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Tra il 24 e il 26 settembre 2020 le quinte hanno preso parte al modulo “il tempo delle domande-covid-19”,

ossia la visione in videoconferenza di otto incontri dei “Dialoghi di Trani” (sei di mattina obbligatori, e due a
scelta tra quelli svolti di pomeriggio) durante i quali sono stati trattati argomenti di attualità, discusse
problematiche, molte delle quali inerenti il Coronavirus, e proposte soluzioni a quest’ultime. Il primo
incontro intitolato “Identità e civiltà” si è svolto giovedì 24 settembre alle 10.00 di mattina tra la giornalista
del Sole 24 ore Cristina Battocletti e il giornalistascrittore Amim Maalouf (25 febbraio 1949 Beirut) esperto
di politica internazionale, autore del libro “il naufragio delle civiltà” dove racconta il Levante (nome che egli
stesso attribuisce non solo ad un’area geografica, ma a simbolo storico) sia dal suo punto di vista in prima
persona, sia dal punto di vista politico della seconda metà del ‘900. Innanzitutto Maalouf elenca tre date
che hanno profondamente cambiato il Medio-Oriente durante la seconda metà del ‘900 ossia: il 1952
quando Nasser prese il potere in Egitto, il 1967 che segnò l’inizio della disperazione degli arabi in seguito
alla “Guerra dei sei giorni”, e il 1979, anno della rivoluzione dei Conservatori contro i Progressisti. A questo
punto la giornalista italiana afferma che la violenza politica c’è sempre stata e Maalouf descrive come
quest’ultima sia cambiata nel corso dell’ultimo secolo: si è passati dalle barbarie delle due Guerre Mondiali
a quello che, a partire dall’11 settembre 2001, viene chiamato terrorismo, ossia una violenza politica più
debole, che provochi meno vittime, guidata da un’affermazione identitaria causata non più da Stati, ma da
movimenti più deboli. Maalouf, prosegue, affermando che la violenza politica in Medio-Oriente è la causa
principale della massiccia onda di emigrati, che lascia il proprio paese che non è più in grado di soddisfare il
proprio futuro, verso i paesi europei, i cui leader non riescono a gestire tale problema scaricando il barile ai
loro successori e alimentando un clima di tensione tra invasi e invasori. La giornalista, collegandosi a ciò,
cita un passo del libro di Maalouf in cui Nasser ride alla richiesta riguardante la possibilità di introdurre il
velo per donne, cosa che effettivamente è avvenuta nei Governi successivi, e chiede a Maalouf la sua
opinione a riguardo le figure dei leader salvatori. Lo scrittore li definisce pericolosi, in quanto le comunità
non hanno bisogno di leader salvatori, basati sul nazionalismo, ma di leader affidabili moralmente che non
nascondano la verità dietro la menzogna. Il dialogo poi si sposta sul marxismo, di cui è affascinato lo
scrittore, ma non abbastanza da ritenerlo come il modello del mondo moderno, poiché è stato ricco di
fallimenti. Maalouf, inoltre, afferma come il coronavirus e l’emergenza sanitaria abbiamo aumentato le
divisioni e che bisogna necessariamente costruire una base solidale migliore per sopravvivere. Il dialogo si
conclude con il ricordo da parte dello scrittore di Jiuliet Grecò e gli aneddoti dietro la realizzazione della
canzone “My way” cantata da Frank Sinastra. Personalmente sono d’accordo con le tesi di Maalouf perché
per diminuire i conflitti nel mondo, non solo nel MedioOriente, c’è bisogno di solidarietà collettiva da parte
di tutti gli stati e i loro grandi leader. Questa solidarietà, purtroppo, è ancora totalmente assente e ciò è
stato dimostrato dalla gestione dell’emergenza sanitaria che ha sconvolto il mondo gli ultimi mesi: le grandi
potenze europee si sono separate tra loro, introducendo dogane ai confini, riducendo egoisticamente gli
aiuti ai paesi esteri per salvaguardare la propria economia. Il secondo incontro intitolato “Pandemia:
apprendere per prevenire” si è svolto l’ora successiva e ha avuto come protagonisti: il virologo Pierluigi
