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Agota Kristof

L'analfabeta
Racconto autobiografico

Edizioni Casagrande
Titolo originale: L'analphabète. Récit autobiographique
Traduzione di Letizia Bolzani
© Editions Zoe, Ginevra, 2004
© Edizioni Casagrande 2005
Terza edizione: aprile 2005
In copertina: Henri Rousseau, L enfant à la poupée, olio su tela, Musée de
l'Orangerie, Parigi
© Foto RMN/Christian Jean Foto dell'autrice: Yvonne Bòhler, Zurigo
Progetto grafico di Marco Zùrcher
ISBN 88-7713-426-7
Indice
Note di copertina............................................................................................. 5
Esordio ........................................................................................................... 6
Dalla parola alla scrittura ................................................................................ 8
Poesie ........................................................................................................... 10
Clownerie ..................................................................................................... 12
Lingua materna e lingue nemiche .................................................................14
La morte di Stalin ......................................................................................... 16
La memoria .................................................................................................. 18
Gente fuori posto .......................................................................................... 20
Il deserto ....................................................................................................... 22
Come si diventa scrittori?.............................................................................. 24
L'analfabeta .................................................................................................. 26
1.
Note di copertina
Undici capitoli per undici episodi della sua vita, dalla bambina che
divora i libri in Ungheria alla scrittura dei primi libri in francese.
L'infanzia felice, la povertà del dopoguerra, gli anni di solitudine in
collegio, la morte di Stalin, la lingua materna e le lingue nemiche (il
tedesco, il russo e in un certo senso anche il francese), la fuga in Austria e
l'arrivo a Losanna, profuga con un bebé.
Quella che Agota Kristof ci racconta nell'Analfabeta è una storia tenera
e spiritosa, asciutta, senza una parola di troppo.

Agota Kristof ha scritto i romanzi Il grande quaderno (uscito da


Guanda nel 1988 con il titolo Quello che resta), la prova (Guanda 1989) e
la terza menzogna, pubblicato insieme ai due libri precedenti da Einaudi
nella Trilogia della città di K. (1998). Nel 1997 Marco Lodoli ha tradotto,
sempre per Einaudi, Ieri, portato sullo schermo da Silvio Soldini con il
titolo Brucio nel vento.
Esordio

Leggo. È come una malattia. Leggo tutto ciò che mi capita sottomano,
sotto gli occhi: giornali, libri di testo, manifesti, pezzi di carta trovati per
strada, ricette di cucina, libri per bambini. Tutto ciò che è a caratteri di
stampa.
Ho quattro anni. La guerra è appena cominciata.
A quell'epoca abitiamo in un paesino privo di stazione, di elettricità, di
acqua corrente, di telefono.
Mio padre è l'unico maestro del paese. Insegna a tutte le classi, dalla
prima alla sesta. Nella stessa aula. La scuola è separata da casa nostra
soltanto dal cortile di ricreazione, e ha le finestre che danno sull'orto di mia
madre. Se mi arrampico, riesco a guardare attraverso i vetri dell'ultima
finestra dell'aula, e vedo tutta la classe, con davanti mio padre, in piedi,
che scrive alla lavagna.
L'aula di mio padre sa di gesso, di inchiostro, di carta, di quiete, di
silenzio, di neve, anche in estate.
La grande cucina di mia madre sa di bestia macellata, di carne bollita, di
latte, di marmellata, di pane, di biancheria umida, di pipì dell'ultimo nato,
di fermento, di rumori, di calore estivo, anche in inverno.
Quando il tempo non ci permette di giocare all'aperto, quando il neonato
urla più forte del solito, quando mio fratello e io facciamo troppo rumore e
troppi guai in cucina, la mamma ci spedisce dal papà per una «punizione».
Usciamo di casa. Mio fratello si ferma davanti al capanno in cui si mette
la legna destinata al riscaldamento: — Io preferisco restare qui. Voglio
tagliare un po' di legna.
— Sì. Mamma sarà contenta.
Io attraverso il cortile, entro nell'aula, mi fermo vicino alla porta,
abbasso gli occhi. Mio padre dice: — Avvicinati.
Mi avvicino. Gli dico in un orecchio: — Punita... La mamma...
— Non c'è altro?
Mi chiede «non c'è altro?» perché a volte c'è un biglietto di mia madre
che devo dargli senza dire nulla, oppure c'è una parola che devo
pronunciare: «medico», «urgenza», e a volte anche solo un numero: 38 o
40. Tutto questo per via del neonato che ha sempre qualche malattia dei
bambini.
Dico a mio padre: — No. Non c'è altro.
Mi dà un libro con delle figure: - Vatti a sedere.
Vado in fondo all'aula, là dove c'è sempre qualche posto libero dietro i
più grandi.
Ed è così che, ancora in tenera età, senza accorgermene e assolutamente
per caso, vengo colpita dall'inguaribile malattia della lettura.
Quando andiamo a trovare i genitori di mia madre che stanno in una
città vicina, in una casa con luce e acqua, mio nonno mi prende per mano e
insieme facciamo il giro del vicinato.
Il nonno tira fuori un giornale dal tascone della redingote e dice ai
vicini: — Venite a vedere! State a sentire! E a me: - Leggi.
E io leggo. Correntemente, senza errori, alla velocità che vogliono loro.
A parte questo orgoglio nonnesco, la mia malattia della lettura mi
arrecherà piuttosto rimproveri e disprezzo: «Non fa mai niente. Continua a
leggere».
«D'altro non sa far niente».
«È l'occupazione più inattiva che ci sia».
«È pigrizia».
E, soprattutto: «Legge, invece di...» Invece di cosa?
«Ci sono tante di quelle cose più utili, non è vero?» Ancora adesso, di
mattina, quando la casa si svuota e tutti i vicini vanno al lavoro, mi sento
un po' in colpa per il fatto di mettermi al tavolo della cucina a leggere i
giornali per ore e ore, invece di... di fare le pulizie, di lavare i piatti della
sera prima, di andare a fare la spesa, di lavare e stirare i panni, di fare la
marmellata o delle torte...
E soprattutto, soprattutto! Invece di scrivere.
Dalla parola alla scrittura

