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Collana:

TRANSPERSONALE

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INDICE

Ringraziamenti
Introduzione

PARTE PRIMA: LE POSSIBILITÀ


1 Stati di coscienza e illuminazione

PARTE SECONDA: I PROBLEMI


2 Dio e la realtà
3 L’automatizzazione
4 L’evolversi dell’intelligenza
5 Il pensiero operativo
6 Vivere in un simulatore del mondo
7 Le emozioni
8 Il condizionamento
9 L’ipnosi
10 La trance consensuale: il sonno quotidiano
11 L’identificazione
12 Stati di identità
13 I meccanismi di difesa

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14 Equilibrio e squilibrio negli esseri con tre cervelli
15 Falsa personalità ed essenza

PARTE TERZA: LE PRATICHE


16 Verso il risveglio
17 L’osservazione di sé
18 Ricordarsi di sé
19 Livelli superiori di coscienza
20 Realtà spirituale, lavoro e preghiera
21 Gruppi di lavoro e maestri
22 I problemi del lavoro
23 La compassione
24 La scelta di un percorso spirituale

Prima appendice Letture consigliate


Seconda appendice Trovare un gruppo di orientamento
gurdjieffiano
Bibliografia

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RINGRAZIAMENTI

Questo libro è dedicato a tutti coloro che vogliono capire meglio


se stessi e gli altri e che desiderano risvegliarsi dal sogno
angusto e distorto che chiamiamo “coscienza ordinaria”.
Il mio più grosso debito di riconoscenza va a G. I. Gurdjieff e ai
suoi allievi, che con i loro scritti e le loro pratiche mi hanno
fornito lo stimolo principale per la realizzazione di questo libro.
L’idea di scriverlo è partita da Henry Rolfs, dell’Istituto di
scienze noetiche. Henry, che da parecchio tempo è interessato a
Gurdjieff, cercava qualcuno che ne interpretasse il lavoro in
chiave moderna e si è rivolto a me, che da molti anni condivido
questo suo interesse. Sono molto grato a Henry e all’Istituto di
scienze noetiche per il generoso sostegno finanziario che mi ha
permesso di trovare il tempo di scrivere questo libro.
I miei studenti Christie Atkinson-Meyers, Etzel Cardena, David
Gabriel e John Price mi sono stati di grande aiuto suggerendomi
di inserire alcune spiegazioni e aggiunte a una precedente
stesura di questo lavoro, mentre mia moglie Judy mi ha offerto
(oltre a molti consigli redazionali) il sostegno e
l’incoraggiamento indispensabili per scrivere questo libro. Uno
speciale ringraziamento va anche a David Daniels, Henry
Korman, Claudio Naranjo, Kathy Speeth e ad altri che tanto mi
hanno insegnato sul lavoro di Gurdjieff
Sono contento del fatto che questo libro farà parte di una nuova
collana ideata dall’Istituto di scienze noetiche. L’Istituto è

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un’organizzazione all’avanguardia nel campo educativo e della
ricerca e ha saputo dare un importante contributo alla
comprensione e all’accettazione di una più ampia e profonda
consapevolezza del potenziale umano. L’organizzazione è
composta da membri che in parte ne finanziano il lavoro. Se
siete interessati alle attività dell’Istituto in qualità di studenti o
se volete finanziarle, potete scrivere al seguente indirizzo:
Institute of Noetic Sciences, 475, Gate Five Road, #300,
Sausalito, California 94965.

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INTRODUZIONE

Scopo di questo libro è aiutarvi a trovare ciò che pensate di


possedere già, ovvero il libero arbitrio, l’intelligenza e
l’autocoscienza.
Immagino che troverete quest’idea alquanto assurda. Vi fornirò
degli elementi per dimostrare che quella che chiamate volontà
consiste in larga misura in una reazione meccanica determinata
da un condizionamento, che la vostra intelligenza è
estremamente limitata rispetto alle sue potenzialità, e che non
esiste un vero sé che controlli la vita da uno stato di effettiva
auto-consapevolezza. Potremo poi valutare in che modo ovviare
a questa situazione. Potreste essere molto di più di ciò che siete
ora!
Per introdurre brevemente il problema fin d’ora, vi invito a fare
il seguente esercizio. Guardate la lancetta più lunga
dell’orologio o, se è digitale, il display dei secondi e prendete
mentalmente nota di che ore sono. Poi, facendo appello a tutta
la vostra forza di volontà, stabilite che per i prossimi cinque
minuti presterete la massima attenzione al movimento della
lancetta dei secondi o a qualsiasi cambiamento del display
digitale, rimanendo contemporaneamente consapevoli del vostro
respiro, e senza pensare ad altro.
Se non riuscite a usare la vostra forza di volontà e
consapevolezza per fare questo semplice esercizio
emotivamente inoffensivo, cosa credete di poter fare nello stress

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della vita reale? Se per i prossimi cinque minuti manterrete
costante la vostra attenzione sul display dei secondi e sul vostro
respiro senza pensare ad altro, avete un’eccezionale capacità di
concentrarvi. Come però dimostrerà questo libro, la
concentrazione non basta.
Provate a fare l’esercizio adesso, prima di continuare la lettura.
Con la minaccia dell’annientamento nucleare che pende sopra il
destino del mondo, siamo tutti d’accordo sul fatto che creare i
presupposti per una pace permanente sia il più importante dei
compiti che ci attendono. Gli aspetti psicologici e spirituali di
tale compito sono più importanti dei più ovvii aspetti politici ed
economici, perché in assenza di solide fondamenta psicologiche
e spirituali, le nostre cosiddette misure concrete, l’agire politico
ed economico, perderanno la loro efficacia.
Recentemente ho avuto modo di ascoltare le parole di una
grande figura spirituale, il Dalai Lama, su come promuovere la
pace nel mondo. Il suo discorso mi ha profondamente
commosso, perché le parole venivano non solo dalla mente, ma
anche dal cuore. Egli ha sottolineato come i conflitti esterni tra
le persone e le nazioni nascano da conflitti che molto spesso
viviamo dentro di noi, e che non derivano quindi solo da fonti
esterne. Certamente dobbiamo adoperarci per eliminare le cause
esterne dei conflitti, ma se vogliamo che la pace esterna sia
durevole, dovremo costruirla a partire da un solido fondamento
interiore di pace individuale.
A questo incontro hanno parlato diverse altre persone. Subito
dopo l’intervento di Sua Santità, una signora ha esposto il punto
di vista delle donne sulla pace. Ha parlato di come le donne
sono state maltrattate in questa e in altre culture, di come la
guerra sia un’attività tipicamente maschile che ferisce le donne,
e della necessità che le donne usino il loro potere per fermare le
guerre. La sua analisi di come il sessismo sostenga la logica

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della guerra ha ampliato la mia visione del problema. A livello
intellettuale, mi sono trovato d’accordo con tutte le sue
osservazioni. Mi sono sembrate chiare, incisive e molto
concrete.
A livello emotivo, tuttavia, era tutta un’altra storia. Molto
“illogicamente”, mi sentivo sempre più in collera con quella
donna e con tutto ciò che rappresentava. Anche mia moglie
provava la stessa cosa, come del resto tutte le persone del
pubblico con cui in seguito abbiamo avuto modo di parlare. Ero
turbato dalla mia collera, perché mi pareva una cosa del tutto
irrazionale e contraria ai miei stessi sentimenti positivi rispetto
alle posizioni femministe.
Dopo un’attenta riflessione, mi resi conto che mentre il
contenuto concettuale di ciò che la donna aveva detto era
condivisibile e le faceva onore, il tono emotivo del suo discorso
era rabbioso e aggressivo, e provocava automaticamente una
risposta emotiva di rifiuto. Queste reazioni emotive
condizionate si verificavano nonostante l’accettazione
intellettuale. La donna, purtroppo, offriva una dimostrazione del
punto fondamentale del discorso di Sua Santità; se non si
possiede la pace interiore, ogni tentativo di costruire la pace nel
mondo esterno può ritorcersi contro di sé, creando ancora più
ostilità che se non si fosse fatto nulla. Questo libro tratta di
quegli aspetti del nostro inconscio che distruggono ogni
possibilità di ottenere la vera pace.
Il fatto che io ed altri abbiamo automaticamente reagito
arrabbiandoci illustra, ovviamente, un altro aspetto di tutto
l’orrore della situazione in cui versa l’umanità. Ci comportiamo
in modo troppo meccanico; di fatto, siamo degli automi, un altro
punto cruciale di cui tratterà questo libro.
La nostra discussione sulla condizione umana ruoterà intorno a
un’idea fondamentale, ma che viene raramente accettata o

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compresa: noi tutti siamo “addormentati” rispetto a come
potremmo essere. Viviamo sognando, ipnotizzati; siamo degli
automi. Cadiamo in preda alle illusioni credendo di percepire la
realtà. La donna che ha parlato dopo l’intervento del Dalai
Lama era addormentata, trasognata, ipnotizzata, inconsapevole
di come alcune parti di lei contraddicessero e delegittimassero
altre parti. La sua condizione è anche la nostra. Dobbiamo
risvegliarci alla realtà dei problemi causati dal nostro sé diviso,
per andare a scoprire la realtà del nostro mondo, incontaminato
dall’ipnosi.
Questo libro parla del risveglio, che è un passo necessario alla
creazione dei presupposti per una pace interiore e una maggiore
incisività nel mondo; parla dei processi psicologici e culturali
che creano conflitti interiori, delusioni, inutile sofferenza e
ostilità, che ci dividono gratuitamente dagli altri, che rendono
più profondo il nostro sonno. Solo pochi tra noi si troveranno
nella condizione di poter influire in modo decisivo sulla pace
nel mondo, ma coltivando le nostre risorse interiori potremo
creare uno stato di pace e la capacità di agire con efficacia, sia a
livello individuale che nei rapporti con gli altri, e questo
atteggiamento potrà diffondersi coinvolgendo sempre più
persone. Via via che ci comporteremo in modo meno aggressivo
e più sollecito con quanti ci sono vicini, cominceremo ad
incidere su quei processi politici che hanno bisogno di nemici
per ragioni psicologiche nascoste. È mia speranza che l’aiuto
dato alle persone affinché trovino la pace interiore possa
contribuire a promuovere la pace nel mondo.

LA LUCE INTERIORE
Nella sua Ode: “Indizi di immortalità”, William Wordsworth
descrisse puntualmente una condizione umana oltremodo
diffusa. Riconoscere in sé l’esistenza di questa condizione può

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14 Equilibrio e squilibrio negli esseri con tre cervelli
15 Falsa personalità ed essenza

PARTE TERZA: LE PRATICHE


16 Verso il risveglio
17 L’osservazione di sé
18 Ricordarsi di sé
19 Livelli superiori di coscienza
20 Realtà spirituale, lavoro e preghiera
21 Gruppi di lavoro e maestri
22 I problemi del lavoro
23 La compassione
24 La scelta di un percorso spirituale

Prima appendice Letture consigliate


Seconda appendice Trovare un gruppo di orientamento
gurdjieffiano
Bibliografia

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provate con l’alcol o altre droghe. Vinti dall’amarezza, potete
prendervela con il mondo intero che vi ha sottratto qualcosa di
prezioso, anche se non sapete esattamente cosa avete perso.
Troppo spesso proviamo risentimento per le persone che
possiedono la luce e le aggrediamo solo perché ci ricordano
quanto siamo vuoti. Potete cercare di consolarvi con qualche
religione che vi dice che un giorno, in una condizione al di là da
venire, tutto si aggiusterà, ma il vostro presente rimane vuoto.
Oppure, potete guardarvi dentro per trovare la luce.
Sono molti i sentieri percorribili per cercare di arrivare alla luce
interiore. Tanto per cominciare, dovrete riconoscere che c’è in
voi qualcosa di prezioso che va scoperto, nonostante la nostra
cultura ci spinga fortemente a privilegiare il lato esteriore delle
cose, a cercare la felicità nel consumo di beni materiali.
Ovviamente, dovrete sempre lottare per remare contro la
corrente sociale: le persone che si guardano dentro sono
pericolose e imprevedibili, perciò la società diffida di loro, le
scoraggia e spesso le punisce.
Percorrendo questi sentieri qualcuno ha trovato la felicità,
qualcun altro il disappunto, altri sono andati incontro a piccole
delusioni, altri ancora alla pazzia. Ci sono sentieri potenti, altri
che forse saranno stati efficaci in passato ma che ormai non
funzionano più, mentre altri sono pericolosi. Ce ne sono certi
che sono mere parodie di sentieri; alcuni non sono altro che
pericolose nevrosi camuffate da sentieri. Qualsiasi vero sentiero
richiede coraggio: il coraggio di opporsi alla marea sociale, il
coraggio di vedersi quali si è veramente, il coraggio di correre
dei rischi. Progredire lungo un vero sentiero costituisce un dono
per tutti noi, oltre che una conquista individuale.
Questo libro rappresenta l’occasione per condividere con i
lettori alcune spiegazioni che mi hanno fatto capire perché
viviamo separati dalla luce, e alcuni strumenti che hanno aiutato

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me ed altre persone a cogliere sufficienti bagliori di questa luce
da poterle andare incontro. Le concezioni qui esposte sono una
combinazione delle mie conoscenze e ricerche psicologiche
professionali e dei risultati della mia personale ricerca
nell’ambito dei diversi sentieri spirituali tradizionali.
I miei libri precedenti sono studi scientifici. Sebbene molte delle
idee che presenterò hanno una base scientifica che deriva dalla
moderna psicologia, la ricerca della luce non può limitarsi a ciò
che è stato scientificamente indagato fino ad oggi: La scienza è
ancora troppo giovane, troppo specialistica, troppo limitata, e
forse non sarà mai in grado di occuparsi di alcuni degli aspetti
più importanti della vita umana. Il più profondo significato della
vita va trovato adesso, senza rimandare la ricerca nella vaga
speranza che un giorno la scienza renderà tutto più facile.
Scrivo quindi questo libro sentendomi soprattutto un vostro
compagno di viaggio nella ricerca della luce, e solo in secondo
luogo in qualità di psicologo.
Ho inoltre preferito evitare la consuetudine accademica di
servirsi di molti riferimenti per avvalorare ogni affermazione:
voglio che sperimentiate le cose che sostengo a livello
personale, senza lasciarvi impressionare dall’autorevole
opinione di chissà quale esperto. In effetti, il materiale di questo
libro dovrebbe essere esperito direttamente, come un insieme di
conoscenze che vi riguardano di persona. Uno stile più
accademico potrebbe forse convincervi intellettualmente che
negli altri avvengono determinate cose, ma se fosse tutto qui ciò
che trarrete dalla lettura di questo libro, ne sarei deluso.
La mia formazione tecnica avrà lasciato una sua traccia sul
libro, che difatti è costruito in base a un approccio pratico. Sono
assolutamente favorevole agli scopi trascendenti ed elevati, ma
voglio anche sapere il più concretamente possibile come
funzionano le cose. Troverete molte spiegazioni che vi

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consentiranno di prendere delle misure specifiche per porre
rimedio ai nostri comuni problemi.
Il percorso che presento in questa sede non è La Via: Iddio mi
scampi dall’idea di avere il monopolio della verità! Dubito
fortemente che esista un unico sentiero valido per tutti. Persone
diverse traggono beneficio da percorsi spirituali diversi, anche
se l’obiettivo ultimo è uguale per tutti.
Non so dire quanto praticabile, per gli altri, sia il particolare
sentiero che ho seguito. Posso dire però che a me è stato molto
utile, e poiché ci saranno molte altre persone che sono simili a
me per certe loro caratteristiche importanti, quello che io ho
capito di questo percorso potrebbe servire anche a loro. Dato
che si tratta di una via che pone l’accento sul fatto di essere nel
mondo senza appartenervi, potrebbe rivelarsi particolarmente
utile a coloro che non possono o non vogliono rinunciare a
vivere una vita normale.

G. I. GURDJIEFF
Tra i molti percorsi che ho esplorato, quello denominato la
Quarta Via, introdotto in Occidente da George Ivanovic
Gurdjieff, è stato quello che mi ha aiutato di più.
L’interpretazione che ne ho dato, insieme a qualche
ampliamento rispetto al materiale originale, costituisce il nucleo
attorno al quale ho costruito questo libro.
Gurdjieff era un uomo che cercava la luce. Nato ad
Alessandropoli, nel Caucaso, tra il 1872 e il 1877, all’inizio del
secolo viaggiò in Oriente, in un’epoca in cui un viaggio di quel
genere costituiva un’impresa eroica. Studiò con i cristiani, i
musulmani, gli indiani, i tibetani e in gruppi esoterici, cercando
l’essenza della verità spirituale che era convinto si trovasse
nascosta sotto le degenerate forme esteriori della religione

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convenzionale.
Si imbatté così in un’enorme quantità di conoscenze teoriche e
pratiche per lo più sconosciute al mondo occidentale. Pur
desiderando condividere ciò che aveva scoperto, era abbastanza
intelligente da rendersi conto che non avrebbe potuto
trasmettere le sue scoperte senza modificarle. Ciò che era
perfettamente comprensibile agli orientali appartenenti a una
certa cultura, avrebbe potuto perdere gran parte della sua
efficacia nella civiltà occidentale del suo tempo; egli si adoperò
così per mettere a punto un sistema adatto agli occidentali della
prima metà del secolo. Gurdjieff morì nel 1946, ma il suo
lavoro è tuttora seguito da moltissime persone.
Gurdjieff dichiarò che il suo lavoro si basava essenzialmente
sugli sforzi consapevoli di una scuola segreta di saggi, una
scuola che secondo alcuni sarebbe la leggendaria Fratellanza
Sarmouni. È un’idea che mi affascina, perché voglio credere
che esistano realmente delle persone sagge ed evolute che
cercano di aiutare il resto dell’umanità a crescere
spiritualmente. Abbiamo sicuramente bisogno di persone del
genere! Non so se queste scuole segrete di saggezza esistano
davvero, ma per quanto riguarda gli obiettivi di questo libro, la
cosa non ha importanza. Come psicologo dotato di una
conoscenza sia pratica che teorica della mente umana, e sulla
base di quel poco che ho imparato nei miei tentativi di trovare la
luce, posso dire che Gurdjieff traccia un quadro molto accurato
della condizione umana e che molte delle tecniche da lui
indicate per lavorare su se stessi sono davvero ingegnose ed
efficaci. Per questo vale la pena di condividerle.
Dopo la morte di Gurdjieff, nacquero svariati gruppi il cui
intento era diffondere le sue idee e il suo lavoro. Come
purtroppo è inevitabile che accada, quasi tutti questi gruppi
tendono a credersi depositari del “vero” insegnamento, mentre

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gli altri sarebbero, nel migliore dei casi, scimmiottatori bene
intenzionati che fanno perdere tempo alla gente oppure, nel
peggiore, dei ciarlatani che fingono di liberare le persone e che
invece fanno loro del male. Di certo è che il lavoro di Gurdjieff
si presta abbastanza ad essere arbitrariamente manipolato, e di
questo discuteremo nel Capitolo 22. Desidero però non
lasciarmi invischiare in questo genere di polemiche incentrate
sulla questione della purezza dottrinale, e nel momento in cui io
stesso espongo le idee di Gurdjieff, non avanzo alcuna pretesa
di purezza.
Questo libro si basa sulla mia comprensione delle idee di
Gurdjieff relative alla psicologia. Qualche volta, quando ho
ritenuto che le mie idee o le scoperte della moderna psicologia
fossero utili, me ne sono servito per ampliare il punto di vista di
Gurdjieff. Ho volutamente trascurato alcune sue idee,
soprattutto relative alla cosmologia, sia perché non nutro molta
fiducia nella comprensione che ne ho, sia perché non so fino a
che punto siano valide. Gurdjieff era un genio, ma anche i geni,
come tutti, possono sbagliarsi. Se troverete che le idee e le
tecniche presentate in questo libro sono utili alla vostra
personale ricerca della luce, bene. In tal caso vorrete forse
affrontare altri testi scritti da Gurdjieff stesso o che lo
riguardano. Nella prima appendice troverete alcune utili
indicazioni bibliografiche. Alla fine, però, la vera conoscenza
non può venirci da altri, che tutt’al più possono offrirci degli
stimoli. Dobbiamo sviluppare da soli il nostro sapere.
Considerate le idee e le pratiche qui proposte come degli spunti.
Se sono in sintonia con qualcosa che è dentro di voi, provatele.
Trovano una collocazione nel quadro della vostra esperienza
personale? Contribuiscono ad ampliare le vostre concezioni?
Hanno bisogno di qualche modifica? Stimolano i lati migliori o
peggiori della vostra personalità? Alcune di esse andrebbero
forse respinte? Come Gurdjieff ha sottolineato, non dovreste

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credere a nessuno dei suoi insegnamenti e neppure, aggiungerei,
alla mia interpretazione degli stessi. Se le idee e le pratiche
suggerite vi sembreranno interessanti, mantenete un
atteggiamento di apertura finché riterrete di averne compreso i
principi di base, e poi mettetele alla prova. Se su di voi
funzionano, lavorateci su e andate avanti.
Un uomo la cui vita era piuttosto grigia e poco salutare
cominciò a rendersi conto della sua situazione e decise che
avrebbe coltivato fiori stupendi e verdure nutrienti nel suo
giardino. Non aveva le idee troppo chiare sul da farsi, perciò si
recò presso un negozio vicino a casa e si guardò attorno.
C’erano confezioni di sementi con sopra immagini meravigliose
di fiori bellissimi e verdure rigogliose, e scatole e barattoli di
fertilizzanti. Ovviamente, gli parve che questi facessero al caso
suo.
Mentre si accingeva a comprarne, capitò lì un suo amico più
saggio di lui e gli chiese che cosa avesse in mente. Dopo averlo
ascoltato, questo amico, che aveva visto il giardino dell’uomo,
non poté fare a meno di dargli dei consigli: “Il tuo obiettivo
finale è davvero buono, ma io ho visto il tuo giardino: è già
fertile ed è invaso dalle erbacce. Per un bel po’ di tempo non ti
serviranno semi e fertilizzanti; devi prima informarti su come
riconoscere le erbacce e ti serviranno degli attrezzi per
estirparle. Se usi subito i semi e il concime, le erbacce
prolifereranno ancora di più e le verdure e i fiori moriranno
soffocati”.
Preferirei scrivere solo di fiori e di nutriente verdura ma, da
vecchio coltivatore di erbacce, ho imparato quanto sia
importante la sarchiatura. Questo libro parla della ricerca della
luce, ma riserva anche un ampio spazio al problema di come
riconoscere e affrontare la malerba del sonno, dell’ipnosi, delle
difese e simili che assorbono tutta l’energia soffocando il nostro

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lato più profondo. Mi dispiace che tanta parte del libro sia
dedicata alle cause e alla precisa natura della stupidità e della
sofferenza del genere umano, ma lo scopo è quello di preparare
il terreno alla coltivazione della luce. Sono certo che dall’uomo
di scienza al mistico, chiunque sia in cerca della verità troverà
utile questo libro. Abbiamo tutti parecchie erbacce da estirpare.
Il libro è suddiviso in tre sezioni principali. La prima tratta
brevemente della natura dell’illuminazione e della possibilità di
attingere alle risorse dei vari stati di coscienza per giungere a
una piena evoluzione. La seconda esamina in dettaglio il
problema delle erbacce, degli automatismi e dei meccanismi di
difesa che ci tarpano le ali. La terza riguarda le tecniche di
sarchiatura e alcuni degli effetti che potrebbero derivarne.
Esiste una luce interiore, una pace interiore che è possibile
trovare. È possibile risvegliare la mente al punto che la
coscienza ordinaria, in confronto, sembra uno stato di sonno.
Questo avrà l’effetto di accrescere, e non di diminuire, la vostra
incisività nel mondo quotidiano, consentendovi anche di
rapportarvi agli altri con maggiore attenzione e autentica
compassione. Io l’ho constatato di persona, non vi ho solo
riflettuto. So che porta a una pace interiore che facilita anche
quella con il mondo esterno e sono felice di poter condividere
con voi questa conoscenza.

21
Parte Prima

LE POSSIBILITÀ

22
1

STATI DI COSCIENZA E
ILLUMINAZIONE

Questo libro parla di illuminazione e stati di coscienza, dei


metodi da impiegare per perseguire un importante aspetto
dell’illuminazione e, in particolare, degli ostacoli che ci
relegano in una buia condizione di ignoranza.
I termini stati di coscienza e illuminazione sono nuovi alla
nostra cultura. Sebbene gli esperimenti relativi agli stati alterati
di coscienza e il desiderio di illuminazione abbiano assunto
molta importanza nella vita di alcune persone, i concetti
associati a questi termini non sono quasi mai sufficientemente
chiari. Di fatto, essi sono oggetto di una mistificazione gratuita
che interferisce con la crescita personale e la capacità di
comprensione, per cui questo capitolo sarà dedicato al
chiarimento di cosa si intenda quando si parla di stati alterati di
coscienza e di illuminazione. Otterremo così una visione
d’insieme circa le nostre possibilità, acquisendo inoltre un
quadro complessivo degli ostacoli che incontreremo
evolvendoci verso la piena realizzazione del nostro potenziale.
Questo ci sarà d’aiuto via via che ci addentreremo nella
spiegazione dettagliata degli ostacoli all’illuminazione di cui
tratta la parte successiva del libro.
In questo capitolo affronterò tre concetti fondamentali: cosa si

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intende per illuminazione? Cosa sono gli stati alterati di
coscienza? In che modo tali stati possono essere utilizzati per
favorire la crescita verso l’illuminazione?

GLI STATI DI COSCIENZA


Cominceremo definendo più precisamente ciò che intendiamo
per stato di coscienza. L’espressione viene comunemente e
impropriamente usata per indicare qualsiasi cosa di cui si faccia
esperienza in un dato momento. Così, quando mangiate un
biscotto, vi trovate in uno stato di coscienza caratterizzato dal
“sapore di biscotto”. Se poi vi mettete a pensare a un vostro
problema finanziario, sarete in uno stato di coscienza
“finanziario”, e così via. Questo è però troppo vago perché
l’espressione conservi una qualche utilità. Nel mio libro Stati di
coscienza, propongo di riservare il termine stato ad alterazioni
importanti del modo in cui funziona la mente.(1)
Per esempio, se vi chiedessi: “In questo momento state forse
facendo esperienza di uno stato onirico, state solo sognando di
leggere questo libro e presto vi sveglierete nel letto di casa
vostra?”, non mi aspetterei di sentirvi rispondere di sì. È vero
che è anche capitato che qualcuno alzasse la mano quando ho
fatto questa domanda in qualche affollata conferenza, ma si
trattava sempre di persone che amavano i giochi di parole. Se
avessi chiesto a una di loro di scommettere cinquanta dollari che
entro cinque minuti si sarebbe svegliata dal sogno trovandosi
nel proprio letto, di sicuro avrebbe ammesso di sapere
perfettamente che non era un sogno.
Ciò che mi preme sottolineare è che noi tutti distinguiamo i vari
stati di coscienza affidandoci al buonsenso. Di solito la nostra
mente funziona secondo un modello che possiamo esaminare e
quindi classificare. Se esaminate il vostro in questo momento, vi
renderete conto che non si tratta del modello di funzionamento

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mentale che in genere chiamate sogno. Vi sembrerà piuttosto il
modello che conoscete come stato di veglia o di coscienza
ordinaria. La differenza è abbastanza evidente e per la
stragrande maggioranza delle persone sognare o essere svegli
sono due cose distinte.
Per essere più precisi, nell’ambito del mio approccio
“sistemico” alla comprensione degli stati alterati, ho definito
uno stato di coscienza discreto per un dato individuo (le
differenze individuali sono molto importanti) come una
configurazione o un sistema unici formati da strutture o
sottosistemi psicologici. Le componenti o gli aspetti della mente
che possiamo distinguere a scopo analitico (come la memoria, i
processi di valutazione cognitiva, e la funzione che determina il
senso di identità) sono organizzati in un certo tipo di sistema o
modello, che costituisce uno stato di coscienza. La natura del
modello e gli elementi che lo costituiscono determinano ciò che
si può o non si può fare quando ci si trova in tale stato. Nel
sogno, volare per un atto di volontà è senz’altro possibile. Non
vorrei dire che questo sarebbe assolutamente impossibile in uno
stato di coscienza consensuale, ma di certo non sarebbe facile!
Uno stato di coscienza è un processo dinamico; certi suoi aspetti
mutano costantemente nei particolari anche quando il modello
complessivo risulta inalterato. Il contenuto specifico dei miei
ultimi pensieri, per esempio, è cambiato da un pensiero all’altro,
ma ognuno di loro ovviamente si manifesta come parte di un
tutto che io definisco il mio stato di coscienza ordinario. Mi
capita di pensare a un particolare stato come se fosse un
giocoliere che lancia diverse palline facendole ruotare in
cerchio: le palline si muovono continuamente, ma il tracciato
che formano rimane circolare.
In un mondo che cambia, il modello di uno stato di coscienza
rimane costante. “Le strutture che operano all’interno di uno

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stato di coscienza discreto costituiscono un sistema in cui le
singole parti, le strutture psicologiche, producono le une sulle
altre un’azione stabilizzante per mezzo del controllo esercitato
dalla retroazione, così che il sistema [lo stato di coscienza
discreto] conserva il suo modello funzionale complessivo
nonostante le modifiche dell’ambiente”.(2) Se io in questo
momento fossi fisicamente presente accanto a voi, e
improvvisamente battessi le mani, vi farei trasalire.
Interverrebbe allora un cambiamento nell’ambiente e a livello
del vostro funzionamento mentale momentaneo, ma è assai
improbabile che entriate all’improvviso in una sorta di “trance”,
che raggiungiate l’illuminazione, che perdiate i sensi o cose del
genere. Il vostro stato di coscienza mantiene dunque la propria
integrità in un mondo che cambia.
Uno stato si dice alterato se si differenzia in via discreta da uno
stato di base che serve da termine di confronto. Poiché in genere
utilizziamo lo stato di veglia ordinario come modello
comparativo, anche la fase onirica del sonno costituirebbe uno
stato alterato di coscienza; altri esempi noti a tutti sono lo stato
ipnotico, gli stati indotti da sostanze psicotrope come l’alcol,
quelli causati da forti emozioni come la rabbia, il panico, la
depressione, l’esaltazione euforica(3) e quelli indotti dalle
pratiche meditative.(4)
Il mio interesse personale per gli stati alterati di coscienza è
cominciato quando ero ancora bambino. Andando indietro con
la memoria, non ricordo un tempo in cui la mia vita onirica non
sia stata reale e vivida. I miei genitori, in quanto normali
rappresentanti di questa cultura, mi insegnavano che i sogni non
erano veri e che non dovevo farci caso, ma la mia esperienza
diretta contrastava con questo punto di vista, tipico
dell’Occidente. Come poteva la gente ignorare aspetti della vita
tanto reali? Perché dimenticavo i sogni così facilmente? Cosa
potevo fare per migliorare la qualità della mia vita onirica?

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C’era una questione che più delle altre stuzzicava la mia
curiosità: nei sogni, con un certo atto di volontà, potevo volare:
perché non riuscivo a utilizzare quello stesso atto di volontà
nello stato di veglia in modo da volare anche qui?

IL POTERE DEGLI STATI ALTERATI DI


COSCIENZA: L’IPNOSI
Il mio interesse infantile per i sogni è stato uno dei fattori che
hanno determinato la mia scelta di diventare psicologo, e molti
dei miei primi lavori di ricerca riguardavano proprio l’attività
onirica. Lo stato alterato che mi colpì maggiormente all’inizio
della carriera di ricercatore, tuttavia, fu l’ipnosi, che illustra
molto bene l’enorme potere degli stati alterati nel modificare la
nostra percezione della realtà. (Ci occuperemo in dettaglio di
ipnosi nel Capitolo 9, dato che questo è un argomento molto
rivelatore rispetto ai problemi della coscienza ordinaria).
Per indurre lo stato ipnotico, mi mettevo a sedere con un
volontario disposto a farsi ipnotizzare. Presumibilmente
eravamo entrambi persone normali; con gli occhi vedevamo
intorno a noi la stessa stanza che vedevano gli altri e presumo
che con le orecchie udissimo i suoni ordinari e reali presenti
nella stanza. Col naso sentivamo gli odori che c’erano ed
eravamo consapevoli della presenza fisica degli oggetti che
occupavano la stanza.
Poi cominciavo a parlare con il soggetto. I ricercatori chiamano
questo tipo di espressione orale “procedimento di induzione
ipnotica”, ma a prescindere dalla particolarità della definizione,
in pratica si tratta semplicemente di parlare. Al soggetto non
veniva somministrata alcuna sostanza psicotropica, non lo si
collocava in un ambiente speciale, non si agiva in alcun modo
sul suo cervello dall’esterno, eppure nel giro di venti minuti ero
in grado di cambiare drasticamente l’universo in cui viveva.

27
compresa: noi tutti siamo “addormentati” rispetto a come
potremmo essere. Viviamo sognando, ipnotizzati; siamo degli
automi. Cadiamo in preda alle illusioni credendo di percepire la
realtà. La donna che ha parlato dopo l’intervento del Dalai
Lama era addormentata, trasognata, ipnotizzata, inconsapevole
di come alcune parti di lei contraddicessero e delegittimassero
altre parti. La sua condizione è anche la nostra. Dobbiamo
risvegliarci alla realtà dei problemi causati dal nostro sé diviso,
per andare a scoprire la realtà del nostro mondo, incontaminato
dall’ipnosi.
Questo libro parla del risveglio, che è un passo necessario alla
creazione dei presupposti per una pace interiore e una maggiore
incisività nel mondo; parla dei processi psicologici e culturali
che creano conflitti interiori, delusioni, inutile sofferenza e
ostilità, che ci dividono gratuitamente dagli altri, che rendono
più profondo il nostro sonno. Solo pochi tra noi si troveranno
nella condizione di poter influire in modo decisivo sulla pace
nel mondo, ma coltivando le nostre risorse interiori potremo
creare uno stato di pace e la capacità di agire con efficacia, sia a
livello individuale che nei rapporti con gli altri, e questo
atteggiamento potrà diffondersi coinvolgendo sempre più
persone. Via via che ci comporteremo in modo meno aggressivo
e più sollecito con quanti ci sono vicini, cominceremo ad
incidere su quei processi politici che hanno bisogno di nemici
per ragioni psicologiche nascoste. È mia speranza che l’aiuto
dato alle persone affinché trovino la pace interiore possa
contribuire a promuovere la pace nel mondo.

LA LUCE INTERIORE
Nella sua Ode: “Indizi di immortalità”, William Wordsworth
descrisse puntualmente una condizione umana oltremodo
diffusa. Riconoscere in sé l’esistenza di questa condizione può

13
essere assai deprimente, ma può anche spingere l’individuo a
intraprendere un percorso di scoperta:
Ci fu un tempo in cui i campi, i boschi e i ruscelli,
La terra e tutto ciò che mi era familiare
Mi parevano avvolti in una luce celestiale,
La gloria e la freschezza di un sogno.
C’è stato un tempo, una condizione, durante la nostra infanzia,
in cui erano presenti una vitalità, una freschezza, un ardore, un
desiderio e un amore della bellezza capaci di creare il paradiso
in terra. La luce è una metafora che rende bene l’idea, una
metafora che per certi versi è vera alla lettera. Sfortunatamente,
la luce di cui un tempo abbiamo fatto esperienza viene coperta e
data per persa. Tornando al punto di vista dell’adulto,
Wordsworth lamenta:
Ora non è più come un tempo.
Dovunque io volga lo sguardo,
Sia notte o giorno,
La luce che ho visto
Non posso più vedere.
A nessuno piace avere la sensazione che qualcosa di prezioso
sia andato perduto. Di fatto, la vostra personale perdita della
luce si ripercuote anche sulla collettività. È quindi necessario
fare qualcosa. Riconoscere la perdita può avere un effetto
deprimente, ma, al tempo stesso, può spingervi a intraprendere
un percorso di crescita. A noi adulti capita di tanto in tanto di
avere dei brevi sprazzi di luce, e questo ci stimola a cercarla.

Molte delle strade seguite si sono rivelate deludenti. Si può


soffocare la voce del proprio scontento vivendo con maggiore
impeto, per esempio lottando per questioni di ordinaria quantità:
per avere più soldi, più potere, più sesso, più fama, più
emozioni, più fascino. Potete ottundere il senso di vuoto che

14
provate con l’alcol o altre droghe. Vinti dall’amarezza, potete
prendervela con il mondo intero che vi ha sottratto qualcosa di
prezioso, anche se non sapete esattamente cosa avete perso.
Troppo spesso proviamo risentimento per le persone che
possiedono la luce e le aggrediamo solo perché ci ricordano
quanto siamo vuoti. Potete cercare di consolarvi con qualche
religione che vi dice che un giorno, in una condizione al di là da
venire, tutto si aggiusterà, ma il vostro presente rimane vuoto.
Oppure, potete guardarvi dentro per trovare la luce.
Sono molti i sentieri percorribili per cercare di arrivare alla luce
interiore. Tanto per cominciare, dovrete riconoscere che c’è in
voi qualcosa di prezioso che va scoperto, nonostante la nostra
cultura ci spinga fortemente a privilegiare il lato esteriore delle
cose, a cercare la felicità nel consumo di beni materiali.
Ovviamente, dovrete sempre lottare per remare contro la
corrente sociale: le persone che si guardano dentro sono
pericolose e imprevedibili, perciò la società diffida di loro, le
scoraggia e spesso le punisce.
Percorrendo questi sentieri qualcuno ha trovato la felicità,
qualcun altro il disappunto, altri sono andati incontro a piccole
delusioni, altri ancora alla pazzia. Ci sono sentieri potenti, altri
che forse saranno stati efficaci in passato ma che ormai non
funzionano più, mentre altri sono pericolosi. Ce ne sono certi
che sono mere parodie di sentieri; alcuni non sono altro che
pericolose nevrosi camuffate da sentieri. Qualsiasi vero sentiero
richiede coraggio: il coraggio di opporsi alla marea sociale, il
coraggio di vedersi quali si è veramente, il coraggio di correre
dei rischi. Progredire lungo un vero sentiero costituisce un dono
per tutti noi, oltre che una conquista individuale.
Questo libro rappresenta l’occasione per condividere con i
lettori alcune spiegazioni che mi hanno fatto capire perché
viviamo separati dalla luce, e alcuni strumenti che hanno aiutato

15
me ed altre persone a cogliere sufficienti bagliori di questa luce
da poterle andare incontro. Le concezioni qui esposte sono una
combinazione delle mie conoscenze e ricerche psicologiche
professionali e dei risultati della mia personale ricerca
nell’ambito dei diversi sentieri spirituali tradizionali.
I miei libri precedenti sono studi scientifici. Sebbene molte delle
idee che presenterò hanno una base scientifica che deriva dalla
moderna psicologia, la ricerca della luce non può limitarsi a ciò
che è stato scientificamente indagato fino ad oggi: La scienza è
ancora troppo giovane, troppo specialistica, troppo limitata, e
forse non sarà mai in grado di occuparsi di alcuni degli aspetti
più importanti della vita umana. Il più profondo significato della
vita va trovato adesso, senza rimandare la ricerca nella vaga
speranza che un giorno la scienza renderà tutto più facile.
Scrivo quindi questo libro sentendomi soprattutto un vostro
compagno di viaggio nella ricerca della luce, e solo in secondo
luogo in qualità di psicologo.
Ho inoltre preferito evitare la consuetudine accademica di
servirsi di molti riferimenti per avvalorare ogni affermazione:
voglio che sperimentiate le cose che sostengo a livello
personale, senza lasciarvi impressionare dall’autorevole
opinione di chissà quale esperto. In effetti, il materiale di questo
libro dovrebbe essere esperito direttamente, come un insieme di
conoscenze che vi riguardano di persona. Uno stile più
accademico potrebbe forse convincervi intellettualmente che
negli altri avvengono determinate cose, ma se fosse tutto qui ciò
che trarrete dalla lettura di questo libro, ne sarei deluso.
La mia formazione tecnica avrà lasciato una sua traccia sul
libro, che difatti è costruito in base a un approccio pratico. Sono
assolutamente favorevole agli scopi trascendenti ed elevati, ma
voglio anche sapere il più concretamente possibile come
funzionano le cose. Troverete molte spiegazioni che vi

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consentiranno di prendere delle misure specifiche per porre
rimedio ai nostri comuni problemi.
Il percorso che presento in questa sede non è La Via: Iddio mi
scampi dall’idea di avere il monopolio della verità! Dubito
fortemente che esista un unico sentiero valido per tutti. Persone
diverse traggono beneficio da percorsi spirituali diversi, anche
se l’obiettivo ultimo è uguale per tutti.
Non so dire quanto praticabile, per gli altri, sia il particolare
sentiero che ho seguito. Posso dire però che a me è stato molto
utile, e poiché ci saranno molte altre persone che sono simili a
me per certe loro caratteristiche importanti, quello che io ho
capito di questo percorso potrebbe servire anche a loro. Dato
che si tratta di una via che pone l’accento sul fatto di essere nel
mondo senza appartenervi, potrebbe rivelarsi particolarmente
utile a coloro che non possono o non vogliono rinunciare a
vivere una vita normale.

G. I. GURDJIEFF
Tra i molti percorsi che ho esplorato, quello denominato la
Quarta Via, introdotto in Occidente da George Ivanovic
Gurdjieff, è stato quello che mi ha aiutato di più.
L’interpretazione che ne ho dato, insieme a qualche
ampliamento rispetto al materiale originale, costituisce il nucleo
attorno al quale ho costruito questo libro.
Gurdjieff era un uomo che cercava la luce. Nato ad
Alessandropoli, nel Caucaso, tra il 1872 e il 1877, all’inizio del
secolo viaggiò in Oriente, in un’epoca in cui un viaggio di quel
genere costituiva un’impresa eroica. Studiò con i cristiani, i
musulmani, gli indiani, i tibetani e in gruppi esoterici, cercando
l’essenza della verità spirituale che era convinto si trovasse
nascosta sotto le degenerate forme esteriori della religione

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convenzionale.
Si imbatté così in un’enorme quantità di conoscenze teoriche e
pratiche per lo più sconosciute al mondo occidentale. Pur
desiderando condividere ciò che aveva scoperto, era abbastanza
intelligente da rendersi conto che non avrebbe potuto
trasmettere le sue scoperte senza modificarle. Ciò che era
perfettamente comprensibile agli orientali appartenenti a una
certa cultura, avrebbe potuto perdere gran parte della sua
efficacia nella civiltà occidentale del suo tempo; egli si adoperò
così per mettere a punto un sistema adatto agli occidentali della
prima metà del secolo. Gurdjieff morì nel 1946, ma il suo
lavoro è tuttora seguito da moltissime persone.
Gurdjieff dichiarò che il suo lavoro si basava essenzialmente
sugli sforzi consapevoli di una scuola segreta di saggi, una
scuola che secondo alcuni sarebbe la leggendaria Fratellanza
Sarmouni. È un’idea che mi affascina, perché voglio credere
che esistano realmente delle persone sagge ed evolute che
cercano di aiutare il resto dell’umanità a crescere
spiritualmente. Abbiamo sicuramente bisogno di persone del
genere! Non so se queste scuole segrete di saggezza esistano
davvero, ma per quanto riguarda gli obiettivi di questo libro, la
cosa non ha importanza. Come psicologo dotato di una
conoscenza sia pratica che teorica della mente umana, e sulla
base di quel poco che ho imparato nei miei tentativi di trovare la
luce, posso dire che Gurdjieff traccia un quadro molto accurato
della condizione umana e che molte delle tecniche da lui
indicate per lavorare su se stessi sono davvero ingegnose ed
efficaci. Per questo vale la pena di condividerle.
Dopo la morte di Gurdjieff, nacquero svariati gruppi il cui
intento era diffondere le sue idee e il suo lavoro. Come
purtroppo è inevitabile che accada, quasi tutti questi gruppi
tendono a credersi depositari del “vero” insegnamento, mentre

18
gli altri sarebbero, nel migliore dei casi, scimmiottatori bene
intenzionati che fanno perdere tempo alla gente oppure, nel
peggiore, dei ciarlatani che fingono di liberare le persone e che
invece fanno loro del male. Di certo è che il lavoro di Gurdjieff
si presta abbastanza ad essere arbitrariamente manipolato, e di
questo discuteremo nel Capitolo 22. Desidero però non
lasciarmi invischiare in questo genere di polemiche incentrate
sulla questione della purezza dottrinale, e nel momento in cui io
stesso espongo le idee di Gurdjieff, non avanzo alcuna pretesa
di purezza.
Questo libro si basa sulla mia comprensione delle idee di
Gurdjieff relative alla psicologia. Qualche volta, quando ho
ritenuto che le mie idee o le scoperte della moderna psicologia
fossero utili, me ne sono servito per ampliare il punto di vista di
Gurdjieff. Ho volutamente trascurato alcune sue idee,
soprattutto relative alla cosmologia, sia perché non nutro molta
fiducia nella comprensione che ne ho, sia perché non so fino a
che punto siano valide. Gurdjieff era un genio, ma anche i geni,
come tutti, possono sbagliarsi. Se troverete che le idee e le
tecniche presentate in questo libro sono utili alla vostra
personale ricerca della luce, bene. In tal caso vorrete forse
affrontare altri testi scritti da Gurdjieff stesso o che lo
riguardano. Nella prima appendice troverete alcune utili
indicazioni bibliografiche. Alla fine, però, la vera conoscenza
non può venirci da altri, che tutt’al più possono offrirci degli
stimoli. Dobbiamo sviluppare da soli il nostro sapere.
Considerate le idee e le pratiche qui proposte come degli spunti.
Se sono in sintonia con qualcosa che è dentro di voi, provatele.
Trovano una collocazione nel quadro della vostra esperienza
personale? Contribuiscono ad ampliare le vostre concezioni?
Hanno bisogno di qualche modifica? Stimolano i lati migliori o
peggiori della vostra personalità? Alcune di esse andrebbero
forse respinte? Come Gurdjieff ha sottolineato, non dovreste

19
Abbiamo una natura acquisita
In quarto luogo, abbiamo una natura acquisita. A prescindere
dalla nostra natura di base, durante il processo di
acculturazione, noi siamo oggetto di una enorme pressione volta
a modellarci, piegarci, condizionarci, indottrinarci, svilupparci e
reprimerci. Nel corso del processo che ha fatto di noi delle
persone normali, perfettamente adattate all’idea di normalità
della nostra cultura, la nostra natura di base è stata coltivata in
modo selettivo. Le nostre percezioni, i nostri pensieri e le nostre
emozioni, le nostre intuizioni e certezze e i nostri
comportamenti sono stati tutti plasmati con forza. La nostra
coscienza ordinaria, lungi dall’essere “naturale”, è piuttosto un
prodotto acquisito. Questo fatto, oltre che di molte utili capacità,
è stato anche la folle causa di inutili sofferenze.
È un grande errore confondere la nostra natura acquisita, il
prodotto della nostra personale storia culturale, con quella di
base. La maggior parte della gente cade in tale errore
precludendosi in tal modo la possibilità di valorizzare appieno
le proprie potenzialità di esseri umani. In alcuni capitoli
successivi esamineremo attraverso quali processi la natura
acquisita reprime quella di base.
Riferendomi alla natura acquisita, semi-arbitraria e condizionata
della nostra coscienza ordinaria nel proseguo della nostra
discussione, non userò più l’espressione coscienza ordinaria,
con la sua connotazione di naturalezza e normalità; la sostituirò
con un termine tecnico da me introdotto alcuni anni fa,
coscienza consensuale, per ricordare quanto la nostra coscienza
quotidiana sia stata plasmata dal fiducioso consenso alla nostra
particolare cultura.(5)

L’ANALOGIA DEGLI ATTREZZI

35
credere a nessuno dei suoi insegnamenti e neppure, aggiungerei,
alla mia interpretazione degli stessi. Se le idee e le pratiche
suggerite vi sembreranno interessanti, mantenete un
atteggiamento di apertura finché riterrete di averne compreso i
principi di base, e poi mettetele alla prova. Se su di voi
funzionano, lavorateci su e andate avanti.
Un uomo la cui vita era piuttosto grigia e poco salutare
cominciò a rendersi conto della sua situazione e decise che
avrebbe coltivato fiori stupendi e verdure nutrienti nel suo
giardino. Non aveva le idee troppo chiare sul da farsi, perciò si
recò presso un negozio vicino a casa e si guardò attorno.
C’erano confezioni di sementi con sopra immagini meravigliose
di fiori bellissimi e verdure rigogliose, e scatole e barattoli di
fertilizzanti. Ovviamente, gli parve che questi facessero al caso
suo.
Mentre si accingeva a comprarne, capitò lì un suo amico più
saggio di lui e gli chiese che cosa avesse in mente. Dopo averlo
ascoltato, questo amico, che aveva visto il giardino dell’uomo,
non poté fare a meno di dargli dei consigli: “Il tuo obiettivo
finale è davvero buono, ma io ho visto il tuo giardino: è già
fertile ed è invaso dalle erbacce. Per un bel po’ di tempo non ti
serviranno semi e fertilizzanti; devi prima informarti su come
riconoscere le erbacce e ti serviranno degli attrezzi per
estirparle. Se usi subito i semi e il concime, le erbacce
prolifereranno ancora di più e le verdure e i fiori moriranno
soffocati”.
Preferirei scrivere solo di fiori e di nutriente verdura ma, da
vecchio coltivatore di erbacce, ho imparato quanto sia
importante la sarchiatura. Questo libro parla della ricerca della
luce, ma riserva anche un ampio spazio al problema di come
riconoscere e affrontare la malerba del sonno, dell’ipnosi, delle
difese e simili che assorbono tutta l’energia soffocando il nostro

20
lato più profondo. Mi dispiace che tanta parte del libro sia
dedicata alle cause e alla precisa natura della stupidità e della
sofferenza del genere umano, ma lo scopo è quello di preparare
il terreno alla coltivazione della luce. Sono certo che dall’uomo
di scienza al mistico, chiunque sia in cerca della verità troverà
utile questo libro. Abbiamo tutti parecchie erbacce da estirpare.
Il libro è suddiviso in tre sezioni principali. La prima tratta
brevemente della natura dell’illuminazione e della possibilità di
attingere alle risorse dei vari stati di coscienza per giungere a
una piena evoluzione. La seconda esamina in dettaglio il
problema delle erbacce, degli automatismi e dei meccanismi di
difesa che ci tarpano le ali. La terza riguarda le tecniche di
sarchiatura e alcuni degli effetti che potrebbero derivarne.
Esiste una luce interiore, una pace interiore che è possibile
trovare. È possibile risvegliare la mente al punto che la
coscienza ordinaria, in confronto, sembra uno stato di sonno.
Questo avrà l’effetto di accrescere, e non di diminuire, la vostra
incisività nel mondo quotidiano, consentendovi anche di
rapportarvi agli altri con maggiore attenzione e autentica
compassione. Io l’ho constatato di persona, non vi ho solo
riflettuto. So che porta a una pace interiore che facilita anche
quella con il mondo esterno e sono felice di poter condividere
con voi questa conoscenza.

21
Parte Prima

LE POSSIBILITÀ

22
Percezione/simulazione non distorta
Una percezione/simulazione non distorta del mondo, entro gli
impliciti limiti dello stato, è un’altra importante caratteristica
dell’illuminazione interna a uno stato. Nella coscienza
consensuale o in uno stato indotto da una sostanza chimica, per
esempio, la natura dell’occhio umano pone dei limiti ultimi a
ciò che può essere percepito visivamente, ma dopo la iniziale
stimolazione dell’occhio, la natura costruita della percezione
visiva può variare enormemente quanto ad accuratezza. Il fatto
di percepire come minacciose delle persone amichevoli, per
esempio, può indurre a trattarle in modo ostile provocando così
la loro reazione; ciò è sintomo di una mancanza di
illuminazione e conduce a inutili sofferenze.

Riconoscere lo stato attuale


Non sono sicuro che esista uno stato di coscienza grazie al quale
sia possibile godere di una percezione del mondo circostante
assolutamente illimitata e priva di distorsioni, o modalità
cognitive ed emotive che si rivelino ottimali in qualsiasi
situazione. Ogni singolo stato a me noto sembra offrire vantaggi
percettivi, cognitivi ed emotivi per certi aspetti e svantaggi per
altri. Perciò, riconoscere lo stato di coscienza in cui vi trovate
attualmente, sapere quali siano i vantaggi e gli svantaggi che
comporta riuscendo quindi ad utilizzare al meglio tale stato,
costituisce un’altra fondamentale caratteristica
dell’illuminazione interna a uno stato. Questo porta ad un’altra
qualità dell’illuminazione che riguarda entrambe le sue
dimensioni, quella dello stato disponibile come quella interna a
uno stato, e cioè la capacità di riconoscere che lo stato di
coscienza in cui vi trovate attualmente potrebbe non rivelarsi
utile per affrontare la situazione esistenziale del momento.

39
CARATTERISTICHE DELL’ILLUMINAZIONE
NELLO STATO DISPONIBILE
Idoneità dello stato attuale
Riconoscere che lo stato in cui vi trovate potrebbe non servirvi,
o per lo meno non essere ottimale, per affrontare la situazione
presente, è un passo importante. Qualcuno potrebbe rivolgersi a
voi perché appianiate, per esempio, un litigio tra due fidanzati,
ma voi stessi siete tuttora in uno stato di rabbia irrisolta a causa
di un precedente incontro con un’altra persona che nulla ha a
che vedere con questa situazione. Lo stato di rabbia potrebbe
rivelarsi assai utile in certe situazioni, salvandovi la vita se
qualcuno vi aggredisce, ma tra le sue caratteristiche non c’è la
pacata sensibilità verso i sentimenti feriti degli amanti che
sarebbe necessaria per aiutarli a ricordare, dopo il litigio, che
fondamentalmente si vogliono bene.

La capacità di cambiare stato


Se riconoscete il vostro stato attuale e lo comprendete
abbastanza da rendervi conto che non è adatto per affrontare la
vostra attuale situazione, potreste cercare di rinviare ogni azione
a quando vi capiterà di trovarvi in uno stato più consono. Questa
è una seconda caratteristica dell’illuminazione nello stato
disponibile. Una forma più attiva di tale caratteristica
consisterebbe nel sapere quale sia lo stato ottimale per la
situazione in cui vi trovate attualmente e nel sapere come porre
fine all’attuale stato inducendo quello ottimale.

Modificare la conoscenza dello stato attuale con quella dello


stato alterato
Una terza caratteristica dell’illuminazione relativa alla
dimensione dello stato disponibile è che non solo si ha la

40
massima comprensione della propria natura di base quale si
manifesta nello stato attuale, ma anche, almeno in parte, ci si
rende conto che questa comprensione, per quanto chiara e
convincente possa sembrare, non costituisce che una visione
parziale che è necessario integrare attraverso la conoscenza di
cui si dispone in altri stati. Quindi la conoscenza in qualsiasi
stato particolare deve essere temperata con la conoscenza
acquisita in altri stati di coscienza.
Per esempio, potrei trovarmi in uno stato di rabbia, e riuscendo
ad avere la meglio sul mio avversario, è perfettamente naturale
e ragionevole, dato lo stato in cui mi trovo, che desideri
distruggerlo completamente. Inoltre, so che per me distruggerlo
sarà un piacere; sarà uno dei piaceri più grandi della mia vita! È
questa la logica intrinseca di uno stato di rabbia.
Il mio desiderio di distruggere potrebbe essere inibito, tenuto a
freno, per esempio, dal condizionamento emotivo del mio
superego. Tale controllo, potrà essere desiderabile da un punto
di vista sociale, ma si tratta di un tipo di inibizione
relativamente poco illuminato: il nostro superego è condizionato
dagli altri, non dipende da una nostra scelta, e questo è un punto
che verrà esaminato in capitoli successivi.
L’inibizione realistica potrebbe verificarsi ricordando,
probabilmente a partire dalla conoscenza legata alla coscienza
consensuale, la paura delle conseguenze che l’azione distruttiva
pianificata potrebbe scatenare. È altresì possibile che abbia
luogo un tipo di controllo più illuminato se, mentre mi trovo in
uno stato di rabbia, mi vengono in mente altre circostanze in cui
ho potuto o avrei potuto sentire un’affinità con il mio
avversario, o in cui ho potuto o avrei potuto provare
compassione nei suoi confronti. Allora potrei appellarmi alla
mia volontà (supponendo che sia sufficientemente sviluppata, e
anche su questo punto torneremo in seguito) per liberarmi della

41
rabbia ed entrare in uno stato più appropriato, che tale venga
giudicato dal mio sé profondo, dati i valori conosciuti e
manifestati in altri stati di coscienza. Se non riesco a porre fine
alla rabbia con un atto di volontà, posso almeno evitare di agire
seguendo fino in fondo le suggestioni del sentimento che provo.
Per meglio illustrare questo genere di illuminazione nello stato
disponibile, supponiamo che vi troviate in uno stato in cui
provate una profonda compassione, ma che abbiate a che fare
con una persona furibonda. Lo stato di rabbia potrebbe rientrare
tra quelli di cui disponete: potreste utilizzare le vostre reazioni
emotive e istintive alla rabbia dell’altro come tecnica di
induzione(6) per arrabbiarvi a vostra volta, se riteneste che
questo potrebbe essere lo stato ottimale per far fronte alla rabbia
altrui. Oppure, attingendo alla vostra memoria personale,
potreste cercare di ricordare cosa significhi essere arrabbiati, per
capire meglio la persona furibonda che avete davanti, anche
senza arrivare al punto di ridurvi, voi pure, in uno stato alterato
dominato dall’ira, e quindi, grazie a questa illuminazione dello
stato disponibile, agire più efficacemente in modo
compassionevole.
La capacità di riconoscere lo stato in cui ci si trova e di attingere
a forme di conoscenza pertinenti che derivano da altri stati,
insieme alla capacità di accedere, qualora lo si desideri, a questi
altri stati, chiama in gioco un certo aspetto della coscienza, della
nostra consapevolezza di base, che trascende qualsiasi stato
particolare in cui potremmo trovarci in un dato momento. La
natura di tale capacità è un tema di grande interesse e la
possibilità di comprenderla e coltivarla occupa in questo libro
un posto di rilievo.

DISTINGUERE LA NATURA DI BASE DA


QUELLA ACQUISITA

42
intende per illuminazione? Cosa sono gli stati alterati di
coscienza? In che modo tali stati possono essere utilizzati per
favorire la crescita verso l’illuminazione?

GLI STATI DI COSCIENZA


Cominceremo definendo più precisamente ciò che intendiamo
per stato di coscienza. L’espressione viene comunemente e
impropriamente usata per indicare qualsiasi cosa di cui si faccia
esperienza in un dato momento. Così, quando mangiate un
biscotto, vi trovate in uno stato di coscienza caratterizzato dal
“sapore di biscotto”. Se poi vi mettete a pensare a un vostro
problema finanziario, sarete in uno stato di coscienza
“finanziario”, e così via. Questo è però troppo vago perché
l’espressione conservi una qualche utilità. Nel mio libro Stati di
coscienza, propongo di riservare il termine stato ad alterazioni
importanti del modo in cui funziona la mente.(1)
Per esempio, se vi chiedessi: “In questo momento state forse
facendo esperienza di uno stato onirico, state solo sognando di
leggere questo libro e presto vi sveglierete nel letto di casa
vostra?”, non mi aspetterei di sentirvi rispondere di sì. È vero
che è anche capitato che qualcuno alzasse la mano quando ho
fatto questa domanda in qualche affollata conferenza, ma si
trattava sempre di persone che amavano i giochi di parole. Se
avessi chiesto a una di loro di scommettere cinquanta dollari che
entro cinque minuti si sarebbe svegliata dal sogno trovandosi
nel proprio letto, di sicuro avrebbe ammesso di sapere
perfettamente che non era un sogno.
Ciò che mi preme sottolineare è che noi tutti distinguiamo i vari
stati di coscienza affidandoci al buonsenso. Di solito la nostra
mente funziona secondo un modello che possiamo esaminare e
quindi classificare. Se esaminate il vostro in questo momento, vi
renderete conto che non si tratta del modello di funzionamento

24
mentale che in genere chiamate sogno. Vi sembrerà piuttosto il
modello che conoscete come stato di veglia o di coscienza
ordinaria. La differenza è abbastanza evidente e per la
stragrande maggioranza delle persone sognare o essere svegli
sono due cose distinte.
Per essere più precisi, nell’ambito del mio approccio
“sistemico” alla comprensione degli stati alterati, ho definito
uno stato di coscienza discreto per un dato individuo (le
differenze individuali sono molto importanti) come una
configurazione o un sistema unici formati da strutture o
sottosistemi psicologici. Le componenti o gli aspetti della mente
che possiamo distinguere a scopo analitico (come la memoria, i
processi di valutazione cognitiva, e la funzione che determina il
senso di identità) sono organizzati in un certo tipo di sistema o
modello, che costituisce uno stato di coscienza. La natura del
modello e gli elementi che lo costituiscono determinano ciò che
si può o non si può fare quando ci si trova in tale stato. Nel
sogno, volare per un atto di volontà è senz’altro possibile. Non
vorrei dire che questo sarebbe assolutamente impossibile in uno
stato di coscienza consensuale, ma di certo non sarebbe facile!
Uno stato di coscienza è un processo dinamico; certi suoi aspetti
mutano costantemente nei particolari anche quando il modello
complessivo risulta inalterato. Il contenuto specifico dei miei
ultimi pensieri, per esempio, è cambiato da un pensiero all’altro,
ma ognuno di loro ovviamente si manifesta come parte di un
tutto che io definisco il mio stato di coscienza ordinario. Mi
capita di pensare a un particolare stato come se fosse un
giocoliere che lancia diverse palline facendole ruotare in
cerchio: le palline si muovono continuamente, ma il tracciato
che formano rimane circolare.
In un mondo che cambia, il modello di uno stato di coscienza
rimane costante. “Le strutture che operano all’interno di uno

25
stato di coscienza discreto costituiscono un sistema in cui le
singole parti, le strutture psicologiche, producono le une sulle
altre un’azione stabilizzante per mezzo del controllo esercitato
dalla retroazione, così che il sistema [lo stato di coscienza
discreto] conserva il suo modello funzionale complessivo
nonostante le modifiche dell’ambiente”.(2) Se io in questo
momento fossi fisicamente presente accanto a voi, e
improvvisamente battessi le mani, vi farei trasalire.
Interverrebbe allora un cambiamento nell’ambiente e a livello
del vostro funzionamento mentale momentaneo, ma è assai
improbabile che entriate all’improvviso in una sorta di “trance”,
che raggiungiate l’illuminazione, che perdiate i sensi o cose del
genere. Il vostro stato di coscienza mantiene dunque la propria
integrità in un mondo che cambia.
Uno stato si dice alterato se si differenzia in via discreta da uno
stato di base che serve da termine di confronto. Poiché in genere
utilizziamo lo stato di veglia ordinario come modello
comparativo, anche la fase onirica del sonno costituirebbe uno
stato alterato di coscienza; altri esempi noti a tutti sono lo stato
ipnotico, gli stati indotti da sostanze psicotrope come l’alcol,
quelli causati da forti emozioni come la rabbia, il panico, la
depressione, l’esaltazione euforica(3) e quelli indotti dalle
pratiche meditative.(4)
Il mio interesse personale per gli stati alterati di coscienza è
cominciato quando ero ancora bambino. Andando indietro con
la memoria, non ricordo un tempo in cui la mia vita onirica non
sia stata reale e vivida. I miei genitori, in quanto normali
rappresentanti di questa cultura, mi insegnavano che i sogni non
erano veri e che non dovevo farci caso, ma la mia esperienza
diretta contrastava con questo punto di vista, tipico
dell’Occidente. Come poteva la gente ignorare aspetti della vita
tanto reali? Perché dimenticavo i sogni così facilmente? Cosa
potevo fare per migliorare la qualità della mia vita onirica?

26
C’era una questione che più delle altre stuzzicava la mia
curiosità: nei sogni, con un certo atto di volontà, potevo volare:
perché non riuscivo a utilizzare quello stesso atto di volontà
nello stato di veglia in modo da volare anche qui?

IL POTERE DEGLI STATI ALTERATI DI


COSCIENZA: L’IPNOSI
Il mio interesse infantile per i sogni è stato uno dei fattori che
hanno determinato la mia scelta di diventare psicologo, e molti
dei miei primi lavori di ricerca riguardavano proprio l’attività
onirica. Lo stato alterato che mi colpì maggiormente all’inizio
della carriera di ricercatore, tuttavia, fu l’ipnosi, che illustra
molto bene l’enorme potere degli stati alterati nel modificare la
nostra percezione della realtà. (Ci occuperemo in dettaglio di
ipnosi nel Capitolo 9, dato che questo è un argomento molto
rivelatore rispetto ai problemi della coscienza ordinaria).
Per indurre lo stato ipnotico, mi mettevo a sedere con un
volontario disposto a farsi ipnotizzare. Presumibilmente
eravamo entrambi persone normali; con gli occhi vedevamo
intorno a noi la stessa stanza che vedevano gli altri e presumo
che con le orecchie udissimo i suoni ordinari e reali presenti
nella stanza. Col naso sentivamo gli odori che c’erano ed
eravamo consapevoli della presenza fisica degli oggetti che
occupavano la stanza.
Poi cominciavo a parlare con il soggetto. I ricercatori chiamano
questo tipo di espressione orale “procedimento di induzione
ipnotica”, ma a prescindere dalla particolarità della definizione,
in pratica si tratta semplicemente di parlare. Al soggetto non
veniva somministrata alcuna sostanza psicotropica, non lo si
collocava in un ambiente speciale, non si agiva in alcun modo
sul suo cervello dall’esterno, eppure nel giro di venti minuti ero
in grado di cambiare drasticamente l’universo in cui viveva.

27
infelici.
Tutto sarebbe così diverso se fossimo più illuminati. Perché
veniamo meno in modo tanto palese alle nostre possibilità?
Qual è la natura dello stato di “caduta” in cui viviamo? Nella
prossima parte del libro, illustrerò le ragioni che fanno prevalere
in noi lo stato di trance in luogo dell’illuminazione.

1) Tart, C., States of Consciousness, El Cerrito, California, Psychological Processes,


1983. Pubblicato per la prima volta nel 1975 (trad. it.: Stati di coscienza, Roma,
Astrolabio, 1977).
2) Tart, Stati di Coscienza.
3) Le emozioni di lieve entità possono manifestarsi in vari stati di coscienza, ma
quando la loro intensità supera un punto critico, ciò determina una riorganizzazione
della coscienza in uno stato emotivo discreto diverso da quello con cui ha avuto
inizio l’emozione stessa.
4) Se siete interessati a una definizione più precisa e tecnica degli stati di coscienza,
oltre che ad alcuni altri argomenti affrontati nel primo capitolo, troverete utile
consultare il mio Stati di Coscienza.
5) Tart, Stati di Coscienza.
6) Cfr. Tart, Stati di Coscienza, Capitolo 7, per i principi generali relativi
all’induzione di qualsiasi stato alterato.

47
Parte Seconda

I PROBLEMI

48
come al continuum di uno sviluppo e non come a uno stato che
o c’è o è del tutto assente. Se invece la si considera unicamente
come un approdo finale a noi totalmente incomprensibile, che
non prevede alcuna tappa intermedia, parlarne o anche
occuparsene in qualsiasi modo, diventa molto difficile. Rispetto
a noi altri, un pilota è illuminato riguardo alla guida degli
aeroplani, ma non ha ottenuto tale risultato con un tocco di
bacchetta magica; egli ha studiato a lungo seguendo un
cammino che dalla totale oscurità circa il volo lo ha portato
gradualmente a imparare il mestiere. Pensando che
l’illuminazione avviene per gradi, possiamo considerarla un
processo in divenire e non solo uno stato finale.
All’interno di questo continuum dell’illuminazione, ci sono
tuttavia dei “salti”, creati dagli stati alterati, ed è qui che il tipo
di conoscenza caratteristica di uno stato specifico diventa
importante.
Il fenomeno della conoscenza legata a stati specifici è
importante per capire il motivo per cui una completa
illuminazione implichi necessariamente l’accesso a stati alterati
di coscienza. Trovandovi in un particolare stato di coscienza
potreste avere accesso a certi tipi di conoscenza che quando
siete in altri stati di coscienza avete difficoltà a capire e/o ad
averne una più profonda comprensione. Perciò, senza fare
esperienza di un determinato stato, non riuscirete a capire certe
cose fino in fondo. Se è vero che questi esempi di conoscenza
legata a stati specifici sono importanti, senza di essi la vostra
vita risulterà impoverita: dovrete accontentarvi di averne una
visione parziale e spesso distorta, basata sulla descrizione che
ne fanno gli altri.
Considerate una persona priva di educazione e di talento
musicali che senta per la prima volta una sinfonia. Questa
potrebbe avere su di lei un forte impatto emotivo, e in seguito la

30
3

L’AUTOMATIZZAZIONE

L’uomo è una macchina.


- G. I. GURDJIEFF

Una delle affermazioni più pesanti e offensive di Gurdjieff è che


l’uomo è una macchina. Le macchine sono oggetti rumorosi,
sporchi, senza cervello, ripetono all’infinito operazioni stupide,
son o controllate da altri e alla fine si rompono e vengono
distrutte: io non sono certo così!
Quest’idea è piuttosto inquietante per la maggior parte delle
persone, che negano con veemenza di essere simili a macchine,
figuriamoci poi se sono macchine. Questo è molto interessante
da un punto di vista psicologico. Se l’idea che siete delle
macchine è davvero priva di senso, perché ne siete tanto
contrariati? La psicologia del profondo ha evidenziato che ciò
che neghiamo con più forza spesso presenta ai nostri occhi una
componente di verità. Sfortunatamente, Gurdjieff aveva
ragione: in pratica, sotto svariati aspetti noi siamo
effettivamente delle macchine, anche se non ce ne rendiamo
conto. Abbiamo tutti i motivi di essere contrariati.
Anche la psicologia accademica vede l’uomo come una
macchina, ma raramente esprime tale concetto nei termini

50
complesso, automaticizzato e condizionato che normalmente
viviamo come nostra mente, ha nella simulazione dell’ambiente
una delle sue funzioni primarie. La coscienza, in particolare nei
suoi aspetti percettivi, crea una percezione interna del mondo
esterno che ci permette di avere una buona “mappa” del mondo
e del posto che vi occupiamo.
La maggior parte di voi avrà visto delle immagini di simulatori
di volo. Si tratta di apparecchiature che vengono utilizzate per
istruire i piloti. Si può preparare un pilota facendogli leggere
delle istruzioni e mettendolo poi ai comandi di un vero
aeroplano. Questo è un ottimo sistema, ma è molto costoso. Se
il pilota commette un errore, l’aereo finisce per schiantarsi.
Addio allievo pilota e addio aeroplano. Invece di rischiare vita e
aereo, si può fare entrare il pilota in uno speciale cubicolo che
dall’interno sembra esattamente l’abitacolo dell’aereo che il
pilota sta imparando a guidare. Quando aziona i comandi per
avviare “i motori” del simulatore, sente il rumore, le vibrazioni
e legge sui vari strumenti le indicazioni relative ai giri/min., alla
temperatura, alla pressione dell’olio, e via dicendo. Guardando
fuori dal finestrino dell’abitacolo vede davanti a sé una pista e
un aeroporto, lo scenario cambia al “rullaggio” dell’aeroplano, e
così via. Dal punto di vista della percezione sensoriale e della
retroazione, tutto ciò equivale a pilotare un vero aereo, con una
differenza importante: quando si compie un errore fatale e
l’aereo si schianta, il risultato, invece di un allievo morto e di un
aereo distrutto, è che sul “finestrino dell’abitacolo” appare la
scritta INCIDENTE, e il futuro pilota può continuare a
esercitarsi.
La conoscenza scientifica di come funziona il cervello e la
psicologia della percezione hanno creato un modello assai utile
della realtà: questa equivarrebbe a vivere in un simulatore
estremamente complesso e sofisticato. La sede della coscienza
viene attribuita al cervello. La coscienza di per sé non ha un

33
accesso diretto alla realtà circostante (come gli scienziati
ortodossi, qui non teniamo conto della realtà delle percezioni
extrasensoriali) ma solo ai processi che avvengono all’interno
del cervello. Questi processi cerebrali prendono le informazioni
sul mondo fornite dai nostri sensi e creano una simulazione di
quel mondo, proprio come l’apparecchiatura del simulatore di
volo crea la simulazione di trovarsi su un aereo. Ciò che
“vediamo” con gli occhi, quindi, non è la vera luce che ha
colpito le pupille, bensì un insieme di impulsi neurologici
formatisi a partire dalla luce catturata dagli occhi.
La simulazione cerebrale è il principale strumento di cui
disponiamo per far fronte alla realtà ordinaria, ed è importante
che tale simulazione avvenga in modo accurato. Nella misura in
cui questo modello di simulazione risulta valido, il grado di
accuratezza della simulazione costituisce un aspetto
dell’illuminazione. Nella misura in cui la simulazione è una
rappresentazione inadeguata della realtà esterna e
identifichiamo erroneamente la simulazione, la realtà esperita,
insieme alla realtà oggettiva, costituisce un aspetto importante
della mancanza di illuminazione. Tenete presente che la realtà
che ci preoccupiamo di simulare correttamente non corrisponde
necessariamente a ciò che la società definisce reale, un punto su
cui tornerò ad insistere.

Abbiamo una natura di base


In terzo luogo, possediamo una natura di base, un’essenza.
Essere umani significa possedere particolari caratteristiche,
potenzialità e limiti. Non siamo montagne né delfini, non gorilla
né angeli; siamo persone. Non tenterò qui di definire cosa sia
questa natura di base. È tuttavia di vitale importanza non
confondere la nostra natura ultima, ciò che è o potrebbe essere,
con ciò che attualmente pensiamo che sia o con quello che ne
hanno detto gli altri.

34
Abbiamo una natura acquisita
In quarto luogo, abbiamo una natura acquisita. A prescindere
dalla nostra natura di base, durante il processo di
acculturazione, noi siamo oggetto di una enorme pressione volta
a modellarci, piegarci, condizionarci, indottrinarci, svilupparci e
reprimerci. Nel corso del processo che ha fatto di noi delle
persone normali, perfettamente adattate all’idea di normalità
della nostra cultura, la nostra natura di base è stata coltivata in
modo selettivo. Le nostre percezioni, i nostri pensieri e le nostre
emozioni, le nostre intuizioni e certezze e i nostri
comportamenti sono stati tutti plasmati con forza. La nostra
coscienza ordinaria, lungi dall’essere “naturale”, è piuttosto un
prodotto acquisito. Questo fatto, oltre che di molte utili capacità,
è stato anche la folle causa di inutili sofferenze.
È un grande errore confondere la nostra natura acquisita, il
prodotto della nostra personale storia culturale, con quella di
base. La maggior parte della gente cade in tale errore
precludendosi in tal modo la possibilità di valorizzare appieno
le proprie potenzialità di esseri umani. In alcuni capitoli
successivi esamineremo attraverso quali processi la natura
acquisita reprime quella di base.
Riferendomi alla natura acquisita, semi-arbitraria e condizionata
della nostra coscienza ordinaria nel proseguo della nostra
discussione, non userò più l’espressione coscienza ordinaria,
con la sua connotazione di naturalezza e normalità; la sostituirò
con un termine tecnico da me introdotto alcuni anni fa,
coscienza consensuale, per ricordare quanto la nostra coscienza
quotidiana sia stata plasmata dal fiducioso consenso alla nostra
particolare cultura.(5)

L’ANALOGIA DEGLI ATTREZZI

35
Possiamo ora considerare la questione di cosa sia
l’illuminazione ricorrendo a un’analogia.
Un falegname è una persona che deve risolvere vari problemi
attinenti al mondo fisico utilizzando degli attrezzi per costruire,
riparare e conservare le cose. Un buon falegname, uno che
sappia fare un po’ di tutto ha vari attrezzi a sua disposizione e sa
come utilizzarli. Possiede martelli, seghe, righelli, squadre,
chiodi, ceselli, e via dicendo. Usa le seghe per tagliare, non per
martellare; i martelli per inchiodare dei chiodi, non per tagliare
le assi. Non sarebbe un bravo falegname se non disponesse
degli strumenti necessari al suo lavoro, o se non sapesse
ingegnarsi sfruttando quelli che ha. Un cattivo falegname
potrebbe anche essere quello che pur possedendo gli strumenti
necessari, non sa utilizzarli nel modo giusto, o che, per qualche
motivo, non vuole usarli come dovrebbe.
Questi due aspetti dell’adeguatezza del falegname, il fatto di
disporre degli attrezzi giusti e di sapere come usarli, sono
analoghi a due importanti dimensioni dell’illuminazione. Gli
attrezzi equivalgono alle capacità di cui disponete, che
comprendono la possibilità di accedere a vari stati alterati di
coscienza. Per il momento considereremo ciascun attrezzo come
se fosse un particolare stato alterato, o assimilandolo alla
conoscenza caratteristica di uno stato specifico e alle capacità
disponibili solo in un determinato stato di coscienza. La
capacità di usare ciascun attrezzo in modo intelligente e
appropriato, rispettandone le caratteristiche intrinseche,
equivale al grado di illuminazione riscontrabile in un particolare
stato di coscienza.
Così, per ogni persona esistono queste due dimensioni
indipendenti dell’illuminazione. Quali stati saranno disponibili,
con le loro particolari caratteristiche e capacità e i loro costi?
Faremo riferimento a questa dimensione parlando di stati

36
disponibili dell’illuminazione. All’interno di uno qualsiasi di
tali stati, in che misura la persona capisce e utilizza
intelligentemente le caratteristiche dello stato in questione?
Riferendoci a questo aspetto parleremo della dimensione
dell’illuminazione interna a uno stato.
Una persona potrebbe essere relativamente illuminata rispetto a
una di queste dimensioni, ma non rispetto all’altra. Come un
falegname che dispone solo di alcuni arnesi da lavoro, potrebbe
trovarsi “intrappolata” nella coscienza consensuale, senza alcun
accesso agli stati alterati. Un buon falegname userebbe però
sapientemente i pochi strumenti a sua disposizione;
analogamente, una persona che fosse bloccata all’interno della
coscienza consensuale potrebbe essere matura, intelligente e
illuminata nell’uso che fa delle proprie qualità mentali. Tale
persona è relativamente illuminata per quanto riguarda quel
singolo stato, ma potrebbe non esserlo affatto rispetto alla
possibilità di accedere ad altri stati.
Un’altra persona ancora potrebbe somigliare a un falegname
pasticcione, avere molti strumenti a sua disposizione ma usarli
malamente. Di certo mi è capitato di conoscere molte persone in
grado di penetrare nei più disparati e strani stati alterati di
coscienza, ma che comportandosi in modo nevrotico e poco
intelligente dimostravano di non essere state particolarmente
illuminate da nessuno di essi.
Vedremo ora più da vicino quali siano le qualità che ci
aspetteremmo di trovare nell’illuminazione interna a uno stato.

LE QUALITÀ DELL’ ILLUMINAZIONE


INTERNA A UNO STATO
Focalizzare la consapevolezza come si desidera

37
La consapevolezza di base costituisce l’essenza ultima di
qualsiasi stato di coscienza, e quindi l’illuminazione interna a
uno stato comprenderebbe la capacità di focalizzare la
consapevolezza come si desidera, entro i limiti comportati dalle
naturali possibilità dello stato in questione. Tali limiti
andrebbero individuati attraverso lo sforzo personale e non
desunti da convinzioni preesistenti che potrebbero limitare
artificiosamente le possibilità. Idealmente, la nostra attenzione
potrebbe focalizzarsi su qualsiasi aspetto di tale stato, o sul
mondo percepito in tale stato, facendolo così giungere alla
nostra consapevolezza. Poiché in genere la consapevolezza
iniziale costituisce il presupposto indispensabile per utilizzare
qualsiasi capacità particolare, il fatto di poter focalizzare la
consapevolezza attraverso un atto di volontà, prepara il terreno
all’uso dei talenti individuali.

Focalizzare la consapevolezza secondo necessità


Anche la capacità di focalizzare la consapevolezza secondo i
propri bisogni di sopravvivenza e di crescita è estremamente
importante. Per esempio, potreste desiderare di concentrarvi su
un aspetto piacevole della situazione in cui vi trovate, quale
potrebbe essere il sapore di un ottimo piatto che state
mangiando. Se però la situazione presenta un aspetto
potenzialmente pericoloso, è auspicabile che lo percepiate,
anche se si tratta di qualcosa di sgradevole e preferireste essere
consapevoli di cose più piacevoli. La figura che vedete aggirarsi
furtiva fuori dalla finestra forse vi spaventerà e vi rovinerà la
cena, tuttavia in una simile situazione riuscirete ad agire in
modo più costruttivo se invece di estrometterla dalla vostra
coscienza vigile vi renderete conto della sua presenza. Il fatto di
privilegiare i bisogni più urgenti rispetto ai desideri secondari è
una caratteristica dell’illuminazione interna a uno stato.

38
Percezione/simulazione non distorta
Una percezione/simulazione non distorta del mondo, entro gli
impliciti limiti dello stato, è un’altra importante caratteristica
dell’illuminazione interna a uno stato. Nella coscienza
consensuale o in uno stato indotto da una sostanza chimica, per
esempio, la natura dell’occhio umano pone dei limiti ultimi a
ciò che può essere percepito visivamente, ma dopo la iniziale
stimolazione dell’occhio, la natura costruita della percezione
visiva può variare enormemente quanto ad accuratezza. Il fatto
di percepire come minacciose delle persone amichevoli, per
esempio, può indurre a trattarle in modo ostile provocando così
la loro reazione; ciò è sintomo di una mancanza di
illuminazione e conduce a inutili sofferenze.

Riconoscere lo stato attuale


Non sono sicuro che esista uno stato di coscienza grazie al quale
sia possibile godere di una percezione del mondo circostante
assolutamente illimitata e priva di distorsioni, o modalità
cognitive ed emotive che si rivelino ottimali in qualsiasi
situazione. Ogni singolo stato a me noto sembra offrire vantaggi
percettivi, cognitivi ed emotivi per certi aspetti e svantaggi per
altri. Perciò, riconoscere lo stato di coscienza in cui vi trovate
attualmente, sapere quali siano i vantaggi e gli svantaggi che
comporta riuscendo quindi ad utilizzare al meglio tale stato,
costituisce un’altra fondamentale caratteristica
dell’illuminazione interna a uno stato. Questo porta ad un’altra
qualità dell’illuminazione che riguarda entrambe le sue
dimensioni, quella dello stato disponibile come quella interna a
uno stato, e cioè la capacità di riconoscere che lo stato di
coscienza in cui vi trovate attualmente potrebbe non rivelarsi
utile per affrontare la situazione esistenziale del momento.

39
CARATTERISTICHE DELL’ILLUMINAZIONE
NELLO STATO DISPONIBILE
Idoneità dello stato attuale
Riconoscere che lo stato in cui vi trovate potrebbe non servirvi,
o per lo meno non essere ottimale, per affrontare la situazione
presente, è un passo importante. Qualcuno potrebbe rivolgersi a
voi perché appianiate, per esempio, un litigio tra due fidanzati,
ma voi stessi siete tuttora in uno stato di rabbia irrisolta a causa
di un precedente incontro con un’altra persona che nulla ha a
che vedere con questa situazione. Lo stato di rabbia potrebbe
rivelarsi assai utile in certe situazioni, salvandovi la vita se
qualcuno vi aggredisce, ma tra le sue caratteristiche non c’è la
pacata sensibilità verso i sentimenti feriti degli amanti che
sarebbe necessaria per aiutarli a ricordare, dopo il litigio, che
fondamentalmente si vogliono bene.

La capacità di cambiare stato


Se riconoscete il vostro stato attuale e lo comprendete
abbastanza da rendervi conto che non è adatto per affrontare la
vostra attuale situazione, potreste cercare di rinviare ogni azione
a quando vi capiterà di trovarvi in uno stato più consono. Questa
è una seconda caratteristica dell’illuminazione nello stato
disponibile. Una forma più attiva di tale caratteristica
consisterebbe nel sapere quale sia lo stato ottimale per la
situazione in cui vi trovate attualmente e nel sapere come porre
fine all’attuale stato inducendo quello ottimale.

