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ITALIA ED EUROPA

NELLALINGUISTICA
DELRINASCIMENTO
Italy and Europe
in Renaissance Linguistics

**
A CURA DI MIRKO TAVONI

FRANCO
COSIMO
PANINI
-


RETORICA E POETICA EBRAICA NEI SECOLI XVI E XVII.
DALLE OSSERVAZIONI DEGLI EBREI ITALIANI
ALLE TEORIE DEGLI EBRAISTI EUROPEI

GIULIO BUSI
Università di Venezia

Parlare di retorica e poetica ebraiche significa, per lo meno sino a tutto il secolo
XVII, parlare di retorica e poetica biblica. Questa constatazione appare naturale se
si pensa al ruolo centrale che la Scrittura ha svolto, per lunghissimo tempo, ne11a
cultura giudaica. La Scrittura ha rappresentato lo spunto primario e la pietra di
paragone principale per l'analisi stilistica applicata a11alingua ebraica, un amplissimo
serbatoio di esempi e un campo di studio pressoché inesauribile. L'analisi retorica
e poetica de11a Scrittura si avvicina spesso all'esegesi propriamente detta, viene da
questa talvolta utilizzata, ma con l'esegesi non si confonde mai del tutto. Si può dire
insomma che l'indagine retorica costituisca un filone sostanzialmente omogeneo, e
in certa misura autonomo rispetto a11'immensa tradizione di esegesi biblica in lingua
ebraica. È innegabile che, nella letteratura ebraica, l'approccio retorico tragga
spunto e sostegno dal pensiero greco. Dalla nozione classica, secondo cui esistono
strutture formali proprie de11a comunicazione linguistica in generale, proprie cioè
dell'arte oratoria e de11a letteratura, discende la possibilità di applicare anche alla
Scrittura il patrimonio di osservazioni raccolto da11atradizione greca e latina. Alla
letteratura ebraica, queste nozioni d'ascendenza classica giungono per la prima volta
in modo ampio in età medievale, per tramite arabo. Sebbene infatti la letteratura
cosiddetta rabbinica - la Misnah, il Talmud, e i commenti midrasici - si sia
sviluppata a stretto contatto con quellad' ascendenza ellenistica, la stessa impostazione
e l'indirizzo esegetico prevalente tra gli ebrei, perlomeno sino al diffondersi
dell'Islam, ha precluso l'adozione ampia di modelli d'indagine retorica, cosìcché
manca del tutto, nei testi rabbinici, una trattazione organica de11o stile de11a
Scrittura 1•
È solo dopo l'affermarsi dell'Islam, e attraverso la koiné araba, che le concezioni
greche riguardanti la retorica e la poetica si diffusero anche presso gli ebrei -
dapprima in Oriente, e poi anche nell'Occidente musulmano 2 . La Retorica di

1 Circa l'adozione, nella letteratura rabbinica, di modelli esegetici attenti alle


caratteristiche stilistiche della Scrittura si vedano Kugel ( 1981), Weingreen ( 1982),
nonché il datato ma ancor utile studio di Bachcr (1903).
2 Assai poco si è fatto finora per chiarire lo sviluppo delle idee su retorica e P?etica

presso gli ebrei in età medievale. A tal riguardo, si veda Brilli ( 1863)(che ignora lbn Gana~
e Moseh ibn cEzra), nonché Lesley ( 1984) e Rabinowitz ( 1985). Sebbene la questione
Giulio Busi
462

• t t ·I fu tradotta in arabo in età assai antica, forse prima dc] fiorire della scuola
Ans o e e d 1 · · d d' luc
.1 H• unam· ·1n lshaq mentre ]a traduzione della Poetica, a s1naco, a opera I Abù
d 1J • , 3 • · • . . Sia
Bisr Matta ibn Yunus, risale alla metà de] X secolo d.C·. Ac_cantoai testi_anst~tchc 1 car
che, attraverso i commenti dei grandi pensatori rnusulmam - Alfarab1, Avicenna ass
e Averroè_ furono conosciuti soprattutto in campo filosofico, pcnetra:ono nella
I' ir
cultura araba anche riflessioni stilistiche d'ascendenza non aristotelica. E a questo pe1
influsso di elementi estranei alla forrnu]azione dello Stagirita, peraltro largamente per
presenti già in Alfarahi e Avicenna, che si devono probabi]mcnte akuni dei un
contenuti della critica letteraria dei primi secoli dell'Is1arn4 . Tale critica, che diede Qu
ba~
dell'indagine stilistica non si possa certo identificare solamente con la trasmissione degli qw
scritti aristotelici su questo tema, pure tale trasmissione rappresenta un elemento assai che
importante.La diffusione del Corpus aristotelicwn presso gli ebrei si identifica praticamen- dal
te, in età medievale,con la fortuna dei commenti di Averroè; per quanto riguarda Retorica ca.
e Poetica, disponiamodei seguenti testi del filosofo di Cordova: 1.Commento «medio» alla ace
Retorica (talhis): traduzione dall'arabo in ebraico di Todros Todrosi (Arles, prima metà del ass
secolo XIV): ed. Goldenthal, 1842 (in ebr.); 2. Compendio della Retorica (gawami): del
traduzione dall'arabo in ebraico di Yosef ben Makir (Marsiglia, c. 1236 - Montpellier, pre
1307),edita in Kol mele1ket higgayon, 1559;3. Commento «medio» alla Poetica: traduzio- di I
ne dall'arabo in ebraico di Todros Todrosi, edita da Lasinio, 1873; 4. Compendio della ere
Poetica:trad.dall'araboinebraicodi Yosefibn Makir,edita inKo/ mele'ket higgayon, 1559. infl
In generale, sulla tradizione aristotelica presso gli ebrei, vedi Tamani (1986). ritr,
3 La traduzione araba della Retorica, contenuta in un unico manoscritto della din
Bibliothèque Nationale di Parigi (ms. arabo 2346) è stata edita recentemente da Lyons diS(
( 1982).Della Poetica esistettero probabilmente due traduzioni, l'una, perduta, di Yaf)ya cui·
ibn Adi (c. 960): cfr. Dahiyat (I 974), l'altra, dovuta appunto ad Abu Bisr Matta (c. 932), que
pubblicata da Tkatsch ( 1928-1932) e da Ayyad ( 1967). Sull'influenza esercitata da del:
Rerorica e Poetica presso i letterati e i filosofì arabi vedi Heinrichs ( 1969, pp. I 05-170);
a Ul
Bonebakker ( 1970, pp. 90-95); Schoeller (1975); Black (1990).
4 Nat
La dipendenza della critica stilistica araba dalle formulazioni aristoteliche è una
sac1
vexata quaestio, circa la quale basti qui rinviare a Bonebakker ( 1970). A mio avviso, la
fon
posizione estremistica espressa da Lesley (1984, p. 114) non pare sufficientemente
I ne
motivata. Se si pretende di rintracciare, presso gli autori arabi, l'esatto tenore delle
Cm
affermazioni aristoteliche, sarà impossibile ritrovarlo, non solo presso i Ielterati, ma
a~ch~ - come bene ha rilevato Bonebakker (1970) - presso gli stessi filosofi.
L Anstotele conosciuto nell'Islam è sempre un Aristotele mediato attraverso un com-
plesso 1 r~ ringu1stico
·, · (d1· nonna, greco-smaco-arabo),
•• giuc
. fìlt spesso solo orecchiato e talvolta
travisato. E un Aristotele talmente ricco di venature non aristoteliche che un riscontro
( 19,
. .con i testi g rec1· e' sovente ·11nposs1blle.
letterale · · Alla luce di queste precisazioni, è indubbJO
·
degl
che 1_1 richiamo di Bonebakker (1970) alla necessità di approfondire l'apporto della ( I 98
retorica non aristote•t·1caappare quanto ma,• opportuno.
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 463

