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Il quadriportico della chiesa di

Sant’Agata Maggiore a Ravenna


Considerazioni alla luce degli scavi e degli studi
condotti nel secolo scorso
Corso di Archeologia e Storia dell’Arte Medievale in Italia
Settentrionale (Prof. Paola Porta)
Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici

Guido Gaetano Romano

Anno accademico
2019/2020

Veduta della chiesa di Sant’Agata Maggiore


(da https://it.wikipedia.org/wiki/
Basilica_di_Sant%27Agata_Maggiore#/
media/File:San'Agata_Maggiore_-
_Ravenna_2016.jpg).
Obiettivo della ricerca
Lo studio qui condotto ha l’intento di ripercorrere, per sommi capi, le vicissitudini
storiche legate ad una particolare membratura una volta antistante alla chiesa di
Sant’Agata: il quadriportico. Le maggiori informazioni su tale avancorpo derivano da
uno scavo effettuato nei primissimi anni del ‘900, dall’allora Soprintendente ai
Monumenti della Romagna, Giuseppe Gerola. Gli esiti del suo lavoro, per quanto
condotto con i mezzi a quel tempo disponibili, hanno permesso di riportare in luce una
struttura architettonica fondamentale per l’edificio sacro di via Mazzini. L’esistenza di
un atrio di ingresso, infatti, cambia radicalmente la concezione sul funzionamento della
chiesa nel passato: la necessità di incuneare in uno spazio ridotto tale porticato, tra il
fiume Padenna e la facciata di Sant’Agata, si lega a funzioni liturgico - processionali
ormai non più chiaramente intellegibili e per questo di primaria importanza, dal
momento che una loro decodificazione porterebbe ad una piena comprensione
dell’intero corpo di fabbrica. Inoltre, la sua scoperta e la possibilità di legarlo ad un
momento cronologico precipuo, il VI secolo, ci orientano verso una rivalutazione di
tutte le posizioni assunte fino ai giorni nostri sulla fondazione dell’edificio stesso.
Dunque, per quanto limitato a una mera analisi della documentazione a disposizione,
l’intento dello scritto è quello di spronare a un’ulteriore ricerca storico - archeologica
sul cortile porticato in questione, cosicché si possa finalmente restituirne sia
un’immagine chiara (magari avvalendosi delle moderne tecnologie di modellazione
3D), sia conferirgli il giusto peso nella storia dell’intero complesso agatiano.
Alcuni dei principali studiosi che si sono occupati del monumento:
Storia degli studi
- G. G. Ciampini (1698†): lo studioso del Seicento fornisce una data approssimativa sulla presunta realizzazione del mosaico absidale presente nella chiesa, l’anno 400, e allude al vescovo
durante il cui episcopato si collocherebbe l’opera medesima, Esuperanzio. La datazione e l’attribuzione, tuttavia, vanno spostati al secolo successivo, quando sul seggio vescovile ravennate siede
Massimiano. Di fondamentale importanza, comunque, risulta il suo contributo per la storia degli studi sulla chiesa, dal momento che, nell’opera Vetera Monimenta, ci lascia una testimonianza
sulle fattezze del mosaico che avrebbe occupato il catino absidale: un Cristo assiso in trono, fiancheggiato dagli Arcangeli. Il resoconto del Ciampini è ancor più degno di considerazione, poiché fu
uno dei pochi a visionare l’opera in maniera autoptica, prima della sua definitiva scomparsa nel 1688, quando Ravenna fu colpita da un violento terremoto.

- R. Facciolli: nella relazione sui “Lavori compiuti dall’Ufficio Regionale” del 1898, redatta dall’ingegnere Facciolli, sono riportati in maniera piuttosto dettagliata e a mo’ di resoconto
cronistorico sia le motivazioni di fondo che hanno condotto all’escavazione all’interno della navata della chiesa, sia i risultati ottenuti dopo gli interventi effettuati. L’autore esordisce con una
constatazione di fatto: il pavimento della chiesa sul finire del XIX secolo è in condizioni davvero deplorevoli, per cui urge una tempestiva manutenzione che possa conferire nuova dignità allo
stabile tutto. I sondaggi toccano una quota di – 2,80 m e riportano alla luce una porzione di mosaici che, su base stilistica e iconografica, sono stati ricondotti al V secolo d.C.

- A. Testi Rasponi (1915, Note agnelliane: i vescovi ravennati del 5. secolo): interessantissima la sua dissertazione sull’appartenenza cronologica della parte inferiore dell’abside fino alle finestre:
qui, materiale e metodo di costruzione sono a suo giudizio di V secolo (in accordo quindi con quel modus construendi che, protraendosi fino ad epoca teodoriciana, prevede l’uso di mattoni
frammentari uniti con calce bianca e breccia). I laterizi di Sant’Agata sono in effetti frammentari (presentano le seguenti misure, cm 41 x 31 x 7,5) e sono immersi in una malta di calce bianca con
abbondante breccia. Come riporta l’autore, se la breccia è abbondante soprattutto nelle opere barbariche, mentre è finissima in quelle imperiali, si può allora agevolmente concludere che l’abside
doveva collocarsi orientativamente tra il 476 e il 526 (da Odoacre sino alla morte di Teodorico, quando i laterizi raggiungono invece le misure di 44 x 32 x 7 cm).

- G. Gerola: importantissimo il ruolo rivestito dal veneto Giuseppe Gerola; la sua grande sensibilità per l’arte e la cultura in generale, senza alcuna forma di campanilismo individuale, lo hanno
portato a ricoprire cariche e ad intraprendere opere di grande impatto e risonanza per le comunità che beneficiarono del suo contributo. Tra queste, sicuramente di vitale importanza per la storia
degli studi ravennati è stato lo scavo archeologico del giardino antistante alla chiesa di Sant’Agata. La lungimiranza del Gerola, nel suo ruolo di Soprintendente, lo ha portato alla scoperta di un
atrio d’ingresso alla basilica, del tutto dimenticato dalle fonti storiche locali, nonché al rinvenimento di numerose arche sepolcrali, attualmente ancora esposte in situ e di cui cui si parlerà più
avanti (Il quadriportico di S. Agata, 1934).

