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Dizionario

opera che raccoglie parole e il loro


significato

Questa voce o sezione sull'argomento


linguistica è priva o carenteUlteriori
di note informazioni
e riferimenti

Il termine dizionario è usato con


riferimento a due concetti. Può
indicare[1]:

l'elenco alfabetico delle parole e delle


locuzioni di una lingua (ed
eventualmente anche altri elementi
linguistici ad esso legati come ad
esempio prefissi, suffissi, sigle, lettere)
fornendone informazioni quali il
significato, l'uso, l'etimologia, la
traduzione in un'altra lingua, la
pronuncia, la sillabazione, i sinonimi, i
contrari (in questo senso, è detto
anche lessico);
un'opera che raccoglie, in modo
ordinato secondo criteri anche variabili
da un'opera all'altra, biografie e nozioni
inerenti ad un particolare settore del
sapere umano (una scienza, uno sport,
un'arte, una tecnica ecc.) o anche il
sapere umano nel suo complesso,
fornendone una trattazione.
Un dizionario di latino: il Totius Latinitatis lexicon di

Egidio Forcellini.

Dizionario

Storia

Origini …
Le origini della tradizione lessicografica
risalgono all'antichità. In particolare, gli
archeologi italiani hanno ritrovato, a
partire dal 1964, in Siria, nella città di
Ebla, 15.000 tavolette d'argilla, fittamente
ricoperte di caratteri cuneiformi, tra le
quali è stato individuato il più antico
dizionario del mondo. Di qualche secolo
successivo è lo Hurra=Qubullu, il maggior
glossario sumero-accadico, usato a
Babilonia. Risalgono al secondo
millennio a.C. frammenti di un dizionario
bilingue che traduceva parole egiziane in
accadico, antica lingua semitica parlata
nella Mesopotamia meridionale.
I più antichi dizionari consistono dunque
in elenchi di parole comuni, tradotte in
una seconda o terza lingua. L'esigenza
pratica di tradurre in una lingua diversa
dalla propria è all'origine delle prime
compilazioni lessicografiche: gli intensi
scambi commerciali e culturali che si
svolgevano nel Vicino Oriente rendevano
necessarie compilazioni nelle quali
accanto ad un termine accadico veniva
segnalata la corrispondente forma
sumerica. Nel primo millennio a.C. ebbe
inizio la tradizione dei dizionari
monolingue, originariamente legata alla
necessità di commentare e spiegare i
testi antichi e sacri: in Egitto, India, Cina,
Grecia e poi a Roma, in margine ai testi
venivano annotate le spiegazioni delle
forme difficili o rare. Esempio ne è lo
Erya, glossario cinese del III secolo a.C..

In particolare, in Grecia, a partire dal V


secolo a.C., nacque la necessità di
corredare i poemi omerici di note di
chiarimento, dette glosse, necessarie per
interpretare correttamente i passi meno
comprensibili dell'Iliade e dell'Odissea.
L'abitudine a glossare, a spiegare e
chiarire i punti oscuri dei testi si
trasformò in seguito, nell'età
alessandrina, nella consuetudine di
compilare elenchi di termini non comuni
seguiti da spiegazioni, o dal sinonimo
corrispondente. I maggiori autori di
lessici greci furono Fileta di Coo,
Zenodoto, Aristofane di Bisanzio, Cratete
di Mallo, Apollonio sofista, Eliodoro, Elio
Erodiano, Callimaco.

Volendo citare le principali opere


lessicografiche del mondo antico,
bisogna citare per il latino il De
Significatu verborum di Verrio Flacco (I
secolo d.C.) e per il greco la Synagogé
("Raccolta") di Esichio di Alessandria.

Bisogna infine ricordare la Suda, la


maggiore opera lessicografica bizantina.

Glossari e dizionari medievali …


Una pagina del De rerum naturis di Rabano Mauro

Il Medioevo è dominato dall'opera


monumentale, in venti libri, realizzata nel
VII secolo da Isidoro di Siviglia (570-
636). Negli Etymologiarum sive Originum
libri viginti, Isidoro consegnò ai posteri
una summa di tutto il sapere
dell'antichità, con un'attenzione
particolare alle etimologie, talvolta
corrette, talvolta fantasiose, in un
tentativo costante d'arrivare alla
conoscenza attraverso la spiegazione
dell'origine e del significato delle parole.
La raccolta d'Isidoro presente in ogni
monastero e diffusa attraverso copie
manoscritte, ha influenzato tutti i
glossatori e i lessicografi medievali e
rinascimentali.

Altra opera di carattere enciclopedico, in


ventidue libri, è il De Rerum naturis o De
Universo di Rabano Mauro, arcivescovo
di Magonza (784-848), nella quale le voci
latine erano tradotte in tedesco o
spiegate con altre parole latine.

Gli etymologica, cioè i repertori


d'etimologie che elencavano parole e
cose in ordine sistematico, ebbero
grande fortuna nel Medioevo. Invece, la
consuetudine a concepire veri e propri
glossari si trasformerà, col passar del
tempo, in elenchi di parole non più
concepiti solo come aiuto alla lettura e
alla comprensione di testi, ma come
strumento pratico per chi doveva scrivere
in latino, quando questa lingua non era
più parlata.

Fa eccezione il Glossario di Monza,


risalente al X secolo, destinato a chi,
dovendo viaggiare in Oriente, aveva la
necessità di conoscere parole e frasi
della lingua greca: consiste in una lista di
sessantacinque voci italiane provenienti
dall'area lombarda, indicanti nomi
comuni (parti del corpo, indumenti,
animali domestici, giorni della
settimana), affiancate alle voci
corrispondenti greche e bizantine.

Volendo citare i glossari più


rappresentativi, andrà ricordato il
Vocabulista del grammatico lombardo
Papias, che intorno al 1041 compilò un
elenco in ordine alfabetico
comprendente voci latine seguite da
glosse di spiegazione, da definizioni, e da
etimologie, fra le quali compaiono
talvolta volgarismi, parole proprie della
lingua volgare. Famoso e diffuso nel
Medioevo fu anche il Liber derivationum o
Magnae derivationes di Uguccione da
Pisa (1150-1210), che raccolse centinaia
di parole rare mescolate a volgarismi.

Dall'Italia Settentrionale provengono: il


Catholicon, un'enciclopedia di problemi
grammaticali e sintattici, comprendente
una raccolta in ordine alfabetico di voci
latine e volgari di Giovanni Balbi; e il
Vocabulista ecclesiastico del savonese di
Giovanni Bernardo, consistente in un
elenco in ordine alfabetico di voci latine
seguite da brevi definizioni in volgare.
L'attività lessicografica in Sicilia è
testimoniata dal Liber declari o Declarus,
dizionario latino corredato di spiegazioni
in volgare siciliano, del benedettino
Angelo Senisio abate di San Martino
delle Scale (Palermo), scritto
probabilmente dopo il 1352.

Queste opere si fondavano sulla tecnica


dell'expositio – della glossa sinonimico-
esplicativa – o della derivatio – basata
sul raggruppamento dei termini legati da
una comune base etimologica, con
l'aggiunta di definizioni rudimentali,
etimologie, indicazioni grammaticali,
volgarismi. Accanto a tali opere vanno
considerati i numerosi glossari latino-
volgari redatti tra la fine del XIV e il XV
secolo, opere nelle quali venivano
registrate soprattutto voci comuni,
mettendo a confronto le voci latine con le
corrispondenti varianti locali. Fra questi
bisogna citare il glossario latino-volgare
di Goro d'Arezzo, composto intorno alla
metà del secolo XIV; e il Vocabolarium
breve latino-veneto del bergamasco
Gasparino Barzizza, databile tra la fine
del secolo XIV e i primi decenni del XV, i
cui vocaboli erano registrati secondo una
progressione gerarchica che partiva da
Dio e arrivava, dopo le voci riguardanti le
parti del mondo e le attività umane,
all'uomo e al suo corpo.

Raccolte d'altro genere, compilati con


intenti pratici, mettevano a confronto
lingue diverse: come esempio si può
citare il dizionario veneziano-tedesco
stampato a Venezia nel 1477 col titolo
Libro el quale se chiama introito e porta,
consistente in un vero e proprio
dizionario bilingue per mercanti e
viaggiatori, con elenchi di parole
suddivisi per settore.

L'Oriente medievale …

Contemporaneamente la lessicografia
fiorì anche in Oriente. In Cina il primo
dizionario largamente diffuso fu lo
Shuowen Jiezi pubblicato all'inizio del II
secolo. Comprendeva la definizione di
9353 ideogrammi, di cui 1163 con due
significati. fu con questa opera che
venne introdotto l'ordine degli
ideogrammi basato sui cosiddetti
radicali. Intorno al 543 venne redatto lo
Yupian, comprendente la pronuncia e la
definizione di più di 12.000 ideogrammi.
Nel 601 venne pubblicato il Qieyun con
più di 16.000 ideogrammi.

Lo Amarakosha fu il primo lessico


sanscrito, redatto da Amarasimha
probabilmente nel IV secolo alla corte dei
Gupta.

In giapponese il primo dizionario


conosciuto, il Tenrei Bansho Meigi
dell'835, accanto agli ideogrammi cinesi
indicava solo la pronuncia on. Lo Shinsen
Jikyo del 900 fu il primo dizionario a
indicare la pronuncia kun di 21.000
caratteri cinesi.

In arabo il Lisan-al-Arab del XIII secolo ed


il Qamus-al-Muhit del XIV secolo erano
organizzati in base all'ordine alfabetico
delle radici lessicali, non delle singole
parole. Il primo accanto al significato
forniva anche esempi di uso del
vocabolo, il secondo, più maneggevole, si
limitava ad indicare la definizione.

Gli esordi della lessicografia


moderna

La prima edizione del Vocabolario dell'Accademia
della Crusca (1612)

Solo ed esclusivamente grazie


all'invenzione della stampa, nella metà
del XV secolo, i dizionari, sia quelli
plurilingui sia quelli monolingui,
iniziarono ad avere grande diffusione.
Una delle opere più note è il Dictionarium
latinum dell'umanista bergamasco
Ambrogio Calepio, pubblicato nel 1502,
la cui fama fu tale che servì da modello a
numerose altre opere dello stesso genere
(il cosiddetto calepino, diventato in
seguito un nome comune, col significato
di “dizionario” o, usato scherzosamente,
col significato di “compilazione erudita”).
Nel 1531 Robert Estienne, appartenente
ad una famiglia di tipografi e librai attivi a
Parigi e Ginevra, e suo figlio Henri
diedero rispettivamente alla stampe il
Thesaurus Linguae Latinae e il Thesaurus
Graecae Linguae. Nel 1771 venne
pubblicato, postumo, il Totius latinitatis
lexicon dell'abate Egidio Forcellini in
quattro volumi.