]uogo a una ricca produzione letteraria, affrontò il tema della retorica e della poetica
sia nelle querellestra scuole poetiche- sovente attraverso unari vendicazione dc11e
caratteristiche «autoctone» e originali de11o stile arabo - sia in un campo per noi
assai interessante, e cioè nella riflessione circa il cosidctto icgiiz al-Qur'an,
l'inimitabilità del Corano. L'assunto secondo cui il Corano rappresenta un testo
perfetto, superiore a qualsiasi altro non solo per elevatezza di contenuto, ma anche
per eleganza formale, viene sostanziato, da parte dei letterati musulmani, attraverso
un esame attento e sistematico del Jibro stesso e dc11e sue caratteristiche di stile 5 .
Quasi nuila è noto sul nascere del dibattito circa ta]e problema. In questa occasione,
basterà richiamare l'attenzione su di una possibilità che finora - per ]o meno per
quanto mi risulta - non è stata presa nella dovuta considerazione, e cioè sul fatto
che l'asserzione musulmana dell'inimitabilità stilistica del Corano tragga alimento
dalla ricca tradizione patristica orientale, che sappiamo imbevuta di retorica classi-
ca. Il tramite siriaco, e quindi della cristianità d'oriente, è per altro elemento
accertato, per esempio, nella tradizione araba degli scritti aristotelici, e non pare
assurdo ipotizzare anche un 'influenza siriaca nell'acquisizione, in ambito musulmano,
della tematica della superiorità linguistica del testo della rivelazione: la Bibbia
presso i cristiani, e, ora, il Corano presso l'Islam. Come si vede, si tratta di un gioco
di rimandi culturali, in cui lo sviluppo cronologico e il passaggio dell'impulso
creativo da una cultura all'altra si complicano a causa della sopravvivenza di
influenze, per così dire, trasversali, e del sovrapporsi di temi che, latenti per secoli,
ritrovano improvvisamente la propria vitalità. All'interno di questa complessa
dinamica, va comunque sottolineato un fatto, che più da vicino riguarda il nostro
discorso: la profonda interdipendenza che lega, in età medievale, la minoritaria
cultura ebraica alla dominante cultura musulmana, e la funzione straordinaria che
quest'ultima ha assolto nella trasmissione e diffusione del patrimonio spirituale
dell'età classica ed ellenistica 6 •
La speculazione sull' inimitabilità del Corano dà luogo, a partire dal IX secolo,
a una ricca letteratura, che non manca di esercitare il proprio influsso sugli ebrei.
Naturalmente, i dotti ebrei applicano l'indagine non già al Corano, ma al loro libro
sacro, la Scrittura. I frutti migliori di questa ripresa ebraica del temadell 'inimitabilità
formale del testo biblico appaiono nella Spagna musulmana, nei secoli XII e XIII.
I nomi maggiori sono quelli di Yehudah ha-Lewi - che nel cosiddetto Libro del
Cazaro ci ha lasciato una fondamentale discussione della superiorità espressiva e

5 Sul tema del!' igaz al-Qur'an vedi Grunebaum (1950) e (1971 ). Circa le reazioni
giudaiche a questa teoria cfr. Rosenthal ( 1948), Busi ( 1986, pp. 186-187).
6 11tema della cultura giudeo-araba è quantomai vasto. Basti qui rinviare a Goitein

)
(1974), nonché, per il milieu sociale, a Goitcin (1967-1983). Assai utile, per un quadro
degli influssi arabi e di derivazione greca sull'esegesi giudaica è il volume di Chiesa
a
( 1989), in particolare alle pp. l 81-20 I ( «Il commento come 'struttura cognitiva'>>).
464 Giulio Busi

perfezione formale della lingua ebraica 7 -. ed~ Ab~ 'l-Wal1 d Mar~~n ibn G~nàl)
(m. c. 1050) e Moseh ibn <Ezra(m. 1135), 1 quah, a circa un secolo d1distanza l uno
dall'altro, ci hanno fornito due trattazioni, per certi versi ancora insuperate, delle
figure retoriche e dei modi d'espressione riscontrabili nel testo ebraico della
Scrittura. Il capitolo che Ibn Gana]:i dedica alla retorica biblica è inserito nella sua
grande opera grammaticale, il Kitiib al-fuma<( «Il libro delle aiuole fiorite»), scritto
originariamente in arabo e diffusosi presso gli ebrei d'Europa grazie alla traduzione
ebraica di Yehudah ibn Tibbon 8 • L'inserimento in una riflessione organica circa la
lingua ebraica, l'intento eminentemente esegetico e il duplice veicolo linguistico
hanno favorito la trattazione di Ibn Gana]:i rispetto a quella di Moseh ibn <Ezra,
fruibile solo nell'originale arabo e inserita in un approccio di carattere più squisita-
mente letterario, volto a legittimare le scelte stilistiche della poesia ebraica sefardita:
alla fortuna postuma di Ibn Gana]:i,che appare come l'ispiratore ultimo di gran parte
dei testi ebraici di retorica scritturale, corrisponde quindi una relativa eclissi dell'Ibn
<Ezra, la cui opera sulla Poetica ebraica è stata riscoperta a pieno solo nel secolo
scorso 9 . _E' interessante notare comunque come entrambi questi autori abbiano una
formazione da letterati. Entrambi si cimentano con la poesia-ibn Gana]:icon scarso
successo 10, Moseh ibn <Ezracon risultati rilevanti-e vivono immersi in una cultura
assai attenta ai problemi estetici e stilistici.
Queste medesime caratteristiche - amore per 1'eleganza stilistica, sensibilità
letteraria, apertura verso l'elemento classico- contraddistinguono l'altro ambiente
in cui - dopo la felice esperienza giudeo-araba - la retorica biblica trova
accoglienza ed espressione. Si tratta dell'Italia del I' U man es imo e del Rinasci mento,
che raccoglie l'eredità sefardita, soprattutto dopo il dramma dell'espulsione degli
ebrei dalla penisola iberica nel 1492. All'Umanesimo appartiene di diritto Yehudah
Messer Leon, che ci ha lasciato, nel Sefer Nofet ~ujim il tentativo più ampio e meglio
riuscito di esemplificare i precetti della retorica classica, tanto greca (Aristotele)

7
Kitiib al-radd wa- 'l-dalilfi 'l-din al-dal"il, ed. Baneth 1979, p. 175. Sull'argo-
mento vedi Bacher (1891- 1892); Roth (1983, pp. 74-75).
8
II testo arabo fu edito da Derenbourg (1886) e tradotto in francese da Metzger
(1889). La traduzione ebraica di lbn Tibbon è apparsa in edizion~ critica a cura di
Wilensky (1929-1931; II ed. 1964). Sull'indagine di Ibn Ganah circa i moduli retorici
della Scrittura vedi Busi (1986, pp. 181-182), con ulteriore bibÌiografta.
9
Kitiib al-mu~éicfarawa- 'l-mudiikara, ed. Halkin, 1975. Sulla parte dell'opera di
Moseh ibn cEzra riguardante le figura retoriche vedi Diez Macho ( 1944-1951 ), Chiesa
(1981), Busi (1986, pp. 182-183).
IO' V - •

E lo stesso lbn Gana~ a raccontare 1 propri esordi come poeta nel Kitiib al-lwna',
ed. Derenbourg ( 1886, p. 305, 1-l l ); cfr. Sefer ha-riqmah, ed. Wilensky ( 1964, p. 320,
~- 12). Sui suoi rapporti con la poesia e i poeti ebrei sefarditi, in particolar modo con
Se\omoh ibn Gabirol, vedi Bacher ( 1882), Bargebuhr ( 1976).
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 465

