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Raffaele Morelli

OGNUNO HA LE RISORSE PER FARCELA

VINCERE
I DISAGI
Come affrontare ansia, stress e panico

RIZA
Vincere i disagi
Editing: Giuseppe Maffeis
Progetto grafico: Roberta Marcante
Impaginazione: Michela Barozzi
Illustrazione di copertina: Alberto Ruggieri

© 2012 Edizioni Riza S.p.A.


via Luigi Anelli, 1 - 20122 Milano
www.riza.it

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in un sistema di recupero o trasmessa in ogni forma
e con ogni mezzo elettronico, meccanico, di fotocopia, incisione
o altrimenti senza il permesso scritto dell’editore.
Indice

Capitolo I 9
Uscire dalla morsa dell’ansia
Capitolo II 23
Quando il panico ci paralizza
Capitolo III 39
Depressione: abbiamo le risorse per uscirne
Capitolo IV 55
Paure e manie sono amiche da ascoltare
Capitolo V 65
Come vivere bene la solitudine
Capitolo VI 79
Non facciamoci “bruciare” dallo stress
Capitolo VII 95
L’amore è gioia, evitiamo che ci faccia soffrire
Capitolo VIII 107
Alla radice delle malattie
Capitolo IX 121
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare
Capitolo X 135
Lavorare senza disagi
Introduzione

A nsia, attacchi di panico, depressione e stress sono


in costante aumento nel mondo occidentale. Le
cause e le modalità con cui si presentano
variano da persona a persona, ma esiste un filo
conduttore che lega tra loro tutti questi disturbi.
Alla base c’è sempre un’esistenza compressa, un
talento sprecato, una noia che, prima o poi,
presenta un conto salato. La Vita che scorre
dentro di noi si ribella e fa di tutto per uscire
allo scoperto, per far sentire la sua voce. Parla il
linguaggio estremo del disagio per poter
abbattere le nostre barriere mentali, quelle che
ci fanno stare male. Ci destruttura per far sì che
ci ricostruiamo, in un ordine che sia finalmente
vicino alla nostra vera natura. Il malessere è
una risorsa preziosa, che può aiutarci a
riprendere in mano la nostra esistenza. Questo
volume raccoglie le risposte di Raffaele Morelli
alle domande di tanti suoi lettori e dei
partecipanti ai gruppi d’incontro. Troviamo
nelle sue parole consigli pratici e la chiave per
imparare ad accogliere il nuovo, stimolare la
creatività, incontrare noi stessi per poter uscire
dalla sofferenza. Da persone finalmente libere.
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Capitolo I

Uscire dalla
morsa dell’ansia
L’ansia è un naturale stato di mobilitazione
delle nostre risorse psichiche e fisiche
per affrontare un evento inatteso o pericoloso.
Quando però è sempre viva e senza cause reali,
allora segnala uno stato di disagio profondo.
L’ansioso è impegnato prevedere il futuro
e ripensa sempre agli errori del passato.
Vuole controllare tutto, così non vive bene.
La via d’uscita è accettare l’invito a rinnovarsi
che viene dalla nostra essenza profonda.

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Capitolo I

«C ogli l’attimo, credendo il meno


possibile nel domani». Con queste parole
Orazio, poeta latino, consigliava alla bella
Leuconoe di stare nel presente, senza pensare
a un futuro inesistente. Un suggerimento
valido ancora oggi, soprattutto per chi soffre
d’ansia; l’ansioso è, infatti, in costante
accelerazione, sempre proiettato verso ciò che
sarà. Intanto pensa al passato, agli errori che
ha fatto e si propone di non ripetere.
Si mette continuamente in discussione e non
è contento di sé. Eppure, a saperlo ascoltare,
questo disturbo può essere una fortuna: è
l’espressione di una vitalità e di un’energia
compresse, che chiedono spazio nella nostra
esistenza. L’ansia segnala che ci sentiamo
“soffocare” in una relazione che non
funziona, in una vita che non corrisponde
alle nostre esigenze più profonde.
Ecco dunque la maniera di uscire dal
disagio: cercare il nuovo, il cambiamento, la
gioia nel presente. Liberiamoci
dall’oppressione che ci imponiamo con il
perfezionismo e l’ipercontrollo, così ci
libereremo dal senso di soffocamento.
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Uscire dalla morsa dell’ansia

• Il numero degli italiani che soffrono d’ansia


è molto alto ed è destinato ad aumentare.
Ma cos’è realmente l’ansia? E quali possono
essere le “cure” più adatte?
La parola “ansia” deriva etimologicamente dal latino angere che
significa stringere, comprimere, chiudere alla gola. E, in effetti, il
termine rende ben conto della sensazione di schiacciamento e
oppressione che normalmente caratterizza la fase acuta del distur-
bo. Le cure farmacologiche sono generalmente prescritte da psi-
chiatri e medici di base, affiancate talvolta da un sostegno psico-
terapeutico che aiuti a controllare il disturbo.

• Ma come ci si accorge di essere ansiosi?


Guardiamo anzitutto ai sintomi, che ci forniscono un primo in-
dizio. I più comuni sono il nervosismo costante, un senso di ap-
prensione eccessiva verso se stessi e i propri cari, fino alle manife-
stazioni fisiche vere e proprie, come la facilità al pianto, le
palpitazioni, la nausea, le vertigini, i tremori, l’aumento della
sudorazione o della frequenza respiratoria.
È la stessa sintomatologia che, in alcuni aspetti e in certi momen-
ti, colpisce tutti in alcune situazioni, per esempio quando ci si
trova a dover fronteggiare un pericolo, un evento imprevisto op-
pure una questione di non facile soluzione.
In questo caso, l’ansia svolge una funzione utile, sollecitando l’or-
ganismo a mobilitare le proprie risorse per riuscire ad affrontare
il fatto che deve verificarsi.
Il confine tra una reazione ansiosa normale e il disagio sta tutto
nella loro durata: se, cessato lo stimolo, l’ansia è sedata, non c’è
patologia, ma quando l’ansia diventa l’unica modalità (o la mo-
dalità prevalente) per rapportarsi alla realtà e quasi uno stato
costante e duraturo, allora è il caso di intervenire.

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Capitolo I

• Da queste parole, dunque, sembrerebbe che tutti,


chi prima e chi poi, abbiano conosciuto il disagio
dell’ansia... Ma come (e perché) si scivola così
facilmente dalla normalità alla patologia?
C’è un modo di vivere in cui l’ansia mette salde radici. In genere,
l’ansioso è una persona in costante accelerazione, sempre proiet-
tata avanti. La sua mente è occupata a prevedere cosa potrebbe
succedere in futuro, le conseguenze di ogni azione, tutto per poter
pianificare in anticipo possibili scenari di intervento.
La cosa peggiore è che questo meccanismo è tutt’altro che lineare.
Nel pronosticare il futuro, infatti, la persona ansiosa fa rivivere il
suo passato, analizzandolo come paradigma di ciò che potrebbe
essere e che potrebbe ripresentarsi. Così facendo, si trascina in un
circolo vizioso dal quale uscire può essere davvero difficile.

• Quindi la persona ansiosa vive una relazione


sbagliata con il tempo?
Non solo. Nel suo cammino a ritroso l’ansioso si mette in discus-
sione, ripensa e rivaluta i vecchi errori, si colpevolizza e si giudica,
riproponendosi di non caderci più, di fare meglio, di essere più
bravo. Questo è in realtà il vero errore, che scatena la crisi.
Fustigarsi e punirsi di comportamenti che appartengono al pas-
sato, oltre a non avere alcun senso, porta inevitabilmente a por-
re in discussione la propria autostima, alimentando proprio per
questo le differenti preoccupazioni per il futuro.

• D’altro canto lo stimolo a fare meglio è necessario


se si vuole raggiungere l’obiettivo...
Questo è un concetto vecchio come il mondo, figlio di un’educa-
zione fatta di imposizioni, di premi e di punizioni. “Fare meglio”

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Uscire dalla morsa dell’ansia

è in realtà un’espressione vuota, priva di significato, nella quale


si nascondono le frustrazioni per ciò che non siamo e che vor-
remmo essere, le aspettative che temiamo di aver deluso, i pe-
santi sensi di colpa per non aver agito come avremmo dovuto.
Ma è veramente un’operazione immotivata. Riflettiamo: innanzi-
tutto mancano i parametri di riferimento, che peraltro, data per
buona questa logica, sarebbero necessari per tarare l’azione.
Bisogna fare meglio di chi? Rispetto a che cosa? A quale dei mille
e svariati insegnamenti che abbiamo ricevuto nella vita?
Ma anche nel caso che la pietra di paragone fosse chiara nella
nostra mente, a questo approccio manca sostanzialmente l’anima.
Questo tipo di valutazione appartiene soltanto alla mente razio-
nale. E quando questa occupa tutto il nostro orizzonte, non può
che bloccare l’energia vitale, costringendola in un angolo.

• Allora bisogna buttare via tutti i punti di riferimento…


Ma senza modelli come ci si orienta nelle proprie scelte?
I modelli non sono altro che simulacri vuoti. Non sono noi, non
fanno parte di ciò che siamo, ci restano solo appiccicati addosso
soffocando la nostra vera identità.
Così ci ritroviamo a dire e a fare cose che non ci appartengono
pur di assomigliarvi. Ci caliamo nella parte della buona madre di
famiglia, dell’impiegato perfetto, dell’amico del cuore, recitando
ruoli prefissati e indossando delle maschere imposte.
In questo modo, invece di scegliere per noi stessi, scegliamo in
base al ruolo che interpretiamo. E, inevitabilmente, stiamo male.
Bisogna imparare a lasciar fluire le forze che abitano dentro di noi
e che, da sole e senza alcun aiuto, possono destrutturare questo
schema così rovinoso per la salute della mente.
Diventa necessario, quindi, dare maggior spazio all’istinto, invece
di continuare in ogni modo a soffocarlo e reprimerlo.

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Capitolo I

• È questo il motivo per cui molte donne


scivolano nell’ansia quando si confrontano
con il proprio aspetto fisico?
Ancora una volta, è sotto accusa un prototipo ideale di bellezza,
imposto dall’esterno. Al di là di una facile retorica, che incolpa i
mass media e la loro forza di persuasione, è in gioco qui un mec-
canismo schizofrenico: da una parte c’è il corpo reale, con il suo
linguaggio e le sue esigenze, dall’altra c’è il corpo desiderato, l’am-
bizione a uscire dalla propria materia per replicare “l’altro di sé”
che appare più attraente. In questa dinamica di “scollamento”
dell’identità corporea, il contatto con il corpo diventa sempre più
rarefatto, fino a perdersi totalmente in un’idea. Il rifiuto della
propria fisicità è in questo caso la molla che fa scattare il disagio.

• Che consiglio darebbe alle donne che


si trovano a vivere questa situazione?
Eliminare la logica della competizione. Mettersi a dieta, cambiare
look, pettinatura o trucco sono operazioni che hanno significato
solo se ci guidano a entrare in contatto con il nuovo, ad accoglier-
lo nella nostra vita. È poi importante che il confronto non avven-
ga mai con qualcuno, magari di aspetto migliore, perché può solo
farci stare peggio. La valutazione che diamo di noi stessi deve
essere basata solo sull’importanza che ha per noi ciò che siamo
e che hanno le cose che facciamo, non sul paragone e sul desi-
derio di voler essere migliori di qualcun altro.

• Che cosa si può fare per “fare pace” con il proprio


aspetto fisico, eliminando l’ansia del confronto?
C’è un esercizio pratico che aiuta a riprendere il contatto con il
proprio corpo, trasformandolo in fonte di gioia e di benessere.

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Uscire dalla morsa dell’ansia

Alla sera, al rientro a casa, ci si immerge in una vasca da bagno


piena di acqua tiepida e ci si lascia dondolare dolcemente per
qualche minuto, svuotando completamente la mente da tutti i
pensieri. Poi, gradualmente, si prende contatto con il corpo, cin-
gendo con le mani le spalle, le braccia, la vita, il ventre, le gambe,
le caviglie... In uno stato di totale relax, si avverte la propria forma
fisica come buona, associandola alle sensazioni piacevoli date dal
contatto con l’acqua. Così, giorno dopo giorno, si ritorna men-
talmente allo stato embrionario: inconsciamente, infatti, l’acqua
riporta al liquido amniotico, ovvero a quell’ambiente caldo e ras-
sicurante in cui il feto cresce e si sviluppa. Solo in questo modo,
recuperando appieno la propria dimensione originaria, ogni dif-
ferente trasformazione può diventare possibile, perché parte dall’in-
terno, da quello che noi siamo, dal nostro io, anziché derivare da
un confronto-conflitto con tutto ciò che ci circonda.

• L’ansia può nascere anche da problemi affettivi?


E quali sono le situazioni a rischio?
Più diffusa tra la popolazione femminile, l’ansia di origine affet-
tiva può riguardare diversi ambiti, quello familiare, quello delle
amicizie e persino quello lavorativo. In genere si presenta quando
una persona cara sfugge al nostro controllo (per esempio, il part-
ner non si fa vivo per qualche giorno, un familiare assume un
atteggiamento freddo e distaccato, il capo premia un collega al
posto nostro). Il clima emotivo in cui è immerso l’ansioso diven-
ta assolutamente intollerabile: ogni comportamento viene inter-
pretato come un segnale di chiusura da parte dell’altro, trascinan-
do con sé una profonda sofferenza. L’ansia in questo caso si tinge
di una paura ancestrale, quella dell’abbandono. Il timore di per-
dere l’affetto o la stima dell’altro prende il sopravvento, bloccan-
do sul nascere ogni speranza di ripresa del rapporto.

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Capitolo I

• Come si ripercuote un atteggiamento ansioso


sul rapporto di coppia?
Si può soffrire perché l’amore non arriva (tipica l’ansia da solitu-
dine conosciuta da molte donne nubili, che vedono tutte le amiche
sistemate e temono di restare single per sempre). Oppure, perché
la storia langue in una serie di comportamenti sempre uguali a se
stessi e la difficoltà di rinnovarsi sembra non concedere via di
scampo alla relazione. In questo stato mentale soffocare il partner
(o allontanare qualche potenziale compagno) è un iter quasi scon-
tato. La comunicazione reale tra i due poli della relazione si inter-
rompe, per fare posto solo a una serie di recriminazioni o richieste.
Chiunque scapperebbe...

• Cosa è possibile fare per riuscire a uscirne?


È determinante ritrovare il proprio centro interiore, smettendo di
proiettare sul compagno (o sull’idea di un partner ideale) deside-
ri e aspettative. In molti casi questo è già sufficiente a sentirsi
meglio. Non dimentichiamo che l’ansia nasce dalla paura del
futuro. Centrarci su noi stessi invece ci aiuta a vivere il presente
in maniera soddisfacente. Per aiutare questo cambiamento di rot-
ta, suggerisco sempre di recuperare il contatto con la terra, che
simbolicamente rappresenta la concretezza, il presente. Manipo-
lare l’argilla, plasmare delle forme, distruggerle e ricrearle: ecco un
esercizio per sciogliere le ansie.

• Queste situazioni possono sfociare anche nel panico?


Che differenza c’è rispetto all’ansia?
Una situazione di forte pressione, angoscia oppure un tempera-
mento ansioso possono senz’altro essere l’anticamera del panico.
In effetti la psicologia definisce il panico come una crisi d’ansia

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Uscire dalla morsa dell’ansia

estremamente acuta e incontrollabile, accompagnata da sensazio-


ne di catastrofe imminente e paura di morire, associate a un pro-
fondo sconvolgimento fisico, psichico e comportamentale. Alcuni
sintomi prevalenti (tachicardia, sudori, vampate) sono comuni ai
due disturbi, anche se il panico scatena una reazione psicofisica
molto più intensa e paralizzante rispetto all’ansia.

• Ma che senso ha una reazione così estrema?


Che cosa ci dice di noi?
Mentre l’ansia nasce dalla paura del futuro, il panico incatena al
presente la persona che ne soffre. L’attacco di panico infatti è una
sofferenza acuta, non una condizione cronica, e quindi l’attenzio-
ne del soggetto al momento della crisi è tutta centrata sul qui e
ora. Cogliere questa differenza è molto importante per capire le
cause del disturbo. Il panico riporta il paziente alla sua vita, a ciò
che in essa non funziona, non gli corrisponde. Non bisogna mai
sottovalutare il messaggio del disturbo, perché comprendere cosa
ci vuole dire l’attacco di panico significa avere già la soluzione.

• Quali sono le motivazioni più frequenti dell’ansia acuta?


Anzitutto la paura estrema di cambiare. Ci sono stagioni e mo-
menti della vita in cui prendere un’altra strada è la sola scelta
possibile per vivere felicemente, totalmente appagati.
Ma spesso ci si sente vincolati a un modo di agire e pensare che
ormai ha fatto il suo tempo e che non può più avere diritto di
asilo perché la vita ci sta portando e spingendo altrove...
Così si finisce per indossare una maschera, un’identità quanto più
rigida possibile, per soffocare la necessità di fare altro. L’ansia for-
tissima in questi casi è quasi inevitabile: l’energia profonda dell’in-
dividuo cerca di esplodere per scardinare questo sistema di false

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Capitolo I

sicurezze. E l’esplosione non può che assumere il linguaggio pa-


rossistico d’un attacco d’ansia acuto, distruttivo.

• Gli psicofarmaci sono necessari?


Dipende sempre dalla propria diagnosi. In ogni caso bisogna ri-
cordare che uno psicofarmaco non risolve il problema alla radice,
rende solo la situazione apparentemente più vivibile. Spegne il
sintomo, ma la soluzione è ben altra: ascoltare il disagio, lasciar-
lo vivere dentro di noi, osservarlo, senza sovrapporre giudizi.
Questo è il punto di partenza della guarigione, che si completerà
quando si arriverà a intuire il vero significato del disturbo, acco-
gliendo la sua forza di rottura rispetto a uno stile di vita che non
ci appartiene più. Anche se non è sempre necessario, l’aiuto di uno
psicoterapeuta può essere un buon catalizzatore di questa reazione.
È, in ogni caso, molto meglio di un medicinale che, una volta
sospeso, ci costringe a ripiombare nel medesimo, se non peggiore,
stato di prostrazione da cui eravamo partiti.

• Che cosa si può fare per tenere sotto


controllo i sintomi dell’ansia incombente?
Questa è una domanda che mi viene rivolta di frequente e in ef-
fetti risponde a un’esigenza pratica di tutti coloro che ne soffrono.
È necessaria una precisazione: i sintomi non devono essere “con-
trollati”. Dato che l’ansia è già figlia dell’ipercontrollo, non biso-
gna, quindi, imporsi un’ulteriore pressione, che poi involontaria-
mente finirebbe per rinforzare la violenza del disturbo.
Piuttosto, si tratta di fare in modo che l’attacco si sciolga, lascian-
do il posto a una sensazione di benessere e tranquillità. È impor-
tante ricordare che il sintomo non va mai represso ma ascoltato.
Solo così può svanire e, con il tempo, essere davvero eliminato.

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Uscire dalla morsa dell’ansia

• C’è una tecnica da suggerire per prevenire


la crisi e ridurne gli effetti?
Quando si sente arrivare la morsa dell’ansia bisogna mettersi in
uno stato di assoluta passività, possibilmente in posizione fetale.
Quindi si porta la concentrazione sull’ombelico e si rallenta il
ritmo respiratorio. Si inspira sempre più piano, sempre più lenta-
mente, mentre la mente è ancora concentrata sull’ombelico... L’a-
ria diventa sempre più sottile, la respirazione sempre più silenzio-
sa. La concentrazione si sposta sul petto, poi sulla pancia, infine
ancora sull’ombelico. A questo punto si fissa lo sguardo su un
oggetto e si lascia che la mente si incanti, vuotandosi completa-
mente da tutti i pensieri. Questo esercizio, che può essere ripetu-
to anche due volte al giorno per prevenire l’insorgenza degli attac-
chi, serve infatti a distrarci dall’eccessiva razionalità, liberando le
aree cerebrali che, impegnate in circoli tortuosi, sono il terreno
ideale per il generarsi dell’ansia.

• Spesso la crisi sembra arrivare a ciel sereno,


senza preavviso. Ma è davvero così?
Non proprio. In genere nel corso della giornata in cui si verifica
l’attacco c’è stato un episodio, magari a distanza di ore, che ha
portato alla luce qualche motivo d’ansia latente. Per esempio, chi
vive una situazione di coppia opprimente potrà subire l’aggressio-
ne dell’ansia in auto, quando si trova bloccato in mezzo al traffico.
È capitato ad Alberta, una delle mie pazienti. Da qualche tempo
Marco, il suo convivente, l’accusava di avere un amante e Alberta
si sentiva oppressa da tanta cieca possessività. Un giorno, dopo
l’ennesima lite, Alberta esce di casa e va a fare un giro in auto, per
distrarsi e riuscire con più calma a sbollire l’arrabbiatura.
Nel mezzo di un ingorgo le manca l’aria, fatica a respirare, ha le
vertigini, il cuore va a mille. Il senso di soffocamento che subisce

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Capitolo I

nel rapporto a due viene proiettato su una circostanza emotiva-


mente neutra ma inconsciamente analoga a quella che in realtà
causa la sua sofferenza. La massima tensione si è presentata quan-
do in auto ha provato la sensazione che mancasse una “via d’usci-
ta”, perché rispecchiava lo stato d’animo che provava ogni volta
che pensava alla sua relazione sentimentale.

• Esiste una predisposizione genetica all’ansia?


Secondo alcune teorie sì. Ma, portando il concetto alle sue estreme
conseguenze, questo significherebbe nascere con un destino più o
meno già segnato, che diventerebbe reale in presenza di determi-
nate circostanze. Questo approccio dimentica essenzialmente due
cose: anzitutto, che il cervello contiene al suo interno tutte le
possibilità e le differenti soluzioni. In perenne gestazione, il cer-
vello è un organo che muta e si plasma continuamente. Quindi,
non c’è predisposizione genetica che tenga: accanto all’ansia,
l’encefalo può produrre da sé anche la serenità. Seconda cosa:
nella genesi dei disturbi da ansia e panico sono determinanti al-
cuni atteggiamenti mentali, che incidono molto di più nel sorge-
re del disagio. Fatte queste considerazioni, scoprire se la predispo-
sizione genetica esista o meno diventa pressoché irrilevante.

• Quali sono dunque gli atteggiamenti mentali


che predispongono all’ansia?
E come possiamo riconoscerli?
Il perfezionismo, l’idealismo, un eccessivo senso della responsabi-
lità, la razionalità a tutti i costi. Queste prospettive limitano l’o-
rizzonte di chi le fa proprie e fanno correre il rischio, estremizzan-
do, di convogliare tutta l’energia verso la propria “ragione di vita”.
Così il gioco, la frivolezza e la gioia si perdono per strada. E ci si

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Uscire dalla morsa dell’ansia

concede solo un’esistenza compressa, che non lascia nessuno spa-


zio alla propria creatività e fantasia. In queste condizioni, l’ansia
fa capolino per segnalare che la vera vita è altrove e non tollera di
essere imbrigliata in qualcosa che non gli appartiene. In questo
senso soffrire di ansia è una fortuna, perché interrompe una
routine che ci farebbe “morire” anzitempo. Ci accorgiamo di
essere caduti in balìa di questi meccanismi quando non ci diver-
tiamo più, non ridiamo, ripetiamo sempre gli stessi discorsi e
percorsi... In una parola, quando ci sentiamo spenti, annoiati e
repressi.

• C’è un consiglio specifico o un esercizio da consigliare


per liberarsi dalle cause dell’ansia?
Certamente. Con alcuni esercizi è possibile agire sulle singole mo-
tivazioni ansiogene, portando il disturbo a sciogliersi poco a poco.
Prendiamo ad esempio il perfezionismo, tipico delle persone che
si costringono a portare una maschera di sobrietà per sentirsi sem-
pre a posto, non concedendo trasgressioni, che sarebbero vissute
con pesantissimi sensi di colpa.
A questa categoria di sofferenti d’ansia suggerisco di disegnare su
un foglio la propria immagine e di modificarla un po’ per volta:
una pettinatura nuova, un trucco insolito... Poi si ripete il cam-
biamento tracciato sulla carta anche sul proprio corpo, tentando
di essere il più fedeli possibile al disegno. L’esercizio distrugge le
maschere, l’identità precostituita che ci si è imposti, aiutando a
recuperare il valore della trasgressione.

21
Capitolo II

Quando il panico
ci paralizza
L’attacco di panico ha una funzione di “rottura”
rispetto alle abitudini sicure ma anestetizzanti.
Fa emergere forze inespresse, gesti mai compiuti,
desideri irrealizzati che spuntano nella crisi.
Colpisce chi è troppo sicuro di sé e chi si è troppo
adeguato alle aspettative degli altri.
Ci vuole svegliare dalla paura di vivere liberi,
di essere ciò che si è, senza obbedire a schemi.
Il panico non è un nemico che ci vuole uccidere
ma un amico che ci vuol riportare alla vera vita.

23
Capitolo II

C omincia con un acuto senso di agitazione


che colpisce senza motivo in un momento
qualsiasi della giornata. Poi il cuore batte e il
respiro diventa affannoso. Ci prende il terrore di
un incombente (ma inesistente) pericolo. Tutto il
mondo intorno è un nemico e il corpo si
pietrifica. Così si manifesta l’attacco di panico,
che può concludersi con uno svenimento. Molte
persone che soffrono di questi attacchi pensano
quasi di essere possedute da un “mostro” che le
assale d’improvviso e fanno di tutto per
scacciarlo. Ma in queste situazioni lottare è la
cosa più sbagliata: quando si avverte che la crisi
si avvicina, l’unica cosa da fare è non opporsi,
cedere, assecondare il flusso. Bisogna lasciare che
la paura, come un’onda, travolga le nostre
abitudini e i nostri schemi mentali. La sua forza
ci dà la sensazione di essere schiacciati e di
morire. In realtà è un potente e salutare
richiamo alla vita. Porta in primo piano il
mondo interiore e le emozioni che abbiamo
cercato di frenare. Il panico invita a lasciar
andare il controllo razionale di tutte le proprie
azioni e a farsi travolgere dal flusso dirompente
delle emozioni e degli istinti.
24
Quando il panico ci paralizza

• Cos’è il panico?
L’attacco di panico, diversamente descritto e connotato, è sempre
esistito, anche se ancora oggi molti non lo codificano come un
disturbo specifico poiché i suoi sintomi, psichici e somatici, sono
troppo variegati e spesso ricollegabili a fenomeni d’ansia. Tuttavia,
molti concordano nel definirlo come una sindrome acuta e croni-
ca che costituisce, insieme all’ansia e alla depressione, una delle
tre maggiori cause di invalidità individuale e sociale. Varie e sfac-
cettate sono dunque le interpretazioni del panico e delle sue cau-
se, offerte nel corso dei secoli da filosofi, psicanalisti e studiosi del
cervello appartenenti a scuole, culture e orientamenti diversi, che
lo hanno descritto attraverso l’analisi della sua sintomatologia. Va
però ricordato che è a partire dagli anni Venti che l’attacco di
panico viene discusso e trattato come un disturbo psichiatrico. E
solo negli anni Sessanta e Settanta si è iniziato a studiarlo in modo
sistematico. Infine, negli anni Ottanta è stato poi riconosciuto
come una categoria clinica a sé.

