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CONSERVATORIO STATALE DI MUSICA D.

CIMAROSA

Carlo Termini

Teoria e tecniche dell’interpretazione scenica

I livello

Hera Guglielmo
Gestualità e movimento scenico
II livello

Docente: M° Giuseppe Sollazzo

A.A. 2019-2020

RELAZIONE SU LA DODICESIMA NOTTE

DI W. SHAKESPEARE

(“Twelfth night” or “What you will” 1599 – 1601)


La Dodicesima notte è la migliore commedia di W. Shakespeare. Il titolo allude
alla festa della dodicesima notte che corrisponde all’Epifania e chiamata in
questo modo per il numero dei giorni che trascorrono dal Natale fino alla
festività. Sappiamo che fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al
Middle Temple Hall ma si crede che la prima assoluta sia avvenuta un anno
prima, proprio il giorno dell'Epifania. Scritta a 36 anni dall’autore, narra la
vicenda di due fratelli gemelli: Viola e Sebastian. Viola naufraga sulla costa
dell’Illiria, intesa da Shakespeare come un luogo di fantasia, crede che il fratello
Sebastian sia morto. Si traveste da uomo sotto il nome di Cesario ed entra al
servizio del duca Orsino, innamorato, non corrisposto, della contessa Olivia, la
quale ha deciso di prolungare il lutto del fratello non concedendosi a nessun
uomo per sette anni. Intanto lo zio di Olivia, Sir Toby Belch si intrattiene con la
cameriera Mary lodando il suo compare di bevute Sir Andrew Aguecheek,
pretendente la mano della ragazza. Mary lo descrive invece come un ubriacone,
infatti quando Sir Andrew entra in scena non disattende le aspettative,
rivelandosi tonto e poco spiritoso. Nel palazzo del duca, Orsino incarica Cesario
di recarsi da Olivia come messaggero e intermediario d’amore. Viola lamenta
quanto ingrato sia il compito affidatole, facendo intendere l'amore che nutre per
Orsino. All'arrivo di Viola/Cesario, Olivia incarica Malvolio di scacciarlo.
Tuttavia, dopo molte insistenze, Olivia lo riceve. Nei panni di Cesario, la
giovane si dimostra così suadente da far innamorare la contessa, pur non
avendone intenzione. Al termine dell'incontro Olivia inventa uno stratagemma
per poter rivelare i suoi sentimenti al giovane, senza che altri vengano a saperlo
e affida a Malvolio un suo anello che sostiene di avere avuto da Cesario per
conto di Orsino ordinandogli di restituirlo al paggio. Nel secondo atto veniamo a
conoscenza che il fratello di Viola, Sebastian, non è morto nel naufragio e che
ora si trova in Illiria anche lui, convinto però della morte della sorella e perciò
disperato. Inoltre veniamo a sapere che Mary vuole mettere in atto insieme a Sir
Toby e Sir Andrew un piano per ingannare Malvolio: con una lettera fasulla
vogliono far credere a quest'ultimo che Olivia sia innamorata di lui. La
cameriera Mary lo fa per un profondo odio verso Malvolio. Durante il terzo atto
la beffa di Mary nei riguardi di Malvolio si compie e il maggiordomo cade nel
tranello rendendosi ridicolo agli occhi della sua padrona. Intanto Sir Andrew
assiste al corteggiamento che Olivia fa a Viola/Cesario e convinto da Sir Toby
decide di sfidare a duello il paggio. La povera Viola non sa tirare di scherma e
cerca di calmare le acque, finché in scena non entra Antonio, fidato servo di
Sebastian, che scambia la ragazza per il suo padrone e vuole sostituirlo nel
duello. Purtroppo, a causa di precedenti incomprensioni con il Duca Orsino,
Antonio viene arrestato e condotto via. Intanto Malvolio creduto pazzo viene
rinchiuso in una stanza. Nel quarto atto Olivia incontra Sebastian e,
scambiandolo per Cesario/Viola, continua a corteggiarlo fino a proporgli il