quanto latina (Quintiliano, Rhetoricaad Herennium) sul testo del Miqra 11. Yehudah
Messer Leon - morto verso il 1497 - non è un esegeta di professione, ma un
pedagogo. Per vastità ed importanza del suo magistero, lo si potrebbe considerare
omologo, nel più ristretto campo ebraico, di quel Guarino Veronese ( 1374-1460),
che tanto ha influito, come educatore, sull'Umanesimo italiano ed europeo 12• Il suo
libro di retorica è innanzitutto un manuale scolastico, inteso a dare allo studente
ebreo un materiale d'indagine paragonabile a quello offerto dalla letteratura classica
su cui si applicava il cursus abituale degli studi retorici. Per Yehudah Messer Leon,
la Scrittura ebraica sostituisce a buon diritto la letteratura profana. Nella sua visione,
la Scrittura è anzi il simbolo dell'altissimo valore della cultura ebraica, e rappresenta
un esempio insuperato di perfezione fonnale. Ritorniamo qui al tema già riferito a
proposito del mondo giudeo arabo: la Scrittura come pietra di paragone di eccellenza
stilistica. A questa idea se ne accompagna di solito un'altra, che rappresenta una
sorta di motivo dominante dell'indagine linguistica giudaica-e non solo giudaica
-del Medioevo e del Rinascimento: la convinzione-di derivazione biblica-che
1'ebraico, lingua del primo uomo, Adamo, sia la lingua perfetta, da cui necessaria-
mente discendono tutte le altre lingue. Si tratta di un tema troppo vasto perché se ne
possa anche solo accennare qui. Ci preme soltanto rilevare come tali questioni -
perfezione stilistica della Bibbia e carattere originario della lingua ebraica - si
presentino molto spesso abbinate, e siano discusse da autori riconducibili alla
medesima tradizione, o, per lo meno, allo stesso approccio mentale. Se a prima vista,
infatti, quello dell'originarietà e perfezione dell'ebraico appare piuttosto come un
dogma di carattere religioso, la necessità - e il desiderio - di provare questo
assunto inducono gli intellettuali ebrei, e i loro colleghi, e talvolta discepoli,
cristiani, ad addentrarsi in considerazioni stilistiche di carattere comparativo.
Dimostare la perfezione di una lingua significa accettare di confrontarla con le altre,
in definitiva significa sottrarla al suo isolamento sacrale e condurla, per così dire,

11 Il Sefer Nofet ~ufim apparve per la prima volta a stampa a Mantova, per i tipi di
Avraham Conat, probabilmente prima della fine del 1475: cfr. Colorni (1983, pp. 458-
459). Una recente, ottima edizione critica, accompagnata dalla traduzione inglese, è
apparsa a cura di Rabinowitz ( 1983). Sull'opera vedi Melamed ( 1976-1978), Busi ( 1984).
12 La modernità di Yehudah Messer Leon, e il suo inserimento nella tradizione
rinascimentale, sono dimostrati dalla stessa scelta dei modelli letterari, in primo luogo
da quella di Quintiliano, il vero protagonista della retorica umanistica. Accanto a
questo orientamento innovativo, è innegabile che nell'opera di Messer Leon rimanga
una cospicua eredità medievale, ma non pare giustificata l'enfasi con cui Bonfil ( 1981)
insiste sulla presunta estraneità del Nostro rispetto al movimento umanistico. Messer
' '· Leon è un umanista, tanto per i contenuti quanti per gli effetti del proprio magistero:
non a caso, dalla sua scuola escono dotti ebrei che si inseriscono nel cuore del
movimento rinascimentale.
466 Giulio Busi

13
democraticamente, al livello della nonnalc comunicazione umana . La Scrittura
diviene, in base all'analisi stilistica, un testo letterario tra gli altri, seppure il migliore
possibile. La Scrittura va insomma compresa, e l'ebraico stu?iato nei s~oi rapporti con
le altre lingue. Nel clima di mutua curiosità e di rapporto dtretto che, m alcuni centri
della cultura italiana, caratterizza- tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo
- i rapporti tra dotti ebrei e cristiani, il paragone tra 1'ebraico e le altre lingue, in primo
luogo l'italiano, e tra il testo della Scrittura e gli altri testi letterari, appare spontaneo e
naturale. L'approccio di Yehudah Messer Leon si diffonde: dalla sua scuola escono
numerosi letterati ebrei, che saranno protagonisti de11a breve, ma intensa stagione di
scambio tra cultura ebraica e cultura italiana. Y o~anan Alemanno, allievo di Messer
Leon, diviene precettore d'ebraico di Giovanni Pico de11aMirandola, grande promo-
tore de11'interesse cristiano per la cultura, e in particolare per la tradizione mistica ed
esoterica del giudaismo 14. Un altro discepolo di Messer Leon, Avraham de Balmes,
opera attivamente, tra Roma e Venezia, alla traduzione in latino, dall'ebraico, di
commenti ad Aristotele (tra cui quelli alla Poetica e alia Retorica), nonché di altre opere
di filosofi arabi del Medioevo. Al De Balmes si deve altresì un'importante opera
grammaticale, quel Miqneh Avram (Peculium Abrae) che, stampato a Venezia da
Daniel Bom berg, nel 1523, in edizione bilingue ebraico-latina, rappresenta un signicativo
documentodellacommistioneculturalechecaratterizza i primi decenni del Cinquecen-
to15.L'attività di questi dotti ebrei, capaci di misurarsi con la cultura latina e nondimeno
consapevoli del proprio specifico retaggio nazionale, è peraltro avidamente ricercata in
ambito cristiano, e ricompensata con generosità: la curiosità per la tradizione del
giudaismo si diffonde infatti, in quell'epoca, presso i più avveduti intellettuali italiani,
accomunando sia il mondo laico sia alcuni esponenti della comunità religiosa.
Un ambiente fondamentale per la diffusione, tra i cristiani, dell'interesse per la
tradizione ebraica è quello degli agostiniani. Lo stesso Egidio da Viterbo, generale
dell'ordine tra il 1506 e il I518, è assai versato nelle lettere ebraiche, e convinto i
sostenitore dcli' interpretazione cristiana della qabbalah. La figura di Egidio attende
ancora uno studio che ne metta in luce tutta 1'importanza: dalle testimonianze dei (
contemporanei, e dai suoi scritti, egli ci appare tuttavia come un importante
animatore di quel movimento che cerca di coniugare la religiosità cristiana all'ele·
ganza della tradizione classica, e di illuminare il proprio misticismo alla gran e
fiamma della qabbalah giudaica 16• La cerchia agostiniana di Egidio a Roma è
e
13
Sul tema dell'eccellenza della lingua ebraica nella tradizione giudaica si veda
Bachcr ( 1891-1892), Scheiber ( 1937), Roth ( 1983), Busi ( 1984) e ( 1986, pp. 178-181). d
14
Su Y o}:nnanAlemanno basti qui rinviarea Idei ( 1978-1979)e ( 1982),Novak ( I 982). e
15
Sul De Balmes vedi Steinschneidcr ( 1893, index, s.v .), Ferorelli ( 1906),Tamani
(1987) e (1990). ' li
16
Su questa interessantissima figura vedi gli Atti del Convegno di Roma del 1982
(Egidio da Viterbo 1983), nonché Signorelli (1929).
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 467

peraltro piuttosto nutrita. Agostiniano è Felice da Prato, l'ebreo convertito che


s'incarica dcJla preparazione dclJa prima grande edizione della Bibbia ebraica
accompagnata dai commenti giudaici, apparsa a Venezia per i tipi di Bomberg, tra
il 1515 e il I 5 J 7 17• Agostiniano è Teseo Ambrogio degli Albanesi, autore di
un'importante lntroductio in Chaldaicam linguam, Syriacam, atque Armenicam, et
decem alias linguas, apparsa a Pavia nel 1539, documento prezioso dell'esordio di
uno studio generale delle lingue semitiche 18• Persino un parente dello stesso
Avraham De Balmes, dopo la conversione dal Giudaismo al Cristianesimo, entra a
far parte degli agostiniani, con il nome di Giovanni da Spoleto 19 • Canonico regolare
è Agostino Steuco da Gubbio, figura di dotto ebraista, già conservatore dei
manoscritti ebraici lasciati dal cardinale Domenico Gri mani al convento, agostiniano,
di S. Antonio a CasteJJo, a Venezia, comprendenti, tra l'altro, i volumi appartenuti
a Pico 20 . Agostino Steuco, che tra il 1538 e il l 549, anno della morte, fu bibliotecario
dclJa Vaticana 21 , è autore di commenti ai Salmi 22 e a Giobbe 23, in cui bene è
esemplificata questa continuità tra cultura ebraica e cultura cristiana, anche nel