Sono ancora molto piccola e già mi piace raccontare storie. Storie


inventate da me.
La nonna a volte arriva dalla città, a trovarci e per aiutare mamma. Di
sera è la nonna che ci mette a letto, cercando di farci addormentare con
racconti che abbiamo già sentito un centinaio di volte.
Io scendo dal letto e dico alla nonna: — Le storie le racconto io, non tu.
Lei mi prende sulle ginocchia, mi culla: — E racconta, racconta, allora.
Comincio con una frase, una qualsiasi, e il resto si collega da sé. I
personaggi appaiono, muoiono o scompaiono. Ci sono i buoni e i cattivi, i
poveri e i ricchi, i vincitori e i vinti. È una cosa che non finisce mai: — E
poi... e poi continuo a balbettare sulle ginocchia della nonna.
La nonna mi sistema nel mio lettino, abbassa lo stoppino della lampada
a petrolio e se ne va in cucina.
I miei fratellini dormono, mi addormento anch'io, e nei miei sogni la
storia continua, bella e terrificante.
Ma la cosa che mi piace di più, è raccontare delle storie a Tila, il fratello
più piccolo. È il preferito di nostra madre. Ha tre anni meno di me, e
quindi crede a tutto quello che gli dico. Per esempio, lo porto in un angolo
del giardino e gli domando: — Vuoi che ti sveli un segreto?
— Quale segreto?
— Il segreto della tua nascita.
— Non c'è nessun segreto sulla mia nascita.
— E invece sì. Ma te lo dico solo se giuri di non parlarne a nessuno.
— Lo giuro.
— Beh, il fatto è questo: tu sei un trovatello. Non appartieni alla nostra
famiglia. Ti hanno trovato in un campo, abbandonato, tutto nudo.
Tila dice: — Non è vero.
— I miei genitori un giorno te lo diranno, quando sarai grande. Se tu
sapessi che compassione ci facevi, così magro, così nudo.
Tila comincia a piangere. Lo prendo tra le braccia: — Non piangere. Ti
voglio bene come se fossi davvero mio fratello.
— Come a Yano?
— Quasi. Dopotutto Yano è proprio il mio vero fratello autentico.
Tila riflette: — Ma allora, perché ho lo stesso cognome che avete voi? E
perché mamma vuole più bene a me che a voi due? Voi continuate a
beccarvi punizioni, tu e Yano. Io invece mai.
Io gli spiego: — Hai lo stesso cognome perché ti abbiamo adottato
ufficialmente. E se mamma è più gentile con te che con noi, è perché vuole
dimostrarti che non fa nessuna differenza tra te e i suoi figli veri.
— Ma io sono suo figlio vero! Tila urla, correndo verso casa: —
Mamma! Mamma! Gli corro dietro: — Hai giurato di non dire niente.
Scherzavo. Troppo tardi. Tila giunge in cucina, e si getta tra le braccia di
mamma: — Dimmi che sono tuo figlio. Tuo figlio vero. Che tu sei la mia
vera mamma.
Vengo punita, naturalmente, per aver raccontato delle sciocchezze. Mi
inginocchio su una pannocchia di granoturco in un angolo della stanza.
Poco dopo arriva Yano con un'altra pannocchia, e si inginocchia di
fianco a me. Gli chiedo: — E tu perché sei punito?
— Non so. Ho semplicemente accarezzato la zucca di Tila, dicendogli:
«Ti voglio bene, bastardino».
Ridiamo. So che ha fatto apposta a farsi punire, per solidarietà, e perché
senza di me si annoia.
Di sciocchezze a Tila ne racconterò ancora, e cerco di farlo anche con
Yano, ma lui non mi crede, perché ha un anno più di me.
La voglia di scrivere verrà più tardi, quando si sarà rotto il filo d'argento
dell'infanzia, quando verranno giorni cattivi, e arriveranno gli anni che
potrei definire «non amati».
Quando, separata dai miei genitori e dai miei fratelli, entrerò in collegio
in una città sconosciuta, dove, per sopportare il dolore della separazione,
non mi resterà che una soluzione: scrivere.
Poesie

Ho quattordici anni quando entro in collegio. Yano è in collegio già da


un anno, ma in un'altra città. Tila resta ancora con mamma.
Non è un collegio per fanciulle ricche, è piuttosto il contrario. È
qualcosa tra la caserma e il convento, tra l'orfanotrofio e il riformatorio.
Siamo circa duecento ragazze dai quattordici ai diciotto anni, ospitate e
nutrite gratuitamente dallo Stato.
I dormitori contengono da dieci a venti persone, in letti a castello muniti
di pagliericci e di coperte grigie. Nel corridoio si trovano gli stretti armadi
in metallo di cui possiamo disporre.
Una campanella ci sveglia alle sei del mattino, e un'assonnata
sorvegliante viene a controllare le camere. Alcune allieve si nascondono
sotto i letti, altre scendono di corsa in giardino. Dopo tre giri del giardino
facciamo dieci minuti di esercizi, poi torniamo dentro, sempre di corsa. Ci
laviamo con l'acqua fredda (la doccia con l'acqua calda c'è solo una volta
alla settimana), ci vestiamo, scendiamo in sala da pranzo. La colazione si
compone di caffè-latte e di una fetta di pane.
Distribuzione della posta del giorno prima: lettere aperte dalla direzione.
Giustificazione: «Siete minorenni. Facciamo le veci dei vostri genitori».
Alle sette e mezzo ci avviamo verso la scuola in ranghi serrati, cantando
canti rivoluzionari per tutta la città. Dei ragazzi si fermano al nostro
passaggio, fischiano, e ci gridano parole d'ammirazione o parole volgari.
Tornate da scuola, mangiamo, e poi andiamo nelle aule di studio, dove
si rimane fino al pasto serale.
Nelle aule di studio è richiesto il silenzio assoluto.
Che fare in quelle lunghe ore? I compiti, certo, ma i compiti vengono
sbrigati in fretta perché sono totalmente privi d'interesse. Si può anche
leggere, certo, ma gli unici libri che abbiamo sono di «lettura obbligatoria»
e si leggono in fretta, e d'altronde quei libri, per la maggior parte, sono
anche loro totalmente privi d'interesse.
Allora, in quelle ore di silenzio obbligato, comincio a tenere una specie
di diario, invento persino una scrittura segreta affinché nessuno possa
leggerlo. Vi annoto la mia infelicità, le mie pene, le mie tristezze, tutto ciò
che la sera mi fa piangere sommessamente nel mio letto.
Sì, in quel periodo piango tutte le sere, per mesi interi o per anni, e
piango tanto che in seguito non riuscirò a piangere quasi mai più, come se
avessi già pianto abbastanza per il resto della mia vita.
Piango la perdita dei miei fratelli, dei miei genitori, della nostra casa,
che ormai è abitata da stranieri.
Piango soprattutto la mia perduta libertà.
Abbiamo, certo, la libertà di ricevere visite la domenica pomeriggio nel
«salone» del collegio, anche dei ragazzi, in presenza di una sorvegliante.
Abbiamo pure la libertà di passeggiare, anche con dei ragazzi, la domenica
pomeriggio, ma solo nella strada principale della città. E sulla medesima
strada passeggia una sorvegliante.
Ma non ho la libertà di andare a trovare Yano che è soltanto a venti
chilometri da qui, nella mia stessa situazione, e che non può, nemmeno lui,
venirmi a trovare. Abbiamo il divieto di lasciare la città, e ad ogni modo
non abbiamo soldi per il treno.
Piango anche la mia infanzia, la nostra infanzia di tutti e tre, di Yano, di
Tila e la mia.
Sono svanite le corse a piedi nudi per il bosco sulla terra umida fino alla
«roccia blu»; svaniti gli alberi su cui arrampicarsi, da cui cadere quando un
ramo marcio si rompe; svanito anche Yano che mi aiuta a rialzarmi;
svanite le passeggiate notturne sui tetti; svanito Tila che va a fare la spia da
mamma.
In collegio le luci si spengono alle dieci di sera. Una sorvegliante
controlla le camere.
Leggo ancora un po', se ho qualcosa da leggere, alla luce del lampione,
poi, mentre mi addormento tra le lacrime, nascono delle frasi nella notte.
Mi girano attorno, bisbigliando, prendono un ritmo, delle rime, cantano,
diventano poesie: «Prima era tutto più bello, la musica tra i rami il vento
tra i miei capelli e nelle tue mani protese il Sole».
Clownerie