matrimonio immediato che Sebastian accetta senza porsi troppe domande. Il
momento di maggior confusione si ha nel quinto atto in cui praticamente tutti i
personaggi sono in scena e si scoprono le carte. Olivia capisce di aver sposato
Sebastian e non Cesario, perché Viola rivela di essere una donna e di amare il
duca Orsino, il quale la chiede in sposa. Malvolio viene liberato e dimostra di
esser stato ingannato da Mary, che nel frattempo è scappata sposando Sir Toby.
In conclusione gli inganni vengono svelati, ma non c'è alcun risentimento da
parte dei personaggi e la vicenda si conclude in lieto fine. La rappresentazione e
l’allestimento di questa commedia nel 1600 è emblematica nel panorama del
teatro elisabettiano. Il primo edificio appositamente costruito per le pubbliche
rappresentazioni fu il Theatre (1576), collocato fuori dal centro storico di
Londra. Nell’Inghilterra elisabettiana, infatti, i teatri venivano a malapena
tollerati dalla borghesia puritana in quanto considerati fonte di immoralità. Alle
donne era ancora vietato recitare e le parti femminili erano affidate a ragazzi
giovani che con il loro aspetto e la loro voce potevano più facilmente travestirsi
da donna. Al Theatre ne seguirono molti altri, tra i quali il Globe Theatre gestito
dalla compagnia di cui faceva parte lo stesso Shakespeare, i Lord Chamberlain’s
Men. I teatri pubblici inglesi erano costruiti in legno e la loro pianta variava da
un edificio all’altro, prediligendo di volta in volta la soluzione circolare,
quadrata o ottagonale: comune era invece la disposizione del sistema di gallerie
sovrapposte a circondare il palco su cui recitavano gli attori. L’area interna del
teatro (yard), dove il pubblico era in piedi, era lastricata e disposta in leggera
pendenza verso il palcoscenico (stage), molto in avanti e perciò ben visibile da
tre lati. Lo stage era interamente coperto da un tetto, denominato the heavens (il
cielo), utile per riparare la scena da eventuali intemperie, ma anche per
contenere attrezzature sceniche per il sollevamento o la calata di oggetti scenici,
mediante funi e paranchi. Dietro le spalle degli attori si ergeva la scena a più
piani: al livello dello stage si aprivano due o tre porte. L’ingresso o l’uscita di un
personaggio da una di tali porte significava convenzionalmente il cambio di
scena. Al piano superiore rispetto a quello delle porte si trovava l’upper stage (il
palcoscenico superiore), dove venivano recitate le parti del copione ambientate
su mura, balconi, colline. Sopra ancora, secondo alcuni studiosi, doveva trovarsi
un terzo piano praticabile denominato musicians’ gallery. La scenografia era
ridotta al minimo perché la maggior parte degli spettatori, stando intorno al
palcoscenico, non poteva vedere lo spettacolo di fronte. Il pubblico doveva
immaginarsi l’ambiente scenico aiutato da semplici cartelli indicatori. Il teatro,
spesso molto affollato e rumoroso, era intriso di luce, infatti senza elettricità gli
spettacoli erano necessariamente diurni. William Shakespeare scriveva a ridosso
della scena: lui viveva la vita del palcoscenico, conosceva il mondo degli attori.
Aveva una tale confidenza e consuetudine con la vita della scena e del teatro.
Lavorò con la Compagnia del Ciambellano, la Compagnia del Re e al
Blackfriars. La Dodicesima notte fa parte del ciclo di commedie romantiche
scritte tra il 1600 e il 1604. Gli attori originali del teatro di Shakespeare non
erano soliti utilizzare costumi particolari per mettere in risalto le loro figure,
talvolta veniva fornita una corona di bassa fattura per facilitare il pubblico