Lopalco, responsabile del coordinamento dell’emergenza epidemiologica in Puglia, Gilda Cinnella,
professoressa di anestesia e rianimazione presso l’Università di Foggia, Pierpaolo Limone, rettore
dell’Università di Foggia, Nicola Paparella, preside della facoltà di scienze umanistiche dell’Università
Pegaso, e Cenzio di Zanni, giornalista de “La Repubblica” a Bari, che ha posto le domande durante la
videoconferenza. I quattro ospiti sono stati autori del libro “Pandemia: apprendere per prevenire” scritto
durante il lockdown e pubblicato il 30 aprile. L’incipit dell’incontro è stata la citazione del libro “il
comportamento ha inciso, incide, inciderà”, in quanto il comportamento tenuto dalla popolazione nel corso
dell’emergenza è stato l’argomento centrale del dialogo. Innanzitutto, Nicola Paparella ha evidenziato la
presenza ancora oggi di movimenti negazionisti e di complottismo che negano l’evidenza nonostante le
prove: una situazione di emergenza, infatti, ha sottolineato Paparella, non è che altro che un emergere di
segnali che tutti ignoravano e, se si impara a leggere quest’ultimi, si può fronteggiare al meglio la prossima
pandemia. Per esempio se non si fosse sottovalutato agli inizi di febbraio il sospettoso aumento di casi di
polmonite in Lombardia, mentre la Cina era già in lockdown, forse sarebbero state attuate prima delle
misure di sicurezza anti-contagio e si sarebbe evitata una diffusione così forte del virus nelle settimane
successive che portò al lockdown dell’intera penisola italiana. Il lockdown, però non ha portato solo
svantaggi dal punto di vista economico. Esso, infatti, secondo Limone, ha permesso la digitalizzazione di
numerosi servizi, dell’introduzione dello smart working e dell’ibridazione tra una didattica a distanza e una
in presenza. Collegandosi alla didattica a distanza il dialogo, poi si è incentrato sull’importanza
dell’apprendimento esperienziale, ossia quel tipo di apprendimento non solo teorico ma anche pratico, e
sulla sua importanza, perché lascia tracce più profonde e consente lo sviluppo di un’abilità. La
professoressa Cinnella ha proseguito affermando che la stessa pandemia di coronavirus è stata un
importante esempio di apprendimento esperienziale, che ha insegnato l’importanza della comunicazione e
del lavoro di gruppo: ognuno ha imparato le peculiarità degli altri e migliorato la collaborazione. Ciò ha
consentito di prevenire e ospedalizzare pazienti con sintomi. A questo punto gli ospiti si sono soffermati sul
ruolo giocato dalla comunicazione, chiamata da Lopalco “comunicazione del rischio” e dal comportamento
della popolazione nel corso della pandemia: se la popolazione, infatti, non è adeguatamente sensibilizzata
al pericolo del covid e non attua forme di prevenzione come l’utilizzo di mascherine nei luoghi chiusi e
affollati e la pulizia costante delle mani, qualsiasi modello o protocollo sanitario diventa inutile, poiché il
virus continuerà sempre a diffondersi massicciamente e il personale o strutture sanitarie saranno sempre
insufficiente. La professoressa Cinnela ha successivamente proposto l’introduzione di presidi avanzati
periferici dotati di personale addestrato, dove i cittadini con presunti sintomi possono recarsi prima di
andare in ospedale. Il dialogo, infine, si è spostato sul tema della memoria che si è addolcita diventando
nostalgia. Quest’ultima, però, si identifica nel negazionismo che impedisce di andare avanti, al contrario
della ricerca capace di trovare soluzioni. Dal mio punto di vista, ho trovato, in particolar modo le parole di
Lopalco, molto condivisibili perché la sensibilizzazione culturale riguardo un determinato problema molto
importante per portare avanti una manovra: è inutile prendersela coi politici, accusandoli di non essere
stati capaci di gestire l’emergenza, se noi cittadini siamo i primi a non rispettare le norme di sicurezza.
