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INTRODUZIONE

CAPITOLO I : PANORAMICA GENERALE

1.1 Concetti generali e motivazione-personalità ed attenzione

1.2 Storia della psicologia dello sport

1.3 Fondamenti della Psicologia dello sport

CAPITOLO II: COMPETENZE E TECNICHE

2.1 Le competenze dello psicologo dello sport

2.2 Tecniche utilizzate

2.3 Il bornout

CAPITOLO III: STUDI

3.1 Le evidenze empiriche

3.2 Studi sul Biofeedback

3.3 Studi sull’ipnosi

CONCLUSIONE
BIBLIOGRAFIA
INTRODUZIONE

Il settore che studia la psicologia applicata che studia ed approfondisce i processi cognitivi e

comportamentali, connessi anche alle prestazioni dei singoli e delle squadre nel più ampio quadro

sportivo e sociale è la psicologia dello sport.

Le aree principali di ricerca si focalizzano: sulle relazioni tra percezioni e condotte motorie, sui

fattori motivazionali e contestuali che influenzano la performance sportiva, sulla preparazione

mentale per affrontare la competizione, sulle tecniche per il miglioramento dell’efficacia personale

e collettiva, sulla tolleranza del dolore nel periodo di massimo sforzo, sul miglioramento delle

dinamiche di gruppo negli sport di squadra. Oltre all’obiettivo principale di ottenere la migliore

prestazione sportiva da parte dell’atleta, la psicologia dello sport si interessa anche al

raggiungimento del benessere psicofisico da ottenere mediante la pratica sportiva e alla relazione

tra sport qualità della vita nelle diverse fasi dello sviluppo, dall’infanzia all’età adulta. La

trattazione inizierà con un’analisi storica dello sviluppo della disciplina, dalla sua nascita fino al

periodo attuale. Una particolare attenzione sarà riservata a quegli ambiti su cui oggi poggia le basi

la psicologia dello sport, dagli studi sulla motivazione e sui tratti personali prototipici dell’atleta

agli studi sull’importanza delle capacità attentive e delle dinamiche di gruppo nel contesto

sportivo. Successivamente si soffermerà sulla figura dello psicologo dello sport, sul suo percorso di

studi, sulle competenze professionali e sulle tecniche di cui si avvale, con un ampio

approfondimento su queste ultime, con relative metodologie di applicazione, vantaggi e svantaggi.

Infine si presenteranno alcune ricerche scientifiche allo scopo di mostrare una evidenza empirica a

supporto dell’efficacia delle tecniche utilizzate dalla disciplina.


CAPITOLO I : PANORAMICA GENERALE

1.1Concetti generali e motivazione

La domanda principale da cui partono gli studi sulla motivazione è la seguente: “Perché alcuni

atleti sono molto motivati mentre altri non lo sono?”1.

Pertanto per gli psicologi dello sport è importante conoscere le motivazioni che portano ad uno

stile di vita attivo in modo da fornire ad allenatori e società informazioni su come strutturare degli

allenamenti che riducano la possibilità di abbandono. Tra le prime ricerche effettuate in

quest’ambito merita di essere ricordato lo studio di Sapp e Haubenstricker (1978), che hanno

indagato i motivi che determinano la partecipazione e l’abbandono sportivo. Le motivazioni che

spingono alla partecipazione sportiva risultano essere l’acquisizione di competenza, l’affiliazione e

il desiderio di mantenere una buona forma fisica, mentre l’abbandono è favorito da

incomprensioni con allenatore e compagni, mancanza di divertimento, eccessiva enfasi sulla

competizione e nascere di altri interessi. Un contributo significativo è quello portato da Nicholls

(1992), il quale ha dimostrato che la motivazione non dipende solo da caratteristiche individuali

ma anche da caratteristiche situazionali. In particolare egli distingue due orientamenti

motivazionali, definibili in termini di orientamento al compito e orientamento al Sé.

