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Collana del Dipartimento di Storia

dell’Università di Torino
2

In copertina: solido aureo della zecca di Aquileia a nome di Galla Placidia (RIC X,
1804)

Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Storia dell’Università di


Torino

ISBN 9788871581644

© 2009 Silvio Zamorani editore


Corso San Maurizio 25
10124 Torino
www.zamorani.com
info@zamorani.com
3

Filippo Carlà

L’oro nella tarda antichità:


aspetti economici e sociali

La riorganizzazione degli interessi agricoli


tra esperienze consiliari e modelli corporativi

Silvio Zamorani editore


5

Indice

p. 09 Introduzione
p. Capitolo primo
La valuta aurea in età tetrarchica
33 1. La situazione della moneta aurea nella seconda metà del III secolo
36 2. La definizione della compravendita ed i concetti di merx e pretium
45 3. Diocleziano: il nuovo aureus, l’Editto dei Prezzi, l’Editto di Afrodisia
54 4. Evoluzioni del prezzo dell’oro durante la crisi della Tetrarchia
60 5. L’“epigrafe di Feltre” e il significato del termine siliqua
74 6. L’oreficeria e i gioielli monetali
p. p. Capitolo secondo
La moneta d’oro da Costantino a Giuliano
78 1. Le guerre di Costantino, l’introduzione del solidus ed i suoi nomi
93 2. La circolazione del solido
99 3. Exagia e bilance: la pesatura dell’oro
117 4. Il “valore dell’oro” e il suo utilizzo negli scambi
131 5. L’“ancoramento” all’oro del sistema monetario
157 6. La falsificazione della moneta aurea nella prima metà del IV secolo: reato
e punizioni
171 7. La circolazione dell’oro sotto i figli di Costantino
184 8. La politica economica giulianea e la circolazione dell’oro
188 9. Il personale delle zecche
196 10. La figura dello zygostates
p. p. Capitolo terzo
L’oro da Valentiniano I alla divisione dell’Impero
206 1. L’obbligo della fusione
220 2. L’obryza e i compensi per le verifiche dell’oro
233 3. Movimenti fisici e movimenti di prezzo
247 4. La coniazione dell’oro dei privati: legittimazione del free coinage?
251 5. Attività mineraria, circolazione ed esportazione dell’oro
275 6. La monetazione aurea dalla morte di Valente alla morte di Teodosio I
283 7. Il significato del tremissis e le sue denominazioni
6

290 8. La vendita dell’oro: la Relatio 29 di Simmaco


208 9. La falsificazione della moneta aurea nella seconda metà del IV secolo: rea-
to e punizioni
p. p. Capitolo quarto
L’oro nell’Impero d’Oriente da Arcadio a Giustiniano
314 1. La moneta d’oro da Arcadio a Zenone
336 2. Il regno di Anastasio I ed il budget dell’Impero bizantino
356 3. I pagamenti d’oro ai popoli barbarici
367 4. Nomismata x parà keratia y; il problema degli zygoi
378 5. I “solidi leggeri” e la parastathmia nomismaton
390 6. Giustiniano, Procopio e la circolazione dell’oro
407 7. Da Giustiniano a Eraclio
411 8. Il falso in moneta nel diritto bizantino
p. p. Capitolo quinto
La moneta d’oro nell’Impero d’Occidente
1415 1. Da Onorio a Valentiniano III
1431 2. La Novella XVI di Valentiniano III
1443 3. La Novella 7 di Maioriano, le coniazioni “quasiimperiali” e la circolazio-
ne “internazionale” dei solidi
457 4. Le monete auree degli ultimi Imperatori d’Occidente
460 5. La moneta aurea nei regni romanobarbarici: un’introduzione

474 Conclusioni
475 La circolazione ponderale
476 Evoluzioni del prezzo dell’oro
479 Produzione, distribuzione, circolazione: la moneta d’oro tra Stato e società
492 Il ruolo dello Stato: esiste il “dirigismo” tardoantico?
494 Pirenne e l’oro “fossile guida”

499 Bibliografia

541 Indice delle fonti


Abbreviazioni

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Introduzione

Quibusdam videtur quod aliquis rex aut princeps, autoritate


propria possit de jure aut privilegio libere mutare monetas in
suo regno currentes, et de eis ad libitum ordinare: ac super
hoc capere lucrum aut emolumentum quantum libet: aliis
autem videtur oppositum. Propter quod, intendo in praesenti
tractatu de hoc scribere […] nihil temere asserendo, sed totum
summittendo correctioni majorum, qui forsan ex eis quae dic-
turus sum poterunt excitari ad determinandum veritatem su-
per isto.
Nicolaus di Oresme, Tractatus de mutatione monetarum, 1

La storia monetaria del tardo Impero romano è argomento che da ormai ben più
di un secolo attira l’attenzione di un grandissimo numero di studiosi, non senza
motivo: la questione si colloca infatti al centro stesso del dibattito sulle strutture e-
conomiche e produttive tardoimperiali, e sulla loro vicinanza o differenza da un lato
rispetto a quelle altoimperiali, dall’altro al successivo sistema medievale e curtense1.
La moneta, e la sua circolazione, si sono dunque inserite come snodo fondamen-
tale nei dibattiti relativi all’“economia naturale” (Naturwirtschaft) – all’interno della
quale lo strumento monetario avrebbe dovuto avere un ruolo marginale – posta,
nella “periodizzazione” dello sviluppo economico teorizzata con grande fortuna da
Bruno Hildebrand, come stadio precedente alla cosiddetta Geldwirtschaft, in cui la
moneta dovrebbe permeare tutti gli scambi, e dunque la vita quotidiana della socie-
tà, ed all’intermedia Hauswirtschaft-Oikoswirtschaft, in cui la moneta non avrebbe
avuto alcun ruolo perché non avrebbero avuto alcun ruolo, tout court, gli scambi (la
cui esistenza è certo ammessa per la Roma antica, con l’idea però che smuovessero
«die geschlossene Hauswirtschaft nur an der Oberfläche» e che il denaro non avesse
valore di mezzo di scambio, ma solo di misura del valore e di accumulazione della
ricchezza), primo “livello” quindi anche dell’evoluzione economica teorizzata da
Karl Bücher in polemica con Hildebrand, Smith2, Ricardo e von Thünen3.
1 Per la storia degli studi sull’economia romana si rimanda, tra la bibliografia più recente, a Lo Cascio, 1991,
pp. 313-327; Banaji, 2001, pp. 23-38; Morley, 2004, pp. 33-50; Strobel, 2004, pp. 12-14. Cfr. anche
Hendy, 1989a, pp. 1-3.
2 Adam Smith è, tra gli economisti classici, il più attento agli esempi tratti dal mondo antico, rispetto ai quali
sembra non percepisse la situazione contemporanea come talmente differente da impedire il confronto: cfr.
Morley, 1998, pp. 105-109. In generale, i primi studiosi di economia politica sembrano essere stati attenti al
10 INTRODUZIONE

A cavallo tra il XIX ed il XX secolo dunque il dibattito si articolava tra i “primiti-


visti”, spesso economisti, come Bücher, che miravano a ritrarre il mondo antico come
arretrato, ancorato ad un modo di produzione familiare e con scambi ridotti4, e i
“modernisti”5, il più delle volte antichisti, come Meyer o Beloch, che – anticipati nel-
la prima metà dall’Ottocento dal Tydemann, secondo cui gli stessi principi economici
avrebbero guidato tutti gli uomini in tutte le epoche – vedevano invece in opera nel
mondo antico i medesimi meccanismi della modernità, e riconoscevano la nascita di
una vera e propria economia monetaria agli albori della storia greca arcaica6.
Nonostante la differenza di vedute, era posizione condivisa che il tardo Impero
romano, dopo la crisi del III secolo, qualsiasi fosse stata la forma economica do-
minante nei secoli precedenti, avesse conosciuto forme “primordiali” di produzione
e distribuzione, con completo dominio dell’autoconsumo (all’interno dei grandi la-
tifondi)7, genesi del modo di produzione8 feudale che avrebbe poi caratterizzato il
Medioevo9, e sostanziale scomparsa della moneta, effetto e sintomo di una regres-

mondo antico: «For the early political economists, the ancient world was little different from their own; it was
a source of data on which to base their arguments, a fascinating period which they hoped to understand better
with their new science, and a model to be emulated in the modern world» (p. 113). Non stupisce dunque che
i “primitivisti” entrassero in polemica con la scuola economica classica.
3 Cfr. Bücher, K., Die Entstehung der Volkswirtschaft, Tübingen 1906, in particolare pp. 92-116. Cfr. anche
Kula, 1963, pp. 21-22 e 140-142; Mazza, 1985, pp. 517-519.
4 Il dibattito ha poi risentito di, ed in sostanza è stato parallelo a, quello tra “sostantivisti” (come Malinowski)
e “formalisti” in antropologia: cfr. Hodges, 1982, pp. 13-14, che prende posizione nettamente a favore dei so-
stantivisti, e dunque dei primitivisti; Morley, 2004, pp. 43-45; Morley, 2007, pp. 9-12. L’idea “primitivista” è
stata in seguito soggetta però a forte critica anche da parte della scuola sostantivista, soprattutto per il postula-
to secondo cui «l’esemplare di dimensioni più piccole abbia necessariamente preceduto quello di dimensioni
maggiori. Chi postula una sequenza siffatta nella storia non fa che applicare acriticamente la legge
dell’evoluzione organica» (Polanyi, 1977, pp. 19-20).
5 Sulla limitatezza dei concetti di “primitivismo” e “modernismo”, che continuano ad ogni modo ad essere u-
tilizzati per convenzione, cfr. Mazza, 1985, pp. 513-514.
6 Cfr. Mazza, 1985, pp. 521-524.
7 Per una sintesi storiografica sull’argomento, cfr. ora Sarris, 2006, pp. 131-148.
8 Sull’applicazione del concetto di modo di produzione, cfr. Wickham, 1984, pp. 7-8; Haldon, 1993, pp. 53-
63 e 93.
9 L’idea della transizione da un “modo di produzione antico” a uno “feudale” è ovviamente centrale nell’a-
nalisi marxista sulla tarda antichità: cfr. Frank, R. I., Marxism and Ancient History, in «Arethusa», n. 8, 1975,
pp. 43-58, in particolare pp. 53-55. Sulla teorica genesi di un modo di produzione feudale in epoca tardoanti-
ca, e per una critica radicale a questa lettura, cfr. da ultimo Ziche, 2006, in particolare pp. 259-264. L’idea di
una transizione tra i due modi di produzione, spostata però al II-III secolo, è ancora presente in Wickham,
2005, cfr. pp. 260-264. Già Seyfarth, W., Die Spätantike als Übergangszeit zwischen zwei Gesellschaftssystemen,
in «Zeitschrift für Geschichtswissenschaft», n. 15, 1965, pp. 281-290 aveva segnalato la necessità di non in-
tendere il passaggio tra i due sistemi come immediato, di non cercare un “confine” tra essi, ma di intendere il
tardoantico come un’epoca a sé stante: «zwischen Antike und Mittelalter liegt eine eigenständige Zeit, eine
jahrhundertelange Übergangszeit mit ihren eigenen Gesetzen und Gegebenheiten» (p. 282). Il concetto di
“modo di produzione tributario”, basato su forme di appropriazione del surplus da parte delle classi dominanti
ottenute con mezzi diversi dalla pressione economica (ma attraverso una coercizione ideologica, o anche fisi-
ca), come sviluppato da Amin e soprattutto da Haldon, ha però permesso ormai di vedere anche in questo
campo una continuità tra strutture tardoromane e bizantine (dal terzo secolo, quando un tale modo di produ-
zione sarebbe divenuto dominante rispetto a quello schiavistico) e strutture medievali, “feudali”, senza ipotiz-
zare un cambiamento di modo di produzione tra i due periodi: cfr. Haldon, 1993, pp. 75-87.
INTRODUZIONE 11

sione degli scambi10. A questa lettura non sfuggiva neppure Max Weber che, se pur
non apparteneva a nessuna delle due “scuole di pensiero”, nel tratteggiare la sua ri-
costruzione del “capitalismo antico”, completamente diverso da quello moderno e
basato su un’economia di conquista, vedeva nella pace imperiale l’esaurimento delle
fonti di ricchezza e di espansione economica – soprattutto per la «contrazione
dell’afflusso di materiale umano sul mercato degli schiavi»11 – e nelle successive evo-
luzioni il trionfo, culminato in epoca tardoantica, dell’economia naturale, rimasta
sempre presente “sullo sfondo” dell’intera storia romana, su quella monetaria, e cau-
sa infine della stessa caduta delle istituzioni politiche imperiali12.
Salvioli, invece, schierandosi dalla parte del primitivismo, poté sostenere che
un’economia di tipo più “moderno”, precapitalistico, si sviluppasse all’interno del-
l’Impero romano solo nelle aree urbane, e riguardasse una piccola parte della popo-
lazione; con la crisi dell’Impero l’economia naturale, rimasta comunque dominante
nelle campagne, sarebbe riaffiorata come modo di produzione unico, anche grazie
alla rapacità del fisco, impegnato nel disperato tentativo di sanare un deficit di bi-
lancio spaventoso, causato proprio dalla mancata comprensione dei meccanismi di
riproduzione della ricchezza e dall’uso esclusivamente suntuario di questa13: «on
peut dire – argomentava quindi il professore napoletano – qu’il n’avait plus de
monnaie dans les provinces au IVe siècle»14.
Ma anche quel Rostovtzeff che, aspramente critico nei confronti di Salvioli, ri-
gettò le teorie di Bücher ed è a tutt’oggi ritenuto il “modernista” per eccellenza15,
parla del tempo di Diocleziano come del «beginning of a new period in economic
history resulting in an almost complete victory of house-economy, which came up
again after a long period of latent existence in the form of survivals here and there
in the early Roman Empire»16. Così, anche il IV secolo, nella ricostruzione dello
studioso russo intermezzo di miglioramento delle condizioni economiche, può esse-
re come un momento in cui il successo di Costantino riuscì a «rimettere in onore il
denaro nella vita pubblica e privata. Ma questa ripresa fu di breve durata…»17.
L’idea di un tardo Impero caratterizzato da un’economia naturale, o da un’eco-
nomia domestica, di durata secolare, dal III al IX secolo, è stata respinta in realtà già
in parte da Beloch, ma non si può trascurare quanto sia stato determinante il contri-

10 Cfr. ad esempio Lot, 1927, p. 96: «Ce retour à l’économie naturelle, après l’arrêt de l’economie monétaire,
c’est déjà, économiquement, le Moyen Age». Naturalmente il regresso all’economia naturale si considerava
pienamente compiuto nei regni romanobarbarici: cfr. Lot, 1927, p. 421; Kloss, 1929, p. 6.
11 Weber, 1909, p. 381.
12 Cfr. Weber, 1909, pp. 385-390: «Il crollo dell’Impero non fu altro che la necessaria conseguenza politica
della progressiva avanzata dell’economia naturale e della relativa contrazione dei traffici. Esso significò essen-
zialmente la scomparsa dell’apparato amministrativo esistente, e con esso di una sovrastruttura politica a carat-
tere monetario che non si adattava più all’infrastruttura economica di carattere naturale».
13 Cfr. Salvioli, 1909, in particolare pp. 262-264; 270-272; 288-294; 308.
14 Salvioli, 1909, p. 283.
15 Cfr. però le osservazioni di Saller, 2005, pp. 226-227.
16 Rostovtzeff, 1930, pp. 218-219. Cfr. anche Rostovtzeff, 1926, pp. 77 e 780-782.
17 Rostovtzeff, 1926, p. 765. Non si dimentichi che per lo stesso Meyer l’epoca dioclezianea avrebbe visto
l’inizio dell’“economia naturale”.
12 INTRODUZIONE

buto di Marx, e dei “primitivisti”, nel mettere in evidenza, in polemica con Mom-
msen, che l’economia monetaria e il modo di produzione capitalistico non vanno ne-
cessariamente insieme18; se Mommsen veniva messo in discussione perché applicava, a
detta di Marx, l’“equazione” per assegnare all’antica Roma un’economia capitalista, si
metteva così in evidenza però, allo stesso tempo, l’erroneità anche del procedimento
inverso, che argomentava la “non monetarietà” dell’economia dalla supposta “arcaici-
tà” del modo di produzione schiavistico19:
several factors, apart from the problem of recovering the relevant data, have pre-
vented historians and archaeologists from reaching a real understanding of how spe-
cific economies functioned in the past, and from appreciating the significance of
their transformation. Of these, I would argue, one of the most debilitating has been
our tendency to see the past as Same (a primitive version of our present, which
teleogically evolves into it) or as Other (as a remote, alien, fundamentally different,
world)20.
Bloch espresse dunque giustificate riserve sulla distinzione stessa tra economia na-
turale e monetaria dal momento che può accadere che gli scambi avvengano senza
l’uso della moneta ma facendo riferimento ad essa, come unità di conto teorica, per
determinare l’equivalenza di valore dei prodotti scambiati21. Si è quindi arrivati, lungo
questa strada, alla consapevolezza che le due forme di economia non sono in contrap-
posizione22, che anzi la contrapposizione tra primitivismo e modernismo è da consi-
18 Marx, K., Das Kapital III, 47: «Eine formelle Analogie, die aber auch in allen wesentlichen Punkten durch-
aus als Täuschung erscheint für den, der die kapitalistischen Produktionsweise begriffen hat und der nicht et-
wa wie Herr Mommsen in jeder Geldwirtschaft auch schon kapitalistische Produktionsweise entdeckt – eine
formelle Analogie findet sich im Altertum im kontinentalen Italien überhaupt nicht, sondern nur etwa in Sizi-
lien…». Cfr. anche Weber, 1909, p. 350 e ora Morley, 1999, pp. 153-157.
19 Salvioli, 1909, pp. 224-225, così, attribuisce a Roma un’economia urbana monetaria sviluppata, per quan-
to non capitalistica, giacché avrebbe dato vita alle “forme di riproduzione” della ricchezza dell’usura e del
commercio, “formes primitives du capital”, “phases antérieurs à la production capitaliste”, pur ritenendo però
che in epoca tardoimperiale, come già si è accennato, questa venisse meno, dando vita ad un completo regres-
so a forme di economia naturale.
20 Moreland, 2000, pp. 1-2.
21 Cfr. Bloch, 1939; come ha efficacemente detto Mathieu, 1985, cfr. pp. 43-35, «il denaro precede il barat-
to, e non ne deriva». Anche l’elaborazione teorica relativa al baratto ed alle sue forme, portata avanti dagli an-
tropologi più che dagli economisti, ha però nel frattempo portato ad una radicale riconsiderazione delle strut-
ture economiche e sociali soggiacenti a questa forma di scambio. Si veda, ad esempio, Barter, Exchange and
Value. An Anthropological Approach (a cura di C. Humphrey - S. Hugh Jones), Cambridge 1992. Anche le re-
gistrazioni contabili di valori in unità non monetarie, in effetti, a qualunque esigenza pratica rispondano,
mantengono sempre una convertibilità in valori monetari, come ha notato Minaud, 2005 (cfr. pp. 72-74).
22 Cfr. Whittaker, 1980, p. 6; Haldon, 1985, p. 84; De Ligt, 1990-91, I, pp. 38-39; Lo Cascio, 1991, pp.
326-327 (anche in riferimento all’epoca altoimperiale), ma anche già Salvioli, 1909, pp. 317-319. Nel-
l’abbattimento di una rigida demarcazione tra economia monetaria ed economia naturale ha giocato un ruolo
rilevante, come è noto, l’articolazione dei concetti marxiani di “valore d’uso” e “valore di scambio”, che pur
talora presentati come indipendenti sono invece in Marx in modo esplicito definiti come strettamente inter-
connessi: cfr. Calabi, L., Categorie marxiste e analisi del mondo antico, in Analisi marxista e società antiche (a cu-
ra di L. Capogrossi - A. Giardina - A. Schiavone), Roma 1978, pp. 45-74, in particolare pp. 53-54; Morley,
1999, pp. 155-156. Ancora Meikle, S., Modernism, Economics and the Ancient Economy, in «Proceedings of
the Cambridge Philological Society», n. 41, 1995, pp. 174-191 indica la differenza tra economia antica ed e-
conomia moderna in questi concetti, insistendo sul fatto che anche la moneta, nell’antichità, avesse un valore
d’uso piuttosto che un valore di scambio.
INTRODUZIONE 13

derare teoricamente erronea23, e che lo stesso concetto di “economia antica” è in realtà


da superare24. Si sono poi criticati alla radice i concetti di “economia naturale” (la cui
esistenza era stata messa in discussione già nel 1924 dall’antropologo Marcell Mauss,
nel corso dei suoi studi sullo scambio di doni)25 ed “economia monetaria” di per sé,
negando quindi la correttezza anche dell’idea di una loro convivenza26, che era stata
espressa già da Kötzschke, quindi da Dopsch e da altri27 per l’epoca altomedievale e,
più specificamente per il IV secolo, soprattutto da G. Mickwitz28.
Anche le riflessioni sull’aderazione, che hanno giocato un ruolo fondamentale in
questo dibattito nel corso del XX secolo, non sono più centrali per una verifica della
“naturalizzazione” o “monetarizzazione” dell’economia antica29, una volta appurato
che l’esazione in prodotti piuttosto che in moneta dipendeva il più delle volte da e-
sigenze di tipo amministrativo30, e che – punto cruciale delle teorie storiografiche
del ’900 – le diverse forme della fiscalità, in prodotti ed in denaro, convivono per-
fettamente anche in epoca altoimperiale; dunque non si può nemmeno ritenere,
con Mickwitz, che i Naturalien rivestissero a partire dal IV secolo un ruolo nuovo e
fondamentale31.
Il regresso all’economia naturale (e a maggior ragione quello all’economia dome-

23 Cfr. Von Reden, 2002, p. 142. Cfr. anche Horden-Purcell, 2000, pp. 146-147, ove si critica in particolare
l’approccio “primitivista”, qui detto “minimalista” e Morley, 2007, pp. 2-9.
24 Cfr. De Ligt, 1990-1991, II, pp. 73-75; Andreau, J., Vingt ans après L’économie antique de Moses I. Finley,
in «Ann. HSS», n. 50, 1995, pp. 947-960, in particolare p. 948; Horden-Purcell, 2000, pp. 146-147; Bang,
P. F. Ikeguchi, M. Ziche, H. G., Introduction, in Ancient Economies, pp. 7-24, in particolare pp. 22-23.
25 Cfr. Moreland, 2000, pp. 8-9. È da dire che Mauss, nel creare l’idea di una società i cui rapporti economici
si regolassero sulla base dello scambio di doni, è figura di massimo rilievo nella genesi di una nuova forma di
“primitivismo”, tipica poi del secondo dopoguerra e vicina all’antropologia economica di Polanyi e della scuo-
la sostantivista, che colloca la diversità dell’economia antica nella sua non-esistenza come sfera autonoma ri-
spetto al sociale ed al politico. La posizione di questi “primitivisti” non è quindi in alcun modo assimilabile a
quella dei primitivisti di stampo bücheriano degli inizi del XX secolo (posizione rispetto alla quale, si è detto,
lo stesso Polanyi era critico, cfr. n. 4), e non prevede la negazione di una monetarizzazione dell’economia gre-
co-romana. Anche le teorie di Moses I. Finley, definite comunemente “primitiviste”, presentano una comples-
sità concettuale spesso trascurata, e non possono essere certo “appiattite” sul primitivismo del primo ’900 di
matrice bücheriana: cfr. Saller, 2005, pp. 224-226.
26 Cfr. Cipolla, 1961, pp. 619-621.
27 Cfr. Dopsch, 1928, p. 228; Kloss, 1929, p. 4; Bratianu, 1938, p. 89; Kula, 1963, pp. 142-143.
28 «Besonders der Glaube an eine vorherrschende Naturalwirtschaft in der Spätantike hat ihr Bild ganz ver-
zerrt, unzweifelhaft ist aber, dass im Haushalt des Staates die Naturalien eine früher ungeahnte Rolle gespielt,
und das ganze Finanzsystem bestimmt haben» (Mickwitz, G., Die Kartellfunktionen der Zünfte, Helsingfors
1936, p. 171). Heichelheim, 1938 (cfr. p. 279) parlava di grandi richieste economiche dello Stato, legate an-
cora ad una raffinata civiltà urbana, in contrasto con le infrastrutture “primitive” derivate dalla crisi del III se-
colo: «The economic structure of the period was determined far more definitely agriculturally and organised
far less in the field of market economy than had been the case in the first centuries of the Principate».
29 Sul fenomeno aderativo come campo di battaglia tra i due poli dell’economia monetaria (dei contribuenti)
e dell’economia naturale (del fisco), ritenuta una delle cause della fine del mondo antico, si appuntava, come è
noto, l’attenzione di Mickwitz: cfr. Mazzarino, 1959, pp. 162-163.
30 Cfr. Whittaker, 1980, pp. 6-7.
31 Cfr. da ultimo Carrié 2003c, pp. 185-186. Sull’epoca altoimperiale cfr. Duncan Jones, 1994, pp. 52-53.
Di certo è erroneo ritenere “esemplificative” delle correnti naturaliste e monetariste le opere di Mickwitz e
Mazzarino, intenti a invece al superamento della dicotomia ed alla dimostrazione della convivenza delle due
forme economiche: così, invece, Bravo Castañeda, 2001, p. 173.
14 INTRODUZIONE

stica), quindi, non esiste, e non va cercato in una supposta “demonetizzazione” della
società il segno della transizione, in campo economico, dall’antichità al medioevo32.
Questo non vale solo per il IV secolo, la cui monetarizzazione, prosperità e attività e-
conomica sono state già da lungo tempo riconosciute e sottratte alla categoria della
decadenza33, delineando una sorta di “recupero” rispetto alla “crisi del III secolo”, ma
anche per i secoli successivi, come hanno contribuito a mostrare Pirenne e ancor più
Dopsch34, e dopo di loro soprattutto il progredire della ricerca archeologica35; in tem-
pi assai più recenti, si è giunti così a sostenere addirittura che la società tardoantica
fosse molto più monetarizzata di quella altoimperiale36, e che alcune aree dell’Impero
siano state “monetarizzate” compiutamente proprio solo dalla seconda metà del III se-
colo37. Già Mickwitz, d’altronde, si era accorto che la quantità di riferimenti alla mo-
neta ed alla sua circolazione nella letteratura tardoimperiale non poteva non significa-
re una conoscenza reale e quotidiana della circolazione monetaria38. Questo è vero di
tutte le fonti letterarie, ed è evidente, ad esempio, nei numerosi riferimenti a paga-
menti e salari, ma anche a prestiti, in Libanio39, ma in particolare nell’omiletica, dun-

32 Cfr. da ultimo Carrié, 2003c, pp. 177-181. Anche in relazione alla fine del mondo antico ed alla genesi
della società medievale il dibattito si è dunque spostato su altre forme di supposto “primitivismo”: Polanyi, ad
esempio, riteneva che il tardo Impero romano conoscesse un declino delle forme di scambio a favore di una
rinnovata importanza delle forme di redistribuzione.
33 Cfr., ad esempio Baynes, N. H., in «JRS», n. 19, 1929, p. 226, che nel recensire Lot, 1927, pur ammet-
tendo la rottura dell’economia monetaria ed il ritorno ad un’economia naturale nel III secolo, mette in evi-
denza che, nel IV, «the army and the civil service of Rome forced the State to revert to a system of cash pa-
yments», e soprattutto Mickwitz, 1932, p. 190; Bernardi, 1961 ma anche, da ultimo, Duncan Jones, 2004,
pp. 50-52. Si veda Mazzarino, 1959, p. 168, come esempio di una lettura che pur preservando al IV secolo i
caratteri dell’economia monetaria sposta al V secolo ed ai successivi la regressione all’economia naturale. Cfr.
però anche, su posizioni opposte, Bark, 1958, pp. 36-38 e 50-51, che, nel sostenere l’effettivo regresso ad
un’economia naturale in Occidente in epoca tardoantica, ritiene che «in the fourth century the economic si-
tuation was already extremely grave».
34 Per Pirenne: cfr. ad es. Pirenne, 19372, pp. 93 («Comment pourrait-on parler d’économie naturelle en pré-
sence de ces trésors considérables et si mobiles?») e 96. Lo storico belga, in realtà, come è noto, argomentava anco-
ra un ritorno all’economia naturale nel Medio Evo, pur spostandolo dal V-VI secolo alla fine del VII e all’VIII.
Diversamente Dopsch, che poneva in termini di continuità anche la transizione dall’economia merovingia a quel-
la carolingia: cfr. Dopsch, 19242, pp. 515-539; Dopsch, 1928, pp. 229-230. La maggior parte delle riflessioni si è
appuntata sul regno merovingio (Pirenne, Dopsch, 19242, che fa solo alcuni riferimenti alle realtà ostrogota, bur-
gunda, visigota; Kloss, 1929, cfr. pp. 65-93), ma la monetarizzazione del regno ostrogoto era nel frattempo stata
dimostrata da Geiss, 1931, che assegna la regressione all’economia naturale in Italia all’epoca longobarda (cfr. p.
49); in generale, cfr. la piccola rassegna presentata in Moss, 1937, pp. 211-214 (notando però come Moss sia cri-
tico nei confronti delle tesi “continuistiche” di Pirenne e Dopsch, e più vicino a Rostovzeff).
35 Cfr., da ultimi, Whittow, 2003, pp. 405-406; Ziche, 2006, pp. 256-258.
36 Cfr. Banaji, 2001, pp. 213-214; Sarris, 2006, pp. 146-148; Ziche, 2006, pp. 272-273. Il problema dell’ef-
fettiva penetrazione della moneta in tutti gli strati sociali, e nelle aree rurali, non è qui di nostro diretto inte-
resse: come vedremo, la moneta aurea, portatrice di un potere d’acquisto assai alto, circola infatti presso gli
strati più alti della società, e per le transazioni più importanti. Quello che importa è notare la generale mone-
tarizzazione dell’economia tardoromana, e la presenza della moneta, per lo meno come unità di valore se non
come oggetto fisico, all’interno di tutto il corpo sociale. L’idea di una quantità proporzionalmente cresciuta di
circolante in epoca tardoantica era ad ogni modo già stata espressa da Mrozek, 1987, cfr. pp. 331-333.
37 Cfr. Strobel, 2004, p. 42.
38 Cfr. Mickwitz, 1932, p. 136. Più recentemente, cfr. Mrozek, 1984, p. 407; De Salvo, 1998, p. 277.
39 Cfr. Liebeschuetz, J. H. W. G., Antioch. City and Imperial Administration in the Later Roman Empire, Ox-
ford 1972, pp. 83-88.
INTRODUZIONE 15

que in testi rivolti


al popolo, con il quale dovevano evidentemente mirare a stabilire un rapporto
d’intesa il più possibile immediata su problemi di carattere spirituale e morale, ma
che investivano anche la sfera dell’azione e ogni manifestazione della personalità
umana sui piani più diversi40.
Non si tratta solo del “contesto materiale” della produzione letteraria cristiana41,
ed in particolare degli abbondantissimi riferimenti alle elemosine, in sostanza sem-
pre monetarie, alla loro necessità, alla loro funzione come strumenti di salvezza42: la
metafora uomo-moneta, pur con alcuni precedenti classici (ad esempio in Eschilo) è
diffusissima nella letteratura cristiana antica43, e l’uomo, imago Dei, diventa facil-
mente il conio prodotto da un creatore monetiere44; l’intera creazione divina viene
paragonata ad un’operazione di coniazione, con la nascita dell’immagine del Dio
metallurgo45. Si aggiunga a questo il celebre agraphon di Cristo che invita ad essere
buoni cambiavalute46, l’idea, presente già in Zaccaria ma ampiamente mantenuta
nella letteratura tardoantica, del sottoporre l’uomo alla prova della purezza come si
fa con l’oro e con l’argento47, e addirittura la nascita di un concetto fondamentale
nella teologia cristiana come quello di redemptor, colui che compra due volte48, per
avere un quadro preciso di come la moneta permeasse non solo la vita economica,
ma anche l’immaginario di tutta la popolazione del tardo Impero romano, di qual-
siasi estrazione sociale. D’altronde che la società rurale fosse compiutamente mone-
tarizzata lo mostrano le attestazioni, continuate, di contadini (ma non solo, anche
monaci, ad esempio) che vendono i loro prodotti, come hanno rilevato gli studi di
De Ligt49, di lavoro nei campi salariato50, o le testimonianze relative alle donazioni

40 Cracco Ruggini, 1961, p. 9. Ad esempio, per le ricorrenze nelle opere di Giovanni Crisostomo, autore par-
ticolarmente ricco da questo punto di vista, cfr. González Blanco, 1980, pp. 197-220; ma si veda anche
l’abbondanza di riferimenti monetari in Gregorio di Tours, messa in luce da Kloss, 1929, cfr. in particolare p.
65. Cfr. anche Mrozek, 1984, pp. 406-407.
41 Sulla metafora economica, in generale, nella letteratura cristiana tardoimperiale cfr. Mrozek, 1984; Carrié,
J. M., Pratique et idéologie chrétiennes de l’économique (IVe-VIe siècles), in «Antiquité Tardive», n. 14, 2006, pp.
17-26, in particolare p. 19.
42 In merito si veda il recente Finn, R., Almsgiving in the Later Roman Empire. Christian Promotion and Prac-
tice (313-450), Oxford 2006, ma anche Salamito, J. M., Christianisme antique et économie: raisons et modalités
d’une rencontre historique, in «Antiquité Tardive», n. 14, 2006, pp. 27-37, in particolare pp. 28-29.
43 Cfr. Lau, 1980, in particolare pp. 205-207. Cfr. anche Mrozek, 1984, p. 398 per un uso “opposto” della
metafora, che avvicina il nummus a Dio anziché all’uomo.
44 A puro titolo di esempio, si veda Aug., Serm. XC, 10 e ancor più l’omelia 33 del cosiddetto “Crisostomo
latino” (= [Hier.], Ep. Supp. 35): quem hominem et dragmam nominat propter monetae regalis similitudinem fi-
guraliter in dragma quod pecuniae genus est hominem significans, quod illi tamquam nummo imago et inscriptio
regis caelestis insculpta sit. Cfr. Radici Colace, 1989, pp. 403-404.
45 Cfr. Caccamo Caltabiano-Radici Colace, 1990, pp. 277-279.
46 Pesce, 2004, pp. 266-268, n. 8 (e commento alle pp. 687-688).
47 Cfr. Mrozek, 1984, p. 399; Radici Colace, 1990, p. 52.
48 Cfr. Radici Colace, 1990, p. 55.
49 Si è a lungo ritenuto che l’esistenza di fiere e mercati periodici in epoca tardoantica, soprattutto in area ru-
rale, contro una supposta scarsità di simili eventi in epoca altoimperiale, fosse da ritenere sintomatica della
“ruralizzazione” dell’economia e della società. De Ligt ha invece mostrato che «both urban and rural fairs were
16 INTRODUZIONE

alle Chiese o al pagamento delle imposte, come ha mostrato Banaji per quanto ri-
guarda l'Impero d'Oriente nel VI secolo51.
Anche la ricorrente condanna, da parte cristiana, delle pratiche dell’usura ha
senso solo in una società fortemente monetarizzata, che ricorre quindi al prestito di
denaro52. Passando ad altro tipo di documentazione, nulla nei papiri egiziani lascia
intendere una demonetizzazione della società, se anche le grandi proprietà fondiarie,
come quella degli Apioni, quelle cioè cui è stata imputata la responsabilità della na-
scita del sistema curtense, prediligono con tutta evidenza le rendite in moneta53; si è
potuto anzi sostenere che
gli elementi di economia naturale presenti nell’Egitto bizantino sembrano derivare
dalla sopravvivenza di forme economiche che con alterne vicende perdurano dall’età
faraonica, piuttosto che da un regresso dell’uso del denaro nel periodo bizantino54.
Un grosso ruolo nel progredire degli studi è inoltre stato giocato dalle riflessioni
sulla moneta, sulla sua natura, sul suo statuto economico e giuridico nel mondo an-
tico: al di là delle riflessioni di Depeyrot sull’esistenza o meno di un legame necessa-
rio tra unità di conto e moneta fisica (con l’eventuale alternanza di una “teoria ro-
mana” nel primo caso e di una “teoria alessandrina” nel secondo nell’ipotesi del nu-
mismatico francese, che sembra però scarsamente convincente)55, riflessione impor-
tante per determinare il valore nominale delle specie monetali, ma assai meno per il
più generale discorso sulle strutture economiche, i problemi da affrontare sono so-
stanzialmente due.
In primo luogo vi è la distinzione tra moneta con valore nominale identico al-
l’intrinseco e moneta sopravvalutata rispetto al metallo che contiene, campo d’inda-
gine in cui è stata determinante la figura di Sture Bolin56. Il punto è centrale per
questo lavoro, che mira alla definizione dello “statuto” della moneta d’oro nei secoli
che definiamo della tarda antichità. Se si è sostenuto che la moneta a pieno valore
intrinseco non è uno strumento finanziario, si è detto anche che ciò non implica
che non si inserisca invece in un sistema finanziario, come non è detto che la pre-
senza di strumenti finanziari veri e propri dia vita ad un sistema finanziario57. Si è
a persistent element in the social and economic infrastructure of the Roman Empire»: cfr. de Ligt, L., Fairs
and Markets in the Roman Empire. Economic and Social Aspects of Periodic Trade in a Pre-Industrial Society,
Amsterdam 1993, in particolare pp. 75-77. L’esistenza di numerose fiere e mercati, anche “locali” e rurali, in
epoca tardoantica, delle cui attestazioni De Ligt dà un’ampia rassegna (pp. 247-259), è invece, come si è det-
to, da considerare prova certa della monetarizzazione della società: cfr. De Ligt, 1990-91, I, pp. 36-38. Cfr.
anche Banaji, 2001, pp. 84-87 («rural incomes depended crucially on prices»).
50 Cfr. Banaji, 2001, pp. 190-191.
51 Cfr. Banaji, 1996, pp. 41-42.
52 Cfr. Forlin Patrucco, 1973; Mrozek, 1984, pp. 397-398. Sul «pensiero economico dei padri della Chiesa a
proposito dell’usura», cfr. Cracco Ruggini, 1961, pp. 190-202.
53 Cfr. Banaji, 2001, p. 90; Sarris, 2006, pp. 146-148.
54 Morelli, 1996, p. 179. Sulla monetarizzazione dei contratti di lavoro nell’Egitto del VI secolo, cfr. da ulti-
mo Sarris, 2006, pp. 55-56.
55 Cfr. Depeyrot, 1995a, p. 95 e le critiche di Lo Cascio, 1996, p. 281.
56 Cfr. soprattutto Bolin, 1958.
57 Cfr. Goldsmith, 1987, pp. 2-3.
INTRODUZIONE 17

così sviluppata la definizione, forse un po’ artificiosa ma efficace, di Gewichtsgel-


dwirtschaft, per indicare un’economia monetaria in cui lo strumento monetario è
però valutato per la quantità di metallo che contiene, e sottoposto quindi a verifiche
ponderali (e, come vedremo, anche della purezza della lega)58.
In secondo luogo vi è la necessità di definire se le monete prodotte in metalli di-
versi si articolino in un sistema perfettamente bimetallico (dunque con rapporti di
valore fissi tra i diversi metalli, e tassi di cambio fissi tra le monete in diversi metalli)
o meno. Si è a lungo ritenuto che la restaurazione dioclezianea, e poi quella costan-
tiniana, dovessero per forza portare un sistema monetario come noi lo intendiamo
oggi, con rapporti di cambio fissi tra tutte le monete e tra i tre metalli monetali, ma
una simile ricostruzione suscitò già le perplessità di Seeck e soprattutto di Giese-
cke59. Un sistema perfettamente bimetallico è invece difficilissimo da mantenere,
come hanno mostrato anche le esperienze economiche moderne prima dell’impo-
sizione del Gold Standard, perché un cambio nel prezzo di uno dei metalli monetali
sul mercato (per l’apertura di nuove miniere, per esempio) innesca un fenomeno di
sparizione di quello divenuto relativamente più prezioso60.
L’esistenza di tre metalli monetali rende evidentemente la situazione più com-
plessa: possono circolare tutti separatamente, o due di loro avere un tasso di cambio
fisso tra loro e variabile con il terzo, oltre a poter essere naturalmente tutti e tre in
un rapporto di valore fissato. All’interno di questo lavoro ci limiteremo però a veri-
ficare quale sia la situazione della valuta aurea, in rapporto prevalentemente a quella
enea o in biglione; l’argento, il terzo metallo monetale dell’antichità, risulta essere
nel tardo Impero di importanza declinante, e sembra talora in un rapporto di valore
fisso con l’oro, talora con il bronzo61: è possibile che sia stato oggetto di successive
riforme ed “agganciato” ora all’uno ora all’altro metallo62. Tutto questo esula dal-
l’argomento del lavoro che si presenta, ma serve a mettere in evidenza come – se pu-
re si respinge, come vedremo, l’idea del bimetallismo – anche definizioni come
quella di “monometallismo aureo”, spesso in uso, siano fortemente limitative63.
Nel definire le decisioni prese dallo Stato imperiale romano nel campo della poli-
tica economica, e in particolare nel campo della politica monetaria, si richiede a mon-
te anche una definizione delle conoscenze che gli antichi potessero avere nel campo.
Anche in questo settore, i pregiudizi a lungo radicati di una completa ignoranza dei

58 Cfr. Steuer, 1987, pp. 405-406.


59 Cfr. Giesecke, 1938, p. 221.
60 Cfr. Mickwitz, 1932, pp. 31-32; Mattingly, 1946, p. 111. Cfr. anche Beyer, 1995b, pp. 45-48 («Zur Vor-
aussetzung eines bimetallistisches Geldsystems gehört, dass die relativen Preise der beiden Metalle zueinander
fixiert sind, während die aus ihnen geprägte Münzenmenge jedes Metall variabel ist») e 55-57.
61 Utilizzo nel corso di tutto il lavoro il termine “bronzo” come indicazione convenzionale della moneta divi-
sionale, anche ove, nella prima metà del IV secolo, essa fosse in biglione argentato o ove, nel VI, fosse in realtà
in rame. È d’altronde uso diffuso, non solo in numismatica, attribuire al termine un significato generico, non
limitato alla sola lega di rame e stagno: cfr. Lazzarini, 2001, p. 15.
62 Cfr. Carlà, 2007b, pp. 202-210.
63 Anche perché, per parlare di monometallismo, è necessario che uno dei metalli sia riconosciuto come unità
di valore, mentre, come vedremo, la circolazione separata di oro e divisionale rende difficile identificare un
“metallo cardine” del sistema, tipico invece delle economie moderne.
18 INTRODUZIONE

fenomeni economici nel mondo greco-romano64 sono stati ridimensionati ed infine


rimossi65. Se è vero che la cultura classica non ha prodotto una scienza economica
come noi la intendiamo oggi, ovvero mirata alla creazione di modelli matematici, e
che non è esistita una produzione letteraria specificamente dedicata alla problematica
economica66, né una terminologia tecnica specifica67, e senza entrare nel dibattito re-
lativo all’individuazione o meno di una “sfera dell’economico” autonoma e distinta
piuttosto che “embedded” nella sfera del politico e dei rapporti sociali68, è vero altresì,
però, che c’era una conoscenza dei meccanismi basilari della domanda e dell’offerta
(già espressi in Platone, Senofonte, Tacito)69, e con ogni verosimiglianza anche di un
abbozzo della cosiddetta “teoria quantitativa della moneta”70, seppur non espresse in
termini numerici ma piuttosto come il risultato delle esperienze empiriche71. Possia-

64 «There was a great incompleteness of knowledge and lack of skill in the technical as well as in the eco-
nomic skill» (Segré, 1943, p. 26). Si noti come Segré, condizionato dalla situazione storica a lui coeva, accen-
tuasse in modo particolare l’aspetto dell’avidità dei governanti, che non avevano alcuna intenzione di emettere
moneta buona, giacché vedevano nell’emissione di moneta solo un mezzo per arricchirsi; tutti i governanti,
aggiunge, erano avidi e privi di scrupoli (cfr. pp. 26-27). In generale, pregiudizi sull’ignoranza economica de-
gli antichi sembrano derivare direttamente dagli studi di economia politica del XVIII e XIX secolo, i cui auto-
ri sottolineavano con orgoglio l’originalità dell’approccio e l’incomprensione dei meccanismi analizzati nelle
epoche precedenti, anche utilizzando in gran numero esempi e fonti tratti dall’antichità classica: cfr. Morley,
1998, pp. 95-98.
65 Cfr. Beyer, 1995b, p. 5; Strobel, 2004, pp. 23-24; Minaud, 2005, in particolare pp. 21-25. Non si può qui
approfondire, perché porterebbe troppo lontano, il parallelo sviluppo dell’idea, ancora ribadita di recente, che
l’Impero romano, anche in epoca altoimperiale, non avesse un diritto commerciale: cfr. in merito Di Porto,
A., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra” nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-
comparative dei commercialisti, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana alle esperienze
moderne. Ricerche dedicate al prof. F. Gallo, Napoli 1997, vol. III, pp. 413-452, ed in particolare pp. 447-452.
66 Cfr. Nicolet, 1982, pp. 882-884.
67 Cfr. Hendy, 1991, pp. 643-644.
68 Si veda la radicale critica di Haldon, 1993 (cfr. in particolare pp. 264-265) contro gli storici che hanno so-
stenuto l’esistenza di una radicale divisione del politico dall’economico nelle società precapitaliste, e dunque
anche nel mondo romano.
69 Cfr. Tozzi, 1961, p. 406: «per i Romani il valore di scambio o prezzo sarebbe noto sotto i due aspetti della
domanda, collegata con la utilità, e della offerta, collegata con il costo»; Giardina, 1993, p. 528. Cfr. anche in-
fra, p. 140.
70 Cfr. Nicolet, 1971; Lo Cascio, 1991, pp. 355-356; Howgego, 1992, pp. 12-13; Beyer, 1995a, p. 8; Beyer
1995b, pp. 32-37. La teoria quantitativa della moneta è stata, come vedremo, frequentemente chiamata in
causa per spiegare i fenomeni economici e monetari antichi e tardoantichi (si veda ad esempio Beyer 1995b,
in particolare p. 15, «dieser Faktor ist sicherlich der bedeutendste zur Erklärung antiker Inflationen»); è bene
quindi ricordare fin dall’inizio che essa ha subito, negli studi economici, violenti attacchi a partire dalla metà
del XX secolo, e non è più accettata univocamente come spiegazione delle cause delle evoluzioni monetarie e
dei prezzi. Cfr. in particolare Mathieu, 1985, pp. 101-117, ove si sostiene, con buoni argomenti, una reale na-
tura di truismo della cosiddetta “equazione di Fisher”. La natura di truismo di questa teoria non precludereb-
be però una sua eventuale elaborazione concettuale, in termini certo grossolani, non numerici, dettati
dall’esperienza empirica, già in epoca antica.
71 Cfr. Mazzarino, 1974, p. 63: «Gli antichi non hanno avuto rigide dottrine economiche: ma si sono sforzati
di ottenere empiricamente quei risultati che noi esprimiamo volentieri in termini teorici»; Melillo 1978: «al di
là di posizioni teoriche e di esplicite proiezioni di queste nella produzione giurisprudenziale, non mancano
certo nella esperienza romana presenze significative della riflessione sui meccanismi economici»; Nicolet 1982,
p. 909: «non incontreremo a Roma delle teorie monetarie del genere di quelle che presso i moderni non sono
apparse che verso il XVII o il XVIII secolo, bensì da un lato delle definizioni di tipo giuridico o grammaticale,
dall’altro, indubbiamente, una pratica, una serie di nozioni empiriche (ma non necessariamente erronee), tali
INTRODUZIONE 19

mo quindi aderire compiutamente alla formulazione di M. De Cecco, secondo cui


if knowing economics means to be aware of the results attendant upon some ac-
tions in the economic sphere, then a careful study of roman literary and legal e-
vidence will convince anybody that the Romans knew a lot about it72.
Non si possono pertanto spiegare le iniziative economiche tardoimperiali – so-
prattutto l’Editto di Diocleziano, “liquidato” spesso frettolosamente in questo mo-
do – come frutto di errori di valutazione, di ignoranza dei meccanismi del mercato,
di inconsapevolezza delle più semplici leggi economiche73. Non c’è bisogno di ag-
giungere – e vedremo il concetto più di una volta all’opera – che una simile idea fu
espressa con ancora maggiore convinzione, ed assai più a lungo, in rapporto alle po-
polazioni barbariche insediatesi dal V secolo sul territorio imperiale74. In aggiunta,
come vedremo meglio, gli antichi, a partire da Aristotele, avevano sviluppato anche
un pensiero complesso nel campo della teoria giuridica della moneta, attraverso la
definizione delle sue caratteristiche fondamentali, della sua genesi, e dunque
dell’imposizione e del riconoscimento del suo valore75. Il discorso si è naturalmente
sviluppato in grande misura grazie agli studi relativi alla monetazione del III secolo,
alla svalutazione del denario, alla riduzione del suo contenuto di fino, quindi alle ri-
forme di Aureliano e Diocleziano, ai rapporti tra le vicende della moneta e quelle
economiche, ma anche politico-istituzionali, nel quadro della ricostruzione della co-
siddetta “crisi del III secolo” e del “passaggio al tardoantico”, questioni che già nel
XIV secolo sembravano a Nicola di Oresme sostanziali, al punto da farne una delle
cause della caduta dell’Impero romano76, e su cui, negli ultimi due secoli, mol-
tissime pagine sono state scritte.
Date queste premesse, possiamo spiegare cosa è contenuto all’interno di questo la-

che potevano essere espresse tanto dai fruitori, in particolare i professionisti, della moneta, quanto dai respon-
sabili della politica monetaria». Sull’elaborazione nel mondo antico, sul piano pragmatico, del «management
as an empirical science», cfr. Aubert, J. J., The Fourth Factor. Managing non-agricultural Production in the Ro-
man World, in Economies beyond Agriculture in the Classical World (a cura di D. J. Mattingly - J. Salmon),
London-New York 2001, pp. 90-111.
72 De Cecco, 1985, p. 456.
73 A puro titolo d’esempio cfr. Piganiol, 1947, p. 316: «malheureusement le préambule de l’édit trahit l’extrême
ignorance des réglementateurs».
74 Keary, 1878, poteva ritenere (cfr. pp. 63 e 71) che le popolazioni barbariche non sapessero come usare la mo-
neta, e, sensibili all’ostentazione del lusso, usassero l’oro in modo pressoché esclusivo per la tesaurizzazione e la
creazione di ornamenti; anche in epoca più recente, cfr., a puro titolo di esempio, Dennett, 1948, p. 189 che, per
polemizzare, a tratti con buone ragioni, con Pirenne e sminuire le possibili attività economiche e commerciali del-
la Francia merovingia, sostiene che «the crude Western barbarians were not able to develop – indeed, they were
too ignorant to preserve the state and the culture they took by conquest», o Bark, 1958, p. 44 («how little the
Merovingians either comprehended or were able to correct the situation»). Già Dopsch 19242, cfr. p. 499, lamen-
tava il fatto che le teorie a lui precedenti fossero fondate «über die Unkultur der Germanen sowie den angeblichen
Mangel allen Handels [ovvero il regresso all’economia naturale] bei denselben».
75 Cfr. infra, pp. 39-41.
76 Tractatus de mutatione monetarum, cap. 16 (Quod tales mutationes monetarum quantum est ex se non sunt
permittendae): Si vero Italici seu Romani tales mutationes finaliter fecerunt, sicut videtur ex quadam prava moneta
veteri, quae quandoque reperitur in campis: hoc fuit forte una de causis, quare eorum nobile dominium devenit ad
nihilum.
20 INTRODUZIONE

voro. Si è appuntata l’attenzione sulla moneta d’oro, non solo perché universalmente
riconosciuta come uno dei “tratti caratteristici” della tarda antichità e, succes-
sivamente, dell’Impero bizantino, il cui “ancoramento all’oro” o, come già si è detto,
“monometallismo aureo” si è voluto verificare ed approfondire. L’oro porta con sé, ol-
tre al puro dato economico, una importanza rilevante in termini di prestigio77, sociale
e, come vedremo, politico, ed ha un potere d’acquisto elevatissimo che lo rende il me-
tallo delle élites e, soprattutto, della stessa amministrazione statale. Un suo studio,
come in generale lo studio della moneta, quindi, è economico (della finanza pubblica,
delle aristocrazie e dei loro modi di produzione e di accumulo), giuridico (sull’autorità
emittente, le sue eventuali deleghe, la difesa della moneta autentica, circondata da
un’aura di prestigio quasi sacrale), sociale (sulla penetrazione del metallo più prezioso
nei diversi strati sociali, ma soprattutto nell’esercito e nella burocrazia imperiale), co-
me hanno mostrato ad esempio in riferimento ai secoli III e IV i numerosi studi di E.
Lo Cascio78. Al di là dei risultati ottenuti o meno con questo studio, cioè, l’argomento
tiene fede all’“ordine” che Bloch emetteva nel 1939, quando diceva che tutte le ricer-
che di storia economica, se vogliono raggiungere i loro obiettivi, devono farsi sociali79.
Non dimentichiamo, ancora, come la moneta d’oro sia stata posta al centro stes-
so del dibattito relativo alla transizione tra evo antico e medioevo nel momento in
cui H. Pirenne vide nella sua continuità nei regni romanobarbarici, quindi nella sua
supposta sparizione e sostituzione con una valuta argentea in epoca carolingia (in
realtà la moneta argentea domina in Francia già dalla seconda metà del VII secolo,
ma continua ad essere prodotta anche valuta aurea; altrove, in Spagna ed in Italia,
l’oro non scompare affatto)80, una delle prove a sostegno della sua celeberrima tesi
sulla rottura dell’unità mediterranea a seguito dell’espansionismo arabo81: l’interru-
zione dei commerci avrebbe infatti impedito al metallo prezioso di affluire in Fran-
cia, e causato la cessazione della sua coniazione; pochi anni dopo G. I. Bratianu po-
teva intitolare un suo saggio La distribution de l’or et les raisons économiques de la di-
vision de l’Empire romain82, sostenendo che la distribuzione dell’oro, squilibrata a
favore dell’area orientale, mentre il metallo era presente in Occidente solo nelle cas-
se regie e nelle mani dei mercanti ebrei e siriani, fosse non già una causa, ma un e-
vidente sintomo di un divario economico tra le partes Imperii già accentuato nel IV
77 Sul valore simbolico dell’oro e sui suoi significati allegorici, si veda Janes, D., God and Gold in Late Anti-
quity, Cambridge 1998.
78 Cfr. in particolare Lo Cascio, 1984; Lo Cascio, 1986; Lo Cascio, 1993a; Lo Cascio, 1993b; Lo Cascio, 1995;
Lo Cascio, 1997; Lo Cascio, 1998. Cfr., in termini generali e persino riduttivi, quanto scritto da Bravo Castañeda
2001, p. 164: «el análisis histórico del oro en la sociedad romana es susceptible de enfoques diversos: reservas
metalíferas, explotación de las minas, lingotes, acuñaciones monetarias, patrones, ratio comparativa, valor
intrínseco, valor monetario y, en fin, usuarios de la moneda, evaluación de pagos e impuestos en valores-oro».
79 Cfr. Bloch, 1939, p. 16.
80 Pirenne trasse forse ispirazione da Keary, 1878, lungo articolo dedicato alla descrizione di come l’oro fosse
sparito dalla circolazione monetaria europea, con un processo culminato proprio con Carlo Magno. Cfr. però
già Dopsch, 19242, p. 498: «tatsächlich hat nach wie vor eine Doppelwährung geherrscht».
81 Cfr. Pirenne, 1923, p. 234; Pirenne, 19372, p. 89-99; 152-153 e 220-224. Cfr. ancora Hendy, 1993b, p. 357:
«This shift, together with the more or less parallel one from a now monometallic gold coinage to an equivalent silver
one – by c. 675 – in monetary sense truly represents the transition from Late Antiquity to the Middle Ages».
82 Cfr. Bratianu, 1938, pp. 59-91. Il volume di Bratianu reca una significativa dedica alla memoria di H. Pirenne.
INTRODUZIONE 21

secolo che avrebbe provocato, dopo il colpo di grazia “pirennianamente” dato dalle
invasioni arabe, la nascita del feudalesimo a fronte della sopravvivenza di Bisanzio83.
Chi scrive non è un numismatico, e non ha competenze sufficienti in materia
per potersi dedicare allo studio delle monete dal punto di vista della catalogazione
dei tipi, della definizione cronologica, delle ipotesi quantitative sul volume della
produzione e della circolazione, meno che mai delle tecniche di coniazione. Fa pia-
cere pensare che sia proprio un numismatico, D. M. Metcalf, ad aver formulato, in
un recente articolo, quella che è utilizzabile in questa sede come una sorta di giusti-
ficazione “ontologica” e “deontologica”: «numismatists, like archaeologists, are
happiest when they have the objects of their study phisically in their hands. Mone-
tary historians, on the other hand, are ideas people, more akin to economic histori-
ans»84. Si è fatto pertanto riferimento, in merito a queste problematiche, alle pub-
blicazioni esistenti, ed in particolare agli ultimi volumi del Roman Imperial Coinage,
al primo della Moneta Imperii Byzantini di W. Hahn, al primo del Medieval Euro-
pean Coinage, oltre che, naturalmente, ad un’ampia serie di altre pubblicazioni indi-
cate in bibliografia.
Al lavoro si sono dati, come è ovvio, dei limiti cronologici e dei limiti geografici.
Per quanto riguarda i secondi, essendo argomento dello studio la produzione e
l’uso, nei suoi risvolti socio-economici e giuridici, della moneta d’oro nel tardo Im-
pero romano, nel primo Impero bizantino e nei primi regni romano-barbarici che
sorsero sull’area precedentemente occupata dalla compagine imperiale, non si sono
prese in considerazione le problematiche relative ai solidi rinvenuti fuori da questo
contesto, ad esempio in India85, ma soprattutto in Scandinavia, se non laddove la
questione dell’“esportazione” del metallo prezioso fosse direttamente connessa con
la definizione delle condizioni economiche interne dell’Impero86. Non si troverà
quindi menzione, in particolare, del deflusso di valuta verso l’Europa settentrionale,
di cui sono ancora in forse le modalità (continuato o con momenti di particolare in-
tensità?), la natura (per il commercio, ad esempio di pelli o di ambra, o come pa-
gamenti di mercenari?), le ripercussioni sociali nelle comunità riceventi, questioni
per cui si rimanda agli studi, tra gli altri, di Janse, di Bolin, della Fagerlie, della
Kyhlberg, e, da ultimo, agli atti di un recente convegno tenutosi a Stoccolma87, né
della polemica tra Whittaker e Fulford per definire se il limes fosse una “membrana
permeabile” agli scambi commerciali o un limite invalicabile88.
Il punto d’inizio dello studio è di definizione relativamente facile: come in quasi
tutte le periodizzazioni relative alla tarda antichità, infatti, il regno di Diocleziano
costituisce anche nella storia monetaria un possibile punto di partenza non solo
convenzionale, dato che il fondatore della tetrarchia mise in atto una serie di prov-

83 Cfr. Bratianu, 1938, pp. 90-91.


84 Metcalf, 1999, p. 201.
85 Cfr. Banaji, 2006, pp. 282-296.
86 Cfr. ad esempio pp. 356-367.
87 Roman Gold. Cfr. in particolare l’intervento di Rausing (Rausing, 2001) e quelli contenuti nella sezione
centrale del volume (intitolata «Gold in the socio-economic network between Romans and barbarians»).
88 Cfr. Carrié, 2000, pp. 118-120.
22 INTRODUZIONE

vedimenti e di riforme nel settore (dalla regolarizzazione della coniazione dell’oro,


alla riforma del divisionale, al riordino delle zecche) che ebbero, tra l’altro, la non
secondaria conseguenza di omologare anche l’Egitto, nella produzione e nella circo-
lazione monetaria, al resto dell’Impero.
Leggermente più arbitrario, invece, è il momento scelto come conclusivo: se per
quanto riguarda l’Occidente la volontà di studiare continuità e differenze nella pro-
duzione di moneta d’oro solo nei regni romano-barbarici “di prima generazione”
(peraltro concentrandosi, anche in quelli di più lunga durata, come il regno visigoto
di Toledo o la Francia merovingia, solo sulle prime fasi, fino alla fine del VI secolo)
ha imposto il passo, portando quindi, in sostanza, ad escludere i Longobardi e a
fermarsi all’incirca al momento della loro calata, in Oriente si è adottato un margi-
ne basso più “fluido”, fermandosi, sostanzialmente, alla fine del regno di Giustinia-
no, le cui risistemazioni in campo monetario richiedono un particolare approfon-
dimento, e dedicando quindi solo una cursoria attenzione alle vicende dell’oro (ed
in particolare all’evoluzione del suo prezzo) fino alla fine del secolo. L’apparente ar-
bitrarietà della scelta in realtà corrisponde alla constatazione che con la seconda me-
tà del VI secolo, e l’infrangersi del limes danubiano, si apre un momento di grave
crisi militare a Bisanzio, completamente diverso dal momento di forte espansioni-
smo precedente e che anticipa poi le invasioni arabe e la grande crisi economica del
VII secolo89. Con l’ultimo quarto del VI secolo anche i centri urbani dell’Impero
ormai bizantino mostrano evidenti i segni della crisi, per quanto preceduta non da
un periodo di declino, ma di grande prosperità90. Si tratta peraltro di decenni in cui
non si introducono particolari innovazioni nel campo della moneta, fino alla grande
riforma di Eraclio che modificherà invece completamente il sistema monetario bi-
zantino.
Si è accennato al problema di definire il prezzo dell’oro: la questione è di impor-
tanza fondamentale per tutto il periodo di nostro interesse, e le fonti sono purtrop-
po relativamente scarse. Tutti i dati elaborati nel corso del lavoro sono riassunti nel-
la Tabella 1, per una più semplice e rapida visualizzazione, con un riferimento alla
tipologia del prezzo, ed il rimando alle pagine in cui ogni singola fonte è analizzata
nel dettaglio. La frammentarietà delle informazioni in nostro possesso rende, come
è evidente, del tutto fuorviante la costruzione di un grafico, che pone tra due punti
relativi a dati certi una linea retta di crescita regolare. Ciononostante, si sono voluti
comunque accompagnare, pur con questa affermazione precauzionale di non validi-
tà scientifica, i Grafici 1, 2 e 3 alla Tabella 1, con l’unica motivazione di permettere
un colpo d’occhio più immediato e d’impatto sul rapporto di grandezza reciproco
dei valori con cui ci troviamo a lavorare. La linea retta è ulteriormente fuorviante
per quanto riguarda i prezzi statali, che non cambiavano progressivamente ma erano
modificati d’autorità. I dati delle dichiarazioni di prezzo e le tariffe di cambio sono
invece indicati come semplici punti.
La scarsità di informazioni in merito, ed il comprensibile desiderio di avere dati
89 Cfr. Hendy, 1985, p. 619.
90 Cfr. Roueché, C., Rec. a Russell, J., The Mosaic Inscriptions of Anemurium, in «Phoenix», n. 44, 1990, pp.
295-298, ed in particolare p. 298.
INTRODUZIONE 23

più abbondanti sul valore del metallo più prezioso, hanno indotto in passato papi-
rologi e numismatici a desumere tale indicazione dai prezzi di altre merci. Una tale
operazione è estremamente rischiosa, perché deve postulare la conoscenza del rap-
porto di valore tra l’oro ed altri prodotti, che nel migliore dei casi possono essere al-
tri metalli (argento o bronzo, ma anche in questi casi il rapporto non era necessa-
riamente fisso), nel peggiore sono derrate alimentari, le cui evoluzioni di prezzo, an-
che solo stagionali, sono ben note91:
Keynes dice: “per il rialzo o caduta nel valore della moneta, noi intendiamo quel-
l’ipotetico movimento che si sarebbe effettuato se i cambiamenti da parte della mo-
neta, cioè i cambiamenti che tendono a colpire tutti i prezzi nello stesso modo, fos-
sero stati i soli cambiamenti operanti, e non ci fossero state presenti forze dalla parte
delle cose tendenti a cambiare i prezzi di queste ultime in senso relativo, cioè uno ri-
spetto all’altro”. Orbene, le indagini sulla storia dei prezzi sono state sinora domina-
te dalla preoccupazione dei “cambiamenti da parte della moneta”. Questa fu una
grande debolezza92.
Il rischio congenito in questo tipo di calcoli è quindi troppo elevato, e rischia o
di deformare il quadro che va ricostruito, o di indurci ad accettare dati apparente-
mente coerenti con le ipotesi che si vanno dimostrando, in ogni caso con la spada di
Damocle di una potenziale, grave falsificazione. Si sono quindi voluti prendere co-
me fonti relative al prezzo dell’oro solo quei testi che riferiscono tale valore esplici-
tamente ed in modo completo93.
Da uno sguardo ai dati elencati in Tabella 1 apparirà immediatamente evidente
come la quasi totalità di essi sia fornita da testi su papiro, e dunque sia di prove-
nienza egiziana. È un problema assai diffuso quando ci si occupa di età tardoimpe-
riale, dal momento che non abbiamo alcun modo di verificare se le informazioni re-
lative alla Valle del Nilo siano così automaticamente estendibili a tutto il resto della
compagine imperiale. Nel caso di indicazioni di prezzo (e anche il prezzo dei metalli
non si esime da questo: vedremo come potesse variare su base stagionale, e anche su
base geografica a pochissima distanza) la questione si fa, come è ovvio, ancora più
grave, perché l’economia egiziana potrebbe avere delle specificità non ripetute in al-
tre aree, ma non possiamo non supporre che, più in generale, le singole aree geogra-
fiche non avessero specificità anche assai marcate94.
Purtroppo i dati a nostra disposizione sono questi, e non si può fare molto in
merito: bastino qui due osservazioni. In primo luogo le pochissime indicazioni che
ci provengono da fonti non egiziane riportano prezzi che, se per i motivi sopra indi-
cati non possiamo ritenere uguali a quelli praticati in Egitto, sembrano comunque
orientarsi nel medesimo ordine di grandezza, ed essere quanto meno commensura-
bili con quelli trasmessi dai papiri95; in secondo luogo se dal problema di definire il
91 Più moderata la posizione di Mickwitz, 1933b, cfr. p. 101, secondo cui gli altri prezzi non possono aiutarci
a conoscere il prezzo dell’oro con precisione, ma possono dirci genericamente se esso era in crescita.
92 Judges, A. V., Scopi e metodi della storia dei prezzi, in «RSI», n. 63, 1951, pp. 162-179, alle pp. 170-171.
93 Cfr. Bagnall-Sijpesteijn, 1977.
94 Cfr. Duncan Jones, 2004, pp. 50-51 e ora Bang, 2006, pp. 61-63.
95 Più in generale, l’annoso dibattito svoltosi intorno alla definizione delle eventuali specificità dell’economia egi-
24 INTRODUZIONE

prezzo dell’oro passiamo alla più generale indivuazione delle strutture politiche, giu-
ridiche, economiche e sociali inerenti la sua produzione e la sua circolazione, le fon-
ti che vengono in nostro aiuto non hanno più una provenienza geografica specifica
e si distribuiscono, come si vedrà, in modo piuttosto omogeneo su tutto il territorio
del tardo Impero romano. Prescindendo, dunque, dall’applicabilità ad altre zone dei
prezzi egiziani, di necessità un postulato, l’intera ricostruzione relativa allo “statuto”
dell’oro non è soggetta a obiezioni di questo genere.
Si tratta – è evidente – in ogni caso di un lavoro che si inserisce in una lunghis-
sima serie di studi dedicati ai medesimi argomenti, al centro, come già si è detto,
del dibattito storiografico da più di un secolo. La considerazione è piuttosto fru-
strante, anche perché negli ultimi anni sono sì emersi documenti nuovi, in partico-
lare sul fronte delle edizioni dei papiri, ma nulla che alteri in misura sostanziale il
quadro della documentazione antica già nota.
Resta aperto all’indagine, però, un campo importante, quello lessicale. Il lessico
dell’economia tardoantica, ed in particolare della monetazione, infatti, è uno strano
coacervo di termini antichi, termini moderni, termini antichi cui la numismatica
moderna ha attribuito nuovi significati. Quest’ultima categoria, in particolare, ha
creato non poche difficoltà nella storia degli studi: si pensi, per restare su un terreno
solido, condiviso da tutti, al nome follis, usato a lungo per indicare la più grande
moneta dioclezianea in biglione, che oggi sappiamo aver avuto valore di 25 denarii,
mentre a quell’epoca, come ci ha dimostrato il PBeattyPanop1, il termine follis in-
dicava un’unità di conto del valore di 12 500 denarii, o alla confusione creata dalla
distinzione tutta moderna tra aureus (in numismatica la moneta d’oro precostanti-
niana) e solidus, laddove gli antichi usavano, prima e dopo Costantino, indistinta-
mente entrambi i termini.
Da una completa analisi lessicale, fatta solo ed esclusivamente sulle attestazioni
antiche dei termini, per distinguere certezze da ipotesi di identificazione, possono in
sostanza venire alcune novità nell’esegesi di fonti che sono già state più e più volte
studiate, interpretate, tradotte, discusse. Dopo alcuni tentativi di Babelon a cavallo
tra XIX e XX secolo, di dubbio risultato, un’operazione del genere è stata avviata, a
quanto mi consta, solamente da Maria Caccamo Caltabiano e Paola Radici Colace,
che si sono dedicate però in misura esclusiva al lessico monetale greco, e principal-
mente ai termini attestati nell’Onomasticon di Polluce96. La ricerca va innanzitutto
distinta per fasi cronologiche (il denarius imperiale, ovvero la moneta d’argento,
non è certo il denarius, unità di conto ridottissima, computata addirittura a miriadi,
di epoca tardoantica) e, almeno per l’età imperiale romana, deve considerare unita-

ziana (posizione strenuamente difesa da Finley), o al contrario dell’applicabilità anche al resto dell’Impero delle
strutture economiche e produttive a noi note dai papiri sembra essersi risolta, negli ultimi anni, a favore dell’idea
di una sostanziale omogeneità dell’Egitto rispetto all’intera compagine imperiale: cfr. Strobel, 2004, p. 89 e so-
prattutto Bagnall, 2005 (cfr. p. 188: «The uniqueness argument has collapsed under two burdens. The first is the
discovery of Egyptian-style documentation in other places. The second is the successful demonstration that the
evidence even of Egyptian papyri can be brought to bear on major issues in the study of the Roman economy»).
96 Cfr. Caccamo Caltabiano-Radici Colace, 1979; Caccamo Caltabiano-Radici Colace, 1987; Caccamo Cal-
tabiano-Radici Colace, 1990; Caccamo Caltabiano-Radici Colace, 1991; M. Caccamo Caltabiano - P. Radici
Colace, Dalla premoneta alla moneta. Lessico monetale greco tra semantica e ideologia, Pisa 1992.
INTRODUZIONE 25

riamente il lessico latino e quello greco per individuare le eventuali “traduzioni” dei
singoli termini. Le difficoltà di una tale ricerca sono molteplici ed evidenti: è arduo,
e spesso arbitrario, distinguere tra nomi di unità di conto e nomi di monete fisiche;
pur nel carattere predominante di “lessico tecnico” della terminologia monetale, è
difficile valutare la “sopravvivenza” di termini anche oltre dopo l’abbandono dell’u-
nità o della moneta relativa, ad indicarne un’altra o semplicemente in termini gene-
rici; in particolare, in questo senso, non è da sottovalutare la sopravvivenza di alcuni
vocaboli presenti nelle Scritture, via via attualizzati nell’attività esegetica.
A questo scopo, il presente lavoro procede, per alcuni tratti e in particolare rife-
rimento a determinate, più controverse, fonti, anche ad una forma di analisi lessica-
le sistematica, che verifichi e riporti un’ampia campionatura di ricorrenze, tanto in
fonti letterarie (e si è cercato, in particolare, di prestare attenzione all’utilizzo nella
letteratura giuridica, o comunque con caratteri di “ufficialità”, in quanto strumento
principale per l’individuazione di un significato proprio, “tecnico”, non traslato o
colloquiale, pur non trascurando la considerazione dell’uso, che si è già detto am-
pio, del lessico monetale nella letteratura tardoimperiale, in specie cristiana), epigra-
fiche e papirologiche. Per queste ultime in particolare è ovvio che qualunque consi-
derazione se ne possa trarre soggiace comunque ai prossimi rinvenimenti ed edizioni
di testi, che ogni anno aumentano notevolmente il materiale a nostra disposizione.
Si sono pertanto presi in considerazione i termini relativi alla valuta aurea, ma an-
che a quella argentea e enea, alla coniazione, al personale operante con la moneta e
per la moneta, e ad alcuni mestieri bancari97.
Questa ricerca è stata condotta principalmente (ma non esclusivamente) con l’u-
so di strumenti informatici, ed in particolare il Thesaurus Linguae Graecae, la Biblio-
theca Teubneriana Latina, la Patrologia Latina Database, PHI #5 e PHI #7, l’Hei-
delberger Epigraphisches Datenbank. Non c’è bisogno di soffermarsi sull’utilità stra-
ordinaria di questi strumenti per simili ricerche98, ma nemmeno sulle loro lacune,
in particolare per quanto riguarda le più recenti edizioni di testi su papiro, per cui è
sempre necessario rifarsi agli ultimi volumi della Berichtigungsliste der griechischen
Papyrusurkunden aus Ägypten. Sono stati ampiamente utilizzati anche il Thesaurus
linguae latinae, il Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis di Du Cange, l’Heidel-
berger Index zum Theodosianum, il Vocabularium Codicis Iustiniani di Mayr, il The
Late Latin Vocabulary of the Variae of Cassiodorus di Zimmermann, nonché nume-
rosi volumi di concordanze a vari autori di epoca tardoantica.

97 Con il termine “banchieri” o l’indicazione “mestieri bancari” si indicano, nel corso di tutto il lavoro, quelle
persone e quelle attività legate sia alla verifica ed al cambio delle monete, sia alla concessione di prestiti dietro
interesse, quanto alla ricezione di denaro a deposito. Intendo dunque l’espressione come generica, equivalente
all’antico trapez…thj, riconoscendo ovviamente che si tratta di un termine in parte anacronistico e fonte di
possibili errori (cfr., in merito, Földi, 2000, pp. 208-209). La questione, assai dibattuta, se esistano forme di
credito nell’economia romana sta negli ultimi anni portando ad un certo consenso verso una risposta afferma-
tiva, contro la tradizionale, e “primitivistica”, visione di un’economia romana in cui la “quantità di denaro”
avrebbe coinciso con la quantità di moneta fisica. Il problema non è di diretto interesse in questo lavoro, e si
rimanda pertanto al contributo più recente (Harris, W. V., A Revisionist View of Roman Money, in «JRS», n.
96, 2006, pp. 1-24), ed alla bibliografia ivi contenuta.
98 Cfr. McCormick, 2001, pp. 4-5.
26 INTRODUZIONE

Bloch, che ha fornito esplicitamente la giustificazione teorica per un lavoro co-


me questo quando ha messo in evidenza come i fenomeni monetari siano il baro-
metro della storia economica, riconoscendo però che, come uno strano sismografo
che registra i tremori e li procura anche, essi sono sintomi ma anche causa dei mu-
tamenti nel campo economico99, come più volte vedremo nel corso della trattazio-
ne, apriva un suo articolo del 1953 citando l’abate benedettino di Tournai Gilles Li
Muisis (c. 1272-1352), molto caro ai numismatici ed agli storici dell’economia.
Non possiamo esimerci a nostra volta dal riportare alcuni versi con cui, anche agli
albori del XXI secolo, non si può non concordare: En monnaie est li cose moult ob-
scure / Elles vont haut et bas, se ne set-on que faire / Quand on quide wagnier, on troeve
le contraire...

Il presente lavoro nasce dalla parziale rielaborazione della tesi redatta durante il cor-
so di dottorato di ricerca in Scienze dell’Antichità (XIX ciclo) presso l’Università degli
Studi di Udine sotto la guida del prof. A. Marcone. A lui, agli altri docenti del dottorato
(ed in particolare al dott. S. Magnani ed al prof. A. Saccocci, sempre attenti e presenti
con preziosi consigli), al prof. A. Baldini, membro della Commissione Esaminatrice per
l’esame finale del dottorato, ai proff. B. Callegher, L. Cracco Ruggini, M. Gallina, S.
Giorcelli Bersani, E. Lo Cascio, S. Roda, D. Vera, che hanno a più riprese mostrato
grande disponibilità ed interesse per le mie ricerche vanno i più sentiti ringraziamenti.
Mi preme inoltre ringraziare tutto il personale del Seminar für alte Geschichte della
Ruprechts-Karl Universität di Heidelberg, ove ho potuto condurre, tra il 2005 ed il
2007, molti mesi di proficue ricerche, ed in particolare il prof. C. Witschel. Un ringra-
ziamento sentito, infine, va ai miei compagni di corso di dottorato, il confronto con i
quali è stato sempre incredibilmente arricchente, ed in particolare ai dott. A. Bernardel-
li, L. Gregoratti, L. Passera. Resta con tutta evidenza fermo che è integralmente mia la
responsabilità di quanto scritto.

99 Cfr. Bloch, 1933, p. 1.


INTRODUZIONE 27

Tabella 1. Attestazioni del prezzo dell’oro

Anno Prezzo Fonte Tipologia di prezzo Area geografica Pag.


ante 279 50 000 Y. Talmud Ketubot Prezzo di mercato Palestina 52
11, 2
300 60 000 P Beatty Panopolis II, Prezzo statale Tebaide Inferiore, E- 53
216 gitto
301 72 000 Ed. Diocl., 28, 1 Prezzo statale Tutto l'Impero 47
304-305 100 000 P. Oxy XVII, 2106 Prezzo statale Ossirinchite, Egitto 55
ca. 307 ca. 120 000 Y. Ma'aser Sheni 4.1 Prezzo di mercato Palestina 57
309-310 109 805 P. Ryl. IV 616 Prezzo statale Provincia Aegyptus 57
Iovia
310 150 000 P. Heid. IV, 323 c Prezzo statale Egitto 58
310-315? 360 000 P. Ryl. IV 643 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 59
316-317 432 000 P. Oxy XLIII, 3121 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 59
318 468 000 P. Oxy LV, 3791 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 60
323 < 430 207 ILS 9420 Prezzo di mercato Feltre, Venetia et 60
Histria
324 252 288 CPR VIII, 27 Prezzo statale Ermopolite, Egitto 72
324 ca. 313 509 P. Oxy XII, 1430 Prezzo statale Ossirinchite, Egitto 71
325-330 3 600 000 PSI VII, 825 Prezzo di mercato Egitto 152
325-330 3 780 000 SB XIV, 11591 Prezzo di mercato? Tebaide, Egitto 155
325-330 3 888 000 SB XIV, 11591-11592 Prezzo di mercato? Tebaide, Egitto 156
325-330 4 050 000 SB XIV, 11592 Prezzo di mercato? Tebaide, Egitto 156
330-336 10 800 000 SB XVI, 12825 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 153
330-336 11 520 000 PSI XIV, 1423 Prezzo di mercato Egitto 153
330-336 12 960 000 Stud Pal XX, 96 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 155
338-341 19 800 000 SB XIV, 11593 Prezzo di mercato? Ermopolite, Egitto 175
340-345 25 200 000 P. Oxy LIV, 3773 Dichiarazione di Ossirinchite, Egitto 176
prezzo
340-345 26 280 000 P. Oxy LIV, 3773 Dichiarazione di Ossirinchite, Egitto 176
prezzo
340-345 25 920 000 P. Oxy LIV, 3773 Dichiarazione di Ossirinchite, Egitto 176
prezzo
340-345 27 362 880 PRyl IV 657 Verso Prezzo di mercato Arsinoite?, Egitto 177
340-345 27 364 500 PRyl IV 657 Verso Prezzo di mercato Arsinoite?, Egitto 177
345-346 27 360 000 P. Oxy LVI, 3874 Prezzo statale? Ossirinchite, Egitto 178
345-346 27 468 000 P. Oxy LVI, 3874 Prezzo statale? Ossirinchite, Egitto 178
345-346 27 720 000 P. Oxy LVI, 3874 Prezzo statale? Ossirinchite, Egitto 178
346 77 760 000 P. Rain Cent 136 Prezzo di mercato Egitto 178
350-355? 329 142 888? P. Oxy XX 2267 Prezzo statale? Ossirinchite, Egitto 180
28 INTRODUZIONE

Anno Prezzo Fonte Tipologia di prezzo Area geografica Pag.