- G. Bovini: va citato il suo instancabile e minuzioso lavoro archivistico, finalizzato alla ricerca di testimonianze concrete sugli scavi condotti dal Facciolli nel 1898. L’indagine del Bovini getta
nuova luce sugli interventi ottocenteschi nella chiesa e sulla probabile destinazione dei frammenti rinvenuti in quel momento storico. Si arriva a comprendere, infatti, come i mosaici rintracciati a
2,80 m di profondità potessero ubicarsi in sedi diverse da quella originaria di S. Agata (quali il Palazzo di Teodorico e la Chiesa di S. Francesco) e come di questi si fosse persa ogni traccia nel
torno di una cinquantina d’anni dal loro ritrovamento (Rintracciati due frammenti del mosaico pavimentale della chiesa ravennate di S. Agata Maggiore, 1966).

- P. Martinelli Angiolini: l’autrice si sofferma sull’ambone presente nella chiesa, odiernamente conservato tra la nona e la decima colonna del colonnato settentrionale. È in marmo bianco, con
venature orizzontali di colore grigio – verde cupo; consta di due parti quasi semicircolari e deve avere avuto in passato una base alta 1,50 m. La tipologia “a balcone” sembra avvicinarlo a quelli
ravennati di Santo Spirito e S. Apollinare Nuovo; tuttavia, il tipo tutto particolare di decorazione ci orienta verso l’ambone presente nella Basilica del Foro Severiano di Leptis Magna. Se questo di
S. Agata non è reimpiegato, potrebbe allora datarsi al VI secolo (Amboni ravennati, 1966; Corpus Ravenna I, 1968).

- F. W. Deichmann: immenso il contributo dello studioso tedesco, cimentatosi in un’enciclopedica raccolta di dati e informazioni su monumenti e opere ravennati. In quest’eterogeneo e vasto
corpus (Hauptstadt des spätantiken Abendlandes I eII), una sezione molto importante è dedicata proprio alla chiesa di S. Agata; oltre al compendio storico sulla genesi della basilica, vi si trovano
fondamentali e numerosi riferimenti ai materiali presenti nello spazio chiesastico, sia in opera che decontestualizzati. Degna di nota è l’analisi dei capitelli e dei rispettivi pilastri di sostegno,
“censiti” tipologicamente e cronologicamente.

- S. Pasi: ulteriore conferma sulla probabile costruzione (o ricostruzione) dell’area absidale/presbiteriale nel VI sec. L’autrice evidenzia come i resti degli intradossi delle finestre dell’abside, dei
lacerti musivi conservati nelle tre finestre centrali dell’emiciclo, siano vicini a dei pattern iconografici molto diffusi nel VI secolo d.C., inserendosi questi così molto bene nel contesto di ipotetico
rifacimento della zona terminale dell’edificio nel secolo summenzionato (La decorazione musiva degli intradossi delle finestre absidali della basilica di S.Agata Maggiore di Ravenna, 1984).

- E. Russo: diversi i suoi contributi sulla basilica di Sant’Agata, alcuni dei quali toccano aspetti differenti sull’edificio. In particolare, degno di nota è lo scavo condotto nell’area presbiteriale della
chiesa, alla metà degli anni 80; l’indagine ha permesso di arrivare sino al piano di calpestio antico, ad una quota di 2,10 m circa, e di rinvenire le tracce della cattedra vescovile e dell’emiciclo dei
subsellia. L’approfondimento nella zona sacra, inoltre, ha restituito tutta una serie di materiali utili all’individuazione cronologica della terminazione absidale in questione, tra i quali numerosi tubi
fittile che, sulla base della tecnica per la loro messa in opera, sono stati ricondotti al VI secolo (Scavi e scoperte nella chiesa di S. Agata di Ravenna. Notizie preliminari, 1989; Nuovi dati per la
conoscenza delle volte in tubi fittili dallo scavo della chiesa di S. Agata di Ravenna, 2003).

- E. Cirelli: nel suo libro del 2008, Ravenna: archeologia di una città, ha gettato le fondamenta per uno studio archeologico integrale della città adriatica, nel quale affrontare in maniera analitica e
di dettaglio i resti monumentali (e non) presenti nel centro romagnolo. Tra queste vestigia del passato, uno sguardo è stato gettato anche sul complesso di S. Agata, per il quale si sono messi in
evidenza (anche tramite elaborazioni GIS), i diversi elementi cronologici che compongono l’edificio: l’abside e il quadriportico, entrambi con mattoni di tipo giulianeo, sono quelli che
maggiormente contribuiscono all’individuazione della chiesa.
Compendio storico sulla basilica
Dedicata alla martire catanese, al pari di altre due chiese attestate a Ravenna in età medievale (S. Agata de Mercato e S. Agata Pittula),
la basilica di Sant’Agata Maggiore era situata a Ravenna nell’antica regio Circli, prospiciente il corso dello scomparso fiume
Padenna. Mancano sicure notizie sulla sua fondazione, assegnata comunque in età tardoantica. Più che la presenza del monogramma del
vescovo Petrus (identificato dallo Zirardini con Pietro II, 494-519) in un pulvino del colonnato – possibile reimpiego posticcio – offre
più solido appiglio il richiamo del protostorico ravennate Agnello alla sepoltura del vescovo Giovanni I (477-494), già effigiato sopra la
cattedra, e forse identificabile come il fondatore della chiesa. La muratura dell’abside poi, che utilizza nella parte superiore i cosiddetti
mattoni giulianei (diffusi negli edifici di età giustinianea), unitamente ai tubi fittili nel catino, fa pensare a un completamento della zona
presbiteriale nel VI secolo avanzato, forse durante l’episcopato di Agnello (556-569), che qui servì come diacono e fu sepolto. A
quest’epoca doveva risalire anche la decorazione musiva del catino absidale, di cui permangono miseri resti leggibili nell’intradosso delle
finestre, e che cadde durante il terremoto dell’11 aprile 1688; un disegno del padre Cesare Pronti, pubblicato dal Ciampini (1699), ne
testimonia l’iconografia, con Cristo assiso su di un trono gemmato “a lira” e fiancheggiato da due angeli con baculum in mano, collocati
su di un prato fiorito. Ancora durante il VI secolo, sulla fronte della chiesa fu innalzato un quadriportico con loggiato interno, a
racchiudere un’area con destinazione ancora non chiara (cimiteriale o liturgica). L’aspetto attuale della chiesa di S. Agata Maggiore si
deve in buona parte agli interventi attuati alla fine del Quattrocento, quando si procedette all’innalzamento del pavimento per fare fronte
alla subsidenza del terreno, reimpostando così l’intero colonnato. Attorno a quello stesso periodo fu probabilmente eliminato anche
l’antistante quadriportico, per innalzare l’attuale campanile cilindrico (1560). Altri interventi si ebbero dopo il terremoto del 1688, come
il rialzamento dell’arcone absidale, o quello all’inizio dell’Ottocento, quando venne costruito il robusto arcone di sostegno all’altezza
della terza colonna, con aggiunta di contrafforti esterni; e ancora quello del 1892, quando nello scavo fu esplorato il primitivo livello
tardoantico (a m. 2,80): in quell’occasione fu estratto un lacerto dell’originario mosaico pavimentale, recante motivi fitomorfi molto
vicini a modelli nordafricani di V secolo. Nei restauri effettuati da Giuseppe Gerola, fu sia liberato il presbiterio dalle suppellettili
barocche, che la facciata da una serie di edifici che ne compromettevano la leggibilità. Si intraprese uno scavo del quadriportico, del
sepolcreto antistante e, alla fine di questi lavori, si innalzò davanti all’ingresso l’attuale protiro rinascimentale, proveniente dalla vicina S.
Nicolò. S. Agata, tuttavia, ha visto anche altri interventi: quelli del 1963-64, quando furono aperte le originali finestre dell’abside, e
quelli su più vasta scala effettuati tra il 1979 e il 1989, quando ci fu il rifacimento del tetto ligneo e della pavimentazione in cotto.
L’interno della chiesa di Ravenna, come oggi si presenta pur attraverso successive alterazioni e restauri, conserva in buona parte quella
che doveva essere l’originaria spazialità dell’edificio tardoantico; la pianta è di tipo basilicale orientata, a tre navate (spartite da arcate
poggianti su colonne) e con abside di tipo ravennate (poligonale all’esterno e semicircolare all’interno).
Topografia della chiesa in antico
La basilica di Sant’Agata Maggiore
(definita maggiore perché, come
anticipato, nel Medioevo a Ravenna
vi erano altre due chiese dedicate
alla santa) sorse in posizione
prospiciente il fiume Padenna (ora
scomparso, ma il cui corso è
ravvisabile nell’attuale Via Mazzini)
e in prossimità del circo cittadino (di
cui si conserva la memoria nella “via
del cerchio”, proprio sul lato
meridionale dell’edificio).
Fig. 1: in rosso la chiesa e l’area dell’ippodromo; in bianco via
Mazzini [N/S] e via del Cerchio [E/O] (elaborazione dell’A. da https://
www.google.it/maps).
Ubicazione della chiesa nella Regio dell’Ippodromo

