chiara e distinta…e
questo non cessa di ssere vero sebbene io non comprenda l’infinito…”.

Cartesio precisa che nei confronti di dio non ci può essere comprensione, ma solo lo si può
intendere. Di dio si può solo dire che lo intendiamo, ovvero che conosciamo con certezza ch
egli è infinito e tuttavia non conosciamo né possiamo conoscere adeguatamente tutte le
proprietà di un ente infinito.

3.3 L’esistenza di Dio. Seconda prova a posteriori


Cartesio considerava come evidentissima la prova dell’esistenza di dio desunta dalla causa della
sua idea e per essa avrà sempre una predilezione. Però essa aveva un ragionamento inedito
ovvero voleva trovare la causa del contenuto delle idee.

Cartesio propone quindi una seconda prova a posteriori più familiare alle orecchie del lettore:
invece di cercare la causa di una idea, cercherà la causa di un ente, ovvero l’io pensante, dal
momento che è l’unico ente di cui possiamo accertare l’esistenza.

In questo modo la prova a posteriori sarà portata il più vicino possibile agli schemi di una delle più
celebri prove a posteriori dell’esistenza di dio, quella formulata da Tommaso:

Nel mondo, ogni ente deve avere una causa;


Nella ricerca delle cause non si può proseguire all’infinito;
Dunque esiste una causa prima incausata, che è Dio.

È la seconda volta dopo il brano del pezzo di cera che cartesio si cimenta da vicino con i modelli
di prova della scolastica. Ma cartesio a questi modelli introdurrà delle importanti modifiche.

La prima modifica e novità è che l’idea di dio anche in questa dimostrazione è essenziale. Però
non si tratta di trovare la causa dell’io come nella prima prova a posteriori, ma la causa dell’io in
possesso dell’idea di Dio. Non cerchiamo più la causa dell’infinito ma del finito, in quanto
possiede l’idea dell’infinito. La premessa è: l’io, in possesso dell’idea di DIo, deve avere una
causa.

Cartesio prima di tutto considera l’ipotesi di essere egli stesso causa della propria esistenza ma
scarta subito questa idea. L’io infatti, se si fosse dato da solo, avrebbe dovuto darsi anche tutte le
perfezioni che in realtà non ha. La capacità di darsi tutte le perfezioni in chi si fosse date l’essere è
giustificata con il motivo che l’io è una sostanza e le perfezioni invece sono dei modi della
sostanza. Dunque chi ha tanta forza per darsi l’essere che ha più realtà degli attributi, avrà forza
sufficiente per creare anche gli attributi di quella stessa sostanza.

Però chi ha tanta forza per darsi gli attributi della sostanza potrebbe non volerseli dare. Cartesio
allora colmerà questo passaggio aggiungendo che la volontà si porta sempre al bene chiaramento
conosciuto.

Questo primo passaggio nasconde una grande novità: cartesio respinge l’ipotesi
dell’autocausalità dell’io solo perché l’io non ha tutte le perfezioni di cui si può avere idea.
Cartesio non giudica quindi contraddittoria l’ipotesi che un ente sia causa di se stesso. L’ipotesi
dell’autocausalità era invece stata rifiutata dalla scolastica perché dicevano che non era possibile
che qualcuno sia causa efficiente di se stesso perché così precederebbe se stesso ed è
impossibile.

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Scartata l’autocausalità dell’io, cartesio prende in ipotesi l’idea che l’io non abbia una causa, cioè
che sia eterno. Questa ipotesi esclude una causalità nel tempo passato ma non una causalità nel
tempo presente; infatti, la permanenza nell’esistenza di un ente finito può essere interrotta in ogni
momento, il che vuol dire che quel che accade in un istante di tempo non ha relazione con ciò
che accade nell’istante successivo. “tutto il tempo della vita può essere diviso in una infinità di
parti; ma del fatto che un poco prima sono esistito non segue che io debba esistere adesso a
meno che in questo momento qualche causa mi produca e mi crei da capo ogni volta, ovvero mi
conservi”.

