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Paolo

Di Sacco

Le basi plu
s
della letteratura
3a
Con percorsi
di educazione linguistica

Tra Ottocento
e Novecento
Edizioni Scolastiche
Bruno Mondadori
Paolo Di Sacco

Le basi plu
s
della letteratura
Con percorsi
di educazione linguistica

3A
Tra Ottocento
e Novecento

Edizioni Scolastiche
Bruno Mondadori
Franco Amerini
Le basi plu
s
della letteratura
progettazione editoriale e coordinamento

Marina Bardini
progettazione grafica e copertina

Laura Guerrini
redazione

Cecilia Lazzeri
ricerca iconografica

Compos 90
impaginazione

Studio Lauti - Bologna


cartografia

Massimiliano Martino
controllo qualità

Tutti i diritti riservati


© 2011, Pearson Italia, Milano - Torino

www.brunomondadoriscuola.com

978 88 424 3526 6 A

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L
legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni
e basi della letteratura Plus è un’opera pensata per accompagnare
effettuate per finalità di carattere professionale,
economico o commerciale, o comunque per uso il lavoro quotidiano degli studenti e per valorizzare
diverso da quello personale, possono essere
effettuate a seguito di specifica autorizzazione le buone pratiche didattiche della nostra scuola secondaria
rilasciata da AIDRO, corso di Porta Romana n.108,
di secondo grado nell’insegnamento della letteratura italiana.
20122 Milano, e-mail segreteria@aidro.org e sito
web www.aidro.org.

L
articolazione in Monografie, i capitoli sugli autori e i movimenti
più importanti, e in Raccordi, i capitoli sintetici sugli argomenti
di minore rilevanza, permette di presentare in maniera esauriente
la storia letteraria, pur in un’opera di dimensioni contenute, concentrandosi
in modo approfondito ed efficace sui classici. Inoltre, Le basi della letteratura
Plus facilitano l’apprendimento, grazie alla chiarezza del linguaggio,
all’efficace inquadramento dei periodi trattati (nei Contesti), alle analisi
Stampato per conto della casa editrice
presso La Tipografica Varese - Varese guidate dei testi, all’ampia e costante presenza di aiuti allo studio in chiave
(Italia) “visiva” (mappe, schemi, analisi di brani, sintesi): tutti strumenti per
Ristampa Anno
orientarsi, capire e memorizzare, vale a dire per lavorare con profitto
0123456 11 12 13 14 15 16 sulla storia letteraria, i testi, il linguaggio.
L
e nuove indicazioni curricolari
chiedono al docente del triennio
di affiancare all’insegnamento
della storia letteraria la ripresa
e la continuazione di una formazione
linguistica generale. Per questo,
Le basi della letteratura Plus comprende
le sezioni di Educazione linguistica, con schede
dedicate ad argomenti di morfosintassi e di lessico
e ad aspetti storici e sociali della lingua italiana.
La loro funzione è di consolidare le competenze
acquisite nel biennio e di svilupparle in un’ottica
linguistica da triennio.
Va in questa direzione anche un’altra novità del
manuale: la Scuola di scrittura, presente alla fine
di ciascun volume. Con una proposta di lavoro
graduata sui tre anni, la Scuola guida lo studente L e disposizioni di legge richiedono libri
al potenziamento delle capacità di scrittura, di testo in forma mista, ossia con una parte
attraverso un percorso operativo che inizia cartacea e un’estensione online.
dalle Riscritture, passa per la costruzione del Ma il corredo digitale di Basi della letteratura Plus
Progetto testuale e porta lo studente ad affrontare va molto al di là dell’obbligo imposto dalla legge,
le tipologie di scrittura per l’Esame di Stato. configurandosi come un vero e proprio libro parallelo
e integrato con quello cartaceo.

N
uove sono anche le sezioni iconografiche La dotazione antologica del corso, infatti, è ampliata
I linguaggi dell’arte, che inquadrano da oltre 100 testi supplementari online, segnalati
i principali movimenti delle arti figurative. nell’indice dei volumi per un più facile reperimento,
Numerose altre schede iconografiche, Leggere e suddivisi in Testi e in Laboratori interattivi.
l’arte e Sguardi sulla società, si trovano dislocate Sono inoltre presenti online brani di critica letteraria.
lungo il manuale in collegamento con la corrente Tutti i materiali sono segnalati nei volumi
letteraria, l’autore o l’opera lì trattati. con il simbolo
Paolo Di Sacco
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Tra Ottocento
e Novecento
L’emancipazione femminile ■ IL DOCUMENTO
Contesto 15
■ SCHEDA
Nietzsche: «Dio è morto!» 4. I «maestri del sospetto» ■ IL
■ Storia DOCUMENTO Freud: «L’Io non è padrone in casa propria»
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ Mass media e industria culturale
1 I primi decenni del Regno d’Italia 18
1. L’Italia della Destra storica 2. L’annessione del Veneto e 3 Intuizione e vita interiore nelle filosofie
la questione romana 3. La sinistra al governo 4. L’età cri- d’inizio Novecento 41
spina 5. La crisi di fine secolo 6. Il movimento operaio e i 1. Croce e Bergson 2. Tra soggettivismo e razionalismo
socialisti
Sintesi visiva Due modelli culturali 42
2 L’età dell’imperialismo e l’espansione
coloniale 22
1. Un fenomeno nuovo: il colonialismo come imperiali- ■ Poetiche
smo 2. Le ragioni del colonialismo 1 Naturalismo e Verismo 43
1. Dalla Francia la novità del Naturalismo 2. La poetica
3 La seconda rivoluzione industriale 24
naturalistica ■ IL DOCUMENTO Zola: letteratura e analisi scien-
1. La grande industria e i progressi di scienza e tecnica tifica 3. Il Verismo italiano 4. Naturalismo e Verismo sulle
2. L’emigrazione dall’Europa e l’emergere di una nuova scene teatrali ■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ La fotografia
potenza industriale, gli Stati Uniti
2 Il Decadentismo 48
4 L’età giolittiana 25
e la letteratura d’inizio Novecento
1. Giolitti: la svolta politica e le aperture sociali 2. Luci e
1. Oltre il Naturalismo 2. Le diverse fasi del Decadentismo
ombre del riformismo giolittiano 3. I cattolici e la politica
3. Simbolismo e rinnovamento del linguaggio poetico 4.
italiana 4. La guerra di Libia e la propaganda nazionalista
Gli sviluppi del Simbolismo 5. La narrativa decadente: i ro-
5 Le tensioni internazionali 28 manzi dell’Estetismo e la venerazione per il «bello» ■ IL DO-
a inizio Novecento CUMENTO Rimbaud: Lettera del «poeta veggente» 6. La posi-
zione di Pascoli e D’Annunzio 7. Il Decadentismo di Svevo
1. L’inizio del secolo, tra illusioni di pace e politiche ag-
e Pirandello e la nuova narrativa psicologica 8. Romanzo
gressive 2. Le alleanze contrapposte 3. Lo scoppio del
italiano e romanzo europeo: i maestri del Novecento ■ LA
conflitto e la posizione dell’Italia
GEOGRAFIA LETTERARIA Centri e autori del Decadentismo 53
6 La Prima guerra mondiale 30
3 Le avanguardie 54
e le sue conseguenze
1. Il concetto di avanguardia 2. Le avanguardie storiche
1. Una svolta epocale 2. L’Europa e l’Italia dopo la guerra
del primo Novecento 3. Il Futurismo 4. L’Espressionismo
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ Le masse, nuove protagoniste della
■ IL DOCUMENTO Il Manifesto del Futurismo 5. Il Dadaismo
storia
6. Il Surrealismo ■ IL DOCUMENTO Il Manifesto dada 1918 e il
Sintesi visiva 33 Manifesto del Surrealismo ■ LA GEOGRAFIA LETTERARIA Le avan-
Il difficile passaggio tra Ottocento e Novecento guardie storiche in Europa 59

Sintesi visiva Tre proposte per la modernità 60


■ Idee Sintesi operativa 61
1 Il Positivismo 34
1. La nuova immagine della scienza 2. L’idea del proges- I linguaggi dell’arte
so 3. La filosofia del Positivismo 4. L’evoluzione naturale
secondo Darwin ■ IL DOCUMENTO Darwin: evoluzione e futuro ■ L’Impressionismo 65
dell’umanità ■ I macchiaioli 66
■ Il Postimpressionismo 67
2 La crisi del modello razionalista 36 ■ L’Espressionismo 68
1. Un nuovo clima culturale 2. Il crepuscolo di una civiltà ■ Il Cubismo e Picasso 69
3. La fine delle certezze tradizionali: Nietzsche e Freud ■ Il Futurismo 70
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Raccordo La stagione del Verismo 113


1. La «conversione» al Verismo: Nedda 2. I racconti di
Il Naturalismo francese 71
Vita dei campi 3. Il «ciclo dei vinti» e I Malavoglia 4.
1. Una letteratura del «progresso» 71
Novelle di campagna, novelle di città 5. L’ultimo capo-
2. Un metodo scientifico per la letteratura 72
lavoro: Mastro-don Gesualdo
■ SCHEDA La penna come un bisturi: romanzo naturalista
e medicina 73 L’ultimo Verga 116
3. Un anticipatore: Flaubert 74
1. Il Verismo impossibile: La duchessa di Leyra 2.
Testi
• Guy de Maupassant, Sull’acqua (La casa Tellier) Finzione e inganno in nuove prove narrative 3. Per un
teatro «verista» 4. L’ultimo romanzo: Dal tuo al mio
Gustave Flaubert Madame Bovary 75
T1 Il matrimonio fra noia e illusioni 76
Sintesi visiva
Émile Zola Germinale 79 Il Verismo di Verga: opere, temi, linguaggio 118
T2 La miniera 80
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ La nascita del cinema 119
Testi
• Émile Zola, Il romanzo come «studio di fisiologia» (Teresa Raquin, Laboratori interattivi
Prefazione) • Via crucis (Per le vie)
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ Vivere nella moderna 84
città industriale
Storia di una capinera 120
Verifica 85
T1 C’era un profumo di Satana in me 121

Raccordo
Nedda 125
Gli scrittori del Verismo 86
T2 Nedda «la varannisa» 126
1. Dal Naturalismo al Verismo 86
2. I veristi siciliani 88 ■ LA PAROLA AL CRITICO

3. Verismo e letteratura regionale 89 L. Russo, Verga tra vecchio e nuovo 130


■ SCHEDA La questione meridionale 90 Testi
• Nedda e Jannu
Luigi Capuana Giacinta 91
T1 Giacinta e un «medico filosofo» 92
Vita dei campi 131
Testi
• Luigi Capuana, Il medico dei poveri (Le paesane) T3 Lettera-prefazione a L’amante di Gramigna 132

Federico De Roberto I Viceré 96 T4 La Lupa 135


T2 Un parto mostruoso e un’elezione al parlamento 97 T5 Cavalleria rusticana 141
■ LA PAROLA AL CRITICO V. Spinazzola, I Viceré 101
T6 Fantasticheria 148
e il volto mutevole del potere
Testi
Grazia Deledda Canne al vento 102
• Rosso Malpelo
T3 Il pellegrinaggio di Efix tra i mendicanti 103

Verifica 107 I Malavoglia 150


T7 Prefazione 154
Monografia ■ LEGGERE L’ARTE La dignità di chi lavora:
Giovanni Verga 108 Il quarto stato di Pellizza da Volpedo 158

T8 La famiglia Toscano 159


La vita 109
1. La famiglia e la formazione 2. I romanzi giovanili e Confronti I promessi sposi e I Malavoglia: 164
il periodo fiorentino 3. Il periodo milanese 4. La «con- due modi assai diversi per cominciare un romanzo
versione» letteraria al Verismo 5. Il ritorno in Sicilia e ■ LA PAROLA AL CRITICO
gli ultimi anni G. Baldi, Verga e l’artificio della regressione 166
T9 Le novità del progresso viste da Trezza 167
L’apprendistato del romanziere 111
1. La formazione di Verga in un clima patriottico e tar- ■ SCHEDA I Malavoglia e la questione meridionale 170

do romantico 2. I romanzi dell’esordio 3. Amori tor- T10 L’addio alla casa del nespolo 171
mentati e sperimentazione narrativa 4. Due romanzi ■ SCHEDA Dal cerchio non si esce:
«mondani»: Eros e Tigre reale il pessimismo «tragico» di Verga 175
7
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Testi T6 Nevicata 232


• Due opposte concezioni di vita: padron ’Ntoni e ’Ntoni (cap. XI)
La parola al critico Laboratori interattivi
• L. Spitzer, L’originalità stilistica dei Malavoglia • Alla stazione in una mattina d’autunno

Novelle rusticane 176 Verifica 234

T11 Libertà 177

■ LA PAROLA AL CRITICO Raccordo


R. Luperini, Rivolta e pietà nella novella di Bronte 184
Testi La Scapigliatura 235
• La roba 1. Un modo diverso di essere artisti 235
a fine Ottocento
Mastro-don Gesualdo 185
2. Gli autori e la poetica 237
T12 Gesualdo e Diodata alla Canziria 187
La parola al critico
■ SCHEDA Il romanzo della «roba» 193 • D. Isella, Che cosa fu la Scapigliatura
Testi
T13 La morte di Gesualdo 194 • Arrigo Boito, L’alfier nero (Racconti)
Laboratori interattivi
■ LA PAROLA AL CRITICO • Arrigo Boito, Dualismo (Libro dei versi, I);
R. Luperini, L’ottica dell’estraneità 200 Lezioni d’anatomia (Libro dei versi, XII)

Emilio Praga Penombre 238


Sintesi operativa 201 T1 Preludio 239
Proposte di lavoro per l’Esame di Stato 204
■ SCHEDA Vita di bohème 241

Iginio Ugo Tarchetti Racconti fantastici 242


Educazione linguistica T2 La lettera U 242

Le norme e l’uso Carlo Dossi L’altrieri. Nero su bianco 249


T3 Lisa 250
Tra grammatica e linguistica
■ SCHEDA L’Espressionismo stilistico 252
SCHEDA 1 Preposizioni di ieri, preposizioni di oggi 207
SCHEDA 2 La «capacità» del pronome 209
Verifica 253
SCHEDA 3 Il «che» polivalente e l’italiano informale 211
SCHEDA 4 I valori dell’aggettivo 212
Raccordo
Raccordo I simbolisti francesi 254
1. L’espressione in versi del Decadentismo 254
Giosue Carducci 215
2. La poetica del Simbolismo 256
1. La vita 215
2. La poetica 216 Charles Baudelaire I fiori del male 257
T1 Corrispondenze 258
■ SCHEDA Carducci e la metrica barbara 217
T2 Spleen 260
Epistolario 218
T1 Lettera a Felice Tribolati 218 ■ SCHEDA Lo spleen: storia di una parola 261

■ SCHEDA Carducci prosatore 220 Arthur Rimbaud Poesie 262


T3 Vocali 263
Rime nuove 221
T2 Pianto antico 222 Illuminazioni 265
■ SCHEDA Un tema classico per un lutto senza speranza 223 T4 Alba 265

T3 Traversando la Maremma toscana 224 La parola al critico


• L. De Maria, L’irripetibile esperienza di Rimbaud alle origini
■ SCHEDA I cipressi di Bolgheri 225 della poesia novecentesca
T4 Il comune rustico 226 ■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ
L’artista protagonista del cambiamento 267
■ SCHEDA Il Medioevo di Carducci 228
Laboratori interattivi Paul Verlaine Poesie 268
• Davanti San Guido T5 Languore 269

Odi barbare 229 ■ SCHEDA Esistenze «maledette» 270


T5 Dinanzi alle Terme di Caracalla 229 T6 Arte poetica 271

8
Stéphane Mallarmé Poesie 273 La poesia dannunziana 307
T7 Brezza marina 274 1. Gli esordi giovanili: il Decadentismo in versi 2. Una
■ SCHEDA La pittura simbolista 275 pausa dai sensi: il Poema paradisiaco 3. L’enciclopedia
in versi delle Laudi 4. Natura, nazionalismo e musica-
Verifica 276
lità in Maia, Elettra, Alcyone ■ SCHEDA La produzione teatrale
di D’Annunzio
Raccordo L’ultima stagione e la nuova prosa «notturna» 309
Il romanzo decadente 277 1. Una nuova scrittura per la prosa 2. Aggiornamento
1. Le strade della narrativa di fine Ottocento 277 letterario e vecchi miti 3. Notturno, il libro più «nove-
2. Identikit del romanzo decadente 278 centesco» di D’Annunzio
■ SCHEDA Estetismo e società di massa 279
■ SCHEDA Il trionfo del romanzo a fine Ottocento 280 Sintesi visiva Generi e opere di D’Annunzio 310
La parola al critico
• A.L. de Castris, Il romanzo come espressione peculiare della crisi Testi
decadente • Rigenerazione spirituale (L’innocente)
• Stelio Èffrena, l’esteta (Il fuoco)
Antonio Fogazzaro Malombra 281
T1 Un vecchio manoscritto e la sua pericolosa 282
rivelazione Canto novo 312
T1 O falce di luna calante 313
Testi
• Antonio Fogazzaro, Le inquietudini di Corrado Silla scrittore
(Malombra) Il piacere 315

■ LEGGERE L’ARTE T2 L’attesa di Elena 316


Dietro le cose, una realtà più profonda 287 ■ LA PAROLA AL CRITICO G. Tosi, Il simbolismo del Piacere320
Joris-Karl Huysmans A ritroso 288 T3 Ritratto d’esteta 321
T2 La casa artificiale del perfetto esteta 289 ■ SCHEDA D’Annunzio e il Decadentismo 325

■ SCHEDA La «passeggiata» di Zola e Huysmans:


due scuole letterarie a confronto 291 Le vergini delle rocce 326
Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray 292 T4 Il programma del superuomo 327
T3 La rivelazione della bellezza 293 ■ SCHEDA D’Annunzio e il fascismo 329

Verifica 296
Alcyone 330
T5 La sera fiesolana 331
Monografia T6 La pioggia nel pineto 335
Gabriele D’Annunzio 297 ■ SCHEDA L’eredità lasciata da D’Annunzio 340
alla letteratura del Novecento
La vita 298 ■ LA PAROLA AL CRITICO
A.L. de Castris, Il limite ideologico di Alcyone 341
1. Le ambizioni di un giovane esteta 2. Suggestioni eu-
ropee 3. Il successo politico e letterario 4. Il poeta del- Scheda visiva 342
la guerra 5. L’impresa di Fiume 6. Un mito tra le reli- La metrica dannunziana: verso libero e strofa lunga
quie del passato T7 I pastori 344
Laboratori interattivi
La poetica: sperimentalismo ed estetismo 301
• Meriggio
1. Lo sperimentatore delle possibilità della parola 2. Un • Novilunio
letterato aperto al nuovo 3. L’uomo del cambiamento
4. L’esteta e le sue squisite sensazioni 5. Il creatore Notturno 346
d’immagini 6. L’artista e la massa T8 Imparo un’arte nuova 347

I romanzi del superuomo 305 ■ LA PAROLA AL CRITICO


R. Barilli, La peculiarità di Notturno 349
1. Sette romanzi tra il 1889 e il 1910 2. L’individualismo
del superuomo ■ SCHEDA Nietzsche, D’Annunzio e il superuo- Sintesi operativa 350
mo 3. Sperimentalismo e antiromanzo 4. Il motivo della de- Proposte di lavoro per l’Esame di Stato 354
cadenza e del «trionfo della morte»

9
Il lampo 385
Monografia T6
■ SCHEDA Pascoli e l’onomatopea 386
Giovanni Pascoli 356
T7 Il tuono 387
La vita 357 T8 X agosto 388
1. L’infanzia e la morte del padre 2. Gli studi fino alla ■ LA PAROLA AL CRITICO 391
laurea 3. L’insegnamento e la fama letteraria 4. Il «ni- G. Bàrberi Squarotti, Il «nido» nella simbologia di Pascoli
do» domestico e la paura della vita 5. Poeta e società: T9 L’assiuolo 392
la diversa posizione di Pascoli e D’Annunzio
■ LA PAROLA AL CRITICO 395
E. Elli, Il «cambio di ottica» nella poesia di Pascoli
Il percorso delle opere 359
1. Lo sperimentalismo pascoliano 2. La novità di Poemetti 397
Myricae 3. I Poemetti 4. I Canti di Castelvecchio 5.
T10 Digitale purpurea 398
L’originale classicismo dei Poemi conviviali 6. L’ultimo
Laboratori interattivi
Pascoli 7. Le poesie in latino 8. Le prose • Nei campi
• Il desinare
• L’aquilone
Sintesi visiva Generi e opere di Pascoli 361 • Il libro

La poetica del «fanciullino» 362 Canti di Castelvecchio 403


e il suo mondo simbolico T11 La mia sera 404

1. Dalla visione oggettiva a quella soggettiva 2. La teo- Analisi visiva Struttura e significati della lirica 406
ria del «fanciullino» 3. Il poeta-fanciullo 4. Il simboli- Confronti «Sere» poetiche tra Otto e Novecento 409
smo pascoliano 5. Presenze simboliche: le campane, i
fiori, gli uccelli 6. Il «nido» e la madre 7. La crisi del- T12 Il gelsomino notturno 411

l’uomo contemporaneo ■ LA PAROLA AL CRITICO 414


E. Gioanola, La tecnica analogica nella poesia di Pascoli

Lo stile e le tecniche espressive 366 T13 La cavalla storna 415

1. Una «lingua speciale» per la poesia 2. I suoni: l’uso Laboratori interattivi


• L’ora di Barga
delle onomatopee 3. La scelta lessicale: diversi livelli di
• La tovaglia
linguaggio 4. La rivisitazione della metrica tradizionale • Il fringuello cieco
5. Una sintassi oggettiva 6. Analogia e sinestesia: la
sperimentazione retorica Poemi conviviali 418
La parola al critico T14 Alèxandros 419
• F. Curi, La «perdita d’aureola» in Pascoli e D’Annunzio
■ LA PAROLA AL CRITICO 423
Il fanciullino 368
P.P. Pasolini, Pasolini interpreta Pascoli

T1 Il fanciullo che è in noi 369 Laboratori interattivi


• L’ultimo viaggio
■ SCHEDA Il poeta come «fanciullo»: un motivo antico, 372
da Platone a Vico e ai romantici
T2 Il poeta è poeta, non oratore o predicatore 373 Sintesi operativa 425
Proposte di lavoro per l’Esame di Stato 429
Confronti Poetiche a confronto: 375
Manzoni, Leopardi, Verga, Carducci, D’Annunzio, Pascoli

Myricae 376 Educazione linguistica


T3 Arano 377 Risorsa lessico
■ SCHEDA Pascoli poeta «impressionista» 378
Una lingua per scrivere
T4 Novembre 379 SCHEDA 5 Lingua parlata e lingua scritta 432
SCHEDA 6 I registri e gli stili del discorso 434
T5 Lavandare 381
SCHEDA 7 Eliminare (sempre) le ripetizioni? 436
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ
L’arte come documento sociale 384 SCHEDA 8 Lo stile nominale 439

10
Raccordo Clemente Rebora Frammenti lirici 491
T2 Dall’intensa nuvolaglia 491
Il Futurismo 441 Testi
1. La sola, vera avanguardia italiana 441 • Clemente Rebora, Viatico (Canti anonimi)
■ LEGGERE L’ARTE 493
■ SCHEDA 442
La visione utopica, dai preraffaelliti a Gauguin
Un vasto retroterra culturale: le fonti del Futurismo
Camillo Sbarbaro Pianissimo 494
2. La poetica futurista 443 T3 Taci, anima stanca di godere 494
3. Scrittori futuristi 444 Testi
• Camillo Sbarbaro, Padre, se anche tu non fossi… (Pianissimo)
■ SCHEDA 445
La seconda generazione futurista e nuove sperimentazioni Dino Campana Canti orfici 496

Filippo Tommaso Marinetti La città carnale 446 ■ SCHEDA Dino Campana e l’orfismo 496

T1 All’automobile da corsa 447 T4 L’invetriata 497


■ SCHEDA Le corse automobilistiche 449 T5 Sogno di prigione 499
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ 450 Testi
La nuova architettura tra ferro, acciaio e cemento armato • Dino Campana, Viaggio a Montevideo (Canti orfici)

Zang Tumb Tumb 451 Verifica 501


T2 Bombardamento 451
■ SCHEDA Un genere futurista: il «manifesto» 453

Aldo Palazzeschi L’incendiario 454 Monografia


E lasciatemi divertire! 455
T3
Italo Svevo 502
Verifica 459
La vita 503
1. La formazione di Ettore Schmitz 2. L’impiego, i pri-
Raccordo mi romanzi, l’abbandono della letteratura 3. L’incontro
con la psicoanalisi e il successo tardivo 4. La Trieste di
I poeti crepuscolari 460
Svevo, un crocevia di culture 5. Svevo intellettuale di
1. La denominazione e la poetica 460
frontiera
2. I gruppi e i protagonisti 462
3. Un bilancio del Crepuscolarismo 463
■ SCHEDA Una città di confine fra Italia e Impero asburgico 505

Guido Gozzano I colloqui 464 La formazione e le idee 506


T1 L’amica di nonna Speranza 465 1. L’attenzione al romanzo 2. Il tema darwiniano della
T2 Totò Merùmeni 470 «lotta per la vita» 3. Schopenhauer e la volontà incon-
■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ 474 sistente 4. Domande inquietanti 5. L’influsso di Marx e
La vita quotidiana nell’Italia di inizio Novecento l’incontro con Freud 6. L’influenza della cultura ebraica
7. Un intellettuale di profilo europeo
Sergio Corazzini Liriche 475
■ SCHEDA «Io non sono un poeta» 475 Una poetica di «riduzione» della letteratura 509

T3 Desolazione del povero poeta sentimentale 476 1. La letteratura ridotta a fatto privato 2. Due temi pre-
diletti: il ricordo e la malattia 3. Lo stile: la scelta del
Marino Moretti Poesie di tutti i giorni 479
realismo
T4 Io non ho nulla da dire 479
Il percorso delle opere 511
Verifica 482
1. Gli esordi 2. Una vita: fra autobiografia e distanza
critica 3. Il tema dell’inettitudine 4. Da Una vita a Senilità
Raccordo 5. Salute e malattia: verso il romanzo psicologico 6. La
coscienza di Zeno: un libro nuovo per tempi nuovi 7. La
Gli scrittori «vociani» 483 «diversità» di Zeno 8. L’ultimo Svevo: i racconti e i fram-
1. Le riviste fiorentine 483 menti del quarto romanzo 9. Gli scritti teatrali e la com-
2. «La Voce» 485 media La rigenerazione
3. Prosatori e poeti della «Voce» 486

Renato Serra 488


Sintesi visiva Generi e opere di Svevo 515
Esame di coscienza di un letterato ■ LA PAROLA AL CRITICO 516
T1 Fratelli? Sì, certo 488 R. Barilli, La linea Svevo-Pirandello
11
La parola al critico della moglie, l’insegnamento, i primi successi 3. Il tea-
• G. Luti, La crisi della borghesia nei romanzi di Svevo
tro, l’adesione al fascismo, la fama internazionale
Testi
• La madre (Racconti)
Le idee e la poetica: relativismo e umorismo 584

Profilo autobiografico 517 1. La crisi storica e culturale e la «relatività» di ogni co-


T1 Profilo autobiografico 517 sa 2. La personalità molteplice 3. Il «sentimento della
vita» e le «forme» che ci ingabbiano 4. La poetica
L’assassinio di via Belpoggio 521 dell’Umorismo 5. I temi dell’umorismo: il «contrario»,
l’«ombra», l’«oltre» 6. La rivoluzione di autore e perso-
T2 «Sono io l’assassino» 522
naggio

Una vita 526 Sintesi visiva La poetica pirandelliana 586


T3 Gabbiani e pesci 527
L’itinerario di uno scrittore sperimentale 587
1. Le raccolte di versi: una poesia in prosa 2. La ricca
Senilità 531
produzione novellistica 3. La varietà dei sette romanzi
T4 Un pranzo, una passeggiata – 533
4. L’antiromanzo: l’esplosione dei «veri» e lo stile as-
e l’illusione di Ange
■ SCHEDA Ma è vero che Svevo «scrive male»? 538
sente 5. Il teatro delle «maschere nude» 6. Il percorso
del teatro pirandelliano
T5 «La metamorfosi strana» di Angiolina 539
Testi
■ LEGGERE L’ARTE La rappresentazione della donna 542
• «W la macchina che meccanizza la vita!»
(Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Quaderno 1, capp. 1 e 2)
La coscienza di Zeno 543
Sintesi visiva Il teatro pirandelliano 591
T6 Il fumo 548
■ SCHEDA «Il tempo ritorna»: Svevo e Proust 552 ■ SGUARDI SULLA SOCIETÀ Le inquietudini del presente
in una visione di futuro: Metropolis di Fritz Lang 592
Scheda visiva Il monologo interiore 553

T7 Il funerale mancato 556


L’umorismo 593

■ SCHEDA Svevo e la psicoanalisi 561 T1 L’arte umoristica «scompone», «non riconosce 594
eroi» e sa cogliere «la vita nuda»
T8 Psico-analisi 562
■ SCHEDA Un’autodichiarazione di poetica 596
■ SCHEDA 567
Il «disagio della civiltà» e il nuovo ruolo dello scrittore T2 Esempi di umorismo 597
■ LA PAROLA AL CRITICO 568
C. Magris, Svevo «scrittore asburgico» e «postmoderno» Novelle per un anno 600

Testi T3 Pallottoline! 601


• Augusta, la «salute» personificata T4 La tragedia di un personaggio 607
■ SCHEDA 613
Sintesi operativa 569
L’originale teoria del personaggio «senza autore»
Proposte di lavoro per l’Esame di Stato 573
T5 Il treno ha fischiato 614
Laboratori interattivi
• La carriola
Educazione linguistica
Il fu Mattia Pascal 620
Le norme e l’uso
■ SCHEDA Il fu Mattia Pascal al cinema 622
Questioni di scelte (e di regole)
T6 Adriano Meis 623
SCHEDA 9 La bellezza del congiuntivo 576
T7 «Io sono il fu Mattia Pascal» 629
SCHEDA 10 Modo verbale e modalità: la soggettività 578
di chi comunica ■ SCHEDA Mattia: l’ombra, l’altro 631
Testi
SCHEDA 11 Il periodo ipotetico 580 • «Io mi chiamo Mattia Pascal» (cap. I)
Laboratori interattivi
• Una «babilonia» di libri (capp. I, II)
Monografia
Uno, nessuno e centomila 632
Luigi Pirandello 582
T8 Il naso di Moscarda 633
La vita 583 ■ SCHEDA Pirandello e la follia 638

1. La formazione e gli esordi letterari 2. La malattia T9 «La vita non conclude» 639
12
■ LEGGERE L’ARTE I ritratti interiori dell’Espressionismo 692
Sei personaggi in cerca d’autore 641
Thomas Mann I Buddenbrook 693
■ SCHEDA La «trilogia del teatro nel teatro» 643
T3 Hanno Buddenbrook 694
T10 L’ingresso dei sei personaggi 644 Marcel Proust
Alla ricerca del tempo perduto 698
Analisi visiva Il teatro e i suoi personaggi 648
T4 Un caso di «memoria involontaria» 700
T11 Nel retrobottega di Madama Pace: 650 ■ SCHEDA Proust, Bergson e il tempo 704
la scena interrotta
Franz Kafka Il processo 705
■ LA PAROLA AL CRITICO
T5 L’arresto di K. 706
C. Vicentini, Pirandello riscrive i Sei personaggi:
■ SCHEDA La «Praga magica» di Kafka 711
dal dramma dell’ambiguità a un dramma della mente 656
Testi
• Franz Kafka, Il risveglio di Gregor Samsa (La metamorfosi)
I giganti della montagna 658
■ SCHEDA La «trilogia del teatro dei miti» 659 James Joyce Ulisse 712
T6 Mr. Bloom a un funerale 714
T12 «Tutto l’infinito ch’è negli uomini, lei lo troverà
dentro e intorno a questa villa» 660 ■ LA PAROLA AL CRITICO G. De benedetti, 717
Joyce e Proust, capostipiti del romanzo moderno
■ SCHEDA Pirandello surrealista? 663
Robert Musil L’uomo senza qualità 719
Sintesi operativa 664 T7 Ulrich, un uomo «senza qualità» 720
Proposte di lavoro per l’Esame di Stato 669
■ SCHEDA La Mitteleuropa e la sua cultura 724

Verifica 725
Raccordo
Il nuovo romanzo europeo 672
1. L’evoluzione del romanzo tra Ottocento 672
e Novecento Scuola di scrittura
2. I temi del nuovo romanzo 674
Scrivere per l’Esame di Stato (1) 726
3. Le forme dell’«antiromanzo» 675
1. Quattro diverse tipologie per la prima prova 727
■ SCHEDA 676 2. Tipologia a: l’analisi del testo 730
La vocazione conoscitiva del romanzo novecentesco
3. Tipologia c: il tema storico 746
La geografia letteraria 677 4. Tipologia d: il tema di ordine generale 753
Il grande romanzo europeo: autori e opere
Fëdor Dostoevskij Delitto e castigo 678
T1 Delitto e fuga 679
Glossario retorico e stilistico 760
Confronti Romanzo realistico, romanzo psicologico: 684
due modi di narrare a confronto Indice dei nomi 764

Lev Tolstoj Anna Karenina 686


T2 La fine di Anna 687 Indice degli autori e dei testi 768

Referenze iconografiche G.B. Brambilla/Blackarchives Fototeca Storica Nazionale Ando Luisa Ricciarini
Archivio Pearson Italia Paolo Candelari Gilardi RMN
Franco Antonicelli Luca Carrà Hulton Getty Raccolta Salce
Archivio G. Apostolo Luca Comerio Giraudon Sarony
Archivio Famiglia Filippi Corbis Kobal Collection Ullstein
Archivio Franco Monteverde Daguerre Olycom Giovanni Verga
Archivio Scala De Agostini Picture Library Giuseppe Primoli Raul Zamora
Graziano Arica/ Blackarchives Antonio Fedeli Mauro Raffini

13
Contesto
Storia

Tra Ottocento
e Novecento
Storia
Idee
Poetiche
Tra Ottocento e Novecento

1861 1871 1875-90


proclamazione del Meucci «grande
Regno d’Italia inventa depressione» 1882
il telefono economica per Triplice alleanza
1866 sovrapproduzione fra Germania,
Storia

Terza guerra Austria e Italia


industriale
d’indipendenza
1876
in Italia
il governo
passa dalla Destra
alla Sinistra storica

1859 1860-1900 1876 1883-85


L’origine circa Il crepuscolo Così parlò
delle specie diffusione degli dèi Zarathustra
di Darwin della cultura di Wagner di Nietzsche
positivista
Idee

1857 1871 1879 1884


I fiori del male • primo romanzo Giacinta • A ritroso
di Baudelaire del ciclo di Capuana di Huysmans
annunciano dei Rougon- • I poeti
il Simbolismo Macquart
1880 maledetti
Il romanzo
Poetiche

poetico di Zola di Verlaine


sperimentale
• Lettera
di Zola
del veggente
di Rimbaud 1881
• Nedda I Malavoglia
di Verga di Verga,
capolavoro
del Verismo
italiano

16
1870-1910 1900 1903 1911 1914 1917
circa uccisione di • aeromobile dei avventura attentato • rivoluzione
espansione re Umberto I fratelli Wright coloniale italiana di Sarajevo: scoppia d’ottobre in Russia
coloniale degli • Giolitti con la guerra la Prima guerra • intervento
stati europei presidente del di Libia mondiale americano in guerra
Consiglio in Italia
1895 1915 1918
compare il 1904-05 l’Italia entra fine della Prima
cinematografo dei guerra russo- in guerra guerra mondiale
fratelli Lumière giapponese
1919
1907 pace di Versailles
Triplice intesa tra
Gran Bretagna,
Francia e Russia
1912
suffragio
universale
maschile
in Italia

1889 1899
Saggio sui dati L’interpretazione
immediati dei sogni di Freud
della coscienza
di Bergson 1918-22
Il tramonto
1895 dell’Occidente
articolo di di Spengler
Brunetière sulla
«bancarotta
della scienza»

1889 1901 1904 1909 1908-16 1921


Il piacere I Buddenbrook Il fu Mattia Pascal Manifesto si pubblica in Sei personaggi
di D’Annunzio di Mann di Pirandello del Futurismo Italia la rivista in cerca d’autore
di Marinetti «La Voce» di Pirandello
1890 1905
Myricae esordisce 1922
di Pascoli l’Espressionismo Ulisse di Joyce
con la rivista «Die
1891 Brücke»
1923
Il ritratto La coscienza di
di Dorian Zeno di Svevo
Gray
di Wilde
1924
Manifesto del
1911 Surrealismo
I colloqui di Breton
di Gozzano

17
Contesto

Storia
1 I primi decenni
del Regno d’Italia
1 L’Italia della Destra storica piarono proteste e rivolte, che il governo fece reprime-
Dal 1861, data della proclamazione del Regno re con estrema durezza.
d’Italia, fino al 1876 l’Italia venne governata dalla co- Nel frattempo si procedette a un rigido accen-
siddetta Destra storica. Si trattava di un raggruppa- tramento amministrativo. In ogni provincia l’autorità
mento di uomini politici, eredi di Cavour (morto in del governo venne rappresentata dal prefetto, un fun-
quello stesso 1861), che esprimevano gli interessi dei zionario che rispondeva al ministro dell’Interno; anche
ceti dirigenti del Centro-Nord, quelli che avevano gui- i sindaci erano nominati dal governo. Il nuovo regno,
dato il processo di unificazione. quindi, non concesse autonomia alle realtà locali e
Uno dei problemi più urgenti era il risanamento spesso non seppe considerare i problemi specifici di
del bilancio statale. Le finanze del nuovo regno erano terre molto diverse dal Piemonte, per struttura sociale,
infatti gravate dai debiti degli stati preunitari e soprat- sviluppo economico e culturale.
tutto del Piemonte (che aveva sostenuto le spese mili- La politica della Destra contribuì a diffondere
tari delle guerre d’indipendenza). I governi della Destra tra i ceti popolari un sentimento di sfiducia verso il
storica attuarono un severo controllo della spesa pub- nuovo stato. Nelle regioni meridionali questa situa-
blica e inoltre inasprirono le imposte indirette, che zione si sommò a una cronica arretratezza e alla le-
gravavano sui ceti più poveri. Nel 1868 fu introdotta la va obbligatoria, che non esisteva sotto i Borbone e
cosiddetta tassa sul macinato, un’imposta sulla maci- che sottraeva i figli maschi alle famiglie contadine.
nazione dei cereali. Immediatamente crebbe il prezzo Fra il 1861 e il 1865-66 il disagio popolare nel Meri-
del pane, alimento-base per milioni di italiani, e scop- dione si manifestò attraverso il brigantaggio. Da se-

18
Storia
coli esistevano bande di briganti, come fenomeno di la forza). Inoltre c’era la questione di principio della

Contesto
criminalità ordinaria. Ora le bande si ingrossarono di laicità dello stato – espressa da Cavour nella celebre
migliaia di contadini, di renitenti alla leva, di nostal- formula «libera chiesa in libero stato» – e dei rapporti
gici dei Borbone, che si diedero a violenze contro i con Pio IX, che nel 1864 condannò nettamente le idee
possidenti terrieri e contro ogni cosa legata al nuovo politiche liberali e il principio della separazione tra
stato (funzionari, municipi, archivi). Il governo rispo- stato e chiesa.
se con la mobilitazione dell’esercito e l’emanazione Come nel caso del Veneto, l’annessione di Ro-

Monografia Raccordo
di leggi speciali: nel Meridione si svolse una vera e ma si realizzò in seguito a una congiuntura internazio-
propria guerra tra esercito e briganti, che fece mi- nale favorevole. Nel 1870 scoppiò la guerra franco-
gliaia di morti. Il brigantaggio come fenomeno di ri- prussiana, Napoleone III fu sconfitto e il suo regime
volta armata venne estirpato. Rimase invece irrisolta cadde: l’Italia ebbe allora mano libera e le sue truppe
la questione meridionale, cioè la condizione di ge- occuparono Roma il 20 settembre 1870, dopo brevi
nerale povertà e arretratezza del Meridione. combattimenti. Il parlamento approvò l’anno seguente
una legge che regolava i rapporti tra lo stato e la chie-
2 L’annessione del Veneto sa, riconoscendo a quest’ultima una serie di «guarenti-
e la questione romana gie», cioè di garanzie, ma il papa rifiutò sdegnato quelle
Il principale obiettivo di politica estera dei gover- che considerava concessioni unilaterali e inaccettabili.
ni della Destra storica era l’acquisizione del Veneto, Nel 1874, anzi, Pio IX impose ai cattolici il divieto (non
che non faceva ancora parte del Regno d’Italia. expedit) di partecipare in qualsiasi modo alla vita politi-
L’occasione propizia si presentò con la guerra scoppia- ca. Si aprì in questo modo una nuova fase della que-
ta nel 1866 fra Austria e Prussia, e che per l’Italia costi- stione romana: la frattura tra laici e cattolici costituì per
tuì la Terza guerra d’indipendenza. L’Italia, alleata molto tempo un ostacolo alla formazione di una co-
della Prussia, poté giovarsi delle vittorie militari prus- scienza nazionale unitaria nel giovane stato italiano.
siane e riuscì così, in sede di trattative di pace, ad ac-
quisire il Veneto (ma non il Trentino né Trieste). 3 La Sinistra al governo
Restava aperta la questione romana: come su- Nel 1876 il governo passò nelle mani dell’oppo-
perare l’opposizione del papa (che regnava su Roma sizione, la Sinistra storica guidata da Agostino De-
da oltre un millennio) e fare dell’Urbe la capitale del pretis (1813-87). La Sinistra puntava a un programma
nuovo regno? Si trattava di un problema molto delica- di riforme per modernizzare il paese, ma aveva anche
to, per diverse ragioni. Anzitutto coinvolgeva i rappor- un’anima conservatrice, che esprimeva le richieste dei
ti italo-francesi, perché l’imperatore Napoleone III si latifondisti del Meridione, interessati ad alleggerire la
atteggiava a difensore dello Stato pontificio. Allo stes- pressione fiscale sulla proprietà terriera. Nel 1882 una
so tempo, il governo italiano era preoccupato dalle riforma elettorale aumentò il numero degli elettori da
spinte dei democratici, che chiedevano la conquista di 500 mila a 2 milioni circa. Potevano ora votare tutti i
Roma anche con un’azione militare (Garibaldi tentò maschi di almeno 21 anni, promossi in seconda ele-
due volte di prendere la città, ma venne fermato con mentare e che pagavano un’imposta di almeno 20 lire:

Il 20 settembre 1870 è la data in cui l’esercito


italiano entrò a Roma, sancendo la fine dello
Stato della chiesa come entità territoriale
indipendente. Il plebiscito di annessione al
Regno d'Italia si tenne il 2 ottobre dello stesso
anno e vide una schiacciante maggioranza a
favore. Nel 1871 Roma fu proclamata capitale
del Regno. In precedenza le capitali erano state
Torino (dal 1861, anno di nascita del Regno
d'Italia, al 1865) e Firenze (dal 1865 al 1871).
Nella pagina a fianco, da sinistra, l’ingresso del
re Vittorio Emanuele a Firenze il 3 febbraio 1865
e un dipinto che celebra l’arrivo dell’esercito
italiano a Roma nel 1870. Qui a destra, una
seduta del parlamento italiano a Torino.
19
Tra Ottocento e Novecento

in pratica un maschio maggiorenne su quattro. L’esito conquiste coloniali, spinta da ragioni di prestigio in-
delle elezioni era però condizionato dalle clientele po- ternazionale e dalle pressioni delle gerarchie militari e
litiche, da notabili locali in grado di controllare pac- degli industriali (che dalle imprese coloniali potevano
chetti di voti, spesso da forme di corruzione. In parla- ricavare commesse da parte dello stato). Quando però
mento, inoltre, Depretis inaugurò la pratica del tra- nel 1887 le truppe italiane partirono dalla baia di As-
sformismo, cioè cercò di volta in volta la maggioranza sab, sul mar Rosso, e penetrarono verso l’interno, fu-
necessaria ad approvare le leggi tra i parlamentari sia rono pesantemente sconfitte a Dogali dall’esercito del
della maggioranza sia dell’opposizione. In questo mo- sovrano (negus) d’Etiopia, o Abissinia.
do Depretis garantì la governabilità, ma al prezzo di
patteggiamenti e scambi di “favori” in parlamento, che 4 L’età crispina
indebolirono l’azione di governo. Nel decennio successivo alla morte di Depretis
In economia, Depretis segnò il passaggio dal libe- la personalità dominante della politica italiana fu
rismo della destra a un protezionismo sempre più mar- Francesco Crispi (1818-1901), che gestì il potere con
cato (come chiedeva la borghesia imprenditoriale del autoritarismo, reprimendo l’opposizione sociale che
Nord). Nel 1884 venne abolita l’odiata tassa sul macina- stava crescendo nel paese.
to. Nel 1887 venne imposta un’alta tariffa doganale sui Crispi attuò alcune importanti riforme. Ampliò
prodotti esteri, per proteggere dalla concorrenza inter- il diritto di voto nelle elezioni amministrative e varò
nazionale sia l’industria, concentrata al Nord, sia il la- una riforma della pubblica assistenza, per riservare al-
tifondo del Sud. Intanto furono promossi grandi investi- lo stato gran parte del tradizionale ruolo della chiesa
menti dello stato in settori strategici (siderurgia, tra- in quest’ambito. Nel 1889 fu inoltre approvato un
sporti, energia). La Sinistra, quindi, avviò la politica in- nuovo Codice penale, proposto dal ministro della
dustriale dello stato-imprenditore, dello stato che ge- Giustizia Zanardelli; tra l’altro, esso abolì la pena di
stisce direttamente un grande volume di affari e di inve- morte e riconobbe il diritto di sciopero, sebbene entro
stimenti. Fu una politica utile per avviare lo sviluppo in- limiti stretti.
dustriale italiano, ma inaugurò la compenetrazione fra I principali obiettivi politici di Crispi erano però di
potere politico e potere economico, che resterà tipica rafforzare il carattere accentrato dello stato e il potere
del capitalismo italiano, con effetti non sempre positivi. del governo. A questo scopo fu accresciuto il potere dei
In politica estera, nel 1882 l’Italia stipulò con prefetti e delle autorità di polizia. Crispi, ostile ai com-
l’Austria e la Germania la Triplice alleanza, un trattato promessi del trasformismo di Depretis, agì inoltre riven-
militare che prevedeva la difesa reciproca in caso di dicando un’ampia autonomia del governo rispetto al
aggressione da parte di altri stati. Era il rovesciamento parlamento e arrivò a concentrare nelle propri mani le
della politica filofrancese della Destra. Così collocata cariche di ministro degli Esteri e dell’Interno, oltre a
negli equilibri europei, l’Italia avviò una sua politica di quella di presidente del Consiglio. La caduta di Crispi

La Triplice alleanza, il patto difensivo satirica dell'epoca raffigura i capi di stato


stipulato a Vienna nel 1882 con gli imperi protagonisti della firma dell'accordo).
di Germania e Austria-Ungheria e che Anche la politica di espansione coloniale in
rimase in vigore fino allo scoppio del Africa, attuata a partire dal 1885 con
primo conflitto mondiale, fu voluta l'occupazione dell'Eritrea, si può far risalire
principalmente dall'Italia, che aspirava ad al desiderio di affermazione del recente
inserirsi a pieno titolo tra le grandi Regno italiano. L'avventura coloniale si
potenze europee (qui sotto, una vignetta risolse però tragicamente: i tentativi di
occupare anche l'Etiopia furono
fallimentari e si conclusero nel 1896
con la disastrosa battaglia di Adua
(qui a destra in un'immagine
dell'epoca) nella quale persero la
vita migliaia di soldati italiani.
Storia
avvenne in relazione alla politica coloniale. Nel 1889 fu un centinaio; in altre città venne proclamato lo stato

Contesto
fondata la colonia italiana d’Eritrea, sul mar Rosso, gra- d’assedio.
zie a un accordo con il negus etiope Menelik II. Le ambi-
zioni italiane di espansione portarono poi alla rottura 6 Il movimento operaio e i socialisti
dei rapporti e nel 1895 un corpo di spedizione attaccò La principale organizzazione degli operai e dei
l’Etiopia. Passati di sconfitta in sconfitta, i soldati italiani braccianti agricoli del Nord era il Partito socialista
subirono infine una disfatta ad Adua, nel 1896, che pro- italiano, fondato nel 1892. Fu il primo partito moderno

Monografia Raccordo
vocò le dimissioni e la fine politica di Crispi. di massa in Italia. Il suo leader, Filippo Turati, era di
orientamento riformista, cioè propugnava una strate-
5 La crisi di fine secolo gia politica di riforme graduali a favore delle masse
L’Ottocento, in Italia, si chiuse all’insegna della operaie. Un’altra corrente interna al partito era invece
crisi economica e del disagio sociale. La produzione di orientamento rivoluzionario, o massimalista, cioè
industriale era cresciuta (ma si concentrava sempre nel riteneva che si dovesse agire in vista di una rivoluzio-
triangolo Milano-Torino-Genova), l’agricoltura al Nord ne socialista, senza accettare di collaborare con i par-
si era evoluta tecnicamente, il paese aveva compiuto titi borghesi.
passi significativi verso la modernizzazione. Si era però Molto attivi in Italia, anche se minoritari, erano gli
aggravata la questione meridionale e in generale re- anarchici. Essi credevano nello spontaneismo rivolu-
stavano molto difficili le condizioni di vita delle masse zionario delle masse, che cercavano di accendere con
povere, contadine e operaie. Lo testimonia l’entità del sommosse o con gesti clamorosi, anche terroristici: fu
fenomeno dell’emigrazione: negli ultimi vent’anni del- l’anarchico Gaetano Bresci, nel 1900, ad assassinare
l’Ottocento circa 5 milioni di italiani lasciarono il paese. in un attentato re Umberto I. Bresci voleva vendicare i
Quando in seguito a cattivi raccolti il prezzo de- fatti del 1898 (il re aveva conferito un’onoreficienza a
gli alimenti di base aumentò, si innescarono moti spon- Bava Beccaris) e il suo gesto gettò l’Italia sull’orlo della
tanei di protesta popolare, a cui il governo, presieduto guerra civile. Ma il nuovo re, Vittorio Emanuele III,
da Antonio di Rudinì, rispose con la repressione più chiamò a presiedere il nuovo governo un uomo esperto
spietata. Nel 1898, a Milano, il generale Bava Beccaris ed equilibrato, Giuseppe Zanardelli, che riuscì a scio-
ordinò di cannoneggiare i manifestanti, uccidendone gliere le tensioni.

I governi dell’Italia unita

classe dirigente liberale

“ “
Destra storica Sinistra storica
dal 1861 al 1876 dal 1876 al 1896


◗ merito ◗ meriti
• risanamento del bilancio statale • allargamento del corpo elettorale
• provvedimenti sociali

◗ problemi aperti ◗ problemi aperti


• questione romana = emarginazione dei • difficoltà in politica estera
cattolici • alleanze con Germania e Austria
• questione meridionale = arretratezza del Sud • sconfitte coloniali

21
Tra Ottocento e Novecento

2 L’età dell’imperialismo
e l’espansione coloniale
1 Un fenomeno nuovo: il colonialismo mici, politici, amministrativi: per questo si parla di im-
come imperialismo perialismo, in quanto il fine della corsa alle colonie
Tra 1870 e 1914 le principali nazioni europee si era di costituire veri e propri imperi.
lanciarono alla conquista di colonie. Il fenomeno del- • Agli inizi del Novecento l’impero inglese, il più vasto,
la colonizzazione non era certo inedito: basta pensare copriva un quarto delle terre dell’intero globo.
alla conquista delle Americhe cominciata nel Cinque- • La Francia aveva a sua volta aumentato i dominii in
cento, o, nei secoli seguenti, alla crescente espansione Africa e in Estremo Oriente.
degli europei verso l’India e il sud-est asiatico. Tutta- • La Germania, partita per ultima, si era accaparrata
via, il colonialismo ottocentesco fu in gran parte nuo- molte terre in Africa.
vo, perché venne organizzato e realizzato in forme si- • L’Italia aveva un ruolo marginale, controllando solo
stematiche, con un dispiegamento mai visto di forze l’Eritrea e parte della Somalia.
economiche e militari. Col tempo gli spazi di espansione coloniale si
Il colonialismo divenne una dimensione essen- restrinsero; in Africa, per esempio, alla fine del secolo
ziale della politica europea. Non bastava più lo sfrutta- rimanevano indipendenti solo l’Etiopia e la Liberia (un
mento delle risorse delle terre d’oltremare e un generi- piccolo stato sul golfo di Guinea creato per ospitare ex
co controllo sui governi locali. Lo scopo delle potenze schiavi neri). La competizione per la spartizione colo-
coloniali era adesso l’occupazione permanente e il niale andò pertanto crescendo, aumentò le tensioni e i
controllo totale della colonia, in tutti gli aspetti econo- rischi di guerra in Europa.

Il mondo dominato dall’Europa

CANADA Impero russo


Gran Bretagna

POTENZE
Francia EUROPEE
STATI UNITI GIAPPONE
CINA Isole
oceano Gibilterra
Germania Hawaii
Atlantico
Bermuda Hong oceano
EGITTO BIRMANIA Kong
MESSICO Bahamas Pacifico
Portogallo INDIA
Guadalupa AFRICA INDOCINA
Giamaica OCCIDENTALE FILIPPINE Marianne
SUDAN
Italia oceano Guyana Brit.
Pacifico Guyana Oland. Caroline Marshall
COLOMBIA Ceylon
Guyana Fr.
Belgio EQUADOR CONGO Bismarck
BELGA oceano
Marchesi Ascension
Indiano
Olanda INDIE Salomone
S. Elena OLANDESI
Caroline MADAGASCAR Samoa
N. Caledonia
Spagna
Tuamotu Tristan AUSTRALIA
da Cunha AFRICA
Stati Uniti BRITANNICA

NUOVA
Danimarca ZELANDA

22
Storia
2 Le ragioni del colonialismo scienza nazionale si era collegata alle lotte per

Contesto
Le ragioni che alimentavano lo sforzo di con- l’indipendenza o per l’unificazione nazionale, come in
quista coloniale erano di natura economica e politica. Italia e in Germania. Negli ultimi decenni dell’Ottocen-
Le colonie dovevano fornire alle industrie della ma- to, invece, il nazionalismo divenne un’ideologia ag-
drepatria materie prime abbondanti e a basso costo, gressiva, diretta in primo luogo contro altri stati (e al-
e servivano anche come mercato in cui poter piazza- tri nazionalismi), in un quadro di crescenti tensioni in-

Monografia Raccordo
re l’eccedenza di produzione, cioè i beni prodotti ternazionali.
dalle industrie nazionali, che esigevano un mercato I governi stessi insistettero sull’esaltazione del-
più vasto di quello interno e meno difficile di quello l’idea di «patria» ed enfatizzarono l’idea che la propria
europeo (dove molti governi adottavano misure pro- nazione aveva un primato da raggiungere. Questo ap-
tezioniste). Quando un territorio non disponeva di parve necessario per ottenere il consenso delle mas-
materie prime, potevano intervenire ragioni strategi- se popolari, in anni in cui, va ricordato, la partecipa-
che – l’Egitto, per esempio, diventò un punto cruciale zione delle masse alla politica si andava estendendo.
dell’Africa con l’apertura del canale di Suez, nel 1869 Nacquero d’altra parte i primi partiti dichiaratamente
–, la volontà di dare continuità territoriale ai propri nazionalisti e forme più o meno esasperate di nazio-
dominii, o semplicemente di anticipare le mosse della nalismo raccoglievano consensi anche fra una parte
potenza avversaria. degli intellettuali e degli artisti.
Il possesso di colonie costituiva poi un fattore di Il nazionalismo e l’imperialismo si accompa-
prestigio sulla scena politica internazionale e gli stati gnarono alla diffusione di una mentalità razzista. Nel
europei che aspiravano a un “posto al sole” nel gruppo 1885, per esempio, il primo ministro francese Jules
delle potenze prima o poi si lanciarono nella conqui- Ferry affermò che «le razze superiori hanno il dovere
sta. Fece eccezione l’Impero asburgico, che d’altra di civilizzare le razze inferiori» e che questo «dovere
parte era impegnato a espandere la propria influenza della civilizzazione» era appunto un compito storico
nei Balcani. Questo aspetto dell’imperialismo di fine delle nazioni europee. Dunque, l’idea della superio-
Ottocento è strettamente connesso al nazionalismo rità dell’uomo bianco e del suo compito di portare la
esasperato che emerse pressoché ovunque in Europa. “civiltà” a popolazioni ancora “selvagge” forniva una
Nella prima parte del secolo la conquista della co- giustificazione ideologica al colonialismo.

Colonie e potenza

◗ ragioni culturali

ideologia nazionalistica • patriottismo esasperato


• mentalità razzista (superiorità dell’uomo bianco)

spinge gli stati europei a una

◗ ragioni politico-economiche

• competizione con gli altri stati


politica di potenza
• bisogno di materie prime

“ • allargamento del mercato interno

che si traduce in

◗ in Asia
conquiste oltremare
◗ in Africa

23
Tra Ottocento e Novecento

3 La seconda rivoluzione
industriale
1 La grande industria e i progetti chiedeva la costruzione di infrastrutture (centrali,
di scienza e tecnica elettrodotti) che a loro volta alimentarono lo sviluppo
Fin verso il 1860 l’industrializzazione fu guidata industriale. L’illuminazione elettrica, prima nelle mag-
dalla tecnologia del ferro e del carbone. I suoi settori di giori città e nei luoghi pubblici, poi nelle case private,
punta erano il tessile (da cui la rivoluzione industriale parve il simbolo della vittoria dell’uomo sui ritmi della
era partita), la meccanica e la siderurgia; i suoi emble- natura.
mi, le macchine a vapore e le ferrovie. Negli ultimi de-
cenni dell’Ottocento lo sviluppo industriale prese ca- 2 L’emigrazione dall’Europa
ratteri diversi e più complessi, al punto che si parla di e l’emergere di una nuova potenza
una rinnovata fase di industrializzazione: la seconda industriale, gli Stati Uniti
rivoluzione industriale. Può sembrare strano che proprio in questa fase,
• L’industrializzazione, fino ad allora concentra- all’incirca tra 1875 e la fine secolo, si sia verificata quella
ta in poche regioni, si estese a gran parte del continen- che viene chiamata la «grande depressione», che colpì
te europeo, oltre che agli Stati Uniti e al Giappone. molti paesi europei. Ma non si trattò di una crisi di pro-
• Nuove scoperte scientifiche e un accelerato duzione, bensì di una discesa dei prezzi e quindi dei
sviluppo tecnologico intervennero a incrementare profitti, sulla cui reale entità, peraltro, non tutti gli storici
l’industrializzazione. dell’economia concordano. In ogni caso, fu una crisi
L’energia elettrica prese il posto del vapore co- economica che non dipendeva dalla scarsità di beni di-
me forza motrice. Nel 1878 l’americano Edison mise a sponibili: al contrario, l’industria era ormai in grado di
punto la lampadina elettrica e nello stesso anno il te- produrre più beni di quanti ne servissero al mercato, cioè
desco Werner Siemens realizzò la prima locomotiva
mossa da un motore elettrico. Produrre e distribuire
l’energia elettrica poneva grandi sfide tecnologiche e

Scoperte e invenzioni. I primi Solvay misero a disposizione


esemplari sperimentali di motore a dell’agricoltura i fertilizzanti chimici,
scoppio risalgono agli anni sessanta al posto dei concimi organici
del XIX secolo: nel giro di alcuni utilizzati fin dalla preistoria. Tra le
decenni esso era destinato a molte altre nuove invenzioni
rivoluzionare i trasporti e a ricordiamo il telefono (dell’italiano
contribuire al passaggio dal Meucci, 1871, ma perfezionato da
carbone al petrolio come fonte Bell nel 1876); l’automobile (1885)
energetica, dato che i motori a di Daimler e Benz; il cinematografo
scoppio usano come carburante (1895) dei fratelli Lumière; il
derivati del petrolio. Ogni dirigibile (1900) e l’aeromobile
progresso nei motori e nelle (1903) dei fratelli Wright; la gomma
macchine andava di pari passo con sintetica (1910).
il miglioramento della qualità Qui a destra, una stampa del 1902
dell’acciaio e delle leghe con due poliziotti di Chicago, che
metalliche, grazie a nuovi tipi di fu la prima città a utilizzare il
altiforni e di procedimenti di telefono per il controllo della
lavorazione. Nel 1869 comparvero sicurezza urbana.
la celluloide, prima materia plastica Nella pagina a fianco, una
prodotta industrialmente e nel 1884 fotografia dell’aeromobile dei
le fibre tessili artificiali. Pochi anni fratelli Wright e uno dei primi
dopo le scoperte del belga Ernest automezzi per il trasporto di merci.

24
Storia
della domanda dei consumatori (è il fenomeno detto una nazione ancora giovane, con enormi spazi e risor-

Contesto
«sovrapproduzione»). se naturali non ancora sfruttate, senza nemici in grado
Fu in questo periodo che aumentò in modo di contrastarli nel continente americano. Il loro svilup-
esponenziale la partenza di emigranti europei soprat- po fu impetuoso. Molte nuove soluzioni del capitali-
tutto verso le Americhe; moltissimi di loro erano italia- smo industriale vennero dagli Usa, come l’alleanza di
ni. Non è quindi vero, se non per poche eccezioni, che grandi industrie in cartelli e trusts per controllare il
la conquista di colonie diede lavoro e terra all’ecce- mercato, e anche sistemi produttivi più efficienti, come

Monografia Raccordo
denza della popolazione nei paesi europei, come so- la catena di montaggio, applicata per la prima volta
stenevano molti governanti del tempo. nel 1913 dall’industriale Henry Ford nella sua fabbrica
Nei decenni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio di automobili. Nel 1914, alla vigilia della Prima guerra
del Novecento milioni di emigranti in cerca di una vita mondiale, gli Stati Uniti erano ormai la prima potenza
migliore si recarono negli Stati Uniti. Gli Usa erano del pianeta per volume di produzione industriale.

4 L’età giolittiana
1 Giolitti: la svolta politica del movimento operaio, cioè i sindacati e il Partito
e le aperture sociali socialista (nella sua ala riformista). Con Giolitti il go-
Zanardelli volle tra i suoi ministri il liberale Gio- verno, invece di usare la forza per difendere interessi
vanni Giolitti (1842-1928), che nel 1903 divenne presi- di parte, ossia degli imprenditori, tendeva a rimanere
dente del Consiglio e che mantenne la carica quasi neutrale: lavoratori e imprenditori dovevano intavola-
senza interruzioni fino al 1914. Il decennio dell’età gio- re trattative sui problemi specifici e trovare un accor-
littiana segnò anzitutto il ritorno alla centralità del do. Di conseguenza, il tasso di conflittualità sociale e
parlamento, contro le tentazioni autoritarie degli anni politica si abbassò, o almeno trovò in molti casi una
precedenti, e lo sviluppo di una politica riformista, composizione pacifica.
perseguita attraverso l’accordo con i rappresentanti Tra i più importanti aspetti del riformismo giolit-

25
Tra Ottocento e Novecento

tiano ricordiamo la garanzia effettiva del diritto di che l’emigrazione aumentò notevolmente: nel de-
sciopero e, nel 1904, l’entrata in vigore di leggi per tute- cennio di governo di Giolitti circa 8 milioni di italiani
lare il lavoro delle donne e dei ragazzi e per sostenere lasciarono il paese, e la maggior parte di loro proveni-
l’invalidità e la vecchiaia. Inoltre una nuova legge sco- va dal Sud e dalle isole. Giolitti non seppe quindi af-
lastica riorganizzò e migliorò l’istruzione elementare. frontare la questione meridionale con una politica di
Nel 1912 una riforma elettorale estese il diritto di ampio respiro e anzi, secondo critiche che già al suo
voto a tutti i cittadini maschi (suffragio universale ma- tempo si levarono, non volle farlo. In particolare Gae-
schile), inclusi gli analfabeti, purché avessero compiuto tano Salvemini, storico e studioso della questione me-
trent’anni. Gli elettori salirono così a oltre 9 milioni e sia ridionale, accusò Giolitti di clientelismo, cioè di con-
il ceto medio sia i lavoratori poterono entrare diretta- cedere favori e vantaggi a potenti locali e a parlamen-
mente nella vita politica del paese. tari che potevano assicurargli pacchetti di voti: un
L’età giolittiana fu il periodo del definitivo decol- malcostume politico di cui Giolitti senza dubbio si
lo industriale italiano. I nuovi impianti idroelettrici servì e che aveva luogo soprattutto nel Sud dell’Italia.
misero a disposizione molta energia per le fabbriche; L’allargamento alle masse popolari della par-
si svilupparono l’industria chimica (specie per la pro- tecipazione politica fu comunque un risultato di pri-
duzione della gomma: pneumatici e cavi), quella mec- maria importanza del decennio giolittiano. Questo al-
canica e automobilistica (con la Fiat di Torino) e quella largamento non solo favorì, a sinistra, lo sviluppo in
agroalimentare. senso democratico del movimento dei lavoratori, ma
rimise anche in moto la partecipazione dei cattolici al-
la vita politica.
2 Luci e ombre del riformismo
giolittiano
Lo slancio dell’industria e la crescita produttiva,
tuttavia, non coinvolsero l’intero territorio nazionale.
Il Sud fu toccato poco o per nulla dal «decollo», tanto

Nel 1913 si tennero in Italia le prime legislazione sociale e favorirono


elezioni a suffragio universale l'industrializzazione dell'Italia, ancora
maschile: gli aventi diritto passarono assai arretrata soprattutto nel Sud (qui a
così da poco meno di 3 milioni a circa fianco, un manifesto pubblicitario delle
8,5 milioni. La richiesta di estensione del automobili Fiat e, nella pagina a destra,
diritto di voto era da tempo una delle una tessitrice al lavoro). Nonostante
principali rivendicazioni dei partiti di questi interventi, l’Italia vide proprio in
massa (qui sotto, una cartolina del 1905 questi anni un consistente aumento
in favore del suffragio universale). dell’emigrazione (nella pagina a destra,
Oltre alla riforma elettorale, i governi la partenza di emigranti in un dipinto
presieduti da Giolitti attuarono del 1895).
provvedimenti nel campo della

26
Storia
3 I cattolici e la politica italiana 4 La guerra di Libia e la propaganda

Contesto
Giolitti, infatti, cercò un accordo con i cattolici nazionalista
per evitare il rischio che l’ampliamento del corpo elet- Negli anni di Giolitti tornarono a farsi sentire for-
torale desse la vittoria ai socialisti. In vista delle ele- ze che volevano la ripresa dell’espansione coloniale
zioni del 1913, egli strinse un accordo informale con italiana. Le condizioni internazionali maturarono con
l’Unione elettorale cattolica, il cosiddetto patto Genti- le difficoltà sempre più evidenti dell’Impero ottoma-

Monografia Raccordo
loni (dal nome del presidente dell’Unione). Così i cat- no, che in Africa controllava ancora la Libia, una re-
tolici votarono per i candidati liberali, in cambio del- gione povera, in gran parte desertica (il petrolio verrà
l’impegno a salvaguardare l’istruzione religiosa nella scoperto solo anni dopo) e facilmente raggiungibile
scuola pubblica e a bloccare proposte di legge sul di- dall’Italia. Nel 1911 un corpo di spedizione italiano
vorzio, e Giolitti ottenne una larga maggioranza di de- sbarcò nel paese, ma la guerra di Libia si rivelò molto
putati. più dura del previsto; i turchi furono battuti, ma nel-
Finiva in tal modo la lontananza dei cattolici l’entroterra le tribù beduine resistettero con accani-
dalla vita politica del paese, che del resto si era pro- mento. Nel 1912 almeno l’area costiera fu occupata e
gressivamente attenuata dai tempi del non expedit di si firmò il trattato di pace, mentre truppe italiane occu-
Pio IX (1874). I cattolici erano già attivi nella vita so- pavano anche le isole del Dodecanneso, di fronte alle
ciale italiana, soprattutto da quando papa Leone XIII coste turche, per intimidire il governo ottomano.
aveva pubblicato la Rerum novarum (1891), un’enci- La guerra di Libia fu sostenuta, in Italia, da una
clica che delineava i princìpi sociali della chiesa. Erano vasta propaganda nazionalista: ne abbiamo un’eco
nate cooperative e casse rurali, specie a favore dei nel discorso La grande proletaria si è mossa (1911) di
contadini, ispirate all’idea della collaborazione e non Giovanni Pascoli e nelle Canzoni delle gesta
della lotta fra le classi sociali. Ora i cattolici erano d’oltremare (1911-12), pubblicate sul «Corriere della
pronti a esprimere un proprio movimento politico, che Sera» da Gabriele D’Annunzio. I nazionalisti, ostili alla
prenderà forma qualche anno dopo con il nome di Par- democrazia parlamentare, non erano però i soli soste-
tito popolare. nitori dell’impresa. Li affiancavano i grandi gruppi in-
dustriali e finanziari, interessati alle commesse milita-
ri. Fu insomma la prova generale per l’accesa propa-
ganda interventista che di lì a poco avrebbe trascinato
l’Italia nella Prima guerra mondiale.

27
Tra Ottocento e Novecento

5 Le tensioni internazionali
a inizio Novecento
1 L’inizio del secolo, tra illusioni il resto del continente e cominciavano a espandersi
di pace e politiche aggressive anche in Asia (nel 1898, dopo una guerra con la Spa-
La storia europea dei primi anni del Novecento gna, occuparono le Filippine). Un nuovo protagonista
viene spesso ricordata come la Belle époque (in france- era poi il Giappone, che negli ultimi decenni dell’Otto-
se “epoca bella”). L’industrializzazione aveva moltipli- cento uscì da un secolare isolamento e si industria-
cato i beni di consumo, l’istruzione era diffusa (almeno lizzò molto rapidamente. Anche il Giappone si dotò di
nei paesi più sviluppati), prendevano piede invenzioni un impero coloniale e i suoi interessi espansivi in
come il telefono e la luce elettrica; sulle strade compa- Estremo Oriente lo portarono a scontrarsi con la Rus-
rivano le automobili, i transatlantici solcavano i mari sia. Nella guerra russo-giapponese (1904-05) l’Impe-
(anche se in gran parte carichi di emigranti che fuggi- ro del Sol levante trionfò sull’Impero russo, tra l’incre-
vano dalla miseria), si alzavano in volo i primi aerei e i dulità generale degli occidentali: per la prima volta un
dirigibili. Molte cose, insomma, sembravano promette- paese asiatico sconfiggeva una grande potenza euro-
re progresso, benessere e anche pace: risaliva al 1870 pea.
l’ultima guerra europea combattuta in campo aperto
(tra Francia e Germania). In realtà, questi furono anni 2 Le alleanze contrapposte
di nazionalismo sempre più acceso e di contese co- L’area più calda d’Europa erano i Balcani. Qui la
loniali, che spingevano le potenze europee a una poli- crisi dell’Impero ottomano suscitava le mire di domi-
tica aggressiva e, di conseguenza, a rafforzarsi sul nio della Russia e dell’Austria; in particolare, quest’ul-
piano militare. tima occupava la Bosnia, che la Serbia, diventata indi-
Fuori d’Europa cresceva la potenza degli Stati pendente e grazie all’appoggio russo, sperava prima o
Uniti, che dominavano direttamente o indirettamente poi di assorbire.

Sull’orlo del conflitto

nazionalismo esasperato
politica aggressiva

dal 1882 Triplice alleanza: dal 1907 Triplice intesa:



◗ Germania ◗ Gran Bretagna
alleanze contrapposte
◗ Austria ◗ Francia
◗ Italia ◗ Russia


crisi ricorrenti

crisi balcaniche:
guerra russo-giapponese guerra di Libia tra Italia
giugno 1914
(1904-05) e Impero turco (1911)
attentato di Sarajevo

28
Storia
L’Impero tedesco era ormai la prima potenza l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, ma in difesa di

Contesto
economica (la sua produzione d’acciaio giunse a supe- quest’ultima intervenne la Russia dello zar Nicola II. In
rare quella inglese) e militare dell’Europa continentale, pochi giorni scattarono le alleanze incrociate: la Ger-
una potenza che preoccupava molto la Francia e la mania intervenne a fianco dell’Austria, Francia e Gran
Gran Bretagna. In Francia, tra l’altro, il nazionalismo Bretagna a fianco della Russia. Era l’inizio della Prima
alimentava le aspirazioni di rivincita sulla Germania, guerra mondiale.
dopo la pesante sconfitta nella guerra franco-prussiana L’Italia rivendicò la propria neutralità, perché

Monografia Raccordo
del 1870 (in seguito alla quale era nato l’Impero tede- era stata l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia (la
sco). Così Francia e Gran Bretagna, benché rivali nella Triplice alleanza era formalmente un patto difensivo).
politica coloniale, giunsero a un’allenza militare in fun- Per mesi, l’Italia si divise fra neutralisti (liberali, catto-
zione antitedesca, che coinvolse anche la Russia: era la lici, socialisti, la maggioranza del parlamento), contra-
Triplice intesa (1907), alla quale si contrapponeva, co- ri all’entrata in guerra, e interventisti. A favore della
me sappiamo, la Triplice alleanza, che dal 1882 legava guerra erano ovviamente i nazionalisti, che chiedeva-
la Germania, l’Impero austro-ungarico e l’Italia. no di rispettare la Triplice alleanza, ma anche gli «irre-
dentisti», che volevano scendere in campo contro
3 Lo scoppio del conflitto l’Austria per recuperare le terre italiane «irredente»,
e la posizione dell’Italia Trieste e il Trentino. In questa situazione confusa fu
La scintilla che accese la guerra generale in Eu- decisivo l’atteggiamento del governo, guidato da Anto-
ropa scoccò nei Balcani. Nel giugno 1914 morì in un nio Salandra, che avviò trattative segrete con l’Intesa.
attentato a Sarajevo l’arciduca austriaco Francesco L’Italia entrò nel conflitto nel maggio 1915, a fianco di
Ferdinando, erede al trono di Vienna. Un mese dopo Francia e Gran Bretagna.

Il 28 giugno 1914, quando uno


studente bosniaco uccise in un
attentato l’erede al trono dell'Impero
austro-ungarico (qui a fianco in un
disegno della «Domenica del
Corriere»), si innescò la serie di
dichiarazioni di guerra che portò in
breve al coinvolgimento di tutti i
principali stati europei, legati da
alleanze contrapposte. La crescente
conflittualità economica e politica tra
le grandi potenze, però, era in atto da
tempo, accompagnata dalla diffusione
di una cultura della guerra e da una governo vedeva favorevolmente
crescente corsa agli armamenti. l'ipotesi di un intervento diretto
Allo scoppio della guerra, l’Italia dell’Italia. La guerra fu infatti
aveva dichiarato la propria neutralità, dichiarata il 24 maggio 1915.
secondo quanto era stato stipulato A destra, un manifesto interventista
nel suo accordo di adesione alla e la prima pagina di un giornale
Triplice alleanza. A livello di opinione satirico con l’immagine di un operaio
pubblica si contrapponevano che spezza un fucile in segno di
neutralisti e interventisti, mentre il rifiuto della guerra.