Tuttavia, credo che l’utilizzo di nuovi software come ad esempio l’app Immuni non sia necessario, poiché
grazie all’utilizzo di social network come whatsapp e instagram siamo sempre informati riguardo la salute di
tutte le persone che frequentiamo, e, installare una nuova app, metterebbe solamente di più a rischio la
nostra privacy e salute a causa delle onde bluetooth che provoca. Nella giornata di venerdì la classe ha
assistito, per primo, a un dialogo sull’Arte tra Francesco Fabris, avvocato specializzato in diritto dell’arte, e il
critico d’arte Carlo Vanoni riguardo il ruolo dell’arte nella società contemporanea. Il dialogo tra i due ha
avuto inizio delineando la trasformazione che ha avuto l’arte a partire dal XIV secolo. In questo periodo
erano presenti due tipi di committenza che chiedevano agli artisti, cui lavoro era al pari di un artigiano, di
realizzare delle opere. La prima committenza era senza dubbio la Chiesa, chiamata “Bibbia paperum”, cioè
Bibbia per poveri, perché chiedeva agli artisti di realizzare rappresentazioni che potessero comunicare il
messaggio del testo sacro alla popolazione, di cui buona parte di essa era analfabeta. Il secondo tipo di
committenza, invece, era l’ambiente aristocratico dove artisti venivano pagati dai grandi Signori, come ad
esempio i Medici di Firenze, per realizzare opere raffiguranti se stessi in occasione di importanti cerimonie,
come un matrimonio o la vittoria di una battaglia. Questo ruolo di artista professionista nel corso dei secoli
è lentamente scomparso fino ad arrivare all’800, secolo in cui nasce il concetto di ispirazione con
l’impressionismo e definisce la formazione di un nuovo artista, orfano della committenza, libero da qualsiasi
modello e parametro; nacquero, inoltre, le prime mostre e gallerie dove gli artisti mostravano al pubblico le
proprie opere, influenzati dalla fine della classe nobiliare e l’inizio della borghesia collezionista. Negli ultimi
anni, purtroppo, si sta assistendo sempre di più ad una perdita di valore dell’arte. Se un tempo quest’ultima
rappresentava il canale della comunicazione, ad esempio come già detto precedentemente a riguardo della
Bibbia paperum, ora questo ruolo viene svolto dalla televisione e da internet. Il critico d’arte Vanoni, infatti,
utilizzando una metafora, paragona l’arte moderna alla bambola più piccola di una matrioska che è stata
inglobata nell’ultimo secolo e mezzo prima dalla fotografia, poi dal cinema, dopo dalla televisione e infine
da internet. Solo liberandola da questi gusci, l’arte potrà recuperare la sua importanza. Durante il dialogo,
infine, si è discusso della digitalizzazione di numerosi musei durante il lockdown che ha consentito,
attraverso il pagamento di un abbonamento mensile, di assistere online a mostre all’interno dei principali
musei italiani. Certamente quest’ultima è stata una soluzione interessante, ma la visione di un’opera dal
vivo e dei sentimenti che suscita quest’ultima non potranno mai essere sostituiti da un video interattivo su
uno smartphone. Personalmente, credo che negli ultimi anni non si è assistita a una perdita dell’importanza
dell’arte in sé, in quanto, in Italia e non solo, ancora oggi numerosi monumenti, città d’arte, musei
rappresentano le principali attrazioni turistiche e fonte di sostentamento economico. Invece, è la figura
dell’artista ad aver avuto la peggio: sempre meno opere vengono realizzate dal momento che il numero
degli artisti è diminuito sensibilmente. Questo perché, se un tempo gli artisti venivano incentivati dai grandi
Signori, come è stato ampiamente discusso nel corso del dialogo, a realizzare opere d’arte e ripagati
tramite un compenso economico o un ruolo nella vita politica del paese, ora che questo incentivo è venuto
meno e solo una minima parte di questi riesce ad avere visibilità grazie ai social network, numerosi artisti
abbandonano la propria passione, domandosi che senso abbia scostarsi dal mondo del lavoro e dedicare il
proprio tempo alla realizzazione di opere, da cui non traggono nessun beneficio, solo per dar sfogo alla
propria ispirazione. In Italia, inoltre, gli artisti spesso non vengono invitati in televisione perché non
suscitano grande interesse, e, a differenza di altri paesi europei, non esistono strutture che diano
l’opportunità a ognuno di esprimere liberamente la propria ispirazione. Concludendo, è molto importante
che lo Stato salvaguardi l’Arte non solo del passato, ma anche quella moderna, attraverso il finanziamento
di mostre e gallerie per i nuovi artisti emergenti, per consentire a quest’ultimi di esprimersi e di lasciare alle
generazioni future un ricordo della nostra epoca, che non sia solo virtuale, basato su internet, ma anche
fisico e reale. Il modulo nella giornata di venerdì è proseguito col dialogo “un fondo europeo per la cultura”,
sempre inerente all’importanza nella nostra società della cultura, i cui ospiti sono stati: Pietro Del Soldà,
giornalista di Rai Radio3, Massimo Bray, editore e politico (è stato ministro delle attività culturali durante il
governo Letta), la prof.ssa Annalisa Rossi e lo scrittore Nicola Lagioia. Il tema fondamentale discusso
durante il dialogo è stata la risposta che ha avuto il settore dei libri e delle biblioteche durante il lockdown.