Per cartesio è quindi necessario che un intervento costante della causa prima per conservare
nell’essere le creature. La conservazione nell’esistenza infatti è interpretata come una creazione
continua. È necessaria una causa che abbia il potere di creare e che eserciti lo stesso potere che
sarebbe necessario per produrla da capo ogni volta. L’io non possiede tale forza perché se
l’avesse sarei sempre in atto e quindi sarei consapevole di esercitarla. L’io deve quindi avere una
causa diversa da se stesso.

Questa causa potrebbe essere un ente meno perfetto di dio. Il principio di causalità però impone
che la causa abbia almeno tanta realtà quanta è contenuta nell’effetto e l’effetto in questione è l’io
ovvero una sostanza pensante, in possesso dell’idea di Dio. Quindi, la causa che conserva l’io nel
tempo presente deve essere una sostanza pensante che possieda l’idea di tutte le perfezioni
divine. Questa causa, o è per sè, o è per altri. Se è per sè, in base al ragionamento fatto quando si
è esclusa l’ipotesi dell’autocausalità nel caso dell’io, essa deve essersi data anche tutte le
perfezioni. Se è per altri ì, bisognerà ricercare la causa in un ente che o si è dato l’essere o l’ha
ricevuto da altri. Vediamo che sarebbe un regresso all’infinito se cerchiamo la causa che ha agito
nel passato. Nel nostro caso invece stiamo cercando la causa che agisce nel tempo presente
perché non si tratta di trovare la causa che mi ha prodotto una volta ma quella che mi conserva
presentemente. Quindi: nel tempo presente è impossibile il regresso all’infinito delle cause (che è
anche una trasformazione della secondo premessa della prova di Tommaso / “è imposibile il
regresso all’infinito delle cause”).

Dovremo quindi arrivare ad una causa ultima che sarà causata da se stessa e che si sarà dta tutte
le perfezioni di cui ha idea e quindi è Dio. l’autocausalità, esclusa nel caso dell’io, è usata qui per
giusitificare il passaggio nella causa prima, dall’essere per sé all’avere tutte le perfezioni.

Siccome la causa prima è causa del proprio essere, si sarà data ache tutte le perfezioni di cui ha
idea, e quindi sarà Dio.

La conclusione tomista si è trafsormata nella stessa conclusione cartesiana: esiste una cuasa
prima, che è causa di se stessa e che è Dio.

Caterus si accorgerà per primo che la prova a posteriori cartesiana necessità della nozione
dell’autocausalità.

Tutta la scolastica aveva interpretato la nozione di essere per sè (ovvero essere causa di se
stesso) come negativa: dio per loro non aveva causa e quindi non dipendeva da altro. Cartesio
invece interpreta positivamente questa nozione. Il dio cartesiano è causa sui. Questa nozione
cessa di essere contraddittoria se solo non prendiamo alla lettera la causa di sé come una causa
efficiente della propria esistenza. La causalità che dio esercita nei confronti della propria esistenza
corrisponde al fatto che l’essenza di dio è causa della propria esistenza nel senso che essa è la
ragione per la quale dio esiste, come la natura del triangolo è la ragione dell’eguaglianza della
somma dei tre angoli a due retti. Questa estensione della causalità di dio diventa poi un assioma.

La giustificazione di cartesio per inferire l’esistenza di un ente causa sui può portare qualche
perplessità: deve esistere un ente causa di se stesso, perché nel presente è impossibile il
regresso all’infinito. In primo luogo, la fisica cartesiana prevede la possibilità della divisione
all’infinito del finito, e quindi, anche se il tempo presente nel quale ricercare la causa è finito, non
è chiaro perché esso debba escludere il regresso all’infinito.