29
Tra Ottocento e Novecento

6 La Prima guerra mondiale


e le sue conseguenze
1 Una svolta epocale La guerra segnò dunque uno stacco epocale, an-
La «Grande guerra», come fu chiamata in Italia zitutto perché fu la prima guerra di massa della storia.
la Prima guerra mondiale (1914-18), segnò la vittoria Decine di milioni di uomini vissero l’esperienza del
di Gran Bretagna, Francia e Italia, oltre agli Stati Uniti, fronte, si strinsero fianco a fianco nelle trincee, si sen-
entrati nel conflitto nel 1917, su Germania e Austria; la tirono, volenti o nolenti, parte di un gigantesco e tragi-
Russia aveva siglato un armistizio separato nel 1917. co sforzo collettivo. Terminata la guerra, per i soprav-
Fu la prima guerra totale e provocò oltre 10 mi- vissuti e per coloro che in un modo o nell’altro si erano
lioni di morti. Gli eserciti si fronteggiarono con armi impegnati nelle retrovie non era pensabile tornare alla
nuove e micidiali: mitragliatrici, mortai, cannoni di “normalità” di prima.
calibro e di gittata mai visti, gas asfissianti, aeroplani, Sia nei paesi vincitori sia in quelli vinti crebbero
sottomarini e anche carri armati, che comparvero ver- gli iscritti ai sindacati e ai partiti e la presenza di masse
so la fine del conflitto. Migliaia di chilometri di trincee molto più attive che in passato modificò i termini della
e reticolati tennero impegnati milioni di uomini sui di- vita sociale e della lotta politica.
versi fronti europei. Tutti i paesi belligeranti si mobili-
tarono in uno sforzo senza precedenti, che coinvolse 2 L’Europa e l’Italia dopo la guerra
l’intera società, le risorse che venivano dalle colonie, L’Europa uscì dal conflitto indebolita economica-
tutta la potenza produttiva dell’industria. Tra l’altro, mente e sconvolta nel suo assetto politico. Quattro im-
poiché gli uomini validi erano al fronte, nelle industrie peri scomparvero dalla carta geopolitica: la Germania,
fu necessario chiamare moltissime donne, e anche che diventò una repubblica, e i tre grandi e secolari im-
questo fu un passaggio di grande significato sociale. peri multinazionali: l’Impero russo, spazzato via dalla
rivoluzione comunista nel 1917, l’Impero austro-unga-
rico, che si dissolse e si divise in diversi stati, l’Impero
ottomano, dalle cui ceneri nacque la moderna Turchia.
I trattati di pace di Versailles (1919) lasciarono però
un’Europa carica di tensioni. Il presidente americano
Wilson si adoperò per una pace «giusta» e rispettosa del

Il primo conflitto mondiale fu In questa pagina, in alto, un


un evento devastante, che aeroplano da guerra italiano;
vide la mobilitazione di milioni non disponendo ancora di una
di uomini impegnati nella grande potenza di fuoco, gli
logorante guerra di posizione aerei venivano per lo più
nelle trincee ma anche il utilizzati per operazioni di
coinvolgimento della ricognizione; sotto, un carro
popolazione civile con armato dell’esercito italiano: i
deportazioni, lavoro forzato carri armati servivano per
e requisizioni. superare gli sbarramenti in filo
Durante la Grande guerra spinato delle trincee.
furono utilizzati in forma Nella pagina a destra, in alto,
massiccia i nuovi armamenti, una trincea italiana al confine
realizzati grazie allo sviluppo con l’Austria nel 1916 e,
delle industrie e delle sotto, le maschere antigas
tecnologie: carri armati, aerei, per uomini e animali
mitragliatrici, armi chimiche. sul fronte occidentale; i gas
Storia
Le conseguenze della Grande guerra

Contesto
sul piano sul piano sul piano sul piano
culturale sociale economico politico

Monografia Raccordo
“ “ “ “
◗ fine degli imperi
◗ le masse entrano ◗ forte
◗ cade il mito multinazionali:
da protagoniste: indebitamento di
del progresso
tutti gli stati europei • Impero russo
◗ finisce l’«età d’oro • in guerra verso gli Stati Uniti • Impero asburgico
della sicurezza»
• nel dopoguerra
• Impero ottomano

principio delle nazionalità, ma alla fine prevalse un at- Dalmazia e Fiume, come invece era stato stabilito da-
teggiamento punitivo verso la Germania, considerata gli accordi pattuiti prima dell’ingresso nel conflitto. I
la principale responsabile del conflitto e che dovette ac- nazionalisti accusarono di arrendevolezza la delega-
cettare condizioni durissime e umilianti. zione italiana guidata da Vittorio Emanuele Orlando.
C’era d’altra parte una miccia sociale pronta a Le tensioni sul piano sociale e politico erano fortissi-
esplodere: la rivoluzione che nell’ottobre 1917 aveva me. Negli anni 1919-20, il cosiddetto biennio rosso, le
portato al potere in Russia i bolscevichi, ovvero i co- rivendicazioni sociali e la lotta politica in Italia conob-
munisti guidati da Vladimir Il’ic Lenin (1870-1924). La bero infatti (come un po’ ovunque in Europa) una fase
rivoluzione russa diventava un punto di riferimento di radicalizzazione. Il clima era surriscaldato dall’esito
per i partiti e i movimenti europei dei lavoratori e dei della rivoluzione russa, alla quale molti da sinistra
proletari. guardavano come a un modello, mentre sul versante
Quanto all’Italia, la vittoria sull’Austria portò al- opposto, tra i ceti borghesi e conservatori, si diffonde-
l’annessione del Trentino e della Venezia Giulia, ma vano aspettative di ordine e di un governo forte. La
subito si cominciò a parlare di «vittoria mutilata», vecchia classe dirigente liberale appariva ormai in
perché alla conferenza di pace l’Italia non ottenne la piena crisi, incapace di gestire le difficoltà del paese.

velenosi vennero usati


per la prima volta nel 1915
dall’esercito tedesco
contro i francesi. Infine,
una mitragliatrice italiana
di produzione Fiat.

31
Tra Ottocento e Novecento

Sguardi sulla società


Le masse, nuove protagoniste
della storia

■ Manifesto della Lega nazionale delle ■ Cittadini leggono gli elenchi


cooperative (1902). dei candidati alle elezioni italiane del 1919.

La società si trasforma nali: insomma, sono presenti e attivi nel-


Il Novecento, a parere dei sociologi, la società. Grazie a loro, la vita politica
è stato il «secolo delle masse», l’epoca, cambia radicalmente e vengono appro-
cioè, in cui la massa anonima diventa vate le prime leggi che cominciano a ri-
protagonista di una parte importante di conoscere i loro diritti: il suffragio univer-
storia. sale, introdotto tra il 1870 e il 1920 in
Tutto cambiò a causa della Prima quasi tutta l’Europa, dà a tutti gli eletto-
guerra mondiale, il primo conflitto di ri, purché maschi, il diritto di voto.
massa della storia. Milioni di soldati furo-
no strappati dalle loro case e spediti al
fronte a combattersi, spesso senza sape- Nascono le organizzazioni
re perché. Ma stringendosi fianco a fian- di massa
co nelle trincee, avevano allargato le lo- Una risposta al bisogno di partecipa-
ro esperienze, si erano misurati con abi- zione viene dai nuovi «partiti» di massa.
tudini e mentalità sconosciute. Inoltre, Fino ad allora la politica era stata fatta
indossando una divisa, ricevendo la pa- da individui e piccoli gruppi; in parla-
ga di soldati, obbedendo agli alti co- mento si alleavano, talora si separavano,
mandi, avevano fatto l’esperienza con- ma sempre con iniziative individuali. In-
creta dello stato, una realtà fino ad allora vece i partiti sono vere e proprie orga-
semisconosciuta. La propaganda di nizzazioni, con un nome, un programma
guerra li aveva fatti sentire importanti, ben definito, una sede, un bilancio eco-
affermando che la sorte della «patria» nomico; un partito possiede sedi, gior-
era in mano loro. nali, iscritti; c’è una gerarchia interna, ci
Ora, una volta terminato il conflitto, si fa carriera ecc. Tutto questo «appara-
le masse non rientrano più nel silenzio. to» è necessario per ottenere il consen-
Molti uomini, ritornati dal fronte, si iscri- so della massa degli elettori, a cui le
vono a sindacati e partiti, partecipano a riforme elettorali, nei vari paesi, hanno ■ Volantino del Partito socialista italiano a
scioperi e manifestazioni, leggono i gior- spalancato la possibilità di votare. favore del suffragio universale.
32
SINTESI VISIVA

Il difficile passaggio

Contesto
tra Ottocento e Novecento

Monografia Raccordo
LE ILLUSIONI LA REALTÀ

“ “
◗ la capacità di scienza e tecnica di conoscere in Italia
la realtà e modificarla a vantaggio dell’uomo ◗ è difficile costruire uno stato davvero unitario
◗ l’inarrestabilità del progresso umano ◗ è difficile dare risposta ai problemi emergenti:
◗ il mito del nazionalismo e il primato della patria
• pareggio del bilancio
◗ una pace durevole nel continente europeo
• questione romana
◗ l’Europa dominatrice del mondo e la sua
missione civilizzatrice • questione meridionale
◗ allargamento della partecipazione politica

in Europa
◗ alleanze contrapposte e aggressive
◗ crisi economica («grande depressione», 1875-90)

conseguenze conseguenze

“ “
◗ ci si culla nel benessere della Belle époque in Italia
◗ i governi promuovono una politica aggressiva ◗ tensioni sociali (cannonate a Milano, 1898)
superate con le riforme di Giolitti
• contro gli altri stati europei
• contro Africa e Asia _ colonialismo in Europa
◗ riorganizzazione industriale (catena
di montaggio)
◗ politiche sempre più aggressive

ESITO FINALE

le tensioni sfociano
nella Prima guerra mondiale
(1914-18)

33
Contesto
Tra Ottocento e Novecento

Idee
1 Il Positivismo
1 La nuova immagine della scienza
Lo sviluppo industriale e tecnologico degli ultimi decenni dell’Ottocento alimentò una cultura fortemente
razionalistica, il Positivismo. Tale cultura si fondava sulla convinzione che la realtà del mondo sia qualcosa di
«oggettivo» e quindi di misurabile. Si trattava di una ripresa e di uno sviluppo della cultura illuministica del Set-
tecento, che già aveva messo in primo piano i valori della realtà pratica e concreta e sottolineato l’utilità delle
scienze esatte, delle discipline pratiche (l’economia, l’amministrazione dello stato), della tecnica. Analogamente,
un secolo dopo, esaurita l’età romantica, il Positivismo esaltò le scienze sperimentali e le relazioni tra scienza,
tecnologia, produzione industriale e benessere collettivo. Secondo il Positivismo bisogna spiegare i «fatti», cioè i
fenomeni osservabili. I fenomeni si spiegano attraverso l’individuazione di leggi, ossia di costanti, di comporta-
menti regolari, e queste leggi si possono indagare e sottoporre a verifica soltanto con metodi scientifici. Era perciò
necessario estendere il metodo delle scienze sperimentali a qualunque tipo di sapere, comprese le nuove scienze
umane che si stavano definendo in quegli anni (come la sociologia e la psicologia).

2 L’idea del progresso


Il Positivismo fu l’epoca di una vera e propria esaltazione del sapere scientifico, nella convinzione che es-
so aprisse all’umanità un cammino di miglioramento e di prosperità. Questo rimetteva al centro dell’atten-
zione l’idea del progresso (anch’essa teorizzata per la prima volta dagli illuministi). Nel tempo della grande in-
dustria, di scoperte scientifiche che si moltiplicavano e del prodigioso sviluppo della tecnica, la storia appariva
come un percorso lineare e destinato necessariamente a progredire verso il meglio. L’ideologia del progresso,
peraltro, poteva prendere aspetti diversi. Anche il «socialismo scientifico» di Karl Marx e Friedrich Engels si fon-
dava sull’idea di progresso; era però un progresso che richiedeva una lotta politica, per trasformare radicalmen-
te il sistema sociale ed economico esistente. La fiducia razionalistica del Positivismo permeò gran parte della
cultura del secondo Ottocento, fino a quell’età a cavallo tra i due secoli, la cosiddetta Belle époque (letteralmen-
te, in francese, “epoca bella”) in cui ogni cosa sembrava andare per il meglio. In realtà, le basi di questa fiducia
erano piuttosto fragili. Quando il progresso mostrerà i suoi tratti più complessi e problematici, quando emer-
geranno conflitti sempre più aspri nella politica e nella società, culminati nella catastrofe della guerra mondiale,
allora sorgerà una reazione al razionalismo, incarnata da correnti culturali spiritualistiche e irrazionalistiche.
Saranno queste ultime, dalla fine dell’Ottocento, a dar vita alla «cultura della crisi» e alla letteratura decadente.

3 La filosofia del Positivismo


Il termine «positivismo» fu usato per la prima volta nel 1820 dal francese Claude-Henry de Saint-Simon,
per definire il metodo rigoroso delle scienze «positive», cioè fondate sull’osservazione dei fatti e la verifica speri-
mentale delle teorie. Saint-Simon utilizzò inoltre l’espressione «filosofia positiva», per indicare il nuovo sapere
che avrebbe dovuto rimodellare la società europea.
L’elaborazione sistematica del Positivismo si deve poi a un altro francese, Auguste Comte, che nel Corso
di filosofia positiva (1830-42) indicò le tre fasi di sviluppo per le quali, a suo parere, era passata l’umanità.
• In una prima fase teologica, gli uomini vedevano il mondo come un prodotto di princìpi soprannaturali.
• La fase metafisica fu dominata invece da princìpi razionali, ma astratti, non basati sull’osservazione dei fenomeni.
• Solo nell’ultima, la fase positiva, gli uomini hanno cessato d’interrogarsi sull’inconoscibile «perché» dei fenome-
ni e hanno iniziato a indagare il «come» essi si manifestano, a quali leggi ubbidiscono.
Partendo da queste premesse e dall’esaltazione del sapere «positivo», Comte organizzò tutte le scienze
34
Idee
in un sistema generale, al vertice del quale sta la sociologia, o «fisica sociale». Essendo la società la realtà più

Contesto
complessa, la scienza che se ne occupa è anche la più evoluta. Alla base di questa scelta stava l’idea, caratteristi-
ca del Positivismo, che la realtà sociale fosse analizzabile con metodi scientifici, al pari di quella naturale. Il Posi-
tivismo si affermò soprattutto in Francia e in Gran Bretagna (con J.S. Mill e H. Spencer), ma in tutta Europa, nella
seconda metà dell’Ottocento, vi furono intellettuali, scienziati, filosofi che svilupparono ricerche e teorie legate al
clima culturale del Positivismo.

Monografia Raccordo
4 L’evoluzione naturale secondo Darwin
Il risultato più significativo, in ambito scientifico, della cultura positivistica è costituito dalla «teoria dell’e-
voluzione» di Charles Darwin (1809-82).
Il termine evoluzione significa «svolgimento», «sviluppo», e indica nel linguaggio scientifico il processo che
ha trasformato le forme di vita sulla Terra da una manciata di organismi semplici, vissuti miliardi di anni fa, a un
numero assai vario di specie, cioè quelle attualmente esistenti.
Darwin studiò questi fenomeni in esemplari di flora, fauna, rocce, e nel trattato Sull’origine delle specie (1859)
espose la sua teoria, basata sul principio della selezione naturale: in natura, solo le specie che possiedono caratteri
favorevoli all’ambiente – che è in continuo cambiamento – riescono a sopravvivere, e quindi a trasmettere tali carat-

Il documento
Darwin: evoluzione e futuro dell’umanità
Secondo Charles Darwin, la vita e la condizione degli organismi viventi sono regolate da una «lotta per l’esistenza»
che è in grado di stabilire, attraverso la «selezione naturale», il rapporto tra numero degli individui e risorse dispo-
nibili. Darwin, figlio di un’epoca intrisa di fiducia nel progresso, è ragionevolmente ottimista: la selezione naturale
condurrà a forme di vita superiori, capaci di gestire al meglio le risorse disponibili. Leggiamo alcuni passi del cele-
bre trattato di Darwin Sull’origine delle specie.
Non vedo nessun limite a questo potere [della natura] di adattare lentamente e magnifica-
mente ciascuna forma alle più complesse relazioni della vita. [...] Poiché tutte le forme attuali
della vita sono le discendenti in linea diretta di quelle che vissero molto tempo prima dell’età
cambriana,1 possiamo essere sicuri che l’ordinaria successione per generazione non è mai sta-
ta spezzata e che nessun cataclisma2 ha devastato il mondo intero. Possiamo dunque guarda-
re con qualche fiducia verso un sicuro avvenire di grande durata. E poiché la selezione natu-
rale lavora esclusivamente mediante il bene e per il bene3 di ciascun essere, tutte le qualità del
corpo e della mente tenderanno a progredire verso la perfezione. [...]
Così, dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risulta-
to che si possa concepire, cioè la produzione degli animali superiori. Vi è qualcosa di grandioso in
questa concezione della vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore4 in
poche forme, o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare
secondo l’immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissi-
me e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi.

C. Darwin, Sull’origine delle specie, trad. di L. Fratini,


Boringhieri, Torino 1967

1. età cambriana: una fase dell’era prima- 3. per il bene: da intendersi non nel sen- 4. Creatore: in altri testi Darwin si di-
ria, risalente a circa 600 milioni di anni fa. so del “finalismo” (ovvero: i processi natu- chiarava agnostico; l’esistenza di Dio non
2. cataclisma: ammettendo la possibilità rali tendono a uno scopo finale), ma co- si può né affermare né negare con i soli
di queste grandi catastrofi, Darwin com- me migliore risposta all’ambiente, il che strumenti scientifici.
prometterebbe tutta la propria teoria fon- può implicare il danno di qualche altra
data sull’idea di un’ordinata progressione specie.
verso il futuro.

35
Tra Ottocento e Novecento

teri alle generazioni successive. In questa «lotta per la sopravvivenza», dunque, è la natura stessa a fornire il mec-
canismo selettivo perché sopravvivano e si riproducano certe specie, dotate di caratteri «vincenti», e non altre, che
invece sono destinate a estinguersi.
L’approccio di Darwin metteva in discussione la convinzione, dominante da secoli, per cui le specie sono
tali sin dall’inizio dei tempi, essendo frutto della creazione divina («creazionismo»). Perciò, almeno in un primo
momento, le sue teorie furono all’origine di accese discussioni.

Le basi del Positivismo

fiducia nella primato ottimismo


esaltazione
ragione di scienza nel
dell’industria
umana e tecnica progresso

“ “ “ “
◗ può conoscere con ◗ assicurano ◗ facilita la vita ◗ gli uomini possono
certezza la realtà il dominio dell’uomo umana sulla Terra costruirsi un mondo
◗ elabora un metodo sul mondo ◗ moltiplica migliore risolvendo
che si può applicare ◗ collaborano con lo il benessere difficoltà e problemi
a ogni ambito sviluppo economico

2 La crisi
del modello razionalista
1 Un nuovo clima culturale
Negli ultimi anni dell’Ottocento il Positivismo dominante fu attaccato da una ben diversa sensibilità culturale,
che metteva in dubbio la fiducia nel fatto che scienza e tecnica potessero dominare il mondo. Contrapponendo i
concetti di «crisi» e di «decadenza» alla fiducia nella scienza e nel progresso, tipica del Positivismo, questa nuova
sensibilità nutriva l’affermarsi del Decadentismo letterario (E p. 48) e preparava i successivi sviluppi novecenteschi.
Un evento sintomatico fu l’eco suscitata dall’articolo «Dopo una visita in Vaticano» (Après une visite au Vaticano) del
critico letterario francese Ferdinand Brunetière (1849-1906), pubblicato il 1° gennaio 1895 sulla «Revue des deux
Mondes» (Rivista dei due Mondi). Brunetière, seguace di Darwin, era reduce da un’udienza particolare che gli era sta-
ta concessa da papa Leone XIII e che lo lasciò assai scosso. Nel suo resoconto scrisse che l’atmosfera generale stava
cambiando: dopo decenni di supremazia, il Positivismo stava arretrando; s’intravvedevano, a suo giudizio, i segni
della «bancarotta della scienza», non per una disfatta generale, ma per numerosi fallimenti parziali. Parallelamente,
Brunetière registrava la diffusione di un nuovo clima spiritualistico e una generale riconquista di prestigio da parte
della religione, per anni bersagliata dalle critiche dei positivisti.

2 Il crepuscolo di una civiltà


Man mano che si avvicinava la fine del secolo, si tracciavano bilanci che rimettevano in discussione le ba-
si della precedente cultura. Il progresso sociale, dato per sicuro, appariva largamente minacciato dai conflitti so-
ciali e dagli antagonismi tra gli stati. La vecchia Europa, con la sua prestigiosa e millenaria cultura, appariva sul-
l’orlo del disfacimento. Numerosi intellettuali iniziarono a parlare apertamente di «tramonto», di «crepuscolo»,
di «fine della società»:
• era Il crepuscolo degli dèi cantato nell’omonimo melodramma (1876) dal grande compositore tedesco Richard
Wagner (1813-83);
36
Idee
• era la «degenerazione» della società e della cultura
La svolta di fine secolo

Contesto
giudicata irreversibile da Max Nordau (1849-1923) nel
suo romanzo-saggio Degenerazione (1892);
fine
• era la «fine dell’età dell’oro della sicurezza», che sarà
Ottocento
descritta dallo scrittore austriaco Stefan Zweig nel suo
libro Il mondo di ieri (1942);
• era Il tramonto dell’Occidente preconizzato dal libro sono messi in dubbio:

Monografia Raccordo
(1918-22) del filosofo Oswald Spengler (1880-1936): ◗ la concezione positivistica
a suo giudizio ogni civiltà, per necessità biologica, si del progresso
irrigidisce, declina e poi muore, provocando un ge-
◗ i risultati e le certezze della scienza
nerale «rovesciamento dei valori».
Scienza e ragione poco o nulla potevano contro
un ciclo degenerativo a cui non esiste rimedio: Sem-

brava di essere giunti alla fine non di una civiltà, bensì
nuovo clima culturale
della civiltà in generale. Saliva così alla ribalta il tema
imperniato su
della “decadenza” che colpisce gli uomini, le loro cul-
ture e tutto ciò che esiste; “decadente” viene chiama-
ta, non a caso, la tendenza letteraria più tipica dell’età CRISI/DECADENZA
di passaggio tra Otto e Novecento. della ragione

3 La fine delle certezze tradizionali:


Nietzsche e Freud
La perdita nella capacità della ragione di descrivere il mondo esterno alimentò forme di pensiero che si usa
etichettare con il termine «irrazionalismo»: l’atteggiamento di chi giudica la ragione insufficiente a interpretare
la realtà e si affida perciò ad altre forze: l’istinto, il sentimento, l’intuizione.
Un atteggiamento irrazionalistico era già stato elaborato da precedenti filosofi come il tedesco Arthur
Schopenhauer (1788-1860) e il danese Sören Kierkegaard (1813-55): critici verso i filosofi del loro tempo i
quali, come Hegel, credevano nella razionalità della storia e nella comprensibilità del mondo reale, essi aveva-
no invece sottolineato che l’uomo si muove in una dimensione di finitezza e precarietà, e dunque non può com-
prendere e padroneggiare una realtà complessa e infinita.
Il maggiore filosofo della crisi di fine Ottocento fu il tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900). Il suo pensiero
non accetta più né verità certe, né valori morali: i valori tradizionali sono, a suo giudizio, menzogne. Non c’è più
nulla di sicuro, di stabile, di oggettivo (è il «relativismo» di Nietzsche). La storia non si sviluppa in modo lineare; ri-
proponendo l’antica legge dell’«eterno ritorno», cara agli antichi greci, Nietzsche afferma che l’uomo contempora-

L’emancipazione femminile
Un posto nuovo, nella società di massa, Queste pioniere dell’emancipazione in occasione del referendum che dovrà
spettava alle donne. Per la verità esse ri- femminile vennero chiamate «suffraget- decidere tra monarchia e repubblica.
manevano ancora escluse dalla parteci- te», un termine ironico, usato per dileg- La parità della donna era però una
pazione diretta alla vita politica per mez- gio dagli uomini, che trovavano strano, questione sociale assai più ampia del solo
zo del voto. Solo dopo la lunga pressione se non addirittura «contro natura», il de- diritto di voto: coinvolgeva il lavoro e la
e insistenza delle suffragiste (le donne siderio delle donne di avere voce in poli- giusta retribuzione, l’accesso all’università,
che si battevano per il diritto di voto) ca- tica. Stando alla mentalità tradizionale, la parità con il marito nell’istituto matrimo-
peggiate da Emmeline Pankhurst infatti, la donna doveva occuparsi della niale ecc. Furono tutte conquiste realizzate
(1858-1928), arrestata e processata di- casa e della famiglia, rimanendo nel- lentamente e con difficoltà dal movimento
verse volte, le donne inglesi (quelle spo- l’ombra, in silenzio. Una condizione che di emancipazione femminile (cioè di libera-
sate, perlomeno, precedute solo dalle pesò a lungo anche in paesi avanzati: il zione della donna), nato dall’iniziativa di
donne neozelandesi, nel 1893) ottenne- diritto di voto alle donne in Francia sarà poche coraggiose e divenuto poi, gradual-
ro il diritto di voto alle elezioni per la Ca- sancito solo nel 1944; in Italia verrà mente, un movimento di massa in grado
mera dei Comuni del 1918. esercitato per la prima volta nel 1946, d’incidere sulla mentalità collettiva.

37
Tra Ottocento e Novecento

neo è l’ultimo prodotto di un inarrestabile processo di decadenza, incapace di produrre nuova storia. È la posizione
detta «nichilismo» (da nihil, “nulla” in latino).
La «morte di Dio» preconizzata nel saggio Così parlò Zarathustra (1883-85) significa la fine delle certezze e
dei valori assoluti che la cultura occidentale aveva per millenni condensato nella figura di Dio. Solo il
«superuomo», incarnazione della libertà e della volontà di potenza, potrà sottrarsi al destino della decadenza e
proporsi quale rifondatore della storia dell’umanità.
All’irrazionalismo di primo Novecento fornì un contributo decisivo anche Sigmund Freud (1856-1939), fon-
datore della psicoanalisi: una dottrina che costituì il retroterra teorico di molte opere letterarie incentrate sulla sog-
gettività umana. A partire dall’Interpretazione dei sogni (1899), per continuare con Psicopatologia della vita quotidia-
na (1901), Totem e tabù (1912-13) e altre opere, Freud affermava che la psiche umana è divisa; c’è in essa una parte
cosciente (l’«Io»), ma c’è anche una larga zona (l’«inconscio») di cui non abbiamo né la coscienza né il controllo.
Ogni individuo possiede una natura «multipla»: è un campo di tensioni tra forze inconsce e atti di coscienza.
Freud veniva a distruggere la certezza che ciascuno di noi abbia uno e un solo «carattere», ben deter-
minabile e conoscibile, per sostenere, al contrario, che dobbiamo accontentarci di poter controllare solo par-
zialmente la nostra volontà. Freud, per la verità, partiva da un assunto positivistico: la psiche umana può es-
sere conosciuta e perciò può essere curata. Senza questa fiducia non avrebbe senso la stessa psicoanalisi da
lui fondata, che è un metodo di conoscenza della psiche finalizzato alla cura, alla terapia. Ma l’approccio

Il documento
Nietzsche: «Dio è morto!»
Così parlò Zarathustra è l’opera più celebre di Friedrich Nietzsche. Nella pagina che proponiamo l’autore si rivol-
ge agli «uomini superiori» affinché reagiscano contro la massa ignorante e realizzino una stirpe umana diversa, in-
dipendente dalla moralità corrente. La figura emblematica del «superuomo» riassume l’auspicio di questa nuova
umanità «eroica», capace di prendere in mano il proprio destino. L’affermazione «Dio è morto!» va intesa soprattut-
to nel senso che Dio è «filosoficamente» morto, visto che ormai nessuna regola morale si può più giustificare con il
fatto che essa discende dalla volontà divina.
I. «Voi1 uomini superiori, – così ammicca la plebe – non vi sono uomini superiori, noi siamo
tutti eguali, l’uomo è uomo; davanti a Dio – siamo tutti eguali!»
Davanti a Dio! – Ma questo Dio è morto. Davanti alla plebe, però, noi non vogliamo essere
eguali. Uomini superiori, fuggite il mercato!
II. Davanti a Dio! – Ma questo Dio è morto! Uomini superiori; questo Dio era il vostro più gra-
ve pericolo.
Da quando egli giace nella tomba, voi siete veramente risorti. Solo ora verrà il grande meriggio,2
solo ora l’uomo superiore diverrà padrone.
Avete capito queste parole, fratelli? Voi siete spaventati: il vostro cuore ha le vertigini? Vi si spa-
lanca, qui, l’abisso? Ringhia, qui, contro di voi il cane dell’inferno?
Ebbene! Coraggio! Uomini superiori! Solo ora il monte partorirà il futuro degli uomini. Dio è
morto: ora noi vogliamo, – che viva il superuomo.
III. I più preoccupati si chiedono oggi: «come può sopravvivere l’uomo?».
Zarathustra invece chiede, primo e unico: «come può essere superato3 l’uomo?».
Il superuomo mi sta a cuore, egli è la mia prima e unica cosa, – e non l’uomo: non il prossimo,
non il miserrimo, non il più sofferente, non il migliore.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1998

1. Voi: sta parlando Zarathustra o Zoroa- fra gli uomini a esporre il frutto delle sue ze e gli ideali di un tempo.
stro, antico filosofo religioso persiano, riflessioni. 3. superato: trasceso in un’umanità su-
vissuto circa 700-800 anni prima di Cri- 2. il grande meriggio: l’età contempora- periore.
sto; Nietzsche immagina che sia tornato nea, nella quale si esauriscono le certez-

38
Idee
freudiano conteneva tre novità sconvolgenti per l’epoca:

Contesto
• la prima è che l’individuo, anche l’individuo «normale», è sempre teatro di un conflitto fra diverse pulsioni, e tra
queste e la razionalità;
• la seconda è che il confine tra salute mentale e malattia è assai più sfuggente di quanto non si creda comu-
nemente;
• la terza è che la psiche umana va analizzata non a partire dalle sue espressioni coscienti, ma indagando le forme
in cui si manifesta l’inconscio. La principale di queste forme è il sogno, nel quale conflitti e tensioni si possono ri-

Monografia Raccordo
velare, sia pure in una forma non esplicita, e che dunque va interpretata.

4 I «maestri del sospetto»


Per la forza rivoluzionaria delle loro idee, Nietzsche e Freud sono stati inclusi, assieme a Karl Marx, fra i tre
«maestri del sospetto»: così li chiamò, nel 1966, il filosofo francese Paul Ricœur (1913-2005). A suo giudizio, in-
fatti, tutti e tre partirono da una comune convinzione, secondo cui la verità (apparente) è menzogna:
• è menzogna la giustizia borghese nei rapporti sociali e di lavoro (Marx);
• è menzogna l’idea di Dio, della sua provvidenza e della morale che ne scaturisce (Nietzsche);
• è menzogna la capacità di dominare i nostri istinti e le pulsioni più profonde (Freud).
Si trattava di concezioni radicalmente nuove nello scenario filosofico dell’epoca.

Il documento
Freud: «L’Io non è padrone in casa propria»
Parecchie furono le novità recate dalla psicoanalisi rispetto alle certezze tradizionali: novità tali da produrre un
vero sconvolgimento culturale, un «cambio di paradigma», come diremmo oggi. In questo scritto del 1916, Una dif-
ficoltà della psicoanalisi, Freud riflette sul perché la sua dottrina incontri tante resistenze per essere accettata; e
conclude che non è strano. Infatti la psicoanalisi sottrae all’individuo il dominio di quanto più sembrerebbe appar-
tenergli, ovvero l’intimità dello spirito: mente, carattere, volontà.
L’uomo, anche se degradato al di fuori, si sente sovrano nella propria psiche. Ma in determinate
malattie, e specialmente nelle nevrosi1 che noi abbiamo studiato, le cose vanno diversamente. L’Io
si sente a disagio, incontra limiti al proprio potere nella sua stessa casa, nella psiche. Appaiono im-
provvisamente pensieri di cui non si sa donde provengano; e non si può far nulla per scacciarli.
Questi ospiti stranieri sembrano addirittura più potenti dei pensieri sottomessi all’Io, e tengono te-
sta a tutti quei mezzi, pur già tante volte collaudati, di cui dispone la volontà; non si lasciano turba-
re dalla confutazione logica, né li tange la testimonianza opposta della realtà. Oppure sorgono im-
pulsi che sono come quelli di un estraneo, talché l’Io li rinnega, pur esso però costretto a temerli e a
prender le proprie misure contro di essi. L’Io dice a se stesso che si tratta di una malattia, di una in-
vasione straniera, e accentua la propria vigilanza; ma non può capire perché gli accada di sentirsi in-
ceppato in una maniera tanto strana. La psicoanalisi si propone di spiegare queste inquietanti for-
me morbose. [...] Ma le due spiegazioni – che la vita pulsionale della sessualità non si può domare
completamente in noi, e che i processi psichici sono per se stessi inconsci e soltanto attraverso una
percezione incompleta e inattendibile divengono accessibili all’Io e gli si sottomettono – equivalgo-
no all’asserzione che l’«Io non è padrone in casa propria». [...] Non c’è quindi da meravigliarsi se l’Io
non concede la propria benevolenza alla psicoanalisi e continua ostinatamente a non crederle.
S. Freud, Una difficoltà della psicoanalisi, in Opere, a cura di C. Musatti, vol. 8, Boringhieri, Torino 1989

1. nevrosi: disturbi nervosi e affettivi,


meno gravi delle psicosi.

39
Sguardi sulla società
Mass media e industria culturale

■ Manifesto pubblicitario
per il quotidiano bolognese
«Il Resto del Carlino», 1908.

■ Manifesto della rivista statunitense


«Harper’s Magazine» (1895).

Nuove forme
di comunicazione
Nel Novecento trionfa la cultura di
massa, cioè la cultura (idee, testi, spetta-
coli ecc.) prodotta per essere fruita da
un numero sempre più ampio di perso-
ne. Con il Novecento si apre il secolo dei
mass media, cioè di quelle nuove forme
di comunicazione destinate al grande
pubblico: fumetti, riviste periodiche,
giornali, cinema, programmi radiofonici
e televisivi, dischi. Non si tratta più di
prodotti «unici», com’è, per esempio, un
quadro, ma riproducibili su scala indu-
striale, attraverso la stampa, la fotografia ■ Copertina del romanzo ■ «La domenica dei fanciulli», un
ecc. E poiché lo scopo è che questi pro- Il corsaro nero (1898) di Emilio Salgari. settimanale illustrato per ragazzi che iniziò
dotti abbiano una vastissima diffusione, le sue pubblicazioni nel 1900.
si afferma il fenomeno del «divismo», ov-
vero l’identificazione del grande pubbli- La cultura come «merce» ri difficili da interpretare, ma ricche di si-
co con «superuomini» e «superdonne». L’idea che la cultura sia una «merce», gnificati e problemi; il loro fine è espri-
La cultura di massa aveva fatto la sua anziché un bene spirituale o un messag- mere uno sguardo critico sul mondo. In-
comparsa intorno al 1850-60 in Francia e gio di verità, come da sempre si pensa- vece l’arte e la cultura di massa raccon-
in Inghilterra, patrie del romanzo d’ap- va, generò all’inizio un vero shock. tano trame avvincenti, ma tutte simili le
pendice o feuilleton. Ora, nel Novecen- Gli autori tradizionali, quelli della une alle altre; inscenano personaggi
to, il fenomeno si generalizza, grazie al- cultura «alta», producono opere curatis- standard, allineati alla mentalità comune;
l’istruzione più diffusa e grazie al sorgere sime, pensate per fruitori selezionati. Al le opere sono merce da vendere, che
di una vera «industria», che produce cul- contrario, la cultura di massa produce deve risultare appetibile da tutti. Anche
tura (secondo alcuni, una «sottocultura») oggetti di basso impegno artistico e di gli autori dell’industria culturale diven-
in serie e su vasta scala e la mette sul largo consumo. Le opere dell’arte e del- gono semplici ingranaggi nel circuito
mercato. la letteratura tradizionali risultano maga- della produzione e del consumo.
40
Idee
3 Intuizione e vita interiore

Contesto
nelle filosofie d’inizio Novecento

Monografia Raccordo
1 Croce e Bergson
La perdita di fiducia nel mondo esterno spostava l’attenzione verso il soggetto, verso l’io interiore: ne
emergeva però un io in crisi, conflittuale, sofferente per la perdita di stabili punti di riferimento, come insegnava
la psicoanalisi di Freud.
Molto indicativi, in proposito, sono anche il pensiero del francese Henri Bergson (1859-1941) e quello dell’i-
taliano Benedetto Croce (1866-1952). Entrambi ponevano l’accento sull’intuizione individuale come strumento di
conoscenza del reale; mettevano dunque in discussione uno dei principi cardine del Positivismo, cioè la convinzio-
ne che si possono conoscere le cose, il mondo, la vita solo partendo da dati certi, dall’evidenza empirica. Invece per
Bergson la conoscenza che si ottiene per via d’intuizione è superiore a quella raggiungibile con gli strumenti della
scienza; mentre Croce esalta la conoscenza a cui si arriva attraverso l’arte e la poesia. Grande, come si vede, è la di-
stanza rispetto al razionalismo ottocentesco e positivistico: l’intuizione, infatti, è «misurabile» scientificamente.
In particolare Bergson, nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), si allontanò con decisione dal
Positivismo, proponendo un’idea di tempo e di «durata» molto soggettiva, profondamente diversa da quella misu-
rabile con gli orologi. Sarà lui a dare la base filosofica per il grande ciclo romanzesco di Marcel Proust Alla ricerca
del tempo perduto (pubblicato a partire dal 1913: E p. 698).

2 Tra soggettivismo e razionalismo


Ma la dimensione individualistica e soggettivistica emerge un po’ in tutte le correnti di pensiero d’inizio se-
colo: per esempio nello storicismo del tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911) e nel pragmatismo dello statunitense
William James (1842-1910), che elaborarono un’idea di storia come prodotto dell’uomo, che sfugge alle rigide de-
terminazioni dei «fatti» e delle leggi scientifiche. Anche la fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938) sottoli-
neava la centralità della coscienza soggettiva come autentico «mondo della vita».
Rimasero invece fedeli a un’impostazione materialistica altre scuole culturali, in particolare il marxismo, sog-
getto a importanti riletture da parte dei pensatori cosiddetti neomarxisti, come l’italiano Antonio Gramsci (1891-1937),
tra i fondatori nel 1921 del Partito comunista italiano, e come il critico letterario ungherese György Lukács (1885-1971).

Le filosofie della crisi

Nietzsche Freud Bergson e Croce

“ “ “
contro la morale tradizionale: contro la stabilità e contro la fiducia nella scienza
◗ «morte di Dio» la trasparenza dell’Io: sperimentale:
◗ la storia non evolve affatto ◗ ruolo dell’inconscio ◗ l’intuizione individuale
in modo lineare ◗ conflitto fra pulsioni è lo strumento fondamentale
e razionalità per conoscere la realtà

◗ «L’Io non è padrone in casa


propria»

superamento della cultura positivistica di fine Ottocento

41
Tra Ottocento e Novecento

SINTESI VISIVA

Due modelli culturali

CULTURA OTTOCENTESCA CULTURA NOVECENTESCA

nucleo centrale ■ Positivismo, razionalismo ■ crisi del Positivismo, irrazionalismo

contesto ■ espansione della grande industria ■ tensioni internazionali


storico-sociale ■ sviluppo di scienza e tecnica ■ Prima guerra mondiale
■ Europa dominatrice del mondo

finalità ■ dominio della realtà da parte ■ testimoniare la crisi e la debolezza


dell’uomo della condizione umana

strumenti per ■ metodo scientifico galileiano ■ critica delle certezze tradizionali


la conoscenza (osservazione empirica leggi
+ ■ l’intuizione, l’interiorità umana
generali)
■ applicazioni tecniche e nuove
invenzioni

tematiche ■ primato della ragione scientifica ■ impossibilità della scienza di


prevalenti ■ certezza di poter conoscere conoscere la realtà in modo esauriente
e dominare la realtà ■ finitezza e precarietà della condizione
■ fiducia nel progresso umana
■ rapporto molto stretto fra industria ■ crisi, decadenza, degenerazione della civiltà
e ricerca scientifica europea
■ l’Io diviso: noi non ci apparteniamo (Freud)

protagonisti ■ Auguste Comte ■ Friedrich Nietzsche


■ Charles Darwin ■ Sigmund Freud

42
Contesto Storia

Poetiche

Contesto
Monografia Raccordo
1 Naturalismo e Verismo
1 Dalla Francia la novità del Naturalismo
La grande novità del clima culturale diffuso dal Positivismo fu il Naturalismo. La sua versione italiana fu,
con qualche aggiustamento, il Verismo. Nacque in Francia intorno al 1865-70, ma non rappresentava una novità
assoluta, perché s’innestava, in realtà, sul tronco del romanzo realista di Balzac e Dickens. Teorizzato da Émile
Zola (E p. 72), il Naturalismo si diffuse rapidamente e divenne, per almeno un ventennio, la tendenza letteraria
dominante in Europa, anche se fin dagli inizi, o quasi, dovette convivere con un progetto di arte e letteratura
molto differente, quello elaborato dal Decadentismo.

2 La poetica naturalistica
In comune con il Realismo di metà Ottocento, il Naturalismo manifestava l’attenzione per la realtà e
per il «vero», oltreché la preferenza per la prosa: adottò il romanzo come strumento privilegiato per una let-
teratura «sperimentale», capace cioè di analizzare in maniera oggettiva e «scientifica» la realtà, con
l’ambizione di proporre uno studio di essa a 360° (da qui il progetto dei grandi cicli romanzeschi: quello dei
Rougon-Macquart di Émile Zola o l’interrotto «ciclo dei Vinti» di Giovanni Verga).
Accanto al romanzo, naturalisti e veristi predilessero anche la novella, che essi chiamarono «bozzet-
to»: un racconto breve, che inquadrava con precisione una condizione umana, un ambiente sociale.
Le origini culturali del Naturalismo risiedevano nella diffusione del Positivismo. A guidare i narratori natu-
ralisti era l’ambizione di poter conoscere «oggettivamente» il mondo (e contribuire così al suo progresso tecni-
co-scientifico); li ispirava, dunque, un criterio «positivo», così come positivista era il loro proposito di avvicinare i
metodi dell’arte a quelli tipici delle scienze naturali, le scienze appunto «positive».
In tal modo il romanziere si poneva come conoscitore privilegiato dei meccanismi della realtà, come «os-
servatore» attento delle vicende sociali; una sorta di medico, come i naturalisti amavano presentarsi

L’arte secondo il Naturalismo

modello culturale lo scopo dell’arte il ruolo dell’artista l’opera d’arte

“ “ “ “
contribuire alla è un «documento
Positivismo conoscenza è uno scienziato umano»
della realtà

osserva,
fiducia nella scienza vale per i suoi
l’arte non abbellisce, scompone,
e nella ragione contenuti,
ma ritrae dal vero ricostruisce i fatti
umana non per la forma
umani

43
Tra Ottocento e Novecento

(l’atteggiamento dell’artista è, scrisse Edmond de Goncourt (1822-96), quello «di un medico, di uno scienziato, di
uno storico»). Tali convinzioni furono espresse da Émile Zola nel saggio teorico Il romanzo sperimentale (1880).
Il romanziere, secondo Zola, ha un compito analogo a quello dello scienziato: deve osservare la realtà e condur-
re esperimenti su di essa, scomponendo i fatti e poi ricostruendo il loro interno meccanismo psicologico. La sua
opera sarà un «documento», un «documento umano», utilizzabile come fonte diretta dagli scienziati che studia-
no la società e la psicologia umana.
Se i romantici avevano accordato il primato alla fantasia, all’immaginazione, al ricordo, cioè ai lati sogget-
tivi e sentimentali dell’uomo, i naturalisti aspiravano invece al «vero» – il vero della scienza, però, non quello del-
la filosofia o della religione. In questo vero c’era spazio anche per il brutto: anch’esso aveva valore estetico, in
un’arte che voleva rappresentare la realtà così com’è. Soprattutto l’artista non doveva interferire con la sua opera

Il documento
Zola: letteratura e analisi scientifica
Nel 1867, per difendere dalle critiche la seconda edizione del suo romanzo Thérèse Raquin, Zola scrisse un’im-
portante Prefazione. Al centro della letteratura vengono messi scopi puramente conoscitivi e «scientifici», non più
artistici o d’intrattenimento. Come un «chirurgo» all’opera sul «tavolo anatomico», così – scrive Zola – il romanziere
viviseziona ciò che esiste, attento solo alle reazioni fisiologiche che caratterizzano l’esistenza degli individui. Tali
reazioni potranno meglio evidenziarsi in ambienti sociali bassi, moralmente spregevoli, dove la vita umana regredi-
sce quasi al suo stadio primario.
In Teresa Raquin ho voluto studiare indoli, non caratteri.1 In ciò è tutta l’essenza del libro. Ho
scelto personaggi dominati superlativamente dai nervi e dal sangue, privi di libero arbitrio,2 so-
spinti in ogni atto della vita dalla fatalità della loro carne. Teresa e Lorenzo sono due esseri bestia-
li e null’altro. In questi due bruti3 ho voluto seguire, a passo a passo, il sordo travaglio delle pas-
sioni, gli impulsi dell’istinto, i turbamenti cerebrali che susseguono a tutte le crisi nervose. Gli
amori dei miei due protagonisti non sono che la soddisfazione di un bisogno. [...] L’anima è per-
fettamente assente, ne convengo, poi che ho voluto proprio che così fosse. [...] Si legga il roman-
zo con attenzione, e si vedrà che ogni capitolo è lo studio di uno strano caso di fisiologia. In una
parola, non mi sono proposto che questo: dato un uomo vigoroso e una donna insoddisfatta,
cercare in loro la bestia, non veder altro che la bestia, inserire entrambi in un dramma violento, e
annotare scrupolosamente le sensazioni e gli atti di questi due esseri. In definitiva, ho fatto su
due corpi vivi il lavoro di analisi che i chirurghi fanno sui cadaveri [...].
Quando ho scritto Teresa Raquin mi sono appartato dal mondo e ho copiato, con minuziosa
esattezza, la vita, dedicandomi esclusivamente all’analisi del meccanismo umano. Vi assicuro che
gli amori crudeli di Teresa e di Lorenzo non avevano per me nulla d’immorale, nulla che possa
spingere a turpi passioni. [...]
L’analisi scientifica tentata in Teresa Raquin non sorprenderà [i lettori più attenti]. Essi vi ricono-
sceranno il metodo moderno, lo strumento di indagine universale di cui il secolo si serve con tan-
to fervore per penetrare l’avvenire. A qualunque conclusione dovessero giungere, ammetteranno il
mio punto di partenza: lo studio dei caratteri e delle profonde modificazioni dell’organismo sotto
l’influsso dell’ambiente e delle circostanze.
E. Zola, Thérèse Raquin, trad. di E. Tombolini, Rizzoli, Milano 1949

1. caratteri: fisionomie psicologiche, do- a scegliere tra bene e male, a causa delle «cultura», fermi al livello puramente «na-
tate di una normale complessità. loro umilissime condizioni. turale».
2. privi di libero arbitrio: impossibilitati 3. bruti: esseri primitivi, del tutto privi di

44
Poetiche
e con i suoi personaggi: doveva rimanere il più possibile un osservatore imparziale ed esterno. Era il «criterio

Contesto
dell’impersonalità». Verga lo tradurrà così: bisogna, scriverà nella prefazione al racconto L’amante di Gramigna,
che l’opera «sembri essersi fatta da sé».

3 Il Verismo italiano
Al Naturalismo francese si riallacciarono direttamente gli autori del Verismo italiano. I tre principali furono

Monografia Raccordo
tutti siciliani: Capuana, Verga, De Roberto.

■ Il teorico del movimento fu Luigi Capuana (1839-1915). Fu lui a divulgare l’esperienza di Zola e dei na-
turalisti con molti articoli e saggi critici (raccolti in Il teatro italiano contemporaneo, 1872), in cui tuttavia,
rispetto a Zola, sottolinea maggiormente l’autonomia dell’arte rispetto alla scienza (E p. 46). Oltre che un
teorico del Verismo, Capuana fu un notevole narratore. Dopo il romanzo Giacinta (1879), che suscitò al-
l’apparire vivaci discussioni, scrisse diversi volumi di novelle e Il marchese di Roccaverdina (1901): am-
bientato nella campagna siciliana, esso racconta la segreta inquietudine e i rimorsi di un nobile egoista,
che lo condurranno fino alla follia.

■ Come Capuana, anche Giovanni Verga (1840-1922) era siciliano d’origine, pur se visse a lungo a Firenze
e poi a Milano, allora capitali della cultura italiana. Verga esordì con romanzi tardo-risorgimentali, ambien-
tati nell’alta società borghese (come Storia di una capinera, 1870). Successivamente si “convertì” al Verismo:
nel 1874 pubblicò la novella Nedda, un «bozzetto siciliano» rivoluzionariamente ambientato nelle campa-
gne della natía Sicilia e la cui protagonista (Bastianedda, detta Nedda «la varannisa») è una «povera figliuola
raggomitolata sull’ultimo gradino della scala umana». La conquista del Verismo da parte di Verga appare
completa nella raccolta di racconti Vita dei campi (1880) e quindi nei suoi grandi romanzi, I Malavoglia
(1881) e Mastro-don Gesualdo (1889).

■ All’elaborazione della poetica del Verismo Verga diede anche contributi teorici.
1. Il primo fu la novella Fantasticheria (1879): in essa manifestava l’intenzione di raccontare un giorno il dramma
di «uno di quei piccoli» che si stacca dal paese, per «vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio». Era il prean-
nunzio dei Malavoglia (1881).
2. Poco dopo fu la volta di una lettera (1880) all’amico Salvatore Farina, lettera che Verga volle poi premettere
alla novella L’amante di Gramigna. In essa l’autore teorizzava il desiderio di narrare il «fatto nudo e schietto» con
le «medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare», rinunciando alla «lente dello scrittore»; in
tal modo, aggiungeva, «la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile» e «l’opera d’arte sembrerà essersi
fatta da sé, aver maturato ed esser sòrta spontanea, come un fatto naturale».
3. Infine, nella Prefazione dei Malavoglia, datata 19 gennaio 1881, Verga tracciava il programma di un ciclo di ro-
manzi, aperto dai Malavoglia e proseguito da altri quattro racconti (ne portò a termine solo un altro, Mastro-don
Gesualdo). Era però non il ciclo dei vincitori nella «lotta per la vita», bensì il «ciclo dei Vinti», dei «fiacchi che le-
vano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti...», cioè di chi viene dopo di
loro e li schiaccia. In questa Prefazione, la dottrina positivistica dell’evoluzione si colora di tinte negative: il pro-
gresso è una «fiumana» e si lascia dietro «deboli che restano per via», i «vinti che levano le braccia disperate».

■ Proprio in questo pessimismo verghiano risiede la principale differenza tra Verismo e Naturalismo francese:
• Zola racconta vicende ambientate nelle città della grande industria e crede ancora alla possibilità d’indirizzare
il progresso verso esiti positivi;
• Verga invece non ci crede più: il suo mondo delle campagne appare chiuso di fronte a una prospettiva vera-
mente «positiva».
Del resto, si era negli anni in cui scoppiò la questione meridionale, destinata a segnare in profondità un po’
tutta la storia dell’Italia contemporanea (E scheda a p. 90).

■ Accanto a Verga e a Capuana, il terzo autore del verismo siciliano fu Federico De Roberto (1861-1927). Stu-
dioso di Flaubert e amico di Verga, pubblicò nel 1897 il romanzo I Viceré: un vasto affresco ambientato a Catania,
nel passaggio dal governo borbonico all’Italia unita. La crisi storica e sociale è rappresentata dal narratore con
grande precisione; una ridda di personaggi si affolla in caotiche scene di massa, mentre il ciclo familiare dei nobi-
li Uzeda sembra rappresentare una razza degradata dalla follia.

45
Tra Ottocento e Novecento

Dal Naturalismo francese al Verismo italiano

Naturalismo francese Verismo italiano

“ “
◗ approccio scientifico: ◗ sottolinea l’autonomia dell’arte
• l’artista come uno scienziato rispetto alla scienza
• l’opera come un «documento
umano»

◗ ritrae il «vero» delle campagne


◗ interesse per il «vero» (incluso ciò che
è «brutto») colto in particolare nelle ◗ denuncia della questione meridionale
periferie delle città industriali

◗ fine sociale ◗ non crede di poter migliorare


= l’arte deve migliorare la società le condizioni del Sud d’Italia

4 Naturalismo e Verismo sulle scene teatrali


Un genere assai praticato dai naturalisti fu quello del teatro.

■ Punto di partenza fu, nel 1887, la fondazione a Parigi del Théâtre Libre (Teatro libero), voluto dal regista fran-
cese André Antoine (1858-1943). Il suo scopo era svecchiare il repertorio e le forme della recitazione, superando
la fase dei «mattatori» (i grandi attori protagonisti) e portando sulla scena la vita reale. Secondo Antoine, gli at-
tori non devono recitare ma vivere come nell’esistenza quotidiana. In scena doveva andare una tranche de vie,
un «pezzo di vita»; il pubblico vi avrebbe assistito come guardando da una «quarta parete, trasparente per il pub-
blico, e opaca per l’attore». Il teatro si proponeva, in sostanza, come illusione di una vita reale.

■ Tra i drammaturghi naturalisti, ricordiamo i principali:


• Vittorio Bersezio (1828-1900), la cui commedia in dialetto piemontese Le miserie d’monssù Travet (1863),
drammatica e comica a un tempo, raffigura nello sfortunato ma dignitoso protagonista (un impiegato abitudi-
nario e infelice) l’emblema di una condizione sociale oscura e opprimente, quella appunto del «travet»;
• il tedesco Gerhardt Hauptmann (1862-1946), che con il suo dramma I tessitori (1892), scritto in dialetto slesiano,
portò in scena una problematica sociale di grande attualità, rappresentando l’insurrezione dei tessitori della Slesia
nel 1844 e la graduale presa di coscienza, negli operai, dei propri diritti;
• anche Giovanni Verga scrisse opere per il teatro, ricavandole dalle sue precedenti novelle e ottenendo molta
fortuna presso il pubblico dell’epoca: il più famoso dramma verghiano è Cavalleria rusticana, allestito a Torino
nel 1884 e ambientato tra i contadini della campagna siciliana (E p. 141);
• al mondo del proletariato urbano guardava invece El nost Milan (1893-95) di Carlo Bertolazzi (1870-1916), un
lavoro in due parti scritto in dialetto milanese e che ritraeva, nella Milano dell’epoca, la vita della povera gente.

■ Il genere più vicino al Naturalismo fu il dramma borghese, pure ispirato alla rappresentazione della realtà
contemporanea. I suoi maggiori autori furono:
• il norvegese Henrik Ibsen (1828-1906), che con Casa di bambola (1879) portava per la prima volta sulle scene,
con grande successo e scalpore, la questione dell’emancipazione femminile nel matrimonio e nella società;
• lo svedese August Strindberg (1849-1912), che affrontò in Danza macabra (1901) il tema della crisi dell’istituto
matrimoniale e del conflitto tra coniugi facendolo esplodere nell’angoscia: non è più possibile alcuna comunica-
zione tra marito e moglie, se non nelle forme del rancore e dell’odio reciproco;
• il russo Anton Čechov (1860-1904), che con Il gabbiano (1895-96) porta in scena le sconfitte esistenziali, le
speranze tradite, l’incomunicabilità tra le generazioni, l’impossibilità di un vero colloquio tra i personaggi.

Al tema dell’adulterio, prediletto dagli autori citati, s’ispirarono anche alcuni drammaturghi italiani di
quest’epoca, come Giuseppe Giacosa (Tristi amori, 1887) e Marco Praga (La moglie ideale, 1890).
46
Sguardi sulla società
La fotografia

■ Due modelli di macchina fotografica della


Kodak, l’industria che a partire dagli anni
ottanta dell’Ottocento iniziò la produzione
in serie di questi apparecchi.
■ Una via di Parigi in un
dagherrotipo: si tratta
probabilmente della prima
fotografia in cui appare una
persona (in basso a sinistra).

Una nuova forma espressiva ■ Dagherrotipo


canadese risalente
Nel 1839 venne presentato alla ca- al 1855.
mera dei deputati e all’Accademia delle
Scienze e Belle Arti di Parigi un nuovo
procedimento di riproduzione delle im-
magini: nasceva così ufficialmente la fo-
tografia, dapprima chiamata dagherroti-
po dal nome del suo inventore, Louis-
Jacques Daguerre (1787-1851). In breve sato con perfezione dalla macchina foto- un mezzo di riproduzione solo meccani-
tempo la qualità delle riproduzioni mi- grafica, ma anche essere comodamente co, neutrale, non artistico. A fine Otto-
gliorò moltissimo, mentre gli apparecchi riprodotto in migliaia e migliaia di copie, cento si diffuse la «fotografia artistica»,
di ripresa cominciavano a essere prodot- tutte esattamente uguali. realizzata con pose studiate e manierate:
ti su scala industriale. Infine – negli ulti- Tutto ciò ebbe forti ricadute sulla emblematiche le foto del norvegese A.
missimi anni dell’Ottocento – si sviluppa- pittura. Molte attività prima affidate ai Beer Wilse, simili a quadri di genere.
rono le tecniche con cui registrare le im- pittori (ritrattistica, reportage, vedutisti- Successivamente, nel corso del No-
magini in movimento (cinema) e la loro ca, illustrazione) passarono nelle compe- vecento, crescerà la consapevolezza che
diffusione commerciale. tenze del fotografo. La pittura cominciò a manovrare l’occhio fotografico è co-
Con la fotografia cambiarono alla ra- a trasformarsi in un’attività d’élite, in uno munque il fotografo: la fotografia, cioè,
dice le condizioni dell’arte visiva. Fino ad sguardo fortemente soggettivo e simbo- ci dà uno sguardo sempre soggettivo sul
allora la realtà era stata mediata dalla lico, sempre più lontano dalla riprodu- mondo. Essa, perciò, può essere anche
sensibilità e abilità del pittore; da allora zione oggettiva della realtà. un linguaggio artistico e non solo mec-
in poi, il reale poteva essere non solo fis- All’inizio la fotografia fu considerata canico.
47
Tra Ottocento e Novecento

2 Il Decadentismo
e la letteratura
d’inizio Novecento
1 Oltre il Naturalismo
Per Decadentismo si intende quella corrente letteraria che comprende le manifestazioni letterarie più im-
portanti fra 1880 e 1925 circa (le date sono solo indicative). Precisamente si parla di Decadentismo in Italia,
Estetismo o Modernismo in Inghilterra, Simbolismo in Francia. Al di là di queste definizioni, è chiara la matrice
della tendenza: promuovere un’arte antinaturalista, che si fondi cioè non sulla rappresentazione al «vero»
della realtà, ma sui lati oscuri del mondo e della vita, su quanto sfugge alla ragione (l’inconscio, l’enigma). In-
siste perciò su elementi irrazionali, come la sensazione o l’intuizione.

2 Le diverse fasi del Decadentismo


Nella corrente letteraria del Decadentismo dobbiamo distinguere due fasi principali:
• la prima, indicativamente, va dal 1875-80 circa fino al 1910;
• la seconda si prolunga fin verso il 1920-25 (anche queste date sono solo indicative).

■ La prima fase corrisponde al Decadentismo più irrazionale e ribelle: esso è caratterizzato dall’estetismo, dal
culto della sensazione, vissuta quale alternativa al generale disfacimento, alla «decadenza» del mondo, uno sta-
to d’animo assai diffuso tra gli intellettuali di fine Ottocento, come si è detto a p. 36. La «sensazione» decadente è
profondamente diversa dal «sentimento» romantico: implica il primato non del cuore, degli affetti, ma degli istinti,
delle pulsioni individuali, dell’inconscio. Sono tutte zone che i poeti decadenti esplorano volentieri, affidandosi a
un linguaggio alternativo, quello dei simboli.
È la fase segnata in Francia dai poeti simbolisti (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud: E p. 254), e in Italia dagli
scrittori della Scapigliatura milanese (E p. 235): quest’ultima è l’avanguardia degli scrittori antiborghesi e ribelli (Ar-
rigo Boito, Iginio Ugo Tarchetti, Emilio Praga e altri) attivi tra Milano e Torino intorno al 1870. Più duratura e qualita-
tiva fu la partecipazione al Decadentismo di Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. Punto d’arrivo di questa pri-
ma fase, infine, sarà l’esperienza delle avanguardie di primo Novecento (E p. 54: Futurismo, Espressionismo, Sur-
realismo ecc.), le quali condividono con il primo Decadentismo diversi aspetti: l’atteggiamento della ribellione,
l’affidarsi all’inconscio, agli istinti, e anche la fiducia che la protesta degli intellettuali possa migliorare la realtà.

■ La seconda fase è quella del Decadentismo di Italo Svevo e Luigi Pirandello, e, in senso europeo, di James Joy-
ce, Marcel Proust, Thomas Mann, Robert Musil. Questo più maturo Decadentismo è orientato non a crogiolarsi
nella crisi, ma a conoscerla criticamente: la letteratura deve attestare la mancanza di certezze e di prospettive, de-
ve rappresentare la debolezza degli individui e della loro coscienza. Quanto al letterato, egli non può mutare la
realtà di fatto: la rivela, senza più illudersi di poterla migliorare. L’artista insomma si separa definitivamente dalla
società: non è più un ribelle, come accadeva ai romantici, ma, più dolorosamente, un «inetto» (Svevo), un «uomo
senza qualità» (Musil), un «indifferente» (dal romanzo d’esordio di Alberto Moravia, Gli indifferenti, del 1929).
Se il primo Decadentismo si orientava per lo più alla poesia, questo secondo privilegia la prosa, il roman-
zo, come strumento primario per conoscere le storture del mondo. Con esso ci troviamo, di fatto, nel vivo della
più matura letteratura del Novecento.

3 Simbolismo e rinnovamento del linguaggio poetico


Le origini del Decadentismo risalgono agli ultimi decenni dell’Ottocento. Già intorno al 1860-70 si manife-
sta, in numerosi scrittori europei, una diffidenza nei confronti del Positivismo e della sua fiducia nella scienza e
nella ragione. Tale concezione si espresse nell’opera di alcuni poeti francesi, a cominciare da Charles Baudelai-
48
Poetiche
re (1821-67), l’autore dei versi raccolti in I fiori del male (1857). A suo giudizio, lo scrittore deve porsi non il com-

Contesto
pito di annunciare la verità, quanto quello di svelare i segreti legami che s’instaurano tra le cose e nella natura,
indagando nelle zone più profonde e misteriose della vita umana. La poesia diviene allora uno strumento utile a
rivelare il significato dei simboli presenti ovunque intorno a noi. Nel celebre sonetto Corrispondenze, Baudelaire
descrisse il poeta come uno che sa muoversi nella «foresta di simboli» che è il mondo. Per gli altri «tutto è gerogli-
fico», incomprensibile: il poeta invece è un «decifratore», un «veggente» (per il suo seguace Rimbaud).
I maggiori esponenti del Simbolismo – la corrente poetica che inaugurò la stagione della poesia moderna –

Monografia Raccordo
furono tutti eredi di Baudelaire e della sua novità. Se Émile Zola con il suo romanzo naturalista (che si stava af-
fermando proprio in quegli anni e nella medesima città, Parigi) intendeva rinnovare il rapporto letteratura-realtà,
i poeti simbolisti hanno invece l’obiettivo di trasformare radicalmente il linguaggio poetico, proprio per rag-
giungere quelle zone nascoste della natura e della vita umana che l’indagine scientifica non può toccare, quelle
che nessuna resa «oggettiva» o fotografica del mondo può raggiungere.
La poetica del Simbolismo si fonda sul valore della parola: la parola «pura», che, indipendentemente dal
suo significato primo e superficiale, rinvia a una realtà più profonda. Per raggiungerla, i simbolisti valorizzano al-
cune figure retoriche, come la sinestesia (cioè l’accostamento simultaneo di percezioni provenienti da sensi di-
versi) o l’analogia (la messa in relazione di due o più cose distanti fra loro nella realtà). Nello stesso tempo essi
rinnovavano la metrica e il ritmo dei versi, per raggiungere un’insolita musicalità.

4 Gli sviluppi del Simbolismo


Le prime manifestazioni del Simbolismo risalgono agli anni settanta dell’Ottocento, con le raccolte di
Arthur Rimbaud (Il battello ebbro, 1871, Una stagione all’inferno, 1873, Illuminazioni, 1874) e di Paul Verlaine
(1844-96), il quale divulgò la nuova poetica pubblicando nel 1884 l’antologia I poeti maledetti. La figura più consa-
pevole del Simbolismo fu Stéphane Mallarmé (1842-98), il poeta di Il pomeriggio d’un fauno (1876) e di Un colpo
di dadi non abolirà mai il caso (1897).
Il nuovo linguaggio dei simbolisti divenne presto un punto di riferimento per la poesia europea tra la fine
dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Ricordiamo tra loro:
• in Europa, i francesi Paul Valéry (1871-1945) e Guillaume Apollinaire (1880-1918), gli austriaci Reiner
Maria Rilke (1875-1926) e Georg Trakl (1887-1914), l’anglo-americano Thomas Stearns Eliot (1888-1965) e gli
spagnoli Antonio Machado (1875-1939) e Federico García Lorca (1898-1936);
• in Italia guardano al linguaggio del Simbolismo alcuni dei maggiori poeti di primo Novecento: oltre a Pa-
scoli (Myricae, 1891) e a D’Annunzio (Alcyone, 1903), si ricordano i poeti «vociani» (così chiamati perché collabo-
rano alla rivista «La Voce») Clemente Rebora e Dino Campana. Giungeremo per questa via a Giuseppe Ungaretti e
a Eugenio Montale, i maestri dei poeti ermetici degli anni trenta.

5 La narrativa decadente: i romanzi dell’Estetismo e la venerazione per il «bello»


La concezione secondo cui qualsiasi rappresentazione «oggettiva» della realtà è, inevitabilmente, limitata si
traduce anche sul versante della narrativa: i narratori del Decadentismo rinunciano al ruolo pubblico di «missiona-
ri» dei valori del progresso scientifico e sociale e rivolgono, piuttosto, la loro attenzione al culto della bellezza in-
tesa come fine a se stessa. Nasce da qui la tendenza all’estetismo (dal greco áisthesis, “sensazione”), cioè la ten-
denza all’«arte per l’arte», che è uno dei temi maggiori della letteratura decadente; un motivo spesso associato al-
la contemplazione di una bellezza sfiorente, che ha ormai raggiunto l’apice e sta ora spegnendosi lentamente.
Un primo divulgatore dell’Estetismo fu il critico d’arte inglese Walter Pater (1839-94), che fece conoscere
al pubblico d’Oltremanica le raffinatezze dell’arte rinascimentale italiana.
Il primo personaggio figlio della narrativa decadente fu Des Esseintes, protagonista di Controcorrente o A ritro-
so (titolo originale in francese: À rebours, 1884), opera dello scrittore francese Joris-Karl Huysmans (1848-1907). Il ro-
manzo incontrò vivo successo, tanto da essere ribattezzato «la Bibbia del Decadentismo»; Des Esseintes divenne il
prototipo del dandy, l’esteta, malato di bellezza, e perciò isolato dal mondo comune, che egli giudica troppo volgare.
Questa figura dell’esteta fu poi rapidamente replicata in altri due tipici «esteti»:
• Andrea Sperelli, protagonista del romanzo Il piacere (1889) di D’Annunzio;
• Dorian Gray, il gentiluomo demoniaco dell’omonimo romanzo (Il ritratto di Dorian Gray, 1890) di Oscar
Wilde (1854-1900).
I romanzi citati, improntati a un culto della sensazione raffinata, estraneo a ogni scopo realistico, diffusero
in tutta Europa l’idea che sono le sensazioni estetiche, ben più dei convincimenti morali, il modello cui confor-
49
Tra Ottocento e Novecento

Il documento
Rimbaud: Lettera del «poeta veggente»
Conosciuta come Lettre du voyant, «Lettera del veggente», questa lettera (pubblicata solo nel 1912) fu indirizza-
ta da Arthur Rimbaud, appena diciassettenne, all’amico Paul Demeny. Essa costituisce una sorta di manifesto pro-
grammatico della poetica simbolista, in quanto esprime alcuni concetti decisivi: a) l’«Io è un altro», nel senso che
esiste una forza (l’inconscio, dirà Freud) che l’Io non può conoscere né dominare; b) il poeta deve protendere la
sua capacità percettiva, per conoscere attraverso i sensi, al di là di ogni controllo razionale (è un veggente, dice
Rimbaud); c) in tal modo egli giunge alla verità assoluta e trascendente (il fuoco), là dove nessun altro può arriva-
re, e poi dona (riporta) all’umanità quanto ha scoperto; d) infine, Rimbaud auspica che il poeta trovi «un linguaggio
universale» adatto a esprimere l’anima universale, cioè quell’insieme di stimoli e di energie nascosto dietro la su-
perficie delle cose visibili.
Charleville, 15 maggio 1871
[...]
Poiché Io è un altro. Se l’ottone1 si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente:
assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto [...].
Il primo studio dell’uomo che si vuole poeta è la propria conoscenza, intera; cerca la sua anima,
la scruta, la saggia, la impara. Quando l’ha saputa deve coltivarla [...].
Dico che bisogna essere veggente,2 farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi3 di tutti i sensi.
Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; cerca egli stesso, esaurisce in se stesso tutti i vele-
ni, per conservarne soltanto la quintessenza.4 Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la
fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il gran malato, il gran criminale, il
gran maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la propria
anima, già ricca, più di ogni altro! Giunge all’ignoto, e anche se, sbigottito, finisse col perdere
l’intelligenza5 delle proprie visioni, le avrebbe viste! [...].
Dunque il poeta è veramente rubatore di fuoco.6
A suo carico sono l’umanità e perfino gli animali; egli dovrà sentire, palpare, ascoltare le sue in-
venzioni; se quello che riporta da laggiù ha forma, darà forma; se è informe, darà l’informe. Tro-
vare una lingua7 [...]. Questa lingua sarà anima per l’anima,8 riassumendo tutto, profumi, suoni,
colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Sarebbe compito del poeta definire la quantità
d’ignoto che si ridesta nell’anima universale9 del suo tempo.

A. Rimbaud, Opere, a cura di D. Grange Fiori, intr. di Y. Bonnefoy, A. Mondadori, Milano 1975

1. l’ottone: strumento musicale a fiato. 4. la quintessenza: la parte più pura, no- lingua universale non è la lingua comune
2. veggente: i veggenti sono individui bile e raffinata. e primordiale che gli illuministi ipotizzava-
dotati di poteri paranormali e che hanno 5. l’intelligenza: la capacità di compren- no all’origine dell’umanità. Qui Rimbaud
visioni rivelatrici del futuro. dere. intende un’altra lingua, la «lingua dell’ani-
3. ragionato sregolarsi: l’aggettivo sem- 6. rubatore di fuoco: nel mito greco, ma», articolata non dall’Io del poeta, ma
bra contraddittorio. Come si può esercita- Prometeo era il Titano che, avendo ruba- dall’«altro Io»; essa direttamente parla al-
re il controllo della ragione su un’espe- to il fuoco (simbolo di conoscenza) agli l’anima di ogni uomo. L’immagine della
rienza irrazionale? Rimbaud vuole dire dèi per farne dono all’umanità, fu incate- «lingua dell’anima» suggerirà, all’inizio
che la poesia visionaria non è solo istinti- nato da Giove a una montagna e condan- della Ricerca di Proust, le pagine sul sapo-
va e immediata, ma richiede anche la ca- nato a vedersi divorare il fegato da un’a- re dell’infuso di tiglio, dal quale si ridesta-
pacità tecnica e formale dello scrittore. E quila. Come il ribelle Prometeo, neppure no i ricordi e le sensazioni dell’infanzia.
poi è solo con la ragione che il poeta giun- il poeta-veggente teme il divieto che ci 9. si ridesta nell’anima universale: se-
ge alla sapienza della visione, se ne rende esclude dall’ignoto. condo la filosofia antica, l’anima univer-
cioè consapevole. L’immagine dello «sre- 7. una lingua: intende la lingua dell’igno- sale è una specie di energia vitale, infusa
golamento» allude tuttavia anche all’uso to, il linguaggio autentico e incontamina- anche nelle più piccole parti dell’univer-
della droga, che all’epoca di Rimbaud to dell’interiorità individuale. so, che dà a tutti gli esseri la loro forma e
s’identificava con il consumo dell’oppio. 8. Questa lingua... per l’anima: questa il loro movimento.

50
Poetiche
mare i comportamenti individuali. In base a questa concezione, non importa compiere azioni «buone», bisogna

Contesto
invece che le proprie azioni siano sempre «belle». Scrittori come D’Annunzio e Wilde sono stati così coerenti nel
loro immoralismo da trasformare la propria vita in un seguito di scandali.
A tale venerazione per il «bello», per una perfezione artistica da raggiungersi con una preziosa ricerca tec-
nica, si richiamavano in quegli anni anche altre esperienze artistiche, come:
• le teorie del critico inglese John Ruskin (1819-1900), polemico con la civiltà industriale, e la pittura «pre-
raffaellita» dell’inglese Dante Gabriel Rossetti (1828-82), che aveva quindi recuperato il modello degli «ingenui»

Monografia Raccordo
pittori vissuti prima (pre-) di Raffaello;
• un gruppo di poeti francesi, emuli di Baudelaire e chiamati parnassiani per il loro desiderio di allonta-
narsi dalla realtà volgare e immergersi nella remota sfera del bello (il Parnaso era, nell’antichità, il monte delle
Muse, dee della poesia);
• il raffinato lavorio tecnico sulla parola compiuto da Pascoli e D’Annunzio nelle loro raccolte liriche.
Ben diversa posizione assumeranno le avanguardie di primo Novecento: esse semmai si sforzano di
«smontare» l’involucro della bellezza tradizionale, utilizzando linguaggi non figurativi.

6 La posizione di Pascoli e D’Annunzio


I due principali autori del Decadentismo italiano, almeno nella prima fase, furono D’Annunzio e Pascoli.

■ Entrambi, lo abbiamo detto (E p. 48), vanno ascritti all’Estetismo di fine Ottocento.


Infatti in Gabriele D’Annunzio (1863-1938) l’estetismo si manifesta con il connubio fra arte e vita, nell’am-
bizione cioè a «fare» la vita come un’opera d’arte: è il significato fondamentale del romanzo Il piacere, il roman-
zo del superuomo. Andrea Sperelli, il suo protagonista, afferma se stesso e la propria volontà di potenza (c’è qui
un’eco della filosofia di Nietzsche: E p. 37), senza riguardo per le regole sociali o per la morale corrente. Tale sog-
gettivismo, l’attenzione spasmodicamente fissata su di sé, contrassegna un po’ tutte le opere di D’Annunzio, in
prosa e in versi, anche quando, come in Notturno (1916-21), lo scrittore metterà in scena un io debole e malato.
Non un «superuomo», ma un «fanciullino», è invece l’io poetico in cui si riconosce Giovanni Pascoli
(1855-1912). La differenza è grande, eppure il «fanciullino» pascoliano condivide con il superuomo dannunziano
l’esasperato individualismo: tutto nasce dall’io-poeta, che si pone come centro del mondo. È infatti dallo sguar-
do incantato sulle cose del «fanciullino» che scaturisce la novità delle poesie di Myricae (1891). Il poeta-fanciullo
di Pascoli però, benché diminuito nella sua dignità rispetto ai poeti-vati di un tempo, non si «vergogna» di essere
un poeta, come invece accadrà, di lì a pochissimo, ai crepuscolari.
■ Per altri aspetti, tuttavia, sia D’Annunzio sia Pascoli escono dai confini ristretti dell’Estetismo di fine Ottocento.
Basti pensare, per quanto riguarda D’Annunzio, all’ambizione di conoscenza che rivelano i suoi romanzi (per
esempio Le vergini delle rocce, un vero e proprio romanzo «politico»); oppure all’anticipazione della «prosa d’arte»
(E p. 346) nei capitoli di Notturno. Quanto a Pascoli, la nuova poesia novecentesca sarebbe impensabile senza
l’operazione di «rottura» da lui esercitata sulle forme della tradizione. Dunque, quando collochiamo Pascoli e
D’Annunzio un po’ prima del vero e proprio Novecento letterario, compiamo un’operazione legittima per certi
aspetti, ma meno plausibile per altri. È il limite di tutte le classificazioni scolastiche.

7 Il Decadentismo di Svevo e Pirandello e la nuova narrativa psicologica


Molto chiara è l’appartenenza alla fase più matura del Decadentismo di altri due importanti autori di primo
Novecento, il triestino Italo Svevo (1861-1928) e il siciliano Luigi Pirandello (1867-1936).
Diversi elementi li accomunano e li rendono, entrambi, fortemente innovatori:
• sia Svevo sia Pirandello prediligono la prosa (anche nella forma del dialogo teatrale) rispetto alla poesia;
• entrambi sperimentano nuove soluzioni per il romanzo: utilizzano infatti un linguaggio letterariamente di-
messo e povero, una lingua della realtà, rispetto ai simboli preziosi di D’Annunzio;
• inoltre raccontano le disavventure di personaggi sconfitti dalla vita: quelli di Svevo sono «inetti» (il più famo-
so è lo Zeno Cosini tragicomico protagonista della Coscienza di Zeno, 1923); quelli di Pirandello sono addirittura
privi di identità (è la condizione del protagonista del Fu Mattia Pascal, 1904);
• infine, e soprattutto, sia Svevo sia Pirandello narrano vicende in cui l’intreccio e le avventure tendono a scompari-
re: tutta l’attenzione si focalizza sull’individuo protagonista, perno di una minuziosa analisi psicologica.
Come ha scritto il critico Mario Sansone, il romanzo novecentesco «da esame, [...] disegno della società e
dell’uomo, tende sempre più a diventare ritratto, [...] analisi interiore».
51
Tra Ottocento e Novecento

A Svevo e Pirandello si può accostare anche il senese Federigo Tozzi (1883-1920): il suo romanzo Con gli
occhi chiusi (1919; E Tomo 3B) narra una storia d’amore che diviene, in realtà, l’ossessiva esplorazione dell’io de-
bole del protagonista maschile, Pietro: un individuo del tutto incapace di adattarsi al mondo reale (in questo sen-
so vive «con gli occhi chiusi», tutto ripiegato su di sé) e dietro al quale si nasconde la nevrosi dell’autore.