Fig. 2: i due edifici storici nella metà


orientale della città (elaborazione
Sant’Agata Ippodromo dell’A. da https://design.tre.digital/
progetti/beni-culturali/29-ricostruzione-
in-3d-ravenna-antica).
L’orientamento delle chiese ravennati sul Padenna

Edifici come S. Agata, la Basilica


Apostolorum, S. Michele in
Africisco, S. Giovanni Battista e S.
Vittore dovevano essere in stretta
connessione con il fiume Padenna: è
probabile che il loro orientamento sia
stato determinato (anche se non in
maniera esclusiva) dall’andamento
del corso in questione.
Tav. I: chiese ravennati relazionate al corso del Padenna (elaborazione
dell’A. da CIRELLI 2008, p. 106).
La vicinanza di S.Agata con il porto interno
Non è improbabile che il grande bacino creato dal crocevia tra i due fiumi (il Padenna si allacciava con un diverticolo al Lamisa) garantisse
uno spazio sufficiente al transito di imbarcazioni e all’approdo di queste. La biforcazione era antistante proprio alla chiesa di S. Agata, per
cui si può immaginare che qui vi fossero impianti e strutture funzionali alla navigazione (banchine e moli): la basilica avrebbe così finito
per beneficiare di una posizione alquanto felice, data la sua ubicazione sull’asse principale di Ravenna, in prossimità di un porticciolo
interno e a pochi metri dal mercato civico.

Fig. 3: la relazione della chiesa con il


mercato civico [in blu] e la zona portuale Zona portuale?
interna [in rosso] (elaborazione dell’A. da Mercato civico
https://design.tre.digital/progetti/beni-
culturali/29-ricostruzione-in-3d-ravenna-
antica).
Impianto della chiesa
Tav. II: pianta della basilica (da
Ha un impianto basilicale classico.
BOVINI 1969, p. 204).
Le misure dello spazio chiesastico
sono di 49,50 m di lunghezza per 25
m di larghezza.

Esso risulta diviso in 3 navate (di cui


quella centrale più larga delle laterali)
per mezzo di 20 colonne, disposte su
due filari, e chiuso sul lato orientale
da una grande abside semicircolare
(poligonale all’esterno); essa, in
origine, era inquadrata da due
pastophoria ormai non più esistenti.
Elementi datanti per la cronologia
della chiesa
Abside esterna

Nella parte esterna l’emiciclo di


laterizi palesa due tessiture murarie
differenti: una ascrivibile al V
secolo e l’altra al VI. Non è ben
chiaro se la differenziazione
costruttiva riscontrata sia dovuta a
interruzioni di cantiere o a
ripristino in epoca successiva.
Certo è che i mattoni impiegati
appartengono a due momenti
diversi della storia dell’edificio e
per tale motivo lo collocano un po’
Fig. 4: abside esterna con
“a cavaliere” tra i due secoli. differenziazione delle partiture
murarie (foto ed elaborazione
dell’A.).
Programmi decorativi dell’abside
Secondo la tradizione erudita (Agnello, Ciampini) dovevano essere presenti due cicli musivi nella zona
terminale della chiesa, di dubbia cronologia: non si è ben compreso, infatti, se questi fossero il frutto di
un’unica stesura oppure se appartenessero a momenti cantieristici differenti.
Il primo mosaico sembra collegarsi al vescovo Giovanni Angelopte (477-494), ritratto come protagonista
di un evento miracoloso nel registro al di sopra dei subsellia presbiteriali.
L’altro invece, una volta presente nel catino absidale, aveva come soggetto un Cristo in trono affiancato
da Angeli (o Arcangeli). Per affinità tecniche e tematiche con altri cicli musivi di VI secolo, si è concluso
che la suddetta raffigurazione potrebbe collocarsi nel periodo appena citato.