Modificare la conoscenza dello stato attuale con quella dello


stato alterato
Una terza caratteristica dell’illuminazione relativa alla
dimensione dello stato disponibile è che non solo si ha la

40
massima comprensione della propria natura di base quale si
manifesta nello stato attuale, ma anche, almeno in parte, ci si
rende conto che questa comprensione, per quanto chiara e
convincente possa sembrare, non costituisce che una visione
parziale che è necessario integrare attraverso la conoscenza di
cui si dispone in altri stati. Quindi la conoscenza in qualsiasi
stato particolare deve essere temperata con la conoscenza
acquisita in altri stati di coscienza.
Per esempio, potrei trovarmi in uno stato di rabbia, e riuscendo
ad avere la meglio sul mio avversario, è perfettamente naturale
e ragionevole, dato lo stato in cui mi trovo, che desideri
distruggerlo completamente. Inoltre, so che per me distruggerlo
sarà un piacere; sarà uno dei piaceri più grandi della mia vita! È
questa la logica intrinseca di uno stato di rabbia.
Il mio desiderio di distruggere potrebbe essere inibito, tenuto a
freno, per esempio, dal condizionamento emotivo del mio
superego. Tale controllo, potrà essere desiderabile da un punto
di vista sociale, ma si tratta di un tipo di inibizione
relativamente poco illuminato: il nostro superego è condizionato
dagli altri, non dipende da una nostra scelta, e questo è un punto
che verrà esaminato in capitoli successivi.
L’inibizione realistica potrebbe verificarsi ricordando,
probabilmente a partire dalla conoscenza legata alla coscienza
consensuale, la paura delle conseguenze che l’azione distruttiva
pianificata potrebbe scatenare. È altresì possibile che abbia
luogo un tipo di controllo più illuminato se, mentre mi trovo in
uno stato di rabbia, mi vengono in mente altre circostanze in cui
ho potuto o avrei potuto sentire un’affinità con il mio
avversario, o in cui ho potuto o avrei potuto provare
compassione nei suoi confronti. Allora potrei appellarmi alla
mia volontà (supponendo che sia sufficientemente sviluppata, e
anche su questo punto torneremo in seguito) per liberarmi della

41
rabbia ed entrare in uno stato più appropriato, che tale venga
giudicato dal mio sé profondo, dati i valori conosciuti e
manifestati in altri stati di coscienza. Se non riesco a porre fine
alla rabbia con un atto di volontà, posso almeno evitare di agire
seguendo fino in fondo le suggestioni del sentimento che provo.
Per meglio illustrare questo genere di illuminazione nello stato
disponibile, supponiamo che vi troviate in uno stato in cui
provate una profonda compassione, ma che abbiate a che fare
con una persona furibonda. Lo stato di rabbia potrebbe rientrare
tra quelli di cui disponete: potreste utilizzare le vostre reazioni
emotive e istintive alla rabbia dell’altro come tecnica di
induzione(6) per arrabbiarvi a vostra volta, se riteneste che
questo potrebbe essere lo stato ottimale per far fronte alla rabbia
altrui. Oppure, attingendo alla vostra memoria personale,
potreste cercare di ricordare cosa significhi essere arrabbiati, per
capire meglio la persona furibonda che avete davanti, anche
senza arrivare al punto di ridurvi, voi pure, in uno stato alterato
dominato dall’ira, e quindi, grazie a questa illuminazione dello
stato disponibile, agire più efficacemente in modo
compassionevole.
La capacità di riconoscere lo stato in cui ci si trova e di attingere
a forme di conoscenza pertinenti che derivano da altri stati,
insieme alla capacità di accedere, qualora lo si desideri, a questi
altri stati, chiama in gioco un certo aspetto della coscienza, della
nostra consapevolezza di base, che trascende qualsiasi stato
particolare in cui potremmo trovarci in un dato momento. La
natura di tale capacità è un tema di grande interesse e la
possibilità di comprenderla e coltivarla occupa in questo libro
un posto di rilievo.

DISTINGUERE LA NATURA DI BASE DA


QUELLA ACQUISITA

42
Una quarta caratteristica della dimensione dell’illuminazione
legata allo stato disponibile è che l’accesso ai molteplici stati di
coscienza consente di discriminare con maggiore accuratezza
tra la nostra natura di base e quella acquisita. Il
condizionamento e il modellamento della natura acquisita, cioè
la nostra acculturazione, hanno luogo per lo più nell’ambito
della coscienza consensuale e in uno stato emotivo cui si ha
normalmente accesso attraverso la coscienza del consenso. Il
processo di acculturazione mira in parte a convincerci che le
caratteristiche acquisite dell’acculturazione sono effettivamente
naturali, perciò può essere molto difficile vedere tutto questo
con chiarezza quando ci si trova in uno stato di coscienza
consensuale. Talvolta, trovarsi in uno stato alterato (con le
funzioni cognitive ed emotive che lo contraddistinguono) può
offrire un punto di vista alternativo dal quale deriva una diversa
visione di se stessi. Allora si può riuscire anche a cogliere la
qualità restrittiva e il condizionamento insiti nella coscienza
consensuale o in certi stati emotivi. Questo tipo di
consapevolezza potrebbe già bastare a dissolvere il
condizionamento che domina l’altro stato, o per lo meno
potrebbe costituire una base su cui impostare un tipo di lavoro
incentrato sull’effetto bloccante dovuto al condizionamento.

Potenzialità e qualità sviluppate a confronto


Una quinta caratteristica della dimensione dell’illuminazione
legata a uno stato disponibile implica una valutazione realistica
delle proprie capacità, senza dimenticare che alcune di queste
per il momento potrebbero essere semplici potenzialità che
andrebbero sviluppate. Una certa modalità emotiva, di pensiero
o di azione esperita in un particolare stato potrebbe richiedere
un notevole lavoro per poter diventare solida e utilizzabile in
tale stato, o per consentirvi di trasferire uno o anche tutti gli
aspetti della capacità in questione in un altro stato, come, ad

43
esempio, quello della coscienza consensuale.
Un’esperienza di grande compassione che avesse luogo in uno
stato di meditazione, per esempio, potrebbe dare l’impressione
di perdurare anche nella coscienza consensuale, facendovi
sentire molto illuminati, fino a quando qualcuno vi insulta. Il
sentimento di compassione viene allora immediatamente
sostituito dalla rabbia. Questo genere di scarto tra lo sviluppo
reale e quello potenziale è particolarmente importante là dove
sia presente un eccessivo attaccamento all’esperienza di uno
stato alterato, per cui siete tentati di credere di avere reso le
qualità cui aspirate una parte permanente e funzionale di voi
stessi.
Ora che abbiamo esaminato alcune delle caratteristiche
dell’illuminazione, torneremo a parlare della sua principale
finalità: ridurre la sofferenza.

L’ILLUMINAZIONE RIDUCE LA SOFFERENZA


Gran parte del nostro soffrire è del tutto superfluo: ce lo
creiamo da soli attraverso un uso per nulla illuminato o
intelligente delle nostre capacità di esseri umani. Abbiamo una
percezione distorta del mondo esterno e dei nostri desideri più
profondi come della nostra vera natura, ci comportiamo in un
modo che contrasta con la realtà di una data situazione con le
cui spiacevoli conseguenze dovremo poi fare i conti.
L’illuminazione interna a uno stato fa sì che la percezione del
mondo e di noi stessi divenga più realistica: questo ci
permetterà di agire più efficacemente per eliminare molta inutile
sofferenza.
Sebbene la psicologia occidentale non lo riconosca appieno,
molti aspetti della nostra sofferenza sono dovuti o si
manifestano in vari stati alterati, soprattutto negli stati emotivi,

44
oltre che nella coscienza consensuale. Noi pensiamo alle
emozioni considerandole parte della coscienza consensuale.
Questo vale in genere per i sentimenti poco intensi, ma non per
quelli più forti; cerchiamo di far fronte alle conseguenze di
potenti emozioni attraverso la comprensione della coscienza
consensuale, ma spesso non ci riusciamo perché i principi che
governano tali emozioni sono quelli che caratterizzano lo stato
alterato indotto dall’emozione in questione, e non quelli della
coscienza consensuale.
Ma comprendendo la natura degli stati alterati, siamo in grado
di alleviare la sofferenza di tali stati: il rimedio alla sofferenza
che si prova in un particolare stato vi è spesso associato in modo
specifico. I nostri tentativi di applicarvi un rimedio adatto a
qualche altro stato sono causa di frustrazione e di ulteriore
sofferenza. Per esempio, in qualcuno la paura potrebbe
provocare uno stato alterato, accompagnato dal comportamento
relativo. Questa persona passerà allora molte ore con uno
psicoterapeuta cercando di arrivare alle radici della sua paura.
Ma le ore che trascorre dal terapeuta rientrano nell’ambito della
coscienza consensuale, mentre il nucleo della sua paura si trova
in esperienze che le sono pienamente accessibili solo nello stato
alterato in cui ha paura, e quindi la terapia avrà un’efficacia
limitata.
I punti di vista alternativi che gli stati alterati ci offrono su noi
stessi possono permetterci di lavorare su aspetti sia negativi sia
positivi del nostro sé ordinario, come forse altrimenti non
potremmo fare. Ancora più importante è forse il fatto che
l’esperienza diretta di valori e modalità di accesso alla
conoscenza non disponibili nella coscienza consensuale,
potrebbe trasformarci come mai potrebbe fare la coscienza
consensuale impostata sul “sapere le cose”. L’esperienza di
unione con il tutto per cui sentiamo che noi tutti siamo una cosa
sola, nella coscienza consensuale per la maggior parte di noi

45
non è che pura astrazione, mentre per chi ne ha fatto esperienza
in uno stato alterato si tratta di un tipo di conoscenza diretta. Il
sollievo che viene dalla conoscenza diretta che l’universo ha un
senso è assai più profondo di qualsiasi rimedio destinato a un
problema specifico.

LA NOSTRA BUIA REALTÀ


Ho qui tracciato un quadro piuttosto ottimista delle possibilità
degli esseri umani. Una persona illuminata può prontamente
disporre di un gran numero di stati di coscienza. Qualunque
situazione la vita le presenti, la valuta con intelligenza nello
stato di coscienza in cui si trova, utilizzando tutte le risorse di
cui dispone in quello stato. Ciò comporta anche che si ricordi
che la situazione del momento potrebbe apparire diversa se
considerata dal punto di vista di uno o più stati alterati, cosa che
le permette di temperare intelligentemente il giudizio e le azioni
legate allo stato in cui si trova. Di fatto, potrebbe decidere che la
situazione sarebbe più facile da gestire in un particolare stato
alterato, quindi si prende un minuto per entrare in un altro stato
e affronta la situazione in modo ancora più efficace con i nuovi
strumenti, mentali, emotivi e intuitivi, a sua disposizione.
Non ci capita molto spesso di agire così. In genere affrontiamo
la vita in uno stato di coscienza consensuale o in uno stato
emotivo che non ha certo avuto inizio in seguito a una nostra
scelta consapevole. Quasi invariabilmente, non utilizziamo tale
stato con piena efficacia, cosa di cui ci rendiamo conto solo a
posteriori, quando non ci siamo più dentro, e spesso facciamo e
diciamo cose di cui poi ci pentiamo e che causano inutili
sofferenze a noi e agli altri. In termini spirituali, abbiamo perso
il potere, la realtà e la purezza della nostra natura complessiva;
abbiamo vissuto una sorta di Caduta dalla grazia, ed ecco che ci
ritroviamo a vivere la vita in un modo restrittivo che ci rende

46
infelici.
Tutto sarebbe così diverso se fossimo più illuminati. Perché
veniamo meno in modo tanto palese alle nostre possibilità?
Qual è la natura dello stato di “caduta” in cui viviamo? Nella
prossima parte del libro, illustrerò le ragioni che fanno prevalere
in noi lo stato di trance in luogo dell’illuminazione.

1) Tart, C., States of Consciousness, El Cerrito, California, Psychological Processes,


1983. Pubblicato per la prima volta nel 1975 (trad. it.: Stati di coscienza, Roma,
Astrolabio, 1977).
2) Tart, Stati di Coscienza.
3) Le emozioni di lieve entità possono manifestarsi in vari stati di coscienza, ma
quando la loro intensità supera un punto critico, ciò determina una riorganizzazione
della coscienza in uno stato emotivo discreto diverso da quello con cui ha avuto
inizio l’emozione stessa.
4) Se siete interessati a una definizione più precisa e tecnica degli stati di coscienza,
oltre che ad alcuni altri argomenti affrontati nel primo capitolo, troverete utile
consultare il mio Stati di Coscienza.
5) Tart, Stati di Coscienza.
6) Cfr. Tart, Stati di Coscienza, Capitolo 7, per i principi generali relativi
all’induzione di qualsiasi stato alterato.

47
Il Mendicante
Un esempio: avete appena parcheggiato la macchina e state
camminando per la strada quando un uomo viene verso di voi,
ed è evidente che sta per dirvi qualcosa. State pensando a una
cosa che vorreste comprare in un negozio in fondo alla strada,
ma rivolgete parte della vostra attenzione all’uomo in questione.
I suoi vestiti sono laceri e non si rade da qualche giorno. Una
parte della vostra mente lo “percepisce” immediatamente come
un mendicante, un genere di persona che vi innervosisce e vi
irrita. In questo modo in realtà dimostrate di procedere per
stereotipi; in una strada di città potrebbero esserci anche altre
persone vestite di stracci che vorrebbero dirvi qualcosa, ma
viene attivato lo stereotipo e con esso la vostra reazione
automatica verso i mendicanti. Un’espressione di sprezzo vi
attraversa il viso e di proposito guardate da un’altra parte,
togliendolo di mezzo prima ancora che abbia potuto parlare.
Forse fantasticherete automaticamente sulla vostra superiorità di
persona che si guadagna da vivere, oppure vi verranno in mente
pensieri tipo “perché il governo non fa qualcosa per quelli come
lui?”
In effetti le cose potrebbero anche stare così, ma nella realtà che
ho scelto per questo esempio, l’uomo è un docente universitario
nel suo giorno libero. Ha indossato i vestiti più vecchi che ha
perché si è messo a riparare l’automobile e si trova in città
perché gli servono dei pezzi di ricambio. Ha visto che la
macchina che avete parcheggiato perde molto olio e voleva
avvertirvi. Il vostro sguardo sprezzante e l’immediato rifiuto lo
fanno subito andare su tutte le furie. “Vaffanculo!” è la sua
reazione immediata, e torna indietro. Più tardi, mentre guidate,
vi si fonde il motore. Percezioni automatiche, sentimenti
automatici, comportamento automatico, disastro automatico.
Non vi siete accorti che la realtà non corrispondeva al vostro
stereotipo, che avete investito di un contenuto emotivo (il fatto

66
Parte Seconda

I PROBLEMI

48
4

L’EVOLVERSI
DELL’INTELLIGENZA

La discussione tenderà a farsi piuttosto dettagliata in questo


capitolo, ma vi chiedo di avere pazienza. Esamineremo alcuni
parallelismi tra le macchine e certe funzioni umane che in
genere sono automatiche, ben dissimulate ed estranee alla
coscienza e che, contestualmente al risveglio, dovranno divenire
più consapevoli.
Nell’ultimo capitolo abbiamo dotato una macchina, la nostra
gru, di un’intelligenza rudimentale. Quando, nel suo corso
evolutivo, è arrivata alla quarta generazione, è stata in grado di
cogliere diversi tipi di cambiamento intervenuti nell’ambiente
circostante e di modificare di conseguenza il proprio
comportamento in modo da raggiungere il suo obiettivo, ossia il
trasferimento degli scatoloni da un nastro all’altro.
Per raggiungere la capacità di reagire ai gradi di cambiamento,
piuttosto che alla semplice presenza o assenza di cambiamenti,
abbiamo dotato la nostra gru di un computer, un rudimentale
cervello centralizzato. Grazie alla capacità di elaborazione del
computer, possiamo far compiere alla nostra gru di quinta
generazione un salto evolutivo che l’avvicini maggiormente al
tipo di intelligenza riscontrabile negli esseri umani.

68
2

DIO E LA REALTÀ

Non c’è altro Dio che la Realtà.


Cercarlo altrove
È l’atto della Caduta.(1)

1) Insegnamento orale attribuito alla (mitica?) confraternita di Sarmouni.

49
invece che si metta a girare in senso inverso. Supponiamo che
nel magazzino scoppi un incendio che minacci di distruggere
vite umane e macchinari. Supponiamo che qualcuno attraversi
l’area in cui la gru è in movimento. Supponiamo che arrivino
così tanti scatoloni tutti in una volta che la gru/smistatrice non
fa più in tempo a spostarli. Supponiamo che manchi la corrente
che alimenta la gru e che gli scatoloni comincino ad ammassarsi
sul nastro trasportatore. Per far compiere all’intelligenza della
macchina un salto in avanti, la nostra gru/smistatrice di quinta
generazione dovrà essere in grado di reagire a questi imprevisti.

NUOVI SENSI
Il nostro primo passo verso una maggiore evoluzione consiste
nel fornire altri sensi alla nostra gru/smistatrice. Ad alcune
necessità si può provvedere utilizzando dei semplici sensori
basati sulla presenza/assenza. I nastri in uscita vanno dotati di
sensori che non si limitino a rilevare se sono in funzione, ma
anche se vanno nella giusta direzione; un sensore in grado di
misurare le alte temperature servirebbe a individuare eventuali
incendi, mentre un semplice sensore del voltaggio potrebbe
misurare l’energia a disposizione della gru.
La questione delle varie dimensioni degli scatoloni e della loro
esatta posizione è più complicata. La nostra gru di quarta
generazione utilizzava una telecamera posta al di sopra del
nastro trasportatore in entrata, unitamente a un programma di
analisi in grado di individuare i bordi e la forma di uno
scatolone, in modo da poterlo riconoscere, stabilendo anche in
che verso era orientato e la sua esatta posizione. Per fare questo,
doveva consultare una memoria interna che definiva l’aspetto di
uno scatolone in un’immagine televisiva.
Come dovremmo gestire scatoloni di dimensioni diverse (e che
quindi presentano anche differenze di peso e di fragilità)? Per

70
semplificare, programmeremo il computer affinché analizzi gli
scatoloni dando per scontato (come in genere fanno anche le
persone) che esista sempre una perfetta correlazione tra
determinati elementi, e cioè che gli scatoloni più piccoli siano
sempre anche più leggeri e fragili, che quelli più grandi siano
via via più pesanti e più robusti. Il programma che analizza gli
scatoloni potrà allora comunicare alle tenaglie di usare
pochissima forza per gli scatoloni più piccoli e una forza via via
maggiore all’aumentare delle dimensioni degli scatoloni.
Se il nostro computer è abbastanza potente da far funzionare un
programma di analisi delle dimensioni degli scatoloni a partire
dai dati trasmessi da una telecamera, potremo usare una seconda
telecamera per controllare l’area intorno alla gru, all’interno
della quale non dovrà entrare nessuno. Le immagini provenienti
da questa seconda telecamera dovranno essere analizzate per
scoprire l’eventuale presenza di una persona. Questa analisi può
essere molto semplificata. Non è necessario sapere se si tratta di
un uomo o di una donna, quanto è alta o di che colore sono i
vestiti che indossa. Di fatto, non ci interessa neppure sapere se è
un essere umano. Se qualcosa si muove all’interno dell’area in
cui è vietato l’accesso, vogliamo che il programma di analisi
individui l’intruso e blocchi la gru.
Qui, però, subentra un problema. C’è qualcosa che regolarmente
entra e si muove all’interno dell’area vietata, e cioè la gru
stessa. Di certo non vogliamo che il computer di controllo della
gru/smistatrice la blocchi ogni volta che la individua. Una delle
fondamentali funzioni dell’intelletto, nella vita, è la capacità di
riconoscere se stessi, di discriminare il sé dal non-sé. Se così
non fosse potremmo arrivare persino a mangiare noi stessi! Il
nostro programma di individuazione degli intrusi deve
analizzare l’immagine televisiva in modo da riconoscere la
sagoma e il movimento della gru, distinguendoli da qualsiasi
altra forma si muova all’interno dell’area interessata dal divieto

71
di accesso. Il comando di fermare la gru sarà allora impartito
solo quando verrà individuata una forma diversa da quella della
gru.
Poiché la nostra gru/smistatrice deve mettere scatoloni diversi
su diversi nastri trasportatori in uscita, il programma per
l’analisi degli scatoloni deve non solo individuare ogni singolo
scatolone, ma anche classificarlo in base alle categorie
preesistenti. Per semplificare le cose, faremo in modo che lo
faccia tenendo conto delle dimensioni soltanto.

NON SI PUÒ FARE TUTTO SUBITO


Alla nostra gru/smistatrice di quinta generazione chiediamo di
fare parecchie cose. Deve (a) individuare gli scatoloni sul nastro
trasportatore in entrata, (b) rilevare le dimensioni e l’esatta
posizione di ogni scatolone, far ruotare le tenaglie in base
all’orientamento dello scatolone, abbassare le tenaglie verso lo
scatolone, (c) prendere lo scatolone con una forza proporzionata
alle sue dimensioni, sollevarlo, (d) classificare lo scatolone in
base alla tipologia cui appartiene e far sì che il braccio lo sposti
verso il nastro trasportatore giusto, (e) girare lo scatolone in
modo che sia in linea con il nastro trasportatore in uscita su cui
va trasferito, (f) collocare lo scatolone sul nastro in uscita, (g)
abbassare il braccio, aprire le tenaglie, (h) sollevare il braccio e
(i) ritornare alla posizione di attesa sopra al nastro trasportatore
in entrata. Contemporaneamente, deve essere pronta a bloccare i
nastri e/o a fermarsi e suonare l’allarme se (j) scoppia un
incendio, (k) un intruso entra nell’area vietata, (l) uno dei tre
nastri si ferma o va all’incontrario oppure se (m) non le arriva
più la corrente elettrica.
Tutto questo sembra davvero complicato. Tuttavia, il tentativo
di mettere a punto macchine più intelligenti ci ha resi più
consapevoli di quante delle nostre azioni più semplici diamo per

72
scontate.
Se uno qualsiasi dei nastri viene fermato la produzione si
blocca, quindi questa azione andrebbe eseguita solo in caso di
assoluta necessità. Così, il fatto di fermare il nastro in entrata se
uno dei nastri in uscita si blocca o va in senso contrario
potrebbe essere ulteriormente elaborato in modo che il computer
blocchi il nastro trasportatore in entrata solo se su di esso c’è
uno scatolone pronto per essere trasferito sul nastro in uscita che
si è guastato. Nel frattempo, potrebbe suonare un allarme che
segnali la presenza di un guasto da riparare, possibilmente
prima che sopraggiunga lo scatolone da trasferire.
Le esigenze sopra esposte non sarebbero tanto impegnative se il
nostro computer disponesse di un’illimitata memoria e di
un’altrettanto illimitata capacità di far girare programmi. Le
persone, però, non hanno capacità illimitate, e neppure i
computer. Se è vero che potreste assumere molti operai perché
seguano ciascuno una piccola parte del lavoro simultaneamente,
oppure comprare un computer molto grande, ci sono alcune
considerazioni di ordine economico che vanno fatte: non volete
spendere più di quanto sia strettamente necessario. In pratica,
quindi, l’“attenzione” del nostro computer dovrà dividersi tra
questi diversi compiti in modo tale da ottimizzare, tenendo
conto dei suoi limiti, il raggiungimento del nostro obiettivo.
Il computer impiegherà un determinato lasso di tempo per
controllare uno qualsiasi dei suoi sensi, e un determinato lasso
di tempo per stabilire il da farsi rispetto a ciò che scopre.
Inoltre, il nostro computer può fare solo una cosa alla volta, e
quindi per un po’ si dedicherà a un compito specifico, poi
passerà a occuparsi di un’altra cosa, poi a un’altra ancora e così
via. Il passaggio attraverso questa serie di compiti per ritornare
infine al punto di partenza costituisce il suo ciclo operativo.
Faremo in modo che si occupi di ogni fase per tutto il tempo che

73
brutali usati da Gurdjieff. I corsi di introduzione alla psicologia
di solito insegnano agli studenti che scopo di questa disciplina è
la comprensione del comportamento umano, una comprensione
supportata dalle previsioni e dal controllo relativi al
comportamento. In linea di principio, se si fosse a conoscenza di
tutto il corredo genetico e biologico di un individuo e di tutti gli
eventi psicologici della sua storia personale, il suo
comportamento diverrebbe assolutamente prevedibile. Sarebbe
allora possibile fare affermazioni come questa: “Il signor Smith
appartiene al tipo biologico 1376, ha alle spalle una storia
psicologica generale di tipo 242, modificata dagli eventi X, Y e
Z della sua storia personale. Quindi, quando un uomo di tipo A
gli chiede: “Come sta procedendo il lavoro?”, date le condizioni
M, N e Q, il signor Smith arrossirà, risponderà “bene” e per
dodici secondi fantasticherà di essere in barca a remare sul
lago”. Questo è ciò che accadrebbe.
Un livello tanto alto di prevedibilità renderebbe possibile un
controllo assoluto. Basterebbe creare quelle circostanze che
producono la reazione desiderata.
Il fatto che l’idea di essere tanto meccanici, prevedibili e
controllabili sia piuttosto sconvolgente è una delle ragioni per
cui gli psicologi accademici non ne parlano mai apertamente.
Come si può pretendere la collaborazione e il rispetto di
qualcuno dicendogli che per voi lui è solo una macchina? Di
fatto, come potete rispettare voi stessi, dato che anche voi siete
delle macchine? Gran parte dell’odierna controversia sulla
sociobiologia nasce dal fatto che tale disciplina è fin troppo
chiara a proposito delle caratteristiche che ci accomunano alle
macchine. Gurdjieff non era alla ricerca di un normale e
automatico sostegno da parte della società. Intendeva
deliberatamente scioccare le persone in modo da creare
un’opportunità per cominciare il lavoro che le avrebbe portate
oltre la loro condizione di macchine. La psicologia accademica

51
non riconosce la possibilità di risvegliarsi e di andare oltre la
meccanicità, e perciò indora la pillola dei suoi disumanizzanti
fondamenti filosofici, sia per se stessa che per gli altri.
Studiando le macchine, possiamo imparare a conoscerci meglio.
Riconoscendo pienamente e studiando le caratteristiche che
condividiamo con le macchine, tuttavia, è possibile compiere un
passo che nessun’altra macchina saprebbe fare; possiamo
diventare veramente umani e trascendere le caratteristiche e il
destino di macchine.
L’idea di studiare noi stessi come macchine può essere molto
utile. L’affermazione “l’uomo è una macchina” è solo una
metafora, che tuttavia, con un po’ di serio lavoro da parte
nostra, può offrirci un punto di vista del tutto nuovo su noi
stessi. Fino a tempi recenti certi limiti tecnologici hanno
impedito di utilizzare appieno questa metodica. In confronto
agli esseri umani i macchinari semplici, ma anche quelli più
complessi, sono così palesemente meccanici, limitati e stupidi,
da inibire la nostra capacità di vedervi riflessa la nostra
immagine. Forse, potremmo trovare delle analogie rispetto a
certe nostre abitudini molto rigide, ma ci sentiamo tanto più
intelligenti e acuti delle macchine. Guardando una pompa da
irrigazione che continua a girare, spingendo l’acqua da un
canale a un fosso, forse potremo cogliere delle somiglianze con
alcuni aspetti della nostra vita. Alcuni di noi prendono
continuamente fogli di carta da un lato della scrivania e li
depositano dalla parte opposta, per esempio. Io credo però di
essere talmente più acuto di quella macchina che l’analogia si
ferma qui. O no?

FUNZIONARE IN MODO AUTOMATICO


Ho consultato uno dei miei maestri spirituali in merito alle mie
preoccupazioni su quale fosse il modo migliore di esporre l’idea

52
di Gurdjieff che l’uomo è una macchina. Ecco cosa ci siamo
detti:

MAESTRA: Allora, Charley, qual è il problema?


IO: Mi chiedo come potrei, presentando le idee di
Gurdjieff, utilizzare al meglio un’analogia con una
macchina.
MAESTRA: Così sei venuto da me perché ti stai
chiedendo come potresti, presentando le idee di
Gurdjieff, utilizzare al meglio un’analogia con una
macchina?
IO: Sì.
MAESTRA: Sei sicuro?
IO: Questa è la mia preoccupazione più urgente.
MAESTRA: E che problema c’è?
IO: Temo che i lettori si scoraggino subito e che non
andando più avanti non imparino quel che di veramente
valido c’è da imparare.
MAESTRA: Da quanto tempo temi che i lettori si
scoraggino subito e che non andando più avanti non
imparino quel che di veramente valido c’è da imparare?
IO: Da quando ho cominciato a scrivere il libro.
Gurdjieff non è tenero con le persone.
MAESTRA: E questo cosa ti suggerisce?
IO: Forse dovrei ammorbidire le parti meno lusinghiere?
MAESTRA: Mi sembri un po’ titubante.
IO: Sì, ho qualcosa di molto importante da condividere
con gli altri, ma non voglio rischiare di dissuaderli
involontariamente perché perderebbero la possibilità di
imparare.
MAESTRA: Così non vuoi rischiare di dissuaderli
involontariamente perché perderebbero la possibilità di
imparare?
IO: Esatto.

53
MAESTRA: Capisco.
IO: Cosa dovrei fare?
MAESTRA: Perché me lo chiedi?
IO: Ho bisogno di essere guidato.
MAESTRA: E ti sembra normale aver bisogno di essere
guidato?

La mia maestra fornisce una dimostrazione di alcune delle


qualità che attribuiamo ai soli esseri umani. Era più interessata
alle mie motivazioni e ai miei sentimenti relativi all’argomento
in questione che non al semplice contenuto esplicito della mia
preoccupazione, e questo è un atteggiamento che ho riscontrato
in molti maestri.
La mia “maestra spirituale” in questo caso mi ha anche dato una
lezione molto significativa e piuttosto sgradevole. La mia
maestra si chiama Eliza ed è un programma per computer. Non
è neppure un programma sofisticato pensato per un grande
computer, ma un programmino che ho caricato sul computer di
casa. Tanto per aggiungere la beffa al danno, Eliza è stato
scritto in forma di commenti impertinenti, per illustrare
l’inadeguatezza di qualsiasi tentativo di simulare l’intelligenza
umana con il computer, soprattutto in un’area tanto delicata
quale è la psicoterapia. Il programma, in ogni caso, ha
funzionato meglio di quanto si aspettasse il suo ideatore, e
diverse persone ora apprezzano i loro computer “terapeuti” e
dicono di trarre beneficio dalle conversazioni che hanno con
essi. I più elevati traguardi dell’intelligenza umana sono
sicuramente al di là della portata di qualsiasi simulazione
computerizzata, ma buona parte di ciò che passa per normale
intelligenza non lo è.
Una persona può avere l’aria di agire in modo intelligente e
consapevole, ma può anche darsi che invece agisca
meccanicamente, grazie al “pilota automatico”. Ritenendo

54
erroneamente di essere effettivamente cosciente, tale individuo
si preclude la possibilità di conquistare una reale
consapevolezza. Ecco perché è così importante capire cosa
intendesse Gurdjieff quando sosteneva che l’uomo è una
macchina.
Gurdjieff sottolineava sempre come gran parte dell’infelicità
umana fosse imputabile al fatto che viviamo vite meccaniche.
Voi (il vostro modo di comportarvi, i vostri pensieri e
sentimenti) siete l’effetto prodotto da fattori causali storici a voi
esterni, piuttosto che la causa che dà avvio alle azioni volute.
L’orrore di tale fatto è che nessuno ci costringe a vivere come
macchine, eppure lo facciamo, e per la maggior parte del tempo.
Cosa significa essere una macchina? Come diventiamo esseri
meccanici? Considereremo questo concetto progettando una
macchina che svolga un compito utile, cominciando da una
macchina molto rudimentale che poi sostituiremo con macchine
sempre più intelligenti. Man mano che con vari accorgimenti
miglioreremo la nostra macchina, riusciremo più facilmente a
capire cosa sia l’intelligenza e a comprendere il punto di vista di
Gurdjieff secondo il quale, sfortunatamente, non abbiamo
bisogno di un’autentica consapevolezza per essere giudicati
normali in base a molti modelli sociali ordinari. Questa analisi
sarà lunga, affascinante e poco lusinghiera, ma in compenso
servirà, spero, a gettare le fondamenta per il tipo di lavoro che
alla fine ci consentirà di superare la nostra condizione di
macchine.

UNA MACCHINA MOLTO STUPIDA


Immaginiamo di essere in un magazzino. Su un nastro
trasportatore, fanno il loro ingresso nell’edificio degli scatoloni
quadrati, tutti delle stesse dimensioni. Sono tutti girati dallo
stesso lato e posizionati sul nastro a intervalli regolari. Per

55
perdita di produttività.
Per semplificare le cose, diciamo che la causa principale del
deterioramento sia individuabile nei cuscinetti della gru che
sopportano il carico. Per quanto un cuscinetto possa essere di
buona qualità, c’è sempre un po’ di frizione che oltre a
consumarlo, crea calore. Questo asciuga il lubrificante del
cuscinetto dando luogo così ad una frizione ancora maggiore,
che genera altro calore, e così via, in un circolo vizioso. Per far
durare a lungo un cuscinetto, bisogna impedire che si
surriscaldi. Se si scalda troppo in fretta, bisognerà smettere di
utilizzarlo per un po’, finché non si sarà raffreddato.

GLI ISTINTI MECCANICI DI


AUTOCONSERVAZIONE
La nostra gru/smistatrice di quinta generazione non ha come
obiettivo l’autoconservazione e non ha modo di sapere se i suoi
cuscinetti sono troppo caldi o se si consumano troppo
rapidamente. Se arriva uno scatolone, provvede a trasferirlo,
senza badare alla temperatura dei cuscinetti. Pur avendo
raggiunto un buon livello di intelligenza, è completamente in
balia dell’ambiente circostante. Se sapete cosa accade
nell’ambiente in cui si trova la gru/smistatrice, sarete in grado di
prevedere esattamente in che modo si comporterà. L’aggettivo
meccanica la descrive perfettamente, sia dal punto di vista
strettamente tecnico, sia nel senso peggiorativo di “stupida”.
Esistono modi meccanici e rigidi per prolungare la vita dei
cuscinetti della nostra gru/smistatrice. Tenere la gru
definitivamente spenta allungherebbe enormemente la durata
dei suoi cuscinetti, ma tale scelta risulterebbe disastrosa ai fini
della produzione. Tenerla costantemente in funzione finché non
si rompesse avrebbe l’effetto di massimizzare la produttività in
via temporanea, ma poi gli alti costi delle riparazioni e le lunghe

79
interruzioni annullerebbero l’aumento di produttività nel breve
termine. Aggiungendo un semplice timer che la tenga accesa per
cinque minuti e spenta per altri cinque, le si darebbe il tempo
necessario per raffreddarsi. In questo modo la produzione
verrebbe però interrotta ogni cinque minuti, che è un prezzo
molto alto da pagare per una buona durata. Come possiamo
modificare l’intelligenza della gru in modo da massimizzare sia
la produzione sia la durata dei macchinari?
Vediamo di adottare diversi accorgimenti per prolungare la vita
dei cuscinetti della nostra gru/smistatrice. Per prima cosa, la
doteremo di un sensore termico che misura ininterrottamente la
temperatura dei cuscinetti. In secondo luogo, nel suo computer-
cervello immetteremo dei dati relativi al rapporto tra i guasti dei
cuscinetti e la temperatura degli stessi. Tali dati consisterebbero
di informazioni quali “a duecento gradi i cuscinetti si guastano a
un ritmo superiore del 20% rispetto alla norma; a
duecentocinquanta gradi, si rovinano a un ritmo che supera
dell’80% quello normale; a trecento gradi si rovinano più
velocemente del 225%”. Tutto ciò costituisce un insieme di
conoscenze esterne; si tratta delle conoscenze di qualcuno
riguardo alla resistenza dei cuscinetti, inserite in un programma
destinato al computer della nostra gru/smistatrice.
In terzo luogo, la programmeremo con valori atti a prolungarle
la vita e a massimizzare la produzione. Tali valori o norme
operative potrebbero essere: “ferma immediatamente la gru e il
nastro trasportatore in entrata se la temperatura del cuscinetto
supera i 300 gradi e aspetta finché sia scesa a 200 prima di
riavviarla”. Questi sono i nostri valori, ma, dato che abbiamo un
controllo totale sulla programmazione, diventano anche quelli
della gru/smistatrice. Ora che l’abbiamo dotata di un istinto di
autoconservazione, nella sua evoluzione la gru è già arrivata alla
sesta generazione.

80
Se l’idea di immettere un programma di valori dentro a qualcosa
o a qualcuno vi fa sentire a disagio, questo vostro sentimento
non è affatto fuori luogo. Come avremo modo di vedere in
seguito, questo è un procedimento al quale anche voi siete stati
massicciamente sottoposti.
Infine, doteremo il computer della nostra gru/smistatrice di sesta
generazione di una capacità del tutto nuova oltre a quella di
misurare la temperatura dei cuscinetti e al nuovo insieme di
conoscenze, e cioè della capacità di simulare il suo mondo e di
elaborare modi migliori di operare. Quest’ultima capacità
costituisce un altro importante passo avanti nell’evoluzione
della gru/smistatrice, che arriva così alla settima generazione.

COME CREARE E ORGANIZZARE UN CORPUS


DI ESPERIENZE
Imparare dall’esperienza è una caratteristica dell’intelligenza. Il
nostro computer deve quindi incominciare a immagazzinare dati
relativi a episodi che gli sono successi in passato, il che equivale
a ciò che per noi è l’esperienza.
Quali esperienze ha avuto la nostra gru/smistatrice nel corso
della sua esistenza?
Individuare gli intrusi che entrano nell’area vietata
Scoprire gli incendi nell’ambiente circostante
Avvertire la presenza di scatoloni, da che parte sono
girati e che dimensioni hanno
Trasferire gli scatoloni
Scoprire se i nastri trasportatori in entrata e in uscita si
fermano o scorrono in senso contrario
Periodi di inattività, quando la gru/smistatrice è stata

81
fermata per riparazioni
Ora riceverà un altro tipo di dato sensorio, quello relativo alla
temperatura dei cuscinetti.

Organizzare l’esperienza con il senso del tempo


Per cominciare ad organizzare la sua esperienza, dobbiamo però
dotare il nostro computer di un altro senso assolutamente
essenziale, e cioè del senso del tempo. Installando un orologio e
un calendario interni, il computer potrà ricordare che un
particolare tipo di evento si è verificato in un particolare
momento, come “scatolone di terza misura trasferito al nastro in
uscita numero 3 alle 4:15:22 P.M. del 14 luglio 1985”, oppure
“interruzione per riparare guasto a un cuscinetto, dalle 2:10:22
P.M. alle 8:10:22 P.M., esattamente 6 ore, 10 marzo 1986”.
Ora abbiamo un corpus di esperienze cui fare riferimento.
Questa esperienza ha già una sua collocazione spaziale, dato che
una particolare operazione della gru/smistatrice significa sempre
che essa si trova in una determinata posizione. Ora possiede
anche una collocazione temporale.

IL TEMPO DI PENSARE
Dato che da un computer desideriamo avere una buona
prestazione spendendo il meno possibile, quello di cui abbiamo
dotato la nostra gru/smistatrice non è particolarmente potente.
Se lo fosse, essa potrebbe svolgere il suo compito principale,
classificare e spostare gli scatoloni in arrivo, tenendo presenti al
tempo stesso le passate esperienze. Non abbiamo poi bisogno di
chissà quale potenza: in linea di massima la situazione generale
dell’ambiente circostante cambia piuttosto lentamente, e quindi
basta considerarla una volta ogni tanto. Può capitare che tra uno
scatolone e l’altro ci sia un lungo intervallo di tempo e in queste

82
occasioni si possono sfruttare tali pause per pensare a questioni
diverse dai compiti più immediati. Quindi, il computer più
piccolo e meno costoso che abbiamo scelto sarà sufficiente.
Non vorremmo però che queste altre occupazioni interferissero
con lo smistamento e il trasferimento degli scatoloni. Ritrovarsi
con gli scatoloni che cadono a terra perché il cervello della
gru/smistatrice è occupato a pensare è un modo molto costoso di
migliorare il suo rendimento. Dovrà pensare in un modo che
ammetta di essere interrotto, di essere, per così dire, lasciato in
sospeso.
Ora, quando l’ambiente circostante è poco impegnativo (non ci
sono cioè scatoloni in arrivo) avanzerà del tempo per pensare.
Anche se i pensieri venissero interrotti, i risultati cui hanno
portato fino a quel momento, potranno essere conservati ed
essere ripresi in seguito. (Questo processo è meglio di certe
normali capacità di pensiero degli esseri umani che, se li si
interrompe, devono ricominciare tutto daccapo).

IMPARARE DALL’ESPERIENZA
Per imparare dall’esperienza è necessario: (a) avere memoria
delle esperienze passate; (b) che tali esperienze siano
organizzate, per esempio in base a una collocazione spazio-
temporale; (c) poter evocare il ricordo di determinate
esperienze; (d) avere la possibilità di confrontare i dati e di
lavorare sulla base dei ricordi evocati, un processo cui lo
psicologo Piaget ha dato il nome di pensiero operativo; (e) avere
una scala di valori per stabilire le preferenze da accordare ai
risultati ipotizzabili attraverso il pensiero operativo; (f) poter
conservare i risultati del pensiero operativo, le intuizioni e gli
sviluppi; e (g) avere la possibilità di cambiare il comportamento
futuro in seguito alle riflessioni e ai risultati memorizzati.

83
Il pensiero operativo
La capacità di pensare in modo operativo è una delle
caratteristiche più alte della mente umana. Essa implica la
creazione di immagini o di altre rappresentazioni mentali della
realtà. Potrebbe trattarsi di immagini sensoriali, oppure astratte
o ancora simboliche. Allora si è in grado di manipolare o di
giocare con tali rappresentazioni al fine di rispondere,
mentalmente, a domande come “cosa succederebbe se…?”. La
manipolazione delle immagini in questione potrebbe seguire un
qualche sistema logico formale (ne esistono parecchi) da una
parte o, all’estremo opposto, essere del tutto illogica o intuitiva.
Tutto ciò spesso è molto più sicuro che scoprire “cosa
succederebbe se…” nella realtà. Per esempio, cosa accadrebbe
se saltaste giù da una roccia alta sei metri?
Potreste scoprirlo provandoci. Potreste anche attingere alle
esperienze che avete accumulato riguardo all’impatto dei salti
da varie altezze. Ho saltato da un’altezza di sessanta centimetri:
non ho avuto nessun problema. Ho saltato da centoventi
centimetri; l’impatto è stato più duro, ma non è stato poi tanto
difficile. Ho saltato anche da un’altezza di centottanta
centimetri, e l’impatto con il suolo è stato duro davvero. Devo
stare attento a non farmi male, e proprio non lo farei a meno che
non fosse assolutamente necessario. Da più in alto di così non
ho mai saltato, ma posso ricorrere al pensiero operativo e
immaginare che con un salto di sei metri l’impatto sarebbe
molto più forte e probabilmente mi farei male sul serio. Quindi
non salterò da quell’altezza. Il pensiero operativo mi ha salvato
da un brutto infortunio.
Il pensiero operativo ci consente inoltre di essere più efficienti e
di inventare nuovi modi di fare le cose. Supponiamo che io
voglia sistemare una libreria a muro lungo una parete che ha
una forma insolita. Potrei costruire o comperare un sacco di

84
librerie di varie forme e misure, provarle tutte e poi riportare
indietro oppure distruggere quelle che non vanno bene. Ma ciò
comporterebbe un gran dispendio di lavoro e denaro. In
alternativa, posso immaginare come starebbero librerie di fogge
e misure diverse e trovare così la soluzione migliore. Misurando
lo spazio a disposizione otterrò inoltre altri elementi utili alla
visualizzazione e alla ricerca della soluzione. Nel caso in cui
decidessi di costruire una libreria, visualizzerei le varie fasi del
lavoro e gli strumenti di cui avrei bisogno per ognuna di esse.
Recandomi poi al negozio, dovrei riuscire a prendere tutti gli
attrezzi necessari facendo un solo viaggio, invece di andare più
volte avanti e indietro.
Ovviamente capiterà spesso che mi dimentichi qualcosa. Il
pensiero operativo potrebbe dare l’impressione di funzionare
alla perfezione (un importante errore che considereremo in
seguito), ma col senno di poi spesso ci si accorge di aver
trascurato qualcosa o di essere giunti, per la fretta, a conclusioni
sbagliate. Si tratta comunque di una modalità di pensiero
straordinariamente efficace, e dotando la nostra gru/smistatrice
della capacità di pensare in questi termini le faremo compiere
un enorme passo avanti lungo la scala evolutiva.
Programmeremo il computer della nostra gru/smistatrice a
utilizzare il pensiero operativo nei momenti liberi, quando non è
impegnata a trasferire scatoloni e non ne vede arrivare nessuno.

Verificare le conoscenze passate


Uno dei tipi di pensiero operativo che programmeremo
verificherà l’adeguatezza della conoscenza immagazzinata dal
computer. In precedenza, lo avevamo programmato con delle
informazioni ottenute esternamente relative al rapporto tra la
rottura dei cuscinetti e la loro temperatura. Lo abbiamo anche
programmato con il valore esterno di massimizzare la vita della

85
gru mantenendo al tempo stesso il più alto grado di produttività
possibile.
Via via che il lavoro della gru/smistatrice procede di anno in
anno, accadrà varie volte che i cuscinetti si guastino ed essa
registrerà puntualmente questi episodi, insieme alla data e
all’ora in cui si sono verificati. Avrà anche conservato
un’enorme quantità di dati relativi alla temperatura dei
cuscinetti. Nei momenti liberi, potrà considerare questi dati
calcolando l’effettivo rapporto tra i vari aspetti della
temperatura (quali, ad esempio, le temperature medie, quelle
massime, o la durata dei cicli di riscaldamento e di
raffreddamento) e i periodi che intercorrono tra un guasto ai
cuscinetti e il successivo. Qual è il modo migliore per prevedere
tali guasti? È forse meglio ricorrere a una combinazione di
questi indicatori piuttosto che a uno solo? Come appaiono i
rapporti così calcolati se li si confronta con i dati esterni
immagazzinati dal computer e con le regole operative che
inizialmente gli sono state assegnate riguardo a tali rapporti?
Esiste una discrepanza tale da giustificare una revisione o
addirittura il rifiuto della conoscenza esterna originale? Questo
porterebbe a un generale miglioramento della produttività?
Grazie al modo di pensare operativo, la gru potrebbe modificare
il proprio ciclo operativo, sia creando pause più lunghe per
consentire ai cuscinetti di raffreddarsi nel caso in cui l’incidenza
dei guasti ai cuscinetti fosse stata troppo alta, sia creando pause
più brevi (e quindi una maggiore produttività) nel caso in cui i
cuscinetti durassero più del previsto.

GERARCHIE DI VALORI
Noterete che abbiamo dato alla gru/smistatrice la capacità di
cambiare una delle sue regole di funzionamento, una regola che
determina la sospensione delle operazioni qualora la

86
temperatura dei cuscinetti superasse un certo valore, al fine di
raggiungere l’obiettivo/valore programmato di prolungare la
vita della gru massimizzandone al tempo stesso la produttività.
Non le abbiamo dato, in questo particolare programma di
pensiero operativo, la capacità di mettere in discussione, e
tantomeno di cambiare, l’obiettivo/valore, imposto dall’esterno,
di massimizzare la produttività e di prolungare la propria vita.
Anche noi esseri umani abbiamo valori apparentemente
immutabili. È impossibile, per esempio, che un individuo
normale si uccida trattenendo il respiro. Il valore
biologicamente stabilito e innato della sopravvivenza ha il
sopravvento sulla capacità di alterare la respirazione.
Esistono tuttavia solo alcuni valori che sono assolutamente
inalterabili. I valori in genere si possono ordinare secondo una
gerarchia: io voglio fare A e B, a patto che ciò non interferisca
con C e D. Il programma basato sul pensiero operativo e volto a
massimizzare la produttività e a prolungare la vita della gru non
è assoluto, per esempio. Nelle prime fasi dell’evoluzione della
gru/smistatrice abbiamo inserito un programma contenente due
valori superiori: in caso di incendio o se qualcuno fosse entrato
all’interno dell’area pericolosa, in cui era vietato l’accesso, i
macchinari avrebbero dovuto fermarsi e sarebbe dovuto suonare
un allarme. Nella scala di valori fermare i macchinari e dare
l’allarme per salvare una vita umana è assolutamente prioritario
rispetto alla massimizzazione della produzione. Per lo meno,
questi valori sono prioritari se ci troviamo nella fase del ciclo
operativo in cui buona parte del tempo della gru/smistatrice
viene utilizzato per controllare che non vi siano incendi o
intrusioni.
Ma supponiamo di non avere programmato il computer della
gru/smistatrice in modo che controlli i sensori mentre studia il
modo di migliorarsi. Se desideriamo conservare come valore

87
prioritario la salvaguardia della vita umana, questo fatto
costituirà ai nostri occhi una grave mancanza. Molti di noi
hanno questo stesso difetto. Ci perdiamo nei nostri pensieri e
non ci accorgiamo di ciò che succede intorno a noi, e a volte
questo ci fa correre gravi rischi.
Possiamo anche considerare questa apparente mancanza come
un valore specificatamente legato a un determinato stato, perché
la sua priorità dipende dallo stato (sensorio o cognitivo) della
gru/smistatrice. Come già si è detto nel primo capitolo, è
indubbio che certi valori umani caratterizzano in modo specifico
determinati stati.
La nostra gru/smistatrice di settima generazione si è evoluta al
punto da mostrare una delle più importanti caratteristiche della
coscienza umana: il nostro cervello simula il mondo in cui
viviamo. Approfondiremo questo punto nel prossimo capitolo.

88
6

VIVERE IN UN SIMULATORE DEL


MONDO

La nostra gru/smistatrice di settima generazione è diventata


piuttosto intelligente. Ha obiettivi e valori. Percepisce
l’ambiente circostante e reagisce agli eventi che interferiscono
con i suoi obiettivi, per esempio smistando e spostando gli
scatoloni per essere produttiva, oppure bloccando il
meccanismo della gru se qualcuno entra nell’area di pericolo, al
fine di salvaguardare la vita umana. Possiede anche un istinto di
autoconservazione, che la porta a minimizzare l’usura dei
cuscinetti. Addirittura, la nostra gru/smistatrice riesce a superare
la rigidità dei movimenti generalmente associata alle macchine
perché ricorda e organizza le esperienze passate, simula
l’ambiente circostante all’interno del suo cervello e
occasionalmente mette anche a punto nuove e più efficaci
modalità di funzionamento, tali da ottimizzare il
raggiungimento dei suoi obbiettivi.
Anche se non intendiamo attribuire una vera coscienza alla
nostra gru/smistatrice, supponiamo, ai fini della discussione, che
il suo computer-cervello sia cosciente. Possiamo ora porci le
seguenti domande: “Cosa è la sua coscienza?” e “Di cosa è
cosciente?”.
Se manteniamo la discussione a livelli ordinari, la risposta alla

89
4

L’EVOLVERSI
DELL’INTELLIGENZA

La discussione tenderà a farsi piuttosto dettagliata in questo


capitolo, ma vi chiedo di avere pazienza. Esamineremo alcuni
parallelismi tra le macchine e certe funzioni umane che in
genere sono automatiche, ben dissimulate ed estranee alla
coscienza e che, contestualmente al risveglio, dovranno divenire
più consapevoli.
Nell’ultimo capitolo abbiamo dotato una macchina, la nostra
gru, di un’intelligenza rudimentale. Quando, nel suo corso
evolutivo, è arrivata alla quarta generazione, è stata in grado di
cogliere diversi tipi di cambiamento intervenuti nell’ambiente
circostante e di modificare di conseguenza il proprio
comportamento in modo da raggiungere il suo obiettivo, ossia il
trasferimento degli scatoloni da un nastro all’altro.
Per raggiungere la capacità di reagire ai gradi di cambiamento,
piuttosto che alla semplice presenza o assenza di cambiamenti,
abbiamo dotato la nostra gru di un computer, un rudimentale
cervello centralizzato. Grazie alla capacità di elaborazione del
computer, possiamo far compiere alla nostra gru di quinta
generazione un salto evolutivo che l’avvicini maggiormente al
tipo di intelligenza riscontrabile negli esseri umani.

68
identica alla moderna concezione scientifica della coscienza
umana.
Supponiamo che assistiate a un incendio. Percepite il colore del
fuoco, sentite sulla pelle il forte calore che diffonde. Se
l’incendio minaccia voi o i vostri beni, ne avvertite la
pericolosità. In un’altra situazione, con uno stato d’animo
diverso, il fuoco vi sembrerebbe bellissimo. Queste
sembrerebbero percezioni dirette della realtà esterna, ma
l’attuale conoscenza che abbiamo del funzionamento del
cervello ci dice che non sono proprio dirette, bensì mediate da
diversi processi intermedi, ognuno dei quali è in grado di
alterare la natura di quanto è percepito.
Prendiamo l’esperienza del colore rosso del fuoco. Crediamo di
capire il mondo fisico abbastanza bene da esseri certi che il
fuoco emette radiazioni elettromagnetiche. Una parte di tali
radiazioni, che rientra in una fascia vibratoria in grado di
stimolare l’occhio umano, si chiama luce. La luce che ha una
particolare frequenza non possiede alcun attributo di colore; è
semplicemente luce che vibra a quella frequenza. Volendo
descriverla nel modo più accurato possibile, bisognerebbe
specificare che si tratta di radiazioni elettromagnetiche;
chiamarle “luce” significa parlarne dal punto di vista degli
esseri umani.
Queste radiazioni elettromagnetiche passano attraverso il
cristallino dell’occhio, che può limitare la percezione; per
esempio, non rileverà le radiazioni elettromagnetiche di
frequenza più elevata che chiamiamo ultraviolette. Invece, non
avrà grossi problemi a trasmettere le radiazioni emesse dal
fuoco che definiremo come luce rossa.
Le radiazioni colpiscono delle speciali strutture della retina,
quelle dei coni, responsabili della percezione dei colori.
L’energia della luce produce dei cambiamenti elettrochimici a

91
livello dei coni, tali da far sì che la particolare frequenza della
luce che li colpisce invii una certa configurazione di impulsi
elettrochimici, nervosi, che dall’occhio arrivano al cervello
attraverso dei nervi speciali. Il cervello trasforma gli impulsi
nervosi secondo modalità complesse che ancora non
comprendiamo pienamente, ma ciò che rimane il mistero più
grande è il fatto che nel cervello la configurazione finale degli
impulsi elettrochimici determini la nostra percezione/esperienza
del colore del fuoco. Sono piuttosto la struttura e l’attività del
cervello e degli occhi a dar luogo alla percezione del rosso, che
quindi non è un’intrinseca caratteristica del mondo esterno.
Probabilmente vi sarà capitato di vedere le fotografie della
Terra scattate dai satelliti ed elaborate dai computer. Hanno
colori un po’ strani: a volte dove c’è l’acqua si vedono
sfumature rosse, il blu sta al posto delle foreste e la terra nuda è
rappresentata da varie tonalità di verde. In genere si dice che tali
fotografie presentano colori “falsati”. Ma in senso assoluto non
c’è niente di falso in questi colori. L’elaborazione delle
immagini da parte del computer implica esattamente lo stesso
tipo di simulazione arbitraria del mondo esterno attuata dal
cervello umano. Il vostro cervello potrebbe benissimo, e
altrettanto utilmente, costruire l’esperienza del fuoco come
percezione del verde o del blu invece che del rosso. Il processo
di costruzione/simulazione ci permette di sopravvivere là dove
esista una corrispondenza regolare e affidabile tra determinate
caratteristiche del mondo esterno e la percezione che ne
abbiamo costruito. Se il fuoco fosse sempre e immancabilmente
verde, non ci sarebbe alcun problema.
I colori di una fotografia elaborata dal computer, quindi, non
sono falsi nel vero senso della parola; semplicemente, non sono
costruiti secondo i normali canoni visivi degli esseri umani. Il
colore rosso di cui avete esperienza diretta quando vedete un
incendio è una costruzione arbitraria del vostro cervello. Il

92
cervello potrebbe anche costruire l’esperienza del calore in
modo tale da suscitare le sensazioni che normalmente
associamo al freddo. Se la relazione tra l’esperienza del freddo e
gli oggetti e gli eventi del mondo esterno associati alle alte
temperature rimane costante, in modo da sapere con certezza
che le cose fredde possono bruciare, ai fini della sopravvivenza
non ci sarebbe differenza alcuna rispetto all’attuale
consapevolezza che la sensazione di calore è associata alle
temperature elevate.
Analogamente, la pericolosità o il fascino del fuoco sono
costruzioni arbitrarie del cervello, e non diretti attributi del
mondo esterno. Di fatto, questi due esempi implicano un’attività
cerebrale di costruzione/simulazione ancora più complessa di
quella necessaria nel caso del colore rosso o del calore, perché
la valutazione emotiva che ci fa considerare bello o pericoloso il
mondo circostante va ad aggiungersi alla
costruzione/simulazione dell’oggetto stesso. Possiamo vedere il
fuoco come un fuoco e basta e poi decidere, a parte, che è
pericoloso o stupendo; spesso, tuttavia, vedremo
immediatamente un fuoco pericoloso o un fuoco bellissimo. Ciò
di cui siamo direttamente consapevoli, quindi, sono le
costruzioni/simulazioni del nostro cervello, e non la realtà
oggettiva. È in questo senso che viviamo “dentro” un simulatore
del mondo.
Vivere dentro un simulatore del mondo, dunque, significa che
ciò che noi consideriamo percezioni dirette del mondo fisico
sono costruzioni arbitrarie del nostro cervello, e non le cose in
sé. Quella che a noi pare l’esperienza diretta del mondo è in
realtà indiretta.
Se vivere dentro al simulatore del mondo significasse solo
questo, non ci sarebbe niente di grave. Le percezioni, nella vita
di tutti i giorni, potrebbero essere date per scontate: qualunque

93
sia la vera natura fisica del fuoco, che mi provochi prurito o mi
faccia rabbrividire, che mi faccia sentire infreddolito o teso,
rilassato o euforico, ho comunque imparato che il fuoco brucia e
perciò lo maneggerò con grande attenzione. Se sono curioso di
conoscere la natura oggettiva del mondo esterno, posso
utilizzare degli strumenti e dei metodi scientifici per scoprirne
le caratteristiche che sfuggono alle mie percezioni sensoriali
(arbitrarie). Sfortunatamente, vivere nel simulatore del mondo
ha implicazioni molto più importanti.

LA COSTRUZIONE EMOTIVA E PSICOLOGICA


DELLA PERCEZIONE
Se la percezione comporta una complessa e attiva costruzione di
una simulazione della realtà, perché non siamo consapevoli di
tale processo? O dello sforzo di costruirla? Se giro la testa verso
destra vedo immediatamente una libreria. Non c’è un momento
in cui vedo forme e colori ambigui, non devo sforzarmi di
confrontare questi dati con il mio bagaglio di conoscenza per
decidere che una libreria è la costruzione più plausibile
deducibile dalle forme e dai colori in questione. La mia
esperienza consiste nel vedere istantaneamente una libreria.
Il motivo per cui stentiamo a renderci conto che ogni percezione
è una costruzione attiva è legato al fatto che tale meccanismo
diventa ben presto automatico, e quando ciò avviene non
avvertiamo più lo sforzo. E non ci vuole neppure molto tempo.
Nei primissimi anni di vita, la costruzione delle percezioni
richiedeva un certo sforzo, ma è passato tanto tempo e ce ne
siamo dimenticati. Ancora oggi può capitarci di avere
percezioni ambigue: cos’è quella forma nel buio? Sarà un
cespuglio? Una persona accovacciata? Un animale? Ah, è una
moto parcheggiata, vista da dietro! Dopo aver visto la moto, è
difficile vederci ancora un cespuglio, un animale o una persona

94
accovacciata. Esperienze di questo tipo dovrebbero metterci in
guardia rispetto alla natura della percezione, al fatto che è
costruita, ma si tratta di esperienze così rare in confronto
all’immediato riconoscimento degli oggetti grazie alla
percezione automatica, che l’impatto che producono è alquanto
limitato.
Un esempio illuminante sulla costruzione e l’automaticità della
percezione ci viene offerto da un classico esperimento
psicologico. Si chiede a un soggetto di indossare un paio di
speciali occhialoni, in cui sono stati inseriti dei prismi che
invertono il campo visivo in senso sia verticale che orizzontale.
Ne consegue che quello che prima era in alto, ora sta in basso: il
pavimento è sopra e il soffitto sotto di lui. Ciò che prima aveva
alla sua sinistra ora è alla sua destra, e viceversa. Parlare di
confusione per descrivere la reazione del soggetto vorrebbe dire
minimizzarla. Muoversi, in quelle condizioni, è forse la cosa più
difficile e a certe persone viene persino la nausea. L’intero
bagaglio di una vita di stimoli visivi e motori relativi al mondo e
al rapporto con esso risulta ora gravemente inadeguato.
Questi occhialoni vengono tenuti per giorni o settimane.
Inizialmente il soggetto, invece di affidarsi ai suoi automatismi,
dovrà fare di ogni percezione e movimento un atto cosciente.
Non potrà più contare sulle proprie reazioni automatiche. Se,
per esempio, vede un oggetto che desidera prendere e che
chiaramente è alla sua sinistra, dovrà muoversi nella direzione
che per il suo corpo è la destra.
Dopo alcuni giorni, tuttavia, cominceranno a succedere delle
cose incredibili! Non gli sembrerà più che tutto sia capovolto!
Potrà afferrare gli oggetti direttamente, senza stare più a pensare
dove sia davvero la destra o la sinistra. È stata così costruita e
automatizzata una serie completamente nuova di stimoli
percettivi. Egli avrà la sensazione di percepire la realtà

95
direttamente, così com’è, e sarà la stessa sensazione che aveva
prima di mettersi gli occhialoni.
Quando alla fine se li toglierà, dopo questo nuovo adattamento,
improvvisamente il mondo gli apparirà capovolto e
all’incontrario! Si renderà ancora una volta necessaria una
compensazione consapevole, per stabilire dov’è la destra e dove
la sinistra. Dopo un po’ di stimolazione visiva, tuttavia, verrà
ristabilito il vecchio modello, quello “normale”. Poiché il
vecchio modello di simulazione era stato assimilato a fondo, per
ripristinarlo occorrerà molto meno tempo di quello impiegato
per stabilire i nuovi modelli di simulazione indotti
dall’esperimento degli occhialoni. Il vecchio modello di
simulazione, ovviamente, non è meno arbitrario di quello
nuovo.
Un esperimento un po’ meno impressionante che potreste
provare da soli ha invece a che fare con la lettura. Se cominciate
a leggere nel verso giusto e poi capovolgete la pagina, non
capirete più nulla. Potrete analizzare ogni singola lettera e
parola capovolta e venirne a capo, ma di certo rispetto alla
lettura normale questo è un modo di procedere lento e difficile:
vi renderete conto di come la percezione del significato,
solitamente automatica, in questo caso sia un processo attivo e
che richiede un certo sforzo.
Cercate di leggere dal lato capovolto per una o due pagine.
Sorprendentemente, gli esperimenti psicologici hanno rivelato
che entro una pagina o due molte persone riescono a
raggiungere una velocità di lettura quasi normale. Dopo lo
sforzo iniziale, l’automatizzazione del processo percettivo della
simulazione/costruzione può essere incredibilmente veloce.
La lettura offre già un buon esempio della natura costruita della
percezione. Gli studi sui movimenti dell’occhio mostrano che
leggendo non soffermiamo gli occhi su ogni singola parola. Lo

96
sguardo, infatti, salta diverse parole in un colpo, compiendo
circa quattro movimenti al secondo. A una normale distanza di
lettura, il grado di acutezza della vista ci consente di vedere
chiaramente soltanto una parola, ma intanto ci facciamo anche
una vaga idea degli elementi che vengono prima e dopo, per
esempio un lungo spazio vuoto che indica la fine del paragrafo.
Se in linea di massima riusciamo a seguire ciò che stiamo
leggendo, ciò è già sufficiente. La nostra mente sarà in grado di
ricostruire il senso delle parole poste tra quelle fissate dalla
lettura.
Quando però si passa a un nuovo argomento, questo discorso
non vale più, e sarà necessario fissare più parole in una stessa
riga. Altrimenti, si corre il rischio di fraintendere ciò che è
scritto. Di fatto, capita spesso di continuare a leggere
velocemente prima di accorgersi di non aver capito e di dover
quindi tornare indietro a rileggere con maggiore attenzione.
Quante volte ci sarà capitato di avere inconsapevolmente
frainteso il significato di un testo ricavandone delle impressioni
distorte? Questo è il prezzo che paghiamo all’automaticità della
percezione.
La costruzione di ciò che leggiamo basata su una percezione
solo parziale del vero contenuto del testo è una delle ragioni per
cui correggere le bozze è tanto difficile, soprattutto se si tratta di
qualcosa che abbiamo scritto noi stessi. Sappiamo come
dovrebbe essere e quindi percepiamo le cose che ci aspettiamo
di trovarci invece di quello che abbiamo effettivamente scritto.
Questa alterazione della percezione nella lettura delle bozze,
che in genere è imputabile soltanto a fredde aspettative
intellettuali, è comunque ben poca cosa rispetto a ciò che accade
quando vengono attivati desideri e aspettative di carattere
emotivo.

97
LA DIFESA PERCETTIVA
In campo psicologico, la realtà dei processi inconsci, dei
processi mentali o emotivi che agiscono in noi anche se non ne
siamo consapevoli, è ampiamente riconosciuta. C’è poi una
particolare forma di processo inconscio, nota come difesa
percettiva, che pur essendo supportata da buone prove
sperimentali, non è stata universalmente accettata. La disputa
sorta intorno alla realtà della difesa percettiva ha avuto toni così
accesi da farmi venire il sospetto che vi sia, rispetto a tale idea,
una resistenza attiva, dovuta forse al fatto che ci ricorda troppo
chiaramente la nostra meccanicità.
Le difese percettive costituiscono un meccanismo di difesa il
cui scopo è farci rimanere inconsapevoli di quegli eventi del
mondo circostante che potrebbero suscitare in noi emozioni
sgradevoli o inaccettabili. Questo meccanismo fu notato per la
prima volta nell’ambito di alcuni studi sperimentali sulle soglie
della percezione. Se una parola viene fatta lampeggiare su uno
schermo, qual è il tempo di esposizione minimo, la soglia,
perché tale parola possa essere riconosciuta a livello conscio?
Se la proiezione dura veramente poco, diciamo un centesimo di
secondo o anche meno, si riuscirà a vedere solo un lampo di
luce, senza nemmeno percepire la forma complessiva delle
lettere, e men che meno riuscire a riconoscerle. Se il flash dura
più a lungo, un quarto di secondo o più, sarà invece facile
percepire la parola. Se poi i flash sono inizialmente troppo brevi
per consentire il riconoscimento della parola ma la loro durata
aumenta gradualmente fino a renderlo possibile, tale durata
corrisponderà al valore di soglia.
La soglia di riconoscimento dipenderà anche da fattori quali la
familiarità e la lunghezza della parola in questione. Le parole
lunghe e inusuali avranno soglie più alte delle parole più brevi e
familiari. I ricercatori hanno inoltre notato che le parole

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connotate emotivamente, soprattutto quelle che nei singoli
individui avrebbero potuto scatenare un conflitto interiore,
avevano soglie più alte di altre parole di analoga lunghezza e
familiarità che tuttavia non presentavano alcuna connotazione
emotiva avvertita come minacciosa. In una ricerca condotta su
studenti universitari di tre generazioni fa, che dato il clima di
repressione sessuale allora vigente tendevano ad avere una
debole identità sessuale, la parola fottere, per esempio, avrebbe
generalmente rivelato una soglia più alta di una parola come
flettere.
Esiste anche una spiegazione alternativa in base alla quale
queste soglie più alte non sarebbero dovute alla maggiore
intensità dello stimolo (flash più lunghi) necessario alla
percezione, ma al fatto che essendo queste parole socialmente
inaccettabili, i soggetti sarebbero più restii a pronunciarle finché
non siano del tutto certi di averle viste bene. Ulteriori ricerche
hanno dimostrato che questo spiega almeno in parte il ritardo
della percezione, ma la difesa percettiva rimane comunque un
fattore presente. Prove più dirette relative alla difesa percettiva
rimandano al fatto che talvolta si osservano reazioni fisiologiche
associate alle emozioni, per esempio un’immediata variazione a
livello della resistenza elettrica cutanea, quando vengono
proposte parole emotivamente minacciose che si collocano
decisamente al di sotto della soglia di percezione cosciente del
soggetto.
Gli psicologi sono così giunti alla conclusione che la percezione
comprende tre stadi. Innanzitutto, ha luogo un primo
riconoscimento al di fuori della coscienza. A questo segue uno
stadio che implica una certa capacità di discriminazione rispetto
alla potenziale minaccia emotiva dello stimolo. Se in questo
secondo stadio lo stimolo è classificabile come pericoloso, ciò
induce la mente ad alzare la soglia della terza fase del processo,
ovvero la percezione cosciente dello stimolo.

99
Questo innalzamento della soglia riguarda gli stimoli che
chiamano in causa argomenti dai quali in genere la persona si
difende evitando di affrontarli. In chi invece ha un
atteggiamento difensivo più attivo (vedi il capitolo 13, sui
meccanismi di difesa), in caso di stimoli rilevanti potrebbe
verificarsi un abbassamento della soglia. In un’altra persona, o
persino nella stessa ma in un momento diverso, potrebbe
prodursi una alterazione dello stimolo tale che ciò che viene
percepito a livello conscio è abbastanza diverso dall’effettivo
stimolo e, rispetto a questo, appare meno minaccioso.
Nei termini del nostro modello di simulazione del mondo, la
difesa percettiva è un fenomeno del tutto comprensibile. Una
particolare configurazione di stimoli, già in parte modificata
dalla struttura fisica dei nostri sensi, arriva al cervello. Qui,
entrano in gioco determinati processi già acquisiti, che
costruiscono una simulazione di questo aspetto della realtà. Per
creare la giusta costruzione/percezione/simulazione, si attinge
alla memoria dei dati riguardanti questo particolare stimolo. Nel
caso della difesa percettiva, i dati memorizzati comprendono
delle informazioni relative al fatto che ci si trova davanti a
qualcosa che per certi versi è emotivamente pericoloso. Questo
ha l’effetto di attivare altri dati della memoria relativi a come
affrontare questo genere di minacce emotive. Se l’atteggiamento
difensivo è impostato in modo da ignorare il più possibile tali
minacce, allora la simulazione dello stimolo in questione verrà
costruita in modo tale da risultare meno evidente alla coscienza.
Oppure, la simulazione verrà modificata, potremmo dire
“distorta” in termini di somiglianza allo stimolo iniziale, così
che la simulazione finale, ciò che la coscienza percepirà,
rappresenterà qualcos’altro. Quest’altra cosa assomiglierà allo
stimolo originale senza essere identica. Così, la parola fottere
potrebbe diventare solo un breve bagliore dai contorni indistinti,
oppure la simulazione/percezione potrebbe diventare fondere o

100
5

IL PENSIERO OPERATIVO

Una caratteristica essenziale delle forme di vita intelligenti è


che cercano di salvaguardare la propria vita e il proprio
benessere. L’obiettivo dell’autoconservazione in genere è
prioritario rispetto a quasi tutti gli altri. Per spingere ancora più
avanti l’evoluzione della nostra gru/smistatrice, dovremo dotare
la sua nuova versione, arrivata così alla sesta generazione, di un
istinto di sopravvivenza. La questione non è semplice come
sembrerebbe, perché si rendono necessari dei compromessi.
Come Gurdjieff ha riconosciuto, spesso il nostro
coinvolgimento in altri aspetti della vita, soprattutto quando è
inconscio, interferisce con il funzionamento ottimale del nostro
istinto di sopravvivenza.

L’ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA
La nostra gru/smistatrice di quinta generazione è uno strumento
fisico. Possiede delle parti che si muovono, e le parti mobili si
consumano. Possiamo dotarla di parti di qualità tanto buona
quanto economicamente giustificabile, tenendo conto dei costi
della sostituzione, ma dato il modo in cui è stata costruita,
vogliamo che duri il più a lungo possibile. Una breve durata
comporterebbe alti costi per la sostituzione, e frequenti pause
per le riparazioni comporterebbero dei costi aggiuntivi e una

78
tecnici si chiama ipotesi di identità psiconeurologica. Si tratta di una teoria assai
utile ai fini di comprendere in che modo siamo addormentati, anche se tengo a
sottolineare che personalmente considero fuorviante identificare completamente la
coscienza con l’attività neurologica. I dati della ricerca parapsicologica dimostrano
in modo conclusivo che la mente è molto di più della somma delle sue attività
neurologiche, e le considerazioni di tipo pragmatico ci impongono di essere
dualistici e di vedere la mente come qualcosa costituito in parte da attività
neurologiche e in parte da qualcos’altro. Ho elaborato una teoria di questo tipo in
altre sedi, in “An Emergent-Interactionist Understanding of Human
Consciousness”, in (a cura di) B. Shapin e L. Coly, Brain/Mind and
Parapsychology, New York, Parapsychology Foundation, 1979, pp. 177-200. Ad
eccezione del capitolo 20, in questo libro non affronterò tuttavia la questione della
parapsicologia, perché in alcuni lettori tale argomento potrebbe suscitare delle
resistenze che comprometterebbero la comunicazione di utili informazioni. Posso
assicurare coloro che non amano la parapsicologia che quasi tutti i dati contenuti in
questo libro sono perfettamente attendibili anche dal punto di vista dell’ipotesi
dell’identità psiconeurologica.

102
perdita di produttività.
Per semplificare le cose, diciamo che la causa principale del
deterioramento sia individuabile nei cuscinetti della gru che
sopportano il carico. Per quanto un cuscinetto possa essere di
buona qualità, c’è sempre un po’ di frizione che oltre a
consumarlo, crea calore. Questo asciuga il lubrificante del
cuscinetto dando luogo così ad una frizione ancora maggiore,
che genera altro calore, e così via, in un circolo vizioso. Per far
durare a lungo un cuscinetto, bisogna impedire che si
surriscaldi. Se si scalda troppo in fretta, bisognerà smettere di
utilizzarlo per un po’, finché non si sarà raffreddato.

GLI ISTINTI MECCANICI DI


AUTOCONSERVAZIONE
La nostra gru/smistatrice di quinta generazione non ha come
obiettivo l’autoconservazione e non ha modo di sapere se i suoi
cuscinetti sono troppo caldi o se si consumano troppo
rapidamente. Se arriva uno scatolone, provvede a trasferirlo,
senza badare alla temperatura dei cuscinetti. Pur avendo
raggiunto un buon livello di intelligenza, è completamente in
balia dell’ambiente circostante. Se sapete cosa accade
nell’ambiente in cui si trova la gru/smistatrice, sarete in grado di
prevedere esattamente in che modo si comporterà. L’aggettivo
meccanica la descrive perfettamente, sia dal punto di vista
strettamente tecnico, sia nel senso peggiorativo di “stupida”.
Esistono modi meccanici e rigidi per prolungare la vita dei
cuscinetti della nostra gru/smistatrice. Tenere la gru
definitivamente spenta allungherebbe enormemente la durata
dei suoi cuscinetti, ma tale scelta risulterebbe disastrosa ai fini
della produzione. Tenerla costantemente in funzione finché non
si rompesse avrebbe l’effetto di massimizzare la produttività in
via temporanea, ma poi gli alti costi delle riparazioni e le lunghe

79
appaia dettato da tali emozioni. Dopo un periodo di alta
produttività potrebbe emettere un allegro fischio, mentre dopo
una fase di scarsa produttività potrebbe mostrarsi riluttante e
inefficiente; perché mai dovremmo però desiderare che si
comporti così? Nessuna di queste manifestazioni contribuirebbe
in alcun modo a farle raggiungere i suoi obiettivi in modo
ottimale. In effetti, il fischietto consuma energia, e l’energia ha
un costo; il fatto che la gru si muova in modo incerto e
inefficiente, d’altro canto, ne riduce ulteriormente la
produttività.
Quando invece si parla di persone, la cosa è piuttosto diversa.
Le emozioni possono avere una loro finalità e influire
pesantemente sul rendimento. Quando si è soddisfatti del
proprio lavoro, è probabile che gli si dedichi più tempo e che lo
si svolga in modo più efficiente che se fosse vero il contrario.
Le emozioni negative hanno effetti meno prevedibili:
potrebbero compromettere il rendimento ma, talvolta, anche
migliorarlo. Se vi arrabbiate perché un lavoro non sta venendo
bene, per esempio, forse vi impegnerete di più mettendoci più
energia per portarlo a termine.

LE EMOZIONI FINI A SE STESSE


Le emozioni possono motivare fortemente il comportamento
esteriore. Sono inoltre di per sé piacevoli o spiacevoli, a
prescindere dal rapporto che possono avere con le circostanze
esterne. Ci si può sentire bene o male senza che vi siano
effettivamente dei motivi contingenti che giustifichino tale stato
d’animo. Poiché le emozioni possono essere anche fini a se
stesse, spesso cerchiamo di mantenere un atteggiamento
positivo evitando di lasciarci catturare dalle emozioni negative a
prescindere dalle circostanze esterne in cui ci troviamo. Il fatto
che le emozioni non siano necessariamente legate ad esse, fa sì

104
che alla mente umana si aprano possibilità e trappole che non
esistono per la gru/smistatrice.
Supponiamo che la nostra gru/smistatrice abbia appena
elaborato una nuova strategia per aumentare la produttività e
diminuire l’usura dei suoi cuscinetti. Attiva il nuovo modello
nella simulazione dell’esperienza passata e scopre che si tratta
effettivamente di una strategia molto più efficace; i suoi
programmi operativi vengono quindi modificati per allinearli a
tale strategia. La gru/smistatrice però non prova niente al
riguardo: nessun orgoglio per il risultato ottenuto, nessun
compiacimento per la propria intelligenza, nessuna
soddisfazione per il lavoro ben fatto. Riprende il suo ciclo di
controllo attraverso il sensore, in attesa che arrivi un altro
scatolone, che verrà trattato secondo la nuova strategia. Passerà
un po’ di tempo e quando avrà accumulato abbastanza
esperienza, valuterà l’efficienza della nuova strategia in
rapporto al mondo reale degli scatoloni e dei nastri trasportatori,
e stabilirà così se la strategia va modificata, scartata o
confermata. Tutto questo senza passione e con assoluta
obiettività.
Se voi foste un nuovo lavoratore impegnato a svolgere questo
compito, tuttavia, sareste al settimo cielo se vi venisse in mente
un modo per fare il vostro lavoro con maggiore efficienza. Di
certo, solo per il fatto di aver avuto questa intuizione e ancora
prima di verificarne l’effettiva validità, vi sentireste veramente
in gamba. In genere, la sensazione di aver avuto una brillante
idea comporta un’immediata gratificazione emotiva: a tutti
piace sentirsi intelligenti. Anche se l’intuizione in seguito si
rivela infondata e vi lascia delusi, l’originale emozione che l’ha
accompagnata non si cancella. Inoltre, quando, applicando la
vostra idea, scoprite che era sbagliata, potreste provare rabbia:
perché questo dannato mondo non collabora a realizzare le
vostre brillanti intuizioni!

105
La gru/smistatrice non prova alcun piacere per le sue trovate e
nessun disappunto o rabbia se le sue idee non funzionano. Se
migliorano la situazione esistente, vengono adottate; in caso
contrario, cercherà un’altra soluzione.

I vantaggi delle emozioni


La capacità di provare emozioni facendo questo lavoro potrebbe
rivelarsi vantaggioso. Siccome vi piace sentirvi intelligenti,
potreste trascorrere molto tempo pensando a come migliorare le
cose anche se questo non è compito vostro. Il fatto di sentirvi in
gamba è già di per sé appagante. Dato che non amate sentirvi
delusi, il fallimento di una vostra idea potrebbe stimolarvi ad
averne di più brillanti, e quindi avreste maggiori possibilità che
il vostro pensare, prima o poi, vada a buon fine. La carota e il
bastone delle emozioni positive e negative sono davvero
fortemente motivanti.

Le emozioni attivate dalla simulazione


Negli animali non umani, le emozioni sono legate quasi
esclusivamente, o almeno così crediamo, a eventi esterni.
Quando l’animale si sente minacciato proverà paura o rabbia, e
piacere quando succede qualcosa di gradevole, e così via. Per
contro, una delle più grandi capacità che abbiamo noi esseri
umani, che è anche una delle nostre più grandi sciagure, è quella
di creare simulazioni del mondo (e del nostro stesso stato
interiore), proiezioni e idee immaginarie della realtà. Può darsi
che anche gli animali simulino in parte il mondo in cui vivono,
ma sono certo che negli esseri umani questo avviene in misura
enormemente maggiore. Queste simulazioni, a prescindere da
quanto adeguatamente riflettano il mondo, sono quindi in grado
di scatenare delle emozioni, che costituiscono un tipo di
energia, una fonte di potere. Che succede quando si alimenta

106
fortemente una certa simulazione della realtà, soprattutto se si
tratta di una simulazione approssimativa?
Quando pensate, o simulate, un modo migliore per svolgere il
vostro lavoro, il senso positivo di appagamento e sicurezza che
ne deriva può essere altrettanto o anche più potente dei
sentimenti positivi generati dalla vostra effettiva situazione nel
mondo reale. Quando vi preoccupate o pensate a ciò che
potrebbe andare storto, la paura, l’angoscia, la rabbia o la
depressione che provate possono essere altrettanto forti o forse
ancora più intense che se questi sentimenti fossero causati da
eventi reali. Le cose che immaginate possono avere su di voi lo
stesso potere della realtà, o addirittura averne di più.
Tornando al vostro lavoro di gru/smistatrice umana, il potere
che le emozioni aggiungono alle vostre simulazioni del mondo
potrebbe ispirarvi a fare un buon lavoro e a migliorare il vostro
rendimento; d’altro canto, potrebbe succedere che le emozioni
rovinino sia voi che il vostro rendimento.
Supponiamo che vi stia venendo una buona idea su come
migliorare il lavoro e che proprio sul più bello sul nastro
trasportatore arrivi uno scatolone che vi fa perdere la
concentrazione. La gru/smistatrice non dovrebbe fare altro che
salvare tutti i dati elaborati fino a quel punto, occuparsi di
smistare e spostare lo scatolone e tornare a dov’era rimasta non
appena gli scatoloni, arrivando a intervalli più lunghi, glielo
consentiranno. Voi, invece, potreste perdere il filo dei vostri
pensieri e avere molta difficoltà a ritrovarlo. Potreste arrabbiarvi
con lo scatolone che vi ha interrotto proprio nel momento in cui
cominciavate a venire a capo del problema. Forse non sarà
“logico” arrabbiarsi con un oggetto inanimato come uno
scatolone, ma sono cose che facciamo piuttosto spesso. Di fatto,
se l’interruzione vi ha fatto arrabbiare a sufficienza, potreste
cercare di scaricare i nervi afferrando lo scatolone con eccessiva

107
forza rischiando di danneggiarlo oppure lasciando che gli
scatoloni si accumulino finché sarete voi a decidere di spostarli.