8 Romanzo italiano e romanzo europeo: i maestri del Novecento


Svevo, Pirandello, Tozzi sono le voci più moderne della narrativa italiana di primo Novecento, degne di sta-
re alla pari con le grandi esperienze del romanzo europeo dell’epoca; con la narrativa, cioè, che elabora la forma
più matura di romanzo psicologico e ha i suoi protagonisti in:
• James Joyce (1882-1941), l’irlandese autore dell’Ulisse (1922);
• Marcel Proust (1871-1922), l’autore francese del ciclo di romanzi Alla ricerca del tempo perduto (1913-27);
• Franz Kafka (1883-1924), l’autore praghese di lingua tedesca che scrisse La metamorfosi (1915) e Il processo
(1925);
• Thomas Mann (1875-1955), l’autore tedesco dei Buddenbrook (1901) e della Montagna incantata (1924);
• l’austriaco Robert Musil (1880-1942), autore del romanzo L’uomo senza qualità (1930-34).
Quest’ultima opera, con il suo titolo emblematico, rappresenta un po’ la sigla della «debolezza» dei perso-
naggi novecenteschi e dell’ultima funzione rimasta all’autore (testimoniare la crisi dal di dentro, senza pensare
di poterla più risolvere).
Tutti gli autori citati operano in un mondo che, segnato dalla crisi del Positivismo (E p. 36), ha perduto ogni
stabile certezza. Perciò i loro personaggi si aggirano come individui deboli, nevrotici, annullati nella loro dignità,
massificati dai rapporti sociali: la vita collettiva appare un ambito inautentico, fonte d’insincerità e di fallimenti. Da
qui la sensazione di questi personaggi di essere sottratti a loro stessi (è l’«alienazione», cioè la riduzione ad altro) e
snaturati in «cose» («reificazione»: E p. 200). Ne nasce un malessere interiore a cui non vi è rimedio e che i maestri
della narrativa contemporanea raffigurano dall’«interno»: il centro focale della loro narrazione si sposta sui processi
psicologici interni al personaggio, sulla vita intima e sulle sue continue, dolorose contraddizioni.
Va tuttavia sottolineato un punto: l’analisi condotta dal grande romanzo d’inizio Novecento rimane finalizzata
alla conoscenza (di sé e del proprio mondo). Siamo nel tempo in cui la filosofia rinunciava alle grandi sintesi, alla
sua vocazione a rispondere alle grandi domande di sempre (perché esiste il mondo? chi è l’uomo? qual è il senso delle
cose?): a questi temi i filosofi del Novecento preferivano dare risposte parziali, o non darne affatto. Ebbene, toccò pre-
cisamente alla letteratura (in primo luogo al romanzo) farsi carico di queste domande: nel crollo generalizzato delle
conoscenze e delle certezze, essa veniva avvertita come un ultimo, anche se precario, strumento di conoscenza.

Le due fasi del Decadentismo

prima fase poeti simbolisti francesi romanzi estetizzanti


1875-1910 circa
“ “
Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Huysmans, A ritroso,
Mallarmé Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

in Italia: Pascoli, Myricae in Italia: D’Annunzio, Il piacere

in Italia: Svevo, Pirandello,


Tozzi
seconda fase forma preferita:
dal 1900 al 1925 circa romanzo psicologico
in Europa: Mann, Proust,

Kafka, Joyce, Musil

52
Poetiche
LA GEOGRAFIA LETTERARIA

Contesto
Centri e autori del Decadentismo

Monografia Raccordo
• John Ruskin (1819-1900)
• Dante Gabriel Rossetti
(1828-82)
• Walter Pater (1839-94)
• Oscar Wilde (1854-1900)
• William Butler Yeats
• Thomas S. Eliot (1888-
(1865-1939)
1965)
• James Joyce (1882-
1941)
• Richard Wagner (1813-83)
• Friedrich Nietzsche (1844-1900)
• Max Nordau (1849-1923)
• Thomas Mann (1875-1955)
• Oswald Spengler (1880-1936)

IRLANDA

GRAN BRETAGNA
• Sigmund Freud (1856-1939)

GERMANIA • Arthur Schnitzler (1862-1931)
• Hugo von Hofmannsthal (1874-
1929)
FRANCIA
• • Reiner Maria Rilke (1875-1926)
IMPERO • Robert Musil (1880-1942)
ASBURGICO• • Franz Kafka (1883-1924)
• Georg Trakl (1887-1914)

SPAGNA ITALIA •

• Antonio Machado (1875-1939)


• Federico García Lorca (1898-1936)
• Iginio Ugo Tarchetti (1839-69)
• Emilio Praga (1839-75)
• Arrigo Boito (1842-1918)
• Giovanni Pascoli (1855-1912)
• Gabriele D’Annunzio (1863-1938)
• Federigo Tozzi (1883-1920)
• Charles Baudelaire (1821-67)
• Italo Svevo (1861-1928)
• Stéphane Mallarmé (1842-98)
• Luigi Pirandello (1867-1936)
• Joris-Karl Huysmans (1848-
1907) • Dino Campana (1885-1932)
• Paul Verlaine (1844-96) • Clemente Rebora (1885-1957)
• Arthur Rimbaud (1854-91)
• Paul Valéry (1871-1945)
• Guillaume Apollinaire (1880-
1918)
• Marcel Proust (1871-1922)

53
Tra Ottocento e Novecento

3 Le avanguardie
1 Il concetto di avanguardia
«Avanguardia» è, nel linguaggio militare, un reparto che precede il grosso dell’esercito, per proteggerlo da
attacchi di sorpresa. Nell’Ottocento la parola acquistò anche un significato politico, designando quei gruppi
estremisti che predicavano la lotta per liberare gli oppressi. Il termine «avanguardie» fu poi esteso (1864) dal poe-
ta Charles Baudelaire, con senso ironico, agli artisti più rivoluzionari del suo tempo.
Agli inizi del Novecento il termine indica scrittori e artisti assai polemici verso tradizione, regole, forme e
contenuti abituali delle opere d’arte. Sulla scia del pensiero distruttivo di Nietzsche (il filosofo tedesco profeta della
«morte di Dio»: E p. 38) essi rifiutavano la «civiltà», quella occidentale, in ogni forma. Si battevano per un linguag-
gio più istintivo e diretto, rigettando l’idea «borghese» dell’opera d’arte come prodotto da vendere e consumare.
Si disinteressavano del «bello» e del «buono», anzi, cercavano di provocare disgusto e scandalo. Il desiderio di
un’assoluta originalità espressiva portò le avanguardie a un’idea di arte «totale», capace di fondere tutti i generi e
tutti gli stili. Il suo scopo non era più dire qualcosa di comprensibile, ma sperimentare un modo diverso di vivere e
creare.

2 Le avanguardie storiche del primo Novecento


Le avanguardie di primo Novecento (le cosiddette avanguardie storiche) sorgono nell’ambito del Deca-
dentismo, come gruppi di contestazione ancor più radicale (rispetto alle novità di Simbolismo ed Estetismo) del-
l’arte e della cultura tradizionali.
• In alcuni casi l’elaborazione delle singole avanguardie interessa tutte le arti (pittura, letteratura, musica, tea-
tro): è il caso di Futurismo, Surrealismo, Espressionismo. Alla loro base c’è infatti una visione complessiva, una
«filosofia» del mondo, che dà vita poi a modi e linguaggi diversi di sperimentazione.
• Altri movimenti d’avanguardia si sono limitati invece a un solo ambito: il Fauvismo e il Cubismo riguardano
per esempio la sola pittura; l’acmeismo russo la poesia; la scuola dodecafonica (o «scuola di Vienna», dei compo-
sitori Schönberg e Webern) la sola musica.
Comune a tutte queste avanguardie è il lavoro collettivo, per gruppi, spesso in senso organizzato e omo-
geneo; ciò implica il focalizzarsi di uomini e tendenze in alcuni centri (Parigi, Vienna, Zurigo, Monaco, San Pie-
troburgo, Berlino, Milano), le capitali europee dell’avanguardia. Alle origini di ogni movimento c’è di solito un
piccolo gruppo o anche un solo intellettuale che promuove un manifesto, in cui viene delineato il programma at-
torno al quale si coagulano altri artisti. Ogni avanguardia, inoltre, gestisce una o più riviste, su cui viene ap-
profondito il programma teorico e sono pubblicate alcune opere esemplari.
Si verifica però anche il caso di alcuni grandi autori, come Joyce o Kafka, che rimangono isolati, non colle-
gati a un gruppo esistente: tuttavia le loro proposte risultano così nuove e importanti da potersi senz’altro defini-
re «scrittori d’avanguardia».

Lo strappo delle avanguardie

rottura rispetto SCANDALO


all’arte tradizionale del pubblico borghese

sperimentazione di forme elaborazione di gruppo,


primato della creatività
e linguaggi nuovi riassunta in un MANIFESTO

54
Poetiche
3 Il Futurismo

Contesto
Il Futurismo fu l’unico movimento d’avanguardia nato in Italia a ottenere diffusione internazionale; un
grande sviluppo ebbe il Futurismo russo, rappresentato da poeti come Vladimir Majakovskij (1893-1930) e Alek-
sandr Blok (1880-1921). Il Futurismo italiano generò, inoltre, altre esperienze d’avanguardia europee, come il
Vorticismo inglese e alcune correnti russe (raggismo, suprematismo ecc.).
Il Futurismo nacque nel 1909 con il Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) pubblicato sul

Monografia Raccordo
quotidiano parigino «Le Figaro»; a questo primo manifesto ne fecero seguito molti altri, scritti per lo più da Mari-
netti, ma firmati da altri intellettuali e dedicati a un po’ tutte le arti.
La poetica futurista si fondava sull’accettazione entusiastica del «futuro», del nuovo; i temi della modernità
trovarono incarnazione nell’automobile, nell’aeroplano, nella velocità, nell’elettricità, nelle fabbriche. Le opere fu-
turiste utilizzavano i canoni di dinamicità, simultaneità, disordine formale e celebravano temi di lotta e aggres-
sione. Gli slogan più conosciuti sono l’«immaginazione senza fili» (la fantasia libera cioè di associare qualsiasi
contenuto) e le «parole in libertà», al di fuori di ogni schema, così da esprimere gli istinti nella maniera più diretta.
Gli esiti migliori il Futurismo italiano li diede nell’ambito della pittura, grazie a Giacomo Balla, Umberto
Boccioni, Carlo Carrà. In letteratura, accanto alle opere di Marinetti e di altri poeti futuristi (tra cui Paolo Buzzi,
Luciano Folgore e altri), va ricordato l’apporto della rivista «Lacerba», che Giovanni Papini e Ardengo Soffici apri-
rono nel 1913 ai futuristi milanesi. Al Futurismo si collega inoltre la carriera giovanile di scrittori come Corrado
Govoni (1889-1965) e Aldo Palazzeschi (1885-1974).
In generale, il Futurismo non produsse capolavori, ma molte idee, che stanno alla base di quasi tutte le spe-
rimentazioni dell’arte novecentesca. Per esempio in campo teatrale il Futurismo avanzò la proposta di un teatro
«sintetico», e cioè dinamico, alogico, provocatorio: un programma «bruciato» in brevi drammi (scritti da Marinetti
e altri) di scarso valore intrinseco, ma assai importanti per la serie di esperimenti cui dettero vita in tutta Europa.
Ritroveremo infatti in molte successive forme di spettacolo novecentesco l’idea di uno spettacolo «totale» (an-
che nella forma non letteraria del «varietà»), capace di eccitare il pubblico e aperto alla sorpresa e all’imprevisto
fantastico, ai contributi dell’attore «creante», alle suggestioni derivate dalla nuova arte cinematografica (come gli
effetti di sovrimpressione e di dissolvenza).

4 L’Espressionismo
L’Espressionismo come movimento pittorico nacque in area tedesca attorno al 1905, allorché fu fondata a
Dresda la rivista «Die Brücke» (“Il ponte”), mentre in Francia si facevano conoscere i pittori fauves (“belve”), per i
loro colori accesissimi e le tonalità intense. I primi pittori espressionisti partirono dal rifiuto dell’«armonia» classi-
ca, rinunciando all’equilibrio tra le parti dell’opera, alla cura della forma ecc.; per «esprimere» realtà profonde e
indicibili, cercavano invece la deformazione della linea (contorni marcatissimi) e del colore (pennellate violente).
La ricerca dell’effetto esasperato, del grottesco, dell’«urlo» disperato, da un celebre dipinto di Edvard Munch, si
condensa nella celebre definizione per la quale «L’Espressionismo è un grido».
Su queste basi nacque la letteratura espressionista; tra i suoi autori citiamo il poeta austriaco Georg Trakl
(1887-1914) e lo scrittore tedesco Alfred Döblin (1878-1957). Essa usava «proiettili verbali», mescolanze di ogni tipo,
contenuti bizzarri e paradossali, la scomposizione dei piani logici; i suoi temi preferiti erano incubi e ossessioni.
L’eredità più feconda dell’Espressionismo si avverte nelle opere di alcuni scrittori europei influenzati da
questi fenomeni, ma che ancora non possono essere definiti «espressionisti»: tra loro, il drammaturgo svedese
August Strindberg, l’autore di Danza macabra (1901), il narratore irlandese James Joyce, il discusso scrittore fran-
cese Louis-Ferdinand Céline.
In Italia i più vicini all’Espressionismo furono il già citato Federigo Tozzi e, più avanti, il romanziere Carlo
Emilio Gadda; ma anche il gruppo degli scrittori «vociani» (Slataper, Jahier, Rebora, Boine: E p. 486), aderenti cioè
alla rivista fiorentina «La Voce» (1908-16), manifesta alcuni caratteri espressionistici.
L’Espressionismo suggerì soluzioni feconde anche in campo teatrale. Un precursore fu il tedesco Frank We-
dekind (1864-1918), l’autore di Lulù (1904), musicato da Alban Berg e di cui il regista Georg Wilhelm Pabst diede nel
1929 una famosa versione cinematografica. Lulù è un fantoccio senza umanità, simbolo del vuoto delle coscienze e
della stupidità del male. All’Espressionismo si ispira il teatro «grottesco» dell’italiano Rosso di San Secondo (Ma-
rionette, che passione!, 1918). A esso, almeno in parte, si richiama anche l’impietosa messa a nudo delle mille con-
traddizioni del vivere operata da Luigi Pirandello nel teatro delle sue «maschere nude». La sua espressione più fa-
mosa sarà Sei personaggi in cerca d’autore (1921), un dramma non a caso concluso con la morte «in diretta» di uno
dei personaggi e la «stridula risata», beffardamente grottesca, dell’ambigua protagonista, la Figliastra.
55
Tra Ottocento e Novecento

Il documento
Il Manifesto del Futurismo
Il famoso Manifesto di Marinetti apparve il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina del quotidiano parigino «Le Fi-
garo», nella sua originaria stesura in francese. Rappresentava il frutto di un’elaborazione in parte collettiva, essen-
do stato discusso da Marinetti con gli amici Paolo Buzzi (1874-1956) ed Enrico Cavacchioli (1885-1954). Già
diversi gruppi d’avanguardia d’inizio secolo avevano lanciato un appello alla rivolta contro le arti del passato, ma
nel Manifesto del Futurismo questo motivo risuona con accenti dirompenti: nessuna scuola, nessun ambiente cul-
turale o disciplina si salva dalle feroci critiche di Marinetti. Si delinea intanto il nuovo oggetto dell’arte «futurista»:
la vita moderna, riassunta nell’immagine dell’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a ser-
penti dall’alito esplosivo, o nella vita agitata delle capitali moderne.

Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.1
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il
movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, lo schiaffo ed il pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellez-
za della velocità. Un automobile2 da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti
dall’alito esplosivo [...] un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello
della Vittoria di Samotracia.3 [...]
Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo
può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le for-
ze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!4 [...] Perché dovremmo guardarci alle spalle, se
vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi
viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
Noi vogliamo glorificare la guerra sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto
distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo per la donna.
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere con-
tro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa; canteremo le
maree multicolori o polifoniche5 delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il fervore
notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche;6 le stazioni ingorde,
divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole...

Manifesto del Futurismo, cit. in I. Gherarducci, Futurismo. Materiali e testimonianze critiche,


Editori Riuniti, Roma 1984

1. temerità: coraggio. del II secolo a.C., presa a simbolo dell’ar- dice Marinetti, protesi verso il futuro.
2. Un automobile: al maschile, secondo te tradizionale. 5. polifoniche: dalle molte voci (e opi-
la grafia corrente d’inizio Novecento. 4. dei secoli: cioè sulla frontiera più nioni).
3. Vittoria di Samotracia: celebre statua avanzata della storia; siamo insomma, 6. lune elettriche: i fari e i fanali elettrici.

56
Poetiche
5 Il Dadaismo

Contesto
Intorno al 1916, in piena Prima guerra mondiale, nacque a Zurigo il Dadaismo. Sorse non a caso in territo-
rio neutrale, come reazione contro la guerra e contro i nazionalismi imperanti, per iniziativa di alcuni artisti, qua-
li lo scrittore tedesco Hugo Ball (1886-1927), lo scultore alsaziano Hans Arp (1887-1966), il pittore rumeno Marcel
Janco (1895-1984) e il poeta Tristan Tzara (1896-1963), anch’egli rumeno. Sempre nel 1916 fu fondata una prima
rivista, il «Cabaret Voltaire», espressione dell’omonimo circolo culturale al quale partecipava saltuariamente an-

Monografia Raccordo
che James Joyce, residente in quegli anni a Parigi. Nel 1917-18 uscì l’altra rivista «Dada».
«Dada» è una parola scelta a caso e che non significa di per sé nulla; suggerisce l’idea di un’espressione
primordiale, anarchica, incontrollata. Hugo Ball, uno dei fondatori, definì il Dadaismo «buffonata uscita dal nulla
che abbraccia tutte le questioni supreme». Esso si caratterizza come avanguardia radicale, polemica anche nei
confronti delle precedenti avanguardie, giudicate troppo prudenti e ancora «borghesi». L’avanguardia dadaista
gioca con gli oggetti e le parole in totale libertà; ama esporre con la solennità dell’arte tradizionale i ready ma-
des (oggetti d’uso comune), realizzati dal francese Marcel Duchamp e dallo statunitense Man Ray con ruote di bi-
cicletta, spago, scatole ecc. Tutto ciò suscitava disgusto e ilarità nel pubblico.

6 Il Surrealismo
Fondato dallo scrittore francese André Breton (1896-1966) con il Manifesto del Surrealismo, pubblicato nel
1924, il Surrealismo rappresenta, nella vita delle avanguardie, un momento successivo. Chiusa infatti la fase della
dissacrazione e del rifiuto di ogni forma, Breton raccoglieva la sfida della modernità, cercando di dare vita a
un’arte capace di «cambiare la vita», in chiave libertaria. Il Surrealismo si fondava su due presupposti:
l’ideologia rivoluzionaria del comunismo e l’inesplorata energia psichica dell’inconscio, che offriva i nuovi temi:
il lapsus, la magia, incubi, angosce e pulsioni sessuali. Questa attenzione per i fenomeni psichici differenziava net-
tamente il Surrealismo da precedenti avanguardie, come il Futurismo e il Dadaismo.
Al movimento di Breton aderirono
• pittori: Alberto Savinio (1891-1952), Max Ernst (1891-1976), Joan Miró (1893-1983), René Magritte (1898-1967)
e Salvador Dalí (1904-89);
• poeti: Paul Éluard (1895-1952) e Louis Aragon (1897-1982);
• registi cinematografici: René Clair (1898-1981) e Luis Buñuel (1900-83);
• un regista teatrale come Antonin Artaud (1896-1948), con il suo «teatro della crudeltà» (E Tomo 3B).
Come già le serate futuriste, anche le furibonde serate teatrali dei surrealisti prefiguravano una nuova for-
ma del comunicare: ombrelli e macchine da cucire assumevano forme e atteggiamenti umani, mentre
l’automatismo psichico (cioè il libero affiorare dell’inconscio) accostava, simultaneamente, luoghi e momenti
diversissimi. Sintassi e grammatica erano stravolte in una nuova lingua, retta da regole proprie e incurante della
logica: il nuovo linguaggio dell’écriture automatique, la “scrittura automatica”, che intendeva trascrivere il lin-
guaggio dei sogni e dell’inconscio. Il modello era offerto dai capitoli più sperimentali del romanzo Ulisse (1922)
di Joyce.

■ Il Surrealismo è rimasto l’avanguardia storica più duratura in Europa: esso giungerà a ispirare, dopo il
1945, i «giochi di lingua» dello scrittore francese Raymond Queneau (1903-76) e il «teatro dell’assurdo» di Eugè-
ne Ionesco (1912-94).

■ Per quanto riguarda gli scrittori italiani, si può rintracciare una vena surreale in alcune esperienze degli
anni trenta e quaranta: tra questi
• il «realismo magico» di Massimo Bontempelli;
• la narrativa del «fantastico» di Dino Buzzati e Tommaso Landolfi;
• la poesia «accesa» e sensuale di un ermetico come Alfonso Gatto.

57
Tra Ottocento e Novecento

Il documento
Il Manifesto dada 1918 e il Manifesto del Surrealismo
Il Primo manifesto del dadaismo uscì nel 1918; ne erano autori Tristan Tzara e il pittore Francis Picabia, quest’ulti-
mo attivo a New York. Come essi stessi spiegano, «dada non significa nulla»: la parola è cioè un non senso, simbolo
della negazione che il Dadaismo opera nei confronti della cultura precedente. La rivolta contro la tradizione è ribellio-
ne agli pseudo-valori della società di allora (patria, morale ecc.) che non avevano saputo impedire lo scoppio della
guerra mondiale; ed è anche presa di distanza da valori genericamente umanitari («sputiamo sull’umanità», scrive Tza-
ra). Anche l’arte e la letteratura sono investite dall’anticonformismo dadaista: poiché «l’arte non è una cosa seria»,
ogni materiale della vita comune (per esempio parole accoppiate a caso) può servire a forgiare nuovi prodotti artistici.

Ogni forma di disgusto suscettibile di diventare una negazione della famiglia è Dada; la prote-
sta a pugni di tutto l’essere intento a un’azione distruttiva è Dada; la conoscenza di tutti i mezzi
sino a oggi rigettata dal pudore sessuale, dal compromesso troppo comodo e dalla cortesia è Da-
da; l’abolizione della logica, la danza degli impotenti della creazione è Dada; l’abolizione della
gerarchia e di ogni equazione sociale di valori stabilita fra i servi che sono tra noi servi è Dada;
ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e le oscurità, le apparizioni e l’urto preciso delle linee
parallele sono mezzi di lotta Dada; abolizione della memoria: Dada; abolizione dell’archeologia:
Dada; abolizione dei profeti: Dada; abolizione del futuro: Dada; fiducia indiscutibile in ogni dio
prodotto immediato della spontaneità: Dada [...]. Libertà: dada dada dada, urlio di colori incre-
spati, incontro di tutti i contrari e di tutte le contraddizioni, di ogni motivo grottesco, di ogni in-
coerenza: la vita.
T. Tzara, Manifesti del dadaismo e Lampisterie, trad. di O. Volta, Einaudi, Torino 1964

Rispetto al Dadaismo, il Surrealismo di Breton (presentiamo qui un estratto del famoso Manifesto del novembre
1924) evidenzia una volontà più costruttiva, che sul piano ideologico più generale propugna l’attivo «impegno»
dell’intellettuale nella società. Se per il Dadaismo la poesia era un accostamento di parole governato dal caso,
Breton suggerisce una procedura differente, incentrata sulle libere associazioni e sul racconto dei sogni. Nasce co-
sì, influenzata dalle teorie dell’inconscio freudiano, la «scrittura automatica» dei surrealisti, concepita come «tecnica
liberatoria» che vuole esprimere la creatività più segreta degli uomini.

SURREALISMO n.m. Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia ver-
balmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Detta-
to del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoc-
cupazione estetica o morale.
ENCICL. Filos. Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe
forme d’associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del
pensiero.1
Le immagini surrealiste funzionano come quelle dell’oppio che non è più l’uomo a evocare, ma
che «gli si offrono spontaneamente, dispoticamente. Egli non può congedarle; perché la volontà è
senza forza e non controlla più le facoltà».2 Resterebbe da vedere se qualcuno abbia mai «evocato»
le immagini. Se ci si attiene, come io faccio, alla definizione di Reverdy,3 non sembra che sia possi-
bile accostare volontariamente ciò che egli chiama «due realtà distanti».
Manifesto del Surrealismo, cit. da F. Fortini, Il movimento surrealista, Garzanti, Milano 1959

1. pensiero: dell’inconscio. 2. gli si offrono... le facoltà: è una cita- 3. Reverdy: Pierre Reverdy (1889-1960)
zione da Baudelaire. fu tra i principali teorici del Surrealismo.

58
Poetiche
LA GEOGRAFIA LETTERARIA

Contesto
Le avanguardie storiche in Europa

Monografia Raccordo
FUTURISMO (1914)
DADAISMO (1918)
Majakovskij, Blok
Picabia, Breton, Aragon
ACMEISMO (1912)
FAUVISMO (1905)
Madel’stam, Achmatova
Matisse, Derain
CUBISMO (1906-07)
Picasso, Braque •
San Pietroburgo
SURREALISMO (1924)
RUSSIA
Breton, Dalí, Savinio, Ernst, Miró, ESPRESSIONISMO (1905)
Éluard, Aragon, Clair, Buñuel, Artaud Rivista «Die Brücke» •
Mosca

ESPRESSIONISMO (1905)
Wedekind
Dresda
• DER BLAUE REITER (Il cavaliere azzurro):
GERMANIA Kandinskij
•Parigi
Monaco
FRANCIA • Vienna •
DADAISMO (1916)
Ball, Tzara, Arp • Zurigo
• Milano DODECAFONIA (1920)
Schönberg, Webern
ESPRESSIONISMO (1905)
ITALIA Trakl

FUTURISMO (1909)
Marinetti, Folgore, Buzzi, Balla,
Boccioni, Carrà
ESPRESSIONISMO (1918)
Rosso di San Secondo

59
Tra Ottocento e Novecento

SINTESI VISIVA

Tre proposte per la modernità

NATURALISMO
DECADENTISMO AVANGUARDIE
E VERISMO

epoca di sviluppo ■ dal 1865 al 1885 circa ■ dal 1875 al 1920 circa ■ dal 1905 al 1930 circa

centri ■ Parigi ■ Parigi ■ Parigi, Vienna, Zurigo,


di diffusione ■ Milano ■ Vienna Monaco, San Pietroburgo,
■ la Sicilia ■ Milano Berlino, Milano
■ Roma

pubblico ■ lettori borghesi ■ lettori in cerca ■ giovani, anticonformisti


coinvolto di raffinatezze ■ spettatori amanti di più
■ lettori desiderosi forme d’arte
di autoanalisi

autori principali ■ Gustave Flaubert ■ Charles Baudelaire ■ Filippo Tommaso Marinetti


■ Émile Zola ■ Arthur Rimbaud ■ Vladimir Majakovskij
■ Luigi Capuana ■ Gabriele D’Annunzio ■ Georg Trakl
■ Giovanni Verga ■ Giovanni Pascoli ■ Rosso di San Secondo
■ Italo Svevo ■ Tristan Tzara
■ Luigi Pirandello ■ André Breton
■ Thomas Mann ■ Antonin Artaud
■ Marcel Proust
■ Franz Kafka
■ James Joyce
■ Robert Musil

generi e forme ■ romanzo ■ lirica simbolista ■ poesia


prevalenti ■ bozzetto (novella) ■ romanzo ■ pittura e scultura
■ teatro ■ teatro
■ cinema
■ musica (dodecafonica)

linguaggio ■ ricerca di oggettività, ■ stile allusivo, per decifrare ■ dinamicità, disordine


e stile di un’arte «fotografica» la «foresta di simboli» formale
■ sforzo d’impassibilità e della realtà ■ «parole in libertà»
«impersonalità» da parte ■ eleganza formale ■ esasperazione
dell’autore ■ prosa dimessa e senza e deformazione
retorica per testimoniare ■ creatività istintiva
la realtà così com’è e immediatezza
■ gioco e ironia

60
L’età contemporanea SINTESI OPERATIVA

Storia
■ La fine dell’Ottocento è segnata da un lungo pe- meridionale).
riodo di pace in Europa, bilanciato però da politiche ■ Il primo quindicennio del XX secolo è la Belle épo-
sempre più aggressive da parte dei governi europei que: un mondo di (relativo) benessere economico, di
in Africa e Asia: è la fase detta dell’imperialismo, miglioramenti del tenore di vita quotidiano, grazie a
ispirato da una volontà coloniale di conquista e di nuove scoperte e invenzioni, ma in cui ormai
sfruttamento dei territori oltremare. Anche l’Italia l’equilibrio politico sta franando. Le contraddizioni
partecipa alla corsa alle colonie, benché al suo in- esplodono nell’immane tragedia della Prima guerra
terno debba ancora risolvere gravi problemi dal mondiale (1914-18), che di fatto chiude un’epoca
punto di vista politico (questione romana), econo- della storia europea e mondiale e ne apre una com-
mico (pareggio del bilancio) e sociale (questione pletamente nuova.

1 Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


1. La Sinistra salì al governo dopo l’Unità d’Italia e fino al 1876. V F

2. La Triplice alleanza comprendeva Italia, Germania e Austria. V F

3. L’annessione di Roma si realizzò nel corso della Terza guerra d’indipendenza. V F

4. Giolitti riuscì a placare le tensioni sociali con una politica di neutralità da parte del governo. V F

2 Scegli l’affermazione corretta fra quelle proposte.


1. Con l’espressione Belle époque si intende
a un movimento artistico sviluppatosi all’inizio del Novecento

b il prodigioso progresso di scienza e tecnica che si diffuse all’inizio del Novecento

c la civilizzazione di Asia e Africa da parte della cultura europea

d il periodo di pace e benessere goduto dall’Europa all’inizio del Novecento

2. Il movimento nazionalistico fu particolarmente aggressivo, in Italia, in occasione


a della guerra di Libia del 1911

b dell’uccisione del re Umberto I in un attentato

c della sconfitta coloniale di Adua del 1896

d dell’annessione di Roma come capitale d’Italia nel 1870

3 Collega ciascuna data al corrispondente avvenimento.


1 1876 a. prima catena di montaggio
2 1889 b. tumulti a Milano repressi da Bava Beccaris
3 1913 c. la Sinistra al governo in Italia
4 1912 d. rivoluzione d’ottobre in Russia
5 1898 e. suffragio universale maschile in Italia
6 1917 f. abolizione della pena di morte in Italia

4 Rispondi alle seguenti domande.


1. Che cos’era il non expedit? Che cosa vietava e a chi si rivolgeva?
2. Quale fu la scintilla che fece scoppiare la Prima guerra mondiale e quando scoccò?
3. Che cosa s’intende per «questione romana»?
4. Che cosa s’intende per «questione meridionale»?
5. Chiarisci le vere ragioni del colonialismo europeo di fine Ottocento (max 10 righe).
61
6. Riassumi i caratteri salienti dell’età giolittiana (max 15 righe).
7. Riassumi le conseguenze sociali, politiche ed economiche della Prima guerra mondiale (max 15 righe).

PER L’ESAME DI STATO

1. Scrivi una relazione che illustri i mutamenti sociali, politici ed economici avvenuti in Italia tra il 1861, anno
di proclamazione del nuovo Regno, e il 1918, anno in cui si concluse la Prima guerra mondiale. Hai a
disposizione due facciate di foglio protocollo (circa 3500-4000 battute).

Idee
■ L’espansione della grande industria dopo la metà ropea. Intanto nuove teorie scientifiche e una visione
dell’Ottocento viene accompagnata e sostenuta dai più incerta e sfumata fanno apparire più labili e sfug-
nuovi ritrovati di scienza e tecnica: sembra spalan- genti non solo i contorni del mondo esterno, ma an-
carsi per l’umanità un periodo di progresso illimitato. che lo stesso io interiore del soggetto, che – soprat-
La cultura del Positivismo trionfante riceve però un tutto per influsso della psicoanalisi di Freud – comin-
brusco ridimensionamento nello scorcio finale del cia a essere percepito come un ambito ben poco
XIX secolo e poi all’inizio del Novecento: si diffonde comprensibile e dominabile.
l’idea della «decadenza», della «fine» della civiltà eu-

1 Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


1. Nella seconda metà dell’Ottocento accanto al sapere scientifico furono esaltate anche
la religione, la filosofia e la poesia. V F

2. La visione positivistica è erede diretta di quella illuministica. V F

3. Il progresso fu salutato con accenti entusiastici


da tutti gli intellettuali di fine Ottocento. V F

4. Le origini del termine positivismo risalgono al 1820. V F

5. Il maggiore interprete della stabilità e oggettività positivista fu il filosofo tedesco Nietzsche. V F

6. Auguste Comte fu un biologo, diretto precursore dell’evoluzionismo darwiniano. V F

7. Secondo i critici del Positivismo, esaltando i fatti si perdono di vista


altre dimensioni della realtà. V F

2 Collega ciascuna opera al suo autore.


1 Il crepuscolo degli dèi a. Oswald Spengler
2 Corso di filosofia positiva b. Charles Darwin
3 Degenerazione c. Max Nordau
4 L’interpretazione dei sogni d. Friedrich Nietzsche
5 Il tramonto dell’Occidente e. Richard Wagner
6 Così parlò Zarathustra f. Sigmund Freud
7 Sull’origine delle specie g. Auguste Comte

3 Rispondi alle seguenti domande.


1. Che cosa s’intende per ideologia del progresso? (max 5 righe)
2. Illustra il collegamento esistente tra Illuminismo settecentesco e Positivismo ottocentesco (max 5 righe).
3. Quale ruolo assegnano alla ragione, rispettivamente, Positivismo e cultura antipositivistica? (max 5 righe)
62
L’età contemporanea SINTESI OPERATIVA
4. Quali sono, secondo Comte, le fasi di sviluppo della civiltà umana e di che cosa, a suo avviso, si
avvertiva soprattutto il bisogno nel suo tempo? (max 10 righe)
5. Riassumi la teoria dell’evoluzionismo secondo Darwin (max 10 righe).

4 Definisci con le tue parole i seguenti termini ed espressioni.


a. evoluzionismo ........................................................................................................................................................
b. selezione naturale ..................................................................................................................................................
c. nichilismo ................................................................................................................................................................
d. alienazione .............................................................................................................................................................
e. principio d’indeterminazione .................................................................................................................................
f. inconscio ..................................................................................................................................................................

PER L’ESAME DI STATO

1. Esponi, con gli opportuni riferimenti ad autori ed eventi culturali, le tue idee a proposito della seguente
affermazione: «La ragione è insufficiente a conoscere e interpretare il mondo, e allora ci si appella alle forze
dell’istinto, del sentimento, dell’intuizione». Hai a disposizione una facciata di foglio protocollo
(1500-2000 battute).

Poetiche
■ L’età del Positivismo, con le sue concezioni ogget- linguaggio nuovo, quello della poesia simbolista. Il
tive e scientifiche del reale, è segnata dalla poetica del secondo Decadentismo ha un intento più conoscitivo
Naturalismo e del Verismo, che si affida al romanzo e si esprime essenzialmente nel romanzo psicologi-
per promuovere un’indagine della realtà (sia sociale co, che rappresenta dall’interno le contraddizioni e i
sia individuale) il più possibile obiettiva e documenta- dubbi dell’«Io». A partire dal 1905 si affermano in tut-
ta. Parallelamente, però, si sviluppa la nuova poetica ta Europa le avanguardie storiche, ferocemente criti-
del Decadentismo, ispirata da una parte al senso del- che nei confronti dell’arte borghese e intente a divul-
la fine e della decadenza, dall’altra alla fuga del lette- gare un’idea di creatività immediata, istintiva, spesso
rato in un mondo di preziose sensazioni. Il primo De- frutto di un’elaborazione collettiva e tesa a sfruttare
cadentismo è caratterizzato soprattutto dall’uso di un una pluralità di forme e linguaggi artistici.

1 Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.


1. Intorno al 1880, a Parigi, convivevano due tendenze opposte, Naturalismo e Decadentismo. V F

2. Con gli autori del primo Novecento cessa ogni rapporto fra letteratura e filosofia. V F

3. Il «dramma borghese» fu un genere teatrale molto vicino alla poetica del Naturalismo. V F

4. La poetica del Surrealismo si fonda sulla deformazione grottesca, sull’urlo, sull’angoscia. V F

5. Il Futurismo si prefiggeva come scopo principale quello di esprimere la vita dell’inconscio e


dell’interiorità individuale. V F

6. La letteratura novecentesca si assume il compito di riscattare la condizione umana e di costruire


ipotesi più positive per la società. V F

7. Il fondatore dell’Espressionismo fu André Breton. V F

8. I naturalisti francesi preferivano ricorrere al romanzo, i veristi italiani alla novella e al teatro. V F

9. Il Simbolismo influenzò a lungo la lirica europea del Novecento. V F

63
SINTESI OPERATIVA
2 Collega ciascuna opera al suo autore.
1 L’uomo senza qualità a. Giovanni Pascoli
2 Il romanzo sperimentale b. Joris-Karl Huysmans
3 I fiori del male c. Federigo Tozzi
4 Con gli occhi chiusi d. Émile Zola
5 Il fu Mattia Pascal e. Henrik Ibsen
6 Il marchese di Roccaverdina f. Robert Musil
7 Mastro-don Gesualdo g. Gabriele D’Annunzio
8 Myricae h. Charles Baudelaire
9 I Viceré i. Oscar Wilde
10 Il piacere l. Luigi Pirandello
11 Il ritratto di Dorian Gray m. Federico De Roberto
12 A ritroso n. Giovanni Verga
13 Casa di bambola o. Luigi Capuana

3 Scegli l’affermazione corretta fra quelle proposte.


1. Nella prefazione dei Malavoglia Verga
a esclude che anche i miseri e i deboli possano godere del progresso in atto

b inneggia all’infinito progresso umano nel tempo

c maledice il progresso, che a suo avviso porta solo dolore e distruzione

d afferma che anche i miseri e i deboli potranno godere del progresso in atto

2. I poeti simbolisti
a affermavano l’importanza del sentimento

b cercavano di decifrare i segreti legami che si annidano nella natura

c esaltavano le sensazioni raffinate ed esclusive dell’esteta

d si sforzavano d’immergersi nella sfera del bello

3. Le avanguardie di primo Novecento


a costituirono un momento di sintesi fra le opposte poetiche di Naturalismo e Decadentismo

b teorizzarono e praticarono un’arte violentemente ribelle rispetto a tutte le regole e convenzioni

c per rispondere alla massificazione della società offrirono prodotti culturali per il grande pubblico

d costituirono il naturale sviluppo della poetica del Decadentismo

4 Rispondi alle seguenti domande.


1. Che cosa s’intende con «criterio dell’impersonalità»?
2. Quali sono le figure retoriche a cui maggiormente ricorrevano i poeti simbolisti e perché?
3. In che senso, secondo Rimbaud, il poeta deve essere «veggente»? (max 5 righe)
4. Qual è il fine dell’arte, secondo il Naturalismo? (max 5 righe)
5. Chiarisci affinità e diversità fra Naturalismo francese e Verismo italiano (max 10 righe).
6. Illustra l’eredità lasciata al teatro del Novecento rispettivamente da Futurismo ed Espressionismo. (max
15 righe)

PER L’ESAME DI STATO

1. Illustra in una relazione gli elementi che riportano D’Annunzio e Pascoli al clima dell’Estetismo di fine
Ottocento e i caratteri che, invece, li collegano direttamente alla letteratura novecentesca. Hai a
disposizione due facciate di foglio protocollo (3500-4000 battute).

64
I linguaggi dell’arte Storia
L’Impressionismo
CARTA D’IDENTITÀ
{ epoca: fine del XIX secolo
{ caratteri: immediatezza espressiva, soggettività
della rappresentazione, realismo dei soggetti
{ principali autori: Degas, Monet, Renoir

■ Giovani pittori fuori dalle regole


Nel 1874 alcuni giovani pittori (Degas, Monet, Pissarro, Re-
noir, Cézanne, la pittrice Berthe Morisot ecc.) esposero i propri
 Claude Monet, Impressione – levar
quadri a Parigi, nello studio dell’amico fotografo Nadar. Per la
del sole, 1872, olio su tela, 48x63 cm,
prima volta un gruppo organizzato rifiutava le periodiche mo- Parigi, Musée Marmottan.
stre del Salon (allestite al Louvre ogni due anni). I visitatori furo-
no pochi e le vendite scarse: il pubblico non apprezzò quella
pittura che mostrava scene quotidiane, interni di caffè, strade
affollate, lavandaie al lavoro ecc. I paesaggi effigiavano i din-
torni della capitale, campagne solcate da ciminiere e rotaie, se-
gni di una modernità che quei pittori non occultavano affatto.

■ Il realismo soggettivo dell’«impressione»


Il critico Louis Leroy li chiamò «impressionisti», ispirandosi
al quadro di Claude Monet Impressione – levar del sole. La de-
finizione era polemica, ma ebbe fortuna: in effetti quei giovani
pittori desideravano ritrarre l’immediatezza della vita quotidia-
na. La loro rapida pennellata aderiva ai mutevoli fenomeni del-
la natura, a quelle vibrazioni e riflessi che la pittura accademica
trascurava, in quanto provvisori. L’Impressionismo è dunque
una forma di realismo nell’arte, ma un realismo particolare, per-
ché tutto soggettivo.

■ La percezione del paesaggio


I soggetti dell’Impressionismo sono quasi inesistenti. In Im-
pressione – levar del sole  Monet dipinge una barca in primo
piano; un’altra s’intravede appena, fasciata della luce dell’alba,
vera protagonista del quadro. Il paesaggio si rivela nel suo as-
sieme, non nei dettagli: ciò che conta è la percezione che esso
suscita su chi assiste allo spuntare del sole.
In La Grenouillère  vediamo un’isoletta sulla Senna, meta
delle gite domenicali dei parigini. L’acqua domina la scena,
con il riflesso dei raggi sul fogliame, l’ondeggiare delle barche
in primo piano, i movimenti dei bagnanti. La resa è immediata
e spontanea, le figure solo abbozzate. Il pittore, seduto da-
vanti all’isoletta, ritrae ciò che vede nel modo più veloce, sten-
dendo direttamente i colori sulla tela, con larghe pennellate
orizzontali, secondo la nuova tecnica del dipingere all’aria  Claude Monet, La Grenouillère, 1869, olio su tela, 100x75 cm,
aperta. New York, The Metropolitan Museum of Modern Art.
65
I linguaggi dell’arte
Tra Ottocento e Novecento

I macchiaioli
CARTA D’IDENTITÀ
{ epoca: metà-fine del XIX secolo
{ caratteri: immediatezza espressiva, accostamento
di colori per «macchie», realismo dei soggetti
{ principali autori: Fattori, Lega, Signorini

■ Macchie di colore per dipingere la realtà


Mentre in Francia fioriva l’Impressionismo, in Italia si diffon-
deva (una decina d’anni in anticipo) la pittura dei macchiaioli.
Insofferenti verso le regole accademiche, i macchiaioli vennero
così battezzati con disprezzo da un critico d’arte. Uno di loro,  Giovanni Fattori, La libecciata, 1880, olio su tela, 27,5x66 cm,
Telemaco Signorini, accettò però quel nomignolo e lo riven- Firenze, Palazzo Pitti.
dicò: la «macchia» di colore era un mezzo per dipingere le im-
magini così come si presentano all’occhio, rinunciando ai con-
torni nitidi e precisi della pittura tradizionale. Per creare le for-
me e i volumi bastano gli accostamenti di colore, che colgono
le luci e le ombre naturali; sono eliminati i particolari in eccesso
e le rifiniture dei pittori accademici.
Tra i maggiori esponenti di questa esperienza artistica, ol-
tre a Signorini, ricordiamo Giovanni Fattori (1825-1908) , Sil-
vestro Lega (1826-95)  e Raffaello Sernesi (1838-66).

■ Pascoli a Castiglioncello di Signorini


Osserviamo Pascoli a Castiglioncello  di Telemaco Signo-
rini (1861 circa). Il formato largo (cm 31x76 cm) consente all’o-
rizzonte di dispiegarsi liberamente nella sua ampiezza. Il sog-
getto è volutamente semplice: un paesaggio non certo ideale
o solenne, ma animali miti e dimessi, e una contadinella quale
unica figura umana. Mancano gli espedienti tipici della pittura
accademica, come per esempio alberi a lato, per incorniciare la
tela. La luce calda e solare inonda i campi del pascolo; le figure
sono definite da linee veloci, i volumi creati da pennellate libe-
re e rapide.

 Silvestro Lega, Il pergolato, 1866, olio


su tela, 74x94 cm, Milano, Pinacoteca di
Brera.

 Telemaco Signorini, Pascoli a Castiglioncello, 1861, olio su cartone, 31x76 cm,


collezione privata.
66
I linguaggi dell’arte Storia
Il Postimpressionismo
CARTA D’IDENTITÀ
{ epoca: fine del XIX secolo
{ caratteri: ricerca di essenzialità, volumi
e forme squadrate
{ principali autori: Cézanne, Gauguin, Van Gogh

■ In cerca degli aspetti essenziali


della realtà
Il Postimpressionismo, sviluppatosi in Europa dopo il 1880-
1890, superò l’idea (cara agli impressionisti) della rappresenta-
zione spontanea della natura. Nei dipinti postimpressionisti
non troviamo pennellate veloci e tremolanti, con cui raffigurare  Paul Cézanne,
le «impressioni» suscitate dalla realtà; incontriamo una rappre- Cava di pietra a
sentazione più rigorosa, volumi definiti, così da cogliere gli Bibémus, 1898,
aspetti essenziali della realtà e non più quelli transitori. olio su tela,
92x72,8 cm, Essen,
■ Cézanne, Van Gogh, Gauguin Museum
Folkwang.
Iniziatore del «postimpressionismo» fu il francese Paul Cé-
zanne (1839-1906). All’inizio partecipò alle esposizioni degli im-
pressionisti, ma presto si allontanò dalle composizioni leggere
e spontanee di Monet o Renoir. Cézanne crea dipinti più strut-
turati, rigorosi nella composizione; non vuole rappresentare le
impressioni momentanee e fuggenti, ma fissare gli elementi
immutabili delle cose, la struttura interna degli oggetti .
Questi tratti ispirano anche l’arte di Paul Gauguin (1848-
1903) e Vincent Van Gogh (1853-90).

■ Il paesaggio bidimensionale di Cézanne


Cava di pietra a Bibémus (1898)  ritrae un paesaggio del-
la terra natale di Cézanne, la Provenza, presentato in modo bi-
dimensionale, senza profondità: rocce, piante, la cava di pietra
sulla destra si sviluppano in altezza, tutte sullo stesso piano. Al-
l’artista non preme imitare la realtà naturale, dare l’illusione
della profondità, ma cogliere la struttura delle forme naturali:
una serie di piani che s’intersecano tra loro.
Le figure sono costruite attraverso blocchi di colore, pen-
nellate a riquadro. La varietà di tinte degli impressionisti viene
ridotta ai contrasti fra le tre coppie di colori complementari:
l’arancio e l’azzurro, il giallo e il viola, il verde e il rosso. Ogni
elemento del dipinto trasmette un’idea di essenzialità, di
scomposizione delle forme, quasi a voler raggiungere l’ordine
elementare delle cose. Ancora un passo e verranno le scompo-  Paul Cézanne, Natura morta con mele e arance, 1899, olio su
sizioni del Cubismo. tela, 74x93 cm, Parigi, Musée d’Orsay.
67
I linguaggi dell’arte
L’Espressionismo
CARTA D’IDENTITÀ
{ epoca: fine del XIX-inizio del XX secolo
{ caratteri: violenza espressiva, deformazione
delle linee, forte emotività
{ principali autori: Munch, Kokoschka, Schiele

■ La novità dell’Espressionismo 1 Oskar


La pittura espressionista fu incarnata da artisti come il nor- Kokoschka, Due
nudi (Gli amanti),
vegese Edvard Munch (1863-1944), come gli austriaci Oskar
1913, olio su tela,
Kokoschka (1886-1980) 1 ed Egon Schiele (1890-1918), come
163,2x97,5 cm,
il tedesco Franz Marc (1880-1916). Essi rivendicavano il primato Boston, Museum
della soggettività nell’espressione sia artistica sia letteraria, e of Fine Arts.
quindi la necessità che ogni composizione trascriva pensieri ed
emozioni del tutto individuali. Non rifiutavano i soggetti figura-
tivi – persone o paesaggi – ma li sottoponevano a una violenta
deformazione, raggiunta con l’impiego di colori molto forti o
con lo stravolgimento dei tratti del disegno.

■ L’angoscia esistenziale: Il grido


Precursore dell’Espressionismo fu Munch, che sostituì alla
rappresentazione delle cose materiali l’interesse per le angosce L’angoscia dell’esistere, tema centrale
esistenziali, le sofferenze, la drammaticità della morte, le oscu- di Munch
re pulsioni della sessualità. Le angosce esistenziali, la drammaticità della morte, la pul-
Così Munch rievoca l’origine del suo quadro più famoso, Il sione sessuale caratterizzano un po’ tutte le opere di Munch.
grido (1893) 2: «Una sera passeggiavo per un sentiero, da una Adolescenza (1893) 3 raffigura il passaggio dalla condizio-
parte stava la città e sotto di me il fiordo. [...] Mi fermai e guar- ne di ragazza a quella di donna nello smarrimento stupito di
dai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole una giovinetta seduta nuda sopra il letto.
erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natu- Una sintesi formale ancora più radicale e audace caratteriz-
ra: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le za Il bacio 4 un quadro del 1899, con i volti degli innamorati
nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando». letteralmente fusi in una sola macchia di colore.

2 Edvard Munch, Il grido, 1893, tempera 3 Edvard Munch, Adolescenza, 1894, 4 Edvard Munch, Il bacio, 1897, olio su
e pastello su cartone, 91x73,5 cm, Oslo, olio su tela, 151,5x110cm, Oslo, tela, 99x81 cm, Oslo, Munch-Museet.
Nasjonalgalleriet. Nasjonalgalleriet.
68
I linguaggi dell’arte
Il Cubismo e Picasso
CARTA D’IDENTITÀ ■ Les demoiselles d’Avignon
{ epoca: inizio del XX secolo In Les demoiselles d’Avignon  sono raffigurate cinque
{ caratteri: scomposizione delle forme, rinuncia demoiselles (signorine) della rue d’Avignon di Parigi, una stra-
da frequentata da prostitute.
alla tridimensionalità, anti-armonia Il soggetto era provocatorio, ma i primi spettatori del qua-
{ principali autori: Picasso, Braque dro furono colpiti soprattutto dal modo in cui Picasso scompo-
ne le figure, togliendo loro morbidezze e armonie anatomiche,
per ridurle a figure spigolose e taglienti. I lineamenti dei volti
■ Oltre la realtà, la scomposizione sono schiacciati e grotteschi, simili a quelli delle maschere afri-
cane che Picasso amava. I corpi si contorcono in pose impossibi-
delle forme li: per esempio la donna seduta a destra è vista di spalle, ma ha
Pablo Picasso (1881-1973) ha rivoluzionato più di tutti il viso rivolto verso di noi, quasi che ruotasse di 180° sul collo.
l’idea tradizionale dell’arte come rappresentazione e imitazio-
ne della realtà. Il suo nome è soprattutto legato al Cubismo, il ■ Oltre ogni armonia
linguaggio della scomposizione delle forme : esso ispira i
quadri dipinti da Picasso tra 1907 e 1914, fianco a fianco con Picasso non ha raffigurato cinque donne così come le ha vi-
l’amico Georges Braque . In queste opere le figure perdono ste, ma ha proposto un’immagine di pura invenzione, deforma-
la loro naturale morbidezza e vengono scomposte in figure ta, lontanissima dall’armonia tipica dei ritratti tradizionali: ciò
geometriche (cubi, per lo più). Viene meno la classica unità del- che gli interessava era evidenziare gli aspetti più duri e brutali
le forme: di ogni oggetto, volto, corpo, l’artista mostra simulta- della realtà. Perciò ha scomposto le figure in «pezzi» quasi au-
neamente diversi punti di vista. E così la tela non riproduce ciò tonomi, che ha poi inserito in un dipinto senza profondità, to-
che vediamo con gli occhi, ma le varie parti di cui sappiamo talmente bidimensionale. Anche il cielo che affiora è fatto di
che un corpo è composto. superfici geometriche, come pezzi di vetro sovrapposti.

 Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise


Vollard, 1910, olio su tela, 92x65 cm,
Mosca, Museo Puskin.

 Georges Braque, La musicista,  Pablo Picasso, Les demoiselles d’Avignon


1917-18, olio su tela, 221,5x113 cm, (part.), 1907, olio su tela, 244x233,7 cm,
Basilea, Offentliche Kunstsammlung. New York, Museum of Modern Art.
69
I linguaggi dell’arte
Il Futurismo
CARTA D’IDENTITÀ
{ epoca: primi decenni del XX secolo
{ caratteri: dinamismo estremo, scomposizione
delle linee e delle forme, anti-realismo
{ principali autori: Boccioni, Balla

■ La forza centrifuga della «velocità» 1 Etienne-Jules


Il Manifesto del futurismo (1909) raccomandava la «velo- Marey, Uomo che
cità» e questo invito venne raccolto da diversi artisti, come Um- corre spingendo
berto Boccioni (1882-1916) e Giacomo Balla (1871-1958). Le un carro (part.),
loro opere, di pittura come di scultura, sembrano nascere dal- 1891 ca,
cronofotografia,
l’esplosione di una dirompente forza centrifuga; linee oblique,
14x35 cm, Beaune,
dinamiche traducono l’energia, lo sforzo, il movimento, fino a
Musée E.J. Marey.
frantumare lo spazio 2.
2 Giacomo Balla,
■ L’energia che modifica l’ambiente Bambina che corre
Forme uniche nella continuità dello spazio 3 è il titolo di sul balcone, 1925,
una serie di sculture in bronzo, in cui Boccioni rappresenta un olio su tela,
tema caro all’arte di ogni tempo, ovvero il corpo umano in mo- 125x125 cm,
vimento. A fine Ottocento il tema era stato analizzato dalla nuo- Milano, Civiche
va tecnica fotografica, che volentieri si era soffermata a scom- raccolte d’arte,
porre il movimento corporeo in sequenze di fotogrammi 1. collezione Grassi.
Boccioni non si accontenta di rappresentare una figura di
uomo che avanza a grandi passi, così come ognuno di noi può
osservarla nella realtà. La sua scultura coglie contemporanea- secondo linee diagonali che paiono «tagliare» l’atmosfera, oc-
mente il corpo umano e l’ambiente che lo circonda, che fa cupandola con energia e dinamismo.
tutt’uno con esso: il corpo infatti modifica lo spazio con la sua Non è dunque l’uomo in se stesso il tema della rappresen-
presenza e il suo movimento, e lo spazio modifica con la sua tazione, quanto, piuttosto, la sua capacità di modificare
pressione l’anatomia umana. l’ambiente intorno e di esserne modificato.
Le membra (testa, braccia, busto, gambe) sembrano uscire
dai propri limiti corporei, espandersi in spigoli, scomporsi in
piani diversi che si compenetrano. Tutta la figura è strutturata 3 Umberto Boccioni, Forme uniche di
continuità nello spazio, 1913, sculture in
bronzo, 110x89,5x40 cm, Milano, Civico
Museo di arte contemporanea.

70
Raccordo
Il Naturalismo
francese

1 Una letteratura del «progresso»

Positivismo romanzo naturalista e verista


raffigurazione
fiducia ruolo sociale
oggettiva e scientifica
nella scienza dello scrittore
della realtà

Verga interviene
Zola interviene
come coscienza
con le sue proposte
critica

e Verismo dominarono il panorama letterario per un


Positivismo e letteratura
paio di decenni, prima che emergessero Simbolismo e
■ Intorno al 1865-70 si affermò, in Francia e in Italia, un Decadentismo, le poetiche alternative della «crisi». Pur
nuovo tipo di narrativa «scientifica», legata al Positivi- in questo limitato lasso di tempo, essi lasciarono una
smo (E p. 34) e all’ideologia del progresso. Naturalismo traccia permanente nella letteratura successiva.
71
Tra Ottocento e Novecento

scienza di classe e, quindi, alla nascita di sindacati e


Il ruolo sociale dello scrittore
partiti di massa.
■ Gli autori principali dei due movimenti, Zola per il Na-
turalismo e Verga per il Verismo, incarnavano una nuo- Due diversi punti di vista
va figura di intellettuale, presente nella società con un
■ Di fronte alle mutate condizioni sociali, i naturalisti
ruolo attivo di proposta e d’indirizzo (Zola) oppure con
francesi si assunsero il compito di rappresentare nel
una funzione di coscienza critica dei danni che i recenti
modo più scientifico possibile gli ambienti cittadini,
rivolgimenti politici del Risorgimento italiano avevano
miseri e sordidi, in cui vivevano i lavoratori, sui quali
prodotto sulle fasce deboli della società (Verga).
intendevano richiamare l’attenzione dei governanti.
■ In effetti, nonostante la tanto sbandierata diffusione Fiduciosi nel progresso inarrestabile della società e
del «progresso», il panorama sociale di fine Ottocento della scienza, essi ponevano la letteratura al servizio
era tutt’altro che idilliaco: urbanizzazione ed emi- della trasformazione del mondo: descrivere la vita dei
grazione si traducevano nello sradicamento di intere ceti più poveri poteva aiutare a trovare strumenti utili a
popolazioni dalle zone di origine verso la città, o ver- un intervento sociale.
so altre nazioni. Erano fenomeni di dimensioni bibli- Su questo punto si mostreranno decisamente più pes-
che, destinati a produrre conseguenze indelebili nel simisti gli autori del Verismo italiano, poco fiduciosi
tessuto sociale di tutta Europa; anche perché il nume- nell’assoluta positività del «progresso», anche perché il
ro sempre più grande di lavoratori salariati ammassati loro campo privilegiato d’osservazione erano le arre-
nelle grandi fabbriche portò al formarsi di una co- trate campagne del Sud d’Italia.

2 Un metodo scientifico per la letteratura


sfondo culturale metodo d’indagine riflessi letterari

Positivismo Taine Zola: romanzo sperimentale

“ “
CONTENUTO
esiste un metodo scientifico
analizzando la realtà umana accurata osservazione
per esaminare/comprendere
bisogna sempre considerare: dei meccanismi sociali
tutta la realtà
a ogni livello

◗ le origini (race) FINE


il metodo scientifico può
fornire nuovi dati
essere esteso anche a ◗ l’ambiente (milieu)
(«documenti umani»)
letteratura, arti e psicologia ◗ il contesto storico (moment) alle scienze sociali

si fondano sul metodo sperimentale. Nella loro ottica,


La letteratura come una scienza esatta
il romanziere era un conoscitore privilegiato dei mec-
■ Dal punto di vista del metodo, il Positivismo ottocen- canismi della realtà, un «osservatore» attento (ma di-
tesco suggerì di estendere i procedimenti della scienza staccato) delle vicende e dell’evoluzione sociale. Dive-
ad ambiti che in precedenza ne rimanevano estranei, niva insomma una sorta di medico, come i naturalisti
come la letteratura, le arti, lo studio dell’animo umano. amavano presentarsi.
I romanzieri del Naturalismo si sforzarono perciò di Dalla teoria dell’evoluzione di Darwin i naturalisti rica-
assimilare alla letteratura i metodi delle scienze varono poi la convinzione che esistono fattori che
«esatte», quelle che si giovano di modelli matematici e condizionano con certezza il comportamento degli in-
72
Il Naturalismo francese

dividui e della società; allo scienziato-artista spettava completo ed esaustivo di ciascuno dei suoi personaggi.
il compito di riconoscerli e rappresentarli. I medesimi fattori, a parere di Taine, condizionano an-

Contesto
che l’autore, così che l’opera d’arte è una sorta di or-
La teoria di Taine ganismo (il concetto ha chiare radici biologiche), del
quale possiamo conoscere le leggi; ed è il prodotto del-
■ A fornire un compiuto metodo d’indagine ai narra-
le circostanze esterne in cui l’artista opera. Cade per-
tori naturalisti fu il filosofo e critico Hippolyte-
ciò l’idea romantica dell’artista, visto come il genio

Monografia Raccordo
Adolphe Taine (1828-93). Fu lui tra l’altro il primo a
che, creando, trasfigura liberamente la realtà. Al con-
usare, in un saggio del 1858 su Balzac, il termine «na-
trario, è la realtà che condiziona lo scrittore.
turalismo»; tale definizione venne successivamente ri-
presa da Émile Zola, nella prefazione alla seconda edi-
zione del romanzo Teresa Raquin (1867).
La sintesi di Zola:
Nei suoi saggi (l’introduzione alla Storia della letteratu- il «romanzo sperimentale»
ra inglese, 1863, e poi la Filosofia dell’arte, 1865) Taine ■ Émile Zola riprese e rielaborò queste idee nel saggio
parlò dell’artista come di uno scienziato, che studia e Il romanzo sperimentale (1880). «Il romanziere – scrive
rappresenta gli uomini e la società alla luce di tre fatto- Zola – è insieme un osservatore ed uno sperimentato-
ri generali: re». Il suo compito è analogo a quello dello scienziato
• la race: l’ereditarietà della «razza», ovvero le radici illustrato dall’insigne medico Claude Bernard (E sche-
etniche, le derivazioni familiari ecc.; da qui sotto): deve osservare la realtà e condurre espe-
• il milieu: l’ambiente sociale che sta intorno al perso- rimenti su di essa, scomponendo i fatti e poi ricostruen-
naggio e nel quale una certa situazione s’inquadra; doli nel loro interno meccanismo psicologico.
• il moment: il particolare «momento» storico, l’epoca Su queste basi, continua Zola, il nuovo romanzo of-
contingente che influisce con i suoi caratteri peculiari. frirà «documenti umani» plausibili e quindi grandi van-
Analizzando le origini (race) di un individuo, l’ambiente taggi alle «scienze politiche ed economiche»: «Essere
(milieu) in cui vive, il contesto storico-sociale (moment) in grado di controllare il bene ed il male, regolare la vi-
che influisce su di lui, il romanziere può dare un ritratto ta, guidare la società, risolvere alla lunga tutti i proble-

La penna come un bisturi:


romanzo naturalista e medicina
Profonda influenza esercitò su Zola ne la rappresentazione degli am- smo, si potrà curarla e placarla o alme-
un’opera pubblicata nel 1865, bienti più deteriorati della società: no renderla il più inoffensiva possibile».
l’Introduzione allo studio della medici- quelli sui quali – scrive Zola – occorre- Uno dei romanzi più fortunati del ci-
na sperimentale del medico Claude rebbe agire con un bisturi, per elimina- clo dei Rougon, Il ventre di Parigi
Bernard (1813-78). Clinico e fisiolo- re dal corpo sociale la parte infetta co- (1873), esprime fin nel titolo quel ri-
go, Bernard era stato drammaturgo, sì come il chirurgo elimina l’infezione chiamo quasi anatomico al corpo.
prima d’insegnare fisiologia alla Sorbo- dal corpo. La narrazione si svolge nell’età con-
na di Parigi e poi al Collège de France; Il sogno del fisiologo e del medico temporanea, collocata sullo sfondo dei
fu tra i grandi fondatori della medicina sperimentale, cioè «penetrare il come mercati di Parigi, le Halles: Zola li defi-
contemporanea e teorizzò, in partico- delle cose per dominarle e ridurle allo nisce «una macchina moderna, smisu-
lare, l’importanza dell’esperimento stato di meccanismo ubbidiente», è, rata, una specie di macchina a vapore,
come ambito di studio delle manifesta- secondo Zola, anche quello del roman- di caldaia destinata alla digestione di
zioni vitali. ziere. «Il nostro scopo è medesimo; an- un popolo; un gigantesco ventre di
Anche per l’influsso di Bernard, Zola che noi vogliamo essere padroni dei fe- metallo, inchiavardato, saldato, fatto di
indirizzò il Naturalismo verso l’analisi nomeni della vita intellettuale e passio- legno, vetro e ferro...».
«sperimentale» delle varie patologie so- nale per poterli guidare. In una parola È in luoghi come questi, emblematici
ciali: sia nell’ambito della vita indivi- siamo dei moralisti sperimentali che della modernità, che si confrontano la
duale (in particolare i comportamenti mettono in luce mediante l’esperimen- ricchezza e la miseria. Qui si manife-
alterati da follia o da tare ereditarie), to come si comporta una passione in stano l’avidità e l’ambizione dei com-
sia in quello più vasto della vita socia- un dato ambiente sociale. Il giorno in ponenti della famiglia Rougon-Mac-
le. Qui la prospettiva prevalente divie- cui ci impadroniremo del suo meccani- quart.

73
Tra Ottocento e Novecento

mi del socialismo, conferire soprattutto solide basi alla necessaria concatenazione dei fenomeni umani e
giustizia dando una risposta con l’esperimento ai pro- sociali, attraverso l’esame dei fatti e dei rapporti tra i
blemi della criminalità, non è forse essere gli operai personaggi. Questa concatenazione suggerisce di «le-
più utili e più morali del lavoro umano?». È così che, gare» i personaggi gli uni agli altri, nell’arco di diverse
secondo Zola, la letteratura può davvero porsi al servi- generazioni: nasce da qui il ciclo di venti romanzi (ini-
zio dell’umanità. Perciò egli conclude di non conosce- ziato nel 1871 con La fortuna dei Rougon e conclusosi
re «un lavoro più nobile». nel 1893 con Il dottor Pascal) che Émile Zola dedicò al-
la famiglia dei Rougon-Macquart. Ambientati nei più
diversi strati sociali, essi ripercorrono le vicende di una
Il ciclo dei Rougon-Macquart famiglia nel corso di cinque generazioni. Ne esce, alla
■ Date queste premesse, il romanzo naturalista divie- fine, il memorabile affresco di un’intera società, incline
ne un laboratorio in cui il romanziere «esperimenta» il ai «bagordi, dimentica delle sofferenze degli umili e
determinismo, cioè mette alla prova l’esistenza di una dedita al vizio come sua unica divinità».

3 Un anticipatore: Flaubert
romanzo realistico Flaubert, Madame


ottocentesco Bovary, 1857
Naturalismo

Balzac, Dickens, collegamento tra


NOVITÀ
Maupassant Realismo e Naturalismo
un metodo scientifico
applicato alla letteratura

Tra Realismo e Naturalismo Oggettività e soggettività:


la rivoluzionaria miscela di Flaubert
■ Prima del Naturalismo e di questo suo metodo scienti-
fico, era fiorita in tutta Europa una stagione di Realismo ■ Il finissimo scavo psicologico che Flaubert conduce-
letterario, che aveva dato le migliori espressioni con i va nell’animo della protagonista si avvaleva di un Rea-
romanzi di Dickens, di Balzac e di Maupassant, autore lismo precisissimo e, per così dire, «oggettivo». Lo sco-
di opere di grande successo (i romanzi Boule de Suif, po di Flaubert, infatti, era far conoscere la realtà senza
Una vita, Bel Ami e numerosi racconti). le distorsioni tipiche, a suo giudizio, dell’arte «falsa»,
Il Realismo amava rappresentare la realtà – anche nel esagerata, «romantica»; fornire ai lettori un’obiettiva
suo contesto sociale – pur senza disporre ancora di un raffigurazione delle cose; giudicare la vita, come leg-
metodo davvero scientifico di analisi, paragonabile a giamo in una sua lettera, semplicemente «dipingendo-
quello fornito, al Naturalismo, dalla cultura positivistica. la». L’autore è sempre presente, ma fa in modo che il
Al culmine di tale stagione realistica di metà Ottocento lettore non se ne accorga.
apparve, nel 1857, il romanzo Madame Bovary di Gu- In Madame Bovary Flaubert ha lasciato che fossero le
stave Flaubert, un’opera che funse da tramite tra Reali- cose a «parlare», ma sempre attraverso la percezione
smo e Naturalismo. che ne hanno i personaggi. Ha coniugato cioè ogget-
tività e soggettività, in una miscela difficilissima, che
solo i grandi scrittori riescono a realizzare.

■ Dopo di lui, per restare nell’ambito del Naturalismo,


Testi
• Maupassant, soltanto Verga riuscirà a riproporla con altrettanta forza
Sull’acqua (La casa umana e artistica nei suoi racconti «veristi» e nei suoi
Tellier) due grandi romanzi, I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.
74
Il Naturalismo francese

L’AUTORE GUSTAVE FLAUBERT

Contesto
◗ Flaubert nacque a Rouen, in Francia, nel stiere dello scrittore: proverbiali sono le in-
1821 e morì a Croisset nel 1880. Il padre era terminabili stesure delle sue opere, scritte su
uno stimato medico chirurgo, la madre una carte tormentate di correzioni e ripensamen-
ricca proprietaria terriera. Visse un’esistenza ti.

Monografia Raccordo
appartata, quasi monotona, senza eventi si- ◗ La produzione letteraria di Flaubert non fu
gnificativi che non riguardassero la sua atti- ricca: in vita pubblicò solo quattro romanzi,
vità di scrittore. Il carattere scontroso e, in tutti di lunga gestazione: Madame Bovary
seguito, le conseguenze di una malattia ner- (1857), Salammbô (1862), L’educazione senti-
vosa (soffriva di crisi d’epilessia) lo rinchiu- mentale (1869) e La tentazione di Sant’Antonio
sero in un isolamento quasi totale nella villa (1874), oltre alle novelle raccolte nel volume
di Croisset, sobborgo di Rouen. Di lì non di Tre racconti (1877). Postumo uscì, incompiu-
mosse mai, tranne per alcuni soggiorni in- to, il romanzo satirico Bouvard e Pécuchet.
vernali a Parigi e per due viaggi in Oriente Flaubert lasciò inoltre molte lettere, interes-
(1849-51) e in Africa (1858). A Croisset Flau- santi per la ricchezza di notazioni di caratte-
bert perseguì in modo assoluto il suo ideale re estetico, che rivelano la sua eccezionale
di vita artistica, tutto dedito al sofferto me- coscienza dell’arte.

L’OPERA MADAME BOVARY

◗ Flaubert scrisse Madame Bovary nel 1851, forte depressione. Si risolleva quando a
ma passarono quasi cinque anni prima che il Rouen ritrova Léon e gli si concede. Le sue
romanzo fosse pubblicato a puntate sulla frequenti fughe con Léon e i soggiorni in lus-
«Revue de Paris». L’editore, Maxime Du suosi alberghi di Rouen obbligano Emma a
Camp, vi apportò diversi tagli, per prevenire indebitarsi, all’insaputa del marito, con un
la prevedibile reazione della censura. Non usuraio le cui richieste la mettono sempre più
bastò, tuttavia: l’opera fu messa sotto pro- alle strette. Infine anche Léon si stanca di lei.
cesso nel gennaio del 1857, con l’accusa di Disperata, Emma si uccide. Anche il povero
oltraggio alla morale e alla religione. Lo Charles si lascia morire, dopo aver però per-
scrittore ne uscì però assolto. In seguito il li- donato alla moglie i suoi tradimenti.
bro poté essere stampato in volume, ed ebbe ◗ Emma è combattuta tra due spinte contra-
grande successo di pubblico. stanti: da una parte l’impulso erotico e sen-
◗ Protagonista del romanzo è Emma Rouault, suale, che si fa talora prorompente; dall’altra
figlia di un proprietario terriero. Emma sposa il rimpianto nostalgico per l’innocenza per-
Charles Bovary, un insignificante medico di duta, che carica il motivo erotico di connota-
provincia, ma presto si accorge che il matri- zioni malinconiche e drammatiche. Alla fine
monio non potrà mai farle vivere le emozioni Emma diviene un simbolo; dolore e sconfitta
e le aspirazioni di cui si era nutrita con le let- la trasformano in quell’eroina letteraria che
ture romantiche dell’adolescenza. La medio- ella stessa sognava, all’inizio, di diventare:
crità del marito e l’immobile vita del piccolo l’eroina dell’amore romantico, delle sue so-
villaggio normanno di Tostes non offrono che gnanti passioni, sconfitte dal prosaico mon-
noia e tristezza. La coppia si trasferisce a do borghese. Flaubert raffigura con minuzio-
Yonville: qui Emma viene prima corteggiata si dettagli il romanticismo di Emma, ma in-
dal giovane Léon, praticante notaio, che però tanto ne prende criticamente le distanze: il
parte per Parigi senza trovare il coraggio di significato del romanzo sta proprio nel ritrat-
confessarle il suo amore; poi si fa sedurre da to che dipinge la rovina di una donna tenera
Rodolphe, uno squallido dongiovanni di pro- e immatura, che scambia la vita con la lette-
vincia, che presto però si stanca delle pretese ratura e viene così a perdersi dietro ai suoi
sempre più pressanti della donna. Abbando- sogni, senza mai giungere a misurarsi dav-
nata dall’amante, Emma cade in preda a una vero, in modo adulto, con la realtà.

75
Tra Ottocento e Novecento

Gustave Flaubert

1 Il matrimonio fra noia e illusioni


Madame Bovary, parte I, capitolo VII
Anno: 1857
Temi: • la mediocrità della piccola borghesia di provincia • la noia come malessere costante • il
sogno «romantico» di poter evadere dalla grigia quotidianità

Leggiamo un brano tratto dal VII capitolo della prima parte del romanzo. Il matrimonio fra Emma e
Carlo si è celebrato nel IV capitolo e ora Flaubert li ritrae nell’intimità della vita domestica, separa-
ti da un’incomprensione totale: lui concreto e di vedute ristrette, lei sognatrice e sospirosa, incapa-
ce di accettare la mediocrità del marito e l’ordinarietà della vita quotidiana.

la rivelazione della Via via che l’intimità della loro vita si rinserrava, essa sentiva accentuarsi un distac-
incomunicabilità tra
i due coniugi co interno che la slegava da lui.
La conversazione di Carlo era piatta come un marciapiede di strada, e le idee di
tutti vi sfilavano, nella loro veste ordinaria, senza destar commozione alcuna,
d’allegria o di sogno. Egli non aveva mai avuto la curiosità, diceva, d’andar a sentire 5
a teatro gli attori di Parigi, mentre abitava a Rouen.1 Non sapeva nuotare, né tirar di
scherma, né adoperar la pistola; e un giorno non seppe spiegarle un termine
«dovrebbe»
secondo quel d’equitazione ch’essa aveva letto in un romanzo.
prototipo letterario Non doveva, invece, un uomo saper tutto, eccellere in molte forme d’attività, ini-
e romantico a cui
Emma si attiene
ziare la sua donna alle energie della passione, ai raffinamenti della vita, a tutti i mi- 10
steri? Ma quello là non insegnava niente, non sapeva niente, non desiderava niente.
Egli la credeva felice; e lei gli teneva rancore per quella calma così posata, per quella
pesante serenità, e perfino per la felicità ch’ella stessa gli dava.
Disegnava, qualche volta; ed era per Carlo un divertimento grande restar là in pie-
di a guardarla, curva sul suo cartone, mentre socchiudeva gli occhi per veder meglio 15
il suo lavoro o arrotondava sul pollice delle pallottoline di mollica di pane.2 Quanto
al pianoforte, più le dita vi correvano sopra veloci, più egli si meravigliava. Picchiava
sui tasti con sicurezza, e percorreva da un’estremità all’altra la tastiera senza inter-
rompersi. Scosso in quel modo, il vecchio strumento, tutto vibrante, faceva sentir la
sua voce fino in fondo al villaggio, se la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del- 20
il narratore l’usciere che passava per via, senza cappello e in pantofole, si fermava ad ascoltare,
si sofferma col foglio di carta in mano. [...]
ironicamente sugli
oggetti di un Carlo finiva per stimarsi di più, lui stesso, per il fatto di possedere una donna simi-
piccolo mondo le. Mostrava con orgoglio, in sala, due piccoli schizzi disegnati da lei a matita, e ch’e-
di provincia,
che Emma sta
gli aveva fatto inquadrare in cornici larghissime e appesi contro la carta del muro per 25
già respingendo mezzo di lunghi cordoni verdi. All’uscita da messa, lo si vedeva sulla porta di casa,
con disgusto
con certe belle pantofole ricamate.
Egli rincasava tardi, alle dieci, a mezzanotte qualche volta. Chiedeva allora da man-
giare, e, poiché la serva era a letto, era Emma stessa che lo serviva. Si toglieva la prefet-

1. mentre... Rouen: quando, cioè, era stu- 2. arrotondava... pane: la mollica del pa-
dente. ne serviva per cancellare.