Dalla Spagna proviene la prima grande


realizzazione lessicografica di una lingua
moderna: il "Tesoro della lingua
spagnola" (Tesoro de la Lengua
española, 1611) di Sebastián de
Covarrubias. Subito dopo, a Venezia nel
1612 venne pubblicata la prima edizione
del Vocabolario della Crusca, i cui
compilatori s'ispirarono al fiorentinismo
bembiano, ma temperato dalla
concezione di Leonardo Salviati, e
riuscirono nell'intento di restituire il
primato linguistico al fiorentino del
Trecento. Nonostante le polemiche e le
discussioni per la sua impostazione
eccessivamente selettiva e arcaizzante,
alla fine del Seicento nessun'altra lingua
moderna disponeva di un vocabolario
paragonabile a quello dell'Accademia,
completo per ogni lemma di esempi tratti
dai classici (Dante, Petrarca, Boccaccio,
Ariosto) nonché dei modi di dire che
utilizzano la parola in questione.

In Francia nel 1684 Antoine Furetière


pubblicò l'Essai d'un dictionnaire
universel, ma l'Académie française
l'accusò di plagio e lo espulse, e fu
pubblicato solo nel 1690, postumo nei
Paesi Bassi. Successivamente il
dizionario fu rielaborato e pubblicato dai
Gesuiti di Trévoux con il titolo
Dictionnaire universel français et latin; nel
1694, a Parigi, apparve il Dictionnaire de
l'Académie française, dedicato a Luigi XIV,
in due volumi. A differenza del
Vocabolario della Crusca, pur
riprendendone l'impianto complessivo,
gli esempi erano frutto dell'invenzione dei
compilatori e i termini erano raggruppati
in famiglie. L'opera, del resto, nasceva in
una situazione profondamente diversa,
da un punto di vista storico-culturale,
rispetto al dizionario fiorentino. Nella
Francia del Seicento il modello era
rappresentato non dalla lingua scritta
degli autori dei secoli antichi, ma dalla
lingua di conversazione, dall'uso parlato
della corte e dei salotti letterari, che
coincideva con la lingua letteraria del
tempo: diversamente da quanto avveniva
in Italia, s'aveva la consapevolezza di
disporre di una lingua nel momento del
suo massimo splendore, e di poter offrire
esempi tratti dall'uso contemporaneo,
senza dover ricorrere agli scrittori dei
secoli passati.

Il primo dizionario della lingua


portoghese, il Vocabulario portughez e
latino, venne pubblicato dal chierico
regolare Raphael Bluteau a Coimbra tra il
1712 e il 1721. Diversamente dal
Dictionnaire de l'Accadémie française e
dal Vocabolario della Crusca, registrava
termini appartenenti alla scienza, alla
tecnica, alle arti, accoglieva i prestiti
europei ed extraeuropei, citando molti
esempi tratti non solo dagli autori
portoghesi, ma anche da quelli latini.
Tra il 1726 e il 1739 a Madrid apparve il
Diccionario de la lengua castellana, a cura
della Real Academia Española, basato
sul modello letterario e puristico della
terza edizione del Vocabolario della
Crusca (1691) e su una larga
registrazione di citazioni letterarie
d'autori dal Duecento al Seicento.

In Inghilterra, nel 1604, Robert Cawdrey


pubblicò la prima raccolta monolingue
della lingua inglese, A Table Alphabeticall,
contenente 2.500 parole difficili e oscure,
chiarite attraverso brevi definizioni o
sinonimi. Nel 1755 Samuel Johnson
diede alle stampe A Dictionary of the
English Language, che si fondava
sull'autorità degli scrittori attivi fra l'età
elisabettiana e la Restaurazione, e
condivideva con il Vocabolario della
Crusca, sul quale era modellato,
l'impostazione puristica, la censura dei
forestierismi non assimilati e
l'abbondanza delle citazioni. Il dizionario
inglese si distingueva nettamente dal
modello cruscante per il carattere
semienciclopedico e la larga accoglienza
di parole tecniche. L'opera, inoltre, si
rivolgeva non solo agli scrittori e gli
intellettuali, ma anche alle persone
comuni, i lettori che ricorrevano al
dizionario per risolvere i propri dubbi
linguistici.
Nel 1691 fece la sua comparsa in
Germania il Der Teutschen Sprache
Stammbaum und Fortwachs oder
Teutscher Sprachschaltz (“Albero
genealogico e sviluppo della lingua
tedesca o Tesoro tedesco”), il primo
dizionario tedesco moderno compilato
dal poeta e filologo Kaspar Stieler.

Nel 1789 apparve postumo il Vocabolario


napoletano-toscano del famoso
economista Ferdinando Galiani.
L'accademico della Crusca Michele
Pasqualino nel 1790 pubblicò il proprio
Vocabolario etimologico siciliano.

L'Ottocento …
Un dizionario ottocentesco, il Policarpo Petrocchi
(biblioteca dell'Accademia della Crusca)

Francesco Cherubini pubblicò nel 1814 il


Dizionario milanese-italiano in due volumi
e nel 1839-1843 il Vocabolario milanese-
italiano in cinque volumi.

Nel 1828 uscì An American Dictionary of


the English Language di Noah Webster, il
primo dizionario dedicato
specificamente all'american english.
Giuseppe Boerio pubblicò il suo
Dizionario del dialetto veneziano, bilingue,
nel 1829. La prima edizione del Nuovo
dizionario siciliano-italiano di Vincenzo
Mortillaro di Villarena uscì nel 1838.

Nel 1839-40 apparve il Diccionari de la


llengua catalana ab la corresponencia
castellana y llatina del padre Labèrnia.
Basilio Puoti redasse il Vocabolario
domestico napoletano e toscano nel
1841.

La prima edizione di A Greek-English


Lexicon di Liddell e Scott uscì nel 1843.

Nel 1851 Giovanni Casaccia pubblicò il


Dizionario genovese-italiano, che stabilì
anche la grafìa per lungo tempo seguìta
di questa lingua. Non era il primo
dizionario di genovese ma divenne
rapidamente quello più seguito. Nello
stesso anno uscì anche il Vocabulariu
sardu-italianu et italianu-sardu di Giovanni
Spano. Per quanto riguarda il
piemontese, benché preceduto da altri
dizionari (con l'italiano; con il francese;
con italiano, francese e latino) viene
considerato "classico" il Gran dizionario
piemontese di Vittorio di Sant'Albino
(1859).

Vladimir Ivanovič Dahl pubblicò il suo


Dizionario ragionato della lingua grande-
russa vivente fra il 1863 ed il 1866.
In francese nel corso dell'Ottocento
uscirono molti dizionari in cui veniva
lasciato maggiore spazio al lessico
scientifico e tecnico, quali quelli di
Charles Nodier (1823), di Napoléon
Landais (1834), di Louis-Nicolas
Bescherelle (1856). Ma il più importante
dizionario francese del secolo rimane il
Littré (pubblicato fra il 1863 ed il 1872).

In italiano l'opera più famosa e duratura


del secolo fu il Dizionario della lingua
italiana di Niccolò Tommaseo, edito fra il
1861 ed il 1873.

Il rinnovatore della poesia provenzale


Frédéric Mistral redasse fra il 1878 ed il
1886 Lou Tresor dòu Felibrige, dizionario
bilingue provenzale-francese, che rimane
tuttora la maggiore opera lessicografica
su questa lingua.

Infine, a cavallo fra Otto e Novecento


furono pubblicate le grandi opere
lessicografiche nelle lingue germaniche.
Nel 1838 i Fratelli Grimm iniziarono la
pubblicazione del Deutsches Wörterbuch,
la più completa opera lessicografica per
il tedesco, il cui primo volume apparve
nel 1858 e che fu completata solo nel
1961.

Per l'olandese iniziò nel 1863 il grande


progetto del Woordenboek der
Nederlandsche Taal terminato solo nel
1998. Pubblicata dall'Instituut voor
Nederlandse Lexicologie, quest'opera (il
più esteso lessico di una lingua
moderna) comprende tutti i vocaboli
olandesi dal 1500 al 1921.

Nel 1888 uscì il primo fascicolo della


prima edizione dell'Oxford English
Dictionary, terminato nel 1921, la
maggiore opera lessicografica relativa
all'inglese.

Nel 1898 fu edito il primo volume dello


Svenska Akademiens ordbok la cui
pubblicazione è ancora in corso, il
maggior vocabolario della lingua
svedese.
Il Novecento …

Dizionari di italiano moderni

Benché abbia visto apparire le edizioni


aggiornate di molte opere storiche,
nonché la nascita di nuovi lessici
scientifici, il XX secolo si caratterizza
soprattutto per la diffusione dei dizionari
in un solo volume, presenti in molte case,
che diventano antonomastici in ogni
lingua per indicare il dizionario. Per
l'italiano è possibile citare lo Zingarelli e il
Devoto-Oli. Fuori dai confini nazionali si
possono ricordare il Duden per il tedesco
e Le Petit Robert per il francese.

Nel corso del Novecento è da segnalare


anche un'abbondante produzione di
dizionari relativi ai dialetti tedeschi.

Il Duemila …

Nel nuovo millennio si affermano i


dizionari telematici, quale il Wikizionario.

Descrizione

Dizionario e vocabolario …
I termini dizionario e vocabolario
possono esser usati come sinonimi, in
quanto possono indicare l'opera che
raccoglie in ordine alfabetico le parole di
una o più lingue (un dizionario o
vocabolario: tascabile; della lingua
italiana; italiano-francese; bilingue).

Il primo, rispetto al secondo, può indicare


anche trattazioni enciclopediche non
esclusivamente lessicali, disposte
alfabeticamente, che raccolgono nomi e
nozioni di letteratura, arti, scienze (un
dizionario enciclopedico, biografico,
geografico) o anche opere che
raccolgono le parole di una lingua per
categorie concettuali, in famiglie o gruppi
(dizionari metodici, analogici, ideologici).

Il termine vocabolario, rispetto a


dizionario, può avere anche il significato
di corpus lessicale: “patrimonio lessicale
di una lingua” o “insieme dei vocaboli
propri di un certo settore o di un singolo
autore”. In questi casi, il termine
vocabolario si distingue da dizionario
perché può anche indicare l'insieme delle
parole di una lingua o di un individuo,
indipendentemente dalla loro
registrazione in un repertorio, mentre
dizionario è usato solo per indicare
l'opera che raccoglie il lessico stesso.
La lessicografia indica l'attività e la
tecnica della raccolta e della definizione
dei vocaboli appartenenti al lessico di
una lingua o di un dialetto o di un gruppo
di lingue e dialetti e anche, in particolare,
l'attività che ha per oggetto la redazione
di dizionari di vario tipo, sia quelli
descriventi una lingua in un determinato
momento o periodo della sua storia, sia
quelli che ne documentano l'evoluzione e
la trasformazione attraverso il tempo.