nell’identificare il re. Perciò, tutto era affidato ai dialoghi e alla loro valenza
drammatica nell’opera. La parola in Shakespeare assumeva un compito
scenografico di rilievo, ovvero il drammaturgo faceva uso di una vera e propria
scenografia verbale in cui i paesaggi, gli effetti, la notte e il giorno vengono
creati scenicamente dalla recitazione del verso. Gli attori recitavano circondati
su tre lati dal pubblico con i soli pochi oggetti di scena. La sua drammaturgia era
molto attenta alla descrizione e soprattutto agli abiti e tutti i movimenti erano
presenti e descritti nel testo come guida per gli attori. All’epoca di Shakespeare
non esisteva la figura del regista per cui erano gli stessi attori a doversi muovere
nello spazio scenico secondo le indicazioni del testo. In Shakespeare, la
vulnerabilità di convenzioni tradizionalmente ascritte alla commedia
rinascimentale, viene giocata in modalità meta teatrali, come i travestimenti, che
evidenziano un percorso di formazione autoriale/attoriale sensibile alle ardite e
continue trasformazioni in essere sulla scena teatrale e sociale. Sono la nozione
sociologica e psicologica di ambivalenza e quella di mutevolezza, nel senso di
incompiutezza e di divenire, a indicare le linee compositive esplorate nel comico
shakespeariano. Dai luoghi del caos e della trasgressione si può giungere ad una
normalizzante e ristabilizzante conclusione come avviene nella Dodicesima
notte. Molti dei registi contemporanei che si cimentano nella messa in scena
delle opere shakespeariane offrono una rivisitazione personale della scena e dei
costumi in quanto Shakespeare non ha mai ideato una vera e propria regia, ha
sempre lasciato liberi gli attori per le modalità della messinscena. Erano centrali
il testo, la trama, il significato, la caratterizzazione dei personaggi con un
proprio profilo psicologico, che dovevano arrivare dritti al cuore del pubblico.
Oggi il fine è rimasto quello originario ma con modalità di rappresentazione
estremamente differenti: a partire dalla presenza delle donne in palcoscenico,
particolare non irrilevante, che offre realismo e al contempo permette la
possibilità di rendere più esilarante il meccanismo del travestimento utile
all’equivoco comico. Uno dei registi contemporanei che si è attualmente ispirato
alle pièces di Shakespeare è Simon Godwin, regista teatrale inglese con sede a
Washington DC dove attualmente è direttore artistico della Shakespeare Theatre
Company. La sua rappresentazione della Dodicesima notte al National Theatre a
Londra nel gennaio 2020, offre lo spunto per numerose considerazioni
sull’originalità dell’uso della scenografia. Innanzitutto è possibile notare il
cambiamento d’ambientazione che diventa moderna, si potrebbe pensare dagli
anni Quaranta ad oggi. La moda degli abiti indossati dagli attori ci dà da subito
l’idea di essere nel ‘900, e di questo ne è riferimento anche la musica e gli
elementi scenografici. Come la pianta del Globe Theatre anche qui il
palcoscenico è di forma circolare ma gli attori non devono aprire delle porte per
introdurre il cambio di scena, bensì è lo stesso palcoscenico a ruotare su sé
stesso, e in aggiunta, il pubblico non è intorno al palco ma posto di fronte ad
esso. Non mancano numerosi effetti di luce che riempiono lo spazio facilitando
il coinvolgimento emotivo del pubblico. Tutte le scene di Godwin vengono
suddivise da rampe di scale su cui talvolta sono seduti alcuni musicisti che nel
teatro elisabettiano erano invece nella musicians’ gallery, il terzo piano della