76
Il Naturalismo francese

tizia3 per pranzare più comodamente. Enumerava tutte le persone che aveva incontra- 30
il verbo, alla fine

Contesto
del periodo, to, i villaggi dov’era stato, le ricette che aveva scritto, e, soddisfatto di sé, mangiava il
raffigura l’esatto resto dello stracotto, levava via la crosta al formaggio, rosicchiava una mela, vuotava
contrario del
mondo immaginato
la sua caraffa, e poi si cacciava in letto, coricandosi sul dorso, e russava.
da Emma, fatto di [...] Intanto Emma tentava, secondo un metodo che le pareva buono, di darsi dell’a-
notti d’amore e di
travolgenti passioni
more.4 In giardino, al chiaro di luna, recitava al marito tutte le rime appassionate che 35

Monografia Raccordo
sapeva a memoria, e gli cantava, sospirando, degli adagi5 malinconici; ma alla fine si
sentiva calma come prima, e Carlo non pareva né più amoroso né più turbato.
Quand’ebbe, per un poco, battuto così l’acciarino6 sul proprio cuore senza farne
sprizzare una sola scintilla, essendo incapace, del resto, di comprendere ciò che non
provava e di credere a ciò che non si manifestasse in forme convenzionali, si persua- 40
un amore così, se facilmente che la passione di Carlo non aveva nulla di eccessivo. Le sue espansio-
nell’ottica di Emma,
è il contrario ni eran diventate regolari; la baciava a certe ore fisse. Un’abitudine come le altre,
dell’amore quasi un dolce, previsto in anticipo, dopo la monotonia del pranzo.
Un guardacaccia, guarito dal dottore d’una flussione7 di petto, aveva regalato alla
signora una piccola levriera italiana; ed essa la portava fuori con sé, a passeggio. Per- 45
ché anche lei qualche volta usciva, desiderando di stare un momento sola e di non
avere più sotto gli occhi quell’eterno giardino, e, di là da esso, la strada polverosa.
Andava fino al faggeto di Banneville, fin presso al padiglione abbandonato che for-
ma l’angolo delle mura, dalla parte dei campi. [...] I suoi pensieri, senza meta dappri-
ma, vagavano a caso, come la cagnetta, che faceva dei giri tondi per la campagna, 50
guaiva dietro alle farfalle gialle, dava la caccia ai topi, o mordicchiava i rosolacci8 sul-
l’orlo d’un campo di grano. Poi le sue idee a poco a poco si fissavano, e, seduta sul-
l’erba, frugando il suolo a piccoli colpi con la punta dell’ombrellino, si ripeteva:
Emma sostituisce «Perché, Dio mio, mi sono sposata?»
il sogno letterario Poi si chiedeva se, per altre combinazioni del caso, non avrebbe potuto incontrare, 55
alla realtà;
per questo la realtà invece, un altro uomo; e cercava d’immaginare come sarebbero andate allora le cose:
le ripugna, una vita differente, un marito ch’essa non conosceva. In realtà non tutti somigliava-
ed è infelice
no a quello là. Avrebbe potuto essere bello, intelligente, distinto, attraente, com’era-
no certamente gli uomini sposati dalle sue antiche compagne di convento. Che cosa
facevano esse, ora? In città, tra il rumore delle vie, il mormorio dei teatri e gli splen- 60
dori dei balli, esse facevano una vita in cui il cuore si dilata e i sensi trovano libero
sfogo. Ma lei, la sua vita era fredda come una soffitta che abbia il finestrino a tra-
montana,9 e la noia, ragno silenzioso, filava la sua tela nell’ombra, in tutti gli angoli
del suo cuore.

G. Flaubert, Madame Bovary, trad. di D. Valeri, A. Mondadori, Milano 1993

3. prefettizia: tipo di giacca a doppio petto scitare effusioni e comportamenti senti- caia. Emma cerca di accendere in sé la
e falde lunghe, che si usava nelle cerimo- mentali. passione.
nie. 5. adagi: un movimento musicale, tra 7. flussione: flusso eccessivo di sangue.
4. darsi dell’amore: ricostruisce insomma l’andante e il largo. 8. rosolacci: papaveri selvatici.
le situazioni che a suo avviso possono su- 6. acciarino: un accendino con pietra fo- 9. a tramontana: a nord.

77
Tra Ottocento e Novecento

LE CHIAVI DEL TESTO


■ Ciò che caratterizza la protagonista Emma è il suo non quanto narrato. L’autore assume il punto di vista del per-
accettare se stessa e il mondo in cui vive. Quell’esistenza, a sonaggio (focalizzazione interna), attraverso il ricorso al di-
suo giudizio piatta e insignificante, si scontra con i sogni e le scorso indiretto libero (quando si riferiscono parole di
aspirazioni da lei coltivate. qualcuno senza usare le virgolette e senza introdurle con ver-
Di tale mondo fa parte anzitutto il marito: con i suoi gusti, la bi del dire). Nel brano letto si passa improvvisamente e qua-
sua personalità, la sua semplicità, Carlo rappresenta per si senza accorgersene dal piano di chi racconta a quello del
Emma l’esatto opposto di quanto, a suo avviso, una don- personaggio, dal punto di vista dell’uno a quello dell’altro.
na dovrebbe aspettarsi da un uomo. Ma tanto Emma è in- Frasi come Non doveva, invece, un uomo saper tutto..., o Ma
soddisfatta di Carlo e del matrimonio, tanto Carlo si ritrova quello là non insegnava niente... esprimono il pensiero di Em-
benissimo nei panni di marito, di medico di campagna, di ma non meno di quanto faccia l’interrogativa finale virgolet-
provinciale benestante e senza problemi. Così soddisfatto di tata «Perché, Dio mio, mi sono sposata?» (r. 53).
se stesso, egli è la mediocrità personificata, l’antiromantici-
smo allo stato puro. LAVORIAMO SUL TESTO
■ Emma Bovary è divenuta, nel tempo, un simbolo di un 1. Che cosa sogna Emma nel periodo della sua luna di
più generale modo di essere, il cosiddetto «bovarismo». È miele? E che cosa le manca?
stato il narratore a caratterizzarla come un «tipo» sociale, 2. Spiega con le tue parole questa frase: Le pareva che
sottolineando in lei pensieri, parole e atti che qualificano Em- certi luoghi della terra dovessero da soli produrre la felicità,
ma come l’incarnazione di un tipo particolare di donna: la come una pianta propria di quel dato suolo, che cresca ma-
piccolo-borghese di provincia, delusa dalla realtà quoti- le da ogni altra parte.
diana e continuamente frustrata nel suo desiderio di miglio- 3. Nell’immaginazione di Emma, quali doti, caratteristiche,
rarla. virtù dovrebbe avere l’uomo ideale? E quale concezione ha
Su di lei esercitano un profondo influsso le letture senti- dell’amore?
mentali di cui si è nutrita nell’adolescenza. Tali letture le 4. Soffermati sui modi con cui il narratore ha costruito il
hanno rivelato un mondo fatto di sentimento, poesia, straor- personaggio di Emma. Flaubert si limita, o sembra limitarsi,
dinarietà: un mondo «romantico», tutto immaginario e fal- a registrare con obiettività pensieri, comportamenti, parole
so, in stridente contrasto con la vita di Tostes. Il disagio na- del personaggio: è il lettore a dover fare le proprie deduzioni
sce dal divario tra ciò che Emma ha ed è e ciò che vorrebbe e a dare quindi un giudizio su Emma. Attraverso quali com-
avere e/o essere. Nel corso del romanzo l’inquietudine assu- portamenti e particolari descrittivi l’autore l’ha caratterizzata
merà via via proporzioni patologiche. Diverrà una vera e pro- come una provinciale frustrata e insoddisfatta? Rintracciali
pria malattia psicologica, da cui Emma non guarirà più. nel testo.
■ Già in questo brano matura in Emma la coscienza di una 5. Illustra il carattere di Carlo, cercando nel brano le infor-
vita fredda come una soffitta (r. 62), della noia che come un mazioni utili.
ragno silenzioso tesse la propria tela anche negli angoli più 6. Identifica gli elementi costitutivi del testo:
riposti dell’anima. Da sognatrice qual è, la donna non può • dialoghi;
non fantasticare sulla vita attuale delle sue compagne di col- • sequenze descrittive;
legio, alle quali assegna senz’altro un’esistenza fatta di balli • narrazione di episodi precisi.
e di teatri, di ardenti passioni. In lei il bisogno di evasione Quale tra questi elementi prevale? Come ti spieghi tale pre-
è irresistibile. Quando infine potrà concretizzarlo, si avvierà valenza?
rapidamente alla propria rovina. 7. Un tratto stilistico tipico di Flaubert è l’uso insistito del-
■ Flaubert è un maestro del Realismo letterario; il criterio l’imperfetto verbale. Esso vuole riprodurre una situazione in
a cui si attiene è l’impersonalità della narrazione. Offre cui non succede assolutamente nulla; a parte, s’intende, una
dunque al lettore una ricostruzione minuziosa e sapiente- serie di azioni e gesti continuamente ripetuti nella loro totale
mente dosata dei dettagli, che evita ogni commento o immutabilità. La presenza di questo imperfetto «iterativo» è
giudizio su fatti e personaggi. Evita accuratamente di far una caratteristica della prosa flaubertiana, riscontrabile in
trapelare atteggiamenti di simpatia o antipatia, lasciando che quasi tutte le pagine del romanzo. Individua nel brano esempi
sia il lettore a prendere di volta in volta posizione di fronte a di questo uso.

78
Il Naturalismo francese

L’AUTORE ÉMILE ZOLA

Contesto
◗ Nato a Parigi nel 1840, dopo la morte del sulla vita dei minatori), La terra (1887, cruda
padre (1847) Zola fu costretto dalle precarie rappresentazione del mondo contadino), La
condizioni economiche della famiglia a im- bestia umana (1890, sulla follia omicida).
piegarsi come fattorino presso la casa editri- A questo ampio ciclo ne seguono altri due,

Monografia Raccordo
ce Hachette, senza completare gli studi supe- più brevi: quello delle Tre città (1894-98), con
riori. In pochi anni divenne dirigente del re- romanzi intitolati rispettivamente Lourdes
parto pubblicità e poté così studiare i mecca- (1894), Roma (1896), Parigi (1898), e il ciclo
nismi del mercato editoriale. In seguito pre- incompiuto dei Quattro vangeli, formato da
ferì dedicarsi al giornalismo e alla letteratura. Fecondità (1899), Lavoro (1901), Verità (1903,
◗ Dopo i primi libri (Racconti a Ninetta, 1864, Il postumo).
voto di una morta, 1866, I misteri di Marsiglia, ◗ L’impegno politico e civile di Zola è riassu-
1867) elaborò la poetica naturalista, illustrata mibile nella battaglia condotta contro gli ac-
negli scritti teorici di Il romanzo sperimentale, cusatori del capitano Alfred Dreyfus: que-
1880. Compose quindi una serie di romanzi st’ultimo, a causa della sua origine ebraica,
nei quali indagò gli ambienti sociali più diversi. era stato ingiustamente accusato di spionag-
Dopo Teresa Raquin (1867) nacque così nel gio e condannato ai lavori forzati a vita. Zola
1871 il ciclo dei Rougon-Macquart, «Storia na- nel 1898 pubblicò sul quotidiano «L’Aurore»
turale e sociale di una famiglia sotto il Secon- un esplicito atto d’accusa – il famoso articolo
do Impero». Il ciclo raggiunse i venti romanzi J’accuse (“Io accuso”) – in seguito al quale fu
nel 1893; tra i maggiori vi sono Il ventre di Pari- lui stesso condannato a un anno di reclusio-
gi (1873, sulla vita dei quartieri operai della ne. Fuggito in Inghilterra, rientrò a Parigi nel
Testi
città), L’ammazzatoio (o Scannatoio, 1877, sulle 1899, accolto trionfalmente. Qui morì nel
• Il romanzo
come conseguenze abbruttenti dell’alcolismo: il tito- 1902 asfissiato dalle esalazioni di una stufa:
«studio di fisiologia» lo francese è L’assommoir, e si riferisce al no- le circostanze della sua morte suscitarono
(Teresa Raquin,
Prefazione) mignolo dato alla taverna dove i più miseri forti sospetti, e si arrivò a pensare che fosse
vanno a ubriacarsi), Nanà (1880, sulla prostitu- stata provocata dai circoli conservatori, suoi
zione e la piccola borghesia), Germinale (1885, nemici politici.

L’OPERA GERMINALE

◗ Il titolo ricorda la rivoluzione francese: i ri- rare le loro condizioni di lavoro, diviene uno
voluzionari avevano chiamato Germinale un dei capi. Le sue idee moderatamente sociali-
particolare periodo dell’anno, tra marzo e ste lo mettono in contrasto con Souvarine,
aprile, lo stesso in cui nel 1869 si erano veri- un compagno di lavoro russo, seguace del-
ficati moti popolari. La vicenda del romanzo l’anarchismo. I proprietari delle miniere, col-
s’ispira appunto agli scioperi e alle lotte dei piti dalla crisi economica, abbassano i salari
minatori che tra il 1866 e il 1869 avevano e gli operai entrano in sciopero. Dopo mesi
protestato accanitamente contro la riduzio- di sacrifici e di fame, si scatena il dramma:
ne dei salari decisa dai proprietari delle mi- l’esercito interviene per stroncare lo sciopero
niere. Zola rappresenta realisticamente le e alcuni lavoratori restano uccisi. Gli altri de-
disumane condizioni di vita e di lavoro dei cidono di riprendere il lavoro. Souvarine fa
minatori ma, a differenza che in altre opere, però saltare in aria la miniera, nella quale ri-
lascia aperta in Germinale la speranza in un mangono intrappolati il protagonista insieme
possibile, prossimo miglioramento di quelle a Catherine, di cui è innamorato, e al violen-
condizioni. to ex amante di lei. Durante una lite, Stefano
◗ Protagonista del racconto è Stefano Lantier, uccide l’uomo. Giungono finalmente i soc-
giovane operaio delle ferrovie, licenziato per corritori a liberarli, ma Catherine è già spira-
contrasti con il capofficina. Trova impiego al- ta. Stefano lascia la miniera per andare a Pa-
lora nella miniera di carbone di Voreux. rigi, dove riprenderà le sue battaglie per la
Quando i minatori si organizzano per miglio- giustizia sociale.

79
Tra Ottocento e Novecento

Émile Zola

2 La miniera
Germinale, capitolo I
Anno: 1885
Temi: • il rapporto tra l’uomo e l’ambiente • la descrizione del distretto minerario

Leggiamo l’incipit del romanzo, che coincide con l’ingresso sulla scena del suo protagonista, Stefa-
no Lantier. Attraverso i suoi occhi di operaio cittadino, l’autore descrive il paesaggio del distretto
minerario, con i bagliori e i fumi, le tozze costruzioni della cava, il trenino e le altre macchine.

Partito verso le due da Marchiennes, l’uomo camminava a passi affrettati, rabbrivi-


dendo sotto la giacchetta logora di cotone e le brache di velluto; impacciato da un
pacco1 avvolto in un fazzolettone a quadri che si stringeva contro e mutava spesso di
ecco la condizione
del protagonista
fianco per ficcare in tasca le mani intirizzite che la sferza del vento scorticava. Nel
suo capo vuoto di operaio senza lavoro e senza tetto rimuginava un unico pensiero: 5
la speranza che col sorgere dell’alba il freddo si farebbe sentir meno.
Camminava così da un’ora quando, a due chilometri da Montsou, scorse a sinistra,
come sospesi a mezz’aria, rosseggiare tre fuochi, simili a bracieri che ardessero all’a-
perto. Subito esitò; poi, tant’è, non poté resistere alla tentazione di scaldarsi un mo-
mento le mani. 10

Il sentiero incassato che prese gli sottrasse i fuochi alla vista. Ora l’uomo aveva a
destra una palizzata, una specie di paratia2 di grosse tavole che costeggiava una stra-
l’anonimo da ferrata;3 a sinistra un argine erboso oltre il quale si distinguevano in confuso4 dei
panorama del tetti: una borgata di case basse, uniformi [...], un tozzo agglomerato5 di edifizi, di
villaggio industriale
dove si slanciava il camino d’una fabbrica. [...] 15

un inserto Ah, una miniera! Presentarsi? per sentirsi dire di no? L’uomo si sentì riprendere
6
di discorso
indiretto libero dall’avvilimento. Invece di dirigersi verso il fabbricato, si decise a salire sul terrapie-
no,7 sul quale ardevano, in bracieri di ghisa, i tre fuochi che aveva avvistati per primi
e che servivano a far luce agli operai nel loro lavoro e a riscaldarli.
I terrazzieri8 dovevano aver finito il turno da poco, perché stavano sgombrando lo 20
sterro. Già i manovali avviavano i trenini sulle rotaie che correvano sui cavalletti e
presso ogni fuoco si scorgevano ombre umane occupate a ribaltare berline.9
– Buon giorno, – fece, avvicinandosi a uno dei bracieri.
Colui che aveva salutato voltava le spalle al fuoco; era un carrettiere; un vecchio ve-
stito d’un maglione violetto, con in capo un berretto di pelo di coniglio; il suo caval- 25
lo, un grande cavallo fulvo,10 aspettava, fermo come un macigno, che si scaricassero i
sei vagoncini che aveva trainato sin lì. Il manovale addetto alla manovra di scarico,
un ragazzone di pelo rosso, sfiancato, non mostrava fretta: manovrava la leva così

1. un pacco: la valigia con le sue povere 4. in confuso: confusamente. 8. terrazzieri: gli operai sterratori, che
cose. 5. tozzo agglomerato: raggruppamento portano via la terra scavata, o sterro.
2. paratia: la parete che divide gli scom- basso e disordinato. 9. berline: i vagoncini del treno minerario.
partimenti nello scafo di una nave. 6. Presentarsi?: per chiedere lavoro. 10. fulvo: di pelo rossiccio.
3. strada ferrata: vi passano i treni della 7. terrapieno: rialzo artificiale del terreno,
miniera, con il loro carico di carbone. dove stanno lavorando i minatori.

80
Il Naturalismo francese

fiaccamente che pareva dormisse. E qui in alto il vento soffiava più impetuoso che

Contesto
mai; una tramontana11 ghiacciata che investiva con la violenza d’una falciata. 30

Il vecchio rese il saluto.


il romanziere Vi fu una pausa. Avvedendosi dello sguardo diffidente dell’altro, il nuovo venuto si
non ha premesso affrettò a presentarsi.
un ritratto del suo
protagonista; solo – Mi chiamo Stefano Lantier, meccanico... Non ci sarebbe lavoro per me, qui?

Monografia Raccordo
adesso, allorché ce Ora, in luce, mostrava ventun anno; bell’uomo, bruno, piuttosto smilzo ma 35
lo fa vedere
in piena luce,
d’aspetto robusto.
ne indica l’età Rassicurato, il carrettiere scosse il capo: – Da meccanico, no... Ancora ieri se ne so-
e l’aspetto
no presentati due inutilmente. No, no.
Lasciata passare una raffica12 che mozzava le parole in bocca, Stefano, indicando la
macchia scura del fabbricato lì sotto: È una miniera, non è vero? 40

Questa volta, a impedire all’altro di rispondere, fu un impeto di tosse13 che lo


strangolò. Quando poté sputare, lo sputo lasciò sul terreno imporporato dal braciere
una chiazza nerastra.14
– Sì, una miniera; il Voreux. Ed ecco, là, le case operaie... – e tendeva il braccio a
indicare nella notte la borgata di cui l’altro aveva intravisto i tetti. 45

S’era finito di scaricare; da sé, senza che il carrettiere avesse neanche da schioccare
la frusta, il grosso cavallo fulvo ripartì, camminando tra le rotaie e trainando pesan-
temente la berlina15 vuota, il pelo arruffato sotto una nuova raffica; mentre il vec-
i contorni della
realtà stanno chio gli si metteva dietro, armeggiando16 a fatica le gambe irrigidite dai reumatismi.
gradualmente Ormai, agli occhi del giovane, il Voreux aveva perso il suo aspetto fantastico. Indu- 50
delineandosi anche
per iI lettore
giandosi a scaldarsi le mani scorticate dal freddo, ora Stefano riconosceva la tettoia
incatramata del capannone della cernita,17 il castello del pozzo,18 lo stanzone del
macchinario per l’estrazione, la torretta quadra della pompa di eduzione.19 La mi-
niera, pigiata a quel modo in una piega del terreno, coi suoi tozzi fabbricati20 in
emerge finalmente
la storia personale mattone, col camino che ne sporgeva come un corno minaccioso, gli aveva21 l’aria 55
del protagonista, malvagia d’un animale ingordo, appiattato lì per divorare gli uomini. Contemplan-
finora tutta
riassorbita dai dola, pensava a sé; all’esistenza di vagabondo che da otto giorni menava22 in cerca di
piccoli eventi e lavoro; si rivedeva nelle Officine delle Ferrovie dove lavorava, il giorno che aveva
dai dettagli
dell’ambiente
schiaffeggiato il suo capo. Scacciato da Lilla,23 scacciato dappertutto, il sabato prima
era arrivato a Marchiennes, attrattovi dalla speranza di trovar lavoro in quelle ferrie- 60
re;24 ma nulla: né alle ferriere, né da Sonneville.25 La domenica l’aveva passata nasco-
sto tra le cataste di legname d’una fabbrica di carri, donde poc’anzi26 – quella stessa
notte alle due – un sorvegliante l’aveva scoperto e scacciato. Non aveva più un soldo
né un cantuccio27 di pane: a che seguitare a battere le strade,28 senza una meta, senza
neppure un luogo dove ripararsi dalla tramontana? 65

11. tramontana: vento freddo del nord. scelta (cernita) del minerale estratto. 23. Lilla: città industriale nel nord della
12. una raffica: di vento. 18. castello del pozzo: una specie di tor- Francia.
13. un impeto di tosse: è la malattia pro- re, in corrispondenza del pozzo della mi- 24. ferriere: stabilimenti in cui si lavora il
fessionale dei minatori: i loro polmoni so- niera: sorregge le funi dell’ascensore che ferro.
no ostruiti dalla polvere di carbone che so- porta su e giù nella cava i minatori. 25. Sonneville: sede di altri cantieri ope-
no costretti a respirare. 19. pompa di eduzione: macchina per ri- rai.
14. nerastra: nera come il carbone, ap- muovere l’acqua che si infiltra tra le galle- 26. poc’anzi: poco prima che cominciasse
punto. rie della miniera. il racconto.
15. la berlina: il trenino minerario. 20. fabbricati: edifici. 27. cantuccio: angolo, pezzetto.
16. armeggiando: sistemando. 21. gli aveva: gli sembrava avere. 28. a che... strade: per quale scopo conti-
17. capannone della cernita: dove si fa la 22. menava: conduceva. nuare a percorrere le strade.

81
Tra Ottocento e Novecento

la narrazione Sì, ora la vedeva bene; era proprio una miniera. Le rade lanterne rischiaravano il
si arricchisce di
dettagli realistici, locale delle macchine: l’improvviso schiudersi d’una porta gli aveva permesso di in-
man mano travedere, in un lampo accecante, i fuochi delle caldaie. Ora si spiegava tutto; anche
che l’occhio del
personaggio lo scappamento della pompa, quel lungo affannoso soffio incessante che si sarebbe
si posa su ciò detto la respirazione strozzata del mostro. 70
che lo circonda
L’addetto allo scarico dei vagoncini, occupato a schermirsi dal freddo, non aveva
29

neanche alzato gli occhi su Stefano; e questi già si chinava a raccattare da terra
l’involto30 cadutogli e si disponeva ad andarsene, quando una tosse stizzosa31 gli an-
nunciò il carrettiere di ritorno. A poco a poco si vide il vecchio emergere dall’ombra,
seguito dal cavallo fulvo che trainava altre sei berline colme. 75

– Ci sono delle fabbriche a Montsou?


Il vecchio sputò nero, poi rispose con una voce che il vento lasciava appena udire:
– Oh mica sono le fabbriche che mancano! Bisognava essere qui tre o quattr’anni or
la crisi economica
attuale, raffigurata sono! Tutte le fabbriche lavoravano; non si trovavano uomini;32 non s’era mai gua-
dal punto di vista dagnato tanto... Ed ecco che ora si ricomincia a stringere la cintola... Uno strazio da 80
del vecchio
minatore
queste parti! si licenziano le maestranze,33 le fabbriche chiudono una dopo l’altra...
La colpa non sarà forse sua; ma perché mai l’Imperatore34 va a battersi in America?35
Senza contare che le bestie muoiono di colera, tale e quale come i cristiani.
Toccato questo tasto, tutti e due, a frasi smozzicate per via del vento che portava
via le parole di bocca, presero a lamentarsi. Stefano raccontava tutti i passi che da 85
una settimana faceva inutilmente per trovare lavoro: bisognava dunque crepar di fa-
me? presto per le strade non si vedrebbero che accattoni.36 Il vecchio gli dava ragio-
ne; sì, non poteva che finir male; non era permesso, perdìo, gettare tanti cristiani sul
lastrico.

É. Zola, Germinale, trad. di C. Sbarbaro, Einaudi, Torino 1951

29. schermirsi: ripararsi. 31. stizzosa: insistente, fastidiosa. 35. in America: all’epoca la Francia era
30. l’involto: il misero pacco con le sue 32. uomini: operai. impegnata nella spedizione in Messico a
cose, avvolto nel fazzolettone a quadri (E 33. le maestranze: i lavoratori. fianco di Massimiliano d’Asburgo.
nota 1). 34. l’Imperatore: Napoleone III. 36. accattoni: mendicanti.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ Al centro della narrativa di Zola vi è il rapporto uomo- tentrionale per avere una conoscenza diretta di ciò di cui
ambiente: infatti apparteneva alla poetica originaria del Na- avrebbe parlato.
turalismo l’idea secondo cui i comportamenti dell’uomo sono ■ Nel brano il lettore si avvicina alla miniera attraverso il
influenzati dall’ambiente (il milieu), oltre che da fattori ereditari passo lento e l’occhio indagatore del protagonista, Stefano;
(la race) e dal momento storico particolare (il moment). assieme a lui viene a conoscere la realtà della miniera, che si
Così scrisse lo stesso Zola: «Questa è la mia preoccupazione riflette nei dettagli realistici che man mano impressionano
più importante: studiare la gente con cui il personaggio avrà lo sguardo del giovane. Fedele ai canoni del Naturalismo,
a che fare, i luoghi in cui dovrà agire, l’aria che dovrà respira- Zola offre una descrizione dall’«esterno», proponendo al
re, la sua professione, le sue abitudini. Frequento quei luoghi lettore solo ciò che l’occhio di un occasionale spettatore po-
per un po’ di tempo. Osservo, faccio domande e ipotesi». trebbe individuare e tralasciando qualsiasi commento.
Perciò, prima di scrivere il romanzo Germinale, l’autore volle Perciò evita di presentare il protagonista con un ritratto tradi-
documentarsi accuratamente sull’ambiente di lavoro dei zionale; lascia che la sua fisionomia emerga poco a poco nel
minatori protagonisti dell’opera. Nella primavera del 1884 si corso della narrazione.
recò personalmente nella zona mineraria della Francia set- ■ A ben vedere, però, la narrazione oscilla tra una rappre-
82
Il Naturalismo francese

sentazione cruda e realistica della miniera, descritta an- 6. Partito verso le due da Marchiennes, l’uomo camminava
che con l’ausilio di termini tecnici, e certi aspetti più fantasti-

Contesto
a passi affrettati, rabbrividendo sotto la giacchetta logora di
ci, che introducono nel racconto una dimensione simboli- cotone e le brache di velluto; [...] mutava spesso di fianco
ca. Si veda, per esempio, il rumore del motore paragonato a per ficcare in tasca le mani intirizzite che la sferza del vento
un respiro lungo e affannoso, oppure la miniera confrontata a scorticava. Quale idea del personaggio il lettore può farsi, a
un animale ingordo che inghiotte chi vi si avventura. Allo partire da questa notazione iniziale? Rintraccia le altre se-
stesso modo lo scappamento della pompa viene paragonato quenze di taglio descrittivo-narrativo presenti nel brano e ri-

Monografia Raccordo
al lungo affannoso soffio incessante che si sarebbe detto la feribili all’ambiente naturale e/o al lavoro dei minatori. Ti
respirazione strozzata del mostro. Questi elementi finiscono sembra che esse confermino o smentiscano l’impressione ini-
per ingigantire il coraggio e il sacrificio dei minatori, piccoli ziale?
uomini che non hanno paura di quella tremenda cavità divo- 7. Oggettività e impersonalità del narratore sono i canoni
ratrice. In questo modo la miniera e chi vi lavora acquistano del Naturalismo. Attraverso quali elementi essi si mostrano in
sulla pagina un risalto epico. questo passo? Il rispetto di tali canoni è però, nell’incipit di
■ La narrazione è condotta con una prosa analitica, «og- Germinale, solo parziale: per esempio alcune descrizioni non
gettiva». Nel finale osserviamo un esempio di discorso indiret- sono «oggettive», ma «soggettive». Compila la tabella con ci-
to libero (più articolato rispetto al breve inserto della riga 16), tazioni tratte dal testo.
la tecnica che sarà ampiamente utilizzata da Verga: bisognava
dunque crepar di fame? presto per le strade non si vedrebbe- elementi di oggettività elementi di soggettività
ro che accattoni (rr. 86-87). È un’osservazione pronunciata a
voce alta da Stefano e ripresa dal narratore senza didascalie termini tecnici metafore riferite alla
esplicative, in forma «libera», appunto, per restituire con mag- della vita mineraria miniera
giore immediatezza il pensiero del personaggio. Anche la ri- ................................................. .................................................
sposta del suo interlocutore (Il vecchio gli dava ragione; sì, non ................................................. .................................................
poteva che finir male; non era permesso, perdìo, gettare tanti
................................................. .................................................
cristiani sul lastrico rr. 87-89) segue la stessa tecnica.
................................................. .................................................
LAVORIAMO SUL TESTO
descrizione neutra paragoni e aggettivi
1. Qual è lo stato d’animo del protagonista quando giunge
dell’ambiente «emotivi»
alla miniera? Da che cosa è determinato?
................................................. .................................................
2. Ti sembra che nel corso del brano questo stato d’animo
evolva oppure no? Motiva la risposta con opportune citazio- ................................................. .................................................
ni dal testo. ................................................. .................................................
3. Arrivato alla miniera, quali incontri fa il protagonista? ................................................. .................................................
Quale interlocutore emerge tra gli altri?
4. Da alcuni particolari del testo possiamo cogliere le con- altri elementi altri elementi
crete condizioni del lavoro in miniera, e in particolare la sua ................................................. .................................................
pericolosità. Rilevali nel brano.
................................................ .................................................
5. Individua nel testo tutti gli elementi utili a comporre un
................................................. .................................................
ritratto di Stefano, relativamente a:
• età; ................................................. .................................................
• provenienza;
• lavoro esercitato;
• ragioni per cui si trova nel Voreux;
• fisionomia esteriore (aspetto, indumenti ecc.);
• carattere e personalità.
Scrivi ora un ritratto del protagonista (max 10 righe).

83
Sguardi sulla società
Vivere nella moderna
città industriale

La crescita delle città ■ Illuminazione elettrica in place du Carrousel a Parigi nel 1889.
Nel 1810 solo 12 europei su 100 vi-
vevano in città, cifra salita a 41 su 100
nel 1910. L’inurbamento produce una
crescita mai vista dei centri urbani. Tra il
1840 e il 1880 Vienna passa da 400 mila
abitanti a 700 mila; Parigi da 1 a 1,9 mi-
lioni; Londra da 2,5 a 3,9 milioni; Berlino
da 378 mila a oltre un milione. Il fenome-
no tocca molte altre città: nel 1810 le
città europee con più di 100 mila abitan-
ti erano solo 24; nel 1900 sono diventate
128.
Nelle periferie di questi centri nasco-
no vasti quartieri operai. In Inghilterra
essi vengono per lo più edificati sul mo-
dello della piccola casa unifamiliare; in-
vece in Francia, in Germania, così come
nel «triangolo industriale» italiano (Mila-
no, Torino, Genova), si adotta la forma di
grandi edifici a molti piani, progenitori
■ Una via di Londra nella seconda metà dell’Ottocento: i nuovi mezzi di trasporto, come i
degli attuali condomini.
tram e le automobili, accanto a uno strano calessino trainato da una zebra.
Le città crescono troppo in fretta e
le condizioni igieniche risultano precarie. nutre uno spiccato interesse per il mon-
Solo dopo il 1850-60 i nuovi quartieri si do del lavoro e per la vita urbana. In
dotano di fognature; poi, via via, nelle quadri come Mattino e come Officine a
strade e nelle case entra l’illuminazione a Porta Romana, entrambi del 1909, egli
gas. Solo dopo il 1900 essa è sostituita dipinge la nuova atmosfera della città,
dall’illuminazione elettrica. che si ridesta segnata dal fluire lento de-
Intanto nascono i trasporti pubblici, gli operai che vanno al lavoro. È la città
necessari a spostare le masse dei lavora- delle periferie attraversate dalle ombre
tori. All’inizio si utilizzano tram trainati da lunghe del mattino e dai carretti che tra-
cavalli, poi si passa ai tram elettrici. Infi- sportano materiale edilizio per uno spa-
ne a Londra e a Parigi, compaiono le pri- zio urbano che si sta allargando.
me ferrovie metropolitane, con percorsi
per lo più sotterranei (underground). La
rete sotterranea di Londra fu inaugurata ■ Un’affollata via di Parigi in una fotografia
nel 1863, quella di Parigi nel 1900. della seconda metà dell’Ottocento.

La città nella
rappresentazione artistica
Molti artisti dell’epoca sono partico-
larmente attenti a cogliere le trasforma-
zioni in atto nella società di inizio Nove-
cento e a proporre nelle loro opere la
rappresentazione dei protagonisti e dei ■ Umberto
luoghi che caratterizzano lo sviluppo in- Boccioni, Officine
dustriale delle città. Fra questi, per a Porta Romana
esempio, Umberto Boccioni (1882-1916) (particolare).
84
VERIFICA
L’età contemporanea Il Naturalismo francese

1 Indica se le seguenti affermazioni sono vere o cui dura repressione da parte del governo
false. scatenò il moto popolare della Comune di Parigi
c gli scioperi e le lotte dei minatori francesi che
1. Il vero a cui aspirava il Naturalismo era
protestarono accanitamente contro la riduzione dei
un vero soggettivo e sentimentale. V F
salari decisa dai proprietari delle miniere
2. Il romanziere naturalista diviene un attento d gli scioperi dei braccianti agricoli che diedero
osservatore della realtà. V F
avvio ai moti della Comune di Parigi
3. Il maggior teorico del Naturalismo
fu Hippolyte Taine. V F
3 Svolgi i collegamenti corretti.
4. Émile Zola, fondatore del Naturalismo, fu
1. Collega ciascun autore al rispettivo romanzo.
una figura molto appartata e poco attenta
al contesto sociale e politico. V F
1 Émile Zola a. Il ventre di Parigi
5. Secondo i naturalisti, l’arte, denunciando
2 Hippolyte Taine b. La filosofia dell’arte
i mali che affliggono la società, può 3 Gustave Flaubert c. L’educazione sentimentale
contribuire a migliorarla. V F
2. Metti in relazione ciascuno dei seguenti romanzi
di Zola con la tematica corrispondente.
2 Scegli l’affermazione corretta fra quelle 1 L’ammazzatoio a. la prostituzione
proposte. e le meschinità della
1. Con l’avvento del romanzo sperimentale, il Realismo piccola borghesia
letterario acquista un’inedita consapevolezza: 2 La bestia umana b. l’alcolismo
a il romanzo diviene strumento di divulgazione 3 Nanà c. la vita dura e
delle verità della ragione e lo scrittore rischiosa dei minatori
tende ad assomigliare sempre di più al filosofo 4 Germinale d. le componenti
b il romanzo deve trarre ispirazione dalla storia del
fisiologiche e sociali
passato per proporre ai lettori contemporanei della follia omicida
valori, ideali e tradizioni del proprio paese
c il romanzo deve attingere soprattutto alla 4 Rispondi alle seguenti domande.
creatività e all’immaginazione e lo scrittore deve 1. Chi era Claude Bernard e quale influsso ebbe
interessarsi alle dinamiche interiori e alle tensioni sul Naturalismo?
psicologiche del soggetto
d il romanzo diventa uno studio sociale e il
2. Spiega con le tue parole i fattori della race,
del milieu e del moment; precisa da chi furono
romanziere deve essere uno scienziato, per
elaborati e perché.
ritrarre dal vero sia i rapporti sociali sia il mondo
interiore degli individui 3. Il Naturalismo si può considerare come la
traduzione, in letteratura, della cultura del
2. Quale nuovo modello d’intellettuale tende ad Positivismo. Per quali motivi? (max 15 righe)
affermarsi con la cultura positivista?
a il poeta vate, guida spirituale del popolo e PER L’ESAME DI STATO
depositario delle tradizioni nazionali 1. Naturalismo francese e Verismo italiano: facendo
b il filosofo, impegnato a riformare la società
riferimento agli autori e ai testi letti, illustra in
diffondendovi la luce della ragione max due facciate di foglio protocollo (3500-4000
c lo scienziato, artefice del vero sapere e del battute) il loro rapporto, chiarendo:
progresso umano • quale dei due fenomeni nacque per primo e
d il letterato umanista, che attinge verità influenzò l’altro;
e conoscenza dai classici • gli elementi di maggiore affinità, sul piano
contenutistico e formale;
3. Quali vicende sono al centro di Germinale? • gli elementi di diversità.
a i moti parigini del 1848, scaturiti dalla protesta 2. Scrivi una breve relazione che illustri gli elementi (di
popolare contro la sanguinosa repressione inflitta forma e di contenuto) che differenziano il romanzo
dal governo francese agli operai edili in sciopero di Flaubert da quello di Zola. Hai a disposizione una
b gli scioperi degli operai metallurgici francesi, la facciata di foglio protocollo (1500-2000 battute).
85
Raccordo

Gli scrittori
del Verismo
1 Dal Naturalismo al Verismo
◗ sfiducia nella possibilità
di risolvere la crisi del Sud

NATURALISMO VERISMO
diffusione delle idee ◗ Capuana
◗ Zola tradotto in

naturalistiche ◗ Verga
Italia dal 1876
◗ De Roberto
◗ rinnovamento di temi
e linguaggio
della tradizione letteraria

francese, chiamata «Verismo» per l’attenzione al «ve-


L’attenzione al «vero»
ro», alla vita quotidiana della gente, alle problematiche
■ I romanzi di Émile Zola furono tradotti in Italia a par- sociali o d’ambiente. Gli scrittori del Verismo si soffer-
tire dal 1876. Suscitarono polemiche per la descrizione mavano specialmente sulle miserie, economiche e so-
degli ambienti più desolati e squallidi delle periferie ciali, del Mezzogiorno d’Italia all’indomani della rag-
operaie parigine, ma anche ampio interesse per la no- giunta Unità d’Italia (1861). Ma un’attitudine verista,
vità delle riflessioni che erano in grado di alimentare. nei contenuti e nel linguaggio, si travasò anche in ope-
Nacque così, soprattutto per merito di alcuni autori si- re e autori di altre parti d’Italia, come il milanese Emi-
ciliani (Luigi Capuana, Giovanni Verga, Federico De lio De Marchi, i toscani Mario Pratesi e Renato Fucini,
Roberto), un’originale interpretazione del Naturalismo la sarda Grazia Deledda.
86
Gli scrittori del Verismo

Analogie tra Naturalismo e Verismo Pessimismo contro ottimismo

Contesto
■ I veristi ripresero alcune esigenze di base del Natu- ■ Sui naturalisti francesi agivano ancora, in buona
ralismo: parte, l’ottimismo positivistico e il mito del «progres-
so»; i veristi riflettono invece un senso d’impotenza
■ l’attenzione sistematica all’ambiente sociale (il mi-
nei confronti della miseria delle plebi contadine. Di
lieu di cui aveva parlato Taine);
fronte a quello spettacolo di disagio sociale, essi ac-

Monografia Raccordo
■ l’osservazione rigorosa delle «passioni» umane (co- centuano semmai una sensazione di rassegnato pes-
me nascono e si manifestano); simismo.
In sintesi, il Naturalismo francese ed europeo ha un
■ il desiderio di dare alla letteratura appropriati stru-
carattere sociologico e scientifico; il nostro Verismo è
menti d’indagine e di rappresentazione, cioè un’ani-
più mitico e arcaico, legato alla terra, alle sue tradizio-
ma scientifica.
ni antiche, ai suoi influssi dialettali, alle voci primor-
diali di una natura selvaggia e lussureggiante.
Differenza di accenti
■ Ma i nostri veristi interpretarono in modo più elastico Meriti della letteratura verista
il rigore scientifico del Naturalismo francese, il suo me-
todo dell’assoluto distacco dell’autore (l’«impersona- ■ Nella storia letteraria italiana, il Verismo ebbe un
lità»). Accettarono in generale l’idea di Zola secondo grande merito: non solo seppe dar vita a una produ-
cui sono le leggi fisiologiche e le tare ereditarie a deter- zione letteraria ricchissima, adeguata, in quel preciso
minare i caratteri individuali attraverso la «lenta suc- contesto storico, al notevole sviluppo dell’editoria e al-
cessione dei fatti nervosi e di sangue che si verificano l’allargarsi del pubblico dei lettori; ma soprattutto sep-
in una stirpe», come l’autore francese aveva scritto nel- pe rinnovare in profondità sia i temi sia il linguaggio
la Prefazione (1871) a La fortuna dei Rougon; ma, per i tradizionale della letteratura, promuovendo una mag-
veristi italiani, più importante del decadimento indivi- giore semplicità d’espressione e un’inedita concretez-
duale è la crisi sociale e culturale di una grande area za di temi e personaggi.
storicamente messa ai margini: il Mezzogiorno. ■ Alle spalle dei veristi c’era, sul piano letterario, quasi
il vuoto: l’unico precedente di rilievo era costituito dal
realismo di Manzoni e dalla sua scelta in favore degli
La scoperta «umili». I veristi proseguirono con sistematicità e rigo-
del Mezzogiorno contadino re su quella linea, concentrandosi in misura quasi
■ Se i naturalisti francesi avevano prediletto lo scena- esclusiva sui temi della terra natale, del mondo ele-
rio della metropoli parigina e dei suoi sobborghi indu- mentare e primitivo delle plebi rurali. Essi adottarono
striali, il Verismo italiano privilegiò un differente ambi- perciò, in vista di una rappresentazione «sincera» e
to d’osservazione, ovvero la vita delle popolazioni «oggettiva», forme lessicali più vicine al parlato e ge-
contadine nelle diverse realtà regionali. neri narrativi nuovi o parzialmente nuovi come il
La scoperta delle zone depresse della nuova Italia po- «bozzetto», cioè la novella d’ambiente, che coglie la
stunitaria, e in particolare di quelle rurali, fu il grande verità di un personaggio nel suo ambito peculiare di
merito dei nostri veristi. Soprattutto, le loro pagine ci vita.
offrono un’analisi di prima mano della questione meri-
dionale (E scheda a p. 90), che sul finire dell’Ottocento
era divenuta un argomento all’ordine del giorno, per i Il limite del paternalismo
suoi riflessi economici, politici, sociali. ■ Accanto ai meriti, vanno segnalati anche i difetti dei
veristi italiani. Il più importante consiste nelle frequen-
■ Bisogna infatti considerare che Capuana, Verga, De
ti cadute nel tono paternalistico: il loro era spesso un
Roberto – i «maestri» del nostro Verismo – erano tutti
tono di superiorità, tipico di chi contempla dall’alto le
e tre siciliani: la loro «letteratura del vero» non poteva
sorti di esseri inferiori, limitandosi quasi solo a com-
non essere influenzata dalla personale constatazione
piangere, senza un autentico tentativo di comprensio-
della gravità della crisi sociale ed economica in atto,
ne dal di dentro.
che colpiva soprattutto le condizioni di vita dei loro
conterranei. Perciò la loro narrativa si orientò a testi- ■ Da questo limite seppero tenersi lontani solo gli
moniare la vita delle campagne, laddove i naturalisti scrittori maggiori e in particolare Verga, la cui analisi,
francesi avevano prediletto lo scenario delle grandi così lucida, oggettiva e al contempo partecipe, costituì
città e delle periferie industriali. un vertice non riproponibile.

87
Tra Ottocento e Novecento

2 I veristi siciliani

Luigi Capuana Giovanni Verga Federico De Roberto

“ “ “
scrive i capolavori del Verismo: narra il ciclo familiare degli
◗ Vita dei campi (novelle) Uzeda nei tre romanzi:
divulga il Naturalismo
in Italia: ◗ Novelle rusticane (novelle) ◗ L’illusione
◗ Giacinta ◗ I Malavoglia (romanzo) ◗ I Viceré
◗ Mastro-don Gesualdo (romanzo) ◗ L’imperio

MA il metodo verista si trasferi-


applica il «principio
salvaguarda l’autonomia sce dallo studio dei ceti più
dell’impersonalità»
dell’arte dalla scienza umili a quello dei ceti nobili

che al lettore s’imponga l’evidenza oggettiva della realtà


Il contributo di Capuana
da lui rappresentata, in maniera che l’opera sembri «es-
■ Il primo e maggiore teorico del Verismo fu Luigi Ca- sersi fatta da sé» (così dice Verga nella lettera-prefazio-
puana, che lo divulgò con articoli e saggi critici, oltre ne alla novella L’amante di Gramigna, E Testo 3, p. 132).
che con romanzi e raccolte di novelle. Sulla scia di questa idea, Pirandello auspicherà non più
Fin dai saggi raccolti in Il teatro italiano contemporaneo il «nascondimento», ma addirittura l’«assenza» dell’au-
(1872) auspicò il superamento del dramma storico ro- tore (E Sei personaggi in cerca d’autore, p. 641).
mantico e della tragedia classicistica, a favore di un
teatro più semplice, naturale, vicino al «vero». Dal
De Roberto e I Viceré
1880, con gli Studi sulla letteratura contemporanea, Ca-
puana si misurò direttamente con Zola e il Naturali- ■ Fu poi Federico De Roberto a proseguire, nei suoi tre
smo. Di Zola apprezzava la concretezza con cui nel- romanzi maggiori (L’illusione, I Viceré, L’imperio), il dise-
l’Ammazzatoio e nel Ventre di Parigi aveva descritto «il gno ciclico verghiano. Ma De Roberto trasferì il metodo
basso mondo della società parigina»; ne respinse in- verista dallo studio dei poveri a quello delle classi sociali
vece il metodo «sperimentale», perlomeno nelle sue più elevate. Al centro del ciclo sono le vicende di un’ari-
stocratica famiglia siciliana, gli Uzeda, soprannomina-
applicazioni più radicali: bisogna, scrisse, «mantenere
ti i «Viceré» in memoria degli antenati che avevano avu-
la giustezza delle proporzioni fra gli elementi della
to quella carica durante il dominio spagnolo. Il ciclo fa-
scienza e quelli della fantasia». Non basta cioè la fe-
miliare degli Uzeda dà la netta impressione di una razza
deltà al «vero» per fare arte: secondo Capuana, il pre-
che si degrada, corrosa da una maligna follia: un tema,
gio di Zola è proprio quello di aver rielaborato il mon-
questo della stirpe che si logora nel suo ambiente, che
do reale in una viva creazione artistica.
ricorda il metodo «scientifico» dei naturalisti.

■ Soprattutto nei Viceré (1894) la vita complessa dei


L’impersonalità di Verga nobili viene ritratta con il medesimo sforzo di obietti-
■ Il catanese Giovanni Verga diede nelle sue opere (i vità con cui Verga, nei Malavoglia, si era volto ai poveri
racconti di Vita dei campi e di Novelle rusticane, i romanzi pescatori di Aci Trezza. Ma il romanzo, ambientato nel
I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo) la migliore attua- difficile momento in cui al regno borbonico si sostitui-
zione del «principio dell’impersonalità» già teorizzato sce lo stato italiano, si allarga poi a una più vasta crisi
da Capuana. Lo scrittore si nasconde, sforzandosi di far storica, sociale, psicologica, rappresentata con viva
parlare le cose e servendosi di voci altrui, anzi, di un precisione di dettagli nella ridda di personaggi che vi si
«coro» di voci (i tanti abitanti anonimi del paese). Lascia affollano e nelle memorabili, caotiche scene di massa.
88
Gli scrittori del Verismo

3 Verismo e letteratura regionale

Contesto
Napoli


Matilde Serao Il ventre di Napoli, 1884

Monografia Raccordo

Renato Fucini Le veglie di Neri, 1884
Toscana

Mario Pratesi L’eredità, 1889

Milano

Emilio De Marchi Demetrio Pianelli, 1890

Genova La bocca del lupo, 1892


Remigio Zena

Sardegna

Grazia Deledda Canne al vento, 1913

veglie di Neri (1884), dove risalta al massimo l’arte del


«Bozzetti» di vita locale
«bozzetto»; la sua scrittura è stata accostata alla pittu-
■ Oltre agli scrittori già ricordati, molti altri sono quelli ra impressionistica dei macchiaioli toscani Telemaco
catalogabili, negli ultimi decenni dell’Ottocento, nel- Signorini e Giovanni Fattori.
l’alveo del Verismo. Per lo più essi portarono in primo Pratesi ritrasse la vita dei contadini e della gente sene-
piano figure ed episodi di vita locale, entro una di- se e grossetana con umana partecipazione (e quindi in
mensione geograficamente circoscritta. Tutti questi modo non «impersonale») alle miserie piccole e grandi
autori, pur senza far parte di una «scuola» prestabilita, dell’esistenza. Una cruda, «veristica» rappresentazione
si richiamavano al «vero»; tutti condividevano della realtà risalta nel romanzo L’eredità (1889), imper-
l’esigenza di una maggior vicinanza alla realtà dell’Ita- niato sulla divisione di un’eredità e sulla ferocia che
lia postunitaria e umbertina, rappresentata anzitutto essa scatena nell’ambiente campagnolo.
nei suoi problemi sociali. Molte loro pagine si presen-
tano sotto la forma del «bozzetto», una descrizione
cioè appena prospettata nelle sue linee essenziali, co- Verismo metropolitano:
me un quadro d’ambiente, più che come narrazione Zena e De Marchi
compiuta. Il primo, decisivo esempio di «bozzetto» era Altri scrittori di fine Ottocento guardavano alle condi-
stato fornito nel 1874 da Verga con Nedda. zioni di vita dei grandi centri industriali.

■ Il genovese Remigio Zena (pseudonimo di Gaspare


La Napoli di Matilde Serao Invrea, 1850-1917) descrisse nel romanzo La bocca del
■ La scrittrice e giornalista Matilde Serao (1856-1927) lupo (1892) le difficoltà e la «perdizione» di alcune
colse con realistica umanità il pittoresco mondo napo- donne in una città ostile, metaforicamente definita, nel
letano, nell’inchiesta giornalistica Il ventre di Napoli titolo, «la bocca del lupo».
(1884) e nel romanzo Il paese di Cuccagna (1891): in
essi la rappresentazione della vita quotidiana si espri- ■ Il milanese Emilio De Marchi (1851-1901) pubblicò
me in una prosa assai colorita. prima a puntate, in appendice al quotidiano «L’Italia
del Popolo», e poi (1890) in volume il romanzo Deme-
trio Pianelli: storia di un modesto impiegato che si
La Toscana di Fucini e Pratesi prende cura della famiglia lasciata da un fratello suici-
■ Rappresentanti del Verismo in Toscana furono Re- da. La narrazione procede con toni bassi e in una lin-
nato Fucini (1843-1921) e Mario Pratesi (1842-1921). gua a volte dimessa, così da avvicinarsi al livello lin-
I racconti più noti di Fucini si leggono nella raccolta Le guistico dei personaggi. Il protagonista di De Marchi
89
Tra Ottocento e Novecento

diviene l’emblema del mondo impiegatizio di una me- catalogazione precisa. Al centro di essa vi è il mondo
tropoli moderna; ma contemporaneamente l’autore «primitivo» della Sardegna; ma invece di approfon-
scava con umana verità nella sua psicologia. dire le misere condizioni sociali dell’isola, l’autrice è
attratta dai problemi dell’anima umana, dalle vicende
spirituali, dai drammi vissuti e sofferti dai personaggi.
La Sardegna «mitica» La Sardegna e la sua gente diventano l’emblema di
di Grazia Deledda un’universale condizione umana, sulla quale incom-
■ Al novero degli scrittori tardo-veristi va aggiunta la bono le leggi severe e immodificabili fissate dal desti-
scrittrice sarda Grazia Deledda (1871-1936), premio no. L’elemento più vivo delle pagine della Deledda è
Nobel per la letteratura nel 1926 e autrice di romanzi l’intenso, emozionante rispecchiarsi nella natura, la
come Elias Portolu (1903), L’edera (1906), Canne al ven- corrispondenza fra i personaggi e i luoghi, fra lo stato
to (1913). La sua narrativa è stata accostata al Veri- d’animo dei protagonisti e la terra vergine, arcaica e
smo e/o al Decadentismo, ma sfugge in realtà a una austera, della Sardegna.

La questione meridionale
Il problema più grave che afflisse l’Italia cole (la più grave nel 1886-87) deter- quella dei Fasci siciliani, sgominati dal-
unita dopo il 1861 e che non è stato ri- minarono forti contraccolpi sociali. Un l’esercito nel 1894.
solto neppure in seguito è la cosiddetta calo dei prezzi provocò una sovrabbon- Di fronte a tutti questi problemi, lo sta-
questione meridionale. Fin dal primo danza di manodopera, con espulsione to unitario non trovò di meglio che attri-
Ottocento era ben visibile l’esistenza di dei braccianti dalle campagne e crisi del- buire ogni responsabilità al precedente
«due Italie», profondamente diverse tra la zootecnia. Molti contadini, ridotti in malgoverno borbonico e reagire alle vio-
loro: il Nord, con le sue grandi città e miseria, scelsero la via dell’emigrazio- lenze con la repressione militare. Po-
l’economia fondata maggiormente su ne, sia verso gli Stati Uniti, sia verso le co o nulla fu fatto, invece, per creare nel
industria e commercio; il Sud agricolo e fabbriche del Nord, che si avvantaggia- Sud le infrastrutture necessarie a un pri-
arretrato, non solo economicamente, rono di questo afflusso di manodopera, mo sviluppo, per difendere il suolo da al-
ma anzitutto socialmente e politicamen- retribuita con salari bassissimi. Anche i luvioni e frane, per impedire che i beni
te, per lo spadroneggiare dei «baroni». dazi voluti dal governo per proteggere le ecclesiastici sottratti alla chiesa venisse-
Dopo l’Unità d’Italia questo divario, in- merci italiane favorirono le industrie set- ro accaparrati dai latifondisti; né si pro-
vece di ridursi, si aggravò. tentrionali, ma svantaggiarono pesante- tessero i contadini dalle prepotenze dei
Le regioni del Mezzogiorno, che aveva- mente i produttori di vino, olio e agrumi gabelloti, che subaffittavano le terre dei
no fatto parte del Regno delle Due Sici- del Sud, mentre la stipula della Triplice grandi proprietari.
lie, vennero infatti penalizzate dalle scel- alleanza, concepita contro la Francia, re- Alcune coraggiose denunce, come le
te dei governi prima della Destra e poi strinse di molto le vendite agricole sui Lettere meridionali di Pasquale Villari
della Sinistra storica, che invece di de- mercati esteri. Infine lo smercio interno (1875) e L’inchiesta in Sicilia (1876) di
centrare l’amministrazione e impostare dei beni agricoli era ostacolato dalla Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino,
un programma di autonomie federaliste, mancanza di banche e di mezzi di tra- non riuscirono a scalfire il pregiudizio
accentrarono tutte le scelte, favorendo di sporto. secondo cui il ritardo del Sud dipendeva
fatto le aree più sviluppate. Vennero così Conseguenza di tale situazione furono da condizioni climatiche, geografiche,
aggravati i mali endemici del Meri- le rivolte contadine, che per il loro ca- antropologiche contro le quali non c’era
dione: rattere spontaneo sfuggivano al control- rimedio. Neppure i sindacati e il movi-
• assenteismo dei proprietari terrieri e lo dei politici e venivano invece alimen- mento operaio furono in grado di ela-
bassa redditività dei latifondi; tate dal socialismo anarchico e ribellisti- borare un programma adeguato: la poli-
• sfruttamento dei braccianti; co di Michail Bakunin (1814-76), lonta- tica del Partito socialista (nato ufficial-
• mancanza di una dinamica borghesia nissimo dalla logica operaistica e indu- mente nel 1892, ma attivo già da un
imprenditoriale; striale del marxismo classico. Le rivolte decennio) privilegiò soprattutto gli ope-
• distacco tra le campagne e le città-ca- inizialmente si manifestarono come bri- rai delle città industriali, considerati, se-
pitali come Napoli e Palermo; gantaggio filoborbonico nelle regioni condo le tesi marxiste, l’avanguardia del-
• scarsità della vita culturale e civile. del Mezzogiorno. Si formò anche una l’intero movimento dei lavoratori.
In questo contesto, alcune crisi agri- forte organizzazione antigovernativa,

90
Gli scrittori del Verismo

L’AUTORE LUIGI CAPUANA

Contesto
◗ Capuana nacque a Mineo (Catania) nel na natale con permanenze a Roma, dove nel
1839, da una famiglia di proprietari terrieri. 1882-83 diresse l’importante settimanale
Non terminò gli studi giuridici, per dedicarsi al «Fanfulla della Domenica». Continuò intanto
giornalismo e alla letteratura. Nel 1864 si tra- a scrivere testi narrativi: spiccano le novelle

Monografia Raccordo
sferì a Firenze, dove collaborò come critico raccolte in Homo! (1883) e la seconda edizio-
teatrale al quotidiano «La Nazione», dalle cui ne di Giacinta (1886). Nei due volumi Le ap-
colonne auspicava una produzione teatrale passionate (1893) e Le paesane (1894) recu-
più nuova e moderna (i suoi scritti teatrali però racconti già editi; in C’era una volta
vennero poi raccolti nel volume Il teatro italia- (1882) raccolse fiabe popolari.
no contemporaneo. Saggi critici, 1872). Tornato ◗ Durante la quasi ventennale elaborazione
a Mineo (1869), s’impegnò nell’attività politi- del romanzo Il marchese di Roccaverdina (edi-
ca, diventando anche sindaco della città. to nel 1901) continuò a pubblicare testi critici,
◗ Nel 1875 si spostò di nuovo al Nord, questa raccolti nei volumi Per l’arte (1885) e Gli «Ismi»
volta a Milano. Qui iniziò a collaborare come contemporanei (verismo, simbolismo, ideali-
critico letterario e teatrale con il «Corriere smo, cosmopolitismo) ed altri saggi di critica let-
della Sera» e s’impegnò a diffondere il nuovo teraria ed artistica (1898). Dal 1902 si stabilì de-
credo verista, soprattutto attraverso recensio- finitivamente in Sicilia, dove insegnò stilistica
ni di libri contemporanei, italiani e francesi, all’Università di Catania. Tra le ultime opere, il
poi raccolte nelle due serie (1880 e 1882) di romanzo Rassegnazione (1907) e le raccolte di
Studi sulla letteratura contemporanea. A Mila- novelle e di fiabe Coscienze (1905), Nel paese
Testi no pubblicò la sua prima raccolta di novelle, della Zagara (1910), Gli Americani di Rabbato
• Il medico
dei poveri Profili di donne (1877), di sapore ancora tradi- (1912). Negli anni 1911-13 stampò le sue
(Le paesane) zionale, seguita dal romanzo Giacinta (1879), commedie in Teatro dialettale siciliano (due dei
accolto come il «manifesto» del Verismo. Tor- cinque volumi uscirono postumi nel 1920-21).
nato a Mineo, alternò i soggiorni nella cittadi- Morì a Mineo nel 1915.

L’OPERA GIACINTA

◗ Il romanzo intende ricostruire un «docu- ◗ Capuana indaga nell’animo di Giacinta pre-


mento umano» vero: la storia cioè delle sentandolo, dice, come un «caso patologico»;
«aberrazioni di uno strano carattere femmini- analizza gli atteggiamenti, i gesti, le contrad-
le, quasi legittimate dalla passione e dalle non dizioni della donna, per dimostrare come le
ordinarie circostanze», come affermò egli aberrazioni del suo carattere provengano da
stesso nella prefazione alla terza edizione del uno stretto intreccio di fattori familiari, sociali,
romanzo (1889). Protagonista è una giovane ambientali, psicologici. Per conferire all’anali-
nobildonna, realmente vissuta, pare, al tempo si la maggiore scientificità, affida al dottor
di Capuana. È segnata da un profondo trau- Follini il compito di seguire e di narrare lo svi-
ma, ovvero la violenza sessuale inflittale da luppo delle ossessioni di Giacinta fino alla
un servo in età infantile. Ora è vittima di una morte.
forte nevrosi e di un angoscioso senso di col- ◗ Durante la prima stesura dell’opera,
pa, alimentato dalle convenzioni morali do- l’autore non aveva ancora messo perfetta-
minanti nel suo ambiente. Impossibile per lei mente a fuoco il principio dell’impersonalità
vivere un normale rapporto d’amore: rifiuta di della scrittura: in seguito sentì il bisogno di
sposare Andrea, del quale è innamorata, ma riscrivere il romanzo, per «cancellare qua-
lo accoglie poi come amante, non appena si è lunque segno, qualunque ombra con cui la
maritata con l’anziano conte Giulio. La sua personalità dell’autore faceva qua e là capo-
nevrosi si manifesta ora come una cieca pas- lino». La seconda edizione di Giacinta uscì
sione, che incuriosisce e attira anche un me- nel 1886 (una terza nel 1889), trasformata
dico, il dottor Follini. Man mano la donna pre- non nella struttura, ma nello stile, che lascia-
cipita nello squilibrio, fino a suicidarsi. va spazio ai nudi fatti.

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Tra Ottocento e Novecento

Luigi Capuana

1 Giacinta e un «medico filosofo»


Giacinta, capitolo X
Anno: 1879
Temi: • il medico scienziato e il suo metodo di osservazione empirica • gli insondabili abissi del-
la psiche umana

Leggiamo una sequenza cruciale del romanzo, ovvero un colloquio rivelatore tra la protagonista e
il dottor Follini che indaga su di lei per curiosità scientifica. Il testo è tratto dalla prima edizione di
Giacinta (1879).

non era L’acuto sguardo del dottor Follini aveva indovinato qualcosa del travaglio della
un materialista
assoluto, cioè non Giacinta. Egli era un medico, filosofo, pel quale i nervi, il sangue, le fibre, le cellule
spiegava non spiegavano tutto nell’individuo. Non credeva all’anima immortale; però credeva
ogni fenomeno
psicologico come all’anima ed anche allo spirito: combinava Claudio Bernard,1 Wirchoff2 e Molescott3
prodotto da con Hegel4 e Spencer,5 ma il suo Dio era il De Meis6 della Università di Bologna. Si 5
un’alterazione
fisiologica
era impossessato così bene della dottrina del suo maestro, che ne aveva anche preso
dell’organismo un po’ lo stile e le maniere, specialmente il risolino caratteristico tra ingenuo e mali-
i positivisti zioso.
intendevano creare La Giacinta lo aveva interessato sin dai primi giorni come un caso di patologia mo-
una scienza anche
delle malattie
rale degno davvero di attenzione. In quella donna l’eredità naturale,7 l’organismo 10
morali e psichiche potevan servire a dipanare appena una metà del problema. E siccome per lui la me-
dicina non consisteva soltanto nella diagnosi e nella cura del morbo, così non la-
sciava sfuggirsi nessuna occasione di raccogliere elementi scientifici, cioè fatti indivi-
duali provati, pel suo gran lavoro sull’uomo ideato sin da quando si trovava all’Uni-
versità Bolognese. 15

Quel giovane medico, ricco di tanta dottrina, aveva un’anima da poeta. La Giacinta,
che lo aveva capito, si confessava,8 come ella soleva dire, molto volentieri con lui. I ma-
ligni, non potendo penetrare più in là della buccia,9 vedevano in quella intimità un
sintomo cattivo per la posizione dell’Andrea.10 Secondo loro, il dottor Follini era in via
di soppiantarlo e se ne rallegravano segretamente. Nulla di più falso di questi sospetti. 20
Per quanto grande fosse la simpatia ispiratagli dalla Giacinta, egli conservava rim-
petto a lei11 la sua freddezza scientifica. La interrogava destramente,12 s’ingegnava di
coglierla alla sprovveduta13 per sorprendere i sintomi nella loro schietta spontaneità;

1. Claudio Bernard: il medico e scrittore vità spirituali sono prodotti dell’organismo. come certi caratteri e certe anomalie si tra-
Claude Bernard (1813-78), fondatore del 4. Hegel: il grande filosofo tedesco dell’I- smettano per via ereditaria.
«metodo sperimentale» applicato alla me- dealismo (1770-1831). 8. si confessava: si confidava, quasi come
dicina. 5. Spencer: uno dei maggiori filosofi posi- si fa con il sacerdote confessore.
2. Wirchoff: Rudolf Virchow (1821-1902), tivisti (1820-1903). 9. della buccia: dell’apparenza esterna.
biologo tedesco; fondamentali i suoi con- 6. De Meis: Camillo De Meis (1817-91), 10. un sintomo... Andrea: come se, cioè,
tributi allo studio delle cellule. Era di orien- medico e filosofo, che tendeva a conciliare il dottore potesse soppiantare nell’affetto
tamento materialistico. Positivismo e Idealismo hegeliano. Capua- della donna l’amante di lei, Andrea.
3. Molescott: Jakob Moleschott, fisiologo na lo considerava suo maestro. 11. rimpetto a lei: verso di lei, rispetto a lei.
olandese (1822-93), di orientamento mate- 7. eredità naturale: la legge, uno dei fon- 12. destramente: in modo astuto.
rialistico; a suo giudizio il pensiero e le atti- damenti del Positivismo, che affermava 13. alla sprovveduta: senza preavviso.

92
Gli scrittori del Verismo

s’interessava alla evoluzione lenta e misteriosa con cui quel bel caso14 lo procedeva

Contesto
l’attitudine del verso uno scioglimento certamente terribile, secondo gli15 pareva potesse indursi 25
ricercatore prevale
sulle possibili dalle premesse; ma arrestavasi16 lì. Il suo cuore di giovane e di poeta non dava segni
complicazioni di vita; la donna non lo tentava. Lo scienziato non voleva perdere, innamorandosi
sentimentali: così si
comporta anche della Giacinta, il benefizio17 di un’osservazione così importante, così difficile a capi-
lo scrittore verista tare un’altra volta; e si dominava e s’infrenava18 con padronanza tutta sua.

Monografia Raccordo
Una sera la Giacinta pareva allegrissima. La sua allegria scoppiettava in frasi vibra- 30
te frizzanti che producevano una grande ilarità nella piccola cerchia di persone attor-
no a lei.
Il dottor Follini la osservava, raccolto in un canto,19 senza esser veduto.
emergono i sintomi Però quando ella si accorse di quelle pupille quasi severe che le stavano addosso, si
del disagio psichico sentì impacciata in tutti i suoi movimenti. Sforzossi a20 continuare ma la sua lingua 35
della protagonista
era legata, la sua mente si distraeva, i suoi pensieri diventavano incoerenti. Poco do-
po si levò da sedere e, scambiate alcune parole con due o tre persone venutele incon-
tro, si accostò al dottore.
– Soffre? – le chiese il Follini, stringendole la mano.
– Quando si soffre non si ride – rispose la Giacinta evidentemente stizzita di ve- 40
dersi letta così bene in fondo al cuore.
– Contessa, ella dimentica che chi le parla sia un medico – ripigliò il Follini con
dolcezza.
– Ha ragione – disse la Giacinta. – Ma, Dio mio! che gliene importa? Perché mi
guarda a quel modo? 45

– La studio.
– Mi fa più male.
E siccome il dottore si mostrò sorpreso di queste parole:
– Mi fa più male – ella replicò. – Venga a vedermi domani. Sono sul punto di
prendere una gran malattia; mi aiuti a morir presto! Lo attendo: non manchi. 50

Lo lasciò confuso, impensierito, e tornò ad essere allegra come prima.


– Dunque la cosa è più grave di quel ch’io credevo! – disse il giorno dopo il dotto-
la gelosia re andato a visitarla verso le due pomeridiane.
è divenuta per lei
una sorta di – Forse no, – rispose la Giacinta. – Forse è una mia esagerazione. Non so in che
ossessione modo, ma mi si è fissata qui (e coll’indice toccava la sua fronte nel centro), mi si è 55
nevrotica; la
trascinerà alla fine
fissata un’idea che mi rode la vita. Vi sono dei momenti nei quali mi credo diventata
nella follia propria matta. Questa idea gira, come un arcolaio;21 m’impedisce di pensare ad al-
tro, mi assorbe, mi succhia il midollo delle ossa. Dell’oppio, dottore, dell’oppio!22
Son parecchie notti che non dormo.
– Il medico è come il professore, gliel’ho inteso ripetere più volte – disse il dottor 60
Follini, che non cessava di guardarla negli occhi. – Vorrà dunque permettermi delle
domande che per un altro sarebbero certamente indiscrete?
– Interroghi – rispose la Giacinta. – Non avrò segreti per lei.
– Di che si tratta?

14. bel caso: il medico ha individuato nella 17. benefizio: vantaggio. 20. Sforzossi a: si sforzò di.
passione amorosa di Giacinta una vera e 18. s’infrenava: si teneva a freno, non ce- 21. un arcolaio: strumento per tessere.
propria malattia, da studiarsi clinicamente. deva all’amore. 22. dell’oppio: Giacinta chiede al medico
15. secondo gli: secondo quanto gli. 19. raccolto in un canto: standosene in di prescriverle degli stupefacenti per aiu-
16. arrestavasi: si fermava. un angolo, in disparte. tarla a prendere sonno.

93
Tra Ottocento e Novecento

– Di nulla: di sospetti di fantasmi...; ma intravvedo qualcosa di triste! 65

– Ha egli cambiato abitudini? 23

– Sì e no; si sforza di non farmene accorgere, ma ho già scoperto lo sforzo: è stato


peggio.
– Ma, insomma, quest’uomo è proprio parte della sua vita?
– Tutto! 70

– Strano, inconcepibile! – esclamò il dottore abbassando la voce.


– Perché?
– Mi permette di dirglielo colla mia solita schiettezza?
– Altro!24
– È un uomo comune, quasi volgare, e... 75

– Mi ama!... Mi ha amato! – lo interruppe vivamente la Giacinta, con due signifi-


cantissime inflessioni di voce.
– Una gran ragione, ne convengo. Però, dopo tutto, ella deve aver sentite delle
aspirazioni a qualcosa di più elevato. Ognuno di noi ha un ideale che gli sfugge di-
nanzi. 80

– Oh! la persona amata non è mai qual è, ma quale noi ce la foggiamo.25 Poi le
circostanze modificano tutto. A seconda di esse, le piccole qualità possono valere
più delle grandi: gli stessi difetti diventare un gran merito. Il maggior predominio
dell’Andrea sul mio cuore proviene, me ne sono accorta da poco, dalla sua debolez-
è la proporzione za. Gli ho immolato tutto. Ormai la mia vita non può avere altro pernio.26 Il disin- 85
tra i sintomi esterni ganno mi ucciderebbe; già mi sento ferita.
(indagabili dalla
fisiologia) e i Dall’intonazione della voce, da certe sfumature di reticenze, da tutti i movimenti
segreti della vita della persona, il dottore capì che la contessa manifestava appena un terzo della
inconscia (così
importanti per il realtà del suo stato; e rimase indeciso sul consiglio da dare.
medico e per – Vi è un sol rimedio: viaggi27 – egli disse, dopo una breve riflessione. 90
Capuana)
– Mi faccia dormire, non le domando altro! – rispose la Giacinta che aveva le lagri-
me agli occhi.
Il Follini cavò di tasca il portafoglio, scrisse silenziosamente la sua ricetta, e posan-
dola sul tavolo: – Un cucchiaio ogni sera – le disse – prima di mettersi a letto.

L. Capuana, Giacinta, Brigola, Milano 1879

23. Ha egli cambiato abitudini?: si riferi- 24. Altro!: altro che, certamente. 27. viaggi: nell’Ottocento era assai fre-
sce ad Andrea, l’amante di Giacinta, di cui 25. foggiamo: costruiamo mentalmente, quente l’idea che viaggiare fosse l’occupa-
la donna è diventata ossessivamente ge- immaginiamo. zione più utile per guarire, o per diminuire,
losa. 26. pernio: centro, scopo. i pensieri ossessivi, le depressioni ecc.

94
Gli scrittori del Verismo

LE CHIAVI DEL TESTO

Contesto
■ L’aspetto su cui maggiormente si concentra l’attenzione di LAVORIAMO SUL TESTO
Capuana è il mondo psicologico di Giacinta, la sua realtà 1. In che senso Giacinta rappresenta, per il medico, un ca-
mentale. Il narratore cerca d’illuminare le zone oscure so di patologia morale?
della psiche (l’inconscio, direbbe Freud) che rimangono 2. Perché egli si dedica a tale caso? Che cosa vuole otte-
però nascoste per «due terzi». La vera originalità del libro non nere?

Monografia Raccordo
consiste dunque nella storia narrata, quanto nel metodo uti- 3. Qual è l’ossessione di cui soffre Giacinta? Cerca nel te-
lizzato per narrare: un metodo simile a quello investigati- sto la risposta e poi commentala in breve.
vo dello scienziato che, attraverso certi indizi, esamina con 4. L’autore qualifica il personaggio del dottor Follini come
rigore (quasi con il bisturi del medico patologo) gesti, parole, un medico, filosofo. Compila la seguente tabella.
azioni della protagonista.
■ Giacinta è descritta come una donna apparentemente affermazioni scientifiche elementi «filosofici»
piena di vita (Una sera la Giacinta pareva allegrissima. La del medico (riflessioni, interpretazione
sua allegria scoppiettava...) che però soffre di una segreta, della realtà)
profonda ossessione (Questa idea gira, come un arcolaio;
m’impedisce di pensare ad altro, mi assorbe, mi succhia il ............................................... ..................................................
midollo delle ossa). In certi momenti non è ben padrona di se ............................................... ..................................................
stessa (la sua lingua era legata, la sua mente si distraeva, i ............................................... ..................................................
suoi pensieri diventavano incoerenti); perciò, più avanti chie-
............................................... ..................................................
de dell’oppio.
Ella si rende conto del proprio stato, chiede l’aiuto del me- ............................................... ..................................................
dico; ma intuiamo che il rovello della gelosia, questa osses-
sione che la dilania, non la abbandonerà più, fino alla mor- 5. Individua nel testo tutte le riflessioni e i commenti del
te (lo scioglimento certamente terribile intuito dal medico dottor Follini che a tuo avviso si possono definire riflessioni e
alla r. 25). commenti dell’autore.
■ L’osservatore privilegiato del caso di Giacinta è il dottor 6. Spiega nel loro contesto le seguenti espressioni.
Follini, un medico cui l’autore affida il compito di «studiare» • credeva all’anima ed anche allo spirito ...............................
da vicino le vicende mentali della donna. Sembra quasi che il
....................................................................................................
romanziere abbia voluto creare, con questo personaggio, una
sorta di proprio alter ego. Il «punto di vista» del medico è in- ...................................................................................................
fatti il medesimo di Capuana: ....................................................................................................
• vale anche per lui quanto si dice del dottor Follini, che cioè ....................................................................................................
a suo avviso i nervi, il sangue, le fibre, le cellule non spiega-
vano tutto nell’individuo; • pel suo gran lavoro sull’uomo ..............................................
• e anche Capuana non credeva all’anima immortale; però ....................................................................................................
credeva all’anima ed anche allo spirito, ovvero a qualcosa ....................................................................................................
che assomiglia molto a quello che, più tardi, Freud definirà
l’«inconscio». ....................................................................................................
Dunque le scelte «filosofiche» del dottor Follini collimano per- ....................................................................................................
fettamente con quelle di Capuana. • stizzita di vedersi letta così bene in fondo al cuore ...........
■ Il racconto procede a opera di un «narratore onni-
....................................................................................................
sciente», che osserva da fuori i fatti e, insieme, li com-
menta (per esempio alla r. 20: Nulla di più falso di questi ....................................................................................................
sospetti; e alla r. 88: il dottore capì che la contessa manife- ....................................................................................................
stava appena un terzo della realtà del suo stato). Dunque
....................................................................................................
siamo a rigore già fuori dal canone dell’impersonalità, che
richiederebbe l’eclissi dell’autore (sul tipo di quella realizza- • Questa idea gira, come un arcolaio ....................................
ta da Verga nei Malavoglia). Ma è appunto il personaggio ....................................................................................................
del dottor Follini che consente all’autore di realizzare
....................................................................................................
l’impersonalità, di farsi cioè in disparte, uscendo dalle vi-
cende narrate, lasciando però in scena qualcuno che costi- ....................................................................................................
tuisce il suo perfetto sostituto. ....................................................................................................