Inoltre, se anche concediamo che nel tempo presente finito non è possibile il regresso all’infinito,
questa circostanza costituirebbe un buon argomento in favore dell’esistenza di una causa ultima,
non fornirebbe alcun argomento per sostenere che quella causa ultima è anche essa causa di se
stessa.

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Lo schema della seconda prova a priori:

1. Dall’esistenza presente non segue l’esistenza futura;

2. È necessaria una causa che ricrei un ente esistente in ogni istante in cui quell’ente dura (per
1);

3. La causa di un ent deve possedere formalmente o eminentemente tutta la realtà posseduta da


quell’ente;

4. Esiste un ente - l’io, sostanza pensante finita - in possesso dell’idea di dio;

5. La causa dell’io in possesso dell’idea di Dio deve essere una sostanza pensante in possesso
dell’idea di Dio (per 3 e 4);

6. La causa dell’io è o per sé o per altri;

7. Se la causa dell’iio è per altri sarà causata da un’altra sostanza pensante in possesso dell’idea
di Dio (per 3);

8. Nel presente non è possibile il regresso all’infinito; 




Nelle risp alle prime obiezioni: i punti 6, 7, 8 sostituiti con:

Chi ha sufficiente forza per dare l’essere ad una sostanza ha sufficiente forza per dare l’essere
a se stesso;


9. Esiste una causa prima dell’io e questa causa è per sé (per 6, 7, 8);

10. Chi ha sufficiente forza per darsi l’essere ha sufficiente forza per darsi tutte le perfezioni di cui
ha l’idea; 


Nelle risp alle secondo obiezioni: inserita la premessa:

Chi conosce il bene e ha sufficiente forza per procurarselo, necessariamente vorrà
procurarselo. 


11. La causa prima ha sufficiente forza per darsi tutte le perfezioni (per 9 e 10);

12. La causa prima ha l’idea di tutte le perfezioni (per 5);

13. La causa prima necessariamente si darà tutte le perfezioni di cui ha idea (per 10, 11, 12);

14. Dunque, la causa prima è un ente perfettissimo, ovvero è Dio.

Colpisce il carattere barocco della dimostrazione, ma la complessità argomentativa è spiegata


con la volontà di cartesio di produrre lo schema tomista, familiare ai lettori.

TOMMASO CARTESIO
Nel mondo ogni entee deve avere una causa L’io in possesso dell’idea di Dio deve avere una
causa
(Tommaso aveva negato che si potesse avere idea di Dio)
Nella ricerca di una causa non si può proseguire Nel tempo presente non si può proseguire all’infinito
all’infinito
(Il regresso all’infinito nel passato per cartesio è impossibile)

Dunque esiste una causa prima incausata Dunque esiste una causa prima causa di se stessa

(L’autocausalità per Tommaso è impossibile)

La critica a Tommaso è evidente: senza la conoscenza di dio, che Tommaso escludeva


dall’orizzonte della mente umana, non è mai possibile provare che la causa prima è Dio. L’idea di
dio in entrambe le prove a posteriori di cartesio è irrinunciabile.

Cartesio spiega anche perché non ha seguito la via tomista che aveva risalito nel regresso delle
cause nel tempo passato.

Per cartesio la scolastica ha sbagliato nel ritenere che fosse possibile trovare in quel modo una
causa prima. Tommaso ha pensato così perché riteneva che il regresso all’infinito nelle cause
fosse impensabile e ha ritenuto che il regresso all’infinito fosse impossibile perché
incomprensibile. Il realtà il regresso all’infinito è sì incomprensibile ma questo non significa che sia
impossibile. Questa è la differenza.

Se invece si usa la via del cercare la causa che agisce nel tempo presente, questo rischio del
regresso all’infinito non esiste.

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Infine cartesio con caterus difenderà la nozione di causa sui e chiarirà che solo l’introduzione della
nozione di autocausalità permette di dimostrare che la causa prima degli effetti finiti è Dio; se
l’unica interpretazione dell’essere per sé fosse quella negativa, ossia il non dipendere da altri,
wuesto ci toglierebbe il mezzo per dimostrare l’esistenza di dio dagli effetti.