Quando un comportamento è orientato al compito è teso a mostrare un certo grado di

padronanza e competenza e la percezione della propria competenza sportiva dipende dai

progressi realizzati in quel campo. Un atleta orientato al Sé, invece, è impegnato nel dimostrare il

suo livello di abilità agli altri, e ciò avviene tramite il confronto sociale.

1
Cei,1998
Il sentimento di riuscita si manifesta solo se per lui è favorevole il confronto con gli altri. Lo studio

dimostra quindi come l’orientamento motivazionale è determinato dall’interazione tra i fattori

situazionali e le disposizioni individuali. Harter (1978, 1985) ha parlato di motivazione alla

competenza studiando come le valutazioni individuali sul proprio livello di competenza

influenzano le prestazioni. Fondamentale risulta in tal caso il ruolo dell’allenatore, i quali feedback

influenzano la percezione di abilità dell’atleta e di conseguenza la performance sportiva.

È emerso infatti che gli atleti preferiscono ricevere rinforzi che li incoraggiano e che forniscono

istruzioni tecniche su come migliorare e che i messaggi di questo tipo stimolano la percezione e

quindi la motivazione a persistere nello sforzo sportivo.

Vi è dunque accordo nel ritenere che il successo in ambito sportivo dipenda sia dall’abilità che

dalla motivazione. La tecnica del goal setting può essere utilizzata per migliorare la prestazione

degli atleti in situazioni competitive. In particolare è stato dimostrato che la motivazione migliora

quando l’obiettivo è moderatamente difficile perché, a dispetto di obiettivi troppo facili o troppo

difficili, presenta una probabilità di successo accettabile e il suo raggiungimento risulta

incentivante.

Per quanto riguarda la prossimità degli obiettivi, l’uso di obiettivi a lungo termine associati alla

definizione di obiettivi a breve termine dovrebbe migliorare la motivazione allo sforzo e la

performance sportiva.

La domanda da cui partono le ricerche sui tratti di personalità è la seguente: “Le prestazioni di

successo sono correlate alla presenza di specifiche caratteristiche di personalità?” 2.

I modelli più importanti che hanno cercato di dare una risposta scientifica a questa domanda sono

due: il modello dell’autoefficacia di Bandura (1977) e il modello di ansia di tratto e di stato

2
Cei,1998
competitiva di Martens3 . Il modello di Bandura enfatizza la percezione soggettiva di capacità: le

persone che sono fermamente convinte della propria efficacia in un determinato campo hanno

maggiori probabilità di ottenere successo.

Le aspettative di autoefficacia si formano in base a quattro fonti principali: esecuzione di

prestazioni, esperienze vicarie, persuasioni verbale e attivazione emotiva.

Le esperienza pregresse positive migliorano la sensazione di efficacia, mentre quelle negative

producono l’effetto opposto. Le esperienze vicarie si basano sul desiderio di poter agire come

coloro che si osservano, e vedere queste in azione genera la convinzione di poter raggiungere i

propri obiettivi La persuasione verbale è utile ad affrontare con successo situazioni di difficoltà,

mentre un livello ottimale di attivazione emotiva agisce positivamente sulla percezione di efficacia

e, viceversa, la sensazione di efficacia stimola livelli adeguati di attivazione, con un percorso

circolare.

Il modello di ansia e di tratto competitiva di Martens si rifà ai concetti di ansia di stato (reazione a

stimoli considerati minacciosi) e ansia di tratto (percezione di stimoli relativamente innocui come

minacciosi e risposta a questi con elevati livelli di ansia) elaborati da Spielberger (1966, 1983).

Martens ha definito l’ansia di tratto competitiva in termini di tendenza a percepire le situazioni

competitive come minaccianti e a rispondere a queste con sentimenti di timore e tensione. L’ansia

di stato competitiva, invece¸ ha una dimensione cognitiva, intesa come aspettative negative

rispetto alla propria prestazione e al risultato della gara; e una dimensione somatica che riguarda

invece le modificazioni fisiologiche determinate dall’approssimarsi della gara.