95
L’AUTORE FEDERICO DE ROBERTO
◗ Nato a Napoli nel 1861, De Roberto si tra- ◗ De Roberto approfondì inoltre la filosofia del
sferì nel 1870 con la madre vedova a Cata- Positivismo in numerosi saggi, sia di argo-
nia, città che non abbandonò più, a eccezio- mento letterario (Leopardi, 1898; L’arte, 1901),
ne di un decennio (1888-97) di permanenza sia dedicati, con taglio prevalentemente
a Firenze e Milano. In quest’ultima città scientifico, alle problematiche dell’amore: La
strinse amicizia con Capuana e soprattutto morte dell’amore (1892), L’amore. Fisiologia.
con Verga, grazie al quale, a Milano, entrò Psicologia. Morale (1895) e altri.
nel novero dei collaboratori del «Corriere ◗ Allo scoppio della Prima guerra mondiale
della Sera». De Roberto fu un acceso interventista (come
◗ I suoi esordi di narratore avvennero all’inse- mostrano gli articoli raccolti in Al rombo del
gna del Verismo, alla cui poetica continuò a cannone, 1919), salvo poi pentirsi della scelta
fare riferimento nel corso della sua lunga atti- e rivedere le proprie tesi nel racconto La pau-
vità di scrittore. Nel decennio milanese De Ro- ra, del 1921, in cui fornì una rappresentazio-
berto pubblicò numerose raccolte di racconti, ne tragicamente realistica della vita in trin-
tra le quali Documenti umani (1888), L’albero cea. Nel 1920 uscirono altri due volumi di
della scienza (1890), Processi verbali (1890); racconti: La “cocotte” e Ironie.
pubblicò inoltre il romanzo L’illusione (1891), il ◗ De Roberto morì a Catania nel 1927. Postu-
primo dedicato dallo scrittore al ciclo della fa- mo uscì il volume di scritti critici da lui affet-
miglia Uzeda; seguiranno I Viceré (1894), con- tuosamente dedicati all’amico Verga, dal ti-
siderato il suo capolavoro, e quindi L’imperio tolo Casa Verga e altri saggi verghiani (1964).
(pubblicato postumo nel 1929).

L’OPERA I VICERÉ

◗ L’ampio romanzo offre un racconto real- munati da cinismo, affarismo, mancanza di


mente «corale»: tra i numerosi personaggi, principi morali. In lotta fra loro sono anzitut-
non è possibile individuare un protagonista to il principe Giacomo e suo fratello minore,
unico, benché tutta la parte finale converga il conte Raimondo, tra i quali la principessa
intorno alla figura di Consalvo. Protagonista defunta, contro la tradizione, ha diviso in
della vicenda, che s’inquadra tra il 1850 circa parti uguali l’eredità dei beni di famiglia. Ma
e il 1882, è la grande e ramificata famiglia nel complesso gioco per il potere intervengo-
degli Uzeda di Francalanza, che furono vi- no anche il fratello Lodovico, secondogenito
ceré di Sicilia al tempo di Carlo V (Carlo II di e quindi condannato alla carriera ecclesiasti-
Spagna, 1661-1700). La trama non si svilup- ca, e i loro zii, ovvero Gaspare, il potente du-
pa in modo lineare, ma è il risultato di un in- ca d’Oragua, deputato al parlamento, il mo-
treccio vasto e complesso di eventi e di per- naco don Blasco e la loro sorella, donna Fer-
sonaggi. L’autore può così delineare una ric- dinanda.
ca galleria di caratteri e di restituire dal vivo Il tratto che unifica le azioni dei vari perso-
l’idea di un ambiente sociale, quello dell’ari- naggi è l’avidità: il monaco don Blasco non
stocrazia catanese dopo l’Unità d’Italia. esita ad assicurarsi i beni dei conventi, non
◗ La trama si avvia dalla morte della dispoti- appena questi ultimi vengono soppressi dal
ca principessa Teresa Uzeda di Francalanza: governo sabaudo; altri Uzeda, da Gaspare al
tutta la città, che dal contesto si arguisce es- più giovane principino Consalvo, figlio di
sere Catania, partecipa alla fastosa cerimo- Giacomo, s’impegnano con ogni mezzo,
nia funebre. Intorno al testamento della no- compresa la corruzione, per farsi eleggere al
bildonna si accendono le interminabili liti dei parlamento italiano e conservare così i privi-
figli e dei parenti, tutti indistintamente acco- legi della famiglia.

96
Gli scrittori del Verismo

Federico De Roberto

Contesto
2 Un parto mostruoso
e un’elezione al parlamento

Monografia Raccordo
I Viceré, parte I, capitolo IX
Anno: 1894
Temi: • la corruzione di una stirpe familiare • l’inettitudine dei nobili • la politica come strumen-
to per difendere i propri interessi

Siamo circa a metà del romanzo. Il duca di Oragua, zio degli Uzeda, durante la spedizione dei Mil-
le aveva acquistato grande popolarità e la fama di amico del popolo. Era una fama usurpata, per-
ché il personaggio era, e rimane, un convinto reazionario e filoborbonico. Contando però su questa
popolarità, Gaspare d’Oragua riesce, alle prime elezioni dell’Italia unita (1861), a farsi eleggere
deputato nel nuovo parlamento, presentandosi come candidato tra le file dei liberali. Contempora-
neamente sua nipote Chiara sta finalmente per dare alla luce il figlio tanto desiderato.

Il giorno dell’elezione era vicino; i due Giulente, ma più specialmente Benedetto,1


avevano scovato gli elettori, compiuto tutte le formalità dell’iscrizione; mattina e se-
ra veniva gente a trovare il duca per dichiarargli che avrebbero votato per lui: i Giu-
lente non mancavano mai. La vigilia della votazione, mentre appunto il candidato
dava udienza ai suoi fautori, il cameriere del Marchese2 venne di corsa a chiamare il 5
principe3 e la principessa, perché Chiara era sul punto di partorire. Quando Giaco-
mo e Margherita arrivarono in casa di lei, trovarono Federico che smaniava come un
pazzo, dall’ansietà, non potendo assistere la sofferente, chiamando però a ogni trat-
to4 la cameriera, la cugina Graziella o una delle tre levatrici che si davano il cambio
al letto della partoriente. Il principe restò con lui e la principessa entrò nella camera 10
di Chiara. Nonostante il travaglio del parto, costei aveva un’aria beata, sorrideva tra
due contorcimenti,5 raccomandava che rassicurassero suo marito.
«Ditegli che non soffro... Va’ tu stessa, Margherita... Ah!... Poveretto... è sulle spine...»
Il suo desiderio6 di tanti anni, il suo voto più ardente, era dunque sul punto
d’esser conseguito! I dolori s’attutivano, a quest’idea; ella non soffriva quasi più pen- 15
sando all’ambascia7 del marito... Quando la principessa tornò in camera, la levatrice
esclamava:
«Ci siamo!... Ci siamo!...»
«Presenta la testa?»8 domandò la cugina, che reggeva per le ascelle la marchesa in
preda all’ultima crisi. 20

il povero feto non «Non so... Coraggio, signora marchesa... Che è?...»
ha un aspetto A un tratto le levatrici impallidirono, vedendo disperse le speranze di ricchi regali:
umano; è un essere
mostruoso, frutto
dall’alvo9 sanguinoso veniva fuori un pezzo di carne informe, una cosa innominabi-
dei matrimoni tra le, un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un oc-
consanguinei chio solo, tre specie di zampe, ed era ancor vivo. 25

1. Benedetto: giovane avvocato progressi- 3. il principe: il principe Giacomo Uzeda, 6. Il suo desiderio: di avere finalmente un
sta; benché sia di ceto borghese e non nobi- padre di Chiara. È nipote del duca d’Oragua, figlio.
liare, aspira a sposare una nipote del duca, primogenito ed erede del titolo principesco. 7. ambascia: angoscia.
perciò s’impegna per facilitargli l’elezione. 4. a ogni tratto: con frequenza. 8. Presenta la testa?: riferito al feto.
2. Marchese: Federico. È il marito di Chia- 5. tra due contorcimenti: fra una contra- 9. dall’alvo: dal ventre di Chiara.
ra, la nipote del duca. zione e l’altra.

97
Tra Ottocento e Novecento

«Gesù! Gesù! Gesù!» [...]

[Alla madre, quando rinviene, viene fatto credere che si tratti di una bambina nata mor-
ta. La mostruosa creatura, nel frattempo, muore. Chiara chiede di vedere la bambina.]

[...] Arrivarono frattanto gli altri parenti, don Eugenio, donna Ferdinanda, la du-
chessa Radalì, i cugini del marchese; tutti si condolevano,10 ma auguravano miglior 30
fortuna per la prossima volta.11 Arrivò anche il duca, verso sera, a fare i suoi conve-
nevoli; ma restò poco, poiché i Giulente lo aspettavano giù, per riferirgli le ultime
notizie intorno alle disposizioni del collegio:12 Benedetto pareva Garibaldi quando
disse a Bixio: «Nino, domani a Palermo!13...»
Il domani14 infatti egli corse su e giù per le sezioni, per le case dei votanti, solleci- 35
la pazzia di
candidarsi tra i tando la formazione dei seggi, interpretando la legge che riusciva nuova a tutti, inci-
liberali; gli Uzeda tando la gente a deporre nell’urna il nome d’Oragua. Frattanto in casa di Chiara,
sono reazionari e
borbonici, contrari quasi in segno di protesta contro quell’ultima pazzia del duca, s’erano riuniti tutti gli
alle elezioni Uzeda borbonici. [...] In mezzo al cerchio dei parenti stupefatti, fu recato il feto,
democratiche
e all’Italia unita giallo come di cera, che Ferdinando15 lavò, asciugò e introdusse poi nella boccia do- 40
ve versò lo spirito16 e adattò il tappo.
Consalvo,17 con gli occhi spalancati, guardava quel pezzo di grasso diguazzante
nello spirito; a un tratto disse a don Lodovico:18
«Zio, non pare la capra del museo?»
Al museo dei Benedettini c’era infatti un altro aborto animalesco, un otricciuolo19 45
con le zampe, una vescica sconciamente membrificata; ma il parto di Chiara era più
orribile. Don Lodovico non rispose; fatta una breve visita alla sorella, andò via. An-
ironia e grottesco che gli altri a poco a poco se ne andarono, lasciando Chiara sola col marito a guar-
rivestono questa dar soddisfatta quel pezzo anatomico, il prodotto più fresco della razza dei Viceré.
terribile conclusione
Premeva al principe di tornare dallo zio duca e, per fargli cosa grata, prese con sé il 50
figliuolo, quantunque fosse l’ora che il ragazzo doveva tornare al convento. La fami-
glia era appena arrivata al palazzo, che s’udirono di lontano suoni confusi: battima-
ni, grida, squilli di tromba e colpi di gran cassa. Una dimostrazione di cittadini
d’ogni classe con bandiere e musica, capitanata dai Giulente, veniva ad acclamare il
una delle primo deputato del collegio, l’insigne patriotta. Il portinaio, vedendo arrivare quella 55
animatissime scene, turba vociferante, fece per chiudere il portone; ma Baldassarre,20 mandato giù dal
ricche di dettagliati
particolari, duca, gli ingiunse di lasciarlo spalancato. La folla gridava: «Viva il duca di Oragua!
che riempiono Viva il nostro deputato!» mentre la banda sonava l’inno di Garibaldi e alcuni monel-
il romanzo
li, animati dalla musica, facevano capriole. I Giulente, il sindaco, altri otto o dieci
cittadini più ragguardevoli parlamentavano con Baldassarre, volendo salire a com- 60
plimentare l’eletto del popolo; poiché il duca si trovava su nella Sala Gialla, il mae-
stro di casa ve li accompagnò: Benedetto Giulente, appena entrato, vide Lucrezia21
accanto alla principessa, ancora col cappellino in capo. Il duca, fattosi incontro ai

10. tutti si condolevano: presentavano le 14. Il domani: l’indomani. 18. don Lodovico: fratello del principe, è
condoglianze di rito. 15. Ferdinando: zio di Chiara e fratello del priore dei Benedettini di Catania.
11. la prossima volta: il prossimo parto. principe; è un individuo stravagante, che si 19. otricciuolo: piccolo otre.
12. del collegio: del collegio elettorale. diletta di scienza e di storia. 20. Baldassarre: il solerte maggiordomo
13. pareva Garibaldi... a Palermo!: Nino 16. nella boccia... spirito: nel vaso viene di casa; in realtà è anche lui un membro,
Bixio era il luogotenente di Garibaldi du- versato l’alcol; la stessa madre ha dato or- sia pure illegittimo, della famiglia essendo
rante la spedizione dei Mille; la frase è det- dine di conservare il mostruoso feto. fratellastro del principe.
ta ovviamente con ironia, tanto è sproposi- 17. Consalvo: il giovane figlio del princi- 21. Lucrezia: sorella del principe; Giulente
tato il paragone. pe; è fratello di Chiara. aspira a sposarla.

98
Gli scrittori del Verismo

cittadini, strinse la mano a tutti, prodigando ringraziamenti, mentre dalla via veniva

Contesto
il frastuono delle grida e degli applausi, e il principe, visto nel crocchio un iettatore22 65
impallidiva mormorando: «Salute a noi! Salute a noi!» Fu il nuovo eletto, pertanto,
quello che presentò Giulente alle nipoti. Il giovane s’inchinò, esclamando raggiante:
«Signora principessa, signorina, sono felice e superbo di presentar loro la prima
volta i miei omaggi in questo fausto giorno che è di festa per la loro casa come per

Monografia Raccordo
tutto il paese...» 70

«Viva Oragua!... Fuori il duca!... Viva il deputato!» urlavano giù.


E Benedetto, quasi fosse già in casa sua, spalancò il balcone. Allora il duca impal-
lidì peggio del nipote: egli doveva adesso parlare alla folla, aprire finalmente il bec-
co, dire qualcosa. Stringendosi a Benedetto, balbettava:
«Che cosa?... Che debbo dire?... Aiutami tu, mi confondo...» 75

«Dica che ringrazia il popolo della lusinghiera dimostrazione... che sente la re-
sponsabilità del mandato, ma che consacrerà tutte le sue forze ad adempierlo... ani-
mato dalla fiducia, sorretto...» Ma poiché le grida raddoppiavano, egli lo spinse ver-
so il balcone.
non sa che dire, Appena il deputato apparve, un clamore più alto levossi dalla via formicolante di 80
è spaventato dalla
folla: per lui teste; salutavano coi cappelli, coi fazzoletti, con le bandiere, vociando: «Evviva! Evvi-
(e per gli Uzeda) va!...» Giallo come un morto, afferrato alla ringhiera con tutte e due le mani, con la
la politica è solo
imbroglio vista ottenebrata, immobile in tutta la persona, l’Onorevole cominciò:
e sfruttamento «Cittadini...»
Ma la voce si perdeva nel tumulto vasto e incessante, nel coro assordante degli ap- 85
plausi; l’atteggiamento del deputato non faceva capire che egli volesse discorrere.23
Benedetto alzò un braccio; come per incanto ottenne silenzio.
«Cittadini!» cominciò il giovanotto; «in nome di voi tutti, in nome del popolo so-
vrano, ho comunicato all’illustre patriotta...» «Evviva Oracqua!24... Evviva il duca!...»
«la splendida, l’unanime affermazione dell’intero collegio... Alle tante prove 90
d’abnegazione da lui date al paese...» «Evviva! Evviva!...» «il duca d’Oragua aggiunge
quest’altra: di obbedire ancora una volta alla volontà del paese e di rappresentarci in
quell’augusto consesso25 dove per la prima volta concorreranno i figli...»
Ma non poté finire quel periodo. Le acclamazioni, i battimani soffocavano le sue
parole; gridavano: «Viva l’unità italiana! Viva Vittorio Emanuele! Viva Oracqua! Viva 95
in realtà le elezioni Garibaldi!...» Altri aggiungevano: «Viva Giulente! Viva il ferito del Volturno!26...»
sono state
manipolate, proprio «Lo slancio da cui vi vedo animati,» egli proseguiva, «è la più bella conferma del
come il patriottismo responso dell’urna... di quell’urna donde ancora una volta esce la libera... la sovrana
del neoeletto
è tutto e solo volontà d’un popolo divenuto padrone di sé... Cittadini! Il 18 febbraio 1861, tra i
di facciata rappresentanti della nazione risorta noi avremo la somma ventura di veder sedere il 100
duca d’Oragua. Viva il nostro deputato!... Viva l’Italia!...»
Uno scroscio finale d’applausi rintronò e la folla cominciò a rimescolarsi. Una se-
conda volta, con voce strozzata, senza un gesto, senza un moto, il duca aveva comin-
ciato: «Cittadini...» ma giù non udivano, non comprendevano ch’egli fosse per parla-
re. Allora, voltatosi verso le persone che gremivano il balcone, egli disse: 105

22. un iettatore: una persona che, nell’im- 25. augusto consesso: nobile sede di riu- rante l’ultima, decisiva battaglia (1-2 otto-
maginario collettivo, «porta iella», sfortuna. nione (il parlamento italiano). bre 1860) combattuta dai Mille contro
23. discorrere: tenere un discorso. 26. il ferito del Volturno: Giulente era sta- l’esercito borbonico.
24. Oracqua: deformazione popolaresca to volontario garibaldino ed era rimasto
di Oragua. leggermente ferito al fiume Volturno, du-

99
Tra Ottocento e Novecento

«Volevo aggiungere due parole... ma se ne vanno... Possiamo rientrare...»


Sorrideva, traendo liberamente il respiro, come liberato da un incubo, stringendo
la mano a tutti, ma più forte a Benedetto, quasi volesse spezzargliela.
«Grazie!... Grazie!... Non dimenticherò mai questo giorno...»
[...] Quando rientrò, il principe, liberato anche lui dall’incubo della iettatura, rico- 110
minciò a complimentarlo, additandolo come esempio al figliuolo:27
«Vedi? Vedi quanto rispettano lo zio? Come tutto il paese è per lui?»
Il ragazzo, stordito un poco dal baccano, domandò:
«Che cosa vuol dire deputato?»
«Deputati,» spiegò il padre, «sono quelli che fanno le leggi nel Parlamento.» 115

«Non le fa il Re?»
cambiano le forme «Il Re e i deputati assieme. Il Re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore al-
del potere, ma non la famiglia? Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il
la sua sostanza
Parlamento, lo zio è deputato!...»
F. De Roberto, I Viceré, Garzanti, Milano 1976

27. al figliuolo: il principino Consalvo, de-


stinato anch’egli, come si vedrà nel segui-
to del romanzo, alla carriera politica.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ L’episodio si compone di due diverse sequenze narrative: ■ La frase conclusiva ci dà un’eloquente sintesi del signifi-
• nella prima parte, è narrato il parto mostruoso di Chiara; cato generale del testo. Vi rintracciamo infatti:
• nella seconda parte, è descritta l’acclamazione del neo- • il cinismo di chi è pronto a tutto per conservare il potere;
eletto duca d’Oragua. • il senso di superiorità di chi pensa di essere destinato,
Le due sequenze sono legate da un chiaro filo simbolico. per natura, a comandare;
Il feto che è appena venuto alla luce (un pezzo di carne • la glorificazione di un trasformismo privo di ideali;
informe, una cosa innominabile, un pesce col becco, rr. 23- • infine la coscienza, definitiva e amara, che nulla, in Sicilia,
24) simboleggia la decadenza dell’antica razza nobiliare, cambierà e meno che mai con il Parlamento.
che ormai non può che generare mostri. Tuttavia gli Uzeda ■ Tutto l’episodio è attraversato da una forte carica d’ironia,
sono duri a morire: la loro avidità di potere li rende dispo- che rivela la volontà di commento da parte dell’autore, oltre
nibili a ogni trasformismo. Quel parto mostruoso si fa imma- ogni «impersonalità».
gine della mostruosità morale della famiglia, del suo cini- La deformazione grottesca giunge, nella scena del parto, a
smo, dell’ossessiva difesa dei propri interessi. una nota quasi tragica nella descrizione della creatura mo-
■ Gli Uzeda, antichi «luogotenenti» catanesi di Carlo V, sono il struosa che è nata.
tipico casato nobiliare abituato da sempre a detenere e a ge- Il grottesco di stampo comico domina la scena successi-
stire il potere come se fosse una prerogativa familiare. L’arrivo va, quella del discorso del neodeputato Gaspare:
dei garibaldini sembrava mettere tutto ciò in discussione: ma è • è grottesca la situazione, con la folla che acclama come
qui che scatta l’innata capacità di conservazione e di au- un salvatore della patria un esponente della stessa famiglia
todifesa tipica di una classe abituata al potere. Gaspare Uze- che regnava, odiata da tutti, fino a pochi mesi prima;
da, un membro della famiglia, passa infatti con disinvoltura dai • è grottesca la figura del neodeputato Gaspare, incapace
borbonici alle file liberali; verrà eletto in parlamento, permet- di dire una sola parola – anzi, di aprire finalmente il becco –
tendo così alla casata di mantenere intatto il potere. Quando senza l’aiuto di Giulente;
poi, sedici anni dopo, cadrà la Destra storica e si profilerà un • grotteschi sono poi i particolari, come l’anonimo iettatore
nuovo radicale cambiamento, sarà allora il giovane Consalvo, che semina il panico quando si affaccia nella casa degli Uze-
principe ereditario, a passare alle file dei radicali, per sostituire da;
lo zio Gaspare a Roma. Il potere, insomma, muta di mano, • grottesca è la conclusione, con la gente giunta per osan-
ma resta sempre nelle mani degli Uzeda, come esplicita nare il duca di Oragua che se ne va, senza essersi neppure
la frase finale (Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; degnata di ascoltarlo.
adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!...), rivol-
ta dal principe Giacomo al figlio Consalvo.
100
Gli scrittori del Verismo

LAVORIAMO SUL TESTO • qualcun altro è imbarazzato fino al mutismo;

Contesto
1. Chi è il prodotto più fresco della razza dei Viceré? Spie- • un altro è scaltro e pragmatico;
ga con le tue parole il commento del narratore. • un altro è folle nella sua noncuranza.
2. Illustra il significato della frase finale rivolta al giovane Attribuisci ciascun carattere a ogni personaggio:
Consalvo dal padre (max 5 righe). a. Chiara, b. Giulente, c. Gaspare, d. il principe Giacomo.
3. De Roberto fa un uso «teatrale» dei dialoghi. In che sen- 6. De Roberto dipinge con efficacia la volubilità della fol-
so? Soffermati su una sequenza a tua scelta. la, incapace di farsi un esatto giudizio sugli eventi. Dove e

Monografia Raccordo
4. Spicca nel testo l’andamento rapido e concitato di certe come, nel brano, traspare questo elemento?
scene: di quali, in particolare? 7. Sottolinea i passaggi, le frasi, gli aggettivi da cui emerge
5. Il narratore riesce a delineare in pochi tratti il carattere con maggiore vigore l’ironia di De Roberto.
dei personaggi: 8. Quale concezione della politica traspare dall’episodio?
• qualcuno è deciso e intraprendente; Rispondi facendo riferimento al testo (max 15 righe).

La parola al critico
I Viceré e il volto mutevole del potere
Il critico Vittorio Spinazzola (1934) mette a fuoco uno dei grandi temi del romanzo, ovvero la sete di potere che si anni-
da nella razza dei «Viceré» e la loro opportunistica abilità nello sfruttare le circostanze mutevoli, pur di continuare a eserci-
tare il dominio.

[La sete di potere dei «Viceré»] li porterà naturalmente ad inserirsi nel nuovo assetto che lo-
ro Catania, la Sicilia, l’Italia si sono date con il moto risorgimentale. Poiché mutano i termini
della lotta, muta la situazione, ma gli obiettivi della stirpe predace non mutano, il sangue dei
«Viceré» non si smentisce: la sete di dominio continua a reggerne tutte le azioni – e
l’anonima gente della strada continua a riconoscere questa loro vocazione al comando. Così,
quando nel 1859 occorrerà eleggere i deputati al primo parlamento italiano, saranno i popo-
lani ad insistere per la candidatura del duca di Oragua, l’opportunista fattosi liberale per inte-
resse e per calcolo; e, per convincerlo, il sarto Bellia, «dei Figli della nazione», dirà:
«Duca, l’operaio vuole a Vostra Eccellenza... Ci sono tanti che brigano il voto, ma noi non ci
abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriota e un signore come Vostra Eccellenza».
Simbolica appare dunque la tripartizione del romanzo: la cui prima parte ha termine con la
caduta del regno delle Due Sicilie e l’elezione a deputato di don Gaspare, che ha investito nel-
la rivoluzione i propri quattrini contando di farli rendere al mille per cento; la seconda si
chiude con la presa di Roma e la conversione al liberalismo di don Blasco, il monaco bene-
dettino, borbonico e papalino arrabbiato, che ha ricomprati i beni del soppresso convento
cui apparteneva e nel nuovo stato vede ora la garanzia di poter continuare a godere della rag-
giunta ricchezza; la terza con le prime elezioni a suffragio allargato, nelle quali trionfa Con-
salvo, un altro Uzeda, guidato stavolta non dalla meschina avidità materiale, sibbene da più
ambiziose aspirazioni di dominio: egli abbraccia completamente i nuovi princìpi, ma solo
per trarne il più ampio profitto, uscendo infine dalla ristretta cerchia familiare e cittadina e
affacciandosi sulla più vasta scena nazionale. Se la vecchia generazione viveva per così dire di
rendita su un’eredità di grandezza ormai lontana, il rappresentante della nuova – sul quale
tutto l’interesse del romanzo viene man mano a concentrarsi – rinverdirà le glorie degli avi, e
progettando di sottomettere l’intera nazione vorrà divenire “Viceré” per davvero: tanto può la
secolare forza che lo sorregge.
V. Spinazzola, Federico De Roberto e il verismo, Feltrinelli, Milano 1961

101
L’AUTRICE GRAZIA DELEDDA
◗ Grazia Deledda nacque a Nuoro il 27 set- de Serao e a Storia di una capinera di Giovan-
tembre 1871 da famiglia agiata. Frequentò le ni Verga. I successivi romanzi (Anime oneste,
classi elementari solo fino alla quarta, men- 1895, e La via del male, 1896) ebbero prefa-
tre i suoi fratelli poterono completare gli stu- zioni di Ruggero Bonghi e di Capuana. Man
di superiori. Dopo la morte precoce del pa- mano la Deledda precisava e approfondiva i
dre, ancora adolescente seguì in campagna suoi temi caratteristici: l’etica patriarcale del
il fratello Andrea, che amministrava il patri- mondo sardo e le sue atmosfere ancestrali,
monio familiare. Pur mantenendo forti lega- fatte di affetti intensi e «selvaggi». Nacquero
mi con la natura e con la primordiale società così altri romanzi (Il tesoro, 1897; Il vecchio
dei pastori sardi, si dedicò a letture appas- della montagna, 1899 ecc.), novelle e poesie.
sionate e cominciò a scrivere e a spedire le ◗ Nel gennaio 1900 sposò un funzionario mi-
sue prime novelle ai giornali (Sangue sardo nisteriale e si stabilì con lui a Roma, ma non
apparve nel luglio 1888 in «L’ultima moda»). trovò, nella capitale, la vita aristocratica e
Dal 1889 iniziò a collaborare a «La Sarde- mondana sognata leggendo i romanzi di
gna» e ad altri periodici sardi. Nel 1890 pub- D’Annunzio. Visse sempre appartata; uniche
blicò la raccolta di racconti Nell’azzurro, vi- eccezioni un viaggio a Parigi nel 1910 e poi il
cini per ispirazione ai modelli della narrativa premio Nobel ritirato nel 1926 a Stoccolma.
popolare. Tra i suoi romanzi ricordiamo Elias Portolu
◗ Nel 1892 «Natura ed Arte», la rivista di An- (1903), Cenere (1904), L’edera (1908), Canne
gelo De Gubernatis, la coinvolse in un proget- al vento (1913), Marianna Sirca (1915),
to nazionale di studi sul folklore locale: i ma- L’incendio nell’uliveto (1918), La madre (1920,
teriali da lei raccolti apparvero in rivista e poi ripubblicato in inglese nel 1928 con prefazio-
in volume (Tradizioni popolari di Nuoro in Sar- ne di D.H. Lawrence). La sua autobiografia
degna, 1895). Sempre nel 1892 uscì il roman- romanzata, Cosima, uscì postuma nel 1937.
zo Fior di Sardegna, ispirato all’opera di Matil- Morì a Roma nell’agosto 1936.

L’OPERA CANNE AL VENTO


◗ Il romanzo, pubblicato nel 1913, riassume i Ora Giacinto sperpera i soldi delle zie e vor-
temi più tipici della Deledda: l’amara consa- rebbe sposare Grixenda, a loro invisa per la
pevolezza di un destino già segnato; il sacri- bassa condizione sociale. Giacinto trova la-
ficio di sé e il senso di colpa che nasce quan- voro alle dogane ma commette un furto, che
do ci si scontra con i divieti di antichissimi confessa a Efix. Le vecchie sorelle s’indebi-
tabù; il rimorso per il peccato commesso; in- tano sempre più per lui. Una, Ruth, muore
fine il paesaggio sardo, ritratto come un all’improvviso; le altre due sono costrette a
mondo senza tempo e pervaso di mistero. Il vendere il podere al cugino Predu, che da
linguaggio e le atmosfere dell’opera appaio- tempo lo desiderava. Efix spera che ciò pre-
no velati di silenzio o di penombra, accen- luda al matrimonio tra Predu e Noemi, ma
dendosi a tratti di segrete inquietudini. quest’ultima, ostinata, rifiuta. Intanto Gia-
◗ Le tre sorelle Pintor (Ruth, Ester, Noemi), di cinto, rimproverato da Efix per il suo com-
famiglia nobile, sono ridotte in povertà, con portamento, gli fa capire di conoscere
l’unico sostegno del vecchio servitore Efix. l’antico segreto.
Questi è uno strano individuo, che vive in sin- Efix abbandona allora la casa e si mantiene
tonia con le voci segrete della natura, con i mendicando. Quando, tempo dopo, vi fa ri-
defunti e i santi del cielo. Un giorno ritorna tra torno, ritrova Giacinto, che lavora come
loro il giovane Giacinto, figlio di Lia, una quar- mugnaio e che sposerà Grixenda; anche
ta sorella, più giovane, a suo tempo fuggita Noemi, finalmente, accetta le offerte di Pre-
sul continente e là poi morta. Efix ha un se- du. Efix è soddisfatto: le anziane padrone
greto: per favorire la fuga della ragazza, aveva non hanno più bisogno di lui e dunque può
involontariamente provocato la morte del pa- morire in pace, proprio il giorno delle nozze
dre di lei. Ma nessuno conosce questa colpa. di Noemi.

102
Gli scrittori del Verismo

Grazia Deledda

Contesto
3 Il pellegrinaggio di Efix tra i mendicanti
Canne al vento, capitolo XIV

Monografia Raccordo
Anno: 1913
Temi: • il pellegrinaggio, la volontà di espiazione • il paesaggio primitivo, l’ascolto della natura
• l’immutabile condizione umana

La vicenda di Efix, l’anziano servitore di casa Pintor che si macchiò, un giorno, d’un inconfessato
delitto, diviene il simbolo di un itinerario di perdizione e poi di salvezza che deve passare attraver-
so l’ingratitudine e la fuga solitaria dal mondo, prima di approdare a una speranza di finale riscat-
to. L’episodio che leggiamo raffigura Efix in pellegrinaggio verso il santuario di Nostra Signora del
Rimedio. La volontà di espiazione del protagonista s’incontra con il gruppo di pellegrini che gli fan-
no corona e diviene allegoria sacra della condizione di tutti gli uomini, miseri viandanti che bussa-
no alle porte della grazia di Dio.

Di là andarono alla Festa dello Spirito Santo. Il cieco1 sapeva bene il tempo d’ogni
festa e l’itinerario da seguire ed era lui che guidava il compagno. [...]
Appena fuori del paese cominciarono le questioni, perché il cieco, sebbene avesse la
bisaccia colma di roba, voleva chiedere l’elemosina ai passanti, mentre Efix osservava:
«Perché chiedere, se ce ne abbiamo?2». 5

«E domani? Tu non pensi al domani? E che mendicante sei tu? Si vede che sei
nuovo.»
Allora Efix s’accorse che non voleva chiedere perché si vergognava, e arrossì della
sua vergogna.
Il tempo s’era fatto cattivo. Verso sera cominciò a piovere e i due compagni 10
s’avvicinarono a una capanna di pastori; ma dentro non li vollero, e dovettero ripa-
rarsi sotto una tettoia di frasche a fianco della mandria. I cani abbaiavano, un velo
il suo volto è triste circondava tutta la pianura umida, e la pioggia e il vento smorzavano il fuoche-
atteggiato rello che Efix tentava di accendere.
all’immobile fissità
di chi è abituato a Il cieco restava impassibile, fermo sotto la sua maschera dolorosa. Seduto – non si 15
«vedere» con lo coricava mai – con le braccia intorno alle ginocchia, coi grandi denti gialli lucidi al ri-
sguardo interiore
flesso del fuoco, le palpebre violette abbassate, continuava a raccontare le sue storie.
«Tu devi sapere che tredici anni belli e lunghi occorsero per fabbricare la casa del
Re Salomone. Era in un bosco chiamato il Libano,3 per le piante alte di cedro che là
crescevano. Luogo fresco. E tutta questa casa era fatta di colonne d’oro e d’argento, 20
con le travi di legno forte lavorato, e il pavimento di marmo come nelle chiese; in
mezzo alla casa c’era un cortile con una fontana che dava acqua giorno e notte, e i
muri erano tutti di pietre fini, segate a pezzi uguali come mattoni. Le ricchezze che
c’eran dentro non si possono contare: i piatti erano d’oro, i vasi d’oro, e tutta la casa
era ornata di melagrane e di gigli d’oro; anche i collari dei cani eran d’oro e le barda- 25
ture dei cavalli d’argento e le coperte di scarlatto. E venne la Regina di Saba,4 la quale

1. Il cieco: un anziano mendicante, cieco, 3. il Libano: il Libano non è un bosco, ma 4. la Regina di Saba: è un personaggio bi-
incontrato da Efix lungo il cammino. un monte; l’imprecisione accresce tuttavia blico, sovrana di un paese nell’Arabia meri-
2. ce ne abbiamo?: abbiamo di che sfa- il tono di leggenda sacra, di favola del ro- dionale; fece visita al re Salomone, ne speri-
marci. manzo. mentò la saggezza e gli lasciò preziosi doni.

103
Tra Ottocento e Novecento

aveva sentito raccontare di queste cose fino all’altro capo del mondo, ed era gelosa,
perché ricca anche lei, e voleva vedere chi era più ricco. Le donne son curiose...»
Uno dei pastori, attirato dai racconti del cieco, s’avvicinò alla tettoia correndo cur-
vo per non bagnarsi. I compagni lo imitarono. 30

Eccitato dal successo il cieco si animò, si sollevò, raccontò la storia di Tamar e del-
5

le frittelle.
I pastori ridevano, dandosi qualche gomitata sui fianchi: portarono latte, pane,
diedero monete al cieco.
Ma Efix era triste, e appena furono soli sgridò il compagno per la sua malizia6 e il 35
cattivo esempio.
«Tu parli come parlava mia madre», disse il cieco, e si addormentò sotto la pioggia.
Alla Festa dello Spirito Santo c’era poca gente ma scelta. Erano ricchi pastori con le
mogli grasse e le belle figlie svelte: arrivavano a cavallo, fieri e bruni gli uomini, coi
lunghi coltelli infilati alla cintura nelle guaine di cuoio inciso, i giovani alti, coi den- 40
ti e il bianco degli occhi scintillante, agili come beduini: le fanciulle pieghevoli, soa-
il paesaggio
indefinito, primitivo, vi come le figure bibliche evocate dal cieco.
carico di presagi, Il tempo era sempre nebbioso, e intorno alla chiesetta, bruna fra le pietre e le mac-
che la Deledda
predilige chie della pianura era un silenzio infinito, un odore aspro di boschi. Il correre delle
nuvole sul cielo grigio, dava al luogo un aspetto ancora più fantastico. 45

Per tutta la mattina fu uno sbucare di uomini a cavallo, dal sentiero nebbioso;
smontavano taciturni, come per un convegno segreto in quel punto lontano del
mondo. Ad Efix, seduto col cieco sull’ingresso della chiesa, pareva di sognare.
Anche qui non c’erano altri mendicanti, ed egli provava un vago senso di paura
il monologo quando gli uomini forti e superbi, dalla cui bocca e dalle narici usciva un vapore di 50
interiore segue le vita, gli passavano davanti: un senso di paura e di vergogna, e anche d’invidia. Quel-
riflessioni di Efix,
che invidia li erano uomini; le loro mani sembravano artigli pronti ad afferrare la fortuna al suo
l’insensibilità di passaggio. Parevano tutti banditi, esseri superiori alla legge: non si pentivano certo
questi uomini,
mentre lui
delle loro colpe, se ne avevano, non si tormentavano se si erano fatta giustizia da sé,
è tormentato nella vita. Gli pareva che lo guardassero con disdegno, buttandogli la moneta, che si 55
dal rimorso
vergognassero di lui come uomo e stessero per rimuoverlo col piede al loro passag-
gio, come uno straccio sporco.
Ma poi guardava lontano: al di là della nebbia gli sembrava cominciasse un altro
mondo, e si aprisse la porta di cui parlava il cieco; la grande porta dell’eternità. E si
pentiva della sua vergogna. 60

Al suo fianco il compagno continuava a chiedere l’elemosina declamando, o si ri-


volgeva a lui perché i passanti ascoltassero:
«Che facciamo noi in questa vita, di peso ai pietosi che ci danno l’elemosina?».
il fatalismo religioso
di Efix sembra «Che facciamo, fratello caro?»
rivelare la poetica «Ebbene, compagno mio, tutto succede per ordine del Signore: noi siamo stru- 65
stessa di Grazia
Deledda menti ed Egli si serve di noi per provare il cuore degli uomini, come il contadino si
serve della zappa per smuovere la terra e vedere se è feconda. Cristiani, non guardate
in noi due creature povere; più tristi delle foglie cadute, più luride dei lebbrosi; guar-
date in noi gli strumenti del Signore per smuovere il vostro cuore!»

5. Tamar: personaggio biblico; era la so- si finse ammalato, chiedendo l’assistenza 6. malizia: il racconto dell’inganno di Am-
rellastra di Amnon, figlio primogenito di re di lei; Tamar gli portò delle frittelle ed egli non contrasta con la morale molto pudica
David. Amnon, che se ne era innamorato, riuscì allora a violarla. di Efix.

104
Gli scrittori del Verismo

Le monete di rame cadevano davanti a loro come fiori duri e sonanti. C’erano due 70

Contesto
giovani nuoresi bellissimi che per farsi notare dalle fanciulle cominciarono a buttar
soldi al cieco, mirando da lontano al petto, e ridendo ogni volta che colpivano giu-
sto. Poi s’avvicinarono e presero di mira Efix, divertendosi come al bersaglio. Efix
trasaliva ad ogni colpo e gli pareva lo lapidassero, ma raccoglieva le monete con una
certa avidità, e in ultimo, finito il giuoco, di nuovo si pentì e si vergognò. 75

Monografia Raccordo
Intanto le donne preparavano il pranzo. Avevano acceso il fuoco sotto un albero
solitario e il fumo si confondeva con la nebbia. La macchia dei loro corsetti7 rossi
spiccava fra il grigio più viva della fiamma. Non c’erano né canti, né suoni in questa
piccola festa che ad Efix pareva riunione di banditi e di pastori radunatisi là per il
desiderio di rivedere le loro donne e di ascoltare la santa messa. 80

A mezzogiorno tutti si riunirono sotto l’albero, intorno al fuoco, e il prete sedette


in mezzo a loro. Il tempo si schiariva, un raggio dorato di sole allo zenit filtrava at-
traverso le nuvole e cadeva dritto sopra l’albero del banchetto: e sotto, i pastori sedu-
ti per terra, le donne coi canestri in mano, il sacerdote con una bisaccia gettata sulle
una visione della spalle a modo di scialle per ripararsi dall’umido, i fanciulli ridenti, i cani che scuote- 85
Sardegna come vano la coda e guardavano fisso negli occhi i loro padroni aspettando l’osso da rosic-
luogo atavico e
incontaminato, chiare, tutto ricordava la dolce serenità di una scena biblica.
ricorrente nelle Le donne pietose portavano grandi piatti di carne e di pane ai due mendicanti, e
opere della scrittrice
nel sentire il fruscio dei loro passi sull’erba il cieco alzava la voce e raccontava.
«Sì, c’era un re che faceva adorare gli alberi e gli animali: e persino il fuoco. Allora 90
Dio, offeso, fece sì che i servi di questo re diventassero tanto cattivi da congiurare fra
loro per uccidere il padrone. E così fecero. Sì, egli faceva adorare un Dio tutto d’oro:
per questo è rimasto nel mondo tanto amore del denaro, e i parenti, persino, ucci-
dono i parenti per il denaro. Così a me, i miei parenti, vedendomi privo di luce,8 mi
spogliarono9 come il vento spoglia l’albero in autunno.» 95

La gente partì presto e i due uomini rimasero un’altra volta soli nella tristezza del
luogo deserto.
La nebbia si diradava, apparivano profili di boschi neri sull’azzurro pallido dell’o-
rizzonte; poi tutto fu sereno, come se mani invisibili tirassero di qua e di là i veli del
mal tempo, e un grande arcobaleno di sette vivi colori e un altro più piccolo e più 100
scialbo s’incurvarono sul paesaggio. La primavera nuorese sorrise allora al povero
Efix seduto sulla porta della chiesetta. Grandi ranuncoli gialli, umidi come di rugia-
da, brillarono nei prati argentei, e le prime stelle apparse al cadere della sera sorrise-
ro ai fiori: il cielo e la terra parevano due specchi che si riflettessero.
Un usignuolo cantò sull’albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura 105
della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il
sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa
delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando
l’avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la
patria perduta, l’amore, il delitto, il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino 110
che va e va e non sa dove passerà la notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine
verde del poderetto laggiù, la voce del fiume e degli ontani laggiù, l’odore delle

7. corsetti: i bustini femminili che fascia- squillante riflette la passionalità che Efix ri- 8. di luce: cioè della vista.
vano la parte superiore del corpo. Il colore conoscerà in queste giovani donne. 9. spogliarono: derubarono.

105
Tra Ottocento e Novecento

euforbie, il riso e il pianto di Grixenda,10 il riso e il pianto di Noemi,11 il riso e il


pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle
la conclusione del note dell’usignuolo sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la ci- 115
lungo periodo è
anche l’ideale ma rasente al cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella.
conclusione del Ed Efix ricominciò a piangere. Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di esse-
romanzo: Efix trova
un punto d’arrivo re solo nel mondo, con l’usignuolo per compagno.
e un perché Sentiva ancora le monete dei giovani nuoresi percuotergli il petto e trasaliva tutto
per tutte le cose
come se lo lapidassero; ma era un brivido di gioia, era la voluttà del martirio.12 120

Il compagno, con le spalle appoggiate alla porta chiusa e le mani intorno alle gi-
nocchia, dormiva e russava.

G. Deledda, Canne al vento, in Romanzi e novelle, a cura di N. Sapegno,


A. Mondadori, Milano 1972

10. Grixenda: la fidanzata di Giacinto; co- nobili discendenti di una famiglia in rovina. 12. la voluttà del martirio: l’intenso desi-
stui è il figlio di Lia, una delle sorelle Pintor, 11. Noemi: una delle dame Pintor. derio di espiazione.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ Efix è un personaggio profondamente simbolico, frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene:
ideato dall’autrice per rappresentare non solo la tempra an- è il periodo più lungo del passo antologizzato e, con il suo
tica dei vecchi contadini sardi, saggi e testardi, ma anche e prolungato polisindeto, le iterazioni e la sapiente interpreta-
soprattutto la coscienza morale che, macchiatasi di un de- zione del pensiero di Efix, è anche uno dei più belli e musicali
litto, anela all’espiazione e alla penitenza liberatrice. Anche dell’autrice.
le storie bibliche (la casa del Re Salomone, la Regina di Sa-
ba ecc.) raccontate dal cieco compagno di Efix si pongono, LAVORIAMO SUL TESTO
nella pagina, come costante richiamo a un significato ulterio- 1. Ricostruisci i vari stati d’animo che il protagonista Efix vi-
re, come messaggio di purificazione e di quel sollievo che ve nel brano letto: secondo te subiscono un’evoluzione? E se
seguirà l’umiliazione estrema del mendicare. Alla fine, infatti, sì, da quale punto di partenza a quale approdo?
la pietà giunge sotto la forma di un canto di usignolo (Un 2. Quale ruolo giocano, nel testo, il mendicare e le monete
usignuolo cantò...), che scuote l’anima di Efix e spazza via ricevute da Efix e dal suo compagno cieco?
ogni triste ombra del passato. 3. Rifletti sulle storie narrate dal cieco rispondendo alle se-
■ I personaggi di Grazia Deledda non sono mai come i «vin- guenti domande. Di che tipo sono tali storie, a quale conte-
ti» di Verga, neppure quando si sentono «canne» sbattute dal sto si riallacciano? Quale messaggio vogliono esprimere?
«vento»: essi si tormentano, soffrono, amano, ma sono anche Che tipo di gradimento suscitano negli ascoltatori? E perché,
capaci di trasformare il dolore e la consapevolezza del male infine, a un certo punto Efix sgrida il suo compagno?
compiuto o ricevuto, in un atto di penitenza, in un’occasione 4. Cerca di definire con non più di tre aggettivi (motivando
di purificazione e di riscatto. Dunque è la purezza la loro es- la tua scelta) il paesaggio in cui la narratrice ambienta le vi-
senziale caratteristica, proprio come dimostra la storia di Efix, cende. Quali sensazioni e impressioni esso suscita?
che sconta passo passo il proprio delitto, finché la sofferenza 5. Le lacerazioni interiori dell’individuo, l’eredità morale di
non diviene per lui il modo consueto di vivere e dare signifi- ancestrali tabù, l’orrore per la colpa commessa, l’intensità
cato all’esistenza. emotiva del rispecchiamento nella natura sono i temi di Can-
■ Grazia Deledda s’identifica con i suoi personaggi, in una ne al vento. Ritrova questi elementi nel passo letto e illustrali
sorta di «realismo coscienziale», come è stato chiamato. in una breve relazione di max una facciata di foglio protocol-
Esso ha ben poco dell’oggettività o impassibilità tipica del lo (1500-2000 battute).
Naturalismo. Il viaggio di Efix è intimamente pervaso dalla vi- 6. Un dialogo di Efix con Ester, nel finale del romanzo,
sione del paesaggio nuorese, una montagna dall’odore aspro chiarisce il senso del titolo: «Siamo canne, e la sorte è il ven-
di boschi, trasfigurata dallo sguardo febbrile della narratri- to», dice Efix; la vecchia padrona insiste: «Ma perché questa
ce: Un velo triste circondava tutta la pianura umida; La pri- sorte?», e lui risponde: «E il vento perché? Dio lo sa!». Espli-
mavera nuorese sorrise allora al povero Efix ecc. Notevole, cita il significato di queste battute facendo riferimento al bra-
soprattutto, il periodo (nel finale) che comincia con Tutta la no letto (max 10 righe).
106
VERIFICA
L’età contemporanea

1 Indica se le seguenti affermazioni sono vere o dell’impersonalità con quello dell’autore che
false. cerca di offrire un insegnamento ai suoi lettori

1. Il più importante elemento di vicinanza al vero 4 Rispondi alle seguenti domande.


fu, per i veristi italiani, l’adozione del dialetto. V F
1. Spiega l’appellativo di «Viceré» e chiarisci a chi
2. I veristi italiani avevano alle spalle, come fu attribuito.
precedente letterario, soltanto Manzoni
e i Promessi sposi. V F 2. Quali furono i meriti del Verismo sul piano sociale?
(max 5 righe)
3. Il primo esempio di «bozzetto» fu fornito
da Verga con Nedda. V F 3. Quali furono i meriti del Verismo sul piano
letterario? (max 10 righe)
4. Il primo esempio di romanzo veristico venne
fornito da De Roberto con L’illusione. V F 4. Riassumi la trama e le problematiche dei Viceré
(max 10 righe).
2 Collega ciascun autore con il rispettivo romanzo. 5. Riassumi la trama e le problematiche di Canne al
vento (max 10 righe).
1 Remigio Zena a. Demetrio Pianelli
6. Il Verismo italiano si affermò con alcune varietà
2 Giovanni Verga b. Canne al vento
3 Federico De Roberto c. Le veglie di Neri regionali: illustrale con riferimenti ad autori e titoli
4 Matilde Serao d. Mastro-don Gesualdo (max una facciata di foglio protocollo, 1500-2000
5 Grazia Deledda e. La bocca del lupo battute).
6 Emilio De Marchi f. I Viceré 7. Illustra in che cosa consisteva la questione
7 Renato Fucini g. Giacinta meridionale (max 15 righe).
8 Luigi Capuana h. Il ventre di Napoli
PER L’ESAME DI STATO
3 Scegli l’affermazione corretta fra quelle
1. I due più importanti scrittori del Verismo furono
proposte.
Luigi Capuana e Giovanni Verga: l’uno per il
1. Il «bozzetto» è contributo teorico dato alla nuova poetica, l’altro
a il genere prediletto dai pittori macchiaioli toscani per gli esiti artistici. Documenta l’affermazione in
b un particolare tipo di inchiesta giornalistica, in una breve relazione (max una facciata di foglio
cui sono denunciate le tristi condizioni del protocollo).
Meridione d’Italia 2. Nella prefazione a una raccolta di novelle
c un particolare tipo di novella ambientata nel del 1890, Processi verbali, lo scrittore Federico
Sud d’Italia De Roberto affermava che «l’impersonalità assoluta
d un tipo di novella appena tratteggiata nelle sue non può conseguirsi che nel puro dialogo,
linee essenziali e l’ideale della rappresentazione obiettiva consiste
2. Il limite maggiore dei veristi italiani fu nella scena come si scrive pel teatro.
L’avvenimento deve svolgersi da sé, e i personaggi
a l’essersi fidati dei modelli scientifici propri del
debbono significare essi medesimi, per mezzo delle
Naturalismo francese
b l’essersi concentrati in misura quasi esclusiva
loro parole e delle loro azioni, ciò che essi sono».
De Roberto inoltre precisava che
sulla vita quotidiana della povera gente
c l’avere offerto una rappresentazione patetica
«la parte dello scrittore che voglia
sopprimere il proprio intervento deve limitarsi,
della vita dei poveri
d l’avere offerto una rappresentazione troppo
insomma, a fornire le indicazioni indispensabili
all’intelligenza del fatto, a mettere accanto alle
spassionata e oggettiva della vita dei poveri
trascrizioni delle vive voci dei suoi personaggi
3. Rispetto ai naturalisti francesi, Capuana quelle che i commediografi chiamano didascalie».
a praticò in maniera ancora più radicale il Illustra in una relazione questi propositi teorici,
principio dell’impersonalità alla luce di quanto conosci della poetica del
b abbandonò di fatto il principio dell’impersonalità Naturalismo e del Verismo. Cerca di convalidare la
c cercò di contemperare il principio tua esposizione con opportune citazioni dai testi.
dell’impersonalità con le leggi specifiche dell’arte Hai a disposizione due facciate di foglio protocollo
d cercò di contemperare il principio (3500-4000 battute).
107
Monografia
Tra Ottocento e Novecento

Giovanni
Verga
Giovanni Verga

La vita

Contesto
Monografia Raccordo
1 La famiglia e la formazione
Verga nasce il 31 agosto del 1840 a Catania da una famiglia di nobili origini di Vizzini, un borgo
agricolo presso Catania; la sua formazione scolastica viene affidata a un parente, Antonino Abate, poe-
ta e patriota, che è il primo a incoraggiarlo alla letteratura. Tra il 1856 e il 1857, ancora giovanissimo,
Verga scrive il suo primo romanzo storico, Amore e Patria (rimasto inedito), intriso di romanticismo e
amor di patria. Nel 1858 si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania, che abban-
dona nel 1861. Accoglie con entusiasmo l’arrivo di Garibaldi nella sua città; subito dopo si arruola nella
Guardia nazionale, prestandovi servizio per quattro anni. Fonda, con alcuni amici, il settimanale politi-
co «Roma degli italiani», dal motto «Volere è potere»; su di esso pubblica alcuni articoli di fervente pa-
triottismo.

2 I romanzi giovanili e il periodo fiorentino


Il primo romanzo di Verga pubblicato è I carbonari della montagna, nel 1861-62. Intanto cominciava
a uscire a puntate, nelle appendici del periodico fiorentino «La Nuova Europa», un altro romanzo, Sul-
le lagune. Nel febbraio 1863 muore il padre dello scrittore. Al maggio 1865 risale il suo primo viaggio a
Firenze, allora capitale d’Italia; qui Verga compone Una peccatrice (1866), romanzo che non gli procu-
ra successo ma lo spinge a frequentare più da vicino i salotti mondani della letteratura e dell’editoria.
Nel 1869 si stabilisce a Firenze, dove frequenta l’ambiente letterario della città e in particolare cono-
sce i poeti Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Vittorio Imbriani. Compone due nuovi romanzi: Storia di
una capinera (1871), che riscuote un notevole successo, ed Eva (poi rivisto a Milano). Si lega intanto
d’amicizia con Luigi Capuana, teorico del Verismo e critico teatrale della «Nazione», e s’innamora di
Giselda Fojanesi, con la quale compie il viaggio di ritorno in Sicilia narrato, dieci anni dopo, nella no-
vella Fantasticheria.

3 Il periodo milanese
Un significativo cambiamento nella vita di Verga avviene nel 1872, quando lo scrittore si trasferisce
a Milano per circa un quindicennio (pur con brevi soggiorni in Sicilia) e l’amico siciliano Salvatore Fa-
rina lo introduce nei salotti letterari più importanti della città, tra cui quello della contessa Maffei. Verga
incontra abitualmente gli scrittori «scapigliati» Arrigo Boito ed Emilio Praga; al caffè Cova frequenta
l’editore Treves, lo scrittore Giuseppe Giacosa, infine l’amico Felice Cameroni, con cui tiene una fitta
corrispondenza su problemi di teoria letteraria. Nel 1873 Treves pubblica Eva e negli anni a seguire
escono altri due nuovi romanzi d’ambiente mondano, Eros (1874) e Tigre reale (1875).

4 La «conversione» letteraria al Verismo


Nel 1874 Verga scrive in soli tre giorni Nedda: una novella, anzi un «bozzetto siciliano», di natura
completamente diversa dalle opere precedenti, perché ambientata nella natia Sicilia e perché tesa a ri-
velare la povertà di vita della sua gente. Si avvia in tal modo la «conversione» di Verga al Verismo. Po-
chi mesi dopo, tornato a Catania per l’abituale soggiorno estivo, comincia a ideare il «bozzetto mari-
naresco» (racconto di vita di mare) Padron ‘Ntoni, che si amplierà via via fino a divenire il romanzo I
Malavoglia. Nel 1878 (anno in cui muore a Catania l’amatissima madre) esce sul settimanale politico-
letterario «Fanfulla della Domenica» il racconto Rosso Malpelo.
Nel 1880 escono in volume le novelle veriste di Vita dei campi, già apparse in vari periodici. Verga
109
Tra Ottocento e Novecento

lavora intanto ai Malavoglia, di cui invia a Treves i primi capitoli; il libro esce nel 1881, ma senza suc-
cesso. Inizia in questi mesi l’amicizia con Federico De Roberto; intanto Verga comincia la stesura di
un nuovo romanzo, Mastro-don Gesualdo, seconda opera del progettato «ciclo dei Vinti». Tra il 1882 e
il 1883 escono a stampa il romanzo Il marito di Elena, ultima opera dell’antica maniera «mondana», e
altri due volumi di racconti veristi: le Novelle rusticane e Per le vie, quest’ultimo ambientato tra le case e
le vie della Milano popolare.
Nel maggio 1883, in Francia, Verga incontra Émile Zola. Nel 1884 esordisce con successo sulle sce-
ne teatrali come drammaturgo: al Teatro Carignano di Torino viene applaudito il dramma Cavalleria
rusticana, ricavato da una precedente novella; l’anno successivo, invece, al Teatro Manzoni di Milano
il dramma In portineria è accolto freddamente. Verga ne rimane deluso, e il contraccolpo psicologico è
aggravato da difficoltà finanziarie e familiari.
Dal 1886 comincia a trascorrere lunghi periodi a Roma. Nel 1888 esce a puntate sulla rivista lettera-
ria «Nuova Antologia» il Mastro-don Gesualdo, che poi fu profondamente revisionato e pubblicato in
volume da Treves nel 1889; è il suo ultimo capolavoro.

5 Il ritorno in Sicilia e gli ultimi anni


Nel 1893 Verga rientra stabilmente a Catania. Le ultime raccolte di novelle pubblicate sono: Vaga-
bondaggio (1887), I ricordi del capitano d’Arce (1891), Don Candeloro e C.i (1894). Nel 1896 al Teatro
Gerbino di Torino è rappresentata con successo La Lupa. Verga si mette a lavorare alla Duchessa di
Leyra, terzo romanzo del «ciclo dei Vinti», ma – nonostante gli affettuosi incoraggiamenti dell’amico
De Roberto – non scrive più del primo capitolo. Nel 1901 vengono allestiti (in contemporanea a Milano
e Torino) i due atti unici, o «bozzetti», Caccia al lupo e Caccia alla volpe, sul tema dell’adulterio. Nel
1903 va in scena il dramma Dal tuo al mio, riscritto poi in forma di romanzo (stampato nel 1906).
Dalle ultime opere emerge il profilo di uno scrittore ormai isolato, dedito quasi solo alla cura delle
terre di famiglia e alla tutela dei figli del fratello. Il distacco dagli ambienti letterari è definitivo: Verga
era consapevole di avere ormai dato il meglio di sé. Gli ultimi riconoscimenti sono del 1920, grazie al-
la nomina (patrocinata da Benedetto Croce) a senatore del Regno d’Italia e grazie all’intenso discorso
pronunciato da Luigi Pirandello al Teatro Massimo di Catania per il suo ottantesimo compleanno.
Muore a Catania il 27 gennaio 1922.

Le fasi della vita di Verga

◗ formazione letteraria
1840-65 CATANIA

◗ entusiasmi patriottici

◗ frequenta i salotti letterari


1865 -69 FIRENZE ◗ opere mondane: Storia di una capinera

◗ amicizia con Capuana

◗ frequenta gli scrittori scapigliati


MILANO
dal 1872

◗ inaugura la poetica del Verismo: Nedda


e soggiorni a ROMA
◗ scrive le novelle veriste e I Malavoglia

◗ opere teatrali
dopo il 1893 CATANIA

◗ stanca ripresa del Verismo


◗ silenzio letterario

110
Giovanni Verga

L’apprendistato

Contesto
del romanziere

Monografia Raccordo
1 La formazione di Verga in un clima patriottico
e tardoromantico
Quando Verga nacque, nel 1840, l’Italia e l’Europa stavano vivendo un’epoca di profonde trasfor-
mazioni politiche e sociali. In Italia, in particolare, sentimenti patriottici uniti al malcontento sociale
avrebbero portato, di lì a poco, alle guerre d’indipendenza nazionale. La Sicilia in cui Verga nacque e
trascorse gli anni della giovinezza e della formazione culturale era ancora soggetta al dominio bor-
bonico, ma la famiglia dello scrittore, che era proprietaria di case e terreni e apparteneva alla nobiltà
catanese, era d’ispirazione e tradizione liberali. Lo stesso Federico De Roberto, lo scrittore verista
amico di Verga, ricordò che in quella famiglia «era sempre viva la memoria del nonno paterno, libera-
le, carbonaro, e deputato per la nativa Vizzini al primo Parlamento siciliano del 1812», e che uno zio
materno, Carmelo Di Mauro, aveva partecipato alla rivoluzione del 1848.
Il giovane Verga non solo crebbe in quel clima ma fu anche discepolo, come si è detto, di Antonino
Abate, maestro, più che di grammatica, di un fervente patriottismo, tanto che mostrava con orgoglio
agli allievi la ferita riportata durante i moti del 1848.

2 I romanzi dell’esordio
I sentimenti patriottici con cui Verga era cresciuto emersero nel suo primo romanzo storico, Amore
e Patria, scritto a soli sedici anni (e rimasto inedito), espressione di un’anima appassionata e ancora
immatura. Il lungo racconto storico s’impernia sui temi romantici in voga a quel tempo: l’amore, la
morte, la patria; trama e personaggi ricordano i romanzi d’avventure che si stampavano allora in
«appendice» ai quotidiani.
I miti risorgimentali dell’Unità d’Italia ispirarono i due successivi romanzi giovanili:
• I carbonari della montagna, scritto al tempo della seconda guerra d’indipendenza (1859-60) e stam-
pato nel 1862 a spese dell’autore: l’opera ci riporta all’inizio dell’Ottocento, al tempo delle lotte in Ca-
labria tra giacobini e controrivoluzionari, e procede tra colpi di scena, passioni e sventure;
• Sulle lagune (1863), ambientato a Venezia al tempo del Risorgimento e delle lotte con l’Austria; il
suo epilogo è molto suggestivo: i due amanti scompaiono su una barca all’orizzonte, nelle nebbie del-
le lagune, non sapremo mai se vittime della polizia austriaca o profughi felici.
L’amore e la patria sono i due temi fondamentali di questi primi romanzi giovanili, vicini – dal pun-
to di vista dei contenuti – al primo Romanticismo, quello più vicino all’esempio foscoliano (in partico-
lare alle Ultime lettere di Jacopo Ortis) e all’ideologia patriottico-risorgimentale.

3 Amori tormentati e sperimentazione narrativa


Il tema amoroso diventa centrale nelle opere successive, i cinque romanzi «mondani» di Verga
(Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Eros, Tigre reale) scritti a Firenze e Milano tra il 1866 e il
1875. È evidente, in essi, il tentativo di rispondere alle attese del pubblico della media e alta borghe-
sia (cioè, per quell’epoca, il pubblico più numeroso e in grado di determinare il successo di un auto-
re) con racconti sentimentali, ispirati alla moda tardoromantica. Le trame celebrano amori tormen-
tati, passioni trasgressive, desideri frustrati di evasione e di grandezza; lo stile appare spesso sovrac-
carico e artificioso.
Per esempio, in Una peccatrice (1866) il giovane commediografo Pietro Brusio riesce, grazie al suo
111
Tra Ottocento e Novecento

successo artistico, a farsi notare da una donna (la contessa Narcisa) fino a quel momento vanamente
desiderata; ottenuto il suo amore, però, se ne stanca presto, fino a che lei non si suicida, mentre
l’artista rimane in un’arida solitudine. Per la prima volta, in questo romanzo, Verga abbandonò la te-
matica risorgimentale per tentare la difficile via del romanzo psicologico moderno, con un proposito
di realismo, di scrupolo documentario: «Dal canto mio – si legge nell’introduzione – non ho fatto che
coordinare i fatti, cambiando i nomi qualche volta...».
Il primo successo di Verga fu Storia di una capinera (1871), dove l’amore descritto è quello nutrito
segretamente da una giovane novizia, Maria, destinata al monastero, verso lo sposo della sorellastra,
un giovane uomo con il quale in passato la protagonista aveva avuto una relazione; anche questa
passione condurrà alla follia e alla morte. Sul piano strutturale, il narratore tenta la via, per lui incon-
sueta, del romanzo epistolare: il racconto si sviluppa attraverso le lettere che Maria scambia con una
sua compagna.
Eva (1873) affronta ancora la relazione tra amore e arte, sensualità e scrupoli psicologici; protago-
nisti sono un pittore, Enrico Lanti, e la ballerina Eva: il sogno romantico del loro amore si scontra con
la brutale realtà quotidiana, e il finale sarà tragico. Anche in Eva Verga sperimenta nuove strutture
narrative: l’intero racconto, infatti, procede come una confessione autobiografica del protagonista.

4 Due romanzi «mondani»: Eros e Tigre reale


Ambientati nel bel mondo dell’alta borghesia (diverso dunque da quello della Scapigliatura da cui
proveniva Enrico Lanti) sono i due successivi romanzi verghiani, Eros e Tigre reale, pubblicati il primo
nel 1874 e il secondo nel 1875 ed entrambi legati al periodo milanese di Verga e alle sue avventure
amorose. Sono le due opere più tipiche della fase «mondana» dello scrittore: i due protagonisti cerca-
no in ogni modo di conquistare il lussuoso mondo borghese che li circonda; accanto a loro compare la
figura della «donna fatale», che di quel mondo è l’espressione più affascinante e peccaminosa. Il mo-
tore delle due narrazioni è sempre l’amore (l’eros), trattato qui con sfumature complesse che denota-
no un atteggiamento più maturo da parte dello scrittore. Soprattutto in Eros la narrazione, condotta
questa volta tutta in terza persona, raggiunge un alto livello di «oggettività» e distacco: non è lontana
l’adozione dell’«impersonalità» propria del Naturalismo. Siamo così giunti alla conclusione dell’ap-
prendistato del romanziere e della sua fase pre-verista (cioè precedente al Verismo): Verga era pronto
a nuove e più significative esperienze letterarie.

Verga pre-verista

ROMANZI TEMI STILE

“ “ “
◗ linguaggio sovraccarico
◗ Amore e Patria, inedito e artificioso
◗ patriottismo giovanile
◗ I carbonari della montagna, 1862 ◗ primi tentativi, molto incerti,
◗ amori romantici di realismo
◗ Sulle lagune, 1863
◗ poi: amori tormentati, ◗ sperimentazioni narrative
◗ Una peccatrice, 1866
passioni sregolate
◗ Storia di una capinera, 1871 • Una peccatrice:
◗ frustrazione, solitudine romanzo psicologico
◗ Eva, 1873
◗ ambientazione nell’alta • Storia di una capinera:
◗ Eros, 1874 romanzo epistolare
borghesia
◗ Tigre reale, 1875 • Eva: autobiografismo
• Eros: distacco del narratore

112
Giovanni Verga

La stagione

Contesto
del Verismo

Monografia Raccordo
1 La «conversione» al Verismo: Nedda
La cosiddetta conversione di Verga al Verismo risale al 1874, l’anno in cui pubblicò su un periodico
milanese la novella Nedda: un «bozzetto siciliano», cioè un racconto che ritraeva una situazione, un
destino, prima che una vicenda. Protagonista è un’umile raccoglitrice di olive, Bastianedda detta Ned-
da «la varannisa» perché viene da Viagrande: una «povera figliuola raggomitolata sull’ultimo gradino
della scala umana». Lo scrittore cercava un’adesione anche linguistica al suo ambiente di vita e di la-
voro. Nel racconto si leggono espressioni modellate su una sintassi dialettale: «A te non ti fanno nulla
tre o quattro soldi, non ti fanno». Una patina sicilianeggiante colora anche il lessico e sembra portare
per la prima volta, nelle pagine di Verga, l’architettura della sintassi dialettale.
Si avviava così la «conversione» di Verga al Verismo, influenzata dalle letture dei naturalisti francesi
e dagli scambi intellettuali con gli amici letterati Luigi Capuana e Felice Cameroni. Tale evoluzione
era in parte già visibile nella condizione di scontentezza in cui finiscono i personaggi degli ultimi ro-
manzi mondani: in Tigre reale, per esempio, il protagonista cercava rifugio nel «ritorno» alla provincia
natia, dopo le avventure erotico-mondane nella città borghese.

2 I racconti di Vita dei campi


Dopo le novelle pubblicate nell’autunno del 1876 con il titolo di Primavera e altri racconti, ancora
oscillanti tra il vecchio e il nuovo stile, Verga iniziò a coltivare il filone siciliano e «primitivo» speri-
mentato in Nedda. Compose i racconti che confluiranno nella raccolta Vita dei campi e contempora-
neamente iniziò a elaborare e ampliare un abbozzo narrativo di ambiente marinaresco, Padron ‘Ntoni,
che si svilupperà nel romanzo I Malavoglia.
Per Verga era importante non cadere nell’errore (commesso, almeno in parte, da Capuana) di sod-
disfare semplicemente la superficiale curiosità dei suoi lettori verso l’esistenza così diversa e lontana
dei suoi personaggi siciliani. Si sforzò quindi di:
• ripudiare il gusto per l’aneddoto folkloristico, per il «colore locale»;
• rinunciare a commentare e a impietosire il suo pubblico.
Con queste accortezze la poetica del Verismo (lucidamente esposta nella lettera-prefazione a
L’amante di Gramigna: E Testo 3, p. 132) superava decisamente il livello raggiunto in Nedda, in quanto
cadeva ogni ricercatezza letteraria nelle descrizioni paesaggistiche e scomparivano anche certe ri-
dondanze, certi elementi superflui che invece affioravano in Nedda.
Le otto novelle di Vita dei campi, pubblicate in volume nel 1880, non sono semplicemente «letteratu-
ra»: presentano da vicino la vita, nella sua cruda, quasi oltraggiosa verità. Rispetto alla narrativa tra-
dizionale, in esse si compie dunque una vera rivoluzione:
• i personaggi sono colti al grado più basso e primitivo della vita sociale;
• scompaiono quasi del tutto i commenti, di polemica sociale e morale, da parte dell’autore;
• gli eventi sono presentati in modo netto e crudo;
• si riducono al minimo descrizioni e antefatti;
• manca una raffigurazione della fisionomia e dell’interiorità dei personaggi, che Verga invece coglie
nel vivo dell’azione;
• i dialoghi sono concisi, privi di eleganza formale, intessuti di «fatti» e «cose»;
• quanto ai temi, i racconti di Vita dei campi narrano vicende cupe e tragiche, originate da passioni ele-
mentari, e sfociano in soluzioni emotive e psicologiche sempre estreme.
113
Tra Ottocento e Novecento

Ma la maggiore novità dei primi racconti veristi di Verga (poi riproposta nelle opere successive) è la
creazione di una figura di «narratore popolare», appartenente al mondo in cui viene ambientato il rac-
conto: Verga narra cioè attraverso una voce che, rimanendo «fuori campo» (come quella che accom-
pagna le immagini di un documentario) ed evitando di dare giudizi personali, si limita a riferire i fatti
dal punto di vista della comunità di villaggio e a farsi portatrice della mentalità popolare, quella della
gente umile e semplice che vive in piccoli paesi del Mezzogiorno d’Italia, all’interno di comunità chiu-
se e tradizionaliste (in questo senso useremo d’ora in poi l’aggettivo «paesano»).

3 Il «ciclo dei vinti» e I Malavoglia


Da Émile Zola e dai suoi romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart, Verga derivò poi il proposito di un
ciclo romanzesco che analizzasse le varie condizioni sociali, dai livelli più infimi a quelli più elevati. Il
proposito fu enunciato in una lettera del 21 aprile 1878
Le cinque tappe del ciclo all’amico Salvatore Paola Verdura. Verga pensava di da-
re al ciclo di opere il titolo complessivo di Marea, per in-
dicare il flusso e il riflusso inarrestabile delle vicende
umane e anche l’impossibilità di resistervi: in questo
senso siamo tutti, a qualsiasi livello sociale si viva, dei
1° livello, il più basso «vinti».
I Malavoglia pescatori analfabeti Il primo romanzo del ciclo, dal titolo I Malavoglia,
uscì nel 1881, con una prefazione che illustrava l’idea
ciclica. Verga dichiarò di volersi dedicare allo «studio

sincero e spassionato» dei modi attraverso cui la ricer-
Mastro-don 2° livello ca del benessere economico diventa fonte del progres-
Gesualdo il contadino arricchito so: un programma strettamente naturalistico. Alla cul-
tura positivistica, diffusa all’epoca, rispondeva infatti
“ l’analisi degli effetti provocati nella società da una cau-
3° livello sa materiale (in questo caso, la brama di arricchirsi);
La duchessa
la figlia del contadino Verga lascia invece in ombra il principio dell’eredita-
di Leyra sposa un nobile rietà caro a Zola e ai francesi.
Dopo I Malavoglia, dedicato ai miseri pescatori della
“ 4° livello Sicilia orientale, il ciclo sarebbe proseguito con Mastro-
L’onorevole il figlio dei Leyra intraprende don Gesualdo, incentrato sulla storia di un muratore che
Scipioni con successo la carriera riesce a diventare «don», cioè nobile, e a farsi ricco con il
politica suo lavoro. Il terzo romanzo, La duchessa di Leyra, de-
dicato alla figlia di Gesualdo, doveva ambientarsi a un li-

5° livello, il più alto vello ancora più elevato, quello della nobiltà. Più avanti,
L’uomo il figlio dell’onorevole e più in alto, sarebbero venuti L’onorevole Scipioni, su
di lusso Scipioni è l’esteta che un personaggio della politica e dell’alta finanza, e
dilapida tutto L’uomo di lusso, cioè l’esteta, colui che trasforma la ric-
chezza in gusto raffinato e in puro consumo.

La «brama di meglio» e la sconfitta nella lotta per la vita. L’argomento dei Malavoglia, il suo
«nodo» drammatico, era stato anticipato in Fantasticheria (1880), una delle novelle di Vita dei campi:
in essa lo scrittore immaginava di accompagnare un’elegante signora tra i poveri pescatori di Aci
Trezza e le manifestava l’intenzione di raccontare, un giorno, il dramma di «uno di quei piccoli»
che si stacca dal paese, per «vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio». La «brama di meglio» è
ciò che turba l’immobile vita dei Toscano, da tutti chiamati «i Malavoglia»: una famiglia di umili pe-
scatori di Aci Trezza, la cui vicenda è ambientata nei decenni successivi all’Unità d’Italia (1861) e
costituisce l’illustrazione di come i più umili possono finire sconfitti nella lotta per la vita. È un tema
darwinistico, legato alla cultura del Positivismo, allora così diffusa.
Il «coro» dei parlanti e l’«impersonalità» del narratore. Il vero protagonista dei Malavoglia è il
mondo popolare degli abitanti di Aci Trezza, che Verga ritrae al «vero» mediante il discorso indiretto
libero, una tecnica narrativa aperta agli anacoluti e alle incongruenze sintattiche del parlato: il narra-
114
Giovanni Verga

tore riporta i dialoghi della gente di umili condizioni senza introdurli o commentarli, senza nemmeno

Contesto
segnalarne l’inizio e la fine attraverso l’uso delle virgolette. A riempire le pagine sono dunque i pen-
sieri e le parole di un «coro» paesano, cioè un coro di voci caratterizzato da un periodare difficoltoso,
«primitivo», animato da proverbi e immagini del parlato popolare (il lessico invece non è dialettale,
benché i numerosi proverbi e modi di dire si ispirino al catanese parlato).
In tal modo, lo scrittore pare davvero scomparire dalla sua narrazione, secondo la poetica
dell’«impersonalità» propria del Naturalismo; ma se Zola e i naturalisti cercavano di riprodurre la

Monografia Raccordo
realtà in maniera oggettiva, Verga, per raggiungere lo stesso obiettivo, arriva a scomparire dietro la
sua narrazione, in quanto s’identifica nelle abitudini, nei gesti, nelle parole di quel «personaggio idea-
le» e collettivo che è il coro paesano.
Tale ritrarsi di Verga alle spalle dei suoi umili personaggi è chiamato dai critici «l’artificio della re-
gressione» (G. Baldi: E scheda a p. 166):
• «regressione», perché l’autore «regredisce» culturalmente al livello dei parlanti;
• «artificio», perché Verga si nasconde dietro di loro, senza autocancellarsi (come invece farà Pirandel-
lo nella sua poetica del personaggio «senza autore»: E p. 613).

4 Novelle di campagna, novelle di città


Dopo I Malavoglia, Verga verista pubblicò un’altra raccolta di racconti: le Novelle rusticane (1883).
Si tratta di dodici racconti che ritornano al mondo della campagna di Vita dei campi, ma allargando la
prospettiva: nei racconti del 1880 l’attenzione del narratore si fermava di volta in volta sulle vicende di
un unico personaggio, eccezionale ed esemplare, mentre in questo caso il narratore è attento alle di-
namiche più collettive della società «rusticana», osservata con disincanto, nei suoi costumi di vita e
nelle sue contraddizioni. Le necessità economiche e l’ansia (o meglio, l’ossessione) della «roba» ob-
bligano i personaggi all’egoismo, all’amarezza, all’inettitudine morale.
Meno riuscite sul piano artistico, pur se interessanti come documento di costume, sono le novelle di
Per le vie (1883), un’opera che inizialmente si sarebbe dovuta intitolare Vita d’officina, come se fosse il
corrispettivo della «vita dei campi» d’ambientazione contadina. Qui il punto di osservazione
Laboratori interattivi dello scrittore verista si sposta infatti dalla Sicilia al microcosmo milanese, soffermandosi sulle
• Via Crucis (Per le vie)
figure popolari che abitano la grande città: camerieri, operai, disoccupati, prostitute. Anche
qui sono dominanti l’ansia del denaro e l’angoscia dell’emarginazione («Tutto sta nei denari a questo
mondo», è la sconsolata morale verghiana); ma il risultato artistico è assai meno felice.