Fig. 5: raffigurazione del


mosaico absidale realizzata dal
Ciampini; l’autore vide l’opera
prima del terremoto del 1688,
che costò la distruzione totale
del catino (da CIAMPINI 1690,
Tab. XLVI).
Ricostruzione moderna dell’apparato decorativo
dell’abside

Fig. 6: disegno ricostruttivo


dell’abside di Franco Franchini
(da https://it.wikipedia.org/wiki/
Basilica_di_Sant%27Agata_Mag
g i o r e # / m e d i a /
File:Ravenna,_Basilica_di_Sant'
Agata_Maggiore,_ricostruzione_
3d_dell'abside_prima_del_1688.j
pg).
Mosaico di San Michele in Africisco di VI secolo
Diversi autori (tra i molti RICCI, 1937, p. 3 e 8; BOVINI, 1956, p. 25 e 28; FARIOLI CAMPANATI, 1961, p. 99; BOVINI, 1964, p. 172; BOVINI,
1969, p. 208; BOVINI, 1971, pp. 4 – 7; DEICHMANN, 1976, p. 293; TORRE, 1986, p. 17) si sono soffermati sulla somiglianza stilistica tra il
mosaico del catino di S. Agata e quello una volta presente nella chiesa di S. Michele in Africisco. I rapporti, tuttavia, sembrano piuttosto limitati: il
mosaico agatiano è pervenuto ai giorni nostri solo tramite tavole e disegni di autori di molto posteriori alla sua stesura, per cui costituisce un
modello di confronto poco solido; quello di S. Michele invece, iconograficamente parlando, sembra abbastanza diverso.

Fig. 7: mosaico di San Michele in Africisco


conservato nel Bode Museum di Berlino (da
https://livingravenna.blogspot.com/2015/06/
ex-chiesa-san-michele-in-africisco-oggi.html).
Resti musivi degli intradossi delle finestre

Resti musivi con motivi vegetali ancora presenti negli intradossi delle finestre
dell’emiciclo, con tutta probabilità strettamente collegati alla stesura di VI secolo.

Fig. 8: intradosso della


seconda finestra angolare
di sinistra dell’abside,
particolare del residuo
musivo (foto dell’A.)
Tubi fittili dell’abside

Fig. 9: collezione di tubi fittili provenienti da S.


Agata (da BOVINI 1960, p. 85).
Nel Luglio del 1985, quando gli scavi pianificati del presbiterio
non ancora erano inizati, gli Enti preposti realizzarono uno
sterro che portò allo smontaggio dell’altare maggiore, alla
demolizione del pavimento e alla messa in opera della canaletta
attorno agli affreschi parietali medievali (rinvenuti nel secolo
precedente e all’epoca in forte stato di degrado). Grazie
all’attività di scasso, si rinvennero dei tubi fittili a siringa, messi
in opera in antico mediante abbondante malta: la tecnica sembra
rimandare a saperi costruttivi tipici di VI secolo e parlare a
favore della costruzione del catino della volta proprio nel secolo
in questione, per mezzo di tali elementi “affogati”.
La cattedra vescovile
Negli anni ’80 furono condotti degli scavi nel presbiterio, che raggiunsero una
quota di – 210, 4 cm; il risultato delle indagini qui condotte ha evidenziato come vi
fosse un pavimento in opus sectile, un bancale del clero rialzato di due gradini
(con al centro la cattedra vescovile), una stesura sempre di opus sectile e stucchi
policromi sulle pareti absidali.

Fig. 10: risultato degli scavi


nel presbiterio (elaborazione
dell’A. da RUSSO 1989a, p.
2339).
I Pastophoria
All’esterno del muretto orientale della navatella nord è visibile una porta con arco a tutto sesto espanso
e spallette rientranti. Questa doveva avere la sua soglia a 2,80 m sotto il pavimento della chiesa attuale,
per cui, assieme a quei resti di attacchi ai muri dell’abside, poteva costituire parte integrante di un
ambiente individuabile come pastophorion.

Il modello architettonico, sulla base degli scavi effettuati, si avvicina molto agli ambienti presenti nella
chiesa di S. Giovanni Evangelista, con un rimando quindi a soluzioni cantieristiche tipiche del V secolo.

Fig. 11: resto dell’arcata del


pastophorion settentrionale
(foto dell’A.).
Programma decorativo della navata
10 Ottobre 1892: “Durante i lavori di sterro per ricostruire il pavimento della
indicata basilica si è fatto uno scavo per verificare a quale profondità si trovi il
piano originario della medesima. Esso si rinvenne a più di due metri sotto il piano
attuale formato di musaico a disegni di svariato colore” (TORRE 1986, p. 20).

Il frammento qui rinvenuto si avvicina molto alle testimonianze dell’Africa


settentrionale di V secolo.
Già dalla seconda metà del II secolo (sino all’epoca bizantina) si assiste in questa
regione ad una progressiva evoluzione ed arricchimento dell’ornato con le
sinusoidi collegate a cerchi in trama vegetale; a partire dal V, poi, tale iconografia
si diffonde soprattutto nel comprensorio cartaginese, con una continuazione d’uso
768

nel secolo successivo. Il tappeto musivo di S. Agata sembra così apparentarsi


strettamente con il tipo evoluto e documentato nell’Africa settentrionale di V
secolo (un rigoglioso ornato a sinusoidi d’acanto con intelaiatura di cerchi, il tutto
in un tessuto policromo dall’alto effetto decorativo) e appare trovare nello
specifico dei legami ancor più forti con gli esemplari della Proconsolare.
Il mosaico rinvenuto negli scavi del 1892

Tav. III: posizione al momento del


ritrovamento (elaborazione dell’A.
Fig. 12: dettaglio dell’acquerello
da FARIOLI CAMPANATI 1975,
(da FARIOLI CAMPANATI 1975, p. 114).
p. 109).
Il mosaico ritrovato
Il suddetto pezzo, rintracciato dalla Farioli Campanati tra i resti musivi addossati alla parete orientale del campanile
incluso nella navata di destra della basilica di San Francesco, apparterrebbe alla chiesa di Sant’Agata per tutta una
serie di motivi, tra i quali si annoverano: i colori impiegati, gli elementi costituenti l’iconografia (vicini al lacerto del
1892), le misure e le dimensioni delle tessere.
Il lacerto di S. Francesco presenta nella zona centrale un grande fiore trilobato, che sostiene a sua volta un altro
piccolo fiore a tre petali. Quest’ultimo, reso sommariamente e con due foglie disposte simmetricamente sull’asse del
proprio stelo, occupa uno spazio triangolare determinato dai cerchi contigui; si trova in un tratto del mosaico in cui, o
per il limite del bordo o per un qualsiasi altro impedimento (ad esempio una base di colonna), si interrompe il
regolare corso dei cerchi.