3
Martens, R., Vealey, R.S. e Burton, D. (1990), Competitive Anxiety in Sport, Champaign, ill.,

Human Kinetics.
Alcune indagini sulla relazione tra ansia di tratto competitiva e altre dimensioni di personalità

sport-specifiche hanno rilevato nel complesso un rapporto inversamente proporzionale tra ansia e

fiducia nelle proprie capacità di atleta4 .

La domanda da cui partono questi studi è “Come i processi attentivi influenzano la performance

sportiva?”. In ambito sportivo l’attenzione è considerata una delle componenti fondamentali della

prestazione e dell’apprendimento delle abilità motorie e sportive.

L’attenzione è stata studiata secondo almeno 4 prospettive.

 La prima si riferisce alla sua selettività intesa come la capacità di selezionare alcune

informazioni e di ignorarne altre ritenute superficiali. Questa capacità è molto influenzata

dal livello di competenza dell’atleta, e lo studio di Abernethy e Russel (1987) ha dimostrato

come i giocatori esperti di Badminton focalizzino l’attenzione su braccio, racchetta e pallina

riuscendo a prevedere in modo migliore il risultato finale dell’azione rispetto ad atleti

principianti.

 La seconda prospettiva riguarda il numero limitato di informazioni che l’essere umano può

elaborare contemporaneamente. Spesso gli atleti si trovano in situazioni in cui sono

richieste diverse abilità, talvolta complesse, da eseguire simultaneamente. Studi hanno

dimostrato l’importanza dell’allenamento per eliminare l’interferenza dei diversi compiti,

creando nel tempo delle azioni automatizzate che permettono all’atleta di non dover porre

attenzione su un numero eccessivo di informazioni.

 Un terzo aspetto è relativo alla relazione tra attivazione e attenzione. In ambito sportivo il

modello più usato è il modello della U capovolta di Easterbrook (1959): in condizioni di

ipoattivazione il soggetto analizza informazioni in modo indiscriminato e questa mancanza

di discriminazione produce performance insufficienti. In condizione di media attivazione

4
Willis, 1992
l’attenzione si concentra solo sugli aspetti rilevanti per lo svolgimento del compito mentre

quelle irrilevanti vengono ignorate, producendo una prestazione ottimale. Con un livello

alto di attivazione, invece, l’attenzione diventa troppo ristretta e la prestazione subisce un

peggioramento. In altri termini, una condizione di ansia e preoccupazione riduce l’efficacia

dell’attività mentale per quel compito e può cosi determinare una prestazione negativa.

 Una quarta prospettiva riguarda l’orientamento dell’attenzione nell’elaborazione

dell’informazione. È stato dimostrato come l’abilità di spostare velocemente l’attenzione

da un punto ad un altro nello spazio può essere fondamentale nello sport, soprattutto in

quelle discipline in cui è richiesta una rapida e corretta anticipazione delle mosse

dell’avversario ( ad esempio boxe, scherma, tennis ecc.). Dagli studi è emersa una notevole

differenza tra atleti esperti e non esperti in questa flessibilità attentiva.

1.2Storia della psicologia dello sport

La nascita della psicologia applicata è avvenuta a Lipsia nel 1879, con la fondazione del laboratorio

di Wundt. La nascita della Psicologia dello sport viene fatta risalire a qualche anno dopo, al 1898,

quando Norman Triplett realizzò un esperimento che è convenzionalmente considerato il primo

vero esperimento scientifico nell’ambito della psicologia dello sport.