17 Per la biografia di Felice da Prato si consulti Kahle (I 947- l 952) e (1954),


Simonsohn ( 1989, pp. 26-30).
18 Non del tutto soddisfacente, sul I' Albonesi, Levi Della Vida (I 960). Infondata la

notizia, desunta da un'errata interpretazione della Chronograplzia di Gilbert Genebrard,


e trasmessa da molti, secondo cui Teseo Albanesi avrebbe insegnato all'università di
Bologna (nel!' errore cade anche Cassuto, I 935, p. 12 l). Nell'opera di Genebrard
(Chronographiae libri quatuor, Parisiis, I 580, p. 434) si legge infatti: « ... Theseus
Ambrosius Albonesii regulus lurisc. literas Syriacas didicit, a quo postea canonico D.
Augustini Bononiae illae inter nos coeperunt propagari, Leone X Pontificatum
administrante, quando introductionem in Iinguam Chaldeam, Syriacam et Armenicam
evulgavit».
19 Albonesi (/ntroductio in Clzaldaicam lùzguam, Syriacam, atque Armenicam, et

decenz alias linguas, Papiae: Si moneta, 1539, c. I 5r) scrive di essere ricorso, per
}'interpretazione di passi in siriaco, ad «Abraham a Balmis doctor hebraeus, Domini
Ioannis SpoJetani Canonici nostri olim ludaei, consanguineus, cuius scripta, praeter ea
quae ad Philosophiam spectant, etiam grammaticalia cernuntur».
20 La figura dello Steuco è sin' ora rimasta piuttosto in ombra, per Jo meno nel campo
della storia degli studi ebraici presso i cristiani. Su questo interessante studioso si vedano
gli accenni di Secret ( 1984) e, soprattutto, il dettagliato volum~ di Fre~denberger (_I935).
21 Cfr. Freudenberger ( J935, pp. 42- 7 I). Un'accurata ncostruz10ne delle vicende
della biblioteca appartenuta al cardinale Grimani, ricca, tra l'altro, di preziosi codici
ebraici, è offerta da Tamani ( I 97 I).
22 AgostinoSteuco,Enarration.uminPsalmosparsprima, quiestprimuspsalmorum
/iber iuxta diuisionem Hebraeorum, Lugduni: Gryphium, 1548.
' 23 Agostino Steuco, Enarrationesin /ibmm lob, Venetiis: Cominus de Tridino, 1567.
468 Giulio Busi

dominio dell'indagine poetica e retorica applicata alla Bihhia. Vale la pena riferir~
a questo proposito un passo dell'introduzione dello Stcuco al suo commento a1
Salmi, pubblicato a Lione nel 1548:
Non è vero che, poiché ogni giorno il testo sacro si arric~hisce di
nuove interpretazioni, o poiché alcuni vocaboli vengono ~nterpre-
tati in diversi modi, l'ebraico sia una lingua strana, differente
dalle altre e incomprensibile, che si possa interpretare come
meglio aggrada. Essa ha significati certi come la lingua greca e
quella latina, espressioni certe e definite.L'anfibologia dei voca-
boli si riscontra infatti in tutte le lingue. Omero, Pindaro, Sofocle
sono pieni di anfibologie, che i commentatori interpretano secon-
do diversi significati, tra loro discordanti 24.
Non sarà un caso se, nutrito di questi convincimenti, Agostino Steuco avanza,
nella stessa introduzione, importanti considerazioni suJla versificazione ebraica,
enunciando la teoria secondo cui la poesia biblica ebraica non segue il metro
quantitativo comune a quella greca e latina -come affermato da Gerolamo - ma
si basa sul numero delle sillabe e su11arima:
Così come ne11apoesia italiana non vi sono versi trochei, spondei
o dattili, ma solo la numerazione delle sillabe, e la cura che
terminino in maniera uguale, così è l'uso dell'ebraico 25 .
Lo studioso statunitense James Kugel ha osservato come il concetto della natura -
essenzialmente sillabica della poesia ebraica possa essere venuto allo Steuco da uno
scritto di un ebreo portoghese, rifugiatosi in Italia, e attivo a Napoli, Moseh ibn e
ijabib 26• lbn ijabib, che nella città partenopea ebbe rapporti di famigliarità con
Yehudah Messer Leon (cfr. Rabinowitz 1983, p. xlv), ci ha lasciato, in una sua I
b
24 A
Agostino Steuco, Enarrationes in Psa/mos, p. 8: «Nec verum est, Hebraicam
linguam, quod tot quotidie novis interpretationibus sacrae Iiterae misceantur, quod
A
aliquae voces diversis sensi bus exponantur, inusitatam, dissimileque caeteris linguis esse
R
non intelligibilem, sed ut cuique libuit in omnes sensus venientem. Ut graeca, ut Latina
M
certos habent significatus, certos ac diffinitos Ioquendi modos, haud secus Hebraica,

cuius quidem proprietates quo quisque doctior, scriptorumque eius periti or erit, ita magis
a_gno~cet,aliisque explicabit, atque resolvet. Vocum autem amphibologia omnibus in fo
hng~is est. I_-Iomerus,Pindarus, Sophocles pieni sunt amphibologiarum, quas divcrsis oc
sens1bus,et mter se dissimilibus, eorum interpretes exponunt». lit.
25
Agostino Steuco, Enarrationes in Psalmos, p. 6: «Ut non est in Italico carmine Be
s
spo~deu , t_ro~heus,dactylus,sed numeratio tantum syllabarum, et observatio, ut similiter de
desmant: s1m1lequiddam sequitur Hebraicum». qu,
26
Kugel ( 1981, p. 240) e ( (983 ).
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 469

operetta intitolata Darke 110<.am ( «Vie di delizia») una formulazione abbastanza


precisa di questa teoria sulla natura essenzialmente sillabica del verso ebraico, che
negli anni successivi troverà ampia accoglienza non solo presso gli eruditi ebrei, ma
anche presso gli ebraisti cristiani d'Europa. A ben guardare, però, nella formulazio-
ne dello Steuco si colgono motivi di indubbia originalità rispetto all'ipotizzato
spunto ebraico, motivi sui quali mette conto di riflettere brevemente. Innanzitutto,
originale e peculiare dell'autore cristiano è il parallelo tra versificazione volgare,
italiana, e versificazione ebraica. Questo spunto comparativo è assente nel testo di
Ihn ijabib, che si limita a considerare le caratteristiche della poesia ebraica presa in
se stessa e considerata come superiore alle altre, e rappresenta un indizio significa-
tivo di quella tendenza a raffrontare vernacolo italiano e lingua ebraica che troverà
espressione quasi caricaturale nelle lambiccate etimologie di Pierfrancesco
Giambullari 27 e nei loro esatti corrispondenti cinquecenteschi in campo ebraico 28 .
Steuco non indulge agli eccessi del Giambu11ari, ma rimane in un ambito di raffronto
stilistico equilibrato e ben fondato. 11parallelo tra verso ebraico e verso «etrusco»
risulta peraltro verosimile e azzeccato, e sembra inquadrarsi pienamente nell'attenta
disamina stilistica condotta dall'autore sul testo biblico, alia luce dell'insegnamento
di Sant' Agostino e della tradizione di Cassiodoro e di Beda 29• Se si scorrono le
pagine dei commenti ai Salrni e a Giobbe dc11o Steuco si percepisce insomma
un'acuta sensibilità per lo stile, che si esplica in un raffronto continuo tra espressioni
scritturali e poesia profana, in primo luogo con la grande tradizione della poesia
greca di Omero e di Pindaro. Dietro la prosa dello Steuco si coglie un'assidua

27 Sul Giambullari vedi Girardi ( 1953), Fiorelli ( 1956), Gatti ( 1980), Maier ( 1986)
con ulteriore bibliografia.
28 Etimologie ebraiche di parole italiane sono avanzate da <Azaryah de Rossi (c.