350-355 525 600 000 P. Oxy XXXIV, 2729 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 180
355-365 ca. P. Oxy XLVIII, 3401 Poco meno del Ossirinchite, Egitto 182
975 600 000 prezzo di mercato
365-370 1 440 000 000 P. Oslo III, 162 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 243
365-375 1 454 400 000 P. Oxy IX, 1223 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 244
365-375 1 458 000 000 SB XXIV, 16206 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 245
365-375 1 440 000 000 SB XXIV, 16206 Prezzo di mercato Ermopolite, Egitto 245
370-375 1 620 000 000 P. Oslo III, 88 Prezzo statale? Egitto 246
370-390 1 620 000 000 P. Oxy XLVIII, 3426 Prezzo statale? Ossirinchite, Egitto 246
370-390 2 336 400 000 P. Oxy XLVIII, 3429 Prezzo di mercato? Ossirinchite, Egitto 280
post 375 2 592 000 000 Cass., Var. I, 10, 5 Prezzo di cambio Tutto l’Impero? 305
390? 2 700 000 000? PSI VIII 959 Prezzo di mercato Antinoite, Egitto 281
375-400 2 916 000 000 PSI VIII 960 Prezzo di mercato Antinoite, Egitto 282
375-400 3 275 856 000 PSI VIII 960 Prezzo di mercato Antinoite, Egitto 282
375-400 3 304 800 000 PMünch III, 139 Prezzo di mercato Ermopolite?, Egitto 282
410-411? ca. P. Oxy LI, 3628-3633 Dichiarazione di Arcadia, Egitto 331
2 808 000 000 prezzo
400-450? 2 880 000 000 PMich XV, 740 Prezzo statale? Egitto 369
430-450? 3 024 000 000 CPR V, 26 Prezzo statale Ermopolite, Egitto 333
445 3 024 000 000 Nov. Val. 16 Circa prezzo di Tutto l’Impero 431
mercato? d’Occidente?
445 3 110 400 000 Nov. Val. 16 Prezzo di cambio Tutto l’Impero 431
d’Occidente?
445-470? 2 627 640 000? SB XXII, 15598 Prezzo di mercato? Ermopolite, Egitto? 405
ca. 450- 3 456 000 000 P Mich Inv 5576 c Prezzo di mercato Egitto 334
475?
516 o 531 2 419 200 000 BM 1075 Prezzo statale? Ermopolite, Egitto 334
ante 538? 3 732 480 000? Proc., HA 25, 12 Prezzo di cambio Tutto l'Impero 396
d’Oriente?
post 538? 3 110 400 000 Proc., HA 25, 12 Prezzo di cambio Tutto l'Impero 396
d’Oriente?
556-557? ca. P. Oxy XVI, 1911 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 403
3 721 846 154
562? ca. P. Oxy XVIII, 2195 Prezzo di mercato? Ossirinchite, Egitto 404
3 606 260 870
566 3 584 000 000 P. Oxy LV, 3804 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 405
579 6 480 000 000 PSI VIII, 963 Prezzo di mercato Ossirinchite, Egitto 408
600-615? 5 184 000 000 P. Oxy XVI, 1917 Prezzo di mercato? Ossirinchite, Egitto 410
618 5 529 600 000 P. Oxy XVI, 1904 Prezzo statale Ossirinchite, Egitto 410
INTRODUZIONE 29

5000000

4500000

4 000000

3500000

3 000000

2500000

2 000000

1500000

1000000

500000

0
275 280 285 290 295 300 305 310 315 320 325 330

Prezzo statale Prezzo di mercato

Grafico 1. Prezzo dell’oro 275-330.


30 INTRODUZIONE

9500000000
9 000000000
8 500000000
8000000000
7500000000
7000000000
6500000000
6000000000
5500000000
5000000000
4500000000
4000000000
3500000000
3000000000
2500000000
2000000000
1500000000
1000000000
500000000
0
332 334 336 338 340 342 344 346 348 350 352 354 356 358 360

Prezzo statale Prezzo di mercato Dichiarazioni di prezzo

Grafico 2. Prezzo dell’oro 330-360.


INTRODUZIONE 31

6500000000

6000000000

5500000000

5000000000

4500000000

4000000000

3500000000

3000000000

2500000000

2000000000

1500000000

1000000000

500000000
0
350 400 450 500 550 600

Prezzo statale Prezzo di mercato


Dichiarazioni di prezzo Prezzo di cambio

Grafico 3. Prezzo dell’oro 350-610.


Capitolo primo
La valuta aurea in età tetrarchica

1. La situazione della moneta aurea nella seconda metà del III secolo
A partire dai decenni centrali del III secolo l’oro circolò in tutto il territorio im-
periale sulla base dell’esclusivo valore ponderale, senza alcuna sopravvalutazione del
metallo coniato rispetto al valore intrinseco della moneta. Anche Sture Bolin, porta-
to a riconoscere lungo tutto il corso della storia romana la costante presenza di una
differenza di valore tra metallo coniato e non coniato, di fronte all’analisi degli aurei
della seconda metà del secolo sostenne che, se anche ci furono tentativi del potere
imperiale di ristabilire una moneta d’oro sopravvalutata rispetto al metallo contenu-
to, questi si scontrarono con la totale non accettazione di una simile iniziativa da
parte del pubblico, intento invece all’esclusiva valutazione del valore ponderale. I
pagamenti in questo metallo, cioè, avvenivano sulla base di una preventiva pesatura
del metallo consegnato1. Questo infatti, e non il numero dei pezzi, è il fattore de-
terminante nel determinare il valore di una quantità di un materiale che viene
scambiato sulla base del suo esclusivo valore intrinseco.
Per entrare maggiormente nel dettaglio, le monete auree mostrarono lungo tutto
il corso del III secolo – al contrario dell’argento, il cui progressivo debasement è noto
– solo leggere variazioni nel fino del metallo, limitate peraltro agli anni che vanno
dal regno di Decio a quello di Claudio il Gotico, durante i quali la percentuale
d’oro scese anche sotto il 75% del peso della moneta (mentre la percentuale di ar-
1 Cfr. Mommsen, 1860, p. 778; Lenormant, 1878-79, vol. I, p. 185; Hultsch, 18822, p. 320; Seeck, 1890, pp.
39-40; Bücher, 1894, p. 194; Salvioli, 1909, p. 287; Menadier, 1913, p. 61; Segré, 1920, p. 298; Burns, 1927, p.
153; Cesano, 1930, pp. 35-36; Mickwitz, 1932, pp. 35 e 58; Heichelheim, 1933, p. 104; Giesecke, 1938, p. 180;
Johnson, 1951, p. 14; Adelson, 1952, p. 20; Bolin, 1958, pp. 284-287; Buttrey, 1961, p. 40; Spinosi, 1961, p.
35; Jones, 1964, p. 28; Callu, 1969, p. 445; Reece, 1981, p. 79; Lo Cascio, 1984, p. 169; Doyen, 1987, p. 298;
Wolters, 1999, pp. 346-347; Strobel, 2004, pp. 78-79 (secondo cui, però, questo meccanismo si innescò solo do-
po la riforma di Aureliano); cfr. anche RIC V, vol. I, p. 7: si sostiene qui che la pesatura dell’oro dovesse necessa-
riamente avvenire in relazione alle grandi transazioni commerciali, mentre, probabilmente, «in the minor dealings
of daily life» le monete d’oro sarebbero state accettate, indipendentemente dal peso, sulla base di un determinato
rapporto di valore con la moneta divisionale. Il valore dell’oro, come si vedrà più avanti (pp. 101-113), era tale
però che nessuna transazione condotta in moneta d’oro potesse considerarsi un «minor dealing in daily life», e
dunque l’attenzione al peso effettivo delle monete doveva essere costante. Cfr. anche King, 1993a, p. 446. Più
dubbio se in epoca altoimperiale la moneta aurea avesse un valore nominale superiore all’intrinseco, anche se gli
studi si orientano sempre di più a riconoscere che l’aureo «per quasi tutto il corso della sua storia» sia stato «di
pieno valore intrinseco» (Lo Cascio, 2006b, p. 20). Sono assolutamente pertinenti, quindi, le osservazioni di C.
Katsari che fa notare come, all’interno di un sistema bimetallico, l’uso di uno solo dei due metalli come moneta
provochi inevitabilmente la scomparsa dell’altro e il collasso del sistema monetario stesso (cfr. Katsari, 2003, pp.
54-55). Esattamente questo deve essere avvenuto – come sottolinea la Katsari – e l’utilizzo dell’oro come pura
merce ne è la ovvia e immediata conseguenza.
34 CAPITOLO PRIMO

gento media si attestò intorno al 13,5%)2, fino al ristabilimento della purezza del
metallo con Aureliano3; si verificarono però numerose successive riduzioni del peso
dei singoli pezzi di conio4. Tali riduzioni furono forse motivate dal desiderio di
mantenere il rapporto di valore tra moneta aurea e moneta divisionale entro certi
limiti: di fronte alla svalutazione dei pezzi argentei le monete auree, perché il loro
valore rimanesse pari a un numero fisso o solo moderatamente variabile di questi,
diventavano più piccole5.
D’altra parte tutte le monete così emesse, parallelamente alla progressiva svaluta-
zione del divisionale, continuarono a circolare contemporaneamente, anche quando
ulteriori diminuzioni di valore dei pezzi bronzei ed argentei avevano ormai portato
alla coniazione di aurei ancora più leggeri. In questo modo, per fermare la nostra
esemplificazione solo all’epoca dei cosiddetti “Imperatori illirici”6, Aureliano coniò
oro a 1/60 di libbra prima, 1/50 poi, ma emettendo occasionalmente anche meda-
glioni da 1/40 di libbra7; Tacito aggiunse alle già esistenti monete da 1/50 anche un
nuovo pezzo da 1/70 o 1/72, più raro tra i pezzi aurelianei8; Probo continuò solo la
coniazione di 1/509, abbandonata invece da Caro, Carino e Numeriano che si at-
tennero ai pezzi da 1/60 e da 1/70 o 1/7210. Questi ultimi due piedi furono utilizza-
ti anche da Carausio e da Alletto per la coniazione dei loro pochi aurei11. Come si
2 Cfr. Morrisson, 1982, p. 204; Callu-Brenot-Barrandon-Poirier in Or monnayé I, p. 90; Morrisson-
Barrandon-Brenot, 1987, p. 188; King, 1993a, p. 445; Hollard, 1995, p. 1049; Bland, 1997, p. 34; Corbier
in CAH XII2, p. 332.
3 Cfr. King, 1993a, p. 445; Hollard, 1995, p. 1049.
4 Cfr. Hollard, 1995, pp. 1048-1049; Bland, 1997, p. 34.
5 Cfr. Carson, 1967, p. 235; Corbier, 1986, pp. 512-513; Harl, 1996, pp. 132-133; Wolters, 1999, p. 410;
Corbier in CAH XII2, p. 343. Il fatto che per mantenere fisso il rapporto di cambio oro:argento e oro:bronzo
il governo non provvedesse a diminuire il fino delle monete ma solo a ridurne il peso deve far dubitare anche
dell’ipotesi che l’autorità centrale tentasse di ristabilire una sopravvalutazione del metallo coniato rispetto a
quello non coniato. Secondo Mommsen, invece, le oscillazioni di peso della moneta d’oro dipendevano dalla
volontà imperiale di modificare a piacimento i donativi per i soldati, per i quali si manteneva fisso il numero
di monete, alterandone però il peso: cfr. Mommsen, 1890, p. 28.
6 La grande proliferazione di differenti denominazioni raggiunse però l’apice in età gallienica, quando lo stan-
dard ponderale a cui era coniato l’oro poteva variare al variare della zecca o della singola produzione (cfr. Cal-
lu, 1969, pp. 433-435; Doyen, 1987, p. 292); l’epoca degli Imperatori illirici segnò un tentativo di regolariz-
zazione: se non ridusse tutto l’oro circolante nell’Impero ad un unico standard, si cercò perlomeno di unifor-
mare le coniazioni sincroniche su tutto il territorio imperiale: cfr. King, 1993a, pp. 439-446.
7 Cfr. RIC V, vol. I, pp. 250-251; Harl, 1996, p. 146.
8 Cfr. RIC V, vol. I, p. 320. In relazione alla grande quantità di monete di peso diverso circolanti, la teoria di
Callu (cfr. Callu, 1969, pp. 436-438), secondo cui l’aureo da 1/50 sarebbe stato un multiplo pari a 1,5 volte
quella da 1/70, non è dimostrabile, e non apporta comunque maggiore ordine nella classificazione delle emis-
sioni.
9 Cfr. RIC V, vol. II, p. 2.
10 Cfr. Adelson, 1952, p. 14; RIC V, vol. II, p. 125.
11 Cfr. Giesecke, 1938, p. 197; West, 1941b, pp. 188-190; Shiel, 1977, p. 140 e pp. 160-161; RIC V, vol. II,
p. 436; Carson, 1990, pp. 136 e 140; Carson, 1992, p. 246. Gli aurei coniati dagli usurpatori britannici sono
davvero in numero scarso, e sono leggermente più numerosi quelli di Alletto rispetto a quelli di Carausio. È
più che plausibile che essi siano stati emessi soltanto in occasione di distribuzioni di donativi ai soldati. La co-
niazione degli aurei di Carausio inizia inoltre abbastanza tardi, probabilmente in relazione alle esigenze eco-
nomiche ed alle caratteristiche minerarie proprie della Gran Bretagna, con una rifusione e riconiazione di
monete di Aureliano: cfr. Huvelin, 1985, ed in particolare pp. 114-115. Il piede da 1/70, adottato dall’usur-
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 35

vede agevolmente, l’irregolarità nella scelta del piede sulla base del quale coniare
l’oro è completa, gli standard divennero così mal definiti da essere di fatto inesisten-
ti12: la circolazione dell’oro in un tale contesto non poteva avvenire se non pesando
la quantità di metallo, pena gravi disagi nello svolgimento delle transazioni, che
coinvolgevano comunque cifre di altissimo valore13.
Il fatto stesso che queste monete circolassero tutte insieme, anche laddove la va-
rietà era tanto grande e le differenze di peso alle volte tanto irregolari da non poter
far percepire tutti i pezzi come multipli o sottomultipli gli uni degli altri, è estre-
mamente significativo. È infatti ovvio che, in un sistema monetario come quello an-
tico, in cui il valore nominale di una moneta, per quanto sopravvalutato, non pote-
va completamente prescindere dall'esistenza di un intrinseco metallico, una moneta
che venga dichiarata fuori corso vale esclusivamente per il peso di metallo che con-
tiene14. Risulta perciò significativa l’abitudine di indicare con regolarità il peso su
ogni singolo pezzo, proprio come accadeva con i lingotti di metallo prezioso15. Dal
momento che, però, la circolazione dell'oro era già esclusivamente ponderale, non
era pensabile né sensata alcuna messa fuori corso di aurei delle epoche precedenti,
che continuarono a circolare, esattamente come prima, sulla base del loro intrinse-
co. Ne deriva – ci torneremo più avanti – la conseguenza che le monete auree, a dif-
ferenza di quelle di bronzo e d'argento, non possono perdere, in senso proprio, cor-
so legale.
Considerando come tali oscillazioni non seguissero nemmeno più, nell’ultimo
quarto del secolo, la svalutazione progressiva del divisionale, è lecito presumere inol-
tre che il tentativo di mantenere un rapporto fisso di cambio venisse abbandonato,
presumibilmente in età aurelianea, in corrispondenza con il ristabilimento della pu-
rezza metallica, ed il valore dell’oro, così sganciato da quello dell’argento e del bron-
zo, oscillasse, rispetto all’unità di conto, insieme a tutte le altre merci sul mercato16.
Cominciò cioè a manifestarsi, con la metà del III secolo, e fu poi accettata a livello
istituzionale, una dicotomia tra oro e divisionale, che circolavano ormai separata-
mente, con variazioni continue del tasso di cambio tra l’uno e l’altro17. È questa la

patore, indica una mancata adesione della Britannia al cambiamento di piede di coniazione che, come vedre-
mo, Diocleziano operò nel 286: cfr. Seeck, 1890, p. 42.
12 Cfr. Cesano, 1930, p. 36; Mickwitz, 1934, p. 241; Corbier, 1986, p. 513; Bland, 1996, pp. 69-70; Bland,
1997, p. 34.
13 È curioso l’approccio di Michell, 1947, pp. 2-3, che ritiene che l’oro circolasse a peso non perché coniato
su molti piedi diversi, ma perché completamente rovinato dall’uso fraudolento di asportare parti di moneta:
l’idea rientra però nel quadro fortemente moralistico tratteggiato del III secolo, «the most unhappy and into-
lerable century in which mankind has suffered for the ambitions of head-strong men». Si noti che alcuni rin-
venimenti mostrano una tendenza a tesaurizzare di preferenza le monete di maggior peso, che assommano,
come è ovvio, maggior valore intrinseco in minor volume rispetto a una manciata di monete più piccole: cfr.
Le Gentilhomme, 1943, pp. 16-17 e 23-24.
14 Cfr. Caccamo Caltabiano, 1993, p. 122.
15 Cfr. Mommsen, 1890, p. 29.
16 Cfr. Howgego, 1995, pp. 138-139; Lo Cascio, 1984, p. 133; Carson, 1965, pp. 231-232.
17 Cfr. Hollard, 1995, p. 1078. Secondo Depeyrot, 1991b, p. 200, una simile situazione si verificò solo a par-
tire dal regno di Aureliano; il fenomeno sembrerebbe invece già in azione nell’epoca di Filippo l’Arabo, a giu-
dicare da CIG 5008 e 5010: cfr. Harl, 1996, p. 133.
36 CAPITOLO PRIMO

base fondamentale, come meglio vedremo, della struttura monetaria tardoantica.


La più logica ed immediata conseguenza di questa situazione fu uno sgancia-
mento anche dei fenomeni inflativi: mentre i prezzi in unità di conto, e cioè in mo-
neta divisionale, continuavano a crescere, i prezzi in oro rimasero invece in larga
misura stabili, come ovvia conseguenza del fatto che lo stesso prezzo dell’oro seguiva
le oscillazioni del mercato18. È ovvio infatti che l’abolizione di un rapporto fisso di
cambio tra le monete divisionali e la moneta aurea desse ulteriore impulso all’au-
mento dei prezzi espressi nelle prime, esasperando per contrasto la loro natura no-
minale19. Si noti che il metallo giallo, in questo contesto, tende ovviamente ad esse-
re tesaurizzato, quindi sottratto dal mercato con un suo conseguente ulteriore au-
mento di prezzo20. Su questo, comunque, torneremo in modo assai più diffuso.
È bene chiarire fin da subito che questa “fluttuazione” del prezzo dell’oro va
studiata tenendo in considerazione alcuni punti fermi: le variazioni erano simili a
quelle note per tutte le altre merci, e sappiamo con certezza – lo vedremo nel corso
dell’analisi – che vi erano differenze su scala geografica, anche a breve distanza, e
persino stagionali, al punto che alcuni papiri mostrano anche nello stesso testo
prezzi diversi per la moneta aurea; lo Stato, al contrario, imponeva dei prezzi per il
metallo prezioso, sulla base dei quali operare le proprie transazioni – per gli acquisti
forzosi, o per il cambio da oro a bronzo – che vennero sì alzati in relazione alle spin-
te del mercato, ma mantenendo valori inferiori rispetto a quelli assunti sulla libera
piazza. Nulla impedisce di pensare, inoltre, che lo Stato stesso assegnasse all’oro
prezzi diversi in relazione ai diversi usi che ne faceva, ad esempio quando nei cambi
monetari lo riceveva e quando lo consegnava o – ancor più – in occasione dei com-
merci con l’estero, con un meccanismo che peraltro non ci è estraneo ancora oggi21.
In sostanza, nella seconda metà del III secolo l’oro si qualifica ormai compiuta-
mente in termini giuridici come una merx e non come un pretium, sulla base degli
specifici significati acquisiti da questi termini nel diritto romano. Sarà dunque op-
portuno, prima di procedere, approfondire in modo adeguato questi concetti.
2. La definizione della compravendita ed i concetti di merx e pretium
Il dibattito relativo alla definizione della natura della compravendita nel diritto
romano fu lungo e laborioso. Per utilizzare la definizione elaborata da Vincenzo A-
rangio-Ruiz, è da intendersi come “un contratto consensuale e bilaterale in virtù del
quale una delle parti si obbliga a trasmettere all’altra il pacifico godimento di qual-
cosa, detta merce, mentre l’altra parte si obbliga a trasferire alla prima la proprietà
di una somma di denaro detta prezzo”22; la complicazione più grave nasceva però in
relazione alla definizione del baratto: fin dall’età augustea, infatti, si erano formate
due scuole di pensiero, quella dei Sabiniani, che pensavano che anche il baratto do-
18 Cfr. Kent, 1956, pp. 190-191; Sperber, 1974a, pp. 131-132 e 152.
19 Cfr. Burnett, 1987, p. 114.
20 Cfr. Lo Cascio, 1984, p. 165.
21 «Che si dia un prezzo diverso alla unità monetaria, secondo il suo impiego, è del resto esperienza di molte
economie» (Picozza, 1981, p. 18).
22 Arangio-Ruiz, 19542, p. 88.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 37

vesse essere considerato una forma di compravendita, e quella dei Proculiani, che
esprimevano parere diametralmente opposto.
Le due teorie erano già state presentate nelle Istituzioni di Gaio, che propendeva
esplicitamente – e con lui la maggior parte della giurisprudenza repubblicana ed al-
to Imperiale – per la posizione sabiniana23: Emptio et venditio contrahitur, cum de
pretio convenerit, quamvis nondum pretium numeratum sit ac ne arra quidem data
fuerit. Nam quod arrae nomine datur, argumentum est emptionis et venditionis
contractae24. Pretium autem certum esse debet. Nam alioquin si ita inter nos convenerit,
ut quanti Titius rem aestimaverit, tanti sit empta, Labeo negavit ullam vim hoc negoti-
um habere; cuius opinionem Cassius probat. Ofilius et eam emptionem et venditionem
esse putauit; cuius opinionem Proculus secutus est. Item pretium in numerata pecunia
consistere debet. Nam in ceteris rebus an pretium esse possit, veluti homo aut toga aut
fundus alterius rei pretium esse possit, valde quaeritur. Nostri praeceptores putant etiam
in alia re posse consistere pretium; unde illud est, quod vulgo putant per permutationem
rerum emptionem et venditionem contrahi, eamque speciem emptionis venditionisque
vetustissimam esse [...]25. Diversae scholae auctores dissentiunt aliudque esse existimant
permutationem rerum, aliud emptionem et venditionem; alioquin non posse rem expe-
diri permutatis rebus, quae videatur res venisse et quae pretii nomine data esse, sed rur-
sus utramque rem videri et venisse et utramque pretii nomine datam esse absurdum vi-
deri. Sed ait Caelius Sabinus, si rem tibi venalem habenti, veluti fundum, [acceperim
et] pretii nomine hominem forte dederim, fundum quidem videri venisse, hominem au-
tem pretii nomine datum esse, ut fundus acciperetur. (Gai., Inst. III, 139-141)26.

23 Sull’appartenenza di Gaio alla scuola sabiniana, al punto di non rispondere nemmeno alle obiezioni mosse
dai Proculiani sulla diversità delle obbligazioni del compratore e del venditore, sulla diversità delle azioni di
tutela (secondo i Sabiniani il permutante può esperire l’azione da compravendita, secondo i Proculiani il ven-
ditore può ricorrere soltanto all’actio in factum), cfr. De Zulueta, 1953, pp. 168-169; Tozzi, 1961, pp. 440-
441 e Nicolet, 1984, p. 114. Più sfumata la posizione di Melillo, 1978, p. 63, secondo cui non è chiaro quan-
to Gaio aderisca in questo passo alla posizione sabiniana; come lo stesso Melillo ammette, però, il valde quae-
ritur può testimoniare non di un dubbio di Gaio stesso, ma della ampia diffusione della teoria proculiana.
24 Sul valore di questo chiarimento di Gaio, mirato probabilmente a sottolineare la differenza tra il diritto
romano e quello greco, che «non riconosceva l’esistenza giuridica di una compravendita se non ad avvenuto
pagamento del prezzo», e sulla successiva riapparizione della concezione “greca” nel diritto giustinianeo, cfr.
Arangio-Ruiz, 19542, pp. 91-92 e 101-105.
25 Non vengono riportate le citazioni omeriche addotte a sostegno delle diverse dottrine. Per il significato del-
le citazioni omeriche, presenti non solo in Gaio, ma anche in Plinio il Vecchio e in Paolo, cfr. Nicolet, 1984,
pp. 118-119.
26 «La compravendita è contratta quando si sia trovato accordo sul prezzo, per quanto il prezzo non sia ancora
stato pagato e neppure sia stata versata una caparra. Infatti ciò che viene dato a titolo di caparra è prova che la
compravendita è già stata contratta. Ma il prezzo deve essere certo. Infatti, Labeone negò che altrimenti, se ci
sia accordati tra di noi che una merce venga comprata a tanto quanto un terzo ne abbia stimato il valore, que-
sto contratto avesse alcun valore; Cassio approva la sua opinione. Ofilio ritenne che anche questa fosse com-
pravendita; Proculo seguì la sua opinione. Analogamente il prezzo deve consistere in denaro contante. Infatti
ci si chiede a buon diritto se il prezzo possa consistere in altre cose, come ad esempio se un uomo o una toga o
un fondo possano essere prezzo di un’altra merce. I nostri precettori ritengono che il prezzo possa consistere
anche in un’altra merce; donde ne deriva che ritengono comunemente che la compravendita sia contratta
tramite scambio di beni, e che quella sia la forma più antica di compravendita […] Gli autori di un’altra scuo-
la dissentono, e ritengono che lo scambio di beni e la compravendita siano cose differenti; altrimenti, ritengo-
no che, scambiati i beni, non si possa spiegare quale oggetto sia stato venduto e quale dato a titolo di prezzo,
ma al contrario che sembrerebbe assurdo che entrambi risultino sia venduti sia dati a titolo di prezzo. Ma Ce-
38 CAPITOLO PRIMO

Il punto centrale della discussione, in sostanza, è se – all’interno di un’opera-


zione di compravendita – la merx in quanto oggetto venduto ed il pretium in quan-
to “oggetto” dotato di potere d’acquisto debbano essere rigorosamente distinguibili,
o se possano invece essere a tutti gli effetti interscambiabili. La posizione proculiana
è posizione assai più netta, dal momento che in essa tale distinzione non è sempli-
cemente formale, ma deve portare con sé chiari effetti giuridici, soprattutto nel sen-
so di istituire come completamente differenti le figure del compratore e del vendito-
re, con le loro responsabilità ed obbligazioni27.
Quello che avviene nel corso del tempo è un progressivo e completo passaggio
della giurisprudenza ufficiale alla dottrina proculiana, che risulterà ancora dominan-
te nelle Istituzioni giustinianee. I compilatori delle Istituzioni infatti indicano la
meritata “vittoria” della teoria proculiana su quella sabiniana come opera di alcuni
Imperatori del passato, e rimandano alla lettura del Digesto per identificare il mo-
mento esatto in cui la tesi sabiniana fu definitivamente estromessa dall’elaborazione
giurisprudenziale: Sed Proculi sententia, dicentis permutationem propriam esse speciem
contractus a venditione separatam, merito praevaluit, cum et ipse aliis Homericis versi-
bus adiuvatur et validioribus rationibus argumentatur. Quod et anteriores divi princi-
pes admiserunt et in nostris digestis latius significatur. (Inst. Iust., III, 23)28. È infatti
all’interno del Digesto che troviamo, significativamente in apertura del lungo titolo
dedicato alla emptio et venditio, la completa teorizzazione di Paolo (dal XXXIII libro
ad edictum), esplicitamente proculiana nei contenuti: Origo emendi vendendique a
permutationibus coepit. Olim enim non ita29 erat nummus neque aliud merx aliud pre-
tium vocabatur, sed unusquisque secundum necessitatem temporum ac rerum utilibus
inutilia permutabat, quando plerumque evenit, ut quod alteri superest alteri desit. Sed
quia non semper nec facile concurrebat, ut, cum tu haberes quod ego desiderarem, invi-
cem haberem quod tu accipere velles, electa materia est, cuius publica ac perpetua aesti-
matio difficultatibus permutationum aequalitate quantitatis30 subveniret. Eaque mate-
ria forma publica percussa usum dominiumque31 non tam ex substantia praebet quam
ex quantitate nec ultra merx utrumque, sed alterum pretium vocatur. Sed an sine
nummis venditio dici hodieque possit, dubitatur, veluti si ego togam dedi, ut tunicam

lio Sabino dice che, se io avessi ricevuto da te che lo possiedi un bene in vendita, ad esempio un fondo, e ti a-
vessi dato, ad esempio, un uomo a titolo di prezzo, di certo il fondo risulterebbe venduto, e l’uomo dato a ti-
tolo di prezzo per ricevere il fondo».
27 Cfr. Arangio-Ruiz, 19542, pp. 134-135; Melillo, 1978, pp. 59-60; Lo Cascio, 1986, p. 536. La posizione
definita “proculiana” è in realtà probabilmente più antica, e potrebbe risalire già a Labeone: cfr. Nicolet,
1984, pp. 132-133. Sulle obbligazioni del compratore e del venditore, cfr. il cap. III di Arangio-Ruiz, 19542.
Riflessioni sulla moneta e sul suo statuto sono in realtà già presenti nel pensiero filosofico greco, ma non ci in-
teressano qui direttamente: cfr. Nicolet, 1971, pp. 1203-1206.
28 Lo Cascio, 1986, p. 540, nota giustamente come la teoria proculiana risulti qui chiaramente la teoria dei
principes, perché – come vedremo a breve – «meglio accetta dell’altra a un’autorità che intendesse affermare le
proprie prerogative sulla moneta».
29 Si è più volte sostenuto, e probabilmente a ragione, che questo ita abbia poco significato, e si debba sup-
porre la caduta di un ut, forse collocato dopo nummus. Tutto ciò non altera comunque in alcun modo il signi-
ficato del passo. Cfr. Arangio-Ruiz, 19542, pp. 4-5.
30 Sull’aequalitas quantitatis, cfr. Melillo, 1978, p. 56 e soprattutto Lo Cascio, 1986, p. 538.
31 Cfr. Melillo, 1978, pp. 57-58.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 39

acciperem. Sabinus et Cassius esse emptionem et venditionem putant: Nerva et Proculus


permutationem, non emptionem hoc esse. […]32 Sed verior est Nervae et Proculi senten-
tia: nam ut aliud est vendere, aliud emere, alius emptor, alius venditor, sic aliud est pre-
tium, aliud merx: quod in permutatione discerni non potest, uter emptor, uter venditor
sit. (Dig., XVIII, 1, 1)33.
Non ci interessa, in questo contesto, definire quando la posizione proculiana abbia
assunto preminenza34; è fondamentale tenere presente che dal III al VI secolo la teoria
proculiana-paolina era assolutamente dominante, ed i concetti di merx e pretium era-
no quindi rigorosamente distinti, come mostra, durante il regno di Costanzo II, anche
CTh IX, 23, 1 (pecunias vero nulli emere omnino fas erit nec vetitas contrectare, quia in
usu publico constitutas pretium oportet esse, non mercem). Per dirla con un altro brano di
Paolo, tratto dal XXXII libro ad edictum e tràdito come D XIX, 4, 135, sicut aliud est
vendere aliud emere, alius emptor alius venditor, ita pretium aliud aliud merx36. Non
sono le compilazioni giuridiche le uniche fonti in proposito: la differenza tra merce e
prezzo, e segnatamente tra il bronzo come metallo (merce) e come moneta (prezzo) è
perfettamente nota ancora a Boezio: Sicut nummus quoque non solum aes impressum
quadam figura est, ut nummus vocetur, sed etiam ut alterius sit rei pretium… quemad-
modum nummus non aes, sed proprio nomine nummus, quo ab alio aere discrepet, nun-
cupatur (Boeth., De interpr. PL 64, 308 C)37.
Paolo afferma dunque che il valore del denaro è quello della quantità di monete
consegnate (quantitas, cioè il valore nominale, più spesso indicato con i termini po-
testas o potentia), e non quello del metallo che le compongono (substantia, cioè il va-
lore intrinseco)38. Ciò che caratterizza la moneta è una forma di credito, che le at-
32 Paolo fa ricorso, nella parte non riportata, a tre citazioni omeriche a sostegno delle due posizioni.
33 «La compravendita trae origine dagli scambi. Una volta infatti la moneta non era così, né si distinguevano
merce e prezzo come cose diverse, ma ciascuno, secondo la necessità del momento e delle circostanze scambia-
va oggetti inutili con oggetti utili, dal momento che il più delle volte accade che ciò che ad uno è d’avanzo
all’altro manchi. Ma poiché non accadeva sempre né facilmente che, quando tu avessi ciò che io desiderassi, io
avessi a mia volta ciò che tu volessi ricevere, fu scelta una materia, la cui valutazione pubblica e perpetua venis-
se in sostegno alle difficoltà degli scambi con l’uguaglianza della quantità. E quella materia, impressa con un
segno pubblico, offre un uso concreto ed un diritto reale non tanto per la sua sostanza quanto per quantità, né
si chiamano più entrambi gli elementi merce, ma uno prezzo. Ma si dubita se anche oggi possa definirsi una
vendita senza prezzo, ad esempio se ti ho dato una toga per ricevere una tunica. Sabino e Cassio ritengono che
sia una compravendita: Nerva e Proculo che essa sia uno scambio, non un acquisto. […] Ma è preferibile il
parere di Nerva e Proculo: infatti come una cosa è vendere, un’altra comprare, una persona il compratore,
un’altra il venditore, così una cosa è il prezzo, un’altra la merce: e questo, quale sia il compratore, quale il ven-
ditore, non si può distinguere nello scambio».
34 Cfr. Nicolet, 1984, p. 126; Lo Cascio, 1996, pp. 276-279.
35 Il brano era presumibilmente contiguo a D XVIII, 1, 1: cfr. Melillo, 1978, p. 58.
36 Cfr. Melillo, 1978, p. 59: «non è dubbio che il pretium, in quanto prestazione monetaria (chiarissimo nel
principio [di D XVIII, 1, 1] il riferimento ai nummi), è un elemento strutturante nella configurazione della
compravendita: esso, infatti, rende possibile la discriminazione tra compratore e venditore e di tutti e due ri-
spetto ai contraenti la permuta».
37 «Così come anche la moneta non è bronzo impresso con una qualche figura solo perché sia definito mone-
ta, ma anche perché sia il prezzo di un altro bene… come la moneta è definita non bronzo, ma moneta, con
un nome proprio, per il quale sia distinta dall’altro bronzo».
38 In generale, sulla scarsità di contributi definitori sulla moneta nelle fonti giuridiche romane, cfr. Melillo,
1978, pp. 52-53.
40 CAPITOLO PRIMO

tribuisce l'autorità emittente e che il pubblico percepisce, che la distingue dal mero
equivalente peso di metallo e che è infine revocabile, nel momento in cui la moneta
stessa venga dichiarata fuori corso39. Vi è quindi, in sostanza, l’attribuzione, in linea
teorica, all’autorità imperiale della possibilità di diminuire il valore intrinseco delle
monete, o di alzarne quello nominale, senza che questo debba provocare un loro ri-
fiuto da parte del mercato. Siamo cioè ad un primo abbozzo di quella che è la circo-
lazione fiduciaria della moneta40. La possibilità così concessa agli Imperatori veniva
a fornire una ulteriore possibilità di aumentare le entrate dello Stato senza dover ne-
cessariamente incrementare la pressione fiscale41.
Come già si è detto per quanto riguarda la seconda metà del III secolo, e come si
vedrà per tutta l’epoca tardoantica, la moneta aurea si definiva senza ombra di dub-
bio come merce, e non risultava – da un punto di vista prettamente giuridico – una
moneta in senso proprio42. Per esso non era quindi prevista né prevedibile l’at-
tribuzione di un valore nominale superiore al valore intrinseco, né una revocabilità,
come si è già detto e si ripeterà più avanti, che gli permetta di perdere corso legale.
In sostanza, «l'utente della moneta aurea imperiale rifiutava insomma un qualsivo-
39 Cfr. Caccamo Caltabiano, 1993, p. 113; Wolters, 1999, pp. 357-360 (ove si mette in evidenza come simili
concetti, anche se espressi con minore chiarezza, fossero alla base anche di formulazioni di Plinio il Vecchio,
di Gaio e di altri giuristi). Non a caso, secondo Volusio Meciano le monete straniere sono merce (Distrib. 45:
peregrinus nummus loco mercis, ut nunc tetrachmum et drachma, habebatur, ma cfr. anche 44: ita ut omnis
nummus argenteus ex numero aeris potestatem haberet): cfr. Strobel, 2004, p. 51.
40 Cfr. Gualazzini, 1961, pp. 94-97; Nicolet, 1984, p. 109; Lo Cascio, 1984, pp. 153-154; Lo Cascio, 1986,
pp. 538-539, Strobel, 2004, pp. 50-51. La “genesi” concettuale qui messa in luce è naturalmente da intendere
in senso teorico e non cronologico: non si intende certo sostenere che solo con l’età severiana si sia sviluppata
una monetazione con valore nominale superiore all’intrinseco (posizione che sarebbe assurda, e certo erronea,
cfr. l’“autocorrezione” di Bolin, 1958, pp. 63-64; lo studioso svedese aveva infatti in un primo momento rite-
nuto che tra Traiano e Settimio Severo la moneta avesse circolato sulla base del solo intrinseco). Già Lenor-
mant, 1878-79, cfr. vol. III, p. 20, aveva notato l’assenza in Paolo, rispetto ad Aristotele, di qualsiasi riferi-
mento all’utilità di per sé della materia scelta per costituire la moneta, e come quest’impostazione – da lui mo-
ralisticamente definita falsa dottrina, causa di grave rovina nei secoli successivi – aprisse la strada alla “moneta-
segno”. La medesima idea, per quanto accennata di passaggio, si riscontra in Salvioli, 1909, cfr. p. 286, e me-
glio elaborata in Ciccotti, 1915, p. clvii. Si noti come la distinzione tra economia monetaria ed economia fi-
duciaria, separazione che permetteva, pur riconoscendo alla moneta antica una funzione economica, di ritene-
re che essa restasse comunque sempre moneta-merce, era stata contestata da Marx, che mise in luce come le
due forme di economia, pur corrispondendo a stadi di sviluppo della produzione capitalista, non fossero for-
me distinte ed autonome di circolazione: cfr. Salvioli, 1909, pp. 264-265. Deve ovviamente restare scontato
che questo non significa affatto che nell’antichità si potesse arrivare a forme di circolazione puramente fiducia-
ria simili a quelle della nostra cartamoneta: cfr. Segré, 1943, p. 24. Mancava, oltre alle infrastrutture economi-
che delle autorità emittenti del mondo contemporaneo (come la “riserva aurea”), anche una sensibilità del
pubblico in quella direzione (nella forma di una scarsa fiducia per le monete con ridotto valore intrinseco). Le
manovre monetarie tardoantiche, pertanto, giocheranno nella direzione della creazione di un interpretium tra
valore intrinseco e valore nominale, ma senza la minima possibilità di pensare a qualche forma di valuta com-
pletamente slegata da un contenuto metallico (cfr. Beyer, 1995b, p. 43, che parla di «gebundene Währun-
gen»). Sembra dunque da respingere l’idea di Tozzi, 1961, pp. 443-445, secondo cui «qui sembra di essere più
vicini alla teoria della moneta-merce che non a quella della moneta-segno», perché «il quantitativismo è il lo-
gico sviluppo del metallismo». Tozzi intende infatti il concetto di quantitas non come potentia ma come pre-
corrimento della moderna teoria quantitativa della moneta, e quindi come “offerta” di circolante.
41 Cfr. Lo Cascio, 1984, p. 149; Corbier, 1986, pp. 499-501; Lo Cascio, 1993a, p. 259.
42 Cfr. Foraboschi, 1999, pp. 174-175. Si veda anche il passo di Modestino D XXXIV, 2, 9, ove si parla di
corrispondere un certo peso di oro ed argento non in materia ma al pretium praesentis temporis: cfr. anche
Tozzi, 1961, p. 446.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 41

glia margine di fiduciarietà»43. Non a caso, in relazione alla moneta aurea non si
parla mai – come vedremo in un gran numero di fonti – di “cambiare”, ma sempre
di “comprare” e “vendere”44. In sostanza, l’epoca tardoantica avrebbe potuto condi-
videre quanto disse un rapporto speciale del 22 settembre 1698 del Council of Tra-
de inglese:
poiché è impossibile che più di un metallo sia la vera misura del commercio; e il
mondo per consenso e convenienza comuni ha stabilito che quella misura sia
l’argento; l’oro, come gli altri metalli, dev’essere considerato come un prodotto […]
e il suo valore sarà sempre modificabile45.
Un’obiezione può essere sollevata a questo punto: se la moneta aurea circolava e-
sattamente sulla base del proprio valore ponderale, lo Stato nel coniarla andava incon-
tro ad una perdita netta, dal momento che le spese di coniazione non erano compen-
sate dalla sopravvalutazione del metallo coniato. In realtà una simile osservazione è as-
sai minimalista: l’amministrazione statale, anche in epoca antica, aveva, oltre all’e-
ventuale guadagno diretto dovuto alla sopravvalutazione del valore nominale, nume-
rosi vantaggi dalla coniazione di moneta, come il pagamento degli stipendi, il finan-
ziamento delle infrastrutture, il versamento dei donativi, l’agevolazione dei computi e
delle riscossioni fiscali46, e ultimo ma non ultimo il “ritorno d’immagine” che la mo-
neta d’oro con le sue immagini e le sue legende poteva fornire47.
Diversa è invece l’opinione di Hultsch, seguita da altri studiosi, secondo cui lo
Stato avrebbe trattenuto, nell’atto della coniazione, uno Schlagschatz come compen-
so delle spese di produzione monetaria48. Questa teoria è stata introdotta in riferi-
mento ai solidi di epoca costantiniana e post-costantiniana assai più che agli aurei
tetrarchici, per spiegare perché raramente le monete pervenute fino a noi siano di
peso pari o superiore a 1/72 di libbra. In realtà la differenza di peso è troppo ridotta
(si tratterebbe di un solido per libbra), e soprattutto troppo irregolare, perché possa
trattarsi di una trattenuta di questo genere49, e la deficienza media si colloca tran-

43 Cracco Ruggini, 1987, p. 191.


44 Torneremo su questo punto, con abbondanza di esempi, nel corso del prossimo capitolo (p. 94). È estre-
mamente adatta al proposito la terminologia adottata da Mommsen, quando indicò il conio del solido come
solo “enunciativo” e non “dispositivo”: cfr. Mommsen, 1860, p. 836.
45 Traduzione tratta da Bernstein, 2000, p. 236, cui si rimanda anche per una contestualizzazione di questo rap-
porto. La situazione era dunque esattamente all’opposto di quanto indicato da Adelson, 1952, p. 13, secondo cui
il valore dell’oro era costante, e gli altri prezzi variavano in rapporto a questo. È il fatto che l’oro si configuri giuri-
dicamente come merce, e dunque si compri e si venda, come si è detto, ad escludere questa eventualità.
46 L’attenzione degli studiosi si è in effetti più volte soffermata sui “moventi” per cui gli Stati antichi coniasse-
ro moneta, ed in particolare sul perché sia iniziata, nella Grecia arcaica, la produzione di moneta tout court.
Per una sintesi recente della questione, cfr. von Reden, 2002, p. 152.
47 Cfr. Lopez, 1961, pp. 64-65 (che pure è convinto che lo Stato tragga un guadagno dalla coniazione, ma indica
assai bene il valore simbolico e propagandistico insito nella coniazione dei metalli preziosi); Jones, 1974, p. 65.
Felice la sintesi di Bernstein, 2000, p. 73, secondo cui la coniazione dell’oro a Bisanzio (ma la considerazione vale
per tutto l’Impero tardoantico) serviva «non solo per soddisfare l’esigenza di denaro ma anche come strumento di
pubbliche relazioni e di propaganda con cui enfatizzare il potere e ostentare la ricchezza».
48 Cfr. Seeck, 1890, p. 47; Ulrich Bansa, 1949, pp. 358-359; Adelson, 1952, p. 81; Lopez, 1961, p. 65.
49 Nel caso del solido costantiniano si tratterebbe di un 2,2% per moneta secondo Seeck, 1890, p. 47, che tra
i pezzi analizzati a Berlino ne registra comunque anche alcuni superiori al peso di 4,55 g; di un solido per lib-
42 CAPITOLO PRIMO

quillamente intorno a quel 2% che è normalissimo effetto dell’usura dovuta alla cir-
colazione50; l’insistenza, poi, ricorrente nei testi papiracei, al fatto che i solidi siano
di peso pieno e quindi tetragramma‹a rende non accettabile la teoria di Hultsch51.
Il fatto che gli exagia, i pesi campione, siano anch’essi di peso inferiore a 1/72 di
libbra esclude inoltre del tutto l’ipotesi secondo cui tale provvedimento dovesse ser-
vire anche a incassare un ulteriore guadagno nel momento in cui i pagamenti dai
privati erano invece esatti a peso pieno52.
Con assai maggiore plausibilità, si dovranno incolpare dunque per il peso spesso
inferiore alle aspettative l’usura, eventuali difetti di coniazione, e soprattutto la no-
stra imperfetta conoscenza del peso esatto di una libbra romana. Non aiutano infat-
ti i “pesi ufficiali” rinvenuti, in realtà molto diversi tra loro53, e per i quali si po-
trebbe sospettare – quando sottopeso – che servissero appunto a verificare le monete
tenendo conto dello Schlagschatz. La libbra romana e bizantina è stata così valutata
in modo assai differente54, e se per Boeckh e Hultsch, e per buona parte degli stu-
diosi, doveva equivalere a circa 327,45 g, fu invece indicata in 322,56 g da Navil-
le55, e Viedebant ritenne addirittura di dover introdurre una forcella 320,9 – 327,5
g. Segré e Lazzarini invece espressero rispettivamente in 323,50 e 323,26 g l’am-
montare della libbra, e più recentemente Suchodolski la ha collocata tra i 326 e 327
g, proponendo di mantenere l’approssimazione a 32756. Secondo Schilbach essa va-
riò invece nel corso del tempo, e nel IV-VI secolo d. C. fu pari a circa 324 g, valore
confermato, per quanto riguarda il peso dei solidi, dagli studi di C. Carcassonne57;
circa 322 g nel VI-VII secolo58. Hahn e Metlich, invece, hanno del tutto abbando-
nato la speranza di raggiungere risultati precisi, e seguendo un metodo diverso

bra, invece, secondo Ulrich Bansa, 1949, pp 358-359, e quindi di poco meno dell’1,4 %.
50 Cfr. Depeyrot, 1995b, p. 4; Guest, 2005, p. 36. Per un confronto, cfr. l’esempio inglese fornito da Smith,
1776, p. 464. Un confronto tra l’usura dovuta alla circolazione delle monete antiche e di quelle moderne è stato
condotto da Duncan Jones, 1994, cfr. p. 192. Si è inoltre detto che gli strumenti di pesatura romani arrivavano
ad una precisione di mezza siliqua, pari cioè proprio al 2% circa del peso del solido: cfr. Adelson, 1957, p. 46, che
ritiene però, quasi paradossalmente, che un 2% circa del peso teorico fosse detratto per spese di emissione (cfr. pp.
48-49). Si tenga poi presente che sono noti solidi di peso superiore a 4,5 g e che un tesoro come quello di Emona,
rivenuto nel 1913, con monete quasi fior di conio, contiene per lo più pezzi di peso oscillante tra 4,48 e 4,56 g
(cfr. Martin, 1988, p. 213), così come i pesi medi delle quattro serie di monete del tesoro di Szikáncs sono di 4,5;
4,501; 4,497; 4,493 g (cfr. Martin, 1988, p. 217). Ancora, un solido di Valentiniano I e uno di Graziano rinve-
nuti a Bourges, in eccellente stato di conservazione, pesano 4,5 e 4,51 g (Amandry-Ruffier, 1984).
51 Già Brambach, 1929, p. 290 e Grierson, 1961b, p. 415, negavano l’esistenza dello Schlagschatz.
52 Sugli exagia vedi pp. 99-116.
53 Alcuni, palesemente errati, farebbero pensare ad una libbra superiore a 380 g: cfr. Schilbach, 1970, p. 165.
Resta da chiedersi il perché della loro esistenza, se fossero stati creati ad esempio per frodare il contribuente.
54 Guey, 1976 ha argomentato l’impossibilità di fornire un’approssimazione più precisa di un decigrammo.
Cfr. anche Guey-Carcassonne, 1980.
55 La libbra di Naville è stata recentemente accolta anche da Duncan Jones, 1994, cfr. pp. 213-215.
56 Cfr. Suchodolski, 1981, in particolare p. 130. Si noti però che Suchodolski esclude completamente la pos-
sibilità che alcuni solidi pesassero più di 1/72 di libbra, ritenendo che le oscillazioni attestate vadano ritenute
tutte operanti al di sotto del peso teorico della moneta d’oro.
57 Cfr. Carcassonne, 1977.
58 Cfr. Panciera, in DizEp, s.v. libra; Schilbach, 1970, p. 166-167; Basilopoulou, 1983, pp. 245-248; Ben-
dall, 1996, pp. 6-7.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 43

(moltiplicare per 1728 il peso della siliqua, che è circa 0,18-0,19 g) si sono limitati
a dire che «no figure more exact than about 325 g can be achieved»59.
Da ultimo, però, un elaborato metodo statistico ideato da Henri Pottier, con-
vincente da un punto di vista teorico-matematico, e messo in atto attraverso l’ana-
lisi di un numero assai elevato di pesi campione di IV-VII secolo, ha portato a rite-
nere il peso più probabile della libbra teorica – che non sembra, al contrario di
quanto sosteneva Schilbach, essere cambiato in questo lasso di tempo – pari a 323,8
g60. Si ottiene così un solido teorico di 4,497 g, che è perfettamente coerente con i
pezzi meglio conservati giunti fino a noi61.
Da ultimo, si tenga sempre presente che non si può sopravvalutare in modo ec-
cessivo la precisione degli strumenti di misurazione dell’epoca62, e che i pesi in
bronzo in nostro possesso mostrano, a loro volta, notevoli oscillazioni63.
In sostanza, se il valore nominale di una moneta è dato dall’equazione, formulata
da Depeyrot, N = M + F + S, dove M è il valore metallico intrinseco, F il recupero
delle spese di coniazione ed S i diritti di signoraggio64, la moneta aurea, dopo la metà
del III secolo, presentò F ed S pari a 0, e quindi N = M65. Anche da questo punto di
vista, cioè, l'aureo conferma la propria natura di non moneta, ma di pura e semplice
merce. Si noti che nel corso dei secoli una simile situazione si venne a verificare altre
volte: in Inghilterra, ad esempio, per usare le parole di Adam Smith, «l’oro non veniva
considerato moneta a corso legale ancora molto tempo dopo che era stato coniato in
moneta. Il rapporto tra i valori delle monete d’oro e d’argento non era fissato da alcu-
na legge o decreto, ma si lasciava che venisse stabilito dal mercato»66; nel 1755, un
Piemonte da poco “promosso” da Ducato di Savoia in Regno di Sardegna optò per
l’abolizione del signoraggio, e per una circolazione di oro ed argento sulla base del

59 MIBE, p. 9.
60 Cfr. Pottier, 2004, in particolare p. 75. Per prudenza statistica Pottier approssima poi a 324, per eliminare
i decimali, la cui presenza non sarebbe giustificata dalla precisione del metodo. In realtà questa approssima-
zione è artificiosa, dal momento che l’unità di peso romana non deve corrispondere necessariamente ad un
numero intero di grammi odierni.
61 Cfr. i dati indicati alla n. 50.
62 Se è più che plausibile che una differenza di una siliqua (ca. 0,2 g) fosse valutabile con strumenti di preci-
sione, è forse eccessivo ritenere che si riuscissero a verificare i pesi con un margine d’errore di 0,01 g (così
Steuer, 1987, p. 435). Gli studi su alcune bilance provenienti dall’Europa settentrionale hanno invece mostra-
to una precisione intorno agli 0,07 g; cfr. Scull, 1990, p. 188: «altough accuracy to 0,06 g could be achieved
with care, discrepancies up to 0,20 g may have been tolerable». I pesi campione più piccoli hanno infatti pro-
prio il peso di una siliqua (cfr. Kisch 1965, p. 8; un pezzo da 0,03 g, il cui stato di conservazione è ignoto, ri-
sulta però segnalato in Werner 1954, cfr. p. 36, e poteva servire in combinazione con gli altri pesi campione,
in addizione o in sottrazione; potrebbe denotare, quindi, il massimo margine d’errore identificabile); rispetto a
questi, secondo Steuer, il margine d’errore nella pesatura sarebbe stato solo del 2-4%.
63 Martin ha rilevato come 67 pesi da lui studiati della collezione Naville si riferissero ad un peso della libbra
tra 317,11 g e 330,36 g: cfr. Martin, 1988, p. 213.
64 Cfr. Depeyrot, 1995a, p. 9.
65 La natura di merce della moneta aurea fin qui descritta non va confusa con il concetto di “monnaie-
marchandise”, introdotto da Depeyrot stesso, e che indica una moneta per cui M > F + S: si tratta quindi di
un pezzo sopravvalutato rispetto al puro valore metallico, ma in cui semplicemente il valore intrinseco am-
monta a più della metà del valore nominale. Cfr. Depeyrot 1995a, pp. 9-10.
66 Smith, 1776, p. 89. Cfr. anche pp. 91 e 464.
44 CAPITOLO PRIMO

semplice valore intrinseco. Le esigenze di moneta per le piccole transazioni quotidiane


erano invece assegnate a una circolazione fortemente fiduciaria che ormai aveva perso
la forma della valuta enea e assunto quella della banconota.
Tutto questo non significava però, ovviamente, che una transazione in cui l’oro
fosse scambiato con un’altra merce, per esempio seta, si configurasse come un barat-
to. Questo non dipende – come pure più volte si è sostenuto – dalla presenza di un
concetto astratto di valore cui rifarsi per decidere che le merci scambiate sono equi-
valenti, concetto che in un’economia fondata sul baratto dovrebbe essere assente: i
moderni studi di antropologia economica hanno infatti dimostrato che nessuna e-
conomia può funzionare esclusivamente sul baratto, né è davvero la famosa “coinci-
denza di voleri” a innescare in realtà questo meccanismo di scambio67: in sostanza,
per dirla con Mauss, il denaro preesiste alla moneta. Ciò che distingue l’oro rispetto
ad una merce coinvolta nei meccanismi del baratto è l’essere di diffusione omoge-
nea68, di non creare excess demand, e di avere pertanto una utilità marginale presso-
ché costante69. L’oro è una “moneta-merce”, o, per usare un termine inglese in vi-
gore negli studi macroeconomici, una “commodity-money”70. Esso mantiene per-
ciò, all’interno della società tardoimperiale, le cosiddette funzioni della moneta, os-
sia quelle di unità di conto, di tesaurizzazione, di mezzo di scambio71, che lo rendo-
no in ogni caso una merce molto sui generis. Della merce, cioè, ha solo la variabilità
del prezzo, e lo statuto giuridico, cosa che – come si è visto – esclude l’attribuzione
di una sopravvalutazione rispetto all’intrinseco72. Della moneta ha invece la caratte-
ristica di dover essere obbligatoriamente accettata negli scambi, e l’obbligo per lo
Stato di garantirne il cambio in moneta divisionale, per quanto ad una tariffa varia-
bile73. Anche come merce, inoltre, l’oro ha ovviamente delle particolarità irriducibi-
li: prima tra tutte, l’interesse evidente dell’autorità centrale a controllarne il prezzo,
quanto meno nelle transazioni a carattere ufficiale74.
Una moneta-non moneta non può in alcun modo essere demonetizzata: è evi-
dente – e lo si è già accennato – che un simile concetto non ha alcun significato, né

67 Cfr. Humphrey-Hugh Jones, 1992, pp. 6-8.


68 Ovviamente con “diffusione omogenea” non si intende il fatto che disponessero di oro tutte le persone, e
tutti gli strati sociali, del mondo tardoantico (su questo, cfr. pp. 116-124), ma il fatto di non essere consuma-
to direttamente, ma sempre rimesso in circolazione, la presenza di una quantità sufficiente sul mercato, e una
sua distribuzione sufficientemente ampia da poter permettere i meccanismi di scambio: le ultime due sono
condizioni assolutamente essenziali perché una merce possa assurgere alla funzione di mezzo di scambio (cfr.
Anderlini-Sabourian, 1992, p. 82).
69 Cfr. Humphrey-Hugh Jones, 1992, p. 9; Anderlini-Sabourian, 1992, p. 80.
70 Cfr. Garbo, 2004-2005, p. 262.
71 Sulle caratteristiche, nella teoria economica, del mezzo di scambio, cfr. Anderlini-Sabourian, 1992, pp. 79-81.
72 Cfr. Lo Cascio, 1986, pp. 549-550 e 554-555. Cfr. anche, per un confronto con altre esperienze storiche
simili (ducato, fiorino, Kruger Rand), Blanchard, 1986, p. 200.
73 «Es ist in Gegenteil sehr möglich, dass feste Relationen zwischen Münzen aus verschiedenen Metallen nicht
existierten, sondern dass sie nach dem Tageskurs tarifiert wurden (Parallelmünzfuss)» (Mickwitz, 1932, p.
68). Cfr. anche Lo Cascio, 1995, p. 497; Garbo, 2004-2005, p. 262.
74 Cfr. Lo Cascio, 1996, p. 286: «precious metal coins, in other words, even if one admits that it was no
longer considered pretium, but a commodity, was a commodity whose price was fixed by the government at
such a level as to guarantee a specific result in the monetary circulation as a whole».
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 45

logico né giuridico, applicato ad un’emissione il cui valore è determinato dalla


quantità di metallo contenuta e che si qualifica come merce75; anche le monete de-
gli usurpatori, in sostanza, non sono demonetizzate, ma “dichiarate fuori corso” per
puri motivi politici, ritirate e rifuse. All’oro non si può togliere corso legale, perché
di fatto non ne ha uno vero e proprio, ma è semplicemente, per quanto in modo
regolamentato, presente sul mercato come merce76.
3. Diocleziano: il nuovo aureus, l’Editto dei Prezzi, l’Editto di Afrodisia
Le riforme operate da Diocleziano non introdussero alcun cambiamento nella
circolazione dell’oro, che continuò ad avvenire sulla base del solo valore ponderale
delle monete, come è dimostrato da un cospicuo numero di prove.
In primo luogo, anche le monete d'oro dioclezianee non rispettano inizialmente
uno standard prefissato, ma esistono in dimensioni diverse recanti l’indicazione del
peso: nel primo periodo di regno è mantenuta la varietà che già era caratteristica dei
regni di Tacito e Floriano e di Caro, Carino e Numeriano77. Così la maggioranza
delle monete viene coniata ad un peso di 1/70 di libbra, come indicato anche dal
marchio O sui prodotti della zecca di Antiochia78. Non mancano però anche rare e
precoci monete di un medesimo tipo (legenda Imp. C. C. Val. Diocletianus / Oriens
Aug.) ma di pesi molto diversi, che sembrerebbero indicare l’assenza di una precisa
regola nella produzione79. È difficile che siano dovute ad irregolarità commesse dai
monetieri, come ha sostenuto Webb80, e più probabilmente derivano dall’effettiva
assenza di un preciso piede di coniazione. Nell’ambito della più ampia riforma mo-
netaria81, ma con alcuni anni d’anticipo rispetto alle modifiche introdotte nella co-
niazione dell’argento e del bronzo, vediamo una graduale diffusione di monete a
1/60 (marchio X, sempre in uso ad Antiochia): questo taglio inizia ad essere coniato
già dal 28682, e sarà poi dominante a partire dal 29483. Si vede inoltre in circolazio-
ne un ristretto numero di monete d’oro battute a 1/50 che riprendono e continua-
no l’aureo di Aureliano84. Tutte queste monete di peso diverso circolano insieme
75 Cfr. Depeyrot, 1995a, p. 97.
76 Il fatto che la moneta aurea circoli sulla base del solo valore intrinseco, dunque, è perfettamente plausibile,
e non implica, come pure si è voluto sostenere (cfr. Bark, 1958, p. 35) una sfiducia dello Stato nei confronti
della moneta da lui stesso coniata, come se «it would not accept at full value money which it had itself offi-
cially minted and issued».
77 Cfr. Mattingly in CAH XII, p. 330.
78 Cfr. Seeck, 1890, pp. 41-42; Elmer, 1930, p. 122; Adelson, 1952, p. 15; RIC V, vol. II, p. 207.
79 Cfr. Seeck, 1890, pp. 40-41.
80 Cfr. RIC V, vol. II, p. 207
81 Utilizzo, qui ed in tutto il resto del lavoro, il termine “riforma”, invalso nel descrivere i provvedimenti im-
periali che modifichino l’emissione e/o la circolazione di moneta, in senso neutro, senza assegnargli cioè una
valutazione positiva: cfr. le riserve in merito di Reece, 1999, pp. 136-137.
82 Cfr. Seeck, 1890, pp. 42-44; Pink, 1931, p. 57; West, 1941b, pp. 183-185; Adelson, 1952, pp. 15-16; Su-
therland, 1955, p. 116, che propone una connessione con l’associazione al trono di Massimiano; Sutherland,
1956a, p. 176; Callu, 1969, pp. 439-443; Depeyrot, 1992, p. 34; King 1993b, pp. 3-4; Kuhoff, 2001, p. 531.
83 Cfr. Missong, 1880, p. 273; West, 1941b, pp. 183-185; Crawford, 1975a, p. 578; RIC VI, pp. 93-94;
Carson, 1990, p. 143; Harl, 1996, p. 149.
84 Cfr. Seeck, 1890, pp. 44-45; RIC V, vol. II, pp. 207-208; Bastien, 1972b, p. 58. Il fatto che queste monete
46 CAPITOLO PRIMO

senza alcuna difficoltà, e mostrano anche indifferentemente coni laureati o radiati,


senza che questi implichino alcun significato tariffario85. Ogni zecca, inoltre, conia
monete d'oro con tipi propri, e diametri e spessori sono estremamente diversi anche
tra monete dello stesso peso, così da rendere assai complesso un riconoscimento alla
vista di pezzi coniati su piedi differenti86; il passaggio allo standard di 1/60 inoltre
non è simultaneo in tutto l'Impero87, e multipli e sottomultipli di ogni peso, di ca-
rattere prevalentemente celebrativo, continuano (e continueranno anche nei decen-
ni successivi) ad essere prodotti88.
Assai interessante, ai fini del nostro discorso, è ovviamente l’editto dei prezzi del
301. Il prezzo della libbra d’oro indicato dall’editto dioclezianeo è stato lungamente
discusso89; fino agli anni ’70 del XX secolo, infatti, tutti i frammenti epigrafici del
testo che riportassero questa sezione presentavano difficoltà di lettura esattamente
in corrispondenza del prezzo del metallo prezioso. La maggior parte degli studiosi
concordava per una lettura eM, ossia 50 000 denarii, a lungo accettata acriticamen-
te90. Alcune voci fecero sentire la loro insoddisfazione per la cifra, pensando ad una
lettura scorretta o ricorrendo al Leitmotiv epigrafico dell’errore del lapicida, e pro-
ponendo soluzioni ipotetiche molto diverse tra loro. Tra queste era quella di Segré,
il quale ritenne – senza alcun sostegno – che il prezzo dell’oro nel 301 dovesse essere

da 1/50 siano state talora ritenute il principale nominale aureo di Diocleziano (cfr. ad esempio Soutzo, 1925,
p. 63; Giesecke, 1938, pp. 196-197, secondo cui il piede da 1/60 sarebbe stato introdotto nel 303), contro
ogni evidenza, dipese dalla erronea lettura dell’Editto dei prezzi, in base alla quale si riteneva che una libbra
d’oro costasse 50000 denarii (cfr. infra), e che il taglio da 1/50 fosse quindi l’unico a dare all’aureus un valore
in denarii intero, come già aveva evidenziato Seeck, che aveva quindi datato queste monete al 299-303 (ma
cfr. Adelson, 1952, pp. 17-18).
85 Cfr. RIC V, 2, p. 208. Sull’esilità dell'argomento che vorrebbe per le monete radiate un valore doppio ri-
spetto alle equivalenti monete laureate, cfr. Lo Cascio, 1984, pp. 139-140; Bastien, 1992, pp. 269-271; Lo
Cascio, 1993a, pp. 263-264.
86 Cfr. Seeck, 1890, pp. 49-50.
87 Cfr. Sutherland, 1956a, p. 180. Per un inventario delle monete d’oro dioclezianee note, cfr. Lukanc, 1991,
pp. 213-235.
88 Cfr. Elmer, 1930, p. 123; King, 1993b, pp. 5-7. Cfr. anche Bastien, 1972a, pp. 80-81, per il caso di Lione,
dove l’aureus da 1/60 fu coniato già nel 286, ma sono attestate anche monete più leggere nel periodo successi-
vo, e prosegue la realizzazione di Festaurei da 1/50, probabilmente per le distribuzioni imperiali.
89 Non entro nel merito delle lunghissime polemiche sull’estensione territoriale della validità dell’Editto: la
distribuzione dei frammenti ritrovati ha infatti indotto alcuni a pensare che il testo di legge avesse vigore solo
nel settore orientale dell’Impero. Una simile prospettiva, già criticata con ottimi argomenti da Bücher (cfr.
Bücher, 1894, pp. 192-193), è oggi quasi completamente superata: cfr. Michell, 1947, p. 7; Westermann,
1953, pp. 29-30; Callu, 1969, p. 395; Frézouls, 1977, pp. 255-256; Bravo Castañeda, 1980, pp. 250-251;
Herz, 1988, p. 214; Hendy, 1993b, p. 334; Kuhoff, 2001, pp. 545-547. Al di là dell’esplicita affermazione
del preambolo, in cui si dice che i prezzi devono essere soggetti alla totius orbis nostri observantia (116-118
Giacchero), basti considerare che nella sezione dei prezzi di trasporto sono indicate le tariffe per viaggi interni
alla parte occidentale dell’Impero (cap. 35 Giacchero, 26-37); si aggiungano le testimonianze fornite da PSI
VIII, 965 e dai Consularia Constantinopolitana, per cui cfr. Corcoran, 1996, p. 231, che conclude però poi –
in modo piuttosto sorprendente – sostenendo che sia improbabile un’applicazione dell’Editto alla parte occi-
dentale dell’Impero.
90 § 28, 1 Giacchero = Lauffer 1971, § 30, 1 a. Ebbe certo molta influenza il fatto che Mommsen la avesse
considerata lettura assolutamente certa, «Lesung gesichert» (Mommsen, 1890, p. 26). Per una storia delle di-
verse letture del prezzo dell’oro nell’edictum cfr. anche Cracco Ruggini, 1961, pp. 544-545; Giacchero,
1974b, pp. 149-151.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 47

di 120 000 denarii, e che l’editto dei prezzi riportasse invece la tariffa massima di
pagamento degli orefici; si sarebbe dovuto quindi leggere sulla pietra 10 000 dena-
rii91. Da un’erronea lettura della riga successiva, il crusÕj ™n»gmenoj, che ha il
medesimo prezzo dell’oro “generico”, Mattingly deduceva addirittura che una lib-
bra d’oro valesse solo 12 000 denarii, e la moneta da 1/60 di libbra, quindi 200 de-
narii o 25 argentei da 4 denarii92. Louise C. West arrivò a due valori possibili:
60 000 o 120 000 denarii la libbra, basandosi sul fatto che – nel sistema monetario
dioclezianeo da lei ricostruito, in cui l’oro era una moneta come tutte le altre – tale
valore dovesse essere divisibile per 20 (per mantenere una ratio oro-argento 1:12,5,
sostanzialmente postulata), 1200 (perché 60 x 20, e quindi il valore della libbra
d’oro in argentei), 15 000 (sulla base di una ratio oro:bronzo altrettanto postulata)93.
In modo assai più fondato anche Bingen mise in discussione la lettura più diffusa,
per un altrettanto erroneo qM, ammettendo però per primo anche la possibilità che
un secondo numerale seguisse l’indicazione delle miriadi: il valore da lui proposto
era pertanto tra i 90 000 e i 99 000 denarii la libbra94.
Soltanto la scoperta e l'edizione, nel 1973, del frammento di Aezani n. VIII
Giacchero95, che recava l’indicazione in latino (denarii) LXXII (milia) 96, e, nel
1989, di un nuovo frammento di Afrodisia, permisero una lettura certa, zM b, cor-
rispondente quindi ad un prezzo per l’oro di 72 000 denarii la libbra97. Con queste
scoperte, in sostanza, accadde che
wie in der Rechtswissenschaft drei berichtigende Worte des Gesetzgebers ganze Bib-
liotheken zu Makulatur werden lassen, so ist durch mehrere Neufunde die ganze
überreiche Literatur zur Finanzpolitik Diokletians zu Makulatur geworden98.
La scelta di 72 000 denarii per la libbra d’oro derivò certamente da considera-
zioni legate all’effettivo valore del metallo prezioso sul mercato, ma – è bene notare
– presenta anche numerosi vantaggi dal versante pratico: è infatti un numero divisi-
bile per 60, piede dell’aureus, ma anche per 18, dando così un numero intero di de-
narii anche per l’oncia99.

