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TITOLO: IL NOSTRO CAMBIAMENTO

AUTRICE: CHIARA GIARDINA

In quanto corsista di medicina di base, ho avuto modo di fare esperienza diretta ambulatoriale in alcuni
studi medici e di sperimentare i vari aspetti della nostra professione. Il medico di base è, da sempre, la
prima persona a cui il paziente si rivolge quando ha un problema, con cui si confronta e a cui chiede
spiegazioni, proprio perché vi è un rapporto e una fiducia che ha avuto modo di accrescersi nel tempo.
L’aspetto psicologico e di accoglienza verso il paziente, richiede una certa sensibilità ed è molto importante.
Infatti spesso le persone hanno bisogno di un ascolto che sia il più possibile pieno e libero da pregiudizi, in
modo da poter rivelare fino in fondo i propri disagi. L’osservazione e l’analisi sono degli strumenti validi che
ci aiutano a capire la persona, i suoi bisogni, e a scegliere il modo più adatto con cui interagire. Su questo si
basa la nostra comunicazione, che deve essere chiara ed efficace. La raccolta dei dati e quanto detto prima,
ci fanno da guida nello studio dell’esame obiettivo e nella corretta interpretazione dei segni e dei sintomi
riportati dal paziente. Avvalendoci delle nostre capacità logiche e delle nostre conoscenze mediche,
possiamo integrare i vari elementi di diagnosi a nostra disposizione. Negli ultimi tempi, la rete telematica è
entrata in modo dirompente a far parte degli strumenti che coadiuvano il nostro lavoro in vari modi. Ad
esempio tramite l’accesso in rete e la dematerializzazione delle ricette, e permettendoci inoltre di elaborare
una testimonianza della storia anamnestica del paziente, attraverso l’uso del diario clinico. Tuttavia questo
sistema ha fatto emergere alcune criticità. Nel nostro studio ci troviamo, di frequente, davanti a pazienti
che si sono già informati su internet circa i propri sintomi e che magari sono arrivati a conclusioni erronee,
proprio perché deficitari di vere e proprie conoscenze mediche. La così detta “diagnosi fai da te” è infatti
strettamente legata all’attuale superamento della nostra figura e sempre più spesso, all’avanzamento di
richieste, nella forma di pretese infondate. Di fronte a ciò, due sono i possibili atteggiamenti del medico.
Nel primo caso egli, spinto da paure ed incertezze, cerca in tutti i modi di accontentare il paziente; ordina
test e visite per difendersi contro eventuali azioni legali, fino ad arrivare alla medicina difensiva, che è priva
di una vera e propria razionalità clinica. In tal modo non si pone più al centro delle nostre azioni il paziente,
ma bensì la nostra tutela professionale e inoltre questo è uno dei principali motivi della crisi della medicina
di base. Il secondo atteggiamento che tutti noi, a mio avviso, dovremmo sia promuovere che mettere in
pratica, è di quel medico umile e aperto al dialogo, che porta avanti le sue idee e le sue scelte, convinto di
volersene assumere la piena responsabilità. Solo in questo modo si può ristabilire una collaborazione
armonica tra le due parti, e noi stessi possiamo adempiere, finalmente, ai compiti di prevenzione e di
educazione sanitaria a cui siamo chiamati. E’ necessario quindi dare maggiore attenzione alla medicina di
base, partendo già dal suo studio nelle singole università, perché così noi giovani medici possiamo portarne
avanti il valore e cambiare la mentalità comune. La rivoluzione che è in atto, deve avvalersi di internet, della
semeiotica medica, dello studio del paziente e di tutti gli elementi che abbiamo oggi a nostra disposizione,
dando ad ognuno di essi il giusto peso e senza tralasciarne alcuno. In tal modo diventeremo gli artefici di
una nuova e più completa coscienza medica e presteremo il nostro esempio agli altri colleghi. Mi permetto
infine di concludere con una citazione che rispecchia lo spirito del mio scritto: “Sii il cambiamento che vuoi
vedere nel mondo” (M. Gandhi). TITOLO: DIECI MINUTI