1511 - c. 1578) nel Me' or cenayim(luminare degli occhi, ed. Cassel, 1864-1866: lmre
bina 456-457) - che afferma di derivarle dal Sefer dor ha-pelagah di Dawid ben
Avraham Provenzale (n. 1506), per noi perduto-da Yehudah Moscato ( 1530-c. 1593)
nelle Nefu~wt Yelwdah (le dispersioni di Giuda; cfr. Apf elbaum ( 1900, p. 12) e da
Avraham Yagcl nel suo Ce ~zizzayon(la valle della visione; cfr. Mani (1880, c. 3v);
Ruderman ( 1990, p. 31 O),che rinvia all'opera, anch'essa perduta, del mantovano Eliyyah
Mclii. Sulle etimologie proposte dal De Rossi e dal Moscato vedi Altman (1981, pp. 116-
117).
29Il riferimento è, innanzitutto, al De doctrina christiana, di Agostino, opera
fondamentale per la trasmissione dei modelli della retorica classica al mondo cristiano
occidentale. Ispirati alla retorica latina sono le lnstitutiones divinarum et saecularùmz
litterarum e l' Expositio psalmorum di Cassiodoro nonché il De schematibus et tropis di
Beda, elenco delle figure retoriche della Scrittura redatto sulla falsariga del terzo libro
dcll'Ars maiordi Donato (il cosiddetto Barbarismus). Per una prima informazione circa
queste concezioni medievali della retorica vedi Murphy (1983).
470 Giulio Busi

frequentazione dei classici, che ben si c.on~ a ~ucsto e~ponen_te del Rinascimento
italiano, interlocutore di Erasmo, amico mt1mo dcli umamsta ferrarese Celio e
Calcagnini, corrispondente del cardinale Jean du Bellay, il protettore di Rabclais3o_
Anche da parte degli ebraisti cristiani italiani, per lo meno nel lasso di tempo che si <
può grosso modo racchiudere tra il 1450 e il 1550, si può insomma ravvisare un <
apporto originale alle dottrine retoriche e poetiche ebraiche, apporto che, pur
avvalendosi della tradizione giudaica, a sua volta influenzata dagli esempi umanistici,
nondimeno attinge a una specifica eredità cristiana, in primo luogo agostiniana, e :
comunque legata all'insegnamento patristico. La padronanza dcli' ebraico, del greco
!
e del latino offre insomma allo Steuco la possibilità di chiudere - per così dire_ f
il circuito culturale dcli' analisi stilistica applicata a11aScrittura, attingendo ai diversi e
momenti di una tradizione che, partendo dalJ 'ambito classico, attraversa il mondo 3
patristico, quello musulmano e quello ebraico. e
La formazione di grecista e di ebraista di Agostino Steuco si può collocare negli e
anni che questi trascorse a Bologna, tra il 1518 e il 1525 (cfr. Freudenberger 1935, q
pp. 30-41). In quel periodo l'insegnamento del greco, presso lo Studio bolognese, e
è impartito da Pietro !psilla Egineta, mentre le lezioni di ebraico ed aramaico sono d
affidate a Giovanni Flaminio 31• Proprio in quegli anni, presso il convento agostiniano -

30 Steuco, che in anni giovanili curò forse un'edizione dei Colloquiafamiliaria di (<
Erasmo, ebbe più tardi una vivace polemica epistolare con Erasmo, circa questioni di p
filologia ed esegesi. Erasmo polemizzò con Io Steuco in una lettera datata 3 I marzo I 531, s
mentre la risposta dell'autore italiano apparve per la prima volta in appendice al
commento al salmo XVIII(Steuco 1533): sull'argomento vedi Freudenberger ( 1935,pp.
di
235-265). I rapporti tra Steuco e Celio Calcagnini sono testimoniati dall'epistolario di
q,
quest'ultimo (quello dello Steuco, tranne rare eccezioni, non si è conservato), e furonodi
d<
grande familiarità (C. Calcagnini, Opera aliquot, Basileae: Froben, 1544); cfr.
tfl
Freudenberger (1935, index s.v.). Al cardinale Du Bcllay, conosciuto dallo Steuco a D
Roma tra il 1535 e il 1536, è dedicato il commento ai Salmi apparso a Lione nel I548. cc
31
Dallari ( 1888-1924, I, passim). Non mi è stato possibile trovare altre notiziesu
questo Giovanni Flaminio, che non sembra comunque potersi identificare con l'omonimo
umanista romagnolo (c. 1456-1536),attivo a Bologna proprio in quegli anni. Dalla lettura A
degli scritti di quest'ultimo, non appare infatti alcun elemento che possa far desumereuna e
conoscenza dell'ebraico: cfr. già, in proposito, le osservazioni di Domenico G. Capponi Zi
(Joannis Antonii Flaminii Forocorneliensis Epistolae Jamiliares mmc prùnum editae, 4-1
Bononiae: e typographia S. Thomae Aquinati, 1744, p. 24). I Rotuli dello studio
bolognese (Dallari 1888-1924, I, passim) documentano, prima del Flaminio, l'attività èl

d'insegnante di ebraico svolta - tra il 1464 e il 1490 _ da un «Magistro Vincentiusde po


SI I
Bononia», non altrimenti a me noto (dai Rotuli dipende la menzione di Vincenzo press~
no
~iovan_niN. Pasquali Alidosi, / dottori bolognesi di teologia,filosofia, medicina e d'art:
l,beralt, Bologna: per Nicolò Tebaldi, I 623, p. 180, ripresa da Mazzetti ( 1847,P· 128n
Rclorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 471

di S. Salvatore, ove risiede lo Stcuco, si va fom1ando un'importante biblioteca, con un


fondo non trascurahilc di libri cbraici 32 . Insegnamenlo universitario dcJJ'ebraico,
disponibilità di testi in qucJla lingua, sensibilità umanistica per i problemi dello stile:
è possibile insomma ipotizzare per i primi dc) Cinquecento l'esistenza di un ambiente
favorevole agli studi ebraistici a Bologna, e accostare la città emiliana ai centri più
famosi di Firenze, di Roma e di Venezia. Nella stessa Bologna - ove risiede per
esempio <Ovadyah Sforno, già maestro di ebraico di Johann Reuchlin 33 - così come
a Roma e in numerose città italiane, i dotti ebrei sono sovente partecipi della più
generale vita culturale. Ancor prima che di uno scambio di idee e di libri, si tratta di una
frequentazione personale, del crearsi di cerchie e di cenacoli culturali in cui ebrei e
cristiani hanno opportunità di discutere e di co11aborare.Mi preme insistere su questo
aspetto della civiltà rinascimentale, che mi sembra troppo spesso trascurato: gli
epistolari e i testi dcli' epoca ci permettono di redigere una sorta di elenco di umanisti
e di eruditi ebrei, stretti da relazioni personali, spesso vincolati da una familiarità
quotidiana. Talvolta gli ebrei fanno parte di tali cenacoli come protégés - in una
condizione di netta subalternità- talaltra vengono tenuti sostanzialmente ncl1a stima
dovuta agli eguali, pur nell'indiscussa differenza di fede34 .

1235). Per completezza d'informazione, segnalo un passo del!' lntroductio del!' Albonesi
(c. 201 v), in cui si menzionaun certo Flaminio: «Quod (alphabetum)cum in urbe quoque,
polyglottoi, illi, et inter doctos sui temporis viros doctissimo Flaminio ostendissem,
Samaritanum omnino esse asseruit, nec dedignatus est, sua manuscriptum alphabetum,
ad excribendum et cum alio conformandum concedere, quod quidem tale est».
32 Il nome dello Stcuco è annoverato nei registri del convento dei canonici regolari

di S. Salvatore di Bologna, negli anni 1518-1520 e 1522-1525. Da notare che, proprio in


quel periodo, il convento di S. Salvatore attraversava una fase di grande splendore,
documentata, tra l'altro, dalla realizzazione della nuova sala di lettura, capace di ospitare
tremila persone e ricca di codici latini, greci ed ebraici (cfr. Freudenberger 1935, p. 31 ).
Dalla biblioteca di S. Salvatore provengono per esempio codici e libri ebraici attualmente
conservati nelle biblioteche pubbliche di Bologna: cfr. Busi ( 1987, ni 45, 55, 61).
33 Su cQvadyahSforno vedi Colorni ( 1983, pp. 461-472). Anche Agostino Steuco fu

in relazionedi amicizia, a Ferrara,con un ebreo di nome Avraham,forse da identificarsicon


A vraham Farissol, che risiedette a lungo nella città emiliana. Cfr. la chiusa della lettera di
Calcagnini a Steuco datata 13 giugno 1525 (Calcagnini, Opera, p. 120): «lacobus
Zieglerius et Abraham te salutant». Vedi anche, sul!' argomento,Freudenberger ( 1935, pp.
44-45); l'ipotesi della relazione tra Farissol e Steuco è ignorata da Ruderman ( 1981).
34 Un esempio di intellettuale ebreo tenuto in grande stima dagli umanisti cristiani