Gli anni Cinquanta. Tranne qualche privilegiato, sono tutti poveri nel
nostro paese. Certi sono persino più poveri degli altri.
In collegio siamo mantenute, certo. Abbiamo da mangiare e abbiamo un
tetto, ma il cibo è talmente cattivo e insufficiente che abbiamo sempre
fame. D'inverno abbiamo freddo. A scuola teniamo il cappotto, e ogni
quarto d'ora ci alziamo per fare degli esercizi di ginnastica, così da
scaldarci. Nei dormitori fa altrettanto freddo, dormiamo con le calze, e
quando saliamo nelle aule di studio siamo costrette a prendere le coperte.
A quell'epoca portavo il cappotto smesso di Yano, troppo piccolo per
lui, un cappotto nero, senza bottoni, strappato sul lato sinistro.
Un amico mi dirà un giorno: — Sapessi quanto ti ammiravo col tuo
cappotto nero sempre aperto, anche in inverno, andando a scuola.
Andando a scuola porto anche la cartella di un'amica, perché non ho una
cartella mia e così metto i miei quaderni e i miei libri nella sua. La cartella
è pesante e mi gelano le dita perché non ho i guanti. Mi faccio prestare
tutto.
Mi faccio prestare anche le scarpe, quando sono costretta a dare le mie
da riparare al calzolaio.
Devo restare a letto tre giorni per via del calzolaio. Non posso dire alla
direttrice del collegio che non ho scarpe di ricambio per andare a scuola.
Le dico che sto male, e lei mi crede, perché sono una brava allieva. Mi
tocca la fronte e dice: — Hai la febbre. Almeno trentotto. Copriti bene. Io
mi copro bene. Ma con cosa potrò pagare il calzolaio?
Di chiedere i soldi ai miei genitori non se ne parla neanche. Papà è in
prigione e non abbiamo sue notizie da anni. Mamma lavora dove può.
Abita in un'unica stanza con Tila, a volte i vicini le permettono di usare la
loro cucina.
Per un breve periodo, mamma lavora nella città in cui studio io. Una
volta, al ritorno da scuola, vado a trovarla. È in un angusto scantinato in
cui una decina di donne, sedute attorno a un tavolone, stanno imballando
veleno per topi alla luce di una lampadina elettrica.
Mia madre chiede: — Va tutto bene?
Io dico: — Sì, va tutto bene. Non preoccuparti.
Non mi chiede se ho bisogno di qualcosa, comunque io aggiungo: —
Non ho bisogno di niente. E Tila come sta? Mia madre dice: — Sta bene.
Entrerà in collegio, anche lui, quest'autunno.
Non abbiamo più niente da dirci. Vorrei dirle che mi sono fatta riparare
le scarpe, che il calzolaio mi ha fatto credito, che devo pagarlo al più
presto, ma vedendo il suo vecchio vestito logoro, i suoi guanti sporchi di
veleno, non riesco a dirle nulla di tutto questo. Le do un bacio, vado via, e
non ritorno più.
Per guadagnare qualche soldo organizzo uno spettacolo a scuola,
durante la ricreazione di venti minuti. Scrivo delle scenette che con due o
tre amiche impariamo molto in fretta, a volte capita persino che ne
improvvisiamo di nuove. La mia specialità sono le imitazioni dei
professori. Un mattino avvisiamo qualche classe, il mattino dopo qualche
altra. Il prezzo d'entrata è l'equivalente del prezzo dei cornetti che la
bidella vende durante le ricreazioni.
Lo spettacolo va bene, abbiamo un enorme successo, il pubblico si
spintona facendo ressa fino al corridoio. Ci sono persino dei professori che
vengono a vederci, il che delle volte mi costringe a cambiare
repentinamente il soggetto dell'imitazione.
Riprendo l'esperienza anche nell'ambito del collegio, con altre amiche,
altre scenette. Di sera giriamo di dormitorio in dormitorio, ci invitano, ci
supplicano di andare, ci preparano festini con i pacchi che le figlie di
contadini ricevono dai loro genitori. Noi, le attrici, accettiamo
indifferentemente soldi o cibo, ma la nostra migliore ricompensa rimane
pur sempre la gioia di far ridere.
Lingua materna e lingue nemiche