Fig. 13: mosaico di S. Agata proveniente dalla basilica di S. Francesco, ritrovato nel XX secolo
(da FARIOLI CAMPANATI 1987, p. 133).
Intervento di rialzo strutturale ad opera dei fratelli Spreti

Tra gli anni 1476 – 1494 si ebbe un rialzo pavimentale e, contestualmente ad esso, una poderosa opera di
sistemazione architettonica che comportò il sollevamento dei pilastri e il taglio di una porzione della muratura
della navata centrale, cosicché lo spazio interno non risultasse troppo schiacciato dopo l’innalzamento. Il motivo
di tale operazione, comune ad altri monumenti ravennati, è dovuto al problema della subsidenza e della risalita
dell’acqua di falda; per arginare tale fenomeno, in antico, si ricorreva al rialzo del piano di calpestio.

Fig. 15: residuo nella navata


del rialzo Quattrocentesco
(foto dell’A.).

Fig. 14: terminazione del muro dell’arcata


e imposta del pulvino con firma dei lavori
(foto dell’A.).

Tav. IV: prospetto con le


misure del rialzo pavimentale
(da DE ANGELIS D’OSSAT
1962, p. 20).
L’ambone
Per l’ambone di S. Agata il dibattito storico - artistico si è polarizzato su di una tipologia specifica: si fa rientrare il manufatto tra quelli
definiti “a balcone”, poiché sembra che in origine avesse una base alta 1,50 m e dei gradini di accesso e di discesa su due lati contrapposti.
Alcuni autori hanno voluto avvicinarlo agli amboni ravennati di Santo Spirito e S. Apollinare Nuovo, dal momento che consta di due parti
semicircolari (che fanno da “balcone”) come quelli appena citati; rispetto a quest’ultimi, però, manca degli attacchi decorati con croci per i
corrimano delle gradinate. Inoltre, pare che il tipo tutto particolare di decorazione presente sul bordo superiore, nonché la forma in sé del
pezzo, sia molto simile a quella riscontrata per l’ambone presente nella Basilica del Foro Severiano di Leptis Magna, ricavato da un grande
capitello corinzio. Sulla base di tali confronti, se il manufatto di S. Agata non è reimpiegato, potrebbe allora datarsi al VI secolo.

Fig. 18: ambone di Sant’Apollinare Nuovo


(da https://commons.wikimedia.org/wiki/
Fig. 16: ambone di Sant’Agata (foto dell’A.).
File:Pulpit_-_Sant%27Apollinare_Nuovo_-
_Ravenna_2016.jpg).
Fig. 17: ambone di Santo Spirito
(da http://www.edificistoriciravenna.it/spirito-santo/).
I sarcofagi all’interno della chiesa
In una lettera in data 3 Dicembre 1892 (NOVARA 2004, pp. 116 - 117) si legge: “I sarcofagi non hanno
importanza storica, furono posti in S. Agata circa cinquant’anni fa da Forani, mi pare da Ruggini e da altri”.
Questa notizia appena riportata, contenuta in uno scambio epistolare della fine dell’Ottocento tra Odoardo
Gardella e Corrado Ricci (attenti cultori del patrimonio architettonico - artistico di Ravenna), getta un minimo
di luce sulla natura e sulla provenienza degli attuali sarcofagi presenti all’interno dello spazio chiesastico.
Viene rivelato come le arche siano pervenute in S. Agata cinquant’anni prima della lettera dei due studiosi,
quindi intorno agli anni ’40 dello stesso secolo, e come queste siano di fatto il frutto di una collocazione
arbitraria nella basilica.
Va specificato, poi, che i sarcofagi di cui si sta trattando sono diversi da quelli attualmente visibili nel
perimetro recintato della chiesa, lì dove si trova il moderno giardinetto; i materiali presenti lungo la
recinzione, infatti, sono stati recuperati soltanto alcuni anni dopo dal Gerola, intorno agli anni ’20 del XX
secolo, quando il Soprintendente ritrova l’antico quadriportico del complesso paleocristiano. Dunque, per le
arche site all’interno della chiesa si può postulare una provenienza diversa da S. Agata (non era raro che
alcuni monumenti dell’epoca fungessero da momentanei o definitivi luoghi di stazionamento per reperti
rinvenuti in contesti differenti - si pensi ai mosaici di S. Agata portati nel Palazzo di Teodorico o nella
Basilica di S. Francesco), cosa che rende inutile una qualsiasi loro associazione con l’edificio. Il Russo, in un
articolo del 1968, si cimenta in un’individuazione cronologica per due dei sarcofagi presenti nello spazio
chiesastico, riconducendoli ad una generica pertinenza al VI secolo; tuttavia, come specificato poc’anzi,
l’attribuzione temporale non è utile alla ricostruzione storica di S. Agata, essendo manufatti
decontestualizzati.
I due sarcofagi di VI secolo (RUSSO 1968, pp. 321 - 330).

Fig. 19: sarcofago della navata settentrionale, controfacciata (foto


dell’A.): il coperchio è composto di due parti, di cui una di colore e
manifattura sensibilmente diversa. Sulla fronte, il sarcofago presenta
un’iconografia a tre croci: quelle laterali sono latine, a braccia patenti, e
sono collegate tra loro e a quella centrale mediante un lemnisco vegetale;
la croce mediana, invece, è greca, fiorita, clipeata da un doppio giro di
cerchi concentrici, e a bracci patenti.

Fig. 20: Altare del Sacramento, navata settentrionale,


terminazione orientale (foto dell’A.): due croci greche, a
bracci patenti, sono disposte agli estremi del lato
frontale. Poggiano su un globo. Sul lato destro, invece, è
raffigurata un’altra croce greca a bracci patenti.
I sarcofagi del giardino
Per poter parlare dei sarcofagi presenti nel cortiletto della chiesa, bisogna per forza di cose fare un
accenno al quadriportico tardoantico.
In estrema sintesi, la presenza di alcuni mattoni giulianei nelle murature angolari interne della struttura,
così come l’appoggio dei perimetrali esterni alle lesene della basilica, hanno portato ad ipotizzare che il
porticato fosse posteriore alla costruzione della chiesa di S. Agata.
Nonostante la probabile individuazione cronologica (una realizzazione intorno al VI secolo d.C.), le arche
rinvenute nello scavo degli anni ’20 non sono contemporanee al manufatto architettonico, per cui non
risultano utili all’inquadramento storico dell’atrio.
Si può solo genericamente sostenere che la funzione primaria del quadriportico, nelle fasi più antiche,
fosse quella di ingresso differenziato per uomini e donne: le ali nord e sud avrebbero infatti funto da
corridoi di incanalamento per la folla di fedeli. Cambiato il ruolo della struttura, probabilmente assurta a
luogo cimiteriale, si passa in un momento avanzato della sua storia ad un utilizzo diverso dello spiazzo
antistante.
Nel contesto dello scavo del quadriportico, peraltro, si è notato anche un’evoluzione nel rituale del
seppellimento, con inumazioni progressivamente più semplici a scapito dei costosi sarcofagi tumulati
nelle prime fasi di uso cimiteriale.
Dunque, esulando da un ambito prettamente paleocristiano, o comunque non essendo direttamente
coinvolti nell’individuazione della cronologia di innalzamento dell’avancorpo, i sarcofagi risultano di
scarso interesse storico per le vicende iniziali della chiesa. Comunque sia, bisogna tenerne conto per la
ricostruzione in toto della vita di S. Agata e dei suoi sviluppi nel tempo, soprattutto in epoca medievale.
La chiesa al termine dei lavori degli anni ‘20
Si possono notare i
sarcofagi disposti lungo i
perimetrali dell’attuale
giardinetto.