è fornito da Yoscf ben Semu'el ~arefatti (Giuseppe Gallo), figlio di un celebre archiatra
pontificio. Durante i propri tentativi di decifrare la liturgiain lingua siriaca,Teseo Albanesi
si rivolge anche allo Sarefatti (/lllroductio, c. 14r): «Et dum ad rei effectum devenissemus,
non mihi omnino satis pro voto saciebat, proinde Josepho Gallum Hcbraeum Doctorem, et
472 Giulio Busi

L'interesse dei cristiani verso ]a tradizione giudaica, tanto per la qabbafah


quanto per la grammatica, l'esegesi e lo studio de11ostile biblico, è basato sulla S
convinzione che esista una sostanziale unità tra le diverse culture, e che, tra di esse S
quella ebraica abbia un ruolo partico]armcnte importante, per le sue radici antichis-' tr
sime e per Ja capacità di trasmettere una tradizione decisiva per la comprensione ci
dell'oggetto della fede cristiana. È significativo che anche un autore come Agostino P
Steuco, di indubbia ortodossia e partecipe, in tarda età, de] conci1io tridentino, pur D
in una sostanziale avversione per temi cabbalistici, sostenga che in antico v'era tra se
VJ
le diverse culture una comunanza maggiore di que11a che è possibile ravvisare
se
modernamente 35 . Al1a luce di questa commistione, non ci stupirà di trovare, nella Pi
chiusa de11agrammatica ebraica di Avraham de Balmes, un passo che compone in rn
maniera sorprendente ]'apparente dicotomia tra studio dc11a 1ettera scritturale e rn
visione mistica, con vivi accenti di speranza messianica. Si noti che questi riferimen- ej
ti al messia, che hanno un'inconfondibile intonazione giudaica, appaiono inalterati dt
ne11atraduzione ]atina a fronte, e vengono inclusi in una pubblicazione stampata, per
gli ebraisti cristiani, dal cristiano Danic] Bomberg 36 . In questi anni, i dotti cristiani,
che appartengono sovente a ordini •
religiosi, non esitano ad avvalersi anche di scritti &
di autori ebrei «scomodi». E per esempio il caso del Ma'ase efod («L'opera Se
dcli' efod») dcli' ebreo sefardita Profiat Duran. Si tratta di un testo di grammatica e Lt
di esegesi stilistica, scritto tra la fine del XIV e gli inizi dc] XV secolo, che esercitò M
un influsso non indifferente tanto sugli autori ebrei successivi, quanto sui cristiani37. Pr
de
illius celebratinominisRabbi, lulii PontificisMediciPhysici filium,cuius ad me carmina
latina,pariteret hebraea,adhucapud me conservaturrogavi,ut in re hac paululumoperae
Bi
tribueret,qui, ut ingenuo,benevoloqueerat animo, prompto quoque, alacri atque libenti
an
animooperamindustriamquesuampromisit.Nec sanedefuit».Dellamiserevolefinedello
CO
Sarefattiscrive,con accentidi simpatia,GiovanniPierioValeriano,nel suo De literatorum ad
infelicitate, Venetiis:apud lacobumSarzinam, 1620,p. 19.
35
pn
Cfr., per esempio, il commento al Salmo 9: «Homerus enim perinde atque
Orpheus, adiit Aegiptum,cum sacerdotibus,quos Prophetas noncupabant,versatusest. Slll
Erat antiquissimisillis seculis maior intcr Graecos, Orientalesque linguae, scientiarum /ib
societas» (Steuco, Enarrationes in Psalmos). La diffidenza dello Steuco verso la «C
qabbalah è rilevata anche da Secret ( 1984, p. 262). pn
36
AvramDe Balmes,MiqnehAvram.PeculiumAbrae,Venezia:Bomberg,1523,p.315. Ex
37
11Ma raseefod è apparsoa stampanel secoloscorso (ed.Friedlander-Kohn,1865). po
Sull'opera grammaticaledi Profiat Duran si veda, (oltre all'introduzione all'edizionedd da
Ma raseefo~[),Bacher( I 895, pp. 217-221). Il Ma<aseefod è citato, tra gli altri da SemTov
ben Yosef, SclomohNorzi, Aharon BerekyahModena, ManahemLonsano,cAzaryahde
Rossi, YehudahMoscato,Josef Morin,Giovanni BernardoD~ Rossi (Friedlander-Kohn
Te.
1865,pp. 14-15). Va altresì notatoche l'insegnamentodi Profiat si diffuse in Italiaanche
To
attraverso Yoscf ben YehudahZarq, già suo allievo in Spagna ed emigrato nella no5tra
Penisoladopo le persecuzioniantigiudaichedella fine del XIV secolo.
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 473

Sappiamo per esempio che Santi Pagnino, il grande ebraista che successe a Girolamo
Savonarola nel priorato del convento di San Marco a Firenze 38 , approntò una
traduzione latina dc] Ma<aseefod, ora perduta 39 , mentre io stesso ho rinvenuto
citazioni letterali, non dichiarate, dal Ma<aseefod nelle lnstitutiones Hebraicae del
Pagnino, proprio a proposito dell'analisi stilistica della Scrittura 40 . Ora, Profiat
Duran era, da un punto di vista dell'ortodossia cristiana, un autore oltremodo
scomodo. Nel 1391 egli subì infatti la conversione forzata al cristianesimo, e del
vivissimo risentimento prodotto da questa violenza lasciò testimonianza in due
scritti anticristiani 41 • Con questi titoli nel proprio curriculum non c'è da stupirsi se
Profiat Duran non abbia trovato, fino al secolo scorso, accesso alle stampe,
nemmeno per quanto riguarda la propria opera linguistica. E non c'è da stupirsi
nemmeno se il manoscritto latino contenente la traduzione del Pagnino del Ma<ase
efod sia scomparso, così come è scomparso, certamente a causa dello zelo discreto
della censura cattolica, il Commentoai Salmi dcli' autore lucchese 42 . Si può dire che

38
Per la biografia e l'opera di Santi Pagnino si veda Guglielmo Pagnino, Vita di
Sa111iPagnino lucchese, Roma: Corbelletti, 1653; Jacobus Quetif- Jacobus Echard,
Scriptores Ordinis Praedicatorwn recensiti notisque historicis ac critici illustrati,
Lutetiae Parisiorum: apud J. B. Christophorum Ballard, 1719-1721, Il, pp. 114-118, 824;
Marchese (1854, 11,p. 108) con importanti notizie inedite; Wind (1944), Centi (1945).
Preferisco la grafia Santi Pagnino, seguita anche dal primo biografo, e discendente
dell'ebraista cristiano al più diffuso Sante Pagnini, derivante dal nome latinizzato.
39 Cfr. Quetif-Echard, Scriptores, p. 118; a tal proposito Johann C. Wolf,
Bibliotheca Hebraea, Hamburgi et Lipsiae: apud B.T.C. Felginer, 1715-1733, III, p. 951,
annota: «Inter scripta Sanctis Pagnini ... video memorari Librum Ephod, Grammaticam
continentem Hcbraicam, et latinitate donatum. Eum lucem vidisse non puto, quem
admodum nec locus annusve, quo editus sit, ibi repertur, quod de aliis eius scriptis, guae
prostant, ibidem semper admonetur».
40 Gli spunti derivantidal Ma <aseefodriguardanoleRegulae perutilesad intelligentiam

simplicem, idestliteralemsensumSacrammliterarwn(Pagnino,Hebraicaruminstitutionum
libri /lii, Lutetiae Parisiorum: Robertus Stephanus, 1549): cfr., in particolare, p. 443:
<<Quodest unius sensus, attribui alteri. Mos etiam Scripturae est quod est unius sensus
proprium, alteri tribuat: ut Genes. 27.27. Vide odorem filii mei, est sicut odor agri pieni.
Exod. 5.21, Foeterc fecistis odorem nostrum in oculis Pharhonis. Et 20.18, Et omnis
populus videbant voces. Psal. 34.9, Gustate et videt. quia suavis est Dominus», che deriva
da Profiat Duran, ed. Friedlander-Kohn 1865, p. 158): «mi-derek ha-katuv ...».
4 1 I due scritti, Kelùnal ha-goyim e Al telzi ke-avoteka, sono stati editi e annotati

recentemente da Talamge ( 1981).