scena. Fanno da sottofondo al cambio di scena intermezzi musicali di diverso
genere, a volte jazz, a volte pop rock, a volte classica. Viene inserita anche disco
music nello spaccato in cui il giullare Feste fa il suo ingresso in scena. Spesso
ascoltiamo cantare gli attori anche in polifonia, il più delle volte per esprimere i
loro sentimenti come nel caso in cui Feste su ordine di Orsino intona insieme a
lui canzoni d’amore per esprimere a Cesario la natura del suo amore nei
confronti di Olivia. Un’analogia possibile tra il teatro Shakesperiano e la regia di
Godwin risiede nel fatto che la scenografia è povera di oggetti scenici, vi sono
gli oggetti essenziali alla percezione di un luogo scenico che lo spettatore è
costretto a completare attraverso la sua immaginazione. Differenza sostanziale è
invece l’uso dei costumi: Simon Godwin predilige una molteplicità di costumi
per differenziare ogni profilo psicologico mentre in origine gli attori non erano
soliti indossare abiti molto particolari, sebbene per Malvolio, allora come ora,
erano previste in questa commedia le calze gialle e le giarrettiere. In questa
rappresentazione possiamo osservare gli abiti stravaganti e colorati di Sir Toby e
Sir Andrew che danno allo spettatore la percezione immediata del loro
comportamento istrionico e libertino. Sir Toby ha una giacca pitonata, mentre il
regista preferisce vestire di un rosa acceso Sir Andrew per sottolineare la sua
indole poco arguta e poco brillante. La cameriera Mary e Olivia sono vestite
entrambe di nero, il quale colore scuro, insieme con l’atteggiamento sprezzante
e intollerante delle stesse, è in netto contrasto con il temperamento dello zio
chiassoso e del suo amico. Il giullare Feste qui è interpretato da una donna che
indossa abiti chic facilmente riconducibili alla moda giovanile e luccicante degli
anni Settanta - Ottanta. In diversi frangenti emerge l’affetto omosessuale tra
alcuni personaggi e in particolare tra Antonio e Sebastian, che il regista esplicita
con un bacio sulle labbra tra i due uomini, e tra Sir Toby e Sir Andrew che
caricano i loro atteggiamenti di specifiche allusioni. In verità, tutti i rapporti
vengono caricati di significati ambigui, infatti anche Malvolio, qui interpretato
da una donna, viene ad essere oltre che oggetto di scherno anche oggetto di un
amore, falsamente dichiarato dalla lettera fasulla, che confonde il pubblico
sull’identità sessuale del personaggio. Anche nel momento del primo incontro
tra Olivia e Cesario nel primo atto la dama le chiede Siete un
commediante? (nell'accezione elisabettiana il termine sta per attore), la risposta
di Viola non sono quel che paio (in inglese il gioco di parole I am not that I play
dove play sta per recitare, varrebbe dunque non sono quel che recito) serve a far
mostra del ruolo di Cesario. I personaggi femminili, all’epoca interpretati da
giovinetti, creavano così un gioco ambiguo appunto anche negli spettacoli
shakespeariani, confondendo la realtà e la rappresentazione. Il meccanismo del
travestimento viene utilizzato dal regista contemporaneo per creare esattamente
quell’equivoco che tanto piaceva anche a Shakespeare. La gestualità degli attori
è molto accentuata per vestire di ironia l’intera commedia. Nella scena finale
dello spettacolo del National Theatre, Malvolio raggiunge la cima delle scale e
umiliato e triste, con le braccia protese verso l’alto sembra cerca una luce
attraverso la pioggia che scende su di lui, quasi come stesse ricercando una sorta
di vendetta per le beffe subite.
Fonti di riferimento:

 https://unora.unior.it/retrieve/handle/11574/189239/62670/Il_senso_del_c
omico.pdf

 Docsity – Teatro elisabettiano (Università di Bologna Alma Mater


Studiorum)

 La dodicesima notte – W. Shakespeare

The Globe Theatre

Feste e Malvolia, National Theatre 2020


Sir Andrew e Sir Toby, National Theatre 2020

Appendice:

9 Agosto 1986 – Tommaso Chiaretti (Repubblica)

DIVERTIAMOCI COSI' CON SHAKESPEARE IL BOOGIE WOOGIE

TAORMINA - Già lo scorso anno ci incontrammo, qui a Taormina, con la


giovanile trasformazione di Shakespeare che il gruppo Cheek by Jowl aveva
fatto del "Sogno di una notte di mezza estate", proponendone non tanto una
aggressione, quanto l' esultanza delle sue parole, e il lavoro di elaborazione
gustosa della poesia. Adesso i Cheek by Jowl tornano alla ribalta con un altro
dei loro "divertimenti": La Dodicesima Notte. E si avverte con maggiore
maturità il disegno. Si vede infatti che il motivo del divertimento sta nel
rivolgersi esclusivamente a uno Shakespeare in qualche modo "fatato" a uno
Shakespeare che contenga il concetto di sogno, a uno Shakespeare molto amato
e amabile, che si possa evocare in libere e chiare associazioni notturne, a uno
Shakespeare che, nello scherzarci su, non offra il sospetto di una eccessiva
goliardia. Certo, lo si potrebbe supporre presente e vivo, quel diavoletto
oltraggioso, che si insinua nelle recite, e che travolge Shakespeare come Dante,
Amleto come Edipo. Questo non è quasi mai un modo di far teatro, ma solo la
necessità di attaccarsi alle banali trame del teatro per trarne fuori il meno sapido
degli elementi quello della satira immancabile. I Cheek by Jowl, nonostante le
apparenze, non fanno satira per nulla: se si divertono garbatamente su
Shakespeare, inserendovi allusioni alla Regina o alla disprezzata lady Margharet
Thatcher, non è questo per nulla il motivo del piacere. Il motivo sta tutto in
quella atmosfera così cordialmente inglese, in quella ricerca di cravatte e di abiti
bianchi doppio petto, e della decorazione coloniale, in quel gusto anni ' 30 che
così vistosamente si insinua nei vestiti delle infermiere, nelle giarrettiere
colorate di Malvolio, nei cappelli flosci e nelle divise dei capitani di marina, che
son sempre quelli del Pinkerton con il fil di fumo. Che i giovani del Cheek
stiano recitando, non lo negano mai: appena han finito di dire la loro battuta, se
ne restano ai lati della scena, seduti su seggiole bianche, come se sorseggiassero
il gin in India. L' Illiria immaginata nella Dodicesima notte è come un trionfo
dell' impero dove sergenti coi baffi comandano ai cipahis, dove la viscontessa
porta l'ombrellino, dove nei bungalows si può insinuare il sospetto e la
tentazione di un'amore omosessuale. La Dodicesima notte lo propone tutto
questo con piacere sottile, nel fertile luogo teatrale del travestimento: per cui
non si sa se Viola sia Sebastiano, e gli uomini e le donne se li contendono
entrambi con ironiche agnizioni. E in questa colonia felice può accadere che d'
un tratto tutti si alzino in piedi, e accennino ad un passo di boogie woogie, o
imbraccino chitarre e sassofoni e trombe e li suonino come se stessero in un
music hall che strizza l' occhio al passato prossimo. L' immancabile caricatura
da music hall del personaggio texano con stivaletti e cappellaccio si esprime in
un' accento forte, ma non vuole alludere a Dallas, bensì proprio a quel teatro di
conversazione che faceva sorridere anche fuori del Regno Unito. Molto
aggraziato, ben recitato, atletico quando occorreva, lo spettacolo diretto da
Declan Donnellan si svolgeva con intelligenza gustosa. Gli attori erano egregi: il
buffone Feste era uno Stephen Simms, che si abbigliava ironicamente da
Marceau con le Clarks. Sir Andrew aveva l' accento texano accentuato di Aden
Gillett e faceva coppia con la spiritosa Maria di Melinda Mc Graw. Viola era la
gustosa Patricia Karrigan Pel di Carota. Sebastiano era David Morrissay, e c'
erano parecchi altri, tra cui il baffuto Sir Toby di Keith Bartlett, oltre
naturalmente all' ottimo, solo leggermente patetico comme il faut, maggiordomo
Malvolio, disegnato senza eccesso da Hugh Ross.