• Cosa accade durante gli attacchi di panico?


Recita un antico proverbio cinese: “Se hai delle forze e non le usi,
prima o poi ti si rivolteranno contro”. Proprio questo succede nel
disturbo da attacco di panico (o Dap, una vera e propria sindrome):
espressione di una forza viva ma inutilizzata della nostra persona-
lità che, se troppo a lungo repressa, ci si “scaraventa” contro come
un’enorme onda oceanica. Esasperata dall’essere respinta,
quest’onda energetica si esprime attraverso l’attacco di panico,
che ci dà la sensazione di soffocare e di morire, anche se in real-
tà la violenza con la quale il disturbo ci investe è un potente e
salutare richiamo alla vita. Se a furia di controllare le nostre rea-
zioni, di dimostrarci “ragionevoli” di fronte alle difficoltà, di evi-
tare i coinvolgimenti emotivi, ci costringiamo a vivere un’esisten-

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Capitolo II

za in bianco e nero, l’attacco di panico, con la sua forza


irresistibile, è già in agguato. Succede a molte persone che sono
sempre state pacate, posate e tranquille, e che, in mezzo alla folla
di un supermercato o nella ressa di un autobus all’ora di punta, si
sentono di punto in bianco mancare il respiro, iniziano a sudare,
hanno palpitazioni, avvertono le gambe sempre più deboli. Dopo
il primo sbandamento, spesso accompagnato dalla vergogna per
quanto è accaduto, la persona colpita dall’attacco cerca di farcela
da sola, di mostrarsi forte, di combattere, di mettere a tacere il
panico, magari rivolgendosi al medico e chiedendogli una pillola
per guarire e per dimenticare.

• Quali caratteristiche caratteriali rendono una persona


più predisposta al panico?
L’attacco di panico rappresenta una ribellione, una protesta contro
quell’equilibrio forzato che - tenendoci chiusi in gabbia - rischia
di soffocare la nostra energia vitale, blocca il respiro, accelera il
battito cardiaco, fa girare la testa e crea il caos dentro di noi per
farci smettere di esistere al pari di automi (non di essere viventi)
nella prigione dorata della nostra perfezione. Di fatto, colui che
soffre di panico in genere si dichiara perfetto così com’è, è con-
vinto di non avere nulla da cambiare nella propria vita e sostiene
di sapersi comportare solo in un certo modo. Spesso è la troppa
paura a farci pensare e vivere così, è il timore di essere fuori posto,
di non seguire l’etichetta, di tradire le aspettative, di non essere
ben giudicati, di commettere un errore o forse un peccato. Ma
questo atteggiamento così rigido e ostinato alimenta solo la ripe-
titività e la tendenza a diventare sterili e fragili. Un modo di vive-
re di questo tipo, in realtà, nasconde timori inconfessati nei con-
fronti dell’imprevedibilità della vita che, da un momento all’altro,
può metterci di fronte a colpi di scena e a ingestibili imprevisti.

26
Quando il panico ci paralizza

Così, ci si affanna a “tappare” tutte le possibili falle, a bloccare


tutte le vie d’uscita, a nasconderci dentro un’inespugnabile torre
d’avorio, comprimendo dentro di noi l’energia vitale a tal punto
che soltanto la crisi di panico - proprio come un pallone troppo
teso che scoppia - può liberarla all’esterno e farla circolare di nuo-
vo. Per tale motivo, la crisi di panico richiama simbolicamente
anche la forza esplosiva dell’orgasmo, un’energia che lascia intra-
vedere come anche dietro un evento debilitante in realtà si nascon-
dano forze inespresse, gesti mai compiuti, desideri irrealizzati che
vengono a galla e finalmente si esprimono. Inoltre, il panico rac-
conta di un’altra grande paura: quella di sentirsi liberi, di essere
davvero ciò che si è, di non dover sottostare a nessuno schema, di
poter fare e affermare quello che ci passa per la mente in quell’i-
stante senza dover sottostare all’opinione altrui. Questo senso di
libertà può essere vissuto come un nemico o come un tentatore
dal quale difendersi preferendo - follia delle follie - un’esistenza su
binari “obbligati” lungo i quali scivolare con abitudini sicure ma
anestetizzanti. Ma la vera vita non è questo! E il panico arriva a
ricordarcelo, senza lasciare via di scampo.

• Il panico è quindi una via d’uscita?


Il panico arriva a salvarci quando non resistiamo più, quando
nella vita imbocchiamo una strada che ci porta così lontano da
noi stessi da farci diventare dei fantocci, dei personaggi falsi,
inutili e addirittura dannosi. Non è facile accorgersi di questa
valenza “salvifica” del panico, soprattutto quando il nostro modo
di essere corrisponde alle aspettative degli altri e si conforma alla
perfezione, a uno stile di vita considerato “vincente”. I candidati
più a rischio di panico sono infatti gli individui che danno sempre
il massimo, che non vengono mai colti in fallo, che si dicono si-
curi di sé e della loro bravura, che sanno controllare i propri biso-

27
Capitolo II

gni e, per paura di lasciarsi andare, rifuggono da esperienze a ele-


vata intensità emotiva (innamoramento, passioni per uno sport,
situazioni trasgressive o inusuali), vincolando anche l’eros a pre-
stazioni sempre più veloci, “efficienti” e asettiche. Come alibi per
perpetuare uno stile di vita congelato, queste persone si convin-
cono di “essere fatte così” e di non saper cambiare, anzi: di non
poter cambiare. Il timore del cambiamento si associa allora a
quello della libertà, duramente sacrificata sull’altare del “dover
essere”: la paura di diventare protagonisti della propria vita, di
potersi esprimere senza forzature, comprime l’energia vitale a tal
punto, che solo la crisi di panico può farla circolare di nuovo.

• Lasciar libere le emozioni aiuta quindi


a prevenire un attacco di panico?
Noi viviamo di continue identificazioni, il più delle volte superfi-
ciali e limitate: il successo, il denaro, il divertimento, uno status
sociale riconosciuto, il raggiungimento di alcuni obiettivi che ci
sembrano di vitale importanza… Siamo convinti che la vita sia
tutta lì. Oppure, ci consideriamo forti quando riusciamo a “tener
duro”, a non farci piegare, a non cedere mai anche quando le cose
non vanno come vorremmo, convinti che, con la volontà, si pos-
sa andare dappertutto. Pensiamo che razionalizzare i dolori, dire
che “tutto si può vincere” e trattenere gli istinti sia una prova di
maturità. Ci gratifichiamo con scelte, affermazioni, frequentazio-
ni, mode… E non ci sarebbe nulla di male se non si insediassero
nella nostra esistenza con la pretesa di diventare punti di riferi-
mento fondamentali, inamovibili: purtroppo però tutte queste
sovrastrutture finiscono col coincidere con la nostra vita. Per rom-
pere l’assetto esistenziale creato da questo insieme di “presenze”
discutibili, di pregiudizi e di illusioni interviene allora il panico.
La sua funzione di rottura è assimilabile a quella delle esperienze
forti che cambiano nostro malgrado la direzione di una vita: un

28
Quando il panico ci paralizza

incontro significativo, la nascita di un figlio, la morte di una per-


sona cara, una grave malattia, un cambio significativo di lavoro,
tutti eventi con una ricaduta biochimica e capaci di trasformarci
intimamente, di spezzare i fili che ci legano a un modo di essere
vecchio e superato. Esattamente come fa l’attacco di panico, che
porta in primo piano sul palcoscenico dell’esistenza il nostro
mondo interiore e le nostre emozioni, svincolandoli dai ruoli
fissi in cui li abbiamo incatenati. Tuttavia occorre fare attenzione:
non è necessario che tale processo di “liberazione” si realizzi sem-
pre in modo traumatico. Del resto, ogni tanto, a tutti noi capita
di perdere il controllo e di riscoprirci impotenti di fronte al flusso
dirompente delle emozioni. Succede quando ci innamoriamo a
prima vista, quando ci facciamo prendere da un attacco di ilarità
nei momenti meno opportuni, quando si scoppia a piangere sen-
za un motivo, quando facciamo follie, perdiamo la testa… In
tutti questi casi diventiamo improvvisamente capaci di vivere in
sintonia con le nostre emozioni, smettendo (almeno per un mo-
mento) di renderle a tutti i costi consone alle contingenze o alle
aspettative degli altri. Solo in questi momenti possiamo essere
davvero noi stessi. E anche l’attacco di panico, con la bufera emo-
tiva che porta con sé, ce lo vuole ricordare.

• Questi attacchi di panico nascondono


quindi paure e timori?
Come osservava lo psichiatra Thomas Szasz, spesso i sintomi e le
paure rivelano il nostro desiderio di non diventare come tutti gli
altri e di uscire dal branco, incarnando il desiderio di svincolarci
dal modello esterno, omologato e spesso banale che la società
impone a tutti. Conosciamo così poco del panico eppure ci osti-
niamo a temerlo, a cercare di risolverlo, a guarirlo con qualunque
mezzo, cerchiamo di zittirlo con gli psicofarmaci: non crediamo

29
Capitolo II

che quando dentro di noi si “coagula” il panico, c’è qualcosa che


ci sta parlando, un’intelligenza profonda e sensibile che chiede di
venire allo scoperto. Questa paura di impazzire, di morire, di es-
sere annientati, in realtà può essere la voce segreta che ci vuole
disincagliare dalla palude esistenziale nella quale ci siamo arenati.
È come se, attraverso il panico, la nostra creatività cercasse di
manifestarsi, volesse trovare un canale in una mente chiusa, trop-
po razionale, troppo organizzata. E quindi come morta.

• Quali meccanismi fisici scatenano gli attacchi


di panico? E quale ruolo giocano le emozioni?
Studi neurologici hanno confermato prima di tutto l’importan-
za delle emozioni nel preparare il “terreno” all’attacco di panico:
si è infatti statisticamente e scientificamente rilevato che, quando
le emozioni vengono negate, frenate o tenute sotto controllo per
troppo tempo, si genera uno squilibrio dei mediatori neurochimi-
ci, e in qualche modo l’esplosione del panico agisce come feno-
meno compensatorio, come unica valvola di sfogo.
Fino a qualche anno fa, questo stato di “calma piatta” emotiva che
aprirebbe la strada agli attacchi di panico veniva trattato con la
somministrazione di farmaci a base di serotonina, una sostanza in
grado di controllare la depressione e capace di ripristinare l’equi-
librio psicobiologico, attenuando sensibilmente gli stati d’ansia.
Oggi si è tuttavia riscontrato che i meccanismi sono più comples-
si e che nel fenomeno dell’attacco di panico sono coinvolti altri
mediatori neurochimici.
Un altro ruolo di primo piano nella genesi del panico sarebbe poi
giocato dalle sostanze secrete del sistema endocrino, e cioè gli
ormoni. Il sistema ormonale, strettamente legato alla sfera sessua-
le, influisce in maniera profonda sulla sensibilità e sul tono dell’u-
more: si spiega così il collegamento diretto tra gli istinti inibiti e

30
Quando il panico ci paralizza

la sessualità spesso assente, limitata o comunque frustrata tipica


delle persone che soffrono di panico. Dal punto di vista neurove-
getativo il panico, proprio come avviene nell’orgasmo, presenta
una fase di attivazione del sistema nervoso simpatico che scatena
tachicardia, accelerazione del respiro, ipereccitabilità muscolare,
aumento dell’irrorazione sanguigna e ipersudorazione. Si arriva
così a un tetto, rapido e “drammatico”, con sensazione di perdita
di ogni punto di riferimento, seguita da una fase di rilassamento
e di spossatezza, molto simile a quella che segue l’orgasmo.

• L’attacco di panico può scoppiare all’improvviso?


Il processo dell’attacco di panico si struttura lentamente nel tem-
po, senza che noi ce ne accorgiamo. Viviamo, ma è come se una
parte di noi non potesse esistere, anzi: noi la condanniamo a mo-
rire. Infatti quasi sempre chi soffre di panico e si affida a un per-
corso di psicoterapia, racconta di non percepire nulla di partico-
lare nei giorni che precedono la crisi. In seguito, però, facendo più
attenzione ai “segnali”, capisce che l’attacco di panico arriva dopo
una serie di ripetute rimozioni, di negazioni della rabbia, di rifiu-
ti della tristezza e della frustrazione. Quando si vive troppo a
lungo estranei a se stessi, il panico si manifesta. Con una serie di
sintomi somatici e psichici ben definiti.

• Quali sono questi sintomi?


Perché si possa parlare effettivamente di “Disturbo da attacchi di
panico”, occorre che si verifichino alcune condizioni: che gli at-
tacchi di panico siano ricorrenti (le statistiche epidemiologiche
parlano di almeno 5-6 episodi all’anno perché si possa parlare di
panico); che dopo il primo attacco si viva nell’attesa preoccupata
e angosciosa che il panico si ripresenti (ansia anticipatoria); tale

31
Capitolo II

situazione diventa così una causa di inabilità per il soggetto coin-


volto (che, per esempio, ha paura di uscire di casa, di recarsi al
lavoro ecc.) e si accompagna al pericolo per la propria incolumità
e per quella di chi gli sta intorno (per esempio, una mamma che
soffre di panico teme di andare in auto con i figli).

• Quanto può durare un attacco di panico?


La durata di un attacco di panico non supera quasi mai un’ora; in
media dura 20-30 minuti, ma per chi lo vive in prima persona il
tempo sembra molto più lungo e la sensazione di disagio è avver-
tita come qualcosa di inteso e intollerabile.

• Come si fa a riconoscerlo?
Non basta un episodio isolato per poter affermare se si soffre di
disturbo da attacchi di panico: le crisi devono essere ripetute e,
come abbiamo visto, ognuna deve essere seguita da uno stato d’an-
sia prolungato che fa temere che l’attacco si ripeta.
Inoltre, il panico è caratterizzato da un quadro sintomatologico
estremamente complesso: a oggi infatti sappiamo che i sintomi
fisici e psichici del panico sono oltre un centinaio, ma per poter
parlare di autentico disturbo occorre che se ne presentino alme-
no quattro contemporaneamente. Ci sono innanzitutto disturbi
somatici di tipo cardiocircolatorio: cardiopalmo, tachicardia, pal-
pitazioni, senso di compressione del petto, svenimenti. Devono
intervenire poi disturbi respiratori come sensazione di soffocamen-
to, respiro affannoso, asfissia. Devono essere quindi presenti di-
sturbi nervosi e muscolari: tremori, sudorazione abbondante,
spasmi, brividi o vampate di calore, perdita dell’equilibrio, formi-
colii agli arti, ipercinesi. Infine disturbi di natura dolorosa e acu-
stica: cefalea, ronzii nelle orecchie ecc.

32
Quando il panico ci paralizza

Tra i disturbi di tipo psichico vi sono invece senso di irrealtà e di


distacco da se stessi, paura di perdere il controllo, paura di impaz-
zire, paura di morire (almeno una volta, la prova chiunque soffra
di questo disagio).

• Quali sono le fasi dell’attacco?


Un giorno all’improvviso si avverte un’ansia acuta, che affiora sen-
za motivo nel bel mezzo di una situazione quotidiana normalissi-
ma (mentre si sta cucinando, in coda allo sportello della banca, al
supermercato, in un ristorante, alla pausa caffè con un collega...)
si inizia a sudare, la vista si annebbia, sembra di avere i capogiri,
si trema. Questo è l’inizio, la prima fase dell’attacco.
Nella seconda fase il cuore inizia a battere molto forte, sembra
quasi che voglia esplodere, uscendo dal petto come quando ci si
trova di fronte a un grave e imminente pericolo.
Il respiro diventa corto, affannoso, si avvertono tutti i sintomi
tipici del soffocamento e i tremori scuotono l’intero corpo.
Durante la terza fase tutto il corpo è come immobilizzato, pietri-
ficato dal terrore. Non si ha più la percezione del tempo e dello
spazio, si ha timore di perdere l’equilibrio. Il mondo, tutt’intorno,
è percepito come un nemico ostile e aggressivo.
In questo stato di paralisi, emerge netta la sensazione di morire. I
muscoli sono rigidi e tesi, il sudore è ghiacciato e, dopo un tempo
che sembra interminabile, i sintomi iniziano ad affievolirsi fino ad
arrivare al black-out totale, lo svenimento: è la quarta fase. La
quinta fase è quella che segue l’attacco: il corpo risulta spossato,
senza forze, come se ogni singola fibra muscolare si rilasciasse.
Durante questa fase si prova la sensazione di avere testa svuotata,
si fa fatica a stare in piedi, a mantenere l’equilibrio e a cammina-
re. L’unico desiderio è quello di rimanere seduti o sdraiati senza
fare nulla, finché il corpo, piano piano, non inizia a riprendersi.

33
Capitolo II

• Quando l’ansia si può trasformare in panico?


L’ansia può trasformarsi in un vero e proprio attacco di panico,
soprattutto quando si manifesta in maniera prolungata e persi-
stente. Inoltre, il panico può essere a sua volta la conseguenza di
altri particolari stati di natura ansiogena: tra questi, l’agorafobia
(dal greco “paura della piazza”), ovvero il timore di trovarsi in
luoghi pubblici affollati e aperti; con un 10% di incidenza tra la
popolazione adulta, e principalmente di sesso femminile, l’agora-
fobia è la paura più diffusa: la molla è il fatto di essere da soli in
mezzo alla gente, senza possibilità di trovare alcuna via d’uscita.
Chi ne soffre tende a evitare i luoghi aperti e affollati e finisce col
restare barricato in casa, rinunciando a una normale vita sociale.
All’opposto esiste la claustrofobia, cioè il timore di restare impri-
gionati in luoghi chiusi e stretti (come gli ascensori, le sale cine-
matografiche, le cabine per l’abbronzatura, le apparecchiature per
la risonanza magnetica ecc.) o sui mezzi di trasporto (auto, bus,
metropolitane, treni e, soprattutto, aerei): questa sindrome na-
sconde in realtà il timore di ritrovarsi faccia a faccia con se stessi,
prigionieri della proprio essere e della propria interiorità.

• C’è differenza fra gli attacchi di panico di cui soffrono


gli uomini e quelli che colpiscono le donne?
Tra le donne soffrono di attacchi di panico soprattutto quei sog-
getti che hanno l’assillo dell’organizzazione e della pianificazione:
si tratta in genere di donne rigide, che vivono con l’obbiettivo di
riuscire a tenere tutto sotto controllo e di eccellere in ogni ambito.
Esaminiamo allora le tipologie di donne a “rischio-panico” più
diffuse, mettendo in evidenza per ognuna di esse i tratti caratteri-
stici, gli atteggiamenti tipici, il linguaggio e le diverse modalità di
manifestazione del panico. Un prototipo è la donna che controlla
tutto: “ognuno nella vita deve avere un ruolo preciso e portarlo

34
Quando il panico ci paralizza

avanti fino in fondo”. Questa è una delle frasi classiche di questo


tipo di donna, che vive con l’ossessione di riuscire a organizzare
ogni cosa, di gestire perfettamente il lavoro, la casa, i figli, il ma-
rito… In realtà, questo stress costante nasconde la necessità di non
perdere mai di vista e di contenere la propria interiorità, spesso
vissuta come qualcosa di problematico o di “pericoloso”, e dunque
da isolare all’interno di uno schema facilmente governabile. Così
l’autentica personalità di questa donna, che in realtà teme di
portare allo scoperto le parti più “tenere” di se stessa, ma anche
quelle più passionali, creative e irrazionali, viene ingabbiata da
una vita di schemi e cova come il fuoco sotto la cenere, finché
non divampa nel tentativo di liberarsi.
C’è poi la dominante: «I maschi? Sono io che li comando e loro
fanno soltanto quello che dico io. Soprattutto a letto». Ecco l’af-
fermazione classica della donna sessualmente aggressiva, la cosid-
detta mangiatrice di uomini, colei che “non deve chiedere mai”.
Peccato che sotto questa ruvida scorza da conquistatrice si nascon-
da spesso una donna insicura, che in realtà attraverso un eros
estremo, disinibito e unidirezionale cerca conferme della propria
identità femminile. Il dominio sul maschio diventa per lei un
mondo per controllare le pulsioni, per metterle a tacere quando
bussano alla porta della sua interiorità. Ma, così facendo, si nega
la possibilità di cedere ai lati più invisibili della propria femmini-
lità e di vivere tutte le invidiabili prerogative tipiche e proprie del
sesso debole. Passando all’uomo, quello a rischio di attacchi di
panico è spesso un soggetto che offre agli altri un’immagine di se
stesso impeccabile, efficiente, praticamente perfetta. O almeno,
lui pensa che il mondo lo veda così. È convinto di non fare mai
niente di sbagliato e si fida solo delle sue convinzioni. È sicuro di
sé e sa sempre quello che vuole, deve e può fare. Il suo atteggia-
mento è polemico nei confronti di chi la pensa diversamente da
lui ed è intollerante nei confronti di chi sbaglia o trasgredisce le

35
Capitolo II

regole. È sempre lui a condurre il gioco e, appena può, preferisce


non lasciare spazio agli imprevisti. Talora, all’opposto, può soffri-
re di attacchi di panico anche l’uomo eccessivamente timido, mol-
to insicuro, spaventato, sempre impegnato a “essere all’altezza”…
Tra i soggetti a rischio vi è sicuramente l’uomo che comanda:
questo è il maschio che si sente totalmente padrone del proprio
destino, il manager a tempo pieno che afferma di poter fare qual-
siasi cosa, quello che dice sempre “non c’è problema”. Può essere
vittima di attacchi di panico anche il macho, tombeur de femmes:
un amante seriale che nasconde la propria vera natura sotto una
maschera di fatto fuori moda. Ma quando, improvvisamente, si
affaccia alla sua mente la consapevolezza di non poter essere all’al-
tezza di una certa situazione - sia essa emotiva, professione o so-
ciale - ecco che il suo castello di false certezze crolla miseramente,
lasciandolo del tutto spiazzato.
E il panico dà voce alla parte insicura che si voleva mettere a ta-
cere sotto tanto self control e presunzione.

• Come si può superare il panico?


Nessun malessere guarisce lottandoci contro o, peggio, tentando
di anestetizzarlo attraverso l’uso di farmaci: i disagi come la paura,
l’ansia, il panico sono linguaggi che vanno ascoltati e compresi per
poi seguirne le indicazioni. Ogni malattia, infatti, ci suggerisce
-tra le righe - la via d’uscita. Molte persone che soffrono di crisi
di panico pensano di essere possedute da un mostro e fanno di
tutto per scacciarlo. Ma combattere il panico è la scelta più sba-
gliata: quando si avverte che la crisi si sta avvicinando, l’unica cosa
da fare è evitare di opporsi, essere cedevoli, lasciarsi andare al
flusso. Bisogna aprire la porta alla paura e permetterle di travol-
gerci, come un’onda che mette sottosopra tutte le nostre abitudi-
ni e i nostri schemi mentali.

36
Quando il panico ci paralizza

La vita è semplice: siamo noi che spesso la complichiamo fino a


trasformarla in un incubo. È un rischio che possiamo evitare, se
adottiamo atteggiamenti mentali che ci aiutino ad allargare il no-
stro panorama esistenziale e ad accettare le novità e i cambiamen-
ti. Il mestiere di vivere, invece, oggi sembra essere diventato un
compito così difficile da richiedere cultura, sforzo, impegno, ca-
pacità di programmazione e uno schema di idee chiaro.
In realtà, poche sono le cose di cui abbiamo bisogno per stare
veramente bene, ma noi le abbiamo purtroppo perse di vista.
Se il panico ci tiene in ostaggio e condiziona la nostra esistenza,
una ragione c’è: per questo dobbiamo chiederci se stiamo viven-
do secondo la nostra natura, se lo stile di vita che stiamo seguen-
do è veramente adatto a noi.

37
Capitolo III

Depressione:
abbiamo le risorse
per uscirne
Cercare di imporre ai depressi di “tirarsi su”
rischia di aggiungere alla loro sofferenza
anche il senso di colpa per non sentirsi adeguati
e di innescare un gorgo da cui è difficile uscire.
Devono recuperare il contatto con la Natura
e con il corpo; cogliere l’energia che vi scorre,
riscoprire che ogni piccolo atto ha un senso.
Se si osservano quietamente agire, senza giudizi,
portano l’attenzione dall’esterno al centro
e al nucleo di se stessi, l’unica via per ripartire.

39
Capitolo III

I nizia con una velata, costante tristezza,


che ci accompagna per tutto il giorno,
come una nuvola nera. Senza che
nemmeno ce ne accorgiamo, si fa spazio
nella nostra vita, occupando tutto
l’orizzonte mentale. Il “male oscuro” nasce
dall’attaccamento a cose, eventi, momenti,
persone del passato. Ma anche dal fatto di
dover aderire a un personaggio che non ci
appartiene, a esigenze e ruoli che non sono
i nostri. I depressi si interrogano in
continuazione, valutano senza posa. E
non agiscono. Devono recuperare il valore
dell’istinto e dell’azione, a partire dai
semplici gesti. Ogni piccolo atto è carico di
significato, se siamo concentrati solo su ciò
che stiamo facendo, senza valutazioni e
senza confronti. Così si riporta
l’attenzione al nostro nucleo, dove
continua a scorrere il fluido vitale che può
trasformare persino la malinconia in
un’occasione di rinascita. Per questa via il
depresso può riprendere contatto con la
propria energia e creatività, per provare a
uscire dal gorgo che lo paralizza.
40
Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

• Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale


della sanità oltre il 10% della popolazione
soffre di depressione. In che cosa consiste
questo “male di vivere” così diffuso?
I dati dell’Oms segnalano che la depressione è in costante aumen-
to, tanto che potrebbe diventare entro il 2020 la malattia più
diffusa dopo le patologie cardiache. In questo scenario l’Italia è
pericolosamente all’avanguardia.
La psichiatria ufficiale definisce come depressione le turbe dell’u-
more caratterizzate da isolamento, disinteresse per il mondo, tri-
stezza costante. Ne esistono due forme: quelle endogene, che non
hanno una causa precisa, almeno apparente. E quelle reattive, che
derivano da un evento traumatico riconoscibile o da una serie di
avvenimenti vissuti in maniera particolarmente negativa. Le de-
pressioni reattive sono fortunatamente molto più comuni e cura-
bili senza l’aiuto di farmaci specifici.