Questo studio analizzava gli effetti della presenza di altri corridori sulla prestazione ciclistica. Il

risultato fornito era molto interessante: la prestazione dei soggetti sottoposti all’indagine era

migliore quando gareggiavano in gruppo piuttosto che singolarmente 5 .Nel 1930 in Europa dell’Est

viene stilata la Carta della Riforma Sportiva, e la psicologia inizia ad interessarsi sempre più alle

5
Davis, S.F., Huss, M.T. E Becker, A.H. (1995), Norman Triplett And Dawning Of Sport Psychology,

The Sport Psychologist,


caratteristiche psicologiche dello sportivo in stato di salute, con il fine di evidenziare i tratti di

personalità che differenziano lo sportivo dagli altri uomini.

Dopo il fallimento della psicologia dei tratti di personalità e in occasione dei Giochi Olimpici di

Melbourne del 1956 nasce la cosiddetta “Seconda Generazione” degli psicologi dello sport e

finalmente l’attenzione viene rivolta alla preparazione psicologica vera e propria dell’atleta, alle

sue emozioni, alle sue percezioni, al suo contesto affettivo e relazionale con compagni di squadra

ed allenatori (Augusti, 1993). Un ulteriore passo avanti si ebbe a Roma nel 1965, quando fu

organizzato il primo congresso mondiale di psicologia dello sport e venne fondata la prima società

internazionale di psicologia dello sport, l’International Society of Sport Psychology (ISSP).

Negli anni ’70 l’obiettivo fondamentale della psicologia dello sport cambia radicalmente, e si pone

l’attenzione non più sulle prestazioni sportive degli atleti ma su come migliorare tali performance.

La richiesta più comune rivolta allo psicologo inizia ad essere un aiuto per ottenere performance

sempre migliori, svincolando la disciplina dal mero studio di teorie in laboratorio per farla

diventare una “psicologia dello sport in azione”6.

La disciplina diviene sempre più conosciuta nel mondo sportivo, al punto che ai Giochi Olimpici di

Los Angeles del 1984 si registra la prima massiccia presenza di psicologi dello sport (solo per il

Canada ne partecipano ben 20 )7. Dal 1990 si può affermare che la psicologia dello sport ha

ottenuto un significativo sviluppo in termini di studi e riconoscimenti scientifici, e ancora oggi

mostra progressi sia in ambito accademico che nell’ambito dell’applicazione pratica.

1.3 Fondamenti della Psicologia dello sport

6
Antonelli, F. (1994), La Preparazione Mentale Nello Sport, Movimento (10), P. 1, Edizioni Pozzi
7
Salmela, J. H. (1992), The World Sport Psychology Sourcebook, Human Kinetics, Champain, Ill.
Pur essendo una disciplina relativamente giovane, la psicologia dello sport ha saputo ritagliarsi un

suo spazio all’interno del contesto scientifico.

Le 8 grandi aree di interesse, secondo Cei (1998), sono le seguenti:

1. i processi cognitivi coinvolti nel controllo motorio e nella prestazione sportiva;

2. le abilità psicologiche implicate nelle diverse discipline;

3. i processi motivazionali che favoriscono il coinvolgimento sportivo;

4. il ruolo dell’allenatore per favorire l’apprendimento;

5. i programmi sportivi per l’infanzia;

6. i programmi di attività fisica per la riabilitazione dei soggetti colpiti da infortuni o malattie;

7. le dinamiche di gruppo, gli stili di leadership e i modelli decisionali;

8. i processi di autoregolazione per affrontare l’ansia e lo stress agonistico.

Di queste otto aree quelle che hanno sicuramente suscitato più interesse tra gli esperti e che

hanno prodotto una notevole quantità di risultati scientifici sono gli studi sulla motivazione, gli

studi sui tratti di personalità, gli studi sui processi attentivi e gli studi sulle dinamiche di gruppo.

Questi saranno approfonditi nei prossimi capitoli.