15 Marzo 1999 – Franco Quadri (Repubblica)

Sogni, anzi incubi l' amaro dell' amore

LA DODICESIMA notte o quel che volete è una delle commedie di


Shakespeare più difficili da montare oggi, perché è difficile decifrare fino in
fondo quel che vuol dire o nascondere, e qui sta anche una delle ragioni del suo
fascino. Segue uno svolgimento alla moda fino a rubare la trama a una vicenda
italiana d' equivoci del suo tempo (Gli ingannati), ma uscita di voga trova altre
chiavi. Anche questa finta Illiria è un luogo d' evasione dove gli amori non s'
incontrano, anzi suscitano angosce per i loro partiti presi psicanalitici da snob di
Woody Allen: Orsino è fissato per la bella Olivia che lo rifiuta per via d' un
lutto. Ma rompe l' incantesimo l' arrivo d' un naufrago da fiaba di cui si
innamorano entrambi, coscienti o no; perché questo attraente Cesario è in realtà
una Viola da festa in costume, dotata come alternativa di un gemello creduto
perduto, identico a lei e provvisorio fidanzato del capitano della nave che l' ha
salvato. In questo gioco la diversità di sesso è un optional e l' identità un
problema. E a fare il verso ai signori, o a distrarli come gli artigiani del Sogno, c'
è una corte di parenti e maggiordomi che si sfogano nelle burle, con la crudeltà
esplicita a loro consentita, arbitro un buffone frustrato che da secoli ha smesso di
far ridere ma distilla acri gocce di saggezza tutte a segno grazie alla maschera
scettica di un sensitivo Michele De Marchi. In un fantastico teatro Egisto
Marcucci situa il suo ballo in maschera. Dei palchi prolungano in scena quelli
della sala (il Verdi di Padova, dove abbiamo visto lo spettacolo) e il centro dell'
azione si svolge su una terrazza in pendio: luogo di evocazioni per Graziano
Gregori che lo sigilla al fondo con un cielo materico traforato da una luna rossa
o da un sole nero. Il tempo è sospeso in una lunga veglia ritmata dai musici,
mentre la traduzione spregiudicata di Luigi Lunari insegue a parole lo srotolarsi
delle illusioni. Una fiaba allora? Forse i personaggi lo vorrebbero e credono
perfino di viverla, mentre popolano una realtà tra il sogno e l' incubo senza
avvertire loro stessi i contorni, contesi tra il bisogno di esistere e la sensazione di
recitare, ripetendo opachi i gesti scritti dal destino, sottolineati nella loro
concretezza dall' azione. Ma chi sospira impossibili passioni spesso non sa di
giocare credendo a un amore fatto solo di apparenze, mentre chi crede di giocare
sprofonda magari nel dramma. Come la schiera dei buontemponi con la sua
ferocia ai danni di Malvolio, gran personaggio che Virginio Gazzolo
superbamente scolpisce in un' immagine grottesca ai limiti di una gratuita
tragedia. Ma tutta la recitazione trasmette il sapore struggente di chi cerca un
senso nel proprio copione di gesti, a cominciare dal romantico Orsino di
Luciano Roman e dalla Olivia masochista di Stefania Graziosi, quasi spaventata
d' innamorarsi, mentre inietta vitale inquietudine nella vicenda l' energia fulgida
di Sabrina Cappucci, motore dell' azione in questo suo bel ritorno in veste di
paggetto rosso che non nasconde i seni e sfodera una doppia voce per tramutarsi
da Viola nel fratello (impersonato un po' bruscamente, quando è necessaria la
compresenza, da Michela Cadel). S' impone poi l' efficacia maliziosa della brava
Dorotea Aslanidis con Sergio Basile, Gianni Giuliano, Giogio Bertan, Alberto
Astorri, Mario Tricamo nell' affollata festeggiatissima compagnia del Teatro
Stabile del Veneto, fino a ieri alla Pergola di Firenze.

La dodicesima notte: Carlo Cecchi porta Shakespeare al Parenti

Marco Valerio 2016 – (Milano Weekend)


La Sala Grande del Teatro Franco Parenti ospita a partire dal 26 febbraio La
dodicesima notte di William Shakespeare con la regia di Carlo Cecchi, anche
protagonista sul palcoscenico. Carlo Cecchi torna a Shakespeare per misurarsi
con La dodicesima notte. Una commedia corale, fondata sugli scambi di identità
e di genere e sugli equivoci. Il testo shakespeariano permetterà ancora una volta
a Carlo Cecchi, regista e anche interprete nelle vesti di Malvolio, di orchestrare
un gioco attoriale straordinario, lavorando sulla stilizzazione e sull’essenza dei
personaggi, attraverso quella maestria che ha fatto di lui il più moderno tra i
grandi interpreti e registi del teatro italiano. La messa in scena de La dodicesima
notte sarà arricchita dalla musica del Maestro Nicola Piovani. Il compositore
premio Oscar eseguirà dal vivo la sua partitura scritta appositamente per lo
spettacolo. Una coproduzione realizzata dal Teatro Franco Parenti e Marche
Teatro, La dodicesima notte sarà in scena al Teatro Franco Parenti fino a
domenica 6 marzo.