Le emozioni e le soddisfazioni immaginarie


Poniamo il caso che vi sia venuta un’idea per migliorare il
vostro rendimento che vi sembra fantastica. Forse per via del
vostro carattere non volete rinunciare a quest’idea e alla
gratificazione emotiva che vi è associata. Tuttavia, la vostra
personalità potrebbe racchiudere un’insicurezza dovuta a
frustrazioni passate: non volete mettere alla prova il vostro
senso di soddisfazione perché c’è il rischio che rimaniate delusi.
La dura realtà è che le cose potrebbero non andare come le
avevate brillantemente pensate, e quindi è meglio continuare a
sentirsi in gamba nella propria testa, dentro alla propria
simulazione del mondo. Di fatto, uno dei fondamentali tipi di
falsa personalità di Gurdjieff, che in un insegnamento
successivo attribuito alla stessa fonte(1) veniva chiamato Ego
Plan, mostra una pronunciata tendenza a comportarsi proprio in
questo modo. Meglio continuare a sognare di operare nel mondo
cambiamenti meravigliosi e geniali piuttosto che avere a che
fare con il mondo stesso. Così, continuate a lavorare con il
vecchio metodo, anche se non è molto efficiente; ma voi,
sapendo quanto siete in gamba, ve ne andate in giro con sorriso
sulle labbra.
Supponiamo ora che prendiate la vostra brillante idea e la
mettiate alla prova. Sfortunatamente, sorgerà una complicazione
a cui non avevate pensato, per cui la nuova strategia risulterà
peggiore di quella vecchia. Se la gru/smistatrice ne provasse una
che chiaramente non funziona, tornerebbe semplicemente a
quella vecchia finché le sue elaborazioni operative non
suggeriranno una soluzione migliore. Questa verrà ancora una
volta valutata e accettata o scartata unicamente in base alla sua

108
provata efficacia nel mondo reale. Voi, invece, potreste
arrabbiarvi perché la vostra idea non ha funzionato. Però non
siete voi o la vostra idea ad avere qualcosa che non va, bensì il
mondo. Oppure, se avete una percezione distorta della realtà,
potreste non accorgervi che il nuovo sistema è peggiore del
precedente. Poiché siete emotivamente attaccati al vostro nuovo
metodo, è ovvio che pensiate che funziona meglio!
I programmi di simulazione messi a punto per la gru/smistatrice
presentano un chiaro criterio in base al quale accettare o
respingere qualsiasi simulazione. Dati i valori e gli obiettivi
della gru/smistatrice, le strategie create nelle simulazioni fanno
aumentare o diminuire la realizzazione ottimale degli stessi?
Qualsiasi strategia simulata che li favorisca è “positiva” e viene
sperimentata, senza alcuna interferenza di natura emotiva.
Direi che in linea di massima i progetti degli esseri umani
andrebbero valutati con lo stesso criterio, sia da noi stessi che da
altre persone. Considerati i nostri valori e i nostri obiettivi, le
nuove strategie create con il pensiero operativo, con la
simulazione, facilitano o ostacolano la realizzazione dei nostri
obiettivi e valori nella realtà? Bisogna poi tenere presente anche
il fatto che le simulazioni possono suscitare delle emozioni che
vi faranno sentire bene o male, e questo può pesantemente
condizionare ciò che fate, al di là dell’adeguatezza o
dell’inadeguatezza delle simulazioni (e spesso a dispetto di
quest’ultima) nel momento in cui affrontate il mondo reale.
Tenendo conto anche delle emozioni, per comprendere le
reazioni umane non possiamo più ricorrere all’analogia con il
nostro modello di gru/smistatrice, perché è venuto ad
aggiungersi un elemento specificatamente umano. Le nostre
emozioni, tuttavia, possono essere piuttosto automatiche e
funzionare meccanicamente come una macchina qualsiasi, un
punto che sarà discusso a più riprese nel resto del libro.

109
Possiamo essere delle macchine emotive.
Questo non è che un piccolo accenno alla questione delle
emozioni, delle quali abbiamo evidenziato soprattutto il lato
negativo, ma torneremo a parlarne in diversi capitoli, in
particolare nel Capitolo 14, in cui considereremo l’idea che le
persone siano esseri “dotati di tre cervelli”, nonché il concetto
che potenzialmente l’intelligenza emotiva, nel suo ambito
specifico, non è inferiore all’intelletto. Abbiamo la possibilità di
essere emotivamente competenti, forse addirittura dei geni delle
emozioni, e di restituire luce e vitalità alla nostra vita.
Parafrasando Wordsworth:
La luce che ho visto
Ancora vedrò.
E la vedrò con tutte le risorse e la sensibilità di un adulto.
Considereremo ora alcuni aspetti specificatamente umani del
nostro sonno.

1) Tart, Stati di Coscienza, Capitolo 8.

110
prioritario la salvaguardia della vita umana, questo fatto
costituirà ai nostri occhi una grave mancanza. Molti di noi
hanno questo stesso difetto. Ci perdiamo nei nostri pensieri e
non ci accorgiamo di ciò che succede intorno a noi, e a volte
questo ci fa correre gravi rischi.
Possiamo anche considerare questa apparente mancanza come
un valore specificatamente legato a un determinato stato, perché
la sua priorità dipende dallo stato (sensorio o cognitivo) della
gru/smistatrice. Come già si è detto nel primo capitolo, è
indubbio che certi valori umani caratterizzano in modo specifico
determinati stati.
La nostra gru/smistatrice di settima generazione si è evoluta al
punto da mostrare una delle più importanti caratteristiche della
coscienza umana: il nostro cervello simula il mondo in cui
viviamo. Approfondiremo questo punto nel prossimo capitolo.

88
condizionamento, in cui al suono del campanello seguiva
immediatamente il cibo, l’ipersalivazione aveva luogo al solo
suono del campanello. La salivazione era diventata una risposta
condizionata allo stimolo condizionato, il suono del campanello.
Quasi tutti i tipi di stimoli sensoriali possono essere
condizionati in modo da produrre un’ipersalivazione.
Un’interpretazione del condizionamento classico basata sul
buonsenso è che nel cervello del cane si è formata
un’associazione: dopo il campanello arriva il cibo. Questa attesa
attiva l’area del cervello appropriata e il risultato è l’abbondante
salivazione. La sequenza di attesa e risposta diventa automatica.

IL CONDIZIONAMENTO OPERANTE
La seconda forma di condizionamento è nota come
condizionamento operante. Nel primo caso, allo stimolo
condizionato si accompagna quello incondizionato (e la
conseguente risposta incondizionata) a prescindere da quello
che fa l’animale sottoposto al condizionamento. I cani di Pavlov
potevano abbaiare, uggiolare, sbadigliare, sbattere le palpebre,
fare qualsiasi cosa, ma subito dopo il suono del campanello,
ricevevano il cibo. Nel condizionamento operante, l’animale
deve comportarsi in un certo modo, dare una risposta
condizionata, al fine di ricevere un premio. Risposta
condizionale, niente lavoro niente paga, sarebbe un’espressione
più appropriata, ma quella comunemente accettata è risposta
condizionata.
Un tipico procedimento di condizionamento operante potrebbe
consistere nel mettere una cavia affamata in una gabbia,
comunemente nota come Skinner box, all’interno della quale, su
un lato, spunta una leva. La cavia cercherà qualcosa da
mangiare, ma non troverà niente. Alla fine, esplorando
quell’ambiente, potrebbe capitargli di spingere inavvertitamente

112
la leva. Un interruttore ad essa collegato attiverà un
meccanismo di alimentazione che farà cadere nell’apposito
contenitore una pallina di mangime, che la cavia mangerà.
Spingere le leve non fa parte del normale comportamento delle
cavie. Gli ambienti in cui questi animali si sono evoluti non
contenevano leve collegate a meccanismi di alimentazione, e
quindi il fatto che una cavia spinga la leva deve essere
considerato un evento accidentale. Potrebbe accadere che non la
spinga più per diverso tempo, e che poi ripetendo quell’azione
apparentemente per caso, venga ancora una volta ricompensata
con del cibo. La cavia finirà per spingere la leva sempre più
spesso: ha imparato che esiste un legame tra questa azione e il
cibo. Spingere la leva diventa la risposta condizionata; la
risposta incondizionata, la ricompensa, è il mangiare. Questo
tipo di condizionamento è detto operante perché la risposta
condizionata è strumentale al raggiungimento della
gratificazione.
Nel condizionamento operante, il premio può consistere nel
fatto di evitare una stimolazione sgradevole. La cavia potrebbe
essere posta in una gabbia il cui fondo sia costituito da una
griglia metallica suddivisa in due parti. Quando sulla parete
della gabbia si accende una luce rossa, il lato sinistro del fondo
sarà momentaneamente percorso da una corrente elettrica;
questo avverrà alcuni secondi dopo l’accensione della luce. Se
la cavia si trova su quel lato, sentirà la scossa. Può tuttavia
imparare a reagire in seguito a un condizionamento operante,
spostandosi sul lato destro della gabbia ogni volta che si
accende la luce. Ora la ricompensa consiste nell’evitare la
scossa.
Il condizionamento operante è molto simile a ciò che
comunemente chiamiamo apprendimento. Nell’esempio sopra
citato, è facile immaginare che l’accensione della luce rossa

113
prima domanda è piuttosto semplice: la sua coscienza è data da
una complessa configurazione di impulsi elettrici che hanno
luogo in una particolare serie di circuiti, il suo computer-
cervello. Lo specifico funzionamento del computer-cervello in
un dato momento dipenderà dalla distribuzione degli impulsi
elettrici, da quali circuiti stiano attivando in quel preciso istante.
Le elaborazioni, i pensieri, consistono nel moto di impulsi
elettrici che disegnano tracciati diversi nei circuiti del computer.
Qualsiasi stato del computer, qualsiasi suo “pensiero” o
“sensazione”, può essere esattamente compreso e spiegato a
partire dalla distribuzione degli impulsi elettrici all’interno dei
suoi circuiti. Per quanto riguarda il computer, la coscienza
coincide con il suo stato elettrico.
E veniamo ora a ciò di cui il computer-cervello è cosciente. La
risposta, ancora una volta, è semplice: è cosciente dei suoi
impulsi elettrici. Non vedrà uno scatolone sul nastro
trasportatore di ingresso, per esempio, perché gli scatoloni, a
differenza degli impulsi elettrici, non giungono fino al computer
attraverso la telecamera a scansione. Lo scatolone, entrando nel
campo visivo della telecamera, provoca una certa
configurazione di impulsi elettrici che saranno inviati al
computer, ed è proprio tale configurazione ciò di cui il
computer è “cosciente”. Il computer non ha alcuna percezione
diretta di quanto accade nel mondo reale, ma solo delle
configurazioni di impulsi elettrici che dipendono e sono causati
da eventi e oggetti del mondo reale. Un incendio in fabbrica, per
fare un altro esempio, non sarà né rosso, né pericoloso, né bello
e non scotterà: sarà solo una certa configurazione di impulsi
elettrici proveniente da un sensore antincendio. La simulazione
dell’ambiente circostante che il computer attua (le sue
“immagini”) e le sue elaborazioni (i suoi “pensieri”) non sono
altro che configurazioni di impulsi elettrici.
Questa visione austera della coscienza di un computer è quasi

90
identica alla moderna concezione scientifica della coscienza
umana.
Supponiamo che assistiate a un incendio. Percepite il colore del
fuoco, sentite sulla pelle il forte calore che diffonde. Se
l’incendio minaccia voi o i vostri beni, ne avvertite la
pericolosità. In un’altra situazione, con uno stato d’animo
diverso, il fuoco vi sembrerebbe bellissimo. Queste
sembrerebbero percezioni dirette della realtà esterna, ma
l’attuale conoscenza che abbiamo del funzionamento del
cervello ci dice che non sono proprio dirette, bensì mediate da
diversi processi intermedi, ognuno dei quali è in grado di
alterare la natura di quanto è percepito.
Prendiamo l’esperienza del colore rosso del fuoco. Crediamo di
capire il mondo fisico abbastanza bene da esseri certi che il
fuoco emette radiazioni elettromagnetiche. Una parte di tali
radiazioni, che rientra in una fascia vibratoria in grado di
stimolare l’occhio umano, si chiama luce. La luce che ha una
particolare frequenza non possiede alcun attributo di colore; è
semplicemente luce che vibra a quella frequenza. Volendo
descriverla nel modo più accurato possibile, bisognerebbe
specificare che si tratta di radiazioni elettromagnetiche;
chiamarle “luce” significa parlarne dal punto di vista degli
esseri umani.
Queste radiazioni elettromagnetiche passano attraverso il
cristallino dell’occhio, che può limitare la percezione; per
esempio, non rileverà le radiazioni elettromagnetiche di
frequenza più elevata che chiamiamo ultraviolette. Invece, non
avrà grossi problemi a trasmettere le radiazioni emesse dal
fuoco che definiremo come luce rossa.
Le radiazioni colpiscono delle speciali strutture della retina,
quelle dei coni, responsabili della percezione dei colori.
L’energia della luce produce dei cambiamenti elettrochimici a

91
livello dei coni, tali da far sì che la particolare frequenza della
luce che li colpisce invii una certa configurazione di impulsi
elettrochimici, nervosi, che dall’occhio arrivano al cervello
attraverso dei nervi speciali. Il cervello trasforma gli impulsi
nervosi secondo modalità complesse che ancora non
comprendiamo pienamente, ma ciò che rimane il mistero più
grande è il fatto che nel cervello la configurazione finale degli
impulsi elettrochimici determini la nostra percezione/esperienza
del colore del fuoco. Sono piuttosto la struttura e l’attività del
cervello e degli occhi a dar luogo alla percezione del rosso, che
quindi non è un’intrinseca caratteristica del mondo esterno.
Probabilmente vi sarà capitato di vedere le fotografie della
Terra scattate dai satelliti ed elaborate dai computer. Hanno
colori un po’ strani: a volte dove c’è l’acqua si vedono
sfumature rosse, il blu sta al posto delle foreste e la terra nuda è
rappresentata da varie tonalità di verde. In genere si dice che tali
fotografie presentano colori “falsati”. Ma in senso assoluto non
c’è niente di falso in questi colori. L’elaborazione delle
immagini da parte del computer implica esattamente lo stesso
tipo di simulazione arbitraria del mondo esterno attuata dal
cervello umano. Il vostro cervello potrebbe benissimo, e
altrettanto utilmente, costruire l’esperienza del fuoco come
percezione del verde o del blu invece che del rosso. Il processo
di costruzione/simulazione ci permette di sopravvivere là dove
esista una corrispondenza regolare e affidabile tra determinate
caratteristiche del mondo esterno e la percezione che ne
abbiamo costruito. Se il fuoco fosse sempre e immancabilmente
verde, non ci sarebbe alcun problema.
I colori di una fotografia elaborata dal computer, quindi, non
sono falsi nel vero senso della parola; semplicemente, non sono
costruiti secondo i normali canoni visivi degli esseri umani. Il
colore rosso di cui avete esperienza diretta quando vedete un
incendio è una costruzione arbitraria del vostro cervello. Il

92
cervello potrebbe anche costruire l’esperienza del calore in
modo tale da suscitare le sensazioni che normalmente
associamo al freddo. Se la relazione tra l’esperienza del freddo e
gli oggetti e gli eventi del mondo esterno associati alle alte
temperature rimane costante, in modo da sapere con certezza
che le cose fredde possono bruciare, ai fini della sopravvivenza
non ci sarebbe differenza alcuna rispetto all’attuale
consapevolezza che la sensazione di calore è associata alle
temperature elevate.
Analogamente, la pericolosità o il fascino del fuoco sono
costruzioni arbitrarie del cervello, e non diretti attributi del
mondo esterno. Di fatto, questi due esempi implicano un’attività
cerebrale di costruzione/simulazione ancora più complessa di
quella necessaria nel caso del colore rosso o del calore, perché
la valutazione emotiva che ci fa considerare bello o pericoloso il
mondo circostante va ad aggiungersi alla
costruzione/simulazione dell’oggetto stesso. Possiamo vedere il
fuoco come un fuoco e basta e poi decidere, a parte, che è
pericoloso o stupendo; spesso, tuttavia, vedremo
immediatamente un fuoco pericoloso o un fuoco bellissimo. Ciò
di cui siamo direttamente consapevoli, quindi, sono le
costruzioni/simulazioni del nostro cervello, e non la realtà
oggettiva. È in questo senso che viviamo “dentro” un simulatore
del mondo.
Vivere dentro un simulatore del mondo, dunque, significa che
ciò che noi consideriamo percezioni dirette del mondo fisico
sono costruzioni arbitrarie del nostro cervello, e non le cose in
sé. Quella che a noi pare l’esperienza diretta del mondo è in
realtà indiretta.
Se vivere dentro al simulatore del mondo significasse solo
questo, non ci sarebbe niente di grave. Le percezioni, nella vita
di tutti i giorni, potrebbero essere date per scontate: qualunque

93
sia la vera natura fisica del fuoco, che mi provochi prurito o mi
faccia rabbrividire, che mi faccia sentire infreddolito o teso,
rilassato o euforico, ho comunque imparato che il fuoco brucia e
perciò lo maneggerò con grande attenzione. Se sono curioso di
conoscere la natura oggettiva del mondo esterno, posso
utilizzare degli strumenti e dei metodi scientifici per scoprirne
le caratteristiche che sfuggono alle mie percezioni sensoriali
(arbitrarie). Sfortunatamente, vivere nel simulatore del mondo
ha implicazioni molto più importanti.

LA COSTRUZIONE EMOTIVA E PSICOLOGICA


DELLA PERCEZIONE
Se la percezione comporta una complessa e attiva costruzione di
una simulazione della realtà, perché non siamo consapevoli di
tale processo? O dello sforzo di costruirla? Se giro la testa verso
destra vedo immediatamente una libreria. Non c’è un momento
in cui vedo forme e colori ambigui, non devo sforzarmi di
confrontare questi dati con il mio bagaglio di conoscenza per
decidere che una libreria è la costruzione più plausibile
deducibile dalle forme e dai colori in questione. La mia
esperienza consiste nel vedere istantaneamente una libreria.
Il motivo per cui stentiamo a renderci conto che ogni percezione
è una costruzione attiva è legato al fatto che tale meccanismo
diventa ben presto automatico, e quando ciò avviene non
avvertiamo più lo sforzo. E non ci vuole neppure molto tempo.
Nei primissimi anni di vita, la costruzione delle percezioni
richiedeva un certo sforzo, ma è passato tanto tempo e ce ne
siamo dimenticati. Ancora oggi può capitarci di avere
percezioni ambigue: cos’è quella forma nel buio? Sarà un
cespuglio? Una persona accovacciata? Un animale? Ah, è una
moto parcheggiata, vista da dietro! Dopo aver visto la moto, è
difficile vederci ancora un cespuglio, un animale o una persona

94
accovacciata. Esperienze di questo tipo dovrebbero metterci in
guardia rispetto alla natura della percezione, al fatto che è
costruita, ma si tratta di esperienze così rare in confronto
all’immediato riconoscimento degli oggetti grazie alla
percezione automatica, che l’impatto che producono è alquanto
limitato.
Un esempio illuminante sulla costruzione e l’automaticità della
percezione ci viene offerto da un classico esperimento
psicologico. Si chiede a un soggetto di indossare un paio di
speciali occhialoni, in cui sono stati inseriti dei prismi che
invertono il campo visivo in senso sia verticale che orizzontale.
Ne consegue che quello che prima era in alto, ora sta in basso: il
pavimento è sopra e il soffitto sotto di lui. Ciò che prima aveva
alla sua sinistra ora è alla sua destra, e viceversa. Parlare di
confusione per descrivere la reazione del soggetto vorrebbe dire
minimizzarla. Muoversi, in quelle condizioni, è forse la cosa più
difficile e a certe persone viene persino la nausea. L’intero
bagaglio di una vita di stimoli visivi e motori relativi al mondo e
al rapporto con esso risulta ora gravemente inadeguato.
Questi occhialoni vengono tenuti per giorni o settimane.
Inizialmente il soggetto, invece di affidarsi ai suoi automatismi,
dovrà fare di ogni percezione e movimento un atto cosciente.
Non potrà più contare sulle proprie reazioni automatiche. Se,
per esempio, vede un oggetto che desidera prendere e che
chiaramente è alla sua sinistra, dovrà muoversi nella direzione
che per il suo corpo è la destra.
Dopo alcuni giorni, tuttavia, cominceranno a succedere delle
cose incredibili! Non gli sembrerà più che tutto sia capovolto!
Potrà afferrare gli oggetti direttamente, senza stare più a pensare
dove sia davvero la destra o la sinistra. È stata così costruita e
automatizzata una serie completamente nuova di stimoli
percettivi. Egli avrà la sensazione di percepire la realtà

95
direttamente, così com’è, e sarà la stessa sensazione che aveva
prima di mettersi gli occhialoni.
Quando alla fine se li toglierà, dopo questo nuovo adattamento,
improvvisamente il mondo gli apparirà capovolto e
all’incontrario! Si renderà ancora una volta necessaria una
compensazione consapevole, per stabilire dov’è la destra e dove
la sinistra. Dopo un po’ di stimolazione visiva, tuttavia, verrà
ristabilito il vecchio modello, quello “normale”. Poiché il
vecchio modello di simulazione era stato assimilato a fondo, per
ripristinarlo occorrerà molto meno tempo di quello impiegato
per stabilire i nuovi modelli di simulazione indotti
dall’esperimento degli occhialoni. Il vecchio modello di
simulazione, ovviamente, non è meno arbitrario di quello
nuovo.
Un esperimento un po’ meno impressionante che potreste
provare da soli ha invece a che fare con la lettura. Se cominciate
a leggere nel verso giusto e poi capovolgete la pagina, non
capirete più nulla. Potrete analizzare ogni singola lettera e
parola capovolta e venirne a capo, ma di certo rispetto alla
lettura normale questo è un modo di procedere lento e difficile:
vi renderete conto di come la percezione del significato,
solitamente automatica, in questo caso sia un processo attivo e
che richiede un certo sforzo.
Cercate di leggere dal lato capovolto per una o due pagine.
Sorprendentemente, gli esperimenti psicologici hanno rivelato
che entro una pagina o due molte persone riescono a
raggiungere una velocità di lettura quasi normale. Dopo lo
sforzo iniziale, l’automatizzazione del processo percettivo della
simulazione/costruzione può essere incredibilmente veloce.
La lettura offre già un buon esempio della natura costruita della
percezione. Gli studi sui movimenti dell’occhio mostrano che
leggendo non soffermiamo gli occhi su ogni singola parola. Lo

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sguardo, infatti, salta diverse parole in un colpo, compiendo
circa quattro movimenti al secondo. A una normale distanza di
lettura, il grado di acutezza della vista ci consente di vedere
chiaramente soltanto una parola, ma intanto ci facciamo anche
una vaga idea degli elementi che vengono prima e dopo, per
esempio un lungo spazio vuoto che indica la fine del paragrafo.
Se in linea di massima riusciamo a seguire ciò che stiamo
leggendo, ciò è già sufficiente. La nostra mente sarà in grado di
ricostruire il senso delle parole poste tra quelle fissate dalla
lettura.
Quando però si passa a un nuovo argomento, questo discorso
non vale più, e sarà necessario fissare più parole in una stessa
riga. Altrimenti, si corre il rischio di fraintendere ciò che è
scritto. Di fatto, capita spesso di continuare a leggere
velocemente prima di accorgersi di non aver capito e di dover
quindi tornare indietro a rileggere con maggiore attenzione.
Quante volte ci sarà capitato di avere inconsapevolmente
frainteso il significato di un testo ricavandone delle impressioni
distorte? Questo è il prezzo che paghiamo all’automaticità della
percezione.
La costruzione di ciò che leggiamo basata su una percezione
solo parziale del vero contenuto del testo è una delle ragioni per
cui correggere le bozze è tanto difficile, soprattutto se si tratta di
qualcosa che abbiamo scritto noi stessi. Sappiamo come
dovrebbe essere e quindi percepiamo le cose che ci aspettiamo
di trovarci invece di quello che abbiamo effettivamente scritto.
Questa alterazione della percezione nella lettura delle bozze,
che in genere è imputabile soltanto a fredde aspettative
intellettuali, è comunque ben poca cosa rispetto a ciò che accade
quando vengono attivati desideri e aspettative di carattere
emotivo.

97
LA DIFESA PERCETTIVA
In campo psicologico, la realtà dei processi inconsci, dei
processi mentali o emotivi che agiscono in noi anche se non ne
siamo consapevoli, è ampiamente riconosciuta. C’è poi una
particolare forma di processo inconscio, nota come difesa
percettiva, che pur essendo supportata da buone prove
sperimentali, non è stata universalmente accettata. La disputa
sorta intorno alla realtà della difesa percettiva ha avuto toni così
accesi da farmi venire il sospetto che vi sia, rispetto a tale idea,
una resistenza attiva, dovuta forse al fatto che ci ricorda troppo
chiaramente la nostra meccanicità.
Le difese percettive costituiscono un meccanismo di difesa il
cui scopo è farci rimanere inconsapevoli di quegli eventi del
mondo circostante che potrebbero suscitare in noi emozioni
sgradevoli o inaccettabili. Questo meccanismo fu notato per la
prima volta nell’ambito di alcuni studi sperimentali sulle soglie
della percezione. Se una parola viene fatta lampeggiare su uno
schermo, qual è il tempo di esposizione minimo, la soglia,
perché tale parola possa essere riconosciuta a livello conscio?
Se la proiezione dura veramente poco, diciamo un centesimo di
secondo o anche meno, si riuscirà a vedere solo un lampo di
luce, senza nemmeno percepire la forma complessiva delle
lettere, e men che meno riuscire a riconoscerle. Se il flash dura
più a lungo, un quarto di secondo o più, sarà invece facile
percepire la parola. Se poi i flash sono inizialmente troppo brevi
per consentire il riconoscimento della parola ma la loro durata
aumenta gradualmente fino a renderlo possibile, tale durata
corrisponderà al valore di soglia.
La soglia di riconoscimento dipenderà anche da fattori quali la
familiarità e la lunghezza della parola in questione. Le parole
lunghe e inusuali avranno soglie più alte delle parole più brevi e
familiari. I ricercatori hanno inoltre notato che le parole

98
confondere i dati di fatto con quelli che sono i nostri sentimenti
personali. A noi qui interessano le connotazioni negative.
Nonostante l’ipnosi sia stata utilizzata con risultati positivi
nell’ambito della medicina, della psicoterapia e come supporto
all’apprendimento, e nonostante per decenni alcuni seri
professionisti abbiano svolto un importante lavoro di
divulgazione affinché il pubblico avesse dell’ipnosi un’opinione
più positiva, nell’uso comune il termine è tuttora accomunato al
concetto di trance. L’ipnosi è connotata negativamente: si è
portati a credere che una persona ipnotizzata sia priva di
energia, che sia mezza addormentata o in balìa della mente e
della volontà superiore dell’ipnotizzatore, che potrà così
controllarla e manovrarla a piacere.
C’è forse una ragione più profonda che spieghi il perdurare
dell’immagine negativa dell’ipnosi e della trance?
Gurdjieff, tra le altre cose, era anche un abile ipnotizzatore. La
sua conoscenza comprendeva alcune pratiche ipnotiche orientali
tuttora poco note in Occidente. Egli sapeva che l’ipnosi, nelle
sue varie forme, costituisce una parte importante della vita
quotidiana di quasi tutti noi, e non il fenomeno esotico e strano
che molti credono. Quando l’ipnosi viene praticata in modo
formale, con un “soggetto” e un “ipnotizzatore” e seguendo un
procedimento che permetta di indurla, verificarla, usarla e porvi
fine, riusciamo a riconoscerne il grande potere. Pur non essendo
altrettanto ovvi, i procedimenti e gli stati simili all’ipnosi che si
intrecciano con le varie attività della vita quotidiana, possono
essere egualmente potenti. Torneremo a parlare dell’ipnosi in
modo più approfondito, perché questo potrebbe servire a
richiamare la nostra attenzione su aspetti meno ovvi della nostra
vita di tutti i giorni.
Il tema dell’ipnosi mi ha affascinato fin dagli anni
dell’adolescenza e durante i primi dieci anni della mia carriera

123
di ricercatore è stata al centro dei miei interessi. Per il master e
la tesi di dottorato ho fatto uno studio sulle nuove applicazioni
dell’ipnosi nel controllo attivo sia del processo che dei contenuti
dei sogni notturni. Dopo il dottorato trascorsi due anni
approfondendo lo studio dell’ipnosi presso la Stanford
University e in seguito, per diversi anni mi dedicai alla ricerca.
Dovrei essere un esperto di ipnosi, eppure nonostante tutti gli
anni di studio dedicati all’argomento, continuo a trovarla
davvero stupefacente.

PREPARAZIONE
Considereremo ora un moderno procedimento per indurre
l’ipnosi, l’applicazione cioè dello Stanford Hypnotic
Susceptibility Scale, (scala Stanford per la valutazione della
sensibilità all’ipnosi), Modulo C. Si tratta di una procedura
standard per test psicologici, ampiamente utilizzata nell’ambito
della ricerca per determinare fino a che punto un determinato
soggetto possa essere ipnotizzato.
Non c’è niente di spettacolare o misterioso nell’applicazione
della scala. L’ipnotizzatore non indossa un mantello, non
compie gesti ipnotici e non recita nessuna formula magica tipo
“A me gli occhi!”. Il grado di standardizzazione della procedura
è tale che, dopo l’approccio iniziale, la si legge parola per
parola dalle istruzioni scritte. Le reazioni vengono valutate in
modo predeterminato: per esempio, “Il braccio del soggetto si
sposta meno di tot centimetri in tot secondi?”
I preparativi necessari sono minimi. In genere il soggetto,
spesso uno studente universitario che desidera migliorare la
media dei voti, si presenta in un laboratorio di psicologia che
praticamente è una stanza tranquilla fornita di una sedia
comoda. Di solito il soggetto in questione non ha mai incontrato
l’ipnotizzatore e non sa nulla di lui tranne che presumibilmente

124
ha una certa competenza nella pratica dell’ipnosi. Dopo alcuni
minuti durante i quali si riempiono alcuni moduli e ci si scambia
qualche battuta, secondo il solito rituale di quando si conosce
una persona nuova, l’ipnotizzatore chiede al soggetto di mettersi
comodamente a sedere, rassicurandolo sul fatto che non c’è
niente di pericoloso o di temibile in ciò che sta per succedere,
che non ci sarà alcun motivo di imbarazzo, e che l’ipnosi in
realtà è una cosa abbastanza normale.

AVVIARE L’INDUZIONE
L’induzione formale dell’ipnosi ha inizio chiedendo al soggetto
di fissare un piccolo punto luminoso su una parete (potrebbe
essere una puntina da disegno con un rivestimento al cromo) e
di ascoltare le parole dell’ipnotizzatore. Il punto su cui si fissa
lo sguardo si chiama bersaglio.
Poi vengono ripetute più volte alcune suggestioni, allo scopo di
guidare i pensieri e le percezioni del soggetto. Un esempio di
suggestione potrebbe essere il seguente: “Pensa alla sensazione
che provi quando ti rilassi e ti viene sonno”. Le frasi delle
istruzioni prestampate, invece di essere semplicemente ripetute,
presentano variazioni minime; in genere l’ipnotizzatore parlerà
senza fare pause troppo lunghe, per far sì che la mente del
soggetto rimanga costantemente occupata dalle suggestioni.
L’ipnotizzatore inviterà il soggetto a tenere lo sguardo sul
bersaglio, dicendogli che se continuerà a fissarlo, a seguire le
istruzioni dell’ipnotizzatore e a rimanere concentrato su quello
che gli dirà, l’ipnosi avrà buon esito. L’ipnotizzatore dirà che il
solo fatto che il soggetto si trovi in quella stanza indica la sua
disponibilità a farsi ipnotizzare. Il soggetto dovrebbe solo
lasciarsi andare, lasciare che accada quel che deve accadere.
L’ipnotizzatore continua suggerendo al soggetto di seguire

125
sempre la sua voce, riportando la mente alle sue parole qualora
dovesse estraniarsi. Queste suggestioni sono frammezzate da
ulteriori rassicurazioni sul fatto che l’ipnosi è una pratica
normale, simile ad altre cose che il soggetto ha già provato,
come guidare ma essere talmente assorto in una conversazione
da non notare neppure il paesaggio fuori dal finestrino. Gli
assicura inoltre che farà un’esperienza interessante.
Nel frattempo, lo sguardo del soggetto è sempre rimasto fisso
sul bersaglio. La maggior parte della gente non ci pensa, ma
fissare a lungo qualsiasi cosa affatica gli occhi a tal punto che
l’immagine comincia a subire strani cambiamenti. Alcune sue
parti potrebbero sbiadire o assumere colori più intensi; questi
potrebbero inoltre cambiare e potrebbero apparire o scomparire
delle ombre. Nelle fasi iniziali dell’induzione, l’ipnotizzatore
informerà il soggetto di questi cambiamenti: quando si
verificheranno, il soggetto crederà che ciò sia dovuto al
processo in corso, segno che comincia ad essere ipnotizzato. In
un certo senso, questo è un trucco: tali cambiamenti si sarebbero
verificati anche senza indurre l’ipnosi. In un altro senso si tratta
invece di un modo efficace e utile di creare un nesso tra le idee
e l’esperienza, tra le suggestioni dell’ipnotizzatore e ciò che
accade. L’impressione è che le suggestioni dell’ipnotizzatore
funzionino davvero, il che rafforza la convinzione del soggetto
che questi sia effettivamente in grado di ipnotizzarlo. Se le
suggestioni hanno già cominciato a funzionare, anche la
pesantezza degli occhi sarà un effetto reale.

IL PARAGONE CON IL SONNO


Dopo alcuni minuti, l’ipnotizzatore suggestionerà il soggetto
dicendogli che ha gli occhi stanchi (come è normale dopo aver
fissato intensamente un punto), che sarebbe piacevole chiuderli
e che non gli dispiacerebbe che si chiudessero da soli. Gli dirà

126
che è già molto rilassato e che si sta rilassando ancora di più.
Pensare al rilassamento induce a rilassarsi: il corpo del soggetto
si fa pesante e insensibile, le palpebre si abbassano, egli respira
liberamente e profondamente e si sente sempre più assonnato.
(Forse noterete che il solo fatto di leggere queste suggestioni
tende a farvi venire sonno. Resistete!) L’ipnotizzatore suggerirà
al soggetto di rinunciare a voler controllare attivamente la sua
esperienza, e di pensare solo a rilassarsi e a lasciarsi andare alla
piacevole esperienza della sonnolenza e del rilassamento.
Avvertirà una gradevole sensazione di calore e scivolerà in un
sonno profondo. Nonostante stia per addormentarsi, riesce
perfettamente a sentire l’ipnotizzatore e vorrà fare quello che
questo gli chiederà.
L’analogia con il sonno contenuta nelle suggestioni di
sensazioni di sonnolenza è molto forte. In realtà, per indurre uno
stato di ipnosi non è indispensabile far riferimento al sonno,
anche se è questo il modo più frequentemente utilizzato. Il
sonno è uno stato alterato di coscienza di portata universale, di
cui tutti abbiamo esperienza e che tutti noi comprendiamo. Tra
l’ipnotizzatore e il soggetto esiste ovviamente l’implicita
consapevolezza che non si tratta di un sonno ordinario, bensì di
un sonno ipnotico, uno speciale stato di sonno in cui il soggetto
può continuare a sentire le parole dell’ipnotizzatore e a
rispondergli.
Le suggestioni per indurre il sonno aumentano via via di
frequenza e diventano sempre più dirette. Invece di suggerire al
soggetto che egli ha sonno, tenderanno ad affermare che è
addormentato e che dormirà sempre più profondamente. Altre
suggestioni preciseranno che niente disturberà la quiete di quel
sonno e che il soggetto rimarrà profondamente addormentato
facendo esperienza di tutto ciò che gli verrà suggerito
dall’ipnotizzatore, finché questi non gli dirà di svegliarsi. Il
soggetto potrà anche muoversi, parlare o aprire gli occhi in

127
risposta alle suggestioni ipnotiche dell’ipnotizzatore, ma senza
svegliarsi.
Questa procedura standard di induzione richiede dai dodici ai
quindici minuti, secondo la velocità di lettura dell’ipnotizzatore.
Una volta eseguita l’induzione, si segue una serie di istruzioni
standard atte a verificare le reazioni del soggetto e la profondità
del suo stato di ipnosi.

SENSIBILITÀ ALL’IPNOSI
La risposta delle persone a questa procedura di induzione varia
parecchio. Da una parte, può accadere che un soggetto da
sdraiato che era si metta improvvisamente a sedere e dica,
“Quand’è che succede qualcosa? Mi sto annoiando”. Più spesso,
il soggetto avrà lo sguardo fisso; avrà le palpebre pesanti e alla
fine gli si chiuderanno, più come se l’avessero deciso loro che
non per volontà del soggetto stesso. Questi soggetti in seguito
confermano che così è stato.
I dodici test regolamentari previsti dalla Scala Stanford di
sensibilità all’ipnosi che seguono l’induzione sono stati ideati
per verificare fino a che punto il soggetto si comporta come una
tipica persona ipnotizzata. I primi test sono piuttosto semplici e
la maggior parte delle persone li supera; i test successivi sono
invece più difficili. Se si somma il numero dei test superati per
avere la misura della sensibilità all’ipnosi, si ottiene una
distribuzione quasi normale, con una curva a campana. La
maggior parte delle persone presenta una moderata
suggestionabilità; qualcuno non è affatto ipnotizzabile, mentre
qualcun altro lo è moltissimo. Il “quasi” è di rigore in
considerazione del fatto che i soggetti che si avvicinano al
punteggio più alto sono più numerosi di quelli più prossimi
all’altro estremo. L’interpretazione di questi dati, indicherebbe
una normale distribuzione della sensibilità all’ipnosi in cui quasi

128
tutti sono rappresentati, ma c’è anche un esiguo numero di
persone che possiedono una speciale predisposizione ipnotica, e
queste gonfiano il totale delle persone che passano tutti i test.
Per dirla in termini concreti, circa il 5 percento della gente non
mostra quasi alcuna sensibilità a queste (e ad altre simili)
procedure ipnotiche; è cioè impossibile ipnotizzarle. La maggior
parte delle persone ha una reazione moderata, è cioè da
leggermente a moderatamente ipnotizzabile. Circa il 10
percento mostra una spiccata suggestionabilità, e alcune di
queste persone possono essere ipnotizzate molto
profondamente.
Contrariamente a quella che è un’opinione preconcetta molto
diffusa, il grado di sensibilità all’ipnosi di una persona non
presenta alcuna forte correlazione con determinate
caratteristiche della sua personalità. Una persona facilmente
ipnotizzabile non è necessariamente più intelligente o più tonta
della media, più o meno ingenua, uomo o donna, estroversa o
introversa, sana o nevrotica. L’idea che un eccellente
ipnotizzatore usi la propria volontà per dominare una persona
sciocca, servile o credulona non corrisponde affatto alla realtà.
Ora esamineremo gli effetti che possono verificarsi quando ci si
trova in uno stato di ipnosi. Per convenienza li descriverò in
base all’esperienza che ne fanno i soggetti più suggestionabili
piuttosto che le persone che non rispondono molto bene
all’induzione ipnotica.

GLI EFFETTI DELL’IPNOSI


Il primo test formale relativo al buon esito dell’induzione
consiste nel verificare se gli occhi del soggetto a un certo punto
della procedura si chiudono da soli. Se questo non succede,
l’ipnotizzatore chiederà al soggetto di chiuderli di proposito.

129
Poi lo inviterà a stendere il braccio orizzontalmente
immaginando che stia diventando molto pesante. Il soggetto
avrà l’impressione che il suo braccio sia effettivamente molto
pesante, talmente pesante che non riuscirà più a tenerlo
sollevato; comincerà così ad abbassarlo fino ad appoggiarselo in
grembo.
Ora il soggetto terrà le braccia allungate in senso orizzontale a
una distanza di circa 30 centimetri. Verrà suggestionato a
credere che tra le sue mani ci sia una forza che le spinge lontano
l’una dall’altra. I soggetti spesso hanno l’impressione di
avvertire una forza repulsiva, come di un magnete. Senza che lo
vogliano coscientemente, le loro mani si respingono e si
allontanano.
Viene poi espressa una suggestione percettiva, e cioè che nella
stanza sia entrata una zanzara. Questo fastidioso insetto si posa
sulla testa del soggetto. S-ciaf! I soggetti più sensibili
reagiscono immediatamente con una pacca prima che possa
pungerli. In seguito raccontano di aver sentito il ronzio e di aver
sentito l’insetto posarsi su di loro.
L’ipnotizzatore modifica ulteriormente la percezione
suggerendo che il soggetto sente un sapore dolce o aspro.
Talvolta le labbra del soggetto si increspano, segno che
l’esperienza del sapore è piuttosto intensa.
Le suggestioni sopra descritte possono avere effetto, entro certi
limiti, su un considerevole numero di persone. Quelle che
seguono sono più difficili, ma vengono vissute con totale
realismo (a volte sembrano ancora “più vere” della realtà) da
soggetti particolarmente predisposti.
Anche in questo caso si chiede al soggetto di allungare il
braccio verso l’esterno. Poi gli si dice che il braccio comincia
per conto suo a irrigidirsi, e diventa così rigido che se tentasse
di piegarlo non ci riuscirebbe. Poi lo si invita a cercare di

130
appaia dettato da tali emozioni. Dopo un periodo di alta
produttività potrebbe emettere un allegro fischio, mentre dopo
una fase di scarsa produttività potrebbe mostrarsi riluttante e
inefficiente; perché mai dovremmo però desiderare che si
comporti così? Nessuna di queste manifestazioni contribuirebbe
in alcun modo a farle raggiungere i suoi obiettivi in modo
ottimale. In effetti, il fischietto consuma energia, e l’energia ha
un costo; il fatto che la gru si muova in modo incerto e
inefficiente, d’altro canto, ne riduce ulteriormente la
produttività.
Quando invece si parla di persone, la cosa è piuttosto diversa.
Le emozioni possono avere una loro finalità e influire
pesantemente sul rendimento. Quando si è soddisfatti del
proprio lavoro, è probabile che gli si dedichi più tempo e che lo
si svolga in modo più efficiente che se fosse vero il contrario.
Le emozioni negative hanno effetti meno prevedibili:
potrebbero compromettere il rendimento ma, talvolta, anche
migliorarlo. Se vi arrabbiate perché un lavoro non sta venendo
bene, per esempio, forse vi impegnerete di più mettendoci più
energia per portarlo a termine.

LE EMOZIONI FINI A SE STESSE


Le emozioni possono motivare fortemente il comportamento
esteriore. Sono inoltre di per sé piacevoli o spiacevoli, a
prescindere dal rapporto che possono avere con le circostanze
esterne. Ci si può sentire bene o male senza che vi siano
effettivamente dei motivi contingenti che giustifichino tale stato
d’animo. Poiché le emozioni possono essere anche fini a se
stesse, spesso cerchiamo di mantenere un atteggiamento
positivo evitando di lasciarci catturare dalle emozioni negative a
prescindere dalle circostanze esterne in cui ci troviamo. Il fatto
che le emozioni non siano necessariamente legate ad esse, fa sì

104
che alla mente umana si aprano possibilità e trappole che non
esistono per la gru/smistatrice.
Supponiamo che la nostra gru/smistatrice abbia appena
elaborato una nuova strategia per aumentare la produttività e
diminuire l’usura dei suoi cuscinetti. Attiva il nuovo modello
nella simulazione dell’esperienza passata e scopre che si tratta
effettivamente di una strategia molto più efficace; i suoi
programmi operativi vengono quindi modificati per allinearli a
tale strategia. La gru/smistatrice però non prova niente al
riguardo: nessun orgoglio per il risultato ottenuto, nessun
compiacimento per la propria intelligenza, nessuna
soddisfazione per il lavoro ben fatto. Riprende il suo ciclo di
controllo attraverso il sensore, in attesa che arrivi un altro
scatolone, che verrà trattato secondo la nuova strategia. Passerà
un po’ di tempo e quando avrà accumulato abbastanza
esperienza, valuterà l’efficienza della nuova strategia in
rapporto al mondo reale degli scatoloni e dei nastri trasportatori,
e stabilirà così se la strategia va modificata, scartata o
confermata. Tutto questo senza passione e con assoluta
obiettività.
Se voi foste un nuovo lavoratore impegnato a svolgere questo
compito, tuttavia, sareste al settimo cielo se vi venisse in mente
un modo per fare il vostro lavoro con maggiore efficienza. Di
certo, solo per il fatto di aver avuto questa intuizione e ancora
prima di verificarne l’effettiva validità, vi sentireste veramente
in gamba. In genere, la sensazione di aver avuto una brillante
idea comporta un’immediata gratificazione emotiva: a tutti
piace sentirsi intelligenti. Anche se l’intuizione in seguito si
rivela infondata e vi lascia delusi, l’originale emozione che l’ha
accompagnata non si cancella. Inoltre, quando, applicando la
vostra idea, scoprite che era sbagliata, potreste provare rabbia:
perché questo dannato mondo non collabora a realizzare le
vostre brillanti intuizioni!

105
La gru/smistatrice non prova alcun piacere per le sue trovate e
nessun disappunto o rabbia se le sue idee non funzionano. Se
migliorano la situazione esistente, vengono adottate; in caso
contrario, cercherà un’altra soluzione.

I vantaggi delle emozioni


La capacità di provare emozioni facendo questo lavoro potrebbe
rivelarsi vantaggioso. Siccome vi piace sentirvi intelligenti,
potreste trascorrere molto tempo pensando a come migliorare le
cose anche se questo non è compito vostro. Il fatto di sentirvi in
gamba è già di per sé appagante. Dato che non amate sentirvi
delusi, il fallimento di una vostra idea potrebbe stimolarvi ad
averne di più brillanti, e quindi avreste maggiori possibilità che
il vostro pensare, prima o poi, vada a buon fine. La carota e il
bastone delle emozioni positive e negative sono davvero
fortemente motivanti.

Le emozioni attivate dalla simulazione


Negli animali non umani, le emozioni sono legate quasi
esclusivamente, o almeno così crediamo, a eventi esterni.
Quando l’animale si sente minacciato proverà paura o rabbia, e
piacere quando succede qualcosa di gradevole, e così via. Per
contro, una delle più grandi capacità che abbiamo noi esseri
umani, che è anche una delle nostre più grandi sciagure, è quella
di creare simulazioni del mondo (e del nostro stesso stato
interiore), proiezioni e idee immaginarie della realtà. Può darsi
che anche gli animali simulino in parte il mondo in cui vivono,
ma sono certo che negli esseri umani questo avviene in misura
enormemente maggiore. Queste simulazioni, a prescindere da
quanto adeguatamente riflettano il mondo, sono quindi in grado
di scatenare delle emozioni, che costituiscono un tipo di
energia, una fonte di potere. Che succede quando si alimenta

106
fortemente una certa simulazione della realtà, soprattutto se si
tratta di una simulazione approssimativa?
Quando pensate, o simulate, un modo migliore per svolgere il
vostro lavoro, il senso positivo di appagamento e sicurezza che
ne deriva può essere altrettanto o anche più potente dei
sentimenti positivi generati dalla vostra effettiva situazione nel
mondo reale. Quando vi preoccupate o pensate a ciò che
potrebbe andare storto, la paura, l’angoscia, la rabbia o la
depressione che provate possono essere altrettanto forti o forse
ancora più intense che se questi sentimenti fossero causati da
eventi reali. Le cose che immaginate possono avere su di voi lo
stesso potere della realtà, o addirittura averne di più.
Tornando al vostro lavoro di gru/smistatrice umana, il potere
che le emozioni aggiungono alle vostre simulazioni del mondo
potrebbe ispirarvi a fare un buon lavoro e a migliorare il vostro
rendimento; d’altro canto, potrebbe succedere che le emozioni
rovinino sia voi che il vostro rendimento.
Supponiamo che vi stia venendo una buona idea su come
migliorare il lavoro e che proprio sul più bello sul nastro
trasportatore arrivi uno scatolone che vi fa perdere la
concentrazione. La gru/smistatrice non dovrebbe fare altro che
salvare tutti i dati elaborati fino a quel punto, occuparsi di
smistare e spostare lo scatolone e tornare a dov’era rimasta non
appena gli scatoloni, arrivando a intervalli più lunghi, glielo
consentiranno. Voi, invece, potreste perdere il filo dei vostri
pensieri e avere molta difficoltà a ritrovarlo. Potreste arrabbiarvi
con lo scatolone che vi ha interrotto proprio nel momento in cui
cominciavate a venire a capo del problema. Forse non sarà
“logico” arrabbiarsi con un oggetto inanimato come uno
scatolone, ma sono cose che facciamo piuttosto spesso. Di fatto,
se l’interruzione vi ha fatto arrabbiare a sufficienza, potreste
cercare di scaricare i nervi afferrando lo scatolone con eccessiva

107
forza rischiando di danneggiarlo oppure lasciando che gli
scatoloni si accumulino finché sarete voi a decidere di spostarli.

Le emozioni e le soddisfazioni immaginarie


Poniamo il caso che vi sia venuta un’idea per migliorare il
vostro rendimento che vi sembra fantastica. Forse per via del
vostro carattere non volete rinunciare a quest’idea e alla
gratificazione emotiva che vi è associata. Tuttavia, la vostra
personalità potrebbe racchiudere un’insicurezza dovuta a
frustrazioni passate: non volete mettere alla prova il vostro
senso di soddisfazione perché c’è il rischio che rimaniate delusi.
La dura realtà è che le cose potrebbero non andare come le
avevate brillantemente pensate, e quindi è meglio continuare a
sentirsi in gamba nella propria testa, dentro alla propria
simulazione del mondo. Di fatto, uno dei fondamentali tipi di
falsa personalità di Gurdjieff, che in un insegnamento
successivo attribuito alla stessa fonte(1) veniva chiamato Ego
Plan, mostra una pronunciata tendenza a comportarsi proprio in
questo modo. Meglio continuare a sognare di operare nel mondo
cambiamenti meravigliosi e geniali piuttosto che avere a che
fare con il mondo stesso. Così, continuate a lavorare con il
vecchio metodo, anche se non è molto efficiente; ma voi,
sapendo quanto siete in gamba, ve ne andate in giro con sorriso
sulle labbra.
Supponiamo ora che prendiate la vostra brillante idea e la
mettiate alla prova. Sfortunatamente, sorgerà una complicazione
a cui non avevate pensato, per cui la nuova strategia risulterà
peggiore di quella vecchia. Se la gru/smistatrice ne provasse una
che chiaramente non funziona, tornerebbe semplicemente a
quella vecchia finché le sue elaborazioni operative non
suggeriranno una soluzione migliore. Questa verrà ancora una
volta valutata e accettata o scartata unicamente in base alla sua

108
provata efficacia nel mondo reale. Voi, invece, potreste
arrabbiarvi perché la vostra idea non ha funzionato. Però non
siete voi o la vostra idea ad avere qualcosa che non va, bensì il
mondo. Oppure, se avete una percezione distorta della realtà,
potreste non accorgervi che il nuovo sistema è peggiore del
precedente. Poiché siete emotivamente attaccati al vostro nuovo
metodo, è ovvio che pensiate che funziona meglio!
I programmi di simulazione messi a punto per la gru/smistatrice
presentano un chiaro criterio in base al quale accettare o
respingere qualsiasi simulazione. Dati i valori e gli obiettivi
della gru/smistatrice, le strategie create nelle simulazioni fanno
aumentare o diminuire la realizzazione ottimale degli stessi?
Qualsiasi strategia simulata che li favorisca è “positiva” e viene
sperimentata, senza alcuna interferenza di natura emotiva.
Direi che in linea di massima i progetti degli esseri umani
andrebbero valutati con lo stesso criterio, sia da noi stessi che da
altre persone. Considerati i nostri valori e i nostri obiettivi, le
nuove strategie create con il pensiero operativo, con la
simulazione, facilitano o ostacolano la realizzazione dei nostri
obiettivi e valori nella realtà? Bisogna poi tenere presente anche
il fatto che le simulazioni possono suscitare delle emozioni che
vi faranno sentire bene o male, e questo può pesantemente
condizionare ciò che fate, al di là dell’adeguatezza o
dell’inadeguatezza delle simulazioni (e spesso a dispetto di
quest’ultima) nel momento in cui affrontate il mondo reale.
Tenendo conto anche delle emozioni, per comprendere le
reazioni umane non possiamo più ricorrere all’analogia con il
nostro modello di gru/smistatrice, perché è venuto ad
aggiungersi un elemento specificatamente umano. Le nostre
emozioni, tuttavia, possono essere piuttosto automatiche e
funzionare meccanicamente come una macchina qualsiasi, un
punto che sarà discusso a più riprese nel resto del libro.

109
Possiamo essere delle macchine emotive.
Questo non è che un piccolo accenno alla questione delle
emozioni, delle quali abbiamo evidenziato soprattutto il lato
negativo, ma torneremo a parlarne in diversi capitoli, in
particolare nel Capitolo 14, in cui considereremo l’idea che le
persone siano esseri “dotati di tre cervelli”, nonché il concetto
che potenzialmente l’intelligenza emotiva, nel suo ambito
specifico, non è inferiore all’intelletto. Abbiamo la possibilità di
essere emotivamente competenti, forse addirittura dei geni delle
emozioni, e di restituire luce e vitalità alla nostra vita.
Parafrasando Wordsworth:
La luce che ho visto
Ancora vedrò.
E la vedrò con tutte le risorse e la sensibilità di un adulto.
Considereremo ora alcuni aspetti specificatamente umani del
nostro sonno.

1) Tart, Stati di Coscienza, Capitolo 8.

110
sentire dolore.
Certo dovevano esserci furfanti molto incalliti a quei tempi.

LE TRE DIMENSIONI DELL’IPNOSI


Credo che la realtà sia che esiste un’ampia gamma di possibili
reazioni all’induzione ipnotica, di modo che sia la posizione
esperienziale che quella scettica sono in parte vere, a seconda
della persona di cui si parla e del momento al quale ci si
riferisce.
Ronald Shor, che ha condotto importanti studi sull’ipnosi, ha
parlato di tre dimensioni relative alla profondità ipnotica,(2) di
tre diversi tipi di alterazione delle funzioni psicologiche che
potrebbero verificarsi singolarmente o combinati tra loro in
seguito all’ipnosi. Queste tre dimensioni sono il coinvolgimento
nell’interpretazione di un ruolo, la trance, e la regressione
arcaica. Anche le variazioni nel funzionamento quotidiano della
nostra mente sono suddivisibili in queste tre dimensioni.

Il coinvolgimento nell’interpretazione di un ruolo


Il concetto di interpretazione di un ruolo è comprensibile a tutti.
Un attore che interpreta Amleto sul palcoscenico, sa bene che
egli in realtà non è Amleto, bensì se stesso che recita quella
parte. Nella vita interpretiamo anche noi vari ruoli chiaramente
artificiosi; non siamo noi quei personaggi. Quando gli viene
detto che la segretaria del laboratorio di ricerca ha bisogno di
porgli delle domande attraverso l’interfono, per esempio, il
soggetto che interpreta il ruolo di una persona in un profondo
stato di ipnosi immagina il tipo di domande che potrebbero
fargli in tali circostanze e pronuncia quindi ad alta voce delle
risposte sensate. Ciò che era iniziato come una recita può
tuttavia cambiare. Il concetto di coinvolgimento

138
nell’interpretazione di un ruolo si riferisce al fatto che invece di
recitarlo deliberatamente possiamo incominciare a identificarci
con il ruolo interpretato. Ci mettiamo il cuore; dimentichiamo
che si tratta solo di una parte. Potrà addirittura prendere il
sopravvento, e in tal caso sarà il ruolo ad interpretare noi.
Ci sono persone che in risposta all’induzione si limitano
semplicemente a interpretare il ruolo di un soggetto ipnotizzato,
ma per i più il ruolo comincerà ben presto a diventare
automatico, e in varia misura inconscio. In casi estremi, il
soggetto completamente avvinto dalla parte mostrerà tutti i
comportamenti esterni tipici di una persona profondamente
ipnotizzata. Di fatto, sarà convinto di non avere altra scelta, e il
dubbio che così non sia non lo sfiorerà neppure; egli assumerà
automaticamente il comportamento che si aspetterebbe da un
soggetto ipnotizzato; si dimenticherà che sta interpretando un
ruolo. Se in seguito gli verranno poste delle domande riguardo
all’aspetto interiore dell’esperienza vissuta, tuttavia,
probabilmente risponderà di non aver provato niente di
straordinario. Non sentiva la pesantezza del braccio, ma gli
sembrava che l’unica cosa sensata da fare fosse abbassarlo
come se lo sentisse pesante. Il coinvolgimento
nell’interpretazione di un ruolo è una forma di identificazione,
un potente processo che analizzeremo nei Capitoli 11 e 12.

La trance
La dimensione della trance si riferisce a un dissolvimento della
struttura intellettuale con la quale valutiamo automaticamente le
nostre esperienze. Shor chiamava tale struttura orientamento
generale della realtà. Io l’ho ribattezzata orientamento
consensuale della realtà (OCR), per togliere quel senso di ovvia
veridicità che l’aggettivo “generale” comporta e per ricordare
che l’orientamento rispetto alla realtà dipende in larga misura
dal consenso vigente nella nostra particolare cultura

139
relativamente a cosa è reale e cosa importante. In seguito ci
occuperemo a lungo di questi fattori culturali.
Normalmente, quando qualcuno vi dice qualcosa, le sue parole
vengono immediatamente e automaticamente valutate in base al
bagaglio di conoscenze che è parte dell’OCR. Se, ad esempio,
un addetto alle vendite vi dicesse, “Questo è il miglior prodotto
sul mercato”, valutando immediatamente questa affermazione
nei termini della vostra conoscenza OCR, sapreste che i
commessi esagerano e qualche volta, se hanno il loro
tornaconto, addirittura mentono pur di vendere la merce.
Considerando tale affermazione, terrete presente che potrebbe
non corrispondere alla verità. Quando, in risposta all’induzione
ipnotica, l’OCR si dissolve, le affermazioni dell’ipnotizzatore
non saranno più valutate automaticamente. All’inizio
dell’induzione, per esempio, l’ipnotizzatore potrebbe dire,
“Sarebbe così piacevole scivolare nel sonno”. Con un OCR
pienamente funzionante potreste pensare: “Ma io adesso ho
davvero voglia di dormire? E dormire è veramente tanto
piacevole? E se poi dormendo mi perdo qualcosa? Mi sta
dicendo che ho già sonno, ma io ho davvero sonno?” In fasi più
avanzate dell’ipnosi, quando il processo automatico dell’OCR
comincia a svanire, questa affermazione diventa un semplice
dato di fatto e non viene sottoposta ad alcuna valutazione:
sarebbe proprio piacevole scivolare nel sonno. Le vostre
esperienze diventano “dissociate”, e non più automaticamente o
consapevolmente associate a informazioni rilevanti, un punto
che esamineremo a lungo in seguito.
Nella dimensione della trance, quindi, le esperienze hanno
luogo isolatamente, senza che intervenga una valutazione
automatica e cosciente relativa alla conoscenza generale
assimilabile all’OCR. La valutazione può essere del tutto
assente o dipendere unicamente dall’insieme specifico di
conoscenze che caratterizza lo stato di trance. Un soggetto

140
profondamente ipnotizzato, nella dimensione della trance, farà
esperienza di tutti i classici fenomeni ad essa legati: a lui
sembreranno perfettamente reali, e il fatto che reagisca come se
facesse davvero esperienza del contenuto della suggestione
indica chiaramente che ciò corrisponde a ciò che succede dentro
di lui.

La regressione arcaica
Nell’ambito dell’ipnosi, la dimensione della regressione arcaica
nasce dalle esperienze che tutti noi abbiamo vissuto nel rapporto
con i genitori. Eravamo piccoli, ignoranti, e quasi del tutto
inermi, con poca conoscenza di noi stessi e uno scarso controllo
interiore. I nostri genitori erano dei giganti, avevano il dono
della conoscenza, del dominio di sé e del potere, tutte cose che
superavano di molto la nostra capacità di comprensione. In
confronto a noi, erano simili agli dei. Avendone sviluppato una
percezione automatica, i nostri genitori ci apparivano divini,
capaci di comprenderci, e abbiamo imparato che da noi si
aspettavano una cieca obbedienza. In cambio, si prendevano
cura dei nostri bisogni fisici e ci davano affetto. Le nostre attese
trovavano apparentemente conferma.
Sotto la superficie dei nostri sofisticati sé adulti, questi
atteggiamenti automatici esistono ancora e possono agire senza
che ce ne rendiamo conto. Riferendosi a questo fenomeno Freud
parlava di transfert: noi trasferiamo questo atteggiamento
cognitivo/emotivo infantile su alcune persone che abitano il
nostro mondo, spesso con risultati infelici e sconcertanti.
Supponiamo che il vostro capo vi chieda di occuparvi di una
determinata cosa e che svolgendo tale compito una parte di voi
pensi a lui come se fosse vostro padre. Tutte le aspettative che
avete riguardo al modo in cui vostro padre dovrebbe rapportarsi
a voi cominciano a colorare il rapporto con il vostro capo.
Poiché lui non sa che vi aspettate che vi voglia bene e che

141
capisca i vostri sentimenti più profondi senza bisogno che voi li
esprimiate apertamente, il suo comportamento, ignorando questi
bisogni, vi sembrerà scostante. Comincerete a pensare che gli
siete antipatici. Uno dopo l’altro, cominceranno così ad
accumularsi un sacco di equivoci.
Una possibile reazione all’induzione ipnotica è l’inconsapevole
trasferimento sull’ipnotizzatore degli atteggiamenti che si
avevano verso l’uno o l’altro dei genitori (o anche tutti e due).
L’ipnotizzatore ha ora quel tipo di alone magico che avevano i
vostri genitori quando eravate piccoli. Ovviamente, tutto ciò che
egli suggerisce diventa vero. Sarebbe disdicevole non obbedirgli
e non provare le cose che l’ipnotizzatore/genitore vi suggerisce.
Questo può creare le premesse perché di tanto in tanto, nel
contesto del processo ipnotico, si verifichino episodi di grande
intensità emotiva, e perché esteriormente vi sia un’aperta
adesione alle suggestioni dell’ipnotizzatore. A livello interiore,
le suggestioni potrebbero essere vissute come molto reali.
Un soggetto ipnotizzato può mostrare importanti cambiamenti
psicologici in una o più dimensioni. Si tratta di dimensioni in
cui le funzioni psicologiche risultano alterate e che influiscono
molto più di quanto si possa immaginare sulla vita di tutti i
giorni.

L’AVVERSIONE ALLA TRANCE


Descrivendo l’ipnosi e alcuni dei processi che ne sono alla base,
mi sono espresso per lo più in uno stile scientificamente neutro,
secondo un approccio del genere “questi sono i fatti; mi astengo
dal formulare qualsiasi giudizio in merito,” che dovrebbe in
teoria contraddistinguere lo scienziato obiettivo.(3) Ma anche
così, che impressione vi siete fatti riguardo al soggetto
ipnotizzato? Anche se in fondo è stato lui ad accettare di essere
ipnotizzato, non ha forse in qualche modo rinunciato alla

142
propria volontà sottoponendola a quella di un’altra persona e
non si è forse consegnato a un funzionamento psicologico più
“primitivo”? Ora l’ipnotizzatore ha un controllo molto ampio e
forte (anche se non completo) della realtà del soggetto.
Penso che parte dell’avversione che nutriamo per gli stati di
trance come l’ipnosi nasca dall’essere in qualche modo
consapevoli di un fatto molto sgradevole. Noi normalmente
viviamo già in uno stato di trance; abbiamo trascorso gran parte
della nostra vita in qualche tipo di trance; il nostro
comportamento e le nostre esperienze interiori sono di fatto
fortemente controllate dagli altri, e abbiamo ben poche speranze
di poter cambiare. Così, l’ipnosi si distingue semplicemente
perché è un tipo di “trance” del tutto evidente, in cui facciamo
cose particolari che dal punto di vista sociale sono piuttosto
insolite.
La moderna ricerca psicologica ha individuato molti dei
meccanismi attraverso i quali si può indurre e mantenere uno
stato di trance, senza evidenziare però che già ci troviamo in
tale stato. Gurdjieff si era invece reso conto del nostro stato di
trance, lo aveva studiato a fondo per scoprire quali fossero
esattamente i fattori che contribuivano a segregarci in questa
trance vigile, e offrì la speranza di svegliarsi e dei metodi per
riuscirci. Se un estraneo, un ipnotizzatore, riesce ad avere su di
noi un così grande potere, quali possibilità ci si aprirebbero se
riuscissimo ad assumere il controllo della nostra mente? Un
ipnotizzatore, dall’esterno, è anche limitato dal fatto che con
ogni probabilità non è meno in trance di noi. Supponiamo
invece che fossimo noi a controllare noi stessi e che fossimo
svegli. La natura della trance vigile e la possibilità di
risvegliarci costituiscono il tema di questo libro.

1) Tart, Stati di Coscienza.


2) R. Shor, “Hypnosis and the Concept of the Generalized Reality Orientation”,

143
American Journal of Psychotherapy 13, pp. 582-602; R. Shor, “Three Dimensions
of Hypnotic Depth”, International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis
10, pp. 23-38; inoltre, in C. Tart (a cura di), Altered States of Consciousness: A
Book of Readings, New York, Doubleday, 1971.
3) Sono anche stato selettivamente enfatico allo scopo di preparare il terreno per la
discussione della trance consensuale di cui tratterà il Capitolo 10. I lettori che
fossero interessati a una più ampia panoramica sull’ipnosi, potranno consultare il
mio States of Consciousness e i capitoli di un altro mio libro, Altered States of
Consciousness, che trattano dell’argomento.

144
Vi chiederete: cosa c’entrerà mai il condizionamento con gli
esseri umani? Con la nostra vita?
Ricordo che una volta cercavo di spiegare la grande importanza
del condizionamento nell’evoluzione umana ai partecipanti a
uno dei miei corsi per lo sviluppo della consapevolezza
(Awareness Enhancement Training programs). A giudicare
dall’espressione dei loro visi, non sembravano ritenere che
questo potesse in qualche modo riguardarli di persona. Il
condizionamento era qualcosa di astratto che gli psicologi
sperimentavano sui ratti nelle gabbie di Skinner, e non faceva
parte della vita di tutti i giorni. Per dimostrare che si
sbagliavano, diedi la seguente dimostrazione del
condizionamento classico negli esseri umani.
Innanzitutto spiegai quello che stavo per fare, dicendo anche
che forse lo avrebbero trovato piuttosto sgradevole, anche se
molto istruttivo, e chiesi dei volontari. Tutti si offrirono di
partecipare. Chiesi agli studenti di dividersi in coppie: uno dei
due avrebbe avuto il ruolo di “condizionatore”, l’altro quello di
“condizionato”. Spiegai che di tanto in tanto avrei prodotto uno
strano rumore che doveva diventare lo stimolo condizionato,
battendo insieme due righelli di metallo. I condizionatori, in
piedi dietro ai loro condizionati, dopo circa un secondo
dovevano dare un leggero schiaffo sulla guancia del loro
compagno e dire “Cattivo!” o “Cattiva” ogni volta che
sentivano il rumore dei righelli. Lo schiaffo doveva essere
abbastanza forte da provocare un po’ di bruciore, ma non tanto
da procurare un danno fisico. Lo schiaffo e il rimbrotto
costituivano lo stimolo incondizionato. Il dolore per il ceffone
ricevuto e qualsiasi precedente emozione spiacevole legata al
fatto di essere sgridati, rappresentano la risposta incondizionata.
Quindi, di tanto in tanto battevo i due righelli, variando
casualmente l’intervallo tra un colpo e l’altro in modo da evitare

116
artificiale dell’ipnosi normale, e come assomigli fin troppo a
una vera e propria trance. La trance consensuale comporta la
perdita di gran parte della nostra vitalità essenziale. È uno stato
di parziale sospensione delle facoltà vitali e della normale
funzionalità dell’organismo, uno stato stuporoso e sonnolento,
caratterizzato da una profonda astrazione, uno stato di
estraniamento dalla realtà sensoriale e istintuale immediata e di
astrazione dalla realtà. Per quanto riguarda la definizione di
trance come stato di estasi, la trance consensuale ha i suoi
vantaggi, ma che la si possa chiamare “estasi” è piuttosto
discutibile.
Nella seconda parte di questo libro, l’enfasi è sulla diagnosi
della psicopatologia della vita quotidiana degli esseri umani:
cosa manca alla vita degli uomini da renderla così infelice? In
seguito sposteremo l’attenzione sull’amore, il coraggio, la
compassione, la creatività e su altri aspetti positivi della vita.
Per ora sottolineerò gli aspetti negativi della cultura e
dell’induzione della trance consensuale. Ciò detto, non
possiamo certo fare a meno della cultura. La cultura ci offre
infatti enormi benefici, ed è la matrice di ogni possibile
evoluzione futura. Tenete poi presente che il processo per
indurre la trance consensuale è imperfetto; tutti noi abbiamo una
storia personale che ha plasmato in modo unico la nostra
coscienza quotidiana. Così come si può essere più o meno
sensibili all’ipnosi, anche la trance consensuale può essere, in
ciascuno di noi, più o meno profonda. Perciò, il quadro sotto
tracciato è un po’ troppo stereotipato, troppo semplicistico…
eppure fin troppo preciso.

LA CULTURA
Gli antropologi definiscono la cultura come un gruppo di
persone che condividono le fondamentali credenze relative alla

146
realtà, nonché le misure pratiche per affrontarla. Queste persone
interagiscono tra loro in modo tale da assicurare la
sopravvivenza del gruppo e da rafforzare e perpetuare i propri
valori fondamentali. Se parliamo dei cinesi, sappiamo di avere a
che fare con credenze relative al mondo piuttosto diverse da
quelle degli eschimesi o degli angloamericani.

La relatività culturale
L’antropologia ha dato un grande contributo alla nostra capacità
di comprensione. Studiandone la ricca documentazione relativa
alle differenze e alle analogie tra le varie culture, sarà più facile
renderci personalmente conto della relatività di molti (se non la
maggior parte) dei valori sui quali si basa la nostra cultura. Le
società di esseri intelligenti, che in quanto culture hanno cioè
superato la prova fondamentale della sopravvivenza, possono
avere credenze molto diverse da ciò che noi consideriamo ovvio
o sacro. Molte cose che noi consideriamo sacre, molti aspetti del
mondo che a noi sembrano del tutto ovvii, potrebbero e
dovrebbero essere messi in discussione.
Per fare un esempio, spesso sottopongo ai miei studenti la
seguente situazione ipotetica: “Hanno appena ammazzato vostro
fratello. Sapete chi è l’assassino. Quanti di voi chiamerebbero la
polizia?” Di solito tutti alzano la mano. Se poi chiedo quanti di
loro si vergognerebbero di aver chiamato la polizia, tutti mi
guardano accigliati e perplessi. Ma cosa diavolo sto dicendo?
Dal punto di vista di un certo numero di culture, la classe ha
così dimostrato di essere composta dalla feccia della società, da
individui infami che andrebbero evitati. Quando un parente di
sangue viene assassinato, si tratta della famiglia. Vendicare
personalmente un proprio familiare è una questione di onore!
Questi individui hanno forse intenzione di fare la cosa giusta
vendicando l’omicidio di persona? No, lasceranno che sia un

147
gruppo di estranei a occuparsi della faccenda, degli estranei (la
polizia) che sono pagati per farlo! Fino a che punto di
degradazione possono arrivare gli esseri umani! Non c’è da
meravigliarsi che non ci si possa fidare degli stranieri e che il
mondo sia un posto tanto terribile!

L’ACCULTURAZIONE
Quando veniamo al mondo, siamo una massa di potenzialità, di
possibilità che aspettano di essere sviluppate. Tuttavia, nessuno
di noi nasce in un ambiente completamente neutro rispetto al
suo potenziale, né in un ambiente che cercherà di sviluppare
tutte le potenzialità. Nasciamo con il potenziale di vendicarci di
chi uccide un membro della nostra famiglia, e ci sentiamo fieri
di aver fatto la cosa giusta, che ci restituisce l’onore. Oppure
nasciamo con il potenziale di sentirci a posto se lasciamo che se
ne occupi la polizia. È improbabile che si svilupperanno
entrambi questi potenziali.
Ognuno di noi nasce in una certa cultura, all’interno di un
gruppo di persone che condividono uno stesso sistema di valori,
che sono accomunate da un fondamentale consenso su come
sono le cose e su come dovrebbero essere. Appena veniamo al
mondo, la cultura, soprattutto attraverso i genitori, incomincia a
svolgere un’azione selettiva rispetto alle nostre potenzialità.
Alcune verranno giudicate positivamente e quindi attivamente
incoraggiate. Si consideri l’esempio seguente, a lungo
perfettamente in linea con la nostra cultura ma ormai
discutibile: “Hai fatto bene a dire all’insegnante che quel
monello ha picchiato tuo fratello! Brava bambina!” Ci sono
anche potenzialità considerate negative che vengono
attivamente represse, anche ricorrendo a delle punizioni. “Sei
stata cattiva a picchiare quel bambino che aveva pestato tuo
fratello! Non si fanno queste cose! Le brave bambine non si

148
comportano così! Come faccio a volerti bene se fai così? Fila in
camera tua!”

La “normalità” e l’appartenenza alla propria cultura


Diventare “normali”, appartenere cioè fino in fondo alla propria
cultura, comporta che abbia luogo un modellamento mirato, che
si sviluppino quei potenziali che incontrano la generale
approvazione (che siano quindi “naturali”, “morali”, “dabbene”,
“civili”) e che si inibiscano invece quelli che vengono
disapprovati (perché giudicati “malvagi”, “criminali”,
“immorali”, “irrispettosi”). Sebbene, almeno a livello teorico,
sarebbe possibile recitare una parte solo per rispetto delle norme
sociali, senza interiorizzarle, questo per la maggior parte della
gente sarebbe un’impresa piuttosto ardua. Dal punto di vista di
una qualsiasi cultura, è di gran lunga preferibile che l’habitus
mentale quotidiano, che porta a pensare in un certo modo e che
informa di sé la sensibilità dei singoli individui, venga plasmato
in modo tale da rispecchiare i valori consensuali della cultura
stessa. In tal caso, infatti, le percezioni e il modo di interpretarle
saranno automaticamente quelle giuste, e verrà naturale
comportarsi in modo culturalmente appropriato, anche in
assenza di fattori sociali coercitivi. Quando vi viene automatico
pensare, agire e sentire le cose “normalmente”, quando i vostri
meccanismi mentali riflettono automaticamente la maggior
parte dei valori e delle credenze della vostra cultura, ciò
significa che rispetto ad essa avete raggiunto uno stato di trance
consensuale. Questo insieme di valori interdipendenti
comprende la convinzione che non abbiamo affatto un “sistema
di valori”. Gli stranieri hanno strane “credenze” ma noi
sappiamo bene cosa è giusto!
Le culture non incoraggiano quasi mai i loro membri a metterle
in discussione. Per gran parte della storia dell’umanità, la
sopravvivenza fisica è stata precaria per troppi individui, perciò

149
è molto profonda, anche se non esplicita, la sensazione che la
nostra cultura ci abbia aiutati a rimanere in vita in un mondo
crudele; meglio non fare domande, non agitare le acque. Le
culture tendono così a essere sistemi chiusi.
Eppure, molte persone intelligenti attraverso l’esperienza
personale si sono rese conto della relatività di alcuni dei loro
valori culturali. In passato, poteva capirlo anche chi viaggiava
molto ed era sufficientemente aperto da riuscire a vedere che gli
altri non erano tutti dei “selvaggi” e degli “stranieri”. L’unicità
del nostro tempo è data dal fatto che, disponendo di un’enorme
quantità di materiale antropologico sul tema della relatività
culturale, prenderne coscienza è diventato molto più facile,
anche senza viaggiare. Anche il genere di osservazione di sé
insegnata da Gurdjieff, sulla quale ci soffermeremo in seguito,
può aiutare a trascendere i limiti della propria cultura.

L’ESSENZA
Gurdjieff definiva i neonati come pura essenza. L’essenza
rappresenta il nostro sé più autentico e profondo, i nostri
desideri, gusti, ciò che amiamo o detestiamo, le nostre
potenzialità, tutto ciò che di innato c’era in noi prima che il
processo di induzione della trance consensuale intervenisse a
modificarlo. L’essenza è chi eravamo veramente quando siamo
venuti al mondo.
Ovviamente, da neonati il nostro repertorio è alquanto limitato.
Le nostre caratteristiche comprendono, ad esempio, il fatto di
dormire bene o di avere il sonno irregolare, di essere in genere
tranquilli o irritabili, di gradire certi sapori e non altri. In tutti
coloro che diventano normali, l’essenza comprende anche la
capacità di imparare una lingua e di assimilare una cultura. Non
siamo, però, una tabula rasa, su cui la cultura può scrivere
quello che vuole senza produrre in noi alcuna conseguenza.

150
Siamo anche dotati di caratteristiche genetiche e spirituali
uniche, che diventeranno sempre più palesi via via che
cresceremo; potremmo, ad esempio, detestare la ginnastica e
amare camminare nei boschi, oppure trovare disgustoso il
sapore delle carote e delizioso l’odore del sudore, apprezzare la
poesia e annoiarci con la matematica, o ancora, essere alla
ricerca della luce interiore nonostante gli altri ci prendano in
giro.
L’induzione della trance consensuale è un processo che consiste
nel plasmare il comportamento e la coscienza del neonato, il
soggetto, per renderlo “normale”, assicurando così un alto
livello di standardizzazione del comportamento e della
coscienza in tutte le persone affinché si adattino alle norme
sociali. Per essere americani, si deve parlare bene l’inglese,
avere in linea di massima delle buone maniere che riflettono la
cultura di appartenenza, si deve guardare da una parte e
dall’altra prima di attraversare la strada, rispettare i genitori e
gli insegnanti, rispettare la bandiera americana, e via di seguito
con altri “si deve” ai quali potete aggiungere i cinquemila valori
e atteggiamenti in cui vi rispecchiate.
Noi ipnotizzatori culturali, ovviamente, non pensiamo a ciò che
facciamo per indurre la trance consensuale. La maggior parte di
noi inorridirebbe all’idea di indurre uno stato di trance che
comporta una riduzione della vitalità, del contatto con il mondo
reale e che assomiglia a uno stupore. Siamo convinti che ciò che
insegnamo ai bambini sia “l’educazione” e che in questo modo
forniamo loro gli strumenti necessari per vivere felicemente.
Noi non ipnotizziamo i bambini, li aiutiamo! E sicuramente, per
molti versi, questo è anche vero. Un bambino deve imparare a
guardare da tutte e due le parti quando attraversa la strada, per
esempio, altrimenti rischia di morire in un incidente. Così come
un normale ipnotizzatore utilizza la verità (ti si sta annebbiando
la vista e vedi colori cangianti intorno al bersaglio) per indurre

151
la trance ipnotica, per indurre quella consensuale anche
l’ipnotizzatore culturale utilizza molte verità.
Cosa accade all’essenza, al vostro fondamentale ed essenziale
sé, quando viene indotta la trance consensuale?

La soppressione dell’essenza
Se siete molto fortunati, e si dà il caso che nella vostra cultura la
maggior parte delle caratteristiche della vostra essenza siano
apprezzate, l’induzione della trance consensuale avverrà senza
complicazioni o conflitti. La vita da adulti sarà probabilmente
“normale” e caratterizzata da una buona riuscita. Se, per
esempio, il vostro sé essenziale è irascibile e aggressivo, e si dà
il caso che siate nati in una cultura che ammira i guerrieri duri e
fieri, forse dovrete vedervela con certe conseguenze reali dovute
al fatto di vivere in quel genere di contesto, ma di certo non vi
angoscerete chiedendovi se siete normali. Supponiamo che il
vostro sé essenziale sia collerico e aggressivo, ma che vi sia
toccato in sorte di nascere donna in una cultura in cui le donne
dovrebbero essere docili e sottomesse. Non appena darete libero
sfogo al vostro temperamento, potreste ritrovarvi in un mare di
guai.
In quest’ultimo esempio la cosa ancora peggiore è che questo
aspetto del vostro sé essenziale probabilmente verrebbe
delegittimato e condannato fino alla soppressione di ogni sua
manifestazione esterna. Come adulti, vi comportereste
docilmente e arrendevolmente, cercando di sentirvi così anche
dentro di voi. Vi direste che siete una brava persona, una
persona normale. Altri vi direbbero che siete normali, e vi
accetterebbero come amici, rafforzando così la vostra docilità e
il vostro intimo senso di bontà. Dentro di voi però qualcosa, una
parte della vostra essenza, è stato schiacciato. Se tale
soppressione è stata totale e non avvertite più alcun moto di

152
confondere i dati di fatto con quelli che sono i nostri sentimenti
personali. A noi qui interessano le connotazioni negative.
Nonostante l’ipnosi sia stata utilizzata con risultati positivi
nell’ambito della medicina, della psicoterapia e come supporto
all’apprendimento, e nonostante per decenni alcuni seri
professionisti abbiano svolto un importante lavoro di
divulgazione affinché il pubblico avesse dell’ipnosi un’opinione
più positiva, nell’uso comune il termine è tuttora accomunato al
concetto di trance. L’ipnosi è connotata negativamente: si è
portati a credere che una persona ipnotizzata sia priva di
energia, che sia mezza addormentata o in balìa della mente e
della volontà superiore dell’ipnotizzatore, che potrà così
controllarla e manovrarla a piacere.
C’è forse una ragione più profonda che spieghi il perdurare
dell’immagine negativa dell’ipnosi e della trance?
Gurdjieff, tra le altre cose, era anche un abile ipnotizzatore. La
sua conoscenza comprendeva alcune pratiche ipnotiche orientali
tuttora poco note in Occidente. Egli sapeva che l’ipnosi, nelle
sue varie forme, costituisce una parte importante della vita
quotidiana di quasi tutti noi, e non il fenomeno esotico e strano
che molti credono. Quando l’ipnosi viene praticata in modo
formale, con un “soggetto” e un “ipnotizzatore” e seguendo un
procedimento che permetta di indurla, verificarla, usarla e porvi
fine, riusciamo a riconoscerne il grande potere. Pur non essendo
altrettanto ovvi, i procedimenti e gli stati simili all’ipnosi che si
intrecciano con le varie attività della vita quotidiana, possono
essere egualmente potenti. Torneremo a parlare dell’ipnosi in
modo più approfondito, perché questo potrebbe servire a
richiamare la nostra attenzione su aspetti meno ovvi della nostra
vita di tutti i giorni.
Il tema dell’ipnosi mi ha affascinato fin dagli anni
dell’adolescenza e durante i primi dieci anni della mia carriera

123
di ricercatore è stata al centro dei miei interessi. Per il master e
la tesi di dottorato ho fatto uno studio sulle nuove applicazioni
dell’ipnosi nel controllo attivo sia del processo che dei contenuti
dei sogni notturni. Dopo il dottorato trascorsi due anni
approfondendo lo studio dell’ipnosi presso la Stanford
University e in seguito, per diversi anni mi dedicai alla ricerca.
Dovrei essere un esperto di ipnosi, eppure nonostante tutti gli
anni di studio dedicati all’argomento, continuo a trovarla
davvero stupefacente.

PREPARAZIONE
Considereremo ora un moderno procedimento per indurre
l’ipnosi, l’applicazione cioè dello Stanford Hypnotic
Susceptibility Scale, (scala Stanford per la valutazione della
sensibilità all’ipnosi), Modulo C. Si tratta di una procedura
standard per test psicologici, ampiamente utilizzata nell’ambito
della ricerca per determinare fino a che punto un determinato
soggetto possa essere ipnotizzato.
Non c’è niente di spettacolare o misterioso nell’applicazione
della scala. L’ipnotizzatore non indossa un mantello, non
compie gesti ipnotici e non recita nessuna formula magica tipo
“A me gli occhi!”. Il grado di standardizzazione della procedura
è tale che, dopo l’approccio iniziale, la si legge parola per
parola dalle istruzioni scritte. Le reazioni vengono valutate in
modo predeterminato: per esempio, “Il braccio del soggetto si
sposta meno di tot centimetri in tot secondi?”
I preparativi necessari sono minimi. In genere il soggetto,
spesso uno studente universitario che desidera migliorare la
media dei voti, si presenta in un laboratorio di psicologia che
praticamente è una stanza tranquilla fornita di una sedia
comoda. Di solito il soggetto in questione non ha mai incontrato
l’ipnotizzatore e non sa nulla di lui tranne che presumibilmente

124
ha una certa competenza nella pratica dell’ipnosi. Dopo alcuni
minuti durante i quali si riempiono alcuni moduli e ci si scambia
qualche battuta, secondo il solito rituale di quando si conosce
una persona nuova, l’ipnotizzatore chiede al soggetto di mettersi
comodamente a sedere, rassicurandolo sul fatto che non c’è
niente di pericoloso o di temibile in ciò che sta per succedere,
che non ci sarà alcun motivo di imbarazzo, e che l’ipnosi in
realtà è una cosa abbastanza normale.