CAPITOLO II: COMPETENZE E TECNICHE

2.1 Le competenze dello psicologo dello sport

Secondo EUROPSY lo psicologo dello sport è un dottore in psicologia con tirocinio svolto nelle aree

professionali tipiche della psicologia clinica, psicofisiologia, della psicologia sociale e delle
organizzazioni che ha eseguito un percorso formativo specifico nell’ambito della psicologia dello

sport e ulteriori training ad indirizzo clinico e organizzativo. Le attività professionali tipiche della

psicologia dello sport sono le seguenti: - assessment delle caratteristiche psico-fisiche dell’atleta;

- valutazione delle dinamiche interazionali all’interno dei gruppi sportivi;

- costruzione e somministrazione di strumenti di indagine psicodiagnostica;

- consulenza nell’allenamento e nella preparazione mentale ad eventi sportivi;

- counselling per le strategie atte a superare le componenti emotive che precedono lo sforzo e la

competizione;

- counselling per il superamento di infortuni e ricadute, per superare un decremento

motivazionale o difficoltà nella relazione sport/contesti extrasportivi (famiglia, lavoro…);

- assistenza agli istruttori e allenatori per migliorare le dinamiche intragruppo;

- realizzazione di ricerche e test sperimentali sui fattori che influenzano performance e tenuta

mentale.

All’interno del mercato occupazionale le mansioni che può svolgere lo psicologo dello sport

riguardano prevalentemente i contesti connessi all’educazione scolastica (programmi di

educazione sportiva per studenti di qualsiasi età); alla promozione di attività sportiva all’interno

delle comunità con conseguente valutazione dell’effetto dei progetti realizzati; nelle attività di

consulenza pluridisciplinare per società, atleti, gruppi sportivi, centri ludici, centri di fisioterapia

per il recupero psico-fisico del paziente infortunato.

2.2 Tecniche utilizzate


Nello sport agonistico l’ottimizzazione dell’allenamento tecnico e tattico ha fatto si che la

preparazione sia diventata una delle discriminanti più forti nelle situazioni competitive in cui

bisogna prevalere sull’avversario.

L’intervento dello psicologo ha il fine ultimo di raggiungere un benessere psico-fisico che possa

preparare al meglio l’atleta o la squadra all’avvicinarsi di un evento importante. Le strategie di

preparazione mentale da adottare vanno concordate tra psicologo, atleta ed allenatore e messe in

atto in allenamento e in gara.

Un programma di preparazione mentale deve prendere in considerazione il tipo di sport praticato

dall’atleta, i suoi bisogni e le sue procedure tipiche per l’avvicinamento e l’affronto della

competizione sportiva. Il programma va integrato in seguito nell’allenamento tecnico e motorio

allo scopo di garantire un’integrazione tra abilità sport-specifiche e abilità mentali.

Gli psicologi dello sport, negli ultimi decenni, hanno implementato, migliorato e verificato un gran

numero di tecniche e strategie d’intervento finalizzate ad aiutare l’atleta a controllare la

componente emotiva e ad ottenere la miglior performance possibile.

Di seguito saranno elencate le tecniche più utilizzate.

Biofeedback

La tecnica del Biofeedback consente di controllare alcune funzioni del sistema nervoso autonomo

che sfuggono al controllo cosciente della persona. La tecnica consiste nel fornire al soggetto,

tramite l’utilizzo di un’apparecchiatura elettronica specifica, un feedback sensoriale percepibile

(un suono o uno stimolo visivo) che informi sull’andamento di una sua funzione fisiologica
(volontaria o non volontaria) al fine di permettere un apprendimento e un controllo della funzione

stessa.

Grazie all’utilizzo di sensori e trasduttori il biofeedback fornisce informazioni soprattutto sulla

frequenza cardiaca, sulla tensione muscolare e sulla conduttanza cutanea.

Nell’ambito sportivo è riconosciuta l’utilità di questa tecnica, la quale è utilizzata soprattutto per:

controllare l’attivazione; ridurre l’ansia, il dolore e la fatica, incrementare la forza esplosiva; ridurre

lo stress e aumentare la performance sportiva.