Certamente, tale settore, a causa del lockdown che non consentiva l’accesso a biblioteche e librerie, così
come molti altri, ha sofferto tantissimo dal punto di vista economico. Le vendite sono calate notevolmente
e a peggiorare la situazione è stato l’aumento dell’utilizzo delle tecnologie che ha incentivato gli ormai
pochi appassionati della lettura, analogamente a quanto è successo con l’arte, ad avvicinarsi alla lettura su
display abbandonando per sempre la lettura di libri e giornali cartacei anche dopo la fine del lockdown.
Fortunatamente numerose biblioteche e librerie si sono messe all’avanguardia dando vita a veri e propri
servizi di consegna di libri a domicilio che hanno consentito di tenere in vita il settore, molto importante
perché rappresenta servizi pubblici essenziali di cui la popolazione non può fare a meno, in quanto negli
archivi e nelle biblioteche di ogni città sono narrate le storie e gli aneddoti del proprio paese. Dal mio punta
di vista, il settore delle biblioteche e degli archivi è molto importante per la memoria culturale del proprio
paese, ma è necessario che quest’ultimo si modernizzi a 360 gradi, attraverso la digitalizzazione completa di
ogni libro: sebbene da un lato ciò comporterebbe la perdita di numerosi posti di lavoro come edicolanti e
bibliotecari, dall’altro porterebbe la formazione di nuove professioni che gestirebbero queste nuove
biblioteche ed edicole online e, inoltre, si avrebbe un’importante diminuzione dei consumi di carta e si
risparmierebbero più spazi. Il dialogo, infine, si è spostato sulla necessità di cambiare il modello del nostro
paese. È necessario che venga ricostruito uno stato sociale che dia maggiore importanza alla scuola e
all’ambiente e che sia insostituibile da qualsiasi società privata, a differenza di quanto è accaduto negli
ultimi 40 anni guidati da un capitalismo che ha fallito. Nel corso del pomeriggio si è tenuto il dialogo “Dal
salto di specie all’albero della vita” tra Gaetano Prisciantelli e Davin Quammen, uno dei migliori giornalisti-
scientifici al mondo. Il tema principale trattato nel corso dell’incontro sono stati i due suoi libri “l’albero
intricato” e “Spillover”. Per quel che concerne il primo libro, sebbene il titolo (l’albero intricato) dia
l’impressione che parli di un albero, tratta della complessità della vita e della sua struttura che viene
paragonata a quella di un albero. Quammen nel libro cita la scoperta dell’HGT avvenuta nel 1977, ossia il
trasferimento genico orizzontale, e non solo verticale. Esso consiste in un’ereditarietà laterale, dove i geni
grazie ad un processo infettivo si possono spostare non solo da una specie all’altro, ma anche da un regno
all’altro. Questo trasferimento avviene anche negli essere umani grazie a dei virus chiamati retrovirali, ne è
un esempio l’HIV, che rappresentano l’8% di tutti i virus. Tale scoperta avvenne nel 1977 da parte di Carl
Woese, considerato lo scienziato sconosciuto più importante. I suoi studi furono molti importanti perché,
attraverso l’uso di tecniche talvolta pericolose basate su radiazioni e sostanze tossiche, riuscì a sequenziare
il DNA scoprendo le strutture più profonde e complesse dei batteri e dei virus e i collegamenti tra
quest’ultimi. Ciò ha permesso di capire meglio la storia della nostra evoluzione, portando a un nuovo modo
radicale di intendere la storia della nostra vita. Il dialogo, poi, si è spostato sull’importanza di Charles
Darwin, a cui si deve la teoria del trasferimento verticale, ossia dalla creatura alla sua prole. Darwin passò
circa tre settimane nelle isole Galapagos, nel corso delle quali poté osservare numerose creature diverse.