AVVIARE L’INDUZIONE
L’induzione formale dell’ipnosi ha inizio chiedendo al soggetto
di fissare un piccolo punto luminoso su una parete (potrebbe
essere una puntina da disegno con un rivestimento al cromo) e
di ascoltare le parole dell’ipnotizzatore. Il punto su cui si fissa
lo sguardo si chiama bersaglio.
Poi vengono ripetute più volte alcune suggestioni, allo scopo di
guidare i pensieri e le percezioni del soggetto. Un esempio di
suggestione potrebbe essere il seguente: “Pensa alla sensazione
che provi quando ti rilassi e ti viene sonno”. Le frasi delle
istruzioni prestampate, invece di essere semplicemente ripetute,
presentano variazioni minime; in genere l’ipnotizzatore parlerà
senza fare pause troppo lunghe, per far sì che la mente del
soggetto rimanga costantemente occupata dalle suggestioni.
L’ipnotizzatore inviterà il soggetto a tenere lo sguardo sul
bersaglio, dicendogli che se continuerà a fissarlo, a seguire le
istruzioni dell’ipnotizzatore e a rimanere concentrato su quello
che gli dirà, l’ipnosi avrà buon esito. L’ipnotizzatore dirà che il
solo fatto che il soggetto si trovi in quella stanza indica la sua
disponibilità a farsi ipnotizzare. Il soggetto dovrebbe solo
lasciarsi andare, lasciare che accada quel che deve accadere.
L’ipnotizzatore continua suggerendo al soggetto di seguire

125
sempre la sua voce, riportando la mente alle sue parole qualora
dovesse estraniarsi. Queste suggestioni sono frammezzate da
ulteriori rassicurazioni sul fatto che l’ipnosi è una pratica
normale, simile ad altre cose che il soggetto ha già provato,
come guidare ma essere talmente assorto in una conversazione
da non notare neppure il paesaggio fuori dal finestrino. Gli
assicura inoltre che farà un’esperienza interessante.
Nel frattempo, lo sguardo del soggetto è sempre rimasto fisso
sul bersaglio. La maggior parte della gente non ci pensa, ma
fissare a lungo qualsiasi cosa affatica gli occhi a tal punto che
l’immagine comincia a subire strani cambiamenti. Alcune sue
parti potrebbero sbiadire o assumere colori più intensi; questi
potrebbero inoltre cambiare e potrebbero apparire o scomparire
delle ombre. Nelle fasi iniziali dell’induzione, l’ipnotizzatore
informerà il soggetto di questi cambiamenti: quando si
verificheranno, il soggetto crederà che ciò sia dovuto al
processo in corso, segno che comincia ad essere ipnotizzato. In
un certo senso, questo è un trucco: tali cambiamenti si sarebbero
verificati anche senza indurre l’ipnosi. In un altro senso si tratta
invece di un modo efficace e utile di creare un nesso tra le idee
e l’esperienza, tra le suggestioni dell’ipnotizzatore e ciò che
accade. L’impressione è che le suggestioni dell’ipnotizzatore
funzionino davvero, il che rafforza la convinzione del soggetto
che questi sia effettivamente in grado di ipnotizzarlo. Se le
suggestioni hanno già cominciato a funzionare, anche la
pesantezza degli occhi sarà un effetto reale.

IL PARAGONE CON IL SONNO


Dopo alcuni minuti, l’ipnotizzatore suggestionerà il soggetto
dicendogli che ha gli occhi stanchi (come è normale dopo aver
fissato intensamente un punto), che sarebbe piacevole chiuderli
e che non gli dispiacerebbe che si chiudessero da soli. Gli dirà

126
che è già molto rilassato e che si sta rilassando ancora di più.
Pensare al rilassamento induce a rilassarsi: il corpo del soggetto
si fa pesante e insensibile, le palpebre si abbassano, egli respira
liberamente e profondamente e si sente sempre più assonnato.
(Forse noterete che il solo fatto di leggere queste suggestioni
tende a farvi venire sonno. Resistete!) L’ipnotizzatore suggerirà
al soggetto di rinunciare a voler controllare attivamente la sua
esperienza, e di pensare solo a rilassarsi e a lasciarsi andare alla
piacevole esperienza della sonnolenza e del rilassamento.
Avvertirà una gradevole sensazione di calore e scivolerà in un
sonno profondo. Nonostante stia per addormentarsi, riesce
perfettamente a sentire l’ipnotizzatore e vorrà fare quello che
questo gli chiederà.
L’analogia con il sonno contenuta nelle suggestioni di
sensazioni di sonnolenza è molto forte. In realtà, per indurre uno
stato di ipnosi non è indispensabile far riferimento al sonno,
anche se è questo il modo più frequentemente utilizzato. Il
sonno è uno stato alterato di coscienza di portata universale, di
cui tutti abbiamo esperienza e che tutti noi comprendiamo. Tra
l’ipnotizzatore e il soggetto esiste ovviamente l’implicita
consapevolezza che non si tratta di un sonno ordinario, bensì di
un sonno ipnotico, uno speciale stato di sonno in cui il soggetto
può continuare a sentire le parole dell’ipnotizzatore e a
rispondergli.
Le suggestioni per indurre il sonno aumentano via via di
frequenza e diventano sempre più dirette. Invece di suggerire al
soggetto che egli ha sonno, tenderanno ad affermare che è
addormentato e che dormirà sempre più profondamente. Altre
suggestioni preciseranno che niente disturberà la quiete di quel
sonno e che il soggetto rimarrà profondamente addormentato
facendo esperienza di tutto ciò che gli verrà suggerito
dall’ipnotizzatore, finché questi non gli dirà di svegliarsi. Il
soggetto potrà anche muoversi, parlare o aprire gli occhi in

127
risposta alle suggestioni ipnotiche dell’ipnotizzatore, ma senza
svegliarsi.
Questa procedura standard di induzione richiede dai dodici ai
quindici minuti, secondo la velocità di lettura dell’ipnotizzatore.
Una volta eseguita l’induzione, si segue una serie di istruzioni
standard atte a verificare le reazioni del soggetto e la profondità
del suo stato di ipnosi.

SENSIBILITÀ ALL’IPNOSI
La risposta delle persone a questa procedura di induzione varia
parecchio. Da una parte, può accadere che un soggetto da
sdraiato che era si metta improvvisamente a sedere e dica,
“Quand’è che succede qualcosa? Mi sto annoiando”. Più spesso,
il soggetto avrà lo sguardo fisso; avrà le palpebre pesanti e alla
fine gli si chiuderanno, più come se l’avessero deciso loro che
non per volontà del soggetto stesso. Questi soggetti in seguito
confermano che così è stato.
I dodici test regolamentari previsti dalla Scala Stanford di
sensibilità all’ipnosi che seguono l’induzione sono stati ideati
per verificare fino a che punto il soggetto si comporta come una
tipica persona ipnotizzata. I primi test sono piuttosto semplici e
la maggior parte delle persone li supera; i test successivi sono
invece più difficili. Se si somma il numero dei test superati per
avere la misura della sensibilità all’ipnosi, si ottiene una
distribuzione quasi normale, con una curva a campana. La
maggior parte delle persone presenta una moderata
suggestionabilità; qualcuno non è affatto ipnotizzabile, mentre
qualcun altro lo è moltissimo. Il “quasi” è di rigore in
considerazione del fatto che i soggetti che si avvicinano al
punteggio più alto sono più numerosi di quelli più prossimi
all’altro estremo. L’interpretazione di questi dati, indicherebbe
una normale distribuzione della sensibilità all’ipnosi in cui quasi

128
tutti sono rappresentati, ma c’è anche un esiguo numero di
persone che possiedono una speciale predisposizione ipnotica, e
queste gonfiano il totale delle persone che passano tutti i test.
Per dirla in termini concreti, circa il 5 percento della gente non
mostra quasi alcuna sensibilità a queste (e ad altre simili)
procedure ipnotiche; è cioè impossibile ipnotizzarle. La maggior
parte delle persone ha una reazione moderata, è cioè da
leggermente a moderatamente ipnotizzabile. Circa il 10
percento mostra una spiccata suggestionabilità, e alcune di
queste persone possono essere ipnotizzate molto
profondamente.
Contrariamente a quella che è un’opinione preconcetta molto
diffusa, il grado di sensibilità all’ipnosi di una persona non
presenta alcuna forte correlazione con determinate
caratteristiche della sua personalità. Una persona facilmente
ipnotizzabile non è necessariamente più intelligente o più tonta
della media, più o meno ingenua, uomo o donna, estroversa o
introversa, sana o nevrotica. L’idea che un eccellente
ipnotizzatore usi la propria volontà per dominare una persona
sciocca, servile o credulona non corrisponde affatto alla realtà.
Ora esamineremo gli effetti che possono verificarsi quando ci si
trova in uno stato di ipnosi. Per convenienza li descriverò in
base all’esperienza che ne fanno i soggetti più suggestionabili
piuttosto che le persone che non rispondono molto bene
all’induzione ipnotica.

GLI EFFETTI DELL’IPNOSI


Il primo test formale relativo al buon esito dell’induzione
consiste nel verificare se gli occhi del soggetto a un certo punto
della procedura si chiudono da soli. Se questo non succede,
l’ipnotizzatore chiederà al soggetto di chiuderli di proposito.

129
Poi lo inviterà a stendere il braccio orizzontalmente
immaginando che stia diventando molto pesante. Il soggetto
avrà l’impressione che il suo braccio sia effettivamente molto
pesante, talmente pesante che non riuscirà più a tenerlo
sollevato; comincerà così ad abbassarlo fino ad appoggiarselo in
grembo.
Ora il soggetto terrà le braccia allungate in senso orizzontale a
una distanza di circa 30 centimetri. Verrà suggestionato a
credere che tra le sue mani ci sia una forza che le spinge lontano
l’una dall’altra. I soggetti spesso hanno l’impressione di
avvertire una forza repulsiva, come di un magnete. Senza che lo
vogliano coscientemente, le loro mani si respingono e si
allontanano.
Viene poi espressa una suggestione percettiva, e cioè che nella
stanza sia entrata una zanzara. Questo fastidioso insetto si posa
sulla testa del soggetto. S-ciaf! I soggetti più sensibili
reagiscono immediatamente con una pacca prima che possa
pungerli. In seguito raccontano di aver sentito il ronzio e di aver
sentito l’insetto posarsi su di loro.
L’ipnotizzatore modifica ulteriormente la percezione
suggerendo che il soggetto sente un sapore dolce o aspro.
Talvolta le labbra del soggetto si increspano, segno che
l’esperienza del sapore è piuttosto intensa.
Le suggestioni sopra descritte possono avere effetto, entro certi
limiti, su un considerevole numero di persone. Quelle che
seguono sono più difficili, ma vengono vissute con totale
realismo (a volte sembrano ancora “più vere” della realtà) da
soggetti particolarmente predisposti.
Anche in questo caso si chiede al soggetto di allungare il
braccio verso l’esterno. Poi gli si dice che il braccio comincia
per conto suo a irrigidirsi, e diventa così rigido che se tentasse
di piegarlo non ci riuscirebbe. Poi lo si invita a cercare di

130
piegarlo. Nonostante i suoi grandi sforzi, il braccio non si piega;
il soggetto ha perso il normale controllo muscolare.
Possiamo ora lasciare da parte le percezioni alterate del corpo e
della realtà e passare a considerare il lato interiore. Al soggetto
si dice che farà un sogno, un sogno molto vivido, e poi gli si
concede una pausa di silenzio. Quando gli si chiede di
raccontare la sua esperienza, spesso dirà di aver fatto un sogno
molto vivido. Se si chiede ai soggetti di paragonare la realtà di
questi sogni ai normali sogni notturni, essi riferiscono che
talvolta questi sogni sono altrettanto reali, e a volte ancora più
intensi. Il contenuto del sogno può inoltre essere condizionato
dalla suggestione, come quando si suggerisce che il sogno avrà
per contenuto che effetto fa essere ipnotizzati.
La regressione è uno dei fenomeni ipnotici più vistosi. Si dice al
soggetto che sta andando indietro nel tempo, che egli non è più
adulto, ma molto più giovane. Di solito la suggestione lo farà
regredire a un periodo specifico, per esempio a una certa festa di
compleanno. L’intensità dell’effetto può variare, ma i soggetti
più suggestionabili si sentono di nuovo bambini. Può cambiare
anche il loro modo di parlare e di scrivere e hanno più
l’impressione di rivivere un periodo della loro vita passata che,
semplicemente, di ricordarlo.
Un test particolarmente impressionante è quello dell’anosmia,
l’incapacità di sentire gli odori. Nonostante l’abbia eseguito e
visto riuscire innumerevoli volte, continua a lasciarmi
stupefatto. Dopo aver suggestionato il soggetto dicendogli che
non sente più alcun odore, gli si mette una bottiglia di
ammoniaca per uso domestico sotto le narici chiedendogli di
annusare per bene. I soggetti più suggestionabili,
profondamente ipnotizzati, annusano a fondo, non mostrano
alcuna reazione, e sostengono di non aver sentito nessun odore.
Nello stato di coscienza ordinario, l’odore dell’ammoniaca non

131
solo è estremamente forte ma anche fastidioso al punto di far
male. Sebbene il Modulo C non preveda altri test analoghi,
esistono procedure ipnotiche standard in base alle quali, dopo
aver suggerito al soggetto che egli è insensibile al dolore, si
passa all’applicazione di diversi stimoli dolorosi. Questa
capacità di ridurre o eliminare il dolore è uno degli aspetti più
sconcertanti (e utili) dell’ipnosi.
Abbiamo visto come le sensazioni esterne possano essere
reinterpretate o cancellate, e come i sogni possano prenderne il
posto. Alle sensazioni esterne possono inoltre sostituirsi le
allucinazioni, percezioni prive di qualsiasi fondamento fisico.
Nel test successivo, il soggetto viene indotto a credere che la
segretaria del laboratorio di ricerca abbia dimenticato di fargli
alcune domande preliminari ma che gliele farà ora, parlando
attraverso l’interfono situato nel laboratorio. I soggetti più
suggestionabili sentono le domande e rispondono!
Poi si passa a testare una modificazione estrema della
percezione, un’allucinazione negativa. Il soggetto viene
informato che quando aprirà gli occhi sul tavolo davanti a lui
vedrà due scatole. In realtà le scatole sono tre, ma il soggetto
altamente suggestionabile ne vedrà solo due. Anche il fatto che
rimanga ipnotizzato pur tenendo gli occhi aperti è segno di un
alto grado di suggestionabilità.
Infine, l’ipnotizzatore dirà che risvegliandosi dall’ipnosi il
soggetto non ricorderà nulla di quanto è accaduto. Non appena
l’ipnotizzatore gli darà un certo segnale, tuttavia, ricorderà tutto.
Una volta che il soggetto è uscito dall’ipnosi, gli si chiederà di
raccontare come sono andate le cose. Un soggetto
suggestionabile spiegherà di essere venuto per farsi ipnotizzare,
di essersi seduto e rilassato e che poi deve essersi addormentato,
perché non ricorda altro. Ricevuto il segnale, recupererà
completamente la memoria.

132
Un altro effetto ipnotico piuttosto comune e che, sebbene non
figuri in questa particolare scala di sensibilità, viene solitamente
testato di routine, è quello della suggestione postipnotica.
Mentre il soggetto si trova nello stato ipnotico, gli si dice che
quando si sarà risvegliato, l’ipnotizzatore gli darà un segnale,
per esempio commentando che è una giornata calda. Ogni volta
che il soggetto riceverà questo segnale, farà qualcosa di
specifico, come aprire la porta e guardare nell’atrio.
L’ipnotizzatore stabilirà inoltre che il soggetto non ricorderà
affatto di aver ricevuto questa suggestione postipnotica.
Dopo che l’ipnotizzatore avrà fatto uscire il soggetto dallo stato
di ipnosi, e mentre questi si trova presumibilmente nel suo stato
di coscienza ordinario, di tanto in tanto invierà il segnale,
inserendolo in genere nel contesto di una normale
conversazione. Il soggetto eseguirà l’azione suggerita, senza
ricordare che sta rispondendo a una suggestione postipnotica.
Per quanto riguarda il fatto di aprire la porta e di guardare fuori,
dopo che questo è avvenuto diverse volte, la maggior parte delle
persone penserebbe che è una cosa un po’ strana. Il soggetto
troverà delle spiegazioni razionali per il suo insolito
comportamento, spesso anche senza che nessuno gliene chieda.
“Mi era sembrato di sentire uno strano rumore”, oppure “Si
soffoca qua dentro; faccio entrare un po’ di aria”. Le
suggestioni postipnotiche costituiscono una lampante
dimostrazione di come possiamo essere totalmente
inconsapevoli dei motivi che ci spingono ad agire in un certo
modo.
Nonostante il suo grande potere, l’ipnosi non conferisce a chi la
esegue l’assoluto controllo del soggetto ipnotizzato. Se, ad
esempio, l’ipnotizzatore suggerisse al soggetto di fare qualcosa
di pericoloso o di violento, come sparare a qualcuno, il soggetto
in genere ignorerà la suggestione o si risveglierà dallo stato

133
ipnotico, talvolta in preda all’angoscia. In genere la spiegazione
che si dà di questo fatto è che le suggestioni ipnotiche
funzionano bene a patto che non entrino in conflitto con le
nostre convinzioni più radicate.
Esiste poi anche una spiegazione più inquietante, che diverrà
più chiara dopo che avrete letto il prossimo capitolo, sulla
trance consensuale. Quando una persona è ipnotizzata,
l’ipnotizzatore può indurre una suggestione postipnotica in base
alla quale il soggetto non potrà essere ipnotizzato da nessun
altro. Finché questa suggestione non si esaurirà, il che, secondo
i casi, potrebbe richiedere ore o mesi, il soggetto non sarà
ipnotizzabile da nessun’altra persona, pur rispondendo ad altre
eventuali induzioni ipnotiche ad opera del primo ipnotizzatore.
Questa suggestione potrebbe essere modificata in modo da
rendere il soggetto ipnotizzabile anche da altre persone, ma
incapace di rispondere a certi tipi di suggestione. Esaminando la
struttura della coscienza ordinaria e le caratteristiche che la
accomunano allo stato di trance, ci accorgeremo che la
resistenza a una suggestione antisociale creata durante l’ipnosi,
potrebbe riferirsi in parte a una virtù morale, ma potrebbe anche
significare, semplicemente, che l’ipnotizzatore originale, ossia
la cultura, ha lasciato delle suggestioni analoghe a quelle
postipnotiche, che bloccano ogni successivo cambiamento.

LO SCETTICISMO CIRCA LA REALTÀ


DELL’IPNOSI
Sarebbe del tutto comprensibile che una parte della vostra
mente sia piuttosto incredula, soprattutto se aggiungerò che
esistono fenomeni ipnotici ben più spettacolari di quelli previsti
dal Modulo C: abbiamo due moduli specifici basati sulla Scala
Stanford di sensibilità all’ipnosi per testare i soggetti davvero
suggestionabili!

134
Io stesso ho ipnotizzato delle persone servendomi di questi test
standardizzati e ho visto accadere questi fenomeni decine e
decine di volte. Proprio per esserne stato più volte testimone,
non posso fare a meno di accettarli come reali. O posso?
In fondo, puzzano di magia lontano un miglio. Non c’era di
mezzo nessuna droga, nessuna operazione al cervello, nessuna
potente emozione che spingesse queste persone a tali estremi.
Due estranei erano seduti in una stanza che non aveva niente di
speciale. La persona chiamata ipnotizzatore non faceva altro che
parlare a quella chiamata soggetto. Eppure, la realtà del
soggetto cambiava in modo tanto drastico da apparire
impossibile. Quando l’incantesimo del mago (le sue parole)
trasforma la realtà, non è forse magia?

ALCUNE SPIEGAZIONI DELL’IPNOSI


Rispetto al tentativo di comprendere e spiegare il fenomeno
dell’ipnosi, la maggior parte dei teorici è suddivisibile in due
categorie generali, i creduloni e gli scettici. I teorici che ci
credono in genere prendono per buono il comportamento del
soggetto e ciò che poi riferisce: quando il soggetto non reagisce
all’odore dell’ammoniaca e racconta di non aver sentito niente,
è perché davvero non ha sentito alcun odore. I teorici scettici
considerano invece i fenomeni legati all’ipnosi intrinsecamente
improbabili o impossibili, e ritengono quindi che il soggetto
prenda parte a una sorta di finzione: ha sentito l’odore
dell’ammoniaca ed è stato terribile, ma si è comportato come se
non l’avesse sentito, mentendo sulla sua esperienza.

Teorie esperienziali dell’ipnosi


Penso che la definizione di “creduloni” attribuita alla prima
categoria di teorici debba essere stata coniata da un teorico

135
scettico; il termine ha infatti una connotazione di ingenuità. Io
preferirei utilizzare il termine esperienziale, per indicare in
maniera più neutrale che questi teorici accettano il
comportamento e i resoconti del soggetto ipnotizzato come
affidabili indicatori dell’esperienza che ha vissuto.
I teorici dell’approccio esperienziale hanno difficoltà a spiegare
in modo più approfondito l’esperienza dei soggetti ipnotizzati.
Perché la loro esperienza può risultare così profondamente
alterata? Un’importante linea di pensiero è quella che asserisce
che l’ipnosi comporta profondi cambiamenti psicologici a
livello del sistema nervoso, paragonabili al sonno o agli stati
indotti dall’uso di sostanze stupefacenti. Sfortunatamente per
questa teoria, tali cambiamenti non sono stati individuati. Fermo
restando che le onde cerebrali forniscono indicazioni piuttosto
approssimative, quelle presenti nei soggetti ipnotizzati sono
praticamente identiche a quelle rilevate in uno stato di coscienza
ordinario. Altri cambiamenti fisiologici risultano legati al
rilassamento che normalmente accompagna l’ipnosi. Tuttavia,
se per mezzo della suggestione si eliminano il rilassamento e i
cambiamenti fisiologici ad esso associati, la persona rimarrà
comunque profondamente ipnotizzata.
Probabilmente, quando disporremo di strumenti
sufficientemente avanzati e sensibili, saremo in grado di rilevare
nell’ipnosi qualche tipico cambiamento fisiologico. Già ora
alcuni indizi sembrerebbero indicare la presenza di certi
cambiamenti nell’ambito dei potenziali evocati del cervello, per
esempio, in relazione alle allucinazioni negative, ma
servirebbero cambiamenti più vistosi per spiegare che cos’è
l’ipnosi. E poi, ancora più importante è il fatto che non siamo
ancora riusciti a spiegare in che modo si possano produrre
cambiamenti tanto profondi semplicemente parlando a una
persona.

136
Teorie scettiche sull’ipnosi
I teorici scettici suppongono che i comportamenti associati
all’ipnosi siano in realtà “normali”, che rientrino cioè tra quelle
che sono le nostre capacità ordinarie. Sono solo più rari e
insoliti. Quando ne osserviamo parecchi tutti in una volta nel
contesto che chiamiamo ipnosi, commettiamo l’errore di credere
che abbiano qualcosa di speciale. Inoltre, questi teorici, in
genere ipotizzano che l’aperta adesione alle suggestioni sia
soprattutto questione di recitare una parte. Il soggetto non
sarebbe affatto in chissà quale misterioso “stato” ipnotico, ma in
uno stato perfettamente normale, intento a recitare la parte di un
soggetto ipnotizzato.
Le teorie scettiche esistono fin da quando l’ipnosi venne
introdotta nella nostra cultura da Anton Mesmer col nome di
“magnetismo animale”. Per esempio: un medico inglese di
stanza in India, James Esdaile, scoprì che l’ipnosi in molti casi
poteva servire ad anestetizzare i pazienti prima di un intervento
chirurgico. L’anestesia chimica non era ancora stata scoperta. Il
novantacinque percento dei pazienti che finivano sotto i ferri,
oltre a soffrire terribilmente, moriva a causa dell’operazione.
Esdaile riferì che non solo i suoi pazienti indiani non provavano
dolore, ma che il novantacinque percento di loro sopravviveva
all’intervento chirurgico.
Le riviste mediche inglesi si rifiutarono di pubblicare i suoi
articoli. Quando tornò in Inghilterra, organizzò una
dimostrazione a beneficio dei suoi colleghi del Collegio
britannico dei medici e dei chirurghi. Dopo aver ipnotizzato un
uomo che aveva una gamba in cancrena, gliel’amputò davanti a
tutti loro mentre l’uomo rimaneva sdraiato tranquillo e
sorridente. La conclusione di questi colleghi scettici? Esdaile li
aveva presi in giro. Aveva assoldato un incallito furfante che
per una moneta d’oro era rimasto sdraiato fingendo di non

137
sentire dolore.
Certo dovevano esserci furfanti molto incalliti a quei tempi.

LE TRE DIMENSIONI DELL’IPNOSI


Credo che la realtà sia che esiste un’ampia gamma di possibili
reazioni all’induzione ipnotica, di modo che sia la posizione
esperienziale che quella scettica sono in parte vere, a seconda
della persona di cui si parla e del momento al quale ci si
riferisce.
Ronald Shor, che ha condotto importanti studi sull’ipnosi, ha
parlato di tre dimensioni relative alla profondità ipnotica,(2) di
tre diversi tipi di alterazione delle funzioni psicologiche che
potrebbero verificarsi singolarmente o combinati tra loro in
seguito all’ipnosi. Queste tre dimensioni sono il coinvolgimento
nell’interpretazione di un ruolo, la trance, e la regressione
arcaica. Anche le variazioni nel funzionamento quotidiano della
nostra mente sono suddivisibili in queste tre dimensioni.

Il coinvolgimento nell’interpretazione di un ruolo


Il concetto di interpretazione di un ruolo è comprensibile a tutti.
Un attore che interpreta Amleto sul palcoscenico, sa bene che
egli in realtà non è Amleto, bensì se stesso che recita quella
parte. Nella vita interpretiamo anche noi vari ruoli chiaramente
artificiosi; non siamo noi quei personaggi. Quando gli viene
detto che la segretaria del laboratorio di ricerca ha bisogno di
porgli delle domande attraverso l’interfono, per esempio, il
soggetto che interpreta il ruolo di una persona in un profondo
stato di ipnosi immagina il tipo di domande che potrebbero
fargli in tali circostanze e pronuncia quindi ad alta voce delle
risposte sensate. Ciò che era iniziato come una recita può
tuttavia cambiare. Il concetto di coinvolgimento

138
nell’interpretazione di un ruolo si riferisce al fatto che invece di
recitarlo deliberatamente possiamo incominciare a identificarci
con il ruolo interpretato. Ci mettiamo il cuore; dimentichiamo
che si tratta solo di una parte. Potrà addirittura prendere il
sopravvento, e in tal caso sarà il ruolo ad interpretare noi.
Ci sono persone che in risposta all’induzione si limitano
semplicemente a interpretare il ruolo di un soggetto ipnotizzato,
ma per i più il ruolo comincerà ben presto a diventare
automatico, e in varia misura inconscio. In casi estremi, il
soggetto completamente avvinto dalla parte mostrerà tutti i
comportamenti esterni tipici di una persona profondamente
ipnotizzata. Di fatto, sarà convinto di non avere altra scelta, e il
dubbio che così non sia non lo sfiorerà neppure; egli assumerà
automaticamente il comportamento che si aspetterebbe da un
soggetto ipnotizzato; si dimenticherà che sta interpretando un
ruolo. Se in seguito gli verranno poste delle domande riguardo
all’aspetto interiore dell’esperienza vissuta, tuttavia,
probabilmente risponderà di non aver provato niente di
straordinario. Non sentiva la pesantezza del braccio, ma gli
sembrava che l’unica cosa sensata da fare fosse abbassarlo
come se lo sentisse pesante. Il coinvolgimento
nell’interpretazione di un ruolo è una forma di identificazione,
un potente processo che analizzeremo nei Capitoli 11 e 12.

La trance
La dimensione della trance si riferisce a un dissolvimento della
struttura intellettuale con la quale valutiamo automaticamente le
nostre esperienze. Shor chiamava tale struttura orientamento
generale della realtà. Io l’ho ribattezzata orientamento
consensuale della realtà (OCR), per togliere quel senso di ovvia
veridicità che l’aggettivo “generale” comporta e per ricordare
che l’orientamento rispetto alla realtà dipende in larga misura
dal consenso vigente nella nostra particolare cultura

139
che viene dall’ambiente circostante; un’allucinazione è la totale
creazione di una percezione a partire dal nulla. Se entrate in una
stanza poco illuminata e lì per lì scambiate un cappotto su un
appendiabiti per un uomo che si aggira nell’ombra, avete avuto
un’illusione. Se questo stesso uomo inesistente (stando
all’opinione di tutti gli altri) vi accompagna fino al salone vuoto
e bene illuminato, si tratta di un’allucinazione.(6) Possiamo
considerare le illusioni e le allucinazioni come i punti estremi di
un continuum relativo alla simulazione del mondo.
Nell’illusione, la simulazione comincia con uno stimolo
sensoriale, dando però luogo a una rappresentazione che lascia
molto a desiderare. All’estremo opposto, quello
dell’allucinazione, il processo di simulazione produce una
percezione, una simulazione interna, senza che intervenga
alcuno stimolo esterno.
I tre fenomeni ipnotici sopra descritti sono esempi di
allucinazioni. Queste possono verificarsi anche nella trance
consensuale, ma in genere vengono considerate (dalle altre
persone che si trovano nella trance consensuale) talmente
inusuali da essere in rapporto con la pazzia. Le illusioni, invece,
sono all’ordine del giorno, anche se non sempre vengono
riconosciute per quello che sono. Se sono piccole distorsioni del
mondo esterno, o se le persone che rispettate e che condividono
il vostro stesso stato di trance consensuale (persone importanti e
“normali”) hanno illusioni simili alle vostre, nessuno penserà
che si tratti di illusioni; tutti crederanno di essere perfettamente
in contatto con la realtà.
Considerate la familiare storia di cronaca in cui
improvvisamente si scopre che un giovanotto apparentemente
normale e garbato è in realtà un pluriomicida. Tutti i vicini di
casa rimangono scioccati: era un giovane tanto gentile. Possibile
che fosse così bravo a fingere? Indubbiamente deve essergli
riuscito piuttosto bene, ma ci saranno anche state diverse

170
occasioni in cui si è comportato in modo “strano”, che non era
da lui. Quando funziona a dovere, il nostro apparato percettivo è
straordinariamente sensibile. Come è possibile che ai vicini
siano sfuggiti tutti quegli strani episodi?
Col senno di poi, i vicini di casa probabilmente cominceranno a
ricordare certe strane cose che il giovane aveva detto o fatto.
Nel momento in cui erano accadute, avevano sì percepito queste
cose, ma non le avevano “riconosciute”. Poiché non
coincidevano con le loro aspettative, non venivano percepite;
ovvero, non venivano affatto incluse nelle simulazioni della
realtà esterna create dalla mente. Noi viviamo in una cultura
abbastanza amichevole, e preferiamo pensare che la gente sia
“garbata”. Alcuni tipi sospettosi potrebbero aver notato queste
strane cose, ma i più si sono adeguati a una percezione della
realtà educata e benevola. Tutto ciò che percepiamo viene
costruito in modo ordinato: dall’enorme massa di impressioni
che ci ruotano intorno selezioniamo (o per meglio dire, le nostre
abitudini automatiche selezionano) solo quelle che meglio si
adattano alle nostre aspettative.
Molte persone, ovviamente, distorcono le proprie percezioni
nell’opposta direzione. Credono di cogliere implicazioni sinistre
in azioni del tutto innocenti. Le loro simulazioni automatiche
della realtà invece di quelli positivi mettono in luce gli aspetti
negativi di ogni situazione. Di fatto, nel sistema di Gurdjieff
relativo ai tipi di falsa personalità una delle tipologie
fondamentali coglie continuamente queste sinistre possibilità
nel comportamento altrui.(7)

Sogni notturni e sogni a occhi aperti


Nell’ipnosi, un soggetto può arrivare a “sognare” dietro
suggestione. Spesso l’ipnotizzatore potrà specificare il
contenuto del sogno. Per molti soggetti l’esperienza del sogno

171
ipnotico somiglierà a una vivida fantasia; per altri, il sogno sarà
per molti versi altrettanto vivido e reale di un sogno notturno. I
lettori che fossero interessati ai sogni ipnotici troveranno
informazioni più dettagliate in un mio articolo sull’argomento.
(8)

La cultura occidentale si sforza ben poco di influire sul


contenuto dei sogni notturni, insegnando piuttosto a molte
persone (ma non a tutte) a considerarli insignificanti, qualcosa
che non vale neppure la pena di ricordare, e che sicuramente
non è il caso di prendere sul serio. Sicuramente sono state spese
molte più energie per influenzare la natura e il contenuto dei
nostri sogni ad occhi aperti, delle nostre fantasie.
Quand’è stata l’ultima volta che avete fantasticato di viaggiare
nel mondo dello spirito? Quasi tutti noi dovremmo rispondere
che è stato molto tempo fa, se mai l’abbiamo fatto. Qualcuno
dirà “ieri”, ma in genere si tratterà di persone che non amano
parlare di queste cose in pubblico. Sanno bene che le persone
“normali” non fanno sogni ad occhi aperti su queste cose. Soldi,
sesso, potere, avventure spericolate, viaggi in luoghi esotici;
sono queste le cose che si addicono ai sogni ad occhi aperti
degli occidentali, e non le stramberie. In genere il contenuto dei
nostri sogni, anche di quelli ad occhi aperti, rispecchia
perfettamente le norme della realtà consensuale. Di fatto, gran
parte delle cose “proibite” di cui sognamo di notte o durante il
giorno è ben nota alla cultura in cui viviamo. Una cultura
intelligente provvederà a dotarsi di valvole di sicurezza interne,
cose ufficialmente proibite di cui però si fa largo uso per
alleggerire la tensione. Il fatto di riuscire a sminuirle
definendole “sogni ad occhi aperti”, riduce la nostra paura di
servircene.

Cambiamenti di personalità

172
L’effetto di regressione dell’età che può aver luogo nell’ipnosi,
trova un corrispettivo nella trance consensuale nel fenomeno dei
molteplici sé o delle personalità subordinate. Essere come
quando avevate cinque anni significa avere una diversa
personalità rispetto a quella attuale. In certe situazioni, non solo
recitiamo un determinato ruolo, ma ci identifichiamo con quel
ruolo, riportiamo in vita la personalità subordinata
corrispondente. I cambiamenti avvengono automaticamente,
attivati dalle esigenze che contraddistinguono le varie
situazioni. Il fenomeno dei molteplici sé è talmente diffuso e
importante che gli ho dedicato uno dei prossimi capitoli.

L’assenza di percezione
I fenomeni ipnotici relativi all’anosmia per l’ammoniaca e
all’allucinazione negativa delle tre scatole sono esempi estremi
di non percezione. Qualcosa è fisicamente presente nel vostro
campo visivo ma voi non lo percepite. Nel più semplice dei
casi, c’è qualcosa che non notate; la vostra simulazione del
mondo è un po’ sfocata. Nel caso più complesso, non solo non
percepite l’oggetto bloccato, ma avrete un’allucinazione
positiva di un oggetto appropriato e che riscuota approvazione,
in modo da non lasciare alcun vuoto nel vostro campo visivo.
Un soggetto particolarmente sensibile all’ipnosi, per esempio,
non percepisce alcuno spazio vuoto, nessuna “macchia confusa”
al posto della terza scatola. In quel punto vedrà la superficie del
tavolo, proprio come se lì non ci fosse realmente nulla a coprire
quella parte del tavolo.
Allo stesso modo, nella trance consensuale non riusciamo a
vedere tutta una serie di cose perché così vuole la suggestione
dell’ipnotizzatore culturale. Un esempio particolarmente
impressionante riportato dai testi di antropologia riguarda gli
abitanti delle isole dei Mari del Sud, che all’epoca dei fatti non
avevano mai visto un uomo bianco o una nave di dimensioni

173
maggiori di una grande canoa. Quando il Capitano Cook giunse
per la prima volta in una baia dell’isola, gli abitanti del luogo
non mostrarono il minimo segno di aver visto la nave,
nonostante ce l’avessero davanti agli occhi. Poi dalla nave partì
una piccola imbarcazione diretta verso la terraferma;
immediatamente individuata, mise in allarme gli abitanti
dell’isola ai quali sembrava essere sbucata dal nulla. L’idea di
un’imbarcazione grande come quella del Capitano Cook era
inconcepibile per gli isolani; poiché tutte le barche rientravano
in una certa gamma di dimensioni, quella di Cook aveva
provocato un’allucinazione negativa.
Per noi è difficile applicare quest’idea a livello personale.
Com’è possibile avere qualcosa proprio davanti agli occhi e non
percepirlo? Pensate al pluriomicida: col senno di poi, nel suo
modo di comportarsi non c’erano forse state diverse piccole
stranezze che avrebbero potuto mettere in allarme la gente circa
la sua pericolosità?
L’insensibilità agli odori, come accade nell’anosmia, è un
fenomeno davvero interessante. Nella nostra cultura crediamo
che mentre gli animali hanno un ottimo odorato, negli esseri
umani questo senso sia piuttosto atrofizzato. Eppure, anche noi
abbiamo un odorato estremamente sensibile, molto più di
quanto crediamo. Recenti ricerche hanno dimostrato che gli
esseri umani emanano ferormoni, sostanze chimiche che hanno
effetti potenti. Le donne che vivono insieme dormendo nella
stessa stanza, per esempio, dopo alcuni mesi cominciano ad
avere le mestruazioni in sincronia. Le madri riescono a
distinguere gli indumenti dei propri familiari da quelli degli
estranei dall’odore di piccole tracce di sudore rimaste nei
tessuti.
Molte persone che sono riuscite a liberarsi da questo tabù
culturale affermano di riuscire a farsi un’idea dello stato

174
emotivo in cui si trova un determinato individuo grazie al suo
odore. Alcuni psichiatri, per fare un ulteriore esempio, vanno
affermando da molto tempo di essere in grado di diagnosticare
la schizofrenia grazie al caratteristico “strano odore” che emana
da questi pazienti. Se questo corrisponde a verità (e la mia
esperienza lo conferma), e se siamo davvero interessati a come
stanno gli altri (“Ciao, come stai?”), perché non annusiamo le
ascelle? Perché mai è invalsa l’abitudine di cospargerci le
ascelle di prodotti chimici che ne coprono l’odore?
Come cultura, non siamo particolarmente interessati al processo
di induzione della trance consensuale in sé. Ci preoccupiamo
molto dell’“educazione” ma siamo poco consapevoli di quanto
di ciò che chiamiamo “educazione” coincida soprattutto con
l’induzione della trance consensuale. Quello che ci interessa è
formare delle persone “affidabili e normali”, soggetti
culturalmente ipnotizzati che quando nel mondo esterno si
presenterà una certa situazione, proveranno e faranno
automaticamente la cosa giusta. Quando la gente normale vede
A, prova “naturalmente” B e fa C. questo trova un’immediata
corrispondenza nel comportamento di un soggetto sottoposto a
una normale suggestione ipnotica, il quale vedendo o sentendo
X, proverà Y e farà Z.

L’INDUZIONE CONTINUA
Anche se ci siamo concentrati sulla prima infanzia come
periodo in cui l’induzione della trance consensuale è più
intensa, non dobbiamo pensare che solo perché siamo diventati
adulti il processo di induzione sia terminato.
La trance consensuale viene costantemente rafforzata e va
sempre più approfondendosi. Questo intento è in parte
consapevole, come nel caso della pubblicità televisiva
finalizzata alla vendita di prodotti oppure, cosa che ormai non è

175
troppo diversa, nel caso dell’attività politica per promuovere
programmi e candidati. La pubblicità si fonda sul fatto che
essendo le nostre associazioni e i nostri condizionamenti
abbastanza simili, i messaggi giusti riusciranno a manipolarci
facendoci desiderare il prodotto in questione. Anche la
pubblicità che sembra fare appello al pensiero razionale in
genere è manipolatoria: ci sono persone che hanno bisogno di
credersi razionali, e a queste i pubblicitari forniscono materiale
che confermi questa convinzione, inducendole però al tempo
stesso a comprare il prodotto pubblicizzato.
Gran parte dello sforzo che punta a rafforzare la trance
consensuale, non è voluto né consapevole, e si esplica infatti
meccanicamente. Ogni volta che venite ricompensati o che
riuscite a trarvi d’impiccio reagendo in modo automatico e
condizionato, ciò avrà l’effetto di rafforzare la trance
consensuale. Gran parte delle interazioni sociali produce questo
effetto. Io mi comporto normalmente, tu ti comporti
normalmente e la nostra abitudine alla normalità diventa ogni
giorno più forte. Se stiamo cercando di risvegliarci, eventuali
spiacevoli conseguenze delle nostre normali azioni potrebbero
essere una vera e propria benedizione, ma non possiamo certo
contare sul fatto di trovarci casualmente nell’esatta
combinazione di spiacevoli circostanze che potrà farci
risvegliare. Inoltre, il nostro condizionamento culturale ci
impedisce di mettere in discussione le cose troppo
profondamente, perfino quando la nostra vita non è granché,
perché rimane la speranza che tutto andrà meglio in seguito.
Come vedremo poi, per neutralizzare le continue suggestioni
che ci inducono a dormire comodamente nella trance
consensuale, è necessario compiere uno sforzo continuo, lo
stesso necessario per capire come si è sviluppata la trance e per
uscirne.
Ognuno di noi si trova in uno stato di profonda trance, di

176
coscienza consensuale, in uno stato di sospensione delle facoltà
vitali, di torpore, in cui siamo incapaci di funzionare al massimo
delle nostre potenzialità. La nostra vita è dominata da modelli
percettivi, cognitivi, emotivi e comportamentali automatici e
condizionati. Per troppa parte della nostra vita siamo
esattamente come la versione più evoluta della gru/smistatrice:
sembriamo intelligenti e coscienti, ma tutto avviene in base a
programmi automatici. Un tempo molti di questi programmi
potrebbero essere stati necessari all’adattamento, ma ormai non
funzionano più molto bene; di fatto, potrebbero addirittura
distruggerci. Vivendoci immersi, diamo il nostro contributo alla
follia collettiva.
“Ma”, direte voi, “Io non mi sento in trance!” Certo che no. Noi
pensiamo alla trance come a qualcosa di insolito, e al nostro
stato ordinario come a qualcosa di usuale. Solo ragionandoci
sopra, come abbiamo fatto in questo capitolo, possiamo renderci
conto di essere in trance, oppure facendo esperienza di cosa
significhi esserne fuori, essere svegli. Nei prossimi capitoli
continueremo a esaminare i dati psicologici relativi alla
coscienza consensuale, passando poi a esaminare il modo di
ottenere momenti di maggiore lucidità, che al concetto di trance
consensuale conferiscano una realtà diretta, esperienziale.

1) Il processo di induzione della trance consensuale inizia probabilmente ancora prima


della nascita. Il nascituro potrebbe in alcuni casi subire l’influsso degli equilibri
neurochimici dell’organismo materno, che rispecchiano gli stati emotivi della
donna. Recenti studi hanno inoltre dimostrato che all’interno dell’utero il suono
delle parole è perfettamente udibile, e quindi la struttura della lingua di una data
cultura, oltre ai vari stati emotivi che si riflettono nel tono di voce (alto, concitato
ecc.), potrebbe avere qualche effetto sul feto.
2) Talvolta nell’ipnosi ordinaria il soggetto proietta inconsciamente gli atteggiamenti
della propria infanzia sull’ipnotizzatore. Questa è la dimensione del transfert che ha
luogo nell’ipnosi, di cui abbiamo parlato nel Capitolo 9. Essa incrementa
sensibilmente la capacità dell’ipnotizzatore di alterare la realtà del soggetto e di
controllarne il comportamento.
3) I lettori noteranno che i miei condizionamenti di bianco appartenente alla classe

177
media sono evidenti in questi come in altri esempi. Per ragioni di semplicità, in
questo capitolo ignorerò le differenze di estrazione sociale, etniche, razziali e
sottoculturali riscontrabili negli Stati Uniti.
4) Come esempio interessante della qualità semiarbitraria delle nostre simulazioni
della realtà, voglio raccontare di come una volta istruii diversi soggetti
particolarmente sensibili all’ipnosi a simulare lo spazio personale in modo diverso.
Dopo aver spiegato loro il concetto mentre erano sotto ipnosi, li suggestionai in
modo che ritenessero di poterlo sentire o percepire in un modo per loro altamente
significativo. Questa percezione sarebbe durata anche una volta tornati alla
coscienza consensuale; da quel momento avrebbero dovuto svolgere le loro normali
attività quotidiane portandosi dietro un quaderno su cui scrivere le loro osservazioni
relative allo spazio personale.
I risultati furono davvero affascinanti. Alcuni soggetti avevano sentito lo spazio
personale con il tatto, altri l’avevano percepito come una luce fioca o una nebbia
che li circondava. Ciò che prima era implicito, automatico e inconscio, era
diventato un’esperienza “sensoriale diretta”. Ovviamente non era una vera e propria
esperienza sensoriale, veniva solo simulata come tale, era quella la sua realtà
interiore.
5) Questo esempio di equazione inconscia, come il precedente, è alquanto
semplicistico ma va detto che spesso la mente inconscia opera proprio in maniera
letterale e semplicistica.
6) Qui non ci occupiamo delle cosiddette allucinazioni che potrebbero avere una certa
base reale, come quelle che veicolano informazioni ricevute a livello
extrasensoriale o intuitivamente.
7) Cfr. J. Lilly e J. Hart, “The Arica Training” in C. Tart (a cura di), Psicologie
Transpesonali, Edizioni Crisalide.
8) C. Tart, “The Hypnotic Dream: Methodological Problems and a Review of the
Literature”, Psychological Bulletin 63, pp. 87-99.

178
11

L’IDENTIFICAZIONE

Pensate al mese e al giorno in cui siete nati. Lo chiameremo


giorno M. Io sono nato il 29 aprile. Ora leggete le due seguenti
affermazioni ad alta voce, pensando alla vostra data di nascita
nel punto in cui la seconda frase dice “giorno M”:
Chi è nato il 29 aprile è un buono a nulla.
Chi è nato il giorno M è un buono a nulla.
Che effetto vi fanno queste due affermazioni?
Se siete come la maggior parte delle persone, la prima frase
riguardante le persone nate il mio stesso giorno sarà
semplicemente un’informazione, magari vi sembrerà
un’affermazione un po’ pesante, ma sostanzialmente per voi
sarà lo stesso genere di informazione contenuto in una frase tipo
“A Fairbanks, in Alaska, la temperatura è attualmente di
trentanove gradi Fahrenheit”. Sono solo dati. La stessa
affermazione fatta a proposito delle persone (voi!) nate lo stesso
vostro giorno è un’altra cosa. “Chi dice che sono un buono a
nulla?”

Il sottosistema “Senso di Identità”


Alcuni anni fa, analizzando la natura degli stati alterati di
coscienza, incluso il nostro normale funzionamento nello stato

179
ordinario, definii sottosistema del “Senso di Identità” una delle
componenti della coscienza.
La funzione primaria del sottosistema Senso di Identità
consiste nell’attribuire alla categoria “questo sono io”
certi aspetti dell’esperienza, certe informazioni presenti
nella coscienza, creando così un senso dell’ego.
Presumibilmente esistono strutture semi-permanenti che
dettano i criteri per stabilire come determinare il senso
di identità… Qualsiasi informazione assimilabile alla
categoria “questo sono io” acquisisce una considerevole
forza supplementare e quindi la capacità di suscitare
potenti emozioni e di esercitare, tra l’altro, un notevole
controllo sull’energia assorbita
dall’attenzione/consapevolezza. Se io vi dicessi che “la
faccia di qualcuno che non conoscete, un certo signor
Johnson, è brutta e ributtante”, questa informazione
probabilmente non vi sembrerà molto importante. Ma se
vi dicessi “la tua faccia è brutta e ributtante”, sarebbe un
altro paio di maniche! In alcune circostanze queste
parole potrebbero precedere un atto più aggressivo, dal
quale vorrete difendervi, ma spesso commenti di questo
genere sono semplicemente seguiti da altre frasi
analoghe; eppure reagite a quelle parole come a un vero
e proprio attacco fisico. Aggiungere all’informazione il
concetto di ego altera radicalmente il modo in cui
l’informazione viene trattata dal sistema di coscienza nel
suo insieme.(1)
A prescindere dall’effettiva natura delle strutture che ne sono
alla base, il processo di identificazione è uno dei più importanti
tra quelli che influiscono sulla vita umana. Si tratta di un
processo che comporta la definizione di sé come una semplice
frazione di ciò che si potrebbe essere. Considereremo ora tale
processo, senza preoccuparci troppo, per ora, della particolare

180
natura o qualità degli oggetti dell’identificazione, le cose, le
persone, le cause, i concetti, ecc. cui viene associata la categoria
“questo sono io!”

L’UNIVERSALITÀ DELL’IDENTIFICAZIONE
Uno dei motivi per cui non è ancora il caso di preoccuparsi
troppo degli oggetti dell’identificazione è che questo processo è
talmente potente e universale da farmi venire il sospetto che ci
si possa identificare con qualsiasi cosa: il proprio nome, il
proprio corpo, ciò che si possiede, la famiglia, il lavoro, gli
strumenti da lavoro, la comunità, “la causa”, il proprio paese,
l’umanità, il pianeta, l’universo, Dio, un’unghia del dito, la
vittima di un articolo di cronaca riportato da un giornale…
L’elenco delle cose con cui la gente si può identificare è
interminabile.
Una volta che ci si sia identificati con un oggetto, questo ottiene
la nostra attenzione preferenziale ed è investito di una forza
psicologica molto maggiore rispetto a quella destinata a oggetti
o idee che per noi non sono altro che oggetti qualsiasi o mere
informazioni. Proverò a rinfrescarvi la memoria scrivendo di
“me!” Questa grande forza potrebbe essere semplicemente
dovuta alla quantità di attenzione prontamente accordata
all’oggetto con cui ci si identifica, ma potrebbe benissimo
essere ulteriormente potenziata stabilendo un contatto, conscio o
inconscio, con le fondamentali emozioni biologiche legate
all’autoconservazione. Un affronto verbale, per esempio,
minaccia una parte di voi con la quale attualmente vi
identificate, ma a causa di certe insicurezze di fondo questo
attiva anche l’istinto di sopravvivenza del vostro organismo, e
l’adrenalina comincia a scorrere come se davvero vi trovaste
fisicamente in pericolo; vi ritrovate allora con una grande
quantità di energia per affrontare l’incombente minaccia. Se la

181
minaccia riguarda l’oggetto con cui mi identifico, essa è rivolta
a “me!”

Una spiegazione pratica


Per illustrare il meccanismo di identificazione durante i
seminari, a volte metto un sacchetto di carta sul pavimento, in
mezzo alla stanza. Il sacchetto non ha proprio niente di speciale,
all’inizio. Uno scatolone vuoto andrebbe altrettanto bene. Poi
invito i presenti a concentrare lo sguardo e l’attenzione sul
sacchetto cercando di identificarsi con esso, di pensare al
sacchetto come a “me!”, di amarlo e di trattarlo come
tratterebbero se stessi. Non abbiamo qui a che fare con nessuna
complessa induzione ipnotica o tecnica di meditazione; parlo
della cosa in modo assolutamente informale e ripeto le
istruzioni due o tre volte impiegando circa un minuto. I
partecipanti sono invitati a esercitare un certo controllo sul
processo normalmente involontario dell’identificazione.
Improvvisamente vado verso il sacchetto e lo schiaccio sotto ai
piedi! Qualcuno senza volerlo rimane senza fiato. Qualcun altro
sobbalza. I visi di queste persone tradiscono una rapida
successione di emozioni. A volte c’è chi protesta per la mia
crudeltà. Molti riferiscono di aver provato un dolore fisico
quando ho schiacciato il sacchetto. Molti altri rimangono
scioccati come se li avessi realmente colpiti. In ogni caso,
capiscono dove volevo arrivare. È fin troppo facile identificarsi
con qualsiasi cosa, rinunciando così a una parte del nostro
potere personale.
Ci sono cose con cui è più facile identificarsi rispetto ad altre.
Le sensazioni che provate (“mi prude”) e il vostro corpo sono
tra le più ovvie. Anche con i pensieri e le emozioni (“Ci ho
pensato prima io”; “Mi sento depresso”) è facile identificarsi,
perché in genere ci attribuiamo il merito di essere gli artefici dei

182
nostri pensieri, e le emozioni sono chiaramente qualcosa che
riguarda noi. L’identificazione con il proprio nome, poi, è
particolarmente forte.
Korzybski, il fondatore della semantica generale, metteva
costantemente in guardia dal pericolo di scambiare la mappa per
il territorio. Come psicologo, sono d’accordo con lui, ma devo
anche aggiungere che per lo più la gente sembra preferire la
mappa al territorio! Spesso far fare alla mappa, la simulazione
interiore della realtà, quello che si vuole, è più facile che
occuparsi del territorio, cioè del mondo esterno.

Gli insulti mi feriscono


Ricordate quella vecchia filastrocca per bambini?
Bastoni e sassi fan male alle ossa,
Ma se mi insulti sprechi una mossa!
Chiamami fesso e chiamami matto,
E chiama te stesso lurido ratto!
Da adulti ci rendiamo conto che questa filastrocca aveva lo
scopo di tenere alto il morale, ma è chiaro che dice una bugia.
Alla maggior parte di noi non capita tanto spesso di essere feriti
da bastoni o sassi, né di essere in altro modo attaccati a livello
fisico, ma quante volte lo siamo dagli insulti degli altri? Dalle
cose che gli altri dicono o da quello che non dicono? Ci
identifichiamo con una grande varietà di concetti e oggetti, che
in genere hanno un nome. Così, ci capita di essere
psicologicamente feriti quando quei nomi vengono presi di
mira.
Tutti noi abbiamo letto che nelle culture “primitive” la gente ha
un nome segreto. Questi “primitivi” sarebbero così sciocchi da
credere che se delle persone malintenzionate conoscessero il
loro nome segreto, si troverebbero esposti al rischio di subire un

183
attacco soprannaturale. Si tratta di una superstizione oppure
queste persone possiedono una sottigliezza psicologica più
avanzata della nostra?

I VANTAGGI DELL’IDENTIFICAZIONE
In genere, disponiamo di un certo numero di ruoli socialmente
definiti con cui ci identifichiamo; quello di genitore, ad
esempio, di persona istruita, di colui che sa ascoltare, di attivista
politico, o di pilastro della comunità. Spesso ci identifichiamo
poi con altre persone: un insulto a mia moglie è un insulto fatto
a me personalmente, e così via. Un altro fenomeno abbastanza
comune è quello per cui ci identifichiamo con persone che per
noi sono dei modelli, eroi ed eroine. Costoro possono anche
essere dei perdenti nel senso convenzionale che il termine
assume nel contesto sociale: ricordate la discussione sui
vantaggi secondari affrontata nel precedente capitolo.
Dal punto di vista dell’ipnotizzatore culturale, l’identificazione
è un processo molto utile, almeno nella misura in cui una
persona che si trova nella trance consensuale è stata indotta a
identificarsi con ruoli e valori che la società approva. Tale
identificazione fa parte della (implicita) definizione di normalità
di una data cultura. Le persone che si identificano
automaticamente con la bandiera e che si sentono
personalmente insultate quando leggono che qualcuno l’ha
bruciata saranno persone su cui contare per sostenere la cultura
ufficiale.
Il processo di identificazione potrebbe apparire utile anche da
un punto di vista personale. Quando uno studente viene da me e
mi pone una domanda, la mia identità di professore viene
immediatamente attivata, senza che da parte mia vi sia alcuno
sforzo cosciente. Mi comporto da professore dandogli una
risposta o spiegandogli dove potrà trovarla lui stesso. Questo ha

184
l’effetto di rafforzare la sua visione ordinata del mondo, in cui i
professori rispondono alle domande dei loro studenti. Anche la
mia visione ordinata del mondo risulta rafforzata; io sono un
docente che conosce le risposte e che gode del rispetto degli
studenti che desiderano avere delle risposte. Tutto sembra così
facile (anche se in realtà richiede un grande dispendio di
energia). Di fatto, in simili situazioni, per evitare di cadere
automaticamente e contro la mia volontà nell’identità di
professore dovrei esercitare un controllo volontario
dell’attenzione, di cui discuteremo dettagliatamente in seguito a
proposito del ricordo di sé di cui parlava Gurdjieff.
Come ulteriore esempio dell’apparente utilità
dell’identificazione, supponiamo che io stessi svolgendo un
compito lungo e noioso e dovessi assolutamente portarlo a
termine. In realtà preferirei piantare tutto lì e riposarmi o
svagarmi, fare insomma qualcosa di più coinvolgente.
Cominciano a venirmi in mente un sacco di altre cose più
interessanti che potrei fare in alternativa. Per esempio, potrei
dare una ripulita alla scrivania, fare delle telefonate o fare delle
copie dei dischetti del computer. Tutte queste idee (che siano
vere o no poco importa) funzionano come razionalizzazioni per
evitare di finire il lavoro necessario ma noioso che sto facendo.
Devo compiere un grande sforzo per costringermi a continuare.
Un momento però! Mi sono appena ricordato che io sono un
uomo responsabile e affidabile. Queste caratteristiche fanno
parte della mia identità personale, un’identità di cui vado fiero.
Portando a termine il mio compito, sarò ricompensato dai miei
stessi sentimenti di orgoglio, perché le persone affidabili
possono giustamente essere orgogliose di sé. Il fatto di riuscire
già ad assaporare la mia gratificazione (interiore) mi aiuta a
continuare il lavoro.
Analizzando meglio l’esempio sopra esposto, ci renderemo
conto che potrebbe semplicemente riferirsi a un cambiamento di

185
identificazione, piuttosto che al passaggio da uno stato di
mancata identificazione a un altro in cui questa ha invece luogo.
I compiti non sono di per sé noiosi o emozionanti; sono quello
che sono. Le persone invece, loro sì che si annoiano o si
appassionano. Tuttavia, qualcuno può trovare eccitante o
indifferente un compito che per qualcun altro è noioso. La mia
noia iniziale era forse dovuta al fatto che senza rendermene
conto tra tutti i possibili concetti di me stesso mi ero identificato
con quello che trovava noioso quel tipo di lavoro?
L’identificazione appare quindi un processo utile alla
mobilitazione automatica (ed efficiente?) dell’attenzione e
dell’energia in vista degli obiettivi da raggiungere. Bisogna però
dire che questo può essere un processo molto costoso.

I COSTI DELL’IDENTIFICAZIONE
L’identificazione ha i suoi costi, psicologicamente parlando,
conseguenze che potrebbero esserci sgradite.

Un processo statico in un mondo che cambia


Il primo grande costo dell’identificazione è dovuto a una certa
“staticità” che la caratterizza. Ci identifichiamo con ciò cui la
nostra mente attribuisce un’intrinseca qualità di permanenza (il
corpo, l’automobile, i beni materiali e gli eventi passati, per
esempio). Logicamente, a livello cosciente non siamo così
sprovveduti, ma è raro che riusciamo a pensare in maniera
logica e pienamente cosciente alle cose in cui ci identifichiamo.
Persino i concetti mentali in cui ci identifichiamo di solito
presentano una qualità solida, di oggetti: ciò che avete detto un
minuto fa ha assunto un carattere permanente; le vostre
decisioni presumibilmente saranno giuste per sempre; la vostra
visione del mondo dovrebbe equivalere a una verità assoluta;

186
dovreste sentirvi invariabilmente bene.
La difficoltà insita nel fatto di identificarsi con qualunque cosa
presente nel mondo fisico o nella propria mente, è che la realtà è
in costante mutamento. Molte filosofie e tradizioni spirituali
hanno specificatamente evidenziato come la realtà sia soggetta a
continui cambiamenti. Così, vi identificate in qualcosa che
inevitabilmente cambierà, che non rimarrà uguale a com’era
quando vi ci siete identificati. Finirete per rimanere delusi
perché la realtà dell’oggetto dell’identificazione non è più la
stessa. Quante volte ci è capitato di ascoltare qualcuno
lamentarsi che “lui/lei non è la persona meravigliosa che ho
sposato. È così cambiato/a!” Forse dovreste sforzarvi di
rinunciare a identificarvi con l’oggetto ormai mutato
dell’identificazione. Di norma però, il processo di
identificazione non ama i cambiamenti intenzionali, anche se i
suoi meccanismi involontari comportano molti rapidi e continui
cambiamenti.
Il corpo che sono “io!” si ammala, invecchia, e alla fine muore.
La macchina si rompe. I miei beni si rovinano, si logorano,
magari vengono rubati. Potrei tentare di aggrapparmi al ricordo
di eventi passati, ma la memoria potrebbe sbiadire e gli altri
forse cominceranno a mettere in dubbio che gli eventi in
questione siano realmente accaduti. E in ogni caso, i ricordi non
sono altrettanto soddisfacenti delle cose reali. Una mia
intuizione che l’anno scorso mi era parsa brillante comincia a
sbiadire: e se non fosse vero niente? Una studentessa alza la
mano durante una lezione. “A pagina 157 del suo Stati di
coscienza lei dice…”. Non sono più tanto sicuro che
sottoscriverei quell’affermazione ora come ora, ma la devo
comunque difendere, vi pare? Identificandoci con delle cose, ci
poniamo nella condizione di subire prima o poi una perdita.
L’insicurezza derivante dalla convinzione, assai diffusa nella
nostra cultura, che siamo esseri inadeguati e fragili in un

187
universo ostile rende ancora l’identificazione, quale possibile
scudo contro il cambiamento, ancora più irresistibile.

Chi ha scelto le vostre identificazioni?


Un secondo importante costo dell’identificazione viene dal fatto
che la maggior parte delle cose e dei ruoli con cui ci si identifica
non sono stati, a monte, scelte personali. Durante il processo di
acculturazione, con l’induzione della trance consensuale, siete
stati circuiti e condizionati a identificarvi con svariati ruoli,
idee, persone, cause e valori che potrebbero aver avuto poco o
nessun interesse per la vostra essenza o che potrebbero
addirittura esserle contrari. Di fatto, alcune delle persone con le
quali ci siamo identificati presentavano molti tratti
psicopatologici e sintomatici di uno scarso adattamento e
inevitabilmente abbiamo assimilato alcune delle loro mancanze.
Questo è vero soprattutto per quanto riguarda i nostri genitori.
Di solito la gente scopre certi aspetti di queste identificazioni
involontarie piuttosto tardivamente. Capita fin troppo spesso di
sentire frasi del tipo “Mi sono dato un gran da fare per finire la
facoltà di legge e ho praticato la professione per vent’anni
finché un giorno mi sono reso conto che in realtà la legge non
mi ha mai interessato. È che i miei genitori si aspettavano che
seguissi le orme di mio padre. Sotto sotto ho sempre detestato lo
stress di questo lavoro; mi è venuta l’ulcera e ho la pressione
alta. Ho sprecato gran parte della mia vita facendo una cosa che
non mi piace!”
Ricordate che l’identificazione trasferisce sulle cose attenzione
ed energia. Noi non disponiamo di quantità illimitate di energia
e di attenzione, perciò se le destiniamo ad alcuni oggetti di
identificazione, dovremo sottrarle al resto. Il fatto di
identificarci in determinate cose, conformemente al
condizionamento subito e senza considerazione alcuna delle

188
preferenze della nostra essenza, costituisce un aspetto cruciale
della vita, di ciò che chiamiamo la nostra personalità. Proprio
perché ci identifichiamo automaticamente con una quantità di
cose indipendentemente dalla nostra volontà, Gurdjieff parlava
della personalità in termini di “falsa personalità”.

L’automaticità dell’identificazione
Un terzo grande costo dell’identificazione dipende dal fatto che
si tratta di un processo troppo automatico. Se le varie identità
ben sviluppate di cui disponete fossero un guardaroba, se
poteste scegliere consciamente quale abito, quale identità
indossare per ogni specifica occasione, dato tutto ciò che sapete,
le vostre identità sarebbero strumenti molto utili. In genere però
accade che la situazione K evochi sempre automaticamente
l’identità K.
Se la complessità della situazione supera di gran lunga la
capacità dell’identità K di farvi fronte, tale identità (che in quel
momento siete “voi”) potrebbe dare il peggio di sé. Tutte le altre
identità che possedete, e il vero voi che potrebbe celarsi dietro a
queste, si ritroveranno a dover fare i conti con le conseguenze di
ciò che l’identità K ha fatto in quella situazione. Gurdjieff
condensava tutto questo ricordando che una qualsiasi delle
vostre molte identità può firmare un assegno o una cambiale:
tutti gli altri voi stessi dovranno pagare, che vi piaccia o meno.
Quante volte vi sarà capitato di chiedervi, “Perché mai ho
promesso di fare questo o quest’altro?” Ma la persona che se lo
domanda potrebbe non essere la stessa che ha fatto la promessa.
Il costo finale dell’identificazione deriva dal fatto che la
disponibilità immediata e automatica delle identità condizionate
può impedirvi di scoprire che non conoscete la vostra vera
identità, la vostra essenza, il vostro sé più profondo che si cela
dietro queste manifestazioni superficiali. Davvero siete il vostro

189
nome? O i ruoli che assumete? I vostri sentimenti? La vostra
mente intellettuale? Il vostro corpo?
Voi siete molto più di qualsiasi cosa in cui vi identifichiate.
Nel prossimo capitolo prenderemo in considerazione le
conseguenze dell’abitudine a identificarsi, gli stati di identità

1) Tart, Stati di Coscienza.

190
12

STATI DI IDENTITÀ

L’unità della coscienza è un assunto illusorio. L’essere


umano fa più di una cosa alla volta, in qualsiasi
momento, e la rappresentazione conscia di queste azioni
non è mai completa… in quanto agente attivo, prende
costantemente decisioni, è sempre intento a formulare o
ad attuare piani e gli piace credere di esercitare un
controllo su quello che fa; spesso, tuttavia, potrebbe
ingannarsi riguardo alle cause del suo comportamento…
L’unità della coscienza è un’illusione, dovuta in parte
all’opera di riempimento dei vuoti di memoria attraverso
il riconoscimento e il ricordo.
Più in generale, il problema della volontà solleva la
questione dell’unitarietà della personalità. Ci si chiede se
la forza di volontà è una qualità radicata che dura nel
tempo e che conferisce una certa unità al carattere
dell’individuo, oppure qualcosa di frammentario che
subisce l’influenza delle circostanze immediate. A
questo interrogativo si può rispondere in senso generale:
la personalità è molto meno unitaria di quanto vorremmo
credere, e la volontà è altrettanto soggetta alla
dissociazione dei processi percettivi.

Quale di queste citazioni attribuireste a un affermato psicologo

191
automatiche rese possibili da qualsiasi conoscenza rilevante, vi
aiutano a decidere come affrontare la situazione. Mentre
camminate per strada, per esempio, un uomo comincia a
parlarvi. Notate che è vestito in modo strano, che ha una strana
pronuncia e uno sguardo strano. Senza apparentemente
soffermarvi a pensare a tutto questo, “riconoscete subito” in
quell’uomo “un folle”. La conoscenza accumulata e socialmente
approvata vi suggerisce di non lasciarvi coinvolgere dai pazzi,
perciò lo ignorate e proseguite per la vostra strada. Senza queste
immediate associazioni che vi hanno consentito di riconoscere
subito la situazione come pericolosa o sgradevole, avreste
potuto lasciarvi “coinvolgere” da questo “pazzo”, e chissà allora
cosa sarebbe potuto accadere.
Questo tipo di associazione è talmente automatico che in genere
non lo notiamo, ed è necessario considerare la dissociazione per
renderci conto di quanto sia importante e imperante
l’associazione. Lo stato mentale di un bambino è simile a quello
di un soggetto profondamente ipnotizzato il cui ORC si è
stemperato in una relativa inattività. Non gli vengono subito in
mente molte altre informazioni, né si può dire che il processo di
associazione sia così automatico da evocare sempre un contesto
più ampio come corollario agli eventi in corso; perciò, le
suggestioni dell’ipnotizzatore culturale operano in uno stato
dissociato, privo di associazioni, che accresce il loro potere.
Gran parte dell’acculturazione e del condizionamento precede
qualsiasi significativa acquisizione del linguaggio. Sono incline
a credere che il linguaggio incrementi enormemente la nostra
capacità di fare associazioni, perciò la sua mancanza
contribuisce alla dissociazione caratteristica della mente
infantile. Quando, da adulti, abituati ormai a pensare in modo
prevalentemente verbale, cerchiamo di capire il fenomeno
dell’acculturazione e del condizionamento, è difficile recuperare
il ricordo di come sia avvenuto perché non lo abbiamo

159
conservato in forma verbale. Questo ha l’effetto di rendere
ancora più potente l’acculturazione avvenuta nei primi anni di
vita.

L’istintiva fiducia nei genitori


Un soggetto che si trovi in un profondo stato di ipnosi,
soprattutto se è coinvolta la dimensione della regressione
arcaica, ha sviluppato una notevole fiducia nell’ipnotizzatore.
Di fatto, questa fiducia ha in sé qualcosa di magico: certe cose
sono accadute solo perché l’ipnotizzatore aveva detto che
sarebbero successe. Anche i bambini hanno un’analoga fiducia
nei loro genitori. Come abbiamo precedentemente notato, il
genitore spesso appare onnisciente e onnipotente agli occhi del
bambino; questa profonda fiducia implica quindi una sorta di
magia, e rende disponibile il soggetto/bambino a ulteriori
suggestioni.

Le aspettative di permanenza
Infine, il punto fondamentale è che si presume che la trance
consensuale sia permanente e non solo un’interessante
esperienza di durata limitata. Le abitudini mentali, emotive e
fisiche di tutta la vita vengono stabilite quando, da bambini,
siamo ancora molto vulnerabili e suggestionabili. Molte di
queste abitudini non vengono semplicemente acquisite ma
condizionate; hanno cioè quella qualità compulsiva tipica del
condizionamento. Poiché si tratta di abitudini automatiche, non
hanno bisogno di essere supportate da una situazione specifica,
come è invece solitamente necessario nel caso dell’ipnosi
formale; esse agiscono infatti in quasi tutte le circostanze. Non
c’è più bisogno di impegnarsi per mantenere la trance
consensuale: è automatica.
Possiamo immaginare un individuo in grado di rendersi conto

160
che le cose che gli hanno insegnato altro non sono che i principi
propri della particolare tribù in cui è nato e non necessariamente
verità universali; la maggior parte delle persone, tuttavia, non
riesce a cogliere questo aspetto della trance consensuale che è
stata indotta in loro. Per molti versi, infatti, noi siamo quella
trance.

L’INDUZIONE DELLA TRANCE CONSENSUALE


Dunque, quando comincia l’induzione della trance consensuale,
l’ipnotizzatore culturale dispone di potere, conoscenza e risorse
di gran lunga superiori a quanto l’ipnotizzatore ordinario
potrebbe mai sperare di avere. L’ipnotizzatore culturale
possiede inoltre la “forza dell’innocenza”: egli non è
consapevole della trance consensuale in cui egli stesso si trova e
gli sembra di agire in modo assolutamente “normale”. Il
bambino, il soggetto, ignora quasi tutto e per la propria
sopravvivenza, per l’affetto, la felicità e l’approvazione dipende
effettivamente dagli ipnotizzatori culturali. Non c’è dunque da
stupirsi che questo processo induca una trance a vita.
L’induzione della trance culturale avviene per suggestioni
suddivisibili in diversi grandi gruppi, ognuno dei quali viene
ripetuto più volte, in varie forme. Il mancato adeguamento del
soggetto comporta una punizione e il ricorso a suggestioni tali
da indurlo a credere che se ce la metterà tutta, se farà il bravo,
riuscirà ad adeguarsi. In cambio del suo adeguamento riceverà
amore, piacere e approvazione.

I requisiti della “bontà”


Uno dei principali gruppi di suggestioni riguarda lo sviluppo
delle potenzialità che quella specifica cultura considera
positivamente. “Puoi frequentare il figlio dei nostri (rispettabili)

161
vicini”. “Puoi imparare la matematica; dovresti anche cercare di
prenderci gusto; ti servirà per farti strada nella vita”. “Sii gentile
con tuo zio; tu gli sei veramente simpatico anche se a te sembra
di no”. Il fatto di sviluppare delle potenzialità cui la cultura dà
valore, presenta degli immediati vantaggi. La cultura, a livello
sia implicito che esplicito, promette che tutto ciò che si può
desiderare, la massima felicità, sia raggiungibile attraverso lo
sviluppo di queste potenzialità, diventando normali. L’esempio
più ovvio, nella nostra cultura, è il Sogno americano: chiunque
può diventare miliardario lavorando sodo.

Sopprimere i pensieri e i comportamenti devianti


Un altro grande gruppo di suggestioni è imperniato sulla
soppressione della manifestazione comportamentale prima e
dell’esperienza interiore di pensieri e sentimenti che la cultura
considera riprovevoli poi. “Non devi metterti a litigare con gli
insegnanti!” “Alzare la voce è da maleducati”, per esempio.(3)
“Le persone normali parlano razionalmente delle loro
divergenze, non urlano”. “Il tuo insegnante non ce l’ha con te,
quindi non hai motivo di arrabbiarti”. “Sono contento di te
perché stai imparando a controllare la rabbia; sei molto più
simpatico adesso”. Molte suggestioni della trance consensuale
hanno lo scopo di reprimere del tutto, impedendo proprio che si
manifestino, le esperienze interiori che non godono di
approvazione o che sono poco conosciute. “Può anche esserti
sembrato vero, Johnny, ma tu ieri sera ti sei solo sognato di aver
visto uno strano uomo in camera tua”. “È colpa della tua
immaginazione”. “Le brave ragazze non pensano mai a…”.

Creare un senso del dovere


Un terzo importante gruppo di suggestioni ha a che fare con la
creazione di un senso del dovere rispetto alle norme culturali.

162
sistema unico di strutture o sottosistemi psicologici. Le parti o
gli aspetti della mente che possiamo distinguere a scopo
analitico (per esempio i ricordi, i valori e le capacità) sono
organizzati secondo un certo modello o sistema al quale viene
attribuito il senso dell’“io!” Il modello o sistema è lo stato di
identità. La natura del modello e gli elementi che costituiscono
tale modello determinano cosa riuscite e cosa non riuscite a fare
in quello stato. In uno stato di identità molto capace e sicuro,
per esempio, potreste azzardarvi a fare cose che in un altro stato
di identità non vi sognereste neppure di fare.
Gli stati di identità sono processi dinamici. Presentano aspetti
che cambiano continuamente nei particolari, anche quando il
modello complessivo rimane apparentemente uguale. Il
contenuto specifico dei miei ultimi pensieri, per esempio, è
cambiato da un pensiero all’altro, ma tutti ovviamente si
manifestano come parte di un modello che io chiamo il mio
scrittore. A volte penso che uno stato sia un po’ come un
giocoliere che lancia diverse palline facendole girare in tondo:
le palline si muovono continuamente, ma il motivo che formano
rimane circolare.
La conformazione di uno stato di identità è abbastanza stabile
finché hanno luogo uno o più eventi, esterni o interiori, che
costituiscono un importante stimolo per qualche altro stato di
identità. È abbastanza comune che siano le emozioni ad attivare
i cambiamenti negli stati di identità. Gurdjieff chiamava “falsa
personalità” (ne discuteremo nel Capitolo 15) la gamma più
usuale degli stati di identità che determinano come funzioniamo
e che in genere chiamiamo personalità. In effetti, gli stati di
identità non dipendono da una precisa scelta della nostra
essenza o della nostra coscienza superiore, ma ci sono stati
imposti durante il processo di acculturazione. L’insieme dei più
comuni stati di identità è già presente nel modello complessivo
che chiamiamo coscienza ordinaria (trance consensuale).

196
tengono una certa distanza. Se una si avvicina, l’altra
indietreggia. In genere questo comportamento è completamente
inconscio, automatico, e non richiede un’attenzione cosciente. Il
corpo si limita a mantenere la giusta distanza senza darsi la pena
di informarne la coscienza. Di fatto, l’ipnotizzatore culturale ha
attivato la seguente suggestione, “Le persone normali stanno
lontane tot centimetri l’una dall’altra (a meno che non si tratti di
due amici o di una coppia e la situazione sia quella di un
abbraccio). Tu desideri essere normale”.
Ovviamente, è probabile che tutto ciò non sia stato detto in
modo così esplicito. I bambini sono naturalmente portati ad
imitare gli adulti. Vedevamo la distanza che i nostri genitori
tenevano (automaticamente) dagli altri. Li vedevamo ritrarsi
quando la gente si avvicinava troppo. Forse quando, un po’ più
grandi, ci siamo avvicinati troppo, siamo stati puniti. Così
abbiamo imitato gli adulti. È probabile che all’inizio lo abbiamo
fatto consapevolmente, ma presto l’imitazione è uscita dalla
coscienza ed è diventata automatica. Adesso ci viene “naturale”
tenerci a una certa distanza dalle persone. A noi sembra
“naturale” ma in realtà si tratta di un’azione artificiale, come
tante altre che compiamo nella trance consensuale.
Questo non è che un piccolo esempio di comportamento
automatico e di fatto, nella maggior parte dei casi, il
comportamento relativo al mantenimento dello spazio personale
può essere reso cosciente invitando le persone a farci caso e a
osservarsi(4). Quando però un’azione cosciente diventa
automatica, potrebbe essere difficile renderla nuovamente
cosciente, soprattutto se è associata a spiacevoli esperienze
emotive. Per esempio, supponiamo che qualcuno da bambino si
sentisse dire che era un mammone appiccicoso perché era quasi
sempre attaccato alle sottane di sua madre, mentre il padre lo
respingeva. Potrebbe crearsi un’equazione inconscia per cui
“troppo vicino = papà non mi vuole bene”.

165
Quando persone appartenenti a culture diverse, che hanno
un’idea diversa di quale sia la “giusta” distanza interpersonale
interagiscono, viene a crearsi una situazione interessante. Gli
europei dell’area mediterranea, per fare un esempio classico,
quando conversano stanno molto più vicini rispetto agli
americani. A un ricevimento può capitare di vedere una persona
dell’Europa meridionale sospingere un po’ alla volta il suo
interlocutore americano verso l’altro capo della stanza. Questi
potrebbe sentirsi sotto pressione: sta cercando di stabilire una
distanza “normale”. L’europeo, dal canto suo, potrebbe sentirsi
rifiutato: anche lui sta tentando di stabilire la “giusta” distanza.
È possibile che siano le circostanze ad imporre alla coscienza le
regole culturali relative alla giusta distanza. Se l’equazione
inconscia “troppo vicino = papà non mi vuole bene” è operativa,
tuttavia, le norme culturali che regolano la distanza potrebbero
rimanere al di fuori della coscienza: il rischio è infatti che esse
ricordino all’americano il proprio timore che il padre non lo
amasse. La sua mente potrebbe fornire delle utili
razionalizzazioni: “Gli europei sono persone invadenti. È la
personalità di quest’uomo che mi offende”.
Il comportamento relativo allo spazio tra noi e gli altri presenta
delle caratteristiche che lo accomunano alla suggestione
ipnotica. Se una persona ci sta troppo vicino o troppo lontano
stimola in noi una parte della mente che reagisce in modo
inconscio, condizionato e automatico correggendo la distanza.
Gurdjieff sosteneva che i nostri movimenti sono piuttosto
automatici; abbiamo un numero limitato di movimenti
caratteristici, gesti, posture, modi di definire quale sia il giusto
spazio personale e così via, ognuno sintonizzato su determinate
situazioni e personalità subordinate che lo attivano.
Esamineremo le personalità subordinate in capitoli successivi.

Gli atteggiamenti

166
di una conoscenza e di scopi più ampi, senza identificarvi con
esso. Ma di norma non ci rendiamo conto di queste cose. In
pratica, diciamo automaticamente “io!” a tutti i nostri stati di
identità, con conseguenze spesso gravose per le altre identità e
per il nostro vero sé.

COMPLICAZIONI DOVUTE AGLI STATI DI


IDENTITÀ
Le difficoltà più ovvie derivanti dal fatto di avere molteplici sé
si verificano nel caso delle personalità multiple. Queste spesso
sono accompagnate da una totale amnesia riguardo alle
esperienze e alle azioni degli altri sé. Ogni singolo sé potrebbe
fare esperienza di lunghi vuoti di memoria e, risvegliandosi
improvvisamente, ritrovarsi in una situazione ingarbugliata con
un perfetto estraneo. Le reazioni fisiche alla malattia o alle
droghe potrebbero cambiare da una personalità all’altra.
Crabtree in Multiple Man (1985) e Keyes in The Minds of Billy
Milligan (1981), forniscono un eccellente quadro delle
personalità multiple. In questa sede, tuttavia, rimarremo
nell’ambito della molteplicità non riconosciuta delle persone
normali come me o voi.
Per esaminare alcune delle possibili complicazioni causate dai
nostri innumerevoli stati di identità, farò un esempio basato su
alcune mie esperienze.
Questa è la situazione oggettiva: c’è un piccolo torrente che
scorre attraverso il prato dietro a casa. Avevo fatto dei lavori nel
letto del torrente, riparando anche un piccolo ponte che lo
attraversa. Di notte, un improvviso e abbondante acquazzone ha
inondato il letto del torrente portando via la scala che ci avevo
lasciato. Mi piacerebbe riavere la mia scala, il che significa che
dovrò seguire il corso del torrente nel senso della corrente,
passando attraverso le proprietà di altre persone, finché troverò

199
la scala o mi convincerò che è irrimediabilmente andata perduta.
Come farò a camminare lungo il letto del torrente? Chi lo
seguirà?

Stato 1: L’Esploratore
Possiedo tre stati di identità immediatamente disponibili. Il
primo stato ha le sue radici nella mia infanzia. Possiamo
chiamarlo l’Esploratore. Questi ama andarsene in giro a scoprire
nuove cose. Questa particolare identità incorpora aspetti
importanti della mia essenza, perché sono sempre stato curioso
di quasi tutto. L’Esploratore crede inoltre di avere il diritto di
andarsene in giro all’aria aperta e non gli sta bene che la gente
costruisca staccionate o altre recinzioni che lo ostacolano.

Stato 2: Il Buon Vicino


Possiamo chiamare il secondo stato il Buon Vicino. Questo si è
formato in una fase successiva della mia vita. Quando mi trovo
in questo stato di identità, penso a me stesso come a qualcuno
che ha una proprietà, e che quindi attribuisce un certo valore al
suo diritto alla riservatezza e all’esclusivo controllo sulla sua
proprietà. Il Buon Vicino è anche una persona amichevole che
desidera mantenere buoni rapporti con il vicinato.

Stato 3: Il Trasgressore
Lo stato numero 3, come quello dell’Esploratore, risale a
quando ero bambino. Lo chiameremo il Trasgressore. Il suo
mondo è pieno di posti interessanti che purtroppo sono proprietà
di adulti potenti e poco amichevoli, adulti che amano sgridare i
bambini che si avventurano nella loro proprietà, e cercano di
colpirli e di cacciarli nei guai coi loro genitori. Il mondo del
Trasgressore ha regole piuttosto rigide.