Viene applicato tramite un approccio a tre stadi per simulare le sensazioni delle situazioni di gara:

nel primo stadio si esamina il livello baseline dell’atleta, nel secondo stadio l’atleta viene istruito

sull’utilizzo del biofeedback ed impara a regolare la respirazione, la tensione muscolare e le sue

funzioni fisiologiche, nel terzo stadio l’atleta impara a modificare volontariamente queste funzioni

senza l’ausilio delle apparecchiature in modo da automatizzarle ed utilizzarle nel contesto di gara.

Il successo ottenuto da questa tecnica mette in evidenza come l’attività mentale possa avere un

grosso impatto sulle componenti fisiche dell’individuo.

L’ipnosi

L’ipnosi è definita come uno stato di coscienza diversa dalla veglia comune e consiste in uno stato

mentale in cui il soggetto ha accesso a risorse inaccessibili a livello conscio. Durante lo stato

ipnotico l’ipnotista può fornire suggestioni al soggetto che possono modificare radicalmente le sue

percezioni, le sue credenze, le sue sensazioni fisiologiche e i suoi stati d’animo 8. Tra i suoi benefici

ci sono lo sviluppo di una miglior concentrazione che porta dunque ad un gesto tecnico più

efficace, una riduzione di ansia e stress, una modifica delle convinzioni di autoefficacia e un

8
Heap e Aravind, 2002
mantenimento duraturo dell’arousal dell’atleta, inteso come lo stato di attivazione ottimale per

sviluppare il massimo potenziale. Le suggestioni ipnotiche sono associate ad un aumento del

battito cardiaco, del ritmo respiratorio, del consumo di anidride carbonica e dell’irrorazione

sanguigna, dimostrando che non si tratta di una semplice suggestione mentale ma di un vero e

proprio training psicofisico di preparazione alla prestazione.

In ambito sportivo l’ipnosi può operare in due modi: per modificare le sensazioni corporee o per

modificare i pensieri e le emozioni che influenzano la prestazione, ed è inoltre considerato lo

strumento privilegiato per portare l’atleta nel cosiddetto stato di flow.

La chiave dell’efficacia della tecnica non è la trance ipnotica in sé per sé bensì la suggestione

mentale che lo psicologo opera, questa infatti opera in uno stato in cui la connessione mente-

corpo è molto forte, eludendo le barriere del pensiero critico e andando a modificare

concretamente il pensiero e la percezione dell’atleta.

Il team di B-Skilled elenca alcuni esempi pratici in cui l’ipnosi può rivelarsi utile per l’atleta:

- per rallentare il battito cardiaco (fondamentale per gli apneisti);

- per aumentare la percezione sensoriale alle estremità delle dita (fondamentale per i tiratori con

l’arco);

- per modificare la termoregolazione corporea;

- per controllare la percezione fisica del dolore;

- per addormentarsi a comando e dilatare la percezione del tempo dedicato al riposo (per gli atleti

che hanno poco tempo a disposizione tra un evento e l’altro);

- per ottimizzare il focus attentivo;


- per rendere l’atleta capace di portarsi con la mente ad uno stato di flow precedentemente

sperimentato in modo da prepararsi nel miglior modo possibile alla competizione.

Tra tutte le tecniche utilizzate dallo psicologo dello sport quella dell’ipnosi è sicuramente la più

famosa e quella che ha suscitato il maggior interesse scientifico, producendo una vasta mole di

ricerche ed esperimenti che ne hanno confermato l’utilità e l’assenza di pericoli per il paziente.

L’imagery

L’imagery è una tecnica che prevede l’utilizzo di immagini mentali che rappresentano

mentalmente il compimento di azioni motorie. Queste devono essere immaginate il più

vividamente possibile senza, però, essere messe in atto in modo pratico. Nello sport la tecnica

dell’imagery consiste nell’immaginarsi la messa in pratica del gesto tecnico, con annesse

sensazioni ambientali, sensoriali e propriocettive associate alla sua esecuzione.