9 gennaio 2017 - Franca Bersanetti Bucci (blog: Il mondo che ci piace)

L a d o d i c e s i ma n o t t e : p e r c h è Wi l l Shakespeare era avanti


(parecchio più di noi)

C’era una volta un lui che amava una lei. E capirai, direte voi. Già ma questa lei
amava un altro lui. Sì, non è una gran novità neanche questa.
Però attenzione, l’altro lui non era veramente un lui, ma una lei, innamorata del
primo lui (l’unico lui vero al momento). La faccenda comincia a complicarsi,
eh? Pensate che poi c’era un terzo lui (in realtà effettivamente un secondo, dato
che un lui era fasullo), destinato ad innamorarsi della prima lei. E che pare fosse
pure amato a sua volta da un ulteriore lui (meglio non contare più ).
Non ci capite più niente? Beh aggiungo un lui extra, che pensò di essere amato
dalla prima lei e invece era tutto uno scherzo. Ora siete ufficialmente confusi,
me ne rendo conto. Ma, vedete, questo era il grande Shakespeare: non solo un
genio nelle tragedie ma anche un asso nella commedia. E dannatamente
moderno, sempre, all’avanguardia in maniera impressionante. Perché in La
dodicesima notte ci sono gli intrecci delle nostre soap opera (fatti meglio) e la
mescolanza dei generi sessuali, l’ambiguità legata agli orientamenti e alla
finzione. Ma facciamo un po’ di chiarezza sull’opera e sui vari lui e lei.
In cinque atti, la commedia ha il sottotitolo di “o quel che volete”. Il titolo
principale per alcuni allude all’Epifania (nota anche come la dodicesima notte
dopo Natale), data in cui si ipotizza sia andata in scena per la prima volta nel
1601. Racconta della bella Viola, che naufraga sulle coste dell’Illiria, luogo di
fantasia, e sperando di ritrovare prima o poi vivo il gemello Sebastian, decide di
fingersi un uomo (di nome Cesario) e di farsi assumere al servizio del duca
Orsino. Quest’ultimo corteggia senza successo la dama Olivia, che dopo la
morte del padre e del fratello, ha deciso di negarsi agli uomini. Viola si
innamora di Orsino, ma lui, credendola un ragazzo, la manda a far la corte in
vece sua a Olivia. La quale ovviamente resterà colpita da Viola nei panni di
Cesario e se ne innamorerà. Nel frattempo Sebastian è sopravvissuto anche lui al
naufragio, si fa chiamare Roderigo ed è stato salvato e accolto da un capitano,
Antonio, che ha per lui un grande attaccamento. E poi c’è Malvolio,
maggiordomo spocchioso di Olivia, al quale una variegata serie di personaggi di
contorno facenti parte della corte di Orsino, tirerà un bello scherzo facendogli
credere che Olivia ami lui. Un divertente caos che si risolverà in lieto fine.
Orsino realizzerà che Cesario/Viola è una donna e dimenticherà Olivia per lei e
Olivia troverà l’amore in Sebastian. Malvolio, beh, lui resterà con un palmo di
naso. E Antonio … di lui poveretto Shakespeare non si è troppo preoccupato.
Il fattore più intrigante di questa commedia è come spiegavo l’ambiguità. Va
ricordato che all’epoca del bardo le donne non potevano recitare, per cui
venivano interpretate da giovani uomini. Pensate quindi al paradosso di
ambiguità rappresentato da Viola, che in realtà era un ragazzo che interpretava
una ragazza che fingeva di essere un ragazzo. Finzione nella finzione, come una
matrioska. E poi il sottotesto legato all’omosessualità e alla bisessualità.
Piuttosto diretto nel caso di Antonio: il suo affetto per Sebastian/Roderigo
sembra andare oltre l’amicizia. Ma vi sono anche riferimenti più complessi.
Orsino crede Viola un uomo ma vede in Cesario una bellezza femminea, lo dice
esplicitamente, e dimostra da subito per lui una predilezione speciale. E la stessa
Olivia è attratta dall’aspetto androgino di Viola/Cesario. Vi è quindi una sorta di
sovrapposizione di generi e orientamenti sessuali, che suggerisce sfumature al di
là della mera eterosessualità. Insomma Shakespeare era avanti. Scriveva tutto
questo nel 1600, mentre noi, nel 2017, stiamo ancora a dibattere sull’effettiva
esistenza dei bisessuali (solo per dirne una). Caro William tu avevi già capito
tutto: “quel che volete”, hai scritto. Noi strada facendo, dove abbiamo sbagliato?