91 Cfr. Segré, 1928, pp. 437 e 442.


92 Cfr. Mattingly, 1946, p. 113. L’idea che l’oro filato costasse 12 000 denarii la libbra spinse Mazzarino,
1951 (cfr. pp. 92-93, seguito da Condorelli, 1971, cfr. pp. 33-34) ad accettare per l’oro “semplice” la lettura
di 10 000 denarii, intesi però, a differenza di Segré, come prezzo effettivo di una libbra di metallo.
93 Cfr. West, 1951, pp. 297-300.
94 Cfr. Bingen, 1965, p. 207.
95 Naumann-Naumann, 1973, p. 37.
96 Cfr. Giacchero, 1974a, pp. 42-43.
97 Cfr. Crawford-Reynolds, 1979, p. 197; Reynolds, 1995, pp. 22-23. È evidentemente una svista di notevole
entità quella che porta Hobbs, 2006 (cfr. pp. 19-20) ad indicare ancora in 50 000 denarii il prezzo della libbra
d’oro nell’Editto di Diocleziano.
98 Ruschenbusch, 1977, p. 193.
99 Il suggerimento che nel valore dell’oro dell’Editto da Diocleziano si dovesse cercare una cifra che desse un
numero intero di denarii per l’oncia fu proposto già dal Mommsen, il quale però, leggendo ovviamente in
50000 denarii il prezzo di una libbra di metallo otteneva poi altre cifre frazionarie: cfr. Mommsen, 1890, p.
31. L’ipotesi di Pellicer i Bru, secondo cui il prezzo di 72 000 denarii la libbra sarebbe un “errore del copista”
per 86400, nato dal fraintendimento tra due diverse unità ponderali denominate “libbra”, l’una da 12, l’altra
48 CAPITOLO PRIMO

Il fatto più interessante ai fini del nostro discorso è ad ogni modo che questo
prezzo dell’oro – già evidentemente caratterizzato come merce per il semplice fatto
di essere inserito nel tariffario – è indicato in modo esplicito come vigente in regulis
sive in solidis, ossia ™n ·hgl…oij À ™n Ðlokott…noij nella redazione greca del testo,
cioè sia se coniato che se non coniato100. Anche l’oro in fili ha, in realtà, esattamen-
te lo stesso prezzo (28, 2). L’oro si manifesta, ancora una volta, una merx come le
altre in senso pieno101. Anche Bolin, riferendosi all’epoca dioclezianea, pur soste-
nendo che le intenzioni del potere centrale fossero quelle di ristabilire una valuta
aurea ben definita e sopravvalutata (a suo parere del 20%) rispetto al metallo non
coniato (ipotesi tutte ridiscusse in seguito alle nuove informazioni fornite dall’e-
pigrafe di Afrodisia, dallo stesso frammento di Aezani, da nuovi rinvenimenti papi-
racei) dovette però ammettere che questo non riuscì a “passare” presso il pubblico, e
che tutta una serie di documenti rivelano come all’inizio del IV secolo il metallo
coniato risulta di pari valore rispetto a quello non coniato102.
In seguito alla riforma monetaria dioclezianea, quindi, esistono delle specie mo-
netali, argentee e bronzee, che costituiscono moneta in senso stretto, da un punto di
vista giuridico qualificandosi come pretium, di contro alla presenza di una forma di
oro coniato che, essendo merx, non ha statuto monetario in senso stretto: l’oro,
cioè, torna ad uno standard ponderale fisso, ma non è più risaldata la frattura che
ha separato – come sopra si è detto – questo metallo dagli altri103. Si noti, in propo-
sito, anche il lessico utilizzato da Diocleziano in relazione alla propria moneta d’oro,
definita solidus in latino ed ÐlokÒttinoj in greco. I due termini, ormai sussunti nel-
da 10 once, nasce da alcuni postulati assolutamente indimostrabili, tra cui la lettura del XX I sui laureati
grandi come indicazione ponderale, pari a 1/21 di libbra, lettura inaccettabile perché non spiega la presenza
del medesimo segno sulle monete di Aureliano e introduce un piede di coniazione assolutamente peregrino
nel sistema metrologico romano, di base duodecimale: cfr. Pellicer i Bru, 1989, in particolare p. 22. Non si
intende però soffermarsi qui sulle numerosissime letture del marchio XX I; cfr. Lo Cascio, 1984, con ampia
storia degli studi e bibliografia, e da ultima Corbier in CAH XII2, p. 332.
100 Edict. Diocl. et coll., 28, 1a (pp. 206-207 Giacchero). Cfr. Crawford-Reynolds, 1979, p. 164 e 176-177.
Di fronte ad una attestazione tanto esplicita, e suffragata – come vedremo – da numerose testimonianze poste-
riori, colpisce trovare affermazioni come quella di Bravo Castañeda, 1980 (cfr. p. 258: «pero esto es sólo en
teoría»), o quella di D. Foraboschi, secondo cui «l’editto fissa solo dei massimali al di sotto dei quali erano
possibili sventagliamenti sufficienti a mantenere alla moneta un valore nominale superiore a quello metallico»
(Foraboschi, 1987, p. 120). Del tutto erronea, d’altra parte, pare la distinzione tra valore dell’oro monetato e
non monetato di J. Durliat, basato sulla pretesa, difficile da accogliere di fronte all’esplicito testo dell’Editto,
che questo indichi in 72000 denarii il prezzo di «1 livre d’or pur non monnayé» e che 1 libbra di metallo mo-
netato avesse un valore calcolabile, sulla base di rapporti fissi con gli altri metalli e di prezzi delle merci in oro
del tutto postulati (basandosi dunque sulla convinzione che l’argenteo, in valore metallico 1/1152 di libbra
d’oro, resti 1/1152 di valore della libbra aurea anche monetata, e che la ratio 1:12 debba valere anche tra i me-
talli monetati, e non solo tra quelli non monetati, calcolando dunque la sopravvalutazione), un valore di
108000 denarii (cfr. Durliat, 1987, p. 354; Durliat, 1990a, pp. 496-497).
101 Cfr. Michaelis, 1897, pp. 14-15; Adelson, 1952, pp. 76-77; Jones, 1974, p. 201; MacMullen, 1976, p.
125; Lo Cascio, 1997, p. 163; Callu, 2003a, p. 206. In tutto e per tutto condivisibile, dunque, la formulazio-
ne di E. Lo Cascio quando sottolinea come non sia lecito in alcun modo dubitare che «la valutazione dell’oro
in barre, nell’edictum, sia la medesima di quella dell’oro monetato, e che dunque la moneta d’oro non solo
non risulti sopravvalutata, ma non abbia nemmeno più un effettivo statuto di denominazione monetaria, dal
momento che anche di essa si stabilisce un prezzo massimo» (Lo Cascio, 1984, p. 133).
102 Cfr. Bolin, 1958, pp. 331-333. Cfr. anche Jones, 1964, p. 438; Lo Cascio, 1997, p. 163.
103 Cfr. Kent, 1956, p. 191.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 49

la terminologia giuridica ufficiale, come dimostra l’Editto dei Prezzi stesso, insisto-
no infatti sulla purezza del metallo e dunque, ancora, sul valore intrinseco, quasi a
sottolineare la differenza in questo senso dal resto del sistema monetario104.
In questo senso è chiaro non solo come siano destinate a non trovare risposta
certa, ma come siano del tutto prive di senso le incertezze degli studiosi moderni sul
valore dell'aureus dioclezianeo105. L'oro, in realtà, come le altre merci, ha un prezzo
variabile in rapporto alle oscillazioni del mercato, per cui era semplicemente stato
indicato, in quell’anno 301 – come si è visto – un tetto massimo di 72 000 denari la

104 Cfr. pp. 80-81 e 91-93. L’utilizzo di unità di misura ponderali per indicare quantità d’oro è evidente, ad
esempio, anche in PCairIsid 62, del 296 (mine).
105 West, 1941b (cfr. p. 187) sosteneva l’esistenza di un rapporto fisso tra oro ed argento monetati, pur am-
mettendo l’impossibilità di conoscerlo e quantificarlo; Crawford, invece, sostenne per l'aureus un valore fissa-
to, dopo il 294, a 800 denari (valore indicato anche da Ensslin, in CAH XII, p. 404), poi portato a 1600: cfr.
Crawford, 1975a, p. 585, seguito da Bruun, 1976-77, cfr. p. 226, Pankiewicz, 1989, pp. 77-78. La fonte tal-
mudica citata a sostegno, come vedremo, non dà indicazioni così certe. Mi risulta incomprensibile anche un
accenno di Carrié a «rapporti valutari» stabiliti tra moneta d’oro, moneta d’argento e monete di bronzo argen-
tato dioclezianee, rapporti che poi l’Autore non definisce ulteriormente, né ne motiva l’esistenza (cfr. Carrié,
1993a, p. 303). Cope, 1977 (cfr. p. 9) sostenne invece che l’aureo dioclezianeo assumesse dopo l’editto di A-
frodisia un valore di 1500 denarii (valore accolto da Morrisson, 1986a, cfr. p. 18 e Durliat, 1987, cfr. p. 354,
che parla però, a sostegno di questa ipotesi, di prezzi che darebbero in modo «largamente convergente» un va-
lore di 1500 denarii per la moneta da 1/72 di libbra, introdotta circa dieci anni più tardi). Un ritariffamento
dell’aureo da 1000 a 1200 denarii in occasione dell’Editto di Afrodisia è teorizzato da Jahn, 1975 (cfr. p. 94),
mentre altri ritengono che il valore sia rimasto 1000 denarii (cfr. Banaji, 2001, p. 40), con l’imposizione di un
agio nel cambio del 20% (cfr. anche Strobel, 2004, pp. 24 e 82); secondo Harl, invece, ad un valore fluttuan-
te per il periodo 284-293 si sostituì in quest’anno un valore fisso pari a 600 denarii (cfr. Harl, 1985, p. 264;
Harl, 1996, p. 149; un valore di 600 denarii era già stato ipotizzato da Jones, 1964, cfr. p. 438): sarebbe infat-
ti 24 volte l’argenteo (a suo parere inizialmente di 25 denarii) perché già impostato sul rapporto siliqua:solido
(ma nessuna attestazione certa della siliqua esiste prima dell’introduzione del solido: cfr. pp. 63-71); quindi
l’argenteo sarebbe a passato a 50, poi a 100 denarii, e l’aureus, perdendo il rapporto 1:24, a 1000-1050 e poi
1200 (cfr. Harl, 1996, pp. 152-153). Ancora, G. Depeyrot e H. Böhnke ritennero che l’aureus dovesse avere,
prima di Afrodisia, già un valore nominale di 1250 denarii, perché doveva, ristabilendo l’originario rapporto
di valore, valere esattamente 25 volte l’argenteus da 50 (cfr. Depeyrot, 1988a, p. 38; Depeyrot, 1992, p. 48;
Böhnke, 1994, p. 473); Foraboschi applica il medesimo ragionamento al periodo dopo il 301, ritenendo dun-
que che l’aureo valesse ora 2500 denarii (cfr. Foraboschi, 1999, pp. 192-193). Callu invece, se in un primo
momento riteneva che l’aureo valesse 25 argentei, ovvero 1000 denarii (cfr. Callu, 1969, p. 445), dopo la sco-
perta dei frammenti epigrafici di Afrodisia ed Aezani, invece, calcolando la ratio oro:argento nel 300 in 1:12,5
(60000:4800) ritiene che nel 301, in occasione dell’Editto di Afrodisia, la libbra d’oro sia passata a 120000
denarii, per mantenere il rapporto di valore (cfr. n. 109). Ancora, Giacchero, 1974b, p. 152 e Bravo Castañe-
da, 1980, pp. 257-259, ritengono, senza argomentarlo, che anche la moneta d’oro sia sopravvalutata, e che
debba stare in un rapporto di 1:19,2 (ovvero il rapporto di valore tra il contenuto metallico delle due monete,
1200 e 62,5 denarii, ma senza tenere conto del fatto che sono coniate su piedi diversi, o anche ciò che si ottie-
ne postulando che la libbra di oro monetato debba essere in rapporto 1:12 con la libbra d’argento monetato,
da 9600 denarii) con il valore nominale di 100 argentei, assumendo quindi un valore di 1920 denarii. La stes-
sa Giacchero, 1962, p. 45 aveva però messo giustamente in evidenza come l’Editto non contenesse tariffe di
cambio tra le monete, mantenendo al denario il ruolo di unico metro di valore. È evidente dunque che tutte
queste teorie non vanno oltre il semplice livello della supposizione, dovendo poi scontrarsi, come appare chia-
ro, col fatto che la moneta d’oro, non sopravvalutata rispetto all’intrinseco, varia in valore come il metallo
grezzo. Cfr. Johnson, 1951, p. 55 (anche se per cautela restringe l’evidenza della fluttuazione dell’oro in ter-
mini di divisionale al solo Egitto); Jones, 1974, p. 77, rivedendo nettamente la propria posizione del 1964:
«numismatists have attempted to work out neat systems of Diocletian’s and Constantine’s coinages […].
There is very good evidence that in fact there was no fixed relation between gold, silver and copper coins, but
that they exchanged at fluctuating rates according to the market». Cfr. anche RIC VIII, pp. 66-67: «This is a
field in which one would claim precision only to mislead the reader».
50 CAPITOLO PRIMO

libbra106. Volendo attenerci a questo dato, potremmo dire che a partire dal settem-
bre 301 una libbra d'oro poteva essere acquistata con 720 argentei (l'editto di Afro-
disia assegna a questa moneta un valore pari a 100 denarii); l'aureus da 1/60 di lib-
bra, pertanto, aveva un valore intrinseco massimo, e calmierato, di 1200 denarii.
Non ha alcun senso, dunque, chiedersi se la moneta d’oro subisse un ritariffamento
con l’Editto di Afrodisia (la risposta è senz’altro no, ovviamente)107, né attribuire a
questa assenza significati economici che implicherebbero una reale connotazione
dell’oro come moneta (non ridurre il suo margine di sopravvalutazione ecc.)108.
La necessità, da parte degli studiosi, di mantenere all’oro un vero ruolo moneta-
rio, e quindi un tasso fisso di cambio rispetto alle altre monete, inoltre, ha dato vita
ad altre letture tanto complesse quanto improbabili, come un aumento del valore
dell’aureus in corrispondenza dell’Editto di Afrodisia che portasse la libbra d’oro in-
torno a 120 000 denarii (cioè in rapporto fisso con i 9600 denarii di una libbra
d’argento monetato in base all’editto), “ritrattata” pochi mesi dopo, con un prezzo
di 72 000 denarii109. Una simile lettura non solo deriva dall’errore di voler ritenere a
tutti i costi fissa la ratio oro:argento, non distinguendo peraltro, nel calcolare que-
st’ultima, i valori dell’argento monetato, sopravvalutati rispetto a quelli del metallo
grezzo (per cui per forza di cose i 6000 denarii la libbra dell’Editto dei prezzi, indi-
cazione valida per l’argento non lavorato, attestano rispetto ai 72 000 dell’oro un
brusco cambio di rapporto, se il termine di confronto per l’anno 300 sono i 60 000
denarii la libbra d’oro del PBeattyPanopolis 2, di cui parleremo a breve, e per
l’argento, ma monetato, i 4800 che valgono 96 monete da 50 denarii l’una, divenu-
ti 9600 dopo il I settembre 301), ma implica per forza di cose l’idea – un tempo as-
sai diffusa – che l’Editto dei prezzi, emanato tra il 20 novembre ed il 9 dicembre110,
sia stato ideato e realizzato tra il settembre e il novembre del 301, successivamente
all’entrata in vigore dell’Editto di Afrodisia ed al verificarsi di suoi effetti supposti
devastanti111. Questo – è ormai da lungo tempo appurato – è assolutamente impos-

106 Cfr. Picozzi, 1977, p. 93; Howgego, 1995, p. 138; Aubert, 2003, pp. 252-253.
107 Parla invece di un nuovo valore (naturalmente sconosciuto) dell’aureus dopo Afrodisia Bowman, in CAH
XII2, cfr. p. 83.
108 Cfr. Ermatinger, 1990, p. 46.
109 Cfr. Callu, 1978b, p. 108; Kuhoff, 2001, p. 542. Fermo restando che il rapporto così calcolato è con
l’argento monetato, e non con il metallo grezzo, non si può immaginare che un tale prezzo sia stato imposto
d’autorità, anche se è assolutamente ovvio che in seguito al raddoppio del nominale argenteo il mercato avrà
reagito con un innalzamento del prezzo dell’oro, calmierato però a 72000 denarii. Cfr. anche Lafaurie, 1975,
p. 110. Si parla qui di un valore dell’aureo, prima dell'emissione dell'editto di Afrodisia, di 1000 denarii, di-
venuti 2000 il I settembre 301, e – in modo assai misterioso – di un valore di 62,5 denarii per l'argenteus dopo
il 301, in evidente contrasto con il testo epigrafico.
110 Cfr. Lafaurie, 1965b, pp. 197-198; Giacchero, 1974a, p. 4; Bravo Castañeda, 1980, p. 249.
111 La teoria che un grande aumento dei prezzi, del tutto inaspettato da un’autorità imperiale clamorosamen-
te impreparata in campo economico, sia stato combattuto con un calmiere emesso in fretta e furia è in realtà
assai diffusa: così, tra gli altri, Sperber 1974a, p. 96; Callu, 1978b, p. 108; Bravo Castañeda, 1980, pp. 255-
256; Mazzarino, 1981, p. 391; Callu-Barrandon, 1986, p. 561; Foraboschi, 1987, p. 121; Böhnke, 1994, pp.
479-480; Carrié, 1994a, p. 194; Depeyrot, 1995a, p. 96; Depeyrot, 2006, p. 235. Lo Cascio, dopo aver in un
primo momento esposto sia questa ipotesi che quella di un’emissione congiunta dei due editti (1984, pp. 135-
136), in CAH XII2, p. 177, parla di “further momentum” dato dall’Editto dei prezzi all’inflazione. Prima della
scoperta dell’editto di Afrodisia, parlavano di rimedio per l’inflazione generatasi con la riforma del 294, tra gli
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 51

sibile: i lavori di raccolta dei dati per la realizzazione del calmiere non possono esse-
re durati così poco, così come gli effetti del raddoppio dei nominali non possono es-
sere stati così rapidi, ed i due provvedimenti devono senz’altro essere ritenuti frutto
di un’ideazione e di una concezione unitarie112, da far risalire, presumibilmente, ai
primi mesi del 301113.
Meritano una discussione i dati desunti da Daniel Sperber dall’analisi dei testi
talmudici, che si riferiscono a questioni monetarie114. Se infatti le valutazioni con-
clusive dello studioso sono completamente inficiate dal fatto che utilizzò ancora
un’erronea valutazione dell’oro per l’Editto dei Prezzi, alcune delle sue considera-
zioni meritano un’analisi più approfondita115. Deuteronomio Rabba Ki Teze, 2, in-
fatti, indica una cifra di 200 mana116 come cifra inferiore a mezzo aureo. Sperber
postula, in modo solo relativamente convincente, che i 200 mana equivalgano a ¼
di aureo e ciò indicherebbe, per un periodo compreso tra il 290 ed i primi anni del
300, un valore dell’aureo117, in Palestina, di 800 denarii118. Non si può essere affat-
to certi della frazione di aureo indicata dalla cifra indicata, che deve essere comun-
que inferiore alla metà; si può comunque pensare ad un valore della moneta d’oro
altri, Bolin, 1958, pp. 314-316; Cracco Ruggini, 1961, pp. 547-548. Cfr. anche pp. 138-139.
112 Cfr. Ruschenbusch, 1977; Continisio, 1985, pp. 95-96; Howgego, 1995, pp. 146-147; Polichetti, 2002,
pp. 228-229; Brandt, 2004a, p. 48 (che corregge una posizione assai più sfumata di Brandt, 1988, cfr. p. 29);
Strobel, 2004, pp. 80-81; Bowman in CAH XII2, p. 83.
113 È chiaro che una data (in questo caso il I settembre 301) può essere fissata come momento di entrata in vigo-
re di una riforma solo decretandolo e comunicandolo con un largo anticipo (cfr. Mazzarino, 1981, pp. 385-386),
allo stesso modo in cui molti mesi dovettero durare le operazioni di raccolta dei dati per l’Editto dei prezzi.
114 Si tengano sempre presente, ad ogni modo, le tre validissime obiezioni sollevate a Sperber da Levine, e ri-
chiamate anche da Strobel, 1989, pp. 11-13: che non è possibile datare precisamente le testimonianze
all’interno del periodo di attività dei singoli rabbini, se i nomi dei rabbini debbano essere identificati sempre
con piena certezza, ed infine che è necessario chiedersi il reale rapporto tra la regolamentazione ortodossa e la
realtà socioeconomica. Non si devono poi trascurare – sottolinea sempre Strobel – le eventuali distorsioni do-
vute alla trasmissione orale degli insegnamenti rabbinici, redatti per iscritto (il Talmud Yerushalmi) nella pri-
ma metà del V secolo. Per considerazioni terminologiche, infine, legate sempre alla distanza terminologica tra
“creazione” e redazione, Karl Strobel sottolinea che l’utilizzo della tradizione rabbinica per la storia monetaria
è «nicht zu gewinnen» (p. 14). L’obiezione di Goodman – giustissima – legata alla contemporanea circolazio-
ne di diverse monete in area palestinese vale ovviamente solo per il periodo precedente la cessazione delle co-
niazioni locali (età aurelianea) e quindi non ci riguarda qui direttamente (cfr. Strobel, 1989, p. 14). Cionono-
stante, è opportuno tentare una lettura ed una critica delle tesi sperberiane almeno per quanto riguarda l’oro,
che pone assai meno problemi terminologici – e di coniazioni locali – rispetto alle monete divisionali. In ge-
nerale, sull’utilizzo della letteratura rabbinica come fonte per la storia economica, cfr. da ultimo Heszer, C.,
From Study-House to Marketplace: Rabbinic Guidelines for the Economy of Roman Palestine, in «AntTard», n.
14, 2006, pp. 39-45.
115 Si aggiunga che se non poteva essere altrimenti per quanto riguarda l’articolo del 1966, precedente alla
scoperta dei frammenti di Aezani, non si può non sottolineare come la monografia del 1974 presenti esatta-
mente i medesimi calcoli.
116 Equivalente al denario, come testimonia la versione siriaca di un passo di Eusebio di Cesarea (HE IX, 8):
cfr. Sperber, 1974a, p. 35.
117 L’aureo è in questo contesto già la moneta da 1/60 di libbra che, pur non essendosi diffusa contempora-
neamente su tutto il territorio imperiale, come sopra sottolineato, ha però cominciato ad essere massicciamen-
te coniata dal 286 circa, ed è assolutamente dominante dal 294 circa.
118 Cfr. Sperber, 1966a, pp. 190-191 e Sperber, 1974a, pp. 36-37. La teoria di Sperber si basa sul fatto che i
200 mana sono l’ultima voce di una sequenza 1 aureo - mezzo aureo - 200 mana. È evidente dunque la fragili-
tà dell’assunto.
52 CAPITOLO PRIMO

tra gli 800 e i 1200 denarii.


Un altro testo, Y. Talmud Ketubot II, 2, riferisce con assoluta certezza un valore
dell’aureo pari a 1000 denarii119. Il terminus ante quem per la redazione è il 279, ed
è pertanto databile all’epoca di Claudio II ed Aureliano120. In altri termini, esso è
databile ad un’epoca in cui la moneta aurea non aveva ancora come taglio prevalen-
te quello da 1/60 di libbra, ma da 1/50. Ora, se il prezzo dell’oro fosse in questi 20
e più anni rimasto invariato con la riduzione del piede dell’aureo la nuova moneta
avrebbe avuto un valore di circa 833 denarii, comunque superiore agli 800 intesi da
Sperber. Per l’aureo la cui frazione vale 200 mana dovremo perciò ipotizzare un va-
lore tra i 1000 ed i 1200 denarii, e probabilmente più vicina a questo margine supe-
riore che a quello inferiore. Si noti ancora che la contraddizione pone problemi allo
stesso studioso, che deve ricorrere ad una spiegazione completamente arbitraria: la
valutazione a 1000 denarii sarebbe antecedente la riforma di Aureliano, in seguito
alla quale il denario avrebbe ricevuto un’ampia rivalutazione, tale che, nonostante il
riinnescarsi della spirale inflattiva, il suo valore alla fine del secolo sarebbe stato an-
cora superiore a quello di un quarto di secolo prima121.
Y. Talmud Ketubot sottintende perciò un prezzo dell’oro pari a 50 000 denarii
la libbra (1000 denarii per un aureo da 1/50 di libbra). Ora, dal momento della ste-
sura di questo passo all’Editto dei prezzi l’aumento del prezzo dell’oro sarebbe stato
pari al 23% circa nel giro di una trentina di anni. Tale cifra è abbastanza esigua, e
rende perciò ampiamente presumibile che anche il prezzo dell’oro nell’Editto dio-
clezianeo, come quello dell’argento, non fosse “calmierato” ad un prezzo in realtà
superiore a quello assunto sul libero mercato, ma ad uno anche di molto inferio-
re122. Che l’editto dei prezzi indicasse per l’oro un valore inferiore a quello di mer-
cato è dimostrato, peraltro, dalla rapidissima ascesa del prezzo del metallo negli anni
successivi al ritiro del provvedimento, anche nelle tariffe ufficiali indicate dallo Sta-
119 Questo testo registra, in sostanza, come tutti quelli indicati in Tab. 1, il prezzo assunto dall’oro in un de-
terminato momento, sulla base di quanto detto alle pp. 49-51. Non vi è dunque alcun motivo per ritenere che
provi che l’aureus era, in quel momento, una moneta nel pieno significato giuridico del termine (così, invece,
Harl, 1996, cfr. p. 134).
120 Cfr. Sperber, 1966a, p. 192; Sperber, 1974a, p. 38; Sperber, 1978, p. 182.
121 Sperber, per conciliare il dato dell’aureo da 800 denarii con un valore della libbra d’oro a 50000 denarii
(che, se fosse stato corretto, avrebbe corrisposto ad una moneta aurea da 833,3 denarii, valore ammesso, no-
nostante l’evidente improbabilità, da Segré, 1964, p. 267), giunge persino a sostenere che l’oro coniato circo-
lasse con un valore inferiore a quello dell’oro non coniato di circa il 4% (cfr. Sperber, 1974a, p. 37). Ciò risul-
ta assolutamente illogico: la moneta non può esistere in simili condizioni, dal momento che il pubblico prov-
vederebbe immediatamente alla sua fusione (cfr. Beyer, 1995b, p. 55 per un esempio dall’Inghilterra del
XVIII secolo); in secondo luogo è l’Editto dei Prezzi stesso, come si è visto, a smentire qualsivoglia differenza
di valore tra le monete auree e l’oro grezzo. Anche in questa circostanza, cioè, il tentativo di Sperber di difen-
dere conclusioni desunte da dati erronei dà vita a rimedi peggiori del male.
122 Cfr. Meissner, 2000, pp. 80-81. L’idea, di G. Mickwitz, secondo cui i prezzi espressi dall’Editto sarebbero
in realtà superiori a quelli presenti in quel momento sul mercato (cfr. Mickwitz, 1932, p. 74), ha avuto gran-
de fortuna nella storia degli studi: cfr. Sperber, 1966a, p. 194. Ancora recentemente questa lettura è stata por-
tata avanti da Ermatinger, 1990, pp. 47-48, che si basa però su ipotetici calcoli legati al potere d’acquisto degli
stipendi. Se alcune merci furono in effetti quasi sicuramente calmierate ad un prezzo elevato, è però altrettan-
to certo che altre – e in particolare i metalli preziosi – ricevettero effettivamente prezzi massimi inferiori a
quelli di mercato: cfr. Bagnall, 1989, p. 70; Böhnke, 1994, p. 474; Lo Cascio, 1995, pp. 492-493; Corcoran,
1996, p. 226; Brandt, 2004a, p. 47; Lo Cascio in CAH XII2, p. 177.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 53

to, come si vedrà nel paragrafo successivo, in contrasto con quanto accade con altre
categorie merceologiche: nel 324, ad esempio, i prezzi corrisposti ufficialmente per
clamidi e sticharia erano ancora quelli dell’Editto del 301123. Se così è, è ovvio allora
che il metallo sul mercato, e la moneta di conseguenza, assumessero esattamente il
valore massimo possibile, cioè 72 000 denarii la libbra, e 1200 denarii l’aureo, fino
alla revoca dell’Editto, ed è plausibile che Rabba Ki-Teze 2 riferisse un valore del-
l’aureo assai più alto di 800 denarii.
Le considerazioni di Sperber hanno tratto in inganno anche Ruschenbusch: questi
sostiene che il valore dell’aureo restasse invariato in occasione dell’emissione dell’E-
ditto di Afrodisia, restando a 1000 denarii124. In considerazione del prezzo dell’oro
nell’Editto dei Prezzi, inoltre, essendo già a conoscenza dei frammenti di Aezani, lo
studioso tedesco deve teorizzare l’esistenza di una differenza tra il valore ufficiale
dell’oro (60 000 denarii la libbra) e quello realmente presente sul mercato, ammesso
infine nell’Edictum de pretiis maximis125. Ciò è difficilmente accettabile: se davvero
l’oro avesse sul mercato un valore superiore a quello affidato alla moneta dall’autorità
emittente, la prassi diffusa sarebbe senz’altro quella della fusione degli aurei.
È fondamentale sottolineare, però, che un valore della libbra d’oro pari a 60 000
denarii è realmente attestato. All’interno del papiro Beatty Panopolis 2, una raccolta
di lettere inviate dal procuratore della Tebaide Inferiore, Aurelio Isidoro, allo strate-
go del nomo Panopolite, Apolinarius, infatti, è presente (vv. 215-219) un ordine di
coemptio, per la quale saranno pagati 40 talenti per ogni libbra di metallo. La data
del testo è nota: se tutti i documenti all’interno del papiro si datano tra il 29 di-
cembre 299 e l’aprile dell’anno successivo, questa lettera, in particolare, va attribuita
al mese di febbraio del 300126. Questo prezzo non fornisce però alcun sostegno a
quanti credono che i 72 000 denarii la libbra dell’Editto del 301 siano in realtà un
valore superiore a quello di mercato. Al di là della considerazione che un incremen-
to del 20% in quasi due anni è tutt’altro che impossibile127, bisogna ricordare che i
60 000 denarii erano pagati dagli strategoi ai contribuenti, nella forma di acquisto
forzoso, su ordine del procuratore della Tebaide, Aurelio Isidoro. È ovvio ed è risa-
puto che lo Stato paga per le proprie coemptiones assai meno delle cifre realmente
vigenti sul mercato, rimborsando dei valori che potevano essere attuali anche molti
anni prima. Sia 60 000 denarii nel 300 sia 72 000 nel 301, quindi, sono prezzi “sta-
tali” inferiori a quelli cui l’oro era realmente valutato sul libero mercato.
Le varie considerazioni sul valore dell’aureo hanno dunque, a ben guardare, poco
significato: non solo l'argento coniato era fortemente sopravvalutato rispetto al non
coniato, ma il prezzo dell'oro su cui ci stiamo basando è un prezzo teorico, da calmie-
re. Il dato di fatto evidente è che – all'interno del sistema monetario dioclezianeo –
l'oro circola come merce, con le sue necessarie fluttuazioni di prezzo. Non è dunque
assolutamente sostenibile l'idea che Diocleziano abbia proceduto con la ferma inten-
123 Cfr. BGU 620; PAnt 39. Cfr. infra, n. 145.
124 Cfr. Ruschenbusch, 1977, pp. 201-203, seguito da Brandt, 1988, cfr. p. 30.
125 Cfr. Ruschenbusch, 1977, p. 204.
126 Cfr. PBeattyPanop. 2, 214.
127 Cfr. Böhnke, 1994, p. 475.
54 CAPITOLO PRIMO

zione di ricreare una moneta d'oro stabile, nel suo valore e nel suo tasso di cambio ri-
spetto al divisionale, tanto meno di ristabilire un completo sistema bimetallico o tri-
metallico che, ponendo fine alla confusione delle coniazioni del III secolo, legasse
nuovamente la moneta argentea e bronzea ad un’unità-oro teorica128. Al contrario,
anche i testi di legge ammettono ora la differenza di statuto delle due valute129: lo si
vede in modo estremamente chiaro in CJ IV, 2, 9, del 293: la costituzione, relativa al
mutuo, ammette la possibilità di certum auri pondus itemque numeratam pecuniam
mutuo dedisse. È chiarissima qui l’opposizione tra l’oro – per il cui valore è il peso ad
essere determinante – ed il divisionale bronzeo, la pecunia – che risulta invece numera-
ta perché di valore nominale sopravvalutato rispetto all’intrinseco.
Gli scopi di questo “svincolamento” dell’oro, e del mantenimento, al tempo
stesso, del suo prezzo ai livelli più bassi possibili erano fondamentalmente due: tute-
lare il potere d’acquisto del divisionale, e con esso di esercito e funzionari, come
meglio vedremo nel corso del prossimo capitolo130, e, in connessione, mantenere la
possibilità di procurare metallo giallo allo Stato ad un prezzo conveniente attraverso
la pratica delle coemptiones, ampiamente attestate dai papiri coevi131, esattamente
come accadeva con tutti gli altri prodotti finiti, le materie prime, le prestazioni di
manodopera di cui si tratta nel testo dell’Editto132. E infatti il valore dell’oro qui
indicato – diversamente da come sarebbe accaduto se avesse significato la fissazione
di un preciso tasso di cambio tra le monete – ebbe brevissima durata133.
4. Evoluzioni del prezzo dell’oro durante la crisi della Tetrarchia
Nel 306, una delle normali requisizioni di oro ed argento praticate dall'autorità
centrale portò l'amministratore del fondo di una proprietaria terriera egiziana a ver-
sare tranquillamente l'oro richiesto nella forma di monete. Certamente, se queste
avessero avuto un valore superiore al metallo non coniato se ne sarebbe ben guarda-
to. La quantità richiesta, 2 once e 10 grammi, viene versata nella forma di 12 Ðlo-
128 Così, invece, Mommsen, 1890, p. 28; Ciccotti, 1915, pp. cxlv-cxlvi; Burns, 1927, p. 432; Segré, 1940-41, p.
255; West, 1951, p. 297; Kent, 1956, p. 191; Teall, 1967, p. 20; Callu, 1969, p. 357; Crawford, 1975a, p. 586; La-
faurie, 1975, p. 131; Corbier, 1986, p. 509; Ermatinger, 1990, p. 45; Depeyrot, 1991b, p. 218; Banaji, 2001, p. 40,
Gilles, 2007, p. 197. Banaji, 1996, p. 41, data a Costantino l’abbandono del bimetallismo, intendendo dunque quel-
lo dioclezianeo come un sistema bimetallico. Pankiewicz, 1989, p. 80, ritiene che la riforma del 294 istituisse un si-
stema bimetallico, abbandonato per un monometallismo aureo già nel 301; Wassink, 1991, invece, pur sostenendo
che lo scopo di Diocleziano fosse quello di creare uno stabile sistema bimetallico (cfr. pp. 486-487) ritiene che questo
fosse già naufragato poco dopo il 293, senza ulteriori sforzi del governo imperiale per mantenerlo in piedi (cfr. p.
488). Di un tentativo fallito parla anche Depeyrot, 2005, p. 96. Al contrario, espresse una posizione analoga a quella
che si sostiene qui Jones, 1974, p. 204: «a bimetallic currency can hardly have existed»; lo storico inglese aveva invece
in precedenza sostenuto che scopo di Diocleziano fosse creare «a coherent currency» (Jones, 1964, pp. 61 e 438). Già
Ensslin in CAH XII (cfr. p. 403) sosteneva ad ogni modo che Diocleziano non intendesse in alcun modo cambiare il
sistema economico-monetario vigente, ma solo creare una circolazione monetaria più semplice.
129 Cfr. Corbier, 1986, pp. 514-515; Carrié, 1994a, p. 195.
130 Cfr. pp. 138-138 e 144-145.
131 Di una «anxiety to secure gold from the provincials» da parte di Diocleziano parlava già Johnson, 1951,
pp. 56-57, che la poneva in connessione con un intenso programma edilizio e con le spese amministrative e
militari. Sugli “acquisti forzosi” di metalli preziosi in età tetrarchica, cfr. Rea, 1974; Bagnall, 1977b.
132 Cfr. Corcoran, 1996, p. 215.
133 Sulle cause della crescita costante del prezzo dell’oro, cfr. pp. 140-142.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 55

kott…noi134: questo significa che ogni moneta aveva un peso medio di 4 scripuli e
5/6, in modo coincidente con la principale moneta aurea dioclezianea, quella da
1/60 di libbra. Tale moneta è infatti corrispondente a 4 scripuli e 4/5, e il margine
(circa 0,6 %) è veramente troppo esiguo perché si possa pensare ad una sopravvalu-
tazione, o ad una preferenza dell'autorità centrale per il metallo coniato, come pure
si è cercato di sostenere135.
Una volta rimosso l’Editto dei Prezzi, inoltre, il prezzo dell’oro iniziò a salire ra-
pidamente, confermando così non solo la sua natura di merce e non di moneta, con
un tasso di cambio con la valuta vera e propria non fisso, ma anche il fatto che il
prezzo di 72 000 denarii la libbra prescritto dal calmiere dioclezianeo era davvero
inferiore al prezzo di mercato. È in questo senso fondamentale una ricevuta per una
coemptio di oro e argento da consegnare a Nicomedia, POxy XVII, 2106, che ripor-
ta un valore dell’oro pari a 10 miriadi, cioè 100 000 denarii, la libbra136.
La datazione di questo testo è stata spesso discussa. Nel 1940 Segré proponeva di
collocarlo poco prima del 2 agosto 304. L’argomento addotto a sostegno era che, es-
sendo il prezzo dell’oro pari a 50 000 denarii la libbra nel 301 (secondo la vecchia let-
tura dell’Editto dei Prezzi), e 125 000 denarii nel 307 (in base ad un calcolo del tutto
arbitrario, basato sul prezzo dell’argento fornito da PSI IV, 310), bisognava scegliere
una data che si trovasse all’incirca a metà. Segré ritenne anche che si trattasse di un
pagamento di aurum coronarium137. Seguendo quest’interpretazione, Seston preferì
collegare il versamento alle celebrazioni per i vicennalia dioclezianei, e datare il docu-
mento quindi all’estate del 303. La lettura del testo in riferimento all’aurum corona-
rium è però senz’altro da respingere: il versamento di corone d’oro in occasione di
pubbliche celebrazioni (vittorie o anniversari) non prevedeva infatti da parte imperiale
alcun rimborso, neanche a prezzi di coemptio138. Non si basa su argomenti migliori
neppure la critica di Jahn alle precedenti datazioni: lo studioso tedesco, infatti, respin-
gendo la lettura di Segré, poiché rileva l’errore nella valutazione del prezzo del 301, e
contesta l’ipotesi ricostruttiva del prezzo del 307 (ritenendo più probabile, sempre sul-
la base di una postulata ratio oro:argento, un valore di 103 000 denarii circa per lib-
bra), ma soprattutto riconosce – punto fondamentale – il carattere di “prezzo statale”
dei 100 000 denarii di POxy XVII, 2106, ritenendo però inverosimile che Dioclezia-
no avesse dopo pochi anni rimesso in discussione l’Editto dei Prezzi, propone in via

134 POxy XIV, 1653. Cfr. West, 1941a, pp. 293-294.


135 Cfr. Adelson, 1952, pp. 16-17; Callu, 1969, p. 417; Depeyrot, 1992, p. 35. Carrié, 1993a, invece, pro-
prio in relazione a questo papiro, ha scritto che «quando si tratta di requisire l’oro, è accordato un premio a
coloro che forniscono solidi piuttosto che metallo a peso, ristabilendo così il principio del valore aggiunto al
contenuto di fino dallo stesso conio» (p. 317). Parla invece correttamente di una buona prova del fatto che
l’oro circoli a peso West, 1941a, p. 301. Sulla circolazione a peso dell’oro in questo periodo cfr. anche Adel-
son, 1952, p. 20. Una valutazione a peso dell’oro è presente anche, ad esempio, in POxy XIV, 1645, del 308.
136 Cfr. West, 1941a, p. 296.
137 Cfr. Segré, 1940, p. 114; Segré, 1940-41, pp. 275-277. In modo meno elaborato, l’argomento era già sta-
to proposto in Segré 1929, pp. 376-377.
138 La mancata comprensione, in passato, dei meccanismi di acquisto forzoso dei metalli preziosi ha creato
problemi di interpretazione anche in relazione a questo testo: cfr. West, 1941a, pp. 296-297.
56 CAPITOLO PRIMO

del tutto ipotetica una postdatazione del papiro al 317-324139.


Ad un’indagine più precisa si dedicò invece John Rea, che arrivò a definire, sulla
base della presenza nel testo di un logistés, carica attestata con certezza dal 304, l’i-
tervallo 304-306 (e più probabilmente prima del 306) come momento di re-
dazione140. La data del 306 è accolta da Bowman ed anche da Bagnall, ancora una
volta sulla base di un confronto con il prezzo dell’argento fornito da SB XIV,
11 345141.
Per ottenere qualche dato più preciso, è bene tornare ad un suggerimento offerto da
Segré, ma da lui stesso seguito solo in parte, e considerare cioè quando Nicomedia sia
stata residenza imperiale. Escludendo la maggior parte del 303 e gli inizi del 304, che
Diocleziano trascorse in viaggio tra Sirmium, Roma e Ravenna, restano i mesi dal-
l’agosto 304 al I maggio 305 o i mesi dall’autunno 302 al marzo 303142. Galerio risiede
con certezza in questa città solo insieme a Diocleziano tra il marzo ed il maggio 305143,
in occasione della sua “promozione” ad Augusto. Sono dunque questi gli intervalli di
tempo da considerare, e tra questi è ovviamente da scegliere il primo, perché l’oro – dice
il papiro – deve affluire a Nicomedia per il 5 Mesore, quindi agli inizi di settembre: so-
no da ammettere come datazioni possibili quindi solo il 304, anno in cui Diocleziano è
a Nicomedia dalla tarda estate, o eventualmente il 305, se nei mesi dal maggio
all’autunno-inverno di quell’anno, prima di iniziare la campagna contro i Sarmati, du-
rante la quale non abbiamo notizie sui suoi spostamenti, Galerio si fosse lì trattenuto.
Il contesto fornito dal papiro in questione è quello dell’acquisto da parte del go-
verno di metalli preziosi a un prezzo fissato arbitrariamente dall’autorità ammini-
strativa. Anche ammettendo, quindi, come è verosimile, che l’Editto dei Prezzi in-
fluenzasse in misura minima o nulla gli scambi tra privati e si ripromettesse in realtà
di tutelare nelle transazioni gli interessi in primo luogo dello Stato, quindi del fun-
zionariato e dell’esercito144, POxy XVII, 2106 indica ugualmente l’avvenuta revoca
– almeno in parte – dell’Editto stesso145. Anzi, sarà da tenere in considerazione
139 Cfr. Jahn, 1975, p. 101.
140 Cfr. Rea, 1974, p. 165. L’ipotesi di Rea è rafforzata da Thomas, 1997, p. 196.
141 Cfr. Bowman, 1980, p. 35; Bagnall, 1985a, p. 28.
142 Cfr. Barnes, 1982, pp. 55-56.
143 Cfr. Barnes, 1982, p. 64.
144 Cfr. West, 1939, p. 240. Bravo Castañeda, 1980, p. 262, nota che «en el Edicto tampoco se observan
diferencias notorias entre la compra-venta al-por-mayor y la efectuada para suplir la necesidades de consumo
individual o familiar». È chiaro che l’autorità imperiale non aveva alcun mezzo, e probabilmente alcun interes-
se, nel verificare che le tariffe dell’Editto fossero applicate nei piccoli commerci al dettaglio, e quanto interes-
sava a Diocleziano nella sua politica economica, come si è già accennato e come rivela anche il preambolo, cfr.
pp. 145-145, era il mantenimento di prezzi bassi nelle compravendite che riguardassero i funzionari, i soldati,
lo Stato tout court (acquisti forzosi ecc.). Lo scarso interesse “sociale” dell’Editto dioclezianeo è peraltro rivela-
to dal fatto che anche le indicazioni relative agli stipendi, ai pagamenti delle prestazioni d’opera, non sono dei
“minimi salariali”, come vorrebbe un’attenzione agli strati bassi della popolazione, e come crede, con grave
fraintendimento, Bravo Castañeda, 1980 (ad esempio p. 274), ma ancora dei prezzi massimi da pagare per le
prestazioni ricevute.
145 Vanno dunque sfumate prese di posizione come quella di Ermatinger, 1990, secondo cui l’Editto dei
Prezzi sarebbe rimasto in vigore almeno fino al 312 (p. 49). Il prezzo “ufficiale” dell'oro doveva ovviamente,
data la sua natura di mezzo di accumulazione della ricchezza, subire maggiori pressioni da parte del mercato
rispetto ad altri: così, questa indicazione non risulterà in realtà in contrasto col fatto che, come già accennato,
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 57

nell’intero studio dell’oscillazione dei prezzi dell’oro che i valori indicati in relazione
agli acquisti forzosi da parte dello Stato, come già detto, sono assai più bassi di quel-
li assunti dal metallo sul libero mercato146. Nel giro di tre anni, quindi, il prezzo del
metallo era salito quasi del 40%.
Si viene così a delineare, nella storia economica dell’Impero tardoromano, un
fenomeno descritto con estrema precisione in linea teorica da C. M. Cipolla: se le
monete in un metallo presentano un valore di circolazione identico alla quantità di
metallo contenuta, le continue fluttuazioni del mercato obbligano lo Stato a cam-
biare continuamente il “tasso di cambio” tra i diversi metalli e nel nostro caso, dun-
que, dal momento che l’aureo non è vera propria moneta, il prezzo “ufficiale” del-
l’oro147. Basta dare uno sguardo ai prezzi indicati come “statali” nella Tab. I per
rendersi conto che è esattamente quanto accade in questi secoli.
Nel tracciare questa sequenza di prezzi – che dimostrano come il valore dell’oro
cambiasse rapidamente – bisogna tenere in grande considerazione una curiosa testi-
monianza talmudica, fornita da Yerushalmi Ma’aser Sheni 4.1. Qui si indica, intorno
all’anno 307, un valore per il solidus perfettamente compatibile con la linea evolutiva
indicata fin qui, ma con un’aggiunta ulteriore: l’autore fornisce infatti per l’aureo un
valore di 2000 denarii (indicando dunque un prezzo di 120 000 denarii per la libbra
d’oro) nel luogo in cui scrive (forse Tiberiade), chiarendo però che ad Arbael il prezzo
è leggermente superiore (2000 denarii più un leukon, piccola moneta del valore di 2
denarii)148. Seppur di poco, quindi, è necessario ammettere che il valore dell’oro po-
tesse oscillare non solo col trascorrere del tempo, ma anche su base geografica, forse in
relazione alla sua maggiore o minore diffusione nelle diverse aree149. Si conferma così
in modo ancor più evidente la natura di merx del metallo prezioso per eccellenza, la
sua completa estraneità da un sistema monetario in senso stretto.
Circa due anni dopo una ulteriore testimonianza ci attesta nuovamente il valore
ufficiale dell’oro, utilizzato nelle transazioni tra lo Stato e i cittadini: PRyl IV, 616,
l. 10 riporta infatti un’indicazione Paral…ou l…tr(ai) k [oÙg]k(…ai) $ gr(£m.)
.dmh (dhnar…wn) (muri£dej) ske AgL. Il problema della datazione del documento
è stato affrontato da Bagnall e Worp e poi, in maniera definitiva, da Thomas, che
attraverso una rilettura del papiro notò come la proposta degli editori, il 312, ri-
chiedesse, per essere corretta, che il numerale dell’indizione e l’indicazione della
stessa dovessero essere separati dall’intera frase consolare, in modo non altrimenti
attestato e certamente illogico. Il numerale a è quindi più probabilmente da riferire
all’indicazione del consolato. Ora, è vero che l’indicazione di un primo consolato

ancora molti anni dopo altre merci (grano, abiti) vengano ancora acquistate forzosamente dallo Stato ai prezzi
indicati nell’Editto di Diocleziano, come risulta ad esempio da P.Cair. Isid. 11 (a. 312); P.Cair. Isid. 14 (a.
314); POxy XLIV, 3194 (a. 323); P.Ant. 39 (a. 324): cfr. Boak, 1947, p. 31; Remondon, 1958, pp. 246-250;
Bingen, 1966, pp. 372-373.
146 Cfr. Giacchero, 1962, p. 46; Bagnall-Sijpestejn, 1977, p. 115; Carrié, 1981, p. 146; Bagnall, 1985a, p. 4.
147 Cfr. Cipolla, 1956, p. 27. Anche se Cipolla tratta il fenomeno in relazione alla moneta divisionale, esso si
verifica puntualmente anche con i metalli preziosi.
148 Cfr. Sperber, 1966b, p. 63; Sperber, 1968, pp. 103-105; Sperber, 1974a, p. 33
149 Cfr. Jones, 1974, p. 338. Ciò si vedrà ancor più chiaramente più avanti, in relazione a POxy LI, 3628-
3633 (cfr. pp. 331-333).
58 CAPITOLO PRIMO

non è frequente e, se vogliamo, neanche particolarmente sensata, ma se ipotizziamo


che il documento, che si riferisce ad una situazione del 309-310, sia però stato re-
datto dopo il secondo consolato di Costantino e Licinio, del 312, ogni incongruen-
za viene meno150. Le linee complete, ancora una volta emendate da Thomas, che ha
verificato come il numero delle libbre fosse sicuramente 20, scritto •k•, e non 25,
ke, come edito151, hanno permesso di ricostruire un prezzo dell’oro pari a 109 805
denarii la libbra, forse approssimazione da 110 000.
Ciò che balza subito agli occhi è il fatto che il metallo prezioso abbia qui un va-
lore inferiore rispetto a quello testimoniato dalla fonte precedente. Le spiegazioni di
questo fenomeno possono essere, sostanzialmente, tre: in primo luogo potrebbe es-
sersi verificato un effettivo calo del prezzo dell’oro, eventualità non impossibile per-
ché ne troveremo più tardi attestazioni, ma invero poco probabile. Una seconda
possibilità può essere data dalla localizzazione geografica: se il prezzo dell’oro cam-
biava anche nel giro di pochi chilometri, come abbiamo visto poco fa, si potrebbe
supporre per l’Egitto, dotato di aree minerarie e vicino all’oro nubiano, un prezzo
del metallo più basso che per la Palestina, e conciliare perciò in questo modo le due
testimonianze. È però decisamente più plausibile che la differenza di prezzo sia da
vedere nella differenza di contesto delle due fonti: quella palestinese si riferisce al li-
bero mercato, ed allo scambio tra privati; quella egiziana invece ad un prezzo impo-
sto dallo Stato ed al prelievo fiscale. Come si è già detto, il prezzo dell’oro indicato
dallo Stato era mantenuto a livelli più bassi rispetto a quello praticato sul libero
mercato, cambiava meno rapidamente e solo quando ormai il vecchio tasso di cam-
bio fosse completamente privo di senso. Un prezzo più basso per PRyl IV, 616 sarà
quindi non da ritenere effetto di dinamiche deflazionistiche, ma solo di un prezzo
statale inferiore, come sempre, a quello usato nei liberi scambi.
Sempre un prezzo statale, ma più alto di questo, è testimoniato da PHeid IV,
323 c: la provenienza del testo, ricevuta in tre copie del medesimo pagamento,
non è nota, ed è difficile, quindi, dire se in aree diverse dell’Egitto vigessero diver-
se tariffe per il metallo prezioso o se, come è decisamente più probabile, tra 309 e
310 la spinta inflazionistica sul mercato obbligasse le autorità a rialzare anche il
prezzo ufficiale. Il prelievo di oro viene compensato, questa volta, con 5 talenti e
1245 dracme per 15 grammi, ovvero 149 976 denarii la libbra. La cifra potrebbe
derivare – come suggerito dall’editore – da un’approssimazione per questo specifi-
co caso (31 245, la cifra calcolata in dracme, è divisibile per 15) di un prezzo
statale fissato a 150 000 denarii la libbra, ed è facile identificare anche come
questo “arrotondamento” sia avvenuto: se dividiamo 150 000 denarii per 288
(numero di grammi che compongono una libbra) dà circa 520,83. Se poi
approssimiamo al quarto più vicino (si calcolava infatti per frazioni, e non per
numeri decimali), 520,75, otteniamo il risultato indicato nel papiro (520,75 x 15
= 7811,25, che moltiplicato per 4 dà esattamente 31 245 dracme).
150 Cfr. Thomas, 1997, che nota anche come il papiro sia stato riscritto, quando non era più di alcuna utilità,
con un documento appartenente all’archivio di Teofane, i cui testi sono tutti degli anni 317-323. Cfr. anche
Bagnall-Worp, 1980, pp. 10-12.
151 Cfr. Thomas, 1997, p. 196. La verifica di Thomas ha accertato quanto era già stato in realtà suggerito da
Rea 25 anni prima: cfr. Rea, 1974, p. 165.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 59

moltiplicato per 4 dà esattamente 31 245 dracme).


PRyl IV, 643, invece, indica un prezzo dell’oro sul libero mercato circa tre volte
superiore, e pari a 360 000 denarii la libbra. Si tratta infatti di 42 000 denarii pagati
per sette ÐlokÒttinoi. Bagnall ha commesso in relazione a questo papiro un errore
facilmente comprensibile ma grave: moltiplicando il prezzo in denarii del singolo
aureus per 72 anziché per 60, come se già fosse in circolazione il solido costantinia-
no, diffuso invece in Egitto solo dopo il 324, ottiene un prezzo dell’oro pari a 288
talenti la libbra, cioè 432 000 denarii, prezzo attestato, come vedremo tra pochissi-
mo, nel 316-318, attraverso cui data il documento152. Questi anni sono invece da
intendere unicamente come terminus ante quem, dal momento che registrano un
prezzo, sempre sul libero mercato, superiore di circa un terzo. Terminus post quem è
invece la data, intorno al 307, cui risale la succitata testimonianza talmudica che ri-
ferisce di un prezzo dell’oro pari a 120 000 denarii la libbra. Il papiro potrebbe esse-
re contemporaneo a PRyl IV, 616, dal momento che un prezzo di coemptio dell’oro
pari a circa un terzo del valore assunto sul mercato potrebbe corrispondere alla real-
tà153, o anche appartenere al quinquennio successivo.
Alcuni anni dopo, nel 316-318, un altro papiro, POxy XLIII, 3121, relativo alla
realizzazione di una corona d’oro di 1 libbra, 5 once e 18 grammi offerta dalla città
di Ossirinco per il compleanno (il primo, il secondo o il terzo) di Licinio Iuniore
riporta assai chiaramente il prezzo dell’oro154. Dal papiro emerge come alla città
spetti il pagamento di un terzo della cifra, mentre i restanti due terzi siano di com-
petenza del nomo. Quindi sul totale del corrispettivo degli artigiani, 1776 denarii,
592 vengono pagati dal centro urbano155. Togliendo quindi questa cifra dal subto-
tale cittadino, pari a 5 talenti e 92 denarii, restano 4 talenti e 1000 denarii, cioè 4
talenti e 2/3. Colpisce immediatamente la coincidenza di questa cifra con i 4
grammi e 2/3 indicati come competenza della città nella quantità di metallo spreca-
ta nella fusione, che sarà dunque stata complessivamente 14 grammi, e che sembre-
rebbe essere anch’essa inviata al sovrano. Supponendo quindi che ciò indichi un
prezzo dell’oro pari a 1 talento, cioè 1500 denarii, al grammo, vorrebbe dire che
l’oro consegnato dalla città per la corona, pari a 142 grammi, deve costare 142 ta-
lenti. Il totale indicato in chiusura di documento, pari a 147 talenti e 92 denarii,
componendosi dunque di quantità dell’oro per produrre 1/3 della corona, 1/3 di
oro sprecato nella fusione, 1/3 di corrispettivo degli artigiani, rende certezza questa
ipotesi. Ad un prezzo di 1 talento al grammo, quindi, l’oro ha raggiunto ormai un
valore di 432 000 denarii la libbra. Solo una quindicina d’anni è passata dalla sua

152 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 62.


153 Un prezzo di coemptio del grano pari a un terzo, o anche meno, del suo valore sul mercato è attestato in-
torno al 330: cfr. Bagnall, 1985a, p. 37. È quindi da respingere l’idea, espressa in passato da S. Mazzarino (cfr.
Mazzarino, 1951, p. 129), secondo cui i prezzi di coemptio agirebbero sui prezzi di mercato con funzione de-
pressiva, risultando quindi finalizzati ad ottenerne un calo.
154 Per la realizzazione da parte degli orefici delle corone versate a titolo di aurum coronarium dalle città agli
Imperatori, cfr. anche POxy XII, 1413, di età aurelianea. In quel contesto, su sollecitazione probabilmente
imperiale, fu aggiunto alle corone, già realizzate, ulteriore oro per un valore di dodici talenti (la quantità di
metallo non è purtroppo precisata).
155 Sul corrispettivo degli artigiani in questo papiro cfr. pp. 76-77.
60 CAPITOLO PRIMO

valutazione ufficiale a 72 000 denarii. Si tenga presente che il valore indicato dal
papiro, siccome si riferisce a procedure di raccolta dell’oro tra i membri della curia e
ad una transazione commerciale con alcuni orefici, coinciderà con il prezzo che
l’oro aveva in quel momento assunto sul libero mercato: lo Stato non rientra nella
transazione se non come destinatario ultimo della corona, ormai prodotto finito di
gioielleria.
Ampiamente confrontabile, per occasione e per prezzo, anche POxy LV, 3791,
datato al 318, interessante papiro con cui, su ordine della prefettura al pretorio, si
commissiona la realizzazione di uno o più ritratti imperiali. Come nel testo prece-
dente, anche qui è indicato un pagamento al collegio degli orefici per una certa
quantità d’oro, ed è indicato un prezzo del metallo all’oncia pari a 26 talenti (rr. 5;
7 e forse 9), ossia 468 000 denarii la libbra. Si tratta sempre di un prezzo di merca-
to, di poco superiore a quello di POxy XLIII, 3121, compatibile quindi con una
datazione solo di uno o due anni posteriore156.
5. L’“epigrafe di Feltre” e il significato del termine siliqua
Ulteriori informazioni possono essere tratte da un interessante e dibattuto testo
epigrafico, la cosiddetta “epigrafe di Feltre”. Scoperto nell’agosto 1906, il titolo fu
edito in prima battuta l’anno seguente da Ghirardini, poi ripubblicato e commenta-
to nel 1908 da Lorenzina Cesano e nel 1909 da Wilhelm Kubitschek157, prima di
trovare collocazione, nel 1916, nel terzo volume delle Inscriptiones Latinae Selectae
del Dessau, al n. 9420. Nel 1970 alcune varianti di lettura venivano proposte da
Giacomo Manganaro158. L’ultima edizione (1989) è quella di Luciano Lazzaro, nel
quinto volume dei Supplementa Italica (n. 3, p. 253). Datata con precisione al 28
agosto 323, l’epigrafe ci fornisce alcune utili informazioni sulla situazione moneta-
ria dell’Italia retta da un Costantino ancora non unico Imperatore: Severo et Rufino
co(n)s(ulibus) / V k(alendas) Sept(embres) / acceperunt coll(egia) fabr(orum) et
c(entonariorum) / (denariorum) quingenta milia computata / usura anni uni(us) cen-
tensima u[n]a / (denariorum) LX (milia), de qua usura per singulos an(nos) / die V i-
du(s) Ian(uarias) natale ipsius ex usura s(upra) s(cripta) / at memoriam Hos(tilii) Fla-
minini refriger(---) / SE +++ debunt (refrigerare se debebunt?) et IIII vir(---) et sex
princ(ipal---) / et off(ici---) pub(lic---) spor(tularum) no(mine) aureos den(os)159 et

156 Saranno dunque da prediligere, per POxy XLIII, 3121, il 316 e il 317 come possibili occasioni di dona-
zione della corona, dovendo però postulare che il prezzo indicato dal testo del 318 non sia comprensivo del
corrispettivo degli artigiani, che supponiamo indicato nella parte mancante del papiro, in analogia con POxy
XLIII, 3121.
157 Cfr. Cesano, 1908; Kubitschek, 1909.
158 Cfr. Manganaro, 1970, p. 81.
159 La lettura aureos den(arios) proposta dalla Cesano come “una sgrammaticatura” (cfr. Cesano, 1908, pp.
239 e 250-251, in cui viene trattata come “anacronismo”) è ovviamente inaccettabile, e fu corretta già da Ku-
bitschek (cfr. Kubitschek, 1909, p. 53). La Cesano stessa peraltro lamentava in quel punto l’assenza dell’am-
montare esatto della sportula. Non è qui di diretto interesse la questione dei destinatari delle sportule, magi-
strati cittadini secondo Kubitschek (1909, cfr. p. 63), che tornando sull’epigrafe nel 1934 allargò il gruppo,
includendovi sia magistrati cittadini (destinatari di aurei e siliqua) sia collegiati (destinatari dei “nummi”); si
trattava solo di membri del collegio, invece, per Mickwitz, 1938 (cfr. p. 222)
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 61

sil(iquam) / sing(ulam), neic non et per ros(am) at memor(iam) eius / refrigerar(---) de-
veb(unt) N CCCLXII160 (ILS 9420 = Suppl. It. V, p. 253, n. 3)161.
L’epigrafe, forse la base di una statua in onore di Ostilio Flaminino162, ci dice,
in sostanza, che i collegi dei fabbri e dei centonarii hanno ricevuto un legato, pari a
500 000 denarii, che rende annualmente un interesse del 12% (centensima una, cioè
l’1% al mese), pari a 60 000 denarii163; questa rendita deve essere utilizzata ogni an-
no per celebrare due ricorrenze, ossia il compleanno del donatore, Ostilio Flamini-
no, e il giorno per rosam164: in entrambe le occasioni si deve svolgere un banchetto
presso la tomba del benefattore, e nella prima devono essere distribuite anche delle
sportule, per un ammontare pari a dieci monete d’oro e una siliqua165. È necessario

160 La lettera N, accompagnata dal numero 362, interpretata dalla Cesano come n(umero) dei membri delle cor-
porazioni invitati ai banchetti (cfr. Cesano, 1908, p. 256), sciolta invece da Kubitschek in n(ummis), ablativo
strumentale relativo all’organizzazione del banchetto della celebrazione per rosam, durante la quale i beneficiarii
avrebbero ricevuto 362 nummi (o meglio 361,5), e non 10 aurei e una siliqua, distribuiti invece il giorno
dell’anniversario del donatore (cfr. Kubitschek, 1909, p. 56; Kubitschek, 1934, pp. 146-147, seguito da Wieser,
1953, p. 33 ma anche da Callu, 1969, p. 369, che vede in questo nummus un centenionalis), infine interpretata da
Manganaro come il numero di archiviazione della fondazione nel tabularium di Feltre (cfr. Manganaro, 1970, p.
82), sulla base di un suggerimento in realtà già avanzato dallo stesso Kubitschek (cfr. Kubitschek, 1909, p. 56)
indica più probabilmente – come hanno sottolineato Harris, Linderski, Panciera – una datazione secondo un
computo locale: cfr. Suppl. It. V, p. 255; Suppl. It. XXII, p. 252. Come numero dei membri di corporazione la ci-
fra appare di certo eccessiva per una comunità come Feltre: cfr. Mickwitz, 1938, p. 220. La lettura n(ummis), più
volte seguita, ha fatto sì che si ritenesse questa la cifra da spendere per i banchetti, ritenendo così che 60000 dena-
rii corrispondessero a 10 aurei, 1 siliqua e 362 nummi (cfr. Regler, 1954, p. 117); con 1 siliqua di 12 nummi si
ottiene un prezzo del solido pari a 5311 denarii (cfr. Mickwitz, 1938, p. 220). Secondo lo studioso finlandese, in-
vece, bisognava intendere il nummus come un pezzo da 5 denarii (valore che egli attribuiva al laureato grande dio-
clezianeo, che oggi sappiamo invece essere stato pari a 25 denarii), ottenendo un prezzo dell’oro alla libbra pari a
416000 denarii (cfr. Mickwitz, 1938, pp. 227-228). L’idea di una sinonimia tra nummi e silique, avanzata da
Mattingly, 1928, p. 228 (seguita da Picozzi, 1966, p. 27), secondo cui, pertanto, 25 solidi e 3 silique = 60000
denarii, è stata presto respinta su ottime basi: cfr. Mickwitz, 1938, p. 220. Si ricordi che in un primo momento
G. Mickwitz aveva rifiutato lo scioglimento di Kubitschek; rinunciò poi a fornire qualsivoglia interpretazione del
testo, sostenendo che nessun dato sul rapporto tra i diversi metalli sarebbe da qui desumibile: cfr. Mickwitz,
1932, p. 84. Legge n(ummis) ancora Depeyrot, 1992 (cfr. p. 59).
161 È qui fornito il testo come edito dal Lazzaro.
162 Cfr. Kubitschek, 1909, p. 49. La base è riutilizzata: sulla faccia opposta è una dedica imperiale, che Man-
ganaro suppose a Vespasiano, Alföldi ha invece datato alla seconda metà del III secolo: Suppl. It. V, n. 2, p.
251; cfr. Manganaro, 1970, p. 81.
163 La Cesano suppose che 60 000 denarii fossero l’equivalente di una libbra d’oro, errore derivato tra le altre
cose dall’erronea lettura dell’Editto dei Prezzi, molto curiosamente reiterato in anni ben più recenti dal Lazza-
ro: cfr. Cesano, 1908, p. 237; Suppl. It. V, p. 255. De Martino, 1998, p. 114, legge invece erroneamente 60
denarii mensili, cioè 720 l’anno, senza rendersi conto che questa cifra non può in alcun modo corrispondere
all’1% di 500 000.
164 Sulla celebrazione per rosam, cfr. Cesano, 1908, pp. 248-249.
165 Anche volendo conservare la lettura tradizionale della siliqua come moneta d’argento, su cui ci tratterremo
a breve, è impossibile ricavare da quest’epigrafe la ratio oro:argento di 1:18, come invece è stato proposto da
più lati, senza postulare l’identificazione della siliqua con uno specifico pezzo di conio, quod est demonstran-
dum: cfr. West, 1941a, p. 295. La presenza dell’et tra l’azione del se refrigerare e la distribuzione delle sportule
rende più plausibile una separazione delle due attività, entrambe da svolgere con i 60 000 denarii; Manganaro,
1970, pp. 83-84, intese invece che la distribuzione dei 10 aurei più una siliqua costituisse la cifra che quat-
tuorviri e principales dovevano impegnare nell’allestimento del banchetto. In questo modo, 60 000 denarii
non sono secondo lui una cifra superiore, ma uguale a 10 aurei e una siliqua. Il testo epigrafico, nonostante
alcune difficoltà di lettura anche notevoli, non sembra autorizzare in alcun modo l’idea, espressa da Depeyrot,
1992, p. 59, che i 10 aurei e la siliqua non costituiscano l’ammontare delle sportule, ma dell’intera donazione,
62 CAPITOLO PRIMO

dunque interrogarsi sul significato esatto dei due termini presenti nel testo epigrafi-
co. Per quanto riguarda l’aureus, il problema è di facile soluzione: nonostante alcuni
errori di lettura in questo senso, infatti, non vi è dubbio che il termine, utilizzato in
numismatica per indicare le monete d’oro precostantiniane, ed in particolare quelle
da 1/60 di libbra, fu in realtà usato dagli antichi indistintamente prima e dopo Co-
stantino per indicare qualsiasi pezzo in oro166. Dalle fonti antiche, però, appare
chiaramente, e lo si è già visto, come solidus fosse usato in epoca precedente a Co-
stantino; aureus invece è utilizzato nel periodo successivo in particolare in testi lette-
rari, sempre come sinonimo di “solido”167, non però con frequenza notevole168.
L’uso nell’Historia Augusta non è un dato facilmente utilizzabile, dal momento
che attesta sì l’utilizzo del termine in epoca tardoantica, ma sempre in riferimento
ad epoca predioclezianea; l’uso nella raccolta di biografie ed in Ammiano può ri-
spondere ad un uso letterario “classicistico”169. Il vocabolo sarà ancora utilizzato in
quest’accezione da Isidoro di Siviglia (Etym. XVI, 25, 16). Nei testi giuridici il suo
uso manca completamente nel Codice Teodosiano e risulta nel Codice Giustinia-
neo solo in testi posteriori al 472: I, 3, 32 (472); XII, 25, 4 (474); II, 7, 26 (524);
VI, 23, 23 (524); III, 2, 3 (530); IV, 27, 2 (530), quindi compare anche nelle Varie
cassiodoree: II, 35 (507/511). È plausibile pertanto che l’uso del termine in giuri-
sprudenza, divenuto desueto nel corso del IV secolo, si diffonda nuovamente in se-
guito, forse come versione o calco dell’uso greco, in quanto traduzione di crus‹noj.
L’unica ricorrenza nelle Novelle postteodosiane, infatti, in Nov. Val. XVI, mostra
aureus come aggettivo di materia – peraltro pleonastico – di solidus170. Anche in let-
teratura le ricorrenze aumentano notevolmente nei secoli più tardi171. Bisogna però
tenere conto anche dell’utilizzo di aureus come sostantivo nella Vulgata geronimia-
na (4 Re 5, 5; 2 Par 9, 15-16), che può aver influito sugli usi successivi. In Greg.

e siano dunque pari a 500 000 denarii.


166 La confusione tra l’uso antico e la prassi numismatica è però notevole, se ancora Guest, 2005, p. 45, si
trova a riferire della sostituzione del solido all’aureo ammettendo che «the word solidus first appears on copies
of Diocletian’s Price Edict, dated to 301, although the term aureus apparently remained in use as late as 323»;
il termine aureus, in realtà, non esce mai dall’uso e resta sempre sinonimo di solido, così come lo era già, pre-
sumibilmente, dalla fine del III secolo. Una distinzione antica tra aureus (che sarebbe termine ancora in uso in
età dioclezianea) e solidus (in uso da Costantino) è erroneamente propugnata ancora da Ploumis, 2001, p. 61.
167 Cfr. Kubitschek (PW II/2, col. 2547); Adelson, 1952, p. 24.
168 Chronographus CCCLIV, in MGH Auct. Antiq. 9, 148, ma in riferimento all’età dioclezianea; Amm.
XXIV, 4, 26 e XXVI, 7, 11, come agg. di nummus; XVI, 5, 14; XX, 4, 18 e XXV, 8, 15, come sostantivo;
Prud., Perist. II, 96, come agg. di nummus; Hist. Aug., Vita Sev. 6, 3; Vita Heliog. 21, 7; 22, 3; Vita Gall. 15,
2 (cfr. Tomlin, 1980, p. 263); Sulp. Sev., Dial. I, 5, come aggettivo di nummus
169 È idea di S. Mazzarino, evidentemente da correggere, che solidus sarebbe stato termine ufficiale, mentre
aureus il termine della lingua letteraria: cfr. Mazzarino, 1974, p. 93. Se ne può recepire però, appunto, l’indi-
cazione che aureus fosse termine considerato più aulico.
170 È ovvio infatti che il termine possa essere usato anche come aggettivo di solidus, anche se in questo caso
costituisce un pleonasma: così è anche in Caes. Arel., Hom. 14.
171 Greg. Tur., HF I, 31; II, 3; 12 (ove la sinonimia con solidus è esplicita); III, 15; 31; 34; IV, 26; 35; 46; V,
14; VI, 36; VII, 31; VIII, 20; IX, 30; X, 4; 19; Glor. Mart. 72; De Virt. Iul. 16; Vit. Patr. I, 5; VIII, 9; Glor.
Conf. 13; 70; 81; De virt. Mart. IV, 40; Fredeg., Chron. III, 11; Vita Fidoli (MGH, Rer. Merov. III, p. 429);
Vita Columb. I, 22 (MGH, Rer. Merov. IV, p. 96); Vita S. Amati, 16 (Ibid., p. 221); Vita Sigiranni, 30 (I-
bid., p. 623); Vita Eligii II, 25 (Ibid., p. 714).
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 63

Tur., HF VI, 1 il termine indica sì una “moneta d’oro”, ma non equivalente al soli-
do, bensì un medaglione del peso eccezionale di una libbra, confermando come il
suo utilizzo sia generico, ed indichi in realtà qualsiasi pezzo di conio in oro.
Ben più complesso il discorso relativo alla siliqua. Il termine siliqua è utilizzato
in numismatica per indicare alcune monete in argento coniate in epoca tardoimpe-
riale. Questo uso, inveterato, ha fatto sì che la parola fosse letta in tale accezione an-
che nelle fonti antiche, in cui effettivamente compare con una certa frequenza. Si
tratta però di un grossolano errore, perché un’analisi sistematica delle ricorrenze
mostra come in epoca tardoantica il termine indicasse esclusivamente una quantità
di oro pari a 1/24 di solido, cioè 1/6 di grammo, o 1/1728 di libbra172. Una cifra
tanto piccola richiedeva di necessità un pagamento in moneta divisionale (per quan-
to, come vedremo nel capitolo successivo, negli astucci contenenti bilancia e pesi
per la verifica delle monete fosse talora presente uno specimen da 0,19 g, ossia esat-
tamente 1/24 di solido), ma esprimeva il valore in termini esclusivamente di conta-
bilità aurea, e non istituisce di fatto una parità fissa oro-argento, come invece si so-
stiene di frequente.
L’errore di identificazione, come si è detto, nasce dalla convinzione che un’unità di
misura citata così spesso dovesse per forza corrispondere anche ad un’unità fisica, e non
potendo questa essere in oro, giacché non sono note monete così piccole in questo me-
tallo, dovesse essere per forza argentea173. Si tratta, cioè, di un vero e proprio postulato,
infondato dal momento che – come vedremo meglio nei prossimi capitoli – troviamo
di frequente nelle fonti riferimenti a pesi d’oro piccoli e piccolissimi, che erano ovvia-
mente pagati in moneta divisionale senza dover però corrispondere per forza a precisi
pezzi monetali. La continua variazione del rapporto di valore reciproco tra oro e argen-
to174, inoltre, rende assolutamente improbabile l’idea di una moneta nel secondo me-
tallo rappresentante una frazione costante di valore di una in metallo giallo.
Anche se si sono talora alzate voci di scontento nei confronti di questa lettura175,
è a tutt’oggi assai diffusa l’identificazione con la siliqua della moneta da 1/96 di lib-

172 Nessuna fonte ci permette di concludere – come fa invece Harl, 1996, p. 149 – che già l’aureo dioclezia-
neo da 1/60 di libbra fosse composto di 24 silique. Le testimonianze relative a questa unità sono infatti tutte
posteriori alla riforma costantiniana.
173 Cfr. Hultsch, 18822, pp. 331-332; Cesano, 1908, p. 253; Dattari, 1918, pp. 227-228, talmente fedele
all’idea della siliqua come moneta d’argento da arrivare a ritenere che essa, in età costantiniana, equivalesse a
1/25 e non già a 1/24 di solido, contro ogni evidenza documentaria. Cfr. anche Kubitschek, 1909, p. 52, se-
condo cui l’idea che la siliqua sia solo un peso in oro sarebbe «ganz aussichtlos».
174 Cfr. Jones, 1964, pp. 439-440 (ove si riconosce però un tentativo costantiniano di istituire un sistema
bimetallico oro-argento); Jones, 1974, p. 204.
175 Cfr. Grierson, 1959a, p. 77 (secondo cui la siliqua è solo unità di conto, cui di tanto in tanto è stata data
forma tangibile in argento), posizione rafforzata ancora trent’anni dopo, quando il medesimo autore scrisse
che la siliqua non era prodotta direttamente in oro ma pagata in quantità variabili di argento e bronzo, essen-
do solo moneta di conto (Grierson, 1989, pp. 15-16 e 345. Cfr. anche MEC I, p. 9); J. P. C. Kent ha ammes-
so, pur continuando ad utilizzare il termine siliqua come nome per la moneta d’argento da 1/96 di libbra, che
esso è assolutamente convenzionale, e non è affatto certo che questo fosse il suo nome, ufficiale o meno: cfr.
RIC VIII, p. 57; sembrerebbe una posizione analoga quella di Harl, 1996, p. 162. Anche Manganaro mette in
dubbio la sua identificazione con una moneta d’argento, ritenendo che esprima invece una quantità non pre-
cisabile di divisionale (Manganaro, 1970, p. 84). Categorico anche Jones, 1974, pp. 75-76: «There was no
coin called siliqua. The siliqua […] was an accounting unit».
64 CAPITOLO PRIMO

bra d’argento che, reintrodotta da Diocleziano, fu coniata nuovamente, dopo una


sospensione di alcuni anni, da Costantino a partire dal 313176. Nella seconda metà
degli anni ’50 del IV secolo, questa moneta sarebbe stata coniata con un piede pari
a 1/144 di libbra (la cosiddetta “siliqua ridotta”), mantenendo però sempre un valo-
re pari a 1/24 di solido. L’origine dell’errore fu la Geschichte des römischen Münzwe-
sens del Mommsen, il quale, interessandosi in modo particolare all’identificazione
delle monete pervenute fino a noi con i nomi noti dalle fonti177, indicò però – senza
alcuna ombra di dubbio – nella siliqua (secondo l’autore necessariamente moneta
reale data la frequenza delle attestazioni) solo con il pezzo da 1/144, e mantenendo
all’1/96 il nome argenteus178. Già Babelon però sostenne che, essendo il miliarense,
ossia la moneta da 1/72 di libbra, pari a 1,75 silique (ker£tia) secondo le glosse
nomiche179, la siliqua era inevitabilmente quella da 1/96, per un rapporto o-
ro:argento 1:13,71180. In realtà, nulla impedisce di pensare che il passo in questione
indichi il “tasso di cambio” tra oro ed argento: poco prima le stesse glosse nomiche
indicano in 14 miliarensi l’equivalente di un solido181. Ciò significa, appunto che
24 silique erano pari a 14 miliarensi, e dunque un miliarense a dodici settimi di si-
liqua; approssimando, una e tre quarti, esattamente come indicato nel passo imme-
diatamente successivo. Il tutto, peraltro, torna con l’interpretazione etimologica del
miliarense come 1/1000 di libbra d’oro, che lo porrebbe in relazione alla siliqua in
un rapporto 1000:1728, quindi 1:1,73 o, approssimando, 1:1,75182. Proprio il fatto
che questi valori siano approssimati, come è naturale nel cambio tra metalli diversi,
rende improbabile una natura argentea della siliqua. Se così fosse, infatti, dovrem-
mo ritenere giusti sia il suo rapporto con il solido (1:24, assolutamente certo), sia
quello col miliarense (1:1,75)183. Esistendo una parità oro-argento fissa, il milia-
rense avrebbe assunto un valore approssimato per essere equivalente a un millesimo
di libbra d’oro. Questo però non aiuta: affidando al solido il valore di 13,88 milia-
rensi, come richiedebbe questa condizione, la siliqua non ha più un rapporto con

176 Tra gli altri, cfr. Regling e Seeck in PW, III A/1, coll. 62-68; Mickwitz, 1933a, pp. 8-10; Kubitschek,
1934, p. 148; Mickwitz, 1934, p. 241; Kubitschek, 1935, p. 345; Adelson, 1958, pp. 11-14; RIC VII, pp. 4 e
7; Callu, 1969, pp. 358-359; Pankiewicz, 1989, p. 82; Harl, 1996, pp. 475-476; Stumpf in Neue Pauly XI,
coll. 55-56; Snodgrass, 2003, p. 383.
177 Cfr. Brandt, 2004b, p. 154.
178 Cfr. Mommsen, 1860, pp. 791 e 837. Così anche, negli anni successivi, Seeck, 1890, pp. 65-67; West-
Johnson, 1944, p. 107.
179 Hultsch I, 309, 1-2. Non entrerò qui nel problema, tutt’altro che risolto, dell’effettiva identificazione del
miliarense. Mi limiterò a mostrare le incongruenze della teoria che vede nella siliqua la moneta d’argento da
1/96 di libbra anche se il miliarense fosse effettivamente da riconoscere in quella da 1/72, fermo restando che
quest’ultima assunzione non è certa ed una sua smentita fa a maggior ragione crollare tutti i ragionamenti di
Babelon e dei suoi epigoni.
180 Cfr. Babelon, 1901a, pp. 574-576; Babelon, 1901b, p. 110; Maurice, 1908, p. xlv. La moneta da 1/96 di
libbra sarebbe stata invece il miliarense secondo Segré, 1940-41, p. 264.
181 Hultsch I, 307, 23-24.
182 Cfr. Regling, in PW III A/1, col. 63.
183 Si noti come questo rapporto sia già fonte di problemi, dal momento che il miliarense, coniato a 1/72 di
libbra, dovrebbe essere il doppio della siliqua da 1/144, e in un rapporto 1:1,3 con l’argenteus da 1/96, a me-
no di non intendere una diversa sopravvalutazione dei due pezzi.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 65

questi di 1:1,75, e risulta quindi anch’essa approssimata.


In sostanza, per riassumere, la monetazione argentea doveva prevedere – secon-
do la ricostruzione di Babelon – due tagli, l’uno creato come frazione intera del so-
lido, e quindi anche della libbra (trascurando che il piede da 1/96 era quello nero-
niano, e poi dioclezianeo), l’altro solo della libbra ma non del solido, con in conse-
guenza un tasso di cambio approssimato tra loro quanto tra miliarense e solido. Ap-
pare immediatamente come una simile ipotesi sia complessa e concettosa, e scarsa-
mente probabile, anche perché implica da parte imperiale l’assunzione cosciente e
deliberata di un tasso di cambio fisso oro:argento impraticabile (e non accertato:
1:13,71 o 1:13,88)184. La variazione dei rapporti di prezzo tra oro e argento è dimo-
strata, poi, tra l’altro, dall’indicazione, in altre fonti, del miliarense come pari a 1/12
di solido185. Il fatto che il rapporto di valore tra siliqua e solido non cambi mai, in-
vece, deve far propendere decisamente per una loro natura omologa.
Nessuno spazio era inoltre lasciato, in questa ricostruzione, all’ipotesi di una so-
pravvalutazione della valuta argentea rispetto all’intrinseco. Le possibilità invece so-
no due: o la “siliqua” è sopravvalutata rispetto all’intrinseco o no. Il secondo caso,
come dimostra l’epigrafe di Afrodisia che dispone il raddoppio del valore nominale
di alcune monete, non corrisponde al vero. Volendo perseguirlo però per assurdo,
supponendo che poco tempo dopo il 301 l’argento abbia invece cominciato a circo-
lare su base ponderale, ne otteniamo che il tasso di cambio tra oro ed argento do-
vrebbe essere fisso, cosa che non corrisponde al vero, come sappiamo da molte te-
stimonianze papiracee186. Peraltro, pur mantenendo, a titolo di ipotesi, il tasso di
cambio del 301, cioè 1:12 (72 000:6 000, come da Editto dei prezzi), il ventiquat-
tresimo di solido dovrebbe corrispondere effettivamente a 1/144 di libbra, mentre il
piede di coniazione di questa moneta è 1/96 fino alla seconda metà del secolo. Se
invece la siliqua fosse sopravvalutata, ad essere fissa sarebbe la ratio argento conia-
to:oro grezzo. Ora, questo rapporto di valore deve essere assai superiore a 1:12. Uti-
lizzando un tasso 1:14,4, cioè quello tra oro e argento non coniati nel 397 (CTh
XIII, 2, 1)187, si ottiene in effetti che 1/24 di solido corrisponde a 1/120 di libbra in
argento; quella da 1/144 sarebbe quindi una moneta sopravvalutata del 20%, il che
non è affatto impossibile, ammesso e non concesso che una moneta sopravvalutata
possa restare in rapporto di valore fisso con una moneta non sopravvalutata come il
solido188. Nella prima metà del secolo, però, tale rapporto deve essere ancora supe-
riore, e superiore a 1:18, tasso a cui la moneta da 1/96 risulterebbe di valore identi-
co all’intrinseco189. Ma una simile ratio non è attestata se non nel 422 (CTh VIII,
184 Cfr. Giesecke, 1938, p. 212. Pankiewicz, 1989, p. 82, accetta infatti una ratio di circa 1:13,9, salvo dover
immediatamente dopo sostenere, per giustificare l’identificazione del pezzo da 1/96 con una siliqua, che essa
doveva essere superiore a 1:16,6.
185 Cfr. Regling, in PW III A/1, col. 63.
186 La ratio oro:argento sembrerebbe essere oscillante all’inizio del IV secolo, forse a partire dalla metà del III
secolo, in concomitanza con la riduzione di peso dell’aureo: cfr. Reece, 1999, p. 133.
187 Il tasso di cambio 1:14 è definito in modo non del tutto perspicuo “naturale” da Callu, 2003a, p. 209.
188 Si è anche talora voluto identificare il peso teorico della siliqua in 1/120 e non 1/144 di libbra: cfr. Evans,
1915, pp. 467-468.
189 Cfr. Mickwitz, 1933a, pp. 8-9; Mickwitz, 1934, p. 242 (dove si sottolinea come la conseguenza di questa
66 CAPITOLO PRIMO

4, 27)190, ed è stata proposta da alcuni autori solo sulla base del ragionamento in-
verso, cioè partendo dal postulato che la moneta da 1/96 doveva essere pari a 1/24
di solido191. Al contrario, intorno al 340 troviamo un rapporto di valore tra i due
metalli non coniati oscillante tra circa 1:14,25 e 1:16,25 (POxy LIV, 3773). Dun-
que l’argenteus da 1/96 di libbra non può in alcun modo essere una siliqua192.
La scoperta nel 1906 della nostra epigrafe, che attesta l’uso del termine già nel
323, ha forzato la mano di molti studiosi costringendoli a cercare l’identificazione
con una moneta d’argento già nel sistema monetario costantiniano193. Altri, invece,
fedeli alla posizione del Mommsen, indicano con il nome siliqua solo il pezzo da
1/144 coniato a partire dall’età di Costanzo II, nel 358-359194. Al di là del fatto che

operazione costantiniana sarebbe stata la ricostruzione di un sistema perfettamente bimetallico).