• Ma come si presenta il disagio?


Ha ricadute anche sul corpo?
Per riconoscere in tempo la depressione bisogna prestare attenzio-
ne a numerosi segnali. A livello psichico, i sintomi sono la tenden-
za a isolarsi, l’apatia, la sensazione di non avere prospettive per il
futuro. Spesso il depresso ha crisi di pianto, soffre di insonnia da
lungo tempo o al contrario dorme troppo. Sul versante somatico,
i problemi più diffusi sono il calo dell’appetito, la debolezza e
talvolta le difficoltà digestive o il mal di testa.

• Perché l’insonnia o al contrario il sonno eccessivo


possono essere segnali della depressione?
I disturbi del sonno segnalano che le nostre potenzialità sono im-

41
Capitolo III

piegate poco o male. L’insonnia, nelle sue diverse forme, rivela una
grande energia che però non riesce a esprimersi nella vita diurna.
Così, per poter uscire allo scoperto, ci tiene svegli la notte. Anche
in questo caso è fondamentale capire il senso del sintomo: l’in-
sonnia ci sta dicendo che incanaliamo male la nostra forza, di-
sperdendola in compiti che non ci corrispondono né ci compe-
tono. Al contrario, l’ipersonnia è una forma di fuga totale dal
mondo: come se la nostra identità profonda proprio non soppor-
tasse di essere costretta nei vincoli che le imponiamo e decidesse
di sottrarci simbolicamente alla vita, con un sonno più lungo del
normale. In questi casi il possibile intervento è solo uno: cambia-
re rotta, prima che la tristezza si impadronisca del nostro orizzon-
te mentale, oscurandolo come un’interminabile notte.

• Esistono delle età maggiormente


a rischio di depressione?
La fascia d’età più a rischio è tra i 20 e i 30 anni, con una preva-
lenza femminile. Le donne rappresentano infatti il 60% dei casi e
in maggioranza si tratta di casalinghe. Ma il disturbo in realtà si
sta diffondendo a macchia d’olio, tanto che negli ultimi anni c’è
stato un boom nella diffusione della depressione infantile. O, al-
meno, questo sembra emergere dai dati ufficiali.

• Queste specifiche percentuali indicano


delle tendenze significative?
Di sicuro non devono essere prese come l’unico strumento di
analisi della questione. Cifre e percentuali danno conto di una
tendenza in atto, ma non bastano certo per inquadrare i fenome-
ni nella loro complessità. Per esempio, il fatto che la depressione
stia dilagando tra i bambini si apre a un’interpretazione quanto

42
Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

meno inquietante. È ben difficile pensare che i ragazzini, con la


loro carica inesauribile di vitalità e di spontaneità, possano essere
depressi. È più verosimile invece porsi dei dubbi sulla diagnosi: “i
grandi” tentano di codificare il comportamento dei piccoli con le
proprie categorie mentali e quindi scansano il fastidio di doverli
ascoltare e prendersene cura.
Per questo, se il bambino ha un disagio, è abbastanza comodo
definirlo depresso e curarlo come un adulto, magari anche con un
farmaco. È il modo più sbrigativo di affrontare il problema, senza
ascoltare davvero il bambino e provare a capirlo.

• Secondo alcuni dati, la depressione non risparmia


gli adolescenti. Tanto che negli ultimi vent’anni
il numero dei giovani in psicoterapia è aumentato
del 100%. Perché? E come riconoscerla?
Un adolescente depresso rivela il suo disagio prevalentemente at-
traverso i disturbi alimentari (anoressia e bulimia), l’abuso di alcol
e di droghe, la tendenza all’autolesionismo e all’isolamento.
Questi sintomi possono presentarsi assieme o anche separatamen-
te. In maniera sfumata, anche un umore sempre cupo e irritabi-
le, l’indifferenza emotiva, l’apatia e i comportamenti aggressivi
sono segnali da non sottovalutare e da tenere d’occhio.
Tutti questi comportamenti danno voce a un senso di inadegua-
tezza rispetto alla famiglia e alle sue aspettative ed esprimono la
sensazione di non essere accettati per quello che si è veramente.

• Perché l’adolescente cade nella tristezza


e nella depressione? Di che mancanza soffre?
Mancano l’ascolto e l’attenzione della mamma, del papà o degli
insegnanti. Soprattutto, manca loro la possibilità di essere se stes-

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Capitolo III

si, senza subire errate pressioni o richieste. Ancora una volta, stia-
mo attenti prima di imporre ai figli le nostre idee, con la scusante
che “lo facciamo per il loro bene”: la disistima che deriva dall’aver
assecondato controvoglia i desideri degli altri rischia in loro, prima
o poi, di trasformarsi in depressione. Quindi non imprigioniamo
i nostri figli: spesso, infatti, sanno molto meglio di noi cosa re-
almente fa davvero per loro...

• I farmaci sono indispensabili? Come agiscono?


Lo psicofarmaco, pur se necessario in alcuni specifici casi, è ciò
che rischia definitivamente di spegnere la vitalità del depresso.
La sua azione, finalizzata a ripristinare i livelli originari di nora-
drenalina, dopamina e serotonina, dà solo una felicità chimica,
senza rimuovere le vere cause a monte del disagio. I farmaci anti-
depressivi vanno infatti usati solo in casi gravi di depressione en-
dogena (la diagnosi è sempre solo di competenza del neuropsi-
chiatra), che presenta e manifesta il rischio di suicidio.
Non sono necessari invece in caso di tristezza, apatia, ipersensibi-
lità legati a eventi o situazioni definite e circoscritte nel tempo.

• Se lo psicofarmaco non va bene per curare la


depressione, quale potrebbe essere la soluzione?
L’unica medicina che funzioni veramente è evitare lo sforzo. Al
depresso si consiglia di uscire, di vedere gente, di “tirarsi fuori”, di
crearsi nuovi e differenti interessi. Tutte imposizioni che rischiano
di amplificare e accentuare il disagio invece di risolverlo.
Alla sofferenza della depressione si può aggiunge infatti il senso di
colpa per non essere produttivo, efficiente, capace di stare in so-
cietà. In questo modo si innesca un circolo vizioso, che rende
sempre più arduo uscire dal gorgo.

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Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

• Quindi niente uscite controvoglia, niente conversazioni


a tutti i costi... Ma una persona depressa non rischia
così di isolarsi maggiormente dal resto del mondo?
L’isolamento è ciò che il depresso vuole e quel che ci vuole per lui.
Le persone che soffrono di depressione hanno un grande bisogno
di silenzio. Lo cercano dagli altri, quando sono in compagnia,
lo coltivano quando stanno da soli. Purtroppo però alla solitudi-
ne è sempre stata attribuita una valenza negativa: si cerca di sfug-
girla a tutti i costi perché la si identifica con l’abbandono, l’inca-
pacità di entrare in relazione con gli altri. Eppure l’isolamento è
una grande risorsa (e non solo per i depressi). È un’occasione per
incontrare se stessi, a patto che si svuoti la mente dai discorsi
inutili e dal rimuginare continuo che caratterizza il depresso.

• La depressione può essere considerata


come un bisogno di fuga?
Molte storie di depressione nascono dalla costrizione a essere altro
da sé. Ricordo il caso di Mauro, 25 anni, ragazzo vitale e allegro
fino ai 23. Mauro aveva un sogno: trasferirsi dal suo paesino in
campagna nella grande città, per aprire un negozio di elettronica.
Il padre, uomo di vecchio stampo, non acconsentiva e voleva che
Mauro restasse al paese a occuparsi del bar di famiglia. Mauro
accettò la decisione paterna. Ma dopo qualche mese smise gra-
dualmente di lavorare, adducendo a scusa di questo suo compor-
tamento una prostrante stanchezza. I suoi gli fecero fare delle
analisi, ma tutto era a posto. Intanto il ragazzo passava sempre più
pomeriggi sul divano, fissando la finestra. Il padre, non capendo
la situazione, lo sgridava per la sua inoperosità: «È davvero una
vergogna che tu te ne stia tutto il giorno a far nulla... Alla tua età!
Sei pigro e indolente e non arriverai mai da nessuna parte.
Meno male che non ti ho lasciato andare in città, avresti chiuso il

45
Capitolo III

negozio dopo due mesi!». Mauro avrebbe voluto rispondere, ma


le parole non volevano uscire, gli si fermavano in gola. Iniziò così
a covare dentro di sé una grande rabbia che, dopo qualche mese,
esplose portandolo ad aggredire violentemente chiunque non si
comportasse come diceva lui. Finalmente i genitori decisero di
portarlo da uno psichiatra e la diagnosi fu lapidaria: depressione.
Mauro voleva fuggire dal paese, dall’imposizione paterna, dalla
tutela del suo ambiente. Quando si è sentito bloccato, solo una
depressione poteva farlo scappare...

• Ma che legame c’è tra la depressione e l’aggressività?


Molto spesso il depresso ha comportamenti fortemente aggressivi.
È più frequente di quanto non si immagini. In realtà il “male
oscuro” dà voce a una forma di aggressività rivolta verso se stes-
si: poiché si temono inconsciamente gli effetti distruttivi di una
rabbia scatenata sul prossimo, la si dirige all’interno, mettendo
in atto una condotta autolesionista come la depressione.
Quando però la tensione diventa eccessiva, irrompe all’esterno,
gettando luce sul disagio (che molto spesso viene sospettato dai
familiari del depresso proprio grazie a questi comportamenti in-
soliti e fuori misura). In questo senso, qualora dovessimo notare
un atteggiamento di questo tipo in un nostro familiare sarebbe il
caso di chiedersi cosa gli stia succedendo.

• Quando si è giù di morale si tende a non aver voglia di


nulla. Un desiderio che diventa abitudine quando la
malinconia raccoglie tutta la nostra essenza. Come mai
avviene questo? L’inattività ha un ruolo terapeutico?
L’inattività aiuta a contattare il Nulla, quello che i saggi cinesi
chiamano il Wu Wei, l’unica via per ritrovare equilibrio e saggez-

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Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

za. Fare il vuoto dentro di sé significa allontanare le cose, anziché


rincorrerle con affanno. Questo riduce il carico d’ansia, che so-
vente si accompagna alle forme depressive. Ma non solo. Cercare
il Nulla significa cancellare con un colpo di spugna le identifica-
zioni e i condizionamenti dell’ambiente, che tanta parte hanno
nell’origine del disagio. Molte persone mi chiedono: «Ma se eli-
mino queste componenti, cosa resta di me?». La risposta è sempli-
ce: resta il nucleo originario, la parte più vera, ciò che si è. Così
può prendere forma il progetto di ciascuno di noi, quello che solo
può dare gioia e senso all’esistenza.

• Come dire che solo il silenzio e l’inerzia possono


far sbocciare la nostra natura...
Esattamente. Osserviamo l’embrione. Cresce e matura nel grembo
materno senza fretta, nel buio silenzioso dell’utero. Libero da qual-
siasi influenza porta a termine ciò che è sin dalla fecondazione.
Dobbiamo veramente osservare il mondo per capire cosa ci possa
rendere felici. D’altra parte ormai più di uno studio segnala che il
ritorno alla Natura è la chiave di volta della terapia antidepressiva:
si è notato per esempio che l’incidenza di depressione e ansia è più
elevata nei Paesi nordici (Svezia, Norvegia e Finlandia) dove la luce
solare è più scarsa, soprattutto in inverno. La quantità di luce che
assorbiamo è determinante sul tono dell’umore.

• Che cosa consiglierebbe per ricontattare la Natura? Per


chi vive in città non è così facile...
Basta stare all’aria aperta almeno un’ora al giorno, possibilmente
in un parco. Guardiamoci intorno mentre camminiamo, osservia-
mo i colori e assaporiamo i profumi intorno a noi.
Concentriamoci sull’erba e sugli alberi, tocchiamoli e accarezzia-

47
Capitolo III

moli a lungo. Proviamo a prenderci cura di una piantina, da tene-


re in casa o sul terrazzo. E offriamole tutta la nostra attenzione,
durante il tempo che le dedichiamo.
Gradualmente comprenderemo che la Vita, quella che la depres-
sione pare averci tolto, continua a scorrere anche dentro di noi,
esattamente come la linfa scorre lungo il tronco e nelle foglie. I
benefici, vedrete, non tarderanno ad arrivare.

• Esistono dei comportamenti da evitare a tutti i costi,


per non cadere nella depressione?
Anzitutto l’invidia. Invidiare qualcuno per qualche sua dote, fisi-
ca, morale o materiale nasconde in realtà una grave mancanza di
autostima che, alla lunga, può colorare di nero la nostra vita. Quin-
di ogni volta che ci sentiamo svantaggiati rispetto agli altri, pro-
viamo a recuperare il nostro centro. Osserviamo il sentimento di
invidia senza giudicarlo. Lasciamolo sfumare piano, fino a che si
dissolve. Ciò che emergerà a questo punto è la considerazione
autentica di ciò che realmente siamo, indipendentemente da qual-
siasi confronto. In uno stato di quiete, nulla può minacciarci,
nemmeno la presunta superiorità di chi ci sta vicino.

• Del resto l’invidia nasce dalla ricerca di un ideale che,


con nostro disappunto, altri sembrano incarnare...
Invidiare una persona significa rincorrerla inutilmente. È un vizio,
questo, che può costare molto caro: se non si riesce nel proprio
intento, la depressione è dietro l’angolo. Se ci si riesce, può acca-
dere di accorgersi che l’obiettivo in fondo non ci interessava gran
che. E il risultato finale non cambia. L’errore di fondo sta nell’ag-
grapparsi a qualcosa che non è nostro. Ogni forma di attacca-
mento, in realtà, può minacciare il nostro equilibrio.

48
Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

• Quali sono gli attaccamenti che ci danneggiano


maggiormente?
Non c’è una reale distinzione tra attaccamenti più o meno dan-
nosi. Lo sono tutti, in pari grado. Perdere l’amore non è peggio
che perdere il lavoro, il dolore è direttamente proporzionale alla
tenacia con cui ci si aggrappa alla situazione o alla persona da cui
ci si sta staccando. In ogni caso bisogna abituarsi a pensare che
ogni cosa, ogni evento, ha il suo ciclo: nasce, si sviluppa, finisce.
Questa legge fa parte della vita e per questo è inutilmente doloro-
so rimanere ancorati a ciò che ha compiuto il suo ciclo.

• Che cosa bisogna fare quando perdiamo qualcosa


a cui tenevamo: un amico, una persona cara?
Bisogna concedersi il tempo necessario a ricucire le ferite, senza
voler per forza essere felici a tutti i costi. La logica del “bisogna
reagire” non funziona mai. Fa solo soffrire di più e più a lungo. È
meglio permettere al dolore di prendere posto nella nostra coscien-
za, di occuparla totalmente. Così la sofferenza può compiere il suo
ruolo di purificazione, rinnovandoci completamente. E diventan-
do una buona occasione di rinascita.

• Per superare un lutto, una sconfitta pesante


o un abbandono è comunque
necessario lavorare tanto su se stessi?
Errore. Se pensiamo di trovare noi stessi scegliendo un luogo per
meditare e rimuginare sui nostri errori passati, sulle prospettive
future, sui rimpianti e sui rimorsi, sbagliamo strada e il disagio
non può che radicarsi sempre più profondamente. Ogni volta
che si “lavora su se stessi” si dà per implicita una finalità, un’otti-
ca nella quale inquadrare questa improba fatica. Tutto il contrario

49
Capitolo III

della via della guarigione. Occuparsi di sé significa solo fare il


vuoto nella mente e osservarsi mentre si agisce. Occorre diventare
testimoni di se stessi, quando si mangia, si fa l’amore, si lavora.
Un consiglio che è valido per recuperare gioia e serenità, qualun-
que sia il disturbo di partenza.

• Questo è sufficiente per rivalutare


ogni azione, restituendo anche a chi è depresso
il senso del vivere quotidiano?
Secondo i Saggi chassidici non esistono azioni stupide o banali.
Ogni singolo atto è carico di significato, persino allacciarsi le scar-
pe. È determinante però lo stato di coscienza con il quale si intra-
prende anche il più comune dei gesti: osservarci mentre lo portia-
mo a compimento, senza esprimere giudizi, completamente
concentrati su ciò che stiamo facendo ci aiuta a formulare pensie-
ri diversi, a leggere la realtà seguendo una logica allargata. Così
possiamo arrivare a spostare l’attenzione, dall’esterno al nostro
centro. Guardarci quietamente in ogni momento della giornata
ci riporta al nucleo di noi stessi, e questo è ben più terapeutico
che disperdere la concentrazione sulla risposta che il mondo por-
ge alle nostre ambizioni frustrate. L’osservazione libera e coscien-
te è davvero la soluzione, il punto di partenza verso la guarigione:
solo per questa via è possibile ricontattare la creatività, unica vera
chance per rivoluzionare l’esistenza.

• Molte persone sono predisposte alla malinconia,


alla tristezza, ai rimpianti. Come evitare che questa
attitudine degeneri in depressione?
Bisogna avere subito il coraggio di tagliare i rami secchi. Non è
sempre facile dire addio a un partner che non ci piace più, a un

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Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

lavoro che non ci gratifica. Preferiamo restare in una situazione


nota, anche se sgradevole, perché temiamo che il futuro possa
riservarci persino di peggio. Così la depressione si insinua nella
nostra vita senza che neppure ce ne rendiamo conto. E quando ce
ne accorgiamo siamo ridotti a burattini, ci muoviamo nel mondo
a fatica, come se fossimo zavorrati da pesi invisibili. Guai a chi si
accomoda nell’abitudine del già conosciuto. Il cervello, ammolla-
to in un brodo di tiepide illusioni, muore poco a poco, perdendo
la sua capacità di rigenerarsi e di creare. Il processo è lento, spesso
ci vogliono degli anni, ma è inesorabile.

• Le persone depresse pensano in continuazione,


il loro cervello non si ferma mai...
C’è una bella differenza tra pensare e rimuginare. Quello che acco-
muna le persone tristi, in varia misura, è la tendenza a ripensare al
passato e a colpevolizzarsi per azioni o pensieri ormai morti. Un po’
come accade ai soggetti ansiosi, le persone depresse si interrogano
in continuazione su qualunque cosa, valutano senza posa.
L’infelicità nasce da tutta la quota energetica che non usano, poi-
ché invece di agire si ficcano in un ginepraio di teorie. Dovrebbe-
ro invece recuperare il valore dell’istinto e iniziare ad agire, sempre,
ogni volta che sorge il desiderio di farlo.

• Pensare positivo aiuta a uscire dal baratro?


Il pensiero positivo è un’illusione. Errato il principio, sbagliata la
tecnica risolutiva. Autoconvincersi di essere bravi e felici non equi-
vale a esserlo. Ci impone una definizione, fossilizzando la mente
solo sull’aggettivo prescelto per descriverci. È una sorta di “fitness
della mente” che regala solo stanchezza e false convinzioni. È come
costruire una casa senza fondamenta. Quanto potrà resistere?

51
Capitolo III

• Tra le abitudini quotidiane, quali possono


influire negativamente sull’umore?
E quali, invece, riequilibrano le emozioni?
Molti studi sono ormai concordi sull’importanza di un’alimenta-
zione adeguata. Tanto più in caso di depressione, poiché i sintomi
del disagio possono essere aggravati da carenze nutrizionali o die-
te scorrette. Dobbiamo abituarci a pensare che veramente noi
siamo quello che mangiamo: i cibi si trasformano nella nostra
materia corporea e su un piano più sottile diventano attività ner-
vosa, pensiero, umore. Alcune abitudini alimentari, come l’ecces-
so di caffeina, alcolici, fritti, dolciumi, influenzano negativamen-
te il nostro stato d’animo. I cibi sbagliati, oltre a creare reazioni
potenzialmente dannose, possono generare uno stato di coscienza
alterato, che non fa certo bene a chi soffre di disturbi dell’umore.

• Quindi al cibo possiamo attribuire


anche una forte valenza emotiva?
Sì, soprattutto quando al cibo si dà il potere di contenere tutti i
nostri malesseri, di offrire loro un argine per evitare che ci travol-
gano. In questo senso dovrebbe essere recuperato il valore sim-
bolico del digiuno, che tutte le tradizioni considerano il rimedio
principe per disintossicare la mente dai pensieri inutili, dalle
identificazioni, dalle sofferenze. Questa metamorfosi della men-
te è necessaria a chi vuole recuperare la gioia di vivere. E non è un
caso se il depresso spesso desidera poco il cibo…

• Esiste una “dieta del buon umore”?


Sì. Prima di tutto bisogna evitare di sforzarsi: il corpo sa di cosa
ha bisogno e seguirne le necessità è già un inizio per prendersi cura
di sé in modo diverso, recuperando una relazione sana con se

52
Depressione: abbiamo le risorse per uscirne

stessi. Ciò non significa digiunare a oltranza: si tratta di mangiare


fino a raggiungere quasi il senso di sazietà, quando c’è l’appetito,
evitando di costringersi a consumare i pasti a orari stabiliti. Nella
dieta, è utile privilegiare gli alimenti ricchi di vitamina B1 (lievito
di birra, cereali integrali, noci, semi di girasole), per mantenere
efficienti le cellule nervose. Utili anche i legumi, le patate, i cavol-
fiori, che preservano l’equilibrio dei sistemi ormonale e immuni-
tario. L’alimentazione non può poi prescindere da un apporto
adeguato di vitamina C (si trova in agrumi, peperoni, spinaci, cime
di rapa) che mantiene le cellule attive, giovani e vitali.

• Ma recuperare il rapporto con il corpo è così necessario


per uscire dal “buco nero”?
Il depresso spesso sperimenta una sorta di allontanamento, di ri-
fiuto della propria identità corporea: non si cura più, negli stadi
profondi del disagio può arrivare addirittura a smettere di lavarsi.
Vive in un completo stato di abbandono, come se volesse trasfe-
rire sul suo corpo la necessità di “uccidere” quella personalità che
gli sta stretta e che gli fa male. Ritrovare un rapporto buono con
la propria fisicità è la prima, importantissima mossa per scon-
figgere efficacemente il male di vivere.

53
Capitolo IV

Paure e manie
sono amiche
da ascoltare
Tutti abbiamo piccole o grandi fobie.
Spesso ne proviamo vergogna oppure cerchiamo
di sconfiggerle, forzando noi stessi.
Le paure non sono nemiche da abbattere,
ma amiche da comprendere e rispettare,
perché sono il segnale di disagi interiori.
Impariamo a convivere con loro, a essere cedevoli.
Se facciamo loro posto, invece di cacciarle,
ci possono davvero aprire nuovi orizzonti.

55
Capitolo IV

T utti hanno qualche piccola fissazione: la


mania per l’ordine, la paura dell’ascensore,
il terrore di prendere l’aereo, l’ansia di
parlare in pubblico. Tutti, prima o poi, si
trovano di fronte a una situazione che
incute timore e insicurezza. Come si
possono affrontare queste occasioni difficili e
imbarazzanti? Non è detto che dobbiamo
costringere noi stessi a superare prove
faticose per dimostrare che possiamo farcela.
Invece è fondamentale capire il messaggio
che paure, frustrazioni e manie ci stanno
comunicando. Ci rivelano le nostre fragilità
nascoste, che bisogna imparare ad accogliere
e ascoltare. Solo così possiamo fare delle
possibili debolezze i nostri “punti di forza”.
Possono stimolarci a cambiare vita e a
trovare una serenità inaspettata.
Invece se non le ascoltiamo finiscono per
costringerci a ripetere gesti sempre uguali,
rituali quasi magici per esorcizzare i timori.
Quando questi comportamenti diventano
compulsivi, automatici e non volontari,
costringono il cervello su binari obbligati,
cancellando la creatività.
56
Paure e manie sono amiche da ascoltare

• Ansia, panico, stress e depressione sono disagi pesanti.


Ma molti stanno male pur senza giungere a questi
estremi. Per esempio, avere paura di qualcosa è un
problema comune...
Si può essere terrorizzati dalle malattie, dall’idea di perdere il po-
sto di lavoro o si può aver timore a parlare in pubblico. Qualunque
sia il contenuto delle fobie quotidiane, il consiglio non cambia:
bisogna vivere le paure non come nemiche da abbattere e sconfig-
gere, ma come amiche da comprendere e rispettare. Si fanno mil-
le sforzi per cercare di vincerle, ci si costringe a spazzarle via.
E così se ne perde di vista il senso profondo, a volte il vero signi-
ficato: le paure ci raccontano e svelano le nostre fragilità nasco-
ste, segnando una strada per trovare altri modi di essere. Impa-
rare a conviverci può renderci più dolci e più comprensivi con il
prossimo. In una parola, più cedevoli, con tutto il beneficio che
la cedevolezza può garantire al nostro benessere.

• E che dire delle paure più curiose (di volare, degli spazi
chiusi, di viaggiare in auto)?
Danno voce al timore dell’ignoto, che si materializza, caso per
caso, nella mancata frequentazione di luoghi non conosciuti o
affollati, nel rifiuto di salire in aereo o in macchina, perché c’è un
sottofondo ansioso che accompagna il pensiero di lasciarsi con-
durre in situazioni “fuori controllo”. Eppure tutto ciò che è nuo-
vo non può che farci bene. Si tratta solo di riuscire e riscoprire la
curiosità di quando eravamo bambini, quando era così normale e
naturale lasciarsi tentare da un gioco sconosciuto e mai provato.
Così, gradualmente, il timore del nuovo svanirà... Queste paure
sono potenti catalizzatori: se impariamo a fare loro posto, invece
di ricacciarle indietro con violenza, ci possono davvero aprire altri
orizzonti, liberandoci dalla solita routine.