5 L’ultimo capolavoro: Mastro-don Gesualdo


Il mondo siciliano torna a essere l’ambientazione dell’ultimo capolavoro verghiano, il romanzo
Mastro-don Gesualdo (1889). Il protagonista Gesualdo appare come una sorta di antieroe, tragica-
mente sconfitto, nella sua «ricerca del meglio», sia nella sfera degli affetti sia in quella della «ro-
ba», alla quale aveva votato la propria esistenza. Il romanzo cresce sullo sfondo storico della Sicilia
borbonica, tra il 1820 e il 1848 (ritrae dunque una generazione precedente a quella dei Malavoglia,
la cui vicenda si svolge tra il 1863 e il 1877-78); ma la storia civile e politica è rappresentata come
regressione: da carbonaro, cioè rivoluzionario, che era, nel momento della sua ascesa sociale ed
economica, Gesualdo si fa poi borbonico e reazionario, quando deve difendere la «roba» che ha fa-
ticosamente conquistato. Soprattutto, la terra e la ricchezza appaiono come strumenti non di sere-
nità, ma di tormento interiore. Nel romanzo il tema dell’avidità di ricchezza diviene una parabola
esemplare sulla disumanità e sull’insensatezza della corsa all’arricchimento. Quali costi reali
comporta il «progresso»? Quale logica lo sostiene, se non quella egoistica e individualistica dell’uti-
le a ogni costo?
Di queste e altre domande analoghe sembrano farsi portavoce i personaggi del romanzo, che da
questo punto di vista appaiono meno «primitivi» e più evoluti di quelli dei Malavoglia. In particolare,
in Mastro-don Gesualdo prevale l’ottica soggettiva di Gesualdo, in virtù della quale l’oggettività
propria del Verismo viene meno, in molti punti. La rappresentazione della realtà sembra a tratti
muovere dall’interiorità del protagonista, dai suoi giudizi, dai ricordi, dalle speranze frustrate ecc.: il
racconto di Verga finisce man mano per coincidere con i pensieri del personaggio espressi ad alta
voce.
Siamo a un passo dalla nuova tecnica (il «monologo interiore») che caratterizzerà il romanzo psi-
115
Tra Ottocento e Novecento

cologico di primo Novecento: è già molto forte, da parte di Verga, la ricerca d’immedesimazio-
ne psicologica; tuttavia il narratore continua ad attribuire molta importanza allo sfondo d’am-
biente, e ciò appartiene ancora alla poetica «oggettiva» del Verismo.

Dal romanzo verista al romanzo psicologico

I MALAVOGLIA MASTRO-DON GESUALDO

personaggi primitivi personaggi più evoluti

◗ non solo fatti e cose, ma anche intenzioni


◗ i fatti e le cose in primo piano
e giudizi
◗ pensieri e parole sempre riferibili a cose
◗ Gesualdo perde man mano il controllo
e fatti concreti
della sua «roba»

oggettivismo soggettivismo

capolavoro del romanzo primo passo verso


verista il romanzo psicologico

“ “
impersonalità (a tratti) monologo interiore

L’ultimo Verga
1 Il Verismo impossibile: La duchessa di Leyra
Il «ciclo dei Vinti» si esaurì di fatto con Mastro-don Gesualdo. Successivamente, infatti, Verga intra-
prese la stesura del terzo romanzo della serie, La duchessa di Leyra, ambientato nel mondo aristocra-
tico (la protagonista è la figlia di Gesualdo, divenuta, appunto, duchessa), ma si arrestò al primo capi-
tolo. Dolorosamente, infatti, Verga si rese conto che una raffigurazione oggettiva, veristica e «imper-
sonale» dei fatti non è più significativa nel momento in cui l’oggetto della narrazione passa dal mondo
arcaico e rurale a personaggi più raffinati e complessi, dotati di una psicologia più mobile e contrad-
dittoria. Nella società cittadina dominano la finzione e la dissimulazione; tutti recitano e portano una
maschera: non è dunque possibile illustrarne i segreti facendo semplicemente «parlare da sé» le cose,
limitandosi a ritrarre lo spettacolo del mondo in superficie.

2 Finzione e inganno in nuove prove narrative


Proprio su questo tema della finzione e dell’inganno che reggono l’esistenza umana, ai vari livelli
delle società più evolute, insistono le ultime opere verghiane, tutte databili all’ultimo decennio dell’Ot-
tocento. Ricordiamo:
• il romanzo I ricordi del capitano d’Arce (1891), un romanzo costruito sulle memorie di un capitano
di marina, che ripercorre le diverse vicende sentimentali della moglie di un suo comandante: la narra-
116
Giovanni Verga

zione si svolge nel contesto salottiero e mondano di fine secolo e, pur nel suo tono ironico, rispecchia

Contesto
il malessere dei personaggi, in particolare della protagonista Ginevra, ingannatrice e superficiale;
• la raccolta di novelle Don Candeloro e C.i (1894; «C.i» sta per «compagni»), in cui con sconsolata
sincerità l’autore smaschera le ipocrisie, la miseria etica dei personaggi, il loro supremo egoismo;
• infine Caccia al lupo, un racconto del 1897, rielaborato in seguito come bozzetto per il teatro.

3 Per un teatro «verista»

Monografia Raccordo
Una costante dell’ultimo Verga fu proprio la sperimentazione teatrale. Esordì a Torino (gennaio
1884) con la rappresentazione di Cavalleria rusticana, seguita nel 1885 dal dramma In portineria, ri-
cavato da una novella (Il canarino N. 15) di Per le vie. Mentre il dramma di Cavalleria rusticana, sangui-
gno e concentratissimo, ebbe un successo travolgente, In portineria – dramma ben più lieve e amaro,
intessuto di solitudini di periferia – non fu apprezzato dal pubblico milanese.
Verga attese un decennio prima di riaccostarsi al teatro. Lo fece riproponendo lo stesso mondo pri-
mitivo e selvaggio di Cavalleria rusticana, cioè adattando per il teatro il racconto La Lupa; ma il dram-
ma omonimo, messo in scena nel gennaio 1896, ottenne scarso successo. Le cause di questo fiasco
possono essere individuate sia nel fatto che il pubblico stava ormai volgendo le spalle al Realismo, af-
fascinato dalle provocanti raffinatezze dell’estetismo dannunziano (E p. 301), sia nel fatto che il teatro
verista di Verga chiedeva non solo all’autore, ma anche all’attore di scomparire dietro al suo perso-
naggio: questa poteva sembrare una richiesta eccessiva per i «mattatori» dell’epoca, cioè per i grandi
attori assoluti dominatori della scena ottocentesca, abituati a ricorrere a ogni virtuosismo pur di strap-
pare l’applauso della platea.
Esito analogo accolse il già citato dramma (o meglio, «bozzetto scenico») Caccia al lupo, storia di
seduzione e adulterio, andato in scena nel novembre del 1901 contemporaneamente al dramma ge-
mello Caccia alla volpe. Molto interessante, nel primo dei due drammi, la spietata simulazione con cui
il marito tradito mette in trappola la moglie infedele e l’amante di lei: l’ambiguo rapporto tra realtà e
finzione costituisce il campo privilegiato delle ultime opere di Verga.

4 L’ultimo romanzo: Dal tuo al mio


Sulla scia della sperimentazione teatrale nacque anche l’ultimo romanzo, Dal tuo al mio (1906), ri-
cavato da un precedente e omonimo dramma allestito a Milano nel 1903. Al centro della trama, qui,
sono i conflitti sociali in Sicilia, descritti attraverso il personaggio di Luciano, un capo operaio che
però, dopo aver sposato la figlia del padrone della solfara in cui lavorava, arriva a sparare sugli ex
compagni di lotta in rivolta. Malgrado il tema «impegnato», il romanzo è deludente sul piano lettera-
rio. Di fatto, il pessimismo di questi ultimi lavori verghiani («perché ciascuno pensa al suo interesse
prima di tutto», recita la prefazione di Dal tuo al mio) nulla poteva aggiungere a quanto di più vivo e
nuovo era emerso dai capolavori della maturità.

■ Constantin Meunier,
Fabbrica di mattoni (1870).
117
Tra Ottocento e Novecento

SINTESI VISIVA

Il Verismo di Verga:
opere, temi, linguaggio
opere genere ambientazione temi linguaggio
Nedda ■ «bozzetto» ■ campagna ■ lotta per la ■ prima ricerca di
1874 siciliana sopravvivenza un’espressione popolare
■ esclusione e sconfitta ■ MA: incertezze espressive,
atteggiamento
compassionevole
dell’autore

Vita dei ■ novelle ■ mondo dei ■ lotta per la ■ ricerca di assoluta


campi contadini sopravvivenza oggettività
1880 siciliani, al ■ vicende primitive, ■ mancanza di ritratti, di
grado più basso violente digressioni, di descrizioni
■ il destino di singoli letterarie
personaggi ■ dialoghi concisi
■ introduzione di un
narratore popolare

I Malavoglia ■ romanzo ■ pescatori ■ la fedeltà alle antiche ■ narrazione filtrata


1881 siciliani tradizioni (l’«ideale attraverso l’ottica degli
semianalfabeti dell’ostrica») abitanti di Aci Trezza
■ l’ingresso del ■ scomparsa dell’autore:
progresso in una «artificio della regressione»
società arcaica ■ discorso indiretto libero
■ la «brama di meglio»
di sconfitta e di
dispersione

Novelle ■ novelle ■ contadini e ■ attenzione rivolta a ■ narrazione «oggettiva»,


rusticane proprietari una società contadina riferita dal punto di vista
1883 siciliani più complessa dei personaggi
■ egoismo, ossessione
della «roba»,
sopraffazione

Per le vie ■ novelle ■ vita popolare di ■ figure ai margini di ■ oggettività verista


1883 una grande città una società industriale ■ MA: resa artistica meno
(Milano) ■ ansia per il denaro felice (manca la «sintassi
■ senso di esclusione paesana»)

Mastro-don ■ romanzo ■ mondo della ■ scalata sociale ed ■ la ricerca di oggettività


Gesualdo campagna, ai economica di un narrativa convive con
1889 vari livelli manovale che diventa l’emergere della
(contadini, ricco soggettività di Gesualdo
borghesi, nobili) ■ solitudine e doppia ■ tecnica del monologo
sconfitta (nella «roba» interiore
e negli affetti) ■ il Verismo si arricchisce:
■ dinamiche sociali verso il moderno romanzo
della Sicilia borbonica psicologico
(dal 1821 al 1848)

118
Sguardi sulla società
La nascita del cinema
■ Auguste (1862-
1954) e Louis-Jean
(1864-1948)
Lumière.

■ L’ingresso di un
cinema a Toronto
(Canada) nel 1908.

■ Una locandina
che pubblicizzava
i primi spettacoli
cinematografici
dei fratelli Lumière.

■ Un’immagine dal
film Viaggio sulla
luna di Georges
Méliès.
Una nuova «arte» l’animazione di una strada. Lo spettaco- la realtà: lo utilizzò infatti per narrare
Il 28 dicembre 1895 i fratelli francesi lo ci lasciò a bocca aperta, stupefatti, delle storie, ambientate secondo mes-
Auguste e Louis-Jean Lumière, fotografi senza parole». sinscene teatrali.
di professione, presentarono a un grup- Al cavallo con il carro seguirono altre Nacquero i primi generi espressivi,
po di amici e possibili finanziatori il loro sequenze, tra cui Il muro, che si abbatte- come le comiche, le scene con trucchi, le
apparecchio, che riproduceva immagini va in una nuvola di polvere, L’arrivo di un attualità ricostruite. Il Voyage dans la lu-
in movimento. Nel gruppo vi era un di- treno alla stazione e altre. ne di Méliès, prototipo del genere «fan-
rettore di teatro, Georges Méliès. Una La nuova «arte» cinematografica in- tastico», risale al 1902; l’anno dopo uscì
ventina d’anni dopo egli rievocò quella contrò un immediato successo di massa: The Great Train Robbery dell’americano
prima, memorabile proiezione: «Mi tro- la gente, sbalordita, faceva la fila per as- Edwin S. Porter. Poco dopo sorse l’astro
vai, con gli altri invitati, di fronte a un sistere agli spettacoli prodigiosi dell’ap- del regista statunitense David Wark Grif-
piccolo schermo […]. Un poco sorpreso, parecchio appena inventato, che pareva fith.
ebbi appena il tempo di dire al mio vici- possedere poteri magici. Tutti loro utilizzavano il montaggio,
no: “Ci hanno scomodato per delle che consente di «legare» le immagini in
proiezioni. Sono dieci anni che le fac- una storia coerente. Ebbe origine così il
cio”. Avevo appena finito la frase, quan- Raccontare storie photoplay, come allora venne chiamato,
do un cavallo che tirava un carro comin- Fu lo stesso Georges Méliès il primo o «dramma cinematografico», erede na-
ciò a muoversi verso di noi, seguito da a fare del cinema un’«arte», e non solo turale del grande romanzo ottocente-
altre carrozze e passanti. Insomma, tutta una tecnica più sofisticata per riprodurre sco.
119
Tra Ottocento e Novecento

L’OPERA STORIA
DI UNA CAPINERA
La prima opera di successo: un romanzo tardoromantico
◗ Il primo romanzo che procurò al giovane Verga notorietà e successo fu Storia di una capinera. Com-
posto nell’estate del 1869, dapprima fu stampato a puntate nel 1870 sul periodico «La ricamatrice»;
quindi venne pubblicato in volume a Milano nel 1871 dall’editore Lampugnani, dopo essere stato ri-
fiutato da Treves.

◗ Nella Lettera-prefazione introduttiva, Francesco Dall’Ongaro (1808-73) definì il romanzo come «let-
tere di una monachella siciliana scritte e scambiate con una sua compagna [...] pagine d’una vita di
dolore e di abnegazione», riprodotte dal narratore «al vivo», con il fine di commuovere e di emozio-
nare. Il libro racconta infatti la drammatica storia dell’impossibile amore tra la diciannovenne Ma-
ria, che la famiglia ha destinato al convento, e il giovane Nino; Maria non riesce a dimenticare il pro-
prio amore e muore perciò di consunzione nel convento dove è stata rinchiusa. La figura della prota-
gonista, che rimane vittima dell’esaltazione amorosa fino alla pazzia e alla morte, ci mette di fron-
te a una storia di passione, dunque, alla maniera di Una peccatrice, a un racconto tipicamente tardo-
romantico.

◗ Al clima del Romanticismo appartiene anche il tema della monacazione forzata, che aveva alle
spalle opere famose come La monaca (1796) di Denis Diderot e I promessi sposi manzoniani per la ce-
leberrima figura della monaca di Monza. Del resto l’abitudine di spingere al convento giovani privi di
vocazione (lo scopo era quello di passare al primogenito l’intero patrimonio indiviso) era ancora mol-
to diffusa nella Sicilia dell’epoca di Verga, malgrado la legge del 1867 che aveva soppresso le corpora-
zioni religiose.

Verga e la «capinera»
◗ Dal romanzo trapelano notevoli riflessi autobiografici. Tra il 1854 e il 1855 la famiglia Verga, lascia-
ta Catania durante un’epidemia di colera, si era ritirata nel suo podere di Vizzini; e qui il quindicenne
Giovanni si era invaghito di una giovanissima educanda, Rosalia, «una creatura soave, una figura
ideale, una bellezza pallida e bruna, un fiore di simpatia», come annoterà Federico De Roberto. Va ag-
giunto che la madre di Verga, Caterina, era stata educata in convento, e che ben due zie dello scrittore
avevano preso i voti.

◗ Tuttavia, oltre il semplice autobiografismo, l’opera rivela una genesi più complessa. Il giovane Verga,
che aveva lasciato la Sicilia per Firenze, in cerca di fortuna letteraria, s’identificava in Maria la «capi-
nera», che d’estate lascia il convento dov’è educata per trascorrere le vacanze in campagna.
Fin dalle prime pagine il romanzo raffigura il contrasto tra la vita chiusa del convento, fatta di tri-
stezza e di mancanza di affetto, e la nuova vita, libera, fatta di affetti e di colori. Maria vive un dolo-
roso dilemma:
• desidera l’aria aperta, il mondo di tutti, dove può essere libera e felice;
• insieme, però, desidera la protezione di un mondo chiuso, che la difenda da quello aperto, di cui ha
anche paura.
Maria in sostanza soffre di claustrofobia (paura del chiuso) ma anche di agorafobia (paura dell’aperto):
all’aperto non sopravvive, al chiuso morirà. È un circolo vizioso: vivere e amare, per lei, è peccato,
ma anche il non sapersi adattare alla propria sorte è una colpa.
Non riuscendo a trovare un equilibrio che le consenta la ribellione o la rassegnazione, non sapendosi
accettare, Maria si «autopunisce»: si ammala e muore.

120
Giovanni Verga

LA TRAMA E LA STRUTTURA

Contesto
◗ Storia di una capinera è un romanzo glia per sfuggire all’epidemia di colera viene rinchiusa definitivamente in
epistolare, genere che aveva conosciu- che incombe su Catania. La vita libera e convento.
to illustri precedenti, da Rousseau a Fo- spensierata all’aria aperta, nell’incanto
scolo. Nel romanzo di Verga la protago- dei boschi e delle campagne, avvicina i ◗ La terza parte si apre, un anno dopo,

Monografia Raccordo
nista Maria scrive all’amica Marianna, due giovani. Nella lettera del 10 novem- con la lettera dell’8 febbraio 1856. Ma-
che i lettori non conosceranno mai; le bre 1854 Maria confida a Marianna di ria sta per fare la promessa dei voti per-
sue lettere coprono un arco di circa due essersi innamorata del giovane Nino; petui, ma è molto malata. Intanto le an-
anni, dal 3 settembre 1854 al 24 settem- ora però vorrebbe ritornare al raccogli- nunciano che la sorella Giuditta spo-
bre 1856. Sono seguite da due lettere mento e al silenzio claustrale. serà Nino. Per il dolore, Maria entra in
senza data e dall’annuncio della morte un delirio quasi folle. Tenta la fuga, ma
di Maria siglato da suor Filomena. ◗ La storia d’amore tra i due giovani senza successo: perciò viene reclusa
prosegue: s’incontrano, si sfiorano, si nella cella delle monache pazze. Lì,
◗ Maria, orfana di madre, trascorre baciano. Nella lettera del 21 novembre l’unica ad avere compassione di lei è
l’estate del 1854 in una tenuta alle pen- Maria è consapevole di essere amata e suor Agnese, ridotta a una sorta di lar-
dici dell’Etna, con il padre e la matrigna, ciò la trasforma: la vita del convento le va umana. In una lettera conclusiva
fuori del convento dove abitualmente sembra adesso soffocante e vuota. suor Filomena rievoca gli ultimi giorni
risiede. Qui ella incontra il giovane Ni- Viene separata a forza dal giovane Ni- di Maria, i commoventi funerali, le sue
no, come lei sfollato assieme alla fami- no; si ammala e, una volta guarita, ultime volontà.

1 C’era un profumo di Satana in me


Storia di una capinera, lettera del 26 agosto 1856
Anno: 1870
Temi: • un amore negato e la passione che esso suscita • la solitudine e la gelosia, fino alla follia

Siamo quasi alla fine dell’infelice storia di Maria, la «capinera». Un giorno, poco dopo esser divenu-
ta monaca per sempre, Maria scopre in maniera fortuita che in una casa vicina al monastero sono
venuti a vivere Nino, il ragazzo di cui era stata innamorata, e la sorella Giuditta, felicemente sposa-
ti. Maria li osserva di nascosto da un terrazzino: li spia nella loro intimità, struggendosi di gelosia e
disperazione. Il precario equilibrio su cui si reggeva la sua psiche va così in frantumi. Nella lettera
all’amica Marianna, il sogno si mescola ormai alla realtà, e la febbre del delirio alimenta il ricordo e
lo strazio di una follia visionaria.

26 agosto
è la dimensione
psicologica Oh, Dio mio! perché mi avete abbandonata!
fondamentale Quello che io provo non ha nome! sentirsi colpevole a tal segno...1 aver tal paura
in cui si muove
il personaggio
del proprio peccato! e non potersene staccare!...
Quella predica!2 quella predica!... sempre quella voce terribile3 nelle orecchie!... 5
Che orrore! Veggo4 l’inferno che mi attende spalancato... mi sento perduta come Sa-
tana nell’immensità dell’abbandono di Dio... e amo sempre il Nino! ho paura dei
demoni, e penso a lui!... oso levare gli occhi supplichevoli verso l’altare e penso a
lui!... ho la testa piena di larve, di fiamme, di visi atroci...5 e sorrido, ardo, con lui!...
lui ch’è il peccato, la tentazione, il demonio!!... 10

1. segno: punto. 3. quella voce terribile: del predicatore. 5. larve... visi atroci: immagini che richia-
2. Quella predica!: l’ha udita in convento. 4. Veggo: vedo. mano l’inferno.

121
Tra Ottocento e Novecento

Senti quel ch’è accaduto, Marianna!6 Ero sul belvedere,7 seduta presso quella cap-
pelletta8 che noi9 ornavamo di ghirlande e fiori: il sole era levato da poco; si udivano
l’idea che i mille rumori delle vie, e il canto degli uccelli; il cielo era azzurro, il mare risplen-
il pensiero sia
un nemico, un dente, spirava un’aria imbalsamata di fragranza che faceva sollevare il mio povero
demonio tentatore, petto tanto malato... io pensava,10 pensava... vedi per quali vie questo demonio ten- 15
è un primo segnale
di squilibrio
tatore che si chiama pensiero s’insinua a tradimento in noi da tutti i pori e s’infigge
mentale ferocemente nel cervello! io pensava al fiorellino che scuoteva le sue perle di rugia-
da, al fumo che si levava dai camini, alla vela che si perdeva negli splendori del ma-
re, al canto che saliva dalla via. Era sogno? non lo so. [...] Poi si udì una carrozza; i
cavalli avevano le sonagliere:11 sai come è allegro il rumore delle sonagliere; ti parla 20
della campagna, del verde dei prati, delle strade polverose, delle siepi fiorite, delle al-
l’inaspettata lodole che saltellano dinanzi ai cavalli. [...]
rivelazione ci mette
davanti a una Tutte quelle cose avevano una parola12 e dicevano: Nino!13 Nino! lo cercavo cogli
trama costruita da occhi intorno a me e lo vidi, lo vidi alla finestra di una casa14 poco lontana... Era lui!
Verga nel modo
più patetico e proprio lui!... coi gomiti appoggiati al davanzale, colla pipa in bocca, e respirava tut- 25
drammatico ta quella festa di un bel mattino. Oh! il mio povero cuore! il mio povero cuore! Mi
parve che altra volta15 mi avessero detto che mia sorella era andata ad abitare una ca-
sa vicino al convento, ma Dio mi aveva fatto la grazia di non farmici pensare... Ora
lo vedevo lì, oh Dio! perché? perché?... che faceva? che pensava?... mi vedeva? no!
no! i suoi occhi erano distratti... eppure avrebbero dovuto vedermi, col mio vestito 30
nero, il mio velo bianco, le braccia distese... Che aveva in cuore quell’uomo? – Qual
amore e odio pianto! qual pianto! Oh Signore! se vi potessi ringraziare per averlo veduto... solo!
s’intrecciano,
nella folle gelosia Oh! Dio mio, non mi fate vedere mia sorella! non mi fate vedere mia sorella!
della monaca Nino! Nino! son qui! son io! non mi vedi? non ti rammenti?16 che hai? che ti ho
fatto?... Oh! la mia testa! Nino! guardami! vedi come son pallida! senti come il pet- 35
to mi duole!... Oh Nino! fammi la carità di guardarmi!...
Egli si è voltato; ho veduto un’ombra dietro di lui... una veste...17 son fuggita per-
ché la ragione mi vacillava!... Dio! Dio! che spasimo! Sono andata a rintanarmi nel-
la mia cella come una belva ferita... Oh! che fiamme! che dolori! La mia testa! la
mia povera testa!... 40

Che giornata! che giornata orribile! Quel fantasma sempre dinanzi agli occhi;
quello spasimo sempre inchiodato nel cuore!
Son quasi pazza. Sento qualche cosa che mi afferra per le carni e mi trascina lassù
sul belvedere... per tornare a vedere quello18 di cui la sola idea mi lacera il cuore... Vor-
rei passarvi tutti i miei giorni e morire là di dolore, cogli occhi fissi su quella finestra. 45
Ho voluto pensare a Dio, e Dio mi è sembrato crudele; ho voluto pensare a quella

6. Marianna: l’amica a cui Maria scrive. 13. Nino: il giovane con cui Maria aveva epistolare ci pone nella condizione, come
7. sul belvedere: un punto panoramico, avuto una relazione. lettori, di sapere tutto di Maria attraverso le
rialzato, all’interno del convento. 14. di una casa: dove abita da poco con sue intime confessioni, mentre non sappia-
8. quella cappelletta: del convento. sua moglie Giuditta, sorella di Maria. mo quasi nulla di ciò che il giovane provi
9. noi: noi monache. 15. altra volta: in una qualche occasione, nei confronti di lei. Maria non può comuni-
10. pensava: pensavo (anche in seguito). che ora non ricorda. care ciò che con certezza egli sente, nei
11. le sonagliere: strisce di cuoio o tela, a 16. non ti rammenti?: Maria intende di- suoi confronti, ma solo frammenti, ipotesi,
forma di collare, fornite di sonagli; avvisa- re: “non ricordi i giorni felici del nostro desideri; non conosciamo per esempio i
vano i passanti del prossimo arrivo della amore?”. motivi che lo turbano fino ad allontanarlo
carrozza. 17. una veste: evidentemente quella della da lei, che egli ha abbandonato al suo desti-
12. Tutte quelle cose... parola: Maria an- sorella. no senza nessuna spiegazione.
tropomorfizza gli oggetti inanimati, cioè 18. quello: Nino. A proposito del personag-
attribuisce loro sentimenti umani. gio di Nino, va considerato che il romanzo

122
Giovanni Verga

predica,19 e mi è sembrata ingiusta. Tutte le furie dell’inferno si dilaniano il mio cuo-


l’esclamazione è

Contesto
rivolta al proprio re... Senti, Marianna!... senti20 la dannata... poiché io voglio perdermi! voglio dan-
cuore, come in narmi!... La notte, quando tutti dormivano, sono andata lassù, sulla terrazza, a piedi
uno sdoppiamento
psicologico: Maria, nudi, premendomi il petto perché le monache non udissero il battito del mio cuore 50
di fatto, non è che aveva paura, il vigliacco! strisciando fra le tenebre come un fantasma. Quel tra-
padrona
di se stessa gitto è durato mezz’ora; mezz’ora di terrori, di ansie, di lotte interne; spaventandomi

Monografia Raccordo
al minimo rumore, trattenendo il respiro ad ogni porta, lasciandomi cadere sfinita
ad ogni scalino... S’egli avesse potuto scorgermi!... Poi, quando son giunta lassù, e
ho visto le stelle sul mio capo... e quella finestra illuminata... ciò che si è passato 55
dentro di me io stessa non saprei dirtelo... Senti!... ti dirò quello che vidi... tu soffri-
rai come me... vorrei che tutti quelli che amo soffrissero... Suonavano21 le undici...
quelle squille22 avevano vibrazioni acute che ferivano come un coltello... le vie erano
un’immagine
da incubo, ancora popolate... c’era gente che passeggiava, che rideva; si sarebbero potuti udire i
o da follia, quella discorsi che si tenevano da quelli che erano più vicini... nel buio si vedeva quella fi- 60
nella quale Maria
sta precipitando
nestra illuminata che mi guardava col suo occhio spalancato... Cento volte ho passa-
to la sera a fantasticare fissando da lungi23 qualche lume che brillava in qualche ca-
mera24 lontana... e tentare d’indovinare tutti gli affetti, tutte le cure,25 tutti quei pic-
coli dispiaceri che alla povera anima mia26 sembrano un’altra delle felicità domesti-
che, i discorsi, le parole che probabilmente si passavano attorno a quel lume solita- 65
rio... Ma quella finestra aveva un riverbero infuocato... non poteva fissarla senza sen-
tirmi ardere tutte le vene... Lui! lui! la sua casa... tutto quello che c’è nella sua casa,
nella sua vita, nel suo affetto, tutte le serenità della pace, tutte le benedizioni della
famiglia.27 Quella camera aveva la tappezzeria a gran fiori azzurri: vicino alla finestra
c’era una poltrona; più in là, su di un tavolino, mille oggetti che non potevo distin- 70
Maria sta vivendo
il ricordo come un guere, ma dei quali alcuni luccicavano al lume della candela... se volessi immaginare
incubo: in esso il tabernacolo, non saprei idearlo altrimenti: ognuno di quei piccoli oggetti avea
sogno e realtà
s’intrecciano e le l’impronta della sua mano; su quella poltrona si era seduto cento volte. Perché era
cose inanimate, deserta quella camera?... sembrava che avesse paura, e ne faceva anche a me... poi si
come la camera,
prendono vita aprì una porta ed entrò una donna... lei!... mia sorella!... mia sorella! com’era bella! 75
poteva toccare ognuno di quegli oggetti, mettersi a sedere su quella seggiola!... Si ac-
costò alla finestra e fece ombra al lume... crudele! crudele!... e si appoggiò al davan-
zale. Pareva che mi guardasse... ebbi paura di quel viso rivolto verso di me e che ri-
maneva nell’ombra... mi celai28 dietro la cappelletta... Come tremavo! come batteva
il mio cuore! Poco dopo ella si ritirò bruscamente; e andò ad aprire la porta per la 80
la tortura consiste quale29 era entrata... Era lui!30 lui!... le prese la mano... la baciò sulle labbra... Dio!
nel vedere i segni Dio! Dio!... fatemi morire!... anche maledetta!31
della felicità altrui
mentre si è Tu non puoi sapere quello che ci sia di ebbrezza, di rabbiosa voluttà nell’imporsi
consapevoli della un’atroce tortura... si divora sé stessi poiché non si può divorar altri... io ho visto
propria infelicità
quell’uomo abbracciare quella donna... quell’uomo, Nino! lei, mia sorella! li ho vi- 85
sti sedersi accanto, parlarsi tenendosi per le mani, sorridersi, rubarsi i baci a vicen-

19. quella predica: E nota 2. non identificate; ma ora è il lume di Nino 27. tutte le benedizioni della famiglia:
20. senti: ascolta, cioè leggi (anche in se- che Maria scorge, è la sua casa. All’epoca che a lei sono negate.
guito). nelle case non esisteva illuminazione elet- 28. celai: nascosi.
21. Suonavano: dal campanile vicino. trica. 29. per la quale: attraverso la quale.
22. squille: rintocchi di campana. 25. cure: ansie, preoccupazioni. 30. Era lui!: arguiamo che Nino è entrato.
23. lungi: lontano. 26. povera anima mia: di reclusa, di pri- 31. anche maledetta!: anche se andrò al-
24. qualche lume... camera: di altre case, gioniera. l’inferno.

123
Tra Ottocento e Novecento

da... ho indovinato tutte quelle dolci parole che si dicevano, ho visto, per un miraco-
lo di intuizione, i più piccoli moti della sua32 fisionomia, quello che c’era nei suoi
occhi; nessuno ha potuto vedere quello che ho io visto... i miei occhi asciutti si dila-
tavano; il mio cuore non batteva più; c’era un profumo di Satana in me... E questo 90
spettacolo è durato quasi un’ora! Un’ora là, a piedi nudi, arsa di febbre, tremante di
ribrezzo, respirando l’angoscia, le furie a pieni polmoni... Mi sono imposta questa
dunque si è tolta terribile gioia, questa gioia che ha denti di fiamma come lo spasimo, per vederlo... e
il velo che copre sono andata là tutte le sere, con quel pericolo, quella febbre, quel delirio... l’ho vi-
il capo delle
monache: è un
sto!... che monta33 il come? l’ho visto! Ho passato i giorni sulla terrazza con un sole 95
nuovo segno di ardente che mi dardeggiava sul capo nudo, piena la mente di bagliori, di smarrimen-
perdita d’identità
ti, di vertigini, e gli occhi di fiamme, e il corpo arso di febbre, per vederlo un solo
istante passare da una stanza all’altra e nulla più!
Ah! se il dolore uccidesse!!...

G. Verga, Storia di una capinera, in Tutti i romanzi, a cura di E. Ghidetti, Sansoni, Firenze 1983

32. sua: di Nino.


33. monta: importa.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ All’inizio della lettera, Maria raffigura la tersa giornata ■ La descrizione che la protagonista fa del mondo esterno
primaverile in cui riassapora come un tempo la gioia della non è certo «oggettiva», ma si colora di toni soggettivi: una
natura e della libertà. Si succedono immagini di semplice fe- profusione di aggettivi, avverbi, esclamazioni avvicina la pro-
licità, quella che a lei, rinchiusa nel convento, è ormai preclu- sa del primo Verga alla letteratura melodrammatica tan-
sa: la vastità del paesaggio, tra sole, cielo e mare, il fiorellino, to in voga al tempo. Lo scrittore ricorre a uno stile «acceso»,
le sonagliere dei cavalli, tutto sembra, per antitesi, parlare del trapunto di immagini forti, di antitesi, di espressioni liricheg-
mondo felice da cui Maria è esclusa. gianti e termini cruenti (qualche cosa che mi afferra per le
La visione è soggettiva e intima: il ricordo dei fatti reali si carni; quelle squille avevano vibrazioni acute che ferivano co-
mescola ai «pensieri» di Maria (io pensava, pensava...). Nella me un coltello) o pervaso da intenso patetismo (come bat-
febbre visionaria della ragazza ogni cosa sembra personifi- teva il mio cuore!; respirando l’angoscia).
carsi in un individuo, un volto preciso: Tutte quelle cose ave-
vano una parola e dicevano: Nino! Nino! (r. 23). LAVORIAMO SUL TESTO
■ Nella seconda sequenza Maria s’imbatte in una visione 1. In quale punto del romanzo si colloca il brano? Vi sono,
inattesa, quella di Nino e della sorella Giuditta, divenuta sua in esso, riferimenti all’antefatto utili a ricostruire almeno in
sposa, che Maria sorprende nell’intimità della loro casa. parte la vicenda? Se sì, individuali nel testo.
L’imprevista rivelazione scava dentro l’animo di Maria co- 2. Quali personaggi agiscono nel testo e quali altri sono
me una trivella. La giovane suora, di notte, quando tutti dor- solo nominati?
mivano, si reca lassù, sulla terrazza, a piedi nudi, con il cuore 3. Maria è una suora e appare, qui, come divorata dal sen-
in tumulto, strisciando al buio come un fantasma. Attraverso so del peccato. Da che cosa esso è motivato? In quali punti
una finestra illuminata spia le effusioni amorose di Nino e di del testo si esprime?
sua moglie: Ah! se il dolore uccidesse!!... 4. Nel passo sono frequenti esclamazioni e domande. Rin-
■ Man mano che lo sguardo si addentra nella casa, si preci- tracciale nel testo. A tuo giudizio, quale funzione svolgono?
sano i particolari, la tappezzeria a gran fiori azzurri, la pol- 5. Che cosa suggerisce la ragione a Maria e che cosa, in-
trona vicina alla finestra ecc. La situazione è avvolta dal- vece, la spingerebbero a fare i suoi sentimenti? Motiva la ri-
l’ambiguità: c’era un profumo di Satana in me, scrive Ma- sposta.
ria; il tavolino dell’ex fidanzato le appare un tabernacolo. La 6. Dove si svolge la vicenda riferita da Maria? Distingui
coscienza del peccato (scrive Maria: io voglio perdermi! vo- nella risposta i luoghi in cui la ragazza si trova dai luoghi in
glio dannarmi!...) avvolge la scena: nel testo ricorrono imma- cui accade ciò che racconta.
gini cruente, attinte dall’immaginario popolare dell’inferno e Ora rifletti: quale conseguenza psicologica deriva da tale di-
delle sue pene (le furie; denti di fiamma ecc.). stanza?

124
Giovanni Verga

L’OPERA NEDDA

Contesto
Testi
• Nedda e Jannu

La novità del «bozzetto siciliano»

Monografia Raccordo
◗ Il «bozzetto siciliano» che inaugura la stagione verista di Verga nacque quasi occasionalmente, senza
essere stato concepito sulla base di specifiche riflessioni su tecniche narrative. Fu pubblicato per la prima
volta sulla «Rivista italiana di scienze, lettere e arti» il 15 giugno 1874, e quindi in volumetto autonomo
dall’editore Brigola alla fine di quell’anno, ottenendo un successo che neppure l’autore si attendeva.

◗ In realtà Nedda segnava, per Verga e per la narrativa italiana nel suo complesso, un’autentica rivo-
luzione letteraria, per quanto silenziosa e – in un primo momento – passata inosservata. Come scris-
se il critico Luigi Russo, con Nedda «cambia la visione della vita, cambia anche il contenuto della nuo-
va arte: non più duelli, non più amori raffinati di artisti e ballerine [come in Eva, n.d.r.], ma passioni
semplici, tragedie silenziose e modeste di povere contadine; guerre sanguinose di uomini primitivi,
che chiudono in petto un vigoroso senso dell’onore e una barbara violenza di passioni. La vita è dove
pulsa un cuore e soffrono dei corpi sotto il peso ingiusto delle fatiche, più schietta che non dove batto-
no polsi febbrili di un amore di moda o di società».

Disgrazia e ingiustizia: il pessimismo verghiano


◗ L’attenzione del lettore si concentra soprattutto sulla figura di Nedda «la varannisa» (così chiamata
perché viene dal borgo di Viagrande): la prima di una lunga galleria di umili protagonisti verghiani, co-
stretti dalla propria misera nascita a una vita di stenti e ai quali neppure l’amore riesce a dare più che
un barlume di speranza. La storia dell’umile raccoglitrice di olive s’inserisce in un più vasto sfondo
sociale – le campagne siciliane dopo l’Unità d’Italia – che contiene in sé i germi dell’indignazione e
della denuncia da parte dell’autore.

◗ Nedda, che Verga colloca «raggomitolata sull’ultimo gradino della scala umana», è la povertà perso-
nificata; «dei suoi fratelli in Eva – dice lo scrittore – bastava che le rimanesse quel tanto che occorreva
per comprenderne gli ordini e per prestar loro i più umili, i più duri servigi». La sua figura e la sua sto-
ria diventano la personificazione del pessimismo verghiano. La sorte infierisce con particolare cru-
deltà su di lei, eppure le sue sventure non sono casuali o immotivate: nascono, piuttosto, da una radi-
cale e profonda ingiustizia di partenza, alla quale peraltro Nedda è talmente assuefatta che ogni nuo-
vo colpo del destino riesce soltanto a dilatare i margini della sua sofferenza: «Il cuore ebbe un’altra
strizzatina, come una spugna non spremuta abbastanza, nulla più».

LA TRAMA

◗ Nel prologo, parlando in prima perso- di Bastianedda). Alle domande delle Dopo averla seppellita, Nedda accetta
na, Verga narra come un giorno, stando- compagne, la fanciulla, umile, povera e una nuova occupazione ad Aci Catena.
sene pigramente dinanzi al caminetto timida, narra della sua miseria e della
con il fuoco acceso, mentre fantasticava madre gravemente malata. Alla fine ◗ Il lavoro è ora più redditizio e consen-
oscillando fra sogni e ricordi, fosse rie- della settimana, con i pochi soldi della te alla ragazza maggiore serenità; Janu
mersa nel pensiero un’altra fiamma, da paga, Nedda parte per ritornare a casa. le regala un fazzoletto di seta lucente e,
lui vista ardere un giorno nel camino del- dopo pochi incontri, le chiede di spo-
la fattoria del Pino alle pendici dell’Etna. ◗ Lungo il faticoso cammino, Nedda in- sarlo. Fra i due giovani nasce un rap-
contra Janu, un giovane del suo paese porto passionale e gioioso, ma esso
◗ Intorno a quella fiamma, così ridestata che è stato a lavorare a Catania. Giunta non porta alla felicità. Nedda infatti mo-
nel ricordo, sono ad asciugarsi una ven- a casa, trova la madre quasi agonizzan- stra presto i segni infamanti di una gra-
tina di ragazze, raccoglitrici di olive, fra- te: a nulla servono l’intervento del medi- vidanza prematrimoniale; Janu si am-
dice di pioggia. Una sola tra loro resta co e l’estrema medicina procurata dallo mala di malaria e tuttavia, per affrettare
solitaria in disparte, Nedda (diminutivo zio Giovanni. L’anziana donna muore. le nozze, non rinuncia a lavorare. Cade

125
Tra Ottocento e Novecento

però da un ulivo e viene consegnato re anche la figlioletta «rachitica e sten- zione del vivere maturata da Nedda:
morente a Nedda. ta» che ha avuto da Janu e che Nedda «Oh! benedette voi che siete morte! [...]
aveva accolto come illusione di un Oh benedetta voi, Vergine Santa! che
◗ La fanciulla rimane sola: abbandona- conforto. La battuta che conclude la no- mi avete tolto la mia creatura per non
ta, disprezzata, sfruttata; presto le muo- vella riassume il significato della conce- farla soffrire come me!».

2 Nedda «la varannisa»


Nedda
Anno: 1874
Temi: • degradazione e miseria nell’ambiente di lavoro • il ritratto dell’umile protagonista del
racconto

Leggiamo l’inizio del «bozzetto siciliano», equivalente a quasi un terzo dell’intera novella; Verga
presenta l’umile protagonista nel suo ambiente di lavoro.

Verga parla qui Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascerei un
in prima persona, abito,1 abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e
utilizzando ancora
linguaggio di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggia-
e immagini no come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare2 capric-
del Romanticismo
ciosamente del pari3 i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svo- 5
lazza vagabondo senza di voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra
insaputa come dei soffi, di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col si-
garo semispento, cogli occhi socchiusi, le molle4 fuggendovi dalle dita allentate, ve-
dete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sen-
tirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute; provate, sorridendo, l’effetto 10
di mille sensazioni che farebbero incanutire5 i vostri capelli e solcherebbero di rughe
questa presenza la vostra fronte, senza muovere un dito, o fare un passo.
molto forte
dell’io dell’autore E in una di coteste peregrinazioni vagabonde6 dello spirito la fiamma che scop-
è l’opposto piettava, troppo vicina forse, mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo
dell’impersonalità
propria del
visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna. Piove- 15
Naturalismo va, e il vento urlava incollerito; le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del
podere, facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le alle-
gre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano;
le altre ciarlavano7 della raccolta delle olive, che era stata cattiva, dei matrimoni della
parrocchia, o della pioggia che rubava loro il pane di bocca. La vecchia castalda8 fila- 20
va, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla;9 il
grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le

1. come vi lascerei un abito: cioè abban- 4. le molle: gli attrezzi del camino per 8. castalda: vocabolo dotto, che indica la
dona il corpo ed entra in un’altra dimen- spostare la legna e attizzare il fuoco. moglie del fattore, o meglio, del massaro
sione, in cui i pensieri svolazzano vagabon- 5. incanutire: imbiancare. siciliano, il capo di una casa colonica, di
di (come si legge poco oltre). 6. peregrinazioni vagabonde: vagabon- una masseria, il cui proprietario è un pa-
2. errare: vagare qua e là. daggi. drone che, generalmente, vive in città.
3. del pari: allo stesso modo. 7. ciarlavano: chiacchieravano. 9. per nulla: inutilmente.

126
Giovanni Verga

orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra,

Contesto
il pecoraio si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe,10 e le
ragazze incominciarono a saltare sull’ammattonato11 sconnesso della vasta cucina 25
affumicata, mentre il cane brontolava per paura che gli pestassero la coda. I cenci
svolazzavano allegramente, e le fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando
gli aggettivi
in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono

Monografia Raccordo
denotano stanche, venne la volta delle canzonette: – Nedda! Nedda la varannisa! – esclamarono
una forma di parecchie. – Dove s’è cacciata la varannisa?12 30
compassione, da
parte dell’autore, – Son qua – rispose una voce breve dall’angolo più buio, dove s’era accoccolata
nei confronti della una ragazza su di un fascio di legna.
protagonista che
sta per presentare – O che fai tu costà?13
– Nulla.
– Perché non hai ballato? 35

– Perché son stanca.


– Cantaci una delle tue belle canzonette.
– No, non voglio cantare.
– Che hai?
– Nulla. 40

– Ha la mamma che sta per morire, – rispose una delle sue compagne, come se
avesse detto che aveva male ai denti.
La ragazza, che teneva il mento sui ginocchi, alzò su quella che aveva parlato certi
occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza
aprir bocca, sui suoi piedi nudi. 45

Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte
in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero: – O allora per-
tutta la narrativa
verista di Verga ché hai lasciato tua madre?
mette al centro – Per trovar del lavoro.
la dura necessità
economica
– Di dove sei? 50

– Di Viagrande, ma sto a Ravanusa –.


Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che doveva sposare il terzo figlio di
massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d’oro al collo, le disse volgendole
le spalle: – Eh! non è lontano! la cattiva nuova dovrebbe recartela proprio l’uccello –.
Nedda le lanciò dietro un’occhiata simile a quella che il cane accovacciato dinanzi 55
al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda.
– No! lo zio Giovanni14 sarebbe venuto a chiamarmi! – esclamò come risponden-
do a se stessa.
– Chi è lo zio Giovanni?
– È lo zio Giovanni di Ravanusa; lo chiamano tutti così. 60

– Bisognava farsi imprestare qualche cosa dallo zio Giovanni, e non lasciare tua
madre, – disse un’altra.
– Lo zio Giovanni non è ricco, e gli dobbiamo diggià dieci lire! E il medico? e le

10. pizzicava le gambe: faceva venir vo- Piero Nardi, Va in Siciliano è “via”, e ranni che si usano in Sicilia per indicare cono-
glia di muoversi, di ballare. sta per “grande”). scenti, e non necessariamente parenti.
11. ammattonato: pavimento rustico, fat- 13. O che fai tu costà?: la battuta risulta Questo «zio» Giovanni è un vicino caritate-
to di mattoni. stonata, per l’intonazione tipicamente to- vole.
12. varannisa: Nedda è del paese di Via- scana.
grande, in dialetto Varanni (come spiega 14. zio Giovanni: zio e zia sono appellativi

127
Tra Ottocento e Novecento

medicine? e il pane di ogni giorno? Ah! si fa presto a dire! – aggiunse Nedda scrollan-
espressione do la testa, e lasciando trapelare per la prima volta un’intonazione più dolente nella 65
dell’uso toscano,
quindi letteraria e voce rude e quasi selvaggia: – ma a veder tramontare il sole dall’uscio, pensando che
non intonata non c’è pane nell’armadio, né olio nella lucerna, né lavoro per l’indomani, la è una
all’ambiente
siciliano del
cosa assai amara, quando si ha una povera vecchia inferma, là su quel lettuccio! –
racconto E scuoteva sempre il capo dopo aver taciuto, senza guardar nessuno, con occhi ari-
di, asciutti, che tradivano tale inconscio dolore, quale gli occhi più abituati alle lagri- 70
me non saprebbero esprimere.
– Le vostre scodelle, ragazze! – gridò la castalda scoperchiando la pentola in aria
Nedda finora è trionfale.
stata descritta solo
attraverso i suoi Tutte si affollarono attorno al focolare, ove la castalda distribuiva con paziente par-
sguardi e la sua simonia le mestolate di fave. Nedda aspettava ultima, colla sua scodelletta sotto il 75
voce; ora appare
in piena luce: il suo
braccio. Finalmente ci fu posto anche per lei, e la fiamma l’illuminò tutta.
ritratto comincia Era una ragazza bruna, vestita miseramente; aveva quell’attitudine15 timida e ruvi-
propriamente
adesso
da che danno la miseria e l’isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fa-
tiche non ne avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della
donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, ap- 80
pena annodati con dello spago; aveva denti bianchi come avorio, e una certa grosso-
lana avvenenza16 di lineamenti che rendeva attraente il suo sorriso. Gli occhi erano
neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino, quali li avrebbe invidiati una regina a
gli occhi rivelano quella povera figliuola raggomitolata sull’ultimo gradino della scala umana, se non
la rassegnazione, fossero stati offuscati dall’ombrosa timidezza della miseria, o non fossero sembrati 85
l’impotenza e
l’accettazione per
stupidi per una triste e continua rassegnazione. Le sue membra schiacciate da pesi
inerzia della enormi, o sviluppate violentemente da sforzi penosi, erano diventate grossolane,
propria infelicità
senza esser robuste. Ella faceva da manovale,17 quando non aveva da trasportare sas-
si nei terreni che si andavano dissodando;18 o portava dei carichi in città per conto
altrui, o faceva di quegli altri lavori più duri che da quelle parti stimansi inferiori al 90
còmpito dell’uomo. La vendemmia, la messe,19 la ricolta20 delle olive per lei erano
delle feste, dei giorni di baldoria, un passatempo, anziché una fatica. È vero bensì
che fruttavano appena la metà di una buona giornata estiva da manovale, la quale
dava 13 bravi soldi! I cenci sovrapposti in forma di vesti rendevano grottesca21 quel-
la che avrebbe dovuto essere la delicata bellezza muliebre.22 L’immaginazione più vi- 95
vace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad un’aspra fatica di tutti
i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi
abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spi-
la sintesi offerta ne, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli. Nessuno avrebbe potuto di-
dal narratore è
fin troppo esplicita re quanti anni avesse cotesta creatura umana; la miseria l’aveva schiacciata da bambi- 100
e didascalica na con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l’anima e l’intelligenza.
– Così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia. – E
dei suoi fratelli in Eva23 bastava che le rimanesse quel tanto che occorreva per com-
prenderne gli ordini, e per prestar loro i più umili, i più duri servigi.

15. attitudine: atteggiamento. 18. dissodando: preparando, ripulendo 21. grottesca: ridicola perché strana o
16. avvenenza: bellezza. perché potessero essere coltivati. deforme.
17. manovale: operaio generico, addetto a 19. messe: voce dotta per «mietitura». 22. muliebre: femminile.
lavori di fatica, soprattutto nelle imprese di 20. ricolta: raccolta, qui secondo grafìa 23. fratelli in Eva: gli uomini, secondo
costruzioni. ormai disusata. un’espressione biblica.

128
Giovanni Verga

Nedda sporse la sua scodella, e la castalda ci versò quello che rimaneva di fave nel- 105

Contesto
la pentola, e non era molto!
– Perché vieni sempre l’ultima?24 Non sai che gli ultimi hanno quel che avanza? –
le disse a mo’ di compenso la castalda.

G. Verga, Vita dei campi, a cura di C. Riccardi, Le Monnier, Firenze 1987

Monografia Raccordo
24. l’ultima: per ultima.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ Rispetto alla precedente produzione verghiana, le novità tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l’anima
recate da Nedda sono evidenti, perché riguardano contem- e l’intelligenza).
poraneamente: ■ Il ritratto di Nedda non è dunque una descrizione «neutra».
• il genere: dal romanzo si passa alla novella; Esprimendo il proprio giudizio, che è di pietà per l’essere
• l’ambientazione: dallo sfondo mondano e cittadino si umano di umile condizione, il narratore invita chi legge a un
passa alla campagna, con una degradazione sociale ed eco- rapporto di «complicità» con lui: il lettore può e deve porsi
nomica dei personaggi; sullo stesso livello di chi narra, provandone gli stessi senti-
• il tono psicologico: dal sentimentalismo romantico si menti. Si tratta, a ben guardare, di un atteggiamento an-
passa al giudizio morale; cora paternalistico, in cui Verga si trova, suo malgrado, in-
• l’atteggiamento complessivo dello scrittore; il racconto è vischiato. Per uscirne, dovrà dopo Nedda sperimentare una
infatti presentato, nel prologo, come una «favola», come una ben diversa ricerca di «oggettività».
«fantasticheria», di cui pure si garantisce la veridicità.
L’insieme di queste novità consente a Verga di esplorare una LAVORIAMO SUL TESTO
soluzione letteraria ben diversa da Eros e Tigre reale, opere 1. Quando è stato scritto il bozzetto di Nedda? Perché si
contemporanee a Nedda: egli approda a un racconto di ta- tratta di un testo di fondamentale importanza nella produ-
glio insieme realistico e didascalico, certo ancora ingenuo e zione di Verga?
imperfetto, ma che lascia intuire strade della scelta letteraria 2. Cosa differenzia questo racconto dalle precedenti opere
che sta intraprendendo. verghiane?
■ Nella premessa l’autore presenta il racconto come un 3. Quali elementi rendono Nedda un tipico «bozzetto sici-
riaffiorare di un ricordo del passato. Verga, parlando in pri- liano»?
ma persona, ricorda che un giorno se ne stava pigramente 4. Riassumi con le tue parole i caratteri salienti della prota-
dinanzi al caminetto con il fuoco acceso; e mentre il suo gonista, dal punto di vista sia fisico sia psicologico (max 15
spirito era in bilico fra i sogni e i ricordi, riemerge nel pen- righe).
siero un’altra fiamma, che egli aveva già visto ardere nel- 5. Sottolinea nel testo tutti gli elementi da cui emergono gli
l’immenso focolare della fattoria del Pino alle pendici del- interventi, espliciti o impliciti, da parte dell’autore. Ora rifletti:
l’Etna. sono tanti, pochi o nessuno?
■ Si passa quindi al ritratto dell’ambiente, sullo sfondo 6. Ti sembra che Nedda sia integrata con le compagne di
del quale si svolgeranno le vicende, e in particolare tra le lavoro oppure no? Rispondi con opportuni riferimenti al testo.
venti o trenta donne che lì si riparano dal vento e dall’acqua, 7. Così come viene presentata dal narratore, la protagoni-
una sera, dopo il lavoro, in attesa dell’umile cena. sta Nedda incarna
■ Infine viene delineato l’ampio ritratto della protagoni- a il tipo di un essere umano raggomitolato sull’ultimo gra-

sta. Il lungo paragrafo descrittivo (Era una ragazza bruna, dino della scala umana, tranne che per gli occhi
vestita miseramente...) rappresenta anche i particolari fisi- b una sorta di regina, ma purtroppo le circostanze le dan-

ci del personaggio, ma accompagnandoli con considerazioni no un aspetto esteriore ben diverso


di natura sociologica. Presentare Nedda come un essere ai c una sorta di regina, come gli occhi della ragazza eviden-

limiti del subumano sarebbe una pura crudeltà, da parte di ziano


Verga, se egli non avesse attribuito esplicitamente la ragione d una povera creatura ai limiti della condizione umana, co-

di tale degrado alle condizioni di vita imposte dal misero con- me gli occhi rivelano apertamente.
testo sociale (la miseria l’aveva schiacciata da bambina con Scegli la risposta corretta e motivala.

129
Tra Ottocento e Novecento

La parola al critico
Verga tra vecchio e nuovo
Ecco su Nedda le pungenti osservazioni di Luigi Russo (1892-1961), uno dei maggiori studiosi di Verga. Il criti-
co sottolinea da una parte l’interesse di Verga per un soggetto così nuovo, dall’altra i limiti della sua arte alle pre-
se con l’argomento del «bozzetto siciliano». Ma è proprio nei dialoghi di Nedda che si può cogliere, secondo il criti-
co, il valore delle novità artistiche che porteranno Verga a maturare un «nuovo metodo».

Un artificio di impacciato narratore è l’esordio, con quella digressione sul caminetto: quelle
pagine sono come una confidenza d’autore ad un amico, interessanti per la genesi psicologi-
ca del racconto, ma estranee alla sostanza artistica del racconto stesso. Assai prolisso, e con-
dotto alla maniera manzoniana, è il ritratto di Nedda: “Era una ragazza bruna”, che continua
per due buone pagine: Verga non è un ritrattista, ché il ritratto richiede qualità d’arte, ma ap-
poggiate a un fondo critico. Egli è piuttosto il poeta della melodia e della macchia.1 Ma il di-
fetto di questo ritratto si giustifica e procede da una certa distanza di affetti, con cui egli viene
raccontando le vicende della protagonista: l’artista è ancora un uomo di un’altra società, che
si interessa alla vita dei poveri diavoli, e vuole come vederli in posa, per farne la pittura com-
pleta. E la sua pietà per Nedda è ancora più filantropia2 che umanità: perdura in lui ancora
uno stato d’animo polemico, contro l’ipocrisia sociale, contro il rigorismo farisaico.3 “Lo zio
Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carità indulgente e riparatrice
senza la quale la morale del curato è ingiusta e sterile, e le impedì di morir di fame.” E, par-
lando della bambina che Nedda ha voluto tener con sé, pur tra gli stenti, per non gettarla alla
Ruota,4 lo scrittore annota: “Le comari la chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita,
e perché non era snaturata”. Nedda qui è difesa, non rappresentata, che è quello soltanto che
noi vogliamo da un artista [...].
Anche la descrizione di tutte quelle raccoglitrici di ulive ha l’andamento di una delle descri-
zioni care a Tommaso Grossi e agli altri manzoniani; e si distingue per un guizzo di una uma-
nità più risentita, umanità polemicamente equa, e in cui tutti sono passati in rassegna, le ra-
gazze, la castalda, il pecoraio che si mette a suonare certa arietta montanina che pizzicava le
gambe, e il cane stesso che brontolava per timore che gli pestassero la coda. Tutti raffigurati
con una equità che è una forma di giustizia incontrovertibile: “Pioveva, e il vento urlava in-
collerito; le venti e trenta donne ecc.”, e giù per una pagina e mezzo.
Il Verga abbandonerà presto questi modi di raccontare, e già in questo racconto stesso5
scoppia la rivoluzione del suo nuovo metodo. O c’è il dialogo diretto, piegato a una inflessio-
ne che è un commento interno di chi parla e dell’artista che trascrive per lui; o c’è il dialogo
raccontato, in cui lo scrittore, con l’aria di riassumere, presenta in iscorcio i sentimenti dei
personaggi mescolandoli a qualche rapida didascalia.
L. Russo, Giovanni Verga, Laterza, Roma-Bari 1995

1. il poeta della melodia e della mac- senso generico. uso nei conventi di suore, per passarvi cibi
chia: cioè la sua arte risalta quando ri- 3. rigorismo farisaico: i giudizi morali di o altri oggetti. I trovatelli venivano deposi-
produce sulla pagina le battute di dialogo chi (come il curato ricordato poco sotto) tati in uno degli scompartimenti, e poi era-
come una melodia corale, o quando si disinteressa delle concrete condizioni no ritrovati dalle suore e rimaneva ignota la
esprime i forti chiaroscuri (la macchia) di dei poveri. madre» (L. Russo).
passioni violente e primitive. 4. Ruota: «una specie di gabbione, girevole 5. in questo racconto stesso: cioè in
2. filantropia: amore per gli altri, ma in su un perno, nella apertura di un muro, in Nedda.

130
Giovanni Verga

L’OPERA VITA DEI CAMPI

Contesto
L’origine della raccolta

Monografia Raccordo
◗ Il successo di Nedda (giugno 1874) suscitò richieste di altri racconti da parte degli editori. Già a partire
dal luglio del 1874 Verga, ritornato da Milano in Sicilia per la stagione estiva e attirato dalla possibilità di
facili e immediati guadagni, scrisse varie novelle, destinate a formare una successiva raccolta, che uscì
nell’autunno del 1876 (stampato da Brigola di Milano) con il titolo Primavera e altri racconti.
In seguito, l’autore passò a lavorare su due progetti contemporaneamente: i racconti destinati al nuo-
vo volume, Vita dei campi, e il romanzo I Malavoglia.

◗ I racconti furono composti tra l’agosto del 1878 e il luglio del 1880 e uscirono, prima che in volume,
su diverse riviste e periodici: sul «Fanfulla della Domenica» apparvero Fantasticheria, Cavalleria rusticana,
Guerra di santi e Pentolaccia; sul «Fanfulla» Rosso Malpelo; sulla «Fronda» Jeli il pastore (in una redazione
abbreviata rispetto a quella definitiva); sulla «Rivista nuova di scienze, lettere e arti» La Lupa; sulla «Rivi-
sta minima» L’amante di Gramigna (con il titolo L’amante di Raja). Infine le otto novelle vennero raccolte
con il titolo complessivo di Vita dei campi e stampate dall’editore Emilio Treves di Milano nel 1880.

◗ L’ambientazione è posta nel mondo siciliano: proseguendo sulla falsariga di Nedda, Verga assume
definitivamente quale argomento della propria narrativa i ceti sociali più bassi. Influirono su di lui sia
l’opera di Émile Zola sia gli spunti di riflessione forniti dall’Inchiesta in Sicilia di Leopoldo Franchetti e
Sidney Sonnino (1876), in cui si documentavano le durissime condizioni di sfruttamento delle popola-
zioni siciliane.

Il primo capolavoro del Verismo verghiano


◗ Vita dei campi riscosse interesse e apprezzamento, anche grazie a una lusinghiera recensione di
Luigi Capuana sul «Corriere della Sera» (20-21 settembre 1880). Del resto l’opera si presentava molto
compatta e omogenea, anche perché Verga aveva sottoposto le novelle (dopo la prima stampa in rivi-
sta) a una severa revisione lessicale, così da eliminare le imprecisioni o gli eccessi di letterarietà. Fu
un lavoro di concentrazione espressiva grazie a cui sentimenti e giudizi finivano «oggettivati» nella
cruda evidenza dei «fatti», secondo la poetica del Verismo. L’attenzione del narratore oscilla fra alcuni
elementi tipici della vita siciliana e i lati oscuri della psicologia umana.

◗ Il primo testo, Fantasticheria, che narra il ritorno dell’autore in Sicilia e il suo desiderio di raccontare
la vita che si svolge tra la povera gente, ha un valore di prefazione o premessa ai testi seguenti.

◗ Cinque novelle ruotano intorno al motivo dell’amore-passione e presentano tutte una contrapposi-
zione di due personaggi principali e una conclusione drammatica o violenta:
• in Jeli il pastore un ingenuo e semplice guardiano di bestiame, dopo aver scoperto che la moglie è
stata sedotta da un amante, con «primitiva» spontaneità si vendica tagliando la gola al rivale;
• in Cavalleria rusticana Alfio sfida a duello e uccide Turiddu, poiché questi ha osato riaccostarsi a Lo-
la, ora sua moglie ma già amante dello stesso Turiddu;
• in La Lupa la protagonista è una donna di grande fascino, la quale non teme di concedersi a diversi
spasimanti, fino a che il genero, per liberarsi dal suo malefico carisma, la uccide;
• analogamente, in L’amante di Gramigna la giovane Peppa si trasforma in «lupa», assecondando
l’istinto che la porta ad amare un bandito (Gramigna, così chiamato dal nome di un’erbaccia) e a se-
guirlo anche dopo la cattura e la prigionia;
• infine, Pentolaccia narra la storia di un marito cieco, che, vittima dei tradimenti della moglie, uccide
il rivale per liberarsi dell’onta e della vergogna.

◗ Dei due racconti rimanenti, Rosso Malpelo ha per protagonista un singolo personaggio, un povero
Testi
minatore che si perde nella miniera per inseguire il fantasma del padre defunto; l’altro, Guerra dei
• Rosso Malpelo
santi, ha invece come protagonista un intero paese, coinvolto nei conflitti fra bande rivali.
131
Tra Ottocento e Novecento

3 Lettera-prefazione
a L’amante di Gramigna
Vita dei campi
Anno: 1880
Temi: • lo sforzo della letteratura di aderire alla realtà • l’opportunità che la scrittura letteraria
sia impersonale • l’attenzione costante alle dinamiche psicologiche

Il breve testo, che apre la novella L’amante di Gramigna, si presenta come una lettera indirizzata
all’amico Salvatore Farina: quest’ultimo era il direttore della «Rivista minima», il periodico sul quale
nel febbraio del 1880 la novella fu pubblicata, con il titolo originario di L’amante di Raja. Siamo di
fronte alla pagina di poetica più concentrata e rivelatrice dell’intera produzione di Verga, il primo
«manifesto» teorico del suo Verismo.

A Salvatore Farina.
Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l’abbozzo di un racconto.1 Esso almeno
è il presupposto del
nuovo linguaggio avrà il merito di essere brevissimo, e di esser storico – un documento umano,2 come
veristico: lo stile dicono oggi – interessante forse per te, e per tutti coloro che studiano nel gran libro
non proviene
dall’autore; è del cuore.3 Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei campi, press’a po- 5
(o deve sembrare) co colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu vera-
costruito e parlato
dai personaggi
mente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto,4 senza stare a cer-
carlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano
farà pensare sempre; avrà sempre l’efficacia dell’essere stato,5 delle lagrime vere, delle
febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne.6 Il misterioso processo per 10
non l’argomento,
ma il «metodo» cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino
di approccio, sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contradditori, costituirà per
il più possibile
«scientifico», lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma
distingue il Verismo l’argomento di un racconto, e che l’analisi moderna si studia di seguire con scrupolo
dalla precedente
letteratura
scientifico. Di questo che ti narro oggi, ti dirò soltanto il punto di partenza e quello 15
d’arrivo;7 e per te basterà, – e un giorno forse basterà per tutti.8
Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti gloriosi,9
con metodo diverso, più minuzioso e più intimo.10 Sacrifichiamo volentieri l’effetto
della catastrofe, allo sviluppo logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la ca-
tastrofe11 resa meno impreveduta,12 meno drammatica forse, ma non meno fatale. 20
1. l’abbozzo di un racconto: la novella le, effettivamente avvenuto, è più persuasi- 8. basterà per tutti: infatti, una volta ap-
conterrà solo i nudi fatti, esposti in modo vo di ogni invenzione. profondito lo studio del gran libro del cuore
sintetico e sommario, senza pretese di 6. febbri... carne: studiare il gran libro del umano, diventerà inutile avviare una rico-
completezza stilistica e formale. cuore non significa, come per i romantici, struzione dettagliata dei moventi e delle
2. documento umano: così i naturalisti abbandonarsi liricamente al sentimento, reazioni psicologiche dei personaggi.
francesi definivano l’opera d’arte. Federico ma analizzare l’«anatomia» e la «fisiolo- 9. monumenti gloriosi: i grandi capolavo-
De Roberto intitolò nel 1888 Documenti gia» degli effetti reali e concreti prodotti, ri della letteratura.
umani una sua raccolta di racconti. dalla passione, sull’individuo. 10. Noi rifacciamo... intimo: l’arte verista
3. gran libro del cuore: per Verga, qualun- 7. il punto di partenza e quello d’arrivo: si colloca sulla scia dell’arte del passato,
que sia il «metodo» narrativo adottato, rac- secondo i naturalisti, il comportamento pur se ne muta il metodo, che diviene più
contare significa analizzare sentimenti e umano non è libero, ma determinato da minuzioso e più puntuale nel registrare le
passioni. leggi o fattori cui è impossibile sottrarsi; sfumature (intimo).
4. col fatto nudo e schietto: l’arte «ogget- pertanto, stabiliti l’inizio e l’esito di una vi- 11. catastrofe: il colpo di scena finale che
tiva» del Naturalismo vive di soli «fatti». cenda, si possono esaurientemente rico- risolve la trama narrativa.
5. l’efficacia dell’essere stato: il fatto rea- struire i passaggi intermedi. 12. impreveduta: inaspettata.

132
Giovanni Verga

l’autore verista si Siamo più modesti, se non più umili; ma la dimostrazione di cotesto legame oscuro
accosta ai suoi

Contesto
argomenti con tra cause ed effetti non sarà certo meno utile all’arte dell’avvenire. Si arriverà mai a
maggiore «umiltà», tal perfezionamento nello studio delle passioni, che diventerà inutile il proseguire in
ma non rinuncia a
perseguire i più cotesto studio dell’uomo interiore? La scienza del cuore umano, che sarà il frutto
alti fini artistici della nuova arte, svilupperà talmente e così generalmente tutte le virtù dell’immagi- 25
nazione, che nell’avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi?13

Monografia Raccordo
Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa,
che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni
ecco il proposito
dell’assoluta umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così
oggettività evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’arti- 30
o impersonalità
dell’arte
sta rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale,
l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sòrta spontanea, co-
me un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna
macchia del peccato d’origine.
Parecchi anni or sono, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo 35
Gramigna, se non erro, un nome maledetto come l’erba che lo porta, il quale da un
capo all’altro della provincia s’era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinie-
ri, soldati e militi a cavallo lo inseguivano da due mesi...

G. Verga, Vita dei campi, cit.


13. fatti diversi: con tale espressione Zola giornali. In ogni caso il senso è chiaro: al- ferà nel nuovo romanzo, all’arte non re-
indicava i romanzi naturalisti; forse Verga lorquando la conoscenza dei meccanismi sterà che illustrare i casi anomali, le pas-
si riferisce qui agli articoli di cronaca dei dei sentimenti sarà perfezionata, e trion- sioni eccezionali.

ANALISI DEL TESTO


IL TESTO PUNTO PER PUNTO
■ La prefazione sviluppa tre concetti essenziali, che costitui- personale» possibile, in modo che l’opera, dice Verga, sem-
scono il cardine del Verismo verghiano: brerà essersi fatta da sé;
• in primo luogo, la letteratura deve aderire alla realtà, co- • infine bisogna che l’autore verista rimanga attento alle di-
sì da riprodurre il fatto nudo e schietto, il semplice fatto uma- namiche psicologiche del cuore: ritrarre il vero non signifi-
no che, scrive Verga, avrà sempre l’efficacia dell’essere stato; ca abbandonare l’indagine sui moventi psicologici e affettivi;
• inoltre lo scrittore deve essere il più oggettivo e «im- solo, lo scrittore verista li studierà con scrupolo scientifico.

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ L’adesione al Naturalismo non significa ancora, per Verga, ve essere, invece, imparziale e oggettiva riproduzione della
che l’autore debba realmente scomparire. Sarà Pirandello, realtà.
qualche decennio più tardi, a teorizzare un’opera d’arte che ■ Il testo risale alla prima fase del Verga verista, quando egli
si fa senza il proprio autore. Verga, per ora, teorizza non la ancora dava grande importanza allo studio della vita emotiva
poetica dell’assenza, ma quella del nascondimento dell’auto- dei suoi personaggi. Perciò si dedica qui particolare attenzio-
re. Quest’ultimo dovrà rientrare perfettamente all’interno del- ne al gran libro del cuore. Solo nella successiva produzione
la propria opera, osservare le cose con l’ottica stessa dei verghiana diverrà preponderante lo studio delle dinamiche
suoi personaggi, parlare come i personaggi parlano ecc. Ver- economiche e sociali. Per adesso l’argomento privilegiato ri-
ga auspica insomma che il narratore abbandoni la lente del- mane la vita dei sentimenti e delle passioni, come già era sta-
lo scrittore, che a suo giudizio è una lente sempre deforman- to per i romantici; ciò che cambia è che l’analisi moderna si
te, perché introduce un elemento soggettivo in quella che de- studia di seguire quelle passioni con scrupolo scientifico.
133
Tra Ottocento e Novecento

ANALISI OPERATIVA
{ I temi 3. Un obiettivo del Verismo, dice Verga, è indagare
nel gran libro del cuore; ma dovrà farlo con scrupolo
1. Il primo concetto che Verga afferma è l’esigenza scientifico.
di un realismo di stampo nuovo, «scientifico»,
ispirato ai criteri della cultura positivistica. a. Rifletti sull’espressione lagrime vere... febbri... sensa-
zioni che sono passate per la carne: questi elementi ri-
a. L’argomento di un racconto moderno, secondo Verga,
mangono oppure no l’argomento privilegiato della lette-
deve essere
ratura veristica? sì no
a il groviglio dei fenomeni psicologici che governa
b. Se hai risposto di sì, spiega in breve che cosa cambia
il comportamento degli uomini
allora rispetto al passato.
b le passioni d’amore
...............................................................................................
c la società industriale e le sue trasformazioni
...............................................................................................
d i processi creativi da cui nasce l’arte
...............................................................................................
Motiva in breve la tua scelta.
...............................................................................................
2. La prefazione contiene un’importante ...............................................................................................
precisazione sul metodo che Verga intende
perseguire in campo letterario. L’obiettivo del vero { Forme e stile
implica infatti il nascondimento dell’autore. 4. La nuova poetica, teorizzata in questa lettera-
a. Adottare in modo sistematico questo metodo, secon- prefazione, ha delle importanti conseguenze anche
do te, porta alla conseguenza che per quanto riguarda il linguaggio e lo stile.
a l’autore deve abbandonare la descrizione di eventi
a. Identifica nel testo il punto in cui Verga esprime le sue
psicologici e soggettivi, per concentrarsi sui soli fatti intenzioni in materia di forma e linguaggio.
esteriori
b l’insieme dei fatti che costituiscono la narrazione do-
vrà risultare così ben concatenato, da non lasciare spa-
zio ai sentimenti e alla fantasia dell’autore
c le opere d’arte del Verismo finiranno per assomigliare
alla realtà al punto da risultare tutte molto simili tra loro.
Motiva in breve la tua scelta.
b. L’arte, dice Verga, deve diventare un documento uma-
no. Quale altro autore francese aveva affermato lo stes-
so concetto?
...............................................................................................

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO


1. Il testo contiene alcune espressioni pregnanti, – la lente dello scrittore
che appartengono al nuovo linguaggio della cultura ...............................................................................................
positivistica e del Naturalismo letterario. ...............................................................................................
a. Spiega con le tue parole il significato delle seguenti – la scienza del cuore umano
espressioni: ...............................................................................................
– un documento umano ...............................................................................................
............................................................................................... – la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile
............................................................................................... ...............................................................................................
...............................................................................................