190 Sono stati sollevati, inoltre, alcuni dubbi sulla reale corrispondenza della ratio prevista da questa legge con
quella effettivamente attiva sul mercato, dal momento che la costituzione sembra riferirsi a condizioni partico-
lari di pagamenti in un metallo piuttosto che in un altro: cfr. MEC I, p. 105; Pankiewicz, 1989, p. 96.
191 Cfr. RIC IX, p. xxviii; Pankiewicz, 1989, p. 83: lo studioso polacco, però, introduce ulteriori complica-
zioni ingiustificate nella sua ricostruzione, ritenendo che con la riduzione del peso della “siliqua” sotto i 3
grammi il solido potrebbe essere stato ritariffato a 25 silique (dato numerico mai testimoniato), per una ratio
oro:argento pari a 1:16,6 (altro dato mai testimoniato dalle fonti), e riferendo peraltro, sulla base delle fonti
papiracee, di rapporti di valore in quegli anni molto più bassi, intorno a 1:13 - 1:14 (anche se in parte non te-
stimoniati direttamente, ma ricostruiti con più passaggi, e non completamente accettabili); Depeyrot, 1992,
p. 56. L’errore non è raro: anche Mommsen, dopo aver deciso che la moneta d’argento da 1/144 di libbra era
la siliqua ne derivò che la ratio oro:argento nella seconda metà del IV secolo doveva per forza essere 1:12 (cfr.
Mommsen, 1860, p. 837), dato che – come si è appena detto – le testimonianze papiracee hanno poi comple-
tamente smentito. A indicare una ratio tra oro e argento non coniato pari a 1:18 vi sarebbe solo un papiro, SB
III, 6086, non datato (Mickwitz, 1933a, p. 8, lo collocava ad inizio secolo proprio per difendere la propria i-
dentificazione della siliqua con l’argenteus dioclezianeo, seguito da Kubitschek, 1935, p. 345 e da Adelson,
1967, p. 268), che riporta conti relativi ad un’esazione la cui occasione e la cui natura non sono chiare (cfr.
Kubitschek, 1913, p. 169; West, 1941a, pp. 297-299); Durliat ha però mostrato con ottimi argomenti come
sia probabilmente qui indicata, in verità, la ratio consueta 1:14,4 (cfr. Durliat, 1980, pp. 140-142). Solo più
avanti la riforma di Tiberio II sostituì la libbra d’argento consuetudinaria per il donativo di accessione impe-
riale con 4 solidi (Joh. Eph. III, 11), quindi con un possibile rapporto di valore 1:18 (ma anche in merito si
vedano le giuste obiezioni di Durliat, 1980, pp. 144-145). Già Lenormant, 1878-79 (cfr. vol. I, p. 167) rite-
neva peraltro che il valore 1:18 fosse stato in vigore solo per breve tempo introno al 422. L’idea che PSI 310,
del 307, indicasse questo rapporto di valore è stata confutata già da Louise West nel 1941 (West, 1941a, p.
294). Se quindi nel passato fu difesa l’idea che la ratio “normale” del IV secolo fosse 1:18 (cfr. ad es. Rémon-
don, 1957, p. 140), questa idea è oggi decisamente rifiutata: cfr. soprattutto Bagnall, 1985a, p. 60 e Banaji,
2001, p. 42. Si tenga poi presente che una ratio ancora diversa, di 1:15, che potrebbe essere frutto di un arro-
tondamento, è attestata in CIL V, 8734.
192 L’obiezione di Callu, 1978a, p. 109, secondo cui la siliqua dell’epigrafe di Feltre non può essere la moneta
argentea da 1/96 di libbra, perché Costantino riprese a coniarla solo nel 324, che nega quindi tale identifica-
zione ma non propone una soluzione per la presenza del termine nel 323, potrebbe, eventualmente, essere ag-
girata pensando ad una circolazione ancora intensa dei pezzi d’argento dioclezianei.
193 Cfr., tra gli altri, Mickwitz, 1933a, pp. 9-10 (ma, al contrario, Mickwitz, 1932, cfr. p. 77, diceva che «in
der Identifizierung der Siliqua mit den bewahrten Münzen sind bis jetzt keine unwiderlegbare Ergebnisse er-
zielt worden»); Mickwitz, 1938, p. 219; Mattingly, 1946, p. 113; Adelson, 1952, p. 113; Dupont, 1963, p.
177; Picozzi, 1966, p. 29 (secondo cui la moneta da 1/96 prenderebbe il nome di siliqua solo da età costanti-
niana); RIC VII, p. 7; Depeyrot, 1996a, p. 8.
194 Cfr. Mattingly, 1928, p. 223; Brambach, 1929, p. 256; Schilbach, 1970, p. 161; Dictionnaire, p. 552
(laddove si legge però, curiosamente, che il nome siliqua era attribuito anche al pezzo dioclezianeo da 1/96 di
libbra, senza che questo fosse una siliqua in senso stretto, cioè valesse 1/24 di solido: cfr. p. 504). H. Krichel-
dorf arriva al punto di sostenere che la siliqua, prima del 360 circa moneta da 1/144 di libbra d’argento, cioè
metà di un “miliarense”, valesse 1/28 di solido, contro tutte le indicazioni metrologiche a noi note, e che dopo
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 67

l’introduzione di un pezzo d’argento pari a 1/24 di solido e chiamato siliqua impli-


cherebbe uno slittamento semantico del termine che non pare attestato (perché se
Mommsen ebbe il “vantaggio” di non conoscere, e quindi di non dover spiegare,
l’epigrafe di Feltre, altri suoi successori la calano in un silenzio intenzionale)195,
sembra però che l’argento circolasse sulla base del puro valore intrinseco, e questo
richiederebbe un tasso di cambio di 1:12, non noto e troppo alto per il periodo196.
Non solo, ma il calo di peso di questa moneta sotto Onorio, intorno al 392-
397197, e la successiva riduzione, dagli anni 430 al regno di Zenone, a 1/216 di lib-
bra198, essendo rimasto il rapporto tra i metalli non coniati 1:14,4, come dimostrano i
papiri POxy LI, 3628-3633199, l’inclusione della costituzione del 397 nel Codice
Giustinianeo (X, 78, 1), e Vita Caes. Arelat. I, 37 per l’Occidente, renderebbero la
sopravvalutazione del pezzo pari all’80%, cioè assai alta. L’esistenza di questo rapporto
fisso, inoltre, farebbe pensare che in questo momento l’argento circoli a peso come
l’oro200, seguendone le oscillazioni di valore: la siliqua dovrebbe essere pertanto una
moneta da 1/120 di libbra, che non esiste. Si è giunti persino, per aggirare i problemi,
a negare quello che è l’unico dato di fatto che conosciamo con certezza, ossia
l’equazione 1 solido = 24 silique201. Le difficoltà sembrano davvero troppe perché vi si
possa ovviare, ed è allora decisamente preferibile ritenere la siliqua semplicemente una
frazione del solido, quindi un peso, per quanto piccolo, d’oro. E conferma la sua ca-
ratterizzazione esclusiva come frazione di solido l’esistenza di pesi campione, recanti
indicazione metrologica in silique, effettivamente corrispondenti a 1/24 di solido202.
Il problema si riaffaccia per il VI secolo: secondo Mommsen sarebbe da identifi-
care con la siliqua, in questo contesto, il pezzo d’argento con indicazione di valore
CN, 250 nummi: moltiplicando per 24 il valore nominale si ottiene 6000, ovvero il

questa data divennisse invece un pezzo d’argento da 1/120 di libbra e di valore pari a 1/24 di moneta d’oro
(cfr. Kricheldorf, 1958, pp. 25-26). Già prima Giesecke aveva teorizzato che la siliqua valesse in realtà 1/25 di
solido (cfr. Giesecke, 1938, p. 214).
195 Così Ulrich Bansa, 1973, p. 159, nel momento in cui identifica la siliqua con il pezzo da 1/126 di libbra,
la cui produzione sarebbe iniziata con Costanzo II nel 352, continuata sporadicamente con Giuliano e Gio-
viano e avviata «in grande stile» sotto Valentiniano e Valente; Harl, 1996, p. 173.
196 Cfr. RIC X, pp. 15-16: «The piece conventionally referred to as a siliqua cannot in our period have been
rated so high, for this would imply a gold:silver ratio of 12:1 or less, lower than any figure recorded in our
sources». Si è già detto che questa ratio, oggi chiaramente smentita dalle fonti papirologiche, fu postulata dal
Mommsen proprio sulla base della sua identificazione del pezzo da 1/144 di libbra con la siliqua. Un tasso di
1:12 è quello che Durliat ipotizza per il tardo VI secolo: cfr. Durliat, 1980, pp. 144-147.
197 Adelson, 1958, p. 5.
198 Cfr. RIC X, p. 16.
199 Cfr. pp. 331-333.
200 Potrebbe dimostrarlo una bilancia egiziana, che sembrerebbe finalizzata alla pesatura proprio delle monete
argentee da 1/144 di libbra: cfr. cap. 2, n. 129. Cfr. Carlà 2007b, pp. 207-208.
201 Cfr. Depeyrot, 1984, pp. 209-210 e Depeyrot, 1996a, pp. 8-9, secondo cui, a metà del IV secolo, la sili-
qua diventerebbe 1/40 di solido (cfr. anche Depeyrot, 1992, p. 81), 1/60 con la creazione del tremissi (cfr.
anche Depeyrot, 1992, p. 86). Anche Hobbs, 2006, cfr. p. 19, ritiene di non avere alcun indizio che riveli il
rapporto di valore tra siliqua (intesa ovviamente come moneta in argento) e solido.
202 Cfr. Pottier, 2004, p. 56: è chiaramente un refuso il riferimento a un’unità del valore di 1/24 di solido
«soit une scrupule»; lo scrupolo vale infatti ¼ di solido.
68 CAPITOLO PRIMO

valore del solido indicato da Cassiod., Var. I, 10, 5203. Cassiodoro, però, attribuisce
esplicitamente quella valutazione del solido ai veteres, ossia al IV secolo204, e Mom-
msen stesso, in altro luogo, collega questa valutazione dell’oro all’introduzione stes-
sa della siliqua, a suo parere avvenuta, come si è detto, con Giuliano205. Non solo,
ma le informazioni sul prezzo dell’oro fornite da Procopio di Cesarea danno valori
completamente diversi206. Al di là del fatto che la moneta in questione, recando un
valore nominale in nummi, rivela la sua natura di pretium, e come tale in rapporto
di valore oscillante rispetto alla merx oro, con nominale superiore al valore dell’in-
trinseco, si tratta di un pezzo da 1/288 di libbra: se equivalesse a 1/24 di solido, cioè
a 1/1728 di libbra d’oro, avremmo un rapporto oro:argento monetato 1:6, contro
un rapporto oro:argento non monetato 1:14,4 (o 1:18). La sopravvalutazione sa-
rebbe anche in questo caso davvero assai ampia207.
Quanto al frequente ricorrere del termine nelle fonti, fermo restando che esso
non è affatto prova stringente della reale esistenza del pezzo (in età dioclezianea non
esiste il denario, come in seguito non esiste il follis, e nella storia innumerevoli unità
di conto non hanno avuto reale esistenza fisica, ultima la lira), è invece perfettamen-
te spiegabile con l’inquadrarsi anch’essa, come il solido, perfettamente nel sistema
duodecimale, con l’essere adattissima ad esprimerne le frazioni e quindi gli interessi.
Ancor più, l’utilizzo sempre più massiccio del vocabolo a partire dal VI secolo può
corrispondere alla necessità di adottare una unità di misura “internazionale” per
l’oro univoca a fronte dell’esistenza dei solidi leggeri e dei tremissi da 7 silique.
Bisogna dunque evidenziare con estrema chiarezza come l’uso del termine per
indicare la moneta d’argento sia una mera convenzione numismatica:
The siliqua was the only common silver coin in circulation in the Roman Empire
during the late fourth century, although it is certain that it was not called by this
name at the time
come ha scritto Tomlin nel commento di una tabella defixionis di IV secolo rin-
venuta in Inghilterra, che affida a Nettuno la dannazione del ladro di un solido e sei
argentioli che rende più che verosimile l’ipotesi che argentiolus-argenteus208 sia il
termine usato all’epoca per indicare queste monete209.
Il credere la siliqua moneta d’argento ha condotto, nella storia degli studi, a cu-
riose contraddizioni: così, ad esempio, D. Claude deve notare la presenza del termi-

203 Cfr. Mommsen, 1860, p. 840; Hultsch, 18822, pp. 342-343; Grierson, 1989, pp. 16 e 46. Anche Segré, se-
condo cui fino a questo momento la siliqua fu soltanto un’unità di conto relativa all’oro, crede che con la moneta
d’argento CN essa fosse “materializzata” in un pezzo d’argento: cfr. Segré, 1920, p. 318. Non è più verosimile il ra-
gionamento di Adelson (1952, cfr. p. 117; 1958, cfr. pp. 16-17), secondo cui la moneta in questione sarebbe invece
una mezza siliqua, sulla base di un supposto prezzo del solido pari a 12000 nummi non attestato in alcun luogo.
204 Cfr. pp. 305-307.
205 Cfr. Mommsen, 1860, p. 843.
206 Cfr. pp. 396-399.
207 Cfr. già i dubbi in merito di Segré, 1940-41, p. 273.
208 Si veda anche Amm. XXIV, 3, 3. Già Adelson, 1958, cfr. p. 5, propose di identificare in questo argenteus
ammianeo il pezzo da 1/144 di libbra.
209 Tomlin, n. 1 in «Britannia», n. 28, 1997, pp. 455-457 e commento relativo.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 69

ne nel diritto visigoto, constatando contemporaneamente però la mancata conia-


zione dell’argento nel regno, e concludendone che la siliqua fosse qui solo moneta
di conto210. In seguito, non può in effetti che sottolineare il proprio stupore di
fronte alla testimonianza di Isidoro di Siviglia, chiarissima sulla natura metallica
della siliqua211: senza alcun riferimento a monete in altri metalli, la definisce infatti
seccamente vicensima quarta pars solidi est, ab arbore cuius … nomen est vocabulum
tenens (Etym. XVI, 25, 9; cfr. anche 12: si noti, come per le definizioni relative al
solido, che ci troviamo all’interno del paragrafo de ponderibus).
Quanto all’etimologia, le indicazioni di Isidoro sono, come si vede, purtroppo
lacunose, ma rimandano al campo semantico della botanica. Il termine indica infat-
ti certamente il carrubo ed i suoi frutti212. È il Codex Mutinense prior (Hultsch II,
132, 9-11) a indicare col termine siliqua un tipo di pianta che nasce sulla riva del
mare, ma anche un tipo di farro. Prisciano, nel Carmen de ponderibus (vv. 10-13)
ribadisce il fatto che sei semi compongano uno scrupolo: Semina sex alii siliquis lati-
tantia curvis / attribuunt scriplo, lentis vel grana bis octo, / aut totidem speltas nume-
rant tristeve lupinos / bis duo. È forse da vedere in questo l’origine etimologica del
termine come unità di misura; è infatti evidente che, essendo un ventiquattresimo
di solido, la siliqua sia anche un sesto di grammo (o scripulus)213. Come unità pon-
derale e non numismatica, risulta così anche la diciottesima parte della dracma, la
terza dell’obolo214, e a sua volta si divide in tre grana215.
Anche all’interno dei regni romano-barbarici, come già si è accennato, la siliqua
rimase solo ed esclusivamente un peso in oro. Lo dimostra bene, nel pieno della
Francia merovingia di VII secolo, un passo della Vita Eligii (I, 5): il santo, allora an-
cora orefice, dovendo fabbricare una sella auro gemmisque per Clotario lo fa senza
sottrarre neanche una minima parte dell’oro, cioè absque ulla fraude vel unius etiam
siliquae imminutione. Anche in questo contesto, peraltro, l’equivoco sul significato
del termine ha indotto illustri studiosi nell’errore, fino a ricostruire, sulla sola base
del suo apparire nelle fonti, massicce circolazioni di monete d’argento non coniate
dalle nuove autorità statuali216.
Nella letteratura giuridica, siliqua ricorre per la prima volta in CTh XII, 4, 1,

210 Cfr. Claude, 1989, p. 36.


211 Cfr. Claude, 1989, p. 38.
212 Sulla ricorrenza di nomi di semi nella metrologia, cfr. Eran, A., Samen in der Metrologie, in Die historische
Metrologie in den Wissenschaften (a cura di H. Witthöft - G. Binding - F. Irsigler - I. Schneider - A. Zimmer-
mann), St. Katharinen 1986, pp. 248-261.
213 Calvus (Hultsch II, 144); Priscianus, de figuris numerorum (Hultsch II, 83, 10 e 84); Carmen de librae sive
assis partibus, v. 19; Codex Mutinense prior (Hultsch II, 130, 27 e 131, 3); Tabula Codicis Bernensis (Hultsch
II, 128, 10); Laterculus Polemii Silvii (MGH Chron. Min. I, p. 550).
214 Euch. Lugd., Instr. II, 13; Isid. Hisp., Etym. XVI, 25, 10-11; 13 e 21; Excerpta ex Isidoro, Hultsch II,
139, 6-9. Errate invece le indicazioni fornite dagli Excerpta ex Isidoro in altro passo (Hultsch II, 127, 6-10), da
cui risulterebbe che la siliqua è un quarto (cfr. anche Hultsch II, 126, 20-23) o metà dello scrupolo. Cfr.
Hultsch II, p. 38; Regling in PW s. v. siliqua. Cfr. anche [Boeth.], Euclid. Geom. II (PL 63, 1352).
215 Tabula Codicis Bernensis (Hultsch II, 128, 21); Excerpta ex Isidoro (Hultsch II, 138, 24-27). Altre indica-
zioni ponderali relative alla siliqua: Isid. Hisp., Etym. XVI, 26, 3
216 Cfr. Miles, 1952, p. 154.
70 CAPITOLO PRIMO

del 428, in cui si indica in 4 silique l’anno per ogni iugum et caput l’ammontare del-
l’imposta nota come lucrativa describtio. L’ammontare è confermato anche in Nov.
Theod. 22, del 442, ripresa in CJ X, 36, 1. Più interessante per noi è CJ VIII, 12,
1, del 485-486, che utilizza, come innumerevoli altre testimonianze, la siliqua al-
l’interno di una proporzione rispetto al solido (unam siliquam sibi ex singulis ero-
gandis solidis), confermando la sua natura di unità di misura dell’oro. La siliqua
compare spesso nel senso di una frazione della moneta d’oro, per esprimere una per-
centuale, o un interesse: Lex Visig. V, 5, 8; Greg. Mag., Ep. IX, 38. Anche Agosti-
no (En. in Ps. XCIII, 24), dopo aver detto che in un certo senso il regno dei cieli è
venale, spiega che il suo prezzo consiste nella fatica e non nell’oro, mette in relazio-
ne solidus, semiuncia e libra, indicate come possibili unità di misura del metallo pre-
zioso, e la siliqua laboris che costituisce il costo della felicità eterna. È evidente come
l’uso di siliqua fosse qui inteso indicare una frazione inferiore delle misure già ripor-
tate, ma – per rendere il paragone più evidente – utilizzata generalmente per indica-
re lo stesso oggetto.
Un’ulteriore conferma viene dal Liber Pontificalis, che registra, all’epoca di Inno-
cenzo I (401-417), la costruzione della basilica dei Ss. Gervasio e Protasio, pagata, tra
l’altro, con le siliquas III uncias III portae Nomentanae (vol. I p. 222 Duchesne), cioè i
3/24 + 3/12, ossia i 3/8, delle rendite dell’esazione del dazio a porta Nomentana, evi-
dentemente appaltata a privati. È chiaro che il termine esprime unicamente una fra-
zione di ogni solido guadagnato. Anche Basso, che ha edificato S. Maria Maggiore,
l’ha dotata, tra gli altri fondi, della domus Palmati, probabilmente il terreno stesso su
cui la chiesa sorge, che rende 154 solidi e 3 silique (vol. I, p. 233 Duchesne). Anche
qui non vi è nessun riferimento che possa far pensare ad una cifra espressa in due me-
talli differenti. Nulla si può poi aggiungere di fronte ad una affermazione di Gregorio
Magno incredibilmente esplicita: hac tibi auctoritate praecipimus ut ad tres siliquas au-
reas factis libellis ei vineolam ipsam locare debeas (Ep. XI, 20).
Siliqua è anche il nome di un’imposta sui commerci, detta anche siliquaticum
(Cassiod., Var. II, 4 e 30, 3), introdotta nel 444-445, che richiedeva il pagamento
di una siliqua per ogni solido, e quindi di 1/24 dell’imponibile, per metà versata dal
venditore e per metà dal compratore217; neppure questa mostra alcuna attinenza
con la moneta argentea, ma esprime unicamente una frazione di valore218.
Solamente una glossa all’Editto di Rotari sembra fornire un’indicazione non
congruente con tutto il quadro fin qui tracciato, sostenendo che la siliqua fosse vice-
sima pars solidi219. Fermo restando che non è fatta neppure qui alcuna menzione
dell’argento, una spiegazione può essere trovata forse in una confusione con l’unità
di misura – di origine botanica come la siliqua – utilizzata presso i popoli germani-
ci, ossia lo sceatta, ventesima parte dello shilling (scellino), soprattutto perché queste

217 Cfr. Jones, 1964, pp. 435 e 826; Soraci, 1974, pp. 128-129.
218 Nov. Val. 15 (444-445); Nov. Maj. 7, 16 (458: in cui si indica inoltre una suddivisione in silique di due
solidi); Cassiod., Var. II, 25 (507-511); CJ IV, 32, 26, 4 (528); Greg. Mag., Ep. I, 44. Siliquatarii sono i suoi
esattori, sottoposti ad un comes siliquatariorum: Cassiod., Var. II, 12 (507-511); II, 26 (507-511).
219 Cfr. Monneret de Villard, 1919, p. 34.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 71

glosse sono di datazione assai posteriore, sicuramente post-carolingia220. È bene for-


se ricordare che anche il termine sceatta, che indica unicamente una frazione dello
scellino-tremisse aureo, è utilizzato per indicare le monete d’argento anglosassoni,
benché la prima ricorrenza del termine, nella legge di Etelberto, sia precedente l’ini-
zio della coniazione di queste221, creando una confusione assai analoga a quella che
si è qui tentato di districare, che è stata oggetto delle attenzioni di Ian Stewart222.
Nella nostra epigrafe abbiamo pertanto la prima attestazione del termine siliqua,
unità di conto che comincia ad essere usata, evidentemente, in connessione con la
stabilizzazione dell’uso del solido costantiniano da 1/72 di libbra. Ora 10 solidi e una
siliqua, cioè 241 silique – cifra troppo alta per essere distribuita a ogni beneficiario, e
quindi da interpretare come spesa complessiva223 – devono valere, evidentemente,
meno di 60 000 denarii224. Siccome una libbra d’oro è composta da 1728 silique, una
semplice proporzione ci dice che il prezzo della libbra d’oro è in questo momento in-
feriore (anche se presumibilmente non di moltissimo) a 430 207 denarii.
L’epigrafe è estremamente importante anche per un altro motivo: abbiamo infatti
testimoniata già nel 323 la pratica della cosiddetta “contabilità oro”, su cui torneremo
assai più diffusamente in seguito225, consistente nel contabilizzare in metallo prezioso
anche le cifre troppo piccole per essere effettivamente pagate in quel metallo (utiliz-
zando l’unità di misura della siliqua, appunto). Questo tipo di contabilità preserva le
cifre così registrate dalla perdita di potere d’acquisto che colpiva il divisionale, e la sua
pratica è dunque da ritenere già diffusa nel primo quarto del secolo.
Nel giro di quegli anni alcune testimonianze sembrano suggerire per il prezzo
dell’oro dei cali: POxy XII, 1430226, ad esempio, è una ricevuta che indica che i
comarchi del villaggio di Heraclides hanno ricevuto dal banchiere pubblico, su or-
dine dello stratego dell’Ossirinchite, il pagamento del combustibile utilizzato per i
bagni pubblici. La datazione, certa, è al luglio 324, e 10 grammi e mezzo di metallo
prezioso corrispondono a 7 talenti e 3720 dracme, cioè a 11 430 denarii, per un

220 Cfr. Adelson, 1957, pp. 6-7.


221 Cfr. MEC I, p. 157.
222 Cfr. Stewart, I., Anglo-Saxon Gold Coins, in Scripta Nummaria Romana. Essays Presented to H. Sutherland
(a cura di R. A. G. Carson - C. M. Kraay), London 1978, pp. 143-172, in particolare p. 144.
223 Cfr. Kubitschek, 1909, p. 54, ove si sottolinea come la somma, derivando dall’addizione delle diverse
sportule, non debba necessariamente costituire cifra tonda.
224 Il calcolo proposto da Callu (Callu, 1978b, p. 114) contiene due errori sostanziali: in primo luogo consi-
dera i 10 aurei monete da 1/60 di libbra, mentre nel 323 in Italia circolava già il solido costantiniano; in se-
condo luogo ritiene che 10 aurei e una siliqua siano uguali a 60 000 denarii, mentre evidentemente sono infe-
riori, dal momento che con la cifra devono essere pagate, oltre alle sportule, anche i banchetti. Entrambi gli
errori nascono da una totale adesione all’interpretazione di Manganaro, 1970 (pp. 83-84 e 87), che ritiene che
il termine aurei non potesse indicare il solido costantiniano.
225 Cfr. pp. 135-136. Sul concetto di contabilità nel mondo romano, cfr. Minaud, 2005, pp. 17-20 («si un
entrepreneur enregistre les dépenses et les recettes pour les utiliser ultérieurement à titre indicatif, il met en
place une comptabilité dont les principes de base sont de mémoriser, classer, contrôller et analyser»).
226 Su questo testo, cfr. anche Mickwitz, 1932, p. 101; Mickwitz, 1938, p. 221 (che commette un errore di
calcolo dovuto probabilmente ad un numero maggiore di passaggi, con successive approssimazioni) e Rémon-
don, 1958, p. 250. Si vedano anche le correzioni testuali apportate da Bagnall, 1988, p. 161 e da Worp,
1996.
72 CAPITOLO PRIMO

prezzo alla libbra pari a circa 313 509 denarii227. Si noti, ancora una volta, l’indi-
cazione ponderale della quantità d’oro da pagare, peraltro non equivalente a nessu-
na unità monetaria. La base di calcolo dell’oro era quindi, vediamo ancora una volta
con chiarezza, il suo peso. Più interessante ancora è il fatto che la differenza rispetto
al prezzo attestato in Italia solo un anno prima è notevole.
Il problema, a lungo dibattuto, riguarda l’eventuale identificazione di fenomeni
deflattivi in Oriente intorno agli anni ’20 del secolo, come ipotizzati da Mickwitz,
secondo cui un periodo di calo dei prezzi si sarebbe manifestato negli anni successivi
al 314228, e da West e Johnson, che parlavano invece di un momento di deflazione
intorno al 316229. L’esistenza di una fase di deflazione è stata invece recisamente ne-
gata da Bagnall, che parla di un semplice momento di stabilità nei prezzi per i sei
anni 312-318230.
Bisogna in primo luogo sottolineare che il dato offerto da POxy XLIII, 3121 per il
318 allude al prezzo di mercato del metallo prezioso, mentre POxy XII, 1430 riporta
indubitabilmente il prezzo offerto dallo Stato231, ed un’ulteriore testimonianza solo di
un mese precedente, CPR VIII, 27, indica un prezzo ancora inferiore, usato per rim-
borsare un qualche prodotto232: si tratta di due ricevute praticamente identiche, che ci
informano del fatto che il 23 giugno 324, in una località da collocare probabilmente
nel nomo Ermopolite, vengono versati 146 denarii per ogni carato d’oro, per un tota-
le la libbra di 252 288 denarii233. Spiegare il perché della differenza non è semplice: è
certamente possibile che il prezzo dei rimborsi statali variasse in modo molto significa-
tivo a seconda della tipologia di transazione, della località, del singolo prelievo (e
quindi anche da un mese all’altro), del funzionario. Si potrebbe però ritenere anche
che un abbassamento del rimborso delle coemptiones fosse connesso allo stato di guerra
dichiarata tra Costantino e Licinio nell’estate 324.
È molto difficile definire, quindi, se il prezzo dell’oro sia realmente sceso, e
quanto invece un suo incremento non sia stato occultato dalle tariffe ufficiali dello
Stato: in considerazione dei rapporti di prezzo fin qui visti tra prezzo di mercato e
prezzo statale, un rimborso pubblico che copra solo il 50% del valore effettivo del
bene non appare eccessivamente ridotto234. Se si crede ad un prezzo sul mercato as-
227 Il calcolo effettuato da Manganaro, 1970 (cfr. p. 85) è erroneo perché anziché dividere 11430 per 10,5, e
moltiplicare il risultato per 288 (numero di grammi in una libbra) tenta una conversione in unità ponderali
moderne, considerando il grammo antico 1,122 g odierni, e una libbra 323 g.
228 Cfr. Mickwitz, 1932, pp. 105-107; Mickwitz, 1938, p. 224.
229 Cfr. West-Johnson, 1944, pp. 112-113.
230 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 32.
231 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 28.
232 Gli editori videro in questo testo una ricevuta di un acquisto forzoso di oro (Quittung für Gold); Bagnall,
1988 (cfr. pp. 162-163) ha però messo in evidenza come non si tratti del canonico formulario per le coemptiones
di metalli preziosi, e possa anche trattarsi della ricevuta per il rimborso del prezzo di altra merce consegnata.
233 L’editore utilizza il carato una volta come unità di peso, un’altra come frazione di solido, senza badare al
fatto che le due unità coincidono, e che la differenza che ne deriva è causata unicamente dall’approssimatività
delle nostre conoscenze sul peso reale della libbra, del solido e delle loro frazioni: cfr. Hagedorn, 1984, p. 153.
234 Questo dato di fatto ineludibile, ovvero l’esistenza di prezzi statali assai ridotti rispetto a quelli praticati sul
mercato, anche per i metalli preziosi, non è minimamente preso in considerazione da Pankiewicz, 1989 nelle
sue considerazioni sulle fluttuazioni di valore dei metalli monetali; lo studioso polacco finisce così per omolo-
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 73

sai più alto di quello indicato, e si accetta il confronto operato da Bagnall con prezzi
di altre merci, si perviene ad una stima del prezzo dell’oro sul mercato nel 324 simi-
le a quello del 318, o più alto235.
Infine, è da notare che non molto più tardi, come vedremo, il prezzo dell’oro
apparirà, rispetto a quanto indicato da POxy XII, 1430, più che decuplicato (PSI
VII, 825): che quindi negli anni 318-324 (anni, tra l’altro, in cui sia in Occidente
che in Oriente un’ampia mobilitazione preparò lo scontro finale tra Costantino e
Licinio, con probabili conseguenze inflative) avvenisse un netto incremento dei
prezzi, mascherato dal mantenimento dei prezzi di coemptio sempre uguali, è assai
più verosimile rispetto all’ipotesi di una improvvisa decuplicazione dei prezzi subito
dopo il passaggio dell’Egitto nell’orbita costantiniana236.
In questo contesto, il prezzo attestato dall’epigrafe di Feltre (che, si ricordi, è mino-
re, e non uguale, a circa 430 000 denarii la libbra) appare pertanto ampiamente con-
frontabile, e probabilmente inferiore, rispetto a quello in vigore, a quanto si può pre-
sumere, in Egitto. La cosiddetta “deflazione di Licinio” appare realmente un mito237.
Si noti, infine, come sia difficile apprezzare il ruolo che possono aver giocato,
nel determinare l’ascesa dell’oro, le successive riduzioni della moneta divisionale
principale, il “laureato grande” dioclezianeo. Se le vicende dei decenni successivi,
che vedremo più avanti, fanno intendere che le riduzioni ponderali, e le vistose ri-
duzioni del fino, entrassero in gioco nel minare la fiducia del pubblico, e nel deter-
minare una svalutazione del divisionale e un aumento dell’oro, è però vero che
l’assenza di datazioni precise, la necessità di confrontare in questo senso solo i prezzi
di mercato, scarsi per questo periodo, e soprattutto il fatto che il solo dato prove-
niente dall’Occidente sia l’epigrafe di Feltre, rendono assolutamente impossibile no-
tare differenze nell’evoluzione del prezzo del metallo giallo tra le due partes Imperii,
in cui le riduzioni avvennero in momenti diversi: se Costantino infatti ridusse
l’originario piede di coniazione di 1/32 a 1/40 e poi a 1/48 nel corso del solo anno
307, quindi a 1/72 nel 310 ed a 1/96 nel 313, le zecche orientali sembrano aver se-
guito la riduzione a 1/48 qualche tempo dopo, forse nel 308-311, ed aver invece
operato la riduzione a 1/96 praticamente in concomitanza con le officine occidenta-
li238. La quantità di fino nel periodo successivo, inoltre, conobbe anche mutamenti
rilevanti, con ampie differenze, però, non solo tra le due metà dell’Impero, ma an-
che all’interno della stessa parte di Licinio. Dopo il 318, infine, la quantità di ar-
gento fu aumentata in tutto l’Impero, e risultò però più alta in Occidente (media
4,12%) che in Oriente (media 3,04%). Le monete liciniane, emesse nel 320-324,
recanti l’indicazione di un valore pari a 12 denarii e mezzo, infine, non contengono

gare tutte le testimonianze in nostro possesso, togliendo molto valore alle sue conclusioni. In relazione a POxy
XII, 1430, ad esempio, Pankiewicz (cfr. p. 87) conduce una serie di calcoli, basati sull’accettazione di una
ratio oro:bronzo 1:1200 e sulle analisi del divisionale allora circolante per concluderne, in modo del tutto ar-
bitrario, che il “follis” (la serie Gloria Exercitus) di quegli anni valesse 2 denarii (in realtà approssimati).
235 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 33.
236 Cfr. ad esempio Callu, 1978b, p. 117.
237 Ipotizza dinamiche inflattive, e non deflattive, nell’Egitto liciniano Harl, 1996, p. 165.
238 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, p. 560; Bruun, 1987, p. 3.
74 CAPITOLO PRIMO

affatto argento239. Non è quindi possibile mettere in connessione questi dati con
eventuali modifiche nel prezzo dell’oro in questi anni.
6. L’oreficeria e i gioielli monetali
È interessante, in conclusione di capitolo, condurre alcune considerazioni sul rap-
porto tra monetazione in oro ed oreficeria. Se il metallo coniato e quello non coniato
hanno esattamente lo stesso valore, come si è fin qui dimostrato, è evidente che più
che acquistare i gioielli, gli aspiranti acquirenti porteranno le monete in loro possesso
all’orefice, il quale le fonderà (eventualmente trattenendo per sé una parte del metallo
come compenso). Se le monete avessero invece un valore superiore rispetto al metallo
non coniato una simile operazione comporterebbe una perdita di denaro, e non sa-
rebbe quindi praticata regolarmente240. Anche i gioielli e gli oggetti di oreficeria,
quindi, avendo in realtà una possibilità di circolazione del tutto analoga a quella delle
monete, devono essere considerati a tutti gli effetti parte integrante del reddito della
classe sociale più elevata, detentrice di oro241. Una situazione come quella descritta te-
oricamente è mostrata dal papiro PMich III, 218 = SB III, 7250. Parte di una serie di
sette lettere di Paniskos, è da datare, secondo l’editore, a fine III – inizi IV secolo. Una
frase, in particolare, contiene una serie di indicazioni per la moglie dell’autore, la qua-
le deve badare ai suoi possedimenti, preparare il materiale per un chitone e un mantel-
lo, e t¦ tr…a ÐlokÒttina po…hson aÙt¦ podÒyela tÍ qugatr… mou. Le cavigliere
per la figlia, cioè, non devono essere acquistate, ma realizzate usando come materia
prima i 3 solidi inviati alla moglie, come indica la costruzione del verbo poišw con
complemento oggetto e complemento predicativo dell’oggetto: «fa’ di questi 3 solidi
cavigliere per mia figlia». L’uso di portare il proprio oro dall’orefice è attestato più vol-
te nelle fonti242, che insistono soprattutto sul rischio che un artigiano disonesto sot-
tragga una parte del metallo243; in ogni bottega era conservato dunque tanto oro di
proprietà dell’artigiano quanto di proprietà dei clienti244. Considerando che la prima
attestazione datata del termine ÐlokÒttinoj risale al 301, e che la diffusione del solido
costantiniano da 1/72 di libbra in Egitto è invece da riferire agli anni successivi al
324, è assai probabile che le monete qui indicate fossero gli aurei da 1/60 di libbra
dioclezianee e postdioclezianee. Ciò indica una quantità di metallo pari a circa 16,35
grammi d’oro: si tratta cioè di un peso ridotto; è possibile quindi che le tre monete

239 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, p. 567; King, 1993b, pp. 21-25.


240 Cfr. Mac Mullen, 1976, p. 125.
241 Cfr. King, 1980, p. 159; Baratte, 2003, pp. 215-216.
242 L’uso di dare agli orefici il metallo da lavorare è testimoniato anche, ad esempio, da D XXXIV, 2, 34, pr.
Ancora in Greg. Tur., HF X, 16, la badessa del monastero di Radegonda è accusata, tra le altre cose, di aver
usato oro della chiesa (in particolare foglioline intessute in un drappo) per realizzare una collana e una fascia
ornata d’oro per la nipote. In propria difesa, la badessa chiama a testimoniare Maccone, che le avrebbe porta-
to, da parte del futuro sposo della nipote, 20 solidi: è evidente che da queste monete, secondo la difesa della
religiosa, sarebbero stati ottenuti gli oggetti di oreficeria.
243 Ad esempio Joh. Chrys., In Ps. XLVIII, 6; PRainCent 161 (forse del V secolo: l’orefice Martirio ricorda ad
un cliente scontento come non manchi nemmeno un carato dei solidi che gli vengano recati); Vita Eligii I, 5.
244 Lo mostra, anche se il caso è riferito all’argento, Cyr. Scyt., Vita Sabae 78: qui la bottega di un
¢rgurokÒpoj viene svaligiata, e questi lamenta di aver così perduto t¦ ‡dia kaˆ t¦ ¢llÒtria.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 75

dovessero essere incastonate all’interno delle cavigliere, dando vita ad uno di quei
“gioielli monetali” che sono perfettamente noti per l’Egitto tardoantico.
In generale questi gioielli, che utilizzano monete come elementi ornamentali,
sono assai significativi della situazione di circolazione dell’oro descritta. Se infatti la
moneta avesse un valore superiore rispetto al metallo non monetato, essa non ver-
rebbe fusa né “immobilizzata” nella realizzazione di gioielli245. La quantità di opere
di oreficeria che contengono monete auree incastonate, o come pendenti, infatti,
aumenta straordinariamente, ed in modo non casuale, a partire dalla metà del III
secolo, quando cioè la moneta aurea circola con il medesimo valore del metallo
grezzo246, mentre il gioiello, che contiene anche una componente artigianale ed “ar-
tistica” ha un “valore aggiunto”, che lo trasforma in una sorta di “investimento”,
che si può approssimativamente quantificare, sulla base dell’Editto dei Prezzi, in-
torno al 10%247. In questo senso non si può parlare per i gioielli realizzati con l’oro
di conio di “demonetizzazione”.
Questo vale per tutte le opere di oreficeria, che si considerano infatti in tutta
l’epoca tardoantica parte integrante della ricchezza mobile, e si citano nella defini-
zione dell’asse ereditario, così come nelle descrizioni patrimoniali insieme alle mo-
nete ed accanto ad esse. Negli Apophthegmata agion gerontion, ad esempio, numerosi
sono gli aneddoti edificanti legati ai patrimoni privati che alcuni monaci lasciano
morendo. Alcuni di essi sono costituiti da monete (ad esempio 50 nom…smata)248,
altri invece, da oggetti, come una cÚth d’oro249. Nel Liber Pontificalis, gli oggetti di
oreficeria e di argenteria donati alla Chiesa sono accuratamente registrati, ognuno
con il suo peso di metallo250.
Anche il dato archeologico conferma quanto detto. Il tesoro di Beaurains (me-
glio noto come tesoro di Arras), ad esempio, sepolto presumibilmente pochi anni
dopo il 315 da un ufficiale dell’esercito251, contiene, oltre ad una grande quantità di
monete, anche numerosi gioielli: un elemento di collana, una parte di gioiello a

245 Cfr. Blanchard, 1986, pp. 199-200; King, 1993a, pp. 447-449; Katsari, 2003, p. 60.
246 Cfr. Callu, 1969, pp. 428-430; Jones, 1974, pp. 196-197; Vermeule, 1975, pp. 29-30; MacMullen,
1976, p. 125; Corbier, 1980, p. 795; Metzger, 1980, p. 82; Loriot, 1983, p. 265; Brenot-Metzger, 1992, pp.
348-350 (cui si rimanda per un catalogo dei gioielli monetali rinvenuti nella parte occidentale dell’Impero);
Ercolani Cocchi, 1993, p. 78; King, 1993a, p. 440; Bland, 1996, p. 65; Bland, 1997, pp. 34-35; Katsari,
2003, pp. 60-61; Perassi, 2004, pp. 913-917. Secondo De Ligt la tesaurizzazione dei gioielli sarebbe stata al-
ternativa a quella di moneta, costituendo i primi un “easily realizable asset”: cfr. De Ligt, 1990-1991, I, p. 46.
247 Cfr. Bland, 1997, p. 38. Analoga la riflessione di Reece, 1999 (cfr. p. 110) sull’argenteria che, se di pre-
gio, doveva assumere una sopravvalutazione, rispetto al semplice contenuto metallico, non superiore al 10-
20%. Doveva però accadere frequentemente, come anche nel mondo medievale, che anche gli oggetti di orefi-
ceria venissero valutati solo in base al peso di metallo contenuto, senza alcuna considerazione del loro “valore
artistico”: cfr. Blanchard, 1986, p. 200; Baratte, 2003, pp. 213-216.
248 Apophth. 74, in «ROC», n. 12, 1907, p. 397.
249 Apophth. 30, in «ROC», n. 12, 1907, p. 62.
250 Cfr. anche Corbier in CAH XII2, p. 358.
251 Cfr. Bastien-Metzger, 1977, pp. 212-213; Metzger, 1980, pp. 86-87; Guest, 2005, p. 25. Sulla sfortuna-
tissima storia del tesoro, scoperto nel 1922, gran parte del quale è andata perduta, non solo perché divisa tra i
vari scopritori, ma anche per il consiglio di fondere tutto dato all’orefice cui erano stati recati molti pezzi dal
curatore del museo locale, che li riteneva falsi, cfr. Evans, 1930, pp. 221-224.
76 CAPITOLO PRIMO

forma di “nodo di Eracle”, 2 ciondoli, un paio d’orecchini, una fibbia di cintura e 6


braccialetti in oro; tre collane, 2 anelli e 5 pendenti in oro e pietre. A questi si ag-
giungono i gioielli monetali: 1 collana composta con 8 aurei e 8 medaglioni in oro
con al centro una moneta aurea incastonata252. Presumibilmente alla prima metà
del secolo (anche se vi sono alcune incertezze su monete sparite dopo il ritrovamen-
to) deve risalire anche il tesoro di Lengerich, che mostra, accanto a solidi di Costan-
tino e dei suoi figli, 12 pezzi di oreficeria tra collane, braccialetti, anelli, fibule
ecc253. Innumerevoli sono gli esempi del genere anche nei decenni successivi: si citi,
a puro titolo di esempio, il tesoro rinvenuto a Bonn nel 1930, interrato forse nel
353, composto da un’ottantina di monete (38 sono oggi note) e da una grande
quantità di oggetti di oreficeria, tra cui certamente alcuni braccialetti254. Zosimo,
parlando della guerra persiana di Giuliano, sottolinea come i soldati romani pren-
dessero come bottino anche gli ornamenti dei cavalli e dei guerrieri nemici, nonché
klinai e tavoli in argento (III, 25, 6). Per indicare un esempio di V secolo si può in-
fine citare il tesoro di Hoxne, rinvenuto nel 1992, contenente, insieme a 569 mone-
te d’oro, 14 272 monete d’argento e 24 di bronzo, 39 oggetti di oreficeria (collane,
anelli, braccialetti, una body-chain) e 154 di argenteria255.
L’attività degli orefici era certo molto sviluppata, tanto al servizio delle grandi
famiglie quanto dello Stato stesso, per cui venivano prodotti monumenti, medaglio-
ni, torques, oggetti di vario genere, oltre ad essere intessute d’oro le vesti dell’Im-
peratore256. Non è questa certamente una novità del tardo Impero (fin dal I secolo
sono attestati orefici al servizio del palazzo), ed alcuni decenni dopo degli aurifici ri-
sultano direttamente dipendenti dalle sacrae largitiones257. È d’altronde cosa nota
che il disegno raffigurante l’attività di questo ufficio nella Notitia Dignitatum mo-
stri, oltre a cesti di monete, altri oggetti come fibbie e bracciali. Un multiplo d’oro
di Costanzo II, infine, raffigura l’Imperatore nimbato, su un carro trainato da sei
cavalli, mentre distribuisce oggetti di vario genere a titolo di largizione258. Dobbia-
mo quindi ritenere che esistessero dei veri e propri atéliers statali di oreficeria che
sembrano peraltro, anche per rapporti stilistici con le monete, essere in forte con-
nessione con le zecche259.
Per questo l’Editto dei Prezzi contiene, nello stesso cap. 28 Giacchero in cui è
riportato il prezzo dell’oro, anche una serie di indicazioni sui compensi degli orefici.
Dopo aver specificato che l’oro lavorato in fili (auri neti), come già si è detto, ha e-
sattamente lo stesso valore del metallo in lingotti o in monete, cioè 72 000 denarii la
libbra (28, 2 Giacchero), il testo indica (28, 3-9) le tariffe per alcuni tipi di lavora-

252 Cfr. Bastien-Metzger, 1977, pp. 163-186. A questi oggetti si aggiungono un cammeo in sardonice (cfr. p.
175) e un candeliere in argento (cfr. pp. 187-192).
253 Cfr. FMRD VII, 1034.
254 Cfr. Schulzki, 1991.
255 Cfr. Johns-Bland, 1994, pp. 169-172.
256 Si veda ad esempio HA, Vita Claud. 17, 5.
257 CJ XIII, 23, 7. Cfr. Delmaire, 1989, pp. 487-494.
258 RIC VIII, p. 517, nn. 67-68. Cfr. Mac Mullen, 1962, p. 164; Bland, 1997, p. 38.
259 Cfr. Baratte, 1975, pp. 209-210.
LA VALUTA AUREA IN ETÀ TETRARCHICA 77

zioni dell’oro, cioè quella in foglie (5000 denarii la libbra), il taglio (3000), la filatu-
ra (2000), la laminazione (250), infine i lavori generici, accurati (80) o semplici
(50). Il pagamento è dunque proporzionale alla quantità di oro lavorato e non for-
fettario260.
In realtà queste tariffe, così come la valutazione dell’oro, sono già cadute in disu-
so entro il 316-318. In POxy XLIII, 3121, su cui ci siamo già soffermati, infatti, gli
orefici sono pagati proporzionalmente al peso della corona, e ricevono 100 denarii
per oncia, quindi 600 la libbra, anche se quest’aumento corrisponde – in realtà – ad
una diminuzione in termini di percentuale rispetto al valore dell’oro261. Bisogna pe-
rò ricordare che gli orefici cui si fa riferimento nel papiro probabilmente non sono
dipendenti “pubblici” delle fabricae; operano in un contesto “privato” e non nel-
l’ambito di una transazione “pubblica” quali quelle regolamentate con tutta verosi-
miglianza dall’Editto del 301.

260 Cfr. Bücher, 1894, pp. 684-685; Piganiol, 1945, p. 310; Crawford-Reynolds, 1979, pp. 176-177; Barat-
te, 2003, p. 212.
261 Cfr. Rea, 1986.
Capitolo secondo
La moneta d’oro da Costantino a Giuliano

1. Le guerre di Costantino, l’introduzione del solidus ed i suoi nomi


Nel corso delle guerre tetrarchiche, si è detto, nulla cambiò nella circolazione
dell’oro. Una novità fondamentale fu opera però di Costantino, fin dai primi
anni del suo regno. A partire dalla primavera del 3101, infatti, dopo una sospen-
sione nella produzione di valuta aurea che durava dal 307, egli cominciò ad in-
trodurre progressivamente, partendo dalla zecca di Treviri e estendendone l’uso
nelle regioni su cui andava via via assumendo il potere, una moneta aurea da
1/72 di libbra, destinata ad avere grande fortuna nei secoli successivi2. Alcune
monete coniate ad Antiochia verso la fine del regno di Costantino (ed anche al-
cune, posteriori, di Costante e Costanzo II) recano il marchio LXXII, indicazio-
ne del peso3, divenuta poi desueta dal momento che tale moneta divenne il pezzo
aureo per eccellenza di tutta quanta l’epoca tardoimperiale e bizantina. La sua
diffusione sull’intero territorio imperiale fu compiuta solo nel 324 quando Co-
stantino, dopo la vittoria su Licinio a Crisopoli, si trovò finalmente unico Augu-
sto. Il piede sulla cui base essa veniva coniata era stato introdotto forse per la
prima volta da Tetrico nell’ambito dell’Impero gallico4, ed era stato poi usato,
come si è già visto, alla fine del III secolo, da Tacito e da Caro, Carino e
Numeriano.
L’introduzione del solido, se portò sicuramente una regolarizzazione, e razio-
nalizzazione, della circolazione dell’oro5, non comportò la reintroduzione di una
sopravvalutazione del metallo coniato rispetto a quello non coniato, come già
1 Cfr. Maurice, 1908, pp. xli-xlii (secondo cui il solido fu introdotto nel 309, seguito da Adelson, 1952, p.
23); Mattingly, 1928, p. 223 (datazione al 312, conservata in Mattingly, 1946, p. 114); Callu, 1969, p.
472 (311, datazione ancora ribadita in Callu, 2003a, p. 206); Bruun, 1969, p. 196; Bruun, 1976, p. 6;
Bruun, 1976-77, p. 227; Bruun, 1987, p. 2 (autunno del 311), ma soprattutto le considerazioni di Cha-
stagnol, 1980a, p. 116. Depeyrot, 1992, pp. 36-38 e 2006, p. 237 propende invece per gli ultimi mesi del
309. Un tentativo isolato della Alföldi di datare già al 306 l’introduzione del piede da 1/72 di libbra (cfr.
Alföldi, 1958, p. 104) si basa su un grave errore di datazione, che fa risalire a quell’anno una moneta in cui
in realtà Costantino è già definito Aug(ustus): cfr. RIC VI, p. 156-157. Del tutto non sostenibile l’idea che
il solido sia stato introdotto dal congresso di Carnuntum, che avrebbe deliberato di distinguere una mone-
ta occidentale da 1/72 di libbra da una orientale da 1/60 (così Giesecke, 1938, pp. 200-201): l’estensione
graduale ai territori occupati da Costantino, oltre che la non coincidenza delle indicazioni cronologiche,
smentisce appieno una simile ipotesi.
2 Cfr. Crawford, 1975a, p. 588; RIC VI, p. 100; Carson, 1990, p. 149; Depeyrot, 1992, p. 50-51.
3 Cfr. Seeck, 1890, p. 50; Regling, in PW III A/1, col. 921; Adelson, 1952, p. 27; RIC VII, pp. 695-696.
4 I dati ponderali delle monete auree dei Tetrici pervenute fanno supporre un piede di coniazione pari a
1/70 o 1/72 di libbra: cfr. RIC V, vol. II, p. 323.
5 La portata stessa del cambiamento, a volte indicato come vera e propria riforma monetaria, è peraltro da
ridimensionare notevolmente, in considerazione del fatto che fu un semplice cambiamento di peso.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 79

ben videro, tra gli altri, Mommsen, Seeck, Babelon, Heichelheim, Mickwitz6. Il
pubblico, peraltro, non avrebbe mai accettato la coesistenza di pezzi d'oro so-
pravvalutati e non sopravvalutati rispetto al metallo non coniato senza far sparire
dalla circolazione i secondi.
Il solido però portava con sé un notevole vantaggio pratico, che può spiegare
la sua introduzione e massiccia diffusione: in un contesto in cui ciò che contava
era il peso della moneta, esso si introduceva perfettamente nel sistema metrologi-
co romano, organizzato su base duodecimale, a differenza dell’aureo da 1/60,
come dimostrano alcuni dati perfettamente noti e riportati, ad esempio, da Isi-
doro di Siviglia proprio nella sezione de ponderibus7: Siliqua vicensima quarta
pars solidi est [...] Scripulus sex siliquarum pondere constat. Hic apud Graecos
gramma vocatur [...] Solidus aput Latinos alio nomine sextula dicitur, quod his sex
uncia compleatur. (Isid. Hisp. Etym., XVI, 25, 9-14).
Il solido, cioè, coniato come 1/72 di libbra, risulta composto di un numero
intero di grammi (quattro) e di silique (ventiquattro); a sua volta, l’oncia è com-
posta di un numero intero di solidi (sei). Ciò non accadeva con l’aureo da 1/60,
che manteneva un rapporto intero con l’oncia (un’oncia = 5 aurei), ma non con
il grammo, unità di misura però spesso usata nei computi ufficiali, ad esempio
nel determinare le quote per le coemptiones o le requisizioni di oro e argento,
come si vede in alcune testimonianze papiracee di epoca tetrarchica e post-
tetrarchica8.
È difficile credere che l’intento costantiniano fosse quello di effettuare una
manovra deflattiva attraverso la riduzione del piede di conio della moneta aurea;
può invece, con buona verosimiglianza, avere influito l’intento di produrre un
numero maggiore di monete con la medesima quantità di metallo, e dunque di
raggiungere, con le distribuzioni, un numero più ampio di persone9. Un simile
6 Cfr. Mommsen, 1860, p. 835; Seeck, 1890, pp. 53-54; Babelon, 1901a, p. 534; Brambach, 1925, p.
171; Mickwitz, 1932, p. 26; Mickwitz, 1933a, p. 98; Heichelheim, 1938, p. 283; Mattingly, 1946, p.
111. Cfr. anche Bastien, 1972b, p. 51: «La création du solidus avait pour but de doter l’empire d’une unité
indiscutée quant à son titre et d’une taille plus précise par rapport à la livre que celle de l’aureus. A cet
égard la réforme de Constantin semble avoir réussi mais il n’est pas certain que les solidi aient jamais été
échangés sans pesée préalable». Parla invece, solo su basi ponderali, che si è già detto essere impossibili da
valutare, di moneta sopravvalutata Garbo, 2004-2005, p. 248.
7 Cfr. Adelson, 1952, p. 21; Jones, 1974, pp. 202-203; King, 1993b, p. 4; Callu, 2003a, pp. 207 e 213-
214.
8 Cfr. ad esempio, tra gli altri, PMert I, 31, del 307; POxy XII, 1524, di inizi IV secolo; POxy XLIII,
3120, del 310. L’ipotesi formulata da Soutzo, secondo cui la scelta del piede di 1/72 di libbra sarebbe do-
vuta all’istituzione di un rapporto fisso con la dracma attico-neroniana di 1:16 (cfr. Soutzo, 1925, pp. 67-
68) si basa sul postulato che il termine dhn£rioj utilizzato da una fonte alessandrina (Hultsch, vol. I, 308,
3-4) si riferisca al solidus, il che obbligherebbe a pensare ad un forte traslato su base unicamente metrologi-
ca (cfr. p. 78), ma imporrebbe allo studioso l’obbligo di dimostrare una così importante rivoluzione nella
supposta cronologia del testo, datato con ottimi argomenti da Mommsen e da Hultsch tra il I e il II secolo
d. C. (cfr. Hultsch, vol. I, 160).
9 In un contesto di circolazione ponderale del metallo è improprio, cioè, considerare la nascita del solido
«merely a debasement» (Harl, 1996, p. 159). Cfr. invece Callu, 2003a, pp. 206-207, che sottolinea come
Costantino si trovasse in quel momento in una situazione militarmente difficile: «le conflit qui se prépare
avec l’Italie l’astreint à se replier sur le 1/72ème de livre». Cfr. anche Pankiewicz, 1989, p. 82, che insiste
però, più che sulla situazione militare e sulle eventuali difficoltà economiche di Costantino, su una suppo-
80 CAPITOLO SECONDO

scopo poteva ottenersi o diminuendo la purezza dei pezzi o riducendone il piede:


la circolazione sulla base del solo intrinseco dell’oro – accompagnata forse dalla
volontà di preservare il metallo più prezioso, e propagandisticamente più rilevan-
te – escludeva in automatico la prima possibilità. Vedremo altre volte in azione
una dinamica del genere, anche se applicata solo ad alcune serie monetali, e non
all’intera produzione di valuta aurea, ad esempio nella genesi dei “solidi leggeri”
giustinianei10.

È opportuno inserire qui una digressione relativa ad alcuni termini utilizzati


in epoca tardoantica per indicare il “solido costantiniano” da 1/72 di libbra: essa
ci fornirà infatti strumenti assai importanti per una più corretta esegesi di molte
fonti che si presenteranno nel corso di tutto il lavoro.
Solidus
L’aggettivo solidus11, col significato di “puro”, si trova riferito ai metalli pre-
ziosi già in età repubblicana: così Plauto può parlare di statuam […] auream soli-
dam faciundam12. L’uso dell’aggettivo prosegue ovviamente anche in epoca tar-
doantica, in riferimento all’oro13, ma anche agli altri metalli14. Probabilmente
dalla fine del III secolo comincia però ad apparire il sostantivo solidus come ter-
mine non solo usato popolarmente, ma appartenente al linguaggio ufficiale (la
prima apparizione datata è, come già abbiamo visto, del 301, nell’Editto dei
Prezzi), per designare la moneta d’oro, a quanto pare per insistere sul carattere di
purezza del metallo di conio. Il termine potrebbe perciò risalire forse già ad epo-
ca aurelianea15, ed aver evidenziato il contrasto con le monete d’oro degli Impe-
ratori immediatamente precedenti, meno pure16. Non è possibile sostenere con
certezza che il termine fosse utilizzato come sostantivo già nel II secolo17: le uni-
che testimonianze citate a sostegno di questa ipotesi sono due passi apuleiani in
cui si parla di candentes solidos aureos (Met. IX, 18) e di centum aureos solidos

sta scarsità di metallo in tutto l’Impero, difficile da credere, soprattutto in virtù del fatto che il nuovo pie-
de di coniazione non si estese immediatamente alle aree controllate da altri.
10 Cfr. pp. 378-390 ma anche, in letteratura, la notizia di HA, Sev. Alex. 29, 10.
11 Per l’etimologia del termine, cfr. Pisani, V., Due etimologie latine, in «Athenaeum», n. 42, 1964, pp.
118-120, in particolare pp. 118-119. Per il termine, in generale, cfr. Du Cange, 1678, p. 156; Babelon,
1901a, pp. 532-534; Regling, in PW, III A1, col. 920; Ulrich Bansa, 1949, pp. 357-360; Adelson, 1952,
p. 25; D. Klose, in Neue Pauly, XI, coll. 699-701.
12 Plaut., Curc., 439-440.
13 Pan. Lat. III (11), 11, 4; Prud., Psych. I, 336 e Contra Symm. I, 466; Ven. Fort., Carm. I, 1, 11, dove
all’oro si allude per metonimia col termine metallum.
14 Aes solidum: Paul. Nol., Carm. XXVII, 479; argentum solidum: Prud., Perist. XI, 184; Hist. Aug., Vita
Helag. 20, 4. Sull’uso di solidus nell’Historia Augusta, cfr. Tomlin, 1980, p. 263; Carlà, 2007a, pp. 403-
404.
15 Nulla ci dice che il nome sia stato introdotto solo da Diocleziano, come suppone Harl, 1996, p. 149.
16 Cfr. pp. 33-34; cfr. Bland, 1996, p. 73. Risulta del tutto incomprensibile la sicurezza con cui Morris-
son, 1996 (cfr. p. ii. 3) sostiene che la denominazione “solido” fu introdotta nel 290.
17 Così Babelon, in DAGR vol. IV/2, p. 1390.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 81

(Met. X, 9) 18. In realtà in entrambi i contesti la presenza sia di solidus che di au-
reus rende assai più probabile che solidus sia un aggettivo, riferito ad aureus, il cui
uso sostantivato è ampiamente noto in epoca altoimperiale. E non ha ovviamen-
te alcun valore l’utilizzo di solidus in riferimento alla moneta aurea di Severo A-
lessandro nell’Historia Augusta19. Sul significato di integrità e di purezza insiste la
definizione di solidus fornita da Isidoro di Siviglia: solidum nuncupatum, quia ni-
hil illi desse videtur. Solidum enim veteres integrum dicebant et totum (Isid. Hisp.
Etym. XVI, 24, 14)20.
Nel momento in cui Costantino, però, comincia la coniazione dell’oro sulla
base dell’esclusivo piede da 1/72 di libbra il sostantivo, con un leggero slittamen-
to di significato, passa ad indicare specificamente la moneta aurea di quel deter-
minato peso, essendone la denominazione corrente presso il pubblico nonché
quella ufficiale nella legislazione (CTh XII, 6, 13). La diffusione del termine ha
fatto sì che fosse scelto anche da Girolamo per tradurre indicazioni relative a
monete auree nell’Antico Testamento21.
La sostanziale unicità del piede da 1/72 di libbra nella coniazione dell’oro fe-
ce sì che il termine solidus passasse ad indicare anche un’unità di misura di peso
corrispondente, come mostra Isid., Etym. XVI, 25, 14-16. Un altro excerptum
attribuito ad Isidoro (Hultsch II, 139, 12-18) indica nel solido un’unità ponde-
rale, usata in Gallia, pari a 3/5 di oncia: l’informazione è di difficile collocazione
ed utilizzo, sia perché non può in alcun modo ritenersi riferita alla moneta aurea
(che è un sesto di oncia, e anche le metrologie “riformate” romanobarbariche so-
no assai diverse da questo valore, essendo addirittura più leggere del solido co-
stantiniano) sia perché il passo si conclude ammettendo che veteres solidum qui
nunc aureus dicitur nuncupabatur.
La storia di questo termine è lunghissima: utilizzato lungo tutto il corso del
medioevo, continua direttamente nelle diverse lingue romanze nelle forme soldo,
sou ecc.
Nomisma
Questo vocabolo, prestito lessicale dal greco ricorrente in latino fin dall’età
classica, quando indicava primariamente monete rare o antiche22, oggetti da col-
lezione, è utilizzato in età tardoantica esclusivamente per la moneta aurea: non
lascia spazio ad alcuna ipotesi alternativa il tractatus de signis ponderum, che rife-

18 Cfr. Oldfather, W. A. - Canter, H. V. - Perry, B. E., Index Apuleianus, p. 413 ma anche, ad esempio,
Calonghi, F., Dizionario latino-italiano, Torino 19863, s. v. solidus.
19 Hist. Aug., Vita Alex. 39, 8 e 10. Non sembra necessario, però, in virtù di quanto detto, ritenere che
qui il termine indichi semplicemente l’“intero”, e non sia termine specificamente utilizzato per una mone-
ta d’oro (così Menadier, 1913, cfr. pp. 8-9).
20 Da questa etimologia deriva con ogni probabilità l’errore terminologico che fa dire a Isidoro numisma
est solidus aureus vel argenteus sive aereus. Cfr. anche Etym. XIV, 4, 12 (In Thessalia primum solidi aurei fac-
ti sunt).
21 1 Par. 29, 7; 2 Esdr 2, 69; 8, 26-27.
22 Ad esempio, D VII, 1, 28 e XXXIV, 2, 27, 4. Cfr. Lenormant [Babelon], in DAGR III/2, p. 1963;
Nadjo, 1989, pp. 65-66.
82 CAPITOLO SECONDO

risce come “N latinum significat nomissa graecum, id est solidum” (Hultsch II, p.
134, 3-4). Il titolo CJ XI, 11, de veteris numismatis potestate, include tre costitu-
zioni attinenti in modo estremamente evidente alla sola regolamentazione della
circolazione dell’oro. Anche nelle fonti letterarie, in cui compare sporadicamen-
te, ha il significato di solido aureo: così in Auson., Ep. XIV, 1723, ed anche in
XIII, 6 e XVI, 19, dove è utilizzato però come apposizione di Philippus24. Zeno-
ne di Verona parla di un denarium aurum suddiviso in tre numismata, chiara-
mente aurei anch’essi25. Simmaco, nell’Ep. IV, 55 parla in termini ancor più e-
spliciti di nomisma auro cusum. Anche Paolino di Nola riferisce di un nomisma
recante l’immagine di Dio in relazione all’oro che forma sanctorum est (Ep.
XXIII, 26). Giovanni Cassiano (Coll. I, 20), nel trattare i compiti del buon tra-
pezites, indica la capacità di distinguere la moneta di bronzo che, ricoperta di
una patina d’oro, numisma (che indica quindi senz’ombra di dubbio la moneta
aurea) […] imitetur, e più in generale riconoscere i numismata buoni da quelli
adulterati. Poco oltre, anche l’espressione numismatibus aereis non testimonia per
il termine una valenza generica di “moneta”, perché essi sono, senza possibilità
d’errore, falsis. Anche il suo riferimento a nomismata tyrannorum sarà quindi da
leggere in relazione alla moneta aurea. È così anche in Coll. I, 22: in primo luo-
go – si dice qui – bisogna valutare che si tratti di oro puro, quindi considerare
adulterina nomismata quelle non legittimamente contrassegnate dall’immagine
regia, infine valutare il peso perché non si tratti di nomismata levia. Intenderemo
come aurei, dunque, anche i nomismata menzionati in Coll. I, 22 e II, 9. Per
Gregorio Magno i nummularii, quando ricevono un numisma, verificano ne aut
sub auri specie aes lateat, aut hoc quod veraciter aurum est monetae reprobae figura

23 Cfr. p. 313.
24 Nome attribuito alla moneta d’oro del re Filippo II di Macedonia, del peso di due dracme (Pollux IX,
59; cfr. Babelon, 1901a, pp. 480-482; Caccamo Caltabiano-Radici Colace, 1991, pp. 150-151), ampia-
mente utilizzato in greco e nel latino di epoca repubblicana (specialmente in Plauto) e altoimperiale (Ora-
zio, Livio) per indicare, in genere come in specie, monete d’oro (cfr. Caccamo Caltabiano-Radici Colace,
1987, pp. 33-35; Nadjo, 1989, pp. 57-62). In quanto attinente ad una moneta d’oro, il termine è utilizza-
to, nei secoli di nostra pertinenza, come allotropo per indicare il solido tardoimperiale. Nonostante alcuni
tentativi ermeneutici in senso opposto, Regling, K., Zu Ausonius, in «Hermes», n. 44, 1909, pp. 315-318,
in particolare pp. 316-317 (ora anche Depeyrot, 2005, p. 80) ha dimostrato come questo termine fosse u-
tilizzato solo come riferimento letterario, in contesti particolarmente aulici e destinati ad un pubblico in
grado di cogliere la citazione oraziana, e non compaia affatto nell’uso comune del IV secolo per indicare la
moneta d’oro. Philippus compare infatti in queste due ricorrenze in Ausonio, ed in entrambe è citato lette-
ralmente quasi un intero verso oraziano (Hor., Epist. II, 1, 234: rettulit acceptos, regale nomisma, Philippos),
di cui è richiamato anche il contesto: nell’epistola del poeta venosino, infatti, i Filippi erano ricompensa
offerta da Alessandro a Cherilo di Iaso, e dunque pagamento per un poeta (cfr. Mondin, 1995, p. 122). In
virtù proprio della citazione letterale della frase oraziana è da respingere certamente l’indicazione di Léon
Nadjo (cfr. Nadjo, 1989, p. 58), secondo cui Ausonio avrebbe trovato i riferimenti ai Philippi prevalente-
mente nell’opera plautina. Se è certo che Ausonio conoscesse Plauto, e trovasse dunque anche nelle sue
commedie questo termine, è però assolutamente palese la dipendenza di questi due luoghi dal poeta augu-
steo. Sull’uso nell’Historia Augusta, cfr. Carlà, 2007a, pp. 402-403.
25 Come ha giustamente suggerito Callu, più che il solido e i tremissi saranno da leggere in questo riferi-
mento il cosiddetto Festaureus da 1/60 di libbrae le monete da 1 scrupolo e mezzo: cfr. Callu, 1989a, pp.
345-346. La medesima immagine torna, in forma assai più brachilogica, e dunque comprensibile solo in
confronto col passo qui citato, in Zeno Ver., Tract. I, 41, 2.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 83

dehonestet; aut quod et aurum, et rectae figurae est, hoc non integrum pondus legivet
(Mor. XXXIII, 35, 60). In Gregorio di Tours, ancora, il tremissi è detto anche
parvum numisma (De mir. S. Mart. I, 31); in altro luogo della medesima opera è
utilizzata l’esplicita indicazione sine numismate auri (II, 4), mentre nell’Historia
Francorum i Sassoni risultano dantes multa nummismati auri milia (IV, 42).
In HF IV, 18, infine, si parla di saccolum cum nummismati auri pondere26.
L’espressione aureum numisma si trova inoltre ancora in Beda il Venerabile (HE
III, 8).
Non contrasta con una simile definizione del termine – nonostante l’indica-
zione contraria di Mondin – neanche un passaggio di Sereno Sammonico27: im-
mensa nomismata fundes (Lib. Med. 520), infatti, non implica necessariamente
un significato generico di “denaro” per nomisma e può senza alcun problema es-
sere interpretato in relazione alla moneta aurea in termini ovviamente iperbolici.
Capire però se l’autore intenda qui riferirsi alla moneta aurea implicherebbe en-
trare nell’annosissimo dibattito relativo alla cronologia di Sereno Sammonico,
che esula dagli scopi di questo studio: basti aver sottolineato come il verso citato
non possa essere considerato attestazione di un uso “generico” del termine inda-
gato in epoca tardoimperiale.
Un simile uso generico di nomisma sembrerebbe attestato anche in Paul.
Nol., Carm. XXXII, 75, dettato a quanto pare prevalentemente da motivi metri-
ci. Anche in questo caso, ad ogni modo, non si può escludere che Paolino pen-
sasse alla moneta aurea nella stesura del verso: in questo senso in relazione al rife-
rimento al v. 73 al nummus bronzeo come origine della coniazione romana, un
riferimento all’oro accompagnato dal nunc recherebbe con sé un forte contrasto,
perfettamente inserito nella tradizione letteraria sulla storia della moneta riscon-
trabile – tra gli altri – in Plinio il Vecchio. Anche nel caso di un uso generico,
comunque, data la collocazione in contesto poetico, non si può condizionare su
questa sola base l’interpretazione di tutte le altre ricorrenze.
Non deve trarre, infine, in inganno Matteo 22, 19 che nella versione di S.
Gerolamo recita ostendite mihi numisma census. At illi obtulerunt ei denarium. La
sinonimia di numisma e denarius è infatti solo apparente. È nota la rapidità – e
talora l’approssimazione – con cui Girolamo tradusse la Bibbia, ed è quindi faci-
le considerare l’uso del termine in questo passo come semplice traslitterazione
dal testo greco, ™pide…xatš moi tÕ nÒmisma toà k»nsou. Oƒ dš pros»negkan
aÙtù dhn£rion28. Si noti come l’ordine delle parole sia mantenuto perfettamen-
te identico – anche per una questione di fedeltà alla parola del Signore. La tra-
scrizione di census e denarius, inoltre, parole ovviamente derivanti dal latino, può
avere indotto Girolamo a trascrivere anche l’altro sostantivo della frase. Il termi-
ne risulta trascritto anche in 1 Macc. 15, 6 (et permitto tibi facere percussuram

26 È dunque necessario correggere anche Kloss, 1929, p. 55: numisma in Gregorio non significa «geprägtes
Geld», ma «geprägtes Gold».
27 Cfr. Mondin, 1995, p. 88.
28 Si ricordi che la moneta “di Cesare” diviene un pezzo aureo anche nel Vangelo di Tommaso (100), pre-
sumibilmente perché il termine denarius indica in aramaico la moneta d’oro: cfr. Guey, 1960.
84 CAPITOLO SECONDO

proprii numismatis in regione tua). Il riferimento a numismata cretae in Cassiod.,


Hist. Trip. I, 1 deriva invece dalla semplice trascrizione dal nom…smasin di So-
zomeno. Laddove non sia specificata la natura metallica del nomisma, esso sarà
quindi da intendere sempre aureo.
Potrebbe essere più problematico spiegare una contraddizione presente in
Isidoro di Siviglia. A Etym. XVI, 25, 14, infatti, il vescovo spagnolo, parlando
del solido, ci conferma che ipse quoque nomisma vocatur pro eo quod nominibus
principum effigiisque signetur. Anche la frase successiva, ab initio vero unum
nomisma unus argenteus erat, riferendosi – secondo stereotipi assai consolidati –
al momento nella storia della moneta in cui non esistesse il conio aureo, non
contraddice in nulla la nostra lettura. A XVI, 18, 9, però troviamo una defi-
nizione differente: nomisma est solidus aureus, vel argenteus sive aereus, qui ideo
nomisma dicitur quia nominibus principum effigiisque signatur. Bisogna però im-
mediatamente osservare la struttura della frase: argenteus e aereus non sono so-
stantivi, perché il secondo non è mai usato sostantivato per indicare la moneta in
bronzo, e sono quindi aggettivi, usati erroneamente, di solidus. Sicuramente,
dunque, vi è qui un errore, dovuto al fatto che, di fronte alla paraetimologia im-
maginata da Isidoro, fosse necessario includere nella definizione di nomisma an-
che le monete argentee e bronzee, anch’esse contrassegnate col nome e il volto
dell’Imperatore, o forse ad un confronto con la lingua greca classica, senza e-
scludere una connessione con Matteo 22, 19 di cui sopra si è detto. L’errore può
essere di Isidoro (o forse di un copista, in considerazione dell’altro passo citato e
dell’inserimento dell’esplicativa nella frase, poco armonioso per la variatio della
disgiuntiva, e dall’apparente carattere di glossa?), ma sicuramente non inficia la
validità di un’inclusione della sola moneta aurea nella definizione di nomisma in
epoca tardoantica. Il successivo (XVI, 18, 12) in nomismate tria quaeruntur:
metallum, figura et pondus. Si ex his aliquid defuerit, nomisma non erit non offre
alcun appiglio ulteriore.
Nomisma risulta utilizzato prevalentemente come termine aulico o ricercato,
proprio per la sua natura di grecismo, anche se risulta perfettamente integrato da
un punto di vista morfologico (genitivo in numismatis in CJ XI, 11, tit.; ablativo
in nomismate in Auson., Ep. XIV, 17).
NÒmisma e nomism£tion
Il termine nÒmisma subisce in età tardoantica uno slittamento semantico, che
lo porta da indicare una moneta generica ad assumere il significato specifico di
“solido”, “moneta d’oro”29: per tutto il IV secolo il termine compare quasi sem-
pre accompagnato da aggettivi qualificativi quando deve definire una moneta
specifica („talikÕn nÒmisma in PRyl IV, 60730; palaiÕn nÒmisma in PSI VII,
841, IV sec.; SB IV, 7338, del 301, o kainÕn nÒmisma, PLips 84, età di Diocle-
ziano, o il misterioso tetracrÚson nÒmisma di PKellis I, 29, del 331), spesso da

29 Cfr. Du Cange, 1678, p. 156; Milewski, 2002, p. 27.


30 Roberts-Mattingly, 1938.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 85

aggettivi di materia31, o indica ancora in senso del tutto generico una moneta. In
POslo III, 83 (ca. 300), ad esempio, il termine è utilizzato in riferimento ai
noàmmoi citati poco sopra. Il solido è in questo momento indicato con no-
mism£tion32. Le testimonianze letterarie di IV secolo concordano in sostanza con
quelle papiracee, intendendo il termine in senso generico33, o specificandolo con
complementi di materia34; anche passi in cui il termine indica una moneta speci-
fica, comprensibile però dal contesto, non implicano naturalmente un suo slit-
tamento semantico (si veda Bas. Caes. Hom. II in Ps. XIV, 2, Øpoc£lkon dš
sou tÕ crus…on, kaˆ parakekommšnon tÕ nÒmisma; PG 32, 1168, 51, sempre
in relazione all’oro; Ep. 52, ove il vescovo di Cesarea usa invece il termine in ri-
ferimento al bronzo). Curiosa la menzione, in Eus. Caes., Praep. Ev. XI, 18, 15,
di nÒmisma ko‹lon, ovvero oggetti d’argenteria derivati dalla fusione di monete,
secondo una prassi consolidata35. Nulla lascia pensare nemmeno qui ad un rife-
rimento specifico all’oro e non generico, intendendo con questo la possibile pre-
senza di argento.
Anche tra i testi degli Scriptores Metrologici editi da Hultsch, nomisma è uti-
lizzato in senso generico nei frammenti di Epifanio (I, 265, 6; 267, 12; 269, 16;
270, 18-19). L’uso del termine ad indicare il solido compare nel fragmentum Eu-
sebianum, non anteriore al VI secolo (I, 278, 19). Più dubbio Greg. Nyss., Quod
non sunt tres dii, vol. 3, 1, 53, 20-25 Jaeger: qui l’idea che la natura nell’oro non
cambia a seconda della forma che viene ad esso data nella coniazione è espressa
attraverso l’indicazione della produzione di nomismata e stateres. Il fatto che an-

31 ¢rgÚrion nomisma, BGU XIII, 2334, del 304, anche con ulteriori specificazioni: ¢rgÚrion Seba-
stîn nÒmisma, come ad esempio in POxy IX, 1208, del 291; XLIII, 3143, del 305; 3145, degli inizi del
IV sec. e, certamente dopo l’introduzione del solido, 3146, del 347; XLIV, 3266, del 337; POxy XIV,
1695 del 360; PCol VII, 182 e 184, del 372; o ¢rgÚrion PtolemaikÕn nÒmisma come in POxy XXXI,
2587, del 289; naturalmente anche crus…ou, PRossGeorg III, 28, 343 o 358.
32 Il termine, etimologicamente diminutivo di nomisma, è utilizzato in epoca tardoantica per indicare il
solido d’oro; è sinonimo dunque di ÐlokÒttinon e di crus‹noj: per citare alcuni esempi del suo utilizzo,
ChLA XII, 524 (375-378); PLond III, 982 (IV sec.); 992 (507); V, 1667; 1669 (inizi VI sec.); POxy I,
142 (534); 143 (535); VI, 914 (486); 995 (V sec.); VIII, 1130 (484); 1131 (V sec.); X, 1253 (IV sec.);
1329 (399); 1330 (tardo IV-V sec.); XVI, 1889 (496); 1891 (495); 1959 (499); 1966 (505); 1969 (484);
1973 (420); 1974 (499); 1996 (V-inizi VI sec.); 2005 (513); 2006 (V-VI sec.); 2007 (inizi VI sec.); XIX,
2237 (498); XX, 2270 (inizi V sec.); XXXIV, 2718 (458); 2729 (350-355); XLVIII, 3393 (365); 3401
(355-365); 3415 (376?); XLIX, 3480 (360-390); L, 3599 (460); LIV, 3773 (340-345); LIX, 3985 (473).
La prima attestazione sembrerebbe SB XIV, 11591 (325-330).
33 Eus., Vita Const. IV, 73, 1; Praep. Ev. II, 3, 15; VII, 18, 1; VIII, 7, 8; De eccl. Theol. I, 14, 1; PG 23,
845, 18; Jul., Adv. Cyn. 12; Adv. Heracl. 20; Misop. 355d; 368a; Const. Apost. II, 37, 2; Lib., Or. V, 30;
XVIII, 138; Decl. XVI, 55; Them., Or. 1, 4b; 5 c; 2, 39b; 11, 146d; 15, 192a; 21, 261d; 23, 286c; 23,
297b; 26, 323d; 33, 367b; Bas. Caes., Hom. in illud destruam 3; Enarr. in Is. I, 47; Greg. Nyss., PG 46,
101, 29; In Cantic. Cantic., vol. 6, 428, 11-16 Jaeger, in riferimento ai “due denarii” di Lc. 10, 35; Con-
tra usur., vol. 9, 195, 14 e 198, 8 Jaeger; Greg. Naz., Carm., PG 37, 1193, 14; [Macar.], Hom. Nov. XI,
1; Aster. Antioch., Hom. in Ps. X, 6; XVI, 11; Aster. Amas., Hom. 3, 7, 4; 4, 3, 1.
34 Eus. Caes., Vita Const. III, 47, 2; IV, 15, 1; Praep. Ev. XII, 48, 6; Athan. Alex., Serm. mai. de fide 60;
Jul., Ep. 40; Oribas., Synops. II, 58, 12; Bas. Caes., De Sp. Sanct. 17, 42; Greg. Nyss, Refut. Eun., vol. 2,
376, 4 Jaeger; Adv. Evagr., vol. 9, 332, 11 Jaeger.
35 Cfr. pp. 74-77.
86 CAPITOLO SECONDO

che il termine stat»r, però, indichi il solido aureo in età tardoantica36, rende
difficile vedere i due termini come sinonimi, e sembrerebbe piuttosto alludere, in
generale ed in prospettiva storica, a diverse “monete” e “stateri” coniati su diversi
piedi e con diverse immagini nel corso dei secoli.
Un luogo giulianeo, nel Mispogon (369 c), presenta già un uso assoluto di
nomisma con il significato di solido aureo, significato preponderante, come ve-
dremo, nei secoli successivi. La frase allude però precedentemente a “tanto dena-
ro quanto prima se ne pretendeva per dieci [misure di grano]”. In questo senso,
potrebbe essere anche possibile che il riferimento ad un solido fosse implicito in
questa frase e che il successivo uso di nÒmisma richiami questa precedente espres-
sione, con un significato come “quella moneta”. Il senso specifico si intuirebbe
cioè ancora una volta dal contesto. Più dubbi alcuni passi del testamento di Gre-
gorio di Nazianzo, composto nel 381: qui ad una menzione di crus‹noi (PG 37,
392, 16) segue una menzione di nom…smata senza ulteriori aggettivi (36): i due
luoghi sono piuttosto distanti, ma non vi è ulteriore menzione di entità moneta-
rie nel mezzo, ed il riferimento generico a “monete” potrebbe pertanto essere cir-
costanziato proprio dalla precedente citazione degli “aurei”37. In tutte le ricor-
renze successive, inoltre, è specificato il complemento di materia, secondo l’uso
vigente nel IV secolo: crus© nom…smata (392, 38; 393, 23; 26; 31), crusoà
(392, 40).
È possibile in ogni caso che si mostri nella seconda metà del IV secolo già
l’inizio di uno slittamento di significato quale quello certamente attestato nel V:
vedremo più oltre che un primo avvio di questo fenomeno già nel IV secolo
sembra testimoniato anche da una fonte papirologica. Il termine poteva essere
indicato anche per significare “in contanti” (così Eus. Caes., Praep. Ev. VIII, 3,
6; quest’uso sembra ancora attestato nel VI secolo da Joh. Lyd., De mag. III,
70), mentre sono numerosi, ovviamente, i riferimenti al nÒmisma k»nsou evan-
gelico, di Matth. 22, 19 (ad esempio Bas. Caes., Const. Mon. 3, 5; Joh. Chrys.,
PG 51, 263, 50).
Ancora nel V secolo, Sinesio di Cirene usa il termine in senso generico (Prov.
I, 18; Enc. Calv. 23; Dion 15, ove si parla di oro, indicando la contrapposizione
tra le due forme ™n fal£roij gunaikîn o ™n nom…smasin, espressione che
mantiene dunque generico significato di “in moneta”) o riferisce, per chiarezza,
ancora l’aggettivo di materia crusÒn al sostantivo nÒmisma (Ep. CXXIX, del
407); Basilio di Seleucia usa il termine in senso generico (Serm. XXVIII, 3); Zo-
simo (III, 18, 6) racconta di un donativo giulianeo di ¢rguro‹j nom…smasi (vd.