57
Capitolo IV

• Un’altra paura molto comune è quella che ci


assale quando dobbiamo parlare di fronte agli altri.
Cosa si può fare per recuperare la sicurezza?
Dobbiamo cercare di uscire dalle logiche della mente quantitativa,
che misura il valore delle persone in base ai risultati e ai ricono-
scimenti ottenuti. Questa mentalità è figlia dell’abitudine al giu-
dizio, responsabile di tanti disagi della mente.
Da un punto di vista pratico, questo mutamento di rotta equiva-
le a non incasellare gli eventi, incluso il discorso che stiamo per
tenere davanti ad altre persone. Per risolvere questo disagio dob-
biamo cercare di pensare che le cose ci accadono, gli incontri si
succedono l’uno all’altro e le sensazioni passano e vanno via. Im-
pariamo a lasciare che tutto accada, senza dare definizioni speci-
fiche. Facciamo quel che dobbiamo, senza indugiare troppo.
A poco a poco i timori sfumeranno, senza lasciare alcuna traccia.
E faranno spazio alla nostra energia profonda: se la contattiamo
non possiamo sbagliare.

• Molte persone si sentono sempre insoddisfatte,


infelici, mai appagate. Come mai?
L’insoddisfazione è una condizione esistenziale molto comune, in
effetti. Non dipende dall’età, dallo stato sociale, dai successi pro-
fessionali o affettivi. È un fenomeno trasversale, che prescinde
dalle reali condizioni in cui si vive. In genere, è tipico di chi ri-
manda a data da destinarsi la propria felicità: spesso si pensa, in-
fatti, che la gioia di vivere arriverà quando si otterrà la sospirata
promozione o si conquisterà l’amore della persona desiderata.
Il meccanismo perverso è tutto qui: invece di vivere ora, si pro-
ietta nel futuro la propria realizzazione e soddisfazione, perden-
do così di vista le gioie che ci può dare solo il presente, ovvero
l’unico tempo realmente e completamente godibile.

58
Paure e manie sono amiche da ascoltare

• Che cosa si può fare per uscirne?


Imparare a vivere adesso. Chiedersi, giorno dopo giorno, quali
cose ci abbiano reso felici. Tutti i grandi Saggi, in tutte le tradizio-
ni, da sempre insistono sulla necessità di non affidare la propria
vita a ciò che ancora non esiste. «L’essere, come potrebbe esistere
nel futuro? In che modo mai sarebbe venuto all’esistenza?». Que-
ste parole del filosofo Parmenide, che visse nel V secolo a.C.,
sintetizzano bene il principio sul quale dovremmo basare la nostra
vita: tutto ciò che è, inclusa la gioia, è già qui, ora, nel presente.
Non serve proiettarsi in un altro tempo. Né sperare che la sof-
ferenza di oggi sia destinata a diventare la felicità di domani.
Come scriveva Seneca al suo discepolo Lucilio «... dipenderai meno
dal futuro se saprai impadronirti del presente». È questo il presup-
posto ideale per godere della vera felicità.

• C’è chi controlla il gas tre volte prima di uscire di casa,


chi è ossessionato dall’ordine… Tutti sembrano avere
piccole manie. Sono innocue o possono creare danni?
Il confine tra un’eccessiva attenzione e una mania non è così sem-
plice da delimitare. Molto dipende dall’oggetto e dalla situazione
in gioco. Ma molto dipende anche dalla ripetitività dei gesti, da
quanto diventano ossessivi, imponendosi poco a poco sull’oriz-
zonte mentale, tanto da diventare sempre presenti e inevitabili.
Le piccole manie quotidiane, in ogni caso, sono segnali importan-
ti ed è bene prestare attenzione al messaggio che contengono. In
questo senso non sono del tutto negative, perché possono stimo-
larci a cambiare vita e a trovare una serenità inaspettata.
Possono danneggiarci solo se non le ascoltiamo, perché finiscono
inevitabilmente per costringerci a una serie di gesti sempre ugua-
li e ripetitivi. Che, quando diventano compulsivi, cristallizzano il
cervello, paralizzando la creatività.

59
Capitolo IV

• Una delle manie più comuni è senz’altro quella


dell’ordine. Che significato ha?
Ci sono persone che hanno l’ossessione delle simmetrie, degli al-
lineamenti perfetti, che detestano vedere gli abiti non suddivisi
con rigore nell’armadio o che non sanno resistere all’impulso di
raddrizzare un quadro appeso male. Finché questa esigenza non
disturba il normale svolgimento delle attività quotidiane, l’ordine
può anche contribuire a mantenere l’equilibrio psicofisico del sog-
getto. Ma il problema insorge quando questa estrema necessità
diventa una costrizione e occupa quasi per intero i pensieri della
persona. In questo caso, la resistenza al caos dà voce, in realtà, al
bisogno di mettere il guinzaglio alle componenti istintuali che non
sono accettate perché vengono vissute come sporche e inaccetta-
bili. Un conflitto analogo, ma proiettato verso l’esterno, è espres-
so dalla necessità continua di lavarsi le mani, che risponde al de-
siderio inconscio e involontario di allontanare da sé il contatto
con diverse situazioni o persone imbarazzanti.

• Che cosa si può consigliare in questo caso?


Si può suggerire di recuperare per gradi il rapporto con gli istinti,
che custodiscono la vitalità profonda di ciascuno di noi. Bisogna
fare spazio alla trasgressione, per liberare la mente da ogni sche-
matismo compulsivo. Non si tratta, infatti, di ribaltare da capo a
piedi una visione del mondo costruita e sedimentata negli anni,
costringendosi a fare cose impensabili pur di trasgredire.
Si tratta piuttosto di aprire un varco a un modo nuovo di vedere
le cose, che consenta di accogliere anche il caos e il disordine.
Solo in questo modo si può mettere pace tra la dimensione più
istintuale e quella più razionale propria della persona.
Altrimenti la pressione interna diventa eccessiva e può esplodere
dando forma a problemi ben maggiori, come l’ansia e l’insonnia.

60
Paure e manie sono amiche da ascoltare

• Un esempio di trasgressione?
Una tra tante è il mangiare con le mani. Questo gesto consente di
recuperare la dimensione istintiva dell’atto del nutrirsi, spoglian-
dolo di tutti quei condizionamenti culturali e tradizionali che,
naturalmente, stanno alla base anche della mania dell’ordine.
Un esercizio che consiglio sempre ai miei pazienti consiste nel
rovesciare a terra un cassetto e circondare lo spazio occupato dagli
oggetti con un nastro isolante. Si lascia lì il caos per almeno una
settimana, fino a quando la sua presenza non crea più alcun fasti-
dio. Poi si può rimettere tutto a posto. Creare il disordine e im-
parare a conviverci è la prima importante regola per ritrovare un
rapporto equilibrato anche con le proprie emozioni, senza biso-
gno di classificarle e sottoporle al vaglio della ragione.

• E che dire di coloro che non resistono alle lusinghe del


“tre per due”? O di chi non può fare a meno di avere la
dispensa di casa sempre strapiena?
Tutte queste “manie da accumulo” sono caratteristiche delle per-
sone che temono nella loro esistenza, più di ogni altra cosa, il
vuoto: il vuoto nelle emozioni, nella propria vita quotidiana, nel-
le relazioni. Sovente non sanno stare sole e hanno bisogno di un
gruppo, più o meno nutrito, di persone intorno a loro.
Detestano il silenzio, che cercano affannosamente di riempire con
il chiacchiericcio della televisione, della radio o con conversazioni
inutili. Naturalmente, sono soggetti ad alto rischio di stress, perché
non sanno approfittare del potere rigenerante della solitudine.
Anche il sovrappeso è in agguato, perché la loro necessità di sicu-
rezza li spinge a corazzarsi fisicamente, proteggendosi sotto una
coltre di grasso. Simbolicamente, acquistare cibo in sovrappiù
equivale spesso a procurarsi delle riserve per i tempi duri, allonta-
nando le incertezze del futuro.

61
Capitolo IV

• La paura del futuro è alla base di un’altra piccola


fissazione, quella di coloro che consultano sempre
l’oroscopo. Che senso ha questa forma di superstizione?
Siamo spesso abituati a ritenere la superstizione un evento total-
mente negativo e sfavorevole. La ragione positivista, infatti, la
guarda con sospetto, a volte addirittura con scherno. Quanto ai
contenuti, questa posizione è condivisibile, ma in realtà, a voler
guardare a fondo la questione, la superstizione può portare il cer-
vello a vivere in una dimensione “allargata”, più aperta verso la
magia e l’ignoto. Ci avvicina a quella condizione estatica che può
suggerire nuovi percorsi creativi alla nostra mente.

• Naturalmente, questo vale fino al momento in cui non se


ne diventa schiavi…
Certo. Seguire ossessivamente gli oroscopi, consultare l’astrologo
o il cartomante prima di prendere qualsiasi decisione, più o meno
importante, segnala un eccessivo bisogno di rassicurazione che ha
ben poco a che fare con un’autostima solida e ben costruita.
In questi casi, la superstizione diventa veramente una mania, che
può causare disagio e incrementare l’insicurezza di chi vi si affida.

• Esistono manie che si rivolgono


prevalentemente al passato?
Certo e sono molto diffuse. In particolare, è comune a molti l’a-
bitudine di conservare piccoli oggetti che rievocano alla memoria
avvenimenti importanti per l’individuo. Portata all’estremo, que-
sta attitudine rivela l’incapacità di staccarsi e allontanarsi dal pas-
sato, con tutte le possibili conseguenze negative del caso. La ne-
cessità di tenere da parte e conservare oggetti ormai “morti”
segnala una mancata rielaborazione di ciò che è già stato vissuto.
Attenzione: il rischio che si corre in questo caso è di scivolare
lentamente e senza accorgersene nella depressione.

62
Paure e manie sono amiche da ascoltare

• Che cosa unisce fra loro paure e manie?


Paure e manie appartengono a una logica diversa, affatto raziona-
le, nella quale le normali categorie di riferimento si annullano. In
questo senso ci possono mettere in contatto con la dimensione del
Senza Tempo, l’unica dove tutto è possibile.
Nella paura il tempo si ferma, nella mania un piccolo gesto di-
venta rituale, nella superstizione un determinato oggetto diven-
ta portatore di buoni o cattivi auspici.
In questi momenti l’uomo sembra attingere a una forza magica, a
una potenza più grande di lui. Per un attimo, la mente razionale
è azzerata e il ragionamento si sposta su altri piani. Da questa
dimensione si attinge all’energia dell’Universo. Per dirla con Jung,
«... nel rituale magico si cerca di ricondurre, con la mediazione e
l’appoggio di un’azione esteriore, la propria attenzione a un recin-
to interiore, che è origine e meta dell’anima e contiene quell’uni-
tà di coscienza e vita, un tempo posseduta quindi perduta, e che
occorre ritrovare».

63
Capitolo V

Come vivere bene


la solitudine
Stare da soli è una condizione naturale,
anzi l’unica condizione che ci permette
di entrare in contatto con la nostra essenza.
La si teme e la si sfugge solamente perché
ce ne hanno trasmesso un’idea negativa.
Questo ci spinge a cercare dei rapporti falsi
solo per evitare il rischio di essere soli.
Sperimentare la solitudine è l’avventura più bella
perché ci rende davvero coscienti di noi stessi
e ci dona la libertà dalla dipendenza, dal gregge.

65
Capitolo V

A ver paura della solitudine è insensato perché


significa aver paura di una situazione del tutto
naturale. Quando diciamo “sentirsi soli” sembra
che alludiamo a un vuoto, a una carenza da
riempire per non soffrire. Ma possiamo ribaltare
questo modo di pensare perché “essere soli”
significa invece essere completi. Chi è cosciente
della pienezza che ha in sé non ha bisogno di
nient’altro e di nessun altro. Quando riesci a
“gustare” la solitudine nella sua sostanza più
autentica, non senti più ansia, paura e
irrequietezza. Un uomo consapevole della propria
solitudine non respinge amici o partner. Anzi,
solo chi è ben cosciente della solitudine può avere
veri rapporti di amicizia e di amore, perché non
cerca in essi un appoggio, un rifugio o una
consolazione. Spesso infatti tentiamo di
aggrapparci a qualcuno solo per avere l’illusione
di non essere soli. Questo ci incatena ai nostri
ruoli e ci toglie la libertà di sperimentare nuovi
volti, di scoprire la nostra vera strada.
Solo quando riusciamo a vivere la solitudine con
piena consapevolezza e a gustarla senza alcun
timore possiamo davvero sentire la libertà dalla
dipendenza dagli altri e dalla paura.
66
Come vivere bene la solitudine

• La maggioranza degli italiani confessa la propria


incapacità a stare da solo. Perché la solitudine
fa star male?
A pensarci bene è un’eresia. Sì perché è come dire che si soffre
perché la mamma ci allatta, che si è infelici muovendo i primi
passi o che il sole e il profumo dei fiori ci fanno paura.
Nel senso che la solitudine è un elemento naturale nella vita di un
uomo: siamo soli nel silenzio e nel buio dell’utero, siamo soli nel
profondo del sonno, siamo soli quando decidiamo, quando mo-
riamo, soli in tutti i momenti chiave della nostra esistenza.
Purtroppo oggi ci nutriamo di un’idea negativa della solitudine,
la viviamo malissimo, ci pare un dramma, con tutte le conseguen-
ze che ne derivano, tanto che per sfuggirla ci aggrappiamo alle
relazioni, al lavoro, al potere, facendo di tutto questo un antidoto
alla paura di trascorrere del tempo completamente da soli.
La maggior parte di noi, infatti, non sa nulla della solitudine, non
ne ha sperimentato la bellezza, la potenza, la straordinaria forza.
La vive come sinonimo di isolamento, e l’isolamento fa paura. Per
vincere tale paura ci aggrappiamo a qualcosa, qualcuno, solo per
avere l’illusione di non essere soli. Ma nel profondo di te sai per-
fettamente che è un’inutile illusione, ed è proprio da qui che si
genera il dolore e il timore di perdere quel contatto e di sprofon-
dare in uno stato che ti appare minaccioso, senza trovare appigli.
Allora ti attacchi ancora di più a ciò che hai, il partner, i figli, il
lavoro, le cose che possiedi, il ruolo che rivesti, il potere che eser-
citi e via dicendo, continuando a ripeterti che tali legami si rin-
forzeranno nel corso del tempo. Anche se la Vita ti insegna ogni
giorno che non c’è niente di stabile e assolutamente certo, e che
tutto è in divenire e continua a cambiare, tu ti ostini a costruire
qualcosa che pensi possa durare per sempre. E quando questo
qualcosa incomincia a cedere e vacillare, cadi in ansia, ti impau-
risci, ti deprimi, perché sei rimasto solo.

67
Capitolo V

• Siamo consapevoli della nostra solitudine?


È incredibile come molte persone di successo, arrivate ai vertici
della loro carriera, ammettano che il potere sia per loro spesso
soprattutto una garanzia di non isolamento: avere persone sotto
di sé, sostenitori, alleati, persino nemici, non li fa mai sentire soli.
Lo stesso accade in coppia, dove lo stare con l’altro diventa per lo
più un modo di creare una reciproca dipendenza, ai fini di far
fronte comune allo spettro e all’ansia del rimanere soli.

• Perché è così sbagliato aggrapparsi agli altri?


Noi abbiamo bisogno di diventare consapevoli della nostra soli-
tudine, che è la realtà vera dell’essere. Sperimentarla è l’avventura
più bella perché è la tua libertà della dipendenza, dal gregge. E
soprattutto la libertà dalla paura di essere solo. Perché un conto è
la consapevolezza di “essere solo” un altro è il “sentirsi solo”.

• Che differenza c’è tra “l’essere solo” e il “sentirsi solo”?


L’espressione “sentirsi solo” allude a un vuoto, a una ferita, qual-
cosa che devi riempire e guarire. E se non ci riesci sei destinato a
soffrire, a cercare all’infinito qualcosa o qualcuno che ti dia un
senso, sarebbe più esatto dire un’illusione di completezza. “Essere
solo” significa invece semplicemente essere completo. Possedere
coscienza della pienezza che è in te e non necessitare di nient’altro.
Se hai la consapevolezza di essere intero, non vai mai in cerca di
qualcosa che ti completi. Piuttosto, ti accorgi che una volta assa-
porata la solitudine nella sua sostanza più autentica, il dolore
svanisce, insieme all’ansia, alla paura, all’irrequietezza. Al suo
posto si percepisce nel profondo uno stato di calma serena, di
tranquillità gioiosa. Ciò non significa che un uomo consapevole
della propria solitudine non senta il bisogno di amici o di un

68
Come vivere bene la solitudine

partner, sono due concetti completamente diversi. Paradossalmen-


te, solo un uomo “centrato” nella sua solitudine può avere amici,
perché è davvero capace della vera condivisione.

• La paura della solitudine cosa provoca nel relazionarsi


con gli altri?
Ogni relazione può essere sostanzialmente di due tipi: può nasce-
re dal bisogno, e allora chiederemo all’altro di riempire i vuoti che
sentiamo in noi stessi; oppure può nascere dall’abbondanza, nel
senso che ci sentiamo talmente tanto ricchi da voler condividere
questa nostra ricchezza con le altre persone che ci circondano.
Nel primo caso diventiamo dipendenti e timorosi di perdere ciò
che ci sembra di aver finalmente conquistato; nell’altro, invece,
non sviluppiamo reali attaccamenti, perché siamo consapevoli del
fatto che gli incontri possono essere diversi e non necessariamen-
te durare per sempre. Ciò che però permane è la pienezza dell’es-
sere, che nella solitudine si percepisce fino in fondo.

• La paura di esser soli può provocare altri disagi?


Vivere male la solitudine ci può portare a utilizzare in modo ri-
dotto le tante potenzialità del nostro cervello. È stato dimostrato
che se stare soli ci provoca malessere e disagio, è come se ci arroc-
cassimo in uno spicchio limitato del nostro cervello, sfruttando
solo il 20% delle sue potenzialità e trascurando il restante 80%.
Se, invece, riusciamo a trarre piacere dalla solitudine, mettendoci
per esempio al buio, il nostro cervello funziona in maniera “ro-
tonda” e siamo in grado di sfruttarlo molto di più, arrivando a
circa il 60% delle sue potenzialità. Secondo tale prospettiva, sta-
re soli diventa quindi un’occasione veramente preziosa, perché
ci permette di incontrare la parte più vera di noi stessi.

69
Capitolo V

• Imparare a stare soli è quindi una tappa obbligatoria


per la nostra crescita?
Ognuno di noi ha bisogno di solitudine, di uno spazio interno
che sia al riparo dalle invasioni e dalle interferenze degli altri; un
luogo in cui potersi riposare, sottrarsi alle continue sollecitazione
dell’ambiente e prendersi realmente cura di sé, stando con sé.
Ma un conto è imparare a farlo spinti da una motivazione indivi-
duale, da un reale desiderio di ritagliarsi uno spazio autonomo;
un altro è ritrovarsi solo “per forza”, per esempio dopo un abban-
dono o durante una malattia; un altro ancora rifugiarsi in questo
stato per spirito di sopravvivenza, per sfuggire a situazioni oppri-
menti che ci inducono a cercare un angolo dove trovare respiro.
È vero che in realtà, nel profondo di noi stessi, siamo soli sempre.
Ma ci sono momenti chiave della nostra esistenza in cui questa
condizione ci si rivela con ineluttabilità. Accade quando ci trovia-
mo ad affrontare un problema tutto nostro, in apparenza insor-
montabile, e ci è chiaro che, per quanto gli altri ci possano venire
in soccorso, sta a noi cercare le risorse per risolverlo. Si può trat-
tare di una malattia che ci colpisce, della perdita del proprio com-
pagno, di una decisione difficile che non sappiamo prendere, del
fallimento di un progetto su cui avevamo investito tutto.
Sono le cosiddette “situazioni-limite”, che ci obbligano a ridise-
gnare i confini della nostra esistenza e a prendere atto dei proble-
mi irrisolti che ci minano alle fondamenta, facendoci sentire fra-
gili e vulnerabili. Eppure sono proprio queste situazioni. In cui ci
sembra di doverci giocare tutto con il rischio di perderlo, che ci
danno la misura della forza che è in noi. Una forza talvolta nep-
pure sospettata, perché, nella routine di ogni giorno, viviamo al
risparmio, senza mai esprimere davvero tutto quello che potrem-
mo dare grazie alle risorse che possediamo.
Ed è nella solitudine obbligata in cui ci ritroviamo che quest’ener-
gia prorompe, mostrandoci vie e soluzioni neanche contemplate,

70
Come vivere bene la solitudine

e rimandandoci l’immagine di un “me stesso” diverso, capace di


lottare con il drago e vincerlo. L’importante, in questi casi, è affi-
darsi a ciò che arriva, perché le prospettive che ci si aprono in
momenti così possono davvero portarci molto lontano dalla soli-
ta via, aprendoci a nuovi orizzonti.

• È importante “essere solo” ma non chiudersi


in se stessi?
Il desiderio di stare soli può avere sia il sapore della conquista sia
quello della sconfitta. Non dimentichiamoci infatti che per molti
voler stare da soli rappresenta una sorta di chiusura nei confronti
del mondo: “non desidero più nulla per me stesso, non ho più
progetti, non trovo più piacere nelle relazioni, quindi mi rintano
in un luogo che sia al riparo da tutto e da tutti”. Risponde alla
fantasia di “sparire” si “uscire di scena”. È questa la solitudine se-
gnata dall’incomunicabilità, dall’incapacità di stabilire un contat-
to emotivo con l’ambiente che ci circonda, e può diventare una
voragine insidiosa che ci fa precipitare nel buio della depressione.
Donne e uomini che non riescono più a comunicare con il partner,
persone che si sentono emarginate nell’ambiente di lavoro, ragaz-
zi anche adolescenti che, alle prese con i primi fallimenti, non
vedono altra soluzione che chiudersi in se stessi, e rifiutare uno
scambio con l’ambiente colpevole di averli delusi o ingannati. Una
vita vissuta solo alla periferia di sé e consumata nel viavai frene-
tico di incontri ed esperienze illusorie è una vita sprecata. Noi
non dobbiamo fare della nostra esistenza un intrattenimento.

• L’isolamento ci aiuta a trovare noi stessi?


Stando soli con noi stessi, nel buio e nel mistero che connotano
questo stato, siamo obbligati a contattare quella che Jung definisce

71
Capitolo V

l’Ombra, ovvero l’aspetto più nascosto e segreto del nostro essere.


In tal senso l’isolamento si rivela come il terreno più fertile per
intrattenere un dialogo profondo con noi stessi. E più frequentia-
mo questa profondità, più avvertiamo una sensazione di pienezza
e di benessere psicologico che derivano dalla percezione che in
realtà non siamo affatto soli, perché confortati e sostenuti dai
contenuti del nostro mondo interiore. Certamente l’Ombra può
avere anche un aspetto terrifico. Nel momento in cui sta da solo,
l’individuo si trova ad affrontare le proprie paure, i fantasmi, le
frustrazioni. La solitudine può infatti evocare nella psiche imma-
gini minacciose; tuttavia contattare il “mostro” che è dentro di noi
è un passaggio necessario per l’integrazione psicologica.

• Vivere bene la solitudine può migliorare


il nostro stato di benessere?
Saper mantenere uno sguardo interno, rivolto alla propria interio-
rità è qualcosa che possiamo imparare a fare anche nel quotidiano,
svolgendo le mansioni di sempre. L’importante è ricordarsi di sé,
avere consapevolezza di sé, se non in ogni istante, almeno tutte le
volte che ce ne rammentiamo. Vivere bene la solitudine può atti-
vare un processo di autoguarigione. Basta guardare gli animali: per
loro la solitudine è una condizione naturale e la ricercano come
cura, insieme al sonno e al digiuno, quando sono malati. D’altra
parte, nei momenti di solitudine usciamo dai limiti della nostra
storia personale per diventare esseri “infiniti”. In noi, in tutti noi,
c’è un principio eterno che ha bisogno del completo silenzio per
potersi trasformare. Silenzio, calma e buio rappresentano infatti
la via per attivare le zone più antiche e profonde del nostro cer-
vello. Insomma, vincere la paura della solitudine è una conquista
indispensabile per il nostro benessere psicofisico. Lo dice bene
Leonardo: “chi è solo è tutto suo”.

72
Come vivere bene la solitudine

• Il modo di vivere la solitudine cambia


nelle varie fasi della vita?
Si dice che ogni età della vita porti i suoi frutti, come le stagioni,
così è anche per noi, che fatichiamo a collocarci nel presente,
proiettandoci spesso in un tempo che non c’è; i travagli e le prove
legate alle diverse fasi dell’esistenza suscitano resistenze, paure,
dubbi. Che esplodono con maggior virulenza nei momenti di
solitudine, quando ci troviamo di fronte alle difficoltà del momen-
to, che reclamano in noi tutta l’attenzione che meritano.
Siamo soli da adolescenti, quando affiorano in noi esigenze con-
traddittorie, che non sappiamo come esaudire; siamo soli di fron-
te alle decisioni importanti che daranno una svolta alla nostra vita
futura; siamo soli quando ci accorgiamo che l’esistenza che ci
siamo costruiti addosso non ci somiglia; siamo soli al sopraggiun-
gere della vecchiaia, quando ci lasciamo vincere dal bisogno di fare
un bilancio e i conti non tornano mai. In tutta la saggezza tradi-
zionale la solitudine è intesa come capacità di trasformazione in-
teriore, via maestra per vivere al meglio ogni età. Se ci opponiamo
e facciamo resistenza a tale processo, la sofferenza è assicurata. In
questa prospettiva stare da soli è lo spazio che ci occorre per me-
tabolizzare i cambiamenti in atto e risintonizzarci con il nostro
tempo. Per un bambino la solitudine ha un significato completa-
mente diverso rispetto a quello negativo che può avere per un
adulto; i piccoli sono infatti autosufficienti: “sono luce a se stessi”.
Il bambino da solo può esplorare se stesso, il mondo, lasciare
libera la mente di fantasticare, formulare le sue prime impres-
sioni sull’ambiente che lo circonda, iniziare a mettersi alla prova.
A differenza di noi adulti, i bambini sono ancora calati in un
“pensiero magico”, che li vede compartecipi di tutto ciò che li
circonda, senza fratture o separazioni di sorta.
A causa di questo modo di pensare, per loro la solitudine è la
condizione ideale che consente di accedere indisturbati allo stato

73
Capitolo V

contemplativo e in apparenza distaccato, che li porta in un “altro-


ve” ricco di immagini e sensazioni, non ancora colonizzato - come
purtroppo è per noi - dal monopolio del pensiero razionale.