Fig. 21: la chiesa al termine


degli scavi del Gerola (da http://
www.edificistoriciravenna.it/
sant-agata-maggiore/).
Il monogramma di Pietro II
Fig. 22: monogramma presente sul
pulvino della seconda colonna di
sinistra (foto dell’A.).
Interpretazione e confronto
Entrati in chiesa, volgendo verso il colonnato di sinistra (quello settentrionale), si trova, inglobato nell’arcone di rinforzo strutturale, e
adeguatamente lasciato a vista in una sorta di nicchia quadrangolare, un particolare pulvino che reca sulla superficie un monogramma.
Sono state fatte svariate ipotesi sul suo scioglimento e sulla reale appartenenza del manufatto in toto allo spazio chiesastico. Prendendo per vera
l’asserzione che il pulvino sia collegabile al presule Pietro II (494 – 519), bisogna postulare che l’attività edilizia del vescovo si collochi nel
periodo pienamente teodoriciano, quando esiste già un’altra opera che porta la sua firma, ovvero la cappella di S. Andrea (sita nella sede
arcivescovile), e quando non sono noti altri cantieri “ortodossi” in città.
I due monogrammi peraltro, come risulta dai vari studiosi che se ne sono occupati, sembrano sciogliersi in maniera differente: il pulvino come
“petrus episcopus”, quello della cappella come “petrus”.
Nonostante i dubbi appena esposti, la recente teoria di F. Gelmetti (I monogrammi di Ravenna, Tesi di Laurea Magistrale in Archeologia e
Culture del Mondo Antico, Anno Accademico 2018 - 2019) convalida l’individuazione del personaggio con Pietro II.
L’attribuzione a Pietro II, tuttavia, non è sufficiente a risolvere i numerosi dubbi sull’edificazione della chiesa, dal momento che il
summenzionato pulvino potrebbe non avere alcuna relazione con la fabbrica di S. Agata (soprattutto se si trattasse di un elemento di reimpiego,
come ipotizzato anche dal Gerola).

Fig. 23: il monogramma della cappella arcivescovile (da https://


www.pinterest.it/pin/672091944364242117/).
Ulteriori elementi di studio
Altri elementi architettonici, decorativi e d’arredo (ad esempio le due lastre tombali di Angelopte e Agnello, ma anche numerosi residui di
capitelli, pilastrini, plutei ecc…) non verranno presi in esame, perché sono elementi decontestualizzati, di non sicura provenienza dalla chiesa e di
difficile ambientazione.
La chiesa è stata fortemente rimaneggiata nel corso dei secoli, soprattutto nel XV secolo come ho anticipato, quando si rialza considerevolmente il
piano di calpestio. In tale occasione i direttori dei lavori dell’epoca operarono una pesante ristrutturazione, che comportò il probabile riutilizzo di
materiali tanto provenienti dalla chiesa stessa, quanto da altri luoghi a noi non noti.
Per tale motivo per alcuni dei manufatti sopracitati, sebbene vi sia una documentazione storica che ne testimoni la presenza nella chiesa, risulta
difficile convalidarne il legame con le fonti, data la mancanza di testimonianze sicure sul loro ritrovamento de facto nell’edificio in questione. Ma
soprattutto, appare per questi precluso un utilizzo efficace come marker cronologici (in particolare per l’individuazione del cantiere più antico
della basilica).
Si riportano come esempi la lastra tombale di Giovanni Angelopte, collegata a modelli transadriatici di V secolo, e quella di Agnello,
probabilmente afferente al VI secolo. Entrambe le coperture tombali sono citate dalla critica e sembrano avere occupato uno spazio preciso nel
luogo sacro (tra l’altro, riportano dei precisi riferimenti ai presuli ravennati poc’anzi citati). Eppure, al di là del mero confronto storico e
tipologico, utile a una generica collocazione temporale, non si hanno elementi sufficienti per giustificare il loro legame con la chiesa di S. Agata:
non sembra esistere, infatti, un’adeguata memoria storica del loro iter di ritrovamento nella fabbrica di Via Mazzini.
Quello che si può concludere preliminarmente è che l’edificio abbia effettivamente avuto origine in un periodo tardoantico, forse a cavallo tra V e
VI secolo, ma quali peregrinazioni costruttive e quali personaggi abbiano contribuito alla sua facies antica è un qualcosa di molto difficile da
ricostruire.

Fig. 25: Lastra di Agnello (da CAVALLO


1984, p. 123).

Fig. 24: lastra di Giovanni Angelopte (da NOVARA


2010, p. 89).
Il quadriportico

Fig. 26: ricostruzione 3D del quadriportico (elaborazione dell’A. con software Sketchup).
Prima del quadriportico: la Canonica settecentesca
Nell’analizzare lo spiazzo e la facciata della chiesa ci si può agevolmente appoggiare alla
documentazione fornita dal Gerola, il Soprintendente dei beni archeologici ravennati che per primo
ha condotto qui gli scavi, arrivando ad alcune delle conclusioni più importanti sulla basilica.
Prima dei lavori degli anni ‘20, un piccolo corpo di fabbrica (la Canonica) si ergeva nell’attuale
giardinetto di S. Agata, alla stessa quota di Via Mazzini, e inglobava al suo interno, rinserrato
nell’angolo S - E dello spiazzo, il vecchio campanile del 1560.