200
La mia persona fisica cammina lungo il torrente in cerca della
scala. Nel prato dietro alla casa di una persona che non conosco,
un uomo si affaccia a una finestra e grida, “Che ci fai tu lì?” Per
il momento non considereremo gli stati in cui potrebbe trovarsi
quest’uomo e la loro influenza sulla sua reazione; ci limiteremo
a considerare il fatto che gridi come una descrizione
semplificata di ciò che accade realmente.
Come reagirò al suo urlare? La mia reazione interiore, il modo
in cui risponderò a ciò che succederà poi, dipendono in larga
misura dallo stato di identità in cui mi trovo nel momento in cui
l’uomo si mette a gridare contro di me.
Supponiamo che in quel momento prevalga l’Esploratore. Le
mie percezioni enfatizzeranno il fatto che l’uomo ha inveito
contro di me, un atto chiaramente ostile. Poiché non faccio
niente di male attraversando il suo prato, è ingiusto da parte sua
avercela con me. A rafforzare il sentimento di essere vittima di
un’ingiustizia interverrà la consapevolezza che i letti dei torrenti
sono beni demaniali e che l’uomo non ha quindi alcun diritto di
stare a discutere della mia presenza nel letto del torrente come
se mi trovassi nella sua proprietà, perché così non è. Questa
“consapevolezza” potrebbe anche essere più un’invenzione mia
che qualcosa di cui mi sono effettivamente ricordato, ma poiché
soddisfa il mio bisogno di difendermi, tale mi sembrerà nel mio
attuale stato di identità. Inoltre, dato che mi sto divertendo a
scoprire nuovi territori, quell’uomo sta cercando di interferire
con questo mio piacere.
Il disagio che mi provoca gridando si trasforma ben presto in
rabbia: devo difendere me stesso (me stesso coincide con lo
stato di identità numero 1, l’Esploratore, che in quel momento
per me è tutto me stesso). È probabile che a mia volta io gli
gridi qualcosa tipo “E lei chi è?” o “Cosa gliene frega?” o “Chi
è lei per farmi questa domanda?” Ovviamente per difendermi

201
dovrò dare una risposta forte.
Supponiamo ora che nel momento critico prevalga lo stato
numero 2, quello del Buon Vicino. Sentendo gridare ho un
sussulto, ma immediatamente mi rendo conto che con ogni
probabilità l’uomo è il proprietario di quel giardino. Ovvero,
anche lui è un proprietario, proprio come me. Ha tutte le ragioni
di voler sapere chi sono e cosa sto facendo nel suo giardino,
proprio come ne avrei anch’io se i nostri ruoli fossero invertiti.
Da Buon Vicino, considero importante stabilire subito un
legame con il mio interlocutore, dimostrargli che rispetto i suoi
diritti (come mi aspetto che lui rispetti i miei), e tranquillizzarlo
dicendogli chi sono e perché mi trovo lì.
La mia risposta sarà amichevole, e dirò qualcosa come “Salve,
sono Charley Tart. Sono un suo vicino, abito un po’ più su
lungo il torrente. Mi scusi se sono entrato nel suo giardino ma
sto cercando una scala trascinata via dalla pioggia di ieri sera.
Che acqua è venuta, eh? Non ha visto per caso una piccola scala
di legno? Le spiace se continuo a cercarla lungo il torrente?” Il
mio stato di identità è rafforzato da questo fatto: mi sto
comportando come farebbe un buon vicino. In effetti,
essendomi interiormente identificato con questi sentimenti, non
si tratta più di un comportamento; quello che agisce è il “vero
me stesso” (almeno in quel momento).
Le cose saranno molto diverse se in quel momento cruciale sarà
lo stato di identità del Trasgressore a prevalere. Mi sentirò
sgridato proprio come mi succedeva quando ero bambino e sarò
alla mercé di adulti sgradevoli e potenti. Vedrò in quell’uomo
un adulto potente mentre percepirò me stesso come qualcuno
dotato di scarso potere che ha torto e che merita che qualcuno si
metta a gridare contro di lui. Dopotutto, sono effettivamente
colpevole di essere abusivamente entrato in una proprietà
privata! La mia percezione potrebbe anche essere distorta, così

202
che l’uomo mi sembrerà più grande di quello che è, mentre avrò
la sensazione che il mio corpo sia più piccolo di come è
realmente.
Il Trasgressore, tuttavia, esiste anche come adulto e quindi non
mi limiterò a cercare di fuggire, ma risponderò. Potrei dire
qualcosa come “Mi dispiace, non volevo disturbarla, abito poco
più su lungo il torrente e sto cercando una scala che è stata
trascinata giù dalla pioggia di ieri sera”. Il Trasgressore cerca
immediatamente di placare l’autorità adulta ammettendo
implicitamente la propria colpa ed esprimendo il proprio
rammarico con parole e spiegazioni da persona adulta.

Lo stato di identità dell’altro


Ciò che accadrà a questo punto dipenderà molto dallo stato di
identità dell’uomo che ha gridato. Se si trova in uno stato che lo
fa sentire insicuro di sé, e io sono l’Esploratore, il mio
contrattacco potrebbe rafforzare la sua insicurezza e portarlo a
spiegare che lui abita lì (un ruolo molto più debole di quello di
proprietario) e si era chiesto cosa stesse succedendo (una presa
di posizione meno impegnativa). Allora posso generosamente
informarlo che sto cercando la mia scala, ma l’evento
psicologico importante è che ho saputo difendere la mia
(dell’Esploratore) integrità.
Se lui è poco sicuro di sé e io sono il Buon Vicino, potrebbe
calarsi in uno stato di identità simile al mio e tutto si sistemerà
presto e per il meglio; magari sarà anche stata una buona
occasione per fare una nuova conoscenza. Se invece sono il
Trasgressore, potrebbe avvertire il mio senso di colpa, il che
farebbe aumentare le probabilità che entri nello stato di identità
di una figura adulta autoritaria facendomi sentire ancora più
spaurito.
Se invece l’uomo in questione si trovasse in uno stato di identità

203
in cui percepisce se stesso come un proprietario sicuro di sé, nei
confronti dell’Esploratore potrebbe reagire in modo alquanto
ostile, intimandomi di andarmene. Per contro, potrebbe reagire
amichevolmente al mio stato di identità di Buon Vicino.
Il suo stato di identità nel momento in cui mi vede potrebbe
anche essere stato precedentemente attivato da qualcosa che non
ha niente a che fare con l’attuale situazione, per esempio da un
litigio con sua moglie. Benché possa gridare contro di me con
grande rabbia, questo potrebbe avere ben poco a che fare con
me o con il fatto innegabile che mi trovo sul prato di casa sua.
Ovviamente, io sarò all’oscuro di tutto e interpreterò la sua
reazione supponendo che riguardi unicamente la mia presenza
nel suo giardino. Eccetera eccetera. Tra noi potrebbe aver luogo
una serie assai varia di azioni e reazioni. La varietà e
l’imprevedibilità potrebbero essere molto maggiori se qualcosa
che uno di noi due facesse nel nostro stato di identità iniziale
attivasse un passaggio a un altro stato di identità in uno di noi o
in entrambi. Se la realtà oggettiva della situazione era
abbastanza semplice, la psicologia diventa invece piuttosto
complicata.

RICORDARSI DI SÉ PER CONTROLLARE GLI


STATI DI IDENTITÀ
Anche se non ce ne occuperemo in modo approfondito fino al
Capitolo 18, vorrei introdurre già da ora il concetto del ricordo
di sé. In pratica, ricordarsi di sé implica, tra le altre cose, la
creazione di una dimensione della coscienza che non si
identifica con i contenuti particolari della coscienza in un
qualsiasi dato momento, e che riesce ad avere presente la
totalità dell’essere. Si tratta di un risveglio parziale o totale dalla
trance consensuale. Supponiamo ora che camminando lungo il
torrente io mi ricordi di me.

204
maggiori di una grande canoa. Quando il Capitano Cook giunse
per la prima volta in una baia dell’isola, gli abitanti del luogo
non mostrarono il minimo segno di aver visto la nave,
nonostante ce l’avessero davanti agli occhi. Poi dalla nave partì
una piccola imbarcazione diretta verso la terraferma;
immediatamente individuata, mise in allarme gli abitanti
dell’isola ai quali sembrava essere sbucata dal nulla. L’idea di
un’imbarcazione grande come quella del Capitano Cook era
inconcepibile per gli isolani; poiché tutte le barche rientravano
in una certa gamma di dimensioni, quella di Cook aveva
provocato un’allucinazione negativa.
Per noi è difficile applicare quest’idea a livello personale.
Com’è possibile avere qualcosa proprio davanti agli occhi e non
percepirlo? Pensate al pluriomicida: col senno di poi, nel suo
modo di comportarsi non c’erano forse state diverse piccole
stranezze che avrebbero potuto mettere in allarme la gente circa
la sua pericolosità?
L’insensibilità agli odori, come accade nell’anosmia, è un
fenomeno davvero interessante. Nella nostra cultura crediamo
che mentre gli animali hanno un ottimo odorato, negli esseri
umani questo senso sia piuttosto atrofizzato. Eppure, anche noi
abbiamo un odorato estremamente sensibile, molto più di
quanto crediamo. Recenti ricerche hanno dimostrato che gli
esseri umani emanano ferormoni, sostanze chimiche che hanno
effetti potenti. Le donne che vivono insieme dormendo nella
stessa stanza, per esempio, dopo alcuni mesi cominciano ad
avere le mestruazioni in sincronia. Le madri riescono a
distinguere gli indumenti dei propri familiari da quelli degli
estranei dall’odore di piccole tracce di sudore rimaste nei
tessuti.
Molte persone che sono riuscite a liberarsi da questo tabù
culturale affermano di riuscire a farsi un’idea dello stato

174
emotivo in cui si trova un determinato individuo grazie al suo
odore. Alcuni psichiatri, per fare un ulteriore esempio, vanno
affermando da molto tempo di essere in grado di diagnosticare
la schizofrenia grazie al caratteristico “strano odore” che emana
da questi pazienti. Se questo corrisponde a verità (e la mia
esperienza lo conferma), e se siamo davvero interessati a come
stanno gli altri (“Ciao, come stai?”), perché non annusiamo le
ascelle? Perché mai è invalsa l’abitudine di cospargerci le
ascelle di prodotti chimici che ne coprono l’odore?
Come cultura, non siamo particolarmente interessati al processo
di induzione della trance consensuale in sé. Ci preoccupiamo
molto dell’“educazione” ma siamo poco consapevoli di quanto
di ciò che chiamiamo “educazione” coincida soprattutto con
l’induzione della trance consensuale. Quello che ci interessa è
formare delle persone “affidabili e normali”, soggetti
culturalmente ipnotizzati che quando nel mondo esterno si
presenterà una certa situazione, proveranno e faranno
automaticamente la cosa giusta. Quando la gente normale vede
A, prova “naturalmente” B e fa C. questo trova un’immediata
corrispondenza nel comportamento di un soggetto sottoposto a
una normale suggestione ipnotica, il quale vedendo o sentendo
X, proverà Y e farà Z.

L’INDUZIONE CONTINUA
Anche se ci siamo concentrati sulla prima infanzia come
periodo in cui l’induzione della trance consensuale è più
intensa, non dobbiamo pensare che solo perché siamo diventati
adulti il processo di induzione sia terminato.
La trance consensuale viene costantemente rafforzata e va
sempre più approfondendosi. Questo intento è in parte
consapevole, come nel caso della pubblicità televisiva
finalizzata alla vendita di prodotti oppure, cosa che ormai non è

175
troppo diversa, nel caso dell’attività politica per promuovere
programmi e candidati. La pubblicità si fonda sul fatto che
essendo le nostre associazioni e i nostri condizionamenti
abbastanza simili, i messaggi giusti riusciranno a manipolarci
facendoci desiderare il prodotto in questione. Anche la
pubblicità che sembra fare appello al pensiero razionale in
genere è manipolatoria: ci sono persone che hanno bisogno di
credersi razionali, e a queste i pubblicitari forniscono materiale
che confermi questa convinzione, inducendole però al tempo
stesso a comprare il prodotto pubblicizzato.
Gran parte dello sforzo che punta a rafforzare la trance
consensuale, non è voluto né consapevole, e si esplica infatti
meccanicamente. Ogni volta che venite ricompensati o che
riuscite a trarvi d’impiccio reagendo in modo automatico e
condizionato, ciò avrà l’effetto di rafforzare la trance
consensuale. Gran parte delle interazioni sociali produce questo
effetto. Io mi comporto normalmente, tu ti comporti
normalmente e la nostra abitudine alla normalità diventa ogni
giorno più forte. Se stiamo cercando di risvegliarci, eventuali
spiacevoli conseguenze delle nostre normali azioni potrebbero
essere una vera e propria benedizione, ma non possiamo certo
contare sul fatto di trovarci casualmente nell’esatta
combinazione di spiacevoli circostanze che potrà farci
risvegliare. Inoltre, il nostro condizionamento culturale ci
impedisce di mettere in discussione le cose troppo
profondamente, perfino quando la nostra vita non è granché,
perché rimane la speranza che tutto andrà meglio in seguito.
Come vedremo poi, per neutralizzare le continue suggestioni
che ci inducono a dormire comodamente nella trance
consensuale, è necessario compiere uno sforzo continuo, lo
stesso necessario per capire come si è sviluppata la trance e per
uscirne.
Ognuno di noi si trova in uno stato di profonda trance, di

176
coscienza consensuale, in uno stato di sospensione delle facoltà
vitali, di torpore, in cui siamo incapaci di funzionare al massimo
delle nostre potenzialità. La nostra vita è dominata da modelli
percettivi, cognitivi, emotivi e comportamentali automatici e
condizionati. Per troppa parte della nostra vita siamo
esattamente come la versione più evoluta della gru/smistatrice:
sembriamo intelligenti e coscienti, ma tutto avviene in base a
programmi automatici. Un tempo molti di questi programmi
potrebbero essere stati necessari all’adattamento, ma ormai non
funzionano più molto bene; di fatto, potrebbero addirittura
distruggerci. Vivendoci immersi, diamo il nostro contributo alla
follia collettiva.
“Ma”, direte voi, “Io non mi sento in trance!” Certo che no. Noi
pensiamo alla trance come a qualcosa di insolito, e al nostro
stato ordinario come a qualcosa di usuale. Solo ragionandoci
sopra, come abbiamo fatto in questo capitolo, possiamo renderci
conto di essere in trance, oppure facendo esperienza di cosa
significhi esserne fuori, essere svegli. Nei prossimi capitoli
continueremo a esaminare i dati psicologici relativi alla
coscienza consensuale, passando poi a esaminare il modo di
ottenere momenti di maggiore lucidità, che al concetto di trance
consensuale conferiscano una realtà diretta, esperienziale.

1) Il processo di induzione della trance consensuale inizia probabilmente ancora prima


della nascita. Il nascituro potrebbe in alcuni casi subire l’influsso degli equilibri
neurochimici dell’organismo materno, che rispecchiano gli stati emotivi della
donna. Recenti studi hanno inoltre dimostrato che all’interno dell’utero il suono
delle parole è perfettamente udibile, e quindi la struttura della lingua di una data
cultura, oltre ai vari stati emotivi che si riflettono nel tono di voce (alto, concitato
ecc.), potrebbe avere qualche effetto sul feto.
2) Talvolta nell’ipnosi ordinaria il soggetto proietta inconsciamente gli atteggiamenti
della propria infanzia sull’ipnotizzatore. Questa è la dimensione del transfert che ha
luogo nell’ipnosi, di cui abbiamo parlato nel Capitolo 9. Essa incrementa
sensibilmente la capacità dell’ipnotizzatore di alterare la realtà del soggetto e di
controllarne il comportamento.
3) I lettori noteranno che i miei condizionamenti di bianco appartenente alla classe

177
ogni volta quale sia la cosa più “opportuna e civile” da fare.
Ovviamente, non sempre la vita funziona in questo modo.
Durante il processo di acculturazione, potremmo non essere
condizionati ad assumere uno stato di identità che sarebbe
invece necessario. Questo è un vero guaio in termini di
sofferenza personale, soprattutto perché la cultura potrebbe
avervi condizionato a sentirvi in colpa quando non funzionate al
meglio. Dal punto di vista della ricerca della libertà personale,
tuttavia, l’imperfezione del processo di acculturazione è una
vera benedizione, a patto che la sofferenza ci spinga a
esaminare davvero la nostra situazione.

DIFFICOLTÀ RELATIVE AGLI STATI DI


IDENTITÀ
Tanto per cominciare, molti di noi non sono dotati di un grado
di socializzazione assoluto: non abbiamo appreso cioè tutti gli
stati di identità che potrebbero servirci. Ci sono situazioni che
sappiamo che gli altri considerano “normali” ma in cui noi
siamo spaesati; ci sentiamo a disagio, ci comportiamo in modo
forzato e artificiale, ci sembra di essere fuori posto. Può darsi
che ci comportiamo in modo palesemente inopportuno, oppure
avremo un comportamento adeguato che però ci farà sentire
falsi e poco spontanei. Non disponiamo dello stato di identità
adatto alle circostanze, con tutte le caratteristiche che lo
accompagnano.
In secondo luogo, potremmo avere dei conflitti interiori che ci
impediscono di sviluppare o di utilizzare uno stato di identità
socialmente adatto a determinate situazioni. Supponiamo che
abitualmente vi identifichiate con la vostra immagine di
fondamentalisti cristiani seri, savi, timorati di Dio, attenti a non
cadere nel peccato e consapevoli che il Diavolo cerca
costantemente di conquistarvi ai suoi modi malvagi attraverso i

209
media sono evidenti in questi come in altri esempi. Per ragioni di semplicità, in
questo capitolo ignorerò le differenze di estrazione sociale, etniche, razziali e
sottoculturali riscontrabili negli Stati Uniti.
4) Come esempio interessante della qualità semiarbitraria delle nostre simulazioni
della realtà, voglio raccontare di come una volta istruii diversi soggetti
particolarmente sensibili all’ipnosi a simulare lo spazio personale in modo diverso.
Dopo aver spiegato loro il concetto mentre erano sotto ipnosi, li suggestionai in
modo che ritenessero di poterlo sentire o percepire in un modo per loro altamente
significativo. Questa percezione sarebbe durata anche una volta tornati alla
coscienza consensuale; da quel momento avrebbero dovuto svolgere le loro normali
attività quotidiane portandosi dietro un quaderno su cui scrivere le loro osservazioni
relative allo spazio personale.
I risultati furono davvero affascinanti. Alcuni soggetti avevano sentito lo spazio
personale con il tatto, altri l’avevano percepito come una luce fioca o una nebbia
che li circondava. Ciò che prima era implicito, automatico e inconscio, era
diventato un’esperienza “sensoriale diretta”. Ovviamente non era una vera e propria
esperienza sensoriale, veniva solo simulata come tale, era quella la sua realtà
interiore.
5) Questo esempio di equazione inconscia, come il precedente, è alquanto
semplicistico ma va detto che spesso la mente inconscia opera proprio in maniera
letterale e semplicistica.
6) Qui non ci occupiamo delle cosiddette allucinazioni che potrebbero avere una certa
base reale, come quelle che veicolano informazioni ricevute a livello
extrasensoriale o intuitivamente.
7) Cfr. J. Lilly e J. Hart, “The Arica Training” in C. Tart (a cura di), Psicologie
Transpesonali, Edizioni Crisalide.
8) C. Tart, “The Hypnotic Dream: Methodological Problems and a Review of the
Literature”, Psychological Bulletin 63, pp. 87-99.

178
11

L’IDENTIFICAZIONE

Pensate al mese e al giorno in cui siete nati. Lo chiameremo


giorno M. Io sono nato il 29 aprile. Ora leggete le due seguenti
affermazioni ad alta voce, pensando alla vostra data di nascita
nel punto in cui la seconda frase dice “giorno M”:
Chi è nato il 29 aprile è un buono a nulla.
Chi è nato il giorno M è un buono a nulla.
Che effetto vi fanno queste due affermazioni?
Se siete come la maggior parte delle persone, la prima frase
riguardante le persone nate il mio stesso giorno sarà
semplicemente un’informazione, magari vi sembrerà
un’affermazione un po’ pesante, ma sostanzialmente per voi
sarà lo stesso genere di informazione contenuto in una frase tipo
“A Fairbanks, in Alaska, la temperatura è attualmente di
trentanove gradi Fahrenheit”. Sono solo dati. La stessa
affermazione fatta a proposito delle persone (voi!) nate lo stesso
vostro giorno è un’altra cosa. “Chi dice che sono un buono a
nulla?”

Il sottosistema “Senso di Identità”


Alcuni anni fa, analizzando la natura degli stati alterati di
coscienza, incluso il nostro normale funzionamento nello stato

179
Considerate, per esempio, il ruolo di genitore di una famiglia
numerosa, che per lungo tempo ha goduto di grande rispetto. Il
fatto di avere molti figli era un segno di benedizione. In effetti,
la gente aveva il dovere di moltiplicarsi. Il controllo delle
nascite e l’aborto erano peccato; i viziosi impenitenti e i
debosciati potevano anche approvarli, ma la gente per bene no
di certo. Quando il mondo era quasi vuoto, trarre soddisfazione
dalla propria identità di padre o madre di molti bambini era un
indice sicuro di buon adattamento. Ma che dire oggi che la
popolazione di molti paesi poveri cresce più velocemente della
loro economia, condannandola a morire di fame e infliggendo ai
sopravvissuti una povertà ancora peggiore?
Per essere veramente svegli nel senso che Gurdjieff intende, per
riuscire a utilizzare tutte le proprie capacità, la propria
intelligenza allo scopo di valutare realisticamente le situazioni
in cui ci si trova, facendo in modo di adattarvisi il più possibile
senza perdere di vista i propri autentici valori individuali,
bisogna evitare di lasciarsi intrappolare negli stati di identità,
soprattutto se interferiscono con la propria percezione della
realtà. Si dovrà sviluppare una parte della coscienza che
rimanga al di fuori delle identificazioni, delle azioni meccaniche
e delle esperienze del momento. La vita non scorre
tranquillamente quando la nostra cultura di appartenenza non ci
ha dotati di stati di identità adatti a ogni possibile situazione; il
disagio che proviamo e la sofferenza che può derivarne, d’altra
parte, possono essere un’occasione di crescita personale e uno
stimolo ad andare oltre gli stati di identità.
Immagino che non troverete del tutto convincenti gli argomenti
sopra esposti circa le vostre molteplici identità. Ma non li state
forse valutando in base alla categoria dell’“io!”?
Siamo stati completamente condizionati a credere nell’unità
della coscienza e a difenderla. Cercare di capire perché

212
opponete resistenza all’idea della vostra molteplicità può essere
l’occasione per scrutare a fondo dentro di voi. Ma, per ripetere
un avvertimento che ho già espresso, non dovreste trovare
convincenti le mie argomentazioni dal punto di vista logico
soltanto. La mappa non è il territorio. Le argomentazioni non
sono che uno strumento da applicare analiticamente alle vostre
esperienze passate e all’esperienza dell’osservazione e del
ricordo di sé che potrete fare utilizzando le tecniche descritte nei
capitoli successivi. Allora la loro utilità vi apparirà evidente.

1) P.D. Ouspensky, Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto, Astrolabio.


2) Ernest R. Hilgard, Divided Consciousness: Multiple Controls in Human Thought
and Action, New York, Wiley Interscience, 1977 e “The Problem of Divided
Consciousness: A Neodissociation Interpretation”, Annals of the New York
Academy of Sciences 296 (1977), pp. 48-59.
3) Tart, Stati di Coscienza.

213
13

I MECCANISMI DI DIFESA

Esistono numerose disparità e contraddizioni nella struttura


della nostra personalità. Una parte di noi, ad esempio, forse
desidererebbe essere costantemente al centro dell’attenzione per
sentirsi sicura, mentre un’altra parte si sente minacciata dalle
attenzioni e vuole essere lasciata in pace. Una parte vorrà
magari lavorare sodo e diventare famosa; a un’altra non piace
lavorare e dorme fino a tardi. Per certi versi amiamo nostra
madre, e per altri la odiamo. La vita stessa è fonte di
frustrazioni: vorreste una cosa, ma non potete averla. Il
conseguente senso di frustrazione può causare grande
sofferenza, soprattutto si ricollega a vari aspetti della nostra
personalità. Ci sono modi realistici di affrontare le
contraddizioni e la sofferenza, e ce ne sono anche di irrealistici.
In questo capitolo ci concentreremo su questi ultimi.
Quando scopriamo in noi anche una sola grande contraddizione,
possiamo soffrire enormemente. Cosa succederebbe se ci
rendessimo conto di più contraddizioni o di tutte quante?
Gurdjieff sosteneva che se una persona dovesse
improvvisamente prendere coscienza di tutte le contraddizioni
che ha in sé, probabilmente impazzirebbe. Per fortuna, è assai
improbabile che si possa acquisire un’improvvisa e completa
conoscenza di sé. Le nostre varie componenti non sono solo
distribuite qua e là un po’ a caso, per così dire; esse fanno anche

214
minaccia riguarda l’oggetto con cui mi identifico, essa è rivolta
a “me!”

Una spiegazione pratica


Per illustrare il meccanismo di identificazione durante i
seminari, a volte metto un sacchetto di carta sul pavimento, in
mezzo alla stanza. Il sacchetto non ha proprio niente di speciale,
all’inizio. Uno scatolone vuoto andrebbe altrettanto bene. Poi
invito i presenti a concentrare lo sguardo e l’attenzione sul
sacchetto cercando di identificarsi con esso, di pensare al
sacchetto come a “me!”, di amarlo e di trattarlo come
tratterebbero se stessi. Non abbiamo qui a che fare con nessuna
complessa induzione ipnotica o tecnica di meditazione; parlo
della cosa in modo assolutamente informale e ripeto le
istruzioni due o tre volte impiegando circa un minuto. I
partecipanti sono invitati a esercitare un certo controllo sul
processo normalmente involontario dell’identificazione.
Improvvisamente vado verso il sacchetto e lo schiaccio sotto ai
piedi! Qualcuno senza volerlo rimane senza fiato. Qualcun altro
sobbalza. I visi di queste persone tradiscono una rapida
successione di emozioni. A volte c’è chi protesta per la mia
crudeltà. Molti riferiscono di aver provato un dolore fisico
quando ho schiacciato il sacchetto. Molti altri rimangono
scioccati come se li avessi realmente colpiti. In ogni caso,
capiscono dove volevo arrivare. È fin troppo facile identificarsi
con qualsiasi cosa, rinunciando così a una parte del nostro
potere personale.
Ci sono cose con cui è più facile identificarsi rispetto ad altre.
Le sensazioni che provate (“mi prude”) e il vostro corpo sono
tra le più ovvie. Anche con i pensieri e le emozioni (“Ci ho
pensato prima io”; “Mi sento depresso”) è facile identificarsi,
perché in genere ci attribuiamo il merito di essere gli artefici dei

182
PSICOLOGICI
Gurdjieff non si dilungò a scrivere specificatamente sulla natura
degli ammortizzatori. Forse non lo riteneva necessario. Se
diventaste molto bravi nell’osservare voi stessi, eliminereste gli
ammortizzatori, quindi perché perdere tempo a studiarli?
La psicologia e la psichiatria moderne, d’altro canto, hanno
scoperto molte cose riguardo a tipi specifici di ammortizzatori.
Il termine con cui vengono generalmente designati nell’ambito
della psicologia è meccanismi di difesa. Io credo che questa
conoscenza contribuisca ad arricchire notevolmente il concetto
gurdjeffiano di ammortizzatori. Comprendere questi
meccanismi di difesa è molto importante se vogliamo
trascenderli. Anche il fatto di conoscerli a livello concettuale è
importante, perché pare che alcuni tipi di ammortizzatori
presentino una forte resistenza alla tecnica dell’osservazione di
sé: per tali difese, altre tecniche potrebbero rivelarsi più efficaci
della sola osservazione di sé per comprendere la struttura della
personalità.
La teoria psicoanalitica, che ha studiato in dettaglio i
meccanismi di difesa, insegna che ne facciamo uso allorché
avvertiamo qualche impulso istintivo la cui espressione è
socialmente proibita (per esempio una sessualità sfrenata). Le
proibizioni interiorizzate della nostra cultura vengono
generalmente definite superego. Un forte superego può
riempirci di angoscia e paura se solo pensiamo a un’azione
proibita, anche senza compierla. I meccanismi di difesa,
rendendoci inconsapevoli della natura proibita di un impulso,
prevengono gli attacchi del superego; essi, inoltre, isolano la
nostra coscienza dalle delusioni e dalle minacce della vita. Se è
vero che nelle persone definite nevrotiche o psicotiche i
meccanismi di difesa appaiono del tutto evidenti, essi vengono
nondimeno ampiamente e inconsapevolmente utilizzati anche

216
dalle persone normali. Senza il loro effetto ammortizzante, non
riusciremmo a mantenere la trance consensuale.
Alcuni individui potrebbero utilizzarne uno o due coprendo
quasi tutti i bisogni difensivi. Questo significa che hanno una
forma di difesa principale che riveste un ruolo centrale nella
struttura della loro falsa personalità.(1) Ma tutti noi utilizziamo,
occasionalmente, molte di queste difese. Noi le esamineremo
soprattutto in relazione all’obiettivo del risveglio dalla trance
consensuale. Non ho voluto passare in rassegna tutti i
meccanismi di difesa, con le loro varie sfumature, ma potrete
trovare maggiori informazioni al riguardo in qualsiasi testo di
psicopatologia.
Esiste tuttavia un grave errore nella moderna concezione
psicologica dei meccanismi di difesa. Il modello di essere
umano che la sottende è piuttosto negativo. L’uomo è visto
come un animale istintivamente portato a preoccuparsi
unicamente della propria sopravvivenza e del proprio piacere, e
che si diverte a ferire e a dominare gli altri. In questa
prospettiva il processo di acculturazione è considerato
necessario, al fine di controllare questa natura animale. Non
possiamo permettere che ognuno di noi prenda qualsiasi cosa di
cui abbia bisogno in qualsiasi momento, violenti una donna
quando gli va di farlo, ammazzi chiunque lo infastidisca. Le
restrizioni, i condizionamenti, gli automatismi
dell’acculturazione, il condizionamento del superego affinché
inibisca la nostra natura più primitiva appaiono assolutamente
necessari. Così, i meccanismi di difesa vengono generalmente
considerati inibitori della nostra natura animale. È solo quando
sono troppo efficaci e ci privano di più felicità di quanto
sarebbe realmente necessario al compromesso con la civiltà in
cui viviamo che vengono considerati nevrotici. È bene e
necessario che una persona venga sopraffatta dai sensi di colpa
e dall’angoscia se sta pensando di rapinare una banca o di

217
violentare un bambino, ma se si sente angosciata all’idea di
prendere l’ascensore o di parlare con degli estranei durante una
riunione, ciò è sintomo di nevrosi.
Esaspero un po’ la posizione della psicologia occidentale per
rendere più chiaro il mio discorso. Nell’ambito della psicologia
(junghiana, umanistica, e transpersonale, giusto per fare qualche
esempio), ci sono e ci sono sempre stati significativi movimenti
che colgono il lato positivo della nostra natura essenziale.
Tuttavia, la visione negativa dell’uomo pervade in generale tutta
la psicologia e la nostra cultura.
Per controbilanciare almeno in parte tale visione, cercherò di
spiegare in che modo i vari meccanismi di difesa possono
bloccare lo sviluppo e la manifestazione dei lati più positivi e
profondi della nostra natura. Credo fermamente che l’essere
umano, per quanto contorto e incline all’errore, sia
essenzialmente buono. Il nostro compito è quello di
comprendere e correggere le storture, di eliminare le erbacce dal
nostro giardino, in modo da poterci dedicare a coltivare ciò che
di buono vi può crescere.

LE BUGIE
Tutti gli ammortizzatori e i meccanismi di difesa equivalgono in
qualche modo a delle bugie; travisano la realtà, a danno nostro e
degli altri. Gurdjieff attribuiva grande importanza al fatto di
capire le bugie. Anche se la maggior parte della gente è
convinta di non mentire mai o di farlo molto di rado, Gurdjieff
insisteva che quasi tutti mentono quasi sempre. Il fatto che non
sappiano di mentire aggrava ancora di più la loro situazione.
Mentire consciamente può essere un’efficace difesa da opporre
alla pressione esterna. Una persona che dica di non aver
commesso un dato fatto potrebbe evitare una punizione inflitta

218
dall’esterno. Il successo di una bugia dipende dalla sensibilità
alle menzogne delle altre persone e da eventuali prove che
potrebbero sostenere o invalidare la bugia; a volte potrebbe
anche dipendere dalla capacità del bugiardo di identificarsi con
la bugia mentre la racconta, in modo che in quel momento gli
sembri di dire la verità, assumendo così un’aria convinta che
può trarre in inganno chi lo ascolta.
Il fatto che il superego non proibisca in alcun modo di mentire,
aumenta le probabilità di successo nell’ingannare gli altri. Se
cercate di mentire sapendo che questo vi farà sentire in colpa e
angosciati, spesso mostrerete segni di disagio che
insospettiranno chi vi ascolta. Poiché la coesione e la stabilità
sociale dipendono in larga misura dalla sincerità riguardo a
certe cose considerate particolarmente importanti, gran parte del
processo di acculturazione è destinato alla costruzione di un
forte superego che in caso di menzogna infliggerà ai bugiardi un
forte senso di colpa. Là dove non fosse stato creato un forte
superego, e “forte” qui significa che la persona in questione dirà
la verità riguardo alle cose su cui noi riteniamo si debba essere
sinceri, la nostra cultura darà al bugiardo l’etichetta di
psicopatico o sociopatico. Nell’uso comune questi termini
implicano in sostanza una persona moralmente debole;
psichiatri e psicologi, dal canto loro, cercano di evitare di
esprimere giudizi di valore, facendo un uso scientifico del
termine sociopatico.
Se una persona è consapevole di mentire, è probabile che la sua
simulazione del mondo sia ancora adeguata. Quando invece ci si
identifica con la bugia e questa viene vissuta come se fosse la
verità, la simulazione risulta molto distorta.
A volte mentiamo per non dover affrontare la nostra natura
superiore e più essenziale. Potremmo raccontare a noi stessi e
agli altri che “Lo fanno tutti; questo non significa niente”,

219
mentre in fondo, dentro di noi, sappiamo benissimo di aver
tradito il nostro sé superiore. Questo tipo di menzogna potrebbe
chiaramente essere usato per ignorare certi ordini del superego,
ma come Gurdjieff sottolineava, so che esiste in noi un’innata
dimensione superiore che conosce una più profonda moralità, ed
è proprio questa che cerchiamo di ignorare per non doverci
impegnare a vivere rispettandola.

La moralità delle bugie


Gurdjieff non si preoccupava più di tanto della moralità del
mentire quotidiano, perché si rendeva conto della relatività
culturale e dell’ipocrisia della maggior parte delle nostre
convinzioni riguardo alla moralità stessa. Il vero problema è il
fatto di mentire inconsciamente, abitualmente e in modo
automatico. Le persone che vivono nella trance consensuale
sono come delle macchine, devono fare ciò che sono state
programmate a fare. Le macchine non sono buone o cattive, i
cani di Pavlov non sono morali o immorali perché salivano al
suono del campanello. Solo quando una persona ha sviluppato
una effettiva capacità di scegliere quando mentire o meno, la
questione della moralità diventa importante. Prima che ciò
accada, ogni questione relativa alla moralità fa perdere di vista
il problema reale, ovvero la mancanza di una coscienza e di una
volontà reali.(2)

LA SOPPRESSIONE
La soppressione costituisce un meccanismo di difesa cosciente.
Nella soppressione si è consapevoli di un desiderio o bisogno
inaccettabili, ma di proposito si evita di renderlo manifesto.
Tale inaccettabilità potrebbe essere dovuta a un divieto del
superego e/o alle convenzioni sociali.

220
Per fare un esempio, supponiamo che stiate partecipando a una
importante riunione di affari e che sentiate un fastidiosissimo
prurito alla testa. In base alle norme sociali della nostra cultura,
grattarsi in pubblico sarebbe volgare e poco dignitoso,
soprattutto se, come in questo caso, per farvi passare il prurito
dovreste darvi una poderosa grattata. Nonostante abbiate un
grande desiderio di grattarvi, vi trattenete e non date neppure a
vedere il vostro disagio. Questo può significare che esercitate un
controllo attivo su voi stessi (la vostra mano potrebbe infatti
alzarsi da sola e cominciare a grattare “per conto suo” non
appena vi distraeste), opponendovi attivamente al vostro
desiderio e impiegando le vostre energie per soddisfare il
desiderio prioritario di apparire cortesi e distinti. Questa è la
soppressione, usata concretamente nell’esempio appena
descritto. Quando invece siete soli, potete grattarvi finché vi
pare e piace… forse.
Se foste cresciuti nella convinzione che è il fatto di grattarsi
davanti agli altri quello che non sta bene, lo fareste quando siete
soli. Ma se, sfortunatamente, vi avessero insegnato che grattare
le parti del corpo che prudono è di per sé sconveniente, non
potrete mai grattarvi, o almeno non senza sentirvi in colpa. In
questo caso la soppressione servirebbe ad evitare un attacco da
parte del superego.
Spesso la soppressione viene utilizzata per mortificare la nostra
parte migliore. “Dovrei proteggere quel bambino che stanno
crudelmente tormentando. Ma se lo faccio la banda se la
prenderà anche con me. Diranno che sono anch’io uno stupido
bambino, e io voglio che mi considerino grande quanto loro.
Non dirò niente”.
Nella soppressione, la coscienza come simulatore del mondo
funziona piuttosto bene. Sia il mondo esterno che la posizione
in cui vi trovate sono rappresentate realisticamente. Il vostro

221
pensiero operativo, la simulazione delle conseguenze, è
realistico (“Se mi gratto non farò una buona impressione su
queste persone”) e quindi il vostro comportamento è adattato.
La simulazione del mondo e la vostra posizione al suo interno
sono realistiche, ma controllate di proposito l’attenzione e
l’energia disponibili per le diverse parti della simulazione al
fine di sottrarle all’impulso di grattarvi, soffocandolo.
La soppressione può essere molto salutare, almeno a livello
superficiale, perché si è consapevoli delle proprie azioni. A
livello più profondo, potreste però non capire realmente le
ragioni che vi portano a sopprimere un desiderio o un
sentimento. Queste potrebbero essere frutto del
condizionamento cui siete stati sottoposti nel quadro della
trance consensuale, e la soppressione potrebbe essere sintomo di
altre patologie.

LA FORMAZIONE REATTIVA
La formazione reattiva e i meccanismi di difesa di cui
discuteremo d’ora in poi rappresentano manifestazioni più forti
del sonno vigile perché oltre a impedirci di risvegliarci e di
sviluppare una più alta coscienza, comportano blocchi e
alterazioni della coscienza ordinaria. Le bugie con le quali ci si
identifica e che vengono perciò simulate come se fossero verità,
costituiscono un’altra grave alterazione.
La formazione reattiva comporta un’accentuazione della
tendenza opposta al fine di negare un desiderio o un sentimento
inaccettabili. Qui non si vivono direttamente il desiderio o il
sentimento originali: qui entra infatti automaticamente in gioco
il meccanismo della falsa personalità, col risultato che si farà
esperienza di un forte sentimento o desiderio opposti a quelli
originali. La reazione si forma quasi istantaneamente, senza
alcuna emozione o sforzo.

222
Supponiamo che da bambini siate stati profondamente religiosi,
ma che le vostre aspettative siano state deluse. Magari,
nonostante abbiate pregato con fervore perché non morisse,
avete perso un amico. Allora vi lasciate andare all’amarezza e vi
scagliate contro il vostro senso religioso. Ora che siete adulti,
ogni volta che si parla di qualcosa che ha a che fare con la
religione, automaticamente lo ridicolizzate. Questa è una
formazione reattiva.
Per fare un altro esempio, supponiamo che veniate a sapere che
un vostro rivale, che chiameremo John, ha appena avuto una
grossa promozione che, secondo la vostra opinione, sarebbe
dovuta toccare a voi. A livello profondo, reagite provando
invidia, rabbia e il desiderio di attaccare John in un modo o in
un altro ma, per qualche ragione, questi sentimenti sono per voi
completamente inaccettabili. Il fatto che la formazione reattiva
intervenga quasi istantaneamente, significa che non proverete
rabbia, né avrete voglia di aggredire il rivale. Al contrario,
sarete colti da uno impeto di “carità cristiana” e pieni di
entusiasmo racconterete agli amici quanto sia meraviglioso che
John sia stato ricompensato per il suo impegno. Per fare ancora
un altro esempio, supponiamo che siate molto delusi dalla vita,
ma che il vostro condizionamento vi faccia sentire nel peccato
per aver messo in dubbio la divina provvidenza. La formazione
reattiva vi impedirà di avvertire direttamente la vostra
delusione; invece, non perderete occasione per dire a tutti
quanto sia meravigliosa e giusta la provvidenza di Dio. Ogni
volta che siete esageratamente e poco realisticamente entusiasti
di qualcosa, sarà utile chiedervi se si tratta di una difesa messa
in atto dalla formazione reattiva per nascondere qualche altro
sentimento.
La formazione reattiva è un meccanismo che rispecchia la
logica dell’“uva acerba”. Non riuscendo a ottenere qualcosa,
cominciate a evidenziarne gli aspetti negativi: “Comunque non

223
è che la volessi proprio quella schifezza!” Questa è una
formazione reattiva in tono minore, perché il desiderio iniziale
era chiaramente presente alla coscienza prima che si formasse la
reazione.
Nei precedenti capitoli, considerando la coscienza in base al
modello del simulatore del mondo, abbiamo osservato che una
sana ed efficace simulazione rispecchierà accuratamente il
mondo esterno e i nostri stessi valori essenziali e sentimenti più
profondi. Più sarà accurata la simulazione del mondo fisico
circostante, più saranno utili le simulazioni relative ai vari corsi
di azione (pensiero operativo). La formazione reattiva
costituisce una grave alterazione del processo di simulazione del
mondo, perché ciò che percepiamo della nostra reazione a un
evento è l’opposto della nostra fondamentale reazione originale.
Le nostre simulazioni relative a ulteriori corsi di azione e alle
loro conseguenze, e dunque il nostro comportamento, saranno
allora viziati.
Via via che diverrete più abili nell’osservazione di voi stessi,
soprattutto nel notare gli aspetti più sottili e meno appariscenti
dei vostri sentimenti, potrete forse accorgervi dei sentimenti che
la formazione reattiva vi tiene nascosti ed analizzarli in modo
più approfondito. Questa difesa può inoltre essere analizzata
chiedendo sistematicamente a voi stessi se c’è in voi qualsiasi
sentimento che si oppone a certe vostre forti convinzioni o che
ne viene oppresso. Come sempre quando si tratta di meccanismi
di difesa, è consigliabile rivolgersi a un esperto terapeuta o a un
professionista che possa guidarvi nella crescita personale,
qualcuno che vi aiuti a mettere in luce certi aspetti del vostro
comportamento che difficilmente riuscireste a scoprire da soli.

LA REPRESSIONE
La repressione consiste nel sottrarre completamente alla

224
consapevolezza quei sentimenti o desideri che ci sono
inaccettabili. La mente risulta divisa tra una parte conscia
inconsapevole di ciò che è inaccettabile, e una parte inconscia in
cui potrebbe aver luogo una forte reazione. L’inaccettabile è
tenuto forzatamente al di fuori della consapevolezza, e non
sussiste alcun barlume di coscienza che qualcosa possa venire
represso. È come se nei nostri ricordi fosse stato immagazzinato
del materiale provvisto di speciali cartelli: “Attenzione!
Conoscere o fare esperienza di questo materiale sarebbe troppo
sconvolgente, perciò tenetelo sempre fuori dalla coscienza!”
Parte di ciò che attualmente è represso un tempo era presente
alla nostra coscienza. La repressione è servita a cancellare il
dolore. È inoltre possibile che la repressione operi quasi
istantaneamente sulle nostre percezioni, reprimendole da subito,
non lasciandone alcuna traccia nella coscienza, come avviene
nella difesa percettiva.

Le prove della repressione


Di primo acchito, il concetto di repressione potrebbe apparire
intrinsecamente contraddittorio. Come si fa a sapere davvero
che qualcuno prova o desidera qualcosa se la persona in
questione insiste di non essere assolutamente consapevole di
provare o desiderare quella cosa? L’idea della repressione
potrebbe essere presa per un’altra forma di insulto cui si ricorre
nei litigi. “Tu mi detesti! Che significa che non provi odio? Stai
solo reprimendo i tuoi sentimenti!” Quello della repressione è
tuttavia un meccanismo di difesa che spesso viene usato per
contrastare le forti emozioni e i desideri, quindi può avere effetti
indiretti che consentono a un osservatore esterno di accorgersi
che è in atto una repressione.
Supponiamo che un paziente incominci una terapia. Nei
colloqui iniziali il terapeuta vorrà farsi un’idea di quali siano i

225
tradizionale e quale a un maestro spirituale?
Nel capitolo precedente abbiamo preso in esame l’universalità
del processo di identificazione, il modo in cui la categoria
“questo sono io!” può essere applicata a quasi tutto. Sebbene
siano molte le cose in cui ci identifichiamo, esistono modelli
abituali e automatici di identificazione, delle serie correlate di
oggetti di identificazione che formano “stati di identità”
riconoscibili. In questo capitolo esamineremo proprio questi
stati di identità, o sé subordinati.

I NOSTRI MOLTEPLICI SÉ
Ciascuno di noi dà per scontato di essere una sola persona. Il
mio nome, Charles Tart, rimanda presumibilmente a un
organismo unitario. Il processo di identificazione ci fa dire
automaticamente “io!” a quasi ogni cosa attraversi la nostra
coscienza. Ci sono momenti, però, in cui cogliamo in noi stessi
dei cambiamenti sì temporanei ma anche molto pronunciati, e
allora parliamo di noi come se fossimo qualcun altro: “Non ero
in me”. Spesso la mettiamo in questo modo: “Mi spiace, ma in
quel momento non ero io”.

Il cambiamento di identità negli stati alterati


Nell’ambiente della psichiatria esiste una vecchia massima
secondo la quale il patologico, essendo un’esagerazione della
normalità, rende visibile ciò che è normale; si differenzia
abbastanza da essere notato. Le drastiche alterazioni che
chiamiamo collettivamente stati alterati di coscienza,
costituiscono degli esempi piuttosto ovvi di alcuni cambiamenti
che possono intervenire nel nostro modello di identità. Un
esempio potrebbe essere rappresentato da una persona ubriaca o
stordita da qualche altra sostanza che ne alteri la mente, oppure,

192
ancora, da uno stato onirico. A volte, in condizioni
particolarmente stressanti, potremo anche constatare che il
nostro senso dell’“io!”, il senso di chi siamo veramente, cambia
in maniera piuttosto radicale. Queste drastiche alterazioni della
coscienza consentono di notare i cambiamenti relativi al
processo e agli oggetti dell’identificazione, che altrimenti
verrebbero assimilati alla situazione esistente passando del tutto
inosservati; verrebbero, insomma, dati per scontati. L’idea che
questi bruschi cambiamenti costituiscano un insolito scarto
rispetto alla nostra coscienza ordinaria e unificante, ha tuttavia
l’effetto di perpetuare una grande illusione.

Il corpo come fonte di identità


In realtà abbiamo in noi un’unità di fondo, nel senso che ognuno
di noi, giorno dopo giorno, ha sempre lo stesso corpo fisico.
L’unità è data anche dal fatto che disponiamo di un ampio
bagaglio di ricordi concreti cui possiamo attingere
immediatamente quasi in ogni momento. Tutti questi ricordi
sono organizzati rispetto alle percezioni sensoriali di un unico
organismo, ed è quindi facile concludere che appartengono a un
unico sé. Inoltre, la gente ci chiama (o per meglio dire, chiama
il nostro corpo) sempre con lo stesso nome e ha determinate
aspettative fisse riguardo al modo in cui ci comporteremo.
Questo però non è certamente un valido punto di partenza per
sostenere il carattere unitario della coscienza. Tutti questi fatti
che riguardano la vostra vita potrebbero presumibilmente essere
conservati nella memoria di un singolo computer, che potrebbe
poi avvalersi della loro immediata disponibilità in un unico
“corpo”. Il computer sarebbe sempre chiamato con lo stesso
nome, e tutti avrebbero delle aspettative fisse rispetto a ciò che
il computer potrebbe fare. La nostra gru/smistatrice di settima
generazione aveva raggiunto questo livello di evoluzione.
Dovremmo allora attribuire una coscienza, magari addirittura

193
dell’identificazione, quindi ora sarà sufficiente considerarne la
funzione quale meccanismo di difesa.
Se vi dicessi che alcune guardie di un campo di concentramento
erano sadici assassini, che si divertivano a torturare e a uccidere,
che l’altrui sofferenza procurava loro un piacere quasi sessuale,
sicuramente non vi piacerebbe soffermarvi a pensare troppo a
lungo a una cosa tanto sgradevole; è quindi probabile che
caccereste questo pensiero abbastanza in fretta senza rimanerne
dunque troppo sconvolti. Ma se vi dicessi che voi stessi vi
eccitate sessualmente causando dolore agli altri e che vi
piacerebbe torturare e uccidere se poteste farlo impunemente,
allora il discorso cambierebbe!
L’accettabilità o inaccettabilità di sentimenti e desideri è una
questione molto più importante se riguarda i miei invece che
quelli di qualcun altro. Se in voi viene attivato un sentimento o
un desiderio inaccettabile, se vi identificate con qualche altro
aspetto di voi stessi o con un altro sé subordinato che non ha tali
sentimenti e desideri, allora prenderete le distanze, non
riconoscendo come vostro tale desiderio. Si è trattato di una
fantasia passeggera, di una piccola aberrazione forse, ma non
ero io, e non c’è bisogno di pensarci ancora o di affrontarla.
Nei Capitoli 11 e 12 abbiamo analizzato alcuni dei modi in cui
l’identificazione ci impedisce di cercare il nostro sé essenziale.

I sé subordinati e la frammentazione
Il passaggio da un sé subordinato a un altro può costituire un
efficace meccanismo di difesa rispetto alla piena esperienza
dell’inaccettabile o al fatto di doverlo affrontare. In effetti,
mantenendoci entro una serie accettabile di sé subordinati,
identificandoci sempre e soltanto con essi, riduciamo
notevolmente la possibilità che sorgano emozioni e desideri
inaccettabili. Supponiamo che io abbia un sé subordinato che si

228
diverte a essere crudele con gli animali, ma “io” (nel senso della
mia essenza o del mio sé più profondo) o i miei altri sé abituali
sono disgustati da questo sé crudele e dai suoi sentimenti.
Concentrandomi sui miei sé accettabili, posso dar fondo a tutta
la mia capacità di attenzione e alla mia energia in modo che sia
meno probabile che il sé subordinato crudele venga attivato,
anche in presenza delle circostanze “appropriate”. Tuttavia, non
potrò essere sicuro che il sé indesiderabile non verrà mai
attivato, perciò nella mia vita comparirà un costante (anche se
non sempre consapevole) elemento di incertezza e una tendenza
a stare sulla difensiva.
L’identificazione è una caratteristica creatasi durante il processo
di simulazione del mondo. In origine la categoria “questo sono
io!” rimanda a semplici legami sensoriali: vedo la mia mano
davanti al mio viso, è collegata al mio braccio, risponde alla mia
volontà, se qualcun altro mi tocca la mano la sensazione è
piuttosto diversa rispetto a quando quella persona tocca un
mobile, e così via. La categoria “questo sono io!” viene
successivamente applicata ad alcuni processi mentali, ad alcune
simulazioni, così quando una certa esperienza viene recuperata
dalla memoria, ci giunge già provvista di un talloncino che dice
“questo sono io! Trattamento di riguardo!”.
L’osservazione di sé può renderci consapevoli dei nostri sé
subordinati e delle funzioni che essi svolgono. La pratica
consente di notare un certo “sapore” della coscienza dal quale si
capisce che il sottosistema senso di identità ha applicato la
categoria “io!” al contenuto della coscienza. A questo punto la
maggiore accettazione di sé presumibilmente conseguente
all’osservazione e al ricordo di sé dovrebbe rendere meno
necessario questo genere di frammentazione, e far sì che il
processo di identificazione diventi volontario, non più quindi un
meccanismo di difesa automatico, bensì uno strumento da usare
se lo desideriamo.

229
sistema unico di strutture o sottosistemi psicologici. Le parti o
gli aspetti della mente che possiamo distinguere a scopo
analitico (per esempio i ricordi, i valori e le capacità) sono
organizzati secondo un certo modello o sistema al quale viene
attribuito il senso dell’“io!” Il modello o sistema è lo stato di
identità. La natura del modello e gli elementi che costituiscono
tale modello determinano cosa riuscite e cosa non riuscite a fare
in quello stato. In uno stato di identità molto capace e sicuro,
per esempio, potreste azzardarvi a fare cose che in un altro stato
di identità non vi sognereste neppure di fare.
Gli stati di identità sono processi dinamici. Presentano aspetti
che cambiano continuamente nei particolari, anche quando il
modello complessivo rimane apparentemente uguale. Il
contenuto specifico dei miei ultimi pensieri, per esempio, è
cambiato da un pensiero all’altro, ma tutti ovviamente si
manifestano come parte di un modello che io chiamo il mio
scrittore. A volte penso che uno stato sia un po’ come un
giocoliere che lancia diverse palline facendole girare in tondo:
le palline si muovono continuamente, ma il motivo che formano
rimane circolare.
La conformazione di uno stato di identità è abbastanza stabile
finché hanno luogo uno o più eventi, esterni o interiori, che
costituiscono un importante stimolo per qualche altro stato di
identità. È abbastanza comune che siano le emozioni ad attivare
i cambiamenti negli stati di identità. Gurdjieff chiamava “falsa
personalità” (ne discuteremo nel Capitolo 15) la gamma più
usuale degli stati di identità che determinano come funzioniamo
e che in genere chiamiamo personalità. In effetti, gli stati di
identità non dipendono da una precisa scelta della nostra
essenza o della nostra coscienza superiore, ma ci sono stati
imposti durante il processo di acculturazione. L’insieme dei più
comuni stati di identità è già presente nel modello complessivo
che chiamiamo coscienza ordinaria (trance consensuale).

196
diventata voi. All’atto pratico i terapeuti spesso non distinguono
chiaramente l’uno dall’altro i termini identificazione e
introiezione, ma a volte è possibile cogliere la differenza in noi
stessi.
Il conflitto di cui si fa esperienza nel caso dell’introiezione
rende tale processo piuttosto accessibile all’osservazione di sé,
anche se le ragioni dinamiche che sostengono il potere su cui si
basa l’introiezione potrebbero richiedere un maggiore sforzo.

ISOLAMENTO/DISSOCIAZIONE
Nell’isolamento o nella dissociazione, le emozioni e i desideri
vengono attenuati dividendo il sé in parti tra loro scollegate. Un
altro termine usato per definire questo tipo di difesa è
“compartimentalizzazione”. Se l’emozione A è minacciosa o
inaccettabile perché credete anche in B, allora tenere A e B in
compartimenti mentali separati vi impedirà di provarle
contemporaneamente: quindi non vivrete nessun conflitto. Se
non impiegherete la vostra energia mentale per associarle,
rimarranno dissociate. L’isolamento può inoltre comportare una
spaccatura di quella che normalmente sarebbe un’esperienza
unitaria in diverse componenti che ne disperderanno la carica
emotiva.
L’effetto difensivo ricorda per certi versi l’uso
dell’identificazione, in cui desideri o sentimenti conflittuali
possono connettersi a identità separate, rimanere associati a sé
subordinati distinti, evitando quindi di entrare in contatto tra
loro. L’isolamento non richiede tuttavia l’energia necessaria per
attribuire la forte categoria “questo sono io!” ai singoli desideri
o sentimenti, o per organizzarli associandoli a dei sé
subordinati.
L’isolamento può impedire che profonde intuizioni ed

231
La durata dell’“io!”
A volte un particolare “io!” può durare diversi minuti o anche
diverse ore ma, insiste Gurdjieff, non dobbiamo farcene un
vanto; si tratta infatti di un risultato meccanico, dovuto al
perdurare di circostanze che attivano quel particolare “io!”. Che
ne è stato dell’“io!” che aveva deciso di essere pienamente
consapevole dei secondi nell’esercizio dell’Introduzione? Senza
un rinforzo esterno è stato forse rimpiazzato da un altro “io!”
nel giro di pochi minuti, un “io!” che non aveva alcun interesse
nel proposito di rimanere consapevole guardando la lancetta dei
minuti? I processi di identificazione, di cui si è discusso nel
precedente capitolo, ci fanno dire “io!” a ogni stato di identità si
presenti, ma questo fatto non ci garantisce alcun tipo di io
permanente e in grado di determinarsi da sé. La manifestazione
di diversi “io!” nella trance consensuale è in diretta analogia con
le suggestioni post-ipnotiche dell’ipnosi ordinaria: quando
sopraggiunge lo stimolo indotto/condizionato, appare anche il
comportamento ad esso legato, la risposta condizionata, l’“io!”
particolare.

Gli stati di identità


Designeremo questi vari “io!” con un termine che ho introdotto
studiando gli stati di coscienza: stati di identità.(3) Uno stato di
identità è una costellazione temporanea di fattori psicologici con
caratteristiche complessive riconoscibili che consentono a voi
(se avete imparato a osservarvi nel modo di cui parleremo in
seguito) o a degli osservatori esterni di riconoscerlo come entità
distinta. Il riconoscimento da parte degli altri viene espresso
attraverso espressioni comuni quali “John è di nuovo ubriaco”,
oppure “Carol ha ancora la luna storta”, o ancora “Billy oggi è
proprio in cerca di guai”. Anche uno stato di identità, come
qualsiasi stato di coscienza, è una costruzione. Determinate

197
un’emozione o un desiderio inaccettabile, invece di applicarvi la
categoria “questo sono io!”, il processo di simulazione del
mondo vi appone l’etichetta “questo è quello che qualcun altro
prova o desidera”. Poiché la proiezione difensiva si verifica in
caso di emozioni e desideri negativi e inaccettabili, sono gli altri
a essere considerati malvagi.
Supponiamo che fin da piccoli vi abbiano inculcato l’idea che la
rabbia è un’emozione negativa: le brave persone non si
arrabbiano; sono comprensive e pazienti. Da piccoli non solo
siete stati puniti quando vi arrabbiavate, ma in diverse occasioni
i vostri sentimenti sono stati invalidati: “Non è vero che sei
arrabbiato. E comunque non è una bella cosa. Sei solo stanco”.
L’abitudine di invalidare in questo modo le emozioni dei
bambini è molto diffusa. Ora vi trovate in un negozio in cui il
commesso che vi sta servendo è molto lento e inefficiente. Deve
continuamente andare a informarsi e vi fa vedere i prodotti
sbagliati. In realtà questo commesso, pur mettendocela tutta,
non si è ancora impratichito del suo lavoro. Voi però avete
fretta, e tutti questi errori e incertezze vi fanno arrabbiare. Ma
poiché per voi arrabbiarsi è una cosa inaccettabile, vi convincete
che il commesso vi ha preso in antipatia, ce l’ha con voi e fa
apposta a farvi arrabbiare! Il commesso è perfido e di cattivo
umore, mentre voi siete innocenti, buoni, e fin troppo pazienti.
Una volta che questa proiezione iniziale abbia avuto luogo,
condizionerà ulteriormente la vostra percezione/simulazione del
mondo con il risultato che noterete ancora di più ogni minimo
errore del commesso, e la vostra percezione distorta sembrerà
convalidare la proiezione iniziale.
La proiezione può anche essere utilizzata per proiettare sugli
altri la nostra bontà, evitando così il rischio di ledere una debole
autoimmagine e gli eventuali vantaggi secondari che potrebbero
derivarne. La salvezza viene sempre cercata all’esterno.
“Arriverà qualcuno e sistemerà ogni cosa”. “Le cose

233
cambieranno in meglio”. Proiettando un eccesso di bontà
all’esterno, vi esponete alle malsane manipolazioni degli altri.
Ho scoperto che da questo punto di vista l’osservazione e il
ricordo di sé proposti da Gurdjieff possono condurre a un fatto
curioso. Poiché riuscite a vedere molto chiaramente tutti i vostri
difetti, la vostra supponenza crolla. Al tempo stesso, gran parte
di questa supponenza era comunque immaginaria ed essendo
venuta meno potrete finalmente scoprire la vostra autentica
forza interiore. Con questa vi sembrerà di poter affrontare quasi
ogni cosa, eppure non la sbandierereste mai. Potrebbe esserci a
volte della vera sofferenza a causa di problemi reali, ma
lascerete perdere molte inutili sofferenze.
Una delle funzioni della simulazione del mondo, oltre a quella
di rappresentare un’esperienza in sé, consiste nel collocarla
nello spazio e nel tempo e nella dimensione io/non io. Nella
proiezione, gli aspetti esterni dell’esperienza sono inizialmente
ben simulati, ma ha poi luogo un completo capovolgimento
della collocazione delle proprie emozioni lungo l’asse io/non io.
Questa è un’alterazione fin troppo frequente della percezione
della realtà. Quante persone sgradevoli abbiamo incontrato che
affermano di trovare gli altri piuttosto antipatici?
Le proiezioni a volte si possono osservare notando il loro
particolare “sapore”, sviluppando nell’osservazione di sé una
velocità sufficiente per riuscire a cogliere l’attimo fuggente in
cui, per esempio, voi vi siete sentiti in collera prima di
cominciare a percepire la rabbia di un’altra persona. È utile
anche controllare le proprie proiezioni chiedendo alle altre
persone cosa provano realmente. Come è ovvio, questo non
sempre funziona, perché non è detto che gli altri siano sinceri,
ma con persone di cui potete fidarvi almeno un po’ e che come
voi sono impegnate in un percorso di crescita personale, può
essere davvero molto utile. State attenti alla tendenza a credere
che chiunque non confermi la percezione (proiezione) che avete

234
di lui stia mentendo!

LA RAZIONALIZZAZIONE
La razionalizzazione è una difesa che consente di reagire
almeno in parte a situazioni che innescano emozioni e desideri
inaccettabili, ma che ne oscura e stempera l’inaccettabilità
sostituendo le motivazioni inammissibili con ragioni plausibili e
accettabili.
Supponiamo che da bambini siate stati tormentati da sentimenti
di inadeguatezza e che sentirvi così non vi piacesse affatto.
Avete poi scoperto che dare consigli a persone che avevano dei
problemi vi aiutava a dimenticare i vostri sentimenti di
inadeguatezza, facendovi sentire importanti e competenti. Ora,
quando incontrate qualcuno che vi sembra turbato, l’empatia ha
l’effetto di riportare a galla i vecchi sentimenti di inadeguatezza,
anche se poi questi vengono immediatamente attutiti e
razionalizzati dall’encomiabile desiderio di aiutare l’altra
persona. Ora potete prestare il vostro aiuto e questo vi farà
sentire bene: siete convinti di agire mossi da nobili motivazioni.
La razionalizzazione del perché volete offrire consigli funge da
cuscinetto tra voi e i vostri reali e inaccettabili sentimenti di
inadeguatezza. Di fatto, abbiamo in noi l’innato desiderio di
aiutare il prossimo, quindi in questa razionalizzazione c’è anche
una buona dose di verità. Più verità si mescola alle difese,
meglio funzionerà la razionalizzazione.
Supponiamo che abbiate intuito che aiutate compulsivamente le
persone che soffrono allo scopo di mascherare il vostro senso di
inadeguatezza. “Beh”, vi direte, “non voglio più dare consigli a
nessuno! Ho anch’io i miei problemi psicologici, perciò non
sono in grado di dare buoni consigli; è stato tutto un bluff”.
Forse. Potrebbe anche trattarsi di una razionalizzazione di difesa
per cautelarvi contro la naturale empatia e la preoccupazione

235
che gli altri suscitano in voi.
L’osservazione di sé è molto utile per individuare le
razionalizzazioni e per scoprire i propri sentimenti più autentici.
Sviluppare una certa sensibilità verso le proprie emozioni in
questo caso è fondamentale, perché sono le emozioni rifiutate a
guidare il meccanismo della razionalizzazione. C’è lo spazio di
un momento prima che la razionalizzazione oscuri queste
emozioni, quindi praticando l’osservazione di sé, potrete
cogliere le vostre emozioni e il desiderio di eliminarle attraverso
la razionalizzazione.
Nella razionalizzazione, il processo di simulazione del mondo
presenta una buona simulazione della situazione esterna ma una
rappresentazione molto approssimativa della vostra posizione.

LA SUBLIMAZIONE
In base al concetto psicoanalitico di sublimazione, il
desiderio/energia istintivo originariamente associato a un
oggetto inaccettabile si focalizza su un oggetto che gode di
approvazione. Freud, ad esempio, ipotizzò che inizialmente gli
istinti sessuali di un bambino si focalizzino sulla madre. Ma
poiché l’incesto è tabù, è escluso che egli possa trovarvi
gratificazione. Tuttavia, quando il bambino cresce e si sposa,
potrebbe scegliere una donna che è significativamente simile
alla madre. La sua mente inconscia identifica la moglie con la
madre, quindi i rapporti sessuali con la moglie gratificano in
parte il desiderio originale di avere uno scambio sessuale con la
madre, senza i conflitti che la consapevolezza di questo
desiderio porterebbe con sé. Una persona convinta che il sesso è
di per sé peccaminoso, potrebbe vivere in astinenza cercando di
sublimare la propria energia sessuale facendo opere buone. Una
persona fisicamente aggressiva, consapevole del fatto che
praticando la violenza direttamente si caccerebbe nei guai,

236
potrebbe diventare uno scaltro affarista.
Senza necessariamente accettare in blocco questa teoria,
possiamo considerare la sublimazione come sostitutiva della
gratificazione, nel senso che permette di ottenere qualcosa che è
abbastanza soddisfacente rispetto ai propri desideri da allentare
almeno in parte la tensione. Da un lato, può trattarsi di un
procedimento coscio, perché sarete consapevoli di attuare un
compromesso, come impone la realtà. Dall’altro, potreste non
sapere quel che fate e utilizzare invece la razionalizzazione o
altri meccanismi di difesa per sostenere la vostra sublimazione.
Potreste anche sublimare le energie spirituali in attività
mondane. Ho incontrato diverse persone che, per esempio, si
trascinavano da anni problemi di salute come l’emicrania.
Neppure le migliori cure mediche erano riuscite a guarirle.
Quando infine si erano dedicate alla spiritualità, i loro problemi
di salute erano scomparsi. In seguito, si erano rese conto di
essere naturalmente portate alla ricerca spirituale, ma non vi si
erano mai dedicate perché la cultura non la approvava. Avevano
cercato di deviare quell’energia impiegandola tutta in attività
quotidiane. Questo in parte era servito, ma solo in parte, e in
conseguenza di una sublimazione solo parzialmente riuscita,
avevano accusato problemi di salute.
Imparare a individuare le sublimazioni dipende dalla generale
capacità di osservare e ricordare se stessi, di cui discuteremo in
seguito, nei Capitoli 17 e 18. Questi processi conducono a una
maggiore consapevolezza della propria essenza e a una sua
crescita; così si può chiarire quali siano i propri veri interessi.

IL DINIEGO
Il diniego oppone alla forza altra forza. Quando affiora un
desiderio o un sentimento inaccettabile, la mente mette in

237
che l’uomo mi sembrerà più grande di quello che è, mentre avrò
la sensazione che il mio corpo sia più piccolo di come è
realmente.
Il Trasgressore, tuttavia, esiste anche come adulto e quindi non
mi limiterò a cercare di fuggire, ma risponderò. Potrei dire
qualcosa come “Mi dispiace, non volevo disturbarla, abito poco
più su lungo il torrente e sto cercando una scala che è stata
trascinata giù dalla pioggia di ieri sera”. Il Trasgressore cerca
immediatamente di placare l’autorità adulta ammettendo
implicitamente la propria colpa ed esprimendo il proprio
rammarico con parole e spiegazioni da persona adulta.

Lo stato di identità dell’altro


Ciò che accadrà a questo punto dipenderà molto dallo stato di
identità dell’uomo che ha gridato. Se si trova in uno stato che lo
fa sentire insicuro di sé, e io sono l’Esploratore, il mio
contrattacco potrebbe rafforzare la sua insicurezza e portarlo a
spiegare che lui abita lì (un ruolo molto più debole di quello di
proprietario) e si era chiesto cosa stesse succedendo (una presa
di posizione meno impegnativa). Allora posso generosamente
informarlo che sto cercando la mia scala, ma l’evento
psicologico importante è che ho saputo difendere la mia
(dell’Esploratore) integrità.
Se lui è poco sicuro di sé e io sono il Buon Vicino, potrebbe
calarsi in uno stato di identità simile al mio e tutto si sistemerà
presto e per il meglio; magari sarà anche stata una buona
occasione per fare una nuova conoscenza. Se invece sono il
Trasgressore, potrebbe avvertire il mio senso di colpa, il che
farebbe aumentare le probabilità che entri nello stato di identità
di una figura adulta autoritaria facendomi sentire ancora più
spaurito.
Se invece l’uomo in questione si trovasse in uno stato di identità

203
in cui percepisce se stesso come un proprietario sicuro di sé, nei
confronti dell’Esploratore potrebbe reagire in modo alquanto
ostile, intimandomi di andarmene. Per contro, potrebbe reagire
amichevolmente al mio stato di identità di Buon Vicino.
Il suo stato di identità nel momento in cui mi vede potrebbe
anche essere stato precedentemente attivato da qualcosa che non
ha niente a che fare con l’attuale situazione, per esempio da un
litigio con sua moglie. Benché possa gridare contro di me con
grande rabbia, questo potrebbe avere ben poco a che fare con
me o con il fatto innegabile che mi trovo sul prato di casa sua.
Ovviamente, io sarò all’oscuro di tutto e interpreterò la sua
reazione supponendo che riguardi unicamente la mia presenza
nel suo giardino. Eccetera eccetera. Tra noi potrebbe aver luogo
una serie assai varia di azioni e reazioni. La varietà e
l’imprevedibilità potrebbero essere molto maggiori se qualcosa
che uno di noi due facesse nel nostro stato di identità iniziale
attivasse un passaggio a un altro stato di identità in uno di noi o
in entrambi. Se la realtà oggettiva della situazione era
abbastanza semplice, la psicologia diventa invece piuttosto
complicata.

RICORDARSI DI SÉ PER CONTROLLARE GLI


STATI DI IDENTITÀ
Anche se non ce ne occuperemo in modo approfondito fino al
Capitolo 18, vorrei introdurre già da ora il concetto del ricordo
di sé. In pratica, ricordarsi di sé implica, tra le altre cose, la
creazione di una dimensione della coscienza che non si
identifica con i contenuti particolari della coscienza in un
qualsiasi dato momento, e che riesce ad avere presente la
totalità dell’essere. Si tratta di un risveglio parziale o totale dalla
trance consensuale. Supponiamo ora che camminando lungo il
torrente io mi ricordi di me.

204
senta quasi sempre stanchi, e la stanchezza può intorpidirvi a tal
punto che non riuscirete neppure a vedere cosa manca alla
vostra vita. La narcotizzazione può costituire una difesa
primaria contro una crescita reale. Passare da un maestro a un
altro e seguire diverse pratiche spirituali tutte in una volta avrà
l’effetto di tenervi troppo occupati perché possiate prestare
ascolto al vostro sé essenziale.
Mettere in discussione l’eccessivo affaccendarsi, cercare di
avvertire la quiete occultata da tutta quell’attività, può rivelare
che si è messa in atto una narcotizzazione di difesa.

LA REGRESSIONE
La regressione viene generalmente considerata una difesa da
ultima spiaggia, cui si ricorre quando vari meccanismi di difesa
più “adulti” si sono dimostrati inadeguati. Una persona
regredisce così alla personalità e alle strutture psicologiche che
aveva in giovane età, quando, presumibilmente, le cose le
andavano meglio. Non sempre la regressione è altrettanto
evidente della regressione dell’età che si manifesta durante
l’ipnosi, quando il soggetto dichiara di essere più giovane e si
comporta in modo molto convincente come se lo fosse davvero;
in questo caso si verifica invece uno spostamento degli
atteggiamenti emotivi a un’età precedente. La regressione
potrebbe durare solo alcuni minuti o periodi di tempo molto più
lunghi.
Alcuni anni fa misi a punto una tecnica molto utile per
osservare queste regressioni. Le “risposte lampo” prevedono
che si replichi verbalmente e in modo immediato alle domande,
senza prendersi il tempo di formularle o di pensarci (e quindi di
censurarle); questo può rivelare molte cose se ci si impegna a
scoprire e a dire la verità. Prendetevi questo impegno con vostra
moglie o vostro marito o con un amico e ditegli di chiedervi

240
Nello stato del ricordo di sé mi renderei perfettamente conto di
essere entrato in una proprietà privata, ma capirei anche che
oggettivamente questa mia trasgressione è cosa di poca
importanza. Ricorderei che il mio scopo è trovare la scala, che
seguire il corso del torrente è l’unica cosa sensata che possa
fare, e fondamentalmente sarei fiducioso di saper gestire
qualsiasi complicazione dovesse sorgere. Quando mi ricordo di
me, la totalità del mio sapere tende ad essere subito disponibile
nel momento in cui ne ho bisogno.
Poiché sono ben lontano dal ricordarmi di me in modo perfetto,
i tre stati di identità verrebbero probabilmente attivati dalle
circostanze presentatesi lungo il percorso: il fatto di camminare
nelle proprietà altrui li chiama in causa per associazione,
attivando vecchi condizionamenti. Se mi ricordassi di me, mi
limiterei a osservarli cercando tuttavia di non identificarmi con
nessuno di essi. Ma nella misura in cui la mia capacità di
ricordarmi di me è imperfetta e ho uno scarso potere di
controllo sui miei processi di identificazione, potrei comunque
finire con l’identificarmi con uno di questi stati di identità,
anche se il mio continuo sforzo teso al ricordo di me e il fatto
che osservi i miei processi interiori probabilmente avrebbero
l’effetto di indebolire e dissolvere piuttosto velocemente questi
stati di identità.
Data la mia storia personale, il fatto che l’uomo gridi sarebbe
uno stimolo particolarmente forte per uno degli stati di identità
cui vado soggetto. Nell’ipotesi di riuscire a continuare a
ricordarmi di me senza cadere in uno dei miei stati di identità,
tuttavia, potrei subito valutare la situazione in modo
relativamente obiettivo. Mi trovo in quella che presumibilmente
è la proprietà privata di quest’uomo. Tenuto conto dei
sentimenti che in questa cultura investono il diritto al possesso,
è probabile che quest’uomo si senta minacciato e che di
conseguenza sia arrabbiato. È probabile che in questo momento

205
in lui siano attivi anche altri processi psicologici, dovuti a
circostanze estranee alla presente situazione.
Tenuto conto di tutto ciò, cosa potrò percepire delle esatte
caratteristiche di questa persona, dell’espressione del suo viso,
della sua postura? Come potrei cogliere altri indizi del suo
stato? Voglio affrontare la situazione disponendo di tutte le
informazioni più precise che posso ottenere al riguardo. Inoltre,
voglio occuparmene tenendo presenti quelli che sono i miei
obiettivi primari relativamente alla situazione in cui mi trovo.
Tra questi ci sarebbero il fatto di ritrovare la scala, di continuare
a ricordarmi di me, di cercare di non identificarmi con nessuno
stato di identità, di utilizzare tutte le situazioni della vita come
altrettante occasioni per imparare qualcosa e di trattare gli altri
in modo amichevole e attento. A quel punto probabilmente
deciderò consciamente di utilizzare le caratteristiche positive
generalmente associate allo stato di identità del Buon Vicino e
mi comporterò come tale. Il mio comportamento esteriore
potrebbe apparire praticamente identico a quello che terrei se mi
trovassi nello stato di identità del Buon Vicino, ma non mi ci
identificherò. Il mio stato interiore sarà alquanto diverso. Sarò
attento a ogni possibile cambiamento dovesse presentarsi nella
situazione del momento, e quindi mi ci potrò adattare
perseguendo i miei scopi nel modo più efficace possibile.

SELEZIONARE GLI STATI DI IDENTITÀ


La successione di stati di identità che ha luogo in un individuo,
non è un processo casuale. La combinazione dei meccanismi di
tre principali fattori determina lo stato di identità attivo in un
dato momento.

Fattori legati alla situazione

206
Il primo di tali fattori è la situazione fisica/sociale in cui ci si
trova. Esistono regole generalmente accettate riguardo a quale
possa essere il comportamento appropriato a una certa
situazione. Piangere in pubblico può andare bene a un funerale,
ma non in ufficio. Leggere un libro è perfettamente normale in
biblioteca, ma sarebbe una stranezza farlo allo stadio. Ballare a
una festa dimostra quanto ne siete coinvolti, ma in quasi tutte le
chiese verrebbe considerato inopportuno. Da bambini abbiamo
imparato che identificarsi con il ruolo giusto era il modo più
semplice di comportarsi bene; così, la situazione in cui ci
troviamo, così come noi la percepiamo, tende automaticamente
a fare appello all’identità appropriata e al comportamento che la
accompagna. Come abbiamo già visto, la questione di quanto
sia esatta la nostra percezione, la nostra simulazione della
situazione, è un’altra faccenda. Ci sentiamo “adeguati” e “a
nostro agio” in una situazione quando ci troviamo nello stato di
identità appropriato.

Aspettative percepite
Il secondo fattore decisivo è l’insieme delle aspettative
comunicate/percepite relative alle altre persone nella situazione
data. Queste potrebbero coincidere o meno con gli indizi desunti
dagli aspetti oggettivi e legati alle convenzioni sociali di quella
data situazione. Potreste entrare nell’ufficio in cui lavorate dopo
aver assunto la vostra “identità da ufficio” salendo in ascensore,
e accorgervi che le persone intorno a voi stanno piangendo. Per
quanto fuori luogo ciò possa apparire rispetto alla tipica
atmosfera di un ufficio, vi avverte immediatamente che nella
situazione usuale è intervenuto qualche drastico cambiamento.
Per un attimo potreste anche trovarvi tra due diversi stati di
identità. Tale condizione potrebbe anche sembrarvi sconcertante
(e lo è) o, da un altro punto di vista, potreste percepirla come
una porta verso la libertà. Probabilmente chiederete subito cosa

207
condizionamento culturale al quale veniamo sottoposti, la
percezione non è un atto tanto semplice, ma per ora eviteremo
di complicare le cose). Successivamente il pensiero comincia ad
operare sui dati che abbiamo recepito: si cercano dei modelli, li
si confronta con altre informazioni conservate nella memoria e
vi si applica la logica. Ovvero, tenuto conto delle diverse
alternative che rimangono aperte, si simulano sia la situazione
di quel momento sia altre situazioni possibili, individuando tra
tutti lo sviluppo più desiderabile. Parte della simulazione
avviene attraverso le immagini, ma per lo più essa ha
generalmente luogo attraverso le parole. Alla fine tutto questo
porta a raggiungere una conclusione.
L’errore che commettiamo è quello di limitare il concetto di
pensiero al solo intelletto, soprattutto alla sfera verbale. In realtà
esistono molti modi di pensare, di simulare la realtà. Poiché la
parola pensiero è fortemente connotata come attività
intellettuale, soprattutto verbale, d’ora in poi utilizzerò il
termine valutazione, che è assai più generico. Il concetto
gurdjeffiano per cui l’uomo sarebbe dotato di tre cervelli,
quindi, significa che esistono tre tipi fondamentali di
valutazione: intellettuale, come viene in genere considerata,
emozionale e fisica/istintiva.(1)
Valutazione emozionale? Valutazione istintiva? Ma le emozioni
non sono forse qualcosa di più “primitivo” del logico pensiero
intellettuale, qualcosa che anzi spesso interferisce con il
pensiero logico? E gli istinti non sono ancora più “primitivi”?
Sì, in senso evolutivo: gli animali inferiori sono per lo più esseri
dotati di uno o due cervelli, il cui cervello intellettuale non è in
alcun modo paragonabile al nostro. E ancora sì, da un punto di
vista pratico: in molte persone il cervello emozionale e quello
fisico/istintivo si trovano effettivamente a uno stato primitivo
rispetto al cervello intellettuale. Gurdjieff sosteneva però che sia

244
la valutazione emozionale che quella fisica/istintiva potevano
essere sviluppate fino a raggiungere, ognuna secondo le
modalità che la contraddistinguono, un livello altrettanto elevato
del pensiero intellettuale. Di fatto, ci sono persone che hanno un
cervello emozionale altamente sviluppato, ma in genere il loro
cervello intellettuale e quello fisico/istintivo sono notevolmente
sottosviluppati. Altre persone hanno un cervello fisico/istintivo
molto evoluto, mentre la valutazione intellettuale ed emozionale
risulta carente. La mancanza di uno sviluppo equilibrato dei tre
tipi di valutazione è una delle maggiori cause della sofferenza
umana.

L’ALLEGORIA DEL CAVALLO, DELLA


CARROZZA E DEL COCCHIERE
Esiste un racconto allegorico orientale su un cavallo, una
carrozza e un cocchiere che illustra ampiamente la nostra natura
di esseri dotati di tre cervelli e i problemi dovuti al loro sviluppo
insufficiente e al loro squilibrio.
Insieme, un cavallo, una carrozza e un cocchiere costituiscono
un mezzo di trasporto in grado di condurre un potenziale
passeggero, il Padrone, dovunque desideri andare. La carrozza
offre un supporto fisico per trasportare il Padrone comodamente
e in sicurezza, il cavallo mette a disposizione la propria forza
motrice e il cocchiere la conoscenza pratica necessaria a guidare
il mezzo fino alla destinazione del Padrone. Il cavallo, la
carrozza e il cocchiere dovrebbero essere pronti a partire ogni
volta che il Padrone si presenta e desidera recarsi in qualche
posto. In genere, però, il sistema non funziona così bene.
Spesso il cocchiere invece di metterla al coperto lascia la
carrozza sotto la pioggia e la neve, e così molte parti sono
arrugginite e marciscono. Non ha avuto una buona
manutenzione, certi pezzi andrebbero sostituiti e durante i

245
viaggi la sicurezza del padrone viene messa a repentaglio. La
mancanza di un uso appropriato è stata causa di un ulteriore
deterioramento. La carrozza ha infatti un sistema di
lubrificazione incorporato, così che quando avanza sobbalzando
su una strada sconnessa il lubrificante si distribuisce ai vari
giunti, ma dato che non viene usata da molto tempo, molti sono
bloccati e corrosi. La carrozza ha ormai un aspetto dimesso e
poco attraente. Quel “senso” della strada, indispensabile per
poter guidare in modo sicuro ed efficiente, che verrebbe da un
buono stato di manutenzione, è compromesso dalle cattive
condizioni della carrozza.
Il cavallo passa molto tempo imbrigliato alla carrozza, fuori
all’aperto sotto il sole cocente o sotto la pioggia e la neve,
mentre dovrebbe stare nella stalla. Il cocchiere non presta
abbastanza attenzione all’alimentazione del cavallo, quindi
l’animale mangia cibo di scarsa qualità e soffre di malattie
dovute a carenze nutritive. A volte viene del tutto trascurato e
rimane a lungo senza mangiare rischiando di morire di fame;
altre volte mangia troppo cibo eccessivamente nutriente. A volte
viene spazzolato e curato amorevolmente; altre volte il
cocchiere insulta e frusta l’animale senza alcun motivo
apparente. Il risultato è che il cavallo diventa imprevedibile e
nevrotico e così a volte tira la carrozza con troppa foga, mentre
altre volte si rifiuta di muoversi, a volte obbedisce al cocchiere e
altre volte cerca di morderlo.
Il cocchiere dovrebbe trovarsi nelle vicinanze, pronto a salire a
cassetta non appena il Padrone farà la sua comparsa, per
condurre cavallo e carrozza verso la destinazione ordinata dal
Padrone; egli è anche responsabile della manutenzione del
cavallo e della carrozza. Invece il cocchiere è solito allontanarsi
per andare a ubriacarsi in una taverna, in compagnia di altri
cocchieri. Un momento fanno baldoria e quello successivo
fanno a botte, si lasciano prendere dai ricordi e si raccontano un

246
sacco di colossali bugie sui meravigliosi (ma per lo più
immaginari) viaggi che hanno compiuto, o sui potenti Padroni
che a loro piace immaginare di servire, ora o in futuro. Non
distinguono molto bene tra le esperienze reali e quelle frutto
della loro fantasia.
In mezzo a questo perpetuo ed ebbro gozzovigliare, il cocchiere
in genere non sente il Padrone che lo chiama alla carrozza
perché prepari il cavallo e lo porti a destinazione. Quando capita
che il cocchiere senta la chiamata, dato il suo stato di
ubriachezza, è più probabile che la carrozza vada a
impantanarsi, si perda o si schianti che conduca celermente il
Padrone a destinazione sano e salvo.
C’è forse da meravigliarsi che il Padrone tenti solo raramente di
servirsi del cavallo, della carrozza e del cocchiere? O che il
cocchiere, nei suoi momenti di relativa sobrietà, senta che sta
disattendendo un’importante missione della sua vita? Che il
cavallo sia pieno di risentimento e preda di altalenanti attacchi
di rabbia e disperazione?
Ci sono spesso delle eccezioni parziali alla situazione sopra
descritta. A volte il cocchiere beve con moderazione ed è
abbastanza intelligente, ma nonostante il suo buon proposito di
obbedire, il Padrone non riesce ad andare molto lontano con un
cavallo nevrotico e mezzo morto di fame e una carrozza rotta. A
volte attaccato alla carrozza c’è un magnifico cavallo
obbediente, ben nutrito e forte, ma con i freni difettosi che per
metà del tempo stanno tirati e il cocchiere ubriaco, il viaggio
potrà essere movimentato ma non porterà da nessuna parte. A
volte la carrozza ha un aspetto splendido ed è molto comoda,
tenuta con cura meticolosa, ma con il cocchiere ubriaco e il
cavallo mezzo morto di fame potrà offrire solo un elegante giro
a vuoto.
La carrozza è il nostro corpo fisico. Il cavallo sono le nostre

247
emozioni. Il cocchiere è la nostra mente intellettuale. Il Padrone
è ciò che potremmo diventare se provvedessimo allo sviluppo
della nostra natura superiore.