• Fondamentalmente, cosa significa davvero stare da soli?


Tutto dipende dall’uso che fai della solitudine, “stare da solo con
i tuoi pensieri” per esempio vanifica tale valore, perché sono pro-
prio i pensieri, per quanto originali ci possano apparire, a dover
essere eliminati per vivere nello stato contemplativo di cui avreb-
be bisogno costantemente in nostro cervello. In fondo, stare da
soli vuol dire soprattutto abbracciare o farsi abbracciare dal silen-
zio, lasciarsi cadere giù, sempre più giù, fino ad approdare a quel
vuoto, quel nulla che i Saggi riconoscono come la sostanza supre-
ma dell’Essere, il grembo infinito da cui nascono le cose.

• Come si fa a vivere la solitudine anche in una relazione?


Per la maggior parte di noi vivere una relazione amorosa è l’anti-
doto più potente alla solitudine. Ci si mette insieme e insieme si
fa tutto, sul filo dell’entusiasmo di poter condividere con l’altro
un territorio privilegiato, che si difende gelosamente. Poi qualco-
sa cambia: un tradimento, un abbandono, una malattia, un’offe-
sa… E nel dolore si riaffaccia quella sensazione di essere soli.
Ma è una solitudine sofferta, che non ci fa sentire completi, “in-
teri”, come se il partner, ferendoci o andandosene, ci avesse priva-
to della pienezza d’essere che alberga nel profondo di ognuno di
noi. Eppure l’altro non deve essere la stampella cui appoggiarci
o il muro del pianto su cui sfogare le nostre frustrazioni: usare
l’altro come sponda significa tradire il significato profondo del-
la vita a due, che è un’occasione irripetibile di lasciar parlare il
proprio Io, la propria individualità, le proprie forze. E possiamo

74
Come vivere bene la solitudine

farlo se sappiamo difendere uno spazio tutto per noi, in cui con-
tinuare a vivere momenti d’autonomia anche stando in due. Chi
non lo fa è destinato a soffrire. Ma se siamo presenti a noi stessi,
proprio il “rimanere soli” può diventare l’opportunità di guardare
a noi e alla vita con occhi differenti. Solitudine, calma, silenzio:
sono ingredienti necessari per ritrovare dentro di sé quel filo con
la propria interiorità che spesso, nel rapporto a due, sacrifichiamo
a un’idea troppo chiusa della relazione amorosa.

• Si può vincere la solitudine con il lavoro?


Posso essere me stesso sul lavoro? Come faccio a esprimermi al
meglio? Come riuscire a dare un senso significativo alle otto ore
che mi aspettano in ufficio? Come dargli una mia impronta per-
sonale? Sono domande che ci poniamo tutti e alle quali molto
spesso siamo costretti a dare una risposta insoddisfacente.
Non siamo infatti più abituati a ragionare nei termini di un lavo-
ro felice, a pensare che il nostro lavoro sia lo spazio esistenziale in
cui prima di tutto è fondamentale incontrare se stessi, riuscire a
esprimersi e realizzarsi, non solo per il contenuto della nostra at-
tività, ma anche per le relazioni che intessiamo. E lo scotto da
pagare a questa progressiva automatizzazione del lavoro è la so-
litudine: si sente solo chi non si ritiene valorizzato, chi non sa
creare un legame soddisfacente con i propri colleghi, chi pensa
di essere vessato da un principale che non gli lascia spazio, chi non
sa più trovare in ciò che fa una corrispondenza con ciò che è, chi
si accorge che il suo lavoro, invece di sviluppare e stimolare il suo
potenziale creativo, lo inaridisce. Ognuno di noi sente la necessi-
tà di disputare nel lavoro una fondamentale partita con se stesso,
al di là dello stipendio e della carriera.
Per riuscirci non ci resta che imparare a trasformare la solitudine
che accompagna solitamente delusioni e frustrazioni professiona-

75
Capitolo V

li in un trampolino di lancio, una pista di decollo per riuscire a


ritrovare quella necessaria energia creativa che, anche se intorpi-
dita, ci chiede a gran voce di essere accolta e riconosciuta.

• Uomini e donne vivono la solitudine allo stesso modo?


Sembra che all’uomo risulti più difficile accettare la solitudine,
soprattutto se non decisa, ma subita, per esempio, dopo un ab-
bandono. Le donne invece reagiscono molto meglio ai cambia-
menti, assecondando con saggezza le parentesi più o meno lunghe
di solitudine; anzi, addirittura preferendola, una volta che ne co-
minciano ad apprezzare davvero i differenti vantaggi.

• A cosa è dovuta tale differenza?


Innanzitutto al diverso modo con cui i due sessi vivono l’attacca-
mento e il senso di possesso che ne deriva: il maschio è più “terri-
toriale”, ama ciò che è “suo” e quindi vive con maggior difficoltà
il distacco; una donna invece tende ad investire “affettivamente”
e quando una storia si chiude è più capace dell’uomo di voltare
pagina e di intraprendere una nuova avventura di vita, solitudi-
ne compresa. Inoltre una donna, per natura e cultura, è più por-
tata del maschio alla dedizione: restare sola per lei può quindi
rappresentare l’opportunità a lungo rinviata di prendersi cura di
sé, mentre, per la stessa ragione, per lui restare solo può significa-
re “doversi prendere cura” della propria persona.
Lei si sente libera, lui abbandonato. Effetti collaterali? Lui, una
volta vinto il problema, ha più possibilità di diventare uno “zitel-
lo” dal mugugno facile. Lei invece ci riprova, con un consapevole
atteggiamento positivo.
Anni di psicoterapia mi insegnano che negli uomini che hanno
dovuto imparare a stare da soli dopo un abbandono, perdura a

76
Come vivere bene la solitudine

lungo un senso di rancore e inimicizia per le donne. Sentimenti


che, quando sono ben controllati, possono anche manifestarsi at-
traverso una sorta di itinerario obbligato offerto alla partner, con
istruzioni del tipo: di qui non si passa, questo è lo spazio conces-
so, quella porta non si deve mai aprire...
Va benissimo che siamo noi a decidere i nostri confini, ma è pur
vero che un “bell’amore” i confini li ridisegna. Dice un saggio
indiano: “L’amore è un lusso. È abbondanza. Amare significa pos-
sedere così tanta vita che non sai più cosa farne, quindi la condi-
vidi. Amare è traboccare...”
Le donne, è inutile negarlo, sono maestre nel mostrarci l’infinita
capacità di trasformarsi nella vita; noi, purtroppo, tendiamo in-
vece a fissarci sul “cavallo giusto” e di lì diventa davvero difficile
smuoverci. Non c’è niente da fare: le donne hanno un senso della
vita, del suo ciclico rifiorire, molto più profondo degli uomini.
Gli uomini, soprattutto se restano senza la compagna di una vita,
fanno più fatica: o si risposano subito dopo, per evitare la solitu-
dine, o tendono a rinchiudersi in sé.

77
Capitolo VI

Non facciamoci
“bruciare”
dallo stress
Si parla molto di stress e gli si attribuisce
la colpa di tanti malesseri fisici e psichici.
In realtà non è il sovraccarico di impegni
a tenerci in questo stato di allarme dannoso,
ma il fatto che disperdiamo energie vitali
rincorrendo obiettivi esterni e non importanti.
Possiamo svolgere tanti compiti insieme,
se sono in armonia con la nostra natura,
altrimenti l’impegno usura il corpo e lo spirito.

79
Capitolo VI

T utti, prima o poi, lo abbiamo


sperimentato: lo stress è un disturbo
subdolo, che si insinua gradualmente,
occupando poco a poco il nostro orizzonte
mentale. All’inizio è uno stato di
attivazione dei meccanismi fisici e psichici
per rispondere a una situazione percepita
come rischiosa. Quando però diventa
permanente, crea una condizione di
“usura” che può essere all’origine di una
serie di disturbi. Lo stress nasce soprattutto
dalla tendenza a bruciare la nostra
energia all’esterno di noi, anziché
investirla per stare bene con noi stessi.
Il nostro cervello è attrezzato per far fronte
a compiti diversi contemporaneamente.
Ma questo sforzo multiplo è efficace
solamente se è in sintonia con noi stessi,
con quello che vogliamo davvero. Se ciò
che facciamo corrisponde al progetto già
scritto nel nostro “seme”, allora le nostre
azioni non ci costano fatica né usura.
Tutto avviene in maniera naturale.
Ed è questa naturalezza che ci serve per
riuscire a vincere lo stress.
80
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

• Di stress si parla sempre molto. Ma come si può definirlo,


in termini medici?
Lo stress è uno stato di maggiore attivazione dell’organismo ri-
spetto alla norma, come risposta di adattamento a situazioni e
contesti percepiti come problematici o pericolosi. A livello fisico
è sostenuto principalmente dagli ormoni adrenalina e cortisolo,
prodotti dalle ghiandole surrenali. Lo stress può essere acuto o
cronico e il suo perdurare nel tempo può portare a diversi sintomi
psicofisici e predisporre all’insorgenza di alcune malattie, tra cui
in particolare quelle gastroenteriche e cardiovascolari.
Lo stress cronico abbassa le difese immunitarie e ci consegna a una
serie impressionante di malattie, dalle allergie all’ipocondria, alla
gastrite, a molte altre. Però lo stress è un evento naturale, addirit-
tura positivo in molti casi, perché attiva le nostre capacità di ri-
sposta agli eventi e ci rende vivi.

• Come lo si può riconoscere?


Lo stress è costituito da uno stato di allerta che ha, almeno all’i-
nizio, una funzione importante e salutare: il soggetto sente la pre-
senza di pericoli, oggettivi o immaginari, ma in ogni caso vissuti
sempre come reali, che mettono a rischio il suo equilibrio psico-
emotivo oppure di condizioni che richiedono una risposta imme-
diata ed efficace. Di conseguenza si “allerta” per essere in grado di
superare queste situazioni. Tuttavia lo stress può trasformarsi, da
stato temporaneo di attivazione delle risorse, a una condizione
patologica di continua ansia o sovraffaticamento psichico, del tut-
to slegata e lontana da una qualunque funzione utile.
Lo stress si esprime di solito attraverso sintomi psichici come an-
sia, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, tic; oppure
fisici come tensione muscolare, cefalea, gastrite, ipertensione, co-
lite, dermatite, tachicardie, stanchezza cronica.

81
Capitolo VI

• Quali sono i soggetti più a rischio?


Alcuni individui sono predisposti a soffrire in particolare di situa-
zioni di stress. Sono le persone che sopravvalutano le proprie ri-
sorse e la propria resistenza psicofisica e si sottopongono a ritmi
frenetici. Oppure le persone che fanno un lavoro di servizio agli
altri, dandosi in modo eccessivo, senza concedersi sufficienti spa-
zi per la propria vita personale e per il necessario riposo.
Ne soffrono anche gli individui che sono costretti dalle circostan-
ze ad adattarsi a situazioni nelle quali non possono esprimersi in
modo spontaneo. Infine rischiano di soffrire di stress coloro che
hanno un bisogno continuo di emozioni molto intense ed estreme
per sentirsi vivi; vogliono essere messi sempre “sotto pressione”
(per esempio, sul lavoro o in un rapporto sentimentale) per non
annoiarsi e per paura di trovarsi a dover vivere il vuoto interiore.

• Dal punto di vista psicologico quali sono


le cause dello stress?
La psicologia definisce lo stress come una situazione di costante
pressione, di continua tensione emotiva. Il problema può dipen-
dere dalle relazioni con gli altri, dalla necessità di essere sempre
più produttivi ed efficienti, dalla capacità di uniformarsi a tem-
pi e modi d’azione incalzanti e innaturali. Alcune statistiche sono
illuminanti in proposito. In cima alla lista dei fattori di stress c’è
la situazione lavorativa, ma non è da escludere anche la perdita o
la mancanza di un impiego. A questi motivi sociali si aggiungono
anche le diverse insoddisfazioni di ordine affettivo (per esempio,
la mancanza di un partner o una relazione sentimentale piatta e
poco appagante) oppure familiare (e spesso il disturbo si acuisce
in prossimità delle vacanze o delle festività, quando siamo per
forza di cose quasi costretti e stare a contatto con parenti poco
graditi e condividere con loro determinati momenti e situazioni).

82
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

• Lavoro, sentimenti, famiglia... Quindi le cause a monte


del disagio stanno tutte in un rapporto sbagliato con il
mondo che ci circonda?
Decisamente. Lo stress ha sempre origine da una relazione distor-
ta con la realtà, nella quale non riusciamo più a vivere con calma
e serenità. Meglio ancora, nasce dall’abitudine, così comune di
questi tempi, a spendere totalmente la nostra energia all’esterno
di noi, anziché investirla per stare bene soprattutto con noi stessi.
Così ci troviamo a rincorrere mille obiettivi (la carriera, la bella
famiglia, l’amore giusto, la perfetta forma fisica), disperdendo tut-
ta la vitalità invece di nutrircene e di farne tesoro per realizzare la
nostra natura. In questo senso, quelle che abbiamo citato sin qui
(doveri familiari, lavorativi, tensioni relazionali) sono in realtà solo
concause ed eventi scatenanti, puramente accidentali.
L’errore è il volerci proiettare totalmente in una serie di cose da
fare, di risultati da raggiungere. Così si rischia di perdere di vista
l’essenza, e questo rappresenta la peggior violenza che noi stessi
possiamo condannarci a subire.

• Come dire che gli obiettivi sono sempre


negativi e ci rovinano...
Come ogni altra cosa, non sono in sé buoni o cattivi. Il vero pro-
blema non è dare un aggettivo che definisca una realtà, illuden-
dosi così di averla sotto controllo. I guai reali nascono quando
dell’obiettivo si fa una fissazione, senza preoccuparci di sentire
se il nostro proposito veramente ci corrisponde.
Mi spiego meglio con un esempio. Un albero ha in sé il proprio
progetto di vita futura, sin da quando inizia a germogliare nella
terra. Così, l’organismo adulto è già completamente contenuto
all’interno del seme, con una precisione davvero incredibile.
Di stagione in stagione, il seme diventa albero, foglia, frutto per

83
Capitolo VI

tornare nuovamente ancora una volta seme. Questo è il suo scopo:


compiere il ciclo vitale, diventare adulto, tornare nella terra.
In tutto questo non c’è nessuno sforzo da fare, perché la pianta
segue il suo progetto, e la sua energia è tutta convogliata nel tra-
sformare in materia vivente l’idea che era già interamente conte-
nuta nel seme. Tutto avviene in maniera assolutamente naturale.
Ed è proprio di questa naturalezza che avremmo bisogno per vin-
cere lo stress o per non arrivare a provarlo.

• Ma come si fa a essere naturali quando la società, i capi,


persino la famiglia ti chiedono prestazioni sempre più
alte e un impegno sempre crescente?
Focalizziamoci sul termine “prestazione”, perché è da qui che ha
origine il danno. Pensiamo di dover fare fronte a tutto, senza “mol-
lare mai”. E tutto quanto deve essere fatto alla perfezione.
È così che ci sentiamo sotto pressione, talvolta timorosi di non
saper affrontare al meglio la situazione, di non essere in grado di
gestire un numero sempre crescente di eventi. Ma è la logica del
risultato che ci rovina, non la quantità di impegni da svolgere e
da portare a termine. Gli studi più recenti di neurologia hanno
dimostrato che il nostro cervello è programmato per svolgere più
compiti contemporaneamente, una capacità questa che è ancora
sviluppatissima nei bambini. Anzi, facendo più cose insieme si
creano nuovi circuiti neuronali, si aprono altri spazi d’azione e si
attivano delle riserve di energia che nemmeno noi pensavamo di
avere. Cos’è dunque che ci stressa? A sfibrarci e a farci usurare non
è il lavoro in sé. Possiamo fare una cosa oppure mille, la sostan-
za non cambia. Ciò che conta è che sia la “nostra” sostanza.
Abituiamoci a pensare che se ogni comportamento è in comple-
ta armonia con la nostra natura essenziale non può che farci del
bene. Solo così anche i più piccoli gesti possono cambiare in me-

84
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

glio il nostro universo interiore e portare avanti la realizzazione


della nostra essenza naturale. E lo stress non può mettere radici,
indipendentemente dal numero di impegni che ci assumiamo.

• Però, facendo più cose insieme, si rischia di precipitare


nel caos, aggiungendo nuove occasioni di tensione
emotiva...
È importante ricordare che non bisogna temere il caos. In esso,
infatti, si nascondono, inaspettatamente, infinite possibilità cre-
ative. Al contrario, volere sempre tutto in ordine limita la mente
in una serie di percorsi obbligati e da qui nasce solo malessere.
Tempo fa una paziente mi confidava che, più d’ogni altra cosa,
detestava il disordine che i suoi figli lasciavano in casa e che il solo
pensiero di mettere a posto la confusione altrui la mandava in
crisi. Si sentiva sola di fronte a quei cumuli di vestiti da appende-
re, di giocattoli da sistemare, di scarpe da lucidare.
Spesso passava le sue poche ore libere dal lavoro a rigovernare e
aveva la sensazione che a uno stress (quello dell’ufficio) se ne ag-
giungesse un altro (quello dei lavori domestici).
«Dottore, mi sento un automa» mi diceva. Le ho consigliato di
provare a cambiare i suoi gesti abituali. Di lasciare il disordine dei
bambini così com’era, nelle loro camerette, di osservarlo mentre i
bimbi ci giocavano, resistendo all’impulso, più o meno forte, di
intervenire per sistemare tutto ordinatamente nella stanza.
Dopo qualche giorno, la mia paziente aveva imparato a conviver-
ci, riprendendo anche a giocare con i figli invece di sgridarli e di
dare loro una regola da seguire nei propri comportamenti.
Gradualmente le è venuto il desiderio di fare cose nuove. E dopo
qualche mese ha deciso di lasciare il suo lavoro come segretaria per
aprire un proprio negozio di decoupage, mettendo a frutto un suo
hobby che aveva trascurato per troppo tempo.

85
Capitolo VI

Oggi è una donna felice e non sa più che cosa sia lo stress. Dunque,
quando il caos bussa alla nostra porta, non spaventiamoci.
A questo proposito, ricordiamoci delle parole che diceva Nietzsche:
«Ci vuole il caos perché nasca una stella».

• A volte si ha la sensazione che ci sia la tendenza ad


abusare del termine “stress”, come se fosse la parola
magica per spiegare ogni disagio, tensione o disturbo…
In effetti il termine “stress” è ormai parte del lessico quotidiano di
tutti, senza distinzione di ceto sociale, di educazione, di cultura.
«Non riesco a dormire, sono sempre stanco e il mal di testa mi
perseguita...», «Non preoccuparti, sarà solo un po’ di stress».
Quante volte capita di ascoltare un dialogo simile o anche di pren-
dervi parte? Basta salire in tram in un orario di punta qualsiasi per
ascoltare, anche più volte al giorno, i discorsi di persone che si
lamentano per il troppo stress di cui sono vittime.
Ciò significa che questa parola, più che un reale disturbo, come
la psicologia lo definiva in origine, sta diventando il simbolo di
una condizione esistenziale, tanto da essere usata per spiegare la
genesi di qualsiasi disagio. Alla lunga, però, può diventare persino
un alibi: «Cosa vuoi, siamo tutti molto stressati...»: ecco la frase
tipica dell’uomo del terzo millennio, che nasconde le proprie in-
soddisfazioni dietro una giustificazione banale e comoda, ampia-
mente condivisibile da tutto il resto della popolazione.

• Secondo numerose ricerche internazionali, lo stress è


causa di molti disturbi. C’è qualcosa di vero in tutto
questo? O siamo sempre nella logica dell’alibi?
Lo stress esiste, e tutti prima o poi lo abbiamo sperimentato. Il
nocciolo della questione non è negarne la presenza o invocarlo a

86
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

giustificazione di eventi che altrimenti non si potrebbero spiegare.


La soluzione sta piuttosto nel trovare un modo per evitare che lo
stress ci colpisca o, peggio ancora, che si fissi dentro di noi come
un’attitudine mentale, come un modo stabile per guardare il mon-
do e per rapportarci alla realtà. Se questo avviene iniziano i guai:
il disagio può somatizzarsi e presentare il conto sotto forma di
cefalea, mal di stomaco, difficoltà di concentrazione...
La casistica dei possibili disturbi provocati dallo stress è molto
varia e dipende dalle emozioni in gioco: così, per esempio, se una
persona sotto pressione cerca di razionalizzare ogni suo impulso,
facilmente verrà colpito da un’emicrania, che dà voce alla neces-
sità di lasciar fluire le proprie emozioni represse.
Osserviamo il linguaggio scientifico: anche sui giornali di più lar-
go consumo si parla sempre più spesso di “stress ossidativo” per
definire quella condizione di usura alla quale vanno incontro le
cellule bombardate da sostanze chimiche dannose e da atteggia-
menti mentali “inquinanti”. L’esistenza di questo fenomeno è la
netta dimostrazione di come lo stress sia in grado di sedimentarsi
all’interno di ogni nostra singola cellula, organo o apparato, con-
dannandoli a invecchiare anzitempo e a deteriorarsi con molto
anticipo. E questo effetto, come è stato ormai purtroppo provato,
può essere anche l’anticamera del cancro.

• Ma come possiamo proteggerci?


La prima buona norma per difendersi è riattivare la creatività.
Quando siamo aperti verso il mondo, pronti ad accogliere ogni
cosa e a guardarla con curiosità, allora lo stress non riesce ad
attecchire, perché non ci lasciamo andare a compiti abitudinari.
Ciò che ci fa stare male sono le resistenze mentali che mettiamo
fra noi e la realizzazione di quello che ci proponiamo di fare op-
pure di quello che ci impongono. Infatti quando cerchiamo di

87
Capitolo VI

contrastare le cose che ci succedono, convogliamo tutta la nostra


energia nell’atto stesso di opporci e così la “bruciamo”.
In questo modo la creatività si blocca, fino a esaurirsi completa-
mente. E il nostro obiettivo, che in una condizione di libertà
mentale avremmo raggiunto con molta più facilità e senza alcuno
spreco d’energie, da un granello di sabbia si trasforma in un’im-
ponente montagna invalicabile.

• Per molte persone è faticoso abbandonare le proprie


“resistenze”. Ma se questo è il presupposto per riattivare
la creatività, si innesca un circolo vizioso difficile da
spezzare...
Quando le abitudini e le convinzioni sedimentano da anni, può
essere arduo uscirne. Perché esse ci trasmettono sicurezza, ci fanno
sentire protetti, ci offrono un facile parametro di confronto per
giudicare i differenti eventi, e decidere se sono “positivi” o “nega-
tivi” e se possiamo prendervi parte o è meglio lasciar perdere.
Per cominciare a disintossicarsi dalle abitudini, consiglio sempre
ai miei pazienti di iniziare da piccole cose, come provare ad alzare
lo sguardo quando passeggiano, anziché tenere gli occhi fissi da-
vanti a sé o, peggio ancora, rivolti verso terra.
Così possono scoprire, insieme a una città diversa, anche un nuo-
vo e differente punto di vista, che muta, anche solo di un aspetto,
giorno dopo giorno. Questo li aiuta molto a uscire dalle solite
logiche. Anche cambiare percorso e strada per andare al lavoro,
assaggiare qualche alimento mai mangiato prima, indossare un
colore mai osato, sono operazioni che aprono il proprio essere
al nuovo. E questo è il presupposto essenziale per abbandonare le
proprie resistenze mentali, mutare la prospettiva di vita e diven-
tare cedevoli, bloccando prima e eliminando poi, i meccanismi
che sono alla base dello stress.

88
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

• Ricapitolando: dobbiamo buttare via le convinzioni,


gettare alle ortiche le abitudini, dimenticare il punto di
vista di sempre. Ma la nostra personalità che fine fa in
questo percorso?
Se il processo è ben assimilato, dovrebbe piano piano sgretolarsi.
Ma non c’è nulla da temere in tutto questo, perché il concetto
stesso di “personalità” dovrebbe essere rimesso in discussione.
Siamo abituati a definire la personalità come quell’insieme di ca-
ratteristiche che, pensiamo, ci rendono inconfondibili agli occhi
degli altri: la bellezza, la gentilezza, l’amabilità oppure al contrario
la rigidezza, l’egoismo, la scortesia. Ma attraverso questo schema
si crea solamente un’idea esteriore di noi, solo un’apparenza su-
perficiale, mentre la nostra essenza, quella vera e reale, sfugge.
Finiamo in tal modo per costruirci una gabbia dorata, fatta di
aggettivi, ai quali uniformare il nostro comportamento per non
“annullare il nostro carattere”. E non riusciamo davvero a com-
prendere che attraverso questa strada, il “carattere” annulla noi, la
nostra essenza profonda. È questo che ci impedisce poi di rappor-
tarci serenamente con il resto del mondo.

• A forza di essere cedevoli, non c’è il rischio


di perdere se stessi?
Al contrario. La cedevolezza ci aiuta a esplorare nuovi orizzonti, a
dare spazio ad aspetti di noi assolutamente inediti. Se la resisten-
za al cambiamento genera stress, la cedevolezza invece fa sboc-
ciare la quiete, la calma e la tranquillità. Attenzione però, non è
una forma di rassegnazione e non è neanche un banale uniformar-
si a un diktat, da qualsiasi parte provenga. È solo un abbandonar-
si consapevole alle forze che abitano dentro di noi, che sanno già
dove portarci per la nostra stessa realizzazione e felicità.
Al contrario, rimanere attaccati alle nostre convinzioni, ripetere

89
Capitolo VI

sempre i soliti gesti, opporre sempre i medesimi “no” a ogni even-


to imprevisto ci chiude in una fortezza di finte certezze che, alla
lunga, ci può portare al soffocamento.

• Quindi bisogna diventare passivi, inerti...


Anche se così fosse, la passività in realtà racchiude preziosi tesori.
Lao Tze, il grande filosofo cinese, diceva: «Il saggio non fa nulla e
cambia il mondo». Ma la passività in questo senso non va intesa
come la vocazione a non fare nulla.
Piuttosto, la passività di cui parla Lao Tze si identifica con il sa-
persi lasciar trasportare dal gran fiume della Vita, anziché cercare
di bloccare il suo flusso con inutili e sterili pregiudizi.
Se la Vita ci chiede di cambiare, accogliamo il suggerimento. In
questo senso anche lo stress, così come tutti i disagi che ci pos-
sono capitare, può darci delle buone idee...