36 Il termine ha indicato, nel corso dei secoli, sempre la principale unità monetaria aurea: erano stateri
quindi i Darici, ed anche i Filippi e gli Alessandri, come dice il lessicografo Polluce (Hultsch I, 283), che
utilizza il termine appunto solo in relazione alla valuta aurea (cfr. Caccamo Caltabiano-Radici Colace,
1979, pp. 308-309). Dopo l’introduzione del piede da 1/72, pertanto, lo statere è il solido costantiniano,
in quanto unità di misura dell’oro (cfr. Babelon, 1901a, pp. 436-440; Milewski, 2002, p. 28; Depeyrot,
2005, p. 78); nelle fonti metrologiche risulta così sinonimo di exagion, e pari a 24 carati (Schilbach, 1982,
IV, 3, 29-30). Il suo utilizzo risponde comunque sempre ad una ricerca stilistica di tipo arcaizzante: Them.
II, 30 c; Lib., Decl. LI, 1; Syn. Cyr., Ep. 127; Joh. Chrys., PG 51, 65-67, 27.
37 Non si possono escludere, naturalmente, vicissitudini nella trasmissione testuale.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 87

anche III, 13, 3). In Socrate (HE III, 17, 4-5) si parla del nomisma giulianeo re-
cante un toro, in riferimento alla nuova iconografia del conio; il termine è da in-
tendere dunque in senso generico, col significato di “monetazione”. Il dato nu-
mismatico peraltro conferma che non si tratta qui di valuta aurea, dal momento
che il disegno del toro (ma non dell’altare, al contrario di quanto detto da Socra-
te) compare sul pezzo divisionale AE1.
A sua volta, Sozomeno usa il termine non in riferimento ad una moneta spe-
cifica in HE, Praef. 6 (ove si parla di nomismata non meglio definiti dati dai Cre-
tesi a Omero); I, 8, 13 (ove, ancora una volta, si tratta dell’immagine sul conio
delle monete); II, 4, 5 (monete generiche gettate in un pozzo); V, 15 (su cui tor-
neremo in seguito) 38; V, 19, 2 (ove nomisma è di nuovo la moneta giulianea con
l’immagine del toro, dunque non il solido). In HE II, 2, 4 e VII, 27, 3 si parla di
solidi, ma esplicitando l’aggettivo di materia (crusoàn nÒmisma)39. Anche Gio-
vanni Crisostomo, in sostanza, continua ad usare il termine come abituale nel
corso del IV secolo40; Cirillo d’Alessandria, a sua volta, dice che la dracma è un
nÒmisma (PG 72, 800, 38), ed altrove applica il termine al didracma, attestan-
done ancora una volta l’uso generico41.
Lenormant riteneva che nomisma fosse passato ad indicare la moneta d’oro
soltanto nel corso dell’VIII secolo42; in realtà una datazione così bassa non è ac-
cettabile, e ad esempio nel VII secolo la Doctrina Jacobi (V, 20) usa nomismata
per solidi43, in piena armonia con la definizione data dalle Glosse Nomiche (sÒ-
lidoi nom…smata; cfr. Gloss. II, 376, 61). Klose ha sostenuto invece che già a
partire dal VII secolo solo più il termine nomisma indicasse la moneta aurea, sen-
za il complemento di materia («nach dem 7. Jhdt. nur noch nomisma»)44. In re-
altà nelle fonti letterarie compaiono evidenti tracce dell’uso di nomisma con il si-
gnificato di solido aureo già nel corso del VI secolo: in Cosm. Indic. II, 77, ad
esempio, laddove si dice che il nomisma imperiale è accettato ed ammirato ovun-
que, dobbiamo intendere che si tratti della valuta aurea, in parallelo con
l’aneddoto di XI, 17-19 (ove, con il significato generico di “valuta”, si ricorre al
latino mon…ta); inoltre non avrebbe alcun confronto l’uso del termine, per di più
al singolare, per indicare l’intero sistema monetario bizantino; la conferma più
esplicita viene però da X, 30, ove si parla di coniare nomismata da una m©zan
crus…ou. L’uso assoluto, con senso evidente di un’unità di misura ben identifi-
cata, e dunque equivalente al solido aureo, si riscontra anche in XI, 22. Ma an-
38 Cfr. pp. 188-189.
39 Questo accade anche in Anth. Gr. IX, 174 (Pallada); Joh. Chrys., In Matth. Hom. X; In Joh. Hom.
LXXXI (ove si parla anche di molÚbdou nÒmisma).
40 In Ep. I ad Tim. VI, 17, 3; Ad eos qui scand. 19, 14; PG 49, 240, 23 (con indicazione di materia); In
princ. Act. IV, 1; Ad eos qui scand. 21, 4; PG 51, 66-68, 6; 117, 41; 61, 622, 34-35; 64, 1053, 46 (uso
generico).
41 In Ioann. Ev., vol. I, 450, 24-451, 10 Pusey; vd. anche PG 68, 521, 43; 737, 20-22; 70, 101, 24; 77,
700, 25; In Ioann. Ev., vol. I, p. 549, 5; vol. II, p. 225, 15 Pusey.
42 Cfr. Lenormant, 1878-79, I, p. 82.
43 «Travaux et Mémoires», n. 11, 1991, p. 217.
44 Cfr. Neue Pauly, vol. XI, p. 700.
88 CAPITOLO SECONDO

che Ed. Just. XIII, 6 e 8 e numerosi altri luoghi nella legislazione giustinianea (a
puro titolo di esempio, CJ III, 2, 5 o SEG VIII, 355) presentano già nomisma
con evidente significato di moneta aurea45. Un uso del genere in un testo giuri-
dico è attestato dall’epigrafe di Sardi Grégoire 1922, 322 (datata al regno di Ze-
none), ove però il termine nom…smata è ancora accompagnato dall’aggettivo di
materia crus©, e, già in uso assoluto, nell’epigrafe di Bostra contenente un edit-
to di Anastasio. Tre ricorrenze, ancora, si trovano in Acta Conciliorum Oecu-
menicorum III, 98, 31; 99, 17; 101, 22.
Una testimonianza ancora precedente potrebbe essere rinvenuta in un fram-
mento di Malco (ritenuto attivo durante il regno di Anastasio), 18, 3, 25-26
Blockley, ma rimane aperto il dubbio che il significato di solido a nomisma sia
stato assegnato dalla fonte secondaria che trasmette il passo, gli Excerpta de lega-
tionibus fatti compilare da Costantino VII Porfirogenito; anche alcuni passi della
Vita Melaniae, però, utilizzano nomisma senza aggettivi qualificativi per indicare
il solido (8; 13; 20; 52, ma soprattutto 19; 30; 49). Ancora una volta, però, le
difficoltà testuali della vita, la cui redazione greca è forse posteriore a quella lati-
na, e rimaneggiata nei secoli successivi, impediscono di attribuire con certezza
quest’uso lessicale già al V secolo basandosi sulle sole fonti letterarie. La medesi-
ma considerazione vale anche per gli Apophthegmata Patrum, la cui datazione e le
cui vicende compositive sono controverse, in cui però il termine nomisma è uti-
lizzato univocamente, e senza complemento di materia, per indicare il solido più
volte: in VI, 8 il vocabolo è sinonimo di chrysinos, ma dato che questo è utilizza-
to per primo, si potrebbe anche ritenere che indicasse genericamente “la mone-
ta”; non è così però in VI, 19; VI, 26 (ove è evidente la sinonimia con holokotti-
non); XVI, 246.
Incertezza ci proviene anche da due luoghi del già menzionato Sinesio di Cirene,
in cui il termine è utilizzato in riferimento a falsificazioni monetarie, senza che sia
evidente se si tratti di monete generiche o di monete d’oro (Ep. IV, del 412-413;
De regno 14). In Ep. LXVI, del 407, invece, la menzione di nom…smata non ac-
compagnati da aggettivi non può che riferirsi ai solidi d’oro e dare un ulteriore indi-
zio di un progressivo affermarsi di quest’uso lessicale già dagli inizi del V secolo,
confermato appieno dalle ricorrenze in Palladio: nella Storia Lausiaca, composta in-
torno al 420, le ricorrenze di nomisma con il significato di solido sono molteplici (6,
5-7; 14, 1; 37, 2 e 7-8; 45, 3; 58, 2; 61, 4-5; 65, 2-3; restano in dubbio solo le ri-
correnze a 1, 4; 21, 3; 35, 13 che potrebbero anche avere un significato generico,
ma il significato prevalente del termine come “solido” indurrebbe ad intendere in
questo senso anche quei tre luoghi). Anche nella Vita di Giovanni Crisostomo l’uso
del termine con il significato univoco di moneta d’oro è indiscutibile (IV, 43; VI,
66, ove è evidente la sinonimia con crus‹noj; XX, 94).
Alla metà del V secolo conferma di un uso lessicale già affermato ci viene pu-
re da Teodoreto di Cirro: se un uso ancora generico si può ipotizzare per In
45 Non fa testo CJ X, 27, 2, a noi noto nella redazione trasmessa dai Basilica.
46 Si vedano anche gli Apopth. Ag. Geront., in «Revue de l’Orient Chrétien», n. 12, 1907, nn. 17 (p. 54-
56); 44 (p. 175); 48 (pp. 146-147); 74 (p. 397).
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 89

Cant. Cant. IV, 8, 6, non vi è alcun dubbio relativo a In Ezech. XVI, 35-36 (ove
si definisce ØpÒcalkon nÒmisma quello adulterato, mescolato ad altra materia,
ove cioè polÝn ™xšceaj tÕn calkÕn, æj mhdš fa…nesqai loipÕn toà crus…ou
t¾n fÚsin, ¢ll/Ólon sou tÕ nÒmisma qewre‹sqai calkoàn) o Hist. Rel. 26,
12 (ove la menzione delle innovazioni nel conio, t¦j tîn nomism£twn e„kÒnaj,
è spiegato come tù xšnJ caraktÁri timièteron ¢pofa…nein peirèmenoi tÕn
crusÒn). Anche il riferimento alla volontà di farsi pesare i nÒmismata in Graec.
Aff. I, 106 induce a pensare che con questo termine il vescovo di Cirro intendes-
se indicare i solidi aurei47.
Ancora, Esichio lessicografo usa l’aggettivo di materia argyroun per descrivere
il nomisma Aiginaion (Hultsch I, 312, 17; uso generico anche a 315, 25), ma
considera il nomisma un’unità ponderale definita, evidentemente equivalente a
1/72 di libbra, e dunque pari al solido in altri luoghi (I, 313, 23; 320, 8-9). Non
stupisce pertanto trovare l’uso assoluto del termine, con il significato di “solido”,
anche negli atti conciliari di Calcedonia, del 451: ACO II, 1, 3, p. 24, 14. Inte-
ressante l’uso nel Chronicon Paschale: l’unica ricorrenza in un contesto in cui si
parli di vicende antecedenti il V secolo d. C. utilizza il termine in senso generico
(¢rguroàn nÒmisma, 327, 17), dandogli invece il valore di “solido” in passi rife-
riti agli anni 420 (576, 14), 444 (584, 11), 618 (711, 12). L’uso è invece di
nuovo generico a 706, 9 ove si parla, per l’anno 645, dell’introduzione del-
l’hexagrammon, definito nÒmisma ˜x£grammon ¢rguroàn.
Le testimonianze papirologiche (ed anche epigrafiche) sono di difficile valu-
tazione, perché l’indicazione del solido appare qui, nella maggior parte dei casi,
espressa con forme abbreviate (come no), di cui è difficile dire se vadano sciolte
in nÒ(misma) o no(mism£tion): ciononostante, i testi su papiro in cui il termine
compare scritto per intero ci confermano l’idea che già nel V secolo nomisma
cominciasse ad indicare, senza aggettivi di materia, il solido aureo. BGU XIII,
2328, datato sulla base della formula para keratia alla seconda metà del V secolo,
contiene alla r. 3 la parte finale di un genitivo plurale nomism£]twn che sembre-
rebbe mostrare (a meno che non si tratti di un errore dello scriba) quest’uso; re-
sta il dubbio che nella lacuna tra le rr. 2 e 3 l’aggettivo di materia crusîn speci-
ficasse il tipo di moneta e rendesse dunque quest’attestazione omologabile a tutte
quelle precedenti. Ritengo sia la presenza di un complemento di materia, e l’idea
che solo in epoca successiva si affermasse l’uso di nomisma col significato di soli-
do, il motivo per cui in POxy I, 134 gli editori (Grenfell e Hunt) sciolgono in
no(mism£tion) l’abbreviazione di r. 22, laddove alla r. 21 è scritto per esteso
crusoà nÒmisma (l’espressione con complemento di materia ricorre ad esempio
anche in PFlor III, 343; SB I, 5681, del V sec.). Anche StudPal XX, 122, della
prima metà del V secolo, potrebbe essere messo da parte, dal momento che l’uso
del termine potrebbe essere generico, nel senso di “moneta”, specificata nel con-
testo dall’uso precedente di chrusinos.

47 Sulla non dimostrabilità dell’esistenza di una pratica di pesatura del divisionale, cfr. pp. 337-339. La
scarsità, in questo periodo, della moneta d’argento e la frequenza, invece, dei riferimenti alla pesatura della
moneta d’oro inducono a credere che Teodoreto si riferisca qui proprio ai solidi.
90 CAPITOLO SECONDO

POxy XVI, 1932, invece, anch’esso databile alla seconda metà del V secolo
sulla base della formula para keratia, usa indubbiamente nomisma nel senso di
solido. Nel 450 in CPR XIV, 12, nel 458 in PSI IX, 1075, nel 484 in PSI III,
183, nel 496 in PKöln V, 235 e nel 499 in POxy XVI, 1975 abbiamo, contro
l’indicazione di Klose, una testimonianza di quest’uso “assoluto” di nÒmisma (i
termini nomisma e nomismation sono qui usati entrambi, come sinonimi); nel
504 POxy XVI, 1884 conferma il nuovo significato del termine ormai invalso.
Anche in POxy LVII, 3914, del 519, il termine compare per indicare la moneta
d’oro insieme a nomismation, ed i due termini sono utilizzati da mani diverse
nella scrittura.
Sembra dunque accertato che l’uso cominciasse ad affermarsi già alla fine del
IV secolo, per prendere poi nel V dimensioni più visibili: testimonianza in que-
sto senso ci è offerta però solo da PLips 63, datato al 388, in cui si parla di
nom…smata tesser£konta tr…a tÁj Kopt…twn pÒlewj (nel senso di dovuti dal-
la città di Copto) 48.
In epigrafia, infine, un uso del termine con il significato di solido, ma con
l’accompagnamento del genitivo di materia, è registrato nel 485-486 (SEG VII,
1193, Mothanae, Arabia); a Clazomene nomismata è utilizzato in modo assoluto
in un mosaico pavimentale che, secondo una consuetudine tipica di quei secoli,
registra il nome dei benefattori che hanno contribuito alla sua realizzazione (IK
II, 532). Altre attestazioni epigrafiche non recano una datazione precisa, ad e-
sempio TAM V/1, 485. In conclusione, possiamo però affermare che già nel V-
VI secolo si era verificato lo slittamento semantico sopra descritto, che deve esse-
re certo stato graduale ma appare pienamente compiuto anche in Joh. Mosch.,
Prat. 107 e 193. Con il valore di moneta aurea il termine continuerà ad essere
usato nei secoli successivi: ancora in Costantino Manasses nomisma è sinonimo
di crus‹noj49. È più che verosimile che il fenomeno descritto si sia verificato per
semplificazione, riducendo la duplicità di termini nomism£tion-nÒmisma ad uno
solo, ma non si può escludere che vi sia stato un influsso dell’uso latino di nomi-
sma, che come si è appena visto già nel IV secolo indicava univocamente la mo-
neta d’oro, risultando dunque equivalente di nomism£tion e non dell’omofono
greco. Un significato di nomisma come moneta generica permane nell’uso tardo-
antico soltanto in riferimento al sopra citato luogo evangelico Matth. 22, 19.

48 Difficile usare le testimonianze offerte da POxy XIV, 1729 e PLond III, 985, la cui datazione al IV se-
colo è solo paleografica, ed in cui nÒmisma è accompagnato da un complemento di materia che ne rende
evidente il significato. Un uso senza complemento di materia si troverebbe in PStrassb I, 26, la cui data-
zione al IV secolo sembra però dubbia, ed in PHerm 15, datato dall’editore genericamente a fine IV-V se-
colo. Anche le testimonianze su papiro si moltiplicano naturalmente a partire dal VI secolo. Anche in que-
sto periodo, ad ogni modo, si trovano frequentemente testi che affiancano alla menzione del solido il com-
plemento di materia, come ad esempio PFlor III, 284 (538); PMichael 42 (566); POxy XIX, 2239 (598);
LVIII, 3958 (614); PRossGeorg V, 42 (602); PSI VII, 786 (581); SB XVIII, 13125 (VI sec.); 13173
(629?).
49 Cfr. Du Cange, 1678, p. 157.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 91

crus‹noj
Aggettivo sinonimico di crÚseoj, come questo compare anche in forma so-
stantivata ad indicare la moneta d’oro (già in Posid., fr. 124)50. In POxy XVI,
1891, del 495, solo per citare un esempio, risulta chiaramente sinonimo di no-
mism£tion, così come in Apopht. Patr. VI, 8 lo è di ÐlokÒttinon. È forma uti-
lizzata in realtà soprattutto in periodo tardo: presente in scrittori greci di età ro-
mana come Diodoro Siculo (XXXIII, fr. 28 a), ha un notevole incremento delle
attestazioni in epoca tardoimperiale, quando diviene equivalente al latino solidus,
come attestano esplicitamente le Glossae Graeco-Latinae (Gloss. II, 478, 61). An-
che in PMichael 37; 40; 43; 45 risulta sinonimo perfetto di nomism£tion. Gli at-
tributi consueti dei solidi sono così riferiti anche ai crÚsinoi, che risultano ad
esempio eÜstaqma (permane una certa ambivalenza tra l’uso maschile ed il neu-
tro) in PSI I, 77 (551-565).
L’uso è frequente in tutta l’epoca presa in considerazione e, anche se sembra
intensificarsi dalla fine del V secolo, è ben attestato anche nel IV, in particolare
nella seconda metà51. Il termine ha carattere di ufficialità, ed è utilizzato in testi
giuridici, anche in questo caso a partire dalla fine del V secolo52; ricorre, infine,
anche nel linguaggio epigrafico53.
Non si può quindi porre in dubbio l’interpretazione del termine come indi-
cante il solido aureo, e dargli un significato differente, ad esempio di una forma
di imposizione, come è stato fatto per POxy XX, 2267 (360)54. Allo stesso mo-
do, in POxy LIV, 3758, 49 (325), ove la parola è anche di lettura dubbia, è im-
propria la traduzione «gold jewellery» proposta dall’editore.
ÐlokÒttinon
Il termine è attestato prevalentemente nella forma ÐlokÒttinon, che deve es-
sere quella originaria perché presente nelle attestazioni più antiche e nelle testi-
monianze dirette (epigrafiche e papiracee) più corrette. La tradizione, però, e
specialmente quella letteraria, conosce delle incertezze relativamente alla grafia
(variante con un’unica t) e relativamente al genere (anche al maschile ÐlokÒtti-
noj ed al femminile Ðlokott…nh).
Difficile la comprensione da un punto di vista etimologico: non è di alcun
aiuto infatti l’etimologia offerta da Orione Tebano (Etym., s.v. Ðlokot…nin55):

50 Cfr. Du Cange, 1678, p. 157.


51 BGU I, 316 (del 359), ChLA XII, 524 (375-378), PCol VIII, 237 (395?), PRainCent 93 (426-427), e
forse StudPal XX, 122 e BGU III, 984 (datato dagli editori al IV secolo). Al V secolo sono datati anche
PHeid VII, 409; PPrag II, 195.
52 CJ XII, 60, 7, 8 (dopo 485); CIG 5187 = Le Bas-Waddington VI, 1906a, l. 54 (Anastasio); CJ VI, 4, 4,
10 (531); Legge marittima di Rodi, II, 16; III, 7. Il vocabolo appare inoltre negli atti conciliari di Calce-
donia: ACO II, 1, 3, p. 55, 31.
53 Corinth VIII, part III, n. 584; IG IV, 190 = CIJ I, 722; 437; VII, 26; IG X, 784 = Feissel, 1983, n.
159; Le Bas-Waddington VI, 2249; SEG XXIX, 319.
54 Cfr. p. 180.
55 Evidente iotacismo per Ðlokot…nhn.
92 CAPITOLO SECONDO

di¦ tÕ tÕn Ólon kÒton ™n aÙtù, in relazione alla quale non si ha alcun indizio
che possa aiutarci a comprendere il termine kÒton, del tutto sconosciuto.
L’unica proposta etimologica avanzata negli studi contemporanei è quella – pur
assai incerta – di Svoronos56, contestata da Krumbacher e difesa successivamente
da Weis e da Kretschmer57, secondo cui si tratterebbe di una costruzione ibrida
formata dall’aggettivo greco Óloj, intero, e dal latino coctum per aurum coctum,
cioè oro puro (con coqueo si intende infatti anche il procedimento della coppella-
zione per purificare i metalli)58, in cui sarebbe intervenuta un’assimilazione di –
ct– in –tt–59,e l’aggiunta di un suffisso in –inoj ampiamente noto.
Assolutamente evidente è invece il suo significato: esso è utilizzato come e-
quivalente del latino solidus, sia per indicare la moneta aurea da 1/60 di libbra
precostantiniana, sia per indicare poi il solido da 1/72 di libbra. La prima atte-
stazione datata risale al 301, quando il termine compare, nella versione greca
dell’Editto dei Prezzi dioclezianeo, esattamente in corrispondenza del latino in
solidis, indicando l’oro nella sua forma coniata60. È dunque evidente il carattere
ufficiale del termine, che deve rientrare nel linguaggio della cancelleria imperiale.
Nei secoli successivi continua a ricorrere con l’evidente significato di “moneta
aurea”. A confermare l’equivalenza con il solido, e quindi la sinonimia rispetto ai
termini nÒmisma e nomism£tion, è ancora un papiro del VII secolo, POxy XVI,
1909: in questa lista di tasse, tanto in oro quanto aderate, appare chiaro come
350 000 artabe, valutate a 1 nÒmisma ogni 10 artabe, diano un totale di 35 000
ÐlokÒttina.
La sinonimia con nÒmisma è evidente anche in un curioso passo dei Frag-
menta Alchemica, vol. II, p. 375. In un contesto in cui si parla di creazione al-
chemica di monete d’oro, infatti, le “istruzioni” indicano come, avendo preso il
calco da un nÒmisma, il risultato ottenuto sia ¹ ¢potÚpwsij toà Ðlokot…nou.
Ancora, un episodio contenuto negli Apophthegmata Patrum (VI, 8) narra
dell’abate Giovanni il Persiano che, dovendo restituire un crÚsinoj avuto in
prestito, va a chiederlo all’economo, l’abate Giacomo. Cammin facendo vede per
strada Ñlokot…nin (sic)61 ke…menon camaˆ, e non lo raccoglie. Ripassa ancora
un’altra volta, e rivede tÕ nÒmisma ke…menon camaˆ. Quando infine si decide a
raccoglierlo, lo porta all’economo, affinché si informi nelle vicinanze se qualcuno
lo ha perduto, per darlo infine al suo creditore una volta appurato e„ oÙdeˆj
toàto ¢pèlese tÕ nÒmisma. In un altro apophthegma, poi, si parla – di nuovo
in senso chiaramente sinonimico – di dÚo nom…smata o, alternativamente, di

56 Cfr. Svoronos, 1899, p. 362.


57 Cfr. Weis, 1912, p. 85; Kretschmer, 1912, pp. 313-314.
58 Di aurum coctum parla, ad esempio, CTh XII, 7, 1, su cui torneremo a breve.
59 Cfr. Kretschmer, 1912, pp. 313-314.
60 Cfr. Mommsen, 1890, pp. 25-26, che ignora però ovviamente l’uso di solidus in epoca precostantiniana.
61 Questo termine, indicato anche nell’edizione di Jean-Claude Guy (Paris 1993) come forma per Ñlo-
kot…nhn, è presente in un unico manoscritto, l’Ambrosianus C-30 Inf. , ed è da credere originario in
quanto lectio difficilior. Tutti gli altri testimoni presentano infatti il più semplice – ed evidentemente sino-
nimico – nÒmisma.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 93

dÚo ÑlokÒtina62.
A maggiore conferma di quanto detto, si tenga conto anche di una frase della
Historia Ecclesiastica di Teodoreto di Cirro, Ð basileÝj ¢pšsteile penta-
kos…ouj Ðlokott…nouj e„j dapan£j (II, 16, 27), che presenta nella tradizione
manoscritta, oltre ad alcune varianti nella grafia del termine oggetto della nostra
analisi (Ðlokot…nouj, Ðlokot…na), una variante crus…nouj. Nella traduzione di
Epifanio, compendiata nella Historia tripartita di Cassiodoro, inoltre, la frase ri-
sulta imperator ad expensas quingentos solidos destinavit (V, 17). Infine, il termine
compare in Leonzio di Neapolis (Vita Sym., PG XCIII, 1725 A; 1735 C-D) e in
Teofane Confessore: qui si dice, nelle notizie relative all’AM 6232 (corrispon-
dente al 739-740 d. C.), di una richiesta e„j k£nona di Ðlokot…nin tÕ mi-
liar…sion. Questa notizia, derivata da Megas Chr. c. 15, appare in traduzione
latina nella Hist. Miscella et Anastasius, dove si legge per singulos aureos num-
mum argenteum unum.
Il termine ha dunque una vita assai lunga, risultando attestato con grande
abbondanza almeno dagli inizi del IV secolo fino al XII secolo, quando si dif-
fonde l’uso di hyperpyron63, ed anche oltre, dal momento che se ne trova traccia
anche in pieno XV secolo64. Poche sono però, in realtà, le testimonianze lettera-
rie, a fronte invece di un’amplissima presenza nei testi papiracei, a dimostrazione
dell’uso quotidiano del sostantivo, cui viene invece in letteratura preferito deci-
samente il termine nÒmisma, forse considerato più aulico, mentre ad ÐlokÒtti-
non viene riservato in sostanza il ruolo di variatio. Oltre alle testimonianza già
citate, infatti, ne troviamo attestazione in un altro passo dei Fragmenta Alchemi-
ca (vol. II, p. 326) e in un sermone dello Pseudo-Macario (ésper tij ™n Ñne…rJ
eØrën tri£konta tucÕn Ðlokot…nouj fant£zetai Óti Ö oÙk ecen eáren, o-
Ûtwj ™mpa…zontai oƒ ¥nqrwpoi ØpÕ tÁj kak…aj, [Macarius], Serm. collectio B,
XXXIV, 14).
Il termine ricorre ancora in tre Lessici (di Fozio, Suida, Segueriano), alla voce
dhn£rion, in un passo che evidenzia come questo originariamente fosse argenteo
e avesse il medesimo peso del solido, 1/72 di libbra (eŒdoj ¢rgur…ou Ðlo-
kot…nou „d…an œcwn „scÚn).

2. La circolazione del solido


Anche dopo l’intervento costantiniano continuò a mancare, si è detto, qualsiasi
forma di sopravvalutazione del solido rispetto al suo intrinseco: è interessante notare
come anche l’anonimo de rebus bellicis, per quanto attentissimo a valutare i cam-
biamenti che coinvolsero il ruolo dell’oro all’interno del sistema monetario romano,
nella sua fantasiosa ricostruzione della storia della moneta, che mostra punti di con-

62 VI, 26. Si noti come anche in questo caso due codici, l’Athous Protaton 86 e l’Atheniensis Bibl. Nat.
500, presentino invece sempre la dicitura nom…smata. L’esigenza stilistica di variatio ha evidentemente
preservato in questo passo, più che nel precedente, la forma ÑlokÒtina.
63 Cfr. Svoronos, 1899, p. 362.
64 Cfr. Weis, 1912, p. 89. Nei secoli tardi il termine si trova attestato anche nelle forme lokÒtenon, lo-
kot…nin, lokot…nhn. Vi sono poi attestazioni anche in copto: cfr. PKellCopt 11-17.
94 CAPITOLO SECONDO

tatto con Plinio il Vecchio, ed è probabilmente desunta da Svetonio65, parli esplici-


tamente solo per le monete bronzee di un valore nominale superiore all’intrinseco:
aes validum ipso pondere pretiosius (1, 8).
In modo sicuramente più significativo, le fonti tardoantiche, giuridiche e non,
parlano in continuazione ed in modo esplicito di compravendita di solidi66: così, ad
esempio, CTh IX, 22, 1, su cui torneremo in seguito, del 343, parla di solidi che sunt
vendendi; CTh IX, 23, 1, del 356, di vendendi causa; CTh XII, 7, 2, del 363, diretta-
mente di emptio venditio solidorum; CJ XI, 11, 1 (e la sua versione greca B LIV, 18, 1)
trattano analogamente di ementes e distrahentes; de reb. bell. 3, 1 di ementes eundem so-
lidum; Nov. Val. 16, nel 445, definisce ancora una volta il pretium solidi. Allo stesso
significato va riferito anche Lib., Or. XLVII, 4, che parla di tim» crusoà. Pure le
fonti papirologiche parlano a più riprese di vendita della moneta d’oro67.
Particolarmente interessante può essere analizzare un papiro del IV secolo,
PHerm 11. Si tratta di una lettera scritta da Megas ad Olimpio. Dopo un breve e
affettuoso rimprovero legato al fatto che Olimpio non ha più dato notizie di sé,
Megas raccomanda di comprare più solidi possibile, in modo da poter tornare a ca-
sa viaggiando più comodamente68. Gli affari di Megas, cioè, non hanno a che vede-
re con l’oro, ma con altri generi di merci. Dovendo viaggiare, è però opportuno che
egli cambi tutto ciò che ha in monete d’oro per avere con sé bagagli meno ingom-
branti. Quest’azione di “cambio” è esplicitamente indicata, anche nell’uso linguisti-
co di un documento privato come questo, e non solo nel linguaggio giuridico, come
una vera e propria azione di compravendita (¢gor£sai). Allo stesso tempo, però,
gli Ðlokott…nouj da acquistare sono indicati come ¢rgÚrion, a maggior conferma
di quello “statuto intermedio” di moneta non moneta che la valuta aurea ebbe in
epoca tardoimperiale e di cui si è già detto. Il consiglio di Megas non è, ovviamente,
così peregrino, e qualcosa di analogo si trova anche in un testo, di datazione assai
incerta, inserito nel Midrash Tannaim, in cui si dice che colui che va a Beit Ilanim,
ed ha bisogno di 100 o 200 miriadi per le spese, dovrebbe cambiarle in monete
d’oro, quindi ricambiarle in divisionale a seconda delle necessità69. Non si può
quindi ritenere in alcun modo che il solido costantiniano portasse alla restaurazione
di un sistema bimetallico70.
In modo ancora più esplicito, proprio quell'Imperatore Costantino cui dovrebbe
essere eventualmente riconosciuta, in quanto “inventore” del solido, la responsabili-

65 Cfr. infra, n. 311 e testo ad essa relativo.


66 Si vedano anche Symm., Rel. 29, 1; Aug., De Mus. I, 6, 11; Aug., Serm. 389, 3 (cum solidum, ut assolet,
vendidisset). Cfr. Seeck, 1890, pp. 165-166; Jones, 1964, p. 444; Jones, 1974, p. 203.
67 Cfr. anche PSI VII, 825, su cui torneremo a p. 152.
68 ¢sfalîj p£nta po…ei kaˆ ™¦n eÛrVj Ðlok[o]tt…nouj ¢gor£sai, Ólon tÕ ¢rgÚrion ¢gÒrason,
†na eÙcerîj katšlqVj met' aÙtîn prÒj me. (PHerm. 11, ll. 18-23).
69 Cfr. Sperber, 1966b, p. 64. Il testo, che non dice quante monete d’oro si ottengono con 100 o 200 miriadi, né
indica cosa si compri, non dà alcuna altra indicazione utilizzabile ai fini di un discorso storico-economico.
70 Così Callu, 1969, p. 471, ma anche Gilles, 2007, p. 199. È da respingere nettamente, dunque, l’idea che il
solido costantiniano introducesse un radicale cambiamento nella circolazione dell’oro, come quello delineato
da Bernardi, 1961, p. 260, secondo cui il metallo che «si accettava [prima] come merce di scambio, d’ora in
poi lo si accetterà anche come moneta».
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 95

tà di un tentativo di sopravvalutazione rispetto al metallo non coniato, e addirittura


di una “rimonetarizzazione” dell’oro71, emanò nel 325 le seguenti disposizioni: Imp.
Constantinus A. ad Eufrasium rationalem trium provinciarum. Si qui solidos appende-
re voluerit, auri cocti septem solidos quaternorum scripulorum nostris vultibus figuratos
adpendat pro singulis unciis, XIV vero pro duabus, iuxta hanc formam omnem sum-
mam debiti illaturus. Eadem ratione servanda, et si materiam quis inferat, ut solidos
dedisse videatur. Aurum vero quod infertur aequa lance et libramentis paribus suscipia-
tur, scilicet ut duobus digitis summitas lini retineatur, tres reliqui liberi ad susceptorem
emineant nec pondera deprimant nullo examinis libramento servato, nec aequis ac pari-
bus suspenso statere momentis. Et cetera. Proposita XIV Kal. Aug. Paulino et Iuliano
conss. (CTh XII, 7, 1)72.
A prima vista può sorprendere la strana equivalenza indicata dal legislatore: co-
me già detto, un'oncia era formata da 6 solidi di 4 scrupoli, non 7, ed una libbra da
12 once, e non 14. Pertanto il Mommsen fu indotto ad emendare il testo, correg-
gendo le indicazioni ponderali, ed indicando il presunto errore come un'interpola-
zione di epoca franca73. Tale proposta, come vedremo, è in realtà immotivata, ma è
stata a lungo accettata nella storia degli studi, portando talora a gravi deformazioni
nell'elaborazione di teorie metrologiche74. Patrick Bruun, ad esempio, accettò l'e-
mendamento del Mommsen75; ciononostante, benché leggesse il testo come una
dichiarazione di completa equivalenza tra oro monetato e non monetato76, passò
poi ad indicare, utilizzando le equazioni di Bolin77, quella che doveva a suo parere
essere la sopravvalutazione del solido rispetto all'oro non coniato78: 6 solidi, in so-
stanza, sarebbero stati di peso leggermente inferiore rispetto ad un’oncia. Questa in-
terpretazione è sicuramente da rigettare. L’equazione di Bolin serve infatti ad indi-
care il “natural range of variation” ed il “maximal range of variation” all'interno dei

71 Cfr. Depeyrot, 1983, pp. 91-92. Risulta erronea, ma anche assai poco chiara l’idea di un «valore reale molto vi-
cino a quello nominale», o di una «percentuale di sopravvalutazione bassissima», introdotta da Vera, 1981, p. 224.
72 «Se qualcuno avesse voluto pesare solidi, pesi computando per ogni oncia sette solidi di oro puro da quat-
tro scrupoli, impressi con i nostri volti, e quattordici per due once, e debba consegnare qualunque somma do-
vuta secondo questo rapporto. Il medesimo calcolo deve essere rispettato anche se qualcuno consegnasse del
metallo grezzo, così che risulti come aver dato dei solidi. In verità, l’oro che viene consegnato sia ricevuto pe-
sandolo con bilancia equa e pesate giuste, ovvero così che la sommità della corda sia tenuta da due dita, e le al-
tre tre, libere, siano rivolte verso l’esattore, né schiaccino i pesi senza che sia praticato alcun pareggiamento
dell’ago, né senza che la bilancia sia sospesa con pesi uguali e pari. Ed altro».
73 L’idea di Godefroy che in epoca costantiniana il solido pesasse 1/84 di libbra è ovviamente da respingere
sulla base del semplice dato numismatico, così come la “variante” proposta da Adelson, 1952 (cfr. p. 33) se-
condo cui si farebbe qui riferimento ad una libbra “pesante”, “orientale”, la cui esistenza non è comprovata da
alcuna fonte, ed in particolare, come nota Adelson stesso (cfr. p. 35) non compare in alcun papiro. Lo stesso
Adelson è portato così a ritenere che questa costituzione proibisca il computo dei solidi a peso, mentre le i-
struzioni relative alla pesatura chiariscono che è vero esattamente il contrario.
74 Cfr. Regling in PW, s. v. solidus, vol. III A 1, col. 925; RIC VII, p. 2. Così ancora Hendy, 1985 (cfr. p.
330), che interpreta comunque correttamente la legge nel suo indicare una completa parità di valore tra oro
monetato e non monetato, e Klose in Neue Pauly, vol. XI, p. 700.
75 Cfr. Bruun, 1965, p. 398; RIC VII, p. 2.
76 «Minted and unminted gold is treated in the same way» (Bruun, 1965, p. 388).
77 Cfr. Bolin, 1958, pp. 104-130.
78 Cfr. RIC VII, p. 2.
96 CAPITOLO SECONDO

quali può oscillare il peso delle monete di un identico tipo, con nominale sopravva-
lutato rispetto all’intrinseco, dal momento che le monete non sopravvalutate do-
vrebbero – in base alle medesime equazioni – presentare una certa uniformità di pe-
so. Tali gamme di valori presentano una media, che coincide anche con la moda, e
che costituisce il peso teorico della moneta. Un pagamento in solidi, dunque, in
media doveva essere composto, anche volendo ipotizzare una circolazione fiduciaria
della moneta aurea, sia di monete più pesanti che di monete più leggere rispetto al
peso teorico di 1/72 di libbra, e non sempre più leggere.
Non solo, ma siccome in un contesto come quello identificato da Bruun è ovvio
che i contribuenti provvederebbero sempre a versare solidi piuttosto che oro metal-
lico, l'autore deve sostenere quindi che in queste circostanze gli esattori avrebbero
riscosso solo oro a peso pieno, anche quando fosse versato in monete, per poter suc-
cessivamente coniare da quel metallo più pezzi rispetto a quelli previsti dal loro va-
lore teorico79. Così facendo, quindi, Bruun reinserisce nel discorso la necessità della
pesatura dell'oro coniato, che è assolutamente incompatibile con una circolazione
monetaria in senso stretto del medesimo, nonché con le teorie di Bolin, e che aveva
egli stesso categoricamente escluso poco prima80. In sostanza, per semplice econo-
mia del ragionamento, è dunque più opportuno – anche in virtù di tutto ciò che si
è fin qui detto e che si dirà in seguito – leggere proprio nell'equivalenza di oro mo-
netato e non monetato la caratteristica fondante della circolazione dell'oro in que-
st'epoca, così come in quella immediatamente precedente ed in quelle successive.
Non si nasconderà, infine, che Bruun sostenne alcune altre ipotesi talora incom-
prensibili, e difficilmente conciliabili con l’asse portante del suo discorso. Tra queste è
l'idea di una differente sopravvalutazione dei solidi di diverse zecche81 e dei solidi di
Costantino rispetto agli aurei coevi di Licinio82, caratteristiche che avrebbero imme-
diatamente portato ad un drenaggio di moneta aurea da alcune regioni dell'Impero
verso altre, così come l’idea di una “natura psicologica” degli aurei celebrativi da 1/60
di libbra, i cosiddetti Festaurei, che perdureranno in realtà fino ad epoca giustinia-
nea83, mantenuti a suo parere perché il solido, più leggero delle monete liciniane, non
sarebbe stato altrimenti facilmente accettato dal pubblico84. C'è da chiedersi in che
modo l'esistenza di medaglioni coniati con un peso diverso possa influenzare la circo-
79 Cfr. Bruun, 1965, p. 398.
80 «Aurum vero quod infertur should be put on the scales, but not the coins» (Bruun, 1965, p. 388).
81 Cfr. Bruun, 1965, p. 395; RIC VII, pp. 2-3.
82 Cfr. Bruun, 1965, p. 397.
83 Cfr. Adelson, 1952, pp. 30-31; RIC IX, p. xxvii. La circolazione dell’oro su esclusiva base ponderale non proibisce
la permanenza di più piedi diversi di coniazione, né questo attenua la portata regolarizzatrice del solido costantiniano,
visto che il piede da 1/60 di libbra rimane utilizzato solo per occasioni celebrative. Alcuni dubbi sul reale peso teorico
di questi pezzi è stato in realtà sollevato da alcuni autori, tra cui Bastien (1964, cfr. p. 92), che si riallineò in seguito
sulla lettura tradizionale (cfr. Bastien, 1972b, pp. 65-66): cfr. RIC VIII, p. 55. I tentativi di Brunetti di spiegare i Fe-
staurei come “quarsquisolidi”, ossia 1,25 solidi, coniati a 1/60 perché teoricamente 1/57,73, troppo irregolare, sem-
brano eccessivamente concettosi nonché inutili (cfr. Brunetti, 1973, p. 190). Si noti ancora che non si può inferire
l’esistenza di solidi coniati a 1/60 di libbra da CJ II, 7, 27, 3-4, come fa Adelson, 1952 (cfr. pp. 29-30), perché il testo
in questione non autorizza in alcun modo di inferire che i 600 aurei, compenso del patronus fisci, siano equivalenti al-
le 10 libbre d’oro pagate come multa da primates ed adiutores del collegium togatorum del prefetto urbano.
84 Cfr. Bruun, 1965, p. 398.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 97

lazione di una moneta battuta in tutto l'Impero sulla base del medesimo piede, oltre
ovviamente ad osservare che il peso di 1/60 di libbra fu presumibilmente lasciato in-
variato rispetto alle epoche precedenti proprio in virtù della sua natura celebrativa, di
donativo. I due nominali non risultano connessi, e sembrano quindi attestare la pro-
secuzione della situazione del tardo III secolo, con la presenza di varie dimensioni del-
le monete d'oro, che devono comunque essere pesate; i medaglioni in oro, che posso-
no essere utilizzati anche a fini monetali, esistono inoltre in una grande varietà di di-
mensioni, spesso in rapporti di valore con il solido troppo variegati perché si possa
pensare all'inserimento in un sistema monetario vero e proprio85.
Ritornando al testo di CTh XII, 7, 1, e rimanendo fedeli a ciò che è tràdito, esso
non può comunque significare in alcun modo una differente valutazione dell'oro co-
niato rispetto a quello non coniato86: se così fosse, infatti, implicherebbe una sottova-
lutazione della moneta rispetto al metallo grezzo che è assolutamente impensabile,
giacché porterebbe automaticamente l'utenza alla scelta di fondere i solidi per ricavar-
ne oro grezzo, e non è accettabile parlare, come pure si è fatto, di un rifiuto dello Sta-
to romano nei confronti della moneta che esso stesso coniava87. Bolin, inoltre, il mas-
simo sostenitore di una sopravvalutazione dell’oro coniato rispetto a quello non conia-
to anche in epoca tardoantica88, non trovando in realtà alcun appiglio alla propria te-
oria in questa costituzione, non fa che accantonarla, indicando come il suo contenuto
non sia in realtà pienamente comprensibile89. L'espressione eadem ratione servanda et
si materiam quis inferat è assai esplicita nell’indicare una totale equivalenza di valore
tra metallo coniato e non coniato90. Non è perciò condivisibile né l’interpretazione di
Martroye91, secondo cui l’equivalenza sarebbe tra un’oncia di oro puro e 7 solidi, di
peso non pieno, o un’oncia e 1/6 di oro non puro (non si tratterebbe, oltretutto, di
una eadem ratio), né la lettura di Mazzarino, secondo cui l’esazione di oro metallico
sarebbe stata preferibile per l’autorità rispetto all’esazione di moneta, e questa sarebbe
stata quindi “tassata”, o meglio “aderata” con un interpretium di 1/692.
Il reale significato della costituzione era già stato intravisto da Seeck, che ritene-
va però che essa introducesse un aumento globale delle tasse tout court, per cui ogni
contribuente avrebbe dovuto pagare 1/6 più di quanto versasse in precedenza93. Ciò
85 Cfr. RIC VIII, p. 56.
86 Come invece ritiene, ad esempio, Callu, 1978a (cfr. p. 106), ma anche Kent, 1956 (cfr. p. 199), secondo
cui la costituzione introdurrebbe un «considerable premium» per chi avesse voluto pagare in monete.
87 Cfr. Piganiol 1945, p. 307.
88 Cfr. Bolin, 1939, p. 155.
89 Cfr. Bolin, 1939, p. 148.
90 L’uso di materia nel senso di “materia prima” in riferimento all’oro grezzo, non puro, è riscontrabile anche
in CTh XII, 6, 13 (367); XII, 7, 3 (367). Cfr. Martroye, 1924-27, p. 134; Brambach, 1925, p. 170; Spinosi,
1961, p. 147.
91 Cfr. Martroye, 1924-27, pp. 131-132. Il fatto che lo studioso francese sia perfettamente consapevole del si-
gnificato di “oro grezzo”, “non purificato” di materia (cfr. n. precedente) rende la sua ipotesi di un disagio
imposto sui solidi ancora più implausibile.
92 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 147. Premessa necessaria di una simile interpretazione è che l’oro costituisse una
moneta in senso stretto, e ciò – si è già detto più volte – non è accettabile, conseguenza necessaria sarebbe sta-
ta la completa fusione, da parte dei privati, delle monete possedute.
93 Cfr. Seeck, 1890, p. 55.
98 CAPITOLO SECONDO

che Costantino sta invece introducendo qui, in sostanza, è una sorta di “imposta
indiretta”, che comporta l'obbligo, solo per chi debba effettuare un pagamento in
oro allo Stato, di un automatico aumento di 1/6 della somma da versare. Per quan-
to possa apparire strana una simile iniziativa, la ritroveremo ancora negli anni suc-
cessivi, ed era apparentemente dovuta alla necessità dello Stato di tutelarsi dall’e-
ventuale contribuzione in monete adulterate o in metallo non puro94. Questo testo,
infatti, non tratta di transazioni commerciali o tra privati (che invece avrebbero do-
vuto essere coinvolte in un generale provvedimento di sopravvalutazione del conia-
to), ma di versamenti in oro fatti alle casse dello Stato, come dimostra con assoluta
certezza l'altro frammento inserito nei codici tardoantichi, cioè CTh XII, 6, 2 = CJ
X, 72, 1, che chiarisce perfettamente il contesto di esazione fiscale95.
Ciò che è lecito chiedersi, vista l'identità del destinatario della costituzione, in-
caricato della gestione delle finanze pubbliche in un territorio tutto sommato ridot-
to, come le province di Sicilia, Sardegna e Corsica96, è se le indicazioni qui fornite
dall'Imperatore valessero solo per questo territorio e per i proventi del patrimonio
imperiale97, magari perché si erano verificati in loco casi particolarmente gravi di
adulterazione del metallo, o se simili costituzioni fossero state inviate dagli uffici
competenti (le sacrae largitiones) a tutti i singoli distretti. L’inserimento del testo di
legge anche nel Codice Giustianeo (CJ X, 73, 1) farebbe propendere per la seconda
ipotesi, anche se bisogna notare che nel VI secolo il testo fu adattato, mantenendolo
solo come prescrizione dell’identità di valore tra monete e metallo, togliendo ogni
riferimento alla soprattassa di 1/6, evidentemente ormai non più in vigore98.
94 Cfr. Brambach, 1925, pp. 170-171 (anche se non si condivide l’idea che il sesto in più servisse a coprire le spese
di verifica, fusione e riconiazione del metallo; di questo processo, semplicemente, non c’è traccia nelle fonti); Spino-
si, 1961, pp. 146-147; Dupont, 1963, pp. 183-184; Delmaire, 1989, pp. 255-256, il quale ritiene però che la costi-
tuzione si riferisca al versamento del denaro raccolto dagli esattori nelle casse dello Stato. Ciò in realtà non è soste-
nibile, giacché il termine collatores, usato nella riscrittura giustinianea, indica i contribuenti più che gli esattori, ed il
fatto che colui che riceve stesse di fronte alla bilancia, come dalla ricostruzione dello studioso francese, non risulta
particolarmente significativo. Difficile è poi credere, come Delmaire afferma, che con questa costituzione si volesse
“premiare” chi pagasse in metallo grezzo, come già detto in precedenza. Il metallo grezzo infatti non è – come è ov-
vio – esente da questi scrupoli di purezza e non lo sarà in età valentinianea, come si deduce ad esempio da CTh X,
19, 4, che analizzeremo in seguito e che pure Delmaire cita. Già il de Petigny affacciò in realtà la corretta soluzione
del problema, ma si occupò esclusivamente dell’equivalenza 7 solidi = 1 oncia trascurando completamente la dichia-
razione di piena identità con il trattamento da riservare al metallo grezzo (cfr. De Petigny, 1857, pp. 141-142). Sul-
la ricorrenza, in contesti analoghi, di un’identica frazione di 1/6, cfr. Bogaert, 1976, p. 18.
95 In virtù di questo è condivisibile su questo punto la traduzione di Pharr, 1952 (pp. 377-378). Più proble-
matica invece la traduzione offerta dal Cope (Cope, 1975, p. 188), secondo cui infertur non avrebbe un signi-
ficato legato al versamento dell’oro, ma si collegherebbe a aequa lance («is placed on a levelled balance»). In
questo modo però la congiunzione et, non collegando più lance e libramentis, come sembrerebbe naturale an-
che per l’identità di caso, diventerebbe particella assolutamente pleonastica di introduzione della principale
con congiuntivo indipendente (un “anche” non avrebbe infatti significato, e Cope si limita a non tradurla).
Anche il suscipiatur, infine, assume in questa prospettiva un valore non legato alla riscossione ma alla pesatura,
in modo difficilmente conciliabile con le altre attestazioni («is to be counterpoised by equivalent weights»).
Infine inferre, nel significato inteso dal numismatico inglese, dovrebbe reggere l’accusativo o il dativo (caso
retto nella maggior parte delle ricorrenze del CTh, in cui ha però spesso un oggetto come litem o contume-
liam), non certo l’ablativo semplice.
96 Il nostro Euphrasius/Eufraxius compare nella PLRE sotto il nome di Euphraxius (cfr. vol. I, p. 299).
97 Così Cracco Ruggini, 1987, p. 191.
98 In modo piuttosto sorprendente, Kubitschek, 1935 (cfr. p. 349) sostenne invece come proprio l’inseri-
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 99

L’esistenza di questa “riscrittura” giustinianea, con la sua esplicita menzione dei


collatores come soggetti del versamento, il secondo frammento – già citato – della
medesima costituzione, ma anche il semplice uso del verbo suscipere confermano co-
me già detto il contesto puramente e prettamente fiscale e statuale dell’applicazione
della legge. Infine, questa costituzione è assai esplicita non solo nell'indicare l'equi-
valenza di valore tra il metallo coniato e quello non coniato, ma anche in riferimen-
to alla prassi della pesatura delle monete, le cui dinamiche sono da trattare in modo
adeguatamente approfondito.
3. Exagia e bilance: la pesatura dell’oro
Si è detto, ed è abbastanza ovvio, che la pratica della pesatura dell’oro è legata
ad un’assenza di differenza di valore tra il metallo coniato e quello non coniato: se si
sente l'esigenza, sulla “piazza del mercato”, di pesare il metallo prezioso consegnato
dall'acquirente, ciò significa che le monete valevano per la quantità di metallo che
contenevano, e non per una potestas loro imposta dall’autorità centrale99. Tale prati-
ca era sicuramente assai diffusa100, e non ostacolata, anzi legittimata e regolamentata
dal potere imperiale. L’appena analizzata CTh XII, 7, 1, infatti, chiarisce come tale
pesatura non fosse iniziativa solo “popolare”, nelle transazioni tra privati, ma do-
vesse avvenire anche quando lo Stato era direttamente coinvolto nello scambio.
Non solo; quel testo spiega anche precisamente come debba avvenire la perfetta
pesatura dei solidi per una corretta valutazione: solo due dita, ci dice, devono reggere
la bilancia, mentre le altre, libere, devono mostrarsi distese, e non falsare in alcun mo-
do l’equilibrio. Questa procedura non era nuova, anzi, come ha ben mostrato Cope,
faceva parte dell’iconografia di Aequitas-DikaiosÚnh sulle tetradracme alessandrine
fin dall’epoca di Aureliano101. La dea è infatti ivi mostrata con la mano destra a tre o
quattro dita, due delle quali reggono una bilancia a due piatti, mentre le restanti sono
tenute dritte, intenzionalmente lontane dallo strumento per la pesa102. È importante
sottolineare che le dita libere, a norma di legge, devono essere mostrate all’esattore,
che dunque non pesa le monete personalmente103. È necessario allora chiedersi a chi

mento della costituzione nel CJ rivelasse che ancora nel VI secolo era valida la disposizione costantiniana di
accettare 7 solidi per un’oncia.
99 È chiaro infatti che l’esistenza di un valore nominale identico, riconosciuto dall’autorità emittente, non
può convivere con la pratica, non solo da parte dei privati, ma da parte della medesima autorità emittente in
occasione delle riscossioni, della pesatura dei pezzi: esattamente all’opposto di quanto sostenuto da Steuer,
1987 (p. 408: «das ist der Fall bei absinkendem Gewicht nominell gleicher Münzen»), cioè, è la circolazione
dei metalli sulla base del solo intrinseco il presupposto sostanziale della valutazione ponderale dei pezzi in oc-
casione del pagamento.
100 Cfr. Burns, 1927, p. 437; RIC IX, p. xxvi; Cracco Ruggini, 1984, p. 34; Steuer, 1987, p. 440.
101 Potrebbe non essere casuale, in sostanza, la diffusione di questa iconografia nel III secolo, quando si af-
fermò, come si è detto, la circolazione esclusivamente ponderale dell’oro.
102 Cfr. Cope, 1975, pp. 187-188. Alcune riserve sulla traduzione della costituzione proposta dallo studioso
inglese sono state espresse supra, cfr. n. 95.
103 Difficile infatti ritenere – con J. Nesbitt – che le tre dita libere dovessero essere ripiegate verso colui che
pesa, come sembrerebbe mostrato da un exagium di epoca giulianea (cfr. Vikan-Nesbitt, 1980, p. 29). In pri-
mo luogo questo rappresenta una mano che regge una bilancia tenendo l’indice disteso (e chiaramente stacca-
to dal linum), mentre medio, anulare e mignolo sono ripiegati. Lo strumento di pesatura è dunque chiara-
100 CAPITOLO SECONDO

spettasse questo incarico, dal momento che esso non può di certo essere attribuito al
contribuente. Come vedremo più avanti104, esso sarà – a partire da epoca giulianea –
compito degli zygostatai, personaggi che ricevevano questa incombenza per conto del-
lo Stato. È evidente che qualcosa del genere accadeva anche negli anni precedenti, e
che gli esattori si avvalevano della collaborazione di banchieri e soprattutto cambiava-
lute per la verifica delle monete riscosse. Il controllo, dice quindi la legge costantinia-
na, deve essere perspicuo per i due “funzionari pubblici”, cui si richiede, probabilmen-
te, valutazione concorde, e non deve essere necessariamente reso visibile al contri-
buente, che dovrà semplicemente accettare il successivo “responso”.
Il termine più diffuso per indicare uno strumento di pesatura in un contesto di
verifica di monete è trutina105. Così Giovanni Cassiano dice che è l’analisi della tru-
tina a verificare che il peso dei solidi aurei non sia inferiore al legittimo: deinde ne
quid illis a legitimo pondere deminutum sit, censura trutinae diligenter inquirere (Coll.
I, 20)106; altre attestazioni si trovano in Symm. X, 2, 4; Rel. XIII, 2; Ambr., de
Nab. 8; Sid. Apoll., Ep. VIII, 7, 2 (in riferimento generico ai nummi: ad trutinam
iudicii principalis appensa tandem non nummorum libra sed morum); Cass., Var. V,
39, 5 (laddove si parla di assem publicum, e non esplicitamente di oro); Greg. Mag.,
Mor. XXXIII, 35, 60; Ven. Fort., Vita Mart. I, 338 (Inde crucis trutina, pretii numi-
smata pensans). Una lettera apocrifa dell’Imperatore Giuliano, inoltre, utilizza – co-
me vedremo anche in seguito – in riferimento alla pesatura dell’oro un singolare
composto, ™xariqmozugokampanotrutan…saj107, che evoca addirittura tre nomi di
bilance, e cioè, oltre alla trutina, lo zugÒj e la campana. I riferimenti al fatto che l’o-
ro fosse effettivamente pesato sono dunque abbondanti, in fonti di diverso genere
ed in contesti anche di tipo metaforico, a conferma della reale diffusione della pratica.
È però estremamente difficile dire a che tipo di bilancia corrisponda il termine
utilizzato. Isidoro di Siviglia dice che trutina est gemina ponderum lances aequali e-
xamine pendens, facta propter talenta et centenaria adpendenda; sicut momentana pro
parva modicaque pecunia. Haec et moneta vocata. Idem et statera nomen ex numero
habens, quod duobus lancis et uno in medio stilo librata aequaliter stet (Etym. XVI,

mente tenuto da questi ultimi, che non possono in alcun modo essere considerati liberi. Se fosse qui rappre-
sentata la pratica prescritta dalla costituzione dovremmo avere tre dita libere ripiegate, l’indice libero e disteso,
e la bilancia tenuta quindi dal solo pollice! Tenendo, inoltre, la bilancia con due dita, ripiegare le altre tre ver-
so se stessi è posizione difficile e scomoda che non dà, oltretutto, alcuna garanzia di correttezza. Proprio un
manoscritto del XIV secolo presentato da Nisbitt, inoltre, mostra una scena analoga a quella qui ricostruita
(cfr. Vikan-Nisbitt, 1980, pp. 29-30): un pesatore verifica i versamenti mostrando la pesatura ad un altro fun-
zionario seduto, mentre i “debitori” sono alle sue spalle.
104 Cfr. pp. 196-205.
105 Nei secoli precedenti era utilizzato in relazione all’oro soprattutto il termine statera (aurificis statera in
Cic., de or. II, 159). L’uso di trutina in modo ricorrente in questo contesto deve portare a escludere
l’interpretazione univoca del termine come bilancia a due piatti di grandi dimensioni, proposto da Höben-
reich, 1997 (cfr. pp. 310-313). Di trutina per pesare le monete parla ancora nel XIV secolo Nicola di Oresme
(tractatus de mutatione monetarum, 4).
106 Questo passo contiene informazioni molto interessanti sulle procedure di verifica dei solidi, e sulla loro
adulterazione. Vi si tornerà alla p. 204. Cfr. anche Callu, 1989a, pp. 350-351.
107 [Iul.], in Bas. Mag., Ep. XL (207).
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 101

25, 4)108. Trutina e statera sarebbero quindi perfetti sinonimi109, ed indicherebbero


la bilancia a due piatti, detta momentana o moneta quando più piccola110; del se-
condo termine non vi sono altre attestazioni mentre il primo ricorre, in effetti, an-
che in Gregorio di Tours (Glor. Mart. 27; de virt. Mart. I, 11), in S. Aldelmo, che
dedica alla bilancia un breve indovinello111, ed in altri passi (Gloss. V, 542, 43 e
614, 43, che ne conferma l’utilizzo come trutina modica pecuniae112; Schol. Pers. 4,
10); La sinonimia è poi confermata dalle glosse113, che indicano inoltre come tra-
duzione greca di trutina indifferentemente trut£nh e zugÒj, ma utilizzano il se-
condo anche per volgere statera114. Anche Agostino, in un passo in cui proprio l’oro
è posto sulla bilancia a confronto con il sangue, dice che positum est aurum in truti-
na vel statera (Aug., In Jo. Ev. VII, 1, 6).
È quindi evidente la sinonimia tra i termini, ma non così il loro univoco riferirsi
alla bilancia a due piatti115. Entrambi possono infatti anche indicare bilance ad un
unico piatto, dette anche romane o campane116. È con quest’ultimo nome che le
conosce e le descrive lo stesso Isidoro: haec duas lances non habet, sed virga est signata
libris et unciis et vago pondere mensurata (Etym. XVI, 25, 6). Questo secondo tipo di
bilance sembra essere stato molto più diffuso, in virtù della sua evidente praticità, e
lo strano composto verbale dello pseudo-Giuliano sopra citato mostra che esse po-
tevano essere utilizzate anche nella pesa dell’oro; un uso di questi strumenti per la
pesatura delle monete è confermato anche archeologicamente117. Non solo, ma so-
no noti archeologicamente moltissimi pesi per questo tipo di strumento, general-
mente rappresentanti il busto dell’Imperatore o dell’Imperatrice, ma anche perso-
naggi del passato o divinità118. Né è impossibile che la costituzione costantiniana da

108 Cfr. anche Isid. Hisp., Etym. X, 267.


109 In considerazione della descrizione del pezzo, e della spiegazione etimologica, mi sembra improbabile ri-
tenere – come fa Höbenreich, 1997 (cfr. pp. 315-316) nel tentativo di individuare nelle fonti una differenza
netta tra i due tipi di bilancia – statera sinonimo solo di momentana e moneta, dal momento che il confronto
con le altre testimonianze rende evidente che la trutina è anche di piccole dimensioni, e che della statera si in-
dica qui la forma, e non le dimensioni. Che statera indichi una bilancia a due piatti è inoltre fuor di dubbio:
cfr., ad esempio, Aug., En. in Ps. 93, 7 (appende in statera aequitatis furem et blasphemum). Altre fonti con-
fermano questa sinonimia. Si noti, ad esempio, come in due diversi luoghi Ambrogio usi il verbo trutinare in
esplicito riferimento all’utilizzo di una statera: Ambr., In Ps. Dav. CXVIII, XX, 40; Ep. 2. I due vocaboli ap-
paiono perfettamente sinonimici anche in [Ruf.], In Oseam III, vers. 7-8 (PL 21, 1023 C);
110 Piccole bilance a due piatti, presumibilmente usate per pesare monete e metalli preziosi sono note archeo-
logicamente: cfr. Jenemann, 1985b, pp. 173-177.
111 Aldh., Aenigm. II, 6 (PL 89, 186 C): De trutina, quae momentana dicitur. Nos geminas olim genuit natura
sorores, / quas iugiter rectae legis censura gubernat. / Tempore personas, et ius servare solemus. / Felix in terra fieret
mortalibus aevum, / iustitiae normam si servent more sororum.
112 Gloss. V, 614, 44 attesta una variante momentaria.
113 Cfr. Gloss. Lat. II, 595, 47; V, 334, 6; 395, 53.
114 Cfr. Gloss. Lat. II, 202, 39; 322, 38; 460, 46; 494, 23; III, 270, 1; 321, 27-28.
115 Talora è assolutamente evidente dal contesto che i termini trutina e statera indicano in effetti una bilancia
a due piatti: così, ad esempio, Aug., Serm. 330, 3; Aug., In Jo. Ev. Tract. VII, 6; Joh. Cass., Coll. XXI, 22.
116 Cfr. G. Lafaye, in DAGR, III/2, pp. 1225-1228; Jenemann, 1985b, pp. 165-168.
117 Cfr. Kisch, 1965, p. 48: al contrario di quanto sostiene Kisch, però, momentana e moneta non sono ter-
mini che indicano univocamente neanche questo tipo di bilancia.
118 A puro titolo di esempio si vedano i pesi raffiguranti Costantino, prodotti però nel V-VI secolo (cfr. A.
102 CAPITOLO SECONDO

cui siamo partiti pensasse ad entrambi i tipi di strumento: una summitas lini da cui
tenere l’oggetto era ovviamente presente in entrambi i casi.
E il fatto che le monete studiate da Cope, così come le raffigurazioni di bilance
su epigrafi119, rappresentino sempre una bilancia a due piatti non deve indurre a
conclusioni affrettare: è questo infatti ancora oggi il tipo di strumento per la pesa
più immediatamente realizzabile graficamente e più riconoscibile per il pubblico,
anche raffigurato in piccole dimensioni120. Non aiuta neppure un luogo della Laus
Iustini di Corippo (II, 395-396) che, confermando il perdurare dell’uso della pesa-
tura dell’oro oltre la metà del VI secolo, ci descrive una scena in cui hinc pondere fu-
sos exaequant solidos et lancem pollice pulsant. Il riferimento al “piatto” non permette
di capire infatti se si trattasse dell’unica lanx di una bilancia romana o di una delle
due di una bilancia a due piatti.
Al di là di questi due tipi di bilance, che erano ovviamente utilizzati per qualsiasi
tipo di pesatura, ve ne erano di esplicitamente creati per la verifica dei solidi. Il pri-
mo è strutturato come una bilancia a due piatti, ma al posto di uno di questi è inve-
ce un peso fisso, pari a circa 4,5 g più il peso del piatto121. Se ne conosce uno con-
servato a Londra, mentre un altro, oggi perduto, è stato descritto nel 1735 da L.
Lorenzi122; affine per concezione anche un pezzo di Augst, datato al IV secolo123.
Una simile bilancia, di cui si conoscono esemplari risalenti fino all’epoca repubbli-
cana124, poteva essere utilizzata non solo per pesare solidi, come si è lungamente so-
stenuto, ma ovviamente anche pesi più piccoli, aggiungendo sul piatto oltre all’og-
getto da pesare anche pesini per calcolare la differenza, o con l’uso di un peso a ca-
valiere125. Non solo, ma Jenemann ha mostrato in modo perfetto come un simile

Alföldi-Ross, 1959, pp. 171-172 e 179-183) ed il peso forse ritratto di Pulcheria (cfr. Ross, 1946). Natural-
mente il contrappeso deve avere un peso pari al piatto più il peso teorico da verificare, cosicché ponendo sul
piatto un peso corretto la bilancia si trovi in equilibrio: cfr. Kisch, 1965, p. 48.
119 Esplicitamente collegata all’attività di cambiavalute è solo la raffigurazione di CIL VI, 9706 = ILCV 703 =
ICUR VIII, 23104 = Bisconti, 2000, XVIIb1 (dalle catacombe di Priscilla); ICUR IV, 10850 = Bisconti,
2000, XVIIa2 e ICUR IV, 11499 = Bisconti 2000, XVIIa4 sembrerebbero collegabili a mestieri bancari in vir-
tù della presenza di disegni intesi come borse nel primo, un recipiente per monete nel secondo. Altre epigrafi,
riportate da F. Bisconti nel suo catalogo, raffigurano bilance, tutte a due piatti (ICUR IV, 10950 = Bisconti,
2000, XVIIa3; ICUR V, 14112 = Bisconti, 2000, XVIIa5; Bisconti, 2000, XXIIIa2.1-XXIIIa2.16), anche
impugnate dal proprietario (ICUR II, 5757 = Bisconti, 2000, XVIIa1). Non vi è però in questi casi alcun ap-
piglio che permetta di identificare con certezza nel sepolto un cambiavalute e nella raffigurazione la rappresen-
tazione del suo strumento di mestiere (cfr. Bisconti, 2000, p. 108, che pone il dubbio, salvo poi indicare alcu-
ni di questi testi nella sezione nummularii); sarebbe infatti possibile interpretare la bilancia anche come più
generica indicazione di attività commerciali (altrove è abbinata al sepolcro di un pistor, ICUR II, 4247 = Bi-
sconti, 2000, IVc2, e si veda anche l’affresco Bisconti, 2000, IVa2, o a macellai, cfr. Bisconti, 2000, p. 131 e
VIa9, o a fabbri, ICUR VI, 17243 = Bisconti, 2000, VIIIa1, o a medici, ICUR IV, 12871 = Bisconti, 2000,
XVa2.1), o in modo più astratto come simbolo (Bisconti, 2000, p. 131).
120 Cfr. Kisch, 1965, pp. 76-77; Jenemann, 1985b, p. 165.
121 Cfr. G. Lafaye, in DAGR, III/2, p. 1226; Jenemann, 1984, p. 81; Jenemann, 1985a, p. 138.
122 Cfr. Jenemann, 1984, pp. 81-83. L’esemplare descritto da Lorenzi ha, in guisa di peso, una forma di testa
femminile, forse da identificare con Iuno Moneta, mentre quello londinese mostra un semplice blocchetto.
123 Cfr. Feugère-Depeyrot-Martin, 1996, pp. 347-350.
124 Cfr. Feugère-Depeyrot-Martin, 1996, pp. 346-347.
125 Cfr. Jenemann, 1984, pp. 85-86.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 103

strumento non solo registrasse l’effettivo deficit ponderale della moneta verificata,
ma potesse anche, immergendo in acqua il peso ed il piatto, verificare la purezza
metallica, sfruttando il fatto che l’oro ha densità assai superiore rispetto al bronzo,
all’argento, al piombo (si tratta della cosiddetta “bilancia idrostatica”)126; conferme-
rebbe questa pratica il fatto che il pezzo londinese e quello disegnato da Lorenzi
hanno l’unico piatto bucato al centro127. Jenemann è sicuramente nel giusto anche
nel negare l’identificazione di questo oggetto con la momentana di Isidoro di Sivi-
glia, che è – come si è visto – senza dubbio una piccola bilancia a due piatti128.
Alcune bilance campane, o “steelyards” finalizzate alla pesatura delle monete
possono essere estremamente piccole, come un esemplare conservato al Museo Egi-
zio di Torino, di epoca bizantina, in cui il piccolo contrappeso scorre all’interno di
una fessura nel braccio lungo della bilancia129. Da questo tipo si passa facilmente a
forme di strumenti a peso fisso, che non riescono a determinare il peso dell’oggetto
imposto, ma solo a verificare la sua coincidenza o meno con il campione determina-
to. Queste bilance manuali – dette “trabocchi” – sono perfettamente conosciute
per il mondo islamico e per l’Europa tardomedievale (dal XII secolo in poi)130, ed
una di esse è stata identificata da Vryonis in un pezzo della Thomas Whittemore
Collection: si tratta di un oggetto in bronzo composto da due pezzi metallici di
forma allungata. Tenendo una parte ferma in posizione verticale ed appoggiando
sull’altra un solido di giusto peso, la seconda componente si ferma in posizione per-
fettamente perpendicolare rispetto alla prima; altrimenti resta in posizione obliqua,
e la moneta scivola e cade131. È ovvio che per un cambiavalute sia necessario avere
un numero di bilance manuali pari al numero di tagli monetari da pesare; se tale
numero è molto elevato (come poteva essere – lo abbiamo visto – nella seconda me-
tà del III secolo) questa categoria di oggetti perdeva completamente la sua praticità.
Ma nel IV secolo, dopo l’affermazione del piede da 1/72 come taglio assolutamente
preponderante della coniazione dell’oro, la loro funzionalità era eccellente.
Esistono, ovviamente, dei pesi-modello cui uniformarsi nella valutazione pondera-
le delle monete. Tali pesi modello erano definiti exagia. Il termine (gr. ™x£gion o
st£gion) ha un significato originario che indica l’azione del pesare (™x£gion pensatio
nelle Glosse greco-latine)132: la vendita sub exagio, in particolare, è la vendita a peso di
una merce133. Questo significato conosce ancora delle attestazioni in epoca tardoanti-

126 Sfruttando in sostanza il principio di Archimede: cfr. anche Beyer, 1995b, p. 57.
127 Cfr. Jenemann, 1984, pp. 88-90; Jenemann, 1985a, pp. 139-140.
128 Cfr. Jenemann, 1984, pp. 91-92; Jenemann 1985a, p. 140.
129 Cfr. Kisch, 1965, pp. 65 e 70. In posizione centrale il contrappeso è in equilibrio con un peso di 2 scru-
poli. Piuttosto che servire per i semissi, come suggerisce Kisch, moneta piuttosto rara, la bilancia potrebbe es-
sere stata concepita (anche) per le monete d’argento da 1/144 di libbra (2 scrupoli, appunto) in un momento
in cui l’argento circolasse a peso come l’oro (fine IV-V secolo): cfr. Carlà 2007b, pp. 205-210.
130 Cfr. Feugère-Depeyrot-Martin, 1996, pp. 355-356 (dove non è citato l’oggetto edito da Vryonis, e si ri-
tiene che questo tipo di strumento sia stato introdotto solo col XII secolo); Finetti, 1987, pp. 108-109.
131 Cfr. Kisch, 1965, p. 74; Houben, 1982, pp. 60-61; Vryonis, 1968, p. 234.
132 Gloss. II, 301, 16. Incomprensibile il lemma “exagium: handmitta” del Glossarium Amplonianum Primum
(Gloss. V, 358, 48).
133 CIL VI, 1770. In epoca ellenistica il termine indicava il peso di diverse monete: cfr. Mlasowsky in Neue Pauly
104 CAPITOLO SECONDO

ca, soprattutto in senso metaforico: così in Zen. Ver., Tract. I, 41, 2 e nel Dialogus
quaestionum LXV sub titulo Orosii percontatis et Augustini respondentis (§ 45)134.
Da qui, con uno slittamento semantico assolutamente evidente, si è sviluppato il
valore di “peso” (nel senso dell’oggetto che si depone sull’altro piatto della bilancia
rispetto a ciò che è da pesare)135. L’exagium solidi, ossia il peso di 1/72 di libbra che
serviva a verificare che le monete auree fossero di peso pieno, ne era, in epoca tardo-
antica, il tipo più diffuso, al punto che il genitivo solidi viene presto sottointeso136:
così è, ad esempio, anche in un testo di legge come Nov. Val. 16, 2 (de ponderibus
quoque ut fraus penitus amputetur, a nobis dabuntur exagia: il contesto è quello della
definizione del pretium solidi e dell’irrecusabilità di un solido integro)137. Ed è pro-
prio col significato di peso utilizzato per controllare le monete auree che il termine
ricorre per lo più in epoca tardoantica. Così Giovanni Cassiano raccomanda di re-
spingere le monete cui la ruggine, corrodendole, impedisca di essere in pari con il
peso di riferimento: sive illa, quorum pondus ac pretium aerugo vanitatis adrodens e-
xagio seniorum non sinit adaequari, ut nomismata levia atque damnosa minusque pen-
santia recusemus (Coll. I, 22, 1). Già in epoca tardoimperiale, ma soprattutto in e-
poca medievale, il termine passa ad indicare direttamente il peso di un solido, ossia
1/72 di libbra138.
Gli exagia sono oggetti il più delle volte in bronzo, ma anche in vetro o in altri
materiali139, di forma in genere circolare o quadrata, recanti iscrizioni, in latino o più
spesso in greco140, che indicano il loro peso. Ne sono stati rinvenuti molti: se ne pre-