Il corpo
Il nostro corpo fisico è spesso terribilmente trascurato oggi
giorno. Quasi tutti noi nella società in cui viviamo possiamo
facilmente procurarci cibo a sufficienza, eppure spesso ci
nutriamo in modo poco equilibrato, o invece di prestare ascolto
ai bisogni essenziali del nostro organismo, seguiamo delle diete
che cercano di ridurci alle misure anoressiche attualmente di
moda. Troppo spesso ci preoccupiamo più dell’aspetto esteriore
del nostro corpo, della sua conformità alla moda, che della sua
sostanziale integrità, fino a quando una malattia ottiene
provvisoriamente la nostra attenzione. È compito del cervello
fisico/istintivo valutare correttamente le prime avvisaglie di una
malattia mettendoci in allarme.
Il nostro corpo è stato concepito per il movimento e il lavoro
fisico. Lo sforzo fisico, quando richiede una certa abilità, non
solo è appagante di per sé, ma serve altresì ad azionare il
sistema di lubrificazione della carrozza. Per la maggior parte
delle persone che vivono in questa cultura, tuttavia, l’apice del
“successo” coincide con il rimanere seduti a una scrivania tutto
il giorno senza fare alcun tipo di lavoro fisico. In genere nella
nostra cultura chi svolge un lavoro manuale gode del più basso
prestigio sociale. L’attuale popolarità del jogging e di altre
attività sportive per mantenersi in forma, tuttavia, è già un
segnale di miglioramento: speriamo che duri.
La depressione è oggi un disturbo molto diffuso. Se una persona
sedentaria di mezza età va dallo psicoterapeuta perché si sente
depressa, sarebbe interessante suggerirle che invece di
sottoporsi a una psicoterapia dovrebbe prendere

248
immediatamente in considerazione un corso di ginnastica.
Dopotutto, il paziente trascura il proprio corpo in modo
significativo, e la medicina ci dice che in conseguenza di ciò è
altamente probabile che si ammalerà prima e morirà
prematuramente. Ha tutte le ragioni per essere depresso! Parlare
di come si sente non servirà a tenere in esercizio il suo corpo!
Se invece i disturbi dovessero continuare dopo che ha
conquistato una buona forma fisica, allora la psicoterapia
potrebbe rivelarsi utile.
Ci sono persone che effettivamente hanno enormemente
sviluppato la propria intelligenza fisica/istintiva, anche se di
solito ciò è avvenuto in modo molto selettivo; si tratta degli
atleti. Allo scopo di vincere, determinate caratteristiche legate
alla forza, alla coordinazione e all’intelligenza fisica/istintiva
sono state portate ad altissimi livelli di sviluppo. Un abile atleta
non è solo forte, è anche abile. L’atleta avverte ciò che il corpo
gli dice, ascolta i messaggi del suo cervello fisico/istintivo per
imparare a migliorare le proprie prestazioni. Spesso si paga un
alto prezzo per ottenere questo tipo di specializzazione, perché
vengono trascurati altri aspetti della vita.
A volte questa specializzazione dello sviluppo in senso atletico
diventa una preoccupazione dominante: si deve riuscire a
“sentire” ciò che il corpo ha da dire in generale, per avvalersene
pienamente e intelligentemente in molti campi della vita.
Esistono alcune discipline che si prefiggono in modo specifico
di educare il corpo a uno sviluppo e a una sensibilità generali.
Le arti marziali orientali note come arti “interne”, per esempio il
T’ai Chi o l’Aikido, sono dei buoni esempi di come si possa
privilegiare un’intelligente sintonia con il proprio corpo e il
sottile fluire del movimento invece della forza bruta.
Sviluppare il cervello fisico/istintivo porta inoltre a sviluppare
un particolare tipo di forza di volontà che non dipende dalla

249
spinta di un forte desiderio emotivo di vincere o da una brutale
caparbietà, ma dalla costanza, dall’abilità e dalla chiarezza di
intento. A quelli di noi che hanno un cervello fisico/istintivo
poco sviluppato, l’abilità di cui fanno mostra le arti marziali
interne come l’Aikido appare spesso miracolosa.
Lo sviluppo fisico/istintivo, se si esclude l’ambito atletico, non
è semplicemente trascurato nella nostra cultura; spesso viene
anche malamente distorto. Spesso già nel corso della prima
infanzia o negli anni seguenti si inculca nei bambini un senso di
vergogna per il proprio corpo: “Che bambino sporco!
Vergogna! Guarda cosa hai fatto!” I dati psicoanalitici indicano
che là dove i genitori rifiutino le naturali funzioni corporee dei
loro figli, questo può avere inizio già nelle primissime fasi della
vita. In seguito questo rifiuto del corpo potrebbe essere
rafforzato dagli insegnamenti culturali espliciti, come è il caso
di certe idee cristiane che considerano il corpo e le sue funzioni
intrinsecamente peccaminosi. Il rifiuto e la trascuratezza
generali rispetto alla funzione fisica/istintiva può persistere
anche nell’età adulta, quindi non solo non avremo portato
questo tipo di valutazione a un più alto livello di sviluppo, ma
rifiuteremo le informazioni che già ci fornisce.
È mia esperienza che il cervello fisico/istintivo valuti la realtà
ed esprima molte delle sue conclusioni sotto forma di sensazioni
fisiche. Se non prestate ascolto al vostro corpo perché lo
rifiutate, o se, considerandole peccaminose, date
automaticamente un’interpretazione sbagliata di tutte le
sensazioni corporee, non riuscirete a recepire i messaggi del
cervello fisico/istintivo.

Le emozioni
Il nostro cervello emozionale ci offre il potere, le motivazioni,
la forza per commuoverci e la gioia di essere vivi. Non smette

250
mai di valutare gli eventi: questo mi piace, questo no; questo è
gradevole, quest’altro è repellente; questo è utile, quest’altro è
noioso o sbagliato; questo mi fa paura, quest’altro mi fa venire
voglia di dare una mano.
Quando andiamo a scuola, ci viene chiesto di seguire
innumerevoli materie che ci aiutano a sviluppare l’intelligenza
intellettuale, oltre ad alcuni corsi di attività ginniche o sportive
per sviluppare certi aspetti specifici dell’intelligenza
fisica/istintiva. Si riscontra però un quasi totale disinteresse per
il cervello emozionale. Alcuni di noi sono stati abbastanza
fortunati da nascere con un repertorio emotivo e una sensibilità
eccezionali, oppure è stata la vita a obbligarci a sviluppare e ad
affinare la nostra sensibilità emozionale. Per la maggior parte di
noi, tuttavia, il cervello emozionale rimane per lo più al livello
di un idiota privo di istruzione.
La sensibilità emozionale di per sé potrebbe anche non essere
una benedizione, ovviamente, se capita di essere circondati da
persone sofferenti o che fingono. Poiché questa è una situazione
fin troppo comune, molti di noi, per non esserne sopraffatti, si
sono impegnati a fondo per inibire la naturale sensibilità
emotiva di cui erano dotati. Per un po’ di tempo le cose saranno
andate bene così, ma questo ora limita la loro vita. Come
abbiamo visto nei capitoli sull’acculturazione e sui meccanismi
di difesa, tuttavia, il funzionamento emozionale può essere
distorto al punto da farci diventare, dal punto di vista
emozionale, non solo degli idioti, ma degli idioti nevrotici.
Abbiamo quindi bisogno, oltre che di acquisire una sensibilità
emotiva, di imparare a gestire gli inevitabili sentimenti negativi,
nostri e altrui, che cominceremo a percepire.
Nei termini della nostra allegoria, spesso ci ritrovavamo con una
grande fame d’amore e di altre attenzioni affettive rimaste
insoddisfatte, altre volte senza alcun motivo apparente ne

251
parte di una configurazione attiva della falsa personalità, che si
mantiene intatta nonostante i cambiamenti e lo stress. Quando ci
distacchiamo da alcune parti di noi, certi meccanismi attivi
fanno sì che rimangano al loro posto. Gurdjieff chiamava questi
meccanismi ammortizzatori.
L’analogia meccanica degli ammortizzatori psicologici faceva
riferimento ai vagoni ferroviari. Quando le carrozze vengono
agganciate, le si spinge l’una addosso all’altra a una velocità di
diversi chilometri orari, allo scopo di bloccare gli attacchi.
Provate a immaginare l’impatto sui passeggeri se nel momento
in cui questi enormi vagoni di acciaio si urtano non ci fossero
dei cuscinetti ad attutire il colpo. Un ammortizzatore ha il
preciso scopo di assorbire l’impatto: assorbe gran parte
dell’improvvisa energia dell’urto rilasciandola più lentamente,
in modo molto più impercettibile. Gli ammortizzatori
psicologici attutiscono l’improvviso shock conseguente al
passaggio da una personalità subordinata a un’altra, riducendolo
al punto che diventa improbabile accorgersi del cambiamento.
Questo genere di ammortizzamento psicologico può funzionare
all’interno di un particolare stato di identità, ma anche il
passaggio da uno stato di identità all’altro, come vedremo tra
breve, può fungere da ammortizzatore.
Da notare che questa analogia lascia ancora spazio alla
possibilità di accorgerci di qualcosa se solo lo volessimo o se
imparassimo a farlo, ma di norma il cambiamento è abbastanza
trascurabile da non imporsi alla nostra attenzione. L’improvviso
shock viene minimizzato dagli ammortizzatori. La possibilità di
notare le proprie contraddizioni viene utilizzata da Gurdjieff nel
suo metodo di osservazione di sé, che verrà discusso nel
Capitolo 17.

ALCUNI MECCANISMI DI DIFESA

215
una simulazione di questo genere non sono mediate dalle
valutazioni del cervello emozionale e di quello fisico/istintivo,
tuttavia, il centro intellettuale, con le sue simulazioni e le sue
fantasie, prende il sopravvento. Una simulazione ben fatta è di
per sé una bella soddisfazione, e un pensiero acuto porta a
formularne un altro e poi un altro ancora fino ad una completa
ubriacatura.
Il pensiero operativo richiede l’uso di qualche tipo di logica, di
una serie di regole che stabiliscano cosa è permesso e cosa no.
Un grande problema che concerne il funzionamento intellettuale
nella nostra società, è tuttavia l’uso della “logica” al singolare,
la nostra implicita convinzione che esista un solo modo corretto
e logico di pensare. A livello filosofico ora ci rendiamo conto
che esistono molti sistemi logici, ognuno dei quali è arbitrario.
Un sistema logico si crea a partire da alcune supposizioni. A
tale scopo, si può supporre qualsiasi cosa si desideri. Per usarne
uno con il quale tutti noi abbiamo una certa familiarità, la
geometria, considerate il principio per cui le linee parallele
mantengono sempre la stessa distanza l’una dall’altra, anche
estendendole fino a chissà dove. Questo è uno degli “assiomi”,
degli assunti fondamentali della normale geometria euclidea, il
tipo di geometria che si impara alle superiori. Ma è
incontestabilmente vero, non vi pare?
Vero è una parola con caratteristiche assolute, davvero potente.
Lo è troppo. Ciò che davvero sappiamo è che questo assunto
euclideo produce risultati molto pratici in parecchie situazioni
della realtà ordinaria del mondo fisico. Sta in questo la sua
validità. Esiste però anche una geometria secondo la quale
proseguendo all’infinito, le linee parallele si avvicinano in
misura infinitesimale l’una all’altra fino a unirsi. Esiste poi una
terza geometria che ipotizza che le linee parallele, estendendosi
all’infinito, divergano lentamente fino a essere infinitamente

253
lontane l’una dall’altra! Queste diverse geometrie sono molto
utili ai matematici, e hanno un valore pratico nella navigazione
spaziale. Sono però anch’esse “vere”? Sì, almeno quanto la
geometria euclidea, se le si applica in modo corretto.
Quale delle tre è “realmente” vera? Da quale realtà ponete
questa domanda? Dallo spazio mentale? Dallo spazio curvo di
Einstein vicino a un’enorme fonte di gravità quale è il sole? Dal
prato dietro casa? E comunque, nella realtà fisica ordinaria, chi
mai potrebbe estendere davvero le linee parallele all’infinito per
scoprire cosa succede? Il punto fondamentale è che fin tanto che
crediamo che esista una sola vera logica, il nostro
funzionamento intellettuale è limitato e distorto. Ciò che
secondo una logica o insieme di assunti risulta errato e
fuorviante, potrebbe essere una cosa giusta e utile da fare in
base a un’altra logica.
La capacità di conoscere davvero un sistema logico e di usarlo
correttamente è una delle più grandi risorse degli esseri umani.
Ancora più grandioso è il fatto di capire quando un sistema
logico è inadatto e non lo si deve usare. A quel punto si potrà
prendere in considerazione la possibilità di utilizzare un sistema
più indicato. Questo include non solo altre logiche di tipo
intellettuale, ma anche logiche del centro emozionale, di quello
fisico/istintivo e le logiche dei vari stati alterati di coscienza di
cui abbiamo parlato nel Capitolo 1.
Inoltre, è importante rendersi conto che le idee che ci inebriano
spesso non sono altro che assurdità viziate: spesso il pensiero
che utilizziamo viene applicato in modo approssimativo ed
errato rispetto alle regole e agli assunti del sistema logico che
crediamo di usare, il che ha l’effetto di allontanare ancora di più
le nostre simulazioni della realtà, le nostre idee su ciò che è
reale, dalla realtà stessa. Spesso, poi, la vera logica viene
sostituita dalla razionalizzazione.

254
violentare un bambino, ma se si sente angosciata all’idea di
prendere l’ascensore o di parlare con degli estranei durante una
riunione, ciò è sintomo di nevrosi.
Esaspero un po’ la posizione della psicologia occidentale per
rendere più chiaro il mio discorso. Nell’ambito della psicologia
(junghiana, umanistica, e transpersonale, giusto per fare qualche
esempio), ci sono e ci sono sempre stati significativi movimenti
che colgono il lato positivo della nostra natura essenziale.
Tuttavia, la visione negativa dell’uomo pervade in generale tutta
la psicologia e la nostra cultura.
Per controbilanciare almeno in parte tale visione, cercherò di
spiegare in che modo i vari meccanismi di difesa possono
bloccare lo sviluppo e la manifestazione dei lati più positivi e
profondi della nostra natura. Credo fermamente che l’essere
umano, per quanto contorto e incline all’errore, sia
essenzialmente buono. Il nostro compito è quello di
comprendere e correggere le storture, di eliminare le erbacce dal
nostro giardino, in modo da poterci dedicare a coltivare ciò che
di buono vi può crescere.

LE BUGIE
Tutti gli ammortizzatori e i meccanismi di difesa equivalgono in
qualche modo a delle bugie; travisano la realtà, a danno nostro e
degli altri. Gurdjieff attribuiva grande importanza al fatto di
capire le bugie. Anche se la maggior parte della gente è
convinta di non mentire mai o di farlo molto di rado, Gurdjieff
insisteva che quasi tutti mentono quasi sempre. Il fatto che non
sappiano di mentire aggrava ancora di più la loro situazione.
Mentire consciamente può essere un’efficace difesa da opporre
alla pressione esterna. Una persona che dica di non aver
commesso un dato fatto potrebbe evitare una punizione inflitta

218
dall’esterno. Il successo di una bugia dipende dalla sensibilità
alle menzogne delle altre persone e da eventuali prove che
potrebbero sostenere o invalidare la bugia; a volte potrebbe
anche dipendere dalla capacità del bugiardo di identificarsi con
la bugia mentre la racconta, in modo che in quel momento gli
sembri di dire la verità, assumendo così un’aria convinta che
può trarre in inganno chi lo ascolta.
Il fatto che il superego non proibisca in alcun modo di mentire,
aumenta le probabilità di successo nell’ingannare gli altri. Se
cercate di mentire sapendo che questo vi farà sentire in colpa e
angosciati, spesso mostrerete segni di disagio che
insospettiranno chi vi ascolta. Poiché la coesione e la stabilità
sociale dipendono in larga misura dalla sincerità riguardo a
certe cose considerate particolarmente importanti, gran parte del
processo di acculturazione è destinato alla costruzione di un
forte superego che in caso di menzogna infliggerà ai bugiardi un
forte senso di colpa. Là dove non fosse stato creato un forte
superego, e “forte” qui significa che la persona in questione dirà
la verità riguardo alle cose su cui noi riteniamo si debba essere
sinceri, la nostra cultura darà al bugiardo l’etichetta di
psicopatico o sociopatico. Nell’uso comune questi termini
implicano in sostanza una persona moralmente debole;
psichiatri e psicologi, dal canto loro, cercano di evitare di
esprimere giudizi di valore, facendo un uso scientifico del
termine sociopatico.
Se una persona è consapevole di mentire, è probabile che la sua
simulazione del mondo sia ancora adeguata. Quando invece ci si
identifica con la bugia e questa viene vissuta come se fosse la
verità, la simulazione risulta molto distorta.
A volte mentiamo per non dover affrontare la nostra natura
superiore e più essenziale. Potremmo raccontare a noi stessi e
agli altri che “Lo fanno tutti; questo non significa niente”,

219
mentre in fondo, dentro di noi, sappiamo benissimo di aver
tradito il nostro sé superiore. Questo tipo di menzogna potrebbe
chiaramente essere usato per ignorare certi ordini del superego,
ma come Gurdjieff sottolineava, so che esiste in noi un’innata
dimensione superiore che conosce una più profonda moralità, ed
è proprio questa che cerchiamo di ignorare per non doverci
impegnare a vivere rispettandola.

La moralità delle bugie


Gurdjieff non si preoccupava più di tanto della moralità del
mentire quotidiano, perché si rendeva conto della relatività
culturale e dell’ipocrisia della maggior parte delle nostre
convinzioni riguardo alla moralità stessa. Il vero problema è il
fatto di mentire inconsciamente, abitualmente e in modo
automatico. Le persone che vivono nella trance consensuale
sono come delle macchine, devono fare ciò che sono state
programmate a fare. Le macchine non sono buone o cattive, i
cani di Pavlov non sono morali o immorali perché salivano al
suono del campanello. Solo quando una persona ha sviluppato
una effettiva capacità di scegliere quando mentire o meno, la
questione della moralità diventa importante. Prima che ciò
accada, ogni questione relativa alla moralità fa perdere di vista
il problema reale, ovvero la mancanza di una coscienza e di una
volontà reali.(2)

LA SOPPRESSIONE
La soppressione costituisce un meccanismo di difesa cosciente.
Nella soppressione si è consapevoli di un desiderio o bisogno
inaccettabili, ma di proposito si evita di renderlo manifesto.
Tale inaccettabilità potrebbe essere dovuta a un divieto del
superego e/o alle convenzioni sociali.

220
Per fare un esempio, supponiamo che stiate partecipando a una
importante riunione di affari e che sentiate un fastidiosissimo
prurito alla testa. In base alle norme sociali della nostra cultura,
grattarsi in pubblico sarebbe volgare e poco dignitoso,
soprattutto se, come in questo caso, per farvi passare il prurito
dovreste darvi una poderosa grattata. Nonostante abbiate un
grande desiderio di grattarvi, vi trattenete e non date neppure a
vedere il vostro disagio. Questo può significare che esercitate un
controllo attivo su voi stessi (la vostra mano potrebbe infatti
alzarsi da sola e cominciare a grattare “per conto suo” non
appena vi distraeste), opponendovi attivamente al vostro
desiderio e impiegando le vostre energie per soddisfare il
desiderio prioritario di apparire cortesi e distinti. Questa è la
soppressione, usata concretamente nell’esempio appena
descritto. Quando invece siete soli, potete grattarvi finché vi
pare e piace… forse.
Se foste cresciuti nella convinzione che è il fatto di grattarsi
davanti agli altri quello che non sta bene, lo fareste quando siete
soli. Ma se, sfortunatamente, vi avessero insegnato che grattare
le parti del corpo che prudono è di per sé sconveniente, non
potrete mai grattarvi, o almeno non senza sentirvi in colpa. In
questo caso la soppressione servirebbe ad evitare un attacco da
parte del superego.
Spesso la soppressione viene utilizzata per mortificare la nostra
parte migliore. “Dovrei proteggere quel bambino che stanno
crudelmente tormentando. Ma se lo faccio la banda se la
prenderà anche con me. Diranno che sono anch’io uno stupido
bambino, e io voglio che mi considerino grande quanto loro.
Non dirò niente”.
Nella soppressione, la coscienza come simulatore del mondo
funziona piuttosto bene. Sia il mondo esterno che la posizione
in cui vi trovate sono rappresentate realisticamente. Il vostro

221
pensiero operativo, la simulazione delle conseguenze, è
realistico (“Se mi gratto non farò una buona impressione su
queste persone”) e quindi il vostro comportamento è adattato.
La simulazione del mondo e la vostra posizione al suo interno
sono realistiche, ma controllate di proposito l’attenzione e
l’energia disponibili per le diverse parti della simulazione al
fine di sottrarle all’impulso di grattarvi, soffocandolo.
La soppressione può essere molto salutare, almeno a livello
superficiale, perché si è consapevoli delle proprie azioni. A
livello più profondo, potreste però non capire realmente le
ragioni che vi portano a sopprimere un desiderio o un
sentimento. Queste potrebbero essere frutto del
condizionamento cui siete stati sottoposti nel quadro della
trance consensuale, e la soppressione potrebbe essere sintomo di
altre patologie.

LA FORMAZIONE REATTIVA
La formazione reattiva e i meccanismi di difesa di cui
discuteremo d’ora in poi rappresentano manifestazioni più forti
del sonno vigile perché oltre a impedirci di risvegliarci e di
sviluppare una più alta coscienza, comportano blocchi e
alterazioni della coscienza ordinaria. Le bugie con le quali ci si
identifica e che vengono perciò simulate come se fossero verità,
costituiscono un’altra grave alterazione.
La formazione reattiva comporta un’accentuazione della
tendenza opposta al fine di negare un desiderio o un sentimento
inaccettabili. Qui non si vivono direttamente il desiderio o il
sentimento originali: qui entra infatti automaticamente in gioco
il meccanismo della falsa personalità, col risultato che si farà
esperienza di un forte sentimento o desiderio opposti a quelli
originali. La reazione si forma quasi istantaneamente, senza
alcuna emozione o sforzo.

222
Supponiamo che da bambini siate stati profondamente religiosi,
ma che le vostre aspettative siano state deluse. Magari,
nonostante abbiate pregato con fervore perché non morisse,
avete perso un amico. Allora vi lasciate andare all’amarezza e vi
scagliate contro il vostro senso religioso. Ora che siete adulti,
ogni volta che si parla di qualcosa che ha a che fare con la
religione, automaticamente lo ridicolizzate. Questa è una
formazione reattiva.
Per fare un altro esempio, supponiamo che veniate a sapere che
un vostro rivale, che chiameremo John, ha appena avuto una
grossa promozione che, secondo la vostra opinione, sarebbe
dovuta toccare a voi. A livello profondo, reagite provando
invidia, rabbia e il desiderio di attaccare John in un modo o in
un altro ma, per qualche ragione, questi sentimenti sono per voi
completamente inaccettabili. Il fatto che la formazione reattiva
intervenga quasi istantaneamente, significa che non proverete
rabbia, né avrete voglia di aggredire il rivale. Al contrario,
sarete colti da uno impeto di “carità cristiana” e pieni di
entusiasmo racconterete agli amici quanto sia meraviglioso che
John sia stato ricompensato per il suo impegno. Per fare ancora
un altro esempio, supponiamo che siate molto delusi dalla vita,
ma che il vostro condizionamento vi faccia sentire nel peccato
per aver messo in dubbio la divina provvidenza. La formazione
reattiva vi impedirà di avvertire direttamente la vostra
delusione; invece, non perderete occasione per dire a tutti
quanto sia meravigliosa e giusta la provvidenza di Dio. Ogni
volta che siete esageratamente e poco realisticamente entusiasti
di qualcosa, sarà utile chiedervi se si tratta di una difesa messa
in atto dalla formazione reattiva per nascondere qualche altro
sentimento.
La formazione reattiva è un meccanismo che rispecchia la
logica dell’“uva acerba”. Non riuscendo a ottenere qualcosa,
cominciate a evidenziarne gli aspetti negativi: “Comunque non

223
è che la volessi proprio quella schifezza!” Questa è una
formazione reattiva in tono minore, perché il desiderio iniziale
era chiaramente presente alla coscienza prima che si formasse la
reazione.
Nei precedenti capitoli, considerando la coscienza in base al
modello del simulatore del mondo, abbiamo osservato che una
sana ed efficace simulazione rispecchierà accuratamente il
mondo esterno e i nostri stessi valori essenziali e sentimenti più
profondi. Più sarà accurata la simulazione del mondo fisico
circostante, più saranno utili le simulazioni relative ai vari corsi
di azione (pensiero operativo). La formazione reattiva
costituisce una grave alterazione del processo di simulazione del
mondo, perché ciò che percepiamo della nostra reazione a un
evento è l’opposto della nostra fondamentale reazione originale.
Le nostre simulazioni relative a ulteriori corsi di azione e alle
loro conseguenze, e dunque il nostro comportamento, saranno
allora viziati.
Via via che diverrete più abili nell’osservazione di voi stessi,
soprattutto nel notare gli aspetti più sottili e meno appariscenti
dei vostri sentimenti, potrete forse accorgervi dei sentimenti che
la formazione reattiva vi tiene nascosti ed analizzarli in modo
più approfondito. Questa difesa può inoltre essere analizzata
chiedendo sistematicamente a voi stessi se c’è in voi qualsiasi
sentimento che si oppone a certe vostre forti convinzioni o che
ne viene oppresso. Come sempre quando si tratta di meccanismi
di difesa, è consigliabile rivolgersi a un esperto terapeuta o a un
professionista che possa guidarvi nella crescita personale,
qualcuno che vi aiuti a mettere in luce certi aspetti del vostro
comportamento che difficilmente riuscireste a scoprire da soli.

LA REPRESSIONE
La repressione consiste nel sottrarre completamente alla

224
consapevolezza quei sentimenti o desideri che ci sono
inaccettabili. La mente risulta divisa tra una parte conscia
inconsapevole di ciò che è inaccettabile, e una parte inconscia in
cui potrebbe aver luogo una forte reazione. L’inaccettabile è
tenuto forzatamente al di fuori della consapevolezza, e non
sussiste alcun barlume di coscienza che qualcosa possa venire
represso. È come se nei nostri ricordi fosse stato immagazzinato
del materiale provvisto di speciali cartelli: “Attenzione!
Conoscere o fare esperienza di questo materiale sarebbe troppo
sconvolgente, perciò tenetelo sempre fuori dalla coscienza!”
Parte di ciò che attualmente è represso un tempo era presente
alla nostra coscienza. La repressione è servita a cancellare il
dolore. È inoltre possibile che la repressione operi quasi
istantaneamente sulle nostre percezioni, reprimendole da subito,
non lasciandone alcuna traccia nella coscienza, come avviene
nella difesa percettiva.

Le prove della repressione


Di primo acchito, il concetto di repressione potrebbe apparire
intrinsecamente contraddittorio. Come si fa a sapere davvero
che qualcuno prova o desidera qualcosa se la persona in
questione insiste di non essere assolutamente consapevole di
provare o desiderare quella cosa? L’idea della repressione
potrebbe essere presa per un’altra forma di insulto cui si ricorre
nei litigi. “Tu mi detesti! Che significa che non provi odio? Stai
solo reprimendo i tuoi sentimenti!” Quello della repressione è
tuttavia un meccanismo di difesa che spesso viene usato per
contrastare le forti emozioni e i desideri, quindi può avere effetti
indiretti che consentono a un osservatore esterno di accorgersi
che è in atto una repressione.
Supponiamo che un paziente incominci una terapia. Nei
colloqui iniziali il terapeuta vorrà farsi un’idea di quali siano i

225
15

FALSA PERSONALITÀ ED
ESSENZA

Questo capitolo riassumerà brevemente i problemi della trance


consensuale che abbiamo preso in considerazione in questa
parte del libro. Considereremo in modo più dettagliato i concetti
di personalità, falsa personalità ed essenza.
Nell’introduzione a questo volume ho parlato della perdita delle
energie vitali come della perdita della luce che un tempo
vedevamo ma che ormai, come dice Wordsworth nei primi due
versi di “Indizi di Immortalità”, non vediamo più. Torniamo ora
a quel tema con i primi due versi di “Penso continuamente a
coloro che furono davvero grandi”, di Stephen Spender.
Penso di continuo a coloro che furono davvero grandi.
Che, fin dal ventre materno, ricordavano la storia
dell’anima
Attraverso corridoi di luce dove le ore sono soli
Infiniti che cantano. La cui amorevole ambizione
Era che le loro labbra, ancora toccate dal fuoco,
Dicessero dello Spirito, avvolto in un canto da capo a
piedi.
E che dai rami primaverili raccoglievano
I desideri che cadevano come fiori sui loro corpi.

263
Ciò che è prezioso, è non scordare mai
L’essenziale delizia del sangue di sorgenti senza tempo
Che si fa strada attraverso le rocce di mondi che
precedono la nostra terra.
Non negarne mai il piacere nella semplice luce del
mattino
E neppure la mesta richiesta d’amore della sera.
Non permettere mai al traffico di soffocare gradualmente
Con il rumore e la nebbia, il fiorire dello Spirito.(1)

LA PERSONALITÀ
Lo studio della personalità è uno dei principali campi di
specializzazione della psicologia moderna; io mi ci sono
specializzato durante il tirocinio che è seguito alla laurea. Per
quasi tutti è un argomento davvero affascinante. La mia
personalità è buona o cattiva? Farei bene a seguire un corso per
migliorarla?
Per personalità di solito si intende un insieme di atteggiamenti,
tratti, motivazioni, valori e modelli di risposta durevoli e
persistenti che caratterizzano un individuo distinguendolo dagli
altri. Di solito, nell’uso comune, il termine personalità equivale
a sé; frasi come “John è aggressivo” e “John ha una personalità
aggressiva” vengono usate in modo intercambiabile.
Dall’interno, la personalità in genere è considerata la propria
vera identità: “Io sono una persona contraria alla violenza nelle
strade, comprensiva e motivata al successo negli affari, che
crede nella Costituzione e che nelle situazioni di emergenza
mantiene i nervi saldi”, per esempio.
Diamo valore e rimaniamo aggrappati alla nostra personalità,
difendendola anche quando presenta delle caratteristiche che ci
fanno soffrire. Certi aspetti della nostra personalità ci
predispongono effettivamente alla sofferenza. Se avete una

264
personalità “morale”, per esempio, allora vi sentireste
profondamente feriti se qualcuno vi accusasse di qualche
“colpa” o di essere “ipocriti”. I tratti della personalità che
evidentemente creano sofferenza, come il fatto di provare paura
in situazioni che non turberebbero affatto la maggior parte delle
persone, lungi dal sollevare seri interrogativi sull’intero
concetto di personalità, sono visti come qualità da correggere,
da sostituire con tratti della personalità più apprezzabili.
Effettivamente, tendiamo ad apprezzare le personalità “forti”,
persone dotate di caratteristiche molto appariscenti e di grande
impatto. Nel mondo dello spettacolo gli ospiti di programmi
radiofonici o televisivi, vengono definiti delle “personalità”.
Non sarebbe fantastico anche per voi essere una personalità?
La moderna psicologia riconosce che in certe persone la
struttura complessiva della personalità è talmente patologica che
sarebbe molto meglio per loro se fosse in qualche modo
possibile distruggerla sostituendola con una personalità più
“normale”. In linea di massima, però, gli psicologi non mettono
in dubbio il fatto che la personalità sia di per sé desiderabile.

ESSENZA E FALSA PERSONALITÀ A


CONFRONTO
Le grandi tradizioni spirituali, dal canto loro, hanno spesso
condannato la personalità. Ciascuno di noi è (o potrebbe essere)
qualcosa di molto più fondamentale e importante di quel che
siamo. Nella misura in cui la personalità consuma la nostra
energia vitale e/o interferisce attivamente con la scoperta, lo
sviluppo e la manifestazione del nostro sé più profondo, essa è
nemica della vera crescita.
Gurdjieff vedeva in questa tradizionale dicotomia il conflitto tra
l’essenza e la falsa personalità.

265
dell’identificazione, quindi ora sarà sufficiente considerarne la
funzione quale meccanismo di difesa.
Se vi dicessi che alcune guardie di un campo di concentramento
erano sadici assassini, che si divertivano a torturare e a uccidere,
che l’altrui sofferenza procurava loro un piacere quasi sessuale,
sicuramente non vi piacerebbe soffermarvi a pensare troppo a
lungo a una cosa tanto sgradevole; è quindi probabile che
caccereste questo pensiero abbastanza in fretta senza rimanerne
dunque troppo sconvolti. Ma se vi dicessi che voi stessi vi
eccitate sessualmente causando dolore agli altri e che vi
piacerebbe torturare e uccidere se poteste farlo impunemente,
allora il discorso cambierebbe!
L’accettabilità o inaccettabilità di sentimenti e desideri è una
questione molto più importante se riguarda i miei invece che
quelli di qualcun altro. Se in voi viene attivato un sentimento o
un desiderio inaccettabile, se vi identificate con qualche altro
aspetto di voi stessi o con un altro sé subordinato che non ha tali
sentimenti e desideri, allora prenderete le distanze, non
riconoscendo come vostro tale desiderio. Si è trattato di una
fantasia passeggera, di una piccola aberrazione forse, ma non
ero io, e non c’è bisogno di pensarci ancora o di affrontarla.
Nei Capitoli 11 e 12 abbiamo analizzato alcuni dei modi in cui
l’identificazione ci impedisce di cercare il nostro sé essenziale.

I sé subordinati e la frammentazione
Il passaggio da un sé subordinato a un altro può costituire un
efficace meccanismo di difesa rispetto alla piena esperienza
dell’inaccettabile o al fatto di doverlo affrontare. In effetti,
mantenendoci entro una serie accettabile di sé subordinati,
identificandoci sempre e soltanto con essi, riduciamo
notevolmente la possibilità che sorgano emozioni e desideri
inaccettabili. Supponiamo che io abbia un sé subordinato che si

228
un’esperienza tutt’altro che univoca. Per certi versi, è
meraviglioso imparare cose nuove, scoprire il sapere e la forza
della cultura. Per altri, si viene pesantemente feriti e mortificati
e si deve negare il proprio sé essenziale. Nel corso del lavoro
sulla sua crescita, per esempio, mia moglie si ricordò il preciso
episodio della sua infanzia in cui rinunciò alle sue percezioni,
che venivano costantemente invalidate dagli adulti: si arrese e
decise che avrebbe accettato per vero ciò che lo era per loro.
Tutti noi abbiamo vissuto questo tipo di resa, anche se in genere
questo è avvenuto per gradi piuttosto che con un’unica, plateale
rinuncia.
Ogni volta che rinunciamo anche solo a un piccolo aspetto del
nostro sé essenziale, l’energia dell’essenza viene deviata in
modo da offrire un supporto allo sviluppo della personalità. In
questo caso il significato originale di persona, una maschera
usata dagli attori, è del tutto appropriato. Un po’ alla volta, ci
costruiamo una maschera sempre più completa, che costituisce
una presentazione di noi stessi socialmente accettabile, qualcosa
che riscuoterà consenso e approvazione, che farà di noi degli
individui “normali”, uguali a tutti gli altri. Identificandoci
sempre più con la maschera, con la personalità, e dimenticando
che stiamo recitando un ruolo diventando quel ruolo, una
quantità sempre maggiore della nostra naturale energia viene
assorbita dalla personalità, mentre l’essenza avvizzisce. La falsa
personalità, via via che acquisisce più potere, potrebbe a sua
volta soffocare l’essenza usandone l’energia a proprio
vantaggio.
Possiamo sublimare certi aspetti della nostra natura essenziale
che non ci è consentito di esprimere direttamente, per
salvaguardarli almeno in parte. Alcuni di essi potrebbero
perdurare perché si dà il caso che la cultura li apprezzi. In ogni
caso, l’energia di molti aspetti della nostra essenza va
completamente persa oppure viene sublimata attraverso la falsa

267
personalità. Per troppi di noi, troppa essenza avvizzisce.
Un po’ alla volta, con il rumore e la nebbia, il traffico della
trance consensuale ha spento il fiorire dello spirito vitale.
Pensate alle potenzialità essenziali dell’esempio sopra riportato:
un talento innato per la matematica e la musica, il disgusto per il
sapore della vaniglia, un’intelligenza fisica/istintiva
eccezionalmente alta per il tipo di coordinazione ed equilibrio
richiesto dalla ginnastica, la propensione alle arrabbiature e la
capacità fisica di procreare. Ovviamente questa persona
dovrebbe studiare matematica e musica, far parte di una squadra
di ginnastica, evitare di mangiare cibi al gusto di vaniglia,
cercare di imparare a controllarsi e avere dei figli. Ma per gran
parte della nostra storia culturale, che possibilità ha avuto una
donna di studiare matematica all’università o di diventare una
ginnasta?
Questo spiega perché Gurdjieff parlasse di falsa personalità.
Una cultura ha le proprie idee su come dovrebbero essere le
persone, e tali idee spesso tengono poco conto delle potenzialità
uniche che ogni individuo possiede. Per gran parte della nostra
storia culturale, la donna dell’esempio avrebbe ricevuto una
scarsa o nessuna istruzione, e men che meno avrebbe studiato
matematica o musica; non le avrebbero consentito di usare
gioiosamente il suo corpo facendo ginnastica, figuriamoci poi se
avrebbe potuto allenarsi sistematicamente; così, avrebbe finito
per mettere al mondo un sacco di bambini, sia che questa
particolare potenzialità le andasse a genio che in caso contrario.
Le sue intemperanze le avrebbero procurato dei guai perché
avrebbero minacciato il predominio maschile, a prescindere dal
loro generale significato problematico. Ci sono anche persone
fortunate: molti dei loro desideri e talenti coincidono con ciò
che viene loro richiesto dalla cultura. Alla maggior parte di noi,
uomini o donne, l’essenza viene per lo più negata.

268
Questa negazione può distruggerci la vita, perché l’essenza è la
nostra parte più vitale, la scintilla che vive realmente. È la luce
che si trovava nei campi, nei boschi, nei ruscelli, nella terra e in
tutto ciò che ci era familiare. Via via che la falsa personalità
assorbe la nostra energia vitale fin quasi a esaurirla, la luce si
affievolisce e la vita diventa una serie di abitudini meccaniche,
automatiche, che stancamente ci spingono avanti insieme a una
moltitudine di altre vittime incolori trasformate in automi,
rafforzando ulteriormente la depressione e il vuoto che portiamo
in noi. Parlando di tutto questo, Gurdjieff non usava certo mezzi
termini e sosteneva che molte delle persone che si vedono
camminare per strada sono morte. L’essenza è stata a tal punto
derubata della sua energia, la falsa personalità è diventata
talmente meccanica e automatica, che non c’è alcuna vera
speranza che avvenga un cambiamento: queste persone sono
diventate oggetti meccanici che vivono vite meccaniche, e sono
destinate a morire di una morte meccanica.

LA FALSA PERSONALITÀ DEVE MORIRE


Noi siamo dunque la nostra falsa personalità, e tuttavia… C’è
almeno ancora un po’ di essenza che sopravvive in noi, alla
quale ancora si può arrivare. Se fosse andata tutta esaurita,
probabilmente ora non stareste cercando di crescere. Esiste
invece la speranza di una vera crescita.
In questa parte del libro abbiamo delineato la questione della
falsa personalità, il modo in cui si sviluppa, le abitudini e le
difese che la sostengono. Per cambiare davvero, la falsa
personalità deve morire. Ma non in modo brusco e punitivo, non
con attacchi del superego, perché anch’essi sono parte della
falsa personalità. La morte della falsa personalità dovrebbe
essere un processo di trasformazione, di riciclaggio, un processo
avveduto basato sulla conoscenza acquisita attraverso una

269
prolungata osservazione di sé.
Se all’improvviso poteste semplicemente essere la vostra
essenza, per un po’ provereste un grande sollievo ma alla lunga
vi stanchereste. L’essenza ha smesso di svilupparsi già nella
prima infanzia, ed è difficile vivere una vita da adulti come
bambini. È noto che Gurdjieff dimostrò questo fatto facendo
momentaneamente tornare una persona alla sua essenza
attraverso una combinazione di droghe sconosciute e di ipnosi.
(2) Pensate al fenomeno della regressione ipnotica di cui

abbiamo parlato nel capitolo 9. Nel mio studio sugli effetti della
marijuana, ho constatato che uno dei più comuni era sentirsi
maggiormente infantili e aperti, il che rientra ovviamente tra le
attrattive di questa droga.(3) Per ottenere risultati permanenti,
tuttavia, dobbiamo riscoprire l’essenza per nutrirla, amarla e
prendercene cura, come avrebbe fatto un genitore più
illuminato. Per riuscirci sarà necessario che la falsa personalità,
nella quale viviamo, impieghi le sue migliori risorse.
L’essenza un po’ alla volta comincerà a crescere e a utilizzare le
risorse, la conoscenza e il potere che attualmente vengono usati
in modo meccanico dalla falsa personalità. Invece di essere
diciamo essenza al 2 percento e falsa personalità al 98, come
d’abitudine, potrete passare gradualmente a una percentuale
sempre maggiore di essenza, di vitalità e di fondamentale gioia
di vivere, lasciando sempre meno spazio alla falsa personalità.
Tutto questo dovrà essere accompagnato dallo sviluppo di una
più alta coscienza che chiamiamo risveglio. Allora la falsa
personalità in quanto centro di controllo automatico
predominante sarà “morta”, ma tutte le capacità e le conoscenze
ad essa legate saranno disponibili per essere utilizzate da un più
alto livello di coscienza. Abbiamo bisogno delle capacità e delle
conoscenze ancora intrappolate nella falsa personalità per scopi
più vitali del mantenimento della trance consensuale. Talvolta,
abbiamo bisogno di queste capacità anche per correggere alcune

270
esperienze vitali vi aiutino a crescere. Ho conosciuto persone
che pur avendo vissuto profonde esperienze spirituali, hanno
usato l’isolamento per ammortizzare questo shock positivo, che
quindi non è servito a cambiare la loro vita.
È possibile indovinare la presenza delle difese dell’isolamento
là dove si nota che qualcuno (inclusi voi stessi) sostiene
contemporaneamente due forti opinioni che contrastano tra loro,
di solito in momenti o in contesti diversi, senza peraltro
avvertire conflitti e senza alcun senso di angoscia per questa
mancanza di coerenza. Se gliela fate notare, avrete
l’impressione che voglia evitare di guardare in faccia questa
incoerenza, preferendo mantenere l’isolamento. L’aspetto di
simulazione della coscienza si dimostra carente nella creazione
di nessi, quando si tratta di collegare tra loro le varie esperienze
conservate.
L’osservazione di sé, soprattutto del tipo disciplinato di cui
discuteremo nel Capitolo 17, può servire a conoscere i singoli
aspetti del funzionamento mentale, ma senza uno sforzo
specifico teso a confrontare e a contrapporre tra loro le varie
osservazioni, queste potrebbero finire per essere immagazzinate
in maniera isolata, e in tal caso non potranno offrire alcun
valido contributo nel senso di un cambiamento. Uno dei
principali modelli di falsa personalità si basa su questo genere di
isolamento difensivo.(3) Questo genere di persona è molto brava
nell’osservazione di sé, la pratica abitualmente, e tuttavia
rimane alquanto imperturbata da ciò che osserva. Il fatto di
avere un terapeuta o un maestro che vi mostri gli aspetti
contraddittori, da voi isolati, della vostra persona, può essere
davvero molto utile.

LA PROIEZIONE
La proiezione è l’opposto dell’identificazione. Quando emerge

232
cominciare a individuare e a capire in voi stessi i problemi della
trance consensuale e, ciò che più conta, incominciare a
svegliarsi.

1) S. Spender, Selected Poems of Stephen Spender, New York, Random House, 1964.
2) Cfr. Ouspensky, Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto.
3) C. Tart, On Being Stoned: A Psychological Study of Marijuana Intoxication, Palo
Alto, California, Science and Behaviour Books, 1971.

272
un’emozione o un desiderio inaccettabile, invece di applicarvi la
categoria “questo sono io!”, il processo di simulazione del
mondo vi appone l’etichetta “questo è quello che qualcun altro
prova o desidera”. Poiché la proiezione difensiva si verifica in
caso di emozioni e desideri negativi e inaccettabili, sono gli altri
a essere considerati malvagi.
Supponiamo che fin da piccoli vi abbiano inculcato l’idea che la
rabbia è un’emozione negativa: le brave persone non si
arrabbiano; sono comprensive e pazienti. Da piccoli non solo
siete stati puniti quando vi arrabbiavate, ma in diverse occasioni
i vostri sentimenti sono stati invalidati: “Non è vero che sei
arrabbiato. E comunque non è una bella cosa. Sei solo stanco”.
L’abitudine di invalidare in questo modo le emozioni dei
bambini è molto diffusa. Ora vi trovate in un negozio in cui il
commesso che vi sta servendo è molto lento e inefficiente. Deve
continuamente andare a informarsi e vi fa vedere i prodotti
sbagliati. In realtà questo commesso, pur mettendocela tutta,
non si è ancora impratichito del suo lavoro. Voi però avete
fretta, e tutti questi errori e incertezze vi fanno arrabbiare. Ma
poiché per voi arrabbiarsi è una cosa inaccettabile, vi convincete
che il commesso vi ha preso in antipatia, ce l’ha con voi e fa
apposta a farvi arrabbiare! Il commesso è perfido e di cattivo
umore, mentre voi siete innocenti, buoni, e fin troppo pazienti.
Una volta che questa proiezione iniziale abbia avuto luogo,
condizionerà ulteriormente la vostra percezione/simulazione del
mondo con il risultato che noterete ancora di più ogni minimo
errore del commesso, e la vostra percezione distorta sembrerà
convalidare la proiezione iniziale.
La proiezione può anche essere utilizzata per proiettare sugli
altri la nostra bontà, evitando così il rischio di ledere una debole
autoimmagine e gli eventuali vantaggi secondari che potrebbero
derivarne. La salvezza viene sempre cercata all’esterno.
“Arriverà qualcuno e sistemerà ogni cosa”. “Le cose

233
16

VERSO IL RISVEGLIO

Le idee riguardanti il risveglio, l’illuminazione e la crescita


spirituale sono per noi assolutamente vitali. Sono però anche
pericolose. Lo sono per la tranquilla stabilità della nostra vita
ordinaria. Se avete raggiunto un certo livello di sviluppo che
sotto descriverò come quello dell’“insoddisfatto percettivo di
successo”, dovreste accogliere favorevolmente questo pericolo.
Se invece non avete raggiunto tale livello, queste idee vi
saranno utili ma saranno anche abbastanza pericolose, per i
motivi sotto esposti.

I COMPITI INERENTI ALLO SVILUPPO


La vita ordinaria consiste di una serie di compiti inerenti allo
sviluppo. Cominciando dalla prima infanzia, si deve imparare a
gattonare e poi a camminare, a parlare, a controllare l’intestino e
la vescica, e così via. In particolare, si devono apprendere le
intricate sottigliezze del linguaggio in modo da potersi
esprimere adeguatamente. Si devono recepire i valori
fondamentali della cultura di appartenenza integrandoli e
automatizzandoli nella propria struttura mentale in modo da
poter fare e dire le cose appropriate senza compiere ogni volta
un’immane fatica. Bisogna poi differenziarsi dai propri genitori,
imparare un mestiere e provvedere al proprio sostentamento. Si

274
che gli altri suscitano in voi.
L’osservazione di sé è molto utile per individuare le
razionalizzazioni e per scoprire i propri sentimenti più autentici.
Sviluppare una certa sensibilità verso le proprie emozioni in
questo caso è fondamentale, perché sono le emozioni rifiutate a
guidare il meccanismo della razionalizzazione. C’è lo spazio di
un momento prima che la razionalizzazione oscuri queste
emozioni, quindi praticando l’osservazione di sé, potrete
cogliere le vostre emozioni e il desiderio di eliminarle attraverso
la razionalizzazione.
Nella razionalizzazione, il processo di simulazione del mondo
presenta una buona simulazione della situazione esterna ma una
rappresentazione molto approssimativa della vostra posizione.

LA SUBLIMAZIONE
In base al concetto psicoanalitico di sublimazione, il
desiderio/energia istintivo originariamente associato a un
oggetto inaccettabile si focalizza su un oggetto che gode di
approvazione. Freud, ad esempio, ipotizzò che inizialmente gli
istinti sessuali di un bambino si focalizzino sulla madre. Ma
poiché l’incesto è tabù, è escluso che egli possa trovarvi
gratificazione. Tuttavia, quando il bambino cresce e si sposa,
potrebbe scegliere una donna che è significativamente simile
alla madre. La sua mente inconscia identifica la moglie con la
madre, quindi i rapporti sessuali con la moglie gratificano in
parte il desiderio originale di avere uno scambio sessuale con la
madre, senza i conflitti che la consapevolezza di questo
desiderio porterebbe con sé. Una persona convinta che il sesso è
di per sé peccaminoso, potrebbe vivere in astinenza cercando di
sublimare la propria energia sessuale facendo opere buone. Una
persona fisicamente aggressiva, consapevole del fatto che
praticando la violenza direttamente si caccerebbe nei guai,

236
potrebbe diventare uno scaltro affarista.
Senza necessariamente accettare in blocco questa teoria,
possiamo considerare la sublimazione come sostitutiva della
gratificazione, nel senso che permette di ottenere qualcosa che è
abbastanza soddisfacente rispetto ai propri desideri da allentare
almeno in parte la tensione. Da un lato, può trattarsi di un
procedimento coscio, perché sarete consapevoli di attuare un
compromesso, come impone la realtà. Dall’altro, potreste non
sapere quel che fate e utilizzare invece la razionalizzazione o
altri meccanismi di difesa per sostenere la vostra sublimazione.
Potreste anche sublimare le energie spirituali in attività
mondane. Ho incontrato diverse persone che, per esempio, si
trascinavano da anni problemi di salute come l’emicrania.
Neppure le migliori cure mediche erano riuscite a guarirle.
Quando infine si erano dedicate alla spiritualità, i loro problemi
di salute erano scomparsi. In seguito, si erano rese conto di
essere naturalmente portate alla ricerca spirituale, ma non vi si
erano mai dedicate perché la cultura non la approvava. Avevano
cercato di deviare quell’energia impiegandola tutta in attività
quotidiane. Questo in parte era servito, ma solo in parte, e in
conseguenza di una sublimazione solo parzialmente riuscita,
avevano accusato problemi di salute.
Imparare a individuare le sublimazioni dipende dalla generale
capacità di osservare e ricordare se stessi, di cui discuteremo in
seguito, nei Capitoli 17 e 18. Questi processi conducono a una
maggiore consapevolezza della propria essenza e a una sua
crescita; così si può chiarire quali siano i propri veri interessi.

IL DINIEGO
Il diniego oppone alla forza altra forza. Quando affiora un
desiderio o un sentimento inaccettabile, la mente mette in

237
percorso spirituale, dovrebbe legare con loro?” “Non faccio mai
lo stesso lavoro per troppo tempo perché mi rendo conto della
falsità e stupidità dell’acculturazione. Io sono al di sopra di
queste cose banali e avvilenti tipo avere uno stupido lavoro
fisso”. Nella migliore delle ipotesi, queste idee alimenteranno i
sogni ad occhi aperti riguardo alla vostra situazione, che non
avete comunque realmente intenzione di cambiare. Nella
peggiore, vi spingeranno a trascurare le poche capacità sociali
che possedete, contribuendo a ridurre ulteriormente il vostro già
scarso adattamento al contesto culturale in cui vivete.

La gerarchia dei bisogni di Maslow


Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia
umanistica, si rese conto che la moderna psicologia mostrava
una marcata tendenza a privilegiare lo studio della
psicopatologia e che da questo traeva dei modelli di sviluppo da
applicare alle persone normali. Egli studiò dei soggetti felici e
creativi che amavano la loro vita e che si sentivano realizzati. A
partire da questo studio elaborò, tra l’altro, il concetto di
gerarchia dei bisogni. In genere è necessario che i bisogni più
basilari vengano adeguatamente soddisfatti prima che quelli
gerarchicamente più elevati, per esempio la creatività o la
sincerità, possano diventare importanti. Un uomo che soffre la
fame, per esempio, non si preoccuperà troppo di salvaguardare
la propria immagine sociale se sacrificandola riuscirà a
mangiare.
Dall’alto al basso, la gerarchia dei bisogni di Maslow è la
seguente:
AUTOREALIZZAZIONE
AUTOSTIMA
AMORE E SENSO DI APPARTENENZA
BISOGNO DI SICUREZZA

277
FONDAMENTALI BISOGNI FISIOLOGICI
L’“alto” e il “basso” in questo schema sono privi di qualsiasi
connotazione morale. Non c’è niente di “male” nel fatto che un
uomo affamato desideri mangiare.
L’autorealizzazione si riferisce a un innato bisogno di realizzare
se stessi, di scoprire, sviluppare e utilizzare appieno tutte le
proprie potenzialità e capacità. Sfortunatamente, sono poche le
persone in grado di fare questo. Nei termini di Maslow, questo
libro ha per tema l’autorealizzazione. Più ci si risveglia dalla
trance consensuale, più si diventa capaci di realizzare il proprio
sé superiore e le proprie potenzialità. Le idee di Gurdjieff,
tuttavia, vanno ben oltre quelle di Maslow.
Questa gerarchia dei bisogni è uno schema dinamico. Non è
detto che una volta raggiunto il più alto livello della scala si
rimanga per sempre in quella posizione: anche ai santi può
venire fame. Ci si può preoccupare dei bisogni superiori anche
quando quelli più basilari non vengono adeguatamente
soddisfatti: a volte la sofferenza dovuta al mancato
soddisfacimento dei bisogni inferiori può avere un effetto
galvanizzante, inducendo una persona a prendere in seria
considerazione i suoi bisogni superiori. In generale, ma con
qualche significativa eccezione, è semplicemente più probabile
che là dove i bisogni di base non venissero ragionevolmente
soddisfatti, avrebbero il potere di distrarvi, oppure fareste
confusione tra bisogni superiori e inferiori. Partecipare a un
gruppo che segue la quarta via, per esempio, potrebbe rivelarsi
controproducente se state cercando di soddisfare il bisogno di
stringere delle amicizie; questo è uno dei problemi che
interessano il lavoro in gruppo, di cui parleremo nel Capitolo
22. Incrementando il grado di autorealizzazione, tuttavia, si
finisce per dedicare più tempo e più energia ai propri bisogni
superiori.

278
dell’attenzione disponibile. Se l’attenzione continua a saltare da
una cosa all’altra, diventa difficile da catturare.
Supponiamo che stiate conversando con qualcuno che, avendo
letto il Consumer Reports, vi dice che la rivista ha esaminato il
costoso modello di automobile che avete appena acquistato
trovando che è costruito male, che è facile ai guasti e che è un
cattivo affare. Quasi tutti noi mostriamo una considerevole
tendenza ad identificarci con la nostra auto, e poi c’è il fatto non
trascurabile che si tratta di un importante investimento, quindi
se la nostra scelta viene messa in discussione abbiamo motivo di
rimanere male. Ma cominciando a reagire alle implicazioni
negative della vostra scelta, vi viene in mente che domani
dovete portare la macchina dal meccanico e così vi ricordate del
film che state pensando di andare a vedere domani sera, e a quel
punto notate che il vostro amico ha un taglio di capelli che gli
dona molto e fate un commento al riguardo, e questo vi fa
ricordare di quella volta che avete fatto un picnic insieme, e
allora vi accorgete che avete fame, e così via. La
narcotizzazione ha l’effetto di rendervi insensibili agli aspetti
minacciosi della realtà, non perché distolga la vostra energia
mentale sfumando le cose ma perché ve le fa ruotare intorno
così velocemente da distrarvi dagli eventi che potrebbero
turbarvi.
Il simulatore del mondo in questo caso non è sicuramente pigro.
Se non altro, fa gli straordinari creando un mondo interessante;
viene però accordata uguale energia e attenzione a tutto, perciò
il processo di simulazione manca qui di sottolineare ciò che è
essenziale.
Quando la narcotizzazione è l’impronta dominante della falsa
personalità, si conduce una vita molto attiva, ma in qualche
modo, nonostante il gran daffare, le cose davvero importanti
vengono trascurate. L’iperattività può inoltre far sì che ci si

239
senta quasi sempre stanchi, e la stanchezza può intorpidirvi a tal
punto che non riuscirete neppure a vedere cosa manca alla
vostra vita. La narcotizzazione può costituire una difesa
primaria contro una crescita reale. Passare da un maestro a un
altro e seguire diverse pratiche spirituali tutte in una volta avrà
l’effetto di tenervi troppo occupati perché possiate prestare
ascolto al vostro sé essenziale.
Mettere in discussione l’eccessivo affaccendarsi, cercare di
avvertire la quiete occultata da tutta quell’attività, può rivelare
che si è messa in atto una narcotizzazione di difesa.

LA REGRESSIONE
La regressione viene generalmente considerata una difesa da
ultima spiaggia, cui si ricorre quando vari meccanismi di difesa
più “adulti” si sono dimostrati inadeguati. Una persona
regredisce così alla personalità e alle strutture psicologiche che
aveva in giovane età, quando, presumibilmente, le cose le
andavano meglio. Non sempre la regressione è altrettanto
evidente della regressione dell’età che si manifesta durante
l’ipnosi, quando il soggetto dichiara di essere più giovane e si
comporta in modo molto convincente come se lo fosse davvero;
in questo caso si verifica invece uno spostamento degli
atteggiamenti emotivi a un’età precedente. La regressione
potrebbe durare solo alcuni minuti o periodi di tempo molto più
lunghi.
Alcuni anni fa misi a punto una tecnica molto utile per
osservare queste regressioni. Le “risposte lampo” prevedono
che si replichi verbalmente e in modo immediato alle domande,
senza prendersi il tempo di formularle o di pensarci (e quindi di
censurarle); questo può rivelare molte cose se ci si impegna a
scoprire e a dire la verità. Prendetevi questo impegno con vostra
moglie o vostro marito o con un amico e ditegli di chiedervi

240
comunque sufficienti. Manca qualcosa di fondamentale.
L’insoddisfatto percettivo si rende conto che né ottenendo
ancora più beni materiali o rispettabilità né con l’avventura
della ribellione potrà soddisfare questo bisogno fondamentale.
L’insoddisfatto percettivo di successo potrebbe avere l’aria di
condurre una vita molto normale, oppure, esternamente,
potrebbe ribellarsi a certi aspetti della sua cultura. Egli non è
però obbligato a ribellarsi esternamente per razionalizzare il
fatto che non riesce ad avere successo nelle cose ordinarie:
infatti ci riesce benissimo. Se si ribella, lo fa da una posizione di
forza e non di debolezza. Non è necessariamente ricco e
famoso, ma se la passa piuttosto bene. Se sceglie di adottare uno
stile di vita che secondo i parametri culturali appare semplice e
dimesso, si tratterà di una scelta autentica, che non dipende
dall’incapacità di guadagnare di più. Qui è importante
riconoscere ciò di cui abbiamo veramente bisogno per sentirci
sufficientemente a nostro agio e al sicuro dall’enorme inflazione
di questi desideri, dovuta alla pubblicità e ad altre forme di
pressione culturale. Quello che in base a criteri realistici
sembrerebbe confortevole e sicuro potrebbe essere considerato
insufficiente in una società dei consumi in cui la smania di
accumulare beni materiali si è spesso sostituita alla ricerca di
una dimensione spirituale.
Con ciò non voglio dire che tutti gli aspetti della vita di una
persona di successo siano soddisfacenti, o che non ci siano mai
dubbi e delusioni, o che essi siano totalmente conformi ai
parametri della società. Se aspetterete di aver raggiunto la
perfezione in tutte le cose prima di cercare di risvegliarvi,
dovrete attendere parecchio! Poiché in ogni caso la perfezione è
impossibile ai livelli di vita ordinari, aspetterete invano per tutta
la vita.

281
LA NEVROSI ESISTENZIALE
La psicologia incominciò a riconoscere gli insoddisfatti di
successo negli anni Cinquanta. Gli psicoterapeuti erano abituati
ad avere in cura i nevrotici ordinari, soggetti che non erano
riusciti a padroneggiare tutti gli usuali compiti evolutivi e che
perciò erano infelici. Volevano essere “normali” per partecipare
alla vita e godersela come tutti gli altri. Poi cominciò a
presentarsi un nuovo genere di pazienti, persone che in base ai
parametri sociali ce l’avevano fatta, ma che ciononostante non
erano soddisfatte. Era abbastanza tipico che si lamentassero più
o meno in questi termini: “Sono vicepresidente della ditta in cui
lavoro e un giorno potrei diventarne il presidente. Guadagno
bene. Sono una persona rispettata nell’ambiente in cui vivo. Ho
un buon matrimonio e dei bravi figli. Ci concediamo due
vacanze all’anno. Eppure la mia vita è vuota. Possibile che non
ci sia qualcos’altro?”
I terapeuti chiamavano questi pazienti “nevrotici esistenziali”,
per indicare che erano alle prese con certi interrogativi che
riguardavano il vero significato della vita, mentre l’esistenza
quotidiana non era affatto un problema. Questa terminologia,
comunque, mostra fino a che punto i terapeuti stessi fossero
ancora invischiati nelle illusioni della nostra cultura. Perché mai
doveva essere “nevrotico” trovare che la vita normale non
bastava? Ormai possiamo riconoscere che gli insoddisfatti di
successo erano infelici perché la loro vita spirituale era vuota.
La trance consensuale in realtà non può bastare a degli esseri
che possiedono l’innata capacità di risvegliarsi. La “nevrosi
esistenziale” è quindi un segnale positivo di potenziale crescita.
Le analisi e le pratiche presentate in questo volume si rivolgono
proprio agli insoddisfatti percettivi. Potrebbero anche
intensificare il malcontento e, in un certo qual modo, alienarli
dalla vita di tutti i giorni. Al tempo stesso è fondamentale che

282
queste idee e pratiche non vengano utilizzate quali scuse per
razionalizzare il proprio fallimento rispetto ai normali compiti
che la vita richiede, o per avvallare un comportamento crudele o
indifferente verso il prossimo, perché questo avrebbe l’effetto di
guastare il loro potenziale e di moltiplicare le delusioni.
Non vorrei che voi, cari lettori, vi preoccupaste eccessivamente
di non avere abbastanza successo e una percettività
sufficientemente sviluppata per essere degli insoddisfatti
“percettivi di successo”. Se siete arrivati a leggere fin qui è
probabile che siate percettivi quanto basta, ma quante
imperfezioni vi è consentito avere? È previsto un livello minimo
di reddito? E che dire di tutti quei pazzeschi pensieri e
sentimenti che talvolta vi vengono nonostante passiate per
persone normali, e quei periodi in cui dubitate di voi stessi, e
così via?
Dovete affrontare la cosa in modo ragionevole. Se ci sono varie
aree in cui funzionate male a un livello di realizzazione
ordinario, probabilmente dovreste lavorare su tali aree prima di
concentrarvi troppo intensamente sull’applicazione di queste
idee sul risveglio, anche se alcune delle idee contenute nel libro
potrebbero aiutarvi a funzionare meglio a livello ordinario. Se
siete sì insoddisfatti, ma non siete tra quelli che hanno un certo
successo, esiste il rischio reale che travisiate lo scopo di questo
libro nel tentativo di assicurarvi un numero maggiore delle
gratificazioni offerte dalla società, dimenticando così che il suo
vero obiettivo è di trascendere la società stessa. È questa la
ragione per cui la quarta via dovrebbe partire dal livello
dell’insoddisfatto percettivo di successo.
Se non siete sicuri, provate a seguire queste idee e pratiche e
vedete un po’ cosa succede. Se vi aiuteranno a prendervi cura di
voi e dei vostri cari in modo soddisfacente e a comportarvi
decentemente verso coloro che hanno raggiunto un livello per lo

283
meno ordinario di successo, allora varrà la pena di portarle
avanti. E se la vostra trance consensuale comincerà ad
alleggerirsi, tanto meglio.

SERIETÀ E SEGRETEZZA
Le varie pratiche presentate in questa sezione erano (e sono)
destinate a studenti seri e diligenti. Alcune di esse in origine
furono trasmesse solo nell’ambito di rapporti confidenziali tra
maestro e studenti. Erano cioè, in termini più espliciti, “pratiche
segrete”. Perché?
Due sono le ragioni principali della segretezza delle pratiche
che comportano un’autentica crescita. Innanzitutto, una
determinata pratica potrebbe produrre effetti talmente potenti
che se non sarete preparati ad affrontarli, potranno provocare
danni, a voi o agli altri. Nelle mani di persone inesperte, tali
pratiche sono pericolose.
Nessuna di quelle che illustrerò in questa sede è decisamente
pericolosa, ma tutte sono senz’altro potenti. Alcune delle
profonde intuizioni che possono indurre potrebbero turbarvi, un
pericolo insito in qualsiasi tecnica di crescita; gli effetti a lungo
termine, tuttavia, dovrebbero essere benefici. Il potenziale
turbamento dipende anche dal vostro attuale livello di maturità:
da qui l’enfasi che sopra ho posto sul fatto che, prima di
dedicarvi al risveglio, dovreste essere ragionevolmente padroni
dei compiti evolutivi ordinari. Se avete molte difese contro certi
aspetti di voi stessi che non volete riconoscere, le intuizioni
ottenute attraverso l’osservazione di voi stessi potranno
turbarvi, e forse preferirete procedere lentamente, al ritmo che
vi è più congeniale, invece di buttarvi a capofitto in un lavoro
intensivo. Se vi trovate in uno stato gravemente disturbato, e/o
se per riuscire ad affrontare la vita ordinaria dovete ricorrere
alla psicoterapia o ai sedativi, vi raccomando di non praticare

284
condizionamento culturale al quale veniamo sottoposti, la
percezione non è un atto tanto semplice, ma per ora eviteremo
di complicare le cose). Successivamente il pensiero comincia ad
operare sui dati che abbiamo recepito: si cercano dei modelli, li
si confronta con altre informazioni conservate nella memoria e
vi si applica la logica. Ovvero, tenuto conto delle diverse
alternative che rimangono aperte, si simulano sia la situazione
di quel momento sia altre situazioni possibili, individuando tra
tutti lo sviluppo più desiderabile. Parte della simulazione
avviene attraverso le immagini, ma per lo più essa ha
generalmente luogo attraverso le parole. Alla fine tutto questo
porta a raggiungere una conclusione.
L’errore che commettiamo è quello di limitare il concetto di
pensiero al solo intelletto, soprattutto alla sfera verbale. In realtà
esistono molti modi di pensare, di simulare la realtà. Poiché la
parola pensiero è fortemente connotata come attività
intellettuale, soprattutto verbale, d’ora in poi utilizzerò il
termine valutazione, che è assai più generico. Il concetto
gurdjeffiano per cui l’uomo sarebbe dotato di tre cervelli,
quindi, significa che esistono tre tipi fondamentali di
valutazione: intellettuale, come viene in genere considerata,
emozionale e fisica/istintiva.(1)
Valutazione emozionale? Valutazione istintiva? Ma le emozioni
non sono forse qualcosa di più “primitivo” del logico pensiero
intellettuale, qualcosa che anzi spesso interferisce con il
pensiero logico? E gli istinti non sono ancora più “primitivi”?
Sì, in senso evolutivo: gli animali inferiori sono per lo più esseri
dotati di uno o due cervelli, il cui cervello intellettuale non è in
alcun modo paragonabile al nostro. E ancora sì, da un punto di
vista pratico: in molte persone il cervello emozionale e quello
fisico/istintivo si trovano effettivamente a uno stato primitivo
rispetto al cervello intellettuale. Gurdjieff sosteneva però che sia

244
la valutazione emozionale che quella fisica/istintiva potevano
essere sviluppate fino a raggiungere, ognuna secondo le
modalità che la contraddistinguono, un livello altrettanto elevato
del pensiero intellettuale. Di fatto, ci sono persone che hanno un
cervello emozionale altamente sviluppato, ma in genere il loro
cervello intellettuale e quello fisico/istintivo sono notevolmente
sottosviluppati. Altre persone hanno un cervello fisico/istintivo
molto evoluto, mentre la valutazione intellettuale ed emozionale
risulta carente. La mancanza di uno sviluppo equilibrato dei tre
tipi di valutazione è una delle maggiori cause della sofferenza
umana.

L’ALLEGORIA DEL CAVALLO, DELLA


CARROZZA E DEL COCCHIERE
Esiste un racconto allegorico orientale su un cavallo, una
carrozza e un cocchiere che illustra ampiamente la nostra natura
di esseri dotati di tre cervelli e i problemi dovuti al loro sviluppo
insufficiente e al loro squilibrio.
Insieme, un cavallo, una carrozza e un cocchiere costituiscono
un mezzo di trasporto in grado di condurre un potenziale
passeggero, il Padrone, dovunque desideri andare. La carrozza
offre un supporto fisico per trasportare il Padrone comodamente
e in sicurezza, il cavallo mette a disposizione la propria forza
motrice e il cocchiere la conoscenza pratica necessaria a guidare
il mezzo fino alla destinazione del Padrone. Il cavallo, la
carrozza e il cocchiere dovrebbero essere pronti a partire ogni
volta che il Padrone si presenta e desidera recarsi in qualche
posto. In genere, però, il sistema non funziona così bene.
Spesso il cocchiere invece di metterla al coperto lascia la
carrozza sotto la pioggia e la neve, e così molte parti sono
arrugginite e marciscono. Non ha avuto una buona
manutenzione, certi pezzi andrebbero sostituiti e durante i

245
viaggi la sicurezza del padrone viene messa a repentaglio. La
mancanza di un uso appropriato è stata causa di un ulteriore
deterioramento. La carrozza ha infatti un sistema di
lubrificazione incorporato, così che quando avanza sobbalzando
su una strada sconnessa il lubrificante si distribuisce ai vari
giunti, ma dato che non viene usata da molto tempo, molti sono
bloccati e corrosi. La carrozza ha ormai un aspetto dimesso e
poco attraente. Quel “senso” della strada, indispensabile per
poter guidare in modo sicuro ed efficiente, che verrebbe da un
buono stato di manutenzione, è compromesso dalle cattive
condizioni della carrozza.
Il cavallo passa molto tempo imbrigliato alla carrozza, fuori
all’aperto sotto il sole cocente o sotto la pioggia e la neve,
mentre dovrebbe stare nella stalla. Il cocchiere non presta
abbastanza attenzione all’alimentazione del cavallo, quindi
l’animale mangia cibo di scarsa qualità e soffre di malattie
dovute a carenze nutritive. A volte viene del tutto trascurato e
rimane a lungo senza mangiare rischiando di morire di fame;
altre volte mangia troppo cibo eccessivamente nutriente. A volte
viene spazzolato e curato amorevolmente; altre volte il
cocchiere insulta e frusta l’animale senza alcun motivo
apparente. Il risultato è che il cavallo diventa imprevedibile e
nevrotico e così a volte tira la carrozza con troppa foga, mentre
altre volte si rifiuta di muoversi, a volte obbedisce al cocchiere e
altre volte cerca di morderlo.
Il cocchiere dovrebbe trovarsi nelle vicinanze, pronto a salire a
cassetta non appena il Padrone farà la sua comparsa, per
condurre cavallo e carrozza verso la destinazione ordinata dal
Padrone; egli è anche responsabile della manutenzione del
cavallo e della carrozza. Invece il cocchiere è solito allontanarsi
per andare a ubriacarsi in una taverna, in compagnia di altri
cocchieri. Un momento fanno baldoria e quello successivo
fanno a botte, si lasciano prendere dai ricordi e si raccontano un

246
sacco di colossali bugie sui meravigliosi (ma per lo più
immaginari) viaggi che hanno compiuto, o sui potenti Padroni
che a loro piace immaginare di servire, ora o in futuro. Non
distinguono molto bene tra le esperienze reali e quelle frutto
della loro fantasia.
In mezzo a questo perpetuo ed ebbro gozzovigliare, il cocchiere
in genere non sente il Padrone che lo chiama alla carrozza
perché prepari il cavallo e lo porti a destinazione. Quando capita
che il cocchiere senta la chiamata, dato il suo stato di
ubriachezza, è più probabile che la carrozza vada a
impantanarsi, si perda o si schianti che conduca celermente il
Padrone a destinazione sano e salvo.
C’è forse da meravigliarsi che il Padrone tenti solo raramente di
servirsi del cavallo, della carrozza e del cocchiere? O che il
cocchiere, nei suoi momenti di relativa sobrietà, senta che sta
disattendendo un’importante missione della sua vita? Che il
cavallo sia pieno di risentimento e preda di altalenanti attacchi
di rabbia e disperazione?
Ci sono spesso delle eccezioni parziali alla situazione sopra
descritta. A volte il cocchiere beve con moderazione ed è
abbastanza intelligente, ma nonostante il suo buon proposito di
obbedire, il Padrone non riesce ad andare molto lontano con un
cavallo nevrotico e mezzo morto di fame e una carrozza rotta. A
volte attaccato alla carrozza c’è un magnifico cavallo
obbediente, ben nutrito e forte, ma con i freni difettosi che per
metà del tempo stanno tirati e il cocchiere ubriaco, il viaggio
potrà essere movimentato ma non porterà da nessuna parte. A
volte la carrozza ha un aspetto splendido ed è molto comoda,
tenuta con cura meticolosa, ma con il cocchiere ubriaco e il
cavallo mezzo morto di fame potrà offrire solo un elegante giro
a vuoto.
La carrozza è il nostro corpo fisico. Il cavallo sono le nostre

247
emozioni. Il cocchiere è la nostra mente intellettuale. Il Padrone
è ciò che potremmo diventare se provvedessimo allo sviluppo
della nostra natura superiore.

Il corpo
Il nostro corpo fisico è spesso terribilmente trascurato oggi
giorno. Quasi tutti noi nella società in cui viviamo possiamo
facilmente procurarci cibo a sufficienza, eppure spesso ci
nutriamo in modo poco equilibrato, o invece di prestare ascolto
ai bisogni essenziali del nostro organismo, seguiamo delle diete
che cercano di ridurci alle misure anoressiche attualmente di
moda. Troppo spesso ci preoccupiamo più dell’aspetto esteriore
del nostro corpo, della sua conformità alla moda, che della sua
sostanziale integrità, fino a quando una malattia ottiene
provvisoriamente la nostra attenzione. È compito del cervello
fisico/istintivo valutare correttamente le prime avvisaglie di una
malattia mettendoci in allarme.
Il nostro corpo è stato concepito per il movimento e il lavoro
fisico. Lo sforzo fisico, quando richiede una certa abilità, non
solo è appagante di per sé, ma serve altresì ad azionare il
sistema di lubrificazione della carrozza. Per la maggior parte
delle persone che vivono in questa cultura, tuttavia, l’apice del
“successo” coincide con il rimanere seduti a una scrivania tutto
il giorno senza fare alcun tipo di lavoro fisico. In genere nella
nostra cultura chi svolge un lavoro manuale gode del più basso
prestigio sociale. L’attuale popolarità del jogging e di altre
attività sportive per mantenersi in forma, tuttavia, è già un
segnale di miglioramento: speriamo che duri.
La depressione è oggi un disturbo molto diffuso. Se una persona
sedentaria di mezza età va dallo psicoterapeuta perché si sente
depressa, sarebbe interessante suggerirle che invece di
sottoporsi a una psicoterapia dovrebbe prendere

248
immediatamente in considerazione un corso di ginnastica.
Dopotutto, il paziente trascura il proprio corpo in modo
significativo, e la medicina ci dice che in conseguenza di ciò è
altamente probabile che si ammalerà prima e morirà
prematuramente. Ha tutte le ragioni per essere depresso! Parlare
di come si sente non servirà a tenere in esercizio il suo corpo!
Se invece i disturbi dovessero continuare dopo che ha
conquistato una buona forma fisica, allora la psicoterapia
potrebbe rivelarsi utile.
Ci sono persone che effettivamente hanno enormemente
sviluppato la propria intelligenza fisica/istintiva, anche se di
solito ciò è avvenuto in modo molto selettivo; si tratta degli
atleti. Allo scopo di vincere, determinate caratteristiche legate
alla forza, alla coordinazione e all’intelligenza fisica/istintiva
sono state portate ad altissimi livelli di sviluppo. Un abile atleta
non è solo forte, è anche abile. L’atleta avverte ciò che il corpo
gli dice, ascolta i messaggi del suo cervello fisico/istintivo per
imparare a migliorare le proprie prestazioni. Spesso si paga un
alto prezzo per ottenere questo tipo di specializzazione, perché
vengono trascurati altri aspetti della vita.
A volte questa specializzazione dello sviluppo in senso atletico
diventa una preoccupazione dominante: si deve riuscire a
“sentire” ciò che il corpo ha da dire in generale, per avvalersene
pienamente e intelligentemente in molti campi della vita.
Esistono alcune discipline che si prefiggono in modo specifico
di educare il corpo a uno sviluppo e a una sensibilità generali.
Le arti marziali orientali note come arti “interne”, per esempio il
T’ai Chi o l’Aikido, sono dei buoni esempi di come si possa
privilegiare un’intelligente sintonia con il proprio corpo e il
sottile fluire del movimento invece della forza bruta.
Sviluppare il cervello fisico/istintivo porta inoltre a sviluppare
un particolare tipo di forza di volontà che non dipende dalla

249
tranquillamente seduti a guardare, o anche scendere dall’aereo.
All’ora fissata per l’avvio, i motori dell’aereo si sarebbero
accesi, l’aereo si sarebbe diretto verso una pista, sarebbe
decollato e avrebbe volato fino a destinazione, compensando
strada facendo i cambiamenti di vento e di condizioni
meteorologiche, sarebbe atterrato rullando fino all’aeroporto,
senza che nessun essere umano toccasse un solo comando
durante il volo. Questi sistemi sono stati provati non solo in
teoria, ma anche in pratica. I primi ovviamente presentavano dei
difetti che durante il volo rendevano necessario l’intervento del
pilota, ma sono poi diventati molto affidabili: il pilota umano
non aveva più niente da fare.
Sareste disposti a volare su un aereo completamente
automatizzato?
Poiché non è mai stato programmato nessun volo del tutto
automatico, nonostante già da un po’ disponiamo della
tecnologia necessaria, è ovvio che probabilmente nessuno vorrà
prenderne uno. Non ci fidiamo dell’automazione totale quando
un guasto potrebbe significare rimanere gravemente feriti, e
forse addirittura morire. Vogliamo che ci sia un pilota umano (e
un secondo pilota) seduto accanto a quei comandi, pronto ad
intervenire nel preciso istante in cui gli strumenti dovessero
funzionare male. Non importa quanto siano sofisticati gli
strumenti di controllo; se anche fossero quasi sempre affidabili,
questo non basterebbe.

LA NOSTRA MENTE COME UN VOLO IN


AUTOMATICO
Da ciò che abbiamo detto nei precedenti capitoli su come la
coscienza può essere condizionata a funzionare
meccanicamente, sarete in grado di cogliere la seguente
analogia: il nostro corpo, la mente e le emozioni spesso

291
assomigliano a un aereo che vola completamente in automatico.
Qualcun altro ha stabilito il percorso e la destinazione, sono
stati inseriti gli strumenti automatici e per portare a termine il
viaggio, non c’è alcun bisogno della vostra coscienza.
Ancora prima di considerare se le destinazioni programmate
coincidono effettivamente con i luoghi in cui vorreste andare, è
evidente che dovrebbe essere di turno un pilota qualificato
pronto a subentrare in caso di guasti, o qualora si verificassero
condizioni impreviste. Troppo spesso però il pilota non è a
bordo dell’aereo, oppure sta facendo un pisolino, o ha avuto una
formazione professionale inadeguata, o è talmente preso dalla
sbronza collettiva che ha luogo in cabina, da non prestare
attenzione ai messaggi che richiedono la sua presenza
nell’abitacolo. Benché (finora) non si siano verificati incidenti
mortali, ci sono stati comunque brutti incidenti: troppo spesso il
volo è stato inutilmente turbolento e ha incrociato troppo da
vicino altri aerei, cosa che ha gravemente danneggiato sia voi
che essi.

Formare il pilota
Supponiamo che siate riusciti ad acquisire una sufficiente
capacità introspettiva da rendervi conto che siete intrappolati su
un aereo con una guida automatica che funziona male, che siete
diretti verso una destinazione che altri hanno deciso per voi, e
che siete circondati da altri velivoli ugualmente pericolosi e mal
governati da un pilota automatico. Dove trovare un vero pilota?
Fortunatamente, sotto certi punti di vista, avete intorno un sacco
di persone che non solo affermano di avere il brevetto di pilota,
ma che insistono anche a volere assumere la guida dell’aereo in
modo che possiate fare un viaggio tranquillo verso una
meravigliosa destinazione! Se solo voleste passare nelle loro
mani quel poco che tenete sotto controllo, fidandovi della loro

292
visione, anche se non vi è del tutto chiara, vi promettono il
paradiso. E saranno così felici di avervi salvato! Basta che
diveniate membri della locale comune buddhista cristiana new
age di illuminazione organica del guru Raja, e tutto andrà per il
meglio.