• Facciamo un esempio. In ufficio stiamo scrivendo una


relazione molto importante. Il telefono squilla e il capo
ci desidera al più presto nel suo ufficio. Lungo il
corridoio una collega ci ricorda che stanno per scadere
i termini di consegna di un altro progetto. Meglio
selezionare o essere cedevoli e fare tutto insieme?
Una routine come quella descritta è comune a molte persone.
Anche alle casalinghe, per le quali cambiano le incombenze ma
non il fatto di trovarsi di fronte a una lunga serie di compiti da
eseguire contemporaneamente e in tempi molto rapidi.
Il senso comune imporrebbe di preparare un elenco di priorità,
partendo dalle cose più urgenti per arrivare a quelle che possono
tranquillamente aspettare.
La versione “evoluta” di questo consiglio suggerisce di stilare una

90
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

scaletta sulla base di considerazioni di merito, per stabilire le pri-


orità dei compiti che dobbiamo eseguire: prima le cose più im-
portanti, poi tutte quelle secondarie.
Queste modalità di approccio sono entrambe errate. Essere cede-
voli, in una situazione come questa appena descritta, significa
saper accogliere i compiti da svolgere man mano che arrivano,
senza sovrapporre le nostre valutazioni e considerazioni perso-
nali. Così le cose da sbrigare sono semplicemente quello che
sono, senza che si colorino di aspettative positive o negative.
Agire subito, senza rimandare: questo è il segreto antistress. Che
ci consente di intervenire su più fronti contemporaneamente, sen-
za per questo sentirci sempre sotto pressione.

• Ma purtroppo le scadenze esistono e bisogna


farvi fronte... E più sono urgenti, più il cervello
rischia il black out.
In effetti le scadenze rientrano tra le prime e più frequenti cause
di stress. Ma questo accade solo perché avere un termine preciso
e inderogabile spezza il flusso naturale del tempo, che per sua
natura è invece ininterrotto e continuo.
È un’operazione di per sé innaturale, come porre una diga al cor-
so di un fiume. Per questo crea un’eccessiva pressione.
Ci costringe a compiere un’azione dannosissima: attaccare e stac-
care l’attenzione da ciò che stiamo facendo, distraendoci dalla
sostanza dell’azione per proiettarci in una diversa dimensione tem-
porale (il futuro, rappresentato dalla fatidica data e ora di consegna)
che ancora non esiste. È questo portarci lontano dal presente che
principalmente provoca lo stress.
Se riuscissimo a stare del tutto nel presente, completamente in-
tenti al nostro compito, ci accorgeremmo di quanto l’azione inin-
terrotta sia facile, fluida, concentrata.

91
Capitolo VI

• E allora quando ci sentiamo sotto pressione,


cosa dovremmo fare? C’è un consiglio pratico,
da poter mettere in pratica anche in ufficio?
Rallentare. Imparare a essere presenti in qualsiasi nostra azione,
anche quella apparentemente più insignificante come buttare la
carta nel cestino o archiviare i documenti che non servono più.
Concentriamoci sul gesto che stiamo compiendo: dilatando i tem-
pi di ogni azione, impariamo ad apprezzarne pienamente il valore,
cosa che in situazioni di massima allerta spesso si perde di vista.
Non dimentichiamo mai che ogni nostro atto si fissa saldamente
nella mente. Per questo osservarci mentre compiamo un’azione è
già un notevole atto terapeutico, perché può cambiare la chimica
del cervello, regalandoci impressioni di benessere e vitalità invece
che sensazioni di ansia e sconforto. Evitiamo dunque in ogni si-
tuazione della giornata di fare le cose con la testa altrove, cerchia-
mo di stare completamente presenti a noi stessi, in ogni circostan-
za. Solo così l’idea può diventare materia, senza costarci sforzo,
perché corrisponde a un meccanismo naturale. Siamo lì con il
corpo e anche con la mente: così non si può creare quel dualismo
che spesso ci danneggia.

• Così possiamo proteggerci anche dallo stress da routine?


Se si apprende come restituire un senso profondo a ogni gesto, si
impara anche a guardare ciascuna azione come se fosse completa-
mente nuova, anche se è stata ripetuta centinaia di volte in ma-
niera apparentemente identica.
Meglio ancora, ci si rende conto che la routine non esiste realmen-
te, perché ciascuno di noi è nuovo e diverso ogni giorno, anche se
compie sempre le stesse azioni.
Purtroppo, però, la società contemporanea si è aggrappata a dei
modelli precisi e ha perso di vista la qualità unica e irripetibile di

92
Non facciamoci “bruciare” dallo stress

ogni evento che ci può capitare quotidianamente. Una qualità che


è tanto più radicata quanto più si è disposti a guardare a se stessi
ogni giorno con stupore e voglia di imparare.
Lo stress negativo, quello che ci fa ammalare, in realtà è solo il
sintomo di una direzione sbagliata che stiamo dando alla nostra
esistenza, ingabbiata in attività routinarie nelle quali non si espri-
me mai la nostra vera natura.
Tutte le azioni che compiamo per compiacere gli altri o con lo
scopo di seguire progetti sbagliati, rischiano di esaurirci. Non è
vero che l’energia svanisce: l’energia vitale è sempre dentro di
noi. Siamo noi che non la usiamo, non le consentiamo di espri-
mersi nel modo in cui potrebbe farlo.
Allora la soluzione non è il riposo, ma la capacità di buttarsi sen-
za risparmio in ciò che amiamo: attività creative, un lavoro fatto
con passione, un amore che non si piega alla routine o alle con-
venzioni. Bisogna agire di più e meglio, questo scaccia lo stress!

93
Capitolo VII

L’amore è gioia:
evitiamo che
ci faccia soffrire
L’amore è fonte delle gioie più grandi
ma anche dei tormenti più acuti.
Eros è una forza spontanea e istintiva
che non ama schemi, legami e attaccamento.
Lo stato di grazia che ci innalza al paradiso
non dipende dal partner a cui ci leghiamo
ma da una forza naturale che sgorga in noi.
L’errore sta nel voler incanalare quest’energia
e pretendere che l’amore sia come l’immaginiamo.

95
Capitolo VII

P erché l’amore che ci fa provare le gioie del


paradiso ci fa anche soffrire le pene
dell’inferno? La beatitudine che ci pervade
nasce dalla grande energia generata dalla
condizione amorosa, che ci trasforma e ci fa
sentire diversi, vicini alla nostra essenza
naturale. Poi subentra il desiderio di
incanalare la relazione nei binari dettati
dalla ragione, dalle abitudini, dalle
tradizioni. Pensiamo di sapere come
dovrebbe essere l’amore “vero” e come
dovrebbe comportarsi il partner “giusto”.
Ci fissiamo sulla persona a cui abbiamo
attribuito la nostra felicità, sulle abitudini,
sui ruoli; diventiamo ansiosi e possessivi.
Soffriamo per gelosia, tradimento o
abbandono. Come evitare tali dolori?
Cerchiamo di vivere l’amore senza volerlo
guidare; accettiamo che cambi nel tempo e
che ci cambi. Non creiamo dipendenza dal
partner e non insistiamo a proiettare a tutti
i costi il legame nel futuro, perché spesso le
nostre aspettative non tengono conto dei
desideri dell’altro e rischiano di soffocarlo in
un’atmosfera opprimente.
96
L’amore è gioia: evitiamo che ci faccia soffrire

• Perché spesso si finisce a soffrire per amore?


Per dare una risposta possiamo risalire al notissimo mito greco che
ha come protagonisti Eros e Psiche. Eros, dio dell’amore, si inna-
mora di una bellissima ragazza, Psiche. Ma non le svela il proprio
volto e chiede alla giovane di non cercare mai di guardarlo in viso
o di scoprire chi fosse. Ogni notte si incontrano e nel buio pro-
fondo vivono una bruciante passione. Psiche è contenta, ma le
sorelle le insinuano l’idea che il suo amante non voglia mostrare
il proprio viso perché ha un aspetto mostruoso. La ragazza comin-
cia a essere tormentata da questo dubbio e una notte accende una
lampada per guardare in faccia l’amato che stava dormendo.
Eros si sveglia e fugge immediatamente in volo. Così si chiude la
prima parte di questo lungo racconto mitologico. L’interpretazio-
ne del mito è semplice: amore e ragione non vanno d’accordo.
L’amore abita nel buio dell’inconscio, non può essere analizzato
alla luce della ragione, perché non ne segue le regole. Questo
spiega molte delle ragioni della sofferenza provocata dai rapporti
amorosi. Si soffre perché si cerca di interpretare Eros secondo le
regole della ragione, lo si incatena a schemi che non gli apparten-
gono. Eros è passione irrazionale, segue il proprio istinto e non le
aspettative che ci siamo creati nei suoi confronti.

• L’amore, in fondo, che cos’è?


L’amore è un viaggio alla scoperta di se stessi e, come in tutti i
viaggi, l’importante non è la meta a cui si arriva; neppure sono
fondamentali i viaggiatori che ci accompagnano. Ciò che conta
è il percorso in sé e cercare di viverlo pienamente. L’innamora-
mento è il segnale di partenza di questo viaggio, che ci dà la spin-
ta iniziale. Poi comincia l’esplorazione, affidata a noi stessi. Ogni
viaggio ci offre la possibilità di crescere nella conoscenza del mon-
do e nell’autoconsapevolezza, ma perché ciò possa accadere bisogna

97
Capitolo VII

sbarazzarsi delle idee preconcette, rimanere aperti e flessibili, di-


sponibili ad accogliere il cambiamento. In caso contrario il nostro
viaggio rischia di trasformarsi in un vero e proprio inferno. Le
pene di questo inferno sono appunto le sofferenze d’amore.

• Però, anche se il rapporto d’amore finisce male,


nella fase dell’innamoramento ci sentiamo in paradiso…
Lo stato di grazia prodotto dall’innamoramento non dipende dal-
la persona su cui riversiamo il nostro affetto, dalle sue qualità o
dal suo comportamento. Nonostante tutto quello che ci è stato
raccontato dalla retorica dell’amore, quella fase travolgente non è
dovuta a un rapporto “speciale”, a una situazione unica, all’incon-
tro con la persona “giusta”. È invece il frutto dell’onda neurochi-
mica generata dallo stato amoroso che entra in circolo, trasforma
le nostre percezioni e ci fa sentire diversi. Il fuoco dell’amore ci fa
trascendere il nostro piccolo io particolare, apre una finestra sull’u-
niverso, attiva la nostra creatività. Per questo ci sentiamo in para-
diso. Ma la nostra razionalità non accetta facilmente di essere
scalzata dalla passione istintiva. I condizionamenti familiari e i
modelli culturali che abbiamo in mente ben presto si mettono in
azione e influenzano i nostri atteggiamenti. Pensiamo di sapere
come dovrebbe essere l’amore e quando lo incontriamo cerchia-
mo di incanalarlo in uno schema ben definito. Pretendiamo che
il comportamento del partner corrisponda a questo schema, al
ruolo che gli abbiamo assegnato. E qui cominciano i problemi…

• Quando e perché si comincia ad uscire dalla fase


“paradisiaca” dell’innamoramento?
Quando vogliamo cristallizzare le sensazioni che ci hanno fatto
felici, farle diventare assolute. In questo modo rinunciamo alla

98
L’amore è gioia: evitiamo che ci faccia soffrire

potenza trasformatrice dell’amore, al rinnovamento, alla crescita


e all’espansione della coscienza che ne derivano.
Dimentichiamo che lo stato di grazia che ci rendeva così felici
derivava proprio dal cambiamento prepotente che l’innamorarsi
aveva attivato dentro di noi. Invece ci immobilizziamo, ci fissiamo
sulla persona a cui abbiamo attribuito il merito della nostra feli-
cità, sulla storia che stiamo vivendo, sulle abitudini che si sono
create. Diventiamo dipendenti da quella persona; siamo ansiosi
e gelosi. Regrediamo a uno stato affettivo infantile.
A questo punto la gioia rischia di trasformarsi in angoscia. Per
uscire da questo stato occorre distogliere l’attenzione dalla perso-
na amata, dalle abitudini che ci ostiniamo a ripetere; bisogna ap-
profittare dell’occasione per attivare la creatività, dar corso a nuo-
ve iniziative e attività nella vita quotidiana, in modo da non
dipendere esclusivamente dal partner.

• L’errore sta dunque nel voler “controllare” l’amore?


Per definizione l’amore non è controllabile, proprio perché la mol-
la che lo fa scattare va in controtendenza rispetto al modo di vi-
vere quotidiano, tutto centrato sul controllo delle situazioni e
delle emozioni. Dentro di noi c’è una forza istintiva che ci spin-
gerebbe a esplorare tutte le sfaccettature delle nostre potenzialità
per scoprire e attuare i talenti personali. Ma la nostra mente ra-
zionale ama procedere lungo sentieri pianificati e fa resistenza.
Perciò andiamo alla ricerca di amori facili, senza rischi, senza sfor-
zi, senza sofferenza.
Amori plastificati, sterilizzati, che non interferiscano più di tanto
con la nostra vita abituale, con i nostri ruoli, le nostre relazioni
sociali, la cerchia delle abitudini consolidate. Vogliamo un amore
che non ci costringa a guardarci dentro, a rimettere in discussione
le nostre priorità o, peggio ancora, a cambiare.

99
Capitolo VII

• Quali sono gli sbagli più comuni che bisogna evitare


nella vita a due?
Il primo grande pericolo che mina la serenità di coppia è l’ansia
di perdere il “possesso” del partner. Il pensiero costantemente con-
centrato sulla preoccupazione di non poter controllare i movimen-
ti della persona amata scatena un vero e proprio stress psicofisico,
che sottrae energia alla vita, alla cura di se stessi, alle amicizie, alla
professione. Un altro rischio è rappresentato dalla tentazione di
un continuo confronto con esperienze già vissute.
Infatti la difficoltà a staccarsi dal nostro passato amoroso e la ten-
denza a depositarlo come un lenzuolo grigio sul presente impove-
riscono la capacità di vivere giorno per giorno ciò che accade con
la persona che attualmente ci sta accanto.
E lo stesso vale per il vizio di voler proiettare a tutti i costi il lega-
me nel futuro, perché spesso le nostre aspettative non tengono
conto dei desideri dell’altro e rischiano di soffocarlo in un’atmo-
sfera opprimente.

• Perché è sempre in agguato il timore che l’altro


ci tradisca?
Perché spesso i partner vengono visti come dei talismani che han-
no lo scopo di nutrire il nostro benessere.
Il terrore ingiustificato del tradimento, fisico o psicologico, è
quindi un modo per scaricare sull’altro i nostri fantasmi e per
portare all’esterno la nostra insicurezza.

• Come viene vissuto oggi il tradimento?


Attualmente si arriva a pensare al tradimento in chiave costruttiva:
come momento che può essere potenzialmente “positivo” per la
coppia, nella psicologia del piacere e del desiderio. Anche se il

100
L’amore è gioia: evitiamo che ci faccia soffrire

tradimento è un potente segnale di disagio, può comunque risul-


tare un’opportunità di evoluzione. In pratica, può essere uno scos-
sone per mettere in discussione un rapporto ormai congelato dal-
le abitudini e dalla ripetitività. Col risultato di salvarlo con
“iniezioni” di nuovi entusiasmi, oppure di voltare pagina e di
mettere fine consapevolmente a una relazione che si è irrimedia-
bilmente esaurita, ma che risultava difficile da spezzare.

• È possibile che si trasformi anche in


un’occasione di crescita?
Certo, a patto che si impari a far fluire l’amore con maggiore li-
bertà, a lasciare che si manifesti in maniera naturale, seguendo non
percorsi già tracciati, ma le strade dell’improvvisazione e dell’istin-
to. Abituandoci anche all’idea che l’amore, come tutti gli esseri
viventi, può nascere, crescere, invecchiare e morire. Opporsi a
questo circolo non può che generare sofferenza.

• Come si può superare il tradimento?


Non si può mai dire che il tradimento sia imputabile solo a uno
dei partner e che l’altro si ritrovi totalmente nel ruolo di vittima.
A ciascuno spetta una sorta di “compito” psicologico: se il tradi-
tore è quello che si prende la responsabilità di rivedere il rapporto,
chi subisce l’adulterio può reagire cercando di ricostruire il legame
o decidere di romperlo, scegliendo un’altra strada. È però eviden-
te che, in entrambi i casi, il tradimento innesca un meccanismo
di revisione profonda dei sentimenti e può anche avere un conte-
nuto costruttivo. In effetti, l’amante talora riesce ad attivare mec-
canismi di metamorfosi e a rinverdire certi stimoli psicofisici che
sembravano irrimediabilmente spenti e che, se si tratta di un adul-
terio “a termine”, possono ravvivare la coppia ufficiale.

101
Capitolo VII

Non va poi dimenticato che quando si consuma un tradimento,


non solo la vittima dell’adulterio soffre, ma anche chi “mette le
corna” non è esente da ricadute emotive. La rottura di un legame
affettivo, l’umiliazione agli occhi del partner e di eventuali figli,
critiche da parte della famiglia d’origine, degli amici e dei colleghi
e, nel caso di separazione, l’affidamento della prole al partner “vit-
tima” e l’obbligo di andarsene da casa generano una catena di
sensi di colpa molto gravosa.
A volte il tradimento nasconde una sorta di fascinazione che ha
ben poco a che vedere con l’amore: una storia parallela a quella
ufficiale ci trasporta in un idillio romantico che ci permette di
affacciarci su mondi nuovi; è una specie di “infanzia sentimentale”
che ci fa rivivere l’adolescenza e la giovinezza con tutta la loro
carica di energie, di libertà, di opportunità di trasgressione.

• Quanto influisce la gelosia sul rapporto di coppia?


La gelosia, fino a qualche anno fa, nell’epoca della coppia aperta
propagandata dalla liberalizzazione dei codici sessuali, veniva vista
come un sentimento reazionario, che apparteneva a un modo an-
tiquato di intendere la relazione a due.
Eppure anche la gelosia è una forza naturale con la quale dobbia-
mo imparare a fare i conti. Nella vita si possono anche creare si-
tuazioni di passione o di amore “esclusivi” che perdurano per mesi
o anni; in questi casi, nei quali l’appagamento è completo e pro-
fondo, la fedeltà supportata da una “sana” gelosia diventa una
scelta naturale, libera e assolutamente appagante. All’interno di
un rapporto di coppia esclusivo ci si sente a proprio agio e si ha la
possibilità di esprimere totalmente e stessi, senza sacrifici. Ma non
è una situazione che deve durare per forza tutta la vita, o che si
verifica in tutte le coppie. Però è anche la conferma che la mono-
gamia può esistere e avere una sua ragione d’essere.

102
L’amore è gioia: evitiamo che ci faccia soffrire

La gelosia è un sentimento umano, con il quale si può serenamen-


te convivere. Non escludiamola da rapporto, ma nemmeno vivia-
mola come un ingrediente indispensabile dell’amore.

• Ma in generale litigare fa bene o divide?


Reprimere le energie, anche quelle che esplodono durante una
lite fra innamorati, non fa mai bene: trattenute nel corpo e nel-
la mente, le forze frenate ristagnano, generando malessere e de-
lusione. Per questo è meglio manifestare le insoddisfazioni ine-
spresse, le rabbie non sfogate, i torti subiti e non segnalati all’altro.
Quando l’amore ci costringe a “mandare sempre giù” e ci obbliga
a giocare un ruolo che non sentiamo nostro, corpo e mente rea-
giscono con segnali psicosomatici, come l’ansia, l’insonnia e il calo
del desiderio. Ecco perché le coppie “perfette”, quelle che non
litigano mai, in realtà si sobbarcano un immane lavoro mentale
per non far trasparire nulla all’esterno.
In questo tipo di rapporti si vive, per così dire, una falsa quiete
che spesso nasconde un universo di energie negate, che alla fine
esploderanno spazzando via le imposizioni cerebrali.

• È vero che nella coppia bisogna sempre sviscerare


i problemi parlandone e cercando insieme la soluzione?
La comunicazione verbale all’interno della coppia è importante,
ma non deve fagocitare tutto il rapporto: parlare sempre e troppo,
dirsi tutto, confessare ogni minimo dettaglio toglie fascino al rap-
porto. Troppe parole, troppi pensieri e troppe elucubrazioni men-
tali non fanno bene all’amore né all’eros. Anche gli eccessivi dub-
bi e i ripensamenti non nutrono il rapporto perché tolgono
spontaneità alla comunicazione, soprattutto quella non verbale,
che passa attraverso gli sguardi e le carezze. Se crediamo di far

103
Capitolo VII

funzionare la coppia sviscerandone tutti i misteri, permettendo


cioè al cervello di parlare al posto del cuore, rendiamo scontati
prima di tutto noi stessi e, di conseguenza, anche la nostra storia.
In coppia bisogna anche imparare a restare in silenzio. L’amore
sano deve sapere concedere spazio anche ad altri momenti, a isole
di individualità, di interessi esclusivamente personali. Per questo
nelle case in cui vive una coppia sarebbe utile che ciascuno dei
due avesse uno spazio privato, anche solo una scrivania o un
piccolo armadio, per riporre libri, ricordi, lettere, da usare come
isola assolutamente personale e inviolabile.

• Spesso l’amore finisce e questo provoca la maggiore


sofferenza…
Dalla fine di un amore scaturiscono malinconia, tristezza, dolore,
rabbia e paura. Sentimenti che ci fanno soffrire. Proviamo un
dolore acuto perché non consideriamo l’altro aspetto della situa-
zione, e cioè che se il rapporto è arrivato a conclusione significa
che non era più una relazione creativa e positiva. Quindi, anche
se può sembrare paradossale, è meglio che un amore ormai morto
sia stato troncato. La maggior parte delle volte invece ci si ostina
a chiedersi perché è finito, di chi sia la colpa, cosa si poteva fare
per evitarlo. Tali ragionamenti non fanno altro che tenere il cer-
vello impegnato su questi pensieri e quindi prolungano nel tempo
il dolore e lo acutizzano.

• Ci sono dei segnali che ci avvertono quando una


passione è al tramonto?
Non ci sono parole, gesti o sintomi precisi che rivelino la fine di
un rapporto. Ci sono amori che finiscono dall’oggi al domani,
senza alcuna avvisaglia o segno premonitore.

104
L’amore è gioia: evitiamo che ci faccia soffrire

Altri si chiudono dopo mesi o addirittura anni di sofferenza. Ma


in tutti i casi si potrà constatare che l’amore finisce perché non
corrisponde più alla nostra esigenza di rispecchiarci nell’altro e di
far affiorare la nostra vera essenza. È diventato cioè attaccamento,
ripetitività, abitudine, non più amore.

• Per quali motivi un amore finisce? Si va sempre


a cercare di chi sia la colpa…
Non ci sono colpevoli e innocenti, vittime e carnefici. In molte
coppie il legame nasce per amore ma poi viene mantenuto in vita
per bisogno e per abitudine. Magari col tempo sfumano l’eros, la
passione e l’entusiasmo, ma si conservano la stabilità, la sicurezza,
la fiducia. Non si può parlare in questi casi di amore, ma di “di-
samore condiviso” e accettato consapevolmente da entrambi. Fin-
ché uno dei due non decide di spezzare il rapporto.
In genere la responsabilità di ciò che succede in seguito alla rot-
tura di una relazione si attribuisce sempre a chi lascia il partner.
Ma non è così. Una storia finisce perché l’alchimia si era spenta
e in questo senso l’abbandono è la cosa migliore che potesse
accadere a chi è stato lasciato, perché costringe a interrompere
una fase “morta” e obbliga a dare il via a un periodo più vitale e
più personale, anche se all’inizio contrassegnato dalla sofferenza.
Se la smettiamo di lamentarci, di rimuginare su quello che è suc-
cesso, se evitiamo di rimpiangere l’amore perduto e di ripiegarci
su noi stessi e su quello è stato, allora tutto diventa possibile e la
sofferenza si allevia in modo spontaneo.

105
Capitolo VIII

Alla radice
delle malattie
I disagi fisici hanno la loro causa profonda
nelle “sofferenze” dell’anima.
All’origine c’è uno squilibrio nel modo
di rapportarsi alla realtà, alla vita, a se stessi.
Ogni organo ha un suo proprio linguaggio:
la condizione della pelle ci segnala, per esempio,
qual è il nostro rapporto con gli altri.
E quando lo stomaco soffre, ci avvisa
di una situazione che proprio“non digerisce”.
Impariamo dunque ad ascoltare i “messaggi”
che arrivano dal nostro corpo.

107
Capitolo VIII

L a medicina ci ha sempre insegnato a


considerare psiche e corpo come due entità
separate. In realtà non è così: mente e fisico
si influenzano a vicenda. Ecco perché dietro
ogni disagio fisico si nasconde un’attitudine
mentale sbagliata. Mal di testa, insonnia,
ipertensione, colite e persino sovrappeso e
cellulite sono segnali corporei da non
sottovalutare. Se cogliamo le ragioni e le
cause di tali malesseri, possiamo agire e
ritrovare, oltre all’equilibrio fisico perduto,
anche la serenità e la gioia di vivere.
I disturbi sono la forma attraverso cui ogni
singola parte del nostro corpo ci segnala una
situazione di disagio. Questo ci permette di
dare una lettura più profonda del malessere,
che non si limita a cercare di “spegnerlo”
con i farmaci, ma si propone di intervenire
per rimuoverne le cause. Ogni organo ha il
suo linguaggio particolare, legato alle sue
specifiche funzioni fisiologiche e anche al
significato simbolico che da sempre si
attribuisce a quella parte dell’organismo.
Per star bene dobbiamo imparare a capire i
“messaggi” che arrivano dal nostro corpo.
108
Alla radice delle malattie

• Spesso i malesseri psicologici si svelano attraverso


i disturbi del corpo. Perché?
Qualsiasi disagio fisico ha in realtà le sue radici profonde in una
sofferenza dell’anima. Può trattarsi di disturbi importanti o di
banali fastidi quotidiani, ma al fondo c’è sempre uno squilibrio
nel modo di rapportarsi alla realtà, agli altri, a se stessi e alla pro-
pria natura. In ultima analisi, alla vita. Il perché è presto detto:
l’essere umano è un’unità inscindibile di psiche e soma. Sbaglia la
medicina ufficiale, che ci ha abituato a pensare di essere formati
da due entità distinte, quasi senza contatto reciproco. La mente è
corpo e il corpo è mente. È una legge nota a tutte le tradizioni
orientali, che ora anche la cultura occidentale sta rivalutando.