Egli notò che quest’ultime presentavano numerose differenze rispetto agli animali del continente europeo,
in particolare c’erano dei collegamenti tra animali che vivevano in isole geograficamente vicine. Ciò permise
a Darwin di formulare la teoria dell’evoluzione e scostarsi dal pensiero fino ad allora sostenuto secondo le
quali le creature fossero state create direttamente da Dio, senza essere state soggette a cambiamenti. Nella
seconda parte del dialogo, invece, si è parlato del libro Spillover pubblicato nel 2012. Questo libro negli
ultimi mesi ha ottenuto una notevole fama, poiché Quammen, collegando gli studi di numerosi scienziati,
profetizza già nel 2012 che la prossima pandemia che avrebbe colpito l’umanità sarebbe stata proprio di un
coronavirus e che avrebbe avuto origine in un mercato del pesce in Cina. Dunque, Quammen spiega che
sarebbe stato possibile prevedere la pandemia grazie a studi scientifici e elenca le due tesi complottiste
riguardo la sua origine. La prima sostiene che il virus sia stato creato artificialmente dal governo cinese o
dalla CIA, teoria smontata da Quammen stesso perché ci sono numerosi studi che dimostrano che il virus
sia stato creato dall’evoluzione, poiché sono presenti suoi frammenti all’interno di altri organismi grazie al
trasferimento orizzontale descritto precedentemente. La seconda teoria, invece, afferma che il virus sia
sfuggito accidentalmente dal laboratorio di Wuhan: anche questa teoria è errata perché il coronavirus che
stava venendo studiato nel laboratorio differisce del 4%, che corrispondono ad almeno 50 anni di
evoluzione. Personalmente, ho trovato il dialogo molto interessante dal momento che sono state apprese
nuove nozioni di carattere scientifico-tecnologico riguardanti l’evoluzione e il sequenziamento del DNA, utili
per la formazione futura; il giornalista, inoltre, è stato molto esaustivo nello smontare le tesi complottiste
riguardo l’origine del virus. Il secondo dialogo, tenutosi nel pomeriggio di venerdì, è stato intitolato “Cina vs
America” e i protagonisti sono stati il giornalista Federico Rampini, e la giornalista inviata della Rai Giovanna
Botteri. Come facilmente intuibile dal titolo il tema fondamentale del dialogo è stato lo scontro mediatico-
economico che sta avvenendo tra gli Usa e la Cina negli ultimi anni. La Botteri, la quale è una delle fonti più
attendibili riguardo questo tema dal momento che ha vissuto come inviata in entrambi i paesi gli ultimi 20
anni, ha affermato che lo scontro è dovuto al cambiamento sul piano economico che ha investito la Cina
negli ultimi due decenni. Se un tempo, infatti, la centralità era totalmente degli Usa, visti come unico
modello dagli altri paesi del mondo, ora tale centralità è stata destabilizzata dall’arrivo della Cina. L’anno
fulcro di questo cambiamento è stato il 2008 quando si svolsero le Olimpiadi di Pechino decretando la Cina
come nuova potenza economica, mentre gli Usa e i paesi europei precipitarono nella crisi. I teatri di questo
scontro sono tanti e l’Italia insieme agli altri paesi europei ne sono un esempio. Avvicinare l’Europa per la
Cina sarebbe un grande traguardo sul piano geopolitico ed economico, tuttavia, quest’ultimi sono legati
maggiormente agli Usa che si sono affermati in Europa in seguito alla vittoria della seconda guerra mondiale
e al piano Marshall. Gli Usa non sono nuovi però a questo tipo di scontro. Nel secondo dopo guerra, infatti,