La lessicologia indica invece lo studio


sistematico del sistema lessicale di una
o più lingue.

Tipologie …
Esistono vari tipi di dizionario. Riguardo
al contenuto ed alla sua organizzazione
un dizionario può essere:[2]

Monolingue: i vocaboli sono spiegati


nella stessa lingua del dizionario
stesso
Bilingue: i vocaboli sono tradotti in
un'altra lingua esplicitando spesso
differenze non solo lessicali ma anche
sintattiche ed etimologiche
Etimologico: viene privilegiata
l'etimologia delle parole
Dei sinonimi e dei contrari: riporta, di
ogni vocabolo, i suoi sinonimi e i suoi
contrari.
Analogico: detto anche dizionario
nomenclatore, elenca concetti generali
o campi di significato fornendo per
ciascuno gruppi di termini attinenti.
Inverso: ha un ordine alfabetico
rovesciato rispetto alle combinazioni
tradizionali, favorendo la compilazione
di rime ed anagrammi.

Riguardo al supporto fisico che contiene


il dizionario ci sono pure varie possibilità:

Cartaceo: il dizionario è stampato su


carta, nel classico formato di un libro,
solitamente di generose dimensioni
Elettronico: il dizionario è in forma
digitale, contenuto su un CD-ROM o
sull'hard disk di un computer; in questo
caso l'ordinamento alfabetico dei
vocaboli perde significato, in quanto
l'accesso è solitamente diretto
Online: un particolare dizionario
elettronico che si può consultare
collegandosi ad internet.

Esistono vari tipi di dizionari. Gli studiosi


hanno cercato di delinearne una tipologia
complessiva, al fine d'individuare e
segnalare i tratti distintivi d'ogni
realizzazione lessicografica. Ma i
tentativi di costituire tipologie generali
dei dizionari si sono rivelati, però,
insoddisfacenti o incompleti. E alcuni
autori hanno suddiviso le opere in base ai
principali elementi distintivi, o in base
alle principali contrapposizioni fra alcuni
tipi di dizionari.

In particolare alcuni linguisti hanno


tracciato una distinzione e una netta
separazione fra i "dizionari di cose", cioè i
dizionari enciclopedici, e i "dizionari di
parole", cioè i dizionari linguistici veri e
propri. Il lessicografo francese Bernard
Quemada ha espresso perplessità nei
confronti di distinzioni di questo genere,
fondate su un numero limitato di tratti
distintivi, preferendo ricorrere ad un
criterio più storico e metodologico che
tipologico, basandosi sulla constatazione
che non esista opera in cui non si
sovrappongano e mescolino tratti
tipologici diversi:

Dizionari storici
registrano la tradizione letteraria
scritta attraverso la citazione d'esempi
d'autori, per testimoniare l'uso delle
singole parole o delle locuzioni nelle
varie epoche. Si tratta di dizionari di
tipo diacronico, che descrivono la
lingua nella sua evoluzione storica,
basandosi su una fraseologia tratta da
testi letterari d'ogni tempo. La
fisionomia tradizionale dei dizionari
storici, che fino a qualche tempo fa si
proponevano di registrare
esclusivamente la lingua letteraria, s'è
progressivamente modificata, fino ad
accogliere anche testi non letterari.
Dizionari dell'uso
registrano la lingua contemporanea in
una dimensione sincronica, nel
funzionamento e nei caratteri attuali,
ma prendendo in considerazione
anche voci del passato, arcaiche o
antiquate, varietà regionali, voci
letterarie. La lingua italiana scritta, del
resto, deve tener conto anche del
bagaglio letterario, indispensabile per
la lettura dei classici. Non solo: nella
lingua comune sono frequenti gli usi
scherzosi o marcati di parole o varianti
desuete, e bisogna tener conto anche
della possibilità che un termine raro
abbia una nuova diffusione e
popolarità. I dizionari dell'uso hanno
avuto una grande diffusione
soprattutto a partire dal Novecento:
possono presentare un certo margine
di differenza gli uni dagli altri, a
seconda del criterio di scelta iniziale,
che può privilegiare o respingere
determinati settori di lingua, con
variazioni individuali rispetto
all'accoglimento delle citazioni
letterarie, dei neologismi, della
fraseologia più o meno abbondante,
della terminologia scientifica. Il valore
dell'opera va misurato sulla capacità di
fornire informazioni grammaticali,
indicazione sul livello stilistico, sulla
frequenza d'uso, con numerosi esempi
di fraseologia esplicativa.
Dizionari etimologici
hanno il compito di tracciare la
biografia di una parola,
ripercorrendone la storia attraverso la
documentazione scritta, dalla prima
attestazione conosciuta fino ad oggi, e
descrivendone le modificazioni di
significato subite nel corso del tempo.
In questo tipo di dizionari è possibile
trovare la data e il luogo di prima
attestazione delle parole registrate,
anche se l'accertamento di tale data è
sempre relativo. L'operazione che
sposta all'indietro la data di nascita di
una parola si chiama retrodatazione.
Invece, la postdatazione, cioè
l'assegnazione di una data posteriore a
quella normalmente indicata nei
dizionari, può essere fatta in seguito a
scoperte di vario tipo: errori di stampa,
interpretazioni errate, confusione tra
autori diversi o tra opere diverse d'uno
stesso autore, ecc… Si può essere
matematicamente certi della data di
nascita d'una parola solo quando se ne
conosce il creatore, definito da Bruno
Migliorini onomaturgo (chi conia
parole nuove, inventore di neologismi).
È importante stabilire quando una
parola è nata, ma è altrettanto
importante stabilire dov'è nata. Se il
ritrovamento viene fatto in un testo
significativo, noto e diffuso, si può
immaginare che la prima attestazione
coincida con il suo atto di nascita.
Quando la datazione avviene grazie al
ritrovamento in un documento che non
ha avuto alcuna circolazione, si tratta
di una curiosità, che non modifica,
nella sostanza, la storia di una parola.
Dizionari dei sinonimi
registrano, per ogni lemma, i rispettivi
sinonimi. Sono detti sinonimi due o più
parole che hanno sostanzialmente lo
stesso significato, in quanto la
sinonimia assoluta, la perfetta
uguaglianza di significato tra due o più
parole, in realtà non esiste, o è molto
rara. Non vi sono, infatti parole con una
somiglianza di significato tale da poter
esser usate indifferentemente, in tutte
le occasioni, ma esistono, invece,
parole che esprimono la medesima
idea principale, ciascuna con caratteri
e sfumature particolari. I sinonimi
assoluti sono pochissimi (le
preposizioni "tra" e "fra", gli avverbi
"qui" e "qua", le congiunzioni causali
"poiché" e "siccome"), ma anche in
questi casi esistono delle sottili
differenze e sfumature stilistiche tra le
due forme. In questo tipo di dizionario
è possibile trovare non solo i sinonimi
approssimativi o parziali, ma le parole
legate da un rapporto d'equivalenza in
determinati contesti e di significato
contrario.[2]
Dizionari metodici
detti anche concettuali, sistematici,
nomenclatori, ideologici, sono dizionari
nei quali le parole non sono disposte
alfabeticamente, ma raggruppate in
base all'affinità delle nozioni che
esprimono. Sono detti metodici o
sistematici perché gli autori
raggruppano i termini secondo un
particolare sistema o metodo. La
maggior parte dei dizionari, ordinati
alfabeticamente, sono detti
semasiologici: presuppongono la
conoscenza di un significante
(l'immagine acustica o visiva, la faccia
esterna del segno linguistico) e
consentono di scoprirne il significato
(l'immagine mentale, la faccia interna
del segno linguistico). I dizionari
metodici, detti onomasiologici,
raggruppano le parole in base a criteri
semantici e risalgono dalla cosa e dal
suo significato alla parola che vi si
riferisce, il significante.: I dizionari
metodici sono stati pubblicati a partire
dal Settecento, ma soprattutto nel
corso dell'Ottocento, in seguito
all'Unità d'Italia. Generalmente erano
dizionari domestici, o di arti e mestieri,
o specialistici, e svolgevano
un'importante funzione
d'alfabetizzazione e d'educazione
popolare. Al loro interno erano divisi in
vere e proprie sezioni: le voci possono
esser elencate con una suddivisione
che si riferisce al corpo umano,
all'abbigliamento, alla casa e al suo
arredo, agli alimenti, agli animali,
all'agricoltura, alle arti, ai mestieri,
ecc…
All'interno di ciascuna categoria i
termini vengono registrati secondo
l'ordine alfabetico, con una
spiegazione, talora anche con citazioni
da altri dizionari o da autori. Passato il
gran momento di successo nel corso
dell'Ottocento, i dizionari metodici di
tipo domestico sono oggi più rari.
Sono ancor in uso, invece, i dizionari
analogici, che si propongono
d'elencare una serie di voci-guida,
attorno alle quali vengono raggruppate
tutte le altre espressioni. Anche questi
dizionari registrano le parole seguendo
un ordine logico, ma le voci sono
elencate secondo l'appartenenza a
campi semantici o a serie e catene
nomenclatorie, secondo un ordine
logico.
Dizionari di neologismi
registrano le parole e le locuzioni nuovi
d'una lingua, hanno lo scopo di
testimoniare l'innovazione lessicale
nelle sue varie manifestazioni e
riportano con ampiezza anche voci
legati a momenti ed episodi particolari,
a mode e tendenze estemporanee. Il
loro capostipite è il Dizionario moderno
di Alfredo Panzini (1905). Già nel corso
dell'Ottocento erano state pubblicate
raccolte di parole nuove, ma si trattava
d'elenchi compilati con intenti puristi,
nei quali parole e locuzioni venivano
segnalate come barbarismi da
censurare. Con la pubblicazione, a
partire dal 1986, del Dizionario delle
parole nuove di Manlio Cortelazzo e
Ugo Cardinale, i dizionari di neologismi
iniziarono a riprodurre anche i contesti
e le datazioni relativi a ogni entrata,
essenziali per poter collegare
correttamente il neologismo all'ambito
d'uso.
Dizionari enciclopedici
condividono molti aspetti dei dizionari
dell'uso e dei dizionari storici, perché
fondono in un'unica opera la parte
enciclopedica e la parte più
propriamente linguistica. Trovano
posto sia le indicazioni grammaticali,
etimologiche, le trascrizioni
fonematiche, le definizioni, la
fraseologia, le citazioni d'autore,
tipiche dei dizionari storici e dell'uso,
sia ampie trattazioni di carattere
enciclopedico. Questi dizionari
comprendono anche i nomi propri.
Concordanze
sono repertori alfabetici delle parole
contenute in una o più opere d'un
autore, con l'indicazione e la citazione
di tutti i luoghi in cui esse ricorrono. A
partire dagli anni cinquanta del
Novecento, grazie agli spogli lessicali
delle opere di Tommaso d'Aquino,
eseguiti dal gesuita padre Roberto
Busa, s'è sviluppata in Italia la
lessicografia computazionale, che
consente di compilare liste dei contesti
nei quali appare una determinata
parola, con indicazioni di frequenza. Le
concordanze riportano tutte le
occorrenze d'una determinata forma,
presente in un testo in prosa o in
poesia. Oltre ai dizionari veri e propri,
esistono raccolte di diverso tipo,
finalizzate a misurare, attraverso
ricerche di statistica linguistica, i
diversi livelli di frequenza d'uso delle
parole nella lingua italiana.
Consultando queste liste di frequenza,
è possibile verificare il numero delle
volte in cui una parola è presente in
discorsi o in testi scritti. In particolare
sono state compilate liste di frequenza
dell'italiano scritto (Lessico di
frequenza della lingua italiana
contemporanea, 1971) e dell'italiano
orale (Lessico di frequenza dell'italiano
parlato, 1993).
Dizionari d'ortografia e pronuncia
si limitano a indicare la corretta grafia
e pronuncia delle parole della lingua
italiana. L'EIAR (l'Ente Italiano per le
Audizioni Radiofoniche) pubblicò sin
dal 1939 un Prontuario di pronuncia e di
ortografia, a cura di Giulio Bertoni e
Francesco Alessandro Ugolini. Nel
1969 è stato pubblicato dall'ERI
(Edizioni RAI-Radiotelevisione italiana)
il Dizionario d'ortografia e di pronunzia
(DOP), redatto da Bruno Migliorini,
Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli, poi
riedito nel 1970, nel 1981 e di nuovo
nel 2010 (con contenuto triplicato): vi
sono registrati circa 140.000 vocaboli,
con l'indicazione della corretta
ortografia e pronuncia. Nel 2007 la RAI
ha presentato al pubblico una nuova
edizione multimediale del DOP,
aggiornata e molto accresciuta[3].
Dizionari dialettali
sono stati pubblicati soprattutto
nell'Ottocento, ma la produzione
continua tuttora, naturalmente con
criteri di maggior scientificità. In essi si
cercano le corrispondenze tra le voci di
un dialetto e quelle italiane, e si dà
largo spazio alla fraseologia.
Dizionari gergali …