Fig. 27: planimetria settecentesca del fabbricato della Canonica, redatta al tempo del Cardinale Falconieri;
si nota come lo spazio dell’attuale giardinetto sia occupato da divisori e ambienti (da GARDINI 2012, p. 79).
La demolizione della Canonica e l’avvio degli scavi

Le “casupole”, ossia le strutture che componevano la Canonica (così chiamate dal


responsabile degli scavi), non avevano particolare interesse storico o artistico
(eccezione fatta per il bassorilievo di Sant’Agata di Agostino di Duccio, il manufatto
collocato al di sopra della porta d’ingresso della Canonica, attualmente posto nella
sagrestia). La scarsa valenza monumentale dunque, e la precarietà strutturale
dell’avancorpo settecentesco (in evidente stato di degrado), portano gli addetti ai
lavori a una tempestiva azione di demolizione, seguita da un riassetto totale
dell’intera area (le attività erano incluse nel più organico progetto di sistemazione dei
monumenti più insigni della città di Ravenna).
Nel 1913 quindi il Gerola, in qualità di Soprintendente alle Belle Arti, riceve
l’incarico di dare il via alle operazioni di scavo/ripristino (e contestualmente di
demolizione), ma gli interventi preventivati incorrono nello scoppio del primo
conflitto mondiale (avvenuto di lì a poco), che rallenta tutte le attività pianificate.
Queste proseguiranno con molto rilento e in un arco temporale abbastanza esteso,
almeno sino al 1918, quando cesserà la guerra.
La Canonica prima e dopo gli interventi del Gerola

Fig. 28: foto d’epoca della Canonica di S. Apollonia Fig. 29: Via Mazzini oggi, senza l’antica Canonica (da
(elaborazione dell’A. da GARDINI 2012, p. 79). https://maps.google.it/).
Demolizione della Canonica

Fig. 30: foto d’epoca sui lavori


di demolizione/ristrutturazione
della Chiesa (da GARDINI
2012, p. 80).
Scelte storico - stilistiche dubbie: l’istallazione del protiro
cinquecentesco

Durante lo scavo del terreno


fra la chiesa e Via Mazzini,
si procede contestualmente
al ripristino della facciata:
viene istallato un protiro
cinquecentesco, attualmente
ancora di fronte all’ingresso
della basilica. La singolarità
dell’evento sta proprio nella
scelta del manufatto, non
pertinente all’edificio di S.
Agata, ma proveniente
dall’attigua chiesa di S.
Nicolò.

Fig. 31: protiro di S. Nicolò (foto


dell’A.).
Risultato dei lavori
Al termine dei lavori (si veda la Fig. 21), il cortile antistante alla
facciata viene abbassato sensibilmente in conseguenza dello scavo.
I reperti, le arche e le lapidi emersi vengono sistemati in parte
nell’area, in parte all’interno dell’immobile.
I muri di cinta perimetrali sono regolarizzati, mentre il campanile
viene scalzato nelle sue fondamenta e recintato nella parte inferiore
da una nuova zoccolatura di protezione.
La considerevole profondità alla quale scendevano i resti del
quadriportico (sott’acqua), non ha consentito di mantenerli
stabilmente a vista (soprattutto per quanto riguarda i corsi murari,
oggi obliterati dal terreno del giardinetto).
I dati di scavo sul quadriportico
I resti murari riscontrati sotto terra hanno effettivamente dimostrato che davanti alla
facciata si doveva trovare in antico un atrio a quadriportico, del quale si è riusciti a
determinare la pianta. Mancavano tuttavia dei dati per poterne delineare l’aspetto in
elevato. Il suddetto avancorpo, di forma rettangolare e coi lati maggiori a ovest e a est
dell’area, aderiva alla facciata della basilica per mezzo dei perimetrali esterni nord e
sud (costituendo una sorta di prolungamento delle navate laterali della chiesa).

Fig. 32: appunti del Gerola sulla pianta del quadriportico (da GARDINI 2012, p. 80).
Osservazioni sulla pianta rinvenuta
A Est il limite del portico era costituito dalla fronte dell’edificio di Sant’Agata, mentre a Ovest dalla
facciata del quadriportico stesso (ubicata all’incirca sulla linea dell’odierna Via Mazzini). All’interno il

corpo di fabbrica era costituito da colonne, quattro nei lati maggiori e due nei minori (sebbene in pianta
il Gerola riporti un solo pilastro per ciascuno dei due lati minori - Fig. 32). Poiché nei due lati più lunghi
l’intercolumnio centrale era più ampio degli altri, è possibile che l’arcata sovrastante fosse sopraelevata
rispetto alle altre e che questa a sua volta comportasse un rialzamento a timpano della muratura.

Fig. 33: ipotetica ricostruzione in alzato del quadriportico (da GEROLA 1934, p. 750).
Analisi della facciata della basilica
Gli scavi a Est dell’area recintata hanno accertato che le fondamenta del muro della facciata aggettano, per mezzo di
una risega di 30 cm, dal filo della cortina superiore e sono costituite completamente di muratura a sassi calcarei
irregolari. La risega non ha un livello uniforme: è più elevata all’angolo nord – est e tendenzialmente lineare sino al
punto in cui si rialza di 5 cm, al di là della prima lesena; abbassatasi di 25 cm in corrispondenza dell’altra lesena, nei
pressi della porta maggiore, dopo un ulteriore tratto rettilineo (sotto l’ingresso principale) si alza di altri 25 cm alla
successiva lesena, per poi calare di 5 cm subito dopo il quinto risalto murario. Delle 3 porte originali solo quella
centrale si conserva ancora, ma a un piano sensibilmente più alto.

Fig. 34: ricostruzione 3D della risega e stratificazione Fig. 35: andamento della risega (elaborazione dell’A. da
muraria della facciata (elaborazione dell’A. con software CIRELLI 2008, p. 121).
Sketchup).
Ipotesi sulla base dei dati murari a disposizione
Nell’angolo nord - est del cortile si è scoperto come il perimetrale esterno del
quadriportico non fosse ammorsato nella lesena angolare della basilica, ma eretto solo in
appoggio ad essa. Un’osservazione del genere assicura come, sulla base di un preciso
rapporto stratigrafico murario, l’avancorpo fosse sicuramente posteriore alla costruzione
del complesso sacro di V secolo e che dunque fosse il risultato di un’ulteriore attività
cantieristica.
Il summenzionato perimetrale correva in direzione Sud, riducendosi progressivamente
d’altezza verso via Mazzini, fino a pochi corsi al di sopra della risega di fondazione. In
generale, i perimetrali esterni del portico indagati dal Gerola sono stati rinvenuti in uno
stato di conservazione molto lacunoso, per cui si può dire solo che le suddette ali nord e
sud fossero tendenzialmente identiche, con un muro fungente da limite esterno al
camminamento interno dell’atrio.
La fronte occidentale, invece, è quella che fungeva da facciata: per essa furono previsti
due ingressi (individuati nell’indagine di scavo), disposti agli estremi nord e sud del lato
in questione.
Le lacune nella pianta del quadriportico
Per quanto riguarda la parte più interna del quadriportico, quella che cingeva il cortile aperto, si è constatato come
un’unica fondazione sostenesse muri e colonne del lato Est. La sua costruzione era in mattoni di “tipo usuale
antico” (Gerola utilizza sempre una terminologia poco specifica o comunque in linea con il lessico archeologico
dell’epoca), aveva un aggetto della risega di circa 20 cm (sia verso l’esterno, che verso l’interno) e il suo livello
era alquanto più basso rispetto a quello della facciata.
Il muro angolare a L, che occupava l’angolo nord – est del lato in questione, era costruito completamente in
mattoni giulianei: questi, nello specifico, hanno fornito il terminus post quem per l’inquadramento dell’avancorpo.
Purtroppo, dalla seconda colonna sino al supposto muro angolare sud – est del portico, non si conservavano né i
pilastri (con le rispettive basi), né la banchina di appoggio, né i filari della risega; la forte devastazione riscontrata
nella zona era dovuta principalmente alla sistemazione del campanile del 1560.