All'inizio, non c'era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i
sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua.
Non avrei mai immaginato che potesse esistere un'altra lingua, che un
essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire.
Perché avrebbe dovuto farlo? Per quale motivo?
Nella cucina di mia madre, nella scuola di mio padre, nella chiesa di zio
Gueza, nelle strade, nelle case del villaggio e anche nella città dei miei
nonni, tutti parlavano la stessa lingua, e non si poneva affatto il problema
di altre lingue.
Dicevano che gli zigani, che stavano ai confini del villaggio, parlavano
un'altra lingua, ma io pensavo che non era una vera lingua, era una lingua
inventata che parlavano soltanto tra loro, proprio come facevamo Yano e
io, quando parlavamo in modo da non farci capire da Tila. Pensavo anche
che gli zigani facevano così perché nelle osterie del paese avevano dei
bicchieri contrassegnati, dei bicchieri speciali apposta per loro, poiché
nessuno voleva bere in un bicchiere in cui magari aveva bevuto uno
zigano. Dicevano anche che gli zigani rubavano i bambini. Certo,
rubavano molte cose, ma passando davanti alle loro case d'argilla e
vedendo il numero incredibile di bambini che giocavano attorno a quelle
stamberghe, veniva da chiedersi perché avrebbero dovuto rubarne altri.
D'altronde, quando gli zigani venivano in paese a vendere il loro
vasellame, o i loro cesti di giunco intrecciato, parlavano normalmente, la
stessa lingua che parlavamo noi.
Avevo nove anni quando abbiamo traslocato. Siamo andati ad abitare in
una città di frontiera in cui almeno un quarto della popolazione parlava la
lingua tedesca, anzi un dialetto della lingua tedesca. Per noi ungheresi si
trattava di una lingua nemica, poiché faceva venire in mente la
dominazione austriaca, ed era anche la lingua dei soldati stranieri che in
quel periodo occupavano il nostro paese.
Verso i dieci anni ho già un'ortografia perfetta, indubbiamente grazie
alle mie numerose letture. Non faccio i compiti a casa ma durante le
ricreazioni, in un quarto d'ora al massimo.
Sto un po' in ansia quando consegno per la prima volta il mio tema
raffazzonato al professore di letteratura ungherese. Ha grosse sopracciglia
nere, fa paura a tutti gli allievi.
— Kristof, si alzi.
Mi ridà il tema del giorno prima: — Legga.
Mi alzo, leggo. Mi vergogno. È corto. Molto corto, troppo corto.
Quando finisco, il professore dice alla classe: — È così che dovete
imparare a scrivere. È breve, conciso, essenziale. Però stia più attenta alla
calligrafia, Kristof.
In seguito, al ginnasio, per guadagnare tempo, scrivo i temi in versi,
quando è possibile. Anche qui il professore mi fa leggere davanti alla
classe. Io leggo la poesia che ho scritto in pochi minuti: «La mia città in
autunno». Il professore annuisce col capo, chiude gli occhi, ascolta. (È il
professore che imito meglio negli spettacoli). Alla fine dice: — Le ho già
dato un voto «eccellente». Ebbene, gliene darò un altro.
Ma, ahimè, non c'è solo la letteratura come materia, al ginnasio. Ci sono
anche matematica, chimica, fisica.
Impariamo anche il russo. Nessuno conosce il russo. I professori di
lingue straniere, tedesco, inglese, francese, si mettono a frequentare corsi
intensivi di russo per qualche mese, ma non si può dire che lo imparino
veramente, e non hanno nessuna voglia di insegnarlo. Da parte loro, gli
allievi non hanno nessuna voglia di impararlo.
Ciò che si verifica è un sabotaggio intellettuale nazionale, una resistenza
passiva naturale, non concordata, che si mette in moto da sé.
Con la stessa mancanza d'entusiasmo vengono insegnate e imparate la
geografia, la storia e la letteratura dell'Unione Sovietica. Dalle scuole
viene fuori una generazione di ignoranti. Ed è così che, all'età di ventun
anni, al mio arrivo in Svizzera, e assolutamente per caso in una città in cui
si parla francese, vengo confrontata con una lingua per me del tutto
sconosciuta. È qui che comincia la mia lotta per conquistare questa lingua,
una lotta accanita e lunga, che di certo durerà per tutta la mia vita.
Parlo il francese da più di trent'anni, lo scrivo da vent'anni, ma ancora
non lo conosco. Non riesco a parlarlo senza errori, e non so scriverlo che
con l'aiuto di un dizionario da consultare di frequente.
È per questa ragione che definisco anche la lingua francese una lingua
nemica. Ma ce n'è un'altra, di ragione, ed è la più grave: questa lingua sta
uccidendo la mia lingua materna.
La morte di Stalin

Marzo 1953. Stalin è morto. Lo sappiamo da ieri sera. Nel collegio, la


tristezza è d'obbligo. Andiamo a letto senza scambiare parola. La mattina
domandiamo: — Niente lezioni, oggi? La sorvegliante dice: — No. Andate
a scuola come al solito. Ma senza cantare.
Andiamo a scuola come al solito, in fila, ma senza cantare. Sugli edifici
sventolano bandiere rosse e bandiere nere.
Il nostro insegnante di classe ci aspetta. Dice: — Alle undici suonerà la
campanella della scuola. Vi alzerete in piedi per osservare un minuto di
silenzio. Nel frattempo scriverete un tema intitolato «La morte di Stalin».
In questo tema scriverete tutto ciò che il compagno Stalin è stato per voi.
Dapprima un padre, e poi un faro luminoso.
Un'allieva scoppia in singhiozzi. Il professore dice: — Si controlli,
signorina. Siamo tutti oltremodo rattristati. Cerchiamo però di dominare il
nostro dolore. Visto lo stato di choc in cui vi trovate in questo momento, i
vostri temi non saranno valutati con una nota.
Noi scriviamo. Il professore si aggira per la classe, le mani dietro la
schiena.
Suona una campanella, noi ci alziamo in piedi. Il professore guarda il
suo orologio. Noi aspettiamo. Dovrebbero suonare anche le sirene della
città. Una ragazza vicina alla finestra guarda in strada e dice: - È solo la
campanella della pattumiera. Ci risediamo, in preda alla ridarella.
La campanella della scuola e le sirene della città suonano poco dopo, ci
alziamo di nuovo, ma stiamo ancora ridendo per via della pattumiera.
Rimaniamo così, in piedi, per un lungo minuto, scosse da un riso
silenzioso, il professore ride con noi.
Ho tenuto in tasca la fotografia a colori di Stalin per diversi anni, ma al
momento della sua morte, avevo già capito perché mia zia aveva strappato
questa foto durante un periodo in cui stavo da lei.
L'indottrinamento era grande, e particolarmente efficace sulle giovani
menti.
Rudolf Nureyev, il grande ballerino russo dissidente, racconta: «Il
giorno della morte di Stalin, sono uscito, sono andato in campagna. Ho
aspettato che succedesse qualcosa di straordinario, che la natura
rispondesse alla tragedia. Niente. Nessun terremoto, nessun segno».
No. Il «terremoto» è arrivato soltanto trentasei anni dopo, e non era una
risposta della natura, ma dei popoli. Si è dovuto aspettare tutti questi anni
perché il «padre» di tutti noi morisse veramente, perché il nostro «faro
luminoso» si spegnesse, per sempre, c'è da sperarlo.
Quante vittime aveva sulla coscienza? Nessuno lo sa. In Romania, si
contano ancora i morti; in Ungheria, ce ne sono stati trentamila nel 1956.
Ciò che non si potrà mai quantificare è il ruolo nefasto che la dittatura ha
avuto per l'arte e la letteratura dei paesi dell'Est. Imponendo loro la propria
ideologia, l'Unione Sovietica non ha soltanto impedito lo sviluppo
economico di questi paesi, ha anche cercato di soffocare la loro cultura e la
loro identità nazionale.
Per quanto ne so io, nessuno scrittore russo dissidente ha mai abbordato
o menzionato questo fatto. Che cosa ne pensano, loro che hanno dovuto
subire il proprio tiranno, che cosa ne pensano, dunque, di quei «piccoli
paesi senza importanza» che oltretutto hanno dovuto subire anche una
dominazione straniera, la loro, quella del loro paese? È una cosa di cui
hanno, o avranno un giorno vergogna?
Qui non posso non pensare a Thomas Bernhard, il grande scrittore
austriaco, che non ha mai smesso di criticare e fustigare - con odio e
amore, e anche con humour, — il suo paese, la sua epoca, la società in cui
viveva.
È morto il 12 febbraio 1989. Per lui non ci sono stati lutti nazionali o
internazionali, non ci sono state false lacrime, neanche lacrime vere, forse.
Solo i suoi lettori appassionati, tra i quali mi annovero, si sono resi conto
dell'immensa perdita per la letteratura: Thomas Bernhard, ormai, non
scriverà più. Peggio ancora: ha proibito di pubblicare i manoscritti che ha
lasciato dietro di sé.
È l'ultimo «no» alla società da parte del geniale autore del libro
intitolato Ja. Questo libro è qui, davanti a me, sul tavolo, insieme a
Cemento, Il soccombente, L'imitatore di voci, A colpi d'ascia e altri. Ja è il
primo suo libro che ho letto. L'ho prestato a diversi amici dicendo che non
avevo mai riso tanto leggendo un libro. Me l'hanno restituito senza essere
riusciti a leggerlo fino in fondo, tanto questa lettura sembrava loro
«demoralizzante» e «insostenibile». Quanto all'aspetto «comico» del testo,
proprio non riuscivano a vederlo.
È vero che il suo contenuto è terribile, perché questo «ja» è sì un «sì»,
ma un sì alla morte, e perciò un no alla vita.
Tuttavia, che lo voglia o no, Thomas Bernhard vivrà eternamente per
servire d'esempio a tutti coloro che pretendono di essere degli scrittori.
La memoria