Raccolgono parole e locuzioni


provenienti dal gergo, ovvero una lingua
convenzionale usata da gruppi ristretti di
persone con lo scopo di non farsi capire,
oppure sottolineare o meno la propria
appartenenza a un certo gruppo. Nel
corso del tempo questi dizionari hanno
registrato i gerghi della malavita, dei
militari, dei vagabondi, dei drogati.

Dizionari inversi e rimari


nei quali le parole sono disposte in
ordine alfabetico rovesciato, partendo
dall'ultima lettera. Se ne servono i
linguisti (per individuare tutte le parole
che hanno lo stesso suffisso o per
analizzare la struttura delle parole
composte), i poeti, i parolieri (che
hanno bisogno di trovare con facilità
tutte le parole che possono far rima) e
gli enigmisti.
Dizionari analogici
permettono la ricerca lessicale sulla
base di approcci concettuali. Hanno lo
scopo di permettere il reperimento di
una parola della quale si ignora (o non
si ricorda) l'eventuale espressione
lessicale (al contrario del tradizionale
dizionario, in cui la finalità è, di norma,
quella di reperire il significato – o i
significati – associati a una parola
conosciuta). Il dizionario analogico
risulta utile quando si verifica almeno
una delle seguenti condizioni:
si conosce il significato associato
alla parola da cercare;
si conosce una parola con un
significato correlato a quella
cercata.
A differenza dei dizionari metodici, non
contengono definizioni, e le parole sono
raggruppare non per repertori ma per
campi semantici.

Dizionari delle collocazioni


permettono di trovare le collocazioni,
quel particolare tipo di combinazioni
lessicali (chiamate tecnicamente «co-
occorrenze») che costituiscono un
terreno molto ostico soprattutto per i
discenti e i parlanti non di madrelingua,
ma la cui conoscenza è fondamentale
per la padronanza di una lingua e per
raggiungere un livello avanzato
nell'apprendimento di una seconda
lingua[4]. In difetto, si ottengono
enunciati che, perfino quando
grammaticalmente corretti, possono
essere carenti sotto l'aspetto della
cosiddetta "proprietà di linguaggio" (ad
esempio, "un caffè potente" al posto di
"un caffè forte"), da cui deriva un senso
di incompletezza e di scarsa
articolazione nell'espressione, tali da
compromettere la comunicazione in
misura anche nettamente superiore
rispetto alla commissione di errori
sintattici e grammaticali[4].

Struttura
La scienza di comporre i dizionari è stata
definita da Bernard Quemada
dizionaristica, la quale si basa su regole
e convenzioni che si sono andate
consolidando e perfezionando nel
tempo. Nei dizionari esiste una
macrostruttura e una microstruttura.

La macrostruttura è rappresentata
dall'ordinamento generale dei materiali
che formano il corpo del dizionario (ad
esempio, l'ordine alfabetico o l'ordine
sistematico), dall'introduzione al
dizionario, dalle avvertenze per l'uso
dell'opera, dalle eventuali appendici
(elenchi di sigle e abbreviazioni, di nomi
di persona, di nomi di luogo, glossari di
locuzioni latine, di modi di dire…). Il corpo
del dizionario è costituito dall'insieme dei
lemmi. In lessicografia, il termine lemma
può indicare sia l'entrata d'ogni singola
voce sia l'articolo stesso che le è
dedicato; per evitare confusione, è
preferibile usare i termini lemma o
esponente o entrata per il primo
significato, articolo o voce per il
secondo.

La microstruttura è rappresentata
dall'insieme di tutti gli elementi che
compongono una voce:

l'intestazione
la trascrizione fonetica
la divisione in sillabe
le indicazioni di pronuncia
le indicazioni delle varietà grafiche
le indicazioni morfologiche
(declinazione dei nomi e degli
aggettivi, coniugazione dei verbi,
indicazione del plurale, del femminile,
ecc…)
l'indicazione della categoria
grammaticale
l'indicazione delle marche d'uso
la definizione
la fraseologia e gli esempi d'uso
i sottolemmi
i sinonimi e i contrari

Lessemi, lemmi, sottolemmi,


lemmario

Un elenco di lemmi nel Policarpo Petrocchi

Col termine lessema s'indicano quelle


che, convenzionalmente, sono le forme
base d'una parola, le unità di lessico
considerate in astratto: cioè l'infinito per i
verbi, il singolare maschile per i
sostantivi, gli aggettivi, i pronomi, gli
articoli. Naturalmente, i sostantivi che
hanno forme autonome al femminile
sono registrati a parte. Per gli aggettivi
viene riportato il grado positivo, ma le
forme irregolari del comparativo e del
superlativo sono classificate come forme
autonome.

Il lemma è la singola forma registrata in


ordine alfabetico nel dizionario, detta
anche esponente o entrata; rappresenta
in genere un sostantivo, un aggettivo, un
pronome, un verbo, ma può anche
consistere in un sintagma o in una
locuzione, considerate come un'unità
lessicale, oppure un prefisso o un
suffisso.

I sottolemmi, pur avendo una propria


autonomia semantica, non costituiscono
vere e proprie unità lessicali, e quindi non
sono registrati autonomamente, ma
vengono relegati in posizione secondaria,
in fondo alla trattazione del lemma. Sono
collocate fra i sottolemmi:

le forme alterate dei sostantivi e degli


aggettivi (diminutivi, vezzeggiativi,
spregiativi, accrescitivi, peggiorativi)
gli avverbi in –mente, quando il loro
uso e significato coincidono con quelli
dell'aggettivo dal cui tema sono
formati
il participio presente e il participio
passato, quando siano usati con
funzione d'aggettivo o di sostantivo,
senz'aver tuttavia un'autonomia
semantica e d'uso che ne richieda una
registrazione autonoma.
L'elenco dei lemmi contenuti in un
dizionario è detto lemmario. Ogni lemma
è formato da una sequenza fissa di più
elementi:

intestazione della voce


definizione della voce, con
l'indicazione del significato o dei
significati e relativa esemplificazione,
fraseologia, citazioni
eventuali sottolemmi

Intestazione, definizione, marche


d'uso

L'intestazione contiene, subito dopo il


lemma, il corredo d'informazioni che lo
riguardano. Queste informazioni variano
a seconda dei dizionari. Tuttavia
l'intestazione è costituita dal lemma,
seguito dalle indicazioni di pronuncia: la
posizione dell'accento tonico e il timbro
aperto o chiuso delle vocali ‘e, o’ o la
posizione dell'accento tonico sulle vocali
‘a, i, u’, la pronuncia sorda o sonora delle
consonanti ‘s, z’, la pronuncia della velare
di ‘g’ davanti a ‘li’, la pronuncia disgiunta
del nesso grafico ‘sc’, ecc… Molti
dizionari riportano anche la trascrizione
in alfabeto fonetico internazionale e la
sillabazione, nonché le varianti del
lemma. Alle indicazioni di pronuncia
seguono le indicazioni necessarie per la
classificazione grammaticale del
lessema, e l'etimologia – che in molti
dizionari è collocata, invece, alla fine
della voce.

La definizione è il luogo in cui s'illustra il


significato del lessema, se unico, o si
sviluppano e definiscono le sue varie
accezioni, quando si tratti di parole
polisemiche, aventi più d'un significato.
La distinzione dei vari significati può
esser articolata in più accezioni, distinte
da numeri progressivi stampati in
neretto, che a loro volta possono essere
suddivisi mediante lettere, sempre in
neretto. Le accezioni sono ordinate
secondo un criterio cronologico, a partire
da quella più antica, ma nei dizionari
dell'uso moderni si preferisce non
seguire il criterio storico in modo rigido.
Tutte le parole utilizzate nelle varie
accezioni delle definizioni sono a loro
volta lemmatizzate. Le definizioni dei
dizionari dovrebbero esser obiettive, ma
talvolta diventano il luogo nel quale
affiora l'ideologia del lessicografo.
Tuttavia, in questi casi, il lessicografo
cerca di mantenere un giusto equilibrio e
la volontà di stigmatizzare abitudini ed
espressioni deprecabili. In genere le
accezioni in cui sedimentano pregiudizi o
stereotipi vengono segnalate con prese
di distanza.

Le marche d'uso segnalano l'ambito o il


registro d'uso. Tali marche possono
indicare la frequenza d'uso della parola, il
settore disciplinare d'appartenenza, l'uso
figurato o estensivo, l'ambito geografico.
Talvolta servono come indicatori del tono
o del registro espressivo.

Definizioni sinonimiche, definitori,


datazione

Una caratteristica che accomuna tutti i


dizionari è quella di ricorrere a sinonimi o
perifrasi. La sinonimia si basa su una
parziale equivalenza di significato dei
termini, più che sulla totale identità.

Per introdurre le definizioni, ci si serve


anche di perifrasi rese con frasi relative
(‘seduttore’ equivale a ‘che seduce’, ‘che
esercita una forte attrazione’) Per
introdurre le definizioni, si può ricorrere ai
definitori, che servono a immettere
determinate classi di derivati.

La datazione è presente anche in


dizionari non etimologici: viene indicata,
a seconda dei casi, alla fine o all'inizio
delle voci, in genere racchiusa tra
parentesi quadre, prima o dopo
l'etimologia. La datazione corrisponde,
nella maggior parte dei dizionari dell'uso,
alla prima attestazione nota della parola
nella lingua scritta di un testo.

Fraseologia e citazioni letterarie …


La fraseologia è l'insieme delle
espressioni proprie di una lingua, un
elemento indispensabile per integrare e
render evidenti i significati e gli usi della
voce. Essa è presente, anche se in e con
modalità diverse un po' in tutti i
vocabolari. Nei dizionari storici attuali la
fraseologia è tratta da citazioni letterarie
o da brani giornalistici, testi scientifici,
ecc…; nei dizionari dell'uso, i vari
significati d'una parola sono illustrati sia
da passi d'autore, sia da esempi non
d'autore, preparati dalla redazione per
testimoniare l'uso corrente della lingua,
sia orale che scritta.

Arcaismi e voci poetiche e …


letterarie

Nei dizionari dell'uso sono registrati


anche gli arcaismi e le voci poetiche e
letterarie, cioè forme linguistiche della
lingua del passato, della poesia e della
letteratura, che non sono usate o lo sono
di rado nella lingua comune. La necessità
di documentare e spiegare parole ed
espressioni presenti nei testi degli autori
antichi, e la sopravvivenza di quelle
forme in contesti scritti, per influsso della
tradizione, e in contesti orali, per fini
stilistici o per dare particolare enfasi al
discorso.

Forestierismi, neologismi, …
regionalismi

I forestierismi sono parole importate da


altre lingue. Nel passato si sono
manifestati vari movimenti e campagne
d'opposizione e censura nei confronti
dell'ingresso di parole straniere nella
nostra lingua. Lo stesso tipo
d'opposizione ha riguardato i neologismi.
Nei dizionari i lessicografi accolgono o
rifiutano le nuove entrate valutando ogni
volta l'opportunità di registrare forme che
si rivelino, nel tempo, solo apparizioni
effimere e occasionali. Un discorso
analogo vale per i regionalismi, presenti,
in misura diversa, nelle varie edizioni dei
dizionari, con scelte e preferenze talvolta
determinate dalla provenienza geografica
dei redattori dell'opera. I regionalismi
acquistano una nuova vitalità e una
diffusione nazionale grazie all'uso e al
rilancio di forme particolarmente
espressive da parte della stampa.

Dizionari italiani

Dagli elenchi manoscritti ai primi


dizionari

Già alla fine del Quattrocento in varie


città italiane si iniziò ad avvertire
l'esigenza di definire e codificare il
volgare in raccolte che avessero pari
autorità rispetto ai repertori latini e a
quelli latino-volgari. I primi esperimenti di
compilazioni monolingui furono fatti in
Toscana, la regione nella quale il volgare
aveva raggiunto risultati d'altissimo
livello nella poesia e nella prosa. Il primo
esempio è il Vocabulista del poeta e
umanista Luigi Pulci, consistente in una
lista alfabetica d'oltre settecento
vocaboli, seguiti da una breve
definizione. Si tratta, probabilmente, di un
dizionarietto concepito per uso
personale, con una funzione solo
autodidattica, confermata dalla presenza
di molte delle voci raccolte poi nel
Morgante.

Accanto ad esse vanno ricordate le liste


di vocaboli di Leonardo da Vinci,
contenute nel manoscritto Trivulziano e in
un foglietto del codice Windsor, stese fra
gli ultimi anni del XV secolo e i primi del
XVI. Si tratta di una raccolta di circa
8.000 parole appuntate sui margini delle
pergamene contenenti disegni e progetti.
Sono soprattutto termini dotti, ma anche
forme dialettali non toscane, registrate
per uso personale, per conservarne la
memoria e per costruire un prontuario di
voci volgari.

Accanto a questi primi tentativi


monolingui continuava la produzione di
dizionari bilingui con finalità didattiche:
un esempio del metodo usato per
l'insegnamento del lessico latino è il
Vallilium del vescovo agrigentino Nicola
Valla, pubblicato a Firenze nel 1500, che
mette a confronto voci volgari con le
corrispondenti voci latine.

I primi dizionari a stampa del volgare


videro la luce a Venezia, città nella quale
la presenza congiunta di Aldo Manuzio e
Pietro Bembo, protagonista
dell'umanesimo volgare, favorì la
pubblicazione di numerose opere
lessicografiche, caratterizzate
dall'adesione alla soluzione bembesca
della questione della lingua, e dalla
proposizione delle Tre Corone (Dante,
Petrarca e Boccaccio) come autori-
modello. Con l'opera del friulano Niccolò
Liburnio Le Tre Fontane, che
metaforicamente alludeva, nel titolo, ai
tre grandi trecentisti, venne edito per la
prima volta un elenco in volgare non più
concepito con fini autodidattici, ma
restrinse il corpus ai soli Dante, Petrarca
e Boccaccio, pur facendo scivolare
talvolta, nelle glosse di spiegazione dei
termini, qualche venetismo. La selezione
già operata dal Liburnio si restrinse
ulteriormente nel Vocabulario di Lucilio
Minerbi (1535), concepito come raccolta
del lessico di un solo autore, Boccaccio,
e di un solo testo, il Decameron. L'opera
consiste nella registrazione di circa
4.000 occorrenze, tra le quali
s'incontrano anche voci comuni non
presenti nell'opera di Boccaccio, nonché,
nelle brevi definizioni, venetismi e
generici settentrionalismi.

Sempre a Venezia, nel 1539, il ferrarese


Francesco Del Bailo, detto l'Alunno, diede
alle stampe Le Osservazioni sopra il
Petrarca, e Le ricchezze della lingua
volgare sopra il Boccaccio (1543). In
seguito l'Alunno pubblicò la Fabbrica del
mondo (1548), primo dizionario metodico
della lingua italiana nel quale le voci sono
raggruppate per argomenti, in base alla
concezione gerarchica d'Antonino
Barzizza (Dio, cielo, mondo, elementi,
anima, corpo, uomo, qualità, quantità,
inferno). Nella raccolta sono registrati
anche voci prive di citazioni tratte dagli
autori e legittimate solo dall'autorità del
proprio giudizio, fino a raccogliere voci
dialettali e triviali.

Se un primo nucleo di dizionari proviene


da Venezia, l'attività lessicografica si
sviluppò in altri centri. A Napoli nel 1536
fu pubblicato il Vocabulario di cinquemila
vocabuli Toschi di Fabricio Luna, che
raccoglieva voci tratte non solo dalle Tre
corone, ma anche da scrittori di
provenienza culturale e geografica
diversa, nonché da grammatici e filologi
contemporanei. Da segnalare anche il
Vocabolario, grammatica e ortografia
d'Alberto Acarisio, pubblicato a Cento
(Ferrara) nel 1543, basato anch'esso
sull'autorità dei tre grandi autori
trecenteschi e sul canone bembesco, ma
con un'attenzione nuova e particolare per
la terminologia scientifica, per la
fraseologia, per le etimologie e le
indicazioni ortografiche. Infine il
Dittionario (Venezia, 1568) di Francesco
Sansovino è attento soprattutto all'uso
dei parlanti contemporanei e alle varietà
regionali.

Le opere sin qui citate testimoniano


un'attività lessicografica intensa, fra il XV
e il XVI secolo, in varie parti d'Italia: i
vocaboli erano compilati da grammatici,
maestri, letterati, notai, e stampatori-
librai rispondevano alla richiesta, da
parte dei lettori, d'un modello
d'imitazione inalterato e inalterabile nel
tempo, attraverso gli esempi dei grandi
trecentisti. Poiché le raccolte di questo
tipo andavano incontro alle esigenze d'un
pubblico periferico vasto e variegato,
anche nella composizione sociale, questi
primi dizionari mescolavano spesso
grammatica e lessico, senza confini
precisi, presentavano incongruenze di
vario genere e contraddizioni frequenti
tra principi teorici ed esecuzioni con essi
contrastanti. Le voci non erano ancora
tipizzate e venivano distinte in forme
adatte all'uso poetico e forme adatte
all'uso prosastico; si faceva spesso
appello alla notorietà dell'oggetto invece
di definirlo, e s'avevano apparizioni
sporadiche delle varietà regionali,
attraverso la cosiddetta seconda lingua,
quella dell'autore stesso.

Le prime tre edizioni del dizionario


della Crusca

I vocabolari della Crusca

Se i primi dizionari dell'italiano


presentavano oscillazioni e incertezze
nel metodo di registrazione, la prima
edizione del Vocabolario della Crusca si
basò, invece, su impostazioni teoriche
ormai salde e coerenti. Ispiratore
dell'opera fu Leonardo Salviati, filologo e
letterato entrato a far parte
dell'Accademia nel 1583: grazie al suo
intervento e ai suoi suggerimenti, i
propositi e le finalità dell'Accademia si
trasformarono. Se fino ad allora gli
Accademici costituivano un gruppo
dedito alle soprattutto a riunioni
conviviali e giocose, secondo il gusto del
tempo, l'impegno dell'Accademia diventò
quello di separare il buono dal cattivo in
fatto di lingua. Così il dizionario fu da
loro stampato grazie
all'autofinanziamento degli Accademici,
soluzione che consentì loro di
mantenersi liberi e autonomi ogni
ingerenza, almeno fino alla seconda
metà del XVII secolo.

A partire dal 1591 gli Accademici


s'impegnarono nella compilazione d'un
dizionario che si proponeva di
raccogliere

«…tutti i vocaboli, e modi del


favellare […] trovati nelle buone
scritture, che fatte furono innanzi
l'anno del 1400.»

Quando, nel 1612, fu stampato a Venezia


la prima edizione del Vocabolario della
Crusca Leonardo Salviati era già morto,
ma gli Accademici avevano continuato a
basarsi sulle sue idee e sulla sua
concezione di lingua. Il dizionario
s'appoggiava alle posizione teoriche
ispirate al fiorentinismo trecentista del
Bembo, ma temperato nella pratica
lessicografica dalle scelte del Salviati,
attraverso il quale entravano esempi
tratti dalle opere di Dante, Petrarca e
Boccaccio, ma anche autori minori o testi
anonimi, con un recupero degli scrittori
popolari toscani, utilizzati per
documentare le voci del fiorentino vivo. Il
Salviati apriva il dizionario anche ad un
certo numero d'autori moderni, toscani o
toscanizzanti: Della Casa, Gelli, Berni,
Firenzuola, Burchiello, Lasca, Poliziano,
ma anche il non toscano Ariosto.
Rimaneva escluso, invece, Torquato
Tasso, per non aver riconosciuto il
primato fiorentino ed essersi servito,
nella Gerusalemme liberata, d'una lingua
difficile e oscura, e d'un lessico fitto di
latinismi e lombardismi.

La dedica della quarta edizione del vocabolario della


Crusca
La prima edizione del Vocabolario riflette
una concezione linguistica che risale ad
un ideale di lingua fiorentina pura,
naturale, popolare, legittimata dall'uso
degli scrittori sommi come di quelli
minori e addirittura minimi. Registrava
altresì le parole del fiorentino vivo,
purché testimoniate e legittimate in
autori antichi o in testi minori, perfino in
manoscritti fiorentini inediti e
sconosciuti, di proprietà degli
Accademici.

Per quanto riguarda la sua struttura e i


suoi caratteri, scompaiono alcuni degli
aspetti che avevano caratterizzato i
dizionari precedenti: la suddivisione tra
uso della poesia e della prosa, il
riferimento agli usi regionali e dialettali,
l'abitudine a inserire osservazioni
grammaticali all'interno delle voci.
Riguardo alle scelte grafiche, furono
abbandonati gli usi ancora legati al
latino. Invece c'è un certo disinteresse
nei confronti delle voci tecnico-
scientifiche.

Tuttavia l'impostazione arcaizzante e


fiorentinistica del dizionario suscitò
interminabili polemiche e discussioni.
Paolo Beni pubblicò nel 1612
l'Anticrusca, nella quale accusava i
cruscanti d'aver privilegiato la letteratura
trecentesca e di non aver tenuto
sufficientemente conto degli scrittori
cinquecenteschi, in particolare Tasso.
Altre critiche furono rivolte da
Alessandro Tassoni che scrisse una serie
di note polemiche contro il primato
fiorentino della lingua, contro l'eccesso
d'arcaismi e l'impostazione bembiana del
Vocabolario. Invece proponeva agli
Accademici di distinguere le voci antiche
con contrassegni grafici per le parole non
più in uso. Il Tassoni si spinse, oltre,
negando del tutto il presunto primato
linguistico fiorentino, proponendo, in suo
luogo, il modello rappresentato dall'uso
linguistico di Roma.
Altre critiche, più violente, vennero da
Siena, città dalla quale si levarono le voci
dei dissidenti contro il primato e la
supremazia fiorentina: da segnalare il
Dittionario toscano di Adriano Politi e il
Vocabolario cateriniano di Girolamo Gigli.
Nel primo, pubblicato nel 1614, venivano
registrate, invece degli citazioni d'autori,
proverbi, modi di dire, locuzioni tipiche
senesi, lontano dall'uso letterario ma
ritenute altrettanto degne del fiorentino.
Nel secondo, pubblicato nel 1717,
l'autore raccolse un elenco di voci tratte
dagli scritti di santa Caterina da Siena,
che veniva contrapposta polemicamente
a Dante.
Nel 1682 il palermitano Placido
Spadafora pubblicò la Prosodia italiana,
opera nella quale il gesuita dichiarava
apertamente di non volersi sottomettere
all'autorità degli Accademici. La sua
autonomia rispetto alle scelte cruscanti
si manifestava nel vivo interesse per i
settori verso i quali gli Accademici
avevano dimostrato la più rigida
chiusura: la terminologia botanica,
zoologica, medica, la nomenclatura delle
professioni e delle attività artigianali, i
forestierismi, i regionalismi e i
dialettismi. Inoltre, nelle definizioni delle
voci, si faceva ricorso ad espressioni
dialettali siciliane.
Le polemiche, le critiche e i sarcasmi non
modificarono in alcun modo i criteri e il
metodo di lavoro degli Accademici. La
seconda edizione, data alle stampe a
Venezia nel 1623, non si discostò molto
dalla prima, se non per alcune correzioni
e per l'aumento complessivo del numero
delle voci registrate.

La terza edizione, edita a Firenze nel


1691, presenta alcuni cambiamenti
rispetto alle precedenti edizioni: venne
introdotta l'indicazione V.A. (Voce Antica),
per contrassegnare le voci antiche che
venivano registrate come testimonianza
storica, per poter comprender i testi degli
autori antichi, non per proporle
com'esempio da seguire; venivano
accolti Tasso (il grande escluso delle
prime due edizioni), Machiavelli,
Guicciardini, Della Casa, Varchi,
Sannazaro, Castiglione, Chiabrera e altri.
Rimaneva escluso, invece, il napoletano
Giovan Battista Marino, poeta colpevole
d'aver aderito al Barocco e di non essersi
assoggettato ai criteri dell'Accademia.
Inoltre, aumentò il numero dei trattati
scientifici presi in considerazione, così
come il numero delle voci tratte da
scrittori di scienza del Seicento, come
Galileo Galilei.

A rendere possibile il cambiamento


erano stati il cardinale Leopoldo de'
Medici, figlio del granduca Cosimo II, che
aveva perorato l'apertura dell'opera a
espressioni dell'uso vivo e ai termini delle
arti, dei mestieri, della marineria e della
caccia, da lui stesso raccolti nel corso
d'inchieste sul campo, e gli Accademici
Benedetto Buommattei e Carlo Roberto
Dati, i quali s'ispirarono a criteri
innovativi, prestando maggior attenzione
all'uso e alla lingua viva, pur
mantenendosi fedeli ai principi ispiratori
del Salviati. A questi vanno ricordati
anche i letterati-scienziati Francesco
Redi e Lorenzo Magalotti, grazie ai quali
furono accolte e definite molte voci della
lingua tecnico-scientifica.
La lessicografia settecentesca …

Anche il secolo successivo fu


condizionato dalla nuova edizione del
Vocabolario della Crusca, pubblicato in
sei volumi tra il 1729 e il 1738. La quarta
impressione nasce all'insegna di due
diverse istanze: da una parte gli
Accademici continuano a mostrare una
certa attenzione all'uso moderno,
dall'altra viene ribadita la fedeltà ai
principi del toscanesimo letterario, con
una chiusura più rigida, rispetto alla terza
edizione, nei confronti degli autori non
toscani. L'impostazione della nuova
edizione si deve ad Anton Maria Salvini,
che rese possibile l'accoglimento di
scrittori moderni, anche del Seicento e
dei primi del Settecento, ma confermò i
criteri d'esclusione nei confronti della
scienza.

L'ostentato disinteresse per gli ambiti


scientifici alimentò nuove critiche, non
solo tra gli ambienti che non ne
condividevano gli orientamenti linguistici
letterari e arcaizzanti, ma anche tra gli
studiosi di scienza, insofferenti verso
l'atteggiamento di chiusura
dell'Accademia rispetto alle loro
discipline. Contemporaneamente, lo
sviluppo e il progresso delle scienze in
Europa comportavano l'urgenza di una
registrazione della terminologia
specializzata in dizionari dedicati ai vari
settori.

Così, a partire dal 1751, fu pubblicato


L'Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné
des sciences, des arts et des métiers de
gens de lettres (Enciclopedia o Dizionario
ragionato delle scienze, delle arti e dei
mestieri, a cura di una società di uomini
di cultura), di Denis Diderot e Jean
Baptiste Le Rond d'Alembert.
Largamente aperta all'apporto della
scienza, della tecnica e delle arti, in
questa opera i termini venivano spiegati
e definiti non solo mediante definizioni
accurate ed esaurienti, ma anche con
l'aggiunta di tavole d'illustrazione
esplicative. In tal guisa, il modello
rappresentato dalla produzione
lessicografica anglo-francese influenzò,
direttamente o indirettamente, molte
opere pubblicate nel XVIII secolo.

L'opera che, alla fine del secolo, segnerà


più d'ogni altra una svolta rispetto
all'impostazione e ai principi ispiratori
della Crusca, sarà il Dizionario universale
critico enciclopedico della lingua italiana,
in sei volumi, pubblicato a Lucca tra il
1797 e il 1805, dall'abate nizzardo
Francesco Alberti di Villanova, il quale
dichiarava esplicitamente, nella
prefazione dell'opera, d'aver tenuto conto
dell'uso e d'aver preso in considerazione
anche la lingua viva dei parlanti, e le voci
d'uso degli ambiti tecnico-artigianali. I
lemmi sono esemplificati o in modo
tradizionale, mediante citazioni tratte
dagli scrittori (accogliendo, oltre agli
autori approvati dalla quarta edizione del
Vocabolario della Crusca, anche autori
scientifici), oppure avvalendosi
d'informazioni e definizioni raccolte da
inchieste dirette dal D'Alberti in Toscana,
il quale, visitando fabbriche, opifici,
laboratori, annotava dalla viva voce degli
intervistati nomi e definizioni degli
oggetti.

Nel frattempo non si sopirono le


polemiche che avevano accompagnato
l'uscita delle prime tre edizioni del
Vocabolario della Crusca e poi della
quarta. Alle tradizionali critiche
s'aggiunse un'insofferenza ancor più
radicale, di stampo illuminista, nei
confronti dell'autoritarismo linguistico
degli Accademici e del primato
fiorentino. Fra i critici più decisi, il
milanese Alessandro Verri nel 1756
scrisse la Rinunzia avanti notaio al
Vocabolario della Crusca, pamphlet nel
quale esprimeva il fastidio per
l'eccessivo formalismo della cultura del
tempo. Melchiorre Cesarotti, invece,
proponeva l'istituzione, a Firenze, di un
Consiglio nazionale della lingua, da
sostituire all'Accademia della Crusca, che
avrebbe dovuto modificare i criteri di
raccolta delle voci, e le avrebbe schedate
traendole non solo dai libri degli scrittori,
ma direttamente dalle persone che
esercitavano determinate professioni e
mestieri, accogliendo con larghezza il
lessico delle arti, dei mestieri, della
tecnica e delle scienze. Il materiale così
raccolto sarebbe poi confluito in un
vocabolario. In realtà però, quando il
saggio del Cesarotti fu pubblicato,
l'Accademia della Crusca era già stata
soppressa nel 1783, e fusa con
l'Accademia fiorentina.

L'Ottocento: "il secolo dei dizionari" …


L'Ottocento è stato definito "il secolo dei
dizionari", perché mai come in
quell'epoca sono stati pubblicati tanti e
diversi vocabolari della lingua italiana. Se
nel corso del Settecento si era realizzato
un progressivo allontanamento dal
modello della Crusca, con una nuova
attenzione nei confronti della
terminologia tecnico-scientifica e
dell'uso vivo della lingua, c'era anche chi
proponeva, all'inizio dell'Ottocento, un
ritorno all'imitazione della lingua
fiorentina del Trecento.

L'esponente più rappresentativo del


Purismo, contrario ad ogni rinnovamento
e ad ogni contatto con le altre lingue è
l'abate Antonio Cesari, autore della
Crusca veronese, pubblicata fra il 1806 e
il 1811. Attraverso quest'opera il Cesari
non intendeva aggiornare il Vocabolario
della Crusca, ma perfezionarlo, arricchirlo
con l'aggiunta e l'integrazione di voci
tratte da autori del Trecento e del
Cinquecento. Il lessicografo veronese era
convinto che la superiorità del fiorentino
trecentesco dipendesse dalla sua innata
perfezione e purezza: basandosi su
questa certezza, ripristinò forme
considerate più corrette rispetto a quelle
registrate dalla Crusca, aggiunse un gran
numero di varianti grafiche o fonetiche,
respinse gli autori moderni e mantenne il
rifiuto e la chiusura nei confronti della
terminologia tecnico-scientifica.

Il rigorismo arcaizzante del Cesari fu


oggetto di sarcasmi e polemiche, ma
ebbe anche seguaci in Luigi Angeloni e
Basilio Puoti. Il primo, pur schierandosi
sulle stesse posizioni del Cesari, se ne
distingueva per l'ammirazione del
Boccaccio e per il rifiuto delle
espressioni popolari toscane; il secondo,
al pari del Cesari, lodava la semplicità e
la naturalezza degli scritti trecenteschi,
ma ne criticava gli elementi
eccessivamente popolari.

Il Purismo favorì due elementi: la


pubblicazione di numerosi repertori e
lessici concepiti come elenchi di voci da
proscrivere e il dibattito sulla lingua,
tradizionalmente riservato ai letterati e
agli intellettuali. Il primo dizionario
puristico fu compilato da Giuseppe
Bernardoni, il quale, nonostante
l'impostazione censoria, si rese conto
che molti dei neologismi del linguaggio
burocratese registrati erano ormai
stabilmente entrati nell'uso, e non
avrebbe avuto senso decretarne
l'ostracismo. Al Bernardoni rispose
polemicamente Giovanni Gherardini, con
un altro elenco nel quale molte delle voci
condannate dal Bernardoni venivano
riabilitate; altre ammesse da questi,
erano considerate veri e propri errori da
evitare.

Gli eccessi del Purismo suscitarono


polemiche e reazioni, soprattutto dal
fronte lombardo, antifiorentino e
antitoscano dei “classicisti”, il cui
esponente più rappresentativo è
Vincenzo Monti, il quale condannò la
visione ristretta e anacronistica degli
Accademici, mettendone in discussione
la preparazione filologica e criticando la
selezione degli autori e l'assenza delle
terminologie tecnico-scientifiche.
Secondo il Monti erano stati privilegiati, a
torto, testi minori fiorentini del Trecento e
trascurato il contributo letterario degli
scrittori delle altre regioni italiane.
Nell'avversione del Monti nei confronti
del Cesari e della Crusca si riflettevano le
posizioni del classicismo linguistico,
secondo il quale l'italiano letterario non
coincideva col fiorentino trecentesco, ma
s'era formato anche grazie al contributo
degli scrittori, dei filosofi e degli
scienziati provenienti da varie parti
d'Italia.

Mentre le polemiche tra i puristi e i


classicisti continuavano, gli Accademici
proseguivano lentamente i lavori
preparatori per una quinta edizione del
Vocabolario della Crusca (la cui
Accademia era stata ufficialmente
ricostruita da Napoleone nel 1811). Ma la
necessità di un grande dizionario storico
della lingua italiana, da pubblicare
all'indomani dell'unità d'Italia (1861) era
particolarmente forte. Così, ad opera di
Niccolò Tommaseo, tra il 1861 e il 1879,
fu pubblicato il Dizionario della lingua
italiana, l'impresa lessicografica più
importante dell'Ottocento, perché
nell'opera trovarono finalmente un
equilibrio la tradizione e l'innovazione. La
tradizione era rappresentata dallo
spoglio dei testi antichi e dagli esempi
tratti dal Vocabolario della Crusca;
l'innovazione consisteva nella citazione
di scrittori anche non toscani
dell'Ottocento, di trattati tecnico-
scientifici, e soprattutto nell'aver elevato
a modello la lingua dell'uso tosco-
fiorentino moderno, descritta attraverso
una fraseologia ricca d'esempi. L'impresa
fu portata a termine, con l'aiuto di molti
collaboratori.

Lacune e contraddizioni sono dovute alla


presenza di più collaboratori e al metodo
artigianale di compilazione. Va ricordato,
a tal proposito, che il Tommaseo
rivedeva tutte le schede prima d'inviarle
in tipografia, arricchendole d'aggiunte e
d'osservazioni, talvolta appesantite dai
suoi giudizi, dalle sue insofferenze, dalle
sentenze moraleggianti e dalla
serpeggiante misoginia. Ciò nonostante,
l'opera del Tommaseo costituisce il
primo esempio di dizionario storico
capace di conciliare la dimensione
sincronica (la lingua documentata e
descritta in un determinato momento
storico) con quella diacronica (la lingua
documentata e descritta attraverso la
sua evoluzione).

Solo nel 1863 fu dato alle stampe il


primo volume della quinta edizione del
Vocabolario della Crusca. L'orientamento
arcaizzante e l'atteggiamento toscano-
centrico delle prime quattro edizioni era
attenuato. Venivano accettati, con molte
cautele, gli autori moderni, anche non
toscani. Si proponeva di separare le voci
morte da quelle vive, ma si confermava
la chiusura rispetto all'accoglimento del
lessico tecnico-scientifico. Nonostante i
meriti di quest'ultima sfortunata
edizione, le sue esclusioni ormai
anacronistiche, la mancanza di
fraseologia tratta dall'uso, la concisione
eccessiva delle definizioni ne facevano
uno strumento non più sufficiente a
rappresentare la lingua italiana della
complessa e articolata realtà
postunitaria.

I dizionari metodici, definiti da Giovanni


Nencioni “specchi socio-linguistici
dell'Italia artigiana”, raggruppano le
parole per categorie, in base all'affinità
delle nozioni che esprimono. Questi
dizionari rispondevano ai bisogni,
particolarmente forti nella prima metà
del secolo, d'un pubblico che voleva
conoscere i termini nazionali, non più
municipali, per designare gli oggetti della
vita quotidiana, dato che mancava un
lessico comune per i vari settori della vita
pratica, domestica, delle professioni,
della tecnica e dell'artigianato. Il più noto
è il Vocabolario metodico di Giacinto
Carena, edito a Torino tra il 1846 e il
1860. Il naturalista e lessicografo
piemontese raccolse un gran numero di
voci delle arti e dei mestieri, attraverso
vere e proprie inchieste sul campo in
Toscana, riunendo in successione non
solo le voci collegate ad un soggetto, ma
anche le locuzioni, le frasi idiomatiche e i
modi di dire del parlato.

Fra i dizionari metodici vanno citati


anche:

il Vocabolario domestico napoletano e


toscano di Basilio Puoti, pubblicato a
Napoli nel 1851;
il Vocabolario domestico italiano ad uso
dei giovani di Francesco Taranto e
Carlo Guacci, edito a Napoli nel 1850,
nel quale viene rivolta particolare
attenzione al confronto tra le voci
napoletane e le corrispondenti voci
toscane, considerate come modello di
riferimento;
e il Vocabolario nomenclatore illustrato
di Palmiro Premoli, pubblicato fra il
1909 e il 1912, un tentativo tardivo ma
originale di combinare in un'unica
opera un dizionario metodico, un
dizionario dell'uso, un dizionario dei
sinonimi, un dizionario enciclopedico.

Accanto ai dizionari metodici, ci sono


numerosi dizionari specialistici pubblicati
nel corso del secolo: dizionari
d'agricoltura, dizionari del commercio,
dizionari storico-amministrativi, dizionari
dei termini della navigazione, dizionari
dei lavori femminili, ecc…
Verso la fine del secolo comparvero i
dizionari dell'uso, rivolti ai lettori comuni,
il cui capostipite è il Novo vocabolario
della lingua italiana di Giovanni Battista
Giorgini ed Emilio Broglio, pubblicato a
Firenze tra il 1870 e il 1897. Il dizionario
fu concepito sulla base delle idee
manzoniane e sul modello del
Dictionnaire de l'Académie française. Si
tratta della prima realizzazione
lessicografica basata sull'uso vivo della
lingua: vengono eliminati gli esempi
d'autore, sono ridotti drasticamente gli
arcaismi, abbondano le indicazioni
sull'ambito e sul livello d'uso e si fornisce
una ricca fraseologia ripresa dal parlato
quotidiano, per testimoniare l'uso reale.
Da ricordare anche altre due opere: il
Vocabolario della lingua parlata di
Giuseppe Rigutini e Pietro Fanfani (1875)
e il Novo dizionario universale della lingua
italiana di Policarpo Petrocchi. La prima
opera può essere considerata un
compromesso tra le innovazioni
coraggiose del Giorgini-Broglio; la
seconda presenta la grafia ortoepica, con
accenti e caratteri speciali per indicare la
corretta pronuncia delle parole registrate,
e la suddivisione delle pagine in due
parti, relegando nella parte inferiore il
lessico arcaico e ormai desueto.

Fra i principali dizionari dialettali, vanno


ricordati almeno il Vocabolario milanese-
italiano di Francesco Cherubini (1814), il
Dizionario del dialetto veneziano di
Giuseppe Boerio (1829), il Gran dizionario
piemontese-italiano di Vittorio Sant'Albino
(1859) e il Nuovo dizionario siciliano-
italiano di Vincenzo Mortillaro (1876).

Dal Novecento alla lessicografia


contemporanea

L'attività lessicografica, nei primi decenni


del Novecento, continuò ad essere
condizionata dalle vicende del
Vocabolario della Crusca, avviata nel
1863. Vari fattori, infatti, ne decretarono
la fine: i criteri di compilazione
invecchiati, le critiche e le polemiche
sulla funzione dell'Accademia, l'aumento
dei costi della stampa nel periodo della
prima guerra mondiale. Inoltre
l'Accademia era accusata di “sonnolenza
e incapacità”, e personalità autorevoli
come il critico letterario Cesare De Lollis
e il filosofo Benedetto Croce si
dichiaravano contrarie al toscanesimo e
a qualunque concezione di “lingua
modello”. L'11 marzo 1923 un decreto del
Ministero della Pubblica Istruzione del
governo fascista, diretto da Giovanni
Gentile, sospese la pubblicazione del
Vocabolario, rimasto per sempre
incompiuto alla fine della lettera O, alla
voce ‘ozono’.
L'opera destinata a sostituire il
Vocabolario della Crusca non ebbe sorte
migliore. Nel 1941 fu pubblicato il primo
volume (lettere A-C) del Vocabolario della
lingua italiana progettato dall'Accademia
d'Italia (l'Accademia che, fondata nel
1926, durante il fascismo, aveva preso il
posto dell'Accademia Nazionale dei
Lincei) e diretto dal filologo Giulio
Bertoni. Pur essendo segnato
dall'ideologia del tempo, l'opera
accoglieva con larghezza, accanto a
quelli tratti da autori antichi, esempi
d'autori moderni maggiori e minori
(Guido Gozzano, Grazia Deledda, Luigi
Pirandello, Massimo Bontempelli, ecc…);
prescindeva del tutto, per molte voci
d'uso comune, dalle citazioni letterarie;
registrava con misura anche termini
tecnico-scientifici, neologismi e
forestierismi (i prestiti non adattati erano
segnalati entro parentesi quadre); e
riservava una particolare attenzione alle
etimologie. Vari motivi, tuttavia, ne
determinarono l'interruzione: la guerra, la
morte di Giulio Bertoni, la soppressione
dell'Accademia d'Italia nel 1944.