IV, coll. 330-331. Si tratta quindi di una voce di derivazione greca, e non ha più alcun credito l’ipotesi di Babe-
lon, secondo cui l’etimologia sarebbe stata da ricondurre ad exactum (così anche De Palol, 1949, pp. 128-129).
134 In PL XL. Il passo, che risponde alla domanda quomodo possumus scire qui mittatur a deo, parla di apostoli-
corum exagio sacerdotum: il termine va inteso quindi nel senso metaforico di “esame, approvazione”. È bene ri-
cordare che una variante testuale corregge exagio in actio, ma il primo è forse preferibile, al di là del fatto di es-
sere lectio difficilior, perché meglio si inquadra nel contesto, e fu quindi scelto già dagli editori della Patrologia
Latina.
135 AE 1991, 873 (?). Cfr. Babelon, in DAGR II/1, pp. 873-874; Cecchelli, 1937, p. 83.
136 Cfr. Grierson, 1989, p. 342. Vi erano ovviamente anche pesi di una libbra, o di tre once, o di dieci solidi
(cfr. Babelon, in DAGR, II/1, pp. 873-874), cui anche era applicabile il nome di exagium (che compare ad e-
sempio su uno giustinianeo da una libbra: cfr. Leclerq, H. in Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie
(a cura di F. Cabrol - H Leclerq), XIV/1, p. 1233). Il fatto che alcuni di questi però rechino l’indicazione del
valore in solidi, oltre che in altra unità ponderale, rende probabile che fossero sempre utilizzati nella verifica di
pagamenti, nei casi ovviamente di prelievi più grandi (ad esempio CIL XIII, 10030, 59-65; Babelon, E., Note
sur un exagium solidorum provenant de Dellys, in «Bulletin archéologique du Comité des travaux historiques et
scientifiques», 1898, pp. 150-151, pezzo che indica addirittura come Constantini l’unità ponderale, unciae e
solidi; Dieudonné, 1931, nn. 14; 15; 17; 22; 28; 29; 32-35; 43; 45; 47; 52; 55; 58; 61; 66; 73-80; 82-90; De
Palol, 1949, pp. 142-144; Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, pp. 104-105; Serra, 1989, nn. 1-4).
137 Cfr. p. 441.
138 CIL VIII, 3294; Hultsch I, 228, 20; 229; 231, 15; 245, 4 e 16; 250, 1; 268, 12; 313, 21-23; Schilbach,
1982, IV, 1; 2; 3; 7; 9; 11. Cfr. Du Cange, 1678, p. 156; F. Hultsch, Exagium, in PW VI/2, col. 1547, che
erroneamente ritiene però il termine un’indicazione ponderale pari a 1/72 di libbra introdotta da Costantino;
DizEp, vol. II, p. 2179; Schilbach, 1970, p. 183.
139 Cfr. Steuer, 1987, pp. 432-434. I pesi in vetro, rinvenuti solo in Oriente, ed in modo particolare in Egit-
to, si diffondono in epoca più avanzata, a partire dal VI secolo, e sono poi comunissimi in età araba: cfr.
Schlumberger, 1895, pp. 315-316; Kisch, 1965, pp. 81-82; Houben, 1982, pp. 9-10.
140 Cfr. Pink, 1937, pp. 349-350.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 105

sentano qui alcuni, che permettono in seguito di trarre alcune interessanti considera-
zioni141. Il più antico noto risale all’epoca di Giuliano, di cui reca il busto, mentre
mostra al verso una mano che regge una bilancia (Bendall, 1996, n. 1)142; di forma ro-
tonda, è decisamente sottopeso (3,98 g). Un altro, quadrato, ha invece un peso di
4,33 g. Più simili a monete sono invece quelli di Gioviano. Ve ne sono poi tre, qua-
drati, di Graziano e Valentiniano II, di peso variabile tra i 4,05 e i 4,21 g (Bendall,
1996, nn. 2-3), e uno di Valentiniano II, di circa 4,2 g di peso. 3,70 g è invece il peso
dell’exagium di Arcadio e Onorio che reca in esergo l’indicazione CONS(tantinopolis).
A nome del solo Onorio ne sono noti quattro: uno tondo, tre quadrati143; sono tutti
in bronzo, uno pesa circa 4,2 g, uno circa 4,3 g, gli altri due circa 4,4, e mostrano tut-
ti su un lato il busto dell’Imperatore con la legenda D(ominus) N(oster) Honori/us Au-
gustus, sull’altro la Giustizia con bilancia e cornucopia e la legenda Exagium / solidi
(Bendall, 1996, n. 5)144. Con le effigi di Arcadio, Onorio e Teodosio II ne sono noti
di più, quadrati e rotondi, con peso variabile tra 3,75 e 4,58 g. Uno di essi reca
un’interessante iscrizione, accompagnata dalla raffigurazione di Aequitas con bilancia e
cornucopia: EXAG(ium) SOL(idi) SUB VI(ro) INL(ustri) IO[h]ANNI COM(ite)
S(acrarum) L(argitionum); è di 4,79 g di peso, dunque superiore a 1/72 di libbra
(Bendall, 1996, n. 10)145. Infine, uno di Marciano pesa 3,93 g (Bendall, 1996, n.
15). Difficile dire a quando risalga quello parigino, bronzeo, che mostra su un lato
due Augusti diademati, sull’altro il semplice marchio (duo) D(omini) N(ostri) (Ben-
dall, 1996, n. 3)146. Di epoca teodoriciana è invece quello che riporta il nome del pre-
fetto urbano Bacauda, rinvenuto a Salona e del peso di 4 g147. Al regno di Giustiniano
e di Giustino si ricollega poi una serie di exagia in vetro, recanti indicazione del nome
dell’œparcoj `Rèmhj, di peso compreso tra i 4 e i 4,50 g, accompagnati da un nume-
ro minore di esemplari simili in bronzo148.
Un primo interrogativo cui si deve trovare soluzione è quale fosse l’autorità compe-
tente per la realizzazione degli exagia, la loro distribuzione, la loro conservazione149. È
risaputo che in epoca repubblicana e altoimperiale i pesi modello erano custoditi in
Campidoglio, ma non è possibile capire quando sia cessata questa pratica, e

141 Ci si limita qui a prendere in considerazione i pesi campione pari ad un solido. Per una descrizione gene-
rale degli exagia del V secolo, cfr. RIC X, pp. 8-9.
142 Cfr. Alföldi, A., 1962, pp. 404-405; Delmaire, 1989, p. 518.
143 Non sembra quindi provato l’argomento di Steuer, secondo cui exagia circolari presero il posto di quelli
quadrati intorno al 600: cfr. Steuer, 1990, pp. 53-54.
144 CIL XIII, 10030, 4. Cfr. Petrie, 1926, p. 25; Alföldi, 1970, p. 242; Charmasson, 1975, p. 297.
145 Cfr. Friedländer, 1883, pp. 56-57; Babelon, in DAGR, s.v. exagium; Delmaire, 1989, pp. 518-519.
146 CIL XIII, 10030, 6.
147 CIL III, 15130. Cfr. Pink, 1938, p. 92, n. 54.
148 Cfr. Schlumberger, 1895, pp. 317-318.
149 Cfr. Bendall, 1996, pp. 11-13. Non si prendono qui in considerazione le cosiddette tesserulae, che recano
incisi nomi, ma non indicazioni ponderali precise: non è infatti perspicuo il loro scopo, né i loro pesi permet-
tono di ipotizzarne un utilizzo per le verifiche delle monete. Esse recano una grande quantità di nomi, di viri
clarissimi, prefetti, procuratori ecc. Cfr., ad esempio, Serra, 1989, nn. 18-21. L’autore postula però un utilizzo
monetario degli oggetti, nonostante il peso, e giunge a proporre, sulla sola base di ciò, interpretazioni che ri-
sultano poco convincenti, come lo scioglimento Tibe/riani / proc(uratoris monetarum) del n. 21.
106 CAPITOLO SECONDO

l’attribuzione a Costantino, in quanto “inventore” del solido, di un provvedimento che


avrebbe affidato i nuovi pesi al prefetto al pretorio non va oltre il carattere della sempli-
ce ipotesi150. Sappiamo con certezza che pesi e misure ufficiali, per evitare le frodi, era-
no, almeno dal 383, conservati nelle mansiones e nelle stationes del cursus publicus, dove
potevano essere facilmente accessibili, come ci testimonia CTh XII, 6, 19151.
Questa costituzione, così come un’altra analoga152, è indirizzata al prefetto al pre-
torio, di cui si può facilmente immaginare un diretto coinvolgimento nella questione,
nei termini di cura della realizzazione e della distribuzione nei luoghi deputati dei
campioni. Non a caso, alcuni pesi recano indicazione proprio del coevo prefetto al
pretorio153. Nel 448, il suo ruolo è indicato in maniera assolutamente esplicita in una
novella di Maioriano154, e non è molto diversa l’affermazione, circa un secolo dopo,
nel 534, del prefetto al pretorio di Teodorico in Cassiod., Var. XI, 16, 2, da cui tra-
spare un quadro assolutamente affine155. Anche in Oriente, nello stesso lasso di tem-
po, e più precisamente nel 532, un prefetto al pretorio risulta “coinvolto” nella crea-
zione degli exagia: un esemplare conservato a Parigi reca infatti la legenda D(omino)
N(ostro) Iustiniano Perp(etuo) Aug(usto) exag(ium) fact(um) sub v(iro) ill(u)s(tri) Phoca
praef(ecto) pr(aetorio) ex cons(ule) ac patric(io) (Bendall, 1996, n. 25).
Ammiano Marcellino (XXVII, 9, 10) ci riferisce però come uno dei provvedi-
menti più meritevoli della prefettura urbana di Pretestato, nel 367-368, la decisione
di distribuire pesi ufficiali per tutte le regioni di Roma, per combattere le frodi di
coloro che costruivano trutinae adulterate, e un coinvolgimento diretto del prefetto
urbano nella sorveglianza di pesi e misure è evidente anche dal fatto che alcuni exa-
gia ne recano il nome (ad esempio quello teodoriciano succitato, cui se ne aggiun-
gono altri, di peso diverso, a nome di Catulinus156, o altri pesi a nome di Ricimero e
del prefetto urbano Eustazio)157, ed è facilmente comprensibile, nel caso dei pesi
monetari, se si pensa che da lui dipendeva la corporazione dei cambiavalute158. CIL
150 Cfr. De Palol, 1949, p. 129.
151 Idem Aaa. ad Postumianum praefectum praetorio. In singulis stationibus et mensurae et pondera publice
collocentur, ut fraudare cupientibus fraudandi adimant potestatem. Dat. v non. octob. Merobaude ii et Saturnino
conss. Cfr. Pink, 1938, pp. 75-76.
152 CTh XII, 6, 21 = CJ X, 72, 9 (386).
153 Cfr. Pink, 1938, p. 72; Leclerq in DACL XIV/1, p. 1233.
154 Nov. Maj. VII, 15.
155 Initium igitur a libra faciemus, quia ubi conscientiam fas est intendere, inde debet sermo iudicis inchoare.
Hinc est, quod in ponderibus atque mensuris vos suggeritis ingravatos. Et ideo nostra cura providebit, ut nullius vos
alterius ex ea parte vexare possit iniquitas, quia grave scelus esse iudicamus aut mensuras modum excedere aut li-
bram aequissimi ponderis iustitiam non habere.
156 Cfr. Friedländer, 1844, pp. 29-30.
157 Cfr. Friedländer, 1849, pp. 54-55; Leclerq in DACL XIV/1, p. 1240.
158 Symm., Rel. 29, su cui cfr. pp. 290-304. Cfr. Babelon in DAGR, s.v. exagium; Pink, 1938, pp. 71-72;
Chastagnol, 1960, pp. 333-334. Si noti che già in epoca altoimperiale il prefetto urbano risulta, assieme al
prefetto all’annona, responsabile dei pesi e delle misure (cfr., tra gli altri, Chastagnol, 1960, p. 331; Herz,
1988, pp. 117-118). Dalla fine dell’età giustinianea, inoltre, sembrano inoltre passare dal controllo delle sacre
largizioni a quello della prefettura urbana la verifica e la “stampigliatura” degli oggetti di argenteria (cfr. Feis-
sel, 1986, pp. 136-137): questo conferma senza dubbio una “vocazione” dei prefetti di Costantinopoli (e di
Roma?) al controllo delle monete e dei metalli preziosi, ovviamente in accordo e secondo gli ordini della mas-
sima magistratura finanziaria. Gli exagia sono anzi, in questo senso, risultati fonte di primissimo piano nella
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 107

V, 8119, 1 sembrerebbe un peso lapideo a nome del prefetto Quintus Iunius Rusti-
cus, in carica tra l’aprile del 344 e il luglio del 345159; anche CIL VI, 1711 ci con-
ferma l’interessamento di Claudius Iulius Ecclesius Dynamius, prefetto intorno al
488160, per questioni ponderali, e ben quattro pesi noti recano il nome di Iulius Va-
lentinus, che esercitò la prefettura urbana nel terzo quarto del V secolo161. La situa-
zione non sembra differente con Odoacre, come mostra l’exagium solidi di Simma-
co: Salvo D(omino) N(ostro) Zen/on(e) et Domino / Odovacre è la legenda del dritto,
mentre Symmachus / v(ir) c(larissimus) Praef(ectus) / Urb(i) fecit quella del rovescio
(Bendall, 1996, n. 172), così come in età ostrogota, come mostra il già menzionato
peso di Bacauda. Anche a Costantinopoli, inoltre, vi era una responsabilità del prae-
fectus Urbi nella gestione di pesi e misure, come mostrano un exagium recante
l’iscrizione ™x toà ™parcikoà sekrštou, interpretato da Pink come il secretarium
del prefetto urbano162; questa competenza sembra ampliarsi molto nel VI secolo, a
giudicare dai pesi in vetro di età giustinianea cui si è già accennato sopra, rinvenuti
in tutto il territorio bizantino. Il titolo œparcoj – che corrispondendo al latino pra-
efectus non indica di per sé una sola carica con chiarezza – è utilizzato infatti in que-
sto contesto per indicare il prefetto urbano163, come mostrano alcuni pesi con la
formula œparcoj pÒlewj164 o quelli che recano chiaramente l’indicazione del-
l’™p£rcou `Rèmij, ad esempio quelli di Zemarchos (CIG I, 8984; Bendall, 1996,
nn. 126-128)165; almeno un altro è del prefetto urbano Geronzio (560 ca.)166. È
quindi assai difficile ipotizzare delle successioni cronologiche di responsabilità alter-
nate tra il prefetto al pretorio e quello della città167. Più tardi, presumibilmente nel
VI secolo, vi sono infine pesi recanti il nome di proconsoli. Sono soprattutto di ori-
gine africana e, data la cronologia, presumibilmente di ambito vandalico (Bendall,
1996, nn. 174-175)168, ma sono noti anche due esempi di origine palestinese (da
determinazione dei fasti della prefettura urbana di Costantinopoli nel VI e VII secolo: cfr. Feissel, 1986, pp.
120-121. È bene evidenziare, però, che la Novella 16 di Valentiniano III (su cui cfr. p. 441) non indica affatto
esplicitamente una responsabilità del prefetto urbano nella distribuzione dei pesi modello, come vorrebbe
Chastagnol, 1960 (cfr. p. 332). Mi risulta del tutto incomprensibile cosa intenda Basilopoulou quando parla
di controllo dei pesi affidato ai praefecti praetorii urbis (sic) (cfr. Basilopoulou, 1983, p. 244).
159 Cfr. PLRE I, p. 787.
160 Cfr. PLRE II, p. 382.
161 Cfr. Elvers, 1998, pp. 244-245.
162 Cfr. Pink, 1937, p. 351; Pink, 1938, p. 79. Cfr. anche Papadopoulos-Kerameus, 1900, pp. 668-669.
163 Cfr. Feissel, 1986, pp. 122-125.
164 Cfr. Feissel, 1986, p. 130.
165 Cfr. Schlumberger, 1895, pp. 24-26; Dieudonné, 1931, n. 22; Feissel, 1986, pp. 126-127. L’indicazione
™p(£rcou) `RÒ(mhj) (sic) è presente anche su un peso del prefetto Sergio (cfr. Grégoire, 1907), ma anche su
pezzi di Teodoro: cfr. Feissel, 1986, pp. 130-131. È ovvio che si tratta sempre di prefetti di Costantinopoli,
dal momento che parliamo di pesi in vetro del VI secolo, rinvenuti nelle aree soggette a Bisanzio: va risolto
senza dubbio in questo senso il dubbio espresso da Schlumberger, 1895, cfr. p. 318; lo stesso Schlumberger,
d’altronde, in un contributo di due anni precedenti aveva individuato senza alcun dubbio nella prefettura di
Costantinopoli l’incarico di Zemarco (cfr. Schlumberger, 1895, p. 26).
166 Cfr. Vikan-Nesbitt, 1980, p. 36.
167 Così, invece, ad esempio, RIC X, p. 9.
168 Cfr. Pink, 1938, pp. 72-73. Anche se l’identificazione di questi oggetti come exagia è stata talora messa in
discussione, essa resta per ora l’unica che attribuisca loro realmente una funzione riconoscibile: cfr. Elvers,
108 CAPITOLO SECONDO

Cesarea Marittima), intitolati a Flavio Stefano: ™pˆ Fl(ab…ou) Stef/£nou


¢nqup(£tou) / gr(amm£ria) ia/169.
Al prefetto urbano e a quello al pretorio sono intitolate una serie di tavolette in
bronzo del V secolo, interpretate da Mommsen come exagia, la cui natura è invece
incerta secondo il Dessau: in assenza delle indicazioni ponderali dei singoli pezzi,
che non sono state fornite né dal CIL né dalle ILS, possiamo ritenere più che plau-
sibile la lettura mommseniana, in virtù della ricorrenza dei nomi dei due funzionari
menzionati: un primo esemplare, rinvenuto a S. Daniele e ora a Venezia, al museo
Correr, recante il nome del prefetto al pretorio, si data al 458 (CIL V, 8119, 2 =
ILS 810: D(ominis) n(ostris) Leone / et Iul(io) Maiori/ano p(erpetuis) Aug(ustis) / Cae-
cina Deci/us Basilius p(raefectus) p(raetorio) fecit). Agli anni 461-463 rimonta invece
un esemplare di provenienza romana, CIL XV, 7108 = ILS 811, del prefetto al pre-
torio Celio Aconio Probiano. Altri due pezzi sono invece legati agli uffici della pre-
fettura urbana: CIL X, 8072 = ILS 813, del terzo quarto del secolo (salvis D(ominis)
/ n(ostris) et patrici/o Ricimere / Plotinus Eus/tathius v(ir) c(larissimus) / Urb(i)
pr(aefectus) fecit) e CIL III, 6335 = ILS 814, col nome di Castalius Innocentius Au-
dax, in carica tra il giugno 474 e l’agosto 475. Un ultimo esemplare, CIL V, 7118 =
ILS 812, invece, non è ben conservato, e reca il nome di un Publius Rufinus Valerius
il cui incarico, svolto sotto Leone ed Antemio, non conosciamo da altre fonti170: re-
sta perciò aperto il dubbio se si tratti di una prefettura urbana o al pretorio.
Dalla fine del IV secolo, però, contemporaneamente alle testimonianze relative
ai due prefetti, troviamo riferimenti anche al comes sacrarum largitionum171: come
già detto, si conoscono alcuni pezzi con i busti imperiali ed il nome di Giovanni,
che ricoprì questa carica del 404172; un ruolo di questo magistrato nella questione
risulterebbe attestato anche nel VI secolo, tanto nell’Italia teodoriciana (secondo
Cass., Var. V, 39, 5 i pesi sono forniti dal cubiculum, e quindi probabilmente dal
comes sacrarum largitionum che è ora anche cubicularius)173 quanto nell’Impero di
Giustiniano. Con Nov. Just. 128, 15, del 545, infatti, questo Imperatore stabilì
che per quanto riguardava i pesi da utilizzare per la verifica dei metalli preziosi la re-
sponsabilità ricadesse sul comes, mentre altre misure e pesi fossero di responsabilità
del prefetto al pretorio. Sembra che questi “prototipi” fossero custoditi a S. Sofia, e
una loro copia fosse inviata al papa ed al Senato di Roma174. Il rinvenimento, di cui
si è già trattato, di numerosi exagia di VI-VII secolo recanti il nome del prefetto ur-
bano attesta come, anche dopo la pubblicazione della Novella, questi mantenesse
comunque un qualche ruolo nella realizzazione e distribuzione dei pesi. A partire da
quel momento, infine, luogo deputato alla conservazione dei campioni non dove-

1998, pp. 248-249.


169 Cfr. Freis, 1982, pp. 217-218; Holum, 1986, p. 231-233.
170 Cfr. PLRE II, p. 1146.
171 Cfr. Steuer, 1987, pp. 434-435.
172 Cfr. Kent, 1991b, p. 42.
173 Cfr. Delmaire, 1989, p. 518.
174 Pragm. Sanct. 19; cfr. Babelon in DAGR, vol. II/1, p. 875. Chiaramente una simile informazione si riferi-
sce ad un momento successivo alla riconquista dell’Urbe da parte delle truppe bizantine.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 109

vano più essere stationes e mansiones, ma le chiese175.


Il controllo ecclesiastico sui pesi e sulle misure è, da questo momento, ben atte-
stato: nella prima metà del VII secolo Giovanni l’Elemosiniere, patriarca di Ales-
sandria potrà, a quanto narra la sua Vita, redatta da Leonzio di Neapolis, emanare
un prÒqema, una vera e propria disposizione legale, da esporre in ogni quartiere,
sulla necessaria unicità di pesi e misure nella citta egiziana (§3) 176.
È molto probabilmente nel giusto Delmaire, infine, quando sostiene che il riferi-
mento di Nov. Val. 16, 2, secondo cui sarebbe l’Imperatore stesso a fornire i pesi (a no-
bis dabuntur exagia) mascheri in realtà l’intervento del comes sacrarum largitionum177.
Al giorno d’oggi è assolutamente inaccettabile la spiegazione fornita da Babelon,
secondo cui la mancata chiarezza ed uniformità nel controllo dei pesi e delle misure
sarebbe uno dei segni delle convulsioni economiche in cui si dibatteva il tardo Im-
pero romano178. Dobbiamo quindi pensare che – anche prima della elaborazione
normativa giustinianea, che chiarisce le responsabilità e le incombenze una volta per
tutte – il comes sacrarum largitionum definisse per tutto l’Impero le misure ufficiali,
almeno per quanto riguardava il piede delle monete, la cui coniazione era pur sem-
pre alle sue dipendenze, e la pesatura dei metalli preziosi179. Tanto Cass., Var. V,
39, 5 quanto Nov. Val. 16, 2, infatti, si riferiscono esplicitamente alla pesatura delle
monete, e gli exagia rinvenuti con il nome di un comes sacrarum largitionum sono
indiscutibilmente monetari, dal momento che l’indicazione ponderale è espressa in
solidi. Anzi, l’esistenza di alcuni pesi che recano, accanto al valore in once, o in lib-
bre, o in altre unità, anche la precisazione dell’equivalenza in solidi180, potrebbe
proprio riflettere l’esistenza di due “circuiti paralleli” di pesi, gli uni a vocazione
monetaria (recanti, forse, indicazione ponderale in termini monetari)181 controllati
dagli uffici finanziari, gli altri invece, per le altre pesature, presumibilmente sotto la
responsabilità del prefetto al pretorio, e potrebbe essere legittimo chiedersi se il ter-
mine exagium non fosse applicato solo ai primi182.
Il motivo di una simile separazione non è del tutto perspicuo; in primo luogo,
però, i pesi “monetari” dovevano coprire una gamma diversa di misure, sicuramente
175 La sottrazione dei pesi pubblici dalle stazioni del cursus publicus potrebbe dipendere dalla riforma di que-
sto messa in atto da Giovanni il Cappadoce: cfr. Hendy, 1985, p. 332. È plausibile inoltre che da questo
momento in poi fossero prodotti gli exagia recanti immagini di santi, come quello più celebre, da una libbra,
oggi al British Museum, raffigurante S. Demetrio e S. Giorgio.
176 Cfr. Monks, 1953, pp. 354-355, ove non si cita, però, la Novella giustinianea in questione, ma solo il
luogo sopra indicato della Prammatica Sanzione.
177 Cfr. Delmaire, 1989, p. 517.
178 Cfr. Babelon, in DAGR II/1, pp. 873-878.
179 Cfr. Delmaire, 1989, p. 518.
180 Cfr., tra gli altri, CIL XIII, 10030, 59-65; Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, pp. 104-105.
181 Si noti, a puro titolo di esempio, l’indicazione N(omism£tia) IB SOL(idi) XII anziché (unciae) II su un
pezzo del Museo Archeologico Nazionale di Madrid (cfr. Mateu y Llopis, 1934, p. 12).
182 La “ripartizione” di questi pesi non monetarii potrebbe essere avvenuta su base provinciale: è noto un peso
di una libbra del VI secolo recante le indicazioni ™parc(…a) Qr£khj e provinc(ia) Thr(aciae), entrambe ripe-
tute due volte (cfr. Schlumberger, 1895, pp. 27-29). Non è affatto chiaro a partire da quali dati Lopreato,
1984 possa affermare (cfr. p. 73), del peso sferoidale del 534 a nome del prefetto al pretorio Foca, che rientra
in una tipologia «in dotazione agli agenti del fisco per la riscossione delle tasse».
110 CAPITOLO SECONDO

inferiore rispetto ai pesi utilizzati ad esempio per il grano (dalla siliqua alla libbra,
all’incirca). In secondo luogo non è da escludere che fossero realizzati in modo di-
verso, magari in materiali differenti, e distribuiti in altro modo: le costituzioni che
si riferiscono a stationes e mansiones non parlano in alcun punto di monete, e i pesi
campione monetali trovavano forse una migliore collocazione in sede di foro, dove
operavano i banchieri e i cambiavalute, o di uffici di esattori fiscali. L’indicazione
fornita dalla Novella giustinianea è dunque senza grosse difficoltà applicabile anche
almeno al secolo precedente, se non addirittura al IV. Non al prefetto del pretorio,
quindi sarebbe passata la tutela dei pesi monetari sottratti a Giove Capitolino, ma
alle sacrae largitiones183. Potrebbe essere di grande rilievo, a questo punto, notare
come alcuni exagia di epoca protobizantina particolarmente ricchi nella decorazione
mostrino sacchi di monete, che legano con evidenza il loro utilizzo al comitato delle
sacre largizioni, della cui insegna, conservata con la Notita Dignitatum, sacchi di
monete erano elemento caratterizzante184.
L’intervento degli altri funzionari, per quanto riguarda sempre verifiche di pezzi
di conio, è da collegare invece alla realizzazione delle copie, ed alla distribuzione dei
pesi campione nelle varie parti dell’Impero. Non può infatti non colpire come oltre
al prefetto al pretorio, incaricato dell’amministrazione civile delle grandi prefetture,
siano coinvolti proprio prefetti urbani e proconsoli, ossia i responsabili del “gover-
no” delle uniche aree dell’Impero non facenti parte di una prefettura, cioè le due
“capitali”, Roma e Costantinopoli185, e le province proconsolari, che costituivano
entità amministrative a sé stanti, non formalmente sottoposte all’autorità del vicario
e del prefetto al pretorio186. Gli exagia in nostro possesso, dunque, recanti il nome
dei diversi funzionari, o anche i volti imperiali, che vi imprimevano la loro “sacrali-
tà”187, dovevano essere proprio le misure campione che, copiate dal modello ufficia-
le a cura dei due prefetti o dei proconsoli erano collocate in ogni città188, come ter-
mine di riferimento o per realizzare ulteriori copie da utilizzare privatamente. Un
exagium da sei once – forse non monetale – conservato a Bruxelles mostra addirittu-
183 Cfr. Alföldi, 1970, pp. 243-244.
184 Cfr. Vikan-Nesbit, 1980, p. 35.
185 Il numero sempre maggiore e la sempre più ampia diffusione geografica dei pesi dei prefetti urbani a partire
dagli ultimi anni del regno di Giustiniano deve essere sommata alla loro acquisita competenza nella verifica degli
oggetti di argenteria, di cui già si è detto: siamo di fronte a qualche forma di ristrutturazione istituzionale, in se-
guito alla quale la cooperazione tra comes sacrarum largitionum e praefectus urbi si fa più stretta, ed il secondo vede
aumentare di molto il suo controllo sui metalli preziosi e sulle monete (cfr. Feissel, 1986, pp. 140-142, rispetto al
quale sarei più propenso a vedere, come detto, una situazione di collaborazione tra le due magistrature, piuttosto
che di “decadenza” delle sacre largizioni e di “usurpazione” di competenze da parte dei prefetti urbani).
186 Cfr. Not. Dign. Occ. XVIII ; Or. XX; XXI per Africa, Acaia, Asia (senza dimenticare, d’altronde, che gli
exagia proconsolari africani a noi noti potrebbero essere tutti di età vandalica, quando certamente i governato-
ri erano svincolati dal controllo prefettizio). La Palestina fu invece elevata a provincia proconsolare nel 536
(Nov. Iust. CIII): cfr. Holum, 1986, pp. 236-237. Difficile dire, però, se i pesi palestinesi vadano datati prima
del 545, quindi della Novella CXXVIII, o se costituiscano invece un’eccezione alla norma disposta da Giusti-
niano, concessa allo scopo di “elevare” i proconsoli rispetto agli altri governatori di provincia (così Holum,
1986, p. 239).
187 Cfr. Alföldi, 1970, p. 243.
188 Cfr. Alföldi, 1970, p. 243: «Exagien mussten zur Zeit ihres Gebrauchs besonderen staatlichen Schutz ge-
nossen haben».
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 111

ra, oltre all’indicazione ponderale, l’iscrizione pondus publicu(s) 189.


I privati utilizzavano invece pesi probabilmente ricavati da questi, o realizzati au-
tonomamente, che sono anepigrafi, o mostrano semplicemente graffite N o No, ab-
breviazioni di nÒmisma o nÒmismation, magari una croce o qualche elemento deco-
rativo190, ma nessuna raffigurazione imperiale né alcun riferimento ad autorità e-
mittenti191, oltre che, naturalmente altre monete come peso di confronto192. Sono
di questo genere i pesi rinvenuti all’interno di “kit” per la pesa delle monete, di cui
parleremo a breve, come quello di Lommel193, e moltissimi altri pesi conservati in
collezioni194. Interessante, in questo senso, anche un peso di una libbra che reca in-
ciso, sul bordo, un nome, Saprikius, presumibilmente il proprietario, privato citta-
dino che ne faceva uso195.
In secondo luogo è necessario trarre alcune considerazioni relative al peso degli
esemplari rinvenuti. La maggior parte di essi è infatti di peso inferiore a circa 4,5
g196, e questo dato è stato talora utilizzato come argomento dai fautori di una circo-
lazione del solido con valore nominale superiore all’intrinseco: il peso rappresentato
dall’exagium sarebbe cioè il valore minimo entro il quale alla moneta può essere ri-
conosciuto un valore uniforme197. Anche non ammettendo una circolazione non
ponderale dell’oro, bisogna chiedersi se, in una supposta irregolarità delle coniazio-
ni, gli exagia fossero intenzionalmente realizzati con un peso inferiore al dovuto, per
definire un margine di tolleranza al di sopra del quale il pezzo venisse effettivamente
computato per 1/72 di libbra d’oro198. Quest’interpretazione non è convincente,
dal momento che si scontra da un lato contro l’esistenza di pesi pari o addirittura
superiori a 4,5 g199, dall’altro con l’eccessiva irregolarità dei pesi registrati, che non
lascia in alcun modo intravedere una soglia comune200. Anche da un punto di vista
189 CIL XIII, 10030, 15.
190 Cfr. Kisch, 1965, pp. 153-154.
191 Già Papadopoulos-Kerameus corresse Papageorgios che aveva letto come NikÒlaoj un No(mism£tia)
lj: cfr. Papadopoulos-Kerameus, 1900, pp. 669-670.
192 Cfr. Scull, 1990, p. 187.
193 Cfr. Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, p. 110.
194 Cfr., a puro titolo di esempio, Pink, 1938, pp. 93-94, n. 63 e p. 97, n. 82, o i tre exagia acquistati dalla
collezione reale di Berlino nel 1882 (cfr. Friedländer, 1883, p. 58), o quelli del museo biblico di S. Anna a
Gerusalemme (cfr. Decloedt, 1914, p. 554).
195 Cfr. Vikan-Nisbet, 1980, p. 31.
196 Il peso medio sembrerebbe collocarsi intorno ai 4,3-4,4 g: cfr. Penna, 2001, pp. 283-285.
197 Cfr. Charmasson, 1975, p. 300.
198 Cfr. Babelon, in DAGR, s.v. exagium. Lascia intendere questo, pur in forma ipotetica, anche MIBE, cfr. p.
10.
199 Ad esempio Icard, 1923, n. 1, exagium pari a 6 solidi e pesante esattamente 27 g, dunque 4,5 g a solido; il
n. 20, invece, con incisione N(omism£tion), pari dunque a 1 solido, pesa ben 5 g.
200 Cfr. RIC X, p. 10. È bene notare che anche i pesi più grandi sono il più delle volte leggermente sottopeso:
uno da due once (II SOL XII, ossia (unciae) (duo) sol(idi) (duodecim) recita l’iscrizione), studiato da Sabatier,
risulta pesare 53,86 g, ed è quindi calibrato su un solido di 4,48 g. Dei pesi di Lommel, su cui si tornerà a
breve, tre sono in realtà inferiori al giusto, ma uno pesa invece 0,1 g in più (cfr. Brauer-Alenus-Lecerf, 1965,
pp. 104-105). Si noti inoltre come la moda dei vari pesi campione si attesti su valori sempre inferiori quanto
più piccola è l’unità rappresentata: cfr. Pottier, 2004, p. 57 e grafico p. 58. La spiegazione è chiaramente lega-
ta a fenomeni di alterazione chimica, che riguardano la superficie dei pezzi, e colpiscono quindi maggiormente
112 CAPITOLO SECONDO

prettamente teorico, poi, una simile iniziativa avrebbe solo dato modo ai privati di
occultare i pezzi più pesanti, pagando sempre con i più leggeri, a tutto detrimento,
quindi, dello Stato. I pesi registrati, in realtà, seguono molto da vicino i margini di
oscillazione noti per le stesse monete auree giunte fino a noi, e risultano quindi per-
fettamente idonei alla loro pesatura. Le ragioni di questa supposta carenza di peso
saranno dunque da vedere, ancora una volta, nell’usura (cui i pezzi in bronzo sono
particolarmente sottoposti), nella produzione “in serie” di copie a partire dal peso
campione, nella nostra non perfetta conoscenza dell’effettivo peso della libbra ro-
mana201; è bene poi ancora una volta tenere a mente la necessità di non sopravvalu-
tare la precisione degli strumenti di pesatura dell’epoca: per quanto raffinate, si trat-
tava pur sempre di bilance meccaniche, non in grado di cogliere sfumature di centi-
grammi (e talora forse neanche di decigrammi)202. Come esempio di quanto detto
si consideri una bilancia a due piatti, utilizzata certamente per pesare le monete
nell’Inghilterra del VI secolo, proveniente da Watchfield203. Essa ha i piatti di pesi
leggermente diversi: uno è pari a 1,912 g, l’altro a 2,1 g. Non possiamo dire se que-
sta differenza sia derivata dall’interramento dell’oggetto o se, come sembra, fosse o-
riginaria; in ogni caso ci testimonia come variazioni anche di alcuni decigrammi ri-
spetto a quanto ci aspettiamo non possano essere ritenute dirimenti204. Kent sugge-
risce anche di non trascurare l’ipotesi della frode, o dell’applicazione di qualche
forma di tassa205. Queste due eventualità, però, dovrebbero giocare a favore di un
exagium più pesante rispetto alle monete, a meno che non si tratti sempre ed uni-
camente di pesi utilizzati dai cambiavalute quando consegnavano oro al cliente in
cambio di bronzo. Se non si può quindi del tutto escludere che alcuni casi limite
(soprattutto quelli di peso superiore a 4,5 g) possano effettivamente trovare una si-
mile spiegazione, per la maggioranza dei pezzi questa non ha in realtà alcun signifi-
cato. Per restare in ambito ponderale, è opportuno sottolineare che alcuni pesi, che
usano sempre il solido come unità di misura, recano incisa l’indicazione usualis206.
Essa può avere un unico significato, ossia ribadire la “consueta” equivalenza 1 solido
= 1/72 di libbra. È difficile dire però se questo avvenga in relazione all’esistenza di
altri standard ponderali (ad esempio quando alcune popolazioni barbariche conia-
vano tremissi da 7 silique, e quindi solidi da 21, o in connessione con l’in-
troduzione dei solidi leggeri)207 o se invece – forse più verosimilmente – si tratti di
un’espressione a carattere “formulare”, come gli attributi eÜstaqmon e tetragram-

gli oggetti in cui la superficie è maggiore in rapporto al volume.


201 Cfr. pp. 42-43.
202 Cfr. Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, pp. 111-113.
203 Cfr. Scull, 1986, p. 112. Sul rinvenimento di Watchfield torneremo più diffusamente a breve.
204 Cfr. anche cap. 1, n. 62.
205 Cfr. RIC X, p. 10.
206 Ad esempio usuale[s] integr[i] solidi III in un pezzo di Cartagine, usu(ales) sol(idi) XXIIII su un exagium al
Cabinet des Medailles di Parigi, us(ua)l(es) d(omini) n(ostri) sol(idi) XII su un esemplare del British Museum:
cfr. Babelon, 1918, pp. 238-242; Adelson, 1952, pp. 37-38.
207 Cfr. Babelon, 1918, pp. 242-244; Leclerq in DACL, XIV/1, pp. 1228-1229. Sui solidi leggeri, cfr. pp.
378-390.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 113

ma‹on, ricorrenti, in relazione ai solidi, sui papiri208.


A colpire è poi la cronologia degli exagia rinvenuti, dal momento che non ne è
noto alcuno precedente il regno di Giuliano209. A partire dal 361-363, invece, la lo-
ro distribuzione è uniforme, dal momento che sono noti pezzi di Gioviano, di Va-
lentiniano e Valente, quindi di Graziano, Valentiniano II, Teodosio, e poi di Arca-
dio e Onorio, solo per restare nell’ambito del IV secolo210. In realtà questo dato, pe-
raltro passibile di essere smentito in ogni momento da nuovi rinvenimenti, non de-
ve indurci a credere che prima del 361 le monete venissero contate ma non pesate:
la costituzione di Costantino da cui siamo partiti dimostra esattamente il contrario.
Ciò che mancava era l’esistenza di pesi ufficiali appositamente realizzati per la pesa-
tura delle monete, la cui prima realizzazione può essere in effetti collegata con
l’introduzione da parte di Giuliano della figura dello zygostates, su cui ci dilunghe-
remo in seguito211. Negli anni precedenti si utilizzavano semplicemente i medesimi
campioni di peso usati anche per ogni altro materiale, certamente noti ed utilizzati
in epoca precedente. La stessa CTh XII, 7, 1 ci attesta un computo in once (con
maggiorazione di 1/6) dell’oro da versare.
Introdotti da Giuliano dei pesi ufficiali, quindi, la cui realizzazione e distribu-
zione viene regolamentata, come visto, con successivi provvedimenti fino ad epoca
giustinianea, i privati potevano presumibilmente ottenerne delle copie, o più fre-
quentemente realizzarle in proprio, partendo da oggetti di peso noto e sapendo che
il campione avrebbe dovuto pesare 4 scrupoli. Ognuno poteva così scegliere i cam-
pioni da predisporre, anche in relazione al tipo di attività svolta ed al tipo di bilan-
cia posseduta212. Era poi possibile, e presumibilmente molto diffuso, utilizzare per
le verifiche una moneta di peso e lega già garantiti213: è bene ricordare che l’uso di
un peso in oro puro facilitava le operazioni di controllo della purezza metallica, sia
nel senso di un confronto del colore che – ancor più – per l’uso della “bilancia idro-

208 Il primo, attestato certamente dal 415 (PMich XI, 613) è presente in altri due papiri datati dagli editori gene-
ricamente al quarto secolo (PFouad 53 e PLond III, 985). L’uso, evidentemente formulare, del termine, fa sì che
esso compaia, nel VI secolo, ad indicare pienezza di valore anche laddove non è possibile che vi sia stata una con-
creta operazione di pesatura, ad esempio in riferimento ad un numero di carati non pagabile con un numero inte-
ro di monete (a meno che non si intenda un pagamento effettuato in metallo grezzo, o pezzi di oreficeria, o
frammenti di monete): ad esempio, PFlor III, 291; PHerm, 26; StudPal III, 366. Più correttamente, ad esempio,
PLaur III, 110 (600) pone l’aggettivo dopo l’indicazione del numero dei solidi e prima di quella dei carati, da pa-
gare presumibilmente in divisionale. L’aggettivo tetragramma‹oj invece risulta in uso già dal IV secolo: BGU I,
316, del 359, ad esempio, contiene la formulazione crus[inîn] despotikîn tetragrammia…wn dizódwn. Il
termine compare anche in forma sostantivata, ad indicare tout court i solidi: SB XX, 14727 (VI sec.).
209 Prima che fosse reso noto il pezzo di Giuliano, inedito fino al 1962 (cfr. Alföldi, A., 1962, pp. 404-405),
si credeva che la loro introduzione risalisse solo al regno di Valentiniano II: cfr. Babelon, in DAGR, s.v. exa-
gium. Segue Babelon, in modo chiaramente erroneo, ancora Lopreato, 1984, cfr. p. 77.
210 Non mi risulta chiara quindi l’affermazione di R. Delmaire, secondo cui si distinguerebbero chiaramente
due fasi di massima densità di realizzazione degli exagia, nel 364-375, quindi agli inizi del V secolo, in corri-
spondenza con provvedimenti legislativi che si collocano in realtà, come abbiamo visto, nel 383 e nel 386 e
poi in pieno V secolo: cfr. Delmaire, 1989, p. 519.
211 Cfr. Charmasson, 1975, p. 299. Ivi zygostrates è chiaramente un refuso per zygostates.
212 Chi avesse avuto una bilancia con peso fisso, come quelle sopra descritte, non aveva ovviamente bisogno
di exagia da un solido, ma solo di peso inferiore.
213 Cfr. Pink, 1938, pp. 18-19 e soprattutto pp. 98-99, nn. 92-93; Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, p. 106 e 116.
114 CAPITOLO SECONDO

statica” descritta da Jenemann. Si poteva infatti osservare immediatamente se il


comportamento in acqua dei due pezzi fosse identico. Se è vero, infatti, che il peso
in bronzo, di minore peso specifico, doveva mostrare immediatamente un compor-
tamento differente rispetto alla moneta aurea, come sottolinea Jenemann214, è vero
altresì che una lega di oro e bronzo o di oro e argento si sarebbe rivelata più pesante
dell’exagium e non sarebbe stata quindi immediatamente riconoscibile. Solo l’uso di
un peso campione in oro puro può dare risultati ottimali in simili circostanze. È
forse, quindi, da reinterpretare in questo senso un piccolo lingottino, del peso di un
solido e recante inciso un delta (chiaramente indicante 4 scrupoli), della collezione
Thomas Whittemore. Vryonis, che ne diede notizia, escluse che si trattasse di un
exagium proprio in virtù del suo essere in oro puro215. Senza voler dare una defini-
zione certa dell’oggetto, è però forse opportuno rimettere in campo questa ipotesi,
che sembra assai più immediata e lineare di altre216.
Sono stati poi rinvenuti, in aree dell’Impero anche molto distanti tra loro, og-
getti di epoca tardoimperiale in connessione archeologica che si lasciano identificare
unicamente come dei veri e propri “kit” per la pesatura delle monete, del tutto ana-
loghi a quelli, conosciuti in gran numero, utilizzati nel corso del XVIII secolo217. Si
tratta di astucci, in legno o in pelle, forse talora ideati per essere appesi alla cintu-
ra218, contenenti una o più bilance e pesi219. Non è un caso – data la natura organi-
ca del contenitore – che il numero maggiore provenga dalle sabbie del deserto egi-
ziano220. Uno, dall’Alto Egitto, è un astuccio in legno, mancante del coperchio,
composto di due parti, che si incastrano perfettamente l’una nell’altra. Contiene
due bilance di grandezza diversa, pesi (da sei once a due solidi, ma quelli più piccoli
mancano) e monete (solidi e una moneta da 1 scrupolo e mezzo) da usare come
confronto. Siccome queste sono tutte di Costantino II e Costante, il pezzo deve es-
sere datato alla metà del IV secolo221.
Un altro reperto analogo proviene invece da Tebe, e contiene – oltre alla piccola
bilancia a due piatti e ad una pinza in bronzo per tenerla senza alterarne l’equilibrio
– pesi che vanno dal solido alla siliqua (0,19 g)222. Ancora, è particolarmente signi-
214 Cfr. Jenemann, 1985b, p. 192.
215 Cfr. Vryonis, 1968, p. 229.
216 L’interpretazione proposta da Vryonis si basava in realtà su un’erronea interpretazione dell’espressione
¢pÒluton c£ragma (su cui si veda il prossimo capitolo, alle pp. 223-231). Lo stesso autore indicava però in
primo luogo, come identificazione più immediata dell’oggetto, proprio quella con un exagium, scartata solo
per il motivo sopra indicato, che non sembra, come si è detto, in realtà dirimente.
217 Cfr. Kisch, 1965, pp. 134-137; Houben, 1982, p. 31; Steuer, 1987, pp. 431-432; Steuer, 1990, pp. 54-56.
218 Cfr. Werner, 1954, p. 16.
219 La funzione dei kit, oltre che per agevolare il trasporto, potrebbe essere stata anche quella di riporre la bi-
lancia quando non fosse in uso, così da prevenirne l’usura: su questo problema, cfr. Kisch, 1965, pp. 48-51.
220 Cfr. Sheppard-Musham, 1920, p. 5. I reperti egiziani di questo tipo sono probabilmente numerosissimi, ma
non sempre correttamente identificati: alcune parti di tali astucci, con fori tondi per l’inserimento dei pesi sono
stati ad esempio erroneamente catalogati come specie di tavolozze per pittura: cfr. Routschowscaja, 1979, p. 2.
221 Cfr. Sheppard-Musham, 1920, pp. 5-6; Petrie, 1926, pp. 26 e 42; Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, pp. 105-
106; Jenemann, 1985b, pp. 180-182.
222 Cfr. Sheppard-Musham, 1920, pp. 6-7; Petrie, 1926, pp. 26 e 42; Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, p. 106;
Jenemann, 1985b, p. 182.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 115

ficativo un esemplare egiziano conservato al Louvre: questo, probabilmente del tar-


do VI secolo, se non già del VII, presenta infatti sia un’invocazione ai santi Michele
e Teodoro, sia un’iscrizione inneggiante alla grazia di Dio223. Non si può non colle-
gare questi elementi con il provvedimento giustinianeo, prima analizzato, che affidò
alle chiese la custodia dei pesi-modello di ogni singola città224.
Fuori Egitto è stato ritrovato invece il “kit” di Lommel, in Belgio, all’interno di
una necropoli merovingia. L’astuccio in legno, in stato molto frammentario, forse
della seconda metà del VI secolo, mostra lo spazio per la bilancia ed almeno sei pesi.
Di questi ne restano quattro (un’oncia, tre, due e un solido), mentre dello strumen-
to di misurazione non si è conservato nulla225. In condizioni assai migliori è invece
il rinvenimento di Watchfield, Oxfordshire, venuto alla luce da un cimitero anglo-
sassone scavato con procedura d’emergenza nel 1983226. All’interno della tomba 67
resti di una borsa in pelle con parti in rame si presentavano in connessione con una
bilancia in lega di rame a due piatti, 4 pesi (uno a disco, di piombo, incompleto,
pesa ora 4,181 g e doveva essere pari a un solido227; un secondo, in lega di bronzo,
di forma bizantina, pesa 1,658 g, e la H, 8 silique, sopra incisa ci permette di iden-
tificarlo con un tremisse, sovrappeso di circa 0,1 g), 7 monete, che coprono un arco
temporale dal I secolo a.C. (moneta dei Leuci) al IV d. C. (l’ultimo sembra essere
un bronzo illeggibile da datare al 348-378), e infine un disco monetiforme in bron-
zo, forse l’estremo di una serie di coin-flans228.
Interessante è poi la presenza di un’iscrizione runica, che doveva essere cucita alla
borsa, hæriboki pusa. Se una prima interpretazione vi ha letto due nomi propri, è forse
più convincente una seconda, che interpreta il secondo termine come “borsa”, e vede
nel primo un composto di here, esercito, e di boki, genitivo singolare di bōc, con un
significato come “libro di conti dell’esercito”229. Il personaggio qui sepolto sarebbe
quindi un funzionario pubblico (difficile dire se civile o militare), incaricato di riceve-
re denaro e verificarne quindi peso e purezza. L’ipotesi di Scull secondo cui potrebbe
essere stato un riscossore di multe, previste in denaro, sembra estremamente convin-
cente230. D’altronde anche i restanti dati archeologici sembrano confermare uno stret-
to collegamento tra questo tipo di rinvenimento ed un’appartenenza sociale medio-
alta, connessa con funzioni pubbliche: la connessione archeologica assolutamente pre-
ponderante, nella Gallia merovingia, di queste bilance con armi (la cui presenza nella
tomba anglosassone non può essere completamente esclusa, dato che lo strato superio-
re è stato asportato da macchine)231, fa propendere per una appartenenza ad una mili-

223 Cfr. Routschowscaja, 1979, pp. 3-4.


224 Un catalogo di altri esemplari egiziani di “kit per la pesatura” è in Routschowscaja, 1979.
225 Cfr. Breuer-Alenus-Lecerf, 1965, pp. 103-105.
226 Cfr. Scull, 1986, pp. 105-106.
227 Cfr. Scull, 1986, p. 123.
228 Cfr. Scull, 1986, pp. 112-116.
229 Cfr. Scull, 1986, pp. 123-126.
230 Cfr. Scull, 1986, pp. 128-130.
231 Cfr. Werner, 1954, p. 14 (che parla di “nobiltà”, sottolinenando però come molte tombe nobili non con-
tengano bilance e come quelle che le contengano non presentino in realtà gioielli o oggetti di oreficeria); Feu-
116 CAPITOLO SECONDO

tia (nel senso più ampio che il termine assume in epoca tardoantica) che avrà avuto,
tra le sue funzioni, anche la riscossione di tasse e pene pecuniarie. La datazione è da
collocare intorno al 540232. Altri esempi di simili “kit” sono noti in Gran Bretagna e
nella Gallia merovingia. Qui sono note tombe contenenti bilance con pesi, bilance a
piatto unico e peso fisso (calibrato sul tremisse)233, ma anche pietre di paragone234. La
natura organica dell’astuccio, e la facilità con cui, negli scavi condotti alcuni decenni
fa, non si riconoscevano oggetti metallici assai deteriorati rende estremamente proba-
bile che il campione rinvenuto sia del tutto irrisorio. Ciò che preme sottolineare è che
ci sono testimonianze, dal IV al VI secolo235, dell’effettiva diffusione, anche in piccoli
centri, della pratica della verifica per pesatura delle monete, effettuata con strumenti
diversi e pesi campione di varia natura, mentre gli exagia più belli e riccamente deco-
rati, con busti imperiali e nomi di funzionari pubblici erano con ogni probabilità mi-
sure ufficiali, dislocate nelle stazioni di posta e poi nelle chiese, non usati quotidiana-
mente dai singoli esattori, riscossori o cambiavalute.
4. Il “valore dell’oro” e il suo utilizzo negli scambi
Si legge frequentemente che, a partire dall'Impero di Costantino, con l’“an-
coramento all'oro” del sistema monetario romano, tale metallo prezioso avrebbe
cominciato ad essere utilizzato nelle comuni transazioni, prima appannaggio del de-
narius: «i pezzi aurei cominciavano ormai a penetrare in operazioni di scambio più
correnti, che nei secoli precedenti erano state affidate al solo uso del bronzo ar-
gère-Depeyrot-Martin, 1996, pp. 353; Scull, 1986, p. 115.
232 Cfr. Scull, 1986, p. 127.
233 Cfr. Feugère-Depeyrot-Martin, 1996, pp. 359-360.
234 Cfr. Werner, 1954, pp. 8; 17; e pp. 31-39 per un catalogo delle bilance merovinge allora note. Non si può
però accettare la considerazione dell’autore, secondo cui ognuno doveva verificare da solo le proprie monete e po-
teva quindi essere in possesso di un “kit” di questo genere (anche Werner, 1961, cfr. p. 590). Più accettabile la
posizione di Steuer, 1987 (cfr. p. 454), secondo cui possedevano le bilance tutti coloro “che avessero a che fare
con i metalli preziosi”, dunque monetieri, orefici, commercianti (si intende di beni di lusso) e – aggiungiamo noi
– persone impegnate in esazioni e riscossioni, come nel caso del “kit” di Watchfield (cfr. Scull, 1990, pp. 204-
205, ove si evidenzia come non solo i mercanti dovessero utilizzare gli strumenti di pesatura; cfr. anche pp. 207-
208): è evidente che le bilance ed i pesi inglesi non potessero avere a che fare con la coniazione, dal momento che
fino agli inizi del VII secolo non vi fu alcuna produzione monetaria anglosassone, ma questo non esclude che ve-
nissero utilizzate per verificare monete coniate altrove (cfr. Scull, 1990, pp. 196-197). Una rettifica a Werner è
venuta anche da Kyhlberg, 1986, cfr. p. 16: «in late Roman and early medieval times the weight and gold content
of a coin must have been important even in the face-value areas». La maggiore diffusione, in generale, delle bilan-
ce nella Gallia merovingia di VI secolo si spiega sostanzialmente con la parcellizzazione delle operazioni di conia-
zione, e non solo di verifica, e con le modifiche ponderali e le oscillazioni nella purezza, che contraddistinguono
questo regno. Alcune tombe merovinge contengono anche bilance a un unico piatto: cfr. Behrens, 1939, p. 19.
Per le pietre di paragone, cfr. Scull, 1990, p. 185.
235 La minore diffusione, secondo Werner, di questi strumenti nel IV secolo e nelle aree a suo parere più ro-
manizzate e dunque più monetarizzate si scontra, ad esempio, con il dato dei rinvenimenti egiziani (per non
parlare delle singole bilance, ad esempio quelle manuali, provenienti dall’area medioorientale) che, in effetti,
lo studioso tedesco sembra non conoscere: cfr. Werner, 1954, pp. 8-9 e 19-20; Werner, 1961, pp. 590-593.
In realtà, come Werner stesso indica, tre bilance per la pesatura delle monete sono note per il IV secolo a Co-
lonia, e i successivi rinvenimenti, come mostra la cartina elaborata da Steuer, 1987 (cfr. p. 446) hanno in par-
te riequilibrato la nostra immagine della distribuzione geografica di questo tipo di materiale. Le bilance, anche
quelle in uso in area nordeuropea, sembrerebbero inoltre tutte importazioni dall’area mediterranea: cfr.
Steuer, 1987, p. 449. Per una completa critica all’ipotesi di Werner cfr. anche Steuer, 1987, pp. 452-456.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 117

gentato»236. È bene però approfondire la veridicità di questo concetto.


Per farlo, è opportuno in primo luogo riferirsi ad alcuni calcoli relativi alla defi-
nizione della soglia di povertà nel mondo tardoimperiale237. Questo va fatto pren-
dendo le mosse da un importante frammento di Ermogeniano, conservato nel Di-
gesto: Hermogenianus sexto iuris epit. Nonnulli propter paupertatem, ut sunt qui mi-
nus quam quinquaginta aureos habent. (D XLVIII, 2, 10).
La soglia di povertà qui indicata è riferita in aurei, cioè le monete da 1/60 di
libbra che circolavano all'epoca di Diocleziano, quando Ermogeniano visse. In real-
tà, però, il suo inserimento nel Digesto, ed il fatto che – trattandosi ovviamente qui
di calcoli assai approssimativi, volti a fornire solo alcune linee-guida sull'arricchi-
mento e la “dimensione” dei prezzi – la differenza tra le due valute è irrisoria a con-
fronto con la stabilità che tale soglia dovette avere perché il testo fosse considerato
ancora degno dell'inserimento nel Digesto tre secoli dopo la sua stesura, permetto-
no tranquillamente di condurre le nostre considerazioni come se la cifra indicata
fosse pari a 50 solidi238.
Fatte queste debite considerazioni, è ovvio precisare in primo luogo che Ermo-
geniano non può riferirsi ad un reddito, come uno stipendio, nemmeno annuo,
come vedremo tra breve, ma anche per i chiarimenti forniti dal contesto stesso deve
riferirsi ad un capitale, una somma accumulata, di proprietà dell'interessato, e di-
sponibile al momento. L'unico dubbio che è lecito porsi è se i beni immobili vada-
no computati nelle 50 “monete”.
La Patlagean ha escluso questa possibilità, in considerazione soprattutto degli al-
ti costi delle case, e ritenuto che si trattasse unicamente di una disponibilità di “con-
tanti”239. Secondo CTh XV, 1, 30, del 393, ad esempio, una casa non può essere
abbattuta – e dunque è considerata di buon livello – se vale 50 libbre d’argento o
più. Facendo un computo assolutamente teorico, basato sull'equazione 1 libbra
d'argento = 5 solidi, fornita da CTh XIII, 2, 1, tale valore è infatti – in oro – corri-
spondente a 250 solidi. È bene però tener presente – come segnala la Patlagean stes-

236 Cracco Ruggini, 1987, p. 191. Cfr. anche Cracco Ruggini, 1961, pp. 390-391; Dupont, 1963, p. 181, se-
condo cui l’introduzione del solido avrebbe mirato, tra le altre cose, ad introdurre una moneta stabile da utilizzare
nelle transazioni private, e Callu, 1969, p. 418. Anche Jairus Banaji ha indicato nell’oro in epoca tardoimperiale
«a mass currency which permeated all levels of social life» (Banaji, 2001, p. 60), citando peraltro in sostegno un
passo di Giovanni Crisostomo che non fa, in realtà, che confermare l’esistenza di una società fortemente moneta-
rizzata (usando, però, il termine ¢rgÚrion). Ancora più recentemente hanno ribadito il concetto G. Depeyrot
(Depeyrot, 1992, p. 75: «Cette banalisation de l’or, facilitant sa pénétration dans des strates d’échanges plus bas-
ses»), Bravo Castañeda, 2001 (cfr. p. 166); X. Loriot («le métal jaune se répand jusque dans les couches le plus
modestes de la société», Loriot, 2003, pp. 66-67); J. P. Callu, secondo cui la diffusione dell’oro nei piccoli com-
merci avrebbe addirittura ridotto l’inflazione (cfr. Callu, 2003a, p. 214); R. Reece (Reece, 2003, p. 147).
237 Pur tenendo fermamente presenti le riserve espresse da Kula, 1963 (cfr. pp. 222-230) sulla possibilità di
condurre riflessioni relative a consumi e tenori di vita nelle società precapitalistiche, le osservazioni dello stori-
co polacco si applicano poco al nostro caso, dal momento che scopo di questo paragrafo non sarà determinare
livelli di bilanci familiari, o indici di prezzi, propensione ai consumi, “panieri” statistici, ma solo definire, in
termini molto approssimativi, con quanto oro fosse possibile sopravvivere, così da avere un’idea dell’effettivo
potere d’acquisto della valuta aurea, e dunque della sua eventuale penetrazione presso gli strati sociali inferiori.
238 Cfr. Patlagean, 1974, p. 66. Questa soglia indicata da Ermogeniano permane anche in epoca postgiusti-
nianea, nella legislazione della dinastia macedone.
239 Cfr. Patlagean, 1974, p. 66; Patlagean, 1977, p. 380.
118 CAPITOLO SECONDO

sa – che abbiamo attestazioni anche relative a case di valore assai inferiore, come
quella da 28 solidi proprietà di un soldato in PNess 21, del 562240. In realtà i prezzi
sembrerebbero essere stati talora ancora inferiori, se nel VI secolo PLond V, 1735
indica un prezzo di 3 solidi per 1/5 di un’abitazione e PLond III, 991 un’intera casa
del costo di 5 solidi241. Una casa di 10 solidi compare, invece, in un testo talmudico
databile al terzo quarto di IV secolo242.
Al di là delle case, poi, i 50 solidi possono includere anche il valore di altri beni
immobili, ed in particolare di beni che diano un reddito, ad esempio terreni sotto-
posti a coltura; una fonte di entrate, peraltro, sarebbe a buon motivo inserita nella
definizione di una soglia di povertà243. Ci sembra dunque di poter ritenere che i be-
ni immobili siano inseriti in questo computo, soprattutto in considerazione del fat-
to che, come vedremo a breve, 50 solidi sono una somma molto consistente, “in
contanti”, per definire una soglia di povertà.
In merito alla definizione di questa, ovviamente molto approssimativa, “soglia di
sussistenza” sono interessanti soprattutto alcune recenti considerazioni di Carrié.
Partendo dal riferimento di Ermogeniano, che – come si è detto – andrà inteso non
come reddito ma come capitale anche in beni immobili, e utilizzando un tasso teo-
rico di profitto all’8%, che da molte teorie economiche risulta quello più vicino al
vero, emerge un reddito annuo di 4 solidi, che coincide esattamente con calcoli dal-
lo stesso Carrié fatti per l’Egitto, confrontando i prezzi delle derrate con necessità
teoriche alimentari e di vestiario244. Supponendo dunque – e non è necessario che i
calcoli siano precisissimi – che una soglia di sussistenza sia di circa 4-5 solidi l'anno,
o forse qualcosa di meno245, si rende immediatamente evidente come la moneta au-
rea abbia mantenuto intatto tutto il suo valore, non qualificandosi affatto, quindi,
come moneta utilizzabile anche nelle quotidiane transizioni commerciali operate dal
popolo minuto.
4 solidi l’anno sembra anche essere lo stipendio medio dei funzionari del servizio
civile246, e 4-5 solidi annui quello dei soldati247. Questa cifra era poi integrata varia-

240 Cfr. Patlagean, 1977, p. 382. Ci sono naturalmente anche case di valore assai superiore, come quella nel
pieno centro di Costantinopoli per cui, secondo la Vita di S. Marciano, fu pattuito un prezzo di 2000 solidi
(cfr. Saradi, 1996, p. 19), o la casa ed il terreno dell’usurpatore Eracliano, che valevano 2000 libbre d’oro
(Olymp., fr. 23 Blockley).
241 Cfr. la tabella di Johnson-West, 1949, pp. 198-200.
242 Y. KetubotA 4, 13. Cfr. Sperber, 1974a, p. 31.
243 Patlagean, 1974, p. 66 insiste sul fatto che, trattandosi della «somme requise au moment où doit être ap-
préciée la capacité de l’accusateur éventuel», non può che essere qui indicata una somma di denaro “a disposi-
zione”, in contanti. In realtà anche i beni immobili possono rientrare tranquillamente nel computo della ca-
pacità economica dell’accusatore, perché produttori di reddito e perché in ogni caso sottoponibili a confisca.
244 Cfr. Carrié, 1997, pp. 137-138; Carrié, 2003a, pp. 91-95. Cfr. il medesimo luogo anche per una critica
alle teorie di Durliat (cfr. Durliat, 1990a, pp. 541-542), che supponeva invece per la soglia di sussistenza un
reddito di 15-20 solidi l'anno, realmente troppo alta per essere credibile.
245 Cfr. Morelli, 1996, p. 181, secondo cui 3 solidi l’anno avrebbero permesso il sostentamento del solo lavo-
ratore, 5 solidi l’anno anche quello di un piccolo nucleo familiare.
246 Cfr. Liebeschuetz, 1987, p. 460.
247 Cfr. Whittaker, 1980, p. 19 (n. 47). Un’ampia rassegna di salari nell’Egitto tardoantico è quella raccolta
da Johnson-West, 1949, cfr. pp. 194-197.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 119

mente, ma doveva costituire – agli occhi dello Stato – un pagamento che bastasse a ga-
rantire la sussistenza. Quattro o cinque solidi erano infatti anche l’annona annua per la
truppa e per il dux all’epoca di Valentiniano III, nonché l’ammontare delle aerariae
annonae in età giustinianea248; 4 solidi costituivano anche il capitus fornito a parte
dell’esercito249 e la quantità di denaro assegnata per le spese di abbigliamento ed ar-
mamento ad un soldato nel momento in cui si arruolasse prima del 375250, quando per
legge l’importo fu innalzato a 6 solidi251. Anche a voler largheggiare, il mantenimento
per un anno di un soldato nel 550-560 si attestava intorno agli 8 solidi e mezzo252.
Interessante è poi un passo di Gregorio di Nissa, in cui si indica in un solido più
vitto il salario di trenta operai intenti in opere di costruzione da lui commissiona-
te253. Si tratta probabilmente di un importo collettivo giornaliero: ogni operaio do-
veva pertanto ricevere 1/30 di solido al giorno, o 1 solido dopo 30 giorni lavorativi
(dunque poco più di un mese)254. Questo non è discorde con l’idea della Patlagean
secondo cui lo stipendio di un operaio di alta specializzazione non doveva superare i
10 solidi l’anno255. Ancora: nel 564 lo stipendio annuo di un tabularius del cursus
publicus era – secondo la plausibile ricostruzione di Rémondon – 4 solidi meno 5
carati256, e nel 588 l’aiutante di un orefice prendeva 3 solidi l’anno (POxy LVIII,
3933). Tutte le cifre fin qui presentate tornano perfettamente anche con i dati in
nostro possesso relativamente alle rendite fondiarie257. E mentre 2 solidi e ¼ costi-
tuivano la paga annua del servitore di un avvocato ad Antiochia nel 569 (P Strassb
40), 1 solido l’anno era ancora considerato sufficiente per l’allevamento di un bam-
bino fino a 10 anni (Lex Visig. IV, 4, 3, probabilmente di Eurico; CJ VII, 7, 1)258.
Altri mestieri avevano retribuzioni che andavano da mezzo solido al mese ad un so-
lido al mese259, mentre i lavoratori più specializzati potevano arrivare a guadagnare
anche 20 solidi l’anno260.

248 CJ I, 27, 1, 22 e I, 27, 2, 22 (534). Considerando, pur con la dovuta cautela, il prezzo delle derrate ali-
mentari e della legna, ai soldati sembra fossero fornite merci per un valore di circa 12 solidi l’anno: cfr. Jo-
hnson-West, 1949, pp. 226-227.
249 Cfr. Ostrogorsky, 1932, p. 303; Jones, 1964, pp. 460-461; Hendy, 1989a, p. 18.
250 PLond. III, 983. Cfr. Rémondon, 1966a, pp. 167-172.
251 CTh VII, 13, 7, 2.
252 Cfr. POxy XVI, 1920. Cfr. Segré, 1942-43, pp. 407-409; Ermatinger, 1996, p. 11.
253 Greg. Nyss., Ep. XXV, 12.
254 Cfr. Milewski, 2000, p. 52.
255 Cfr. Patlagean, 1977, p. 400.
256 PGot 9. Cfr. Rémondon, 1966a, pp. 173-178.
257 Cfr. Vera, 1999, pp. 1014-1015.
258 Cfr. Jones, 1964, p. 448; King, P. D., 1972, p. 239-240; Orlandis, 1972/73, p. 21; Orlandis, 1975, p.
170; Vera, 1999, pp. 1014-1015.
259 Cfr. Morelli, 1997, p. 735. Secondo Durliat, 1998 (cfr. p. 108) dovevano essere rari gli stipendi superiori
ai 12 solidi l’anno: il dato è assolutamente veritiero, anzi fin troppo ottimistico, dal momento che si basa sulla
moltiplicazione per 12 dello stipendio di 1 solido al mese, che «superano solo gli operai specializzati»; difficil-
mente, però, questi avranno lavorato tutto l’anno, soprattutto nel caso di mestieri che potevano dipendere in
modo rilevante dalle condizioni climatiche.
260 Cfr. Morelli, 1996, p. 153. È bene ricordare, ad ogni modo, che ciò che stiamo cercando di definire è il
livello di sussistenza in epoca tardoantica, e non si deve esagerare, in direzione opposta, nell’abbassare troppo i
120 CAPITOLO SECONDO

Anche le testimonianze relative alla Spagna visigota, quindi, non sono in contrad-
dizione con quanto detto: Lex Visig. XI, 3, 4 indica in tre solidi la cifra che un mer-
cante deve corrispondere annualmente ad un proprio eventuale mercennarius261, e du-
rante il regno di Leovigildo Masona, esiliato dal sovrano, dà in elemosina l’unico soli-
do con cui doveva provvedere alle necessità del suo gruppo di accompagnatori, chie-
dendo indietro alla mendicante beneficiata un unico tremissi, evidentemente suffi-
ciente a soddisfare i bisogni primari262. In generale, in sostanza, nella Spagna visigota
la soglia di sussistenza doveva aggirarsi intorno ai 3-4 solidi annui263. Per trovare un
riscontro in una diversa area geografica, si noti che anche i pochi dati trasmessi dalla
letteratura rabbinica sono del tutto compatibili: un solido basta per acquistare il pane
per un anno intero (Yerushalmi Baba Mezia 5, 6, composto nel 310-350); otto solidi
è il prezzo di una mucca o un asino (4, 1, del 350-370)264.
Non è sicuramente contrastante la testimonianza fornita da un papiro ossirin-
chite del VI-VII secolo, POxy LVI, 3870: secondo questo testo Justus è stato arre-
stato, è nella prigione di Eracleopoli e ha dovuto vendere anche il proprio mantello.
Chiede pertanto a Giorgio di intercedere presso il suo superiore perché gli invii un
solido da detrarre dal suo stipendio mensile. Ora, Justus è un chartularius, dunque
un funzionario di rango abbastanza elevato, ed avrà quindi avuto uno stipendio
piuttosto alto. Il “contratto” stipulato tra Aurelio Kolluthos e Flavio Phoibammon
nel 569 (PStrass I, 40), ad esempio, prevede uno stipendio per il primo, che si pone
al servizio del secondo, parte in denaro parte in natura, indicabile però, sulla base
dei prezzi a noi noti, in circa 3 solidi, 1 carato e 1/3 l’anno265. Uno stipendio men-
sile di un tremissi sembra essere stato nella norma, per una somma pari a 12 tremis-
si, cioè 3 solidi, l’anno266.
Leonzio di Neapolis ci racconta che il patriarca Giovanni l’Elemosiniere, ricevu-
ta una ricca coperta del valore di 36 solidi, è turbato al pensiero che con quella cifra
si potrebbero coprire 144 poveri, al prezzo cioè di un quarto di solido l’uno267. Al-
cuni mestieri, come quello di scriba o di fabbro, quindi non necessariamente tra i
più umili, sono pagati circa 6 solidi l’anno anche agli inizi dell’VIII secolo268. Tra 5
e 7 solidi annui sembra essere anche il salario di un vasaio e di un plintheutes269, e

salari dei lavoratori, che potevano guadagnare anche cifre superiori ai 15 solidi: cfr. Morelli, 1996, pp. 153-
159 («se un salario non consente almeno la sopravvivenza del lavoratore si deve pensare o che esso non sia il
salario intero o che il lavoratore abbia altre fonti di entrate»).
261 Cfr. Orlandis, 1972/73, pp. 21-22; Orlandis, 1975, p. 171. Lex Visig. XI, 1, 7 indica in 12 solidi la cifra
data ai medici per mantenere un discipulus, ma non risulta chiaro se sia un versamento periodico o, forse più
probabilmente una una tantum. Come vedremo a breve, in ogni caso, le indicazioni relative ai medici non de-
vono essere tenute in considerazione per stabilire quale fosse la “soglia di povertà”.
262 Vitae Patr. Emerit. V, 7. Cfr. Claude, 1989, p. 47.
263 Cfr. King, P. D., 1972, p. 191; Barral i Altet, 1976, p. 74.
264 Cfr. Sperber, 1974a, pp. 149-151.
265 Cfr. Irmscher, 1980, pp. 247-248, con indicazione di molte altre testimonianze.
266 Per altre indicazioni analoghe, cfr. anche Morrisson, 1989, p. 258.
267 Vita Ioh. Eleem. 19. Cfr. Brown, 2002, pp. 19-20.
268 Cfr. Ostrogorsky, 1932, p. 295.
269 Cfr. Morelli, 1997, pp. 159-160.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 121

un terzo di tremisse mensile viene pagato nello stesso periodo a dei naupegoi che ri-
cevevano però anche un completo mantenimento270. Non a caso, dunque, uno sti-
pendio di 4 carati al giorno, o addirittura 8 per chi portasse un asino con sé, quindi
un solido ogni 4-8 giorni, è definito eccezionalmente elevato, e tale da attirare lavo-
ratori da ogni luogo (Zach. Rhet. VII, 6)271. Non può quindi essere considerata te-
stimonianza di segno opposto l’informazione sui 100 solidi – una cifra enorme, a
detta di Pallad., Hist. Laus. 37, 11 – che un monaco avrebbe guadagnato con la tes-
situra, mettendo da parte quanto aveva ottenuto in tutta la vita (e non avendo pre-
sumibilmente, nella comunità monastica, alte spese di mantenimento)272.
Il riferimento, in Giovanni Crisostomo, a un onorario medico di 100 solidi è as-
sai elevato (e forse iperbolico?); lo confermano – d’altra parte – altre informazioni
in nostro possesso, secondo cui i salari per la professione medica andavano da 35 a
99 solidi annui: si trattava cioè di un compenso assai ragguardevole273. Anche nel
regno visigoto i medici risultano – in comparazione con gli altri mestieri, straordi-
nariamente ben pagati: un’operazione di cataratta, ad esempio, costava 5 solidi (Lex
Visig. XI, 1, 5)274. Non è perciò possibile assumere questi dati come identificativi
della soglia di sussistenza delle masse275, né pensare che la proporzione tra questa e
le spese mediche sia la medesima di oggi. Per restare nell’ambito dei mestieri tradi-
zionalmente “ben pagati”, gli avvocati guadagnavano, intorno agli anni ’60 del IV
secolo, una cifra compresa tra 1 e 3 solidi, spesso pagata in natura, per processo, in-
dipendentemente dalla durata di questo276. La cifra è notevole rispetto alla soglia di
sussistenza, ma decisamente inferiore rispetto ai salari medici. Anche i retori, alme-
no quelli di fama, sembrano aver goduto di stipendi elevati277. Nei “ceti medi” si
inserivano anche, con ogni verosimiglianza, i mercanti impegnati sul commercio a
lunga distanza: nel VII secolo la Doctrina Jacobi riferisce per uno di essi, che lavora-
va alle dipendenze di un ploÚsioj, un salario annuo di 15 solidi278.
Valerio Neri, basandosi sulle cifre fornite dall'epistolario di Gregorio Magno (in
particolare l’Ep. VII, 23), relative alle elemosine ed al mantenimento del clero, so-
stiene che per coprire i bisogni essenziali di una persona nella Roma del VI secolo
servissero circa 2-3 solidi annui279. Non lo contraddice il fatto che altre epistole
gregoriane assegnino sei solidi alla madre di Urbico (Ep. II, 50) o trenta solidi an-
nui a Palatina (Ep. I, 57), dal momento che si tratta di persone appartenenti a strati

270 POxy XVI, 1893 (535): cfr. Morelli, 1997, p. 160. Cfr. anche Ostrogorsky, 1932, pp. 297-298.
271 Cfr. Jones, 1964, p. 858.
272 Hier., Ep. 22, 33.
273 Joh. Chrys., In paraliticum, 4; CJ I, 27, 1, 41 (534). Per altri papiri con stipendi di medici, cfr. Johnson-
West, 1949, p. 104. In PLond III, 982 (IV secolo) l’autore della lettera sembra dichiarare di aver usato un
mezzo solido interamente in spese mediche. Cfr. Milewski, 2000, p. 50.
274 Cfr. Orlandis, 1972/73, p. 22; Orlandis, 1975, p. 171.
275 Lo stesso vale per il notaio di Stud Pal VIII, 970, del 576: cfr. Ostrogorsky, 1932, p. 296.
276 Cfr. Chastagnol, 1980b, pp. 222-223.
277 Cfr. Jones, 1964, pp. 1001-1002.
278 Doctr. Jac. V, 20 = Travaux et Mémoires XI (1991), p. 217.
279 Neri, 1998, p. 97.
122 CAPITOLO SECONDO

sociali assai elevati (Palatina è definita illustris femina), cui il papa intende continua-
re a garantire un tenore di vita decisamente al di sopra della media280. D’altra parte,
è lo stesso pontefice a dirci, nel 598 (Ep. IX, 43), che Alessandro Frigisco, un porti-
tor di Catania, si lamentava per aver ricevuto 14 solidi e 2 tremissi come pagamento
per tre anni di lavoro, per un totale annuo, quindi, inferiore ai 5 solidi. Gregorio
non è sicuro che questi meriti di più, ed ordina quindi al defensor Scolastico di con-
durre un’indagine. Il cieco Filimud riceveva addirittura una donazione annua in ci-
bo del valore di mezzo solido (Ep. I, 44)281.
Tutto questo quadra perfettamente anche con i problemi relativi all'imposta detta
septem solidorum functio, corrispettivo personale dell'imposta reale della collatio gleba-
lis, cui erano tenuti tutti i senatori282. Le lamentele relative all'esosità di tale imposta e
la possibilità prevista di rinunciare alla dignità senatoria pur di non pagarla risultano
infatti assolutamente comprensibili nel momento in cui si realizzasse che la sua consi-
stenza equivaleva a circa 1 volta e mezzo il reddito di sussistenza minimo.
Ancora, una interessante testimonianza offertaci da POxy LIX, 4003, del IV-V
secolo, relativa alla costruzione di una chiesa, ci parla di una somma di tre solidi –
sommata al prezzo di un asino – come di una cifra sufficiente a terminare i lavori di
costruzione (ll. 11-16), che non saranno stati ancora molto avanzati se era necessa-
rio acquistare ancora 2 solidi di materiale (ll. 21-22), e se – soprattutto – dovevano
ancora essere ultimate le colonne (ll. 22-23)283; secondo Stud Pal X, 259, nel VI se-
colo, 21 000 mattoni in argilla cotta furono pagati 3 solidi e mezzo.
Non mancano riferimenti ad elemosine che in questo contesto risultano sor-
prendentemente abbondanti. Si tratta però sempre di donazioni proposte come e-
semplari, e dunque molto generose, da parte di personaggi pubblici, funzionari ecc.
In particolare l’etica aristocratica dell’elemosina costruisce figure esemplari che dan-
no ai poveri ingenti quantità di monete auree284. D’altra parte, però, quando Chil-
deberto II, a detta di Venanzio Fortunato, alla fine del VI secolo diede a S. Germa-
no 6000 solidi da donare ai poveri, questi riuscì a darne solamente 3000, perché
non trovò abbastanza poveri per terminare la somma285; allo stesso modo il vescovo
di Emerita Masona concesse alla basilica di S. Eulalia 2000 solidi, sufficienti perché
chiunque fosse in ristrettezze potesse prendere quanto voleva286. Anche i 50 solidi
che Arcadio dà a Porfirio e a ciascuno dei suoi compagni sono una cifra elevata, mi-
rata ad evidenziare la generosità dell’Imperatore287. Talora l’ammontare della dona-

280 Cfr. Krause, 1996, p. 122. Nella stessa prospettiva si colloca, ovviamente, la donazione abnorme, un soli-
do al giorno, offerta da Giustiniano alla vedova di Mamiliano, ma dopo averla privata completamente della
sua eredità (Procop., HA 29, 24-25).
281 Per questi ed altri esempi tratti dall’epistolario di Gregorio Magno, cfr. anche Brown, 2002, p. 89.
282 In merito, cfr. Carlà, 2009.
283 Non sorprende così che i 1000 solidi mandati da Giovanni l’Elemosiniere a Modesto per la ricostruzione
delle chiese distrutte dai Persiani siano indicati come una cifra altissima: Vita Ioh. Eleem. 17.
284 Cfr. Neri, 1998, pp. 121-127 per alcuni esempi.
285 Ven. Fort., Vita Germ. 13.
286 Vit. Patr. Emer. V, 3.
287 Marc. Diac., Vita Porph. 54.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 123

zione è indicato in un tremisse, cifra comunque certo ingente e scelta perché, come
si è detto, corrispondente ad un plausibile stipendio mensile di un lavoratore poco
qualificato288. Un tremisse è anche la cifra, evidentemente sufficiente per il sosten-
tamento per qualche tempo, che Giovanni l’Elemosiniere dispone sia data alle don-
ne che hanno partorito all’interno delle strutture da lui appositamente predisposte,
nel momento in cui vengono “dimesse”, una settimana dopo il parto (Anal. Boll.
1927, p. 22, § 7). È in ogni caso ovvio che le cifre trasmesse dalla letteratura agio-
grafica devono essere considerate con cautela, e sono molto facilmente soggette a
deformazioni iperboliche289.
Un’ulteriore considerazione deve essere tratta in relazione al riscatto dei cittadini
romani fatti prigionieri dai barbari290. Luigi Tondo ritenne infatti, sulla base di una
testimonianza di Prisco, che una cifra pari a 8 solidi, poi 12 dopo il 443, fosse il ri-
scatto dei cittadini poveri, e che una cifra del genere rientrasse nelle possibilità eco-
nomiche di una gran parte degli abitanti291. In realtà non abbiamo alcun appiglio
per conoscere la condizione sociale di chi pagò un simile riscatto, né alcuna espres-
sione di Prisco ci fa intendere che esso fosse considerato di scarsa entità. Al contra-
rio, abbiamo numerose testimonianze che ci indicano in un solido circa a testa
l’ammontare medio dei riscatti, e sotto l’Imperatore Maurizio, ci dice Cedreno, i
prigionieri nelle mani degli Avari non furono liberati perché l’Augusto rifiutò di
pagare anche solo 4 kšratia292; un tremissi risulta invece la cifra fissata dai Goti in
Greg. Tur., H. F. III, 13293; un po’ più alta la cifra fissata da Cosroe per gli abitanti
di Sura, 1,2 solidi a testa (Procop., BP II, 5, 29). Se queste ultime cifre sono forse
anormali perché troppo basse, non si può però concordare con Tondo che 8 solidi
fosse un pagamento per persone di basso livello sociale294.
Non regge nemmeno la deduzione numismatica secondo cui la presenza di qual-
che moneta d’oro in tesori composti per la maggior parte di bronzo dimostrerebbe
una penetrazione del metallo più prezioso in bassi strati sociali295: siccome non pos-
siamo sapere in alcun modo la collocazione sociale di chi depositò i tesori (in ogni ca-
so, comunque, persone che detenevano ricchezza mobile in quantità sufficiente da po-
tersi permettere di immobilizzarla) possiamo più facilmente collegare questo dato a

288 Così, ad esempio, in un apophthegma egiziano: cfr. «Revue de l’Orient chrétien», n. 12, 1907, p. 172. Cfr.
anche Claude, 1961, p. 238: «Wenn ein heiliger Bischof einem Armen einen Triens schenkte, so war das eine
Tat, die würdig war, in der Vita erwähnt zu werden».
289 Cfr. Claude, 1961, p. 240.
290 Cfr., in generale, Depeyrot, 1991b, p. 87.
291 Priscus, frr. 2 e 9, 3 Blockley. Cfr. Tondo, 1976, p. 207.
292 Cedren., vol. I, p. 700 D. Cfr. Grierson, 1959a, pp. 134-135, secondo cui un solido a testa sarebbe stato
«common reckoning». Ovviamente le persone ricche e importanti pagavano molto di più: cfr. i luoghi di
Grierson e Tondo indicati. Secondo lo stesso Teofane e Zonar. XIV, 13, Maurizio avrebbe rifiutato di pagare
riscatti di un solido prima, di mezzo solido poi, evidentemente ritenendoli troppo elevati.
293 Gregorio di Tours riferisce però anche che per Attalo, nipote del vescovo di Langres, furono richieste 10
libbre d’oro, proprio perché tali generatione (HF III, 15).
294 Su chi effettivamente pagasse i riscatti torneremo alle pp. 359-360.
295 Cfr. Bost-Campo-Gurt, 1983, p. 144. Cfr. anche Vogler, 1998a, p. 145, dove si nota l’importante pre-
senza della moneta divisionale, in età costantiniana, anche presso l’aristocrazia.
124 CAPITOLO SECONDO

momenti di scarsità di valuta aurea, come ci mostrerà PCol VII, 188296.