Vengo a sapere dai giornali e dalla televisione che un bambino turco di


dieci anni è morto di freddo e di sfinimento mentre cercava di attraversare
clandestinamente il confine svizzero insieme ai suoi genitori.
I «passatori» li avevano lasciati vicino al confine. Loro dovevano
soltanto camminare sempre diritto fino al primo villaggio svizzero.
Camminarono per lunghe ore sulle montagne e nei boschi. Faceva freddo.
Verso la fine, il padre prese il bambino sulle spalle. Ma ormai era troppo
tardi. Quando giunsero al villaggio, il bambino era morto.
La mia prima reazione è quella di qualsiasi svizzero: «Ma come può la
gente avere il coraggio di avventurarsi in situazioni simili con dei
bambini? Un'irresponsabilità di questo genere è inammissibile». Il
contraccolpo è violento e immediato. Un vento freddo di fine novembre si
insinua nella mia stanza ben riscaldata, e la voce della memoria si leva in
me con stupefazione: «Ma come? Hai già scordato tutto? Anche tu hai
fatto la stessa cosa, esattamente la stessa cosa. E il bambino che avevi tu
era ancora quasi un neonato».
Sì, me ne ricordo.
Ho ventun anni. Sono sposata da due anni, e ho una bambina di quattro
mesi. Attraversiamo il confine tra l'Ungheria e l'Austria in una sera di
novembre, preceduti da un «passatore». Si chiama Joseph, lo conosco
bene, è un mio amore d'infanzia.
Formiamo un gruppo composto da una decina di persone tra cui molti
bambini. La mia bambina dorme tra le braccia di suo padre, io porto due
borse. In una borsa ci sono dei biberon, dei pannolini, dei vestiti di
ricambio per la piccola; nell'altra borsa, dei dizionari. Camminiamo in
silenzio dietro Joseph per circa un'ora. Il buio è quasi totale. Ogni tanto dei
razzi illuminanti e dei riflettori rischiarano tutto; si sentono scoppiettìi,
spari, poi si ripiomba nel silenzio e nel buio.
Al limitare del bosco, Joseph si ferma e ci dice: — Ora siete in Austria.
Dovete solo continuare sempre dritto. Il villaggio non è lontano.
Do un bacio a Joseph. (Ai tempi del nostro «grande amore» non ci
eravamo mai baciati). Gli diamo tutti i soldi che abbiamo, del resto questi
soldi non avrebbero nessun valore in Austria.
Camminiamo nel bosco. A lungo. Troppo a lungo. I rami ci feriscono il
volto, cadiamo nelle buche, le foglie morte ci bagnano le scarpe, ci
stortiamo le caviglie sulle radici. Qualcuno accende una lampadina
tascabile, ma serve solo a illuminare piccoli cerchi, e alberi, sempre alberi.
Eppure, avremmo già dovuto essere fuori dal bosco. Abbiamo
l'impressione di girare in tondo.
Un bambino dice: — Ho paura. Voglio tornare a casa. Voglio andare a
letto.
Un altro bambino piange. Una donna dice: — Siamo perduti. Un
giovane dice: — Fermiamoci. Se continuiamo così, finiremo per ritrovarci
di nuovo in Ungheria, ammesso che non ci siamo già finiti. Non
muovetevi. Vado a vedere.
Ritrovarsi in Ungheria sappiamo tutti cosa vuol dire: la prigione per
avere superato illegalmente il confine, e magari anche farci sparare
addosso da guardie di confine russe ubriache.
Il giovane si arrampica su un albero. Quando torna giù, dice: — Ho
capito dove siamo. Mi sono orientato con le luci. Seguitemi.
Lo seguiamo. Ben presto il bosco si dirada e finalmente camminiamo su
un sentiero vero, senza rami, senza buche, senza radici.
Improvvisamente veniamo illuminati da una forte luce, una voce dice:
-Alt! Qualcuno di noi dice in tedesco: — Siamo profughi.
Le guardie di confine austriache rispondono ridendo: — L'avevamo
capito. Venite con noi.
Ci portano nella piazza del paese, dove c'è tutta una folla di profughi.
Arriva il sindaco: — Vengano avanti quelli che hanno con sé dei bambini.
Veniamo alloggiati da una famiglia di contadini. Sono molto cordiali. Si
occupano della piccola, ci danno da mangiare, ci danno un letto.
La cosa strana, sono i pochi ricordi che ho di tutto questo. Come se tutto
si fosse svolto in sogno, o in un'altra vita. Come se la mia memoria
rifiutasse di ricordare il momento in cui ho perso una parte importante
della mia vita.
Ho lasciato in Ungheria il mio diario dalla scrittura segreta, e anche le
mie prime poesie. Ho lasciato là i miei fratelli, i miei genitori, senza
avvisarli, senza dir loro addio, o arrivederci. Ma soprattutto, quel giorno,
quel giorno di fine novembre 1956, ho perso definitivamente la mia
appartenenza a un popolo.
Gente fuori posto