essi erano in competizione con l’URSS e in piena Guerra Fredda durante crisi di Cuba, dove l’Unione
Sovietica installò sull’isola caraibica postazioni di lancio di missili nucleari, le due potenze erano sul punto di
una nuova guerra mondiale, che avrebbe avuto impatti devastanti per l’umanità dal momento che erano
entrambe armate di armi nucleari. Fortunatamente lo scontro assunse un carattere propagandistico e si
trasformò in un corsa allo spazio che portò al primo uomo sulla Luna. Essa può essere paragonata alla corsa
per il vaccino contro il coronavirus, indispensabile per tutto il pianeta per contrastare la pandemia e far
andar avanti l’economia. È ovvio che trovare il vaccino per primo significherebbe per una delle due
superpotenze rilanciare l’economia prima rispetto all’altra. Gli Usa, però, non sono stati sempre la potenza
economica principale del pianeta. Fino all’800 questo ruolo è stato ricoperto dalla Gran Bretagna, mentre
gli Usa erano una potenza emergente che sfruttò la libertà di circolazione all’interno dell’Impero Britannico.
Analogamente negli ultimi la Cina sta utilizzando la globalizzazione dell’Occidente e Internet per ampliare il
proprio potere oltre l’Asia. Xi Jiping, l’attuale presidente della Cina, vuole portare la sua nazione al posto
numero uno al mondo. Per far ciò è necessario l’avvicinamento ai paesi europei, che, come già detto in
precedenza, sono ovviamente più vicini agli Usa e hanno come obiettivo quello di riuscire a relazionarsi con
entrambe per trarre vantaggio. L’Estremo Oriente, inoltre, ha saputo contenere la pandemia del
coronavirus in modo molto efficace rispetto agli altri paesi sviluppati, sebbene essa ha avuto origine proprio
in Cina. Per Federico Rampini, però, il modello da seguire non è quello autoritario cinese che ha contrastato
il virus facendo ricorso ad una dittatura, ma quello delle democrazie del Giappone e della Corea del Sud,
capaci di contenere la pandemia attuando protocolli efficaci. Queste democrazie, chiamate oriente
alternativo; devono essere un esempio per i stati europei e gli Usa non solo per come hanno affrontato la
pandemia, ma anche per il modo di relazionarsi con la potenza cinese, dal momento che, geograficamente
parlando, quest’ultime sono molto più vicine alla Cina. Personalmente credo che dallo scontro mediatico ed
economico tra la Cina e gli Usa nessuna nazione stia traendo beneficio dall’altro, anzi, al contrario le
rallenta. Ad esempio durante i primi mesi della pandemia è stata data molta importanza all’origine del
virus, ciò ha portato ad una situazione in cui i presidenti di entrambe le superpotenze, Trump e Xi Jiping, si
accusavano l’un l’altro di essere responsabile della diffusione del virus, anziché collaborare per trovare il
prima possibile una cura o un vaccino da cui avrebbe giovato tutti gli stati. È proprio questa collaborazione
e punto d’incontro, e non di scontro, che dovrebbe essere l’obiettivo del prossimo presidente degli Usa, che
sia di nuovo Trump oppure Byden. Nella giornata seguente si sono svolto gli ultimi due dialoghi del modulo.
Il primo intitolato “Identità, memoria condivisa, monumenti: fatti storici e scelta di valori” ha avuto come
protagonisti Paolo Flores d’Arcais, elettore di Micromega, e il professor storico Alessandro Barbero. Il tema
principale trattato è stata l’importanza dei monumenti per una popolazione e la possibilità di distruggerli.