AUTRICE: CHIARA GIARDINA

Quella mattina, come tante altre, nell’ambulatorio di medicina generale dove facevo sostituzioni, i pazienti
si affollavano nella piccola sala d’attesa. C’era la signora Maria, ansiosa fin dai gesti e sempre piena di
particolari da raccontare, il signor Ugo con la sua aria sconsolata, e tante altre persone. Il loro vociare mi
aveva sempre accolto e fatto sentire a casa. Salutai la segretaria con qualche battuta, posai il cappotto e
iniziai le visite. Tra i pazienti, come sempre, c’era chi veniva per una ricetta, chi per un certificato e chi per
un controllo. Anche quel giorno lavorai senza tregua e con gentilezza, cercando di mascherare la stanchezza
che iniziava a farsi sentire. Tanti dati passavano davanti ai miei occhi e io in dieci minuti o poco più, cercavo
di capire e ascoltare i miei pazienti, di dedicare a ognuno una parola, con cui, speravo, sarebbero tornati a
casa più leggeri. Poi ricevetti la telefonata di un paziente. Lo avevo sentito al telefono tempo fa, e da quel
momento era solito chiamare sempre. Il signor Umberto, così si chiamava il mio interlocutore, aveva 78
anni e ed era un insegnante in pensione. Le nostre telefonate erano diventate di routine. Aveva avuto un
linfoma di Hodgkin di quarto grado mesi prima, stava facendo dei cicli di chemioterapia in associazione al
rituximab ed era in fase di remissione, tuttavia continuava a chiamare perché si sentiva spesso debilitato,
alle volte per nausea e diarrea e altre per epistassi. Fin dalla prima visita domiciliare, i suoi gesti e le sue
espressioni mi avevano colpito. Conoscendolo di persona, mi ero infatti accorta che era un uomo pieno di
gentilezza ed umorismo, e anche di fronte al suo disagio sapeva mantenere un grande equilibrio. Ogni volta
che andavo a visitarlo a casa, il signor Umberto mi offriva il caffè e mi chiedeva informazioni sulla sua salute
con la pacatezza che lo contraddistingueva. Io gli chiedevo come stava e cercavo di rispondere a tutte le sue
domande curiose. Erano visite brevi, e così, telefonata dopo telefonata e visita dopo visita, dieci minuti alla
volta, mi ero legata a lui, avevamo costruito un bel rapporto, e mi aspettavo la sua chiamata puntuale
quando facevo sostituzioni in quello studio. Anche quel giorno, dopo aver visitato tutti i miei pazienti, andai
di nuovo da Umberto, ma stavolta lo trovai molto appesantito dalla sua sofferenza. In casa il mio paziente
non era solo. Quel giorno infatti c’erano i due figli: Antonio, persona molto attenta e discreta, e Veronica,
una donna vivace e che non riusciva a frenare le sue domande. Dopo avergli fatto la puntura di plasil per la
nausea e il vomito che mi riferiva, facemmo una lunga chiacchierata durante la quale io decisi di tenere la
mano di Umberto per tutto il tempo, e alla fine, quando ci salutammo, avviandomi alla porta, lo seguì con lo
sguardo e gli sorrisi ancora. Andai in strada e salì sulla mia macchina. Verso casa ripensai a lui. Quel giorno
lo avevo visto pallido e silenzioso, triste come non era mai stato. Fu allora che, riflettendo, mi interrogai e
mi incaponì con la realtà e con il mondo come non avevo mai fatto, per cercare un senso scientifico alla
sofferenza del mio paziente, un senso mistico, un qualsiasi senso che mi avrebbe aiutato ad affrontare il
prossimo incontro. Compresi che per me quella persona era inspiegabilmente diventata cara e una. Ma i
miei interrogativi non trovavano alcuna risposta. Passato del tempo tornai a fare sostituzione in quello
studio e appresi dalla segretaria che il mio caro paziente era stato ricoverato in ospedale ed era morto.
Quella notizia mi gelò. Fu allora che capì veramente che dovevo lasciarlo andare, col pensiero e con il cuore
e per farlo mi appellai all’unica cosa che avrebbe reso sopportabile tutto questo: il mio camice.