134
Giovanni Verga

Contesto
4 La Lupa
Vita dei campi

Monografia Raccordo
Anno: 1880
Temi: • la preponderanza degli istinti e della passione sessuale • la solitudine e l’emarginazione
della protagonista • un mondo popolare e «primitivo»

È uno dei racconti più noti del Verga verista. In realtà qui il livello di realismo è, contemporanea-
mente, molto alto e insieme basso: il testo, infatti, narra una vicenda quasi fuori dal tempo e dallo
spazio, circondata da un alone mitico o fiabesco, come certe storie di streghe e di incantesimi della
tradizione popolare.

il ritratto resta Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – e pure1 non
implicito, perché
la Lupa è già nota era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel
al coro popolare cui pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
si rivolge, e perché
Verga non vuole Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai – di nulla.2 Le
dare giudizi donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, 5
da narra tore
tradizionale
con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro fi-
gliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava die-
la Lupa è un tro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso,3 fossero stati
personaggio
diabolico, che davanti all’altare di Santa Agrippina. Per fortuna la Lupa non veniva4 mai in chiesa,
trascina nella né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar messa, né per confessarsi. – Padre Angiolino 10
perdizione tutti
coloro che le
di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l’anima per lei.
passano accanto Maricchia,5 poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era fi-
glia della Lupa, e nessuno l’avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua bella ro-
la narrazione
procede come una ba nel cassettone, e la sua buona terra al sole,6 come ogni altra ragazza del villaggio.
fiaba: tempi Una volta la Lupa si innamorò di un bel giovane che era tornato da soldato, e mie- 15
e luoghi sono
lasciati nel vago teva il fieno con lei nelle chiuse del notaro;7 ma proprio quello che si dice innamo-
rarsi, sentirsene ardere le carni sotto al fustagno del corpetto,8 e provare, fissandolo
negli occhi, la sete che si ha nelle ore calde di giugno, in fondo alla pianura. Ma lui
seguitava a mietere tranquillamente, col naso sui manipoli,9 e le diceva: – O che ave-
te, gnà10 Pina? – Nei campi immensi, dove scoppiettava soltanto il volo dei grilli, 20
quando il sole batteva a piombo, la Lupa affastellava manipoli su manipoli, e covoni
su covoni, senza stancarsi mai, senza rizzarsi un momento sulla vita, senza accostare
le labbra al fiasco,11 pur di stare sempre alle calcagna di Nanni, che mieteva e miete-
va, e le domandava di quando in quando: – Che volete, gnà Pina? –
1. e pure: eppure. al punto di vista dei paesani; a loro sembra menti di terreno recintati, di proprietà del
2. la Lupa... nulla: si sovrappongono qui rivolgersi il narratore popolare. Un autore notaio.
due allusioni. L’una, popolare, fa riferimen- tradizionale avrebbe scelto “non andava”. 8. fustagno del corpetto: veste di stoffa
to alla proverbiale voracità dei cani e dei 5. Maricchia: diminutivo di Maria. grossa, di lana o cotone.
lupi; l’altra, letteraria, rimanda a un passo 6. e nessuno... sole: nessuno l’avrebbe 9. manipoli: fasci di grano o di fieno mie-
dell’Inferno di Dante Alighieri (canto I, vv. presa (tolta) in moglie, benché avesse non tuti.
49-50) in cui è nominata «...una lupa, che solo il corredo, ma anche della terra. 10. gnà: è forma idiomatica del dialetto si-
di tutte brame / sembiava carca ne la sua L’eccezionalità della Lupa risalta nel con- ciliano (per aferesi dallo spagnolo dueña,
magrezza», simbolo dell’avidità insaziabi- fronto con la normalità di Maricchia, che “donna”). Si differenzia da «donna», riser-
le. è invece simile a ogni altra ragazza del vil- vato a persone di più elevata condizione.
3. satanasso: demonio. laggio. 11. al fiasco: del vino.
4. non veniva: il verbo riporta il racconto 7. nelle chiuse del notaro: negli appezza-

135
Tra Ottocento e Novecento

l’esclamazione Una sera ella glielo disse, mentre gli uomini sonnecchiavano nell’aia, stanchi dalla 25
si ripete in forma
di chiasmo, lunga giornata, ed i cani uggiolavano per la vasta campagna nera: – Te voglio! Te che
per sottolineare il sei bello come il sole, e dolce come il miele. Voglio te!
desiderio sessuale
(idea rafforzata – Ed io invece voglio vostra figlia, che è zitella12 – rispose Nanni ridendo.
dalle immagini del La Lupa si cacciò le mani nei capelli, grattandosi le tempie senza dir parola, e se ne
sole e del miele)
andò; né più comparve nell’aia. Ma in ottobre rivide Nanni, al tempo che cavavano 30
l’olio,13 perché egli lavorava accanto alla sua casa, e lo scricchiolio del torchio non la
faceva dormire14 tutta notte.
– Prendi il sacco delle olive, – disse alla figliuola, – e vieni con me.
Nanni spingeva con la pala le olive sotto la macina, e gridava – Ohi! – alla mula15
perché non si arrestasse. – La vuoi mia figlia Maricchia? – gli domandò la gnà Pina. – 35
la Lupa vuole Cosa gli date16 a vostra figlia Maricchia? – rispose Nanni. – Essa ha la roba di suo pa-
Nanni, Nanni vuole
concludere dre, e dippiù io le do la mia casa; a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella
un buon affare: cucina, per stendervi un po’ di pagliericcio. – Se è così se ne può parlare a Natale –
il mondo di Verga
ruota intorno a disse Nanni. Nanni era tutto unto e sudicio dell’olio e delle olive messe a fermentare,
istinto e interesse e Maricchia non lo voleva a nessun patto;17 ma sua madre l’afferrò pe’ capelli, davanti 40
Verga ricorre al focolare, e le disse co’ denti stretti: – Se non lo pigli, ti ammazzo!18 –
spesso ai proverbi
perché esprimono
il giudizio popolare La Lupa era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia
sui fatti (qui
l’esclusione
si fa eremita. Non andava più di qua e di là; non si metteva più sull’uscio, con quegli
sociale della Lupa) occhi da spiritata. Suo genero, quando ella glieli piantava in faccia, quegli occhi, si
metteva a ridere, e cavava fuori l’abitino della Madonna per segnarsi.19 Maricchia stava 45
in casa ad allattare i figliuoli, e sua madre andava nei campi, a lavorare cogli uomini,
proprio come un uomo, a sarchiare, a zappare, a governare le bestie, a potare le viti,
fosse stato greco e levante20 di gennaio, oppure scirocco21 di agosto, allorquando i mu-
li lasciavano cader la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi22 a ridosso del
muro a tramontana.23 In quell’ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina 50
indicazioni spaziali buona,24 la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la campagna, sui
generiche:
la descrizione è sassi infuocati delle viottole, fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano
vaga, immersa nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso, dove il cielo si aggravava sull’orizzonte.
in un’atmosfera
fiabesca o – Svegliati! – disse la Lupa a Nanni che dormiva nel fosso, accanto alla siepe polvero-
leggendaria sa, col capo fra le braccia. – Svegliati, ché ti ho portato il vino25 per rinfrescarti la gola –. 55

12. Ed io invece... zitella: Nanni, l’uomo 17. a nessun patto: a nessuna condizione. 22. bocconi: a pancia in giù.
socialmente integrato, inizia con la Lupa 18. Se non lo pigli, ti ammazzo!: emerge 23. a tramontana: cioè a nord, per difen-
una lunga battaglia, nella quale è destinato qui il temperamento selvaggio della Lupa, dersi dallo scirocco che soffia da sud.
a rimanere sconfitto. che utilizza senza esitare la figlia come 24. In quell’ora... buona: una femmina
13. cavavano l’olio: spremevano con il strumento per i suoi scopi. buona, cioè una donna onesta, se ne resta
torchio la pasta d’olive, per ottenere l’olio. 19. cavava fuori... per segnarsi: si faceva in casa fra vespero e nona, cioè nelle ore
14. non la faceva dormire: non per il ru- il segno della croce sull’abitino o “scapola- più calde del pomeriggio, fra le quindici
more, ma perché le ricorda Nanni: ciò ride- re”, che recava davanti e dietro le spalle (nona) e le diciotto (vespero). Andare in vol-
sta in lei il desiderio sessuale. l’immagine o il nome della Madonna. È un ta significa “andare in giro”. Il nuovo pro-
15. alla mula: era infatti la mula a far gesto di scaramanzia popolare: anche le verbio ribadisce la natura popolare del rac-
muovere la macina. donne del paese si facevano la croce al ve- conto.
16. Cosa gli date: la forma corretta sareb- der passare la Lupa. 25. il vino: diviene lo strumento dell’in-
be «le» (= “a lei”), ma dal momento che è 20. fosse stato greco e levante: cioè con cantesimo con cui la Lupa vince le ultime
seguito dal complemento di termine (a vo- qualsiasi condizione atmosferica. Greco e resistenze di Nanni. È come un filtro magi-
stra figlia Maricchia), il pronome è del tutto levante sono due venti: il primo, detto an- co, l’equivalente della mela che il serpente
superfluo. È una di quelle deviazioni dalla che grecale, soffia da nord-ovest, il secon- offre a Eva nel paradiso terrestre o della
norma sintattica care al Verga verista, in do da est. mela avvelenata delle fiabe.
quanto utili a riprodurre la parlata popola- 21. scirocco: vento caldo e umido di pro-
re (cfr. poco dopo a me mi basterà...). venienza africana, che soffia da sud-est.

136
Giovanni Verga

l’atto sessuale Nanni spalancò gli occhi imbambolati, tra veglia e sonno, trovandosela dinanzi
è solo alluso;

Contesto
è un caso tipico ritta, pallida, col petto prepotente, e gli occhi neri come il carbone, e stese branco-
di reticenza lando le mani.
del narratore
– No! non ne va in volta femmina buona nell’ora fra vespero e nona! – singhioz-
zava Nanni,26 ricacciando la faccia contro l’erba secca del fossato, in fondo in fondo, 60
colle unghie nei capelli. – Andatevene! andatevene! non ci venite più nell’aia! –

Monografia Raccordo
Ella se ne andava infatti, la Lupa, riannodando le trecce superbe,27 guardando fisso
dinanzi ai suoi passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come il carbone.
Ma nell’aia ci tornò delle altre volte, e Nanni non le disse nulla. Quando tardava a
venire anzi, nell’ora fra vespero e nona, egli andava ad aspettarla in cima alla viotto- 65
la bianca e deserta, col sudore sulla fronte – e dopo si cacciava le mani nei capelli, e
le ripeteva ogni volta: – Andatevene! andatevene! Non ci tornate più nell’aia! –
Maricchia piangeva notte e giorno, e alla madre le piantava in faccia gli occhi ardenti
di lagrime e di gelosia, come una lupacchiotta anch’essa,28 allorché la vedeva tornare
da’ campi pallida e muta ogni volta. – Scellerata! – le diceva. – Mamma scellerata! 70

– Taci!
– Ladra! ladra!
– Taci!
– Andrò dal brigadiere, andrò!
– Vacci! 75

E ci andò davvero, coi figli in collo, senza temere di nulla, e senza versare una la-
grima, come una pazza, perché adesso l’amava anche lei quel marito che le avevano
dato per forza, unto e sudicio delle olive messe a fermentare.
Il brigadiere fece chiamare Nanni; lo minacciò sin della galera e della forca. Nanni
si riconferma si diede a singhiozzare ed a strapparsi i capelli; non negò nulla, non tentò di scolpar- 80
ulteriormente
la natura diabolica si. – È la tentazione! – diceva; – è la tentazione dell’inferno! – Si buttò ai piedi del
della Lupa brigadiere supplicandolo di mandarlo in galera.
– Per carità, signor brigadiere, levatemi da questo inferno! Fatemi ammazzare,
mandatemi in prigione! non me la lasciate veder più, mai! mai!
– No! – rispose invece la Lupa al brigadiere – Io mi son riserbato un cantuccio del- 85
la cucina per dormirvi, quando gli ho data la mia casa in dote. La casa è mia; non
chiunque sia voglio andarmene.29
legato alla Lupa
è emarginato Poco dopo, Nanni s’ebbe nel petto un calcio dal mulo, e fu per morire;30 ma il parro-
dalla collettività co ricusò31 di portargli il Signore se la Lupa non usciva di casa. La Lupa se ne andò, e suo
genero allora si poté preparare ad andarsene anche lui da buon cristiano; si confessò e 90
comunicò con tali segni di pentimento e di contrizione che tutti i vicini e i curiosi pian-
gevano davanti al letto del moribondo. E meglio sarebbe stato per lui che fosse morto
in quel giorno, prima che il diavolo32 tornasse a tentarlo e a ficcarglisi nell’anima e nel
corpo quando fu guarito. – Lasciatemi stare! – diceva alla Lupa – Per carità, lasciatemi

26. singhiozzava Nanni: il narratore pas- 27. riannodando le trecce superbe: im- famiglia, il senso del possesso: Nanni è
sa immediatamente al momento successi- magine di notevole efficacia nella sua con- suo, e non intende cederlo senza lottare.
vo, cioè al pentimento di Nanni. Ripetendo cisione; suggerisce, più che esprimere, il 29. No!... andarmene: la volontà della Lu-
il proverbio popolare (una donna è onesta soddisfacimento del desiderio, il risultato pa domina gli eventi, costringendo i perso-
se sta in casa durante il giorno), egli sanci- ottenuto con l’incantesimo. naggi ad adattarvisi.
sce il comportamento immorale della Lupa 28. come una lupacchiotta anch’essa: il 30. fu per morire: fu sul punto di morire.
e anche la propria colpa (si è lasciato se- comportamento della madre ha infatti ri- 31. ricusò: rifiutò.
durre). svegliato in lei, più che il sentimento della 32. il diavolo: cioè la suocera.

137
Tra Ottocento e Novecento

in pace! Io ho visto la morte cogli occhi! La povera Maricchia non fa che disperarsi. Ora 95
la novella porta tutto il paese lo sa! Quando non vi vedo è meglio per voi e per me... –
i tratti di una
leggenda popolare, Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che quan-
in cui la Lupa do gli si ficcavano ne’ suoi gli facevano perdere l’anima ed il corpo. Non sapeva più
è una strega
che fa malefici che fare per svincolarsi dall’incantesimo. Pagò delle messe alle anime del Purgatorio,
e incantesimi e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere.33 A Pasqua andò a confessarsi, e 100
fece pubblicamente sei palmi di lingua a strasciconi sui ciottoli del sacrato innanzi
alla chiesa, in penitenza34 – e poi, come la Lupa tornava a tentarlo:
– Sentite! – le disse, – non ci venite più nell’aia, perché se tornate a cercarmi,
la donna vive solo
per appagare com’è vero Iddio, vi ammazzo!
i propri desideri, – Ammazzami, – rispose la Lupa, – ché non me ne importa; ma senza di te non vo- 105
per i quali è pronta
a sacrificare la vita glio starci –.
Ei35 come la scorse da lontano, in mezzo a’ seminati verdi, lasciò di zappare la vi-
gna, e andò a staccare la scure dall’olmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato,
la morte della colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi,
Lupa viene solo
allusa, lasciata alla seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi,36 e 110
fantasia del lettore mangiandoselo con gli occhi neri. – Ah! malanno all’anima vostra! – balbettò Nanni.

G. Verga, Vita dei campi, cit.

33. aiuto al parroco e al brigadiere: le nel passare la lingua sulla pietra del sagra- 35. Ei: egli.
due figure incarnano, agli occhi di Nanni, to, procurandosi in tal modo ferite. Com- 36. manipoli di papaveri rossi: i fasci dei
la medesima funzione magica di amuleto. piere questo atto pubblicamente costitui- fiori appena tagliati sono il simbolo della
34. sei palmi di lingua... penitenza: for- sce l’ultima risorsa che Nanni può opporre sensualità e assieme, come in precedenza
ma primitiva di penitenza, che consisteva all’incantesimo. il vino, strumento magico di seduzione.

■ Teofilo Patini, Bestie


da soma (particolare),
1886.
138
Giovanni Verga

ANALISI DEL TESTO

Contesto
IL TESTO PUNTO PER PUNTO
■ Il racconto, concentratissimo nella sua struttura, pre- • approfittando della sua nuova parentela con Nanni, la Lu-
senta il seguente schema narrativo: pa riesce a sedurlo;
• esiste un contrasto morale fra la donna che tutti chiamano • Maricchia scopre la tresca e denuncia sua madre al briga-

Monografia Raccordo
la Lupa e il villaggio nel quale vive; diere; ma nessuno può nulla di fronte all’ostinazione della Lu-
• la Lupa s’innamora di Nanni, un giovane e prestante con- pa;
tadino; • emarginato da tutti a causa della tresca con la Lupa, Nan-
• la Lupa rivela a Nanni il proprio desiderio per lui, ma l’uomo ni cerca aiuto per allontanare la suocera da sé, fa penitenza
si nega: vuole invece sposare Maricchia, la figlia della Lupa; ecc., ma nulla serve;
• Maricchia non vuole Nanni, ma sua madre la obbliga a • Nanni, infine, uccide la Lupa, che muore senza arretrare di
sposarlo; un passo.

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ La gnà Pina, la Lupa del titolo, è l’incarnazione di una fem- ■ In tal modo la protagonista diviene l’emblema di una ses-
minilità primitiva, inquietante, incontrollabile; come tanti sualità istintiva e animalesca, a cui allude il suo sopran-
personaggi femminili della precedente narrativa mondana di nome e il titolo stesso del racconto. Ella appare, in sostanza,
Verga (per esempio Narcisa Valderi di Una peccatrice), anche una sorta di donna-bestia o di donna-demone, in cui
la gnà Pina è, più che donna, maga, maliarda, sirena. Le sue prendono forma e corpo le forze inconsce dell’istinto. Con-
armi non sono più quelle artificiose del fascino o della cultura; tro di esse non c’è rimedio o esorcismo che tenga: l’uomo (in
in lei il narratore approdato al Verismo disegna invece un’in- questo caso il giovane Nanni) non può che rimanerne sem-
carnazione delle forze più segrete e potenti della natura. plice strumento e, insieme, vittima.

ANALISI OPERATIVA
{ I temi e i personaggi indirettamente: di lei non sappiamo se è bella o
meno, se somiglia alla madre ecc.
1. La novella narra l’amore morboso e patologico
della gnà Pina per gli uomini e in particolare per a. Secondo te, perché Verga non offre un ritratto della
Nanni. ragazza?
...............................................................................................
a. È significativo anche il titolo del racconto. Che cosa
...............................................................................................
vuole sottolineare?
a l’andare randagio della donna, simile a quello di una b. E, a tuo avviso, quale conseguenza produce sul rac-
conto questa mancanza?
lupa affamata
b la sua protervia e capacità di ottenere ciò che vuole ...............................................................................................
c l’aspetto animalesco di chi, vivendo sempre nella na- ...............................................................................................
tura, finisce per inselvatichirsi 4. Un elemento sul quale insiste il narratore è il suo
b. Quale risposta preferisci? E ce n’è almeno una che potere demoniaco di seduzione: la Lupa sembra una
scarteresti senza esitare? Motiva la risposta. creatura dell’inferno, tanto riesce ad attrarre gli uomini
a sé, impedendo loro di liberarsi di questo maleficio.
2. Nel descrivere la protagonista, Verga insiste
a. Evidenzia nel testo i segnali della diabolicità della Lu-
soprattutto sugli occhi, le labbra, il volto, cioè sugli
pa, cioè le immagini e le espressioni che associano la
elementi fisici che sottolineano l’avidità di uomini
gnà Pina al mondo demoniaco. Trascrivile qui sotto.
da parte della Lupa.
...............................................................................................
a. Evidenzia nel testo i termini e le espressioni più signi- ...............................................................................................
ficative di questa dimensione carica di sensualità. b. Ora rifletti: che cosa ci rivela questo elemento circa la
3. Al contrario della madre, la figlia Maricchia non mentalità dell’epoca e dell’ambiente in cui si svolge la
viene descritta dal narratore né direttamente né narrazione?
139
Tra Ottocento e Novecento

{ Forme e stile – aspetto fisico dei personaggi


– ambiente naturale
5. La Lupa viene presentata sia direttamente dal
– reazioni psicologiche
narratore, sia, più indirettamente, da ciò che la
gente dice e pensa di lei. b. Ora rifletti: nel testo prevale l’espressione dei senti-
menti, oppure la concretezza materiale e fisica della
a. Ritrova nel testo entrambi i tipi di presentazione. realtà? Motiva la risposta.
– In quali punti emerge la presentazione diretta da par-
te di Verga? 7. L’autore s’identifica con il narratore popolare,
– E in quali altri punti lo scrittore lascia che il personag- che parla al pubblico dei paesani mimando le scene
gio sia raffigurato dalla gente del paese? con il gesto (due occhi grandi così) e vivacizzando il
b. Ora rifletti: quale delle due modalità dipende dalla racconto con riferimenti diretti a chi ascolta/legge
poetica verista di Verga? Spiega in breve perché. (labbra... che vi mangiavano).
6. La novella è contrassegnata da un’atmosfera di a. Cerca nel testo altri esempi significativi di questa par-
violenza, di durezza e drammaticità. Tale ticolarissima modalità di narrazione, per la quale
sensazione dipende sia dall’aspetto esteriore dei l’autore mette tra parentesi la propria superiorità cultu-
personaggi, sia dall’ambiente in cui vivono, sia, rale e regredisce al livello dei suoi personaggi. Trascri-
infine, dalle loro reazioni psicologiche. vili qui sotto.
a. Sottolinea nel testo tutti gli elementi a tuo avviso si- ............................................................................................
gnificativi che contribuiscono a creare questa atmosfera, ............................................................................................
suddividendoli in tre gruppi: ............................................................................................

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO


1. La novella produce nel lettore un vivo effetto sonaggio sono riportate senza farle precedere dal verbo
di coinvolgimento emotivo, grazie a diverse dichiarativo;
tecniche espressive. • il discorso indiretto legato, nel quale il narratore ri-
• Le battute di dialogo brevi e incisive, che con- ferisce le parole dei personaggi senza virgolette, ma fa-
centrano al massimo la tensione emotiva; cendole precedere da un verbo dichiarativo;
• le ripetizioni ossessive che percorrono il testo, se- • il discorso indiretto libero, nel quale le parole dei
condo i modi tipici del raccontare popolaresco; personaggi sono riportate senza virgolette e senza ver-
• la forte fisicizzazione del linguaggio, che corri- bo dichiarativo: i lettori qui devono «indovinare» la pre-
sponde alla natura passionale della protagonista; senza di un dialogo alle spalle del narrato.
• infine, l’atmosfera fiabesca, che nasce dalla generi- a. Individua nella novella esempi per ciascuna tipologia
cità delle indicazioni di spazio e di tempo. testuale.
a. Sottolinea nel testo frasi ed espressioni significative 1. discorso diretto legato (per esempio: – Scellerata! – le
per documentare ciascuno dei fenomeni citati: diceva, r. 70)
– dialoghi ...............................................................................................
– ripetizioni 2. discorso diretto libero (per esempio: – Taci! –, r. 71)
– linguaggio fisicizzato ...............................................................................................
– atmosfera fiabesca 3. discorso indiretto legato (per esempio: la gente anda-
va dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita,
2. Nel riportare i discorsi e i pensieri dei suoi rr. 42-43)
personaggi, il narratore può scegliere fra quattro ...............................................................................................
diverse tecniche. 4. discorso indiretto libero (per esempio: avrebbe voluto
• Il discorso diretto legato, nel quale le parole dei strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che
personaggi vengono riferite tra virgolette o lineette, pre- quando gli si ficcavano ne’ suoi gli facevano perdere
cedute da un verbo dichiarativo; l’anima ed il corpo, rr. 97-98)
• il discorso diretto libero, nel quale le parole del per- ...............................................................................................

140
Giovanni Verga

Contesto
5 Cavalleria rusticana
Vita dei campi

Monografia Raccordo
Anno: 1880
Temi: • l’importanza dell’interesse economico • l’impulso fatale della gelosia e dell’«onore» • la
violenza che caratterizza una società primitiva

«Cavalleria» è un comportamento nobile e generoso, tipico dei cavalieri feudali; «rusticana» indica
che quel modo di comportarsi, proprio dei cavalieri, viene rivissuto dai contadini della campagna.
Pubblicata nel 1880, è una delle novelle più famose di Verga, anche grazie alla sua trasposizione
teatrale: nel 1884, infatti, venne portata sulle scene con l’eccellente interpretazione di Eleonora
Duse. Racconta una vicenda di adulterio e gelosia con lo stile originale, avvincente e «primitivo»
che abbiamo incontrato nella Lupa.

Turiddu1 Macca, il figlio della gnà2 Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni do-
menica si pavoneggiava in piazza coll’uniforme da bersagliere e il berretto rosso,3
che sembrava quello della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei
canarini.4 Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso
dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva 5
portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli5
un carrettiere con sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
quattro muli è ricco; Ma con tutto ciò6 Lola di massaro7 Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né
nei Malavoglia il
carrettiere Alfio ha sul ballatoio, ché si era fatta sposa8 con uno di Licodia,9 il quale faceva il carrettiere e
solo un asino e aveva quattro muli di Sortino10 in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo 10
non appena
diventa
diavolone!11 voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Lico-
padrone di un dia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll’andare a cantare tutte le canzoni di sde-
mulo chiede
in moglie Mena
gno che sapeva sotto la finestra della bella.
– Che12 non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, – dicevano i vicini, – che
passa la notte a cantare come una passera solitaria? 15

Finalmente s’imbatté in Lola che tornava dal viaggio13 alla Madonna del Pericolo, e
al vederlo, non si fece né bianca né rossa14 quasi non fosse stato fatto suo.
– Beato chi vi vede! – le disse.
– Oh, compare15 Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese.
– A me mi hanno detto delle altre cose ancora! – rispose lui. – Che è vero che vi 20
la religione è maritate con compare Alfio, il carrettiere?
un pretesto per
coprire ben altre – Se c’è la volontà di Dio! – rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del faz-
motivazioni zoletto.
1. Turiddu: diminutivo dialettale di Salva- stranezza di un simile comportamento. In- 11. santo diavolone!: imprecazione bla-
tore. fatti Lola, in passato, era stata innamorata sfema siciliana.
2. gnà: E nota 10, p. 135. di Turiddu. 12. Che: interiezione interrogativa, tipica
3. berretto rosso: il fez con la nappa dei 7. di massaro: figlia di (il massaro è un fat- della parlata popolare siciliana, e frequen-
bersaglieri. tore o mezzadro, che amministra il podere temente ripresa da Verga.
4. quello della buona ventura... canarini: per conto del padrone; genericamente, in- 13. viaggio: pellegrinaggio.
l’indovino che nelle fiere di paese predice il dica chi ha dei beni o un’attività da gestire). 14. non si fece né bianca né rossa: sen-
futuro per mezzo di bigliettini estratti a 8. si era fatta sposa: si era fidanzata. za scomporsi; rimase cioè del tutto indiffe-
sorte da un uccello con il becco. 9. Licodia: Licodia Eubea, sui monti Iblei, rente.
5. zolfanelli: fiammiferi. 80 km a sud-ovest di Catania. 15. compare: appellativo del linguaggio
6. Ma con tutto ciò: nonostante tutto 10. Sortino: in provincia di Siracusa, 40 familiare (lo stesso di comare); è usato in
questo. Il Ma iniziale mette in rilievo la km a ovest di Vizzini. senso generico.

141
Tra Ottocento e Novecento

– La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto!16 E la volontà di
Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste17 belle notizie, gnà Lola! 25
Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo,18 ma la voce gli si era fatta roca; ed egli
andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa19 del berretto che gli ballava di
qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col viso lun-
go,20 però non aveva cuore di lusingarlo con belle parole.
– Sentite, compare Turiddu, – gli disse alfine, – lasciatemi raggiungere le mie com- 30
pagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...
– È giusto, – rispose Turiddu; – ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro
Verga non teme muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta,
gli errori della la dovette vendere la nostra mula baia,21 e quel pezzetto di vigna sullo stradone,22
sintassi (qui, un
anacoluto) pur nel tempo ch’ero soldato. Passò quel tempo che Berta filava,23 e voi non ci pensate 35
di avvicinarsi più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzo-
il più possibile
al linguaggio e letto, prima d’andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro nell’andar
al pensiero dei via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà
suoi personaggi
Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu.24
La gnà Lola si maritò col carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle 40
mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d’oro che le aveva regalati suo mari-
to. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la stradicciuola, colla pipa in bocca e
le mani in tasca, in aria d’indifferenza, e occhieggiando25 le ragazze; ma dentro ci si
rodeva che il marito di Lola avesse tutto quell’oro, e che ella fingesse di non accor-
gersi di lui quando passava. 45

– Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! – borbottava.


Di faccia a compare Alfio ci stava massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era ricco co-
me un maiale, dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto disse e tanto fe-
ce che entrò camparo26 da massaro Cola, e cominciò a bazzicare per la casa e a dire
le paroline dolci alla ragazza. 50
la risposta di
Turiddu è veritiera: – Perché non andate a dirle alla gnà Lola ste belle cose? – rispondeva Santa. 27

l’ex fidanzata lo ha – La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona,28 ora!
lasciato per uno
più ricco di lui – Io non me li merito i re di corona.
– Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola,
né il suo santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è degna di portarvi le scar- 55
pe, non è degna.
– La volpe quando all’uva non poté arrivare...29
– Disse: come sei bella, racinedda30 mia!

16. col tira... conto: cambiando atteggia- 24. facemu cuntu... finiu: si tratta di un al- favola della volpe e dell’uva. La volpe, af-
mento a seconda di ciò che vi conviene. tro proverbio: “Facciamo conto che sia pio- famata, vide dell’uva che non poteva rag-
17. ste: queste. vuto e che il tempo si sia rimesso (al bello), giungere e, per non ammettere la propria
18. bravo: disinvolto, spavaldo. e che la nostra amicizia sia terminata”. impotenza, trovò la scusa che il grappolo
19. nappa: E nota 3. Cioè: “è passato il tempo della nostra ami- non era maturo. In altre parole, Santa ac-
20. col viso lungo: perché triste, demora- cizia”, e anche “la nostra amicizia è stata cusa Turiddu di far la corte a lei solo per-
lizzato. solo una breve parentesi”. ché Lola lo ha messo da parte.
21. baia: dal mantello rosso bruno. 25. occhieggiando: strizzando l’occhio. 30. racinedda: letteralmente “uvetta”; è di-
22. sullo stradone: è tipico del Verismo di 26. camparo: custode del fondo; ha un minutivo del siciliano racina (dal francese
Verga presentare i luoghi come se fossero contratto annuale. raisin), “uva”. Turiddu capovolge in modo
noti a tutti gli interlocutori. 27. Santa: la figlia di massaro Cola. galante la favola: l’uva, da acerba che era
23. che Berta filava: espressione prover- 28. un re di corona: un gran signore, qua- nell’antica favola, diviene bella (riferito a
biale, per indicare i tempi passati e i cam- si un re. L’espressione è ironica. Santa).
biamenti intervenuti nel frattempo. 29. La volpe... arrivare: allude all’antica

142
Giovanni Verga

– Ohè! quelle mani, compare Turiddu.

Contesto
– Avete paura che vi mangi? 60

– Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.


– Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi
mangerei cogli occhi.
– Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su

Monografia Raccordo
quel fascio. 65

– Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!


Ella, per non farsi rossa, gli tirò un ceppo che aveva sottomano, e non lo colse per
miracolo.
– Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.31
– Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa. 70

– Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l’ho anch’io,
quando il Signore mi manderà qualcheduno.
– Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!
Verga verista
racconta l’amore – Se lo sapete allora spicciatevi, ché il babbo sta per venire, e non vorrei farmi tro-
non in modo vare nel cortile. 75
sentimentale e
sdolcinato, ma con Il babbo cominciava a torcere il muso, ma la ragazza fingeva di non accorgersi, poi-
immagini di ché la nappa del berretto del bersagliere gli32 aveva fatto il solletico dentro il cuore, e
concretezza
materiale: le più
le ballava sempre dinanzi gli occhi. Come il babbo mise Turiddu fuori dell’uscio,33 la
adeguate alla figliuola gli aprì la finestra, e stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto il vicina-
mentalità
to non parlava d’altro. 80
dei personaggi
– Per te impazzisco, – diceva Turiddu, – e perdo il sonno e l’appetito.
– Chiacchiere.
– Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele34 per sposarti!
– Chiacchiere.
– Per la Madonna che ti mangerei come il pane! 85

– Chiacchiere!
basta una sola – Ah! sull’onor mio!
immagine per – Ah! mamma mia!
rivelare l’amore
che Lola continua Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilico, e si faceva pallida e
a provare rossa, un giorno chiamò Turiddu. 90
per Turiddu
– E così, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano più?
– Ma! – sospirò il giovinotto, – beato chi può salutarvi!
– Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa! – rispose Lola.
Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne avvide, e gli batté la finestra
sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del capo, quando 95
passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere con le sue mule.
– Domenica voglio andare a confessarmi, ché stanotte ho sognato dell’uva nera!35
– disse Lola.

31. affastellano sarmenti: raccolgono i 33. mise Turiddu fuori dell’uscio: lo li- riddu la favola della volpe e dell’uva, e
rami (cioè non servono a nulla). Affastellare cenziò. questi l’aveva ricambiata chiamandola ra-
significa propriamente “legare in grossi fa- 34. Vittorio Emanuele: il re d’Italia. Il fi- cinedda; ora Lola ha sognato dell’uva di
sci”; i sarmenti sono i tralci della vite e in glio Umberto di Savoia si sposò nel 1868. colore nero, il colore del peccato.
generale i rami flessibili. 35. uva nera: un segno di malaugurio.
32. gli: le. Santa in precedenza aveva ricordato a Tu-

143
Tra Ottocento e Novecento

– Lascia stare! lascia stare! – supplicava Turiddu.


– No, ora che s’avvicina la Pasqua, mio marito lo vorrebbe sapere il perché non so- 100
per indicare l’atto
del confessarsi no andata a confessarmi.
ecco un’immagine – Ah! – mormorava Santa di massaro Cola, aspettando ginocchioni36 il suo turno
corposa e concreta,
che sembra dinanzi al confessionario37 dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati.38 –
scaturire non dallo Sull’anima mia non voglio mandarti a Roma per la penitenza!39
scrittore, ma dal
personaggio stesso Compare Alfio tornò colle sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla mo- 105
glie una bella veste nuova per le feste.
– Avete ragione di portarle dei regali, – gli disse la vicina Santa, – perché mentre
voi siete via vostra moglie vi adorna la casa!40
Compare Alfio era di quei carrettieri che portano il berretto sull’orecchio,41 e a sen-
nella società tir parlare in tal modo di sua moglie cambiò di colore come se l’avessero accoltella- 110
siciliana del tempo to. – Santo diavolone! – esclamò, – se non avete visto bene, non vi lascierò gli occhi
la legge dell’onore
coinvolge tutti
per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!
i membri – Non son usa42 a piangere! – rispose Santa, – non ho pianto nemmeno quando
della famiglia
ho visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di vostra
moglie. 115

– Va bene, – rispose compare Alfio, – grazie tante.


Turiddu, adesso che era tornato il gatto,43 non bazzicava più di giorno per la stra-
dicciuola, e smaltiva l’uggia44 all’osteria, cogli amici. La vigilia di Pasqua avevano sul
desco45 un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, soltanto dal modo in cui
gli piantò gli occhi addosso, Turiddu comprese che era venuto per quell’affare e po- 120
sò la forchetta sul piatto.
– Avete comandi da darmi, compare Alfio? – gli disse.
– Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e voleva
parlarvi di quella cosa che sapete voi.
Turiddu da prima gli aveva presentato un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò 125
colla mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:
– Son qui, compar Alfio.
Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.46
tutto procede – Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria47 potremo parlare di
secondo le regole quell’affare, compare. 130
della cavalleria
tradotte nel mondo – Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme.
contadino, in cui Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti
sono finalizzate a
difendere
l’orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.
e far valere Gli amici avevano lasciato la salsiccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu sino a
il proprio onore
casa. La gnà Nunzia, poveretta, l’aspettava sin tardi ogni sera. 135

– Mamma, – le disse Turiddu, – vi rammentate quando sono andato soldato, che

36. ginocchioni: in ginocchio. rata equivale ironicamente a “vi tradisce”. 44. uggia: noia mista a inquietudine.
37. confessionario: confessionale. 41. portano il berretto sull’orecchio: in- 45. sul desco: sulla tavola.
38. Lola... peccati: stava cioè confessan- dice di persona violenta e suscettibile. Il 46. le braccia al collo: un gesto conforme
do i suoi peccati (è un’immagine popolare- berretto (o berretta) era tipico dell’uomo di alla regola, come – successivamente – il ba-
sca). campagna, mentre il cappello distingueva i cio della sfida e il morso all’orecchio.
39. non voglio... penitenza: è un’espres- borghesi. 47. Canziria: località di campagna a est di
sione ironica, infatti alla penitenza provve- 42. usa: abituata. Vizzini, vicino a Catania: sono i luoghi in
derà personalmente Santa, avvisando 43. il gatto: è naturalmente compare Al- cui verrà ambientato Mastro-don Gesualdo.
compare Alfio. fio; l’espressione richiama il detto popolare
40. vi adorna la casa: l’espressione figu- «Quando il gatto non c’è, i topi ballano».

144
Giovanni Verga

Turiddu sa credevate non avessi a tornar48 più? Datemi un bel bacio come allora, perché domat-
di essere in torto e

Contesto
presagisce perciò tina andrò lontano.
la propria morte Prima di giorno si prese il suo coltello a molla,49 che aveva nascosto sotto il fieno,
quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della Canziria. 140

– Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? – piagnucolava Lola sgomenta,
mentre suo marito stava per uscire.

Monografia Raccordo
– Vado qui vicino, – rispose compar Alfio, – ma per te sarebbe meglio che io non
tornassi più.
Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto, premendosi sulle labbra il rosario che le 145
aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte le avemarie che pote-
vano capirvi.50
– Compare Alfio, – cominciò Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada ac-
canto al suo compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, – come è vero
Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la 150
il regolamento mia vecchia che si era alzata per vedermi partire, col pretesto di governare il pollaio,
di conti con la quasi il cuore le parlasse, e quant’è vero Iddio vi ammazzerò come un cane per non
violenza è l’unica
forma di giustizia far piangere la mia vecchierella.
ammessa in una – Così va bene, – rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto,51 – e picchiere-
società primitiva,
priva di leggi che mo sodo tutt’e due. 155

regolamentino la Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò la prima botta, e fu a tempo a pren-
52
convivenza civile
derla nel braccio; come la rese, la rese buona, e tirò all’anguinaia.53
– Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!
– Sì, ve l’ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla
sempre dinanzi agli occhi. 160

– Apriteli bene, gli occhi! – gli gridò compar Alfio, – che sto per rendervi la buona
misura.54
Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita, che gli
doleva, e quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente una manata di
polvere e la gettò negli occhi all’avversario. 165

– Ah! – urlò Turiddu accecato, – son morto.


Ei55 cercava di salvarsi, facendo salti disperati all’indietro; ma compar Alfio lo rag-
giunse con un’altra botta nello stomaco e una terza alla gola.
– E tre! questa è per la casa che tu m’hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le
galline.56 170

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là tra i fichidindia e poi cadde come un


masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non poté profferire nem-
meno: – Ah, mamma mia!

G. Verga, Vita dei campi, cit.

48. non avessi a tornar: non dovessi tor- 52. Turiddu toccò: a Turiddu toccò, cioè 56. lascerà stare le galline: cioè non do-
nare. incassò. vrà più alzarsi all’alba con un pretesto per
49. a molla: a serramanico. 53. anguinaia: inguine. poter salutare il figlio prima di una parten-
50. capirvi: starvi, entrarvi (nella corona 54. rendervi la buona misura: la pariglia, za. È un’immagine di vita quotidiana, pie-
del rosario). il contraccambio, ovvero darvi quello che namente adeguata alla mentalità paesana
51. farsetto: giubba imbottita tipica della meritate. dei personaggi di Verga.
gente umile. 55. Ei: egli.

145
Tra Ottocento e Novecento

ANALISI DEL TESTO


IL TESTO PUNTO PER PUNTO
■ La novella narra la storia di Turiddu Macca, giovane con- rimpiangendo Turiddu: un giorno lo invita a casa sua e il gio-
tadino siciliano. Prima di partire per il servizio militare, era fi- vane accetta. Santa si sente tradita e si vendica, rivelando ad
danzato con Lola; quando torna, scopre che Lola, nel frat- Alfio il tradimento della moglie Lola. L’offesa è grande e Alfio
tempo, si è fidanzata con Alfio, un carrettiere molto più ricco sfida Turiddu per vendicare l’onore tradito. I due si affrontano
di Turiddu. Roso dalla gelosia, alimentata dalle chiacchiere in un duello sanguinoso, armati di coltello. Turiddu, pur sa-
del paese, Turiddu vuole vendicarsi. Inizia a corteggiare San- pendo di essere nel torto, si batte con fermezza; nel corso
ta, che abita proprio di fronte a Lola. Quest’ultima spia i due, del duello, però, rimane ucciso.

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ Il racconto sembra riferire un fatto di cronaca nera; del re- porta il titolo della novella. Peraltro il comportamento del car-
sto i resoconti di cronaca erano un tema prediletto dai nar- rettiere Alfio, nel corso del duello, è tutt’altro che cavalleresco
ratori del Naturalismo, poiché consentivano uno studio diret- e svela tutta l’amara crudeltà della vicenda.
to e impersonale, «scientifico», delle passioni umane. Verga ■ La narrazione procede con un ritmo veloce e incalzan-
cala la storia nel caratteristico ambiente siciliano e contadino te, senza approfondimento psicologico dei personaggi. Il
di Vita dei campi. narratore si ferma volutamente al livello dei nudi «fatti», co-
■ I comportamenti e i gesti dei personaggi sono fissi e pre- sì da sottolineare l’alto grado di fatalità che incombe su
vedibili, tutti ancorati alla logica dell’«onore». Il racconto vie- tutta la storia: in un mondo elementare e primitivo, domi-
ne in gran parte costruito sui dialoghi (da qui la facilità della nato dalle leggi di violenza e dell’istinto, l’individuo non ha
successiva trasposizione teatrale) e questi ultimi sono dal- protezione contro lo scatenarsi di forze infinitamente su-
l’autore intessuti di motti e proverbi popolari. Anche il duello periori a lui. I personaggi appaiono davvero delle mario-
finale ricorda certi scontri sanguinosi del teatro dei «pupi», le nette, spinte alla tragica fine da un burattinaio invisibile,
caratteristiche marionette siciliane che narravano le vicende sulla cui natura e intenzioni il narratore preferisce non in-
dei paladini di Carlo Magno: eroi della cavalleria, a cui ci ri- terrogarsi.

ANALISI OPERATIVA
{ I temi e i personaggi b. A che cosa Lola ha dovuto rinunciare sposando Alfio?
...............................................................................................
1. Uno dei moventi essenziali del mondo di Verga è c. In questo contesto, quale significato ha la ripresa dei
l’interesse; per esempio, è l’interesse che porta suoi rapporti con Turiddu?
Lola a preferire il benestante Alfio allo spiantato ...............................................................................................
Turiddu.
3. Un sentimento molto importante descritto
a. Da quale punto del testo possiamo cogliere le moti- nel testo è quello della gelosia. Turiddu è geloso di
vazioni di Lola? Lola e per farla ingelosire corteggia Santa; Lola per
b. Osserva poi il dialogo fra Turiddu e Santa: in quale gelosia ristabilisce una relazione con Turiddu; Santa
punto ritrovi altri segnali di questa prevalenza dell’inte- riferisce la cosa a compare Alfio sempre per gelosia.
resse sugli affetti? a. La gelosia ha un’importanza così decisiva nel deter-
c. Puoi dire che alla logica spietata dell’interesse rispon- minare i rapporti tra i personaggi perché
de l’uso cinico che Turiddu fa di Santuzza? sì no a è un movente superficiale: tutti agiscono per ragioni
Spiega in breve la tua scelta. esteriori e anche la gelosia è un fatto esteriore
b c’è un rapporto stretto tra gelosia e possesso (gelo-
2. La logica «economica» che guida il mondo
sia = perdere il possesso di qualcuno), che è uno dei va-
verghiano si rivela, per contrasto, anche nel
lori più sentiti nel mondo di Verga
momento in cui Lola obbedisce ai sentimenti e c i rapporti interpersonali, in Verga, non sono autenti-
decide di avere una relazione con Turiddu: a quel
ci, ma fondati su diffidenza e sospetto
punto, ella infrange il principio dell’interesse che d dipende dalle antiche strutture feudali a cui, a quel-
l’aveva invece indotta a sposare compare Alfio.
l’epoca, la società siciliana era ancora legata
a. Che cosa ottiene Lola da quelle nozze? Scegli la risposta che ti sembra più adeguata e motiva
............................................................................................... in breve la tua scelta.
146
Giovanni Verga

4. Nell’epilogo del racconto, compare Alfio sfida 6. Un aspetto tipico dello stile verista di Verga

Contesto
Turiddu per salvare il proprio onore davanti agli è la rinuncia a descrivere l’interiorità del
occhi di tutti. personaggio, come invece amano fare i narratori
a. Rifletti sul rapporto che lega l’onore alla vita di so- onniscienti. Verga infatti tende a risolvere anche
cietà. Rispondi alle seguenti domande. la sfera emotiva nel semplice apparire esteriore.
– Come viene vissuto l’onore nel mondo di Verga? Ecco qualche esempio di come il narratore rappresenta
............................................................................................... gli stati d’animo solo dall’esterno, attraverso l’atteggia-

Monografia Raccordo
– Quali sono le caratteristiche dell’uomo onorato? mento visibile – e oggettivo – dei protagonisti (gesti, pa-
............................................................................................... role, pose ecc.).
– L’onore, in questo contrasto, ha maggiore o minore va- • Lola replica alle avances di Turiddu tirandosi sul men-
lore della vita? to le due cocche del fazzoletto;
............................................................................................... • Turiddu, respinto, fa il viso lungo;
b. Ora rifletti: a chi vanno le simpatie di Verga: a Turid- • il padre di Santa, accortosi della corte di Turiddu, co-
du oppure ad Alfio? Spiega in breve la risposta. minciava a torcere il muso;
............................................................................................... • quando Santa si avvede del tradimento di Turiddu, gli
batté la finestra sul muso.
{ Forme e stile Prosegui tu nell’analisi: cerca altri esempi significativi e
5. Verga raffigura senza sconti l’atteggiamento trascrivili.
spregiudicato e spietato con cui, nel mondo ...............................................................................................
contadino di Vita dei campi, il simile sfrutta ...............................................................................................
il suo simile per il proprio tornaconto. ...............................................................................................
a. Secondo te, il narratore dice esplicitamente il suo giu- ...............................................................................................
dizio in proposito? Oppure il suo punto di vista rimane ...............................................................................................
implicito? E in quest’ultimo caso, come fa a emergere? ...............................................................................................
Motiva in breve la risposta. ...............................................................................................

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO


1. La novella si presenta come narrata non
espressioni come tornò da fare il soldato
dallo scrittore, ma da una voce collettiva, di stampo
«basse» e gergali ..............................................................
popolare; di essa il narratore cerca di imitare
..............................................................
le parole, i modi più tipici ecc. Il testo sembra
nascere così non dal punto di vista superiore imprecazioni santo diavolone
dell’artista, ma da quello dei personaggi: ..............................................................
dalle ragazze e dai monelli (rr. 4-5), tra i quali ..............................................................
Verga pare volersi confondere.
forme dialettali facemu cuntu ca chioppi e scampau,
a. A tale criterio obbediscono gli elementi elencati nella
e la nostra amicizia finiu
tabella: completala con altri esempi che attingerai dal
testo. ..............................................................
..............................................................
proverbi passò quel tempo che Berta filava
..............................................................
..............................................................

147
Tra Ottocento e Novecento

6 Fantasticheria
Vita dei campi
Anno: 1880
Temi: • l’infinita distanza tra la vita dell’alta società e quella degli umili • la fedeltà dei pescatori
di Aci Trezza alle loro arcaiche tradizioni • il loro desiderio di migliorare, e il contrasto che ne sca-
turisce • il proposito dell’autore di osservare tutto ciò facendosi «piccino»

La novella fu pubblicata da Verga sul settimanale «Fanfulla della Domenica» il 2 agosto 1879;
successivamente venne raccolta in Vita dei campi. L’autore scrive una lettera a un’amica, una da-
ma dell’alta società, che dopo aver sostato nel villaggio di Aci Trezza, affascinata da quel mondo
primitivo di pescatori, dopo soli due giorni ne fugge annoiata, proclamando: «Non capisco come si
possa viver qui tutta la vita». La risposta di Verga anticipa il nuovo romanzo dei Malavoglia.
il borgo di Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo
pescatori, sulla
costa orientale sportello del vagone, esclamaste: «Vorrei starci un mese laggiù!».
della Sicilia, Noi vi ritornammo e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore. [...] Avevate un
poi immortalato
nei Malavoglia
vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. Un bel
quadretto davvero! e si indovinava che lo sapevate anche voi dal modo col quale vi 5
modellavate nel vostro scialletto, e sorridevate coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a
quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. [...]
Diceste soltanto ingenuamente: «Non capisco come si possa viver qui tutta la vita».
Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere centomila
qui non ci sono il lire di entrata,1 prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra que- 10
distacco e
l’impersonalità gli scogli giganteschi,2 incastonati nell’azzurro, che vi facevano batter le mani per
propri del Verismo, ammirazione. Così poco basta perché quei poveri diavoli che ci aspettavano sonnec-
ma commozione e
giudizio da parte chiando nella barca, trovino fra quelle loro casipole3 sgangherate e pittoresche, che
dell’autore viste da lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi af-
fannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli. 15
ecco il metodo
verista: [...] Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; ma per poter comprendere siffatta
scompa rire dietro caparbietà,4 che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere
al proprio soggetto,
restringere la
tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno
visuale dell’analisi, battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio5 anche voi, a cotesta lente, voi che
osservare con la guardate la vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e per- 20
massima attenzione
i dettagli ciò forse vi divertirà. [...]
Vi ricordate anche di quel vecchietto6 che stava al timone della nostra barca? Voi
gli dovete questo tributo di riconoscenza, perché egli vi ha impedito dieci volte di
bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù, all’ospedale della città, il
povero diavolo, in una gran corsìa tutta bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando 25
del pane bianco, servito dalle bianche mani delle suore di carità, le quali non aveva-
no altro difetto che di non saper capire i meschini guai7 che il poveretto biascicava
nel suo dialetto semibarbaro.
1. entrata: guadagno. 3. casipole: casupole. sarà uno dei protagonisti del romanzo I
2. quegli scogli giganteschi: i faraglioni, 4. siffatta caparbietà: la fedeltà di quei Malavoglia.
che secondo la leggenda sarebbero massi pescatori al loro mare e al loro paese. 7. guai: lamenti; vedi poi guaiolando, la-
scagliati in mare, contro la nave di Ulisse, 5. metterci un occhio: cioè fermarvi a mentandosi.
dal ciclope Polifemo, accecato e rabbioso guardare (al microscopio).
per essere stato beffato da lui. 6. quel vecchietto: padron ‘Ntoni, che

148
Giovanni Verga

Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa, egli avrebbe voluto morire in quel
l’ostrica che si

Contesto
abbarbica al suo cantuccio nero, vicino al focolare,8 dove tanti anni era stata la sua cuccia «sotto le 30
scoglio simbo- sue tegole», tanto che quando lo portarono via piangeva, guaiolando come fanno i
leggia l’esistenza
dei pescatori di Aci vecchi. [...] – Insomma l’ideale dell’ostrica! – direte voi –. Proprio l’ideale dell’ostri-
Trezza, attaccati ca! E noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati
alle tradizioni e al
loro piccolo mondo ostriche anche noi.

Monografia Raccordo
un’altra Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la for- 35
espressione densa tuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa
di significato, per
definire l’orizzonte
rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si
dei valori di questi riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano – forse
personaggi pel quarto d’ora9 – cose serissime e rispettabilissime anch’esse. Sembrami che le irre-
quietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero dolcemente nella pace se- 40
rena di quei sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di genera-
zione in generazione. [...]
Mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci affezioni dei deboli, nel-
è il preannuncio
del nuovo romanzo l’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita,
e del suo signifi- e ho cercato di decifrare il dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli at- 45
cato di dramma:
chi si ribella alla
tori plebei che conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi raccon-
religione della terò,10 e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: – che allorquando uno di
famiglia viene quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai
severamente punito
suoi per vaghezza11 dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il
mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi più prossimi con 50
lui. – E sotto questo aspetto vedrete che il dramma non manca d’interesse.

G. Verga, Vita dei campi, cit.

8. in quel cantuccio nero, vicino al foco- 9. pel quarto d’ora: almeno per il mo- 10. vi racconterò: nei Malavoglia.
lare: cioè a casa sua. mento. 11. vaghezza: desiderio, attrattiva.

LE CHIAVI DEL TESTO


■ Verga immagina di recarsi ad Aci Trezza, il paese dei Ma- suoi e mutare stato (così farà il giovane ’Ntoni nel romanzo),
lavoglia, in compagnia di una signora del gran mondo che, mettendo in radicale discussione l’assetto tradizionale dei va-
appena arrivata, mostra un fatuo entusiasmo per quella vi- lori, si espone all’inevitabile sconfitta.
ta semplice. Ben presto non ne potrà più e, anzi, dichiarerà di
non capire come altri possano condurvi l’intera esistenza. La LAVORIAMO SUL TESTO
risposta di Verga è polemica con la frivola superficialità 1. Vorrei starci un mese laggiù!, esclama l’elegante visita-
della dama: lo scrittore afferma infatti la propria adesione mo- trice, che poco dopo ribalterà questa affermazione: dove av-
rale alla rassegnazione coraggiosa che quei pescatori manife- viene questo cambiamento, e perché?
stano e con cui affrontano una vita di stenti. 2. Che cosa intende Verga quando scrive: voi che guarda-
■ L’obiettività veristica fa cogliere però a Verga come nep- te la vita dall’altro lato del cannocchiale?
pure Aci Trezza sia un paradiso terrestre: persino lì, malgrado 3. Perché l’autore, per descrivere l’ambiente in cui muore
gli apprezzabili valori condivisi (questa religione della famiglia, quel vecchietto, ripete più volte l’aggettivo bianco?
che si riverbera sul mestiere, sulla casa, rr. 37-38), giungono 4. La rappresentazione della vita di un paese di pescatori
le inquietudini, la febbre del progresso e dell’arricchimento. Il non è spensierata o idilliaca, come ci si potrebbe aspettare:
travaglio della brama di meglio non risparmia quella società perché?
arcaica, sede anch’essa di quella lotta per la vita che costitui- 5. Spiega con parole tue il senso della frase: noi non ab-
va un tema caro alla cultura positivistica dell’epoca. Questo è biamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non es-
il nodo del dramma di cui parla Verga rivolgendosi alla sua in- ser nati ostriche anche noi (max 5 righe).
terlocutrice: chi, tra i paesani di Aci Trezza, vuole staccarsi dai 6. In che cosa consiste il dramma di cui parla Verga?

149
L’OPERA I MALAVOGLIA

Un romanzo sperimentale
◗ Verga cominciò nel 1875 a progettare un «bozzetto marinaresco» (cioè un abbozzo narrativo am-
Testi bientato nel mondo dei pescatori) da intitolarsi Padron ’Ntoni; nel maggio di tre anni dopo (1878) an-
• Due opposte nunciò all’amico scrittore Luigi Capuana che il «bozzetto» si era trasformato in un romanzo, I Malavo-
concezioni di vita:
padron ‘Ntoni e ‘Ntoni glia. Alla base di questa ambiziosa evoluzione era l’approfondimento della poetica del Verismo, fat-
(cap. XI) ta propria da Verga grazie all’amicizia con Capuana e alla comune lettura del romanzo L’assommoir
La parola al critico (L’ammazzatoio) di Émile Zola. Fu forse la diffusione (1876) dell’Inchiesta in Sicilia di Franchetti e Son-
• L. Spitzer, nino sulle condizioni della Sicilia postunitaria a suggerire a Verga l’ambientazione del racconto tra i
L’originalità stilistica
dei Malavoglia miseri pescatori di Aci Trezza, un borgo vicino a Catania.

◗ I Malavoglia nacque dunque come un «romanzo sperimentale», secondo la nuova poetica del Natu-
ralismo francese. La sperimentazione non riguarda solo la forma e l’impianto narrativo, ma anche i
contenuti, i temi sociali, il modo di pensare e di parlare dei personaggi. A tale scopo, Verga consultò
gli studi etnografici – sul folklore e le tradizioni locali catanesi – del medico siciliano Giuseppe Pitré
(1841-1916), studioso di tradizioni popolari e storia locale, per conferire al racconto un’impronta più
«oggettiva». L’opera dunque assume le caratteristiche di uno «studio sociale», con la precisione di
un’analisi scientifica.

◗ Così com’è ricostruito nei Malavoglia, il mondo arcaico-rurale di Aci Trezza è certamente «vero»:
• è realistico, infatti, l’articolarsi del suo tempo «etnologico», cioè di un ritmo di vita invariabile, legato
a una serie di tradizioni: i proverbi (la tradizione della casa, incarnata in padron ’Ntoni, l’uomo-pro-
verbio), il ciclo delle stagioni e il lavoro dei campi (la tradizione della terra), le liturgie (la tradizione
religiosa);
• anche lo spazio è puntigliosamente «vero»: i luoghi del romanzo sono quelli tipici di un paese tutto
«messo in piazza»: la farmacia, dove s’incontrano gli intellettuali; il sagrato, dove si ritrovano i com-
mercianti e gli affaristi; l’osteria di Santuzza, in cui si vedono i proletari e gli sfaccendati; il lavatoio e
la fontana, punto di riferimento delle comari.

◗ La ricchezza dei particolari narrativi serve a Verga per mettere in scena una pluralità di piccole sto-
rie, individuali e familiari, che s’intrecciano e si sviluppano. Viene così ricostruita il più fedelmente
possibile la complessa realtà della vita di un villaggio «tipico», colta nella ricchezza anche contraddit-
toria delle sue relazioni umane. Lo scrittore assume l’«ottica del microscopio», teorizzata in Fantasti-
cheria: «Bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col micro-
scopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori» (E Testo 6, p. 148).

Una società arcaica scossa dai primi segni del progresso


◗ Aci Trezza è un mondo povero ma sereno, fedele da sempre alle sue tradizioni. Verga è però consa-
pevole del fatto che anche quella realtà è soggetta a trasformazioni: il suo scopo (dichiarato nella Pre-
fazione del romanzo) è osservare che cosa accade allorché il nuovo, il «progresso», penetra nella
quiete di una società arcaica, apparentemente immutabile. Poiché secondo la concezione verghiana il
mondo è dominato da una logica di tipo economico, il contrasto tra vecchio e nuovo si pone anzi-
tutto a livello economico e produttivo.

◗ Nei Malavoglia questo motivo viene incarnato da due personaggi tra loro opposti:
• da una parte c’è padron ’Ntoni, il vecchio patriarca, capo della «casa del nespolo», immagine di co-
lui che resta fedele al suo lavoro di pescatore tramandato da generazioni;
• dall’altra c’è zio Crocifisso, simbolo del nuovo modo di lavorare e guadagnare; è lui – scrive Verga –
l’usuraio che «si pappava il meglio della pesca senza pericolo».
I due personaggi sono portatori di valori molto diversi: padron ’Ntoni difende l’onestà, incondiziona-
ta; zio Crocifisso l’utile, a qualsiasi costo.
150
Giovanni Verga

◗ La trama del racconto s’incentra esattamente sul punto di passaggio dal vecchio al nuovo: ritrae

Contesto
infatti la tentazione di cui persino padron ’Ntoni cade vittima. Anch’egli, infatti, cede alla «brama di
meglio», al desiderio cioè di migliorare la propria condizione economica: da pescatore vorrebbe farsi
piccolo imprenditore della pesca. Per questo motivo s’impegna in un affare (il «negozio» dei lupini)
per il quale ha bisogno di un prestito; lo chiede a zio Crocifisso, ma non sarà più in grado di risarcirlo a
causa del naufragio della barca (la Provvidenza) e di tutto il suo carico. La disgrazia manderà in rovi-
na ’Ntoni e la sua famiglia.

Monografia Raccordo
◗ Verga non si limita a illustrare il contrasto tra due logiche economiche differenti, ma ritrae il conflitto
tra nuovo e vecchio mostrando l’arcaico mondo di Aci Trezza alle prese con novità recenti, che scon-
volgono la sua staticità. Si tratta di:
• novità politiche: l’Italia unita;
• novità sociali: la leva militare e la scuola elementare obbligatorie;
• novità economiche: il capitalismo dei proprietari e le tasse;
• novità tecnologiche: il telegrafo, la nave a vapore.

◗ Di fronte al nuovo che avanza ci sono due risposte possibili:


• da una parte la fedeltà verso la tradizione, personificata dall’anziano padron ’Ntoni;
• dall’altra, all’opposto, la ribellione, incarnata nel romanzo da zio Crocefisso ma anche dal nipote di
padron ’Ntoni, il giovane ’Ntoni.
Padron ’Ntoni sa che «il mondo va così, e non abbiamo diritto di lagnarcene»; sa che «bisogna vivere
come siamo nati», che «più ricco è in terra chi meno desidera». Il suo è l’«ideale dell’ostrica», il mol-
lusco che vive fedelmente abbarbicato al proprio scoglio, di cui Verga aveva parlato nella novella Fan-
tasticheria (1879).
Tocca al suo antagonista, il giovane ’Ntoni, il compito, nel romanzo, di mettere in discussione il pro-
prio nucleo di appartenenza: è lui a fuggire dal paese in cerca di fortuna e di nuove esperienze. Ver-
ga ritrae le sofferenze che questa scelta comporta, ma non la condanna interamente: sa infatti che lo
slancio verso il nuovo è una spinta ineludibile dell’animo umano.

Il significato del romanzo


◗ Il significato generale del romanzo viene anticipato nella Prefazione dell’opera, che promette
d’illustrare «le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una fami-
gliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si
sta bene, o che si potrebbe star meglio». L’esito di tutto ciò è tragico, come le immagini apocalittiche
della Prefazione sottolineano (i «vinti» sono «travolti e annegati, ciascuno colle stimmate del suo pec-
cato»): nel cupo pessimismo verghiano, ogni tentativo di cambiare condizione porta alla sconfitta per-
sonale e alla disgregazione del nucleo familiare (E scheda a p. 175).

◗ A cedere alla tentazione è il vecchio patriarca, padron ’Ntoni. Nessuno meglio di lui, il custode della
casa e delle tradizioni di famiglia, dovrebbe sapere che «pigliare il cielo a pugni» porta solo alla scon-
fitta e all’infelicità; eppure, paradossalmente, è proprio lui a impegnarsi nel fatale affare dei lupini.
Ciò dimostra, secondo Verga, che dalle storture del progresso non si salva nulla e nessuno.
Padron ’Ntoni pagherà il prezzo più alto all’infrazione della norma non scritta che impone di accettare
il proprio destino; per il giovane ’Ntoni, invece, sembra prospettarsi un esito diverso, per quanto in-
certo e appena accennato, nell’ultima pagina del romanzo, in cui si narra la sua partenza all’alba –
una specie di ricominciamento – da un’Aci Trezza intorpidita.

La sperimentazione linguistica e il discorso indiretto libero


◗ Sul piano narrativo, il romanzo di Verga si segnala anzitutto per la novità del linguaggio. La lingua
dei Malavoglia non è il dialetto siciliano, ma una sorta di italiano dialettizzato. È cioè una lingua che,
nella realtà, non esiste e viene per così dire ricostruita a tavolino dallo scrittore. Essa diventa
l’espressione viva di una cultura popolare, colta in tutte le sue dimensioni: i proverbi, i modi di dire,
le credenze religiose e le usanze tradizionali, i riti religiosi e le pratiche mediche, le favole e le consue-
tudini riguardanti matrimonio, morte, lavoro dei campi e in mare.

◗ In particolare, Verga utilizza la struttura dell’erlebte Rede, il «discorso rivissuto» o discorso indiretto
libero. Si tratta di una tecnica narrativa già nota e sfruttata da altri romanzieri ottocenteschi, ma che
151
Tra Ottocento e Novecento

nessuno aveva mai applicato in maniera così sistematica come fa Verga. Il narratore dei Malavoglia,
infatti, fa parlare i suoi personaggi in modo diverso da come avviene nel racconto tradizionale: evita
di «dare loro la parola» nel discorso diretto (con formule quali Egli disse: «...») o di usare il discorso indi-
retto (Egli diceva che...) per riferire quanto essi dicono. In questo modo, l’autore annulla la distanza
che lo separa dai personaggi: fa sue le loro parole e le confonde con le proprie, l’esteriorità del raccon-
to e l’interiorità dei personaggi vengono a sovrapporsi e a rimescolarsi, e si annulla ciò che Verga
chiama la «lente» (sempre deformante) «dello scrittore» (Lettera-prefazione a L’amante di Gramigna, E
Testo 3, p. 132).
Possiamo esemplificare quanto detto con un passo tratto dal capitolo IV:
Compare Cipolla raccontava che sulle acciughe c’era un aumento di due tarì per barile, questo poteva interessar-
gli a padron ’Ntoni, se ci aveva ancora delle acciughe da vendere; lui a buon conto se n’era riserbati un centinaio
di barili; e parlavano pure di compare Bastianazzo, buon’anima, che nessuno se lo sarebbe aspettato, un uomo
nel fiore dell’età, e che crepava di salute, poveretto!

Le parole di compare Cipolla sono riferite, all’inizio, mediante il discorso indiretto (raccontava che...
per barile). Però subito dopo, all’interno di questa stessa costruzione, vengono riprodotte le frasi così
come escono dalla bocca di chi parla: questo poteva interessargli a padron ’Ntoni.
Il discorso indiretto libero è ancora più evidente nel periodo successivo, che inizia con parlavano pure
di compare Bastianazzo e si conclude con l’esclamazione poveretto!, presa dal parlato. Da notare an-
che l’uso libero del «che» (corrispondente al siciliano «ca»), elemento dal valore variabile: in questo
caso, che nessuno se lo sarebbe aspettato significa «la morte del quale nessuno se la sarebbe aspetta-
ta», e costituisce dunque un richiamo implicito alla morte (in mare) del personaggio.
La prosa verghiana è ricca di allusioni a fatti o aspetti noti ai personaggi ma non al lettore, che quindi
deve decifrarli.

Il «coro paesano»
◗ Utilizzando questa tecnica narrativa, Verga asseconda l’esigenza di oggettività: può dunque rappre-
sentare sulla pagina quel «coro dei parlanti» che è il vero protagonista-narratore del romanzo. «Il
narratore [...] ha scelto di raccontare gli avvenimenti come si riflettono nei cervelli e nei cuori dei suoi
personaggi» (Leo Spitzer). Sono i personaggi del coro ad accollarsi l’iniziativa del racconto, imponen-
do la loro soggettività. Tuttavia, il narratore non scompare mai del tutto: egli indossa di volta in volta
la maschera del personaggio che gli interessa, assume i pensieri e le parole ora dell’uno ora dell’altro,
dando l’impressione che sia un’intera comunità a parlare, a pensare, ad agire.

Il capolavoro del Verismo

uso del ritratto anche sempre, in Verga, ◗ la lotta per la


discorso linguisticamente le ragioni economiche finiscono vita produce
indiretto con fedeltà al per prevalere e per peggiorare solo sconfitte:
libero «coro paesano» l’esistente è il fatalismo
“ “
verghiano

scosso dalle inquietudini ◗ tale dramma


un mondo e dalle tentazioni è incarnato da
arcaico, immobile del progresso padron ’Ntoni:
• simbolo
della
“ “
tradizione e
quanto di meglio il nuovo viene a sconvolgere
della casa
poetica è possibile ritrarre una tradizione immutabile:
• ma rovinato
del Verismo al «vero», con è il «nodo drammatico»
dall’affare dei
obiettività fotografica del romanzo
lupini

152
Giovanni Verga

LA TRAMA E LA STRUTTURA

Contesto
Il romanzo è costituito da 15 capitoli, ■ La partenza
raggruppabili in tre grandi parti. di Mario e Lidda
◗ La prima parte, introduttiva, occupa i Verga, genitori
dello scrittore,

Monografia Raccordo
capitoli dal I al IV e scorre con un ritmo
narrativo lento; il tempo del racconto
da Tebidi, 1896.
Fotografia di
occupa un arco temporale che va dal di-
Giovanni Verga.
cembre 1863 al settembre 1865. Vie-
ne presentata la famiglia Toscano, da
tutti chiamati «Malavoglia», che è costi-
tuita da padron ’Ntoni, il figlio Bastia-
nazzo e la moglie Maruzza detta la Lon-
ga, i cinque nipoti: ’Ntoni, Luca, Lia,
Alessi e Mena. Abitano nella «casa del
nespolo» e sono pescatori. Nel dicembre
del 1863 il giovane ’Ntoni parte soldato;
dopo qualche tempo, per necessità di denti: Vanni Pizzuto, il barbiere, e don trabbando. La Longa si ammala di cole-
guadagno, il nonno acquista a credito Michele, il brigadiere. ra e muore; Padron ’Ntoni e Alessi, in-
una partita di lupini dallo zio Crocifisso, Ingannata da don Silvestro, rivale in vece, continuano a impegnarsi nel ten-
l’usuraio del paese, con la mediazione amore del giovane ’Ntoni, la Longa ri- tativo di riscattarsi e, venduta la barca,
del sensale Piedipapera. Bastianazzo ca- nuncia all’ipoteca dotale e permette così si mettono alle dipendenze di padron
rica i lupini sulla barca (la Provvidenza) a zio Crocifisso di mettere le mani sulla Cipolla.
per andare a venderli a Riposto. Il capi- «casa del nespolo». Poiché non riescono Intanto il brigadiere don Michele inizia
tolo II è occupato dalle chiacchiere che a risarcire il dovuto, i Malavoglia devo- a corteggiare Lia: tramite Mena, fa sa-
si fanno in paese su tale negozio azzar- no trasferirsi nella casa del beccaio. pere al giovane ’Ntoni di conoscere i
dato dei lupini. Segue nel capitolo III il Questa scelta ha delle serie ripercussio- suoi traffici illeciti. All’osteria i due ven-
naufragio della barca Provvidenza, rac- ni sui nipoti: la Mena, che ama il carret- gono alle mani. In una notte di pioggia
contato non direttamente, ma attraverso tiere Alfio Mosca, era stata promessa ’Ntoni è sorpreso nei suoi loschi affari
le reazioni che suscita ad Aci Trezza; nel dal nonno a Brasi, figlio di padron Cipol- insieme a Rocco Spatu, a Cinghialenta e
IV si celebrano i funerali di Bastianazzo. la, ma questi ora non vuole che il figlio al figlio della Locca; sfuggono alle guar-
si sposi con una nullatenente, e viene die, ma ’Ntoni colpisce don Michele con
◗ La seconda parte del romanzo occu- rotto il fidanzamento; e anche Barbara una coltellata: è arrestato e finisce in
pa i capitoli dal V al IX; il tempo del rac- viene negata a ’Ntoni. In paese i Mala- carcere. Padron ’Ntoni, senza badare al-
conto interessa una quindicina di mesi, voglia sono abbandonati da tutti e isola- le spese, ricorre all’avvocato Scipioni; al
dall’autunno 1865 alla fine del 1866. ti. A conclusione di questa parte, due processo costui imposta la difesa sul
I Malavoglia cercano di saldare il debi- soldati portano la notizia che Luca è delitto d’onore (’Ntoni avrebbe accoltel-
to, di ottenere dallo zio Crocifisso una morto nella battaglia di Lissa. lato il brigadiere don Michele per tutela-
dilazione fino alla raccolta delle olive. re l’onore della sorella Lia). Il risultato è
Non manca qualche segnale positivo: ◗ Il capitolo X, dedicato al secondo nau- che ’Ntoni è condannato a cinque anni
viene ritrovata la Provvidenza, data a ri- fragio della barca, ha una funzione di di prigione e Lia, sconvolta e disonora-
parare a mastro Zuppiddu; inoltre raccordo con la terza parte del raccon- ta, scappa di casa per andare in città
’Ntoni ritorna dalla leva (al suo posto to, che va dall’XI al XV capitolo e che (capitolo XIV). Padron ’Ntoni, ferito a
parte il giovane Luca) e, seppure senza copre gli anni dal 1867 al 1877 (o morte nei suoi sentimenti più profondi,
entusiasmo, per guadagnarsi da vivere 1878). In questa parte il tempo cronolo- cade in una sorta di istupidimento; fini-
affianca il nonno nel lavoro come pe- gico si dilata parecchio (a ogni capitolo sce i suoi giorni nell’ospedale di Cata-
scatore a giornata. A Catania l’avvocato corrispondono diversi mesi se non addi- nia, solo e abbandonato da tutti.
Scipioni consiglia di non onorare il de- rittura qualche anno), mentre il raccon- Alessi, che ha riscattato con il suo duro
bito, ma il vecchio padron ’Ntoni inten- to si concentra attorno al giovane lavoro la «casa del nespolo», sposa la
de rispettare a ogni costo la parola data. ’Ntoni, che si ribella alla vita di Aci Nunziata; con loro va a vivere la sorella
Tornati ad Aci Trezza, i Malavoglia pat- Trezza e parte «a cercar fortuna». Nel minore Mena: «una sera» ’Ntoni ritorna,
tuiscono con il mediatore Piedipapera capitolo XII lo vediamo ritornare in pae- così «mutato» che il fratello non lo rico-
che, se non potranno pagare, lasceran- se, lacero e senza un soldo; egli condu- nosce. Ripartirà all’alba «colla sua spor-
no la casa. ’Ntoni s’invaghisce di Barba- ce una vita sregolata e a nulla valgono i ta sotto il braccio», per andarsene per
ra, figlia di mastro Zuppiddu, e inizia a rimproveri del nonno o il pianto delle sempre, mentre il paese al risveglio si
corteggiarla, inimicandosi altri preten- sorelle: vive all’osteria e si dà al con- avvia alle faccende di ogni giorno.

153
Tra Ottocento e Novecento

7 Prefazione
I Malavoglia
Anno: 1881
Temi: • il desiderio di stare meglio e le sue tragiche conseguenze • la comunanza di tutte le clas-
si sociali tanto nella «lotta per la vita» quanto nella sconfitta • l’analisi di tale fenomeno a partire
dal livello sociale più basso, perché meno complicato • il progetto di un ciclo romanzesco

Il romanzo è introdotto da questa Prefazione, datata dall’autore «19 gennaio 1881». Verga la
scrisse, dunque, quando aveva ormai concluso la stesura del romanzo, come accompagnamento
all’imminente pubblicazione in volume presso Treves. Il romanzo viene inserito entro una più gene-
rale struttura, quella del «ciclo dei Vinti».

è il proposito Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono
del Verismo
nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel1 benesse-
l’ambizione a
migliorare il proprio
re; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta fino allora rela-
stato soppianta tivamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che
l’«ideale dell’ostrica»
e prepara una
si potrebbe star meglio. 5

rovinosa sconfitta Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui
alle sue sorgenti,2 nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle
passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato,3 e potrà quin-
ecco il progetto
del «ciclo dei Vinti»: di osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette4 e
una serie di tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui 10
romanzi pensati
per rappresentare, l’uomo è travagliato5 cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi, e segue il suo moto
in specifiche figure ascendente nelle classi sociali. Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni
sociali, le diverse
forme assunte
materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in
dalla bramosìa un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di
dell’ignoto e
una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più viva- 15
dall’ansia del meglio
ci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Du-
chessa de Leyra; e ambizione nell’Onorevole Scipioni, per arrivare all’Uomo di lusso, il
quale riunisce tutte coteste bramosie, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni,
per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne è consunto.6 A misura che
la sfera dell’azione umana si allarga, il congegno delle passioni va complicandosi; i 20
tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, per la sottile influenza
che esercita sui caratteri l’educazione, ed anche tutto quello che ci può essere di arti-
ficiale7 nella civiltà. [...] Persino il linguaggio tende ad individualizzarsi,8 ad arric-
chirsi di tutte le mezze tinte dei mezzi sentimenti, di tutti gli artifici della parola [...].
Perché la riproduzione artistica di cotesti quadri sia esatta, bisogna [...] esser sinceri 25

1. pel: per il. me tra cause ed effetti, è più facile da sco- 8. Persino il linguaggio... individualiz-
2. Il movente... sorgenti: ciò che spinge al prire nelle classi umili che in quelle alte zarsi: il linguaggio dei borghesi adotta le
progresso tutti, indipendentemente dalla perché nelle prime è più istintivo. sfumature più svariate (mezze tinte). È diffi-
classe sociale, viene considerato dall’auto- 4. schiette: pure, incontaminate. cile, dice Verga, rappresentare la borghe-
re alla fonte, cioè al livello più basso e ori- 5. travagliato: tormentato. sia: non perché le sue passioni siano trop-
ginario, quello delle classi più umili (i pe- 6. consunto: consumato. po complicate (anche se il loro meccani-
scatori di Aci Trezza). 7. artificiale: un modo di vivere non natura- smo è un po’ più complesso), ma perché
3. Il meccanismo... complicato: il mecca- le come nei pescatori di Aci Trezza, ma «co- bisogna trovare lo stile adeguato.
nismo che regola le passioni, cioè il lega- struito» secondo le regole del bel mondo.

154
Giovanni Verga

Verga non crede per dimostrare la verità, giacché la forma è così inerente al soggetto, quanto ogni
nell’ideologia

Contesto
positivista del parte del soggetto stesso è necessaria alla spiegazione dell’argomento generale.
progresso; Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per
scienza e tecniche
progrediscono, raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell’insie-
ma non riescono a me, da lontano. Nella luce gloriosa che l’accompagna dileguansi9 le irrequietudini, 30
migliorare
realmente l’uomo
le avidità, l’egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le

Monografia Raccordo
e la qualità della debolezze che aiutano l’immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito svi-
vita sociale
luppasi la luce della verità. Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino ne-
gli interessi particolari che lo producono;10 li giustifica quasi come mezzi necessari a
stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio11 a beneficio di tutti. Ogni 35
nessun osservatore
può essere movente di cotesto lavorio universale, dalla ricerca del benessere materiale, alle più
davvero «neutrale»; elevate ambizioni, è legittimato dal solo fatto della sua opportunità a raggiungere lo
anche lo scrittore
verista, con il suo scopo del movimento incessante;12 e quando si conosce dove vada questa immensa
studio sincero corrente dell’attività umana, non si domanda al certo come ci va.13 Solo
e spassionato,
viene preso dalla l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di 40
corrente del interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’on-
progresso, come
chiunque altro
da per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sot-
to il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi an-
nella lotta per la
vita non ci sono ch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani.
vincitori: tutti I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole Scipioni, l’Uomo 45
sono, ugualmente,
perdenti, a di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti
qualsiasi livello e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo
sociale conducano
la loro battaglia
sfolgorare della sua virtù.14 Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua
parte nella lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione – dall’umile pescatore
al nuovo arricchito15 – alla intrusa16 nelle alte classi – all’uomo dall’ingegno e dalle 50
volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini; di prendersi
l’autore deve
limitarsi a osservare da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per
e rappresentare la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori della legge17 – all’artista18 che
la vita reale,
senza giudicarla; crede di seguire il suo ideale seguendo un’altra forma dell’ambizione. Chi osserva
è il fulcro questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un 55
dell’impersonalità
verista
istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione,19 e rendere la scena
nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è sta-
ta, o come avrebbe dovuto essere.
Milano, 19 gennaio 1881

G. Verga, Tutti i romanzi, a cura di F. Ghidetti, Sansoni, Firenze 1983

9. dileguansi: si dileguano, spariscono: ma basta il semplice fatto che esso è in moto. tori dei Malavoglia, l’arricchito Gesualdo.
anche se non si vedono più, ci sono ancora. 13. dove vada... va: antitesi significativa; 16. intrusa: la figlia di Gesualdo, Isabella,
10. Il risultato... producono: ciò che il come è determinante per migliorare la che sposerà un nobile; doveva essere la
l’umanità ottiene, nasconde la meschinità qualità della vita umana! protagonista del terzo romanzo.
degli interessi. 14. ciascuno... virtù: la sconfitta brucia 17. uomo dall’ingegno... legge: l’onore-
11. cooperante inconscio: che collabora maggiormente, perché provocata da ciò vole Scipioni, protagonista del quarto ro-
all’avanzamento dell’umanità senza sa- che sembrava virtù, ovvero l’ambizione di manzo, figlio illegittimo (= nato fuori del
perlo, non per libera scelta. Poiché ogni in- migliorare, di progredire. La brama di me- matrimonio) di Isabella.
dividuo insegue per sé interessi parziali e glio si trasforma così in strumento di per- 18. all’artista: il protagonista dell’ultimo
meschini, mette in moto una piccola ruota dizione (peccato), lasciando su ciascuno il romanzo, l’Uomo di lusso, mai scritto e
del meccanismo ma non lo può cogliere marchio (stimate = ferite non rimarginate neppure abbozzato da Verga.
nella sua totalità. sulle mani o sui piedi) della sconfitta, che 19. senza passione: cioè in modo imper-
12. è legittimato... movimento incessan- è un’autodistruzione. sonale, secondo i dettami del Verismo.
te: a giustificare il cammino del progresso 15. umile pescatore... arricchito: i pesca-

155
Tra Ottocento e Novecento

ANALISI DEL TESTO


IL TESTO PUNTO PER PUNTO
■ Il testo funge da introduzione ai Malavoglia ma, contem- • il proposito di raffigurare tale ricerca nei diversi stadi della
poraneamente, serve a Verga per esporre il suo progetto nar- società (viene qui delineato il ciclo dei cinque romanzi, di cui
rativo, relativo ai romanzi del «ciclo dei vinti». I Malavoglia costituivano la prima tappa);
■ Verga scandisce la Prefazione in quattro capoversi, cia- • la scoperta che il cammino del progresso è un processo
scuno dei quali mette a fuoco un’idea di fondo: crudele, che nasconde sofferenze e sconfitte;
• le prime irrequietudini pel benessere che nascono ai livelli • il proposito di ritrarre la sconfitta dei tanti vinti, ai diversi li-
sociali più bassi, motivate dalla ricerca del meglio; velli, con lo sguardo dell’osservatore e non del giudice.