42 II commento ai Salmi del Pagnino fu veduto a Venezia, presso la biblioteca dei

Teatini, da Ignazio Landriani ( 1579-1642: cfr. Secret 1984, p. 326) e, nel Settecento, da
Tommaso Antonio Contini, che ne lasciò una descrizione inclusa nella Nuova raccolta
474 Giulio Busi

la vicenda di Pagnino, morto a Lione nel 1536, dopo aver dato alle stampe nel I 52S
grazie al sostegno dei mercanti toscani presenti nella città francese, la sua important;
traduzione latina della Scrittura 43 , esemplifichi abbastanza bene lo spegnersi del-
l'età aurea degli studi ebraistici in Italia. La scomparsa del Pagnino in Franciaha
infatti quasi il significato di una fine in esilio, mentre l'entusiastica accoglienza

d'opuscoli scientifici e filologici, XXXI, Venezia, p. 1-32. Da quanto scrive il Contini,


sembra si trattasse di un volume a stampa, in pergamena, privo di note tipografiche,
recante il titolo di Psalterium nuper translatwn ex Hebraeo, Chaldaeo et Graeco per R.P.
Fratrem Sanctum Pagninwn Lucensem Praedicatorii Ordinis Congregationis Thusciae
cum Commentariis Hebraeorumpereundem translatis, et Scholùs eiusdem cwn ortodoxa
atque Catholica expositione. Giacché il commento non è completo, ma si arresta al salmo
28, Contini ipotizza che «statuo lnquisitorum opera Catenae huiusce impressionem ad
Psalmum XXVIIIperductam, repente e typis sublatam, et distracta folia fuisse» (p. 24).
La copia veneziana del libro del Pagnino sembra essere scomparsa in occasione dello
smembramento della biblioteca seguito alla soppressione del convento teatino di S.
Nicola da Tolentino, in età napoleonica, né è rintracciabile, a quanto mi risulta, l'altro
esemplare segnalato dallo stesso Contini presso la Biblioteca Casanatense di Roma.
Quetif ed Echard annoverano anche (p. I I 8), tra le opere del Pagnino, una Catena
argentea in Pentateuchwn, che sarebbe stata pubblicata a Lione, in sei volumi, nel 1536.
È tuttavia assai verosimile che tale Catena, qualora non sia da identificarsi con le
lsagogae ad Mysticos Sacrae Scripturae sensus apparse appunto a Lione nel 1536, sia
rimasta manoscritta, e non abbia mai veduto la luce a stampa. A questa ipotesi fanno
propendere sia il tenore della notizia recata in merito da Sisto Senese, che è la fonte di
Quetif-Echard e che non menziona luogo e anno di stampa dell'opera («[Pagnino]
collegit item non sine magno laboreopus ingens in Pentatheucum, sex magnis voluminibus
distinctum, CatemArgenteam appellatum: in quo Hebraeorum, Graecorum, acLatinorum
expositiones veluti annulis quibusdam invicem insertis contexuit. Consimili etiam
industria congregavit Catenam argenteam in totum Psalterium, in tres partes dissectam»
(Sisto da Siena, Bibliotheca sancta, Coloniac: apud Martinum Cholinum, 1586, p. 302),
sia dalla difficoltà - per i censori - di far scomparire completamente, da tutte le
biblioteche, un'opera di ben sci volumi: nessuna traccia, in proposito, nemmeno negli
accuratissimi annali della tipografia lionese di Baudrier ( 1895-1921 ). Della possibilità
che la Catena in Pentateuchum, come tale, non sia mai stata pubblicata, non si avvede
Wind (1944, p. 245, nota 83).
43 Pagnino, Biblia. Habes in hoc libro ... utriusque instrwnenti novmn translationem,

Lugduni: Gryphius, 1527 (Baudrier I 895-1921, VI, p. 130). Cfr. Guglielmo Pagnino,
Vita di Santi Pagnino lucchese, Roma: Corbelletti, 1653, p. 34: «Ritrovata l'opportunità
di Iacopo Giunti stampatore fiorentino, che dimorava pur in Lione, e gli faceva partiti
molto vantaggiosi; aiutato in oltre dal Turchi suo nipote e da Domenico Berti suo cugino,
che abitavano quivi, ... diede fuori la traslazione dell'uno, e dell'altro Testamento».
Retorica e poetica ebraica nei secoli XVI e XVII 475

tributata alla sua versione della Scrittura da parte di Miguel Scrvcto, dichiarato
eretico dai cattolici e arso sul rogo da Calvino44 , vale a gettare qualche ombra anche
sulla fortuna successiva di tale traduzione. Peraltro, tanto le opere esegetiche dello
Steuco quanto il Thesaurus linguae sanctae del Pagnino finiranno, ai primi del
Seicento, ncll' indice delle opere «quae prohibentur, aut quibus cautio ve] explicatio
pracscrihitur» 45 : in fitte pagine, gli autori de11'/ndex librorunz prohibitorum si
dilungano sui passi da espungere o da correggere nei testi dei due ebraisti, insistendo,
non a caso, sulla necessità di far scomparire ogni riferimento diretto alla letteratura
giudaica e alla pretesa superiorità dc11elezioni del testo ebraico de11aScriuura 46 .
Non v'è quindi da stupirsi se, con l'affermarsi de11aControrifonna, gli studi
chraistici esulino dalla nostra penisola, per trasferirsi negli altri paesi europei,
soprattutto in terra protestante. È un dato di fatto che, a partire da11aseconda metà
del Cinquecento e per tutto il Seicento, i maggiori ebraisti cristiani non siano più
italiani, e che anche gli studi di stilistica e retorica ebraica si sviluppino, sovente su
premesse italiane, in ambito europeo47 . Certo, la scena italiana non si vuota di colpo.
Ma è significativo che a continuare lo studio de11elettere ebraiche nel nostro paese

44 Biblia sacra ex Santis Pagnini traslatione, sed ad Hebraicae linguae amussim


110\'Ìssùneita recognita, et sclwliis illustrata, ut piane nova editio videri possit, Lugduni:
Apud Hugonem a Porta, 1542, in fol. a 2 col. (Baudrier 1895-1921, VII, p. 312).
45 lndex librorum prolzibitorwn et expurgatotum Bemardi de Sadoval et Roxas

iussll editus. s.l.: sumptibus lacobi Crispini, 1620, pp. 5 (Augustini Steuchi Cosmopoeia;
Item, Veteris Testamenti ad Hebraicam veritatem recognitio; Item, In librwn lob; Item,
Enarrationes in Psalmos), 756-759 (Sancti Pagnini Thesaurus linguae sanctae). Circa le
censure e le emendazioni controriformistiche alle opere dello Steuco vedi anche
Freudenberger ( 1935, pp. 228-229) che, a proposito dell'indice del Sadoval, il più severo
con Io Steuco, indica un numero di libri contestati ridotto rispetto a quello effettivamente
in questione.
46 Si veda, in proposito, il quadro delineato da Kugel ( 1981, pp. 205-286).
47 Ali' ambiente dello Stcuco è ricollegabile per esempio Marco Marini, canonico
agostiniano e buon ebraista (cfr. Giovanni Luigi Mingarelli, Marci Marini Brixiani ...
Annotationes /itera/es in Psa/mos, Bologna: Colli, 1748). Il Marini è infatti autore, tra
l'altro, di un 'epistola in prosa rimata ebraica premessa all'edizione delle Enarrationes in
librum lob dello Steuco, curata dall'allievo di questi, l'agostiniano Tranquillo Zupponi
(Venezia: Cominus de Tridino, I 567). Per quanto riguarda gli ebrei convertiti attivi in
Italia nel XVI e nel XVII secolo vedi Parente ( 1983), Simonsohn ( 1989). Ebreo convertito
è per esempio Guglielmo Franchi, autore della grammatica ebraica che reca il titolo di
Semesleson lza-qodes cioè So/e della lingua santa (Bergamo: Ventura, J591 ). Un'ecce-
zione a tal riguardo è rappresentata da Roberto Bellarmino, cardinale, arcivescovo di
Capua, grande teologo della Controriforma, cui si debbono le /nstitutiones linguae
Jzebraicae (Romae: apud Franciscum Zanettum, 1578).
Giulio Busi
476
. . . . . d r1 braisti fioritj tra Quattro e Cinquecento, o ebrei
siano o i pochi allievi dir_et_tieg e t'va tra lingua ebraica e lingua italiana, e tra
· ·48 o
convert1t1 . ov e la trad1z10ne . compara
.
1
. ... • a è _ e questo può stupire - un
b · !tura classica nmane prn vi v ' G
cultura e ~mcaebcu. S autori quali cAzaryah de Rossi, Yehudah Moscato,
certo ambiente e ra1co. ono A h y ) L V
A h. lt' cAzaryah Pigo A vraham Portaleone, vra am age , eone I-
Semu'e 1 re 1vo 1,
V