L’attrazione per i maestri autoproclamati


È perfettamente naturale sentirsi attratti da tali ipotetici maestri
e salvatori. Tanto per cominciare, c’è il transfert infantile degli
atteggiamenti che avevamo verso i genitori e altre figure di
adulti autorevoli, che spesso effettivamente venivano in nostro
aiuto: una saggia figura genitoriale dovrebbe quindi essere in
grado di aiutarci. Dentro di noi c’è qualcosa che a livello
emotivo ci spinge a seguire un potente leader. In secondo luogo,
è innegabile che talvolta possiamo ottenere aiuto dagli altri, e
quindi la nostra speranza ha un fondamento realistico. In terzo
luogo, esistono svariati esempi di persone che hanno accettato
dagli altri questo tipo di aiuto e che sembrano averne
guadagnato in serenità. E se seguite il Guruguru Highfalutin
Singin, gli altri suoi seguaci saranno con voi una cosa sola e vi
offriranno un grande sostegno per la scelta compiuta.
Gurdjieff, tuttavia, sosteneva che i nostri problemi nascono dal
fatto di esserci affidati a una serie di piloti esterni, quindi
procurandocene un altro non troveremo di certo una vera
soluzione. Tutt’al più potrete sentirvi “contenti”, i macchinari
automatici della vostra psiche funzioneranno meglio e il vostro
falso bisogno emotivo di avere un leader sarà soddisfatto. Forse
vi sentirete meglio, ma sarete ancora nella trance consensuale,
addormentati. Il contenuto del sogno è cambiato, ora fate dei
“bei” sogni invece di avere degli incubi, ma sognare in questo
modo non vi aiuta a risvegliarvi alla realtà.

293
Diventare piloti di se stessi
La quarta via di Gurdjieff comporta innanzitutto che si impari
come funziona un aereo, come operano i propri meccanismi
psicologici e che poi si diventi/crei il proprio pilota, una parte
realmente vigile e sapiente della propria mente, in grado di
guidare bene l’aeroplano e di portarvi fino alla destinazione che
voi avete scelto. Capire il funzionamento dei propri meccanismi
psicologici è il lavoro dell’osservazione di sé. Creare il proprio
pilota è il lavoro del ricordarsi di sé. Parleremo
dell’osservazione di sé in questo capitolo e del ricordo di sé in
quello seguente: in pratica questi due tipi di lavoro finiscono per
fondersi l’uno nell’altro potenziandosi a vicenda.

L’OSSERVAZIONE DI SÉ OBIETTIVA OPPOSTA


A QUELLA DEL SUPEREGO
Per capire cosa sia l’osservazione di sé che conduce al risveglio,
dobbiamo fare una piccola digressione sulla questione del
controllo sociale, per esaminare qualcosa con cui viene spesso
confusa.
Gli antropologi distinguono tre classi generali di meccanismi di
controllo sociale. Il primo tipo di controllo, e anche il più ovvio,
è quello della forza diretta. Un gruppo può attaccare fisicamente
quei membri che si comportano in modo deviante, ferendoli o
uccidendoli. In una forma meno estrema, possono essere privati
di beni o privilegi. Il controllo si basa sull’interferenza con il
soddisfacimento del più basso livello di bisogni della gerarchia
di Maslow, ovvero il bisogno di sopravvivere e di evitare il
dolore e il disagio.
Questo tipo di controllo, tuttavia, è molto costoso. È necessario
che alcuni membri della cultura dedichino il proprio tempo a
vigilare sugli altri. Le persone preposte a preservare l’ordine

294
consumano cibo e invece di contribuire a produrre cibo o altre
cose utili devono essere mantenute a spese della comunità. Si
dovranno dedicare risorse fisiche alla costruzione di
commissariati di polizia, tribunali e prigioni. Più risorse saranno
destinate a questo livello di controllo, meno se ne avranno a
disposizione per un loro impiego produttivo.
Se ci si sposta più su nella gerarchia dei bisogni, fino al bisogno
di essere accettati dalla collettività, si possono creare
meccanismi sociali di controllo che non utilizzano così tante
risorse umane e fisiche. Si avrà quindi bisogno di meno
poliziotti e prigioni. Un sistema di questo genere viene
utilizzato in quelle che si chiamano “culture della vergogna”.
Facendo appello al naturale desiderio di essere accettati, si dà
grande importanza all’armonia del gruppo. I bambini vengono
educati e condizionati a sentirsi davvero male quando questa
armonia viene infranta. Se la gente sapesse che avete fatto una
cosa proibita, provereste una grande vergogna, gettereste
discredito su tutti gli altri oltre che su voi stessi, e l’armonia
della comunità ne sarebbe distrutta.
Non solo una speciale classe di poliziotti, bensì chiunque vi
vedesse compiere quell’azione proibita, applicherebbe la
propria censura. Per paura di essere messi alla gogna evitereste
di fare ciò che è proibito. Avendo la sicurezza che nessuno verrà
a saperlo, tuttavia, fare qualcosa di proibito è una grande
tentazione. Non è che ciò che è vietato sia di per sé sbagliato, è
la vergogna che provereste se foste colti in flagrante che non va.
Se fate qualcosa di proibito e nessuno lo scopre, o nessuno sa
che siete stati voi, non sarà necessario sentirvi male per ciò che
avete fatto.
Nel fare appello al bisogno di autostima, quelle che gli
antropologi chiamano “culture della colpa” vanno ancora più in
là. Il processo di acculturazione divide la mente in ego, la parte

295
cosciente con la quale in genere ci si identifica, e in superego, la
parte che è al di sopra dell’ego, che gli è superiore. Il
meccanismo del superego contiene le regole morali della
cultura, la capacità di capire quando queste sono state violate e,
ciò che più conta, il potere di punirvi emotivamente per la
vostra trasgressione. In effetti, un superego ben sviluppato si
accorgerà anche solo del fatto che state pensando di trasgredire,
che state “peccando in cuor vostro” e vi fa star male per aver
giusto contemplato l’idea di compiere l’atto in questione. Se
fate davvero qualcosa che è proibito, il superego vi punirà con i
sensi di colpa anche se nessuno saprà che siete stati voi.
Rispetto alle culture della vergogna, quelle della colpa non solo
hanno bisogno di meno poliziotti, ma hanno anche meno
bisogno di sorvegliare gli altri componenti del gruppo.
La maggior parte delle culture ricorre a una combinazione di
vergogna e processi di controllo del superego per tenere in riga i
propri membri, e il grado di efficacia di questi meccanismi può
variare considerevolmente da un caso all’altro. Tale efficacia
può essere inoltre ridotta dall’intervento di vari meccanismi di
difesa. Alcuni osservatori ritengono che la cultura americana
fosse in origine basata sulla colpa, mentre ora si starebbe
spostando maggiormente verso un tipo di controllo esercitato
attraverso la vergogna.
In un certo senso, quindi, il superego è un meccanismo
specializzato nell’osservazione di sé, utile, dal punto di vista
della cultura, per tenere in riga gli individui, per mantenerli
nella trance consensuale. Ma per promuovere la crescita
spirituale può essere fatalmente inadeguato per almeno tre
aspetti fondamentali.
In primo luogo, come abbiamo già visto, i valori che il superego
sostiene non coincidono con i vostri: si tratta di valori che altri
(i vostri genitori, la cultura) hanno scelto per voi e che vi hanno

296
inculcato con l’intensità della vita e della morte. In secondo
luogo, il superego agisce automaticamente; è una macchina
psicologica e non ha bisogno di alcun vero sforzo cosciente da
parte vostra per poter funzionare. In terzo luogo, il superego non
nasce da un impegno oggettivo rispetto alla verità, al desiderio
di sapere cosa sta realmente accadendo a dispetto di quello che
vorrei o che penso dovrei volere che accada, ma da un impegno
a priori nei confronti di valori assoluti, che potrebbero non
avere alcuna validità reale. Pensate al Capitolo 2: “Non c’è altro
Dio che la Realtà. Cercarlo altrove è l’atto della Caduta”.
Ignorando la realtà, la moralità assoluta del superego potrebbe
realizzare l’opposto di ciò che si propone.
L’osservazione del superego non va confusa con il genere di
osservazione di sé che dobbiamo sviluppare se vogliamo
risvegliarci dalla trance consensuale. Dobbiamo sviluppare uno
stile di osservazione che ponga la fedeltà alla realtà al di sopra
di tutti gli altri impegni. Il superego può, ovviamente, usare le
rilevazioni tratte da questo tipo di osservazione neutrale per
entrare in azione e lanciare un attacco, ma l’attacco stesso
diventa qualcosa da osservare attraverso un tipo più generale di
osservazione di sé piuttosto che qualcosa con cui identificarsi.
Esamineremo ora alcuni dei fattori che possono creare questo
tipo di osservazione.

LA CAPACITÀ DI OSSERVARE SE STESSI


La capacità di osservare se stessi è una funzione combinata del
desiderio di osservarsi, delle occasioni per poterlo fare, degli
ostacoli all’osservazione e della disponibilità di speciali
supporti all’osservazione.

Il desiderio

297
centro svolge inopportunamente il lavoro di un altro.
Un problema emozionale potrebbe così essere valutato e gestito
dal cervello intellettuale, per esempio. Invece di recepirlo
emotivamente, di confrontare e valutare il problema in termini
emotivi, lo si considera intellettualmente. Poiché l’intelletto non
è in grado di cogliere pienamente la conoscenza emozionale, il
problema non potrà essere valutato adeguatamente. In effetti, la
comprensione potrebbe risultare gravemente distorta perché i
pensieri intellettuali possono male interpretare i sentimenti e/o
perché i meccanismi di difesa inconsci hanno alterato di
proposito la rappresentazione intellettuale dell’emozione.
Per fare un esempio, mia moglie, che è infermiera e si sta
specializzando in neonatologia, una volta mi raccontò che un
neonato prematuro era morto mentre lei era di turno. Questa
morte l’aveva profondamente rattristata. Anch’io provai un po’
di tristezza, le dissi qualche parola di conforto e smisi di
pensarci. Un minuto dopo mi accorsi che improvvisamente mi
era vento il mal di testa. La notizia della morte di quel piccolo
mi aveva toccato profondamente, era stata pienamente ricevuta
e valutata dal mio cervello emozionale, ma il mio centro
intellettuale, preso dai suoi programmi per la giornata, aveva
gestito la notizia intellettualmente invece di permettere che il
cervello emozionale funzionasse a dovere. L’interferenza da
parte della testa con quello che avrebbe dovuto essere un dolore
al petto aveva provocato il mal di testa.
Inoltre, se all’espressione di un sentimento da parte di un’altra
persona rispondiamo con l’intelletto, la nostra reazione potrebbe
essere interpretata come un rifiuto personale. Essendo sempre
stato eccessivamente intellettuale, per esempio, mi è capitato
spesso che gli altri si arrabbiassero con me perché ero
“superficiale”, perché non reagivo emotivamente alla
manifestazione delle loro emozioni e non le condividevo.

256
Affrontare un problema intellettuale con il cervello emozionale,
d’altra parte, può essere altrettanto disastroso. Per trovare una
soluzione può rendersi necessaria l’applicazione rigorosa e
prolungata della logica intellettuale. Una reazione emotiva del
genere “Non mi va! Lasciatemi in pace!” che inibisce la
formulazione di ulteriori pensieri non è di nessun aiuto. La
razionalizzazione, uno dei quattro principali meccanismi di
difesa di cui disponiamo, è un esempio comune di come i
pensieri interferiscano con le emozioni. Si tratta di
un’interferenza perché l’emozione non viene riconosciuta come
qualcosa da valutare con il centro emozionale, ma viene invece
scambiata per un pensiero intellettuale.
Anche i problemi fisici/istintivi possono essere mal gestiti dagli
altri centri. Per me, che sono un uomo intellettuale, è stato
difficile comprenderlo, e non mi è stato chiaro fino a quando ho
cominciato a studiare l’arte giapponese di autodifesa
dell’Aikido, nel 1971. Il mio istruttore, Alan Grow, era cintura
nera di Aikido, una distinzione che si conquista con molti anni
di pratica e di provata abilità. Alan non parlava molto
dell’Aikido: lo insegnava attraverso l’azione, con delle
dimostrazioni pratiche, con il corpo insomma. All’inizio questo
mi sfuggì del tutto. Nel giro di due settimane fui in grado di
offrire una magnifica descrizione verbale della natura e filosofia
dell’Aikido, dei principi alla base delle tecniche, e del suo
rapporto con altri sistemi di sviluppo spirituale. Continuavo
però a notare una cosa: Alan riusciva a scagliarmi dall’altra
parte della stanza con quello che sembrava un semplice scatto
del polso, mentre io riuscivo a malapena a camminare sopra il
materassino senza barcollare!
Nonostante mi venisse costantemente dimostrato che l’Aikido
non era fatto di parole, per due anni cercai di impararlo con lo
stesso metodo che avevo usato con profitto in quasi tutti gli altri
campi della vita, cioè con le parole e i pensieri. “Mettere il

257
piede sinistro qui, quello destro là, spostarsi in avanti e di lato
quando arriva il colpo, ricordare il concetto di andare fuori asse,
schiena diritta, concentrare la coscienza nella pancia,
visualizzare l’energia che fluisce all’esterno davanti a me,
alzare la mano destra e girarla, visualizzare l’energia del colpo e
seguirla piegandosi”, eccetera eccetera.
Non funzionava molto bene. Alla fine scoprii come rimanere
seduto immobile a osservare la dimostrazione di una tecnica
“con il corpo”, con poche o nessuna parola. Cominciai a
imparare da una prospettiva completamente nuova. Era il mio
cervello fisico/istintivo che ora gestiva il mio corpo, e in questo
era molto più bravo del centro intellettuale.
Anche il cervello fisico/istintivo può gestire malamente il lavoro
degli altri centri. Una persona che mette in pratica le proprie
idee e agisce in base ai propri sentimenti senza preoccuparsi
delle conseguenze, picchiando la gente quando si arrabbia, per
esempio, avrà dei problemi. Le malattie psicosomatiche sono un
altro esempio: ciò che avrebbe dovuto essere valutato e gestito
attraverso i sentimenti viene spostato a un livello fisico.
Da notare è che non sempre è inopportuno che un cervello
svolga il lavoro di un altro, almeno non quando si è coscienti di
ciò che si fa. Nel suo lavoro di infermiera, mia moglie, per
esempio, deve spesso inibire le valutazioni del solo centro
emozionale in risposta ai pazienti perché la reazione efficiente
che consentirà di salvare la vita di quella persona comporta
capacità intellettuali e tecnologiche altamente sviluppate che
verrebbero compromesse dalle emozioni. La chiave sta nel
rendersi conto di ciò che si sta facendo in modo da farlo di
proposito invece di lasciare che i tre cervelli interagiscano
automaticamente secondo processi inconsci, e in un uso
sapiente ed equilibrato di tutti e tre i centri. Nei termini della
nostra allegoria, lo stadio successivo del cammino evolutivo

258
comporta che il Padrone cominci a utilizzare il cavallo, la
carrozza e il cocchiere per i propri scopi.

LE QUATTRO VIE
Specializzarsi nello sviluppo di uno qualsiasi dei tre cervelli può
portare a una crescita straordinaria. Gurdjieff parlava dei
percorsi spirituali destinati principalmente a un tipo di uomo
come di “vie”. Lo sviluppo che ha luogo seguendo una di tali
vie in genere, ma non sempre, è preferibile a una totale
mancanza di sviluppo. Concentrare i propri sforzi su una via
destinata a un tipo di uomo diverso da noi può essere,
ovviamente, del tutto inutile.
La prima via è quella del corpo, simboleggiata dal fachiro della
cultura indiana, e a volte forse rintracciabile anche nella nostra
negli allenamenti atletici di livello agonistico. Il termine fachiro
viene spesso liberamente impiegato per indicare qualsiasi tipo di
mendicante o santone itinerante, ma Gurdjieff lo usava più
precisamente per coloro che hanno sviluppato uno straordinario
controllo sul proprio corpo. Egli descrisse un fachiro che aveva
visto in India, per esempio, il quale era rimasto all’esterno di un
tempio reggendosi sulla punta dei piedi e delle mani per interi
decenni.(2) Il suo corpo si era definitivamente irrigidito in quella
posizione, tanto che i suoi discepoli dovevano trasportarlo al
fiume per lavarlo, come se fosse stato un oggetto inanimato.
Una sorte terribile, sembrerebbe, e Gurdjieff probabilmente
sarebbe d’accordo, ma pensate all’incredibile forza di volontà e
alla disciplina necessarie a quell’uomo per persistere ancora e
ancora nella sua pratica, ignorando il dolore, le condizioni
climatiche, i curiosi, le sue speranze e paure e per rimanere
fermamente deciso a mantenere quella posizione.
Qualsiasi via, da sola, può produrre risultati tanto meravigliosi
quanto inutili. Il fachiro sviluppa un’incredibile forza di

259
volontà, ma a quale scopo? Questo tipo di sviluppo è
monomaniacale, porta risultati eccezionali al prezzo di
straordinarie privazioni. Gurdjieff sosteneva che se il fachiro in
questione venisse aiutato a seguire una delle altre vie, potrebbe
rinunciare alla fanatica devozione al controllo del corpo e
applicare la sua forza di volontà allo sviluppo degli altri
cervelli.
La seconda via è quella del monaco, ed è una via emozionale e
religiosa. Fondamentali sono la preghiera fervente, la fede, la
devozione, il profondo struggimento, e la devozione estatica. La
funzione emozionale dev’essere estremamente potente, anche se
in genere è piuttosto mirata. Le emozioni appropriate vanno
rafforzate, quelle indesiderate combattute fino a eliminarle. La
volontà emozionale che si sviluppa nel corso di questa lotta può
essere davvero straordinaria.
Mentre i fachiri in genere diventano tali seguendo gli
insegnamenti dei singoli fachiri di cui sono seguaci, la via del
monaco viene solitamente perseguita in scuole organizzate, in
monasteri pieni di persone dedite alla religione. L’intensità
emotiva, insieme, si spera, all’intelligenza emotiva, raggiunge
qui un grado molto elevato. Le intense emozioni diventano una
forza trainante, il cavallo della nostra allegoria, che può rendere
possibili risultati straordinari, incluso, secondo Gurdjieff, lo
sviluppo di capacità extrasensoriali.(3)
Come per la prima via, anche in questo caso i risultati possono
essere molto disarmonici e inutili, producendo quello che
Gurdjieff chiamava un “santo stupido”, qualcuno che compie
“miracoli” che in realtà non servono a niente. Immaginate, ad
esempio, un “santo” che curi l’infertilità di una coppia con la
preghiera in un paese in cui la maggior parte della gente soffre e
muore di fame a causa del sovrappopolamento.
La terza via è quella dello yogi, e consiste nello sviluppo

260
dell’intelletto e della capacità di sondare la condizione umana
attraverso gli stati alterati di coscienza, appositamente coltivati.
Come abbiamo visto, il tipo di conoscenza caratteristica di uno
specifico stato alterato di coscienza è essenziale per il pieno
sviluppo del potenziale umano, e quindi altrettanto essenziale è
la capacità di accedere a vari stati alterati continuando a
funzionare in modo intelligente. Lo yogi può conoscere aspetti
fondamentali della vita che per chi non è in grado di accedere a
tali stati devono rimanere “segreti”.
In casi estremi, questa via può produrre un “debole yogi”,
qualcuno che sa cosa andrebbe fatto ma che non trova la
motivazione e/o la volontà di realizzare granché. Essendo un
docente universitario, rimango sempre particolarmente colpito
(e anche un po’ spaventato) da questo concetto, perché sono
circondato da colleghi che hanno meravigliose intuizioni (anche
se hanno accesso alla sola coscienza consensuale) sulla vita, ma
che a causa di un insufficiente sviluppo fisico/istintivo ed
emozionale riescono comunque a farne scempio. Sono troppi i
giorni in cui anche in me stesso noto che sapere (a livello
astratto) cosa dovrei fare per risvegliarmi pienamente non è
affatto sufficiente, perché non trovo dentro di me la motivazione
a farlo. Lo yogi, tuttavia, potrebbe avere dei vantaggi rispetto al
fachiro o al monaco, nel senso che se non altro le sue ampie
capacità introspettive gli consentono di capire cosa gli manchi
delle dimensioni emozionale e fisica/istintiva. Ma dato che
potrebbe non sviluppare al massimo il suo cervello intellettuale,
accontentandosi di traguardi più modesti, rischia di rimanere un
debole yogi.
Va sottolineato che Gurdjieff usa i termini fachiro, monaco e
yogi in senso specialistico, e quindi questi commenti non vanno
necessariamente estesi a tutti i sistemi associati a queste parole.
La quarta via dell’evoluzione spirituale, rappresentata da

261
Gurdjieff, combina tutte insieme le altre tre vie e punta a
sviluppare i tre cervelli nel modo più equilibrato e armonioso
possibile. Questo ovviamente è già di per sé desiderabile, ma
oltre a ciò questa via prepara il terreno per lo sviluppo di un
genere completamente diverso di centro per il sé, il centro che
nell’allegoria abbiamo chiamato Padrone. Nel resto di questo
libro si esamineranno vari aspetti del lavoro della quarta via; ad
alcuni si è già accennato, senza però identificarli come tali. Uno
degli obiettivi principali dell’osservazione di sé, di cui si parlerà
nel Capitolo 17, è l’osservazione personale dei diversi “sapori”
dei tre centri e del cattivo lavoro che l’uno fa al posto dell’altro.

1) Sebbene la moderna ricerca neurofisiologica fornisca delle prove relative alla


differenziazione anatomica e funzionale di questi tre cervelli, ai fini della nostra
discussione, ciò che conta sono le caratteristiche funzionali osservabili. Quando
userò la parola cervello, non dovrete preoccuparvi dell’anatomia del cervello fisico.
A volte Gurdjieff usava il termine centro al posto di cervello, e parlava anche di
altri centri e di suddivisioni più sottili di tali centri, ma in questa sede non ci
addentreremo in questi dettagli.
2) Cfr. Ouspensky, Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto.
3) Nell’ambito della parapsicologia, non disponiamo di dati sperimentali da cui risulti
che lo sviluppo intenzionale di intense emozioni aumenti le capacità extrasensoriali,
ma le esperienze psichiche spontanee più impressionanti in genere si ricollegano a
eventi tragici che hanno suscitato forti emozioni. Si veda a tale proposito il mio Psi:
Scientific Studies of the Psychic Realm, New York, Dutton, 1977.

262
Sì, ma il prezzo da pagare è che si mantiene e di sprofonda
ancor più nella trance consensuale. L’osservazione di sé va
praticata con uguale dedizione sia che siate sofferenti sia che
siate felici. Non perché sperate che l’osservazione di sé finirà
per alleviare le vostre pene, anche se questo sarà il suo effetto,
ma perché vi siete impegnati a cercare la verità qualunque essa
sia, a prescindere dalle vostre preferenze e dalle vostre paure. Di
fatto, spesso la sofferenza si rivela uno degli alleati più preziosi
una volta che abbiate preso l’impegno di risvegliarvi, perché
scuotendovi potrebbe farvi vedere degli aspetti di voi e del
vostro mondo che altrimenti non notereste affatto.
Non ci sono parole per sottolineare con sufficiente enfasi che
dovreste cercare di osservare voi stessi e il vostro mondo con
totale obiettività. Dicendo questo il rischio è di creare una certa
confusione, tuttavia, perché tra voi ci sarà qualcuno che dirà
“Chi può dire di essere davvero obiettivo? Come faccio a sapere
se sono effettivamente obiettivo o se invece credo solo di
esserlo?”
La risposta verrà dall’esperienza pratica dell’osservazione di sé
piuttosto che dalle disquisizioni intellettuali. Scoprirete che ci
sono molti modi assai ovvi (come una sistematica osservazione
di voi stessi vi mostrerà) di comportarsi in maniera oltremodo
soggettiva e distorta. Prestando attenzione, potrete scoprire e
controllare i meccanismi di tali alterazioni comportamentali e
imparare a essere più obiettivi. Si tratta di un processo continuo.
Via via che avanzerete nella pratica, vi renderete conto che certi
momenti passati in cui credevate di essere stati relativamente
obiettivi in realtà sono stati momenti di grande soggettività; ora
ne siete consapevoli perché siete diventati più sensibili al sapore
sottile della soggettività e del travisamento. Per quanto mi sia
dato di sapere, non avrete mai l’assoluta certezza di essere
totalmente obiettivi, ma di certo avrete l’esperienza del
significativo passaggio da una spiccata soggettività a una

305
15

FALSA PERSONALITÀ ED
ESSENZA

Questo capitolo riassumerà brevemente i problemi della trance


consensuale che abbiamo preso in considerazione in questa
parte del libro. Considereremo in modo più dettagliato i concetti
di personalità, falsa personalità ed essenza.
Nell’introduzione a questo volume ho parlato della perdita delle
energie vitali come della perdita della luce che un tempo
vedevamo ma che ormai, come dice Wordsworth nei primi due
versi di “Indizi di Immortalità”, non vediamo più. Torniamo ora
a quel tema con i primi due versi di “Penso continuamente a
coloro che furono davvero grandi”, di Stephen Spender.
Penso di continuo a coloro che furono davvero grandi.
Che, fin dal ventre materno, ricordavano la storia
dell’anima
Attraverso corridoi di luce dove le ore sono soli
Infiniti che cantano. La cui amorevole ambizione
Era che le loro labbra, ancora toccate dal fuoco,
Dicessero dello Spirito, avvolto in un canto da capo a
piedi.
E che dai rami primaverili raccoglievano
I desideri che cadevano come fiori sui loro corpi.

263
importanti delle particolari osservazioni che andate
accumulando, perché in futuro potrebbero consentirvi di
cogliere gli aspetti cruciali di qualsiasi situazione.

Focalizzare l’osservazione di sé
Nella sua forma più generale, l’osservazione di sé significa
prestare più attenzione a tutti gli aspetti del mondo circostante e
a tutto ciò che è in voi. Può e a volte dovrebbe anche essere
applicato in modi più sistematici e focalizzati. Fate però
attenzione che il tema della focalizzazione non sia sempre
selezionato in modo automatico, o i vostri meccanismi di difesa
vi distoglieranno dall’osservare certe aree della vita che
potrebbero minacciarvi. Inoltre, ciò che il vostro superego pensa
che dovreste studiare in voi potrebbe non essere quello che
avreste effettivamente bisogno di osservare. Avere un maestro
che vi assegni degli esercizi di osservazione in questo caso può
essere davvero molto utile. Un interessante esercizio che potete
fare anche da soli consiste nell’aprire un dizionario a caso
dedicandovi a un’osservazione focalizzata sul primo tema
adatto che troverete in quella pagina.
Le osservazioni relative al modo di esperire e di usare il proprio
corpo possono essere molto utili per sviluppare l’intelligenza
fisica/istintiva. Per esempio, potreste dedicare una giornata a
osservare come sedete. Che postura assumete quando vi sedete
su un certo tipo di sedia? Avete più di una postura per quella
sedia? In che modo passate da una posizione all’altra? Come vi
sentite in ciascuna di quelle posture? Sono comode? Avvertite
tensioni? C’è forse qualche “dovrei” associato al modo in cui
sedete? In caso affermativo, contrastano con la comodità? Come
vi sedete su altre sedie o poltrone?
Un altro giorno, dopo aver ripetutamente osservato come sedete,
cercate di variare leggermente le vostre posture da seduti. Cosa

307
succede se tendete ad accasciarvi? E se provaste a tenervi più
dritti? Ad accavallare le gambe invece di lasciarle dritte come
fate di solito? A non accavallarle contrariamente a quanto siete
soliti fare? Queste attività hanno qualche eco emotiva?
Un altro giorno ancora potreste osservare come camminate. Un
altro potete osservare sistematicamente la distanza fisica che in
varie situazioni mettete tra voi e gli altri. Poi, un altro giorno
ancora, potreste appositamente modificare quelle distanze
fisiche e vedere un po’ cosa succede. Le possibilità sono infinite
e affascinanti.
Consiglio di cominciare a praticare l’osservazione di sé in
situazioni semplici, per esempio notando il proprio modo di
sedere o di camminare. Via via che diverrete più esperti, potrete
applicarla a situazioni sempre più varie, e soprattutto a quelle
interpersonali. All’inizio sarà più difficile perché vi sono
maggiori probabilità che andiate a toccare forti emozioni e le
conseguenti difese, ma alla fine le situazioni in cui interagite
con altre persone diverranno in assoluto le più interessanti da
osservare.
In queste forme più focalizzate di osservazione di voi stessi
dovrete cercare di osservare con tutto il vostro essere, non solo
con l’intelletto.

Una nota a proposito della meditazione


Una forma particolarmente utile di osservazione di sé è il genere
di meditazione buddhista nota come vipassana, una meditazione
sui contenuti mentali.
Stabilite per prima cosa un tempo, diciamo venti minuti, durante
il quale attuerete la pratica. Può essere utile utilizzare un timer
per sapere quando è ora di smettere. Sedendo immobili e con la
schiena ben diritta, con gli occhi chiusi, cercate di osservare

308
ogni pensiero, emozione o sensazione dovesse presentarsi. È
importante non essere selettivi in questo. Non ci sono
esperienze “giuste” che dovremmo sforzarci di fare ed
esperienze “sbagliate” che andrebbero evitate. Qualunque cosa
si presenti, lasciate che ogni pensiero, emozione o sensazione
nasca a suo modo e quando è il momento. Lasciate che sia quel
che è e che evolva come crede e quando vuole. Lasciate che se
ne vada a modo suo, quando vorrà. Non trattenete
deliberatamente nessuna esperienza, e non cercate di
prolungarla, di accorciarla o rifiutarla. Non identificatevi con
essa, e non negate con ostinazione che possa appartenervi.
Lasciate semplicemente che il flusso di pensieri, emozioni e
sensazioni passi a modo suo e prestategli la vostra massima
attenzione.
Questo tipo di meditazione non può sostituire l’osservazione di
sé in ogni aspetto della vita, ma è un’ottima tecnica per
potenziare l’attenzione. Le istruzioni sopra descritte, anche se
molto basilari, sono comunque sufficienti per cominciare. Se
trovate interessante questa pratica, vi sarà utile trovare un
gruppo in cui si insegni questo tipo di meditazione per
perfezionare la tecnica.
Continuare a discutere di meditazione ci porterebbe troppo
lontano da quello che dovrebbe essere il senso di questo libro;
in ogni caso, sono ormai disponibili degli ottimi testi che
parlano delle tecniche e delle applicazioni della meditazione in
molte tradizioni spirituali. Il mio States of Consciousness tratta
degli effetti con cui contribuiscono a creare degli stati alterati di
coscienza.
Precedentemente, abbiamo affrontato la questione
dell’obiettività nell’osservazione di sé. Potremmo forse dire che
una parte di noi ne osserva un’altra, un sé subordinato, che un
“io!” scruti un altro “io!”? O c’è qualcosa di più di molti piccoli

309
osservatori che si guardano l’un l’altro? C’è forse un
Osservatore dietro a tutta questa attività? Un potenziale Padrone
che alla fine capirà come funzionano il cavallo, la carrozza e il
cocchiere e comincerà a servirsene? Preferisco lasciare che
troviate risposta a queste domande con l’esperienza che otterrete
da una lunga pratica, piuttosto che girarci intorno con
ragionamenti logici.

L’OSSERVAZIONE DI SÉ E L’AUTOANALISI
Ogni osservazione equivale a una fotografia di se stessi,
un’immagine rubata della propria vera posizione in una data
situazione. Può capitare che delle singole osservazioni, delle
singole fotografie, siano particolarmente rivelatrici. Le raccolte
di fotografie, la massa di osservazioni su voi stessi che andate
raccogliendo, possono tuttavia essere ancora più importanti,
perché vi consentiranno di fare paragoni e analisi, di individuare
modelli che non appaiono affatto evidenti se ci si basa soltanto
sulle singole osservazioni.
È tuttavia molto importante non confondere l’osservazione di sé
con l’autoanalisi. Quest’ultima è un’attività intellettuale che può
facilmente divenire troppo astratta e che quindi può dare una
visione alterata dei fatti. Molte persone rimangono
effettivamente intrappolate nella spirale senza fine
dell’autoanalisi; essendo questa un’attività che si basa più sulla
fantasia che sull’osservazione relativamente obiettiva di ciò che
accade realmente, non le porterà mai da nessuna parte.
L’osservazione di sé è un po’ come raccogliere dei dati
scientifici, quando ci si sforza di osservare i fatti nel modo più
obiettivo possibile. L’analisi equivale alla fase scientifica della
teorizzazione, allorché si cerca di dare una spiegazione delle
forze nascoste responsabili dei fatti rilevati. Quella dell’analisi è
un’attività necessaria e che dà soddisfazione: è sempre

310
gratificante e qualche volta anche utile riuscire a spiegare il
“perché” delle cose oltre a rilevarle.
Uno degli obiettivi dell’osservazione di sé è di riuscire a
individuare le forze, i valori e gli atteggiamenti che hanno
plasmato le vostre esperienze, e di riuscire anche a
comprenderli. Come però gli scienziati scoprirono molto tempo
fa, l’analisi esercita un certo fascino. È bello pensare di capire le
cose, e questa sensazione può rendervi un po’ troppo
approssimativi rispetto all’attendibilità della vostra analisi, al
solo scopo di conservare tale sensazione. La scienza ha come
regola che l’analisi, la teoria, va da sempre confrontata con le
osservazioni di cui già si dispone e sempre messa alla prova con
nuove osservazioni, per assicurarsi che rimanga effettivamente
valida.
La stessa regola va applicata all’analisi relativa all’osservazione
di sé. Anche quando vi sembrerà di capire, dovrete continuare a
mantenere un atteggiamento di apertura al nuovo, a essere
curiosi della realtà, opponendovi eventualmente al desiderio di
conservare la piacevole sensazione di aver capito. Nell’ambito
scientifico si suppone che non esistano verità “definitive”.
Qualsiasi teoria e spiegazione viene considerata come la
migliore disponibile al momento, soggetta tuttavia a essere
riesaminata e rivista alla luce di successive osservazioni. Le
spiegazioni sono secondarie alle osservazioni, che vengono
prima. La stessa regola andrebbe applicata all’osservazione di
sé. Non lasciate mai che un’idea che vi piace si intrometta
nell’osservazione di ciò che accade realmente nel vostro mondo
e dentro di voi.
L’osservazione di sé sembra molto semplice, talmente semplice
che forse sarete tentati di sottovalutarla ritenendo che “è una
cosa che già faccio”. Sarà, ma probabilmente lo fate solo una
volta ogni tanto, e con implicite restrizioni riguardo a ciò cui

311
potete applicarla. Cercate di farlo con cognizione di causa. Tutte
le sequenze di parole lette in questo libro non sono altro che
questo, solo parole, finché non utilizzerete la pratica
dell’osservazione di sé per verificarne la veridicità. Se
praticherete seriamente l’osservazione di sé, vedrete molte cose
tristi e molte cose gioiose, ma vedere meglio la realtà sarà di
gran lunga preferibile a vivere in un mondo immaginario.
Comincerete a creare “qualcosa” in voi, una qualità, una
funzione, una capacità simile all’apprendimento di come
funzionano i comandi del pilota automatico. E rimarrete
piacevolmente sorpresi nello scoprire quanto più ricca può
essere la vita.

312
18

RICORDARSI DI SÉ

Un modo di considerare la natura della coscienza consensuale


ordinaria è di vederla come se fosse frammentata. A causa dei
meccanismi di difesa e degli ammortizzatori, dei
condizionamenti creati in noi dal processo di acculturazione e
degli instabili modelli di identificazione, nessuno di noi rimane
integro. La conoscenza e le capacità che abbiamo sono
frammentate, dissociate. Contrariamente all’immagine
idealizzata di un uomo o di una donna illuminati delineata nel
Capitolo 1, non abbiamo tutte le nostre facoltà, i nostri mezzi,
immediatamente disponibili per qualsiasi compito ci tocchi
affrontare nella vita. Paragonando il nostro stato mentale al
nostro organismo, sarebbe come se alcune parti del corpo non
rispondessero quando vengono sollecitate a fare qualcosa; per
esempio, la mano non raccoglie una cosa anche se noi vogliamo
che lo faccia oppure, peggio ancora, la lascia cadere quando
vorremmo che la stringesse. Un arto amputato o che non
risponde al nostro diretto controllo ci servirà a ben poco. Certe
parti della nostra mente sono come smembrate, è come se per
noi non esistessero e dovremmo reintegrarle in noi attraverso il
ricordo di sé. Nei termini dell’analogia con l’aereo, il pilota
dovrà non solo osservare e studiare il velivolo e i suoi comandi
finché non avrà imparato a conoscerli; dovrà anche fare appello
a tutte le sue facoltà, riunire l’equipaggio per esercitare le

313
prolungata osservazione di sé.
Se all’improvviso poteste semplicemente essere la vostra
essenza, per un po’ provereste un grande sollievo ma alla lunga
vi stanchereste. L’essenza ha smesso di svilupparsi già nella
prima infanzia, ed è difficile vivere una vita da adulti come
bambini. È noto che Gurdjieff dimostrò questo fatto facendo
momentaneamente tornare una persona alla sua essenza
attraverso una combinazione di droghe sconosciute e di ipnosi.
(2) Pensate al fenomeno della regressione ipnotica di cui

abbiamo parlato nel capitolo 9. Nel mio studio sugli effetti della
marijuana, ho constatato che uno dei più comuni era sentirsi
maggiormente infantili e aperti, il che rientra ovviamente tra le
attrattive di questa droga.(3) Per ottenere risultati permanenti,
tuttavia, dobbiamo riscoprire l’essenza per nutrirla, amarla e
prendercene cura, come avrebbe fatto un genitore più
illuminato. Per riuscirci sarà necessario che la falsa personalità,
nella quale viviamo, impieghi le sue migliori risorse.
L’essenza un po’ alla volta comincerà a crescere e a utilizzare le
risorse, la conoscenza e il potere che attualmente vengono usati
in modo meccanico dalla falsa personalità. Invece di essere
diciamo essenza al 2 percento e falsa personalità al 98, come
d’abitudine, potrete passare gradualmente a una percentuale
sempre maggiore di essenza, di vitalità e di fondamentale gioia
di vivere, lasciando sempre meno spazio alla falsa personalità.
Tutto questo dovrà essere accompagnato dallo sviluppo di una
più alta coscienza che chiamiamo risveglio. Allora la falsa
personalità in quanto centro di controllo automatico
predominante sarà “morta”, ma tutte le capacità e le conoscenze
ad essa legate saranno disponibili per essere utilizzate da un più
alto livello di coscienza. Abbiamo bisogno delle capacità e delle
conoscenze ancora intrappolate nella falsa personalità per scopi
più vitali del mantenimento della trance consensuale. Talvolta,
abbiamo bisogno di queste capacità anche per correggere alcune

270
Tale pratica, l’esercizio mattutino, è di per sé benefica e
conduce direttamente a sentire, guardare e ascoltare.

PREPARAZIONE PER L’ESERCIZIO DEL


MATTINO
Questo esercizio, ideato da Gurdjieff, svolge varie funzioni. Tra
le altre cose, serve a ricordarvi, all’inizio della giornata, che
intendete osservare e ricordare voi stessi per tutto il giorno.
Inoltre, dà inizio al processo dell’osservazione e del ricordo di
sé, agendo come una sorta di pompa di avviamento. Alcuni miei
studenti del Programma di potenziamento della consapevolezza
lo hanno chiamato esercizio di avviamento proprio per questo
motivo.
L’esercizio del mattino andrebbe eseguito prima che la mente
cominci a lasciarsi troppo coinvolgere dalle altre cose. Così, se
siete il tipo di persona che comincia a pensare o a preoccuparsi
di tutto non appena vi svegliate, dovreste cominciare a fare
l’esercizio subito dopo essere andati in bagno. Se invece, come
succede ad alcuni di noi, la vostra mente rimane inattiva per
alcuni minuti dopo il risveglio, forse vorrete prima muovervi un
po’ e svegliarvi meglio: altrimenti potreste riaddormentarvi
durante l’esercizio. Evitate, in ogni caso, di riempirvi subito la
testa di altri pensieri, soprattutto se si tratta di cose negative
come quelle trasmesse dai notiziari o lette sul giornale.
Mettetevi seduti su una sedia abbastanza comoda, tenendo la
schiena diritta. Non dovrete stare comodi al punto di accasciarvi
e di addormentarvi di nuovo, ma neppure stare talmente
scomodi che rimanere seduti equivalga a una punizione. Tra le
altre cose, l’esercizio del mattino è un modo per apprezzarsi, per
considerarsi degni di qualche minuto di attenzione esclusiva,
quindi trattatevi con gentilezza.

315
caratteristiche della nostra essenza che, pur essendo veramente
nostre, nell’attuale realtà sono negative. La correzione
dell’essenza, tuttavia, deve avvenire in uno stato di veglia più
intenso rispetto a quello che è inizialmente servito a rivitalizzare
l’essenza; sicuramente non dovrà esserci nessuna soppressione
meccanica e rude dell’essenza o una sua alterazione, come è
invece accaduto nell’acculturazione.
L’idea che la falsa personalità debba morire può essere
fuorviante se il superego se ne appropria e la utilizza per
alimentare i suoi attacchi meccanici contro di voi. Tuttavia, la
metafora della morte è piuttosto accurata in un altro senso; la
portata del possibile (e necessario) cambiamento che conduce a
un pieno risveglio è tale da somigliare in effetti a una morte
seguita da una rinascita. Come molte tradizioni spirituali hanno
sostenuto, ognuna a modo suo, “Se non diventerete come
bambini…”
Il tema affrontato in questa parte del libro è difficile, ma
parlarne è stato necessario. Rispetto a come potremmo essere,
siamo privi di spirito, addormentati, meccanici, condizionati,
degli automi. Abbiamo creato e conserviamo attivamente un
mondo di stupidità e orrori gratuiti. Abbiamo dimenticato la
storia dell’anima compiutasi attraverso corridoi di luce. Quando
parliamo dello Spirito le nostre labbra sono fredde invece di
essere toccate dal fuoco. Ma la luce fa parte della nostra natura
e non sparirà.
Io non so come sarebbe essere completamente svegli, perché
non l’ho sperimentato di persona. So però com’è il sonno
profondo, per averne fatto fin troppo esperienza. So però che
possiamo trovare così tanta luce e gioia e intelligenza che il
nostro sonno più profondo, la nostra più profonda trance
consensuale in confronto ci sembrerà un brutto sogno.
L’ultima parte di questo libro tratta di alcuni modi in cui potete

271
cominciare a individuare e a capire in voi stessi i problemi della
trance consensuale e, ciò che più conta, incominciare a
svegliarsi.

1) S. Spender, Selected Poems of Stephen Spender, New York, Random House, 1964.
2) Cfr. Ouspensky, Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto.
3) C. Tart, On Being Stoned: A Psychological Study of Marijuana Intoxication, Palo
Alto, California, Science and Behaviour Books, 1971.

272
Parte Terza

LE PRATICHE

273
sentire braccia e gambe, ascoltate attivamente qualsiasi suono
sia presente intorno a voi. Come per le sensazioni di braccia e
gambe, non ci sono suoni “giusti” o “sbagliati” da sentire o da
non sentire. Mentre avvertite le sensazioni di braccia e gambe,
prestate attivamente ascolto a qualsiasi suono udibile. Non c’è
bisogno che dentro di voi vi diciate cosa state facendo (tipo
“Questo è un cane che abbaia in lontananza”); assumete però
l’atteggiamento mentale di un ascolto totale e curioso di
qualsiasi suono sia presente, sentendo braccia e gambe con la
stessa curiosità e apertura.
Se mentre sentite e ascoltate vi lasciate trasportare dalla
fantasia, riportate dolcemente la mente a ciò che state facendo.
Questo non significa che mentre vi ricordate di voi non dovreste
pensare o simulare certe possibilità del vostro mondo: potete
benissimo farlo a patto che continuiate a ricordarvi di voi. Ma se
avete deciso di ricordarvi di voi e perdete il filo a causa di un
pensiero o di una fantasia, riportate l’attenzione al vostro
obiettivo.
Il fatto di ascoltare sentendo al tempo stesso braccia e gambe
può anche costituire, da solo, un esercizio di meditazione, ma
qui ci impegneremo a farlo per circa mezzo minuto soltanto,
come parte dell’esercizio del mattino. Ora, continuando ad
ascoltare e a sentire braccia e gambe, ampliate ancora di più il
raggio dell’attenzione. Aprite piano gli occhi e guardatevi
intorno attivamente, in modo da sentire, guardare e ascoltare
tutto in una volta. Ora state praticando una forma di ricordo di
sé.
Poiché la vista è il senso predominante, gran parte della vostra
attenzione sarà impegnata a guardare. Anche l’udito è un senso
molto importante, quindi un’altra parte considerevole della
vostra attenzione sarà assorbita dall’ascolto. Parlando per cifre,
circa il 5 o 10 percento della vostra attenzione dovrebbe essere

319
destinata a cogliere le sensazioni di braccia e gambe.
Ovviamente non dovreste ignorare neppure le percezioni che
giungono a voi attraverso il gusto o l’odorato. Pongo l’accento
sulla vista e l’udito come sensi esterni solo perché prevalgono
nettamente sugli altri. Se nell’aria captate un odore, annusatelo
attivamente mentre sentite braccia e gambe. Va detto che, come
nella pratica sistematica dell’osservazione di sé, dovreste
guardare e ascoltare con tutte le vostre facoltà, con quelle
emotive e fisiche/istintive oltre che con quelle intellettuali.
Vi state ricordando di voi. Continuate a sentire, a guardare e ad
ascoltare per il resto della giornata. L’obiettivo è diventare così
abili da riuscire a ricordarsi di sé per tutta la vita.

LE DIFFICOLTÀ NEL SENTIRE, GUARDARE E


ASCOLTARE
Quando le persone cominciano a cercare di sentire, guardare e
ascoltare, spesso fanno esperienza di un certo tipo di sottile
lucidità, provano la sensazione di essere più vive e più presenti
alla realtà del momento. È un tipo di lucidità che non può essere
apprezzata in uno stato di coscienza consensuale e che, di fatto,
non può essere adeguatamente descritta a parole. Mi accorgo, ad
esempio, che già provo una certa riluttanza a parlare di
“lucidità”, perché tale parola (come qualsiasi altra parola, a dire
il vero), implica che si tratti di un’esperienza immutabile,
definita una volta per tutte. Invece non è così, ci sono delle
variazioni; ma questo, se praticherete il ricordo di sé, lo
scoprirete da soli.
La prima volta che praticai il ricordo di sé, in seguito alla lettura
del libro di Ouspensky In Search of the Miraculous (Frammenti
di un insegnamento sconosciuto), capii immediatamente che si
trattava di qualcosa di importante e cruciale, di cui avevo
davvero bisogno. Tre mesi più tardi mi resi conto che avevo

320
smesso di ricordarmi di me qualche secondo dopo aver
cominciato! In seguito scoprii che la mia esperienza non è
affatto inusuale. Dopo i primi momenti in cui sente, guarda e
ascolta, la gente si dimentica di continuare a farlo, nonostante
l’evidente miglioramento dello stato mentale di cui è
consapevole mentre lo fa.
Riuscire a sentire, guardare e ascoltare non è facile. Non è che
questa pratica richieda un grande sforzo: per ricordarsi di sé
basta giusto un po’ di volontà per ampliare deliberatamente la
propria attenzione fino ad includervi diverse cose
contemporaneamente. La difficoltà sta nel riuscire a mantenere
costante l’attenzione. Nella mia esperienza, il ricordo di sé non
può diventare un fatto automatico: dovrete sempre dedicargli un
piccolo sforzo cosciente e mirato e l’attenzione necessaria per
farlo intenzionalmente. Alla fine nella vostra mente si
verificheranno altri cambiamenti benefici e permanenti che
potrebbero divenire automatici, ma l’atto di sentire, guardare e
ascoltare dovrà essere intrapreso attivamente, altrimenti non
starete facendo l’esercizio. È questa la natura della vera
coscienza, che come tale si oppone alla sua versione automatica
che conosciamo come trance consensuale. Per poter aumentare
il livello di coscienza intenzionale, bisogna cominciare a farne
uso almeno un po’.

Come affrontare gli attacchi del superego


Quando si scopre (nella coscienza consensuale) di avere smesso
di sentire, guardare e ascoltare è abbastanza comune subire un
attacco da parte del superego. “Avevo deciso che avrei fatto
questa cosa e invece ho già fallito. È un fallimento continuo.
Non ho il benché minimo controllo sui miei stessi pensieri.
Sono un debole! Un incapace!” Può anche darsi che ci sia poco
o nulla da fare in presenza di questi attacchi del superego;
dopotutto, giungono da una parte della vostra mente che è stata

321
appositamente concepita in modo che rimanesse al di fuori del
vostro controllo. Come nel caso degli attacchi del superego
dovuti alla pratica dell’osservazione di sé, forse dovrete
osservarli senza investirli di più energia del necessario. Di fatto,
da questa osservazione potreste imparare delle cose importanti
sulla struttura del vostro superego. Qual è l’esatto “tono” della
“voce” che sentite dentro di voi, per esempio? Di chi è la voce?
Per non farvi avere l’impressione che quella del superego sia
una barriera insormontabile, dovrei aggiungere che a lungo
andare queste pratiche dovrebbero far sì che esso si riduca
lasciando il posto a un’innata moralità, che Gurdjieff definiva
come la vera coscienza.
L’importante, che stiate o meno subendo un attacco del
superego, è che non appena vi siete resi conto che avete smesso
di sentire, guardare e ascoltare, riprendiate a farlo. Non è
preoccupandovi o pensando continuamente al perché mai non vi
stiate ricordando di voi che imparerete a farlo, bensì con la
pratica.

L’attenzione simile a un muscolo flaccido


Esiste qui un’utile analogia che ci aiuta a capire le difficoltà
iniziali del ricordarsi di sé. La nostra attenzione è come un
muscolo, un muscolo che non usiamo quasi mai perché i nostri
marchingegni mentali sono talmente automatizzati da poter
tranquillamente guidare la nostra attenzione lungo gli abituali
percorsi senza che ciò richieda un vero sforzo da parte nostra.
Ora che attivando deliberatamente l’attenzione cominciate a
utilizzare quel muscolo inflaccidito, trovate che si stanca
facilmente perché non avete nessuna dimestichezza con il
genere di sforzo necessario.
Se volete sviluppare i muscoli del corpo, sapete che non potrete
farlo mettendovi a pensare. Dovrete invece spingere e tirare,

322
deve imparare a farsi degli amici e ad avere una vita
sentimentale ragionevolmente soddisfacente. La maggior parte
di noi dovrà anche imparare a rapportarsi a un partner e a fare il
genitore. Certo non è poco, e nessuno riesce a fare tutto alla
perfezione, ma la maggior parte della gente riesce a soddisfare i
requisiti base di una vita relativamente riuscita.

La psicopatologia come mancato sviluppo


Un’importante forma di psicopatologia individuata dalla
psicologia occidentale è quella che risulta dal fallimento rispetto
a questi compiti evolutivi.(1) Così, nella prospettiva del mancato
sviluppo, il nevrotico è incapace di farsi degli amici, di sentirsi
a suo agio in compagnia di altre persone o di avere un lavoro
perché non ha acquisito alcune comuni capacità, oppure le ha
apprese in un modo che denuncia il suo disadattamento. È
altresì possibile che il nevrotico non sia riuscito a interiorizzare
la realtà consensuale, a plasmare la propria coscienza affinché
funzioni automaticamente in modo da riflettere la realtà
consensuale.
Lo psicotico ha fallito in modo ancora più evidente in uno o più
di questi compiti evolutivi, soprattutto per quanto riguarda
l’interiorizzazione della realtà consensuale, o ha sviluppato altre
modalità di funzionamento che interferiscono gravemente con le
capacità comuni, e vive ormai in una simulazione interiore del
mondo, in una realtà non consensuale, talmente lontana dal
modo in cui tutti gli altri simulano il mondo che ovviamente si
ritrova terribilmente isolato da ciò che la coscienza consensuale
definisce realtà. Possiamo quindi considerare efficace una
psicoterapia che sappia, da una parte, individuare ed eliminare
le cause della mancata acquisizione o messa in pratica dei
normali compiti evolutivi, e dall’altra insegnare compiti
specifici che non sono stati appresi durante lo sviluppo.

275
A nessuno piace sentirsi incapace di apprendere i normali
compiti evolutivi. Se però così stanno le cose, un modo per
riuscire apparentemente a ridurre il dolore che questo comporta
consiste nel razionalizzare i propri fallimenti adottando un
nuovo punto di vista: “Non ho fallito. Ho visto le storture e la
falsità in quello che tutti gli altri fingono che sia giusto e sono
andato oltre!” Se parlando con la gente non riuscite a sentirvi a
vostro agio, per esempio, non è che vi manchino certe
fondamentali capacità sociali, è che gli altri sono falsi o crudeli
o indifferenti. È naturale che voi, che siete esseri superiori e
sensibili, non vi sentiate a vostro agio in loro compagnia! Se
non riuscite ad avere un lavoro fisso non è perché non avete o
non usate certe capacità comuni, è tutta colpa del sistema
capitalistico che sfrutta e opprime i lavoratori!
Il fatto che spesso ci sia molta verità in questo genere di
posizioni difensive le rende ancora più forti. Sicuramente, in
una certa misura, la gente è falsa, crudele e indifferente. Di
sicuro esiste un certo grado di sfruttamento e di oppressione dei
lavoratori in quasi tutti i sistemi. Ma la gente normale può anche
essere sorprendentemente spontanea e partecipe, e il lavoro si
può perdere perché non si vuole o non si è in grado di svolgerlo
bene. Eppure, la maggior parte delle persone normali riesce a
vivere la propria vita in modo soddisfacente.

La pericolosità delle idee sul risveglio


È qui che entra in gioco la pericolosità delle idee sul risveglio e
l’illuminazione. Se ancora non siete padroni di vari compiti
evolutivi ordinari, queste idee offriranno delle razionalizzazioni
affascinanti e prestigiose per evitare di affrontare i propri limiti
e di impegnarsi per porvi rimedio. “Mi sento a disagio in
compagnia delle persone normali perché, come diceva
giustamente Gurdjieff, sono addormentate e quindi perché mai
un’anima sensibile come me, una persona che compie un

276
percorso spirituale, dovrebbe legare con loro?” “Non faccio mai
lo stesso lavoro per troppo tempo perché mi rendo conto della
falsità e stupidità dell’acculturazione. Io sono al di sopra di
queste cose banali e avvilenti tipo avere uno stupido lavoro
fisso”. Nella migliore delle ipotesi, queste idee alimenteranno i
sogni ad occhi aperti riguardo alla vostra situazione, che non
avete comunque realmente intenzione di cambiare. Nella
peggiore, vi spingeranno a trascurare le poche capacità sociali
che possedete, contribuendo a ridurre ulteriormente il vostro già
scarso adattamento al contesto culturale in cui vivete.

La gerarchia dei bisogni di Maslow


Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia
umanistica, si rese conto che la moderna psicologia mostrava
una marcata tendenza a privilegiare lo studio della
psicopatologia e che da questo traeva dei modelli di sviluppo da
applicare alle persone normali. Egli studiò dei soggetti felici e
creativi che amavano la loro vita e che si sentivano realizzati. A
partire da questo studio elaborò, tra l’altro, il concetto di
gerarchia dei bisogni. In genere è necessario che i bisogni più
basilari vengano adeguatamente soddisfatti prima che quelli
gerarchicamente più elevati, per esempio la creatività o la
sincerità, possano diventare importanti. Un uomo che soffre la
fame, per esempio, non si preoccuperà troppo di salvaguardare
la propria immagine sociale se sacrificandola riuscirà a
mangiare.
Dall’alto al basso, la gerarchia dei bisogni di Maslow è la
seguente:
AUTOREALIZZAZIONE
AUTOSTIMA
AMORE E SENSO DI APPARTENENZA
BISOGNO DI SICUREZZA

277
FONDAMENTALI BISOGNI FISIOLOGICI
L’“alto” e il “basso” in questo schema sono privi di qualsiasi
connotazione morale. Non c’è niente di “male” nel fatto che un
uomo affamato desideri mangiare.
L’autorealizzazione si riferisce a un innato bisogno di realizzare
se stessi, di scoprire, sviluppare e utilizzare appieno tutte le
proprie potenzialità e capacità. Sfortunatamente, sono poche le
persone in grado di fare questo. Nei termini di Maslow, questo
libro ha per tema l’autorealizzazione. Più ci si risveglia dalla
trance consensuale, più si diventa capaci di realizzare il proprio
sé superiore e le proprie potenzialità. Le idee di Gurdjieff,
tuttavia, vanno ben oltre quelle di Maslow.
Questa gerarchia dei bisogni è uno schema dinamico. Non è
detto che una volta raggiunto il più alto livello della scala si
rimanga per sempre in quella posizione: anche ai santi può
venire fame. Ci si può preoccupare dei bisogni superiori anche
quando quelli più basilari non vengono adeguatamente
soddisfatti: a volte la sofferenza dovuta al mancato
soddisfacimento dei bisogni inferiori può avere un effetto
galvanizzante, inducendo una persona a prendere in seria
considerazione i suoi bisogni superiori. In generale, ma con
qualche significativa eccezione, è semplicemente più probabile
che là dove i bisogni di base non venissero ragionevolmente
soddisfatti, avrebbero il potere di distrarvi, oppure fareste
confusione tra bisogni superiori e inferiori. Partecipare a un
gruppo che segue la quarta via, per esempio, potrebbe rivelarsi
controproducente se state cercando di soddisfare il bisogno di
stringere delle amicizie; questo è uno dei problemi che
interessano il lavoro in gruppo, di cui parleremo nel Capitolo
22. Incrementando il grado di autorealizzazione, tuttavia, si
finisce per dedicare più tempo e più energia ai propri bisogni
superiori.

278
Un modo analogo per ridurre gli effetti di un eventuale
sovraccarico consiste nel restringere il proprio obiettivo esterno.
Se riuscite a chiudere gli occhi senza che ciò crei alcun
problema, per un po’ potreste limitarvi a sentire e ascoltare.
Oppure, potreste cercare di concentrarvi sulle sensazioni di
braccia e gambe mentre guardate i movimenti corporei delle
altre persone, rinunciando però momentaneamente ad ascoltare.
Queste sono tuttavia misure provvisorie, perché in realtà ciò che
vogliamo è acquisire una maggiore capacità di percepire il
mondo ricordandoci al tempo stesso di noi.
Ci saranno momenti in cui vi verrà naturale aumentare
l’ampiezza della focalizzazione sul corpo. Ho posto una
particolare enfasi sul fatto di sentire braccia e gambe perché
sono zone corporee neutrali, in cui le sensazioni esistono qui e
ora, e che possono quindi aiutarvi ad ancorarvi al luogo e al
tempo presenti. Di tanto in tanto potreste cogliere delle
sensazioni che interessano altre parti del corpo, per esempio
l’addome. Quando si presentano spontaneamente, è
perfettamente lecito includerle nella parte dell’attenzione
riservata a braccia e gambe, oppure potreste portarle in primo
piano e dedicare loro una particolare attenzione confrontandole
con le sensazioni di braccia e gambe, per averne una più chiara
percezione. In queste fasi iniziali della pratica, tuttavia, evitate
di forzare l’attenzione su sensazioni relative alla parte centrale
del corpo. Talvolta a certe sensazioni della parte centrale del
corpo sono associati ricordi traumatici che potremmo non essere
ancora pronti ad affrontare; in tale parte del corpo esistono
inoltre dei “punti di controllo” psicologici ed emozionali che
nell’attuale stato di scarsa conoscenza di sé in cui ci troviamo
non vorremmo inavvertitamente attivare.

L’UNIVERSALITÀ DEL RICORDARSI DI SÉ

327
L’INSODDISFATTO PERCETTIVO DI
SUCCESSO
La quarta via dovrebbe avere inizio a un livello dell’essere che
io chiamo dell’insoddisfatto percettivo di successo.
Una persona di successo, per quelli che sono i nostri scopi, è
definibile come qualcuno che ha una discreta padronanza delle
ordinarie capacità richieste dalla cultura di appartenenza. È in
grado di conservare il proprio lavoro, sa prendersi cura dei
fondamentali bisogni dettati dalla sopravvivenza, sa essere
felice, è in grado di stringere e di conservare delle amicizie, di
avere una vita sentimentale abbastanza soddisfacente, di
crescere dei figli se desidera averne, e così via. Può insomma
comportarsi adeguatamente in base ai normali requisiti sociali.
L’insoddisfatto di successo, tuttavia, non si accontenta del
ragionevole livello di successo raggiunto nella vita ordinaria.
C’è qualcosa, e talvolta più di qualcosa, che non va. Con cosa
questo coincida dipenderà dalla percezione dell’insoddisfatto di
successo e dal suo livello di evoluzione.
Se il suo livello di trance consensuale è ancora profondo,
potrebbe credere alla promessa che un maggior numero delle
gratificazioni offerte dalla cultura è ciò che lo renderà
soddisfatto. Questa è una convinzione molto diffusa ed è la
cultura stessa a incoraggiarla attivamente. Serve a far sì che la
gente continui a lavorare sodo e che si disinteressi delle
questioni più profonde. Abbiamo sotto gli occhi innumerevoli
esempi di persone che, per esempio, stanno molto bene
economicamente e ciononostante si ammazzano di lavoro per
diventare sempre più ricche, senza rallentare mai il ritmo per
godersi la vita.
Il fatto di ribellarsi alla cultura dominante non indica
necessariamente un alleggerimento della trance consensuale.

279
Poiché i semi della ribellione sono insiti nella cultura stessa,
l’insoddisfatto di successo potrebbe ribellarsi contro quelli che
considera i torti della società e potrebbe perfettamente riuscire
(in base ai parametri ordinari) nel suo atto di ribellione. Sono
molte le cose sbagliate che andrebbero corrette, ovviamente,
perciò questo è un percorso molto allettante. Le categorie del
“riformatore”, del “fuorilegge” e del “ribelle”, tuttavia, sono
ben note nella nostra cultura, almeno quanto la categoria del
“reazionario”, per cui la ribellione esterna potrebbe anche non
sollevare interrogativi particolarmente profondi riguardo alla
trance consensuale di quella stessa persona. Si passa
dall’identificarsi con ciò che socialmente viene definito
“positivo” all’identificarsi con ciò che è socialmente “negativo”,
ma il punto è che in questa o in quell’altra identificazione si
continua a dormire. Con ciò non voglio dire che non dovremmo
impegnarci per eliminare le ingiustizie o ribellarci contro il
sistema quando questo è il modo più efficace per aiutare
davvero la gente. Ma, nella prospettiva di un possibile risveglio,
fare tutto questo senza trascendere l’identificazione e altri
aspetti della trance consensuale vuol dire continuare ad agire
meccanicamente, e invece di aiutarci a risvegliarci potrebbe
rafforzare il nostro sonno. Provate a pensare a quanto abbiamo
detto a proposito del mentire, nel Capitolo 13. I beni materiali,
la fama, il potere, il successo e altri simili elementi non sono di
per sé un ostacolo al risveglio: è il nostro attaccamento, il fatto
che ci identifichiamo con queste cose a creare l’ostacolo.
L’insoddisfatto percettivo (secondo le importanti modalità
evidenziate in questo libro) di successo, come tutti gli
insoddisfatti di successo in generale, ha avuto un assaggio delle
gratificazioni promesse dalla società alle persone normali (il
rispetto, i beni di consumo, la sicurezza, ecc.) e delle
gratificazioni della ribellione, e ha così scoperto che se entrambi
i tipi di gratificazione possono essere piacevoli, non sono

280
notare certi aspetti del comportamento del cocchiere, ma li nota
da un punto di vista equino. L’odore del corpo del cocchiere
potrebbe significare qualcosa di molto chiaro per il cavallo, per
esempio, cose di cui il cocchiere non si accorge affatto, ma lo
stile degli abiti indossati dal cocchiere per la bestia non significa
nulla. Lo stesso avviene con l’osservazione di sé: praticandola
non rinunciamo al punto di vista della nostra ordinaria e
automatica trance consensuale e della nostra falsa personalità.
Questo non significa però che essa sia inutile: è molto utile e
assolutamente necessaria come punto di partenza della quarta
via.
Il ricordo di sé è come il Padrone che arriva sulla scena e la
osserva. Il Padrone è al di fuori, estraneo al sistema di trasporto
formato dal cavallo, dalla carrozza e dal cocchiere, anche se può
servirsene ed esserne in qualche modo condizionato. Il Padrone
può osservarlo e sentirsi coinvolto, ma ciononostante sa bene di
essere qualcosa di diverso dal cavallo, dalla carrozza e dal
cocchiere. Da questa posizione superiore ed esterna, potrebbe
vedere e fare delle cose che rimangono al di fuori della portata
del cavallo, della carrozza, del cocchiere o di una qualsiasi
combinazione di queste componenti. Nel ricordo di sé si è più
che mai se stessi in modo vitale, e tuttavia si è qualcosa di più e
anche di distinto rispetto al proprio sé ordinario.
Ancora una volta, ho usato parole che non mi soddisfano.
Eppure so che verranno comprese molto bene da chiunque abbia
fatto esperienza del ricordo di sé. Sto cercando di comunicare
un po’ di conoscenza che, come abbiamo visto nel Capitolo 1, è
in parte legata a uno stato specifico. Quindi assimilate il
possibile di questa descrizione, ma datele una consistenza reale
praticando il ricordo di sé.
In questo capitolo abbiamo parlato delle fasi iniziali della
pratica del ricordo di sé. Sentire braccia e gambe mentre si

330
percepisce attivamente il mondo circostante è un modo
tecnicamente appropriato per cominciare. Il fine ultimo è quello
di ricordare tutto di se stessi. Questo tutto si trova al di là della
nostra attuale conoscenza, ma abbiamo un punto da cui partire.
Non mi piace l’effetto melodrammatico di queste parole, ma la
verità è che la pratica prolungata dell’osservazione e del ricordo
di sé può cambiarvi completamente la vita.

1) Cfr. Tart, Stati di Coscienza, per un’analisi più dettagliata dei processi di
stabilizzazione.

331
19

LIVELLI SUPERIORI DI
COSCIENZA

Abbiamo cominciato questo libro con una definizione e una


breve discussione degli stati di coscienza. Proviamo a farne una
veloce panoramica.
Abbiamo descritto uno stato di coscienza discreto in un dato
individuo come un’unica configurazione o sistema di strutture
psicologiche. Le parti o gli aspetti della mente che sappiamo
distinguere sono distribuiti secondo un certo tipo di schema o di
sistema. C’è sempre qualche variazione nel modo esatto in cui
funziona la mente in un determinato momento, ma una di queste
strutture complessive può persistere per un certo periodo di
tempo e rimanere palesemente uguale a se stessa. C’è sempre
un’“aria” o un “sapore” particolare che contraddistingue la
configurazione di uno stato.
Le strutture che risultano operative all’interno di uno stato
discreto di coscienza costituiscono un sistema le cui parti
stabilizzano il reciproco funzionamento esercitando un controllo
basato sulla retroazione, in modo che lo stato in questione
mantenga la sua configurazione complessiva continuando a
funzionare come sempre nonostante i cambiamenti verificatisi
nell’ambiente circostante. Tuttavia, in presenza di determinati
stimoli ambientali, la configurazione può essere invalidata e

332
meno ordinario di successo, allora varrà la pena di portarle
avanti. E se la vostra trance consensuale comincerà ad
alleggerirsi, tanto meglio.

SERIETÀ E SEGRETEZZA
Le varie pratiche presentate in questa sezione erano (e sono)
destinate a studenti seri e diligenti. Alcune di esse in origine
furono trasmesse solo nell’ambito di rapporti confidenziali tra
maestro e studenti. Erano cioè, in termini più espliciti, “pratiche
segrete”. Perché?
Due sono le ragioni principali della segretezza delle pratiche
che comportano un’autentica crescita. Innanzitutto, una
determinata pratica potrebbe produrre effetti talmente potenti
che se non sarete preparati ad affrontarli, potranno provocare
danni, a voi o agli altri. Nelle mani di persone inesperte, tali
pratiche sono pericolose.
Nessuna di quelle che illustrerò in questa sede è decisamente
pericolosa, ma tutte sono senz’altro potenti. Alcune delle
profonde intuizioni che possono indurre potrebbero turbarvi, un
pericolo insito in qualsiasi tecnica di crescita; gli effetti a lungo
termine, tuttavia, dovrebbero essere benefici. Il potenziale
turbamento dipende anche dal vostro attuale livello di maturità:
da qui l’enfasi che sopra ho posto sul fatto che, prima di
dedicarvi al risveglio, dovreste essere ragionevolmente padroni
dei compiti evolutivi ordinari. Se avete molte difese contro certi
aspetti di voi stessi che non volete riconoscere, le intuizioni
ottenute attraverso l’osservazione di voi stessi potranno
turbarvi, e forse preferirete procedere lentamente, al ritmo che
vi è più congeniale, invece di buttarvi a capofitto in un lavoro
intensivo. Se vi trovate in uno stato gravemente disturbato, e/o
se per riuscire ad affrontare la vita ordinaria dovete ricorrere
alla psicoterapia o ai sedativi, vi raccomando di non praticare

284
acquista un paio di scarpe, di un santo intento ai suoi atti di
devozione, o di un depresso in preda allo sconforto.
Introducendo per la prima volta questa definizione degli stati di
coscienza nel quadro dei miei tentativi di legittimare lo studio
degli stati alterati all’interno della comunità scientifica, è stato
necessario adottare questo approccio scevro da qualsiasi
attribuzione di valori. Molti scienziati credono che la scienza
non dovrebbe occuparsi di valori, perché questi potrebbero
alterare “l’obiettività”. In molti casi questo è indubbiamente
vero, ma diventa una pericolosa mezza verità quando ne
deduciamo che non dovremmo mai occuparci in alcun modo di
emozioni e valori.
Abbiamo decisamente bisogno di non confondere le valutazioni
con le osservazioni. Se credete di parlare della forma oggettiva
degli eventi mentre in realtà esprimete i vostri sentimenti e
valori, fate della cattiva scienza, oppure vivete male.
Commettete lo stesso tipo di errore anche quando siete convinti
di discutere di valori mentre sono in ballo fatti oggettivi.
Al tempo stesso, i valori non sono solo soggettivi: sono
osservazioni e conclusioni del cervello emozionale. In base alla
qualità del funzionamento del vostro centro emotivo, potrebbero
essere fantasie nevrotiche oppure coincidere con gli aspetti più
rilevanti di una data situazione. Ignorarli sarebbe come ignorare
parte della realtà. Come abbiamo visto nel Capitolo 14, questo
farebbe sì che i tre cervelli lavorino nel modo sbagliato e
provocherebbe un’alterazione del nostro funzionamento. Ha
anche portato a una grande distorsione della concezione
dell’universo nella scienza moderna. Poiché ignora la
componente emotiva e intuitiva della vita e finge un’obiettività
che non ha, la scienza moderna è piena di supposizioni e valori
emotivi impliciti, che tiene nascosti e che spesso risultano
debilitanti e lesivi dello spirito umano. Il mio studio sulle

334
dovresti aver fatto quelle cose perché ti avrebbero giovato. Sei
pigro, sei pessimo”. Non c’è bisogno di fornire ulteriore energia
all’attacco del superego; in effetti, come abbiamo visto, potete
osservarlo per imparare a conoscervi meglio. L’importante è
accettare la realtà del vostro passato. Allo stesso modo, dovrete
ammettere che probabilmente avete provato delle tecniche di
crescita con così poca convinzione che difficilmente avrebbero
potuto funzionare, quindi non sorprende che non abbiate
ottenuto grandi risultati. Quel che è stato è stato. Ora il vero
interrogativo è questo: come intendete comportarvi con le nuove
tecniche di crescita personale?

La necessità di concentrare gli sforzi


Dovreste riconoscere che, realisticamente, con gran parte delle
tecniche di crescita con cui in futuro entrerete in contatto, se
qualcosa farete, di certo non si tratterà di grandi cose. Tanto per
cominciare, dato che ormai ne abbiamo in grande abbondanza,
non c’è abbastanza tempo per occuparsi di tutte. Poi c’è anche il
fatto che alcune di queste pratiche sono in contraddizione l’una
con l’altra, e quindi non è possibile combinarle. È difficile, per
esempio, praticare qualche tipo di lucida consapevolezza
riguardo al luogo e al momento presenti cercando al contempo
di assaporare le sensazioni trascendenti che si ottengono
concentrandosi e ripetendo un mantra più e più volte.
Poiché non disponete di una quantità illimitata di attenzione ed
energia, dovrete scegliere di concentrarvi su una particolare
tecnica di crescita che vi ispira davvero, e dedicarvici con
grande convinzione per un periodo di tempo abbastanza lungo
perché possiate cogliere in voi qualche risultato. Naturalmente
all’inizio, prima di decidere di prendervi un simile impegno, vi
trastullerete con un certo numero di tecniche e di sistemi per
farvene un’idea, ma una volta deciso che la pratica X fa per voi,
impegnatevi a seguire solo quella per molto tempo, diciamo per

287
chiamare trance consensuale; (c) l’autentica coscienza di sé,
caratterizzata dalla capacità di ricordarsi di sé; e (d) la coscienza
obiettiva. Essi costituiscono, tra l’altro, una progressione dalla
frammentarietà all’unità.

Il sonno e il sogno ordinari


Il livello del sonno e del sogno ordinari è proprio quello che in
genere crediamo che sia, l’attività mentale (o la mancanza della
stessa) durante la notte, mentre si dorme. Gurdjieff si
preoccupava raramente di distinguere tra lo stato di sonno e
quello onirico all’interno del livello del sonno. Non lavorava sui
sogni notturni, limitandosi a considerare questa analogia:
quando ci svegliamo da un sogno notturno e ci ritroviamo nella
trance consensuale, in genere avvertiamo che la mente è molto
più lucida di quanto non fosse mentre sognavamo.
Analogamente, quando ci si ricorda di sé, allorché ci si trova in
uno stato di autentica coscienza di sé, la nostra mente è tanto
più lucida che nella trance consensuale quanto questa è più
lucida dei sogni notturni.
Quello onirico è uno stato che comporta livelli estremamente
alti di simulazione della realtà. Nel sogno viene creato tutto un
altro mondo. Nel sogno notturno, la nostra esperienza ha una
portata molto più ampia che nella trance consensuale. Questo
accade perché il simulatore non è vincolato da stimoli esterni in
modo significativo. Gli occhi non trasmettono alcun modello
visivo di cui tenere conto nella simulazione, e quindi,
visivamente, è possibile simulare qualsiasi scenario. Sembra che
le uniche restrizioni siano quelle interne, imposte dalle
caratteristiche della falsa personalità e dai meccanismi di difesa,
e tali restrizioni sono meno ferree di quelle presenti nella trance
consensuale. La categoria dell’“io!” può essere associata
praticamente a qualsiasi cosa, e questo spiega come mai nei
sogni ci ritroviamo a compiere delle azioni che “non sono da

336
noi”.
Quello della trance consensuale è un livello di coscienza in cui
possiamo praticare le attività dell’osservazione e del ricordo di
sé, e quindi si tratta di un livello molto più alto rispetto al vuoto
del sonno notturno o al mondo fantastico dei sogni.(2) C’è un
senso molto reale, tuttavia, in cui quello dei sogni notturni è uno
stato molto più sicuro della trance consensuale. Di notte, mentre
dormiamo, il corpo fisico non esegue le azioni che ci vediamo
compiere in sogno. Buttarsi da una rupe onirica o ferire delle
persone in sogno non si traduce, al risveglio, nel fatto di avere le
ossa rotte o nell’essersi inimicati qualcuno!
La moderna ricerca sul sonno ha dimostrato che mentre
dormiamo i muscoli presentano una paralisi attiva, così ci è
impossibile agire i nostri sogni. Tuttavia, nella trance
consensuale tale protezione non sussiste. Come abbiamo visto,
abbiamo solo un orientamento parziale rispetto all’effettiva
realtà del mondo fisico, delle altre persone e dei nostri stessi
sentimenti. Viviamo in un sogno da svegli. Nella realtà
consensuale il processo di simulazione del mondo funziona
proprio come durante l’attività onirica. Rispetto al sogno, è però
soggetto a maggiori restrizioni, perché vi è una massiccia
immissione di dati che devono essere integrati nella
simulazione. Le nostre varie false personalità sono state inoltre
perfettamente acculturate, il che limita ulteriormente la gamma
delle nostre simulazioni, dei nostri pensieri e sentimenti, mentre
il nostro sé onirico, dopo essere stato inizialmente invalidato, è
stato per lo più lasciato in pace. Rimane però il fatto che
possiamo agire in base alle nostre percezioni e ai nostri pensieri
e sentimenti distorti, il che non sarà privo di conseguenze per
noi stessi e per gli altri. Le conseguenze reattive delle nostre
azioni esterne contestualmente alla trance consensuale
costituiscono una delle principali cause di inutili e stupide
sofferenze.

337
La trance consensuale
Trascorriamo circa un terzo della nostra vita nel sonno e nel
sogno notturni, e i restanti due terzi nella trance consensuale. La
trance consensuale in realtà è un insieme di stati di identità. Qui
camminiamo e parliamo, facciamo promesse e le tradiamo,
facciamo l’amore e la guerra e immaginiamo di essere nel terzo
stato di coscienza, quello dell’autentica coscienza di sé.
Abbiamo già esaminato in dettaglio le caratteristiche della
trance consensuale nei precedenti capitoli, ma voglio qui
sottolinearne un ulteriore aspetto. Noi crediamo di essere già
autenticamente coscienti di noi, di sapere quel che facciamo, di
saper decidere da soli, di capire la nostra mente, di avere una
natura unitaria. Queste particolari illusioni sono molto
perniciose, perché se non ci rendiamo conto di quanto poco
unitaria è la nostra natura, della scarsa coscienza e conoscenza
che abbiamo di noi, di quanto debole è la nostra volontà, non ci
preoccuperemo affatto di cercare queste cose. Inoltre, quando ne
sentiamo parlare, tendiamo a ridurle a livelli ordinari di pensiero
distruggendone così la forza che potrebbe trasformarci.
Ogni tanto scrivendo questo libro ho pensato, “È uno sforzo
inutile, nessuno crederà di dover lavorare sodo per sviluppare
delle facoltà che crede di possedere già!” E tuttavia lavorare in
tal senso è cruciale per la nostra sopravvivenza: credete forse
che degli automi in balia della trance consensuale sapranno
creare la pace sul pianeta? Sicuramente con il solo
ragionamento, per quanto brillante, non riuscirò a far capire in
quale condizione ci troviamo, ma se vi avessi persuasi a
cominciare la pratica dell’osservazione e del ricordo di sé, sarà
la vostra stessa esperienza a chiarire cosa intendo.

L’autentica coscienza di sé
Il terzo livello di coscienza, lo stato in cui ci si ricorda di sé,

338
dovrebbe appartenerci di diritto fin dalla nascita. In tale stato
avremmo le qualità che ci attribuiamo arbitrariamente nella
trance consensuale. Saremmo autenticamente consapevoli delle
nostre azioni e dei nostri stati interiori, avremmo una chiara
visione del mondo, tutti e tre i nostri cervelli funzionerebbero a
meraviglia, comprenderemmo i desideri della nostra essenza e
avremmo una reale volontà di fare ciò che vogliamo.
Finalmente saremmo esseri unitari. Potremmo finalmente dire
“io sono”, perché esisterebbe davvero un sé molto più vivo e
importante dei vecchi stati di identità della trance consensuale.
Nella maggior parte delle persone questo terzo stato, purtroppo,
si verifica solo sotto forma di rari lampi che interrompono la
trance consensuale, e che quasi subito, non appena si torna a
sprofondare nel sonno, vengono dimenticati. Spero che nel
vostro caso questa affermazione sia o sarà sbagliata in seguito
alla pratica degli esercizi sull’osservazione e il ricordo di sé
illustrata nei precedenti capitoli.
Come vi sarà chiaro da quanto detto finora, e soprattutto dai
vostri stessi tentativi di osservarvi e risvegliarvi, la gente fa
fatica a rendersi conto di essere nella trance consensuale. Di
fatto, interviene una speciale reazione perversa che isola
ulteriormente le persone da questa consapevolezza; se dite a
qualcuno che non è realmente cosciente di sé, probabilmente
mentre nega di non essere cosciente si risveglierà in parte per un
secondo e sarà più vicino a qualche tipo di coscienza di sé! Lo
stress talvolta produce l’effetto di farci concentrare con molta
più forza sul momento presente, sottraendo quindi energia alle
nostre illusioni e portandoci più vicini alla realtà, facendoci
sentire più vivi. Per questo certe persone prediligono gli sport
estremi: meglio essere vivi e in pericolo che essere come morti
alla realtà e all’essenza. Meglio ancora sarebbe imparare a
essere più vivi ricordandosi di sé!

339
tranquillamente seduti a guardare, o anche scendere dall’aereo.
All’ora fissata per l’avvio, i motori dell’aereo si sarebbero
accesi, l’aereo si sarebbe diretto verso una pista, sarebbe
decollato e avrebbe volato fino a destinazione, compensando
strada facendo i cambiamenti di vento e di condizioni
meteorologiche, sarebbe atterrato rullando fino all’aeroporto,
senza che nessun essere umano toccasse un solo comando
durante il volo. Questi sistemi sono stati provati non solo in
teoria, ma anche in pratica. I primi ovviamente presentavano dei
difetti che durante il volo rendevano necessario l’intervento del
pilota, ma sono poi diventati molto affidabili: il pilota umano
non aveva più niente da fare.
Sareste disposti a volare su un aereo completamente
automatizzato?
Poiché non è mai stato programmato nessun volo del tutto
automatico, nonostante già da un po’ disponiamo della
tecnologia necessaria, è ovvio che probabilmente nessuno vorrà
prenderne uno. Non ci fidiamo dell’automazione totale quando
un guasto potrebbe significare rimanere gravemente feriti, e
forse addirittura morire. Vogliamo che ci sia un pilota umano (e
un secondo pilota) seduto accanto a quei comandi, pronto ad
intervenire nel preciso istante in cui gli strumenti dovessero
funzionare male. Non importa quanto siano sofisticati gli
strumenti di controllo; se anche fossero quasi sempre affidabili,
questo non basterebbe.

LA NOSTRA MENTE COME UN VOLO IN


AUTOMATICO
Da ciò che abbiamo detto nei precedenti capitoli su come la
coscienza può essere condizionata a funzionare
meccanicamente, sarete in grado di cogliere la seguente
analogia: il nostro corpo, la mente e le emozioni spesso

291
assomigliano a un aereo che vola completamente in automatico.
Qualcun altro ha stabilito il percorso e la destinazione, sono
stati inseriti gli strumenti automatici e per portare a termine il
viaggio, non c’è alcun bisogno della vostra coscienza.
Ancora prima di considerare se le destinazioni programmate
coincidono effettivamente con i luoghi in cui vorreste andare, è
evidente che dovrebbe essere di turno un pilota qualificato
pronto a subentrare in caso di guasti, o qualora si verificassero
condizioni impreviste. Troppo spesso però il pilota non è a
bordo dell’aereo, oppure sta facendo un pisolino, o ha avuto una
formazione professionale inadeguata, o è talmente preso dalla
sbronza collettiva che ha luogo in cabina, da non prestare
attenzione ai messaggi che richiedono la sua presenza
nell’abitacolo. Benché (finora) non si siano verificati incidenti
mortali, ci sono stati comunque brutti incidenti: troppo spesso il
volo è stato inutilmente turbolento e ha incrociato troppo da
vicino altri aerei, cosa che ha gravemente danneggiato sia voi
che essi.

Formare il pilota
Supponiamo che siate riusciti ad acquisire una sufficiente
capacità introspettiva da rendervi conto che siete intrappolati su
un aereo con una guida automatica che funziona male, che siete
diretti verso una destinazione che altri hanno deciso per voi, e
che siete circondati da altri velivoli ugualmente pericolosi e mal
governati da un pilota automatico. Dove trovare un vero pilota?
Fortunatamente, sotto certi punti di vista, avete intorno un sacco
di persone che non solo affermano di avere il brevetto di pilota,
ma che insistono anche a volere assumere la guida dell’aereo in
modo che possiate fare un viaggio tranquillo verso una
meravigliosa destinazione! Se solo voleste passare nelle loro
mani quel poco che tenete sotto controllo, fidandovi della loro

292
visione, anche se non vi è del tutto chiara, vi promettono il
paradiso. E saranno così felici di avervi salvato! Basta che
diveniate membri della locale comune buddhista cristiana new
age di illuminazione organica del guru Raja, e tutto andrà per il
meglio.