• Quindi la mente influenza il corpo…


Sì, ma non si tratta solo di capire quale delle due componenti
eserciti un influsso sull’altra. Si tratta invece di comprendere quan-
to siano interdipendenti. Sono una cosa sola ed è per questo che
l’origine di molti disturbi fisici va cercata nella mente. Tanto più
che la psiche guida lo stile di vita e ci conduce ad abitudini errate,
alimentari o di altro tipo, che creano terreno fertile alla malattia.
Analogamente, un corpo poco amato o trascurato può generare
disturbi psicologici. Chiedersi se predomini la materia o la psiche
è come domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina...

• Prendiamo ad esempio lo stress: c’è chi somatizza nello


stomaco, chi si fa prendere dal mal di testa… Ma come
mai i disagi della mente si depositano in un luogo del
corpo piuttosto che in un altro?
Prima di tutto non bisogna dimenticare che ogni disagio della
mente può avere cause diverse e sfumature differenti. A questo

109
Capitolo VIII

primo elemento di differenziazione se ne aggiunge un altro: ogni


nostro organo ha un suo linguaggio specifico. Per esempio la pel-
le è il nostro confine con il mondo e quindi il suo stato di salute
ci parla del nostro rapporto con gli altri. Così una persona che è
sotto stress perché costretta a convivere con relazioni interperso-
nali che non le corrispondono, somatizzerà la tensione con un
disturbo dermatologico. Mentre qualcun altro, che subisce gli
effetti negativi di una situazione che proprio“non digerisce”, fa-
cilmente soffrirà di gastrite o di pesantezza digestiva.

• Secondo le statistiche l’insonnia è un disturbo in


costante aumento. Da che cosa nasce?
Nasce dal fatto che non si segue la propria natura, in favore di
un’esistenza programmata per fare ciò che altri (anche la propria
razionalità) hanno deciso. Chi soffre d’insonnia non utilizza bene
la propria energia, sprecandola in occupazioni che non gli cor-
rispondono. Così passa la giornata a tenere sotto chiave quelle
emozioni che, se esplodessero, getterebbero all’aria questo precario
castello di carte, per trovare una dimensione più vicina alla sua
vera natura. E così, nottetempo, l’energia sprecata torna a farci
visita, richiamando l’attenzione su un’esistenza che ha bisogno di
un rinnovamento profondo.

• Ma c’è chi non si addormenta facilmente, chi si sveglia


prima del tempo… Che significato hanno questi tipi
diversi di insonnia?
Chi non riesce a prendere sonno, in genere è una persona che vive
“a mezzo servizio”, nel senso che non si concede di sperimentare
fino in fondo emozioni e sentimenti. Preso dalla necessità di ap-
parire sempre impeccabile, razionale e affidabile, non riesce ad

110
Alla radice delle malattie

abbandonarsi alla propria parte istintiva e così finisce per reprime-


re la rabbia, l’aggressività e persino la passione. Queste compo-
nenti chiedono allora spazio durante la notte e così lasciarsi anda-
re al sonno diventa impossibile. Spesso questa tipologia d’insonni
comprende persone che hanno subito una forte delusione affetti-
va, tale da far loro temere persino di trovare l’amore, perché una
nuova storia potrebbe portare l’ennesima delusione…

• Perché accade di svegliarsi anzitempo?


Di solito questo tipo d’insonnia colpisce gli ansiosi. La “sveglia
anticipata” è tipica di chi pensa di avere troppe cose da fare e
troppo poco tempo per farle. Simbolicamente è un tentativo di
far cominciare prima la giornata, cedendo al timore di non riusci-
re a fronteggiare tutti gli impegni. Entrambe le tipologie di inson-
nia possono però nascondere un’angoscia di morte, anche se que-
sto non va sempre inteso in senso letterale. La paura in gioco è
quella di “far morire” uno stile di vita inadeguato (quello che,
appunto, sta alla base dei disturbi del sonno) al quale si è abitua-
ti e nel quale ci si è tutto sommato accomodati.

• Ancora una volta sono sotto accusa le abitudini…


Soprattutto quando sono così radicate da trasformarsi in uno sti-
le di vita stabile, in un pozzo di certezze fasulle. In queste circo-
stanze il disturbo arriva per spostare l’attenzione dalla routine
mentale, una delle principali cause di malessere nel nostro mondo.

• Che cosa si può fare per recuperare un buon rapporto


con il riposo notturno?
Provare, giorno dopo giorno, ad affidarsi alle proprie sensazioni.

111
Capitolo VIII

Lasciarle fluire, senza giudicarle, offrendo loro una valvola di sfo-


go. La sfida è imparare a lasciarsi andare, resistendo alla tenta-
zione di tenere tutto sotto controllo. Sentiamo il desiderio di
reagire a una provocazione, di esprimere rabbia, aggressività, pre-
occupazione? Osserviamo l’impulso, lasciamolo vivere dentro di
noi. Se vogliamo, diamogli spazio. Gradualmente, riusciremo ad
appropriarci di quella quota emotiva che normalmente non sfrut-
tiamo. E così riacquisteremo anche il piacere di riposare, abban-
donandoci al sonno come quando eravamo piccoli.

• Che cosa si può fare prima di andare a letto per


addormentarsi più facilmente?
Un massaggio antistress, che scioglie le tensioni accumulate du-
rante la giornata e favorisce l’abbandono al sonno. Distesi a letto,
si massaggia in senso circolare il centro della fronte, per qualche
minuto. Poi si compie lo stesso gesto sotto il mento, infine intor-
no all’ombelico. Il massaggio può essere ripetuto più volte, fino a
quando si avverte un piacevole stato di rilassamento. Questa ope-
razione mette in contatto le energie alte (quelle della mente razio-
nale, responsabili dell’insonnia) con le energie istintive (localizza-
te nell’area della pancia, sono le forze degli istinti primari, come
il nutrimento e il sonno). Il contatto crea un equilibrio, facendo
fluire il sovraccarico energetico dalla mente al ventre.
Come tra vasi comunicanti, l’energia si distribuisce in maniera
armonica e questo è sufficiente ad allentare la pressione. Questo
massaggio è utile anche a chi soffre di colite, disturbo che di soli-
to peggiora nei momenti di stress.

• Di quale disagio psicologico è espressione la colite?


La colite segnala un conflitto nel modo di vivere gli istinti prima-

112
Alla radice delle malattie

ri. Soprattutto le pulsioni sessuali, vissute come sporche, inaccet-


tabili. Di solito chi soffre di colite probabilmente ha una vita
sessuale insoddisfacente, per quantità o qualità. Così, per l’ogget-
tiva mancanza di un partner o per timore di essere giudicati, de-
sideri e fantasie vengono ricacciati in un angolo. E quando la
tensione diventa eccessiva, il sintomo porta alla luce un disagio
ben più profondo. Bisogna recuperare la dimensione naturale
dell’eros, una forza che abita in noi e prescinde dalle valutazioni
di merito. La sua funzione non è la procreazione, come secoli di
cultura cattolica ci hanno abituato a pensare. È un’energia creati-
va che, in quanto tale, esula da qualsiasi giudizio della mente.

• E veniamo ai disturbi che si manifestano sulla pelle:


prurito, eczema, dermatite. Cosa esprimono?
L’aspetto singolare di molte patologie dermatologiche è che spesso
non hanno un’origine chiaramente individuabile. È facile intuire
quanto possa essere difficile curarle e risolverle in modo definitivo con
i metodi della dermatologia classica. In questi casi può essere molto
utile una psicoterapia, o comunque è necessario prendere consapevo-
lezza che la radice del problema non è organica ma psicologica.

• Quali sono le cause psicologiche più probabili?


La pelle reca i segni delle nostre relazioni con gli altri e con
l’ambiente. Una dermatite o un eczema possono rivelare senti-
menti molto forti, repressi e nascosti dietro una corazza fatta di
buone maniere e di sani principi. Che si tratti di un’intensa cari-
ca erotica o di una forte aggressività, il risultato non cambia: l’e-
pidermide, organo di contatto tra noi e il mondo, si fa carico di
rendere esplicito e ben visibile quel “fuoco” che non ci consentia-
mo di esprimere nella vita di tutti i giorni

113
Capitolo VIII

• Se la causa sta nel vivere in modo sbagliato i rapporti


interpersonali, che cosa si può fare per migliorarli?
È utile esprimere sentimenti ed emozioni, consentendoci di viver-
li quando si presentano. Quanto alle relazioni problematiche,
spesso ci si illude che parlandone a lungo e con più persone si
possa avere un miglioramento. Non è così. Cercare spiegazioni per
un torto subito, per esempio, non serve a nulla e non aiuta a sta-
re meglio. Io posso anche arrivare a capire che una persona è
sgarbata perché ha avuto un’infanzia difficile, perché i suoi geni-
tori l’hanno trattata male e così la sua capacità di relazionarsi agli
altri non è cresciuta in maniera armoniosa. Il fatto che sia sgarba-
ta però resta, e il dolore che mi ha provocato con la sua condotta
permane. La giustificazione non può bastare a lenirlo.

• E allora non bisogna scusare più nessuno?


Più che altro bisogna smettere di chiedersi perché. È una parola
che ci porta inevitabilmente fuori tempo, che ci sospende tra un
passato che dovrebbe fornire la spiegazione di un comportamen-
to e un futuro che si spera rechi con sé la soluzione del problema.
Ma a che prezzo? Vivere fuori tempo è un errore che non possiamo
permetterci di compiere. Piuttosto, lasciamo il dolore lì dove si
trova, assaporiamolo senza riserve e fino in fondo. Lentamente lo
vedremo svanire. Ricordiamoci sempre che noi viviamo qui, ades-
so. Altro tempo non è concesso. Quando avremo compreso questo,
potremo fare tutto e il contrario di tutto, perché ogni nostro atto
sarà una scelta consapevole.

• Esistono anche delle patologie dermatologiche di origine


allergica. In cosa si differenziano?
Come per tutte le forme allergiche, eczemi atopici, dermatiti da

114
Alla radice delle malattie

contatto e orticaria, nascono da un iperfunzionamento del sistema


immunitario. In condizioni normali le sostanze che scatenano la
crisi allergica non sarebbero pericolose. Ma quando le difese sono
troppo attive, l’organismo le riconosce come nemiche e così si
scatena la reazione. Da un punto di vista simbolico, l’allergia
rivela la necessità inconscia di alzare una barriera contro l’ester-
no, per proteggersi da ogni possibile attacco, reale o fittizio che
sia. Come in un gioco di specchi, l’allergia esprime l’aggressività
del soggetto, una rabbia negata e repressa, causata da eventi o si-
tuazioni dolorose che l’allergico ha deciso di rimuovere.
Questa aggressività trova sfogo solo nel sintomo allergico, che
potrà regredire quando il paziente riuscirà a riequilibrare il suo
rapporto con gli altri e con il mondo.

• Come i disturbi della pelle, così anche cefalee


ed emicranie sono spesso difficili da vincere…
Hanno la medesima origine?
No. Talvolta cefalea ed emicrania possono dipendere da una spe-
cifica intolleranza alimentare. I cibi solitamente incriminati sono
i crostacei, i formaggi a lunga fermentazione, i vini oppure i con-
servanti. Nella maggioranza dei casi però la loro azione si innesta
su una base psicosomatica. Per questo i farmaci spesso non sono
sufficienti: calmano il dolore, diradano gli attacchi, ma non ga-
rantiscono una soluzione efficace e definitiva.

• Quali sono le cause del problema?


Il mal di testa è tipico delle persone troppo razionali, che pensano
e programmano molto. Sempre attente a non farsi sfuggire nessun
dettaglio, amano valutare i pro e i contro di ogni situazione, in
modo preciso e minuzioso.

115
Capitolo VIII

Tanto minuzioso che rischiano talvolta di perdere il momento


buono per agire, creando delle resistenze a eventi o situazioni. In
genere chi soffre di mal di testa è una persona dai mille interessi,
soprattutto culturali, e la sua mente è sempre in movimento, sem-
pre piena di nozioni. La cefalea compare quando i pensieri che
affollano la testa sono troppi e bloccano il fluire dell’azione.

• Molti hanno ma di testa quando cambia il tempo, altri


durante il weekend. Come mai?
Non esiste un solo tipo di cefalea. Il quadro che abbiamo traccia-
to vale in linea generale per tutti i cefalalgici, ma il disturbo si
presenta in modo diverso a seconda degli eventi o degli aspetti
della vita ai quali il soggetto oppone resistenza.
Così, chi soffre nel fine settimana è tanto preso dalle sue incom-
benze quotidiane da non riuscire a sfruttare il riposo del weekend.
Inconsciamente è come se ci si opponesse al vuoto di occupazioni,
all’inerzia. Come se non si riuscisse a staccare, a trovare un ritmo
ideale che consentisse di gestire in modo fluido l’alternanza idea-
le tra doveri e svago. Questa attitudine si ritrova, leggermente
modificata, anche nelle persone meteoropatiche.
In questo caso si applica una strenua resistenza al cambiamento,
nell’illusione che mantenersi ancorati alla routine sia il modo mi-
gliore di assicurarsi tranquillità e benessere.

• Ostinarsi a ripetere gli stessi gesti danneggia la salute?


La routine può essere accolta come parte integrante della vita quo-
tidiana, perché spesso è inevitabile doversi confrontare con la ri-
petitività di gesti e azioni. Ma deve essere accettata con consape-
volezza. Possiamo fare qualsiasi cosa, purché siamo consapevoli di
ciò che stiamo facendo. Questo equivale a dire che non possiamo

116
Alla radice delle malattie

cercare delle certezze in ciò che abbiamo già fatto: la nostra sicu-
rezza prescinde dai facili schematismi. Altrimenti rischiamo di
diventare delle fotocopie di noi stessi, perdendo la qualità unica e
irripetibile di ogni gesto e parola.

• Molto spesso la cefalea si accompagna all’ipertensione.


C’è un legame simbolico tra le due affezioni?
Al di là di un innegabile nesso organico (il mal di testa può essere
la diretta conseguenza della pressione alta) la connessione forte tra
i due disturbi deve essere letta anzitutto da un punto di vista sim-
bolico e psicosomatico. L’iperteso risente infatti di un eccessivo
controllo di sentimenti e sensazioni, assai simile a quello speri-
mentato da molti cefalalgici. Per non perdere l’equilibrio emotivo
e la lucidità di fronte ad avvenimenti imprevisti e potenzialmente
destabilizzanti, l’iperteso si irrigidisce, ponendo la ragione al di
sopra qualsiasi esigenza. Ma il sangue, il fluido della vita che rac-
coglie tutte le emozioni, si ribella a questa chiusura rigida. E, at-
traverso l’ipertensione, rivendica alle emozioni il loro posto, ne-
gato con forza e decisione così a lungo.

• Che cosa può fare chi soffre di mal di testa?


Questi pazienti dovrebbero innanzi tutto imparare a “staccare” la
mente. Prima di prendere qualsiasi decisione, dovrebbero ferma-
re il flusso dei pensieri, il turbinio della mente razionale e delle
sue valutazioni. Solo così bloccheranno la spirale di giudizi che
intasa la mente, generando disagio. Più di tutto, è necessario che
si astengano dalla tentazione di classificare gli eventi e di anticipa-
re il possibile esito di ogni mossa. La vita non è una partita a
scacchi, non conosce strategie e non accetta che la si freni, divi-
dendo il mondo in “bene” e “male”.

117
Capitolo VIII

• Anche l’alimentazione è importante nella cura


di queste patologie?
Cefalalgici e ipertesi hanno bisogno di una dieta naturale, ricca di
alimenti freschi. Questo consente di recuperare, anche attraverso
i cibi, il contatto con quella dimensione naturale che la prevalen-
za dell’aspetto mentale inevitabilmente pone in ombra. Ecco al-
lora che nutrirsi di vegetali biologici, evitare le vivande conserva-
te e industriali, limitare gli zuccheri, le carni e i grassi allo stretto
necessario diventa un percorso simbolico alla ricerca delle proprie
radici, così facilmente dimenticate da chi fa della razionalità la
propria impenetrabile corazza.

• Uno tra i problemi fisici più diffusi tra le donne


è la cellulite. Ha anch’essa radici psicologiche?
I vecchi dicevano che la cellulite è “amore andato a male” e non
sbagliavano. In genere la cellulite è associata a una rinuncia della
sessualità, a un blocco della vita affettiva, alla rinuncia precoce al
desiderio. Non a caso il disturbo è localizzato prevalentemente
nella parte bassa del corpo, dove simbolicamente hanno sede gli
istinti. Il corpo sembra dividersi in due: dalla vita in su è snello,
proporzionato. Dall’ombelico in giù appare appesantito, sforma-
to. Invece di fluire in maniera armoniosa, l’energia si blocca sulle
cosce, sui fianchi, proprio dove si concentra la femminilità. La
pelle, luogo delle carezze e del piacere, forma dei cuscinetti, cre-
ando una sorta di “corazza”, per proteggere dalle emozioni repres-
se. Diventando meno sensibile, l’epidermide affetta da cellulite
allontana sensazioni temute e potenzialmente destabilizzanti.

• Esiste una via per prevenire tutti questi disagi fisici?


È la via tracciata da tutti i grandi Saggi, una strada apparentemen-

118
Alla radice delle malattie

te difficile da seguire ma in realtà di una semplicità disarmante.


Per stare bene, nel corpo e nella mente, bisogna cercare, cercare
sempre, senza respingere mai nessun pensiero o desiderio che si
affacci alla nostra mente. Evitiamo di giudicarci, di colpevoliz-
zarci ogni volta che abbiamo la tentazione di essere diversi, di fare
cose nuove, di esplorare orizzonti sconosciuti.
Anche nei comportamenti che ci sembrano strani, inconsueti, c’è
una voce che ci chiama, che ci vuole spingere a veleggiare al di là
delle colonne d’Ercole, rinunciando alle abitudini, alle facili ras-
sicurazioni, alle soluzioni di comodo.
Che ci piaccia o no, tutti navighiamo nel gran mare della Vita,
come l’eroe omerico. E stare a galla o naufragare è sempre e sol-
tanto una scelta nostra.

119
Capitolo IX

Gli atteggiamenti
sbagliati che
fanno ingrassare
Ormai è risaputo che il sovrappeso
non è semplicemente una questione di calorie,
di dieta o di regime alimentare.
Si ingrassa perché con il cibo si riempiono
bisogni emotivi e carenze affettive.
Per controllare il peso dobbiamo prima di tutto
scoprire qual è il vuoto che vogliamo colmare.
La causa può essere una vita piatta e senza stimoli;
si dimagrisce facendo cose che appassionano.

121
Capitolo IX

I n tempi di abbondanza di cibo, non si mangia


tanto per fame ma per rabbia, solitudine, noia,
abitudine, mancanza d’affetto, volontà di
trasgressione. Il sovrappeso nasce dunque da un
errato rapporto con il cibo e da una serie di
atteggiamenti mentali, legati a ragioni emotive e
affettive. Mangiare serve come compensazione,
gratificazione, difesa. Per perdere peso bisogna
evitare di cercare una valvola di sfogo nel cibo,
come se riempiendo il piatto e lo stomaco
potessimo annullare ansie, insicurezze,
frustrazioni. Ma la causa del sovrappeso spesso è
anche la mancanza di “passioni” che vivacizzino
le giornate. Cercando un’esistenza tranquilla e
senza rischi, otteniamo una vita piatta e senza
stimoli. Il metabolismo si spegne anche dal
versante emotivo; per bruciare i grassi non serve
solo l’attività fisica ma anche quella affettiva.
Non per niente si dimagrisce quando si è
innamorati, si vive un periodo di intense
emozioni o di attività che ci coinvolgono. Le diete
falliscono nella maggior parte dei casi perché sono
basate soprattutto su calcoli quantitativi. Quello
che conta invece è l’atteggiamento mentale. Chi
ha la giusta motivazione dimagrisce senza sforzi.
122
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

• Il sovrappeso è per molte persone un problema fisico


ma anche psicologico. Tanti si chiedono la ragioni
per cui si ingrassa anche quando si cerca di
tenere sotto controllo la propria alimentazione.
Ingrassiamo perché mangiamo troppo e male. Perché mangiamo
per rabbia, solitudine, per noia, per abitudine, per mancanza di
affetto, per inerzia… senza un vero motivo. Mangiamo perché ci
detestiamo. Perché è l’unica maniera che ci è rimasta per trasgre-
dire. Perché abbiamo perso il nostro baricentro. Perché la nostra
vita è sempre uguale. Perché stiamo male con noi stessi. Soprat-
tutto, mangiamo per colmare un vuoto esistenziale. E il cibo è
l’anestetico più immediato a portata di mano.
Dimagrire, in questo ambito concettuale, non è solo una que-
stione di calorie da aggiungere o togliere al nostro regime ali-
mentare. È un problema che va a toccare la persona nella sua
interezza e complessità. La visione psicosomatica dell’uomo, in-
fatti, implica di non separare mai il piano organico da quello
psichico e di considerare sempre l’individuo come un’unità viven-
te. Da questo punto di vista, i problemi emotivo-affettivi e i di-
sturbi organici sono la medesima cosa: un corpo appesantito e
ingrassato è quindi riflesso di una dimensione mentale sofferente,
che compensa con la quantità di cibo la qualità che è venuta a
mancare a livello esistenziale… Dimagrire allora sarà un processo
complesso, che andrà a modificare non solo la nostra forma cor-
porea, ma anche la nostra “forma mentis”: solo cambiando noi
stessi, il nostro modo di pensare, di desiderare, di agire, di essere,
potremo trasformarci realmente. Dimagrire verrà di conseguenza.

• I chili in più quindi non derivano solo


da una dieta sbagliata?
La quantità e la qualità di ciò che si mangia è senza dubbio un

123
Capitolo IX

fattore predisponente importante. Ma non è tutto. Il sovrappeso


nasce piuttosto da una serie di atteggiamenti mentali sbagliati (e
sono tanti), che frenano il fluire dell’energia nei vari distretti cor-
porei, creando ristagni e pesantezza. Il rapporto con il cibo deve
cambiare, soprattutto sul piano della coscienza: nutrire il corpo
significa nutrire anche la mente.
In questo senso è facile capire come un alimento non sia equiva-
lente a un altro. E anche come vi sia un modo di mangiare che
può aiutarci a preservare la linea e il benessere, mantenendo intat-
to l’equilibrio tra la psiche e l’organismo.

• Quali sono gli errori da evitare?


Innanzitutto bisogna evitare di cercare una valvola di sfogo nel
cibo, come se mangiando potessimo annullare ansie, insicurezze,
frustrazioni. Questo comportamento è la palese dimostrazione
della valenza emotiva che attribuiamo agli alimenti. Ricordo il
caso di Anna Maria, vittima di un marito noioso e petulante. Ogni
volta che lui la rimproverava, lei reagiva deprimendosi e mangian-
do paste, cioccolatini e dolci in genere. Come se volesse attutire
con la dolcezza i sentimenti di rabbia e aggressività che provava
verso il marito. Poi una sera a tavola, di fronte alla solita scenata
dell’ora di cena, qualcosa è scattato dentro di lei. Anna Maria ha
capito di essere anche altro oltre alla moglie “di quel signore”. Si
è concentrata sulle sensazioni piacevoli che provava con i suoi
bambini e gradualmente ha ripreso in mano le redini della sua
vita. Dopo due anni, senza fatica, Anna Maria ha perso 20 chili.
E ha ritrovato l’amore per se stessa.
Il suo errore fondamentale è stato il fossilizzarsi in un ruolo, quel-
lo di moglie perfetta, dimenticando di avere dentro di sé una
ricchezza che non poteva certo esaurirsi in un’identità fissa, fittizia.
È uno sbaglio molto comune questo, perché è facile cedere alle

124
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

aspettative di chi ci sta vicino senza chiedersi se siamo veramente


predisposti a soddisfarle. Tutto sommato è comodo, non costa
fatica. È questa inerzia, questa pigrizia a portarci i chili di troppo.
Accomodarsi nelle false certezze induce anche a cucinare sempre
gli stessi cibi, creando un circolo vizioso di abitudini mentali e
alimentari che si trasformano in grasso.

• Che cosa sbagliamo nelle abitudini alimentari?


Una prima riflessione si impone: abbiamo perso ormai il rappor-
to naturale e istintivo con il cibo.
Mangiamo anche quando non abbiamo fame, ingurgitiamo tutto,
automaticamente, perché è ora, senza più seguire le stagioni, me-
scolando i cibi a casaccio. Non sappiamo neppure più che cosa ci
piace e che cosa rifiutiamo e, inoltre, mangiamo in fretta e di
corsa. Senza coscienza, senza consapevolezza.

• Può essere che “bruciamo” troppo poco?


Tra le cause del sovrappeso dobbiamo anche includere una vita
troppo sedentaria, soprattutto emotivamente: conduciamo un’e-
sistenza piatta e senza stimoli. “Mangio normalmente, sto attento,
non mi abbuffo, eppure ingrasso ugualmente” è la situazione ti-
pica di chi conduce una vita fin troppo tranquilla e lo sport, quan-
do va bene, lo guarda solo in televisione.
Ricordiamoci che il metabolismo ha un versante “emotivo” e che
bruciare i grassi è un’operazione sia fisica che affettiva. Perdiamo
peso “senza accorgercene” quando siamo innamorati, quando
viviamo un periodo di vita coinvolgente, ricco di interessi, quan-
do facciamo cose che ci appassionano.
Quando invece cadiamo vittima del mito dei nostri tempi, quello
di una vita “tranquilla e senza problemi”, ecco che a un certo

125
Capitolo IX

punto gli stimoli si azzerano, e finiamo per diventare vittime del


cibo. Rincorriamo con ostinazione questo sogno di tranquillità,
ma quando l’abbiamo raggiunto ci troviamo inspiegabilmente a
ingrassare. Se la stabilità si traduce in una vita piatta e senza sti-
moli, allora non è certo una meta augurabile. Crediamo che il
benessere materiale (la quantità) possa essere sinonimo di benes-
sere emotivo (la qualità) e che tutto questo si realizzi attraverso
una formula standard. In realtà non è così. Ognuno di noi, dentro
di sé, sa che cosa lo anima, che cosa lo fa gioire, vibrare. È una
questione soggettiva, diversa per ciascuno di noi.