Risulta pertanto difficile credere che l'oro, anche nella forma delle frazioni di soli-
do, possa aver ricoperto un ruolo effettivo nelle transazioni commerciali più comuni e
quotidiane: si tornerà sul discorso anche in relazione alla scarsa emissione di sottomul-
tipli del solido, almeno fino all’epoca teodosiana, ed all’attività di compravendita dei
solidi operata dai nummularii297. Perciò, anche se è certamente vero che i solidi da
1/72 di libbra valevano meno degli aurei altoimperiali, rispetto ai quali contenevano
alcuni decigrammi d’oro in meno, sembra difficile che questo abbia inciso nel senso
di una loro maggiore facilità ad essere persi e a risultare quindi oggi archeologicamen-
te come stray finds298. Lo conferma, peraltro, Giovanni Crisostomo: E„ crÚsinon ›na
¢polšseij, oÙk ¨n ¤pantaj periÁlqej ™reunîn kaˆ zhtîn, éste aÙtÕn eØre‹n;,
«se perdessi una moneta d’oro non ripercorreresti tutti i luoghi frugando e cercando
per ritrovarla?» (Joh. Chrys., Ad pop. Antioch. XX, 8).
Non si può, in sostanza, che sottoscrivere l’opinione espressa da Hiernard, secon-
do cui anche singole monete d’oro sono forse da intendere al meglio come tesori se-
polti intenzionalmente piuttosto che come frutto di smarrimenti299. La presenza mas-
siccia di oro nelle case private, spesso menzionata300, è da riferire poi esclusivamente
agli strati sociali più elevati, come quell’aristocrazia senatoria le cui rendite ci sono
comunicate da Olimpiodoro (nel celeberrimo e commentatissimo fr. 41, 2 Blockley)
ed a cui appartenevano Melania e Piniano, di cui sono note le ricchezze301, ma non ha
alcuna attinenza con le condizioni di vita della maggior parte della popolazione.
In realtà, l’idea di una forte penetrazione dell'oro negli scambi commerciali
poggia, essenzialmente, solo su un famosissimo passo dell'anonimo de rebus belli-
cis302, secondo cui Constantini temporibus profusa largitio aurum pro aere, quod antea
magni pretii habebatur, vilibus commerciis assignavit; sed huius avaritiae origo hinc
creditur emanasse. Cum enim antiquitus aurum argentumque et lapidum pretiosorum
magna vis in templis reposita ad publicum pervenisset, cunctorum dandi habendique
cupiditates accendit. (De reb. bell. 2, 1-2).
Prima di procedere a qualunque attività esegetica, è necessario contestualizzare il
passo. L’intera operetta303, un breve libretto sulla cui datazione permangono alcuni
dubbi, ma che è per lo più considerata opera degli anni di Valentiniano I e Valente,

296 Cfr. p. 147.


297 Per i nummularii cfr. pp. 291-296.
298 Così Bland, 1997, p. 34.
299 «Nous croyons, en effet, que les découvertes de pièces de métal jaune ne sont qu’exceptionnellement liées à
un banal processus de perte: on n’égare que rarement une pièce d’or, et, si oui, elle est rapidement récupérée (sauf
impossibilité majeure, comme dans le cas des aurei retrouvés dans les égouts ou les canalisation de thermes), tant
son effect d’attraction est grand, lié à la fois à son fort pouvoir libératoire et à ses durables qualités de valeur-
refuge. Aussi un aureus, un solidus retrouvés isolément nous semblent-ils constituer, dans la grande majorité des
cas, de véritables trésors, dissimulés à dessein et ayant échappé au ramassage» (Hiernard, 1992, p. 106).
300 Cfr. Piganiol, 1945, p. 310.
301 Cfr. pp. 420-422.
302 Cfr., tra gli altri, Reinach, 1922, p. 217; Fusco, 1998, pp. 310-311.
303 Non si vuole qui usare il termine “pamphlet”, inadatto a definire il contenuto effettivo del libretto: cfr.
Fusco, 1998, p. 307.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 125

e in particolare dei primissimi anni di regno dei due Imperatori304, tratta, come mo-
stra perfettamente il titolo stesso, la cui è autenticità non è però del tutto certa305,
argomenti di natura militare. Troppo spesso la critica moderna ha tentato di mo-
strare una sostanziale disorganicità306, o quantomeno una divisione in due parti del-
lo scritto307, ritenendo di contenuto militare solo la seconda, che tratta dei macchi-
nari bellici (capp. 6-19) e dei confini imperiali (cap. 20)308, trascurando che anche
l’ultimo capitolo, il 21, si occupa di legum confusio e quindi di questioni civili, ma
soprattutto non cogliendo la profonda unitarietà che tiene insieme tutta l’opera, e
che non dà l’impressione di un netto stacco nella trattazione. È la prefazione stessa a
sintetizzare il contenuto del libello e a renderne evidente l’ispirazione unica (De reb.
bell. praef., 10-11). Tutti gli argomenti toccati rientrano nella generale tematica del
garantire all’Impero la sicurezza, soprattutto esterna, dai barbari circumlatrantes, ma
anche interna, visto che a più riprese nel corso del libretto viene agitato lo spettro
delle usurpazioni, causate dallo scontento generale. Il peso fiscale eccessivo rende
impossibile far fruttare a sufficienza le terre, mentre un prelievo adeguato, e la ga-
ranzia della sicurezza, permettono all’Impero di prosperare nuovamente309.
Il cap. 1, inoltre, che traccia una rapida – e astorica – “storia della moneta”, ba-
sata esclusivamente sui criteri moralistici già elaborati da Varrone e da Plinio il Vec-
chio310, è intitolato de inhibenda largitate311. Con largitas – questione già individua-

304 Datazione a età costanziana: cfr. Mazzarino, 1951, pp. 60-72; Condorelli, 1971, pp. 134-140; Giardina,
1989, pp. xxxvii-lii; Banaji, 2001, p. 46; a età valentinianea: cfr. Thompson, 1952, pp. 1-2; Cérati, 1970, pp.
161-167 (che propende però per gli anni 375-378); Cameron, 1979, p. 7; Bonamente, 1981, in particolare
pp. 48-49; Astin, 1983, pp. 394-397; Foraboschi, 1987, pp. 111-112; Liebeschuetz, 1994, pp. 132-134; Pa-
gano, 1999, p. 30. Meno seguite altre proposte di datazione ad età teodosiana (cfr. Vogler, 1998a, p. 140), o,
più specificamente, 383-388 (Baldwin, 1978, cfr. pp. 28-29) e 389-395 (Reinach, 1922, pp. 212-213) o al V
secolo (Brandt, 1988, in particolare pp. 135-162; Sanchez Vendramini, 2006, p. 125). Sono ormai respinte
da tutti le alternative che volevano il testo composto in età giustinianea (Neher, ma cfr. Reinach, 1922, pp.
213-214) o nel XIV secolo (Schneider, nella sua edizione del 1908, ma cfr. Reinach, 1922, pp. 209-210). È
bene sottolineare come l’idea che il testo originale facesse parte dell’archivio di un funzionario imperiale, che
avrebbe ricevuto l’opuscolo indirizzato dall’autore all’Imperatore, basata in sostanza sulla presenza, all’interno
del Codice di Spira che ci ha trasmesso il de rebus bellicis, anche della Notita diignitatum, sia completamente
da respingere: il medesimo codice – come già notava Reinach, 1922 (cfr. p. 207) – conteneva infatti 13 testi,
tra cui anche l’Altercatio Hadriani et Epicteti e scritti del IX secolo, incompatibili con una simile lettura. An-
che l’idea di un “archivio” confluito poi in un più tardo codice miscellaneo non regge, dal momento che il de
rebus bellicis e la Notitia dignitatum non sono contigui, ma occupano rispettivamente l’ottavo ed il tredicesimo
posto nella sequenza degli scritti (e dunque anche il “vago sapore pubblicistico” che Fusco, 1998, cfr. p. 293,
attribuisce al codice miscellaneo sulla base della presenza dei due testi è da respingere).
305 Cfr. Astin, 1983, pp. 421-422.
306 Così Fusco, 1999, cfr. p. 107.
307 Cfr. Brandt, 1988, p. 1; Giardina, 1989, pp. xviii e xxxiv; Pagano, 1999, pp. 15-16.
308 Sezione che diventa meramente accessoria secondo Brandt, 1988 (cfr. p. 6), che forse sovrainterpreta in
senso riduttivo l’uso del verbo adnectere nella praefatio.
309 Cfr. Thompson, 1952, pp. 84-85; Condorelli, 1971, pp. 105-106. Anche l’idea di Schneider, ripresa da
Astin, secondo cui il motivo unificante dell’intera operetta sarebbe invece proprio la riduzione della spesa
pubblica e quindi delle imposte, per quanto meno convincente, non crea alcun contrasto con la lettura
dell’operetta, ed in particolare dei primi 3 capitoli, che si viene qui proponendo: cfr. Astin, 1983, pp. 420-
421; Fusco, 1998, p. 308.
310 Cfr. anche Isid. Hisp., Etym. XVI, 18, 3-5. È possibile che la fonte principale dell’anonimo fosse Sveto-
nio: cfr. Thompson, 1952, pp. 28-29; Foraboschi, 1987, p. 119; Brandt, 1988, pp. 22-24. Con Plinio il Vec-
126 CAPITOLO SECONDO

ta come centrale nella prefazione –312 si intende, evidentemente, l’eccessiva ricchez-


za concessa dall’Imperatore ai soldati, profusa largitio che risveglia i conflitti (1, 1),
fomentati dal bisogno di denaro, sottomette i cittadini a pressione fiscale eccessiva,
ne amplifica lo scontento e causa dunque le usurpazioni313. Ecco dunque che l’uti-
lizzo dell’identica espressione all’inizio del nostro cap. 2 ci conferma che in questio-
ne è l’eccesso di metalli preziosi distribuiti alle truppe, i cui stipendi e donativi con-
sistono ora – a partire dai tempi di Costantino – in oro ed argento314. Questi dona-
tivi erano infatti una delle forme tipiche in cui l’oro poteva passare dalle casse dello
Stato in mani private. Essi erano composti, in occasione delle ascese al trono, da 5
solidi ed una libbra d'argento – evoluzione dell’ammontare “tradizionale” del III se-
colo, pari a 250 denarii, come ha ben mostrato Delmaire –315 sicuramente durante
il regno di Giuliano, ma – per ammissione condivisa – forse anche in epoca prece-
dente316. In occasione dei quinquenni di regno l’ammontare era invece pari a cin-

chio l’anonimo ha in comune anche la netta condanna della coniazione di monete d’oro, anacronisticamente
assegnata nella nostra operetta a Costantino, e considerata una degenerazione. Nell’operetta dell’anonimo è
fortemente presente una vena moralistica, ed è del tutto impoprio, quindi considerare queste «valutazioni che
esulino dai suoi particolari interessi» (Condorelli, 1971, p. 20).
311 È assai convincente la recentissima interpretazione di Sanchez Vendramini, 2006 (cfr. pp. 126-128) secondo
cui l’autore non tratteggia qui in realtà una storia della moneta, ma un paragone tra le largitiones del tempo mitico
della Roma delle origini e quelle dell’epoca a lui contemporanea, al fine di argomentare con il ritorno al tempo
delle origini la proposta di una contrazione delle liberalità imperiali. Già Brandt aveva infatti evidenziato come la
curiosa “storia della moneta” che segue il riferimento alla profusa largitio, 1, 3-10, utilizzi informazioni, come si è
già detto, desunte probabilmente da Svetonio, e comuni ad altre fonti, relative a congiarii e distribuzioni dei re, in
particolare Numa Pompilio (cfr. p. 24: «in Zusammenhang mit königlichen Spenden»). Sulla “polemica” relativa
alle largitiones anche nell’Historia Augusta (in particolare riferimento a Alex. 39), cfr. Delmaire, 1991.
312 Cfr. Pagano, 1999, p. 21.
313 Cfr. Thompson, 1952, p. 26; Cérati, 1970, p. 160; Condorelli, 1971, pp. 19-20; Giardina, 1989, pp. 49-
49. Non è accettabile, invece, la lettura di Kolb, 1979 (in particolare pp. 1260-1261), secondo cui con largitas
si intenderebbero i pagamenti alle popolazioni barbariche (su cui cfr. pp. 356-367). Non solo, infatti, il conte-
sto non rende giustificabile una simile lettura, come ha messo in luce Giardina, ma le altre ricorrenze dei ter-
mini largitio-largitas, come ha ben evidenziato Brandt, 1988 (cfr. pp. 13-14), si riferiscono senza dubbio sem-
pre a distribuzioni “interne” all’Impero. Risulta a maggior ragione poco comprensibile, allora, la decisione del-
lo stesso Brandt di “salvare” la lettura di Kolb, proponendo l’idea che si tratti sì di una distribuzione interna,
ma rivolta alle popolazioni federate (cfr. pp. 16-22). Brandt si trova infatti, per sostenere una tale lettura, che
è funzionale alla sua datazione al V secolo dell’operetta, a dover ritenere che la profusa largitio di 1,1, indirizza-
ta per l’appunto ai barbari, sia diversa dalla profusa largitio di 2,1, quella costantiniana, rivolta invece
all’interno dell’Impero (cfr. p. 13). La critica rivolta da Kolb, 1979 (cfr. p. 1259) a Thompson, ovvero che la
lettura di largitas in riferimento ai soldati attribuirebbe all’anonimo la consapevolezza che l’imperialismo ro-
mano fosse dettato da motivi economici, appare eccessiva: l’anonimo indica nel bisogno di denaro un motivo
di una condizione di bellicità protratta, da una prospettiva prettamente moralistica (che ritroviamo ad esem-
pio in Cass., Var. IX, 3, ove si condanna l’aurum per bella quaerere), e ciò non implica affatto che nella sua
concezione causa delle conquiste e dell’imperialismo fossero unicamente bisogni economici.
314 Cfr. pp. 142-146. Sulla coerenza dei primi due capitoli del de rebus bellicis, cfr. Astin, 1983, pp. 427-429.
315 Cfr. Delmaire, 1989, pp. 549-550.
316 Amm. XX, 4, 18. Bruun, ad esempio, estende questa informazione al regno di Costantino, intendendo
però arbitrariamente l'argento come il laureato grande dioclezianeo: cfr. RIC VII, p. 57. Cfr. anche Jones,
1964, p. 435. In realtà, si tenga presente che 5 monete d’oro e una libbra d’argento costituivano un’identità di
valore già in età dioclezianea, almeno a giudicare dai dati dell’Editto dei Prezzi (5 aurei da 1/60 di libbra (a
72000 denarii la libbra d’oro) = 5x1200 = 6000 denarii, valore di una libbra d’argento non monetato).
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 127

que solidi317. Peraltro, è assolutamente evidente che tali donativi costituivano “or-
mai l’essenziale della retribuzione militare”, essendo di valore di gran lunga superio-
re al normale stipendium318. L’accusa rivolta all’autorità imperiale è quindi di badare
troppo alle esazioni fiscali per poter pagare l’esercito, non avendo cura quindi, in
sostanza, della situazione dei contribuenti: erit igitur curae prudentiae tuae, optime
imperator, repressa largitate et collatori prospicere (2, 4).
Non manca poi nel nostro anonimo un riferimento alla storia religiosa, ed in
particolare al saccheggio dei tesori dei templi319, che avrebbe costituito l’occasione
della prima largizione particolarmente generosa320, e che colloca il nostro autore
con certezza nelle file del paganesimo del IV secolo321. La sua interpretazione della
figura storica di Costantino, quindi, non andrà ritenuta dettata solo da un disaccor-
do con la politica economica seguita dall’Imperatore, ma andrà inserita all’interno
di quel filone denigratorio che vede in Giuliano Imperatore ed in Eunapio di Sardi-
Zosimo i propri principali esponenti.
Se la spoliazione dei templi fu la causa prima delle eccessive largizioni, però, il
meccanismo che si innesta immediatamente dopo è una spirale che obbliga l’Impera-
tore a acquisire oro ed argento dai contribuenti, spogliandoli di ogni risorsa, per di-
stribuirli alle truppe322. Solo con questa interpretazione il testo acquisisce coerenza, e
tutti i punti toccati dall’anonimo ricevono pieno significato. Appare evidente, a que-
sto punto come – per parafrasare le parole di Kolb – il nostro autore non sia affatto a
conoscenza di complicati meccanismi economici, anzi non mostri alcuna nozione che
vada al di sopra della semplice conoscenza popolare323. Tanto meno è lecito, in questa
sequenza di motivi retorici, intravvedere un «riformista o sinanco un socialista»324.
317 Procop., HA, XXIV, 27-29.
318 Cfr. Jones, 1964, p. 624; Delmaire, 1989, p. 547; Carrié, 1993a, pp. 287 e 290.
319 Un’ampia tradizione storiografica, pagana e cristiana, concorda nell’indicare in Costantino l’iniziatore di
questa pratica, almeno nel settore orientale dell’Impero: per un inquadramento del passo dell’anonimo in que-
sto contesto, cfr. Metzler, 1981, pp. 28-30.
320 In Sozom. II, 5, 3, laddove si parla delle requisizioni nei templi, non è alcun riferimento ad un eventuale
uso per la monetazione dei metalli derivanti dalla fusione delle statue, come vorrebbe Bonamente, 1981 (cfr.
p. 31): lo storico ecclesiastico dice semplicemente che tali metalli divennero dhmÒsia cr»mata. Riferimento
all’uso “monetale” delle spoliazioni è invece in Firm., Err. 28, 6: Tollite, tollite securi, sacratissimi imperatores,
ornamenta templorum. Deos istos aut monetae ignis aut metallorum coquat flamma, donaria universa ad utilita-
tem vestram dominiumque transferte e, più tardi, in un epigramma di Pallada di Alessandria (Anth. Gr. IX,
528). L’uso dei metalli per la coniazione è peraltro abbastanza ovvio, né contrasta con la finalità di donativo
alle truppe dell’oro ottenuto che leggiamo nell’allusione dell’anonimo: queste donazioni erano infatti elargite
in monete o medaglioni. Libanio, a sua volta, ritiene invece che i metalli sottratti ai templi pagani fossero uti-
lizzati per la fondazione di Costantinopoli (Lib., Or. XXX, 6).
321 Cfr. Kolb, 1980, p. 520; Whittaker, 1980, p. 5, che bolla il passo dell’anonimo come una spiegazione
semplicistica e colma di pregiudizi; Brandt, 1988, pp. 8-9. A maggior conferma di come la parte sostanziale
delle affermazioni dell’anonimo rientri all’interno di luoghi retorici ricorrenti, si ricordi che un’accusa di em-
pietà assolutamente analoga, ma a descrizione di una grande avarizia, e non prodigalità, ed ovviamente ancora
estranea alla “questione cristiana” era stata formulata da Erodiano contro Massimino il Trace (VII, 3, 5).
L’idea della spoliazione dei templi non è estranea alla letteratura altoimperiale, ma in modo esclusivamente e-
pisodico e geograficamente limitato a determinate aree: cfr. Duncan Jones, 1994, p. 9.
322 Cfr. Kolb, 1980, p. 519.
323 Cfr. Kolb, 1980, p. 518.
324 Mazzarino, 1951, p. 59.
128 CAPITOLO SECONDO

Che l’amministrazione imperiale dovesse procedere ad un drastico taglio della spesa


pubblica, per ridurre la pressione fiscale, è tema ricorrente nella tarda antichità: lo tro-
viamo in Temistio325, in Salviano di Marsiglia e soprattutto nell’Historia Augusta. In
quest’ultima, d’altra parte, si ritrova con grande frequenza anche quella che potrem-
mo definire “l’altra faccia della medaglia”, ossia la condanna della largitio che, per
l’appunto, aumenta la spesa pubblica (e quindi Severo Alessandro, Imperatore model-
lo, se ne astiene, e incamera ricchezze nell’aerarium)326. La natura di luogo retorico è
dunque evidente, né Temistio e Salviano possono essere ritenuti espressione degli
“spiriti giulianei” tanto cari a S. Mazzarino327.
Questo schema di ragionamento viene poi – come si è già detto – ammantato di
una spessa patina di moralismo, legata al concetto di avaritia, alla teoria pliniana
della moneta (non senza qualche elemento di originalità), al Leitmotiv dell’auri sacra
fames, alla teoria della decadenza e dell’età dell’oro, contaminata con il platonico
concetto della società perfetta degli ¥crusoi328. Più di uno studioso ha sottolineato,
in particolare, lo stretto rapporto con le lamentele che, una sessantina di anni dopo,
esprimerà Salviano di Marsiglia329.
Ma veniamo al punto più delicato: quell’aurum pro aere, quod antea magni pretii
habebatur, vilibus commerciis adsignavit. Se noi intendiamo la frase nel senso
dell’inizio di un utilizzo dell’oro al posto del bronzo nelle transazioni quotidiane330,
oltre a trovarci di fronte un dato irreale e scorretto, giacché il potere d’acquisto della
moneta d’oro, anche del tremisse331, volendo postdatare l’opera, è sempre troppo
elevato per farne “moneta quotidiana”, si creano alcuni problemi di carattere sintat-
tico-grammaticale: non può, infatti, in questo caso essere il bronzo, nel senso di
moneta divisionale, il soggetto della relativa, considerato in precedenza di grande
valore, come hanno ben mostrato Tondo e Cataudella332. D’altra parte non è am-
missibile grammaticalmente che aurum sia l’antecedente del relativo (soluzione
proposta da Tondo)333, e tanto meno è accettabile la cervellotica spiegazione di Ca-
taudella, secondo cui la proposizione sarebbe una causale334. Questa lettura permet-
325 Cfr. Liebeschuetz, 1994, pp. 134-135.
326 Vita Alex. 32, 4; 33, 3; 34, 1; 39, 9-10; 44, 2; 46, 4. Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 56-57, che si avvide di que-
sto, ma non lo intepretò come topos retorico, bensì come indicazione di un chiaro indirizzo politico-economico.
327 Cfr. p. 185.
328 Cfr. Kolb, 1980; Liebeschuetz, 1994, pp. 120-121 (che avanza addirittura l’ipotesi che il de rebus bellicis
sia opera umoristica). È difficile quindi vedere nell’operetta «valori completamente diversi da quelli moraleg-
gianti così ricorrenti in questa età», come vorrebbe invece Fusco, 1998 (cfr. p. 293).
329 Cfr. Thompson, 1952, pp. 85-86; Kolb, 1980, p. 520.
330 Cfr. la traduzione di Condorelli, 1971, p. 157: «Ai tempi di Costantino l’enorme dilatazione della spesa de-
terminò l’adozione, anche negli scambi più comuni, dell’oro al posto del rame, che prima aveva il suo valore».
331 Così Brandt, 1988, pp. 40-41.
332 Cfr. Tondo, 1976, p. 204; Cataudella, 1992, pp. 284-287. Giardina, 1989 (cfr. pp. 52-53) legge in aes il
soggetto della relativa, istituendo però una distinzione tra bronzo coniato e non coniato, il primo ritenuto di
grande valore, il secondo no. Questa lettura è stata confutata con argomenti precisi da Cataudella nelle pagine
citate. Lo Cascio, invece, mantiene giustamente aes come antecedente del quod col senso di “moneta bronzea”
(cfr. Lo Cascio, 1995, p. 481).
333 Cfr. Giardina, 1989, p. 52. Ma cfr. anche Bonamente, 1981, pp. 31-32.
334 Cfr. Cataudella, 1992, p. 288.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 129

te infatti allo studioso di costruire l’idea di un’ampia manovra economica costanti-


niana, volta a emettere una abbondantissima coniazione in oro per ridurne il valore
rispetto al bronzo, così da ridurre la “forbice” tra i due metalli. Vi sono però insor-
montabili problemi in questa interpretazione: in primo luogo il dato numismatico,
che non rivela una produzione di moneta aurea addirittura superiore a quella bron-
zea, come vorrebbe Cataudella335; in secondo luogo il fatto che la proposizione og-
getto della nostra analisi, in quanto causale, costituirebbe sì l’indicazione della cause
di un’azione, indicata però non nella diretta sopraordinata ma in un altro periodo;
infine – ed è decisamente il punto dirimente – Cataudella deve, per far quadrare
tutti gli elementi, postulare la circolazione dell’oro con un valore nominale superio-
re all’intrinseco336, cosa che – abbiamo visto – è sicuramente non vera. Si può anco-
ra aggiungere che la spiegazione dell’intento costantiniano nella riduzione della for-
bice tra l’oro e il bronzo finisce per ricadere nel Leitmotiv dell’ignoranza antica dei
meccanismi economici337.
Abbiamo però già visto come l’utilizzo dell’oro nelle transazioni quotidiane non
sia affatto una realtà del IV secolo338. Per intendere dunque in questo modo la frase
dell’anonimo, dovremmo credere che si tratti qui di un’iperbole assolutamente esa-
gerata339. Questa prima lettura è possibile, considerando la natura polemica del li-
bello, ma una diversa interpretazione, proposta nel 1980 da Kolb, può essere propo-
sta in alternativa. Lo storico tedesco ha messo in luce come la tematica dell’avaritia
(e, aggiungiamo noi, la contestualizzazione in relazione alle largizioni militari), ri-
chiami facilmente in questo punto l’idea della forte pressione fiscale imposta da Co-
stantino340. L’imposizione dell’oro ai vilia commercia potrebbe quindi essere letto in
riferimento all’introduzione del crisargiro, tassa sulle attività commerciali molto
gravosa, a dire delle fonti, che doveva appunto essere pagata in metalli preziosi (oro
ed argento)341. Si ricordi, in merito, che l’introduzione della collatio lustralis, per
quanto non databile con assoluta certezza sia probabilmente da riferire – secondo

335 Cfr. Cataudella, 1992, p. 290.


336 Cfr. Cataudella, 1992, p. 291 e p. 296.
337 Cfr. Cataudella, 1992, pp. 296-297. Non ha torto poi De Martino, 1998 (p. 96) a dire che «non si sa
perché l’afflicta paupertas dovrebbe aver sofferto dalla profusio dell’oro, che avrebbe provocato un abbassamen-
to del suo valore».
338 La frase dell’anonimo è molto esplicita, e non può quindi essere intesa, come vorrebbe Banaji, 2001 (cfr.
p. 47), come un riferimento all’utilizzo dell’oro come principale unità di valore.
339 La relativa ha così un senso compiuto adeguato, intesa semplicemente come riferita alla perdita di potere
d’acquisto del bronzo, «che prima era ritenuto di grande valore». Si tratterebbe però di un’iperbole notevole,
dal momento che il bronzo non ebbe certamente mai un grande valore.
340 Questo collegamento tra largitio ed avaritia (quest’ultima nel senso del prelievo fiscale) è assolutamente
ricorrente nelle fonti, non solo di parte anticostantiniana: si vedano Iul. Imp., Caes. 335B; Amm. XVI, 8, 12;
Aur. Vict. 41, 20; Anon. Vales. VI, 30 (in riferimento però ai dispendi per la fondazione di Costantinopoli);
Ep. de Caes. 41,8; ma anche Eus., VC IV, 1. Cfr. Brandt, 1992, e in particolare pp. 213-215; Callu, 2003a,
p. 207. La largitio costantiniana è elemento determinante nel ritratto dell’Imperatore, anche quando apparen-
temente rappresentata sotto una luce positiva: così Iul. Imp., Or. I, 6b.
341 Cfr. Kolb, 1980, p. 519; Sanchez Vendramini, 2006, p. 127. Per un altro passo in cui l’accusa di rapacità
nei confronti di Costantino (definito latro) può essere interpretata in relazione alla spoliazione dei templi pa-
gani, ma anche all’imposizione del crisargiro, cfr. Metzler, 1981, pp. 29-30.
130 CAPITOLO SECONDO

un’ipotesi di Seeck ancora valida – agli anni 313-314, cioè ad un momento in cui,
dopo la guerra contro Massenzio ed in preparazione dei nuovi scontri, Costantino
doveva a tutti i costi rimpinguare le proprie sostanze, dissanguate dalle spese belli-
che e da quei donativi che dovevano attirargli le simpatie degli eserciti342. Il ragio-
namento dell’anonimo mostrerebbe quindi in questo punto una consequenzialità
ancor più stringente.
Si può così anche “salvare” l’interpretazione della subordinata come una relativa,
il cui antecedente è senza dubbio costituito da aes. Tenendo infatti per buona
l’osservazione di Cataudella, secondo cui la preposizione pro nel nostro “libello”
non indica mai la sostituzione, ma la conformità, l’imposizione di una tassa in oro
su guadagni in bronzo – in termini ovviamente sempre iperbolici – non può che
portare con sé la considerazione che tale bronzo non ha più un grande valore, nel
senso che i ricavi in questo metallo non possono più essere considerati soddisfacenti
o alti, se su di essi sono computate imposte in oro; i prezzi sono quindi aumentati,
ovvero il potere d’acquisto del divisionale è diminuito. Si noti, ancora, che l’utilizzo
di pretium è perfettamente idoneo al contesto: il bronzo è infatti realmente moneta,
e come tale indicazione, per l’appunto, di un prezzo. Che il risultato sia un aumen-
to dei prezzi, e quindi la perdita del potere d’acquisto per gli strati sociali più bassi è
cosa talmente ovvia che non può sfuggire alla vista del nostro autore benché, come
si è detto, al contrario delle interpretazioni tradizionali, non appaia affatto un genio
della materia economica. Non solo; in questo modo si ottiene anche una trattazione
che rispecchia perfettamente il celeberrimo attacco di Zosimo II, 38 a Costantino
ed alla sua politica economica.
Il seguito differisce leggermente: sia nell’anonimo che in Zosimo si dice che
l’afflicta paupertas, non potendo evidentemente più tollerare la situazione, si diede ad
ogni sorta di gesto; nel primo, però, si tratta di atti di ribellione contro il potere impe-
riale (2, 3), nel secondo (II, 38, 2-3) di atti, diremmo oggi, contro la morale, vendita
dei figli, prostituzione, tentativi di fuga. Il motivo della divergenza è però facilmente
comprensibile, nel momento in cui si realizzi che evocare lo spettro dell’usurpazione è
funzionale ai fini dell’opuscoletto, giacché esalta da un lato l’Imperatore già vittorioso
sui tyranni, dall’altro lo “minaccia” di successivi simili episodi se non cambiasse corso;
nello storico di VI secolo, invece, non sarebbe possibile far passare dalla “parte del tor-
to” quelle che deve ritrarre come vittime della politica fiscale costantiniana. Lo sche-
ma largitas – imposizione del crisargiro – disperazione – nulla reverentia iuris aut pie-
tatis affectus è però il medesimo nei due testi.
Considerando che il passo di Zosimo deriva presumibilmente da Eunapio di Sar-
di, si viene così ad evidenziare nella critica della politica economica costantiniana un
“filone” di testi che meriterebbe forse di essere studiato più approfonditamente343.

342 Cfr. Seeck in PW, s. v. collatio lustralis.


343 Per un succinto confronto tra l’anonimo e Zosimo, accomunati dal “trasferire” la polemica religiosa antico-
stantiniana su un piano economico e sociale, cfr. Metzler, 1981, p. 32. Si ricordi poi che la tassa sulle attività
commerciali, con il nome di aurum negotiatorum, riappare anche nell’Historia Augusta, laddove, con un forte ana-
cronismo, si indica la sua remissione da parte di Severo Alessandro come un gesto realmente degno di un ottimo
Imperatore (Vita Alex. 32, 5), e innumerevoli sono i riferimenti all’imposizione di tasse sulla prostituzione.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 131

L'oro, in conclusione, oltre ad essere unità di conto, doveva dunque assolvere


primariamente a funzioni fiscali, ed in generale nei rapporti finanziari e fiscali con il
potere centrale, o comunque nel caso di transazioni di altissimo livello, caratteriz-
zanti i ceti più alti e le loro operazioni economiche344. In modo altrettanto significa-
tivo, si è visto come le indicazioni relative ai salari medi, ed alla “soglia di sussisten-
za”, se espresse in oro, si mostrino straordinariamente stabili dal IV al VI secolo.
Come avremo modo di ripetere a breve, infatti, i prezzi espressi in metallo prezioso
non hanno subito grosse variazioni nell’arco temporale preso in considerazione, e
non hanno dunque mostrato fenomeni inflattivi significativi. La perdita di potere
d’acquisto è qualcosa che riguarda solamente il divisionale.
5. L’“ancoramento” all’oro del sistema monetario
In cosa consiste allora il tanto decantato “ancoramento all'oro” del sistema mo-
netario tardoantico? Forse non ha ricevuto sufficiente ascolto la domanda che D.
Vera poneva nel 1986: se cioè la cosiddetta egemonia del solido non fosse forse una
leggenda semplificatoria345. In effetti, ad un’analisi più ravvicinata, questa egemonia
si conferma, ma sono necessarie alcune precisazioni che rendono il quadro più
complesso di quanto generalmente lo si ritragga.
È sicuramente un errore pensare che l'istituzione del solidus corrisponda all'in-
tento imperiale di creare una “moneta forte”, “sana”, che ottenesse la fiducia del
pubblico346: tutto questo non è vero per il semplice fatto che il solido, come si è già
più volte detto, non è una moneta, circola sulla base del proprio valore ponderale, e
non ha quindi alcun bisogno della fiducia del pubblico se non in merito alla purez-
za metallica.
Lo Stato è invece il detentore d’oro per eccellenza, ed ha ovviamente a causa di
ciò alcune necessità insopprimibili: in primo luogo la tutela del potere d’acquisto
del metallo prezioso, in modo da difendere la propria “solvibilità”347; in secondo
luogo il bisogno di procurarsene in quantità almeno pari, ma preferibilmente supe-
riori, alla massa di metallo uscente dalle casse dello Stato. A questo fine, nel corso
del IV secolo, viene istituito un numero sempre maggiore di imposte pagabili esclu-
sivamente in metalli preziosi (soprattutto oro, ma anche argento). Il primo esempio,
introdotto proprio da Costantino, è quel crisargiro di cui si è già parlato, e non è
probabilmente un caso che nel 325 CTh XII, 7, 1, su cui ci siamo già a lungo trat-
tenuti, parli di problemi legati alla solvibilità aurea delle imposte.
Ciò che accadde fu quindi la nascita di due contabilità differenti, l’una in mone-
344 Cfr. RIC VIII, p. 73, che arriva alla medesima conclusione in considerazione dello scarso grado di usura
della maggior parte delle monete auree giunte fino a noi. Cfr. anche Depeyrot, 1983, pp. 94-95; Arslan,
1998, p. 382.
345 Vera, 1986a, p. 372.
346 Così, ad esempio, Dupont, 1963, p. 178.
347 Cfr., le considerazioni svolte da Durliat per un’epoca successiva ed un contesto assai più specifico (le tarif-
fe doganali del porto di Cagliari), ma ugualmente valide come spunto di riflessione anche in relazione a quan-
to si va ora trattando: «[…] l’État qui, au lieu de modifier les registres fiscaux, opération très delicate à
l’époque, aurait préféré accroître le pouvoir d’achat de l’or, la monnaie de ses opérations financières, par rap-
port au cuivre, monnaie des échanges privés» (Durliat, 1982, p. 13).
132 CAPITOLO SECONDO

ta divisionale, l’altra in metallo prezioso348. Non si tratta perciò di un sistema trime-


tallico o bimetallico349, all’interno del quale il tasso di cambio tra oro, argento e
bronzo (o due di essi) dovrebbe rimanere costante. Al contrario, in questa situazio-
ne è il mercato a determinare il rapporto di valore tra le differenti valute sulla pub-
blica piazza, mentre l’autorità emittente ricorre a ben note pratiche di imposizione
di un prezzo inferiore per le transazioni che la riguardano direttamente. All’interno
di circuiti monetari diversi, come necessaria conseguenza, le merci trovano indipen-
dentemente il loro prezzo350: questo comportò come risultato immediato una dra-
stica perdita di potere d’acquisto della valuta bronzea, sopravvalutata rispetto all’in-
trinseco, e continuamente svalutata351. A far crescere il prezzo dell’oro in termini di
moneta divisionale non è, quindi, la sempre maggior rarità del metallo prezioso352. I
detentori di oro vedono così crescere in misura esponenziale la propria ricchezza ri-
spetto ai detentori di altri metalli, e lo Stato ottiene di preservare il proprio potere
d’acquisto, al prezzo di una forma di indiretto (ma prevedibile) sostegno ai ceti ric-
chi e di relativo “abbandono” dei ceti deboli353.
Utilizzando come osservatorio il mondo delle banche e degli usurai, chiaro ba-
rometro della situazione economico-monetaria, non è certo un caso che fino alla fi-
ne del secolo i prestiti fatti in oro prevedessero interessi in oro, i prestiti in moneta
divisionale interessi in moneta divisionale354: il cambio tra i due tipi di “valuta” do-
veva essere complesso, continuamente variante, difficilissimo da prevedere anche sul
breve e medio periodo355. Il denaro contabilizzato in oro era dato invece in prestito
anche per lunghi periodi, mostrando una chiara fiducia nei confronti della stabilità
del valore del metallo giallo356.
È interessante in questo senso una testimonianza talmudica, forse non compresa
completamente da D. Sperber357: si dice infatti in Y. Baba Mezia 4.1 9c 34-6 che
all’affermazione dei rabbi Jochanan e Resh Lakish, secondo cui era lecito prestare

348 Come già detto, si videro i primi segnali di questo sviluppo già nella seconda metà del III secolo.
349 Vecchie letture propongono invece un Costantino “restauratore”, o addirittura tentato restauratore, ma
votato al fallimento, di un sistema pienamente bimetallico: cfr. Burns, 1927, pp. 153-154.
350 Cfr. Lo Cascio, 1986, p. 553; Lo Cascio, 1995, p. 487.
351 Non ha ovviamente nessuna ragion d’essere il dubbio sulla fiduciarietà della moneta bronzea espresso, ad
esempio, in RIC VII (cfr. p. 8): l’Editto di Afrodisia ha tolto in merito la possibilità di qualsivoglia incertezza
residua. Cfr. Bernardi, 1961, pp. 302-303; Whittaker, 1980, p. 2.
352 Cfr. Piganiol, 1945, p. 314.
353 Cfr. Jones, 1964, p. 441; Bowman, 1980, p. 25; Carrié, 1993a, p. 313 («a lunga scadenza, il risultato sarà sta-
to quello di imporre l'oro come nuovo sistema di conservazione della ricchezza, un oro che non ha smesso di ve-
dere il suo corso prendere il volo sul mercato libero»); Vogler, 1998a, p. 137; Lo Cascio in CAH XII2, p. 178.
354 Esempio di prestiti in oro con interessi in oro: PLips 13 (364); di prestiti in divisionale con interessi in divisiona-
le: POxy XLV, 3266; PStras. 278 (316); SB XIV, 11385 (326); PKellis 42 (364). Cfr. PKellis, vol. I, pp. 117-119.
355 In realtà anche i prestiti in moneta divisionale sembrano recedere: al momento della restituzione il potere
d’acquisto della cifra poteva essere diminuito già di molto. Vengono così introdotti i prestiti in denaro con re-
stituzione in natura, che – risultando esternamente come vendite con consegna ritardata – permettono peral-
tro di non tenere conto della legislazione sugli interessi: in merito, cfr. Bagnall, 1977a. A questo scopo, simili
prestiti erano stipulati anche di fronte a somme in valuta aurea.
356 Cfr. Sperber, 1974a, pp. 85-88; Milewski, 2001, p. 104.
357 Cfr. Sperber, 1968, pp. 106-108.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 133

monete d’oro per monete d’oro358, il rabbi Jacob B. Aha, nella prima metà del IV
secolo, aggiunse che era permesso altresì prestare un carato per un carato, ma non
un leukon per un leukon (sicuramente divisionale). Il punto fondamentale, come ha
ben capito Sperber, è che l’oro ha un potere d’acquisto stabile, mentre il divisionale
eneo, oscillante, rende più problematici i prestiti nel rispetto delle leggi sull’usu-
ra359. Il problema nasce in relazione all’uso del termine Urq, probabilmente deri-
vante dal greco ker£tion. La derivazione da un termine siriaco indicante il denario,
infatti, seppur possibile, sembrerebbe in contraddizione con quanto si dice in rela-
zione al leukon. Sperber intende allora il carato in relazione all’argento, vedendovi
un riferimento alla “siliqua”.
I due termini sono infatti perfettamente equivalenti360, ed il vocabolo greco
condivide con quello latino, oltre al valore ponderale di 1/1728 di libbra, quindi
1/24 di solido, anche il significato originale di carruba361. Come indicazione metro-
logica, quindi, anche il carato è, come la siliqua, 1/18 della dracma e 1/3
dell’obolo362. E come l’equivalente latino indica pertanto, in senso monetario, solo
una quantità d’oro e non corrisponde ad una moneta d’argento del valore di 1/24 di
solido363: secondo una proporzione proposta dal trattato Diaforaˆ mol…bdou kaˆ
crusopet£lou, 6 solidi stanno ad una libbra æj katatršcei e„j tÕ nÒ(misma)
ker£tia dÚo, ovvero in un rapporto di 12:1 (Alchem., vol II, 379, 10).
È interessante notare che, nella storia degli studi, alcuni sostennero in realtà una
non piena equivalenza tra il termine latino e quello greco, contraddicendo così quanto
appare evidente dalle fonti. In questo senso, ad esempio, Schilbach chiama siliqua la
moneta d’argento da 1/144 di libbra, ma dà al ker£tion il significato esclusivo di uni-
tà di conto che corrisponde a una quantità d’oro pari a 1/24 di solido364.
L’uso nelle fonti giuridiche indica sempre la frazione della moneta d’oro, in parti-
colare nell’indicazione dei limiti degli interessi: Nov. Just. XXXII, 1; CVI, pr. Altre
ricorrenze che utilizzano il termine in senso monetale non forniscono comunque al-
cun appiglio per leggervi un riferimento all’argento piuttosto che ad un’unità di conto
in oro: Nov. Just. LIX, 5; CXXIII, 28. In PRainCent 161 (V sec.?) è invece evidente

358 Cfr. anche Safrai, 1967, pp. 254-255.


359 Cfr. Sperber, 1968, p. 107. Cfr. anche Safrai, 1967, pp. 258-259.
360 La sinonimia è indicata anche da Prisciano nel de figuris numerorum (Hultsch II, 84, 4).
361 Cyr. Scyth., Vita Sab. 35 e 76. Esattamente come il termine latino è utilizzato in questo senso nel Vange-
lo di Luca (15, 16) ed in tutti i passi che ne derivano, così come in contesti di argomento medico o botanico
(ad esempio Aet. Med. I, 195; VII, 69; IX, 42). Il termine greco ha, rispetto a quello latino, anche i significati
aggiuntivi di flauto, piffero e chele, oltre ad essere variazione di kšraj, tutti valori qui ovviamente esclusi. Per
il significato “botanico” nei papiri, cfr. Cadell, H., Keratša et le P. Genève 75, in Miscellanea Papyrologica (a
cura di R Pintaudi), Firenze 1980, pp. 33-40.
362 Heron, Geom. 23, 61; De mens. 60, 21; Hesych., s.v. dracm» (Hultsch I, 21); Schilbach, 1982, IV, 1 (e-
quivalenza con lo xulÒkokkon); 3, 29-20; 8f; 9; Hultsch I, 219, 21; 221, 20-21; 222, 3; 227, 5-8; 228, 14-16;
231, 16; 232, 17; 234, 4-6 e 25-26; 237, 9-10; 240, 1-2; 245, 17; 248, 5, 7-8 e 13; 249, 15 e 21-22; 250, 1 e 3-
4; 254, 10-11; 255, 8-9; 274, 9; 278, 9-19; 301, 22. Con questo significato si riscontra anche in letteratura medi-
ca: ad esempio Aet. Med. III, 38; 85; 101; XVI, 137; 144; Alex. Trall., vol. I, p. 429, 18 Puschmann.
363 Cfr. Grierson, 1989, p. 341.
364 Cfr. Mickwitz, 1932, p. 98; Le Gentilhomme, 1943-45, I, p. 50; West-Johnson, 1944, p. 129; Schilbach,
1970, p. 160 e pp. 185-186; Maresch, 1994, p. 1.
134 CAPITOLO SECONDO

la natura aurea dal carato: un orefice scrive infatti questa lettera ad un cliente sconten-
to ricordando come ogni volta che gli era stato affidato dell’oro non avesse sottratto
nemmeno un ker£tion365. Lo troviamo ancora nella tariffa di Abido (AE 1985, 786),
in quella di Seleucia di Pieria (AE 1985, 825) e nella tariffa doganale di Anazarbo
(Dagron, G. - Feissel, D., Inscriptions de Cilicie, Paris 1987, n. 108).
Anche Theoph. Conf., AM 6092366, indica una cifra di 4 keratia, nel corso delle
trattative tra Maurizio e il Khagan degli Avari per la liberazione degli ostaggi, come
riduzione rispetto a un solido e un semisse, quindi sempre in un ambito di conti in
oro367. Non può essere ritenuto indizio di un’esistenza fisica del ker£tion neanche il
riferimento, in Apophth. Patr. X, 94, ad un salario di 2 keratia al giorno, parte del
quale era trattenuto per mangiare, il resto dato in elemosina: i salari erano infatti com-
putati con contabilità aurea anche se pagati in divisionale, come mostrano moltissimi
esempi, e nulla nel passo ci obbliga a ritenere né che il salario fosse versato quotidia-
namente, né che assumesse effettivamente la forma di due definiti pezzi di conio. Pure
la ricorrenza, frequentissima, nelle fonti papiracee conferma un utilizzo in contesti di
contabilità aurea, in particolare nella formula nomism£tia x par¦ ker£tia y, assai
usata nel VI-VII secolo368, in cui il carato è evidentemente utilizzato come frazione
del solido. Del tutto esplicita, poi, l’indicazione crusoà ker£tia nella ricevuta di un
Øpodškthj ¢nnwnîn della prima metà del V secolo (SB XXII, 15 553)369.
Solo in un momento successivo il ker£tion indica, in Oriente, una moneta fisi-
ca370; Cedreno dice il carato equivalente a 12 folles, da lui definiti anche nummi:
ker£tia dš aƒ ib fÒlleij çnom£sqhsan, ½toi noàmmoi ¢pÕ Noum© basilšwj
`Rèmhj (vol. I, 801, 22-802, 1)371. Al di là della fantasiosa etimologia di nummo,
che fa risalire a Numa anche l’introduzione del carato, l’origine dell’indicazione è da
ritenere l’equivalenza tra noàmmoj e uncia, dunque 1/3 di quadrans, e 1/12 di asse,
che si riscontra anche in altre fonti. Al VII secolo si data anche SB XXII, 15 248372,
ove si parla di 12 carati par£staqma: potrebbe trattarsi di una moneta fisica, com-
patibilmente con il dato offerto da Cedreno, o anche di un semisse sottopeso (come
sembra più probabile). Che l’uso sia tardo sembra confermato anche nella Vita di
Giovanni l’Elemosiniere373: al § 40 si dice infatti che dava in elemosina a volte 5
nummi, a volte 10 e 10, a volte addirittura un carato. Quest’ultima unità di conto
sembrerebbe perciò nella prima metà del VII secolo assai superiore a 10 nummi, e

365 Cfr. cap. 1 n. 243.


366 Anche Cedren., vol. I, p. 700, 9.
367 L’unica altra ricorrenza del termine nell’opera di Teofane Confessore, in AM 6302, è sempre in un conte-
sto in cui tutte le cifre sono indicate in oro.
368 Cfr. pp. 367-378.
369 PHeidInv G 1504, edito in Mitthof, 1994.
370 Yannopoulos, 1987 (cfr. p. 127) nega che anche in seguito il carato divenisse una moneta fisica, e lo con-
sidera, piuttosto curiosamente, un’unità di conto per esprimere i rapporti tra metalli, in un sistema da lui rite-
nuto perfettamente bimetallico a partire dalla riforma di Anastasio.
371 Il termine ricorre in Cedreno anche a vol. II, p. 37, 15.
372 PVindob G 16825 = Diethart, 1993, n. 1.
373 Il termine è utilizzato anche al § 1, al § 6 e al § 38.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 135

non – quindi – pari a 12. La Tab. 1 mostra peraltro come, intorno al 618, sia atte-
stato un prezzo dell’oro superiore a 5 500 000 000 di denarii la libbra, ossia circa
320 folles il solido374. Il termine è però usato per indicare il ventiquattresimo della
moneta d’oro ancora da Giorgio Pachymeres (vol. II, p. 494, 5).
Al contrario di quanto ritiene Sperber, dunque, Y. Baba Mezia 4.1 9c 34-6 non
usa un termine ebraico assonante con ker£tion per indicare una moneta d’argento,
ma potrebbe attestare, al contrario, già nella prima metà del IV secolo, in perfetta cor-
rispondenza cronologica con il termine latino, l’uso del vocabolo per indicare 1/24 del
solido aureo. Già nel 308, peraltro, il termine compare in una testimonianza papira-
cea, POxy XIV, 1645, per indicare un sottomultiplo del grammo d’oro.
Se un prestito, cioè, era contabilizzato in oro, anche se veniva poi di fatto pagato
in divisionale, esso era lecito, perché “mutuava” dal metallo prezioso la stabilità nel
potere d’acquisto. Ed anche senza utilizzare, ad ogni modo, quest’informazione sul ca-
rato, resta il dato di fatto che nella tradizione ebraica della prima metà del IV secolo,
in modo perfettamente coerente con quanto riscontrabile nel resto dell’Impero, l’oro
appare prestabile, anche a lungo termine, mentre il divisionale eneo è tenuto lontano
da tali operazioni “bancarie”: è la prima attestazione di quella “contabilità oro” su cui
avremo modo di soffermarci, che risulterà radicarsi compiutamente nel corso del seco-
lo, fino ad essere adottata dalla stessa finanza pubblica375. Si ricordi che il passo tal-
mudico non è l’unica fonte che ci permette di considerare la contabilità oro già prati-
cata agli inizi del secolo IV: l’epigrafe di Feltre ci fornisce infatti un’analoga testimo-
nianza per il settore occidentale dell’Impero376, e, fatta salva la possibilità di un “ri-
maneggiamento” giustinianeo anche Ermogeniano, per definire la “soglia di povertà”,
usava un computo aureo, come abbiamo visto nel paragrafo precedente377.
Il risultato ovvio è che il valore dell’oro “tiene” rispetto a quello delle altre mer-
ci, e non si verifica pertanto inflazione se si guarda ai prezzi in oro: il potere d’ac-
quisto del metallo in questione, quindi, resta alto378. Si aggiunga a questo quanto
osservato poco sopra sulle scarse variazioni relative al “costo della vita” espresso in
oro nei secoli IV-VI.
In questo contesto, anche cifre di valore ridotto, di cui si vuole però garantire la
stabilità, vengono espresse in frazioni di solido, anche se è assolutamente evidente
che il loro pagamento avveniva in divisionale. L’ammontare del versamento però
non rischiava così di perdere di valore, dal momento che doveva essere calcolato sul
prezzo corrente della valuta aurea. Comuni sono indicazioni fino a 1/96 della mo-

374 Faceva presumibilmente riferimento a queste testimonianze più tarde Du Cange, quando indicava nel
ker£tion una moneta d’argento: cfr. Du Cange, 1678, p. 160.
375 Anche Callu, 1969 (cfr. p. 406) ipotizzava un’origine della “contabilità oro” precedente l’epoca costanti-
niana; più recentemente, M. Corbier (in CAH XII2, cfr. p. 342) ha ritenuto che l’oro prendesse il posto
dell’argento come “metal of reference” intorno al 300.
376 Cfr. pp. 60-71.
377 Cfr. p. 117.
378 Il potere d’acquisto dell’oro probabilmente a tratti crebbe addirittura, come hanno sostenuto West-Johnson,
1944, cfr. p. 168; Mazzarino, 1951, cfr. p. 95; Cracco Ruggini, 1961, cfr. p. 391 e Lo Cascio, 1993a, cfr. p. 279.
Cfr. anche Adelson, 1952, p. 94; Bernardi, 1961, p. 304; Cracco Ruggini, 1961, pp. 382-383; Safrai, 1967, p.
256; Sperber, 1974a, p. 131; Pankiewicz, 1989, p. 89; De Martino, 1998, p. 98; Banaji, 2001, p. 37.
136 CAPITOLO SECONDO

neta d’oro, ma si riscontrano anche – nel corso del IV secolo – suddivisioni da


1/192, 1/384, 1/768 e persino 1/1536379.
Il sistema che si viene a mettere in atto vede, per sintetizzare, circolare insieme
una “valuta” (si ricordino tutte le peculiarità giuridiche che fanno dell’oro una mo-
neta-non moneta) stabile, accanto ad una fortemente inflazionaria. Tale circolazio-
ne avviene però il più delle volte separatamente, in classi sociali diverse, creando
una struttura socio-economica fortemente stratificata ben nota in altre epoche (co-
me nella società altomedievale o nella Firenze del XIV secolo)380. Chi ne ha la pos-
sibilità accumula oro, limitandosi a cambiarlo in divisionale quando necessario ed al
tasso corrente, in modo da non rimanere vittima dei fenomeni inflazionari381. Non
bisogna trascurare però il fatto che, in presenza di una forte domanda di metallo
prezioso, quale era proprio per questi motivi sia quella dello Stato che quella dei
privati, e di un’offerta quindi in sostanza sempre inadeguata alle richieste, inevita-
bilmente il prezzo dell’oro dovesse salire in modo esponenziale. Il prezzo dell’oro,
che non si cerca più di calmierare o di rallentare nella sua ascesa, ne ottiene, per u-
sare una espressione di Lo Cascio, una vera e propria “liberalizzazione”382. Anche in
campo fiscale le ripercussioni furono coerenti: Carrié ha ritratto infatti, in questo
settore, una società che procede a tre velocità differenti, ossia i grandi proprietari
terrieri, che assolvono in oro al pagamento delle loro imposte (ma all’oro avevano
accesso anche i maggiori mercanti, con i loro alti introiti)383, una classe media che si
associa in capitula per poter accedere alla contabilità oro, ed infine la piccola pro-
prietà, che contabilizza in divisionale384.
A questo punto è però necessario porsi una domanda spinosa: di chi furono le
“responsabilità” di una simile situazione? La risposta tradizionalmente data indica
379 Ad es. PLips 87, PLaur IV, 172. Cfr. Gascou-Worp, 1984, p. 123. Si noti come queste frazioni si inseri-
scano tutte nella serie non solo del tremissi, come sottolineano Gascou e Worp, ma anche della siliqua. Cfr.
anche Asolati, 2006, pp. 116-117.
380 Cfr. Piganiol, 1945, p. 314; Cipolla, 1956, pp. 34-35; Spinosi, 1961, p. 141; Lo Cascio, 1986, p. 553;
Arslan, 1998, pp. 381-382. Sembra significativo di questa “separazione” tra i metalli il passo del Contra Fau-
stum Manichaeum (V, 5) in cui Agostino riferisce come Fausto osi dire quod aes in zonis non portetis – nisi forte
ideo verum dixit, quia non aes in zonis, sed et aurum in arcellis et in sacculis habeatis, ma la spaccatura tra i de-
tentori d’oro e coloro che non hanno, invece, il metallo più prezioso si vede anche in Giovanni Crisostomo
(cfr. González Blanco, 1980, pp. 203-204).
381 Cf. Rea, 1974, pp. 166-167. Un esempio più frivolo e ben più vicino a noi ci è fornito da Bette Midler, che
nel 1978, in un momento in cui il dollaro conosceva una fortissima svalutazione, pretese che il suo cachet di
200 000 dollari per una tournée europea le fosse corrisposto in monete sudafricane, perché di oro puro: il metallo
prezioso, infatti, le garantiva di mantenere inalterato il potere d’acquisto (cfr. Bernstein, 2000, p. 433).
382 Cfr. Lo Cascio, 1995, pp. 495-496; Lo Cascio, 1997, p. 171; Lo Cascio, 1998, p. 135; Lo Cascio in CAH
XII2, p. 178. Meno chiara la formulazione proposta da A. Giardina, secondo cui tra valuta aurea e moneta divi-
sionale si instaurò un rapporto “naturale” e non “fiduciario” (Giardina, 1989, p. 52): non è evidente infatti se
l’uso del secondo termine implichi o meno che la circolazione dell’oro prima di questo momento avvenisse su ba-
se nominale o che quella del bronzo d’ora in avanti fosse legata al semplice valore intrinseco. Entrambe le idee sa-
rebbero, in ogni caso, erronee. In realtà una “liberalizzazione” – per quanto non prevista e non voluta dall’autorità
emittente – del prezzo dell’oro c’era già stata nel momento in cui esso aveva cominciato a circolare sulla base del
puro e semplice valore ponderale, svincolato dal resto del sistema monetario, e quindi nella seconda metà del III
secolo d. C., prima dei tentativi di calmierarne l’ascesa, che conosciamo con certezza solo per l’epoca tetrarchica.
383 Cfr., ad esempio, Jones, 1974, pp. 59-60.
384 Cfr. Carrié, 1993c, pp. 144-145.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 137

(soprattutto sulla scorta delle indicazioni fornite dal de rebus bellicis) in Costantino,
creatore del solido, l’iniziatore di questa politica, che si vorrebbe deliberata385. Que-
sta è l’interpretazione fornita nel 1951 da S. Mazzarino che, a sottolineare la politi-
ca “ribassista” di Diocleziano, la sua difesa del divisionale, contestava la lettura del
prezzo dell’oro nell’editto-calmiere, sostenendo addirittura un del tutto improponi-
bile 10 000 denarii la libbra al posto dei 50 000 quasi unanimemente riconosciu-
ti386. Oggi sappiamo però assai bene che la salita vertiginosa del prezzo dell’oro, e
dunque la sua predilezione come mezzo di “wealth storing” erano – lo abbiamo vi-
sto – già attivi in epoca tetrarchica.
È forse necessario quindi fare un passo indietro e porsi in una prospettiva mag-
giormente continuistica387: nel momento in cui un metallo monetale comincia a
circolare sulla base del suo esclusivo valore ponderale, ed il suo prezzo viene appun-
to “liberalizzato”, lo Stato non garantisce più, è evidente, una parità tra una deter-
minata quantità di questo metallo e di vere e proprie monete. L’oro, in particolare,
ha sempre avuto, anche dal punto di vista dell’immaginario collettivo, assai più la
funzione di “deposito di valore” che di mezzo di scambio, dato l’altissimo potere di
acquisto anche di piccole quantità di metallo giallo, ed in un momento come la me-
tà del III secolo, in cui la moneta divisionale, frequentemente alterata, talora requi-
sita e riemessa in forme diverse (come nel caso della riforma di Aureliano), dava vita
non solo a fenomeni inflattivi ma anche – e i due fenomeni sembrerebbero in rap-
porto di causalità – a una massiccia perdita di fiducia da parte del pubblico388,
l’accumulazione del metallo giallo deve essere sembrata, a chi avesse le possibilità di
ricorrervi, come il modo migliore per tutelare i propri beni. Ciò significa che nei
confronti dell’oro deve essersi innescata una domanda di dimensioni assai superiori
all’offerta, con conseguente ulteriore ed inarrestabile crescita del suo prezzo. Questo
meccanismo era già in funzione prima dell’ascesa al trono di Diocleziano, e non è
quindi affatto opera costantiniana.
L’Imperatore illirico di fatto accettò e “istituzionalizzò” questa situazione, rinun-
ciando – all’atto di dar vita alla sua riforma monetaria – a reintrodurre reali caratteri-
stiche di moneta per l’oro, e limitandosi a regolarizzarne il piede di coniazione389.
Diocleziano tentò però anche la restaurazione di una forte moneta d’argento, tradi-
zionale cardine del sistema monetario romano, che avrebbe dovuto rallentare – aven-
do al contrario dell’oro non solo un valore intrinseco degno di nota, ma anche un va-
lore in denarii determinato – l’aumento vertiginoso dei prezzi espressi in moneta divi-

385 Cfr., ad esempio, Callu-Barrandon, 1986, p. 588.


386 Cfr. cap. 1, n. 92. Mazzarino confermò anche in seguito la propria lettura dei fenomeni economico-
monetari del IV secolo: cfr. Mazzarino, 1974, pp. 91-93.
387 Cfr. Bratianu, 1938, pp. 65-66, che già attribuiva a Diocleziano la paternità del nuovo sistema basato sull’oro,
poi perfezionato da Costantino; Teall, 1967, p. 31: «To call Constantine a revolutionary is to abuse the term».
388 Cfr. Wolters, 1999, pp. 409-410; Strobel, 2004, pp. 72-74.
389 Diocleziano non introdusse dunque, come vorrebbe Pankiewicz, 1989 (cfr. p. 80), un vero e proprio mo-
nometallismo aureo (cosa che non fece neppure Costantino). Si noti comunque che lo studioso polacco, dopo
aver attribuito questa manovra a Diocleziano, non esita comunque, secondo la lettura storiografica diffusa, a
riconoscere a Costantino «le fondement du système monétaire sur la monnaie stable en or» (p. 87).
138 CAPITOLO SECONDO

sionale390. Gli sforzi imperiali, almeno in parte ancora entro le linee-guida che paiono
aver informato la politica economica del III secolo391, andavano perciò nella direzione
di un tentativo di mantenere ad un certo livello il potere d’acquisto delle monete di
argento e di bronzo e di non far salire il prezzo dell’oro troppo rapidamente392.
Anche questi provvedimenti non erano certo ispirati alla generosità ed al buon
cuore degli Augusti, al loro essere favorevoli alle classi subalterne393: ciò che si cer-
cava era, ovviamente, l’utilità dello Stato394. Nel sistema fiscale della tetrarchia un
ruolo determinante era svolto dagli acquisti forzosi con cui l’amministrazione impe-
riale si procurava viveri e beni: l’imposizione di un calmiere di prezzi – come già si è
accennato – aveva uno scopo evidente proprio in relazione a questo, non regola-
mentava tanto (e forse niente affatto) i commerci privati quanto le transazioni (e i
rapporti di lavoro, vista la presenza nell’editto anche di indicazioni relative a stipen-
di) in cui fosse coinvolto direttamente lo Stato395, con un vero «supplemento fiscale
non confessato»396. Era quindi stata praticata una politica in sostanza “ribassista”
non – come già si è detto – per creare una moneta aurea “forte”, ma al contrario per
mantenere il potere d’acquisto del divisionale al di sopra di una soglia considerata
“minima”397. Ne conseguiva, oltre alla possibilità per lo Stato di procurarsi prodotti
(e oro: se è vero che allo stesso prezzo ribassato il metallo era anche ceduto è vero al-
tresì che questo accadeva solo dove la cifra fosse contabilizzata in divisionale, ed in
generale l’autorità centrale risulta assai più “acquisitrice” e “compratrice” di metallo
che non “venditrice”) a un prezzo controllato, anche una manovra di tutela nei con-
fronti di esercito e funzionariato, come vedremo a breve.
La pressione operata dalla sproporzione tra domanda ed offerta nei confronti
dell’oro era impossibile da comprimere: chiunque potesse continuava a cercare di
procurarsi moneta aurea a scopo di tesaurizzazione. La moneta in argento ed in
bronzo non ottenne infatti i risultati sperati: il prezzo dell’argento non coniato
giunse a superare quello dell’argento coniato398, e l’autorità emittente si vide co-
stretta – nella scelta deliberata di non ridurre il fino delle monete – a procedere ad
un raddoppio del valore nominale di alcune delle valute circolanti (certamente le

390 Non credo che non sia possibile la permanenza di un sistema “nominale” argenteo e bronzeo accanto ad uno
“ponderale” in oro, come sostiene De Martino, 1998 (cfr. p. 109) senza addurre però una spiegazione per questa
convinzione. Questo non dà però la certezza che in età dioclezianea l’amministrazione statale utilizzasse già una
“contabilità oro” di cui non vi è alcuna traccia sicura, al contrario di quanto ritiene Durliat, 1993, cfr. pp. 127-128.
391 Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 94-95; Callu, 1969, pp. 330-340; Condorelli, 1971, p. 34; Bravo Castañeda,
1980, p. 299.
392 Cfr. Lo Cascio, 1993b, pp. 161-164.
393 Così, invece, Mazzarino, 1951, p. 95.
394 Cfr. Lo Cascio, 1995, pp. 492-493.
395 Cfr. Bücher, 1894, pp. 215-216; Durliat, 1993, p. 133.
396 Cfr. Carrié, 1981, pp. 445-446; Carrié, 1993a, pp. 305-306; Carrié, 1994b, pp. 55-57; Corcoran, 1996,
p. 215.
397 Cfr. Bolin, 1958, p. 325.
398 Il prezzo dell’argento non coniato nell’Editto dei Prezzi è 6000 denarii la libbra; prima del raddoppio del
valore nominale dell’argenteus del I settembre 301 una libbra di argento coniato, cioè 96 monete, era pari a
4800 denarii. Cfr. Aubert, 2003, p. 253.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 139

due contenenti argento, l’argenteus da 1/96 di libbra ed il radiato grande), attraverso


il cosiddetto editto di Afrodisia, ed all’emissione del calmiere dei prezzi399. Il prezzo
dell’oro non poteva però in alcun modo essere sottoposto a sottovalutazioni simi-
li400: come si è visto, mentre le tariffe indicate dall’Editto dei Prezzi per alcuni pro-
dotti acquistati dallo Stato rimasero in vigore per decenni, il prezzo di 72 000 dena-
rii per una libbra d’oro crollò rapidamente, e la politica economica imperiale proce-
dette semplicemente nella direzione dell’introduzione di imposte in metalli preziosi,
che non ponevano alcun problema di requisizione e rimborso401. Una conferma
viene dalla constatazione del fatto che negli anni immediatamente successivi alla
“revoca” dell’editto, e quindi alla “liberalizzazione” del valore del metallo giallo, il
prezzo in oro delle merci scese402: il metallo cresceva di prezzo sul libero mercato
più velocemente degli altri beni. Questa iniziativa, attribuita generalmente a Co-
stantino403, è, come si è visto, in realtà un portato dell’epoca della cosiddetta “se-
conda tetrarchia”. Costantino non fece altro che continuare sulla stessa strada, non
imponendo nuove forme di controllo sul prezzo dell’oro.
I fenomeni principali che contraddistinguono la circolazione monetaria del IV
secolo erano quindi già in atto prima dell’ascesa al potere di Costantino, e non si
può ascrivere a lui il crollo del valore della moneta di rame. Quanto al supposto
grande incremento della coniazione dell’oro, in cui si è voluta talora vedere, come
già accennato, la profusa largitio dell’anonimo de rebus bellicis404, va considerato con
estrema cautela. Data per certa l’estrema aleatorità dei tentativi di quantificazione
della produzione monetaria, sia a favore che contro questa lettura, va messo in evi-
denza come recenti studi quantitativi abbiano sostenuto che tale incremento non è
reale, e che il periodo 318-340 fu caratterizzato da emissioni moderate405.
In secondo luogo, è bene notare che l’aumento della quantità di metallo giallo in
circolazione avrebbe potuto non essere stata una mossa così “azzardata” e “incoscien-
te”: doveva infatti essere diffusa la consapevolezza che l’aumento costante e progressi-
vo del prezzo dell’oro dovesse dipendere da una sproporzione incolmabile tra doman-
da e offerta. Si può pertanto pensare di risolvere il problema proprio aumentando la
quantità di oro sul mercato, sperando di rallentare l’ascesa del suo valore. Quanto alle
conseguenze, una spiegazione alla luce dell’equazione di Fisher vorrebbe che l’intro-
duzione di una grande quantità di oro sul mercato, infatti, non fosse solo l’aumento

399 Cfr. p. 50. È chiaro che di fronte al raddoppio del valore nominale delle monete ci si aspetta dai mercati
un’unica reazione, e cioè un aumento, fino al raddoppio, dei prezzi (si tenga però presente anche l’ipotesi che
l’inflazione connaturata al provvedimento di “Afrodisia” possa essere, come sostenuto da Mathieu, 1985, cfr.
p. 234, volontaria, dettata dal “desiderio di diminuire i propri debiti aumentando, nel contempo, i propri
mezzi per pagarli”, e dunque non solo “attesa” come conseguenza del raddoppio dei nominali ma attraverso
questo in certo qual modo ricercata).
400 Cfr. Carrié, 1981, p. 446.
401 Cfr. Bagnall, 1985b, pp. 302-303.
402 Cfr. Lo Cascio, 1993b, pp. 167-168.
403 Cfr. ad es. West, 1916, p. 303.
404 Cfr. Lo Cascio, 1995, p. 482; Fusco, 1998, pp. 310-311; Bravo Castañeda, 2001, p. 166; Corbier in
CAH XII2, p. 346.
405 Cfr. Depeyrot, 1996a, p. 23.
140 CAPITOLO SECONDO

della disponibilità di una merce per venire incontro alle esigenze della domanda, ma
anche – in virtù del singolare statuto di moneta-non moneta di questo metallo – un
improvviso ed impressionante aumento della quantità di circolante406.
Questo avrebbe significato però un’inflazione che riguardasse primariamente
proprio il circolante incrementato, e determinasse quindi un aumento dei prezzi e-
spressi in oro, e quindi una perdita di potere d’acquisto del metallo giallo, che non
risulta invece attestata. Volendo istituire, invece, un’equazione separata per il solo
divisionale, dire che i prezzi aumentano perché aumenta la velocità di circolazione
di una moneta in cui non si ripone più fiducia è certamente più ragionevole407, ma
rischia di perdere di vista che un’ampia parte della popolazione maneggia divisiona-
le perché non può fare altrimenti, e non ha i mezzi per accostarsi alla valuta aurea.
Presso questi la velocità di circolazione non può essere aumentata. Piuttosto, le con-
tinue riforme della moneta enea, che ne innalzano continuamente il valore nomina-
le, come vedremo in parte in seguito, possono essere ritenute causa di una perdita di
fiducia, che determina quindi inflazione.
Ma un aumento solo di dimensioni ridotte della quantità d’oro circolante, quale
fu quello reale, come si è detto408, non poteva avere alcun risultato semplicemente
perché la domanda d’oro non poteva essere soddisfatta, in quanto domanda di per
se stessa portata all’accumulo e non al consumo409. Sono pochi i casi in cui le fonti
indichino in un grande afflusso di oro la causa di una diminuzione del prezzo di
questo: è il caso dell’inizio di uno sfruttamento di miniere presso i Taurisci, la cui
importanza sembra però assai enfatizzata410, e del ritorno di Cesare dalla Gallia con
i tesori lì depredati dai santuari e dalle città411. Si trattò però in quel caso di un af-
flusso “istantaneo” di una grande quantità di metallo prezioso, così come in occa-

406 Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 99-100. Si tenga sempre presente, però, che anche volendo continuare a tenere in
considerazione l’equazione di Fisher, nonostante le recenti critiche da parte degli economisti alla teoria quantitati-
va della moneta, essa contiene delle variabili (oltre a prezzi e quantità di moneta, quantità delle merci e velocità
della circolazione) che non sono in alcun modo conoscibili per le epoche antiche: ne consegue la necessità di po-
stularle – con assai pochi argomenti a sostegno – costanti (cosa che, puramente a logica, se può funzionare per la
velocità della moneta va assai meno bene per la quantità di merci sul mercato). In sostanza, non possediamo dati a
sufficienza per poter utilizzare l’equazione di Fisher in riferimento al mondo antico: cfr. già Lopez, 1961, p. 60.
407 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 90.
408 Cfr. Depeyrot, 1996a, p. 34: «L’auteur du de rebus bellicis, en accusant Constantin d’avoir procédé à des
grandes émissions d’or prit en compte davantage la mesure de l’impact psychologique de la frappe des stock
orientaux que celle de l’impact réel des émissions dans la circulation monétaire».
409 Cfr. Cipolla, 1961, p. 622. Di «feedback loop» parla Depeyrot, 2006, cfr. pp. 239-240.
410 Strab. IV, 6, 12, informazione tratta da Polibio. Si sarebbe trattato di una miniera in cui l’oro era estraibi-
le senza alcuna difficoltà già molto puro; sfruttato dagli Italici, accorsi in loco, insieme ai Taurisci, il giacimen-
to avrebbe prodotto talmente tanto da far calare il prezzo dell’oro in Italia di un terzo. I Taurisci avrebbero
però a questo punto cacciato gli Italici, impedendo loro di proseguire nello sfruttamento della miniera. Si ri-
cordi peraltro che l’episodio si riferisce ad un’epoca in cui lo Stato romano non produceva ancora valuta aure-
a. Cfr. Howgego, 1992, p. 7; Wolters, 1999, p. 372.
411 Suet., Vita Caes. 54, 2: In Gallia fana templaque deum donis referta expilavit, urbes diruit saepius ob prae-
dam quam ob delictum; unde factum, ut auro abundaret ternisque milibus nummum in libras promercale per
Italiam provinciasque divenderet. Si ricordi però anche in questo caso che l’oro all’epoca non era ancora conia-
to regolarmente, e subiva quindi sollecitazioni diverse rispetto a quelle di una “moneta-non moneta” come era
invece nel IV secolo. Cfr. Wolters, 1999, p. 373.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 141

sione dell’assedio di Gerusalemme: una volta caduta la città, che si distingueva per
una particolare ricchezza di metallo prezioso, tale da far valere qui un tasso di cam-
bio con l’argento diverso rispetto all’area circostante (Joseph., Bell. Iud. V, 550),
l’ampia quantità d’oro riversatasi istantaneamente nelle mani degli assedianti avreb-
be causato una notevole riduzione del prezzo del metallo nella provincia di Siria
(Joseph., Bell. Iud. VI, 317: un evento dunque di rilevanza solo regionale)412. Nulla
di quanto detto è paragonabile a quanto avvenne in età costantiniana. Se è vero in-
fatti che i templi pagani contenevano di certo grandissime masse di oro ed argento,
è certo che Costantino non le sequestrò tutte istantaneamente, ma diede semplice-
mente avvio ad una politica di “spoliazione” che attraversò l’intero quarto secolo413:
l’afflusso d’oro sul mercato fu certamente lento e prolungato, e dunque di scarso
impatto sul livello del prezzo del metallo.
La durata di questi effetti, inoltre, non sembra essere mai stata notevole, ed in
sostanza la domanda di metallo, allo scopo della tesaurizzazione, sembra aver sem-
pre in breve tempo di nuovo sormontato l’offerta414. Aumentando la quantità d’oro
in circolazione, infatti, e allargando la cerchia di persone che lo ricevono, non si fa
che aumentare il numero di coloro che desiderano tesaurizzare in quel metallo, e
non si ottiene quindi alcun risultato in merito ad una riduzione della domanda415.