È necessario modificare Tommaso inserendo la ricerca della causa conservante nel tempo
presente per trovare una causa prima, ed è indispensabile l’idea di dio e la nozione di causa sui
per dimostare che questa causa è l’ente infinitamente perfetto, ossia dio.

Cartesio ritiene che tutta la teologia che ha assunto come punto di partenza della prova
dell’esistenza di dio un effetto finito non riuscirà a dimostrare che la causa di quell’effetto è
infinita. In effetti, come parlare di infinito dal finito o di perfezione dall’impefezione? Le prove di
cartesio si liberano da questa difficoltà:

1. La prima assume come punto di partenza un effetto infinito, la realtà oggettiva dell’idea di dio;

2. La seconda partendo da un effetto finito, l’io, grazie alla nozione di causa sui e alla presenza
dell’idea di Dio, supera lo svantaggio iniziale, in forza della tesi secondo la quale la causa
prima, avendo prodotto se stessa, si darà anche tutte le perfezioni di cui ha idea e sarà quindi
infinitamente perfetta

Si è dimostrato che dio esiste grazie all’idea chiara e distinta di Dio. Questa stessa idea assicura
che dio non può ingannare: “la luce naturale ci insegna che l’inganno dipende da qualche difetto”.
Questa è la prova della veracità divina una volta che la vetus opinio di un dio potentissimo è stata
trasformata in una idea chiara e distinta.

3.4 L’idea di Dio


L’idea di dio è innata.

Attraverso l’idea di dio sappiamo che innate nella mente sono anche alcune idee in senso proprio,
ossia idee rappresentative di qualcosa cui corrisponde un’esistenza possibile o reale al di fuori
della mente.

L’origine dell’idea di dio è ricavata per esclusione dalle altre origini possibili. L’idea di dio non può
essere avventizia né fattizia (vd. Landucci).

Che l’idea di dio sia innata ha un peculiare significato: è innata perché è la stessa natura dell’io
che porta l’impronta del creatore e si può quindi dire non tanto che l’io ha l’idea di dio, ma che l’io
è l’idea di Dio. “e certo, non si deve trovare strano che dio…”.

Se questo quadro è un Caravaggio, della mia natura posso dire che essa stessa è l’idea di io, in
quanto ne porta l’immagine.

Nell’analisi dell’idea di dio della fine della meditazione 3 cartesio insiste su un aspetto che già
conosciamo: la finitezza è intellegibile solo per paragone con l’infinitezza quindi se mi conosco
come finito, è perché mi paragono alle perfezioni che non possiedo e di cui pure ho una idea. La
stessa idea chiara e distinta della natura finita implica ed è resa possibile dalla conoscenza
dell’infinitamente perfetto: “ma da ciò solo che dio mi ha creato, è assai credibile che egli mi
abbia prodotto a sua immagine e somiglianza…”

È perché ho conoscenza dell’infinitamente perfetto che posso risalire alla conoscenza della mia
natura finita.

Cartesio rifiuta la tesi tomista secondo la quale dio non può essere conosciuto veracemente
attraverso una idea creata, poiché niente di finito può rappresentare adeguatamente l’infinito.
Proprio questa violazione di cartesio, l’idea di dio è nata e prodotta con me, è la rivendicazione di
cartesio della implicazione dell’idea ddell’infinito nella conoscenza chiara e distinta della natura
finita. Questo dà corpo al progetto cartesiano di garantire la scienza senza contatto con il divino..
la conoscenza di dio non implica alcun rapporto diretto con la natura divina o alcuna illuminazione
sovrannaturale. La garanzia delle idee chiare e distinte è stata trovata in un’altra idea chiara e
distinta, inscritta nella natura finita dell’io.

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