Tav IV: planimetria della chiesa (elaborazione dell’A. da PICARD 1998, p. 94).
Struttura generale dei muri angolari e delle colonne rinvenute

Fig. 36: analisi del lato interno Est del quadriportico (elaborazione dell’A. da GEROLA 1934, p. 751).
Elementi accessori allo studio del quadriportico
Lo scavo stratigrafico dell’area (quello che non interessa da vicino le murature
rinvenute) non verrà affrontato in questa ricerca, essendo la zona sostanzialmente
costellata di numerose arche e lapidi che esulano un po’ dalla tematica architettonica
dell’argomento principale.
Altro spazio non verrà concesso nemmeno alla serie di muri di epoche differenti
ritrovati nel corso dell’indagine, poiché tutti successivi alla realizzazione del primo
portico. Questi setti murari possono effettivamente aggiungere notizie in più sulle
vicende storiche intervenute sull’avancorpo tardoantico; tuttavia, si è evitato di allargare
ulteriormente il discorso su resti non propriamente paleocristiani, per non rendere
prolissa la narrazione sulla struttura antistante alla chiesa (d’altronde, se si fosse dato
adito ad una ricerca troppo certosina, si sarebbe arrivati addirittura ad includere nella
disamina tutto l’organismo settecentesco della Canonica, cosa che avrebbe creato non
pochi problemi, dato che nemmeno chi ha scavato, il Gerola, sembra essersi posto
minimamente il problema di una documentazione puntuale in merito).
Confronti con modelli di VI secolo
Il quadriportico di S. Agata è lontano da quella ricercatezza architettonica
osservabile negli atrii di S. Vitale e di S. Apollinare in Classe (di poco anteriori a
quello della basilica in questione) ed è forse addirittura l’ultimo del suo genere
ad essere eretto in epoca paleocristiana a Ravenna.

Tav. V: pianta di S. Vitale (da https:// Tav VI: pianta di Sant’Apollinare in Classe (da
colorgrammar.files.wordpress.com/ https://diakosmesis.wordpress.com/2013/12/29/
2014/07/illustrazione003-2.jpg).
architettura-cristiana-ravennate-edifici-basilicali-
santapollinare-in-classe/).
Ipotesi ricostruttiva

Fig. 37: 3D del quadriportico


(elaborazione dell’A. con
software Sketchup).
Considerazioni finali
Sembra che tutti gli inumati presso S. Agata (documentati o postulati) siano posteriori alla fondazione
della prima basilica e dello stesso porticato, e dunque poco utili nell’apporto di ulteriori informazioni
sulle conoscenze dell’edificio più antico.

Certamente, esami dei resti ossei e dei corredi (quasi inesistenti) aprono ulteriori finestre sul panorama
della vita e dei protagonisti del passato, ma se nessuno di questi si rivela utile a confutare le tesi finora
proposte sulla cronologia tardoantica del complesso di S. Agata, allora entrano automaticamente
nell’ambito degli studi di settore, in particolare in quello delle mere sepolture, che per l’elaborato in
questione potrebbe risultare piuttosto “superfluo”.

Alla luce di quanto esposto finora, anche il quadriportico ha avuto una storia piuttosto travagliata e
complessa, tanto da lasciare ben poca testimonianza della sua forma antica. E in effetti, al di là delle
labili tracce dell’impianto e dei pochi corsi murari originali rinvenuti (alquanto manomessi e non troppo
utili nella ricostruzione dell’alzato), si può dire come di tale struttura si conservi oggigiorno solo un
ricordo estremamente labile, per giunta non coadiuvato dalla situazione osservabile nell’antistante area
della chiesa: gli effimeri resti di colonne disposti nel giardino appaiono decontestualizzati (monconi di
pilastri si affastellano senza una rigida geometria all’interno dello spazio) e non sembrano affatto seguire
uno schema che alla lontana possa richiamare l’originaria disposizione dei sostegni del porticato. Se
dunque la testimonianza materiale è venuta meno nella conoscenza visiva dell’avancorpo, almeno lo
studio portato avanti nell’elaborato è venuto incontro all’esigenza di una sua comprensione storica.
Altri punti andrebbero indagati e affrontati mediante una lettura puntuale ed attenta della
documentazione, ma proprio la mancanza di dati sufficienti a disposizione potrebbe rendere
difficoltoso qualsiasi proposito.
Un esempio potrebbe essere proprio quello dell’individuazione della funzione precipua del
quadriportico: semplice recinto per area funeraria (come indicherebbe l’abbondante presenza
di arche e lapidi, sebbene posteriori alla costruzione dello stesso), oppure zona originariamente
impiegata per attività rituali? Nessuna delle due ipotesi sembra escludere l’altra. Benissimo i
due usi (rituale e funerario) hanno potuto coesistere, magari fino ad un certo momento della
storia di tale avancorpo.
Appare poi singolare che in uno spazio così ridotto, quale poteva essere il piazzale residuo tra
la facciata e l’antico corso del Padenna, si sia scelto di innalzare un porticato della stessa

larghezza della basilica (che ha finito così per ingombrare del tutto il suolo antistante):

1) ragioni di decoro urbano, soggetto a programmi politici ben definiti?


2) necessità rituali per i fedeli della regio gravitante su S. Agata o per le ufficialità pubbliche?
3) esigenze cimiteriali, finalizzate alla costituzione di un ambito di sepoltura “privilegiato”?
Tutte le proposte sembrano plausibili.
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