Dal villaggetto austriaco in cui siamo giunti dall'Ungheria prendiamo la


corriera per Vienna. Il biglietto ce lo paga il sindaco. Per tutto il viaggio la
bambina dorme in braccio a me. Lungo la strada si susseguono dei
paracarri luminosi. Non avevo mai visto dei paracarri luminosi.
Giunti a Vienna, troviamo un ufficio di polizia al quale presentarci. Lì
dentro, in una stanza dell'ufficio, cambio i pannolini alla piccola, le do il
biberon. Lei vomita. Gli agenti ci danno l'indirizzo di un centro profughi e
ci indicano la linea del tram che ci condurrà gratis sul posto. Sul tram,
alcune signore ben vestite prendono in braccio la bambina e mi mettono in
tasca dei soldi.
Il centro profughi è un edificio di grandi dimensioni, che prima poteva
essere una fabbrica oppure una caserma. In enormi sale, dei pagliericci
sono stati posati direttamente sul pavimento. Ci sono docce in comune e
una grande sala da pranzo. All'ingresso di questa sala si trova una lavagna
su cui sono stati appuntati degli annunci di ricerca. Le persone cercano
parenti, amici persi mentre attraversavano il confine, o prima, o dopo,
nella città di Vienna, o anche tra la folla e il disordine del centro profughi.
Mio marito, come tutti gli altri, passa la giornata negli uffici di diverse
ambasciate ad aspettare di trovare un paese che ci accolga. Io resto con la
bambina, che, sdraiata sul pagliericcio, fa i suoi gorgheggi giocando con i
fili di paglia. Sono costretta a imparare qualche parola di tedesco per
riuscire a chiedere il necessario per mia figlia.
Portandola con me, vado nelle cucine del centro e dico a quello che lì
dentro sembra essere il capo: «Milch fùr Kinder, bitte». Oppure: «Seife fùr
Kinder». Lui mi dà sempre direttamente, di persona, quanto gli chiedo.
Si sta avvicinando il Natale quando prendiamo il treno per la Svizzera.
Ci sono rami d'abete sulle mensole sotto i finestrini, con cioccolata e
arance. È un treno speciale. Tranne gli accompagnatori, i viaggiatori sono
tutti ungheresi, e il treno si ferma soltanto alla frontiera svizzera. Giunti lì,
veniamo accolti da una banda, e delle gentili signore ci passano dal
finestrino bicchieri di tè caldo, cioccolata e arance.
Arriviamo a Losanna. Veniamo alloggiati in una caserma sulle alture
della città, vicino a un campo di calcio. Giovani donne vestite come soldati
ci prendono i bambini con sorrisi rassicuranti. Gli uomini e le donne
vengono separati per la doccia. Ci portano via i vestiti per disinfettarli.
Quelli di noi che hanno già vissuto situazioni simili confesseranno più
tardi di avere avuto paura. È per tutti un sollievo il fatto di ritrovarsi poco
dopo, e, soprattutto, di ritrovare i propri figli, già lavati e ben nutriti. La
mia bambina dorme tranquilla vicino al mio letto, in una culla bella come
mai ne ha avute.
La domenica, dopo la partita di calcio, gli spettatori vengono a guardarci
da dietro la recinzione della caserma.
Ci offrono cioccolata e arance, naturalmente, ma anche sigarette, e
persino soldi. Questo non ricorda tanto i campi di concentramento, quanto
piuttosto il giardino zoologico. I più pudichi tra noi evitano di uscire in
cortile, altri invece passano il tempo a tendere la mano attraverso la
recinzione e a confrontare i loro bottini.
Diverse volte alla settimana vengono degli industriali a cercare
manodopera. Alcuni nostri amici e conoscenti trovano un lavoro e un
alloggio. Vanno via lasciandoci il loro indirizzo.
Dopo aver passato un mese a Losanna, trascorriamo ancora un mese a
Zurigo, alloggiati in una scuola forestale. Ci danno lezioni di lingue, ma
posso frequentarle di rado, per via della bambina.
Un pomeriggio, esasperata dalla promiscuità del nostro centro, decido di
andare a passeggiare da sola per la città di Zurigo, e finisco per perdermi.
Ho camminato troppo a lungo, non sono più in grado di trovare la strada
giusta.
Non ho soldi e so soltanto qualche parola di tedesco. Mi rivolgo a un
poliziotto, riesco a fargli capire che sono ungherese, e smarrita. Lui mi
affida a un guidatore di tram, che a sua volta mi affida a un altro guidatore.
I viaggiatori si consultano tra loro: «Dove può esserci un centro
profughi?». Cala la sera. Sto attraversando tutta la città. Una città che
brilla, che è ricca, che è lussuosa.
Finalmente, un tram mi deposita su una piazza che riconosco. Devo solo
risalire una strada per ritrovare la mia bambina.
Qualche giorno fa, sono ritornata a Zurigo. Vi recitano una mia pièce
teatrale. Continuo a non conoscere la città, né la lingua tedesca, ma non ho
più paura di perdermi. Ho dei soldi, posso prendere un tassì, e conosco il
nome del teatro. Quell'ungherese smarrita e senza soldi che ero, è diventata
una scrittrice.
Come sarebbe stata la mia vita se non avessi lasciato il mio paese? Più
dura, più povera, penso, ma anche meno solitaria, meno lacerata, forse
felice.
La cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua.
Il deserto