11/02/2019 - Pamela Cito (Napoli flash 24)

Epifania dell’amore secondo Shakespeare alla Galleria Toledo con “La


dodicesima notte”

Giochi di parole e cambi di identità, confini labili e contrasti tra desiderio e


realtà. Al Teatro Galleria Toledo risuona la poesia di Shakespeare attraverso
la riproposizione della sua ultima commedia giocosa e farsesca, “La dodicesima
notte“, filtrata dalla regista Laura Angiulli. Altre date utili per vedere lo
spettacolo sono martedì 12, mercoledì 13, giovedì 14, venerdì 15, sabato
16, domenica 17 febbraio. Paolo Aguzzi, Agostino Chiummariello, Michele
Danubio, Alessandra d’Elia, Luciano Dell’Aglio, Michele Maccagno,
Gennaro Maresca, Giuseppe Brunetti e Caterina Pontrandolfo riempiono
ogni singolo spazio della scena, priva di scenografia eppure così viva nei
costumi e ancor di più nelle voci e nelle espressioni di ciascuno di loro. La
grandezza senza tempo dei versi di Shakespeare fanno il resto. “Se la musica è
il cibo dell’amore, suonate ancora tanto, finché ne sia sazio“. Questo l’incipit
della narrazione di una storia senza tempo e intrisa d’amore, attuale nel rispetto
della migliore tradizione shakespereana. Ritmo fluido e incalzante, personaggi
dai caratteri ben definiti, interpreti di modi diversi di affrontare la vita, in
una relazione con l’altro, che oscilla tra l’amore e l’inganno. Tempo e luogo
indefiniti, lasciano spazio a luci e ombre dell’animo umano, così ricco
di contraddizioni eppure così bisognoso di essere amato e rispettato. Il
pensiero corre al maggiordomo Malvolio, tratto in inganno da una lettera
falsificata, che lo induce a credere di essere amato da Olivia, la sua padrona.
Ogni tentativo di farle piacere si trasforma in sberleffo, finché la donna, che ha
conosciuto il vero innamoramento lo perdona, tentandone un riscatto. Olivia è
una nobildonna amata dal duca Orsino ma innamorata del suo messaggero,
Cesario, che in realtà è una donna, Viola, a sua volta innamorata del suo
padrone. Naufragata in Illiria assieme al gemello Sebastiano, morto, Viola aiuta
i personaggi a muovere le fila del racconto, fungendo da deus ex machina.
Insegna l’arte dell’affidarsi alla vita, è piena di garbo, tanto da portare
l’eleganza sul palco, quasi danzasse sulle note di quella musica che è il cibo
dell’amore. Nonostante il lieto fine e l’ironia nel trattare i vizi umani, arriva
allo spettatore la riflessione pungente di Shakespeare sui lati nobili e meno
nobili dell’animo umano. Fa riflettere lo spettatore sulla propria capacità
di lasciarsi vivere dall’altro, come fa Olivia cedendo al sentimento più che
all’oratoria lusinghevole del paggio del duca Orsino, nonostante non avesse
alcuna intenzione di cedere alla forza dell’amore. Come fa riflettere la giovane
Viola, che si spinge oltre la natura, travestendosi e celandosi pur di vivere
il lutto per la morte del gemello, mettendo in luce un altro risvolto
dell’amore. Pure il duca Orsino impara ad affidarsi al sentimento che prova,
decidendo di sposare Olivia, ovvero il suo messaggero scopertosi donna,
piuttosto che continuare nel proposito di corteggiare la nobile Olivia. Ciascuno
di loro, senza lasciarsi spaventare dalle proprie debolezze, accetta di vivere
pienamente, spingendosi oltre ogni convenzione e convenienza. Ben consci,
finalmente, che, in fondo, “l’amore che cos’è? Non è il domani, ma la gioia
del presente“. Un presente che Shakespeare traduce nel doppio lieto fine dato
dalle giovani coppie e dal perdono di Malvolio. Un finale che non è
banalizzazione del carpe diem, ma assume le sembianze di un progetto di vita.