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ A uno sguardo superficiale, dice Verga, sembra che l’uma- umana, si rivolgerà l’attenzione dello scrittore.
nità, nel suo assieme, sia in marcia verso forme d’esistenza ■ Il progetto letterario di Verga assume per protagonista una
sempre migliori. Ma la realtà è ben diversa. La fiumana del categoria ben precisa: coloro che sono presi dalla bramosia
progresso avanza, infatti, con una forza ineluttabile che as- (individuale e collettiva) di ottenere sempre il nuovo e il me-
sorbe tutto e tutti, per poi lasciare ai margini molti individui, glio. Tutti, in realtà, siamo «travagliati», sollecitati dalla voglia
dopo essersene servita. Il mondo si popola così di creature di stare meglio. Ciò vale sia nei ceti più poveri, sia nelle clas-
sconfitte, di vinti. Pochi primeggiano, mentre tantissimi altri si sociali più elevate. Ma molti di noi rimangono travolti dai
vengono sommersi dalla fiumana del progresso: sono i debo- propri stessi desideri. C’è dunque una contraddizione insana-
li che restano per via, i fiacchi che si lasciano sorpassare dal- bile nel progresso complessivo dell’umanità: esso è il frutto
l’onda per finire più presto, i vinti che levano le braccia dispe- dell’ambizione dei singoli, i quali finiscono però schiacciati
rate. Appunto a costoro, ai vinti e non ai vincitori della società dalla loro stessa ricerca del meglio.

ANALISI OPERATIVA
{ I temi 3. Lo scrittore traccia qui il progetto del «ciclo
dei vinti», immaginando una campionatura per strati
1. In questo proemio si respira chiaramente il clima sociali: nascono così le cinque tappe del progettato
della cultura positivistica di fine Ottocento. ciclo romanzesco, a imitazione, dal basso verso
a. Evidenzia nel testo le espressioni che si ricollegano l’alto, delle gerarchie sociali.
più direttamente a questo clima culturale. a. Ciascuno dei cinque progettati romanzi individua i
b. Ora rifletti: che cosa pensa lo scrittore del progresso? propri personaggi entro una classe specifica: compila la
Perché lo definisce una fiumana? seguente tabella.
...............................................................................................
............................................................................................... romanzo titolo nome del classe sociale
............................................................................................... protagonista di appartenenza
............................................................................................... 1 .................... ........................... ..........................
2. Secondo Verga, la scelta dell’ambiente degli umili
si presta meglio ad analizzare scientificamente 2 .................... ........................... ..........................
l’azione dell’uomo nella società.
3 .................... ........................... ..........................
a. Tale convinzione dipende dal fatto che
a gli umili non possono protestare né vendicarsi 4 .................... ........................... ..........................
b solo la sconfitta nella lotta per la vita si presta
a un’analisi oggettiva 5 .................... ........................... ..........................
c perché il linguaggio degli umili è il più semplice
e immediato b. I protagonisti dei cinque romanzi sono figure assai di-
d altro (specificare cosa) .................................................. verse tra loro per ceto sociale e modo di vivere; tutte,
Motiva la risposta sottolineando nel testo la frase di Ver- però, evidenziano un tratto in comune: quale?
ga che la giustifica. ...............................................................................................
156
Giovanni Verga

4. Dal punto di vista letterario, Verga espone b. Rintraccia nel testo altri usi metaforici e trascrivili.

Contesto
nella Prefazione ai Malavoglia alcuni princìpi ...............................................................................................
della propria poetica veristica. ...............................................................................................
a. Quali sono le caratteristiche fondamentali di tale poe- ...............................................................................................
tica? Evidenzia nel testo le espressioni più significative. ...............................................................................................
b. Ora riassumi l’idea di Verismo che è possibile ricava- ...............................................................................................
re dalla Prefazione ai Malavoglia, utilizzando i termini e 6. Nell’ultimo capoverso l’autore parla di spettacolo.

Monografia Raccordo
le espressioni dell’autore (max 10 righe). Questo termine rinvia a due possibili ottiche
di osservazione della realtà: un’ottica da lontano
{ Forme e stile e un’altra più ravvicinata.
5. Pur esponendo il progetto del Verismo, a. C’è un punto della Prefazione nel quale Verga identi-
la Prefazione non rinuncia tuttavia a utilizzare fica esplicitamente queste due ottiche: sottolinealo.
immagini e metafore, come avveniva nella prosa b. Quale delle due ottiche Verga assume?
letteraria tradizionale. a l’ottica del lontano b l’ottica del vicino

a. Osserva per esempio alle rr. 14-16 la metafora del c. Perché sceglie proprio questa ottica?
quadro: essa serve all’autore per passare in rassegna i d. Aderire all’una o all’altra comporta conseguenze an-
vari aspetti dell’ambientazione (la cornice), dello stile e che linguistiche e stilistiche? sì no

delle scelte linguistiche (i colori) e dell’intreccio (il dise- Rispondi alla domanda sulla base di questo testo e di
gno). ciò che sai della poetica verghiana. Motiva in breve la
tua risposta.

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO


1. Il testo si presenta come una Prefazione a un 2. Se non nella sintassi, è nel lessico della
lavoro letterario molto impegnativo. Perciò utilizza Prefazione che si può cogliere tutta la novità del
un periodare spesso ampio, ricco di frasi coordinate Verismo verghiano. Un termine chiave, in questo
e subordinate. senso, è l’aggettivo sinceri, utilizzato dall’autore
a. Identifica nel testo almeno due periodi che evidenzia- alla r. 25.
no tale caratteristica. a. Rileggi la Prefazione, individua i termini caratteristici
b. Fai poi l’analisi sintattica di uno di essi, individuando della poetica verista e trascrivili.
la proposizione principale, le eventuali proposizioni inci- ...............................................................................................
dentali, le coordinate e le subordinate e i relativi gradi di ...............................................................................................
coordinazione e subordinazione. ...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................

157
Leggere l’arte
La dignità di chi lavora:
Il quarto stato di Pellizza da Volpedo

■ Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901, olio su tela, 293x545 cm, Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna.

Nuovi protagonisti ta: l’artista eseguì numerosi bozzetti dal


della storia vero per le varie figure, organizzandole
poi in una struttura unitaria con un lungo
Il pittore Giuseppe Pellizza da Volpe- lavoro in studio.
do (1868-1907) respirò a Parigi il clima Pellizza era interessato dalle nuove
delle ricerche d’avanguardia; fu, inoltre, teorie scientifiche sul colore e aderì al di-
influenzato dal socialismo umanitario, visionismo, una tecnica che componeva
molto diffuso a quel tempo: perciò af- le immagini attraverso piccoli punti o fi-
frontò spesso, con grande partecipazio- lamenti di colori complementari (ros-
ne emotiva, temi legati al lavoro e alle so/verde, blu/arancio, giallo/viola) acco-
classi sociali umili. stati tra loro: l’occhio umano, a una certa
Il quarto stato raffigura una massa di distanza, vede quei colori fusi, con gli ef-
proletari («quarto stato» significa la par- fetti di vivacità e brillantezza.
te più infima della società, ancor più del Il quarto stato è appunto costruito
«terzo stato» che nel 1789 aveva pro- con la tecnica della divisione del colore.
mosso la rivoluzione francese), che avan- Le figure sono create con minuscoli pun-
za in modo fiero e solenne. Sono guidati ti accostati gli uni agli altri: così i corpi
da tre figure in primo piano, due uomini vengono meticolosamente definiti e ri-
e una donna con un bambino in braccio. saltano, attraverso la luce, quasi fossero
La loro marcia in avanti annuncia che la sculture, maestose e possenti.
loro situazione sta per cambiare e mi-
gliorare, grazie alle lotte sociali e sinda-
cali così vive nell’Europa d’inizio Nove- ■ Il quarto stato
cento. La composizione è molto studia- (particolare).
158
Giovanni Verga

Contesto
8 La famiglia Toscano
I Malavoglia, capitolo I

Monografia Raccordo
Anno: 1881
Temi: • l’attaccamento alla famiglia e ai valori della tradizione • i giudizi della gente di paese e
le rivalità interne • sullo sfondo, i cambiamenti sociali ed economici dell’Italia unita

L’esordio dei Malavoglia ci introduce quasi con brutalità nel romanzo verista. Subito, ad apertura di
pagina, una narrazione che pare monocorde, impoetica; un mondo di poveri pescatori, che costituisce
in se stesso una chiara provocazione rispetto alla tradizione letteraria. La voce narrante risuona come
un’eco che rimbalza tra i tanti acuti e stridii del «coro» di Aci Trezza: lo scrittore si costringe a una pro-
spettiva bassa, assume un livello conoscitivo di grado zero: non sa nulla, non spiega nulla; i lettori so-
no buttati in mezzo al romanzo, senza alcuna preparazione. Rivalità, simpatie, invidie, cioè tutti i sen-
timenti dei personaggi – e gli eventi che li hanno suscitati – all’inizio della narrazione non vengono
«raccontati», ma mostrati in atto agli occhi del lettore. In questo modo Verga produce l’effetto
dell’«opera che si fa da sé», senza bisogno della mediazione del narratore-letterato.

il paragone radica Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di
la famiglia
nel suo ambiente, Trezza;1 ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello,2 tutti buona e brava gente
o meglio, di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere.
la identifica con
l’ambiente stesso Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva
dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, 5
li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre
il centro, materiale avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole.3 Adesso a Trezza non rimaneva-
e ideale, attorno
a cui ruota no che i Malavoglia di padron ’Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provviden-
la loro esistenza za4 ch’era ammarrata5 sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio6 Co-
la, e alla paranza7 di padron Fortunato Cipolla. 10

Le burrasche8 che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate
senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata sotto il lavatoio;
padron ’Ntoni è il
depositario dei
e padron ’Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso –
valori della vecchia un pugno che sembrava fatto di legno di noce9 – Per menare il remo10 bisogna che le
cultura patriarcale; cinque dita s’aiutino l’un l’altro. 15
perciò parla
abitualmente per Diceva pure, – Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far
proverbi o modi da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo.11
di dire popolari
E la famigliuola di padron ’Ntoni era realmente disposta come le dita della mano.
Prima veniva lui, il dito grosso, che comandava le feste e le quarant’ore;12 poi suo fi-

1. Trezza: Aci Trezza, poco a nord di Ca- della gente di Trezza: la narrazione sembra 9. legno di noce: legno scuro, compatto e
tania. scaturire dalla loro viva voce. duro; sta a simboleggiare l’energia e la sal-
2. Ognina... Aci Castello: tutte località 4. Provvidenza: la barca su cui i Malavo- dezza di padron ’Ntoni.
della costa catanese. glia escono a pescare. 10. menare il remo: condurre il remo,
3. che avevano... sole: avevano sempre 5. ammarrata: tirata in secco sulla riva. quindi remare.
posseduto delle barche e una casa. Nota 6. zio: nel linguaggio popolare indica non 11. il dito grosso... piccolo: ritorna il mo-
l’anacoluto, cioè la rottura della regolarità un vero e proprio parente, ma un individuo tivo dell’unità e coesione familiare espressi
sintattica della frase, introdotto dal che: pri- anziano a cui viene portato rispetto. nel proverbio precedente. Ciascuno ha un
mo esempio del «discorso indiretto libero» 7. paranza: larga e tozza imbarcazione a ruolo nella vita, che non va abbandonato
verghiano. La congiunzione presupporreb- vela, con un albero, usata per la pesca co- per andare in cerca d’avventure: è l’«ideale
be un verbo reggente («si sapeva che...», stiera; stazzava fino a 25 tonnellate. dell’ostrica» verghiano.
«era noto che...», o simili), ma Verga rifiuta 8. Le burrasche: felice metafora, trattan- 12. quarant’ore: liturgia religiosa in cui il
l’uso di queste forme, per affidarsi al «coro» dosi di gente di mare. Santissimo Sacramento (l’Eucaristia) viene

159
Tra Ottocento e Novecento

glio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande e grosso quanto il San Cristoforo che 20
c’era dipinto sotto l’arco della pescheria della città;13 e così grande e grosso com’era
filava diritto alla manovra comandata,14 e non si sarebbe soffiato il naso se suo pa-
dre non gli avesse detto «sòffiati il naso» tanto che s’era tolta15 in moglie la Longa16
anche lui, come quando gli avevano detto «pìgliatela». Poi veniva la Longa, una piccina che badava a
il padre, riconosce
l’autorità del tessere, salare le acciughe,17 e far figliuoli, da buona massaia; infine i nipoti, in ordi- 25
nonno, ma è un ne di anzianità: ’Ntoni, il maggiore, un bighellone di vent’anni, che si buscava tutt’o-
irrequieto, come
poi il romanzo ra qualche scappellotto dal nonno, e qualche pedata più giù per rimettere
mostrerà l’equilibrio, quando lo scappellotto era stato troppo forte; Luca, «che aveva più giu-
l’esclamazione dizio del grande» ripeteva il nonno; Mena (Filomena) soprannominata
pare giungere dal
coro della gente «Sant’Agata»18 perché stava sempre al telaio, e si suol dire «donna di telaio, gallina di 30
che passa in pollaio, e triglia di gennaio»;19 Alessi (Alessio) un moccioso tutto suo nonno co-
rassegna i vari
componenti lui!;20 e Lia (Rosalia) ancora né carne né pesce. – Alla domenica, quando entravano
della famiglia in chiesa, l’uno dietro l’altro, pareva una processione.
Padron ’Ntoni sapeva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi,
secondo l’«ideale
dell’ostrica» «perché il motto21 degli antichi mai mentì»: – «Senza pilota22 barca non cammina» – 35
bisogna «Per far da papa bisogna saper far da sagrestano»23 – oppure – «Fa il mestiere che sai,
accontentarsi
di quel che si è
che se non arricchisci24 camperai» – «Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se
o che si sa fare non altro non sarai un birbante»25 ed altre sentenze giudiziose.
e che si ha
Ecco perché la casa del nespolo prosperava, e padron ’Ntoni passava per testa qua-
dra,26 al punto che a Trezza l’avrebbero fatto consigliere comunale, se don Silvestro, 40
il segretario,27 il quale la sapeva lunga, non avesse predicato che era un codino mar-
la sua visione
del mondo è tutta cio, un reazionario28 di quelli che proteggono i Borboni,29 e che cospirava pel ritor-
racchiusa no di Franceschello,30 onde poter spadroneggiare nel villaggio, come spadroneggiava
nei confini della
famiglia e del in casa propria.31
villaggio; perciò è Padron ’Ntoni invece non lo conosceva neanche di vista Franceschello, e badava 45
indifferente a
quanto accade nel
agli affari suoi, e soleva dire: «Chi ha carico di casa32 non può dormire quando vuo-
resto d’Italia le» perché «chi comanda ha da dar conto».33

esposto ai fedeli e da loro adorato, appun- 19. donna... gennaio: ogni cosa al suo tribuirà a portare in carcere il giovane
to per quaranta ore consecutive, giorno e posto, dunque, secondo la morale patriar- ’Ntoni.
notte, in ricordo del tempo trascorso da cale. Gennaio, quando il mare è più mosso 28. un codino marcio, un reazionario: un
Gesù Cristo nel sepolcro. «Comandare le e infido, è il mese della pesca della triglia, retrivo conservatore. Prima della rivoluzio-
feste e le quarant’ore» significa, nel lin- un pesce che vive tra gli scogli. ne francese, nel Settecento, gli uomini por-
guaggio popolare figurato, “comandare 20. colui: il pronome si riferisce ad Alessi. tavano i capelli acconciati con una lunga
ogni cosa a bacchetta”; padron ’Ntoni è il 21. il motto: la parola, il proverbio come treccia (codino) sulla nuca. L’espressione
capo riconosciuto della casa. fonte di saggezza. «essere un codino» significa avere nostal-
13. città: Catania, la città per antonomasia. 22. pilota: naturalmente è lui, padron gie per l’epoca in cui il potere dei sovrani
14. filava... comandata: obbediva senza ’Ntoni, la guida (il pilota) della famiglia. era considerato indiscutibile.
fiatare (nel gergo marinaresco). 23. Per far da papa... sagrestano: ossia 29. Borboni: la dinastia che regnava sul
15. tolta: presa. chi vuol comandare deve imparare prima a Mezzogiorno d’Italia, prima della spedizio-
16. la Longa: Maruzza, detta la Longa, era obbedire. ne dei Mille (1860) e dell’Unità d’Italia.
minuta e piccina, tutto il contrario di quan- 24. che se non arricchisci: e così, anche 30. Franceschello: Francesco II di Borbo-
to il soprannome fa supporre, così come se non... Questo che è il tipico ca siciliano, ne (1836-94), ultimo re delle Due Sicilie.
dev’essere, ha già detto Verga. congiunzione con valore variabile, ora 31. onde poter... in casa propria: don Sil-
17. salare le acciughe: mettere le acciughe causale, ora (come qui) consecutivo. vestro non esita a calunniare quel poten-
sotto sale, per la conservazione. Era, in un 25. birbante: un poco di buono. ziale avversario che potrebbe insidiare il
villaggio di pescatori, un compito fonda- 26. testa quadra: uomo di buon senso, suo potere.
mentale, svolto dalle donne. serio. 32. Chi ha carico di casa: chi ha la re-
18. Sant’Agata: martire siciliana vissuta 27. don Silvestro, il segretario: segreta- sponsabilità di mantenere una famiglia.
tra il III e il IV secolo d.C., patrona di Cata- rio comunale, è un intrigante forestiero 33. dar conto: nella visione patriarcale,
nia. Impersona popolarmente le virtù fem- che di fatto detiene il potere politico in l’autorità è anzitutto responsabilità e ser-
minili. Mena è chiamata così perché è una paese, manovrando a proprio piacimento il vizio.
ragazza a modo. debole sindaco. Con le sue manovre con-

160
Giovanni Verga

Nel dicembre 1863, ’Ntoni, il maggiore dei nipoti, era stato chiamato per la leva di

Contesto
mare.34 Padron ’Ntoni allora era corso dai pezzi grossi35 del paese, che son quelli che
possono aiutarci. Ma don Giammaria, il vicario,36 gli avea risposto che gli stava be- 50
l’Italia unita si ne, e questo era il frutto di quella rivoluzione di satanasso37 che avevano fatto collo
rende presente con
questi due sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile.38 Invece don Franco lo speziale39 si
elementi odiati metteva a ridere fra i peli della barbona,40 e gli giurava fregandosi le mani che se arri-

Monografia Raccordo
dalla gente:
il servizio militare vavano a mettere assieme un po’ di repubblica,41 tutti quelli della leva e delle tasse li
obbliga torio (prima avrebbero presi a calci nel sedere, ché soldati non ce ne sarebbero stati più, e invece 55
inesistente) e
la riscossione
tutti sarebbero andati alla guerra, se bisognava.42 Allora padron ’Ntoni lo pregava e
delle tasse lo strapregava per l’amor di Dio di fargliela presto la repubblica, prima che suo ni-
pote43 ’Ntoni andasse soldato, come se don Franco ce l’avesse in tasca;44 tanto che lo
speziale finì coll’andare in collera.45 Allora don Silvestro il segretario si smascellava
dalle risa a quei discorsi, e finalmente disse lui che con un certo gruzzoletto46 fatto 60
scivolare in tasca a tale e tal altra persona che sapeva lui, avrebbero saputo trovare a
suo nipote un difetto da riformarlo.47 Per disgrazia il ragazzo era fatto con coscien-
za,48 come se ne fabbricano ancora ad Aci Trezza, e il dottore della leva, quando si
vide dinanzi quel pezzo di giovanotto, gli disse che aveva il difetto di esser piantato
come un pilastro su quei piedacci che sembravano pale di ficodindia;49 ma i piedi 65
fatti a pala di ficodindia ci stanno meglio degli stivalini stretti50 sul ponte di una co-
razzata, in certe giornataccie;51 e perciò si presero ’Ntoni senza dire «permettete».52
La Longa, mentre i coscritti53 erano condotti in quartiere,54 trottando trafelata55 ac-
canto al passo lungo del figliuolo, gli andava raccomandando di tenersi sempre sul
petto l’abitino della Madonna,56 e di mandare le notizie ogni volta che tornava qual- 70
nella mentalità
tradizionale, è che conoscente dalla città, che poi57 gli avrebbero mandato i soldi per la carta.58
disdicevole Il nonno, da uomo, non diceva nulla; ma si sentiva un gruppo59 nella gola an-
che un uomo si
commuova
ch’esso, ed evitava di guardare in faccia la nuora, quasi ce l’avesse con lei.60 Così se
ne tornarono ad Aci Trezza zitti zitti e a capo chino. Bastianazzo, che si era sbrigato

34. la leva di mare: il servizio militare in pubblicane; si richiama a Mazzini e avver- città, eleganti.
qualità di marinaio. I marinai erano di pre- sa quindi la monarchia dei Savoia. 51. certe giornataccie: quando il mare è in
ferenza arruolati in paesi di mare. 42. se bisognava: l’arruolamento sarebbe tempesta o durante una battaglia navale.
35. pezzi grossi: gli uomini più potenti. avvenuto solo in caso di effettivo bisogno. 52. permettete: scusateci tanto.
36. vicario: esercitava le funzioni del par- 43. prima che suo nipote: il capofamiglia 53. coscritti: i soldati di leva.
roco, che abitava in un altro paese. Don è preoccupato, perché prevede il danno 54. in quartiere: in caserma, a Catania.
Giammaria è l’autorità religiosa di Aci che porterà ai Malavoglia la partenza di 55. trafelata: la madre del giovane ’Ntoni,
Trezza. ’Ntoni. piccola e minuta, trotterella accanto al fi-
37. satanasso: il diavolo. Secondo don 44. ce l’avesse in tasca: la repubblica, glio, senza riuscire a staccarsi da lui. Pre-
Giammaria, la rivoluzione del 1860 è opera sottinteso. vede i pericoli (anzitutto morali) in cui il
del diavolo. 45. collera: lo speziale si arrabbia, forse suo ragazzo incorrerà, dal momento che
38. sciorinare... campanile: facendo perché riceve da padron’ Ntoni la dimo- verrà sradicato dalla sua gente.
sventolare il fazzoletto tricolore simbolo strazione della propria impotenza: dietro 56. l’abitino della Madonna: o “scapola-
d’Italia. L’espressione è ironica: la bandiera alle sue chiacchiere politiche, infatti, non re”, era formato da due pezzi di stoffa con
diventa un fazzoletto, steso ad asciugare in c’è nulla di concretamente realizzabile. l’immagine o il nome della Madonna; i due
cima ai campanili come un capo di bian- 46. un certo gruzzoletto: una tangente. pezzi venivano posti dai devoti l’uno sulle
cheria qualunque. Il vicario è indignato per 47. riformarlo: scartarlo dal servizio mili- spalle e l’altro sul petto.
la profanazione del luogo sacro, ma si sba- tare per inidoneità. 57. che poi: altro esempio di discorso in-
glia su padron ’Ntoni, che di certo non era 48. era fatto con coscienza: era sano e diretto libero; sottintendi: «la Longa ag-
tra gli sventolatori. robusto. giunse che...».
39. speziale: farmacista. Don Franco faceva 49. pale di ficodindia: i rami del fico 58. la carta: da lettera.
parte dei pezzi grossi del paese e infatti por- d’India sono larghi e appiattiti come le pale 59. gruppo: nodo.
tava il titolo di don (superiore a compare). di un remo; la similitudine trae spunto da- 60. quasi... lei: per evitare che la nuora,
40. barbona: folta barba. gli elementi della vita quotidiana del pae- cioè la Longa, pensasse che lui fosse in
41. un po’ di repubblica: a differenza di se. collera con lei.
don Giammaria, lo speziale è di idee re- 50. stivalini stretti: dei giovani soldati di

161
Tra Ottocento e Novecento

in fretta dal disarmare61 la Provvidenza, per andare ad aspettarli in capo62 alla via, co- 75
me li vide comparire a quel modo, mogi mogi e colle scarpe in mano,63 non ebbe
animo64 di aprir bocca, e se ne tornò a casa con loro.

G. Verga, Tutti i romanzi, cit.

61. disarmare: togliendole le attrezzature 62. in capo: in fondo. non servono più e dunque se le sono tolte,
per la pesca e mettendola al riparo sulla 63. colle scarpe in mano: le avevano in- per non consumarle invano.
spiaggia. dossate per recarsi in città; ma in paese 64. animo: coraggio.

ANALISI DEL TESTO


IL TESTO PUNTO PER PUNTO
■ La prima pagina del romanzo assolve a due funzioni nar- • narra la partenza del giovane ’Ntoni per la leva militare:
rative: egli parte malgrado gli sforzi di suo nonno, padron ’Ntoni,
• presenta la famiglia Toscano, da tutti chiamata, chissà per- che aveva cercato in ogni modo d’impedire la sottrazione di
ché, Malavoglia, e la presenta nel contesto del suo paese, un braccia tanto preziose per l’economia familiare.
borgo di pescatori sulla costa catanese;

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ Tutto lo sforzo di Verga consiste nel nascondersi, nello cupano, nella scala sociale, un gradino intermedio, perché
sprofondarsi entro l’ambiente paesano, fino a scomparire. sono piccoli proprietari, padroni della casa in cui vivono e
Osserva il primo capoverso: Verga parla dei borghi della co- della barca da pesca, la Provvidenza, che assicura loro un’e-
sta siciliana come se tutti li conoscessero da sempre; né sistenza decorosa. Non possono considerarsi ricchi, perché
sente il bisogno di spiegare dove sia o che cosa sia la stra- non vivono di rendita, ma sono in grado di bastare a se stes-
da vecchia di Trezza, che si suppone arcinota al pubblico. si con il proprio lavoro. La casa simboleggia l’unità della fa-
Anche in seguito l’autore non presenta né descrive i suoi miglia, la barca la sua attività: le due condizioni s’intrecciano
personaggi, ma, più semplicemente, li nomina, li fa esistere strettamente, riassunte nella figura del patriarca della fami-
nel momento stesso in cui li colloca nella rete di relazioni, glia, padron ’Ntoni.
personali e sociali, del villaggio. È la comunità paesana a ■ Proprio questi segni di identificazione verranno meno a
definire la famiglia dei Malavoglia, anche con le perifrasi che uno a uno, nel seguito del racconto: affondata prima e poi re-
ne definiscono la condizione sociale: barche sull’acqua, e cuperata e venduta la barca, abbandonata la «casa del ne-
delle tegole al sole. spolo», dopo che padron ’Ntoni muore all’ospedale, la fami-
■ Ciò che connota la famiglia sono precisamente il lavoro glia Toscano cessa di esistere. Dovrà ricominciare da capo,
(barche sull’acqua) e la casa (tegole al sole): i Malavoglia oc- con Alessi, la propria storia.

ANALISI OPERATIVA
{ I temi e i personaggi – Quali sono i componenti della famiglia? Riconoscili nel
testo.
1. L’inizio del romanzo getta di colpo il lettore
...............................................................................................
nel pieno degli eventi: senza mediazioni
– Quali sentimenti politici sono attribuiti a padron ’Ntoni?
né spiegazioni, il pubblico si ritrova in un mondo
Da chi e perché?
(quello di Aci Trezza) e in un tempo molto speciali,
...............................................................................................
di cui ancora non conosce nulla.
– Che cos’è la leva di mare? Quale personaggio deve ri-
a. Rispondi a queste domande, indicando la riga del te- spondere e quando?
sto che giustifica la tua risposta. ...............................................................................................
– Qual è il vero nome dei Malavoglia? A che cosa si de- – Quali riferimenti consentono d’identificare il periodo
ve il loro soprannome? storico in cui si svolgono i fatti?
............................................................................................... ...............................................................................................
162
Giovanni Verga

2. L’unico personaggio a mostrare, in questo { Forme e stile

Contesto
esordio, un carattere già definito è padron ’Ntoni.
Egli viene caratterizzato dal fatto che parla quasi 3. L’autore dei Malavoglia rinuncia a interpretare
solo per proverbi, le uniche forme di saggezza la vicenda con i suoi parametri di letterato:
consentitegli dalla sua mancanza di istruzione. al contrario, si «nasconde» tra le mille voci
Per padron ’Ntoni parlare per proverbi significa di un piccolo paese di pescatori della Sicilia
manifestare e vivere la sua completa adesione orientale.

Monografia Raccordo
a un ben preciso universo ideologico (quello a. Questo modo di procedere si chiama
degli antichi) e ai suoi valori. a artificio del narratore popolare
a. Rintraccia nel testo i proverbi a cui il personaggio si b artificio del narratore onnisciente
richiama, poi compila la tabella classificandoli in base al c tecnica del discorso indiretto libero
loro contenuto. Scegli l’opzione giusta e spiegala in breve con le tue pa-
role.
proverbi che
4. L’io narrante dà tutto per scontato: il luogo dove
raccomandano .................................................................. si svolgerà la vicenda non viene descritto
obbedienza .................................................................. e contestualizzato e anche i personaggi irrompono
a una gerarchia .................................................................. sulla scena del romanzo senza che di essi sia stato
.................................................................. preventivamente spiegato nulla.
raccomandano .................................................................. a. Osserva la prima frase del romanzo.
unità d’intenti .................................................................. «Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i
.................................................................. sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano per-
sino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava
..................................................................
gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava
rivelano .................................................................. dal nomignolo, come dev’essere».
l’accettazione del .................................................................. Questo periodo presuppone non un lettore generico,
proprio destino .................................................................. ma un interlocutore a conoscenza dei fatti e dell’am-
.................................................................. biente. Spiega il perché, commentando i tre elementi
elencati.
b. Verga però fa parlare padron ‘Ntoni per proverbi non • come i sassi della strada vecchia di Trezza
a scopo comico, per creare una «macchietta», ma con • persino
assoluta serietà d’intenzioni. Sintetizza il ritratto psicolo- • come dev’essere
gico del personaggio così come emerge da ciò che fa e b. Ora prova a descrivere con le tue parole l’effetto che
che dice (max 10 righe). questo metodo narrativo produce sul lettore.

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO


1. Un aspetto saliente del brano è il realismo similitudini, riferimenti che riportano il lettore
con cui il narratore parla non di concetti astratti, al mondo ristretto, per cultura e linguaggio,
ma di cose, di oggetti: gli oggetti della vita degli abitanti di Aci Trezza.
quotidiana (il libro della parrocchia, le barche a. Osserva per esempio il lungo capoverso che presen-
sull’acqua, la barca ammarrata sul greto, sotto ta i membri della famigliuola di padron ’Ntoni: quali for-
il lavatoio) di un povero borgo sulla costa orientale me «parlate» vi incontriamo?
della Sicilia.
b. Ora rifletti sull’insieme del brano. In che modo, so-
a. Prosegui tu nell’analisi: prattutto, Verga ottiene l’effetto del «colore locale»?
– identifica una sequenza a tua scelta; a utilizzando il dialetto siciliano
– trascrivi le espressioni più caratteristiche; b utilizzando una lingua ibrida italiano-siciliano
– proponi un tuo commento che metta in luce tutta la c utilizzando una lingua intessuta di modi di dire po-
concretezza e «materialità» del lessico verghiano. polareschi
2. Verga ottiene il desiderato «colore locale» Scegli la risposta esatta poi individua nel brano qualche
infarcendo la narrazione di modi di dire, esempio che la giustifichi.

163
Tra Ottocento e Novecento

CONFRONTI

I promessi sposi e I Malavoglia: due modi


assai diversi per cominciare un romanzo
Se mettiamo a confronto l’inizio del ro- gnificative differenze che permettono di una volontà di realismo, ma lo declinano
manzo di Verga, I Malavoglia, con I pro- riconoscere le diverse poetiche dei due poi in forme differenti, corrispondenti alle
messi sposi di Manzoni, riscontriamo si- autori. L’uno e l’altro, infatti, partono da rispettive visioni della realtà.

MANZONI VERGA

inizio dei Promessi sposi inizio dei Malavoglia


cap. I cap. I

A. determinazioni di tempo

c’è una data precisa c’è una data precisa

«... sulla sera del giorno 7 novembre del- «Nel dicembre 1863, ’Ntoni [...] era stato
l’anno 1628» chiamato per la leva di mare»
“ “
anche I Malavoglia è, a suo modo, un romanzo
siamo in un romanzo storico
storico

B. determinazioni di luogo

l’ambiente esterno viene dettagliatamente dell’ambiente esterno si parla come se il


presentato e descritto, dal lontano al vicino lettore lo conoscesse già

• «Quel ramo del lago di Como, che volge • «Un tempo i Malavoglia erano stati nume-
a mezzogiorno, tra due catene non inter- rosi come i sassi della strada vecchia di Trez-
rotte di monti...» za; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci
• «Lecco, la principale di quelle terre, e che Castello...»
dà nome al territorio, giace poco discosto • «Adesso a Trezza non rimanevano che i
dal ponte, alla riva del lago...» Malavoglia di padron ’Ntoni, quelli della
• «Dall’una all’altra di quelle terre, dall’al- casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era
ture alla riva, da un poggio all’altro, corre- ammarrata sul greto...»
vano, e corrono tuttavia, strade e stradette, • «Le burrasche [...] erano passate senza far
piú o men ripide, o piane...» gran danno sulla casa del nespolo e sulla
• «Per una di queste stradicciole, tornava barca ammarrata sotto il lavatoio»
bel bello dalla passeggiata verso casa...»
“ “
il racconto s’inquadra in una ben precisa i lettori comprendono a poco a poco dove
cornice geografica si svolge il racconto

164
Giovanni Verga

Contesto
C. ritratto dei personaggi

don Abbondio la famiglia Toscano

• «Per una di queste stradicciole, tornava • «E la famigliuola di padron ’Ntoni era

Monografia Raccordo
bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla realmente disposta come le dita della ma-
sera del giorno 7 novembre dell’anno no. Prima veniva lui, il dito grosso, che co-
1628, don Abbondio, curato d’una delle mandava le feste e le quarant’ore; poi suo fi-
terre accennate di sopra [...]. Diceva tran- glio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande
quillamente il suo ufizio...» e grosso quanto il San Cristoforo che c’era
• «Don Abbondio (il lettore se n’è già avve- dipinto sotto l’arco della pescheria della
duto) non era nato con un cuor di leone. città; e così grande e grosso com’era filava
Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto diritto alla manovra comandata, e non si
comprendere che...» sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli
• «Il nostro Abbondio, non nobile, non ric- avesse detto “sòffiati il naso...”»
co, coraggioso ancor meno, s’era dunque • «Ecco perché la casa del nespolo prospera-
accorto, prima quasi di toccar gli anni della va, e padron ’Ntoni passava per testa qua-
discrezione, d’essere, in quella società, co- dra, al punto che a Trezza l’avrebbero fatto
me un vaso di terra cotta, costretto a viag- consigliere comunale, se...»
giare in compagnia di molti vasi di ferro»
“ “
◗ è il coro degli abitanti di Trezza a parlare
◗ l’attenzione converge gradualmente
dei vari componenti della famiglia, con mille
sul primo personaggio del racconto
allusioni e sottintesi
◗ poi il romanziere narra il passato
◗ i fatti sono sempre mescolati a pareri
e il carattere del personaggio
e giudizi della gente su quella famiglia

D. funzione dell’autore

autore onnisciente narratore popolare

“ “
◗ non fornisce né informazioni né chiarimenti
◗ fornisce ai lettori informazioni su luoghi, su luoghi, personaggi e fatti
personaggi e fatti ◗ si confonde tra i suoi personaggi, assumendo
◗ guida i lettori nel procedere della narrazione il loro punto di vista («basso» rispetto a quello
«alto» del letterato)

Concludendo, il realismo dell’esordio siede le chiavi di decifrazione del li- • quello di Manzoni è un realismo
dei Malavoglia è molto diverso da bro, così l’autore non possiede le prospettico, in cui la prospettiva
quello dei Promessi sposi: chiavi per decifrare una realtà che gli (l’«alto» dell’autore onnisciente, il
• quello di Verga è un realismo appare troppo complessa e sfuggen- «basso» dei lettori) rivela l’esistenza
straniante, perché obbliga i lettori a te anche a quel semplice, elementa- di un punto di vista superiore (quello
interrogarsi su che cosa stanno leg- re livello (un mondo di pescatori se- di Dio), dal quale giudicare e riassu-
gendo. E come il pubblico non pos- mianalfabeti); mere tutta la realtà.

165
Tra Ottocento e Novecento

La parola al critico
Verga e l’artificio della regressione
Il critico Guido Baldi (1942) illustra il particolare artificio tecnico messo in atto da Verga nei Malavoglia, cioè la
sua volontà di adottare il punto di vista dei popolani di Aci Trezza. Ciò lo conduce a una volontaria «regressione» al
livello culturalmente (e linguisticamente) basso della comunità di villaggio.
Si tratta di un’autentica rivoluzione per la letteratura italiana, in cui tradizionalmente l’autore impersona il ruolo del
maestro di verità e moralità.
Nei Malavoglia Verga resta fedele all’artificio tecnico, già sperimentato in Vita dei campi, di
non presentare i fatti dal proprio punto di vista di intellettuale borghese, con i parametri di
giudizio, la scala di valori, i moduli espressivi che ad esso competono, bensì di delegare la
funzione narrativa ad un anonimo “narratore” popolare, che appartiene allo stesso livello so-
ciale e culturale dei personaggi che agiscono nella vicenda ed è portatore della visione caratte-
ristica di un milieu1 subalterno, provinciale e rurale. Tuttavia la soluzione offerta dal romanzo
è sensibilmente diversa da quella delle novelle precedenti, e al tempo stesso più complessa.
[...]
Nei Malavoglia il “narratore” popolare è una presenza sensibile, [...] poiché [...], lungi dal
possedere una funzione sistematica e continua di filtro deformante e lungi dal fornire una
prospettiva rigorosamente unitaria sul narrato, sin dalle prime pagine lascia che si affermi la
prospettiva dei personaggi singoli e concreti, che nella loro multiforme pluralità gestiscono
quantitativamente la parte maggiore del processo affabulativo,2 divenendo il vero e sistemati-
co filtro della narrazione e lasciando alla “voce narrante” una funzione pressoché marginale.3
Questa emergenza vittoriosa del coro reale sul “narratore” virtuale4 si realizza in primo luo-
go, come è ovvio, attraverso un ampio uso del discorso diretto, che è il mezzo più classico
mediante cui si può affermare nel narrato la visione soggettiva dei personaggi, oppure attra-
verso il discorso indiretto e l’indiretto libero, che del parlato diretto conservano tutte le mo-
venze, le immagini, i costrutti, come ha messo in rilievo lo Spitzer, e consentono in egual
modo ai personaggi di assumere l’iniziativa del racconto, imponendo la loro soggettività.
Però anche quando è il “narratore” che racconta, l’affinità sociale, culturale e linguistica che
lo lega al mondo rappresentato fa sì che, in certi casi, si verifichi un vero e proprio processo
di osmosi coi personaggi, e che le rispettive fisionomie si confondano al punto da rendere
difficile distinguere a chi appartenga la prospettiva sulla materia narrata. [...] Il “narratore”
[dei Malavoglia] non si annulla totalmente nell’ottica del personaggio, ma serba in certa mi-
sura la sua identità, e non riporta enunciati verbali o discorsi interiori della cui realtà effettiva
si possa essere assolutamente certi, ma più che altro rifà il verso, mimeticamente ed ecolalica-
mente,5 al modo in genere con cui il personaggio pensa e si esprime, utilizzando magari le sue
locuzioni abituali o riproducendo i suoi inconfondibili stereotipi mentali.6

G. Baldi, Società antagonistica e valori nei «Malavoglia», in L’artificio della regressione.


Tecnica narrativa e ideologia nel Verga verista, Liguori, Napoli 1980

1. milieu: ambiente sociale. Era un termi- mente sulla voce del narratore. lavoglia sembra quasi subire l’iniziativa
ne caro ai naturalisti francesi, studiosi 4. emergenza... virtuale: la «prospettiva dei personaggi stessi.
appunto del milieu. dei personaggi singoli e concreti», secon- 5. ecolalicamente: meccanicamente.
2. processo affabulativo: l’avanzare del- do Baldi, prevale di gran lunga sul «nar- 6. stereotipi mentali: modi di pensare
la narrazione. ratore virtuale»; virtuale nel senso che, in- caratteristici.
3. lasciando... marginale: i personaggi vece d’imporsi sui personaggi, legando le
che dialogano tra loro prevalgono netta- loro vicende e parole, il narratore dei Ma-

166
Giovanni Verga

Contesto
9 Le novità del progresso
viste da Trezza

Monografia Raccordo
I Malavoglia, capitoli II, IV, X passim
Anno: 1881
Temi: • i primi segni del progresso • i pregiudizi della gente semplice e la diffidenza verso il nuo-
vo • l’attaccamento alla tradizione

Verga sa bene che la fiumana del progresso non si può arrestare e che, presto o tardi, sconvolgerà
anche una società arcaica come quella di Aci Trezza: benché emarginato ai limiti del mondo civile,
quel villaggio di pescatori dista infatti solo pochi chilometri da Catania. Davanti alle novità della tec-
nica e della vita politica le pittoresche reazioni degli abitanti del paese possono strapparci un sorri-
so, ma rivelano in realtà una miope chiusura, preludio alla loro sconfitta nella «lotta per la vita».

I) Scuole e lampioni [dal capitolo II]


l’unico personaggio,
nel romanzo, Ma lo speziale era della setta,1 si sapeva; e don Giammaria gli gridava dalla piazza:
a parlare
apertamente di «I denari2 li trovereste, se si trattasse di scuole e di lampioni!».
politica e a dirsi Lo speziale stette zitto, perché si era affacciata sua moglie alla finestra; e lo zio Cro-
rivoluzionario è un
uomo succube cifisso, quando fu abbastanza lontano da non temere che l’udisse don Silvestro il se-
di sua moglie e gretario, il quale si beccava anche quel po’ di stipendio di maestro elementare: 5
terrorizzato da lei
«A me non me ne importa – ripeteva –. Ma ai miei tempi non c’erano tanti lam-
il detto popolare pioni, né tante scuole; non si faceva bere l’asino per forza, e si stava meglio».
rappresenta
il modo di pensare «A scuola non ci siete stato voi; eppure i vostri affari ve li sapete fare».
dello zio Crocifisso: «E il mio catechismo lo so», aggiunse lo zio Crocifisso per non restare in debito.3
l’asino a cui si
vuole impartire per
Nel calore della disputa don Giammaria aveva perso il battuto4 sul quale avrebbe 10
forza un’istruzione attraversato la piazza anche ad occhi chiusi, e stava per rompersi il collo, e lasciar
è il popolo
scappare, Dio perdoni, una parola grossa.
«Almeno l’accendessero, i loro lumi!».
«Bisogna badare ai fatti propri», disse lo zio Crocifisso.

II) Pesci e navi a vapore [dal capitolo II]


Invece compare Tino, seduto come un presidente, sugli scalini della chiesa, sputa- 15
va sentenze: «Sentite a me; prima della rivoluzione era tutt’altra cosa. Adesso i pesci
sono maliziati5 ve lo dico io!».
riemerge la fedeltà «No; le acciughe sentono il grecale6 ventiquattr’ore prima di arrivare – rispondeva
di padron ’Ntoni padron ’Ntoni –; è sempre stato così; l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del
alla tradizione
tonno. Ora di là del Capo dei Mulini, li scopano dal mare tutti in una volta, colle re- 20
ti fitte».

1. lo speziale era della setta: il farmaci- dispiaceva che nessuno facesse più offerte nare della gente, sgombra da sassi ed er-
sta, don Franco, era affiliato a una società alla Confraternita della Buona Morte, bacce.
segreta; più in generale: era un rivoluzio- un’associazione di carità da lui gestita. 5. i pesci sono maliziati: si sono fatti furbi.
nario, cioè si dava arie di mazziniano, re- 3. per non restare in debito: per restituire 6. grecale: vento “greco”, che cioè spira
pubblicano convinto (a quell’epoca l’Italia a don Giammaria la sua battuta bonaria. da nord-est.
era una monarchia). 4. il battuto: la piazza non è lastricata; vi
2. I denari: don Giammaria, poco prima, si è un’unica striscia ben battuta dal cammi-

167
Tra Ottocento e Novecento

«Ve lo dico io cos’è!» ripigliò compare Fortunato. «Sono quei maledetti vapori7 che
vanno e vengono, e battono l’acqua colle loro ruote. I pesci si spaventano e non si
fanno più vedere».
Il figlio della Locca stava ad ascoltare a bocca aperta e si grattava il capo. «Bravo!» 25
disse poi. «Così pesci non se ne troverebbero più nemmeno a Siracusa né a Messina,
dove vanno i vapori. Invece li portano di là a quintali colla ferrovia».
«Insomma sbrigatevela voi!» esclamò allora padron Cipolla indispettito, «io me ne
lavo le mani, e non me ne importa un fico, giacché ci ho le mie chiuse e le mie vigne
che mi danno il pane». 30

è la norma E Piedipapera assestò uno scapaccione al figlio della Locca, per insegnargli
basilare di una l’educazione. «Bestia! quando parlano i più vecchi di te sta zitto».
società patriarcale

III) Telegrafo e pioggia [dal capitolo IV]


Quelli che stavano fuori nel cortile guardavano il cielo, perché un’altra piog-
gerella8 ci sarebbe voluta come il pane. Padron Cipolla lo sapeva lui perché non pio-
veva più come prima. «Non piove più perché hanno messo quel maledetto filo del 35
telegrafo, che si tira tutta la pioggia, e se la porta via». Compare Mangiacarrubbe al-
un tipico esempio lora, e Tino Piedipapera, rimasero a bocca aperta, perché giusto sulla strada di Trezza
di discorso c’erano i pali del telegrafo; ma siccome don Silvestro cominciava a ridere, e a fare ah!
indiretto libero, che
riferisce la battuta ah! ah! come una gallina, padron Cipolla si alzò dal muricciuolo, infuriato, e se la
pronunciata da prese con gli ignoranti, che avevano le orecchie lunghe come gli asini. Che non lo 40
padron Cipolla
senza aprire le
sapevano che il telegrafo portava le notizie da un luogo all’altro; questo succedeva
virgolette e con perché dentro il filo ci era un certo succo come nel tralcio della vite, e allo stesso mo-
notevole libertà
sintattica
do si tirava la pioggia dalle nuvole,9 e se la portava lontano, dove ce n’era più di bi-
sogno; potevano andare a domandarlo allo speziale che l’aveva detta; e per questo ci
avevano messa la legge che chi rompe il filo del telegrafo va in prigione. Allora anche 45
don Silvestro non seppe più che dire, e si mise la lingua in tasca.

IV) Acciughe e repubblica [dal capitolo X]


Don Franco voleva insegnare una maniera nuova di salare le acciughe, che l’aveva
questa è l’opinione letta nei libri. Come gli ridevano in faccia, si metteva a gridare: «Bestie che siete! e
degli abitanti di volete il progresso! e volete la repubblica!». La gente gli voltava le spalle, e lo pianta-
Trezza, come una
replica corale a va lì a strepitare come un pazzo. Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte 50
quello sconsiderato col sale e coi mattoni pesti.10
di don Franco
«Il solito discorso! Così faceva mio nonno!» seguitava a gridare dietro lo speziale.
«Siete asini che vi manca soltanto la coda! Con gente come questa cosa volete fare? e
si contentano di mastro Croce Giufà, perché il sindaco è stato sempre lui; e sarebbero
capaci di dirvi che non vogliono la repubblica perché non l’hanno mai vista!». 55

G. Verga, Tutti i romanzi, cit.

7. quei maledetti vapori: a quell’epoca 9. e allo stesso modo si tirava la pioggia 10. mattoni pesti: mattoni pestati e ridotti
iniziavano a comparire nei mari, per la pe- dalle nuvole: secondo la spiegazione (una in polvere; quest’ultima serviva ad assorbi-
sca, le prime imbarcazioni a vapore, dotate credenza popolare, in realtà) di padron Ci- re il liquido prodotto dalla salatura e a te-
di ruote a pale. polla, il succo racchiuso nei fili del telegrafo nere asciutte le acciughe.
8. un’altra pioggerella: dopo la burrasca era in grado di attirare la pioggia e di tra-
che ha fatto naufragare la Provvidenza. sportarla o deviarla da un luogo all’altro.

168
Giovanni Verga

LE CHIAVI DEL TESTO

Contesto
■ Verga non ha una visione idilliaca della realtà con- 2. Di questi personaggi, chi appare più attirato dalle novità
tadina; inoltre è consapevole che il corso della storia non del progresso? E chi, invece, si mostra assolutamente ostile
può essere bloccato o ignorato. La sua tesi è che una società a esso?
patriarcale come quella di Aci Trezza può sopravvivere fino a .......................................................................................................
quando non intervengono elementi – innovativi – che ne met- .......................................................................................................

Monografia Raccordo
tono in crisi la struttura profonda. 3. I vari brani provengono da capitoli diversi, posti in se-
■ Nel mondo arcaico del romanzo il progresso, con le sue quenza. Ti sembra che dall’uno all’altro si registri un’evolu-
novità, irrompe in modo lento, discontinuo, ma reale. Possia- zione rispetto al tema del progresso, oppure no?
mo classificare tali novità in due categorie:
.......................................................................................................
• nuove tecnologie e macchine, come i lampioni alimentati
.......................................................................................................
dal gas, le navi a vapore, il telegrafo;
4. Sottolinea i punti nei vari episodi in cui meglio si eviden-
• nuove istituzioni, come la scuola (l’istruzione elementare
zia la mentalità retriva e tradizionalista che governa la vita
per i primi due anni era stata resa obbligatoria dalla legge
del villaggio.
Coppino nel 1877) e la repubblica.
5. Spiega nel loro contesto le seguenti frasi.
■ Scuola, luce a gas ecc. sono i segni d’importanti trasfor-
• non si faceva bere l’asino per forza
mazioni culturali in corso, di quella «brama di meglio» che
s’insinua a tutti i livelli anche nella comunità di villaggio. Em- .......................................................................................................
blema di tutto ciò è il giovane ’Ntoni: andando a fare il sol- • si mise la lingua in tasca
dato, egli impara a leggere, vede cose nuove e può così ren- .......................................................................................................
dersi conto che povertà ed emarginazione non sono affatto • Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte col sale
un «destino» privo di alternative. Perciò, quando tornerà a e coi mattoni pesti
Trezza, ’Ntoni sarà un disadattato, perché incarna una qua- .......................................................................................................
lità – lo spirito critico – che la cultura tradizionale non può 6. Nei vari brani si evidenzia il modo con cui, ad Aci Trezza,
tollerare, a nessun costo. si risolvono le controversie: ogni discussione si tronca allor-
■ Nel brano letto, invece, i vari personaggi mostrano di fron- quando uno degli interlocutori può rinviare all’autorità di qual-
te al progresso un atteggiamento di chiusura preconcetta cuno cui viene riconosciuta una superiore competenza. Illustra
e arrivano ad attribuire a queste novità i danni più fantasiosi questi aspetti con riferimenti ai testi.
e improbabili, come la scomparsa dei pesci nel mare (brano .......................................................................................................
II) o della pioggia (brano III). .......................................................................................................
■ Questa mentalità retriva è confermata da molti partico-
.......................................................................................................
lari. Per esempio il figlio della Locca, in quanto figlio di una
madre un po’ tarda di mente, ha la triste sorte di essere con- .......................................................................................................
siderato anche lui sciocco. In realtà il ragazzo, nell’arco di .......................................................................................................
tutto il racconto, fa osservazioni sensate, che però nessuno 7. Quello che abbiamo appena ricordato è indice di una
prende in considerazione. È, questo, un esempio dei pregiu- cultura che rimane pervicacemente uguale a se stessa. Pro-
dizi che si radicano all’interno di un piccolo gruppo sociale, e va a spiegare in questo modo la discussione sul telegrafo.
anche la riprova che, nella comunità di villaggio, la famiglia è Tieni presente nel tuo commento che don Franco, lo spezia-
più importante dell’individuo. le, è uno che legge i giornali e quindi è aggiornato sulle «dia-
volerie» che vengono da fuori. Ma che cosa succede allorché
LAVORIAMO SUL TESTO si parla di acciughe? E perché?
.......................................................................................................
1. Quali personaggi ricorrono nelle quattro scene lette? Fai
un rapido censimento, compilando la tabella. .......................................................................................................
.......................................................................................................
brano personaggi
1 ....................................................................................

2 ....................................................................................

3 ....................................................................................

4 ....................................................................................

169
Tra Ottocento e Novecento

I Malavoglia e la questione meridionale

■ Sopra, contadini (1893) e, a destra, tagliatore di pietra (1897). Fotografie di Giovanni Verga.

In larga parte dei Malavoglia (a partire se nei Malavoglia; l’usura, le rendite pa- mie chiuse e le mie vigne che mi danno il
dal capitolo I) si riflette la «questione me- rassitarie degli sfruttatori, la cattiva am- pane». Egli è l’usuraio che «si pappava il
ridionale», ovvero l’attenzione posta ai ministrazione pubblica, le imposte muni- meglio della pesca senza pericolo», il
problemi delle regioni del Mezzogiorno cipali, le opere pie, l’intervento dello sta- simbolo delle forze sociali che oggi di-
negli anni successivi all’Unità (1861) to, il contrabbando, la coscrizione militare remmo improduttive: come don Silvestro,
d’Italia (E scheda a p. 90). I contadini sono tutti aspetti che emergono nel ro- segretario comunale e truffatore, o pa-
del Sud avevano sperato che la rivolu- manzo. Già nel capitolo I compare la dron Cipolla, latifondista che assolda gli
zione garibaldina sfociasse in una rifor- questione della leva obbligatoria, isti- uomini a giornata per la pesca, e Piedi-
ma agraria che li rendesse proprietari tuita dal nuovo stato sabaudo, che pro- papera, mediatore in combutta con i con-
della terra che lavoravano; invece si tro- voca effetti disastrosi per l’agricoltura; nel trabbandieri.
varono all’improvviso a dover affron- capitolo II si accenna all’inferiorità delle Se lo scrittore francese Émile Zola era il
tare nuovi problemi, come la leva mili- condizioni dei pescatori siciliani rispetto fervido apostolo del rinnovamento della
tare, che sottraeva braccia al lavoro. Al- agli imprenditori della pesca del Nord; nel Francia in senso democratico e repubbli-
cune crisi agricole (la più pesante nel III si parla della tassa di successione e cano, Verga guarda con molto so-
1886-87) aggravarono la già precaria del sale; nel capitolo IV è ripreso spetto al processo di industrializza-
situazione. l’argomento delle tasse, e Turi Zuppiddu zione in atto a spese del Mezzogiorno
La questione meridionale cominciò a di- commenta preoccupato: «Va a finire brut- italiano. Perciò sin dalla Prefazione del
venire un tema di dibattito politico negli ta, va a finire, con questi italiani!»; il capi- romanzo è assente qualunque traccia di
stessi anni in cui venne pubblicato il ro- tolo VI è dedicato in larga parte alla rivol- ideologia evoluzionistica in senso positi-
manzo di Verga (1881). Tra i primi docu- ta contro il dazio sulla pece e così via. vo: il progresso per Verga è una «fiuma-
menti a far luce sull’amara realtà vi furono Il punto di vista di Verga è che l’onesto na», e può sembrare «grandioso» solo a
le Lettere meridionali di Pasquale Villari lavoro di padron ’Ntoni e della sua fami- chi lo contempli da lontano, nei risultati
(1875) e l’Inchiesta in Sicilia di Leopoldo glia è compromesso dal fatto che tale at- finali, ma se si osserva con più attenzio-
Franchetti e Sidney Sonnino (1876), che tività si fonda su un’unica fonte di sosten- ne si colgono gli egoismi, le lotte feroci, le
rivelarono le durissime condizioni di vita tamento: la pesca. Al confronto, zio Cro- dolorose sconfitte dei «deboli che restano
della popolazione dell’isola. cifisso può ben lavarsene le mani, «giac- per via», dei «vinti che levano le braccia
Queste problematiche si trovano rifles- ché – egli dice nel capitolo II – ci ho le disperate».

170
Giovanni Verga

Contesto
10 L’addio alla casa del nespolo
I Malavoglia, capitolo IX

Monografia Raccordo
Anno: 1881
Temi: • la perdita della casa vissuta come tragedia familiare • l’ipocrisia dei compagni e il loro
finto cordoglio • l’emarginazione sociale provocata dal fallimento economico

Con umilianti richieste e preghiere padron ’Ntoni aveva sempre ottenuto dai suoi creditori delle di-
lazioni per pagare il debito dei lupini. Un giorno però giunge, quasi per caso, la notizia che il giova-
ne Luca è morto nella battaglia navale di Lissa (1866): «Adesso – si commenta in paese – la casa
del nespolo fa davvero acqua da tutte le parti», proprio come la nave ammiraglia italiana, affonda-
ta con il suo carico di marinai. Nuovi atti di fiducia nei confronti dei Malavoglia non sono più possi-
bili: bisogna che paghino. Per suggerimento del subdolo don Silvestro, il segretario comunale, pa-
dron ’Ntoni estingue il debito cedendo ai creditori la casa in cui vive la famiglia, la «casa del nespo-
lo», pulsante di memorie.

Le carte bollate1 allora cominciarono a piovere, e Piedipapera2 diceva che l’avvocato


non doveva esser rimasto contento del regalo di padron ’Ntoni per lasciarsi comprare,
e questo provava che razza di stitici3 essi fossero; se ci era da fidarsi quando promette-
vano che avrebbero pagato. Padron ’Ntoni tornò a correre dal segretario4 e dall’avvo-
cato Scipioni; ma questi gli rideva sul naso, e gli diceva che «chi è minchione se ne sta 5
a casa», che non doveva lasciarvi mettere la mano alla nuora,5 e poiché aveva fatto il
pasticcio se lo mangiasse.6 «Guai a chi casca per chiamare aiuto!».
– Sentite a me, gli suggerì don Silvestro,7 piuttosto dategli la casa, se no se ne va in
spese perfino la Provvidenza e i capelli che ci avete in testa; e ci perdete anche le vo-
stre giornate, coll’andare e venire dall’avvocato. 10

– Se ci date la casa colle buone, gli diceva Piedipapera, vi lasceremo la Provvidenza,


intorno a padron
’Ntoni si scatenano che potrà sempre guadagnarvi il pane, e resterete padroni,8 e non verrà l’usciere colla
gli usurai: fingono carta bollata.
di essere solidali
e di dargli buoni
Compare Tino9 non aveva fiele in corpo,10 e andava a parlare a padron ’Ntoni co-
consigli, ma sono me se non fosse fatto suo, passandogli il braccio attorno al collo, e gli diceva: – Scu- 15
mossi soltanto
dall’avidità
satemi, fratello mio, a me mi dispiace più di voi, di cacciarvi fuori dalla vostra casa,
ma che volete? sono un povero diavolo; quelle cinquecento lire11 me le son levate

1. Le carte bollate: l’ingiunzione di paga- casa del nespolo per ripagare il debito; la ’Ntoni, cui vuole sottrarre la fidanzata
mento che riguarda il vecchio debito dei casa infatti era sotto ipoteca dotale, cioè Barbara.
lupini contratto dai Malavoglia con zio apparteneva alla dote di Maruzza la Lon- 8. resterete padroni: mantenendo la pro-
Crocifisso. ga, estranea al debito dei lupini. Ma pa- prietà sulla barca, i Malavoglia non do-
2. Piedipapera: Tino Piedipapera, di pro- dron ’Ntoni si era fatto carico ugualmente vranno andare a lavorare a giornata.
fessione sensale, cioè mediatore; zio Cro- del debito, per un senso di onestà; aveva 9. Compare Tino: Piedipapera. Tutti sanno
cifisso ha finto di rivendergli il debito dei perciò persuaso la nuora Maruzza a «met- che, in realtà, è un prestanome di zio Cro-
Malavoglia. In realtà è lui, lo zio Crocifisso, tere la mano» sulla casa, cioè a rinunciare cifisso.
a trarre guadagno dalla vendita della casa all’ipoteca. Da qui l’irrisione dell’avvocato, 10. non aveva fiele in corpo: cercava di
del nespolo. che non comprende le ragioni del vecchio. rimanere in buoni rapporti con i Malavo-
3. stitici: spilorci. 6. poiché aveva... mangiasse: poiché era glia e manteneva quindi un atteggiamento
4. segretario: don Silvestro, il segretario stato lui a combinare il guaio, toccava a lui cortese.
comunale. patirne le conseguenze. 11. quelle cinquecento lire: quelle che, a
5. mettere la mano alla nuora: 7. suggerì don Silvestro: sembra un sug- suo dire, ha speso per comprare dallo zio
l’avvocato Scipioni, interpellato da padron gerimento disinteressato, ma in realtà il Crocifisso il debito dei Malavoglia. Ma è
’Ntoni nel capitolo IV, aveva escluso che i maligno segretario comunale vuole rovi- una menzogna.
Malavoglia fossero obbligati a vendere la nare i Malavoglia; infatti odia il giovane

171
Tra Ottocento e Novecento

dalla bocca, e San Giuseppe prima fece la sua barba.12 Fossi ricco come lo zio Croci-
la patria coincide
con il paese, e il fisso non ve ne parlerei nemmeno, in coscienza mia!
paese con la casa Il povero vecchio non aveva il coraggio di dire alla nuora che dovevano andarsene 20
e la famiglia;
abbandonare la colle buone dalla casa del nespolo, dopo tanto tempo che ci erano stati, e pareva che
casa equivale fosse come andarsene dal paese, e spatriare, o come quelli che erano partiti per ritor-
dunque a rinunciare
alla propria
nare, e non erano tornati più, che ancora13 c’era lì il letto di Luca, e il chiodo dove
identità e Bastianazzo appendeva il giubbone. Ma infine bisognava sgomberare con tutte quel-
alle proprie radici
le povere masserizie,14 e levarle dal loro posto, che ognuna lasciava il segno15 dov’era 25
per pudore, stata, e la casa senza di esse non sembrava più quella. La roba la trasportarono di
per nascondere la
commozione e notte, nella casuccia del beccaio16 che avevano presa in affitto, come se non si sapes-
per sfuggire alla se in paese che la casa del nespolo ormai era di Piedipapera, e loro dovevano sgom-
malevola curiosità
dei compaesani
berarla; ma almeno nessuno li vedeva colla roba in collo.
Quando il vecchio staccava un chiodo, o toglieva da un cantuccio17 un deschetto18 30
che soleva star lì di casa, faceva una scrollatina di capo. Poi si misero a sedere sui pa-
gliericci19 ch’erano ammonticchiati nel mezzo della camera, per riposarsi un po’ e
essendo guardavano di qua e di là se avessero dimenticato qualche cosa; però il nonno si
il capofamiglia,
padron ’Ntoni deve alzò tosto20 ed uscì nel cortile, all’aria aperta.21
farsi forza, per sé Ma anche lì c’era della paglia sparsa per ogni dove, dei cocci di stoviglie, delle nas- 35
e per gli altri;
tuttavia, non riesce se22 sfasciate, e in un canto il nespolo, e la vite in pampini23 sull’uscio. – Andiamo
a nascondere del via! diceva egli. Andiamo via, ragazzi. Tanto, oggi o domani!... e non si muoveva.
tutto i sentimenti
di nostalgia e Maruzza guardava la porta del cortile dalla quale erano usciti Luca e Bastianazzo, e
sconforto la stradicciuola per la quale il figlio suo se ne era andato coi calzoni rimboccati,
mentre pioveva, e non l’aveva visto più24 sotto il paracqua d’incerata.25 Anche la fi- 40
nestra di compare Alfio Mosca26 era chiusa, e la vite pendeva dal muro del cortile
che ognuno passando ci dava una strappata. Ciascuno aveva qualche cosa da guarda-
re in quella casa, e il vecchio, nell’andarsene, posò di nascosto la mano sulla porta
sconquassata, dove lo zio Crocifisso aveva detto che ci sarebbero voluti due chiodi e
un bel pezzo di legno. 45

Lo zio Crocifisso era venuto a dare un’occhiata27 insieme a Piedipapera, e parlava-


no a voce alta nelle stanze vuote, dove le parole si udivano come se fossero in chiesa.
Compare Tino non aveva potuto durarla a campare d’aria sino a quel giorno, e aveva
dovuto rivendere28 ogni cosa allo zio Crocifisso, per riavere i suoi denari.

12. San Giuseppe... barba: il proverbio 19. pagliericci: sacconi riempiti di paglia e misura i sentimenti della donna. La stra-
completo dice: «San Giuseppe prima fece usati come materassi. dicciuola richiama l’immagine del ragazzo
la propria barba e poi quella di tutti gli al- 20. tosto: in fretta. morto a Lissa, commosso e giudizioso nel-
tri». Cioè: ciascuno deve badare anzitutto 21. all’aria aperta: per sfuggire alla com- l’addio (cap. VII); il paracqua d’incerata fa
ai propri interessi. mozione. ricordare Bastianazzo.
13. che ancora: la congiunzione che se- 22. nasse: attrezzi usati nella pesca di cro- 26. compare Alfio Mosca: vicino di casa
gnala il discorso indiretto libero. stacei e pesci di scoglio. dei Malavoglia, innamorato di Mena, parti-
14. masserizie: mobili e suppellettili. 23. vite in pampini: una vite solo orna- to in cerca di fortuna.
15. lasciava il segno: non solo il segno di mentale, che ricopriva la porta (l’uscio). 27. era venuto a dare un’occhiata: la cu-
una parete stinta, quanto il ricordo di una 24. e non l’aveva visto più: l’anacoluto riosità è troppo forte; il personaggio ora
persona cara, di momenti dolci o tristi, in- segnala l’inserzione di un discorso indiret- non si nasconde più dietro la finzione del-
somma il segno della storia di una famiglia. to libero, che nella narrazione introduce il l’aver ceduto il credito a Piedipapera.
16. beccaio: macellaio. punto di vista della Longa. 28. aveva dovuto rivendere: la nuova
17. cantuccio: angolino. 25. paracqua d’incerata: riparo (a forma menzogna copre la precedente; Tino Piedi-
18. deschetto: tavolino; l’uso dei diminu- di mantello o di ombrello) di tela imper- papera dunque avrebbe rivenduto il credi-
tivi contribuisce a donare agli oggetti un meabilizzata, usato comumemente dai pe- to a zio Crocifisso (E nota 2).
che di familiare e di commovente al mo- scatori in mare. Luca e Bastianazzo, figlio
mento della loro rimozione. e marito della Longa, si dividono in ugual

172
Giovanni Verga

– Che volete, compare Malavoglia? gli diceva passandogli il braccio attorno al col- 50

Contesto
nella casa che lo. Lo sapete che sono un povero diavolo, e cinquecento lire mi fanno!29 Se voi foste
prima era stata
gelosamente stato ricco ve l’avrei venduta a voi. – Ma padron ’Ntoni non poteva soffrire di andare
custodita giungono così per la casa, col braccio di Piedipapera al collo. Ora lo zio Crocifisso ci era venu-
solo estranei,
interessati a essa to col falegname e col muratore, e ogni sorta di gente che scorrazzavano di qua e di
esclusivamente dal là per le stanze come fossero in piazza, e dicevano: – Qui ci vogliono dei mattoni, 55

Monografia Raccordo
punto di vista
economico e non
qui ci vuole un travicello nuovo, qui c’è da rifare l’imposta, – come se fossero i pa-
da quello affettivo droni; e dicevano anche che si doveva imbiancarla per farla sembrare tutt’altra.
Lo zio Crocifisso andava scopando coi piedi la paglia e i cocci, e raccolse anche da
terra un pezzo di cappello30 che era stato di Bastianazzo, e lo buttò nell’orto, dove
avrebbe servito all’ingrasso. Il nespolo intanto stormiva ancora, adagio adagio, e le 60
ghirlande di margherite, ormai vizze, erano tuttora appese all’uscio e alle finestre, co-
me ce le avevano messe a Pasqua delle Rose.31
La Vespa32 era venuta a vedere anche lei, colla calzetta al collo, e frugava per ogni
i valori dell’utile e dove, ora che era roba di suo zio. – Il «sangue non è acqua»33 – andava dicendo for-
dei beni materiali
dominano la te, perché udisse anche il sordo. A me mi sta nel cuore la roba di mio zio, come a lui 65
mentalità del paese deve stare a cuore la mia chiusa. Lo zio Crocifisso lasciava dire [...].
D’allora in poi i Malavoglia non osarono mostrarsi per le strade né in chiesa la do-
menica, e andavano sino ad Aci Castello per la messa, e nessuno li salutava più.34

G. Verga, Tutti i romanzi, cit.

29. mi fanno: mi servono, mi fanno co- 31. Pasqua delle Rose: l’Ascensione. 34. andavano... li salutava più: all’atteg-
modo. 32. La Vespa: è la nipote del nuovo pro- giamento di autoemarginazione dei Mala-
30. un pezzo di cappello: un oggetto ca- prietario. voglia, per l’umiliazione e la vergogna, si
rico di ricordi per i Malavoglia, ma che per 33. Il «sangue non è acqua»: si dice sicu- aggiunge l’emarginazione della famiglia
lo zio Crocifisso è utile solo per concimare ra che lo zio Crocifisso spartirà con lei i da parte della comunità.
(all’ingrasso) il terreno dell’orto. suoi averi.

ANALISI DEL TESTO


IL TESTO PUNTO PER PUNTO
Nel brano si evidenziano tre momenti diversi. go caro, sede di tanti affetti e ricordi. In particolare il narra-
■ Si comincia con la decisione di cedere ai creditori la tore indugia sulla nostalgia di padron ’Ntoni, il vecchio pa-
casa del nespolo: una decisione molto difficile per padron triarca, che cerca di nascondere i propri sentimenti, e di Ma-
’Ntoni, ma resa ineludibile dal suo senso di onestà, che lo co- ruzza, a cui certi oggetti ricordano il marito Bastianazzo e il
stringe a far fronte all’impegno assunto. Intorno a padron figlio Luca, entrambi scomparsi.
’Ntoni si scatenano, più o meno velatamente, gli egoismi e le ■ Si chiude, dopo la partenza dei Malavoglia, con l’avidità
avidità del piccolo villaggio. dei nuovi proprietari, che prendono possesso della casa,
■ Si prosegue con il doloroso abbandono della casa da completamente indifferenti al valore affettivo connesso al luo-
parte della famiglia Malavoglia, che fatica a lasciare quel luo- go e ai pochi oggetti superstiti.

IL SIGNIFICATO DEL TESTO


■ La casa è il simbolo della saldezza incrollabile della fa- • rinuncia al loro passato, alle memorie condivise, alla loro
miglia patriarcale e dei suoi valori: perderla è il prezzo che i stessa identità di famiglia;
Malavoglia devono pagare per il negozio sbagliato dei lupini. • cacciata da parte del paese, quasi fossero corpi estranei e
■ Sgomberare la casa del nespolo ha per loro il sapore di malati della comunità.
una rinuncia e di una cacciata: ■ Secondo la mentalità della gente di Trezza, la casa è il be-
173
Tra Ottocento e Novecento

ne primario di una famiglia onorata; l’esserne privati è una ma, la sensazione di profonda vergogna che prende i Mala-
colpa sociale imperdonabile, in una società che nulla conce- voglia e che frustra ogni loro possibilità di rientrare nel grup-
de ai sentimenti e che tutto giudica con il metro dell’econo- po. Il trasferimento in un’anonima casetta in affitto equivale
mia, nella presunzione che ogni uomo «è» quanto possiede, all’isolamento sociale. È una condizione nuova, per loro, che
cioè il suo valore coincide con la roba che ha. sarà vissuta e patita in maniera differente da ciascun mem-
■ Vivere senza la casa appare dunque un vivere privo di col- bro della famiglia.
locazione (fisica e sociale) e quindi di scopo. Da qui il dram-

ANALISI OPERATIVA

{ I temi e i personaggi { Forme e stile


1. L’episodio ruota intorno alla vendita della «casa 5. Fedele al canone dell’impersonalità verista,
del nespolo» e all’esilio volontario dei Malavoglia Verga rinuncia al ruolo del narratore onnisciente:
dal loro paese. evita di esprimere direttamente i segreti pensieri
a. Che cos’è la «casa del nespolo»? e le emozioni che si agitano nel cuore
............................................................................................... dei protagonisti e si limita a elencare cose, oggetti
b. Quale significato riveste la casa nella cultura patriar- concreti.
cale dei Malavoglia? a. Sottolinea nel testo gli oggetti che, a tuo avviso, espri-
............................................................................................... mono le emozioni dei vari membri della famiglia. Poi
c. Perché la famiglia deve abbandonarla?
commenta in breve la tua scelta.
...............................................................................................
b. Puoi dire che i lettori rimangano indifferenti a quanto
2. All’inizio dell’episodio la voce narrante è quella accade? Oppure vengono mossi alla compassione e al-
del «narratore popolare», esterno ai fatti. Egli la pietà? Motiva la risposta (max 5 righe).
presenta la casa, per il momento, soltanto come ...............................................................................................
una «cosa», come un bene puramente economico, ...............................................................................................
che scatena gli egoismi del paese. ...............................................................................................
a. I vari personaggi appaiono presi unicamente dalla lo- ...............................................................................................
gica dell’interesse: ...............................................................................................
– su quali di loro si sofferma il narratore?
6. Attraverso una prosa apparentemente uniforme
– che cosa fanno e che cosa dicono?
e distaccata, l’autore riesce a rappresentare
b. secondo il punto di vista delle classi dominanti, i po-
la compresenza di giudizi, mentalità, atteggiamenti
veri sono «colpevoli» della loro disgrazia e vanno quindi
psicologici. È la polifonicità dello stile verghiano
puniti. Dove emerge questo giudizio, nel testo?
(anche se poi questa ricchezza di prospettive
3. Più avanti, il racconto sembra rallentare; l’attenzione viene riassorbita e integrata nell’unica voce
si concentra sulle reazioni dei personaggi, a partire del narratore popolare).
dall’anziano patriarca, padron ’Ntoni.
Collega le seguenti frasi del testo alla rispettiva conno-
a. Da quale frase o capoverso comincia tale rallenta- tazione.
mento narrativo? 1 ma almeno nessuno li vedeva colla roba in collo
............................................................................................... 2 come se non si sapesse in paese che la casa del
b. Riassumi con le tue parole le riflessioni di padron nespolo ormai era di Piedipapera
’Ntoni (max 5 righe). 3 Anche la finestra di compare Alfio Mosca era chiusa
4. Nel finale la «casa del nespolo», cambiato 4 guardava la porta del cortile dalla quale erano
il proprietario, è degradata a oggetto inerte, privo usciti Luca e Bastianazzo
di valore; una semplice materia bruta, 5 Il povero vecchio non aveva il coraggio di dire alla
che le riparazioni degli operai trasformano in nuora che dovevano andarsene
un’altra realtà. a. un commento del narratore popolare
a. Il narratore inscena un gesto che equivale alla defini- b. il senso orgoglioso della dignità dei Malavoglia
tiva sconsacrazione della casa: di quale gesto si tratta? c. lo sguardo di Maruzza affonda nella memoria del ricordo
............................................................................................... d. un commento emotivo del narratore, introdotto quasi
b. In questo epilogo, ritorna in primo piano la logica eco- di soppiatto
nomica, che ispira l’avidità dei compaesani: come e do- e. una battuta legata alla percezione di Mena, che il
ve si manifesta? narratore, per delicatezza, non immette esplicitamente
............................................................................................... sulla scena
174
Giovanni Verga

LAVORIAMO SU LINGUA E LESSICO

Contesto
1. Il narratore adotta la nuovissima tecnica del a. Evidenzia nel testo un paio di punti che esemplifichi-
discorso indiretto libero, tipica di una narrazione no bene, a tuo avviso, l’uso di questa forma sintattica.
che si sviluppa come se procedesse dal narratore b. Commentali poi in breve, spiegando gli aspetti princi-
paesano o popolare. pali del discorso indiretto libero sulla scorta di questi
esempi.

Monografia Raccordo
Dal cerchio non si esce: