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Dispensa Umberto Eco

La questione centrale è naturalmente che cosa voglia dire tradurre, e la risposta - ovvero la domanda di
partenza - è che significhi "dire quasi la stessa cosa". A prima vista sembra che il problema stia tutto in quel
"quasi" ma, in effetti, molti sono gli interrogativi anche rispetto al "dire", rispetto allo "stessa" e soprattutto
rispetto alla "cosa". Dato un testo, che cosa di quel testo deve rendere il traduttore? La semplice superficie
lessicale e sintattica? Troppo facile, ovvero troppo difficile, come si vedrà.

Il libro si apre con una domanda fondamentale: che cosa vuol dire tradurre? Qual è la risposta che dà
Umberto Eco? Tradurre vuol dire: dire quasi la stessa cosa. Perché dire quasi la stessa cosa? Supponiamo ad
esempio di trovare all’interno di un romanzo inglese un’espressione del tipo “it’s raining cats and dogs”.
Sarebbe piuttosto inopportuno e sciocco tradurre alla lettera “stanno piovendo cani e gatti”. Si tradurrà ad
esempio “piove a catinelle” o “piove come Dio comanda”. Dobbiamo però considerare il romanzo che
stiamo traducendo, di che genere si tratti. Se si trattasse di un romanzo di fantascienza e l’autore ci volesse
dire che realmente stiano piovendo cani e gatti dal cielo? Se questa frase invece fosse pronunciata da un
uomo ossessionato da cani e gatti? Un uomo ad esempio che pronuncia questa frase al proprio
psicoterapeuta?

Ecco perché Eco parla del “Tradurre” nel senso di dire QUASI la stessa cosa: quanto deve essere elastico
quel quasi? Il quasi inteso come negoziazione. La traduzione in sé è un processo di negoziazione?

Per Umberto Eco è molto importante la collaborazione tra autore e traduttore. L’autore può suggerire
soluzioni, suggerendo al traduttore o ai traduttori quali licenze si possano prendere. Eco parla anche del
concetto di Fedeltà. È possibile che il testo di partenza si trasformi nel momento in cui viene redatto in
un’altra lingua. Eco parla di possibilità e non di impossibilità. Il testo può assumere nuove potenzialità, ad
esempio delle potenzialità che potevano essere rimaste ignote anche allo stesso autore.

Ad esempio prendiamo in considerazione l’espressione YOU ARE JUST PULLING MY LEG. Se si traducesse
letteralmente apparirebbe come una frase, un’espressione piuttosto inusuale “stai solo tirandomi la
gamba”. Si tradurrebbe “mi stai prendendo in giro o mi stai prendendo per il naso”. Il personaggio che
pronuncia questa frase “You are just pulling my leg” sta usando quella che nella sua lingua è una frase fatta.
Ecco dunque come un atto di apparente infedeltà si rivela alla fine un atto di fedeltà. OGNI TRADUZIONE
PRESENTA DEI MARGINI DI INFEDELTà. La traduzione si fonda su processi di NEGOZIAZIONE. Da una parte
c’è il testo fonte, dall’altra il testo d’arrivo. Bisognerà valutare tutta una serie di fattori, quali ad esempio
l’orizzonte d’arrivo, vi sono poi anche gli interessi commerciali, editoriali. IL TRADUTTORE SI PONE COME
NEGOZIATORE. Non esiste una traduzione migliore di un’altra. Ovviamente però è piuttosto semplice capire
se una traduzione sia corretta, ben fatta o errata.

È difficile definire cosa sia la traduzione propriamente detta. Tradurre vuol dire essenzialmente “volgere in
un’altra lingua, una lingua distinta da quella originaria”.

Umberto Eco ci parla anche di difficoltà traduttive con le quali ha avuto a che fare. Guarda il termine
CHAUMIERES. La parola chaumiere in italiano non esiste, non esiste un vero e proprio equivalente. I
traduttori italiani hanno optato per diversi termini: capanna, casupola, casetta, piccola baita, cottage. Il
termine chaumiere in francese presuppone tutta una serie di qualità: casa di contadini, piccola, di pietra,
con tetti di stoppia, umile. La chaumiere dunque non può essere una capanna (in italiano infatti è di legno o
paglia, non di pietra); non può essere una casetta perché ha il tetto di stoppia, mentre in Italia una casetta
ha generalmente il tetto costituito da tegole. Alcuni traduttori hanno optato per “casupole in pietra”,
dunque non hanno utilizzato un’unica parola, tre parole al posto di una. Umberto Eco si è trovato a
negoziare.
Pierce e gli interpretanti
Per Pierce l’interpretante è quel qualcosa che mi dice di più. Per esempio l’interpretante può essere anche
una risposta comportamentale o emotiva. Ad esempio una risata può essere interpretata, una risata mi fa
capire che possa essere stata detta una battuta, un qualcosa di spiritoso. Dobbiamo sottolineare però il
fatto che UNA TRADUZIONE è UNA INTERPRETAZIONE MA UNA INTERPRETAZIONE NON è UNA
TRADUZIONE. Una risata infatti mi fa capire che si trattava di una battuta ma non ne esplicita il contenuto.
L’interpretante può essere anche un sinonimo o un segno non linguistico, posso interpretare il termine
BOIS indicando ad esempio un bosco o il disegno di un bosco.

Approfondisci: TIPI COGNITIVI, CONTENUTO NUCLEARE, CONTENUTO MOLARE.

TRADURRE SIGNIFICA LIMARE VIA. Ovviamente vi sono delle parole e delle frasi fatte intraducibili; in quel
caso il traduttore dovrà ammettere la propria sconfitta ricorrendo a note a pie di pagina o margine.

Distinzione di Jakobson:

Distinzione tra tre diversi tipi di traduzione:

- Interlinguistica
- Intralinguistica
- Intersemiotica

Jakobson era affascinato da Pierce. Noi sappiamo che Pierce parla di interpretanti. Cosa sostiene Umberto
eco? UNA TRADUZIONE è UNA INTERPRETAZIONE UNA INTERPRETAZIONE NON è UNA TRADUZIONE. Eco
parte da questo concetto. Eco discute la definizione di traduzione di Roman Jakobson. Il grande linguista
russo riprende e usa il termine “traduzione” x definire la nozione di interpretazione n(riprendendola da
Pierce). Eco dimostra invece che i due concetti sono diversi e non assimilabili, a meno che non si usi il
termine traduzione come metafora, un “quasi come”.

Per eco la parafrasi non è una traduzione.