La Teoria psiconeuromuscolare di Carpenter (1894) ha cercato di spiegare l’imagery tramite il

cosiddetto effetto Carpenter, secondo cui la mente dell’atleta sottoposto ad imagery invia segnali

neurali simili a quelli inviati durante l’esecuzione dell’azione stessa, fornendo così un feedback

neuromuscolare che permette gli accorgimenti e le correzioni del programma motorio in

questione. L’imagery è considerata una delle tecniche più efficaci nello sport, tanto che più del

70% degli atleti di alto livello ne fa uso soprattutto per la sua capacità di apportare migliorie alle

due competenze fondamentali che un atleta deve possedere: - closed motor skills, dove l’attività è

indipendente dagli stimoli ambientali come ad esempio un tiro a canestro nel basket; - open motor

skills, dove il movimento dipende dagli stimoli derivanti dall’esterno, come ad esempio il

movimento della palla.


Rilassamento

Il rilassamento è una tecnica che si pone l’obiettivo di controllare nel paziente lo stato di

attivazione al fine di gestire stati d’ansia e di tensione.

Una tecnica di rilassamento prevede generalmente tre fasi: nella prima fase al paziente viene

chiesto di contrarre e decontrarre specifici distretti muscolari; nella seconda si pone l’attenzione

sulla modulazione del ritmo respiratorio, con sequenze di inspirazione-espirazione molto lente (la

respirazione lenta induce uno stato di rilassamento), nella terza fase si abbinano esercizi di

contrazione-decontrazione a esercizi respiratori.

Lo scopo è quello di creare uno stato di armonia nella mente del paziente che possa poi riflettersi

in vere e proprie modificazioni corporee, confermando l’inscindibilità mente-corpo. Una

condizione fondamentale di questo metodo è la continua pratica, che porta alla produzione

sempre più spontanea, quasi automatica, delle modificazioni fisiologiche.

Nello sport può essere utilizzato con due diversi obiettivi: per influire su muscolatura, sistema

circolatorio e sistema vascolare ottenendo modificazioni opposte a quelle che si hanno nella fase

di stress; e per modulare la percezione del dolore.

La sensazione dolorifica, infatti, produce un aumento della circolazione sanguigna e della

frequenza respiratoria e il rilassamento, rallentando questi due sistemi, funge da antagonista per

la percezione del dolore.

Come può uno stato di rilassamento aumentare le capacità sportive durante la competizione?

Potrebbe sembrare quasi ossimorico, ma in realtà uno stato di completo rilassamento mentale

porta a un maggiore controllo delle energie fisiche e nervose, produce una maggior

consapevolezza delle proprie abilità, aumenta la capacità di leggere le informazioni ambientali e

quindi la possibilità di attuare lo schema motorio più adatto alla situazione.


Goal Setting

Con il termine goal setting si definisce una strategia basata sulla definizione degli obiettivi, sia finali

che intermedi, per il raggiungimento di uno scopo finale.

Queste mete sono utili per l’atleta, e per il paziente in generale, perché sostengono la

determinazione e la motivazione, alimentando gli sforzi e le energie necessarie per il

raggiungimento del proprio scopo.

Gli obiettivi possono essere suddivisi in base alla dimensione temporale in: obiettivi a breve

termine (uno o due mesi), obiettivi a medio termine (primi sei mesi), obiettivi a lungo termine

(entro un anno).

Ma possono essere suddivisi anche in base all’area su cui sono orientati in:

- Obiettivi individuali, per migliorare una propria competenza sportiva;

- Obiettivi di squadra, per ottenere determinati risultati con la propria squadra;

- Obiettivi di risultato, inerenti a determinati risultati da raggiungere in gara.