• Quindi l’amore è necessario per mantenersi in forma?


Noi tutti abbiamo, prima di tutto, bisogno d’amore. Introduciamo
più calorie del necessario perché ciò di cui davvero abbiamo biso-
gno sono calorie “affettive”. Ma non ne siamo consapevoli.
Lo neghiamo, lo rifiutiamo, non ce ne vogliamo rendere conto.
Molti di noi si rivolgono al dietologo raccontando che nell’arco
della giornata sentono un bisogno irrefrenabile di ingerire cibo.
In questi casi, il più delle volte, non è la qualità, bensì la quantità
di alimenti che li attrae. Tali momenti sono caratterizzati da una
sensazione di “vuoto”, un disagio difficile da definirsi, un dolore
del tutto interiore, una sensazione angosciosa di mancanza.
Ricorrere al cibo diviene allora la modalità più immediata e auto-
matica per tamponare questa angoscia.
Attenzione però. Così facendo riusciamo momentaneamente ad
anestetizzare col cibo le nostre sofferenze, ma inneschiamo un
circolo vizioso molto pericoloso: stiamo male, non ci piacciamo,
soffriamo, ci anestetizziamo mangiando e subito dopo ci sentiamo
in colpa perché peggioriamo la nostra immagine. Così ci piaccia-
mo sempre meno, soffriamo ancora di più… e continuiamo ad
anestetizzarci mangiando. La storia diventa infinita.

126
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

• Dunque mangiamo per colmare un “vuoto” d’amore?


La prima cosa da fare è cercare di interrompere la spirale di cui
siamo prigionieri. Qual è il vuoto insaziabile che abbiamo bisogno
di colmare? Quale abbaglio abbiamo preso nella nostra vita che ci
fa sembrare di avere tutto, ma ci fa sentire sempre più insoddisfat-
ti? Ci dobbiamo porre queste domande per andare via via a incon-
trare i vissuti emotivi che innescano il nostro comportamento
alimentare. Nella cultura consumistica che caratterizza la nostra
epoca siamo continuamente sollecitati e passivamente “imbottiti”
da ciò che i mass media, la pubblicità, i luoghi comuni, decidono
di somministrarci. Questo meccanismo perverso induce falsi bi-
sogni, creando una dimensione collettiva caratterizzata da un vor-
ticoso mutare di valori che ci allontana dalle esigenze profonde e
reali. La soddisfazione dei bisogni apparenti ci sazia superficial-
mente, ma genera un angoscioso vuoto esistenziale.
Dal momento che ogni forma di insicurezza o malessere va alla
ricerca di una possibile compensazione, ecco fare la sua comparsa
la soluzione più innocente: il cibo.
Più innocuo dell’alcol, socialmente più accettato del fumo, cer-
to non dannoso come la droga, il cibo diviene così il sostituto
d’elezione per placare i bisogni insoddisfatti.

• Mangiamo perché siamo insicuri?


Talvolta è un’insicurezza profonda che ci porta a ricorrere inces-
santemente al cibo. Facciamo fatica a salire sulla bilancia per pren-
dere coscienza della realtà del nostro peso, come facciamo fatica a
prendere contatto con altre realtà che ci riguardano. Talvolta l’in-
sicurezza si accompagna a uno stato depressivo dovuto alla costan-
te dimensione di “vulnerabilità emotiva” in cui ci si sente immer-
si. Ecco allora che ingrassare può rappresentare una difesa, una
protezione dalle aggressioni del mondo.

127
Capitolo IX

• La solitudine può portare all’obesità?


La solitudine è un altro aspetto del vuoto esistenziale che spesso
viene colmato ricorrendo agli stravizi alimentari. Faccio come
esempio il caso di Laura, una stimata dirigente di 38 anni; raccon-
tava il suo problema facendo un suggestivo parallelo tra la sua casa
e il suo corpo: alla desolazione di un’abitazione vuota di voci e di
presenze corrispondeva il “buco nello stomaco” che la coglieva
ogni giorno al rientro dal lavoro.
Colmarlo con del cibo che le faceva compagnia significava così
alleviare la sua solitudine esistenziale. “Da quando sono separata
sono sempre sola, non so mai cosa fare d’altro, se non continuare
a mangiare ininterrottamente. Durante la giornata, al lavoro, non
mangio mai. Solo quando sono a casa comincio a ingozzarmi.
Mangio di tutto, come se avessi paura del buco allo stomaco che
sento. Smetto soltanto quando mi metto a letto, al caldo, e così
mi sento meno sola...”. La sua situazione è esemplare, perché il
sovrappeso in questo caso non si risolve certo con la dieta, ma
facendo sì che Laura arrivi ad accettare la sua condizione di soli-
tudine. Essere sola è un’occasione che le consente di scoprire le
sue reali esigenze e la sua vera strada.
Sarà la premessa per riuscire a creare nuovi rapporti, più costrut-
tivi e positivi, con gli altri e con eventuali partner.

• Ci nascondiamo dietro alla nostra grassezza per paura?


I chili di troppo possono anche trasformarsi in un comodo alibi
per non mettersi in gioco e non uscire allo scoperto.
Un corpo fuori forma è un corpo da non mostrare, che ci evita di
essere costretti a competere con gli altri e di esporci a situazioni
che potrebbero essere generatrici di ansia.
Il timore del giudizio, del confronto, di non essere all’altezza
della situazione, di deludere le aspettative dei genitori, di non

128
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

reggere il confronto con il fratello maggiore, sono paure che, se


non vengono affrontate ed elaborate, possono portare il corpo a
cercare la sua soluzione di “fuga”, cioè l’aumento di peso.

• Quindi usiamo il nostro sovrappeso


come una “corazza”?
Un corpo in sovrappeso può anche rappresentare un modo per
rendersi “corazzati” rispetto alle incombenze e responsabilità con
cui è necessario confrontarsi. Un mondo che ricade sulle nostre
spalle necessita di un’adeguata struttura che lo sostenga. Ma se
questo peso è eccessivo, se le nostre forze sono insufficienti, ecco
che il nostro corpo ci mette comunque in condizioni di reggere la
situazione. Attenzione però, perché questa possanza fisica rischia
di trasformarsi in una zavorra che ci lega a una situazione e ci
impedisce di scegliere liberamente dove essere e che cosa fare.

• Mangiamo forse anche per sentirci “potenti”?


Talvolta dietro l’eccessivo aumento di peso corporeo c’è il deside-
rio di competere con una figura familiare vissuta come potente,
dominante, realizzata. Il dimostrare a se stessi che si può essere
altrettanto “grandi” di quanto lo è il nostro modello, può condur-
re infatti a un comportamento che, oltre a esasperare l’aspetto
dell’incorporare cibo (per diventare realmente “voluminosi”), attua
strategie analoghe anche nell’ambito delle relazioni e del lavoro.

• La mancanza o l’insufficienza di una vita sessuale


possono indurre a mangiare per colmare questa lacuna?
Soprattutto nelle donne, la mancanza di una normale ed equili-
brata vita sessuale porta spesso a ricorrere al cibo come sostituto

129
Capitolo IX

di piacere. Si viene a creare un parallelismo simbolico bocca-vagi-


na e stomaco-utero, che traspare chiaramente all’interno di questo
bisogno di cibo e che evidenzia come il corpo ricerchi, attraverso
il piano analogico, gratificazioni anche solo simboliche. In questo
caso, una sessualità negata o colpevolizzata si traduce nella ricerca
di cibo che possa riempire e colmare un vuoto.

• Ingrassiamo anche per la “fame nervosa”?


Capita di vedere persone che hanno sempre in bocca qualcosa. Un
cioccolatino, un cracker, una mela, una caramella… Sembrano
degli instancabili ruminanti. Spesso, dietro a questo comporta-
mento che non lascia spazio a una pausa tra un pasto e l’altro, si
nascondono un forte nervosismo e una grande dose di aggressivi-
tà che viene sfogata “triturando” i cibi.
La rabbia non trova una via diretta di sfogo: non possiamo attac-
care direttamente gli altri, anche quando sarebbe giusto farlo. Al-
lora è il cibo che viene “aggredito” e “vinto”, come se si trattasse
di un vero e proprio scontro.

• Perché le diete falliscono?


È difficile dimagrire e mantenere il giusto peso seguendo una
qualsiasi dieta, se non si cambia contemporaneamente l’atteggia-
mento mentale verso il cibo e, prima di tutto, verso se stessi. Il
punto da cui partire è immaginare che la dieta non sia solo un
processo “quantitativo”. È vero che per dimagrire sarà necessario
mangiare meno e scegliere cibi non troppo calorici, ma è altret-
tanto vero che può funzionare solo se dentro ciascuno di noi nasce
il più ambizioso degli obiettivi: quello di trasformare se stessi.
Bisogna quindi iniziare la dieta con l’idea che stiamo trasforman-
do la nostra vita, che non stiamo solo diventando più magri.

130
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

Dimagrire è certamente un’impresa difficile, ma non impossibile.


Le regole di base sono le solite meno: mangiamo meno, stiamo
attenti ai dolci, evitiamo i cibi troppo calorici e le bevande alcoli-
che o zuccherine. Già in questo modo, agendo sul versante quan-
titativo dell’alimentazione, perderemo peso. Ma il vero problema
nasce a questo punto: come fare a mantenere i risultati raggiunti?
I dati parlano chiaro. Più della metà degli italiani dice di essersi
messo a dieta più volte. E di questi ben il 79% dichiara di aver
fallito e di non aver ottenuto i risultati sperati. «Resisto 4 o 5
giorni, poi sgarro, e pianto tutto lì)…» è quanto dicono normal-
mente le persone che non riescono a portare avanti a lungo il
programma imposto dalle diete.
A questo punto è facile che scattino atteggiamenti autopunitivi
che finiscono con il peggiorare la situazione.
Ci si rimpinza di cibi che fanno ingrassare, ci si veste con minor
cura del solito, si trascura il proprio corpo; le donne saltano l’ap-
puntamento dall’estetista o dal parrucchiere; gli uomini smettono
di fare sport con regolarità. È un serpente che si morde la coda:
si vuole dimagrire e si fanno grandi sacrifici che poi puntual-
mente falliscono. Allora si mangia ancora di più, entrando in un
circolo vizioso davvero infernale.

• Qual è il segreto per non far fallire la dieta?


Affidarsi a un regime dietetico ferreo, avere molta, moltissima
forza di volontà, piuttosto che far ricorso all’aiuto esterno di altre
persone, sono atteggiamenti che, è giusto evidenziarlo, non assi-
curano il successo nel dimagrimento. Garantiscono invece molta
fatica e probabili frustrazioni. Come fare allora? Siamo davvero di
fronte a un vicolo cieco? Assolutamente no.
Abbandoniamo prima di tutto l’ottica quantitativa che sta alla base
della maggior parte delle diete a cui possiamo affidarci. Bisogna

131
Capitolo IX

prestare maggiore attenzione alla “qualità” dei cibi piuttosto che


alla loro quantità. Inoltre, occorre trovare soprattutto la motiva-
zione giusta: il desiderio di trasformarsi, di essere persone nuove,
nella mente e nel corpo, è ciò che può portare al successo. Lo
“sforzo”, la volontà, c’entrano relativamente.
Riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi solo quando sarà ma-
turata in noi la giusta predisposizione, la giusta convinzione. Al-
lora il risultato sarà a portata di mano.

• Qual è l’atteggiamento giusto da adottare


quando si intraprende una dieta?
Le persone in sovrappeso sono oppresse dall’idea ossessiva di non
poter dimagrire. Questa convinzione è già da sola un punto di
partenza sbagliato: è un “peso” psicologico che condiziona il cer-
vello e il metabolismo come un freno al dimagrimento.
Chi ingrassa, infatti, pensa di non farcela a uscire dal suo stile di
vita, ritiene di dover mangiare sempre gli stessi cibi, spera che
saltare i pasti dopo un’abbuffata sia la soluzione.
Di fondo, chi ingrassa si giudica una persona sfortunata, condan-
nata a dover convivere con i chili in più.
In una situazione di rigidità come questa, la psiche rischia di cri-
stallizzarsi: così si diventa unidirezionali, severi, arroccati sulle
proprie convinzioni. E anche il metabolismo si blocca.
L’inconscio non ci ama quando ci ostiniamo a recitare un unico
personaggio e ci invia segnali di disagio, come la malinconia e la
tristezza. E lo stesso fa il nostro corpo, che somatizza il malumore
facendo gonfiare l’addome e modificando il rapporto col cibo: per
questo la fame aumenta e si comincia a cercare conforto nei piat-
ti di pasta o nei vassoi di dolci.
Chi ingrassa non deve ostinarsi a cercare soluzioni esterne a sé,
e non ha nulla da cambiare nella sua vita: può lasciare tutto così

132
Gli atteggiamenti sbagliati che fanno ingrassare

com’è, facendo spazio a immagini che sono già dentro di sé (per


esempio, l’immagine di un corpo sano e ben modellato) che
chiedono solo di trovare posto. La miglior tecnica per ridurre il
peso è diventare cedevoli, uscire dalla gabbia delle certezze e delle
idee preformate. Nella capacità di essere flessibili si nasconde l’i-
nizio del dimagrimento. Non bisogna dimenticare che il corpo
magro è già dentro di noi. Si tratta solo di portarlo alla luce.

• Ma come si può cambiare il proprio


rapporto con il cibo?
Trovando nuovi interessi, cambiando anche di poco il proprio
stile di vita. È utile anche mutare il modo di mangiare. Spesso
siamo troppo presi dalla fretta persino per riuscire ad assaporare
ciò che mettiamo in tavola. Al contrario, annusare a lungo i cibi
prima di portarli alla bocca e masticarli lentamente ci aiuta a pas-
sare dal “divorare” i cibi al gustarli. Questo significa anche man-
giare di meno e staccarci dalla gioia effimera dell’abbuffata per
portarci su un altro tipo di rapporto con il cibo, più salutare.

133
Capitolo X

Lavorare
senza disagi
Stanchezza, frustrazione e noia
colpiscono molte persone sul lavoro.
La professione dovrebbe essere un modo
per realizzare se stessi, e invece
viene spesso vissuta come una sofferenza.
Accade perché soffochiamo la nostra natura
quando svolgiamo compiti che non ci si adattano,
ricopriamo ruoli in cui non ci riconosciamo
e non manifestiamo il nostro talento.

135
Capitolo X

S entirsi sempre stanchi, cercare di far


trascorrere in fretta la settimana in attesa
del venerdì sera. Farsi intrappolare
dall’inquietudine ogni domenica sera,
quando il lunedì è di nuovo in vista.
Sprecare la vita aspettando le ferie e la
pensione. Sono sempre di più le persone, di
tutte le età, che vivono il proprio lavoro
come un disagio o un dovere poco
gratificante, talvolta come un’autentica
persecuzione (che è realmente tale nei casi
di mobbing). Il lavoro è spesso fonte di
malumori, quando non addirittura di
disturbi psicofisici, come ansia, emicrania,
insonnia. Spesso si dà la colpa di questi
disturbi al sovraccarico di impegni, allo
stress. Ma ancora una volta molto dipende
dall’atteggiamento mentale. Quello che ci
usura, più del carico di lavoro, è il dover
sottostare a condizionamenti e al rispetto
forzato di ruoli e regole. Se soffochiamo la
nostra personalità, indossiamo sempre delle
“maschere” e ci facciamo travolgere dalla
routine, i disagi alla fine emergeranno
manifestandosi attraverso disturbi fisici.
136
Lavorare senza disagi

• Come mai oggi, più di un tempo, si fa così fatica


a stare bene al lavoro?
Chi si sente a disagio sul lavoro, di fondo non sta bene con se
stesso. Proviamo ad analizzare i disturbi più diffusi tra i lavorato-
ri: emicrania, insonnia, stress, ansia, talvolta attacchi di panico…
Alla base di tutto c’è un problema di energia trattenuta, di autoim-
posizione di freni, di rigidità. In casi come questi, una situazione
più o meno impegnativa o anche il semplice contatto con gli altri
finiscono col diventare scogli insormontabili.

• Le difficoltà nascono spesso anche da banali


incomprensioni…
Il più delle volte in ambito professionale si sta male perché si co-
munica nel modo sbagliato, senza rendersene conto. Eppure co-
municare efficacemente non significa destreggiarsi con strategie
sofisticate per convincere il nostro interlocutore, utilizzando degli
elaborati messaggi “su misura”. Questo sforzo di ricerca e di ela-
borazione è una fatica inutile: la comunicazione per essere effica-
ce deve rispettare prima di tutto noi stessi e le nostre caratteristiche.
Infatti, ogni volta che formuliamo un pensiero ad alta voce, l’in-
tero equilibrio del corpo subisce una lieve alterazione.
Se la parola è energia, sprecarla o usarla male ci indebolisce e al-
tera la percezione della nostra personalità.
Per esempio: se siamo persone decise e usiamo un tono mellifluo
per “sedurre” il nostro capo, ci obblighiamo a fare qualcosa che
non ci appartiene. È un po’ come se ogni volta calzassimo scarpe
di due numeri più piccole della nostra misura: poco alla volta i
piedi si rattrappiscono.
Sul lavoro, dunque, cerchiamo di parlare come piace a noi, senza
falsare lessico e struttura del discorso.
Esprimiamoci lentamente e dosando le pause. Impariamo anche

137
Capitolo X

a stare di tanto in tanto in silenzio, senza per forza riempire di


parole ogni momento della nostra giornata.

• Spesso ci si protegge da un ambiente di lavoro ostile


adottando un comportamento e un linguaggio formali,
molto controllati. Può essere utile?
No, una comunicazione frenata ingabbia gli istinti e, col tempo,
ci rende innaturali e rigidi. Lo stesso vale per chi pesa troppo le
parole prima di esprimersi, per chi usa frasi tortuose e piene di
subordinate. Anche chi parla troppo veloce, con la preoccupazio-
ne di non riuscire a dire tutto, coltiva una forma di comunicazio-
ne sbagliata, che nel tempo può scatenare l’ansia.

• Serve trincerarsi dietro le frasi fatte?


Anche questo è un falso rimedio, che nasconde la paura di dire
ciò che si pensa veramente. In questo modo si resta troppo aggrap-
pati a un’immagine di noi stessi, alle abitudini, alle dinamiche
conosciute: così si rischiano crisi di panico.

• Ci sono delle regole per riuscire a comunicare


senza generare disagio?
Senz’altro. Per esempio: anche quando siamo davanti a un nostro
superiore, non conserviamo la maschera della persona seria a tut-
ti i costi: qualche battuta innocua, lasciata cadere al momento
opportuno, rende più morbida la comunicazione e ci aiuta a sor-
ridere sulle nostre sviste come su quelle altrui. Le risate in ufficio
sono la miglior medicina per sentirci a nostro agio. Se non ridiamo,
perdiamo un’occasione per stare bene. Il lamento continuo di-
strugge la nostra autostima, perché ci costringe a confrontarci con

138
Lavorare senza disagi

una visione negativa di noi stessi. Un altro sforzo inutile è quello


di volere piacere a tutti, colleghi e superiori: rincorrere l’appro-
vazione altrui è un ulteriore “lavoro” che comporta un notevole
dispendio d’energia e non serve a nulla.

• Un altro grosso, e diffuso, problema di chi lavora è la


stanchezza cronica. Come mai?
L’astenia è un sintomo generico che comprende una serie variega-
ta di disturbi: irritabilità, difficoltà di concentrazione, sonnolenza,
cattivo umore o, in molti casi, vera e propria depressione, aumen-
to o diminuzione dell’appetito, calo del desiderio sessuale.
Ne sono maggiormente colpite soprattutto le donne attorno ai 40
anni e, in più della metà dei casi, alla base c’è, più che una causa
organica, una motivazione psicologica che ha a che fare con la
mancanza di stimoli.
Chi sul lavoro è sempre stanco, e spesso non riesce a risollevarsi
dal torpore anche quando esce dall’ufficio, in realtà sta dando una
risposta personale di rifiuto a un contesto, pesante e monotono,
che gli sta stretto e frustra la sua iniziativa personale, la sua crea-
tività. Il lavoratore sempre stanco è una persona che si frena e che,
evidentemente, non sta esprimendo in pieno se stessa.
Ma la psicologia del “non si può” ci impedisce di essere ciò che
siamo davvero e alla fine ci lascia prostrati e inariditi.
Il problema è che poi, per restare “svegli”, si ricorre a fumo e caf-
fè, si ingurgitano pillole a casaccio. Si entra in un tunnel da cui
poi è faticoso uscire.

• Però, a volte, certe situazioni lavorative agiscono


proprio come dei freni, e non ci si può far nulla…
A meno che si tratti di una situazione veramente vessatoria, come

139
Capitolo X

nei casi di mobbing, si può eliminare questo “blocco” della nostra


vitalità se evitiamo di fissarci sui presunti problemi che ingabbia-
no la nostra energia. Più ci concentriamo su di essi e più stiamo
male. Anche ostinarsi a svolgere compiti contrari alla nostra per-
sonalità e farsi intrappolare negli eccessi di routine sono situazio-
ni che ostacolano il benessere.

• La stanchezza mentale, invece, come nasce?


Quando si è chiarito clinicamente che la stanchezza non deriva da
cause organiche, la si può affrontare da un punto di vista psicolo-
gico. Spesso chi si sente sempre stanco, in particolare sul lavoro,
è la persona che ha la testa affollata da troppi pensieri e vive la
professione come l’ambito in cui non ci si deve lasciar andare mai.
In questi casi, è utile soprattutto un consiglio: bisogna liberarsi
dall’idea, tipica di molti manager, che ripensare costantemente
a un problema pratico sia il modo migliore per risolverlo. Le
soluzioni non arrivano solo dal cervello, anzi: bisogna imparare
a lasciarsi andare, divertirsi, fare attività che coinvolgano il corpo,
come ballare, fare sport, regalarsi un massaggio magari nell’ora
della pausa, e interrompere così il circuito oppressivo pensiero-
stanchezza. Il lavoratore che vive con l’assillo di controllare tutto
spesso è stanco già di mattina: la giornata gli si presenta come un
cammino in salita, che inconsciamente si rifiuta di affrontare. In
questi casi, la stanchezza nasconde una fuga dalle responsabilità.

• Il malessere da lavoro può trasformarsi in vero


e proprio stress?
Nella sua forma neutra, lo stress è una risposta automatica fornita
dall’organismo per cercare di riequilibrare una situazione che av-
verte come uno stimolo esterno e sconosciuto, talvolta difficile da

140
Lavorare senza disagi

padroneggiare. In questa operazione di adattamento vengono mes-


se in gioco le funzioni ormonali, il sistema nervoso e quello im-
munitario. Perché lo stress diventi malattia, e dunque si trasformi
in stress negativo, bisogna che sia di speciale intensità e durata,
che paralizzi le energie in un immobilismo forzato che appare
senza sbocchi. Se poi va a interessare un soggetto già debilitato, è
chiaro che gli effetti saranno ulteriormente amplificati.
Ma sul lavoro si possono produrre anche situazioni di stress
positivo, che ci spinge a potenziare le nostre capacità.
Per esempio quando ci vengono accresciute le mansioni e le re-
sponsabilità, in caso di una promozione, oppure quando ci viene
chiesto di cambiare città o di andare all’estero a fronte di un con-
sistente balzo in avanti di carriera.

• Come si fa a combattere lo stress “cattivo”?


Semplicemente non lo si combatte, perché opporsi significa ag-
giungere altro stress allo stress. Molto meglio allearsi con il nostro
immaginario, e mettere in gioco le energie creative oppresse dal
peso della routine di tutti i giorni. Usare l’immaginario ci aiuta
infatti a smuovere il nostro eccesso di razionalità, il sovrappiù di
rigidità e di autocontrollo. Per riuscirci ci sono degli esercizi ad
hoc, tutti centrati sull’utilizzo di immagini arcaiche legate in ge-
nere alla natura. Quando ci sentiamo sfiancati dallo stress, alla fine
di una giornata super impegnativa, proviamo per esempio a im-
maginare un canyon maestoso solcato da un torrente.
Guardiamo la corrente, che simbolicamente rimanda alle nostre
energie profonde e dinamiche. La roccia, invece, è emblema di
concretezza e sostegno. Facciamoci delle domande: all’interno del
nostro scenario, noi dove siamo? In alto, in cima al canyon? Tra
le rapide? Sul greto del torrente, che però è arido, oppure non
sappiamo dove collocarci?

141
Capitolo X

Rimaniamo per qualche secondo a occhi chiusi, cercando di ve-


derci sempre più chiaramente calati nella scena, e gustiamo l’im-
magine di noi stessi attori della sequenza.

• Quale significato hanno le varie situazioni nelle quali ci


immaginiamo?
La persona che si pone in alto è assillata dall’esigenza di voler
avere ogni cosa sotto controllo: può essere un manager o un diri-
gente, e per uscire dallo stress dovrà immaginare di compiere il
percorso opposto, di cercare di scendere a valle, di immergersi
nell’acqua lasciandosi andare al piacere di un bagno ristoratore.
Il secondo tipo di stress, tipico di chi si vede tra le rapide, è carat-
teristico di chi è sottoposto a continui cambiamenti di programma,
come accade per esempio a operatori di borsa, giornalisti, creativi,
pubblicitari, di frequente vittime di insonnia, vertigini e ansia: in
questi casi lo stress si combatte immaginando se stessi su una
barca sicura o in una pozza d’acqua tranquilla in un’ansa riparata
del fiume, dove si assapora finalmente una sensazione di sicurezza.
Nel terzo caso, quello di chi si vede seduto sul greto di un torren-
te in secca, lo stress è generato dal fatto di sentirsi oppressi dalle
abitudini e da una professione senza più entusiasmo, che gene-
rano stanchezza e apatia: qui l’immagine antistress è rappresen-
tata da un fiume carico d’acqua in seguito a una grande pioggia,
che riporta la vita là dove tutto si era inaridito.
Infine, c’è il caso di chi non riesce a collocarsi: è l’immagine tipi-
ca dei giovani in cerca di un’occupazione o di chi sta tentando di
cambiare lavoro. Per loro si tratta di concentrarsi di nuovo sull’im-
magine di partenza - il canyon con il fiume -, e di riverificare con
calma e attenzione in quale posizione si vorrebbero mettere.

142
Vincere i disagi
Finito di stampare nel mese di agosto 2012
per conto delle Edizioni Riza S.p.A.
da Rotolito Lombarda S.p.A.
20063 Cernusco sul Naviglio (MI)