Dal centro profughi di Zurigo veniamo «distribuiti» un po' ovunque in


Svizzera. E in questo modo, del tutto casuale, che arriviamo a Neuchàtel,
per l'esattezza a Valangin, dove ci aspetta un appartamento di due locali
arredato dagli abitanti del paese. Qualche settimana dopo, comincio a
lavorare in una fabbrica di orologi a Fontainemelon.
Mi alzo alle cinque e mezzo. Allatto e vesto la mia piccolina, mi vesto
anch'io e vado a prendere l'autobus delle sei e mezzo, che mi condurrà alla
fabbrica. Lascio la mia bambina all'asilo nido e entro nella fabbrica. Esco
alle cinque di sera. Riprendo la mia bambina dal nido, riprendo la corriera,
torno a casa. Faccio la spesa al negozietto del paese, accendo il fuoco (non
c'è il riscaldamento centralizzato nell'appartamento), preparo la cena,
metto a letto la bambina, pulisco i piatti, scrivo un po' e poi vado a letto
anch'io.
Per scrivere poesie la fabbrica va benissimo, si può pensare ad altro, e le
macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi. Nel mio cassetto,
ho un foglio e una matita. Quando la poesia prende forma, prendo nota. La
sera metto tutto a bella in un quaderno.
Siamo una decina di ungheresi a lavorare nella fabbrica. Ci ritroviamo
alla mensa durante la pausa di mezzogiorno, ma il cibo è così diverso da
quello a cui siamo abituati che non mangiamo quasi niente. Da parte mia,
per almeno un anno a pranzo non prendo altro che un po' di pane e
caffèlatte.
Nella fabbrica tutti ci trattano bene. Ci sorridono, ci parlano, ma noi non
capiamo niente.
È qui che comincia il deserto. Deserto sociale, deserto culturale.
All'esaltazione dei giorni della rivoluzione e della fuga subentra il silenzio,
il vuoto, la nostalgia dei giorni in cui avevamo l'impressione di partecipare
a qualcosa di importante, forse anche di storico, la malinconia di casa, la
mancanza della famiglia e degli amici.
Ci aspettavamo qualcosa venendo qui. Non sapevamo che cosa ci
aspettavamo, ma certo non questo: queste grigie giornate di lavoro, queste
serate silenziose, questa vita contratta, senza cambiamenti, senza sorprese,
senza speranza.
Dal profilo materiale si vive un po' meglio di prima. Abbiamo due
camere al posto di una. Abbiamo abbastanza carbone e cibo a sufficienza.
Ma rispetto a quel che abbiamo perduto, è un prezzo troppo alto.
Nell'autobus del mattino, il controllore si siede vicino a me, la mattina è
sempre lo stesso, un tipo grosso e gioviale, mi parla per tutto il tragitto.
Non è che lo capisca molto bene, capisco però che vuole rassicurarmi
spiegandomi che gli svizzeri non permetteranno mai che i russi giungano
fin qui. Dice che non devo più avere paura, non devo più essere triste,
adesso sono al sicuro. Sorrido, non posso dirgli che non ho paura dei russi,
e che, se sono triste, è piuttosto per la grande sicurezza attuale, e perché
non c'è nient'altro da fare e da pensare che il lavoro, la fabbrica, la spesa, il
bucato, cucinare, e non c'è altro da aspettarsi che le domeniche per dormire
e sognare un po' più a lungo del mio paese.
Come spiegargli, senza offenderlo, e con le poche parole che so di
francese, che il suo bel paese non è altro che un deserto, per noi rifugiati,
un deserto che dobbiamo attraversare per giungere a quella che chiamano
«l'integrazione», «l'assimilazione». In quel momento lì non sapevo ancora
che certi non ce l'avrebbero fatta.
Due di noi sono ritornati in Ungheria nonostante la condanna alla
prigione che li aspettava. Due altri, uomini giovani e celibi, sono andati
più lontano, negli Stati Uniti, in Canada. Altri quattro, ancora più lontano,
nel posto più lontano di tutti, oltre la grande frontiera. Queste quattro
persone di mia conoscenza si sono uccise durante i primi due anni del
nostro esilio. Una con i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi.
La più giovane aveva diciotto anni. Si chiamava Gisèle.
Come si diventa scrittori?

Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna


continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche
quando si ha l'impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche
quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur
continuando a scriverne altri.
Arrivando in Svizzera, le mie speranze di diventare una scrittrice erano
pressoché nulle. Pubblicavo, sì, qualche poesia in una rivista ungherese,
ma le mie occasioni, le mie possibilità di essere pubblicata finivano lì. E
quando, dopo lunghi anni di cocciutaggine, sono riuscita a finire due pièce
di teatro in lingua francese, non sapevo bene che cosa farne, dove spedirle,
a chi spedirle.
La mia prima pièce recitata, dal titolo John ejoe, fu allestita in
un'osteria, al Café du Marche di Neuchàtel. I venerdì e i sabati, dopocena,
alcuni attori dilettanti ci organizzavano delle «serate cabaret».
Così ha inizio la mia «carriera» di autrice drammatica. Il successo di
questa pièce, recitata per diversi mesi, mi procurò all'epoca una grande
gioia e mi ha incoraggiata a continuare a scrivere.
Due anni dopo, un'altra delle mie pièce è messa in scena al Théàtre de la
Tarentule, a Saint Aubin, un paesino vicino a Neuchàtel. A recitare sono
sempre degli attori dilettanti.
La mia «carriera» sembra fermarsi qui, e le mie decine di manoscritti
ingialliscono lentamente sugli scaffali. Fortunatamente qualcuno mi
consiglia di mandare i miei testi alla radio, ed è l'inizio di un'altra
«carriera», quella di autrice radiofonica. Qui i miei testi sono già recitati, o
meglio letti da attori professionisti, e ricevo dei veri diritti d'autore. Tra il
1978 e il 1983, la Radio della Svizzera romanda produce cinque delle mie
pièce, ho perfino ricevuto una commessa in occasione dell'anno del
Bambino.
Tuttavia non abbandono il teatro. Nel 1983 accetto di lavorare con la
scuola di teatro del Centro culturale di Neuchàtel. Il mio lavoro consiste
nello scrivere una pièce su misura per una quindicina di allievi. È un
lavoro che mi piace molto e assisto a tutte le prove.
Di solito le lezioni cominciano con ogni tipo di esercizio fisico. Questi
esercizi mi ricordano quelli che facevamo noi da bambini, mio fratello e io
o io e un'amica. Esercizi di silenzio, di immobilità, di digiuno... Comincio
a scrivere brevi testi sui miei ricordi d'infanzia. L'idea che questi testi un
giorno sarebbero diventati un libro non mi sfiorava nemmeno. Eppure, due
anni dopo, ho sulla mia scrivania un grande quaderno che contiene una
storia coerente, con un inizio e una fine, come un vero romanzo. Bisogna
ancora batterlo a macchina, correggerlo, ritrascriverlo di nuovo a
macchina, eliminare tutto ciò che è di troppo, correggere ancora e ancora,
fino a che il testo mi sembra presentabile. E anche stavolta non so bene
che cosa devo fare con il manoscritto. A chi spedirlo, a chi darlo? Non
conosco nessun editore, e non conosco nessuno che ne conosca uno. Mi
passano per la testa le edizioni L'Age d'Homme, ma un amico mi dice:
«Bisogna partire dai tre grandi a Parigi». Mi porta l'indirizzo delle tre
grandi case editrici: Gallimard, Grasset, Seuil. Faccio tre copie del
manoscritto, preparo tre pacchetti, scrivo tre lettere identiche: «Gentile
signor Direttore...».
Il giorno in cui imbuco tutto questo alla posta, annuncio alla mia figlia
maggiore: — Ho finito il mio romanzo. Lei mi dice: — Ah sì? E credi che
qualcuno lo pubblicherà? Io dico: — Sì, di sicuro.
Difatti non ne dubito neanche per un istante. Sono persuasa, ho la
certezza che il mio romanzo è un buon romanzo, e che sarà pubblicato
senza problemi. Così sono più sorpresa che delusa quando, quattro o
cinque settimane dopo, il mio manoscritto mi torna indietro da Gallimard e
poi da Grasset, accompagnato da una lettera di rifiuto garbata e
impersonale. Mi dico che devo mettermi alla ricerca di indirizzi di altri
editori, quando, un pomeriggio di novembre, ricevo una telefonata.
All'altro capo del filo, Gilles Carpentier delle edizioni Seuil. Dice che ha
appena letto il mio manoscritto e che da anni non leggeva niente di così
bello. Mi dice che dopo una prima lettura l'ha riletto interamente una
seconda volta e pensa di pubblicarlo. Ma per questo ci vuole ancora il
consenso di parecchie persone. Mi richiamerà fra qualche settimana. Mi
richiama una settimana dopo, dicendo: «Preparo il suo contratto».
Tre anni dopo passeggio per le strade di Berlino con la mia traduttrice,
Erika Tophoven. Ci fermiamo davanti alle librerie. Nelle vetrine, il mio
secondo romanzo. A casa mia, a Neuchàtel, su uno scaffale, Il grande
quaderno, tradotto in diciotto lingue.
A Berlino, la sera, ci attende una lettura pubblica. Qualcuno verrà per
vedermi, per ascoltarmi, per farmi delle domande. Sui miei libri, sulla mia
vita, sul mio percorso di scrittrice. Ecco la risposta alla domanda: si
diventa scrittori scrivendo con pazienza e ostinazione, senza mai perdere la
fiducia in quello che si scrive.
L'analfabeta