Locke e Latham nel 1985 hanno evidenziato il rapporto tra goal setting e prestazione sportiva

spiegando come gli obiettivi in ambito sportivo sono efficaci quando c’è specificità, vicinanza

temporale, un elevato livello di difficoltà (obiettivi troppo facili o troppo difficili hanno un impatto

negativo sulla motivazione all’azione), la presenza di feedback da parte dell’allenatore, una

condivisione di scelte tra allenatore e atleta, una buona programmazione strategica e la presenza

di obiettivi a lungo termine intesi come scopi finali.

Gli studi di Burton (1993) sul tema hanno dimostrato l’efficacia della tecnica del goal setting sugli

sportivi, con percentuali di riuscita intorno al 75% per quegli atleti che si erano posti degli obiettivi
specifici rispetto a quegli atleti che invece si limitavano a fare del loro meglio, senza alcuna

programmazione strategica.

Self – talk e pensiero positivo

I pensieri automatici sono una classe di pensieri che gli individui creano continuamente e con

estrema facilità e costituiscono il cosiddetto self-talk, ossia un dialogo interno.

In ambito sportivo i pensieri dell’atleta sono molto importanti perché possono avere un impatto

sulla sua performance sia in positivo che in negativo, ed è dunque utile monitorarli. I pensieri

negativi sono disfunzionali perché compromettono il raggiungimento degli obiettivi, distolgono

l’attenzione dagli stimoli importanti, provocano alterazione dell’umore e cali di tensione.

L’obiettivo del self-talk è proprio quello di prevenire queste situazioni, inducendo nell’atleta dei

pensieri positivi che, come una profezia che si auto avvera, possono portare al pensiero

desiderato. La tecnica consiste nello sviluppo di brevi affermazioni, parole chiave, suggerimenti e

frasi stimolanti da ripetere a se stesso al fine di eliminare i pensieri negativi ed il loro effetto

distorcente e sostituirli con pensieri più adattivi per la situazione competitiva.

La peculiarità della tecnica è la completa abolizione della parola “NON” nelle formulazioni delle

frasi: ad esempio la frase “Non devo distrarmi” diventerà “Devo concentrarmi”, questo perché il

cervello non riesce ad elaborare velocemente la negazione e per farlo ha bisogno prima di

rappresentarsi l’oggetto della frase e solo in seguito eliminarlo. E in questa fase il pensiero

negativo a cui si cerca di non pensare può scatenare conseguenze negative nella mente dell’atleta.
Uno studio di Hardy, Gammage e Hall (2001) ha indagato le modalità con cui gli atleti utilizzano il

self-talk, rispondendo a quattro punti di domanda corrispondenti alle quattro W per gli inglesi

(Where, When, What e Why).

Per quanto riguarda il dove gli atleti hanno rivelato di utilizzare la tecnica soprattutto nei luoghi

sportivi, per quanto riguarda il quando la risposta più frequente era riferita alle situazioni tipiche di

gara, in particolare prima e durante lo sforzo competitivo, per la domanda sul che cosa si dicono

gli atleti è emerso che questi fanno un ampio uso di piccole frasi motivanti e suggerimenti, per di

più con valenza positiva, con argomento principale le azioni motorie specifiche da compiere

durante l’esecuzione del gesto tecnico (es. mantieni la testa alta).

Per quanto riguarda il perché gli atleti usano il self-talk è emersa la sua funzione motivazionale

come predominante sulla sua funzione cognitiva.

Il self-talk, quindi, abbinato ad un pensiero positivo, favorisce: un miglior senso di controllo, una

miglior autoefficacia, una maggior autostima, la correzione degli errori nel gesto tecnico,

l’apprendimento di nuove abilità nonché lo svilupparsi di emozioni positive. Favorisce inoltre un

aumento di creatività, aiutando a vedere i problemi da un punto di vista diverso e nelle sconfitte

una nuova sfida da cui ripartire.


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