L’attrazione per i maestri autoproclamati


È perfettamente naturale sentirsi attratti da tali ipotetici maestri
e salvatori. Tanto per cominciare, c’è il transfert infantile degli
atteggiamenti che avevamo verso i genitori e altre figure di
adulti autorevoli, che spesso effettivamente venivano in nostro
aiuto: una saggia figura genitoriale dovrebbe quindi essere in
grado di aiutarci. Dentro di noi c’è qualcosa che a livello
emotivo ci spinge a seguire un potente leader. In secondo luogo,
è innegabile che talvolta possiamo ottenere aiuto dagli altri, e
quindi la nostra speranza ha un fondamento realistico. In terzo
luogo, esistono svariati esempi di persone che hanno accettato
dagli altri questo tipo di aiuto e che sembrano averne
guadagnato in serenità. E se seguite il Guruguru Highfalutin
Singin, gli altri suoi seguaci saranno con voi una cosa sola e vi
offriranno un grande sostegno per la scelta compiuta.
Gurdjieff, tuttavia, sosteneva che i nostri problemi nascono dal
fatto di esserci affidati a una serie di piloti esterni, quindi
procurandocene un altro non troveremo di certo una vera
soluzione. Tutt’al più potrete sentirvi “contenti”, i macchinari
automatici della vostra psiche funzioneranno meglio e il vostro
falso bisogno emotivo di avere un leader sarà soddisfatto. Forse
vi sentirete meglio, ma sarete ancora nella trance consensuale,
addormentati. Il contenuto del sogno è cambiato, ora fate dei
“bei” sogni invece di avere degli incubi, ma sognare in questo
modo non vi aiuta a risvegliarvi alla realtà.

293
esistono altri due centri, il centro emozionale superiore e il
centro intellettuale superiore. Ciascuno di questi centri superiori
è di gran lunga più potente e intelligente dei normali centri
emozionale e intellettuale, e ognuno di essi è molto più veloce
dei centri ordinari. Il centro emozionale superiore include quella
che Gurdjieff chiamava “vera coscienza” in contrapposizione
alla moralità relativa e condizionata della trance consensuale.
Entrambi questi centri fanno parte della naturale eredità degli
esseri umani e sono pienamente formati e operativi, anche se è
necessario impegnarsi a fondo nella propria evoluzione per
creare la base del terzo livello da cui stabilire un contatto con
essi per poterli utilizzare. Questi centri stanno già raccogliendo
e elaborando informazioni su di noi e la nostra realtà. Però il
nostro sé ordinario è scollegato dai dati che trasmettono.
Normalmente non sappiamo neppure che esistono. Mi viene in
mente una frase attribuita a Buddha che in seguito alla sua
illuminazione avrebbe detto: “Meraviglia delle meraviglie! Tutti
gli uomini sono illuminati, ma non lo sanno!”

L’analogia tra il computer e i centri superiori


Vivendo nell’epoca dei computer, abbiamo un’ottima analogia
per illustrare questa situazione. Ognuno di noi ha un piccolo
computer personale. È piuttosto lento, ha una memoria limitata
e ha quindi immagazzinato pochissimi dati. Il computer viene
programmato attraverso tre linguaggi piuttosto primitivi: il
Basic intellettuale, il Basic emozionale e il Basic fisico/istintivo.
Se lo sappiamo usare in modo efficiente, può benissimo far
fronte a molte delle necessità della vita ordinaria. Giustamente,
siamo affezionati a questo piccolo personal computer e ne
abbiamo una grande considerazione perché è una macchina
meravigliosa, anche se un po’ limitata. Di fatto, ci siamo
identificati con essa: crediamo che i suoi pensieri siano anche i
nostri.

343
Ciò che abbiamo dimenticato, nel nostro attaccamento e nella
dipendenza dal nostro piccolo computer, è che è possibile
programmarlo in modo che funga da terminale per collegarci a
un super computer gigantesco. Questo mega-computer è molto
più veloce del nostro, è dotato di un’enorme memoria piena di
informazioni di vitale importanza che solitamente ignoriamo, e
per elaborare i dati utilizza due linguaggi molto sofisticati e
potenti che gli consentono di risolvere importanti problemi di
ogni genere e che non possono essere adeguatamente affrontati
con il Basic intellettuale, emozionale o fisico/istintivo. Questi
linguaggi sono l’emozionale Superiore e l’intellettuale
Superiore.
Gli interrogativi più importanti che riguardano la nostra vita
potrebbero trovare risposta se il computer ci lavorasse
utilizzando l’emozionale e l’intellettuale superiori, traendo tutte
le informazioni utili dalle sue enormi banche dati. Ma ahimè!
Non siamo collegati. Tentiamo di risolvere questi fondamentali
problemi col nostro piccolo computer, ma non c’è verso di
venirne a capo con i vari linguaggi Basic. Proprio come certe
barzellette ungheresi, se tradotte in inglese, potrebbero perdere
la loro carica umoristica, ci sono cose che hanno senso solo nel
linguaggio emozionale Superiore o nell’intellettuale Superiore.
È questo il tipo di conoscenza caratteristico a uno stato specifico
di cui abbiamo parlato nel Capitolo 1.

L’INEFFABILITÀ DELLA CONOSCENZA DEGLI


STATI SUPERIORI
La conoscenza ordinaria, di secondo livello, che abbiamo della
coscienza obiettiva, ci viene da quel poco che sappiamo sugli
stati alterati di coscienza e sugli insoliti momenti che in questi
possono verificarsi e che chiamiamo vagamente “esperienze
mistiche”. Si possono avere delle profonde intuizioni relative

344
inculcato con l’intensità della vita e della morte. In secondo
luogo, il superego agisce automaticamente; è una macchina
psicologica e non ha bisogno di alcun vero sforzo cosciente da
parte vostra per poter funzionare. In terzo luogo, il superego non
nasce da un impegno oggettivo rispetto alla verità, al desiderio
di sapere cosa sta realmente accadendo a dispetto di quello che
vorrei o che penso dovrei volere che accada, ma da un impegno
a priori nei confronti di valori assoluti, che potrebbero non
avere alcuna validità reale. Pensate al Capitolo 2: “Non c’è altro
Dio che la Realtà. Cercarlo altrove è l’atto della Caduta”.
Ignorando la realtà, la moralità assoluta del superego potrebbe
realizzare l’opposto di ciò che si propone.
L’osservazione del superego non va confusa con il genere di
osservazione di sé che dobbiamo sviluppare se vogliamo
risvegliarci dalla trance consensuale. Dobbiamo sviluppare uno
stile di osservazione che ponga la fedeltà alla realtà al di sopra
di tutti gli altri impegni. Il superego può, ovviamente, usare le
rilevazioni tratte da questo tipo di osservazione neutrale per
entrare in azione e lanciare un attacco, ma l’attacco stesso
diventa qualcosa da osservare attraverso un tipo più generale di
osservazione di sé piuttosto che qualcosa con cui identificarsi.
Esamineremo ora alcuni dei fattori che possono creare questo
tipo di osservazione.

LA CAPACITÀ DI OSSERVARE SE STESSI


La capacità di osservare se stessi è una funzione combinata del
desiderio di osservarsi, delle occasioni per poterlo fare, degli
ostacoli all’osservazione e della disponibilità di speciali
supporti all’osservazione.

Il desiderio

297
Il rapporto tra stati specifici e centri superiori
Sebbene Gurdjieff definisca “superiori” questi due nuovi centri,
quello che so degli stati alterati mi induce a sospettare che
anche questi centri siano specializzati e legati a stati ben precisi.
Per questo l’analogia col computer, se spinta troppo in là, non
regge più. Nel mondo ordinario per rivedere i conti del libretto
di assegni potreste usare un grande elaboratore centrale, così
come un piccolo personal computer o una piccola calcolatrice.
L’elaboratore centrale è in grado di riprodurre tutte le funzioni
del personal computer, e svolgerne anche molte di più. Dubito
però che il centro intellettuale superiore potrebbe esservi
davvero utile per questo genere di calcoli: è concepito per
affrontare problemi molto profondi, che i centri ordinari non
sono affatto in grado di risolvere.
Affermare insistentemente che qualsiasi importante dato
dovrebbe essere comprensibile alla coscienza consensuale è un
altro esempio di un cattivo funzionamento dei centri. I centri
ordinari, anche se dal solito livello in cui dominano l’ignoranza
e la nevrosi vengono portati a un livello di corretta funzionalità,
probabilmente non sono in grado di risolvere certi problemi. Le
mie ricerche sugli stati alterati indicano con certezza che gli
interrogativi sulla vita e sulla morte non possono trovare alcuna
risposta adeguata nella coscienza ordinaria.
Se una persona è completamente cieca dalla nascita, potrà
ragionare sulla capacità di vedere. Potrà arrivare ad averne una
parziale comprensione di grande intelligenza, ma non sarà in
grado di capire veramente la bellezza di un tramonto. Finché
non avremo almeno dei brevi lampi di coscienza oggettiva, non
capiremo mai appieno la natura della vita.
Forte è la tentazione di dilungarmi sugli stati alterati di
coscienza e sulle affascinanti possibilità (e le trappole) che ci
riservano, ma dato che il tema principale di questo libro è il

346
Se non avete un grande desiderio di osservarvi e di capire come
funzioni la vostra mente, non scoprirete granché. Talvolta la
vita vi costringerà a conoscere voi stessi, soprattutto nei
momenti di grande stress, di sofferenza o pericolo. Abbiamo
tutti sentito parlare di persone la cui vita è cambiata dall’oggi
all’indomani in seguito all’esperienza di una crisi sconvolgente
che le ha portate a guardarsi dentro. Questo va benissimo
quando succede, ma quante saranno le persone di cui non sapete
nulla perché non sono state abbastanza “fortunate” da avere
simili esperienze? E quante quelle che si sono rifiutate di capire,
che hanno sofferto, sono morte o non sono cambiate? È giusto
essere riconoscenti alla vita quando ci costringe a imparare
qualcosa su noi stessi, per quanto difficile ci possa sembrare in
quel momento, ma aspettare che queste costrizioni “accidentali”
si verifichino da sé non è un metodo molto affidabile dal punto
di vista della crescita personale. Una delle esperienze di crescita
più intense che si possano fare, per esempio, è l’esperienza di
pre-morte, ma la maggior parte delle persone che si avvicinano
così tanto alla morte muoiono e basta! Sono così tante le cose da
imparare su di noi, che dobbiamo cominciare subito.

Le occasioni
Se proviamo a pensare alle occasioni per osservarci, di solito ci
vengono in mente dei momenti particolari, come quando alla
fine di una giornata facciamo una pausa di riflessione, oppure
ciò che potrebbe succedere se potessimo andarcene a stare sa
soli in un bosco per qualche settimana. In genere la
supposizione implicita è che siamo troppo impegnati (e perciò
troppo importanti?) per osservarci nel corso della nostra vita
ordinaria. Ma è proprio questa supposizione che Gurdjieff
metteva in dubbio.
Gurdjieff diceva che la quarta via è una via che sta dentro alla
vita. Non è necessario ritirarsi in un monastero, anche se

298
talvolta dei periodi di ritiro spirituale possono essere utili. In
effetti, generalmente il contesto di un ritiro non si presta
all’osservazione di certi aspetti importanti del proprio
comportamento: poiché non si sta conducendo la vita abituale,
molti aspetti fondamentali della propria persona rimangono
inattivi. Quindi, la vita di tutti i giorni in realtà offre le
condizioni ottimali per osservare se stessi, perché è lì che ci si
manifesta nel modo più completo. La vita normale ci offrirà
tutta la varietà di stimoli necessari per attivare l’intera nostra
gamma comportamentale, perché è lì, nella vita ordinaria, che il
comportamento è stato plasmato.

Gli ostacoli
Gli ostacoli all’osservazione di sé sono di diversi tipi e
includono la mancanza di motivazione, la distrazione, la
mancanza di abilità e la resistenza attiva.
La mancanza di motivazione farà sì che vi limiterete alle poche
osservazioni imposte dalle crisi della vita. E ancor più, sarà
l’atteggiamento che deriva dalla mancanza di motivazione a
limitarvi. C’è un vecchio detto secondo il quale colui che
assaggia conosce. Questo è vero solo in casi estremi, quando il
sapore è così forte che si è costretti a prestarvi attenzione e a
imparare qualcosa sul mondo o su di sé. Sarebbe più esatto dire
che colui che assaggia ha l’opportunità di conoscere. Il fatto che
poi sfrutti tale opportunità è un’altra questione.
Le occasioni per distrarsi dall’osservazione di sé sono più che
numerose. C’è il lavoro da sbrigare in ufficio, dovreste
rilassarvi, alla TV trasmettono un film interessante, c’è
qualcuno che desidera parlare con voi, e per la festa di stasera?
Fondamentalmente, la nostra cultura non incoraggia
l’osservazione di sé, tranne che per l’uso molto limitato
dell’apprendimento finalizzato al rispetto delle regole. Vi è stato

299
insegnato come comportarvi a dovere, e le gratificazioni sono
quelle conseguenti a un comportamento corretto: cosa c’è da
osservare interiormente? Per tornare alla nostra metafora,
l’aereo vola con il pilota automatico mentre voi siete nella
cabina a bere e a spassarvela insieme a un sacco di altri piloti
che vogliono raccontarsi delle storielle (spesso inventate) di
sesso, soldi, imprese di volo e potere. I vostri amici non
vogliono lasciare la festa, e non vogliono sentire storie di
incidenti aerei, quindi basta con questa storia di andare
nell’abitacolo a controllare il pilota automatico o cercare di
scoprire come funzionano i comandi, o anche solo a dare
un’occhiata in giro. La festa è qui dietro!

Le pressioni sociali contro l’osservazione di sé


Da bambini gran parte dell’apprendimento iniziale di base
avveniva per imitazione. Gli adulti che avevamo intorno non
offrivano quasi mai un modello per l’osservazione di sé, quindi
questo è stato implicitamente escluso a livello molto profondo.
La scuola, se mai ci ha insegnato qualcosa al riguardo, l’ha fatto
raramente. La cultura dei coetanei poneva l’enfasi sul
comportamento esterno. Con i forti istinti sociali che
suscitavano in noi il desiderio di appartenenza, c’è forse da
stupirsi se abbiamo automaticamente imitato i mancati
osservatori di sé che avevamo intorno? Anche oggi che siamo
adulti possiamo andare incontro a notevoli pressioni se
raccontiamo agli amici che stiamo cercando di osservarci.
La maggior parte di noi affronta la pratica dell’osservazione di
sé con evidente incapacità. In molti altri settori della vita siamo
invece molto preparati: pensate a quanta pratica avete fatto nella
lettura o nel vestirvi, per esempio. Quanta pratica avete fatto
cercando di imparare a osservarvi obiettivamente? C’è forse da
stupirsi del fatto che spesso ci sentiamo molto confusi quando
tentiamo di comprenderci, visto che non abbiamo affatto

300
intelligenza, di capacità di discriminare, di esperienze personali,
e non di una fede o di uno scetticismo ugualmente ciechi.
Se in questo libro sottolineo gli aspetti psicologici degli
insegnamenti di Gurdjieff, è perché questo è il senso in cui mi
sono più chiari. Non vorrei però dare l’impressione che
Gurdjieff sia tutto qui. Le sue idee psicologiche sono inserite in
un sistema spirituale estremamente complesso. Come molti altri
grandi sistemi spirituali, si tratta di una visione del mondo che
concepisce l’intero universo come una manifestazione integrata,
significativa e vivente dell’Assoluto. L’uomo ha un suo posto e
una sua funzione in questo universo vivo e in evoluzione. La
sua funzione trova corrispondenza in quegli esseri che occupano
una posizione superiore nella scala dell’universo, esseri che
verrebbero comunemente definiti “incorporei” o spirituali. Il
fatto che l’uomo sia caduto nella follia della trance consensuale
perdendo così ogni contatto con le sue effettive possibilità e
funzioni è una vera tragedia. La quarta via non è semplicemente
un modo per ottimizzare la programmazione del proprio
computer biologico: è un sistema di crescita spirituale, che si
spinge oltre la vita organica, fisica, che noi conosciamo, per
consentire all’uomo di riconquistare la sua vera funzione e
l’originaria felicità.
Non tenterò di dare ulteriori spiegazioni relative alle idee
cosmologiche e spirituali di Gurdjieff. Se ne è scritto
moltissimo nei testi citati nella prima appendice, e in ogni caso
io stesso ne ho una comprensione assai limitata: non si tratta di
principi facilmente verificabili nella vita di tutti i giorni. In
questo capitolo dovrò utilizzare spesso la formula “Gurdjieff
afferma che…” perché introdurrò alcune sue idee che vanno al
di là di quella che è la mia esperienza personale; nel resto del
libro ho cercato di evitare di presentare le cose in questo modo,
ma se ora non facessi così il quadro che vi offro risulterebbe
troppo incompleto.

350
In questo capitolo presenterò un interessante esempio del genere
di eventi che sono veramente “superiori” rispetto al nostro
funzionamento ordinario, un esempio legato ai miei tentativi di
condividere parte delle mie concezioni sulla condizione umana.
È comunque arrivato il momento di prendere le distanze dalla
patologia della trance consensuale, cui abbiamo dedicato
un’attenzione peraltro necessaria. Userò poi questo esempio per
illustrare un aspetto dell’idea di preghiera.

IL SOGNO DI MARY
Nel novembre del 1981 diedi inizio a un programma
sperimentale che prevedeva l’applicazione di alcuni degli
insegnamenti relativi al risveglio tratti da Gurdjieff e da altre
fonti. Si chiamava Awareness Enhancement Training
(Programma di potenziamento della consapevolezza) e gli
dedicai due anni e mezzo di lavoro. Il programma comprendeva
l’insegnamento dei procedimenti base per l’osservazione e il
ricordo di sé, una serie di incontri serali durante i quali si
confrontavano problemi e risultati e un fine settimana al mese di
ritiro in mezzo alla natura per svolgere un’intensa attività di
gruppo che comportava una certa varietà di lavoro manuale
(insieme al ricordo di sé) per costruire e conservare la struttura
sede dei ritiri stessi.
Oltre un anno e mezzo prima dell’inizio del Programma di
potenziamento della consapevolezza, una delle persone che in
seguito si sarebbero unite al gruppo, Mary, fece un sogno. A
quel tempo teneva un diario in cui annotava regolarmente i
sogni che faceva anche quando, come in questo caso, non
attribuiva loro nessun particolare significato. Si limitò quindi a
scriverlo e poi se ne dimenticò per quasi tre anni. Ecco il sogno
di Mary:
È una calda giornata d’estate. Sto viaggiando su un

351
furgone insieme a un gruppo di persone.
Arriviamo a un edificio che si trova su una specie di
terrazza in mezzo alla natura. Lo stanno ristrutturando,
c’è della gente che ci lavora. Un uomo scende da una
lunga scala appoggiata al muro esterno che guarda a sud.
Regge un secchio di pittura, e io faccio un commento sul
colore marrone della pittura, perché sembra che abbia
una sfumatura viola.
Ci fanno entrare in una cucina piuttosto spoglia, con un
vecchio fornello dall’aria arrugginita che è un vero
pezzo d’antiquariato. Stanno facendo cuocere del cibo e
il proprietario, che ci ha accolti lì, mi permette di
infilarci un dito per assaggiare; è qualcosa di molto
denso. Lui è un tipo anonimo e indossa anonimi vestiti
grigi.
Ci guardiamo intorno ma nella cucina non c’è molto da
vedere, poi usciamo all’aperto passando dalla porta sul
retro. Sono un po’ confusa perché siamo stati in casa ma
abbiamo visto solo una specie di cucina.
Fuori è stupendo, l’alta e tenera erba estiva, gli alberi, il
susseguirsi tondeggiante delle colline, sopra il cielo
azzurro e il sole ardente. Si sta proprio bene.
Andiamo dietro alla casa dove c’è ombra e qualcuno ci
dice che i precedenti proprietari sono sepolti lì. Una
donna del gruppo si fa prendere da una crisi isterica,
dice che non sono nelle bare e che hanno il corpo
mummificato e ricoperto solo da un po’ di pacciame. Le
dico che non c’è motivo di avere paura dei morti, e vado
anch’io a dare un’occhiata.
Ci sono due “tombe”, di un uomo e di una donna.
Rimango in piedi di fronte alla tomba dell’uomo. Riesco

352
a vedere la forma del corpo attraverso il sottile strato di
terra. Mi sento molto a mio agio. In qualche modo
comunico con lui e sono certa che lui mi parlerà. Dopo
un po’ un respiro disegna dei cerchi concentrici
attraverso la terra che ha sopra al viso, e poi questo moto
ondulatorio si estende al pacciame che gli ricopre tutto il
corpo. Balza in piedi scrollandosi la terra di dosso,
ridendo e dicendo che era stato ingaggiato dal
proprietario per rappresentare l’autenticità del luogo, e
che questa era la ragione per cui eravamo andati lì.
Mary partecipava al Programma di potenziamento della
consapevolezza da più di un anno quando, durante un fine
settimana di ritiro, improvvisamente si rese conto che da più di
un anno si recava nel luogo visto in sogno, per cercare di
resuscitare dalla “morte”, dalla trance consensuale! Considerate
questi straordinari parallelismi:
È una calda giornata d’estate. Sto viaggiando su un
furgone insieme a un gruppo di persone.
• Anche se il primo fine settimana di ritiro del programma fu
in novembre, era una splendida giornata di sole, e quasi tutti
i fine settimana furono così. A differenza che a Berkeley,
dove viveva Mary, al centro per ritiri di Mendocino County
le giornate estive sono generalmente calde.
• I partecipanti al corso spesso si mettevano d’accordo e
arrivavano tutti insieme con il furgone di uno di loro.
Arriviamo a un edificio che si trova su una specie di
terrazza in mezzo alla natura. Lo stanno ristrutturando,
c’è della gente che ci lavora. Un uomo scende da una
lunga scala appoggiata al muro esterno che guarda a sud.
Regge un secchio di pittura, e io faccio un commento sul
colore marrone della pittura, perché sembra che abbia
una sfumatura viola.

353
• Il posto in cui si svolgono i ritiri è un grande edificio di
forma rettangolare, costruito su un’ampia terrazza artificiale
sul pendio di una collina.
• Il gruppo ci lavorava di continuo sia per conservarlo che per
costruire nuove parti perché all’epoca in cui ebbe inizio il
programma non era ancora del tutto funzionale.
• Si lavorava molto stando sulle scale appoggiate ai muri
esterni. Dato che molti dei partecipanti avevano paura di
lavorare in quel modo, il lavoro fatto dalle scale era carico di
significati emotivi e spesso se ne parlava in termini
scherzosi.
• L’elemento esterno più notevole dell’edificio era il lungo
muro esposto a sud, con le numerose finestre luccicanti che
andavano dal pavimento al soffitto.
• L’edificio è stato dipinto con un’intensa e ricca tonalità di
marrone. Ridipingere i muri era un compito frequente tra le
attività del gruppo.
Ci fanno entrare in una cucina piuttosto spoglia, con un
vecchio fornello dall’aria arrugginita che è un vero
pezzo d’antiquariato. Stanno facendo cuocere del cibo e
il proprietario, che ci ha accolti lì, mi permette di
infilarci un dito per assaggiare; è qualcosa di molto
denso. Lui è un tipo anonimo e indossa anonimi vestiti
grigi.
• La cucina si trova a un’estremità dell’edificio, che misura
circa sette metri per venti e che all’interno è un unico spazio
aperto ad eccezione di un piccolo sottotetto adibito a camera
da letto, all’estremità opposta rispetto alla cucina. Questa,
rispetto a una normale cucina di casa, è piuttosto spoglia. La
cucina a gas è un pezzo d’antiquariato, un po’ corroso e
arrugginito.

354
• Gli studenti cucinavano a turno e di solito il risultato era
quello che potremmo definire un banchetto. In genere il cibo
era talmente interessante e delizioso che spesso si scherzava
dicendo che oltre che al Programma di potenziamento della
consapevolezza (PPC) il gruppo seguiva un Programma di
consapevolezza papillare (PCP)!
• Io, che ero il proprietario, quando sono in mezzo alla natura,
e quindi anche lavorando con il mio gruppo, indosso quasi
sempre un vecchio paio di anonimi jeans e una camicia da
lavoro grigio blu ormai sbiadita.
Ci guardiamo intorno ma nella cucina non c’è molto da
vedere, poi usciamo all’aperto passando dalla porta sul
retro. Sono un po’ confusa perché siamo stati in casa ma
abbiamo visto solo una specie di cucina.
• L’interno dell’edificio è costituito da uno spazio aperto alto
circa cinque metri per lo più ancora da sistemare e in fase di
ulteriore costruzione. Sarebbe stato quindi giudicato
ambiguo in base a normali criteri di funzionalità ad
eccezione della cucina, che è chiaramente strutturata e
abbastanza convenzionale.
Fuori è stupendo, l’alta e tenera erba estiva, gli alberi, il
susseguirsi tondeggiante delle colline, sopra il cielo
azzurro e il sole ardente. Si sta proprio bene.
• È una perfetta descrizione di quell’ambiente naturale e di
quel che in genere si prova quando ci si trova immersi.
Fino a questo punto abbiamo avuto una descrizione
sorprendentemente accurata e quasi alla lettera delle
caratteristiche fisiche e del contesto naturale del centro. Sono
stati questi parallelismi ad attirare l’attenzione sul sogno.
Quando in passato ho avuto modo di analizzare dei sogni
premonitori, ho notato che a volte cominciano presentando una

355
forte correlazione fisica con una data situazione al fine di
richiamare l’attenzione su di sé, per poi passare a un messaggio
più pregnante ed emotivamente significativo(1). La parte
rimanente del sogno è facilmente interpretabile in relazione alla
profonda dedizione di Mary verso il lavoro necessario al
risveglio.
Andiamo dietro alla casa dove c’è ombra e qualcuno ci
dice che i precedenti proprietari sono sepolti lì. Una
donna del gruppo si fa prendere da una crisi isterica,
dice che non sono nelle bare e che hanno il corpo
mummificato e ricoperto solo da un po’ di pacciame. Le
dico che non c’è motivo di avere paura dei morti, e vado
anch’io a dare un’occhiata.
• Gurdjieff diceva che molte persone, anche se camminano e
parlano, sono morte, perché in effetti la loro essenza è morta.
Scopo del Programma di potenziamento della
consapevolezza era svegliare i partecipanti, vivificandoli e
restituendo loro la vita che era stata sepolta quando la falsa
personalità aveva svuotato l’essenza della sua energia.
• Spesso i partecipanti manifestavano paure e una certa
ambivalenza rispetto al risveglio, al fatto di rinunciare alla
sicurezza di ciò che era noto per affrontare qualcosa di
ignoto.
Ci sono due “tombe”, di un uomo e di una donna.
Rimango in piedi di fronte alla tomba dell’uomo. Riesco
a vedere la forma del corpo attraverso il sottile strato di
terra. Mi sento molto a mio agio. In qualche modo
comunico con lui e sono certa che lui mi parlerà. Dopo
un po’ un respiro disegna dei cerchi concentrici
attraverso la terra che ha sopra al viso, e poi questo moto
ondulatorio si estende al pacciame che gli ricopre tutto il
corpo. Balza in piedi scrollandosi la terra di dosso,

356
ridendo e dicendo che era stato ingaggiato dal
proprietario per rappresentare l’autenticità del luogo, e
che questa era la ragione per cui eravamo andati lì.
• Una fondamentale funzione dei ritiri consisteva nel fatto che
io e i miei studenti avremmo assunto il ruolo di “sveglia” gli
uni per gli altri, svegliandoci reciprocamente dalla trance
consensuale e creando uno stato di maggiore consapevolezza
e presenza. L’autenticità del luogo stava in effetti nella
capacità di mostrare come ci si poteva risvegliare dalla morte
vivente della trance consensuale.
Che conclusioni dovremmo trarre dal sogno di Mary? Prima
discuteremo della preghiera.

LA PREGHIERA
Quello della preghiera non è un argomento molto in voga negli
odierni circoli intellettuali e scientifici. La meditazione sì,
soprattutto se appartenente al genere esotico orientale, potrebbe
incontrare il favore delle avanguardie intellettuali, ma la
preghiera? Questa rimane una prerogativa degli ignoranti che
hanno bisogno di trovare un po’ di conforto nella superstizione.
Sebbene spesso la gente usi i termini preghiera e meditazione in
modo intercambiabile, quest’abitudine linguistica genera
confusione. Un ateo può meditare, anche se logicamente non
può pregare un Dio che per lui non esiste. La meditazione
concerne propriamente determinate pratiche psicologiche
interiori il cui intento è quello di cambiare la qualità o lo stato
della coscienza. La sua efficacia dipende esclusivamente
dall’abilità di colui che medita. L’efficacia della preghiera,
invece, dipende dall’esistenza di uno o più Esseri
“sovrannaturali” o comunque fuori dall’ordinario che
potrebbero rispondere. Alcune pratiche, che nel linguaggio

357
comune verrebbero chiamate indifferentemente meditazione o
preghiera, possiedono le qualità di entrambe nel senso che qui
attribuiamo a tali termini.

La preghiera di supplica
Il genere più rappresentativo di preghiera può essere definito
più precisamente come una supplica a qualcuno che è più
potente della persona che prega, un essere che volendo ha il
potere di esaudire una richiesta con mezzi straordinari. Nella
nostra cultura, quel “qualcuno” in genere significa Dio, Gesù,
un santo o un angelo. Nel cattolicesimo i santi non vengono
canonizzati fino a molto tempo dopo la loro morte, quindi in
questi casi la preghiera di supplica si rivolge quasi sempre a un
essere incorporeo. Poiché lo scientismo (la scienza come
religione dogmatica) escluse molto tempo fa l’esistenza di entità
incorporee, la preghiera, per definizione, non può essere udita.
Anche se nell’universo esistessero altre intelligenze dotate di
una forma fisica, come potrebbero sentire dei pensieri presenti
solo nella mente di chi prega?
Lo scientismo, nella sua versione più caritatevole, può tutt’al
più considerare la preghiera come un semplice sforzo soggettivo
che potrebbe avere qualche interesse di natura psicologica o
psichiatrica, che forse potrebbe in qualche modo rivelarsi utile
alla persona che prega. L’atteggiamento più tipico dello
scientismo è di considerare la preghiera un esempio degradante
di superstizione e di insensatezza, senza il quale staremmo
sicuramente molto meglio.
L’atteggiamento dello scientismo verso la preghiera non si basa
su quella che potrebbe essere una vasta ricerca scientifica di
indiscutibile validità sugli effetti che produce. Di fatto, non è
stata compiuta quasi alcuna ricerca sulla preghiera (se si esclude
la ricerca sulla percezione extrasensoriale o sulla psicocinesi).

358
Un atteggiamento veramente scientifico verso la preghiera
dovrebbe farci ammettere che non ne sappiamo quasi nulla, e
che un dogmatico e aprioristico rifiuto della possibilità che la
preghiera possa avere degli effetti che vanno al di là dell’ambito
strettamente psicologico non è un buon esempio di scientificità.

Un meccanismo della preghiera


Mentre non esiste quasi nessuna ricerca scientifica sulla
preghiera in sé, esiste un corpus piuttosto consistente di dati
relativi alla parapsicologia, termine generico con cui
attualmente ci si riferisce sia a manifestazioni relative alle
percezioni extrasensoriali (di cui ESP è l’acronimo inglese usato
anche in italiano) e alla psicocinesi. Anche se viene ignorato e
rifiutato soprattutto per motivi irrazionali e per lo più estranei a
questa nostra discussione, esiste un corpus di oltre settecento
esperimenti parapsicologici ben documentati che mostrano
come negli esseri umani possano occasionalmente manifestarsi
tre tipi di ESP e di psicocinesi. Brevemente, la telepatia, cioè la
trasmissione del pensiero da una mente a un’altra, è un tipo di
ESP; la chiaroveggenza, la percezione diretta di uno stato di
fatto senza utilizzare i sensi del corpo fisico, di informazioni
che in quel momento nessuno conosce, è il secondo tipo; la
precognizione, che consiste nel predire eventi futuri non ancora
determinatisi, è il terzo tipo di ESP. La psicocinesi è la diretta
influenza della mente sulla materia senza che intervenga alcun
agente fisico conosciuto, come quando si influenza il risultato
del lancio dei dadi col solo desiderio o quando, come oggi
spesso avviene nell’ambito della ricerca sperimentale, si
influenza col solo desiderio il funzionamento dei generatori
elettronici di eventi casuali.
Ciò che è davvero interessante e pertinente rispetto al nostro
discorso sulla preghiera è il fatto evidente che le persone
possono usare le facoltà paranormali senza rendersi conto di ciò

359
che fanno. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che una
persona potrebbe inconsapevolmente analizzare una situazione
attraverso le ESP e scoprire che se “semplicemente le capita” di
fare una certa cosa tra tante azioni possibili, si ritroverà in una
situazione più favorevole che se non la facesse.(2) Il grande
numero delle persone che finiscono per fare la cosa giusta ci
induce a credere che intervenga una sorta di ESP inconscia.
Se consideriamo la preghiera un modo per contattare livelli di
realtà o esseri “immateriali” (nei termini del nostro attuale
concetto di ciò che è materiale), allora l’ESP costituisce il
meccanismo più ovvio per comunicare, mentre una qualche
forma di psicocinesi costituirà il mezzo per modificare la realtà
in modo che una persona sia “fortunata”. Nella misura in cui
possiamo utilizzare inconsciamente queste facoltà
extrasensoriali, disporremo di un meccanismo di inconsapevole
preghiera, perché le nostre speranze e paure, oltre che nei modi
più usuali, potranno influenzare la realtà in modo insolito e
secondo modalità paranormali.
Le manifestazioni paranormali rilevate in laboratorio sono in
genere di lieve entità, limitandosi a deviare leggermente dai
risultati dovuti al caso, e per lo più sono anche piuttosto
inaffidabili. Questo può essere in parte attribuito a una scarsa
abilità nell’uso del paranormale, ma in parte anche
all’incostanza e alla fragilità dei nostri desideri. Gurdjieff
affermava di essersi prodotto in dimostrazioni paranormali
davvero sensazionali dopo avere appreso a integrare e a
unificare il proprio essere, ma non dava importanza alle facoltà
paranormali. Rispetto all’obiettivo del risveglio, il controllo
cosciente di tali manifestazioni è cosa di poco conto, e le molte
idee strampalate che in questa cultura associamo al paranormale
potrebbero costituire un ulteriore ostacolo al nostro risveglio. Il
motivo per cui ho voluto qui accennare brevemente ai fenomeni
paranormali è semplicemente mostrare come dalle ricerche di

360
laboratorio risulti che esiste un fondamento per la preghiera, e
per l’uso inconsapevole della preghiera.(3)
I vari atteggiamenti verso la preghiera probabilmente derivano
soprattutto dall’esperienza personale, e questo vale sia per lo
scienziato che per l’uomo della strada. Forse preghiamo per
avere qualcosa cui teniamo moltissimo. A volte lo otteniamo,
altre volte no. Se pensiamo che la preghiera dovrebbe essere
infallibile, soprattutto quando si prega con fervore per qualcosa
che si desidera fortemente, rimarremo terribilmente delusi se
non otterremo ciò che vogliamo, e a quel punto potremmo
rinunciare a pregare ancora. Una preghiera che non è andata a
buon fine può lasciare una profonda ferita emotiva e
condizionare il nostro atteggiamento per tutto il resto della vita.
Allo stesso modo, una preghiera che abbia avuto risposta può
influire su di noi in modo positivo. L’esperienza di una
preghiera esaudita o rimasta inascoltata ha una forte valenza
formativa durante l’infanzia, quando alta è l’intensità emotiva, e
un’esperienza può determinare un atteggiamento, una visione
automatica, che dureranno per tutta la vita.

L’efficacia della preghiera di supplica


Gurdjieff considerava l’efficacia della preghiera di supplica una
funzione dell’intensità e della coerenza dei desideri di una
persona, indipendentemente dal fatto che questa pregasse di
proposito o meno. Sebbene non avesse analizzato i meccanismi
psichici che rendevano possibile un contatto con realtà o esseri
superiori, credeva che i nostri pensieri e sentimenti possano
avere degli effetti su questi livelli più elevati della realtà.
Quindi, il desiderio tenace di ottenere qualcosa agirebbe da
“preghiera” inconsapevole, come se si trattasse di una richiesta
o dell’indicazione di un’intenzione rivolta ai livelli superiori
della realtà, a prescindere dal fatto che tale desiderio venisse

361
espresso sotto forma di preghiera di supplica oppure no.
Un uomo che pensasse costantemente ai soldi desiderando
averne di più, in effetti è come se pregasse inconsapevolmente
perché il suo desiderio si avveri, e poco importa se si consideri
o meno una persona religiosa, così come non ha alcuna
importanza che si inginocchi chiedendo formalmente a Dio di
fargli avere più denaro. L’uomo che immagina possano colpirlo
terribili sciagure sta efficacemente pregando affinché gli
accadano. Ovviamente, i nostri atteggiamenti abituali
influiscono sulla nostra vita in molti modi ordinari e
psicologicamente comprensibili, ma la preghiera inconsapevole
è un altro modo attraverso il quale diamo forma alla nostra vita,
talvolta con conseguenze tragiche (sebbene desiderate solo a
livello inconscio). Come spesso diceva Gurdjieff, è il nostro
essere ad attrarre la vita. Molte altre cose influiscono sulla
nostra vita, ma gli atteggiamenti e le identità condizionano il
nostro mondo in vari modi che tendono a creare riflessi di se
stessi.
Un’efficace preghiera di supplica, secondo Gurdjieff, consiste
quindi in un desiderio e in un pensiero intensi e coerenti.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi la preghiera di supplica,
formale o inconsapevole, non ha alcun effetto.
In primo luogo, poiché di norma le persone sono afflitte dal
mutare delle identità, che hanno desideri disparati e spesso
contrastanti, le preghiere inconsapevoli delle varie identità
tendono in larga misura a contraddirsi e ad annullarsi l’un
l’altra. Il casuale alternarsi di “Desidero X” e “Non mi interessa
X, datemi Y” o anche “Detesto X” non contribuisce certo a
trasmettere messaggi coerenti ai livelli superiori dell’universo.
Un secondo ostacolo all’efficacia della preghiera è la nostra
incapacità di essere coscientemente intensi. Le emozioni
ordinarie, scatenate da eventi esterni, e le reazioni prevedibili e

362
meccaniche dei modelli automatici della falsa personalità,
potrebbero temporaneamente produrre forti desideri, forti
preghiere formali o inconsapevoli; accade però che gli eventi
esterni cambiano, e i desideri motivanti scompaiono.
Qualcuno, trovandosi in una situazione in cui c’è una persona
che rischia di morire, potrebbe pregare intensamente e con
sincerità, “Caro Dio, salva la vita della persona che amo e non
peccherò mai più!” Questa persona guarisce (un evento che può
essere legato o meno alla preghiera), lo stress scompare e la
promessa di non peccare più svanisce. Noi non ricordiamo (tutto
di) noi stessi. Questa mancanza di controllo sulle emozioni
dipende ovviamente dall’alternarsi delle false personalità; quasi
tutte hanno infatti nuclei emotivi specifici.
Una preghiera di supplica efficace sarebbe decisamente più
possibile nel caso di una persona autenticamente cosciente che,
quando decidesse di farlo e per lunghi periodi, potrebbe fare
appello a tutta la sua intensità intellettuale ed emotiva per
pregare consapevolmente, senza distrarsi. Se pregasse dalle
personalità subordinate più integrate e costruttive o dalla sua
essenza, sarebbe ancora meglio. Pregare dal terzo livello di
coscienza, ricordandosi di sé, è il modo più efficace di pregare
che ci sia.

CHI O COSA RISPONDE ALLE PREGHIERE?


Considerate questa affermazione alquanto paradossale di
Gurdjieff:
Lavorate come se tutto dipendesse dal lavoro.
Pregate come se tutto dipendesse dalla preghiera.
Gurdjieff era fermamente convinto che per comprendere e
trasformare se stessi si debba lavorare senza aspettarsi alcun
aiuto esterno, sia naturale che sovrannaturale. Solo io posso

363
trasformare me stesso, e i miei sforzi sono gli unici che contano.
La forza che ho è quella che mi viene dal fatto di compiere degli
sforzi. Non è possibile avere muscoli più forti semplicemente
desiderandoli, e nessuno può potenziare i miei muscoli con la
bacchetta magica. Devo spingere, tirare e faticare, raggiungere i
miei limiti e andare leggermente oltre più e più volte: allora sì
che mi cresceranno i muscoli. Perché mai dovrebbe essere
diverso per la crescita psicologica? Da un punto di vista
strettamente psicologico, appare ovvio che desiderando e
pregando diamo libero corso a fantasie che ci distraggono da ciò
che dovremmo fare. Sarebbe molto meglio andare avanti con il
lavoro.
Tuttavia, Gurdjieff diceva anche di pregare come se tutto
dipendesse dalla preghiera. Dobbiamo chiedere che dall’alto
qualcuno ci aiuti, perché ci rendiamo conto che altrimenti i
nostri sforzi nel lavoro finiranno in nulla.
Nel suo insegnamento pratico, insisteva sull’impegno nel
lavoro, non sulla preghiera. I suoi seguaci in genere avevano
talmente tante idee distorte e sbagliate sui principi “superiori”
come la preghiera, che non valeva la pena di insegnare troppe
cose sull’argomento finché non avessero fatto abbastanza lavoro
psicologico su se stessi da ripulire gli aspetti della falsa
personalità che avrebbero altrimenti compromesso gran parte
degli sforzi dedicati all’autentica preghiera.

CONCEZIONI DELLA PREGHIERA LEGATE A


STATI SPECIFICI
Il paradosso dell’esortazione a lavorare come se tutto
dipendesse dallo sforzo compiuto e a pregare come se tutto
dipendesse dalla preghiera può essere solo parzialmente risolto
nel nostro stato di coscienza ordinario. Mi sono reso conto che
una risoluzione più completa richiede alcune considerazioni

364
derivate dagli stati alterati di coscienza.
Quando alcuni anni fa avanzai l’ipotesi che le scienze siano
legate a stati specifici, avevo notato che il nostro stato di
coscienza ordinario è per molti versi limitato e arbitrario.(4)
Quando siamo nel nostro stato ordinario, non abbiamo accesso
all’intera gamma di percezioni, ragionamenti, emozioni, e
possibilità di azione alla portata degli esseri umani, ma solo a
una sua parte specifica. Questa in genere ci permette di far
fronte alle quotidiane esigenze di sopravvivenza e realizzazione
nella particolare cultura in cui viviamo, ma è inadeguata rispetto
ad altre questioni che vanno oltre la quotidianità. Nei capitoli
precedenti abbiamo considerato in dettaglio tali limitazioni.
Dal punto di vista della mia coscienza ordinaria è perfettamente
ovvio che tutto dipende dai miei sforzi personali.
Realisticamente, riconosco anche che l’effetto degli sforzi che
compio può essere modificato dai desideri degli altri, dai limiti
imposti dalle leggi fisiche e dal caso. Posso pregare perché in
mezzo alla stanza si materializzi un milione di dollari in modo
da poter finanziare il mio prossimo progetto di ricerca. È un
progetto valido, senza ombra di dubbio! Però non accade niente.
Sarebbe meglio che leggessi dei libri su come trovare
finanziamenti attraverso canali normali. A volte succedono cose
strane, ma posso attribuirle alla fortuna (qualsiasi cosa
significhi) o al caso. Considerando seriamente la possibilità di
un intervento dall’alto, dovrei riconoscere che si tratta di
un’eventualità assai rara e che a volte si manifesta in contrasto
con ciò che si desidera. La coscienza ordinaria evidenzia il fatto
che siamo esseri separati, isolati, di natura tutt’altro che divina e
che faremmo bene a contare solo sui nostri sforzi.

La prospettiva degli stati alterati


Mentre nel mio stato di coscienza ordinario scrivo queste cose,

365
tuttavia, mi sembra di ricordare vagamente alcune intuizioni e
riflessioni che ho avuto mentre mi trovavo in qualche stato
alterato di coscienza. Ci sono stati momenti in cui mi è
sembrato del tutto evidente che non siamo affatto esseri isolati e
separati, che facciamo parte di un piano divino, che le nostre
preghiere vengono dalla profondità del nostro essere, che ha un
suo posto in quel piano, e che le risposte alle nostre preghiere
sono quelle che meglio contribuiscono alla nostra evoluzione.
La mancata risposta a una preghiera della falsa personalità può
essere la migliore risposta possibile. Nella prospettiva degli stati
alterati, so quanto sia limitata la visione del mio stato ordinario
e quanto sono sciocco, quando mi trovo in tale stato, a
identificarmi completamente con quel punto di vista come se
fosse tutta la verità.
Voglio sottolineare che si tratta di vaghi ricordi. Se mi
identificassi completamente con il punto di vista della mia
coscienza ordinaria, riuscirei facilmente a convincermi a
lasciarli perdere: sono solo delle strane idee che mi sono venute
in un momento di “follia”, ed è meglio ignorarle. Come potrei
mai credere, per esempio, che un mondo in cui sono esistiti i
campi di concentramento tenda naturalmente al bene? Eppure so
anche che la prossima volta che mi capiterà di considerare
queste stesse idee mentre sono in uno stato alterato di coscienza,
non saranno affatto vaghe; mi sembreranno altrettanto chiare e
veritiere di quelle che ho ora, nella coscienza ordinaria. Ho così
imparato a ricordare che esse fanno parte della mia visione
complessiva delle cose e che, pur non essendo immediatamente
applicabili alla vita di tutti i giorni nonostante il paradosso
sembri connaturato alla realtà con la quale devo convivere, non
andrebbero semplicemente ignorate.
Questo non significa che la conoscenza basata sugli stati alterati
debba necessariamente essere sempre vera, ma solo che è parte
del nostro sapere complessivo in quanto esseri umani

366
pienamente funzionanti. Vi ricorderete che definendo gli stati
abbiamo detto che sono configurazioni diverse, ma non
necessariamente migliori o peggiori, della coscienza. Ogni stato
ha i suoi punti di forza e i suoi punti deboli. In qualsiasi stato vi
troviate potete essere lucidi o ingannarvi, e la misura in cui ciò
si verifica dipenderà dall’illuminazione interna a quello stato, di
cui abbiamo parlato nel Capitolo 1. Inoltre, il sapere
proveniente da un più alto livello di coscienza non sempre sarà
applicabile a questo livello. Il sapere legato a stati e a livelli
alterati di coscienza, proprio come il sapere ordinario, andrebbe
sottoposto a continue verifiche, perfezionato e accresciuto. Sì,
questo ha il sapore di una rivelazione e la cosa mi piace. Ora
dovrò considerarlo una verità possibile e vedere in che modo si
accorda al resto della mia esperienza e fino a che punto posso
usarlo.
Il paradosso per cui tutto dovrebbe dipendere e dal lavoro e
dalla preghiera, quindi, è tale solo nella prospettiva delle
limitazioni imposte da un singolo stato di coscienza. Quando,
sia in uno stato ordinario che in uno stato alterato, uso la mia
intelligenza per ricordare che esistono altri punti di vista e che è
più facile che tutti questi punti di vista siano frammentari
piuttosto che uno qualsiasi di loro possa essere “più vero” degli
altri, il paradosso scompare.

LA PREGHIERA COSCIENTE
Gurdjieff descrisse un processo di “preghiera cosciente”. Si
tratta di una delle pratiche già menzionate, che comprende
caratteristiche sia della meditazione che della preghiera. La
preghiera cosciente è un processo psicologico di ricapitolazione,
in cui ricordiamo consciamente a noi stessi le nostre intenzioni e
il sapere che abbiamo. L’efficacia di tale ricapitolazione
dipende dal grado di coscienza che ci mettiamo. La cosa

367
Lo schema dell’attenzione procede con contatti di mezzo
minuto in cui avvertirete le sensazioni presenti
nell’avambraccio destro, nella parte superiore del braccio
destro, attraverso il corpo fino ad arrivare nella parte superiore
del braccio sinistro, e poi giù nell’avambraccio sinistro, nella
mano sinistra, poi nella metà superiore della gamba sinistra,
nella metà inferiore e infine nel piede sinistro. Non passate a
un’altra parte del corpo prima di aver stabilito un minimo
contatto con ognuna delle parti precedenti.
Il tempo necessario per eseguire questa parte dell’esercizio del
mattino potrà variare di giorno in giorno. Se avete difficoltà a
focalizzare l’attenzione, potrebbe richiedere dai dieci ai quindici
minuti, mentre se se avete un buon controllo sulla vostra
attenzione, basteranno cinque o sei minuti.

SENTIRE, GUARDARE E ASCOLTARE


A questo punto dell’esercizio del mattino comincerete ad
ampliare il raggio della vostra attenzione fino ad arrivare alla
forma di ricordo di sé che come si diceva consiste nel sentire,
guardare e ascoltare.
Quando avrete sentito il piede sinistro per circa mezzo minuto,
ampliate il raggio dell’attenzione. Dovrete avvertire
simultaneamente entrambi i piedi, le due gambe, (le metà
superiori e inferiori) tutte e due le mani, entrambi gli
avambracci e la parte superiore delle braccia. Per circa mezzo
minuto soffermatevi a sentire tutte in una volta le sensazioni che
avete nelle braccia, nelle mani, nelle gambe e nei piedi. Per
comodità riferendoci a questo parleremo di sentire braccia e
gambe, considerando però inclusi anche i piedi e le mani.
Dopo aver sentito braccia e gambe per circa mezzo minuto,
ampliate ancora di più il raggio dell’attenzione. Continuando a

318
sentire braccia e gambe, ascoltate attivamente qualsiasi suono
sia presente intorno a voi. Come per le sensazioni di braccia e
gambe, non ci sono suoni “giusti” o “sbagliati” da sentire o da
non sentire. Mentre avvertite le sensazioni di braccia e gambe,
prestate attivamente ascolto a qualsiasi suono udibile. Non c’è
bisogno che dentro di voi vi diciate cosa state facendo (tipo
“Questo è un cane che abbaia in lontananza”); assumete però
l’atteggiamento mentale di un ascolto totale e curioso di
qualsiasi suono sia presente, sentendo braccia e gambe con la
stessa curiosità e apertura.
Se mentre sentite e ascoltate vi lasciate trasportare dalla
fantasia, riportate dolcemente la mente a ciò che state facendo.
Questo non significa che mentre vi ricordate di voi non dovreste
pensare o simulare certe possibilità del vostro mondo: potete
benissimo farlo a patto che continuiate a ricordarvi di voi. Ma se
avete deciso di ricordarvi di voi e perdete il filo a causa di un
pensiero o di una fantasia, riportate l’attenzione al vostro
obiettivo.
Il fatto di ascoltare sentendo al tempo stesso braccia e gambe
può anche costituire, da solo, un esercizio di meditazione, ma
qui ci impegneremo a farlo per circa mezzo minuto soltanto,
come parte dell’esercizio del mattino. Ora, continuando ad
ascoltare e a sentire braccia e gambe, ampliate ancora di più il
raggio dell’attenzione. Aprite piano gli occhi e guardatevi
intorno attivamente, in modo da sentire, guardare e ascoltare
tutto in una volta. Ora state praticando una forma di ricordo di
sé.
Poiché la vista è il senso predominante, gran parte della vostra
attenzione sarà impegnata a guardare. Anche l’udito è un senso
molto importante, quindi un’altra parte considerevole della
vostra attenzione sarà assorbita dall’ascolto. Parlando per cifre,
circa il 5 o 10 percento della vostra attenzione dovrebbe essere

319
destinata a cogliere le sensazioni di braccia e gambe.
Ovviamente non dovreste ignorare neppure le percezioni che
giungono a voi attraverso il gusto o l’odorato. Pongo l’accento
sulla vista e l’udito come sensi esterni solo perché prevalgono
nettamente sugli altri. Se nell’aria captate un odore, annusatelo
attivamente mentre sentite braccia e gambe. Va detto che, come
nella pratica sistematica dell’osservazione di sé, dovreste
guardare e ascoltare con tutte le vostre facoltà, con quelle
emotive e fisiche/istintive oltre che con quelle intellettuali.
Vi state ricordando di voi. Continuate a sentire, a guardare e ad
ascoltare per il resto della giornata. L’obiettivo è diventare così
abili da riuscire a ricordarsi di sé per tutta la vita.

LE DIFFICOLTÀ NEL SENTIRE, GUARDARE E


ASCOLTARE
Quando le persone cominciano a cercare di sentire, guardare e
ascoltare, spesso fanno esperienza di un certo tipo di sottile
lucidità, provano la sensazione di essere più vive e più presenti
alla realtà del momento. È un tipo di lucidità che non può essere
apprezzata in uno stato di coscienza consensuale e che, di fatto,
non può essere adeguatamente descritta a parole. Mi accorgo, ad
esempio, che già provo una certa riluttanza a parlare di
“lucidità”, perché tale parola (come qualsiasi altra parola, a dire
il vero), implica che si tratti di un’esperienza immutabile,
definita una volta per tutte. Invece non è così, ci sono delle
variazioni; ma questo, se praticherete il ricordo di sé, lo
scoprirete da soli.
La prima volta che praticai il ricordo di sé, in seguito alla lettura
del libro di Ouspensky In Search of the Miraculous (Frammenti
di un insegnamento sconosciuto), capii immediatamente che si
trattava di qualcosa di importante e cruciale, di cui avevo
davvero bisogno. Tre mesi più tardi mi resi conto che avevo

320
smesso di ricordarmi di me qualche secondo dopo aver
cominciato! In seguito scoprii che la mia esperienza non è
affatto inusuale. Dopo i primi momenti in cui sente, guarda e
ascolta, la gente si dimentica di continuare a farlo, nonostante
l’evidente miglioramento dello stato mentale di cui è
consapevole mentre lo fa.
Riuscire a sentire, guardare e ascoltare non è facile. Non è che
questa pratica richieda un grande sforzo: per ricordarsi di sé
basta giusto un po’ di volontà per ampliare deliberatamente la
propria attenzione fino ad includervi diverse cose
contemporaneamente. La difficoltà sta nel riuscire a mantenere
costante l’attenzione. Nella mia esperienza, il ricordo di sé non
può diventare un fatto automatico: dovrete sempre dedicargli un
piccolo sforzo cosciente e mirato e l’attenzione necessaria per
farlo intenzionalmente. Alla fine nella vostra mente si
verificheranno altri cambiamenti benefici e permanenti che
potrebbero divenire automatici, ma l’atto di sentire, guardare e
ascoltare dovrà essere intrapreso attivamente, altrimenti non
starete facendo l’esercizio. È questa la natura della vera
coscienza, che come tale si oppone alla sua versione automatica
che conosciamo come trance consensuale. Per poter aumentare
il livello di coscienza intenzionale, bisogna cominciare a farne
uso almeno un po’.

Come affrontare gli attacchi del superego


Quando si scopre (nella coscienza consensuale) di avere smesso
di sentire, guardare e ascoltare è abbastanza comune subire un
attacco da parte del superego. “Avevo deciso che avrei fatto
questa cosa e invece ho già fallito. È un fallimento continuo.
Non ho il benché minimo controllo sui miei stessi pensieri.
Sono un debole! Un incapace!” Può anche darsi che ci sia poco
o nulla da fare in presenza di questi attacchi del superego;
dopotutto, giungono da una parte della vostra mente che è stata

321
appositamente concepita in modo che rimanesse al di fuori del
vostro controllo. Come nel caso degli attacchi del superego
dovuti alla pratica dell’osservazione di sé, forse dovrete
osservarli senza investirli di più energia del necessario. Di fatto,
da questa osservazione potreste imparare delle cose importanti
sulla struttura del vostro superego. Qual è l’esatto “tono” della
“voce” che sentite dentro di voi, per esempio? Di chi è la voce?
Per non farvi avere l’impressione che quella del superego sia
una barriera insormontabile, dovrei aggiungere che a lungo
andare queste pratiche dovrebbero far sì che esso si riduca
lasciando il posto a un’innata moralità, che Gurdjieff definiva
come la vera coscienza.
L’importante, che stiate o meno subendo un attacco del
superego, è che non appena vi siete resi conto che avete smesso
di sentire, guardare e ascoltare, riprendiate a farlo. Non è
preoccupandovi o pensando continuamente al perché mai non vi
stiate ricordando di voi che imparerete a farlo, bensì con la
pratica.

L’attenzione simile a un muscolo flaccido


Esiste qui un’utile analogia che ci aiuta a capire le difficoltà
iniziali del ricordarsi di sé. La nostra attenzione è come un
muscolo, un muscolo che non usiamo quasi mai perché i nostri
marchingegni mentali sono talmente automatizzati da poter
tranquillamente guidare la nostra attenzione lungo gli abituali
percorsi senza che ciò richieda un vero sforzo da parte nostra.
Ora che attivando deliberatamente l’attenzione cominciate a
utilizzare quel muscolo inflaccidito, trovate che si stanca
facilmente perché non avete nessuna dimestichezza con il
genere di sforzo necessario.
Se volete sviluppare i muscoli del corpo, sapete che non potrete
farlo mettendovi a pensare. Dovrete invece spingere e tirare,

322
personalità subordinata viene chiamata in causa dalla forza delle
circostanze che interagiscono con i nostri condizionamenti
mentali. L’intenzione di ricordarsi di sé rimane lettera morta
finché il caso riporterà in vita il sé subordinato originale.
La situazione può essere anche peggiore di questa.
L’intenzionalità ordinaria tende a creare l’abitudine, un uso
automatico dell’attenzione e di idee e ricordi particolari. Anche
se l’intenzione di ricordarsi di sé potrebbe venire nuovamente
attivata, è facile che diventi un rimaneggiamento automatico di
un’idea del ricordo di sé. Questo è quanto era successo a me.
Secondo i normali canoni della mia trance consensuale, avevo
“capito” il principio del ricordo di sé, e quindi la mia mente,
soddisfatta di questo, l’aveva archiviato. Aveva preso questa
nuova idea e, invece di esplorarne la realtà, l’aveva trasformata
in qualcosa di astratto.
Molto più tardi, avendo accumulato una certa esperienza
relativa al ricordo di sé, scoprii che il processo poteva anche
fallire diventando una specie di ricreazione automatica di una
sensazione associata a una precedente esperienza relativa al
ricordo di sé o al tentativo di praticarlo, invece che l’effettivo
processo di concentrarsi sull’attenzione. Il vero ricordo di sé
consiste in una più piena consapevolezza del momento presente,
un’attenzione mirata all’attenzione, e non può mai diventare
un’“abitudine”, qualcosa di automatico. Richiede sempre un
piccolo ma deciso atto di volontà, un po’ di coscienza
appositamente destinata a produrre maggiore coscienza.
È un quadro che potrà scoraggiarvi, ma se ve ne parlo la mia
intenzione è piuttosto quella di abbozzare la tipica situazione in
cui ha luogo il vero lavoro. Scoprire fino a che punto tale
descrizione corrisponda realmente ai vostri personali processi
mentali è un compito importante dell’osservazione di sé.
La natura automatica della nostra vita ordinaria è un grande

373
nemico dell’osservazione e del ricordo di sé. Vivere
automaticamente può assorbire tutta la nostra
attenzione/energia. Coltivando l’osservazione e il ricordo di sé,
si può scoprire in che modo avvenga esattamente questa perdita
automatica di energia nel proprio caso specifico, e riuscire
quindi a recuperarne enormi quantità da utilizzare a beneficio
della propria vera natura ed essenza.

IL TRILLO DELLA SVEGLIA


Ouspensky, utilizzando l’analogia di Gurdjieff che equiparava
la coscienza ordinaria a una specie di sonno, sostiene che per
risvegliarci abbiamo bisogno del trillo di una sveglia. Il suono
di una sveglia è uno stimolo improvviso, abbastanza diverso dal
normale input che riceviamo, per esempio, in una camera da
letto in cui non ci siano altri rumori che potrebbero scuoterci
facendoci uscire dal sonno.
Per aiutarvi a ricordarvi di voi potete provare a usare una vera
sveglia. Io ho utilizzato il segnale orario del mio orologio
digitale come invito a svegliarmi. Potete decidere di considerare
certi eventi come se fossero una sveglia: “Ogni volta che andrò
dal fruttivendolo, mi ricorderò di me!”
L’uso di determinati fatti reali come suonerie funziona però solo
a breve termine. Così come una persona dal sonno molto
pesante potrebbe imparare a non sentire la sveglia che suona
accanto al letto, e addirittura, assimilando il trillo al sogno che
sta facendo, continuare a dormire ancora più profondamente,
possiamo abituarci al suono delle sveglie che ci richiamano al
ricordo di sé in modo da evitare di svegliarci e di ricordarci di
noi, immaginando soltanto di essere svegli. Ogni volta che il
mio orologio suona l’ora posso avere un pensiero piacevole
come “Sto praticando una disciplina esoterica”, oppure “Ora
sono sveglio”, senza per questo ricordarmi veramente di me

374
stesso o essere più consapevole dell’ambiente circostante. Il
pensiero “Ora sono sveglio”, può venirmi mentre dormo nella
trance consensuale. Ricordarsi effettivamente di sé, è diverso
dal pensarlo soltanto.
Un modo per affrontare il problema dell’assuefazione consiste
nel cambiare spesso gli eventi che ci fanno da sveglia. Usateli
per un po’, ma ai primi segni di assuefazione, utilizzate
qualcos’altro. Questa è una cosa utile, ma a lungo andare
perderà la sua efficacia. C’è bisogno di una sveglia più efficace
degli eventi reali da noi selezionati. Gurdjieff diceva spesso che
una persona da sola non può fare nulla. Avrete bisogno di un
gruppo speciale che vi aiuti a lavorare su di voi.

FUNZIONI DEL GRUPPO DI LAVORO


Un “gruppo di lavoro” è un insieme di persone che cercano di
osservare e di ricordare se stesse allo scopo di diventare più
vive e lucide. Una delle funzioni fondamentali di un gruppo di
lavoro è quella di dare la sveglia, di ricordare ai singoli
componenti l’obiettivo del risveglio e può svolgere questo suo
compito in molti modi diversi. In questo capitolo esamineremo
alcune funzioni basilari di un gruppo di lavoro.
Poiché in genere gli altri sono meno prevedibili dei nostri
processi mentali e probabilmente entreranno in conflitto con i
nostri desideri automatici, sarà meno probabile assuefarci al
loro ruolo di sveglie. Di fatto, le persone che ci irritano a volte
possono essere le più adatte per lavorarci in gruppo. Il fatto che
stimolino continuamente le nostre false personalità ci impedirà
di sprofondare in un sonno profondo e confortevole.
Considereremo quindi le positive funzioni che il gruppo di
lavoro può svolgere a tale riguardo.

375
Stimolare l’attenzione attraverso i contrasti sociali
Poiché il nostro istinto sociale stimola in noi il senso di
appartenenza e il desiderio di essere accettati, tendiamo
automaticamente e inconsciamente a imitare le persone intorno
a noi. Dato che anche loro vogliono essere accettate e avvertire
la propria appartenenza, rafforzano in noi questa stessa
tendenza. Ci troviamo quindi in una situazione di reciproca
retroazione positiva.
Normalmente le persone che abbiamo intorno dormono e
ignorano o non sono per niente interessate all’idea del risveglio.
Così, veniamo automaticamente premiati perché continuiamo a
dormire, rimanendo nella coscienza consensuale. Il semplice
fatto di trovarsi in un gruppo sociale diverso da quello abituale,
può determinare una diminuzione del potere automatico delle
regole sociali ordinarie. Vi trovate in un gruppo di persone che
non si sono riunite per motivi sociali ordinari, e neppure voi
siete lì per tali motivi.

Dare la sveglia con l’esempio


Ricordarsi di sé significa, tra le altre cose, prestare una chiara
attenzione all’immediato ambiente circostante. Quando si
partecipa alla riunione di un gruppo di lavoro, le persone che si
hanno intorno costituiscono la parte principale della realtà fisica
più immediata. Se anche queste persone, come voi, lavorano
sull’osservazione e il ricordo di sé, a volte questo trasparirà da
alcuni aspetti osservabili del loro comportamento. Il fatto che lo
osserviate servirà a ricordarvi quali siano i vostri obiettivi.
Questo non significa che le persone coinvolte in un gruppo di
lavoro si comportino in un modo che balza all’occhio per la sua
stranezza. Non indossano lunghe tuniche e turbanti, non
compiono misteriosi gesti rituali e non si scambiano strette di
mano segrete. Forse parleranno un po’ in gergo, ma questo è un

376
fatto normale per qualsiasi gruppo di persone che lavorino
insieme da molto tempo. Le attività ordinarie si svolgeranno per
lo più secondo modalità relativamente normali. Queste persone
potranno fare quattro chiacchiere bevendo il caffè, dipingere la
casa, cimare gli arbusti, spazzare il pavimento, organizzare una
gita e così via. È necessaria un’attenta osservazione per scoprire
che tutte queste attività ordinarie possono essere fatte in modo
leggermente diverso, che lascia intuire il lavoro che ha luogo
interiormente.
Prendiamo per esempio il fatto di spazzare il pavimento.
Normalmente, mentre si compie questa azione si pensa a
tutt’altro, a qualcosa di “più importante”. L’attività dello
spazzare in sé viene sbrigata frettolosamente, più per obbligo
che per necessità, e a volte subentra anche una certa rabbia. La
persona che spazza spesso ha lo sguardo un po’ assente, la sua
mente è altrove, in “pausa pranzo”.
Mettiamo che una persona che ricordi se stessa si metta a
spazzare lo stesso pavimento. Un attento osservatore potrebbe
notare una certa “presenza” dello sguardo e che l’attenzione è
specificatamente rivolta al pavimento da spazzare, segno che la
mente di questa persona non è altrove. Magari noterà anche che
spazza mettendoci la giusta forza che il compito richiede; o che
spostando indietro la scopa la gira a un angolo di novanta gradi
per sollevare meno polvere. Spazzando il pavimento questa
persona potrebbe inoltre usare una serie di movimenti diversi,
come se stesse sperimentando vari modi di usare il proprio
corpo. Nel complesso, l’impressione è quella di una persona
realmente presente che spazza il pavimento avendo una chiara
percezione di quello che fa.
Il lavoro manuale che viene ampiamente utilizzato nell’ambito
dei gruppi di lavoro ha un’importanza fondamentale, perché
offre ai partecipanti l’opportunità di osservarsi l’un l’altro in

377
tutta una serie di situazioni diverse; oltre a ciò, serve a plasmare
il cervello fisico/istintivo. Troppo spesso nella vita ci vediamo
stare semplicemente seduti immobili, oppure interagire secondo
modalità assai limitate in base ai ruoli e ai compiti cui siamo
abituati. I vari lavori manuali consentono di vedere i corpi in
movimento, e questo è davvero molto interessante e istruttivo
per il cervello fisico/istintivo. La grande varietà di compiti
insoliti che si assolvono lavorando tutti insieme può funzionare
in modo analogo. Cosa dice, per esempio, il linguaggio del
corpo quando si chiede a qualcuno di salire fino in cima a una
scala a pioli portando un carico di ghiaia? Come reagisce il suo
corpo? E cosa dice il corpo dell’uomo incaricato di pulire la
cucina, e quello della donna alla quale è stato assegnato il
compito di aggiustare il tosaerba a proposito della loro identità?
Guardandovi intorno e osservando le persone del vostro gruppo
di lavoro, impegnandovi a diventare più sensibili agli aspetti
meno palesi del comportamento, vedrete cose che generalmente
sfuggono all’osservatore ordinario. Quella persona che sta
sgombrando il tavolo ha un’aria che mi fa pensare che si stia
ricordando di sé, e questo mi fa venire in mente che anch’io
sono venuto qui per ricordarmi di me, e quindi lo faccio. I
membri di uno stesso gruppo di lavoro fungono da promemoria
e da sveglie gli uni per gli altri.
Non sono solo le “buone” azioni degli altri a ricordarci con
l’esempio quali siano i nostri obiettivi, bensì anche le “cattive”.
Vedere le manifestazioni negative degli altri è molto più facile
che accorgersi delle proprie. Quando si è dediti all’osservazione
di sé nell’ambito di un gruppo di lavoro, tuttavia, vedere queste
cose negli altri avrà probabilmente l’effetto di portare a
coglierle anche in se stessi, contribuendo così a una migliore
conoscenza di sé.

Rafforzare la consapevolezza

378
È una grande soddisfazione interagire con qualcuno che è
relativamente sveglio. Si prova una gratificazione che si intuisce
fondata su una percezione realistica. Abbiamo la sensazione che
l’altra persona ci presti davvero attenzione, e anche noi siamo
attenti a lei e a noi stessi. L’attenzione che normalmente
otteniamo dagli altri, ci fa invece sentire come se fossimo una
sorta di stimolo periferico ai processi immaginativi altrui.
Inoltre, di solito questo tipo di attenzione è caratterizzato da una
certa “purezza”, da un certo “candore”. È priva cioè di secondi
fini: l’altro, nei limiti della sue capacità, riesce a percepirvi
quale voi siete. Questo tipo di attenzione è intrinsecamente
appagante. È come se nutrisse il vostro vero ed essenziale “io”
invece delle vostre false personalità. Tutto questo è davvero
molto gratificante.
Un altro aspetto appagante che caratterizza l’interagire dei
membri del gruppo deriva dal fatto che sono tenuti a essere
assolutamente onesti l’uno con l’altro e con il maestro.
Ovviamente questo è tutt’altro che facile, ma lo sforzo di essere
completamente onesti nelle vostre interazioni (come se foste del
tutto svegli, anche se mentre agite non riuscite a ricordarvi di
voi fino in fondo) offre molto materiale per l’osservazione di sé
e un tipo di interazione di qualità molto più soddisfacente
dell’automatica disonestà che caratterizza gran parte della
trance consensuale. Un modo per imporre questa regola, che
personalmente ho trovato molto utile nell’ambito del
Programma di potenziamento della consapevolezza, consiste nel
ricordare spesso ai partecipanti di parlare per esperienza diretta,
e non solo in seguito a elaborazioni intellettuali. Se si riesce a
ricordarsi di sé anche mentre si parla, gran parte delle
sciocchezze e delle fantasie delle conversazioni ordinarie
automaticamente sparirà.
Più intensamente vi ricorderete di voi, più sarete lucidi e più

379
riuscirete a individuare negli altri i segni (o la loro assenza)
della lucidità e più le vostre interazioni saranno soddisfacenti.
Perciò il lavoro sul ricordo di sé viene particolarmente
rafforzato nell’ambito di un gruppo.
Abbiamo considerato gli effetti individualmente gratificanti
allorché si è più svegli. A questi bisogna aggiungere un generale
effetto sociale: il lavoro che ogni singolo individuo compie per
ricordarsi di sé eleva il tono di tutto il gruppo, e questo si
rifletterà ulteriormente su ciascun individuo. Questo effetto non
va confuso con un altro che agisce a livello ordinario, ovvero
con la gradevole sensazione che si prova quando ci si identifica
con la propria appartenenza a un gruppo. Questo succede con
qualsiasi gruppo in cui si venga accettati e risponde a un
bisogno fondamentale. Si tratta di un fenomeno che entro certi
limiti potrebbe contribuire a mobilitare l’energia di un gruppo di
lavoro, ma che alla fine dovrà essere superato se si vuole evitare
il rischio che il gruppo scada al livello di un qualsiasi gruppo
sociale.

Condividere le tecniche, i problemi e le conquiste


Esistono molti piccoli “trucchi tecnici” in grado di agevolare
l’osservazione e il ricordo di sé. La tecnica dei “micro-obiettivi”
del Capitolo 18 ne è un esempio. Dato che altri membri del
gruppo di lavoro condivideranno le tecniche individuali che
hanno scoperto, il vostro repertorio sarà sempre più ampio.
Ovviamente diventa importante discriminare. Quella che per
una persona è una tecnica utile potrebbe non funzionare per
un’altra, e addirittura ostacolarla. Gli esperimenti che
chiariranno ciò che è utile e ciò che non lo è potranno veicolare
molte preziose intuizioni.
Un altro procedimento che spesso si rivela assai utile è discutere
tra partecipanti dei problemi riscontrati nell’applicazione pratica

380
percepisce attivamente il mondo circostante è un modo
tecnicamente appropriato per cominciare. Il fine ultimo è quello
di ricordare tutto di se stessi. Questo tutto si trova al di là della
nostra attuale conoscenza, ma abbiamo un punto da cui partire.
Non mi piace l’effetto melodrammatico di queste parole, ma la
verità è che la pratica prolungata dell’osservazione e del ricordo
di sé può cambiarvi completamente la vita.

1) Cfr. Tart, Stati di Coscienza, per un’analisi più dettagliata dei processi di
stabilizzazione.

331
19

LIVELLI SUPERIORI DI
COSCIENZA

Abbiamo cominciato questo libro con una definizione e una


breve discussione degli stati di coscienza. Proviamo a farne una
veloce panoramica.
Abbiamo descritto uno stato di coscienza discreto in un dato
individuo come un’unica configurazione o sistema di strutture
psicologiche. Le parti o gli aspetti della mente che sappiamo
distinguere sono distribuiti secondo un certo tipo di schema o di
sistema. C’è sempre qualche variazione nel modo esatto in cui
funziona la mente in un determinato momento, ma una di queste
strutture complessive può persistere per un certo periodo di
tempo e rimanere palesemente uguale a se stessa. C’è sempre
un’“aria” o un “sapore” particolare che contraddistingue la
configurazione di uno stato.
Le strutture che risultano operative all’interno di uno stato
discreto di coscienza costituiscono un sistema le cui parti
stabilizzano il reciproco funzionamento esercitando un controllo
basato sulla retroazione, in modo che lo stato in questione
mantenga la sua configurazione complessiva continuando a
funzionare come sempre nonostante i cambiamenti verificatisi
nell’ambiente circostante. Tuttavia, in presenza di determinati
stimoli ambientali, la configurazione può essere invalidata e

332
Vorremmo tanto correre fuori e raccontare subito a destra e a
manca tutte le cose interessanti che abbiamo imparato.
Accettando di non farlo, si aumenta la necessità di osservare se
stessi per evitare di cominciare automaticamente a parlare del
lavoro. Questa regola offre inoltre l’opportunità di osservare le
proprie motivazioni relative al desiderio di parlare del lavoro. È
forse che l’idea della segretezza vi infastidisce, vi sembra
sbagliata? Benissimo. Osservate in dettaglio tutto ciò che vi
infastidisce al riguardo. State cercando di persuadere gli altri
che voi siete diversi? Di farli sentire inferiori perché non fanno
quello che fate voi? Sentite il bisogno di salvare ogni anima che
incontrate?
Un’altra funzione di questa regola della segretezza è la
creazione di uno spazio sicuro entro il quale i membri del
gruppo possono parlare di sentimenti e esperienze personali.
Sicuramente non sareste disposti a condividere i vostri
sentimenti più profondi sapendo che faranno il giro della città.
Questo tipo di riservatezza è usata in quasi tutti i gruppi che
hanno per obiettivo una crescita interiore.
La regola della segretezza viene utilizzata anche perché la
comprensione che si può avere degli scopi e dei processi reali
del lavoro in genere è molto approssimativa, soprattutto
all’inizio. Ovviamente è proprio nelle fasi iniziali del lavoro che
è più probabile aver voglia di parlarne con tutti. Ma non
parlandone a nessuno, non si rischia di darne una versione
distorta che renderebbe difficile o impossibile a queste altre
persone beneficiare a loro volta del lavoro in caso volessero in
seguito prendervi parte. Nel lavoro che ho fatto, anch’io ho
chiesto ai miei studenti di tenere temporaneamente segrete le
pratiche e le esperienze del gruppo. Quando hanno raggiunto
una profonda comprensione di alcuni aspetti del lavoro, che per
loro erano ormai divenuti conoscenze acquisite attraverso
l’esperienza, sono stati liberi di parlarne ad altre persone cui

383
avrebbero potuto essere d’aiuto. Questo, ovviamente, richiede
una notevole capacità di osservare se stessi per capire cosa si sa
veramente.
La segretezza è utile anche perché la maggior parte della gente
non è interessata a queste idee. Pensate a quanto si diceva nei
precedenti capitoli riguardo al fatto che noi crediamo di avere
già coscienza di noi, e che ci attribuiamo un’unità, un’identità
permanente e una volontà che non abbiamo. Cercare di imporre
queste idee a persone che in realtà non hanno maturato alcun
desiderio di recepirle attraverso l’esperienza personale, in
genere è fiato sprecato.

Richiamare al ricordo attraverso domande e ordini diretti


Ultimo, ma non in ordine di importanza, vi è il fatto che gli altri
membri del gruppo di lavoro possono darvi degli ordini:
“Osserva i tuoi processi interiori!”, “Svegliati!”, “Presta
contemporaneamente attenzione a te stesso e al mondo!”;
oppure, di tanto in tanto, potrebbero chiedervi: “Ti stai
ricordando di te stesso in questo momento?”
Il pericolo a questo punto è che ordini come “Svegliati!” e
domande come “Sei sveglio?” si trasformino in strumenti
inconsciamente usati per scopi di ordinaria manipolazione
sociale. Per chiedervi se siete svegli, io, nella posizione di
superiorità in cui mi trovo, devo aver percepito che voi, nella
posizione inferiore in cui siete, eravate addormentati. Di solito
nei gruppi di lavoro sono il maestro o i partecipanti già avanti
nello studio a utilizzare il metodo delle ingiunzioni e delle
domande dirette.
Ci occuperemo ora della funzione del maestro.

LA NECESSITÀ DI AVERE UN MAESTRO

384
Gurdjieff credeva che siamo talmente persi nelle fantasie della
coscienza consensuale che è quasi impossibile compiere
qualsiasi progresso verso il risveglio senza l’aiuto di un maestro
che sia sostanzialmente più lucido dell’allievo. Per via del suo
maggiore livello di lucidità e di comprensione psicologica, un
maestro sarà spesso in grado di accorgersi quando un allievo è
perso nelle sue fantasie sul risveglio, e potrà dunque insegnargli
delle tecniche specifiche per cercare di farlo uscire dalla strada
senza uscita di tali fantasie. Trovare un maestro preparato è una
grande fortuna, perché in un mondo di gente che dorme sono
delle vere rarità.

Resistenze all’idea di avere un maestro


Quando all’università tengo il mio corso di psicologia
umanistica e transpersonale, dedico un paio di lezioni alle idee
di Gurdjieff. Il concetto che per risvegliarci abbiamo bisogno di
un maestro provoca sempre forti resistenze nei miei studenti.
Spesso sono talmente coinvolti da questa resistenza che non
riescono a prendere in considerazione nessun’altra idea di
Gurdjieff.
Una delle maggiori cause di resistenza è il tipo di acculturazione
che abbiamo ricevuto in quanto americani: siamo incalliti
individualisti e crediamo di poter fare da soli tutto ciò che
vogliamo. Da buon americano comprendo e spesso condivido
questi sentimenti. Inoltre, spesso emerge che gli studenti si
rifiutano di dipendere da chiunque, fosse anche solo per motivi
psicologici e di crescita spirituale. Si tratta di una questione
particolarmente sentita dalla maggior parte degli studenti
universitari, dato che stanno ancora lottando per diventare
indipendenti dai loro genitori.
Una terza importante fonte di resistenza è il carattere elitario del
principio in base al quale senza un maestro, non ci si potrà

385
evolvere più di tanto. Ancora una volta, la nostra formazione
americana dà generalmente luogo a un automatico rifiuto,
almeno in superficie, di tutto ciò che è elitario. Rimangono
sorpresi quando ricordo loro che come studenti di un’importante
università anch’essi appartengono a un’élite. Nel corso della
loro carriera scolastica hanno superato diverse selezioni che
hanno consentito loro di iscriversi a una delle migliori
università del paese, dove la loro presenza non fa che avvallare
la pratica dell’elitarismo. Ciononostante, continuano a non
gradire l’idea che per evolversi ci sia bisogno di un maestro, e
neppure l’idea che tali maestri non siano prontamente
disponibili.
Una quarta fonte di resistenza è la conoscenza da parte degli
studenti delle figure chiave di vari culti e delle cose terribili che
dichiarando di essere maestri illuminati hanno fatto alla gente.
Chiaramente, hanno tutte le ragioni di preoccuparsi per questo.
In circolazione ci sono molti maestri spirituali, così definiti da
se stessi o dai loro seguaci. Alcuni di loro sono veri e propri
ciarlatani, altri sono pazzi, altri ancora sono nevrotici insicuri,
altri, sebbene animati da buone intenzioni, sono insulsi
prestanome. Una persona che abbia uno status di maestro ma il
cui reale sapere sia insufficiente, nel migliore dei casi farà
perdere tempo a un po’ di persone, ma nel peggiore potrà
ingannarle e far loro del male.
Un’altra fonte di resistenza è l’idea di dover pagare il maestro.
La spiritualità è un fatto di amore e di generosità, e quindi tutto
ciò che la riguarda dovrebbe essere gratuito, vi pare?
Esiste poi una sesta possibile fonte di resistenza che viene
raramente espressa a parole: se lavoraste con un vero maestro,
potrebbe farvi cambiare davvero invece di parlarne soltanto.
Che vi siano o meno resistenze, rimane il fatto che siamo
creature sociali. Lavorare in un gruppo e avere un maestro è di

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immenso aiuto (e quindi piuttosto pericoloso, come vedremo nel
prossimo capitolo), perciò ora esamineremo alcune delle
funzioni di un maestro della quarta via.

Essere d’esempio
La funzione principale di un maestro è di essere di esempio ai
propri allievi riguardo a ciò che significa essere più lucidi.
Come parte del lavoro di prestare una precisa attenzione al
mondo circostante, gli allievi dovrebbero studiare il loro
maestro, facendosi così un’idea di come appaia e agisca
dall’esterno una persona sulla via del risveglio. Come usa il suo
corpo? Come sta in piedi, come cammina e come parla? Come
reagisce quando è sotto stress? Come reagiscono le altre
persone al maestro?
Con ciò non voglio dire che una persona che si è risvegliata si
comporta in un modo sempre uguale a se stesso che è possibile
imparare. Di fatto, le persone più lucide sono anche più
elastiche e meno prevedibili di chi vive nella trance
consensuale, anche se le differenze possono talvolta essere
molto sottili. Tuttavia, quando, osservandovi e ricordandovi di
voi studierete il comportamento del maestro, vi accorgerete che
le situazioni presentano altre possibilità oltre a quelle che
derivano automaticamente dalle macchinazioni della vostra
falsa personalità. Questo vi offre l’opportunità di approfondire
lo studio della vostra personalità e di imparare a individuare con
grande sottigliezza qualsiasi modo di funzionare più flessibile e
consapevole.
L’ideale sarebbe che il maestro fosse qualcuno di
completamente sveglio, che in ogni momento si ricordi di sé,
che rappresenti lo stadio più alto possibile dell’evoluzione
umana, il cui essere permanente sia quello del quarto livello di
coscienza. Allora ogni sua azione equivarrebbe a una lezione e

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l’insegnamento consisterebbe nel suo modo di essere semplice e
naturale. In questo mondo tutt’altro che perfetto, i maestri di
questo genere sono una rarità e la probabilità di incontrarne uno
è decisamente bassa (lasciando da parte il funzionamento del
centro magnetico di cui si è discusso nel Capitolo 20),
soprattutto nelle fasi iniziali del lavoro su di sé. Di fatto, se
pensate di aver trovato il maestro ideale, è altamente probabile
che ne abbiate una percezione distorta, per motivi di cui
parleremo nel prossimo capitolo.
In pratica, il requisito fondamentale di un maestro valido è che
sia abbastanza lucido ed evoluto rispetto al livello dei suoi
allievi. Se vostro figlio ha bisogno di lezioni di sostegno per
imparare l’ortografia, troverete molti bravi insegnanti in grado
di aiutarlo: non c’è bisogno di rimandare le lezioni finché il
preside della più prestigiosa facoltà di lingua inglese del paese
accetti di seguirlo personalmente. Quindi, una persona
mediamente lucida potrebbe essere un maestro adeguato per chi
è ancora quasi completamente addormentato, fermo restando
ovviamente che la