Un giorno la vicina di casa mia amica mi dice: — Ho visto una


trasmissione televisiva sulle donne straniere che fanno le operaie.
Lavorano tutto il giorno in fabbrica e la sera si occupano della casa, dei
figli.
Io dico: — È quello che ho fatto io, appena arrivata in Svizzera Lei dice:
— Ma loro, per di più, non sanno nemmeno il francese.
— Neanch'io lo sapevo.
La mia amica è seccata. Non può raccontarmi la storia impressionante
che ha visto alla televisione sulle donne straniere che fanno le operaie. Ha
dimenticato così bene il mio passato che non riesce più a immaginare che
anch'io ho fatto parte di quella categoria di donne che non conoscono la
lingua del posto, che lavorano in fabbrica e che la sera si occupano della
famiglia.
Io invece me ne ricordo: la fabbrica, la spesa, la bambina, i pasti. E la
lingua ignota.
In fabbrica è difficile riuscire a parlarsi, le macchine fanno troppo
rumore. Si riesce a parlare solo nelle toilette, fumando a gran velocità una
sigaretta.
Le mie amiche operaie mi insegnano l'essenziale. Dicono: «Oggi è bel
tempo», indicandomi il paesaggio di Val-de-Ruz. Mi toccano per
insegnarmi altre parole: capelli, braccia, mani, bocca, naso.
Di sera torno a casa con la bambina. La mia figlioletta mi guarda con gli
occhi sgranati quando le parlo in ungherese. Una volta si mette a piangere
perché io non la capisco, un'altra volta perché è lei a non capirmi.
Cinque anni dopo essere giunta in Svizzera parlo il francese, ma
continuo a non saperlo leggere. Sono tornata analfabeta. Io che leggevo già
a quattro anni.
Conosco le parole. Quando le leggo, non le riconosco. Le lettere non
corrispondono a niente. L'ungherese è una lingua fonetica, il francese è
l'esatto contrario.
Non so come ho potuto vivere senza la lettura per cinque anni. C'era,
una volta al mese, la «Gazzetta letteraria ungherese», che all'epoca
pubblicava le mie poesie; c'erano anche i libri ungheresi della Biblioteca di
Ginevra che ricevevamo per corrispondenza. Erano libri il più delle volte
già letti, ma che importava, era sempre meglio rileggere che non leggere
del tutto.
La bambina sta per compiere sei anni, e sta per cominciare la scuola.
Anch'io comincio, ricomincio la scuola. All'età di ventisette anni, mi
iscrivo ai corsi estivi dell'Università di Neuchàtel, per imparare a leggere.
Sono corsi di francese rivolti a studenti stranieri. Ci sono inglesi,
americani, tedeschi, giapponesi, svizzeri tedeschi. L'esame di ammissione
è un esame scritto. Consegno un foglio bianco, mi ritrovo con i
principianti.
Dopo qualche lezione il professore mi dice: — Lei parla molto bene il
francese. Come mai è in un corso per principianti?
Gli dico: — Non so né leggere, né scrivere. Sono analfabeta.
Lui si mette a ridere: — Questo lo vedremo.
Due anni dopo conseguo il Certificato di Studi Francesi con un'ottima
valutazione.
So leggere, so di nuovo leggere. Posso leggere Victor Hugo, Rousseau,
Voltaire, Sartre, Camus, Michaux, Francis Ponge, Sade, tutto quello che
voglio leggere di francese, e anche gli autori non francesi ma tradotti,
Faulkner, Steinbeck, Hemingway.
Il mondo è pieno di libri, di libri finalmente comprensibili, anche per
me.
In seguito avrò ancora due figli. Con loro farò ancora esercizi di lettura,
di ortografia, di coniugazione. Quando mi chiedono il significato di una
parola, o la sua ortografia, non dico mai: «Non lo so». Dico: «Vado a
vedere». E vado a vedere nel dizionario, senza stancarmi mai. Divento
un'appassionata di dizionari.
Non appena padroneggio un po' la lettura, mi fisso un altro obiettivo:
scrivere in francese. Questo è diventato una necessità, perché attorno a me
tutti parlano francese. Se la sera dovessi descrivere in ungherese la mia
giornata, il racconto dovrebbe essere tradotto. Ovviamente ci sono anche
altre ragioni. Non sono una scrittrice dissidente nota, nessuno mi
tradurrebbe, e non mi pubblicherebbero nemmeno in Ungheria. Per cui non
mi resta che accettare la sfida e negli anni Settanta comincio a scrivere in
francese. Nel 1972 porto a termine le mie prime due pièce teatrali. Mi ci
vorranno ancora più di dieci anni per cominciare timidamente a scrivere un
romanzo.
Questa lingua, il francese, non l'ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso,
dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli
scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida.
La sfida di un'analfabeta.
Ho incontrato per strada il mio professore di un tempo. Mi ha detto: —
Un mio allievo sta facendo un lavoro sul suo libro.
Ho detto: — È divertente, non trova?
— Divertente? Sì, è proprio la parola giusta.
Finito di stampare nel mese di aprile 2005
nell'officina dell'Istituto grafico Casagrande s.a. a Bellinzona