' . . d' d. · •
· anche tra Cinque e Seicento, iJ filone 1 stu I retonc1
Modena ehe continuano, . . . .
applicati all'ebraico49_I nomi di Pierfrancesco ?iambullan,. d1 Agostino Steuc?,
taciuti O quasi negli scritti cristiani de) secondo C1~quec~nto, ~1corrono per esempi?
più volte nel Me) or cenayim («Luminare degh occhi») d~ c~zary~h _de Ro~s•:
pubblicato a Ferrara tra il 1573e il 157550 . Non a caso: passi nJevantt d_ialcuni d1 A
questi autori ebrei italiani, tradotti in latino e commentati, vengono accolti nel lungo
excursus sulla poetica ebraica propostodaJohann Buxtorf il giovane ad elucidazione
della propria edizione del Sefer ha-kuzari («Il libro del Cazaro») di Y chudah ha- A
Lewi, pubblicata a Basilea nel I 660, mentre non un solo cenno èdedicatoda) Buxtorf
alla teoria dello Steuco. La produzione degli ebraisti cristiani italiani, dei primi
decenni del Cinquecento, priva com'è di diretti continuatori, appare ormai invee- A
chiata, in un certo senso marginale rispetto al filone più importante della cultura
europea. A questa sconfitta, alla perdita cioè del ruolo centrale svolto, per alcuni B:
decenni, dalla cultura italiana nell'ambito degli studi ebraistici, concorrono vari
elementi, prima fra tutte la preoccupazione controriformistica, e la tendenza a
se~~arele fila _dell'o~to?ossia cattolica, rifuggendo tanto dal vagheggiamento di
un mt~rpreta~1one~nst1~nadella _qabbalah quanto dalle eccessive lusinghe di una
hebratca ventas pnva d1 controlh dottrinali.

48Si vedanogli accenniavanzatiin propositodi Alt


ancheBusi(1987b,p. 263). man ( 1981, pp. 110-117). Cfr.
49De Rossialludeal Giambullari senza n .
(Cassel 1864-J 866: lmre bina 456)· «~Il ommarlo espressamente, quando scrive
. . · o stesso modo un a t . .
intitolatol'origine della lingua t d , u ore italiano, nel libro
· oscana, opo aver stabilit h · .
antica,che ebbe anticamenteorigin d N è . . . o e e s1 tratta d1una nazione BJ
. ' ' .°
da Il a 1·mguasanta come da b . e a O , .nfensce circa cent parole che derivano
eswa ambasceria d
carboni».Il riferimentoè evidentement I G Il ' a m~sura/z misura, da ~iarvone qayi~ Be
. che recail secondotitolodi R . e a_ e o del G1ambul1ari(Firenze: Doni 1546)
. agwnamentt de I • , ,
particolarmente della linguafiorentin a pruna et antica origine della toscana et Be
soJ h a.
. . o ann Buxtorf, liber C .· .
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Giulio Busi
482

RIASSUNTO

Attraverso J'opera letteraria e l'attività didattica di Yehudah ben Ye~i' el detto


Messer Leon (Italia, sec. XV), la riflessione umanistica sulla retorica penetra nella
cultura degli ebrei italiani. La tradizione di studi avviata da Messer Leon viene
continuata dai suoi allievi, e dagli autori in qualche m~do legati alla sua scuola:
Avraham Farisso1, Azaryah de Rossi, Yehudah Moscato, Semu 'el Archivolti, David
de Pomis. Presso questi studiosi si sviluppa una riflessione sulle caratteristiche
formali della prosa e della poesia ebraiche che molto deve alle contemporanee teorie
e osservazioni italiane, e che a sua volta influenza profondamente gli ebraisti
cristiani dell'epoca. Scopo dc1la comunicazione è dimostrare la continuità di temi
e di metodi, e la profonda dipendenza che lega gli eruditi ebrei e i dotti cristiani, come
il Pagnini, il Buxtorf e molti altri, che dedicano la loro attività all'indagine de1la
lingua e de11estrutture retoriche della Scrittura ebraica

SUMMARY

The Humanistic i~eas about the rhetoric penetrated into the culture of the Italian
Jews through the ltterary and the didactic work of Yehudah ben Yehi'e] known as
Messer ~on (Italy: 15th century). The tradition of studies started b; Messer Leon
~as contmued by his pupils, as we11as by other authors in some way connected with
h1s school: Avraham Farissol, Azaryah de R · y h d h V ,

Archivolti David • OSSI, e u a Moscato, Semu el


.' . de Pom1s. These scholars developed a reflection on the formai
e h aractenst1cs of the Hebrew d .
contemporary Itali'an th . _prose an poetry which was strictly related to the
eones m a reciproc 1 d f' .
this lecture is to demonst t h . . a an pro itable exchange. The mm of
ra e t e contmu1ty of th d
connexion which relates th J h emes an methods and the deep
e ewstot eChr'sf1 h ..
many others who devoted th . d' ian se o 1ars, as Pagmm, Buxtorf and
' eJr stu 1esto the 1 .
of the Hcbrew Bible. anguage and to the rhetonca] pattcrns
saggi•

Il convegno "Italia ed Europa nella linguistica del Rinascimento.


Confronti e relazioni", che dal 20 al 24 marzo 1991 riunì, presso
l'Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara, centocinquanta studiosi
provenienti da tutti i paesi europei, dal Nordamerica e da altri
continenti, era nato da un'idea comparativa e interdisciplinare della
storia delle idee linguistiche in Europa dal XIV al XVII secolo. Era
nato dall'idea che nell'Europa dell'Umanesimo e del Rinascimento la
circolazione sovranazionale delle idee linguistiche fosse più intensa
di quanto le nostre abitudini di ricerca, fortemente incanalate per
distinte storie linguistiche nazionali, siano mediamente capaci di
render conto; e dall'idea che la storia della riflessione sul linguaggio
e sulle lingue in un'epoca 'pre-paradigmatica' come il Rinascimento
potesse risultare tanto più fruttuosa quanto più riuscisse a far
interagire gli approcci di specialisti diversi: storici delle varie lingue
e delle varie letterature, filologi umanisti, linguisti generali, storici
della filosofia, storici della scrittura e della tipografia, storici tout
court, ecc. Agiva anche l'idea del ruolo propulsivo dell'Italia nel
diffondere in Europa, nel corso del Quattrocento, la rinnovata
grammatica latina umanistica, e nel fornire poi, per tutto il
Cinquecento, il modello per le "questioni della lingua" che nei vari
paesi accompagnano con coloriture diverse 1•affermazione delle
moderne lingue nazionali. Ma agiva anche la consapevolezza che,
in parallelo con il declino politico dell 'ltalia, una sua relativa
marginalizzazione dalle correnti più innovative del pensiero
linguistico si rilevava già fin dalla metà del Cinquecento rispetto
alle nuove grammatiche razionalistiche concepite in Francia e in
Spagna e alla "linguistica missionaria" e di conquista che stava
spostando fuori dal Mediterraneo il baricentro anche della riflessione
sulle lingue. Da tutto ciò il progetto di promuovere un ampio
confronto interdisciplinare fra la varie tradizioni linguistiche, vòlto
sia alla ricerca dei contatti storici fra di esse, sia al confronto
tipologico capace di illuminare contrastivamente ognuna di esse
in confronto alle altre.

ISTITUTO
DI STUDI RINASCIMENTALI
FERRARA

I due volumi indi, isi


L. 200.000
ISBN ~768&-67

g LJB66 7