Innanzitutto, i monumenti nella storia culturale di un paese sono molto importanti perché permettono di
salvaguardare nel corso dei secoli i valori e i principi su cui si fonda tale identità. Innalzare un monumento,
infatti, è un gesto carico di significato perché diffondere valori condivisi da tutti. Ad esempio in seguito
all’Unità d’Italia sono stati nelle varie città italiane numerose statue in onore dei protagonisti di quel
periodo come Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Ovviamente, così come innalzare un monumento ha un
significato, anche abbatterlo ne ha un altro. Generalmente l’eredità stabilisce i fatti storici che fanno parte
dell’identità di una nazione: quando un monumento non fa più parte della memoria di un popolo che deve
essere tramandata può essere abbattuto. Per esempio l’identità francese attuale si basa sui valori della
Rivoluzione e tutto ciò che rappresentava la classe nobiliare o l’ “Ancien regime” è stato cancellato. La
stessa festa nazionale francese si tiene il 14 luglio di ogni anno, data che corrisponde alla presa della
Bastiglia, la prigione all’interno della quale venivano imprigionati tutti i nemici politici dell’antico regime, il
monumento, infatti, è stato successivamente abbattuto perché simboleggiava valori opposti a quelli della
Rivoluzione. Analogamente, nel ‘800 negli Stati Uniti, in seguito alla guerra civile tra il Nord e il Sud,
sostenitore della schiavitù, tutti i monumenti rappresentanti i generali e i più importanti personaggi della
Confederazione del Sud vennero cancellati. Abbattere un monumento, tuttavia, come sostenuto dai due
storici, non ha un significato unificante come innalzarlo, ma divisivo. Questo perché chi abbatte i
monumenti è colui che è vincitore e vuole portare avanti i propri valori senza tener conto di chi è ancora
sostenitore di quella parte sconfitta. Ad esempio alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando vennero
abbattuti i Fasci Vittoriani, c’era chi sosteneva il Fascismo, oppure in America c’era chi, dopo la guerra civile,
si oppose all’abbattimento dei monumenti dei generali non perché era razzista, ma perché era nostalgico
della Confederazione del Sud. Personalmente, credo che abbattere un monumento sia un atto molto
importante e, affinché ciò avvenga, bisogna tener conto di numerosi fattori: prima di tutto bisogna essere
sicuri che il significato di quest’ultimo sia esclusivamente quello, tenendo conto anche del significato che
quest’ultimo aveva al momento della sua realizzazione. Trovo ridicolo, infatti, che numerosi movimenti
anti-razzismo distruggano statue di Cristoforo Colombo, che col razzismo non ha nulla a che fare dal
momento che la schiavitù in America iniziò diversi decenni dopo la sua scoperta. Anche l’imperatore Marco
Aurelio, sebbene fu un dittatore e sterminò tantissimi schiavi e cristiani durante il suo impero, ha i meriti di
tantissime azioni positive che permettono la salvaguardia delle sue statue, oppure perché per coerenza non
abbattere le statue di George Washington perché possedeva degli schiavi nei suoi terreni? Ovviamente ciò
non potrà mai accadere in quanto il primo presidente americano fu anche portare di valori importanti quali
la libertà e il patriottismo nei confronti dell’allora madre patria inglese che portarono alla formazione degli
Usa così come li conosciamo oggi. Concludendo, per un paese sarebbe meglio conservare una memoria
condivisa, accettando anche monumenti di persone che avevano idee sbagliate, ma non orrorose come ad
esempio Himmler. Ci sono, inoltre, ancora oggi tantissimi motivi per cui dovrebbero combattere i
movimenti antirazzismo, come le disparità tra bianchi e neri nel mondo del lavoro e nel modo con cui
vengono trattati diversamente da parte della polizia in America e, portare la lotta all’abbattimento di
monumenti, sarebbe solamente un’esagerazione e una perdita di patrimonio per il proprio paese.