Uno scaffale di vocabolari dialettali italiani


Va però ricordata, per questo periodo,
l'intensa produzione di dizionari dell'uso,
in un unico volume, opere che si
richiamavano al Rigatini-Fanfani, al
Petrocchi e, indirettamente, al Giorgini-
Broglio. Da citare, in particolare, il
Vocabolario della lingua italiana di Nicola
Zingarelli (pubblicato a partire dal 1917)
e il Novissimo dizionario della lingua
italiana di Fernando Palazzi (pubblicato
per la prima volta nel 1939), destinati alla
scuola e alle famiglie.

Un caso particolare è rappresentato dal


Dizionario moderno, pubblicato nel 1905,
di Alfredo Panzini, che testimonia il
modificarsi e il rinnovarsi del lessico
italiano lungo quarant'anni, attraverso
sette edizioni (1908, 1918, 1923, 1923,
1931, 1935), fino all'ottava edizione,
postuma, curata nel 1942 da Bruno
Migliorini e Alfredo Schiaffini. In
quest'opera ogni nuova forma o
locuzione viene osservata con interesse
e curiosità, e offre l'occasione per
commenti e notazioni sui neologismi e
sui forestierismi, registrati senza
pregiudizi.

L'attività lessicografica riprese alla fine


della guerra, col Dizionario Enciclopedico
Italiano (1955-1961) dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, opera con la
quale si realizzò uno riuscito
esperimento di fusione tra vocabolario
ed enciclopedia. Il criterio che ne guidò la
realizzazione fu quello di proporre ai
lettori la realtà linguistica del momento,
tenendo conto, non tanto e non solo,
della lingua letteraria, quanto di quella
parlata, della lingua dei giornali e degli
altri mezzi di comunicazione di massa.

Negli stessi anni fu avviata il Grande


dizionario della lingua italiana (GDLI) di
Salvatore Battaglia, progettato col
proposito di rinnovare il Dizionario della
lingua italiana di Tommaseo-Bellini,
pubblicato tra il 1961 e il 2002. La mole
dell'opera (21 volumi) e i tempi di
pubblicazione (41 anni) hanno fatto sì
che l'opera abbia mutato il taglio e i
criteri iniziali. I primi volumi erano, infatti,
caratterizzati da uno spoglio
quantitativamente eccessivo di testi
letterari dell'Otto e del Novecento, ma
quest'impostazione è stata modificata in
corso d'opera, accogliendo una
documentazione tratta non più solo da
fonti letterarie, ma da testi che riflettono
le varie modalità dell'italiano scritto. Il
GDLI è anche contraddistinto da grande
ricchezza dell'esemplificazione tratta da
testi della tradizione medievale non
toscana, del Quattrocento, del Seicento,
del Settecento. Anche nei confronti dei
forestierismi non adattati il rifiuto iniziale
s'è attenuato.
Altro Dizionario storico delle origini è il
Glossario degli antichi volgari italiani
(GAVI) di Giorgio Colussi, pubblicato ad
Helsinki a partire dal 1983, frutto di
vastissimi spogli di testi scritti prima del
1321, anno della morte di Dante.

Anche la lingua d'uso è rappresentata


compiutamente grazie a due opere
apparse alla fine del Novecento. La prima
opera è il Vocabolario della lingua italiana
(VOLIT) di Aldo Duro, pubblicato dalla
Treccani in una prima edizione (1986-
1994) e in una seconda (1997), anche in
versione CD-ROM. Il vocabolario registra,
accanto alla lingua letteraria, la lingua
moderna e i nuovi usi legati alla lingua di
tutti i giorni, documentati attraverso una
ricca fraseologia esplicativa, nonché la
terminologia scientifica, i linguaggi
settoriali, i neologismi e i forestierismi.
Un'attenzione particolare è riservata alle
trasformazioni in atto nel costume e
nella società, attraverso le nuove
accezioni o le diverse connotazioni di
parole d'uso comune.

Nel 1999 è stato pubblicato il Grande


dizionario dell'uso (GRADIT) di Tullio De
Mauro, sei volumi comprendenti circa
260.000 lemmi, per i quali viene indicata
la data di prima attestazione e la fonte.
Per ogni voce lemmatizzata, viene
segnalata la categoria d'appartenenza, a
seconda che si tratti di parole di
massima frequenza, d'alta frequenza o
alto uso, d'alta disponibilità o familiarità;
le parole sono inoltre distinte in comuni,
d'uso tecnico-specialistico, d'uso
letterario, parole straniere non adattate,
d'uso regionale, dialettali, di basso uso,
obsolete.

Accanto al VOLIT e al GRADIT, continua


tuttora la pubblicazione di dizionari
monovolumi dell'uso, che si propongono
di descrivere lo stato sincronico della
lingua, aggiungendo talvolta tavole
illustrative e di nomenclatura, repertori di
nomi di persona e di luoghi, di proverbi, di
locuzioni latine, di sigle e abbreviazioni,
nonché utili appendici sui dubbi
linguistici, con indicazioni grammaticali.
Tra i principali dizionari dell'uso in un
solo volume si segnalano lo Zingarelli, il
Devoto-Oli , il Sabatini-Coletti.

Un caso a parte è rappresentato dal


Dizionario italiano ragionato (DIR), diretto
da Angelo Gianni e pubblicato nel 1988, il
quale, pur mantenendo l'ordine alfabetico
dei lemmi, riunisce in famiglie guidate da
una parola chiave le parole legate da una
stessa etimologia e da un rapporto
semantico. Il DIR si differenzia dagli altri
dizionari anche per l'aggiunta
d'informazioni di carattere enciclopedico,
la discorsività delle definizioni e il
carattere divulgativo delle voci
scientifiche.

Meno ricco è il panorama dei dizionari


dei sinonimi. In questo settore le opere
più significative sono il Dizionario dei
sinonimi e dei contrari dell'Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, progettato e
diretto da Raffaele Simone; il Dizionario
dei sinonimi e dei contrari della UTET,
progettato e diretto da Tullio De Mauro; il
Devoto-Oli dei sinonimi e dei contrari della
Le Monnier, di cui è autore Maurizio
Trifone.

Per quanto riguarda i dizionari


etimologici, i primi sono stati pubblicati
nel secondo dopoguerra. Il Dizionario
etimologico italiano (DEI), in cinque
volumi, di Carlo Battisti e Giovanni
Alessio, pubblicato tra il 1950 e il 1957,
comprende non solo il lessico letterario,
ma anche quello tecnico-scientifico, e
prende altresì in considerazione le voci
dialettali, con l'aggiunta della datazione
della prima attestazione nota o
dell'indicazione del secolo al quale
bisogna risalire.

Ma una vera svolta si ha con la


pubblicazione del Dizionario etimologico
della lingua italiana (DELI), di Manlio
Cortelazzo e Paolo Zolli, che ricostruisce
la biografia d'ogni voce registrata,
fornendo la data di prima attestazione,
l'etimologia prossima e remota, e una
serie d'informazioni relative alla storia
della parola, agli ambiti semantici in cui
ogni voce è nata e s'è sviluppata, alla sua
fortuna nella storia della lingua italiana,
attraverso le citazioni scritte, frutto d'un
vastissimo spoglio al quale i due autori
hanno sottoposto testi d'ogni tipo, con
l'aggiunta d'una bibliografia essenziale.

Nel 1979 è stata avviata anche un'altra


grande opera, il Lessico etimologico
italiano (LEI) di Max Pfister. Il LEI è
ordinato per etimi, ma è possibile
rintracciare le forme anche attraverso gli
indici ordinati alfabeticamente; le voci
hanno una struttura interna tripartita,
contrassegnata da numeri romani, a
seconda che si tratti di vocaboli ereditari
(cioè le parole derivanti ininterrottamente
dal latino parlato fino alla caduta
dell'Impero romano d'Occidente, nel 476
d.C.) di vocaboli dotti e semidotti, di
prestiti e di calchi da altre lingue, e sono
arricchite da vere e proprie dissertazioni
etimologiche, seguite dall'indicazione
degli altri dizionari etimologici
consultabili per la stessa voce, dai rinvii
bibliografici e dal cognome dello
studioso che ha redatto la voce stessa.

Note
1. ^ Dizionario , su treccani.it. URL
consultato il 29 aprile 2017.
2. Giulio Nascimbeni (a cura di),
Scrivere. Corso di scrittura creativa,
vol. 1, Milano, Fabbri Editore, 1996,
p. 20-21.
3. ^ L'edizione multimediale, a cura di
Piero Fiorelli e Tommaso Francesco
Bórri, è consultabile anche in linea .
4. Paola Tiberii, Dizionario delle
collocazioni. Le combinazioni delle
parole in italiano, Zanichelli, 2012, p.
3

Bibliografia
Michele Barbi, Per un grande
vocabolario storico della lingua italiana,
Firenze, Sansoni, 1957.
Rosario Coluccia (a cura di), Riflessioni
sulla lessicografia: atti dell'Incontro
organizzato in occasione del
conferimento della laurea honoris causa
a Max Pfister [Lecce, 7 ottobre 1991],
Galatina, Congedo Editore, 1992.
Claudio Marazzini, L'ordine delle parole.
Storia di vocabolari italiani, Bologna, Il
Mulino, 2009.
Bruno Migliorini, Parole nuove:
appendice di dodicimila voci al
"Dizionario moderno", Milano Hoepli,
1963.
Bruno Migliorini, Che cos'e un
vocabolario?, Firenze, Le Monnier,
1961.
Bruno Migliorini, Parole e storia Milano,
Rizzoli, 1975.
Valeria Della Valle, Dizionari Italiani:
storia, tipi, struttura, Carocci Editore,
2005.

Voci correlate
Lessicografia
Lessicologia
Lessema
Lemma
Falso lemma
Polisemia
Accezione
Dizionario analogico
Dizionario inverso
Papia (lessicografo)

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(EN) Dizionario , in Encyclopædia
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(EN, FR) Dizionario , su Enciclopedia
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