Successivamente si è svolto l’ultimo dialogo del modulo intitolato “le imprese e il valore dell’innovazione”. I
protagonisti sono stati Annalisa Aremi, regional management south di Unicredit, Francesca Bria, presidente
del fondo nazionale innovazione della cassa deposito e prestiti, Marco Bellezza, amministratore delegato di
Pinfratell, Giampaolo Colletti, digital communication manager, e Domenico Favuzzi, presidente e
amministratore delegato di Expedia. Nel corso del dialogo è stato trattato il cambiamento nel modo in cui
lavoriamo che ha portato la pandemia, e come si sono sviluppate le tecnologie. Innanzitutto, le tecnologie
hanno permesso a numerose aziende e servizi che si erano fermati a causa del lockdown di proseguire le
proprie attività. Sono nati nuovi metodo di lavoro, mentre altri si sono affermati come il food delivery,
l’introduzione dell’app immuni e lo smart-working. Sebbene le prime settimane di videoconferenze sono
state massacranti per numerosi lavoratori a livello fisico-mentale perché bisognava recuperare ciò che non
era stato fatto nei primi giorni del lockdown passando numerose ore al pc, ci si è resi conto in seguito che il
lavoro da casa permetteva di organizzare meglio i tempi, dal momento che venivano risparmiati i tempi di
trasferimento. Grazie alla tecnologia sono emerse piccole imprese che, tramite servizi online o di vendita a
domicilio, potevano competere con le aziende più grandi su scala nazionale. Il lockdown, dunque, ha
portato numerosi lavoratori a lavorare in smart-working, facendo in modo che si approcciasse in modo
particolare al lavoro. Le infrastrutture digitali hanno permesso alle banche di aiutare le aziende in difficoltà,
che sono state aiutate tramite ingenti somme di denaro e fondi vari finalizzati per le start up. Non si può
negare che la pandemia abbia portato un positivo impulso alla tecnologia. Sono nati nuovi metodo di
insegnamento che hanno ibridato la didattica in presenza con quella online, sono stati digitalizzati numerosi
servizi rendendo la nostra vita più semplice. Le tecnologie, inoltre, hanno avuto un ruolo essenziale non
solo in ambito lavorativo e didattico ma anche in ambito sanitario. Grazie ad esse, infatti, è stato possibile
tracciare i possibili positivi in tempo, prevenendo la possibilità di contagiare altre persone. Purtroppo, però,
le tecnologie non possono sostituire totalmente la nostra vita o far in modo che circoli solo esclusivamente
intorno ad esse. Come affermato da Annalisa Aremi, infatti, in numerosi lavori il contatto fisico svolge
ancora oggi un lavoro molto importante: ad esempio per un bancario un conto è stabilire con un cliente
una relazione fisicamente, un altro conto è stabilirla online. Ovviamente quella fisica garantisce per il
cliente maggior sicurezza e maggior fiducia nei confronti della propria banca. Proprio per questo, con la fine
del lockdown a maggio, è stato necessario far ripartire fisicamente numerosi servizi che potevano
proseguire anche online a differenza di altri lavori, come un semplice barbiere o estetista, che basano il loro
lavoro esclusivamente sul contatto fisico. Ovviamente in questa fase di riapertura è stato necessario
garantire la massima sicurezza per i lavoratori di ogni impresa e dei loro clienti attuando protocolli che
limitassero il contagio. Concludendo, nel modulo PCTO “il tempo alle domande”, com’era facilmente
prevedibile, la maggior parte dei dialoghi giravano intorno alla pandemia che ha sconvolto e sta ancora
sconvolgendo il mondo, col rischio di essere noiosi, poiché potevano trattare di argomenti già fortemente
discussi nei vari programmi televisivi negli ultimi mesi, a questi si è aggiunta la nuova modalità di dialogo in
videoconferenza live su Youtube. Nonostante ciò i vari ospiti sono riusciti in maniera molto chiara ed
esaustiva a divulgare nozioni, inerenti non solo la pandemia, ma anche di carattere economico, tecnologico
e culturale. Inoltre, la nuova modalità online di dialogo è stata un successo poichè ha consentito la
partecipazione nei vari incontro di ospiti di livello internazionale come la giornalista Giovanna Botteri e il
giornalista David Quammen. Personalmente ho trovato il dialogo “Dal salto di specie all’albero della vita” il
più interessante di tutti perché ha ampliato la mia formazione in ambito scientifico, utile per il mio percorso
futuro.