412 Si tenga presente che siamo in un contesto in cui circola una moneta provinciale, che non ha un cambio
fisso rispetto alla valuta romana: cfr. Wolters, 1999, p. 373. Qualcosa di analogo accadde forse in età traianea
con l’acquisizione non tanto delle miniere, quanto dei tesori dei Daci, ma né in relazione a questo evento, né
in relazione al bottino egiziano di Ottaviano o alla guerra persiana di Settimio Severo le fonti ci danno alcuna
notizia (cfr. Howgego, 1992, p. 5; Wolters, 1999, pp. 374 e 401-402).
413 Il saccheggio dei templi durò per tutto il IV secolo, intensificandosi in realtà in modo particolare verso la
fine di questo: per l’epoca teodosiana ad esempio cfr. Lib., Or. XXX, 11, o PO, I, p. 347, ove si data a questo
periodo la spoliazione di tutti i templi egiziani e la concessione delle loro ricchezze al patriarca Teofilo di Ales-
sandria. Non può dunque essere accolta appieno la versione dell’anonimo, né quella, che ne deriva, di Depe-
yrot, 2006 (cfr. p. 237), secondo cui Costantino «promptly and brutally converted into coin» tutte le enormi
riserve metalliche dei templi pagani.
414 Adam Smith sottolineò come fosse assai arduo che l’aumento della quantità di oro potesse diminuirne il
prezzo (Smith, 1776, p. 219: «la quantità di rame e di ferro portata annualmente dalle miniere sul mercato è
incomparabilmente maggiore di quella di oro e di argento. Non per questo si immagina però che i metalli vili
possano moltiplicarsi al di là della domanda e diventare sempre meno cari. Perché allora ci si dovrebbe imma-
ginare che possano farlo i metalli preziosi?»). L’aumento dell’offerta di oro nel mondo moderno superò la do-
manda, causando un’effettiva riduzione di valore, solo in occasione dell’inizio dello sfruttamento delle miniere
americane (cfr. Smith, 1776, p. 205). Anche in quel caso, comunque, l’effetto non fu permanente, ma della
durata di circa un secolo, e forti critiche sono state levate, fin dagli anni ’50 (in particolare da C. M. Cipolla)
sull’ipotesi che, in conformità con l’equazione di Fisher, l’afflusso di oro potesse provocare non solo una di-
minuzione del prezzo del metallo ma un generale aumento dei prezzi. Ad ogni modo, in seguito la tendenza
all’accumulo riportò la domanda al di sopra dell’offerta, causando un’ulteriore crescita nel prezzo. Di riduzio-
ne della domanda di oro nel tardo impero parlava invece, senza in realtà alcuna base fattuale, Michaelis, 1897,
cfr. p. 19. Le forme stesse di tesaurizzazione, al contrario, parlano nel senso di una decisa preferenza per l’oro
come forma di “wealth storage”, e di una sua richiesta, non necessariamente soddisfatta, come mostra anche
PHerm 11, il cui testo è riportato a p. 94: «qualora tu trovi dell’oro, compralo». Analoga l’espressione di PSI
VII, 825, su cui torneremo a breve. Anche Mazzarino, 1951 ritenne che l’aumento dell’oro in circolazione
dovesse portare ad una riduzione del suo valore, con perdita di potere d’acquisto, e che contro questo si sca-
gliassero le aristocrazie terriere, la cui voce è riflessa nell’Historia Augusta (cfr. pp. 56-57). Fermo restando che
è difficile dimostrare che nelle condanne della prodigalità imperiale ci sia qualcosa che va oltre il luogo comu-
ne moralistico, valgono anche in questo caso le osservazioni appena sopra condotte.
415 Al di là del fatto che l’oro, moneta-merce, è sottoposto a sollecitazioni diverse da quelle della moneta-
142 CAPITOLO SECONDO

Questo è ancora più vero dal momento che Costantino prese la decisione – questa
sì a lui interamente ascrivibile – di versare quantità sempre maggiori di metalli pre-
ziosi alle truppe, nella forma dei donativi. La causa fu probabilmente la volontà di
mostrare una grandiosa generosità nei confronti degli eserciti, grazie ai quali l’Impe-
ratore aveva ottenuto il proprio potere nel corso delle guerre civili, e che dovevano
essere fidelizzati (e su questo – già si è detto – si appuntano le critiche di numerosi
autori) anche per garantirsi da eventuali usurpazioni. In questo senso va per l’ap-
punto intesa la largitio di cui parla il de rebus bellicis, che reca copia auri nelle case
dei ricchi e di coloro che in oro ricevevano i loro stipendi, di coloro, in sostanza,
che hanno la possibilità di tesaurizzare in questo metallo, così da acuire – in questo
sistema a doppia circolazione – il divario tra ricchi sempre più ricchi e poveri sem-
pre più poveri, in modo perfettamente rispondente alle dinamiche fin qui delinea-
te416: Ex hac auri copia privatae potentium repletae domus in perniciem pauperum cla-
riores effectae, tenuioribus videlicet violentia oppressis. (De reb. bell. 2, 4).
Dell’intero controverso testo dell’anonimo si è quindi fornita una spiegazione
assolutamente plausibile: Costantino decise di distribuire alle truppe oro. Questo
oro però non fece altro che essere accumulato e tesaurizzato nelle case di chi potesse
permetterselo, “istituzionalizzando” quella doppia circolazione monetaria che
diventava sempre più causa ed emblema di una forte stratificazione sociale.
Di fronte a un provvedimento del genere lo Stato si trova quindi a dover affron-
tare uscite di oro assai più cospicue di prima, ed a dover trovare il modo di pareg-
giarle con le entrate417. Vi si provvide quindi con l’introduzione di imposte pagabili
in metallo prezioso418, tra cui, in particolare, il crisargiro419. Con gli anni ’20 del IV
secolo, inoltre, abbiamo anche l’ultima attestazione di una coemptio di metalli pre-
ziosi: il rimborso viene ora soppresso, e la sunwnÁj risulta una ulteriore vera e pro-
pria imposta pagabile in oro420. L’abolizione del “pagamento” dell’oro riscosso com-
porta, di necessità, che lo Stato non abbia più un interesse diretto nel contenimento
del prezzo del metallo prezioso; al contrario, lasciandolo crescere vede aumentare il
proprio potere d’acquisto.
Per quanto abbia aumentato la produzione di “medaglioni” d’oro rispetto ai suoi
predecessori, risultando quindi, anche in questo senso, precorritore di Costantino421,

segno, si ricordi che già Bodin e Davenant ritenevano che la moneta fosse, al pari degli altri beni, sottoposta
alle sollecitazioni della domanda. Il concetto di “domanda di moneta” è poi stato alla base delle revisioni della
“teoria quantitativa”, ad opera di Marshall, Pigou, Keynes, e soprattutto di M. Friedman e della Scuola di
Chicago: cfr. Mathieu, 1985, pp. 121-130.
416 Cfr. Giardina, 1989, pp. XXIX-XXX.
417 Cfr. Dupont, 1963, pp. 178-179.
418 Cfr. Depeyrot, 1991b, pp. 168-169; Carrié, 2003c, p. 186 («l’impôt en or s’affirme progressivement à
partir des années 330»); Corbier, in CAH XII2, pp. 383-385.
419 Cfr. Noethlichs, 1985, p. 107.
420 L’ultima attestazione sembrerebbe del 329: cfr. Bagnall-Worp, 1977. Cfr. anche Carrié, 1994b, p. 56. Se-
condo Carrié, 1981, cfr. pp. 433-434, però, anche l’espressione aurum comparaticium di CTh VII, 6, 3 (377)
– generalmente intesa come sinonimo di aurum tironicum (cfr. Mazzarino, 1951, p. 240) – sarebbe equivalen-
te a coemptio auri, e indicherebbe questa imposizione fiscale.
421 Cfr. Callu, 1969, p. 417; Depeyrot, 1991b, pp. 76-78.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 143

Diocleziano aveva lasciato in moneta divisionale non solo gli stipendi di militari e
funzionari, ma anche buona parte dei donativi: questi erano infatti forniti in oro in
circostanze eccezionali422. Così, se è vero che, ad esempio, il tesoro di Arras contiene
numerose monete d’oro (370) da collegare a distribuzioni di questo genere, è vero al-
tresì che esso doveva essere costituito dai risparmi di un alto ufficiale, che aveva attra-
versato una carriera lunga e di successo, al punto di prendere parte a tutte le distribu-
zioni celebrative dal 250 al 310423. Rientrava infatti nella pratica dioclezianea l’uso,
attestato dalle fonti, di elargire metalli preziosi ai gradi più elevati, divisionale invece
alla massa dei soldati: Massimino Daia, secondo Lattanzio, satellites universos, quorum
numerus ingens erat, pretiosis vestibus et aureis nummis expungeret, gregariis et tironibus
argentum daret (De mort. pers. 37, 5). Si noti anzi come Lattanzio adduca a colpa
dell’Imperatore l’avere concesso donazioni in oro ad un numero eccessivo di persone,
rivelando così che si trattava di un uso ancora non consolidato.
E così numerose altre testimonianze, relative a personaggi di grado inferiore, che
costituivano il nerbo delle forze armate, ci riferiscono di donativi in moneta divi-
sionale. Le oscillazioni del valore dell’oro sul mercato, di cui si è vista l’ampiezza,
rendono infatti necessario leggere i donativi il cui ammontare è definito in denarii,
e risulta una cifra sostanzialmente fissa, come realmente distribuiti in moneta divi-
sionale424. Tra questi ha il massimo rilievo il papiro Beatty Panopolis 2, la già citata
raccolta di lettere del procuratore Aurelio Isidoro allo stratego Apolinarius. Vi è qui
una lunga serie di pagamenti di stipendi e donativi, relativi agli anni 299-300, tutti
espressi in denarii425. I donativi annuali risultano essere di 2500 denarii a testa (tipo
A, per l’anniversario imperiale), mentre un secondo donativo (tipo B) per il conso-
lato dei Cesari ammonta a 1200 denarii426: è evidente che queste cifre dovessero es-
sere versate almeno in parte in argento e/o bronzo, dal momento che un aureus ave-
va ora un valore oscillante che si aggirava intorno ai 1000 denarii427. Alcuni anni
prima, nel 293, un papiro in latino aveva registrato pagamenti ad equites promoti
pari a 820 num(morum? mis?) (sestertii), quindi in contante, ed in divisionale428. In
una data non precisata, ma non molto posteriore al luglio 306, inoltre, è attestato,
oltre allo stipendio, anche un donativo per il dies imperii di Costantino pari ancora
422 Si tenga presente però che ciò che è importante non è il metallo in cui stipendi e donativi fossero effetti-
vamente versati, quanto quello in cui essi fossero contabilizzati. La pratica di distribuire alle truppe donativi in
metalli preziosi, e soprattutto oro, sembrerebbe essere stata già messa in atto, in circostanze ovviamente assai
diverse, da Caracalla e Severo Alessandro: cfr. De Blois, 2002, pp. 101-104.
423 Cfr. Bastien-Metzger, 1977, pp. 212-213.
424 Contra, Bastien, 1988 (cfr. p. 27), che ammette però che i donativi previsti dal papiro Beatty Panopolis
furono necessariamente pagati in moneta divisionale (cfr. p. 33).
425 Cfr. Bastien, 1988, pp. 32-33; Depeyrot, 2006, pp. 245-246..
426 Cfr. Duncan Jones, 1990, cfr. pp. 105-117 e 218-221. I calcoli precedenti di Jones, 1964, vol. III, pp. 187-188,
indicavano invece l’ammontare dei donativi annuali, per l’anniversario di regno, in 625 denarii, 1250 solo per equites,
vexillationes e legioni negli anniversari degli Augusti (cfr. anche Carrié, 1978, pp. 228-229). I dati numerici proposti
da Duncan Jones sono oggi ampiamente accettati; la questione non è qui di nostro diretto interesse, dal momento
che quello che qui preme è la constatazione del computo in divisionale, in particolare dei donativi, che anche a detta
di Duncan Jones (p. 117) cominciano a costituire una parte assai consistente delle entrate annuali dei militari.
427 Cfr. pp. 50-53. Cfr. Carrié, 1978, p. 236.
428 PGrenf II, 110 = ChLA III, 205 = Fink, 1971, 86.
144 CAPITOLO SECONDO

a 2500 denarii (POxy VII, 1047)429. Dal confronto tra questo testo e il papiro di
Panopoli sembra che sia intervenuto un raddoppiamento dello stipendio di un pra-
epositus da 18 000 denarii a quadrimestre a 36 000 (in concomitanza con l’Editto di
Afrodisia?)430; la salvaguardia del potere d’acquisto dei soldati passa dunque attra-
verso il mantenimento di un pagamento computato, e probabilmente versato, a
giudicare ad esempio dai rinvenimenti archeologici del forte di Vemania, sul lago di
Costanza431, in divisionale.
Sembrerebbe essere d’oro, invece, il donativo (donum militibus) che San Tipasio
rifiuta di ricevere dalle mani di Massimiano, proclamandosi Christi miles432. Biso-
gna però considerare che la passio è sicuramente stata redatta in un momento poste-
riore, quando i donativi erano erogati in metallo prezioso433, e soprattutto che, a
scopo agiografico, è certamente di maggior effetto il rifiuto di una grande ricchezza,
quale l’oro evoca nella mente del lettore, rispetto a quello di una manciata di mone-
te di bronzo. Non si può poi certo escludere che avvenissero già in epoca dioclezia-
nea anche distribuzioni di metalli preziosi in circostanze particolari: si è detto che
l’epoca tetrarchica mostra già un primo avvio anche in questa direzione.
È quindi probabilmente legittimo pensare che tra gli scopi di Diocleziano nel
mantenere entro certi limiti l’ascesa del prezzo dell’oro – o addirittura come fine
principale – vi fosse la volontà di tutelare il potere d’acquisto dell’esercito – impor-
tantissimo motore di sviluppo economico nel mondo romano, che svolge sempre
un ruolo fondamentale nel determinare le occasioni di coniazione e distribuzione,
quindi messa in circolazione, della moneta –434 e dei funzionari435, mantenendo ar-
tificialmente elevato il potere d’acquisto del divisionale senza passare a pagarli in
metallo prezioso, nonostante questa misura finisse col colpire, indirettamente, i de-
tentori d’oro. Non mi sembra del tutto plausibile l’ipotesi che questo avvenisse per-
ché la tetrarchia subiva una carenza di metallo che Costantino avrebbe risolto con le
requisizioni nei templi pagani436. Mi sembra invece che tra il voler preservare il po-
tere d’acquisto del divisionale, e mantenere l’oro ad un prezzo non eccessivamente

429 Cfr. Bastien, 1988, pp. 19 e 33-34; Delmaire, 1989, p. 536.


430 Cfr. Hendy, 1985, pp. 458-461; Hendy, 1993b, p. 332.
431 Cfr. Hendy, 1993b, pp. 330-331.
432 Anal. Boll. IX (1890), pp. 117-118.
433 Alla fine della passio vi è indicazione dell’ascesa al potere di Costantino. Terminus post quem della compo-
sizione è quindi certamente il primo quarto del IV secolo, ma la redazione è da collocare con ogni probabilità
ancora più tardi.
434 Cfr. Carrié, 1978, pp. 240-241; Chameroy, 2004 (soprattutto p. 148). Rientra certamente tra le iniziative
dioclezianee mirate alla tutela dell’esercito e del funzionariato anche la definitiva riorganizzazione dell’annona
militaris: cfr., tra gli altri, Cérati, 1975, pp. 103-105.
435 Cfr. Várady, 1962, p. 404; Noetlichs, 1985, p. 115. Anche gli stipendi dei funzionari civili erano infatti paga-
ti in divisionale, come mostra il caso del retore Eumenio: Pan. Lat. IX (4), 11; cfr. Chastagnol, 1980b, p. 226. Mi
sembra difficile, invece, che Diocleziano potesse avere a cuore la situazione degli strati sociali inferiori, e che tute-
lasse il divisionale per difendere il loro potere d’acquisto, come ha invece sostenuto S. Mazzarino (cfr. n. 393), at-
tribuendo alla tetrarchia una politica economica “giulianea”. D’altro lato, non si può nemmeno certo ridurre la
manovra del raddoppio dei valori nominali a semplice effetto della scarsità di argento, con la finalità di dare a sol-
dati e funzionari in stipendio la metà del metallo, come invece ritiene Brandt, 1988 (cfr. p. 29): cfr. pp. 138-139.
436 Cfr. Carrié, 1978, cfr. pp. 244-245.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 145

elevato, anche per gli acquisti forzosi operati dallo Stato, ed il continuare a pagare
stipendi e donativi in argento e bronzo, “forzandone” quindi in un certo senso la
circolazione, ci sia piena identità di scopi.
Una immediata ed evidente conferma degli intenti di Diocleziano in rapporto ai
pubblici salariati si ottiene a leggere il celeberrimo preambolo dell’Editto dei prezzi
(Ed. Diocl. et Coll., p. 136, rr. 92-106 Giacchero)437. Il riferimento qui presente ai
soldati incredibilmente depauperati dall’inflazione non può in alcun modo essere
considerato un topos438: al contrario, i luoghi retorici vanno sempre in direzione e-
sattamente opposta, e ritraggono un esercito avido, che devasta le campagne e ruba i
frutti del lavoro dei civili439. Sono così note numerose disposizioni di legge, nel III e
IV secolo, che additano le illegalità commesse dai soldati440, così come numerosi
passi letterari che lamentano questo tipo di soprusi441. Lo stesso calmiere dioclezia-
neo, tra l’altro, sarà interpretato da Malalas, in modo diametralmente opposto, co-
me studiato per proteggere i cittadini dagli abusi che potessero essere perpetrati ¢pÕ
tîn stratiotîn (XII, 38), e l’editto con cui Fulvius Asticus, governatore di Caria,
promulga l’Editto dei prezzi trascura completamente, ed in modo presumibilmente
intenzionale, come ha sostenuto H. Brandt, proprio le indicazioni relative all’eser-
cito, la cui “popolarità” presso l’opinione pubblica non doveva essere molto alta442.
L’attenzione all’esercito, ed al funzionariato, è dunque un movente determinan-
te della politica economica imperiale: è ovvio, d’altronde, che attraverso questi
l’autorità centrale poteva esercitare il proprio controllo e governare l’Impero443. Co-
stantino, per garantirsi la fedeltà dei soldati, e con lo scopo aggiuntivo di attrarre a
sé coloro che militavano per gli altri titolari del potere imperiale, radicalizzò a sua
volta le iniziative dioclezianee444; le distribuzioni di oro furono cioè aumentate e
soprattutto generalizzate445, sfruttando, a quanto pare, un modello nella creazione

437 Cfr. Bravo Castañeda, 1980, pp. 243-247; Noethlichs, 1985, pp. 103-104; Corcoran, 1996, p. 211;
Brandt, 2004a, p. 49.
438 Non si entra qui nel merito della questione se il riferimento ad aumenti di prezzi superiori a otto volte
siano realistici o una semplice iperbole del legislatore.
439 Cfr. Blockley, 1992, pp. 98-99; Mitthof, 2001, vol. I, pp. 13-18; Marcone, 2002, p. 361; Brandt, 2004a, p.
51, e tutte le fonti ivi citate. Di ricchezze dello Stato depauperate dall’esercito parla Ursulo in Amm. XX, 4, 4.
440 Cfr. ad esempio SEG XXXVI, 1186 (213); IGRR IV, 598 (244-247).
441 In una sua allocuzione alle truppe, ad esempio, Giuliano avrebbe ricordato ai propri soldati di non ab-
bandonarsi ad eccessi ai danni dei privati cittadini: Amm. XXIV, 5, 8.
442 L’editto dei prezzi attribuisce invece la responsabilità maggiore dell’incremento dei prezzi ai commercianti.
Cfr. Crawford-Reynolds, 1975, p. 162, e traduzione e commento del testo offerti da Lewis, 1991-92; Brandt,
2004 a, pp. 50-51.
443 Cfr. Continisio, 1985, p. 105 e Haldon, 1993, p. 9: «The less power the state or the emperor had over
individuals (in respect of determining, or appearing to be able to determine, the career and life-chances of in-
dividuals within imperial service, for example), the less they had over the state apparatus and the empire’s ter-
ritory and resources as a whole».
444 Cfr. Delmaire, 1989, p. 558. È possibile che alla base del cambiamento costantiniano vi fossero anche le nuo-
ve necessità dell’esercito comitatense, come suppone Depeyrot, 1991b (cfr. p. 170), ma ritengo che la fidelizza-
zione delle truppe fosse il movente sostanziale del cambiamento dal pagamento in bronzo a quello in oro.
445 Cfr. Corbier in CAH XII2, pp. 352-353; Banaji, 2006, pp. 268-269. L’uso del donativo quinquennale in
oro è messo in evidenza anche in Lib., Or. XXII, 4.
146 CAPITOLO SECONDO

del quale giocò un ruolo fondamentale, e scarsamente riconosciuto, Licinio446. Tut-


ti i donativi di ascesa al trono – come già si è detto – furono così presumibilmente
resi pari a una libbra d’argento più 5 solidi: non a caso, una delle prime azioni
compiute dagli usurpatori è sempre la coniazione di solidi per il donativo alle trup-
pe447. Questa cifra resterà canonica per molto tempo: è infatti ancora attestata per
Marciano, quindi per Leone I, Leone II, Anastasio e Giustino I448. Solo nel 578 ri-
sulta modificato, per un donativo interamente aureo di 9 solidi449. La distribuzione
per i quinquenni di regno di 5 solidi, attestata ad esempio da Zach. Rhet. VII, 8 per
il regno di Anastasio, deve essere anche di ideazione costantiniana: questa fu sospesa
– anche se è incerto se in modo definitivo – da Giustiniano450.
Infine, è bene notare che anche le celebrazioni legate all’adventus imperiale, in
precedenza condotte prevalentemente con distribuzione di moneta divisionale, ini-
ziarono a prevedere largizioni in oro a partire dal regno di Costantino451. Certo, an-
che monete in bronzo continuano ad essere coniate per le distribuzioni, ma sono in
numero decisamente inferiore rispetto a quelle di argento e bronzo, e sono legate
più a congiaria e sparsiones che a donativi alle truppe. Ancora, sono note fibule d’oro
a nome di Costantino la cui realizzazione e distribuzione non può che essere legata a
donativi all’esercito452.
Theodor Mommsen, nella sua monografia del 1860 sul sistema monetario ro-
mano, indicò – come molti dopo di lui, forse anche sulla scorta della sua autorità –
in Costantino l’autore di una nuova massiccia coniazione in oro, che ridesse solidità
alla moneta imperiale453. In anni successivi, in realtà, sembra – a giudicare dagli ap-
punti di alcune Vorlesungen recentemente pubblicati – che avesse cambiato radical-
mente idea, e avesse ritenuto Diocleziano il reale artefice della riforma monetaria
tardoimperiale, additando in Costantino l’autore di una vera e propria bancarotta di
Stato454. È certamente necessario sfumare la drasticità delle tesi mommseniane, e
soprattutto il moralismo delle sue valutazioni; ciononostante, è forse questo più tar-
do modo di vedere del grande storico tedesco, pur mai pubblicato in forma autogra-
fa, quello che più si avvicina ad una possibile ricostruzione della genesi dell’“anco-
ramento all’oro” tardoantico: Diocleziano di fatto accettò uno status quo, lasciando
– per volontà o per una reale impossibilità di tornare indietro – l’oro in quella con-
dizione di moneta-non moneta in cui lo aveva posto il III secolo; tentò però un

446 Sul notevole incremento della pratica della distribuzione di oggetti di oreficeria ed argenteria sotto Lici-
nio, cfr. Baratte, 1975, p. 204.
447 Ad esempio, per Procopio cfr. Amm. XXVI, 7, 11; per Rufino, cfr. Claud., In Ruf. II, 341-342. Ma cfr.
anche il caso di Giuliano, che in Ep. Ath. 287 a mette in evidenza come, ribellatosi a Costanzo, abbia avuto
immediatamente la necessità di procurarsi oro ed argento.
448 Michael Syr. VIII, 11, 33; Const. Porph., De caer. I, 91-94.
449 Joh. Eph. III, 11. Cfr. Bastien, 1988, p. 23.
450 Procop., HA, 24, 27-29.
451 Cfr. Bastien, 1988, p. 26.
452 Cfr. Mowat, 1889.
453 Cfr. Mommsen, 1860, p. 832.
454 Cfr. Brandt, 2004b, p. 154.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 147

mantenimento del potere d’acquisto del divisionale, e soprattutto di mantenere il


prezzo dell’oro, per quanto oscillante, all’interno di certi limiti. Costantino, invece,
optò per una scelta diversa: per mantenere il potere d’acquisto degli eserciti bastava
dare loro in oro i donativi, a questo punto la parte di gran lunga più sostanziosa del-
le loro entrate455; il prezzo del metallo prezioso veniva lasciato così ad oscillazioni
sul libero mercato, che lo portarono a rapide ascese.
E così, gradualmente, tra il 320 e il 350 si vede nella documentazione una cre-
scente penetrazione dell’oro negli ambienti militari456, in concomitanza con una
generale promozione sociale degli appartenenti alle forze armate457. Lo rende assai
evidente un papiro (P Col VII, 188), contenente il testamento, datato al 14 marzo
320, di un centurione della vexillatio di equites promoti della II legione Traiana, pre-
sumibilmente giovane e agli inizi della carriera458. Le sue sostanze ammontano in
tutto a 8 monete d’oro, e 199 talenti e mezzo (cioè 299 250 denarii). Carrié ha mo-
strato come, per ottenere questa cifra, Valerius Aion debba avere convertito in
bronzo buona parte dei donativi, se gli erano stati consegnati in oro459. Ora, sicco-
me è improbabile che si decidesse di cambiare in moneta divisionale cifre così gran-
di, che superano certamente il bisogno quotidiano di moneta spicciola, e che si po-
tevano conservare in oro, il cui valore cresceva di giorno in giorno, dobbiamo de-
sumerne che gran parte degli introiti del nostro soldato fosse stata consegnata anco-
ra direttamente in moneta divisionale. Il cambio non doveva essere poi così facile,
data la grande richiesta di oro – di cui si è già parlato – e di una sua non così ab-
bondante diffusione nell’Impero460.
Se l’enorme quantità di monete divisionali (circa 108 000 pezzi) rinvenuti presso
Misurata, in Libia, tesoro chiuso forse entro il 333, fossero stati proprietà di un solo
individuo porterebbero ulteriore conferma a quanto appena detto; se si trattasse, in-
vece, del tesoro di un’unità militare, forse una vexillatio, come propone Garraffo461,
ci troveremmo di fronte alla conferma di una persistenza del bronzo nei pagamenti
militari nella prima metà del IV secolo (ma forse per gli stipendi, e non per i dona-
tivi?), e di una penetrazione graduale dell’oro in questi circuiti, da ascrivere anche
alla disponibilità del metallo stesso, come vedremo non particolarmente abbondan-
te in Africa. Negli anni 324-337, quando Costantino fu unico Augusto, troviamo
in ogni caso ancora tracce di versamenti non solo di stipendi, ma anche di donativi,
in divisionale (POxy VII, 1047; POxy LXIII, 4367). A partire dalla metà del secolo,

455 I donativi sembrano essere già in età dioclezianea la parte più consistente delle entrate, come sembra risul-
tare dai PBeatty Panopolis, ma in quel momento entrambi erano contabilizzati in divisionale; con al massimo
l’aggiunta di metalli non monetati (50 libbre d’argento ad un praepositus legionis in PBeattyPanop 2): cfr.
Marcone, 2002, pp. 259-260.
456 Cfr. Carrié, 1978, p. 234; Depeyrot, 1991b, p. 158; Carrié, 2000, p. 108.
457 Cfr. Banaji, 2001, pp. 50-51.
458 Cfr. Lewis, 1974, pp. 227-233. Copia del testamento è SB XX, 14379, altro papiro della Columbia
University.
459 Cfr. Carrié, 1978, pp. 237-238.
460 Cfr. supra pp. 139-141, e pp. 167-167.
461 Cfr. Garraffo, 1996, pp. 179-180.
148 CAPITOLO SECONDO

invece, la presenza dell’oro in ambiente militare è fortissima462: i militari prestano


anche solidi ai civili463. Alla promessa giulianea di un donativo in argentei dopo la
battaglia di Pirisabora, nel 363, la reazione dei soldati sarà di enorme scontento464, e
gli animi si sarebbero placati, secondo Ammiano, solo di fronte al miraggio della
spartizione dell’aurum con cui i Persiani avrebbero comprato a caro prezzo la pa-
ce465. Durante l’usurpazione di Procopio, infine, il largitionum apparitor di Valente
Venusto fugge a Cizico, anziché compiere l’incarico assegnatogli: ut […] aurum su-
sceptum stipendii nomine militibus per orientem diffusis viritim tribueret466. Ancora
più graduale la trasformazione subita dalle sportule dei duces: in natura sotto Co-
stantino (CTh VIII, 4, 6), quindi in argento con Giuliano (CTh VIII, 4, 9), diven-
gono auree solo sotto Teodosio II (CTh VIII, 4, 27). Questo non può però autoriz-
zare conclusioni diverse da quelle tratte finora, dal momento che questo pagamento
– peraltro assai specifico – mostra nel corso della sua storia una costante tendenza
all’“arretratezza”: i versamenti cioè, non sono mai adeguati alle volontà di coloro
che li ricevono, che presentano più e più volte rimostranze, fino ad ottenere le spe-
rate riforme quando ormai anch’esse non sono più desiderabili467.
Non appare del tutto estraneo, infine, il fatto che la biografia di Severo Alessan-
dro nell’Historia Augusta, ritraendo, come è noto, l’ultimo dei Severi come sovrano
modello, e quindi sottolineando la sua politica di risparmio, che ridusse le largitio-
nes al minimo468, rilevi come oro ed argento venissero da lui distribuiti solo ai sol-
dati (aurum et argentum raro cuiquam nisi militi divisit: Vita Alex. 32, 4): quando la
raccolta di biografie fu composta, quindi, non era più in alcun modo pensabile la
possibilità di privare la classe militare dell’oro. Lo dimostra anche Vita Diad. 2, 1,
ove si indica in 5 e 3 aurei rispettivamente il donativo offerto da Macrino quando il
figlio fu chiamato Antonino e quando fu nominato Cesare; Cassio Dione riferisce
invece che queste due distribuzioni furono di 5000 e 750 denarii469.

462 Cfr. Patlagean, 1977, p. 373. Carrié, 1995 (p. 30) ha giustamente parlato di «instauration du sou d’or
comme symbole de la condition économique du soldat». Anche Duncan, 1993 (cfr. p. 10) ritiene che la pene-
trazione dell’oro negli ambienti militari si collochi nella seconda metà del IV secolo, ma la situa in un mo-
mento ancora leggermente posteriore, intorno al 380.
463 Cfr. Carrié, 2003c, pp. 183-185.
464 Amm. XXIV, 3, 3; anche Zos. III, 18, 6, dove nulla si dice però del malcontento dell’esercito. Definire a
quale tipo di monete si riferiscano Ammiano e Zosimo è ovviamente estremamente arduo (cfr. Mommsen,
1860, p. 783; Kubitschek, 1935, pp. 341-342), anche se è possibile che il riferimento sia a quella che i numi-
smatici definiscono “siliqua”; possiamo definire con certezza che l’uso in latino di argenteus, ed ancor più l’uso
in Zosimo dell’aggettivo di materia ¢rgurÒj (invece del sostantivo ¢rgÚria) escludono le monete di biglio-
ne, e devono indicare in ogni caso un pezzo di argento puro (erronea l’interpretazione opposta, suggerita da
Vogler, 1998a, cfr. p. 152, che poggia solo sul fatto che nummus indica la moneta di biglione argentato: il so-
stantivo, in realtà, se accompagnato da un aggettivo che lo qualifichi più precisamente, può indicare qualsiasi
pezzo di conio: cfr. Carlà, 2007b, pp. 175-189).
465 Amm. XXIV, 3, 4.
466 Amm. XXVI, 8, 6. Nel 407, dunque, Sinesio potrà a ben diritto parlare di crÚsion riferendo di un dona-
tivo stratiètaij kom…zonta (Ep. 18).
467 Cfr. Vogler, 1979, pp. 298-300.
468 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 56.
469 Cfr. Delmaire, 1989, p. 549. Anche il riferimento, nell’Historia Augusta, ad un donativo di 20 aurei di-
stribuito ai soldati in ribellione dopo l’uccisione di Gallieno (Vita Gall. 15, 2) va inteso alla luce dell’epoca as-
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 149

La largitas imperiale, quindi, fece sì che a rientrare nella categoria dei detentori
del metallo giallo non fossero solo quelle aristocrazie fondiarie (e latifondiste) di cui
parla Olimpiodoro e cui si è già fatto cenno, ma anche l’esercito, e in senso più lato
la militia tardoimperiale, ossia quel funzionariato che – nella seconda metà del IV
secolo – comincerà ad essere immesso all’interno dello stesso ordine senatorio, so-
prattutto in ambito costantinopolitano470. Non a caso, una delle più praticate vie di
fuga dalla condizione di curiale, o da altre condizioni non desiderate, che l’autorità
legislativa imperiale dovette a più riprese tentare di reprimere, fu proprio l’arruola-
mento nell’esercito, carriera evidentemente più remunerativa471.
Cambiò qualcosa anche nell’emissione? In età dioclezianea le zecche, quattordici
dopo il 298-299472, erano organizzate in modo conforme alla nuova struttura
dell’Impero: come già vide Mommsen, e gli studi di Hendy hanno poi confermato,
vi era una sede di coniazione per diocesi, e le quattro eccezioni (cioè l’esistenza di
due zecche in Italia ed in Gallia, e l’assenza in Spagna ed in Viennensis, dove fu però
in seguito aperta Arles) sono perfettamente spiegabili473. Di queste coniavano oro
Treviri, Pavia, Aquileia, Roma, Cartagine, Siscia, Tessalonica, Nicomedia, Cizico,
Antiochia, Alessandria: tutte, cioè, tranne Londra, Lione, Eraclea. Non si può in al-
cun modo trarre delle conclusioni sui luoghi di coniazione dell’oro, e se certamente
la residenza, o il soggiorno, di un Augusto o di un Cesare in un centro comportava-
no una coniazione di oro in quella città (e così, ad esempio, Nicomedia, residenza
di Diocleziano, era in Oriente il luogo principale di emissione di questo metallo)474,
non si può certamente ridurre alle sole occasioni di presenza della corte imperiale la
produzione di aurei475. Altri fattori entravano in gioco, come non lasciare un’area
geografica troppo estesa senza un centro di produzione e diffusione di valuta aurea,
e soprattutto i luoghi di stanziamento degli eserciti. Milano, così, capitale di Mas-
simiano, non ha in questo periodo una zecca tout court, e la corte dell’Augusto si
appoggia sulla vicina Pavia476; pochissime monete d’oro, coniate come donativi, re-
sai posteriore della redazione e della probabile esagerazione del dato, mirato a sottolineare l’eccezionalità del
momento. Un’altra distribuzione di monete d’oro nell’HA si ritrova in Vita Clod. Alb. 2, 4.
470 Cfr. Mickwitz, 1932, p. 190; Banaji, 2001, pp. 36-37 («The triumph of the solidus was the economic re-
flection of their social dominance»). Sull’ascesa nei ranghi del Senato del funzionariato, cfr. soprattutto Roda,
1993, pp. 650-653.
471 Cfr., tra gli altri, Forlin Patrucco-Roda, 1986, pp. 251-252.
472 Il numero di zecche emettitrici d’oro era progressivamente aumentato nel corso del III secolo: cfr. Callu,
1969, pp. 421-423.
473 Cfr. Hendy, 1972a, soprattutto pp. 76-77; Hendy, 1985, pp. 378-380; Corbier in CAH XII2, p. 349.
L’esistenza di due zecche in Italia, però, più che con una supposta vicinanza della diocesi al confine retico, po-
trebbe essere da spiegare con l’effettiva esistenza di due vicariati: quello suburbicario (zecca di Roma) e quello an-
nonario (Aquileia, poi Pavia). Fulford, 1978 (cfr. pp. 68-69) tende invece a mettere in evidenza la collocazione
delle zecche in città portuali, ritenendolo indizio significativo di una produzione rivolta ai commerci privati oltre
che alle esigenze dello Stato. L’argomento non sembra particolarmente probante nella misura in cui, nel mondo
romano, tutte le grandi città, capitali regionali o sovraregionali, con pochissime eccezioni, erano centri portuali.
474 Cfr. RIC VI, p. 55. Si vedano anche, ad esempio, le coniazioni per i vicennalia, prodotte a Pavia e Aqui-
leia lungo il percorso seguito da Diocleziano tra Roma e Nicomedia alla fine del 303: cfr. Bastien, 1976, pp.
257-263.
475 Cfr. Hendy, 1972a, p. 81.
476 Cfr. Kuhoff, 2001, p. 526.
150 CAPITOLO SECONDO

cano l’indicazione IAN, da sciogliere in Iantinum, l’odierna Meaux, ove una zecca
fu attiva prima della definitiva messa in piedi del sistema tetrarchico, ed in partico-
lare prima dell’apertura della struttura di Treviri477.
Cosa cambia con Costantino? Alcuni “spostamenti” vengono effettuati nel pe-
riodo delle guerre che seguono la morte di Costanzo Cloro: nel 307 viene chiusa ad
esempio Cartagine, il cui personale e la cui attività sono trasferiti a Ostia e da qui,
nel 313, ad Arles478; già nel 303-304, invece, la zecca di Tessalonica era stata sposta-
ta a Serdica, da dove torna nella sede originaria nel 308479. Ma queste modifiche
non alterano il quadro generale: all’interno del territorio controllato da Costantino,
ad esempio, tra 313 e 315, coniano oro tanto Treviri quanto Arles480, indipenden-
temente dalla presenza in loco dell’Augusto.
Si è però sostenuto che con il regno del primo Imperatore cristiano la coniazione
della valuta aurea fosse strettamente legata alla presenza imperiale, dunque in un’unica
zecca per volta prima della nomina dei Cesari, i quali, a loro volta, avrebbero coniato
nelle loro sedi di residenza (Treviri per Crispo, poi per Costantino II; Antiochia per
Costanzo II; Roma per Costante) o di soggiorno481. In questa ricostruzione, per la
produzione dei solidi sarebbero state di volta in volta utilizzate le strutture esistenti
nelle singole città (non dunque una vera e propria zecca itinerante), sotto la sorve-
glianza di controllori appartenenti invece alla corte imperiale482. Questa spiegazione è
in realtà eccessivamente rigida (la sua difesa ha comportato di necessità l’alterazione di
alcune cronologie non altrimenti messe in discussione), e non più accettata in questa
forma: anche per l’età costantiniana, infatti, la presenza imperiale giocò sicuramente
un ruolo determinante nel condizionare la coniazione dell’oro483, che avvenne però
anche sulla base di altri fattori484. Non si potrebbe altrimenti spiegare, per esempio, la
partecipazione di più zecche alle coniazioni per la celebrazione degli anniversari di re-
gno. Si può al massimo osservare la tendenza, nelle diocesi che ospitassero più di una
zecca, a ridurre la coniazione dell’oro ad una sola di esse485. La formulazione migliore
della situazione è forse dunque quella che Pink elaborò per l’età dioclezianea, facil-
mente estendibile però anche all’epoca costantiniana: la coniazione di valuta aurea su-
biva modifiche a seconda dell’attività politica degli Imperatori486, il che non implica
che li seguisse fisicamente nei loro spostamenti.

477 Cfr. Bastien, 1980, in particolare pp. 79-81.


478 Cfr. Bruun, 1953, p. 4.
479 Cfr. Hendy, 1972a, p. 77; Hendy, 1985, pp. 380-381.
480 Cfr. Maurice, 1905, p. 51; RIC VII, pp. 162-167 e 234.
481 Cfr. Bruun, 1960, p. 67; Bruun, 1961, pp. 23-25 e 76-77; Bruun, 1962, p. 95; Alföldi, 1963, pp. 12-20;
RIC VII, pp. 12-18; Bruun, 1989, p. 8.
482 Cfr. Bruun, 1961, p. 24; Bruun, 1962, p. 96.
483 Cfr. Hendy, 1972b, p. 135; Callu, 1978a, p. 105: «l’émetteur principal est toujours celui-ci de la ville où
réside l’Empereur»; Duncan, 1993, p. 9.
484 Cfr. Sutherland, Rec. a RIC VII, in «JRS», n. 58 (1968), p. 281; Hendy, 1970, p. 141; Hendy, 1972a, p.
81; Hendy, 1972b, p. 135; Hendy, 1985, pp. 386-387.
485 Cfr. Hendy, 1972b, p. 120; Hendy, 1985, p. 387.
486 Cfr. Pink, 1931, p. 13.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 151

I risultati delle “novità” non furono ovviamente subito evidenti in tutti i loro ri-
svolti487. Come si è già visto, il processo di penetrazione dell’oro nei ranghi dell’e-
sercito occupa l’intera prima metà del secolo, e lo stesso tempo è richiesto anche ne-
gli altri campi488. Le misure di valore nella normativa giurisprudenziale cominciano
solo lentamente ad essere espresse in oro, per evitare di doverle aggiornare conti-
nuamente all’inflazione: nel 319, così, due costituzioni impongono a chi abbia ac-
colto nelle proprie terre un schiavo altrui di restituirlo insieme ad un altro o di pa-
gare il corrispettivo in oro del valore medio di un servo, 20 solidi (CJ VI, 1, 4), di
restituire invece due schiavi più 12 solidi qualora di trattasse di uno schiavo pubbli-
co (CJ VI, 1, 5)489. Nel 326 le rendite in denarii, ancora presenti sull’epigrafe di
Feltre, risultano ormai completamente rovinose490; al 334 risale la prima costituzio-
ne imperiale che ci indica con assoluta certezza un pagamento in solidi, dato dallo
Stato ai navicularii (CTh XIII, 5, 7)491. E come anche i prezzi più alti erano indicati
in denarii nell’Editto di Diocleziano, così grandi cifre sono ancora talora indicate in
folles in epoca costantiniana e costanziana: 3000 folles – ad esempio – costituiscono
il dono di Costantino al vescovo di Cartagine Ceciliano, perché servano come con-
tributo alle spese delle chiese delle province di Africa, Numidia ed entrambe le
Mauritanie (Eus., HE, X, 6, 1, antigrafo di un’epistola di Costantino stesso).
Già nel 319, inoltre, i fundi patrimoniales risultano fornire alle casse dello Stato
grano o oro (auri speciem), evidentemente come forma di aderazione o vendita dei
loro prodotti (CTh XI, 16, 1): anche questa era una via attraverso cui le casse pub-
bliche potevano procurarsi metalli preziosi492. Le imposte, d’altra parte, potevano
portare oro al fisco imperiale già nel periodo precedente all’istituzione delle contri-
buzioni in metallo prezioso, come sembrerebbe risultare da un panegirico a Costan-
tino, secondo cui l’esenzione di 7000 capita da questi concessa alla città di Autun,
ancora nel 310-311, sarebbe stata un enorme guadagno di oro: quaenam toto orbe
terrarum auri argentique metalla tam larga sunt, quis Tagus quisque Pactolus tanto
fluxit auro, quantum liberalitate tua consecuti sumus? (Pan. Lat. V (8), 14, 1). È diffi-
cile capire quanto il riferimento sia concreto, e non si basi invece su una generica
evocazione dell’oro come segno di massima ricchezza. Certo, trent’anni dopo Am-
miano confermerà che l’imposta fondiaria in Gallia era pagata in oro (XVI, 5, 14-

487 Cfr. Carrié, 1993a, p. 313. Per l’idea che nel corso del IV secolo l’“ancoramento” all’oro abbia subito suc-
cessive accelerazioni e frenate, cfr. Callu, 1978a, p. 108 (e p. 103: «il n’y a pas eu hégémonie soudaine de l’or
et l’emprise du solidus a été progressive»). Per l’idea invece di un immediato passaggio alla “contabilità aurea”
con quanto ne consegue, cfr. Giesecke, 1938, p. 207.
488 Già West e Johnson notavano come la crescita dell’uso dell’oro fosse marcata soprattutto nella seconda
metà del IV secolo: cfr. West-Johnson, 1944, p. 109.
489 Seeck sostenne che fino al 328 non si trovasse alcuna somma nelle fonti che non fosse espressa in divisio-
nale eneo, evidentemente ritenendo che le cifre qui indicate fossero frutto di una riscrittura giustinianea: cfr.
Seeck, 1890, p. 53. È in effetti difficile determinare con certezza se sia stato un intervento di VI secolo a inse-
rire nel testo una “contabilità oro”, ma il confronto con CTh XI, 16, 1, di cui parleremo a breve, dello stesso
anno 319, non rende impossibile accettare come originale il testo tràdito.
490 CJ V, 37, 22. Cfr. Callu, 1993b, p. 112.
491 Cfr. Teall, 1967, p. 30.
492 Cfr. Dupont, 1963, p. 183.
152 CAPITOLO SECONDO

15)493. D’altra parte è plausibile che, al momento del trasferimento di grosse cifre
esatte in ampi distretti geografici, queste fossero convertite in metalli preziosi (non
necessariamente solo oro, ma anche argento), per ridurne il volume. La novità che
Costantino introdurrà solo dopo la battaglia del Ponte Milvio sono le imposte da
pagare obbligatoriamente almeno in parte in oro494, che mostrano una sostanziale
ammissione, da parte dello Stato, di una situazione in cui non è garantita – al con-
trario di ciò che dovrebbe accadere in un sistema monetario unitario – la con-
vertibilità della valuta aurea e del divisionale. Il legame tra valuta aurea e fiscalità è
assai stretto, al punto che, come vedremo in seguito, l’avvicinarsi di una riscossione
determina un aumento della domanda dei solidi e dunque del loro prezzo. Natu-
ralmente l’acquisto della moneta d’oro poteva essere effettuato dal contribuente, se
la cifra che doveva pagare fosse stata sufficientemente alta da giustificarlo, o poteva
anche essere portato a termine dall’esattore, con il divisionale riscosso495. Ciò che
conta è che la quantità di questo divisionale era da stabilire sulla base del valore as-
sunto in quel momento dall’oro: è in questo metallo che l’autorità centrale indica
quanto intende ricevere.
Costantino ebbe quindi senz’altro un ruolo fondamentale nel determinare lo
sviluppo dell’“ancoramento” all’oro tardoimperiale, ma le responsabilità non posso-
no essere – come pure si è spesso fatto – ascritte solo a lui. Un processo in realtà già
in corso, che Diocleziano aveva in parte assecondato, in parte tentato di frenare, e
un graduale passaggio alla “contabilità oro” dell’intera finanza pubblica costituisco-
no il quadro più ampio in cui la decisione del primo Imperatore cristiano di elargire
donativi in metallo prezioso e di istituire imposte da pagare in oro sono stati solo il
momento più vistoso (e più consapevole?) del cambiamento.
Il prezzo dell’oro continuò quindi la sua vertiginosa ascesa496: si è detto come nel
323, dopo un leggero calo, il prezzo dell’oro fosse certamente superiore a 430 000 de-
narii. Nel giro di pochi anni la “liberalizzazione” costantiniana lo porta però ad un in-
cremento esponenziale clamoroso: si è già accennato infatti nel corso del precedente
capitolo alla testimonianza offerta da PSI VII, 825, rr.12-13, che, sempre in riferi-
mento al prezzo dell’oro sul libero mercato, ci reca un’indicazione tariffaria pari a
3 600 000 denarii la libbra. Si tratta di un aumento almeno del 700 %497. La datazio-
ne proposta è 325-330, e forse più verso l’inizio dell’intervallo (intorno al 326)498.
Non mi sembra possibile in alcun modo, quindi, trovare traccia ancora di tentativi di

493 Cfr. Carrié, 2003c, pp. 185-186. Anche se non offre un dato certo, il panegirico ci dà però, quindi, un
suggerimento sul modo di esazione dell’imposta in Gallia (in denaro piuttosto che in natura), al contrario di
quanto sostiene lo studioso francese.
494 Cfr. Kent, 1956, pp. 194-196; Carrié, 2003c, pp. 186-187.
495 Cfr. Carrié, 2003c, pp. 187-188.
496 Cfr. Jahn, 1975, p. 102, che ritiene, in maniera eccessiva, che il grande aumento di prezzo dell’oro sia da
imputare non a Diocleziano, ma solamente a Costantino e Licinio. Si è visto invece come il meccanismo fosse
già attivo in epoca tetrarchica. È da respingere, invece, l’opposta considerazione di Segré, 1940-41 (cfr. p.
250), secondo cui l’impennata inflazionistica del 301-307 avrebbe visto un vistoso rallentamento negli anni
successivi, e il prezzo dell’oro nel 316 non sarebbe stato molto inferiore a quello del 324.
497 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 34.
498 Cfr. Bagnall, 1985a, pp. 34-35.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 153

sottovalutazione su modello dioclezianeo, né di una volontà costantiniana di tentare


di mantenere in piedi un sistema bimetallico499.
La testimonianza offerta da PRyl IV, 713, che sembrerebbe indicare un prezzo
di 30 000 denarii al solido, e quindi di 2 160 000 denarii per una libbra d’oro, è in
realtà da non tenere in considerazione: come ha mostrato R. Bagnall, le integrazioni
proposte per ottenere questa lettura non rispettano le lacune, ed in realtà non sap-
piamo quante monete d’oro siano state vendute per il prezzo, lì registrato, di
188 500 denarii500.
Alla fine del regno del primo Imperatore cristiano501, però, una lista di prezzi e-
giziani, proveniente dall’Ermopolite502, oggi conservata a Vienna indica Øp(šr)
ti(mÁj) Ðlokott…nou un valore di 100 talenti (SB XVI, 12 825)503. Considerando
che il talento è equivalente a 1500 denarii, e una libbra è composta di 72 solidi, il
prezzo del metallo prezioso alla libbra era arrivato a 10 800 000 denarii.
Una ulteriore testimonianza, PSI XIV 1423, rr. 14-19504, fornisce un valore di
poco superiore. Si tratta di una lettera, scritta da Eulogios al padre, in cui il prezzo
dell’ÐlokÒttinoj è indicato, con estrema chiarezza, in 16 miriadi di denarii, ossia
160 000 denarii, per un totale alla libbra di 11 520 000 denarii.
Non bisogna dimenticare che intorno al 330 fu introdotto un importante cam-
biamento nella composizione della moneta divisionale per eccellenza, il radiato
grande, il cui peso fu notevolmente diminuito505. Ciononostante, l’aumento del
prezzo dell’oro sembra superiore a quanto giustificato da questo solo motivo506, e
gli effetti di questa svalutazione rientrarono solo nel più ampio quadro generato dal
nuovo indirizzo politico economico. Così non ci sorprende che il valore del metallo
prezioso continui a salire, mentre, se fossero responsabili della situazione solo le vi-
cissitudini del divisionale, a momenti di rapida ascesa nel periodo immediatamente
successivo ad una riforma dovrebbero seguire fasi di maggiore stabilità.
Le evoluzioni della moneta bronzea, o meglio le variazioni ponderali di essa, ad
ogni modo, come ha sostenuto R. Bagnall, giocarono forse un ruolo importante in
questi anni nel determinare l’irregolarità dei prezzi traditi dalle fonti papiracee507:
499 Così invece Callu, 2003a, cfr. pp. 207-208.
500 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 62.
501 Bagnall, 1985a (cfr. p. 38) dà una datazione al 337-338. Un margine così ridotto non sembra però accet-
tabile, ed è forse meglio indicare più genericamente una datazione agli anni ’30 del IV secolo, con una predi-
lezione per gli anni 330-336 per confronto con gli altri prezzi noti.
502 Cfr. Richter, 1991, p. 256.
503 Cfr. Bagnall, 1983, pp. 4-6. Per circa un decennio dopo la sconfitta di Licinio le testimonianze papirologiche
relative a prezzi, non solo dell’oro, ma di tutte le merci, sono estremamente scarse: cfr. Bagnall, 1985a, p. 37.
504 La datazione è incerta: il riferimento ad un nono anno ([œto]uj q) letto dal primo editore è infatti integra-
zione non plausibile: cfr. Bagnall-Worp, 1982, p. 246.
505 Cfr. Carson, 1990, p. 171; Depeyrot, 1992, p. 55.
506 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 38.
507 Cfr. Bagnall, 1985a, pp. 40-41 e 53-55; Bagnall, 1989, p. 72. Gli influssi delle modifiche al divisionale
sui prezzi delle merci (in particolare grano, carne e vino) sono stati oggetto di studio in Callu-Barrandon,
1986. L’idea che le vicissitudini monetarie siano l’unica causa dell’evoluzione dei prezzi, cioè un’adesione
assolutamente rigorosa alla teoria quantitativa della moneta, è stata oggetto di critica e serrata revisione già da
parte di Keynes. Ciò su cui si concorda con Bagnall è, invece, il possibile effetto sul pubblico di una svaluta-
154 CAPITOLO SECONDO

evidentemente, all’interno di un quadro quale quello tracciato, successive svaluta-


zioni del radiato grande non fecero altro che minare ulteriormente la fiducia del
pubblico nel pezzo, aumentando solo ulteriormente la domanda di oro come forma
di tesaurizzazione e stimolando ulteriori rialzi nel prezzo di quest’ultimo. È proprio
l’incertezza della situazione della moneta enea a ripercuotersi, ancora nel 350, dopo
altre vicissitudini che, vedremo, colpirono il divisionale, nelle parole di Temistio508:
T¦ ÑnÒmata to‹j ¢nqrèpoij taÙtÕn Øpomšnei poll£kij Óper kaˆ t¦
nom…smata, kaˆ oÙ dÚnantai ‡son ¢eˆ tÕn ¤panta crÒnon oÙd Ðphl…kon t¾n
¢rc¾n ™dun»qh, ésper d¾ k¢ke‹na t¦ prèhn, § œnagcoj ™xel»latai tÁj
¢gor©j. À oÙ mšmnhsqe æj aÙt…ka mn ¹n…ka tÕ prîton ™xefo…thse tîn cal-
kotÚpwn, semnÒn ti crÁma Ãn kaˆ meg£lh ¹ dÚnamij, kaˆ poll¦ ¨n Ñl…gou
™pr…w; proiÕn dš, kaˆ taàta ™n oÙ pollù crÒnJ oÙd' „sar…qmwj, oÛtwj
¢cre…wj e„j t¦ pwlht»ria ¢fikne‹tai. (Them., Or. XXXIII, 367 b)509.
Non si può però ridurre a questo solo motivo una crescita del prezzo dell’oro
che si rivela, con impennate e rallentamenti certo dovuti alle vicissitudini delle altre
specie monetarie, comunque costante, e che ha senz’altro alla base, come si è detto,
la definitiva rinuncia da parte dell’autorità imperiale alla conservazione di qualsivo-
glia forma di parità tra i diversi metalli. Nessuno dei due fenomeni, certamente,
può definirsi inflattivo in senso stretto: nel IV secolo non ci fu una vera e propria
inflazione come la intende la moderna teoria economica.
L’ipotesi che l’aumento di prezzo in questione sia poi da connettere con la suc-
cessiva riduzione del radiato grande, datata al 335-336 circa510, è probabilmente da
scartare se, come ha mostrato Bagnall e vedremo più avanti, dobbiamo collocare nel
338-341 un prezzo dell’oro superiore a questo del 70% circa (SB XIV, 11 593)511:
tra questi due prezzi sarà più probabilmente intervenuta un’ulteriore svalutazione
del divisionale a dare una notevole sferzata all’aumento di prezzo. PSI XVI 1423
può quindi essere collocato senza grosse difficoltà nell’intervallo 330-336.
Oggetto dell’attenzione di Bagnall è poi l’eventuale cambiamento del prezzo
dell’oro in relazione alla svalutazione del divisionale del 337512. Questa in realtà fu
una diminuzione dell’argento contenuto nella lega dall’1,5 all’1%, senza alcuna al-

zione vistosa, e ben percepibile, del contenuto metallico delle monete: in un contesto come quello antico in
cui, pur in presenza di un valore nominale dei singoli pezzi, questi non prescindevano, e non potevano pre-
scindere completamente, da un contenuto metallico (per usare un’espressione di Foraboschi, 1999, p. 177, «la
moneta antica fu sempre relativamente vincolata al suo contenuto metallico»), è assai verosimile che un peg-
gioramento evidente della valuta implicasse un moto di sfiducia da parte del pubblico nell’unità di valore così
materialmente espressa, ed in questo senso un aumento dei prezzi.
508 Per l’interpretazione precisa di questo testo, che esula dagli scopi del presente lavoro, cfr. Callu, 1978b,
pp. 117-119.
509 «Spesso fra gli uomini le definizioni subiscono lo stesso destino delle monete, le quali non conservano co-
stantemente il loro valore iniziale, pari a quello delle monete coniate da poco. Avrete certo notato che la mo-
neta appena uscita dalla zecca rappresenta una somma rispettabile, il suo potere d’acquisto è grande e ne ba-
stano poche a comprare molte cose, ma dopo poco tempo non ha più lo stesso valore e nelle botteghe non ser-
ve più a nulla» (trad. R. Maisano).
510 Cfr. Carson, 1990, p. 171; Depeyrot, 1992, p. 55; King, 1993b, pp. 25-26.
511 Cfr. p. 175. Cfr. Bagnall, 1985a, pp. 38-39.
512 Cfr. Bagnall, 1985a, pp. 40-41.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 155

terazione del piede di coniazione513, e sembra quindi una modifica troppo piccola
per aver prodotto un’intensa accelerata dei meccanismi inflattivi514. Una riduzione
del piede di coniazione, infatti, è qualcosa di immediatamente percepibile da parte
del pubblico, che può provocare, su base prettamente “psicologica”, meccanismi di
rialzo dei prezzi515. La riduzione dell’intrinseco, invece, per avere simili ripercussio-
ni deve essere evidentissima a occhio nudo (e di certo non è questo il caso) o, al
massimo, essere sfruttata dall’autorità emittente per coniare un numero assai mag-
giore di pezzi, che, aumentando la quantità di circolante, diano il via ad un mecca-
nismo inflattivo in base alla teoria quantitativa della moneta516, che pure è oggi pe-
santemente messa in discussione negli studi economici (ed in ogni caso, sia per il
dato numismatico, sia perché la riduzione è troppo piccola per permettere una co-
niazione assai più massiccia, non è nemmeno questo il caso)517. Se spiegassimo poi
in riferimento a questa “riforma” il leggero aumento intercorso tra SB XVI, 12 825
e PSI XVI 1423, come sembra fare lo studioso statunitense518, ci troveremmo in
difficoltà di fronte invece al consistente aumento attestato, come già accennato, nel
338-341519.
Per gli stessi motivi collocherei subito prima della riduzione del radiato grande
la testimonianza di Stud Pal XX, 96520: il prezzo dell’oro qui indicato è superiore di
circa 150 000 denarii la libbra a quello di PSI XVI 1423, ma è ancora molto inferio-
re al prezzo riportato da SB XIV, 11 593. Il grosso dislivello in un lasso di tempo in
fondo breve è quindi forse più facilmente spiegabile se collochiamo appunto tra
questi due papiri il passaggio della principale moneta divisionale da un piede di co-
niazione di 1/132 di libbra ad uno di 1/192.
Assai più difficoltosa è un’altra testimonianza papiracea. Alla metà del secolo risale
secondo gli editori il papiro P. Vindob. Gr. Inv. 13 187, edito parzialmente dal Wes-
sely e poi integralmente da Sijpesteijn e Worp nel 1976, ora SB XIV, 11 591. Si indi-
ca qui in due punti diversi il prezzo dell’oro, segnalato dapprima (rr. 20-21) in 18 ta-
lenti per mezzo solido (Øp(šr) tim(Áj) nomis{autiou}mat…ou ¼misu (t£lanta) ih),
per un prezzo alla libbra di 3 888 000 denarii, poi (rr. 26-27) in 35 talenti per due so-
lidi, cioè 1 890 000 denarii la libbra. I due prezzi sono, cioè, estremamente diversi tra
loro (l’uno è quasi esattamente il doppio dell’altro); l’assenza della somma complessi-

513 Cfr. King, 1993b, p. 26.


514 Cfr. Lo Cascio, 1993b, p. 182.
515 Cfr. Strobel, 2004, p. 43.
516 Cfr. Lo Cascio, 1984, pp. 146-147.
517 Cfr. Lo Cascio, 1993b, p. 182; De Martino, 1998, p. 100; Foraboschi, 1999, p. 195. Per una più genera-
le critica a questo aspetto dell’elaborazione di Bagnall, cfr. Depeyrot, 1988c, pp. 235-237. Sull’identificazione
di modifiche nella lega metallica come causa di inflazione, cfr. più in generale anche Harl, 1996, pp. 125-126,
e le critiche di Lo Cascio, 1996 (cfr. p. 284); Wolters, 1999 (cfr. pp. 407-408); Strobel, 2004 (cfr. p. 43).
518 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 40.
519 Bagnall stesso ci conferma che – per quanto riguarda prezzi di altre merci – i valori attestati per il 338 e-
rano già stati raggiunti nel 337: cfr. Bagnall, 1985a, p. 41.
520 Per il testo del papiro, cfr. le correzioni di Worp, 1976 (p. 36). Mentre Bagnall-Sijpesteijn, 1977 (cfr. p.
124) forniva una datazione, compatibile con quella qui proposta, al 330-335, Bagnall, 1985a (cfr. p. 38) pre-
ferisce invece una datazione al 338 circa.
156 CAPITOLO SECONDO

va, che doveva essere ospitata alla riga seguente, rende purtroppo impossibile saperne
di più. L’ipotesi più plausibile, anche in confronto con l’altro testo, è che il secondo
prezzo indicato fosse per ogni solido, e vi sia un errore del copista521.
Un altro papiro, pubblicato nel medesimo contesto da Sijpesteijn e Worp e da
loro datato sempre alla metà del secolo, P. Cairo Inv. 10 543 + 10 489522, SB XIV,
11 592, indica invece i consueti 18 talenti per mezzo solido (r. 21), e poi un prezzo
di 25 talenti per 2 terzi di solido (r. 25)523, approssimazione più che plausibile (la
cifra che ci aspetteremmo sarebbe 24).
La datazione dei due testi poggia esclusivamente su basi paleografiche, e deve
quindi essere considerata con una certa elasticità: l’epoca di redazione, più che a metà
del secolo, deve collocarsi – proprio per via del prezzo dell’oro – nel secondo quarto di
esso524. Il prezzo è assai vicino a quello indicato da PSI VII, 825: là si trattava però di
una vendita sul mercato, qui invece di testi amministrativi, redatti probabilmente –
secondo gli editori – negli uffici del governatore della Tebaide. Potrebbe dunque trat-
tarsi di un prezzo inferiore rispetto a quello presente sulla pubblica piazza, che è te-
stimoniato alcuni anni dopo da SB XVI, 12 825. Se così fosse, non si andrà molto
lontano dal vero nello scegliere una datazione nel 325-330, e forse più verso il margi-
ne inferiore, se l’autorità pubblica si è adattata ai prezzi che il mercato aveva intorno al
326 addirittura superandoli. Se i documenti rispecchiano invece le libere oscillazioni
dell’oro sul mercato, come sembra più probabile a giudicare dalla testimonianza di
alcuni documenti affini, per i quali si è appurato che non contengono i prezzi con cui
lo Stato rimborsava le requisizioni, ma quelli a cui pagava i propri funzionari, e i prez-
zi qui indicati si avvicinano quindi maggiormente ai valori della pubblica piazza, la
datazione sarà più vicina a quella di PSI VII, 825525.
Si noti che questi pagamenti sono effettuati in bronzo, Øpšr timÁj di qualche
altra merce, principalmente vino. Si tratta cioè – a quanto pare – del pagamento in
moneta divisionale di parti di stipendio che dovevano essere versate in altra forma,
ossia in natura. In questo contesto sono inseriti anche i riferimenti all’oro: anche re-
lativamente al metallo prezioso, quindi, dobbiamo intendere che esso costituisse
parte del pagamento dello stipendio ma, in un contesto in cui esso scarseggiava, o
per qualche motivo non poteva essere distribuito, esso fu sostituito dal pagamento
di moneta divisionale. Non abbiamo alcuna possibilità di sapere se la quantità d’oro
indicata fosse l’intero peso di metallo prezioso da versare agli ufficiali, o se almeno
in parte avessero ricevuto realmente oro; ciò che interessa è notare, ancora una vol-
ta, come l’oro sia realmente trattato alla stregua di una merce, parte integrante dello
stipendio in modo affine ai rifornimenti alimentari. Ciò è estremamente interessan-
te perché ci riconduce ad un contesto in cui il divisionale costituisce ancora
un’unità di conto di riferimento. Come si è detto in precedenza, la strada imboccata
521 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 34.
522 Sijpesteijn-Worp, 1976, n. 2.
523 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 34.
524 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 35. Una datazione al 325 circa è proposta per questo testo anche da Sijpesteijn e
Worp (in CPR VIII, p. 79).
525 Così Bagnall, 1985a, pp. 34-35.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 157

da Costantino era definitiva, e l’incredibile aumento del valore dell’oro che stiamo
analizzando lo dimostra, ma non era dalle conseguenze immediate ed immediata-
mente visibili nelle loro implicazioni economico-sociali. Per ora il bronzo è ancora
l’unità di conto, e l’oro un “di più”, un’integrazione526.
6. La falsificazione della moneta aurea nella prima metà del IV secolo: reato e pu-
nizioni
Ci si deve chiedere, date queste caratteristiche della moneta aurea, in cosa consi-
stesse in realtà il reato di falsa moneta in relazione al solido, così severamente punito
nella legislazione tardoimperiale. Si può interpretare la falsificazione del solido in
due diverse accezioni, cui si potrebbe aggiungere la coniazione di solidi perfetta-
mente regolari, ma non rappresentanti il volto imperiale. Questo tipo di attività
viene immediatamente intrapreso da tutti coloro che abbiano usurpato il trono, per
alcuni ovvi motivi: pagare le truppe con qualcosa che sia un mezzo di propaganda,
introdurre immediatamente in circolazione, specialmente nelle zone geografiche da
cui si parte ed in cui si trovano i maggiori sostegni, il proprio nome ed il proprio
volto, ai fini di una vera e propria “fidelizzazione”. Questo aspetto però non ci inte-
ressa al momento: la punizione degli usurpatori non avviene in termini legislativi
ma militari. Ciò non toglie che queste monete fossero, una volta sconfitti gli aspi-
ranti alla porpora, ritirate dal commercio e rifuse: se è vero che un solido che circola
sulla base del metallo che contiene non può essere demonetizzato, le fonti concor-
dano però nel dire che i pezzi che recassero il volto di un “tiranno” non erano con-
siderati validi, almeno sui banchi dei cambiavalute527, e kaˆ ¹ mšn toà crusoà
fÚsij ¹ aÙt¾, diafšrei dš tù car£gmati, «anche oro della medesima natura dif-
ferisce per il conio» dice la pseudo-atanasiana Vita di S. Sincletica, in un contesto
metaforico, proprio in relazione all’eventualità di una turannik¾ e‡kwn (PG 28,
1550 C)528. Un esempio concreto in questo senso è dato da un anonimo continua-
tore di Dione Cassio, che riferisce come Licinio non ammettesse la circolazione del-
le monete in cui Costantino celebrava la propria vittoria sui Sarmati, e facesse prov-
vedere alla loro fusione, pur adducendo la giustificazione di non voler vedere l’im-
magine di un barbaro sui pezzi di conio (fr. 14, 1, FHG IV, p. 199).
Tornando alla vera e propria falsificazione monetaria, dunque, una moneta può
essere falsa in primo luogo perché coniata da un falsario con una lega metallica di-
versa da quella ufficiale (Münzfälschung: nel caso dell’oro, con metallo non perfet-
tamente puro)529. Testimonianza di questa pratica si trova, ad esempio, in Fausto di

526 Cfr. Seeck, 1890, pp. 52-53.


527 Joh. Cassian., Coll. I, 20. Cfr. p. 204.
528 Si veda anche Macar., Hom. XXX, 5 (PG 34, 723 C): tÕ nÒmisma toà crus…ou, ™¦n m¾ l£bV kaˆ
™ntupwqÍ t¾n basilik¾n e„kÒna, oÜte e„j ™mpor…an ¢pšrcetai, oÜte e„j basilšwj qhsauroÝj
¢pot…qetai.
529 Un conio di falsari, utilizzato in una zecca clandestina per produrre solidi a nome di Costante e con il
marchio di Antiochia, ad esempio, è stato rinvenuto in Francia: cfr. Barello, 2006, p. 89. “Falsi” di epoca an-
tica sono noti da rinvenimenti archeologici, soprattutto nella forma di monete in bronzo dorate in superficie:
cfr. ad esempio Biró-Sey, 1992, pp. 85-89
158 CAPITOLO SECONDO

Riez (De Gr. Dei I, 2) e in Giovanni Cristostomo (In Ep. I ad Tim. XVII, 3)530. Il
coniatore ne ha un vantaggio enorme ed evidente: a parità di peso le monete così
coniate valgono in realtà molto meno. In secondo luogo, invece, vi è la limatura o la
rottura delle monete lungo i bordi, ai fini di ottenerne polvere o frammenti (Fal-
schmünzerei)531. Una simile attività doveva essere diffusa, anche sulle monete
d’argento e di bronzo, come rivela, ancora una volta, Giovanni Crisostomo (In Ep.
ad Gal. I, 6)532. Queste due “pratiche” di adulterazione monetaria risultano esplici-
tamente indicate anche in una delle sentenze pseudopaoline redatte all’inizio del IV
secolo: …quive nummos aureos argenteos adulteraverit laverit conflaverit raserit corru-
perit vitiaverit… (Sent. Paul. V, 25, 1)533.
La pratica di tagliare le monete mostra ovviamente che, se anche il metallo giallo
circolava solo sulla base del proprio valore intrinseco, era pratica corrente in alcune
transazioni contare i solidi senza necessariamente pesarli. Questo non avveniva, a
quanto abbiamo visto, quando una delle parti era un funzionario pubblico (spe-
cialmente un esattore), ma poteva essere frequente negli scambi tra privati. Non è in
alcun modo implicata una sopravvalutazione dell’oro coniato rispetto a quello non
coniato, ma solo una generale fiducia nel piede di coniazione, e dunque la supposta
totale equivalenza tra un solido e 1/72 di libbra d’oro. Non si può poi escludere in
alcun modo che le frodi fossero compiute dai funzionari pubblici stessi, ad esempio
al momento della trasmissione del denaro alle casse statali. È bene notare, comun-
que, che sono molto poche le monete di peso ridotto in modo fraudolento giunte
fino a noi534: questo può dipendere o da una loro generale rifusione, o da una effet-
tiva ridotta diffusione della pratica. Non a caso, monete in argento e in bronzo “ta-
gliate” ci sono pervenute in numero assai maggiore535: dipende dalla loro maggiore
circolazione, in primo luogo, ma anche dal fatto che circolando con un valore no-
minale più alto dell’intrinseco erano necessariamente contate, e non pesate.
Il titolo specificamente destinato a raccogliere le costituzioni sulle frodi moneta-
rie relative ai solidi, CTh IX, 22, porta l’indicazione si quis solidi circulum exteriorem
inciderit vel adulteratum in vendendo subiecerit, ed allude dunque ad entrambi i tipi
possibili di intervento fraudolento sulla moneta aurea; solo provvedimenti ricolle-
gabili al primo tipo di reato rientrano invece nel titolo IX, 21, de falsa moneta, rela-
tivo alle coniazioni adulterate536. Un terzo titolo, si quis pecuniam conflaverit vel

530 … quidquid auro obryzo adulterinum fraus iniquitatis admiscuit. (Faust. Rheg., De Gr. Dei, I, 2); SÝ dš
¨n ‡dVj nÒmisma calkoàn ¡plîj ¢nakecrwsmšnon crusù, prîton mšn qaum£zeij, crusÕn aÙtÕn
Ñnom£zwn: Ótan dš oƒ peri taàta deinoˆ t¾n ¢p£thn se did£xwsi, sunexÁlqe tÕ qaàma met¦ tÁj
¢patÁj. (Joh. Chrys., In Ep. I ad Tim. XVII, 3).
531 Cfr. Hendy, 1985, pp. 316-317; Penna, 2001, p. 280.
532 Kaq£per g¦r ™n to‹j basiliko‹j nom…smasin Ð mikrÕn toà caraktÁroj perikÒyaj, Ólon tÕ
nÒmisma k…bdhlon e„rg£sato.
533 L’adulterazione della lega metallica torna anche in Sent. Paul. V, 25, 5: quive aes inauraverit argentaverit,
quive, cum argentum aurum poneret, aes stannumque subiecerit, falsi poena coerceretur.
534 Cfr. Penna, 2001, p. 281-286. Tre esempi vengono dal tesoro di Hoxne: cfr. Guest, 2005, p. 37. Non si
considerano ovviamente tagliate le monete sottopeso, ma in cui la circonferenza interiore si mostri intatta.
535 Cfr. Penna, 2001, pp. 286-287.
536 Cfr. Giardina, 1989, p. 56; Grierson, 1989, p. 247.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 159

mercandi causa transtulerit aut vetitas contrectaverit (CTh IX, 23), si riferisce non
tanto alla falsificazione quanto all’“uso improprio” della moneta, ed esclusivamente
di quella divisionale. È opportuno notare, come ha sottolineato Manlio Sargenti,
che questa proliferazione di titoli attinenti il falso in moneta non deriva dai codici
precedenti, né è seguita nel Codice Giustinianeo, in cui l’unico titolo ad legem Cor-
neliam de falso (CJ IX, 24) unisce tutti i provvedimenti in merito, né contiene alcun
testo che non fosse già incluso nel CTh537.
Per quanto riguarda la normazione di età tetrarchica, un unico passo di Ermo-
geniano inserito nei Digesta ci informa del fatto che almeno in età dioclezianea (ma
è impossibile sapere se la norma fosse valida già in precedenza) per il reato di falsa
moneta era lecito che uno schiavo denunciasse il proprio padrone (D V, 1, 53)538.
Se il provvedimento fosse effettivamente di epoca tetrarchica (o comunque di fine
III secolo) mostrerebbe senz’altro l’inizio di un più attento e rigoroso controllo
dell’autorità centrale sul problema della falsificazione monetaria; è comunque evi-
dente da quanto detto che nel IV secolo ci sia stata una attenzione particolare per la
definizione del reato, la sua classificazione e la sua punizione, sostituendo la vecchia
legge sillana ormai inadeguata e creando una normazione giurisprudenziale in mate-
ria destinata a rimanere assai a lungo in vigore ed a fornire le basi per qualsiasi ulte-
riore elaborazione.
Dopo un primo provvedimento preso dal pretore Gratidiano tra 85 e 82 a. C.,
che configurava probabilmente il reato di falsa moneta nell’ambito del diritto priva-
to, fu infatti Silla, con la celebre lex Cornelia de falsis, ad attrarre la questione nel-
l’orbita del diritto pubblico539, introducendo anche la pena di morte per i trasgres-
sori540. Questo testo di legge rimonta ad un periodo in cui ancora la coniazione
dell’oro non era regolare, e quindi riferendosi al metallo prezioso tratta presumibil-
mente dell’adulterazione di lingotti e barre che sappiamo essere stati utilizzati nei
commerci541. È importante notare che, anche in relazione all’argento, Silla si dedicò
esclusivamente alla repressione delle false coniazioni, e non dell’alterazione fisica e
ponderale di monete genuine542. La differenza tra i due tipi di adulterazione della

537 Cfr. Sargenti, 1998, p. 241.


538 Hermogenianus libro primo iuris epitomarum. Vix certis ex causis adversus dominos servis consistere permissum
est: id est si qui suppressas tabulas testamenti dicant, in quibus libertatem sibi relictam adseverant. Item artioris
annonae populi romani, census etiam et falsae monetae criminis reos dominos detegere servis permissum est.
539 Quae de moneta, ne quis privatim pecuniam faceret, secondo la definizione dello Pseudasconio, 189 (vol. II,
p. 248, 13-14 Stangl).
540 Cfr. Lopez, 1942-43, p. 449; Lo Cascio, 1979, pp. 235-236; Santalucia, 1982, pp. 51-55; Wolters, 1999,
pp. 362-365. È dunque informazione assolutamente erronea quella fornita dall’Historia Augusta, secondo cui
l’introduzione della pena di morte per il reato di falso in moneta sarebbe da far rimontare all’Imperatore Taci-
to (Vita Tac. 9), peraltro solo in relazione all’adulterazione della lega metallica: in eadem oratione cavit, ut, si
quis argento publice privatimque aes miscuisset, si quis auro argentum, si quis aeri plumbum, capital esset cum bo-
norum proscriptione. Si noti, anche in questo testo, l’indicazione di come il reato potesse essere compiuto pu-
blice privatimque, ossia tanto nelle zecche statali, ad opera dei monetieri, quanto in strutture private (credo
questo sia il significato da attribuire a publice, termine che Menadier, 1913, cfr. pp. 15-16, giudica «verkehrt
und unhaltbar», dal momento che le monete “ufficiali” sono in effetti composte di leghe metalliche).
541 Cfr. Wolters, 1999, pp. 365-366.
542 Cfr. Santalucia, 1982, p. 65.
160 CAPITOLO SECONDO

moneta aurea dovette comunque nascere poco dopo l’inizio delle regolari coniazioni
in tale metallo: essa è perfettamente descritta in un passo di Ulpiano contenuto nel
Digesto riferito alla lex Iulia peculatus, di età cesariana o augustea; si indica qui in-
fatti con chiarezza l’alternativa tra nummos aureos radere e tingere vel fingere (D
XLVIII, 10, 8)543.
Anche Tertulliano mostra di conoscere perfettamente entrambi i tipi di frode mo-
netaria quando ci descrive l’esame della moneta, che deve essere ne scalptus, neve rasus
(cioè di peso non ridotto) nec adulter, e quindi della giusta composizione metallica
(De paen. VI, 5). Borleffs emendò questo testo, sulla base della testimonianza del co-
dex Trecensis, in ne scalptus ne versus nec adulter, intendendo con il primo termine la
moneta ridotta di peso, con il terzo quella adulterina, con una lega metallica non cor-
retta, con il secondo infine monete di metalli vili ricoperte di una pellicola di oro o
argento544. Si noti in ogni caso come le due varianti testuali, l’una indicante con due
termini la riduzione ponderale, con uno l’alterazione della lega, l’altra esattamente
all’opposto, in nulla modifichino il senso delle osservazioni qui condotte.
Entrambi i tipi di frode monetaria di nostro interesse, bisogna ancora notare, non
sono tanto commessi dai privati, quanto dai lavoratori della zecca o dagli operatori di
una zecca clandestina, in ogni caso con competenze tecniche e strumenti non comuni
(la fusione in una lega non adeguata), dagli esattori e dai cambiavalute (la rottura e la
limatura): non a caso, infatti, tutta la legislazione tardoimperiale sulla frode monetaria
rivolge esplicitamente i propri strali non verso i cittadini ma verso i “dipendenti stata-
li”, come avremo modo di sottolineare più volte. Anche l’anonimo autore del de rebus
bellicis nell’indicare il falso in moneta come uno dei gravi reati che impoveriscono lo
Stato, ne incriminerà, in un passo giustamente celebre, gli opifices monetae: Inter dam-
na rei publicae non ferenda solidorum figura aliquantorum fraudibus depravata diversa
populos ratione sollicitat et regiae maiestatis imaginem, dum per monetae culpam refuta-
tur, inminuit; ementis enim eundem solidum fraudulenta calliditas et vendentis damnosa
necessitas difficultatem quandam ipsis contractibus intulerunt, ne rebus possit interesse
simplicitas. Ergo huic quoque parti maiestatis vestrae est, ut in omnibus, adhibenda cor-
rectio, ita ut opifices monetae redacti undique in unam insulam congregentur, nummariis
et solidorum usibus profuturi, a societate videlicet in perpetuum contiguae terrae prohibiti,
ne commixtionis licentia fraudibus opportuna integritatem publicae utilitatis obfuscet. Illic
enim, solitudine suffragante, integra fides monetae praestabitur, nec erit fraudi locus ubi
nulla est mercis occasio. (De reb. bell. 3, 1-3).
Al di là del problema della calliditas del venditore e della necessitas del compratore,

543 Cfr. Santalucia, 1982, pp. 60-61; Wolters, 1999, p. 366. Non è qui il luogo di soffermarsi sul significato di
tingere, assai discusso: potrebbe trattarsi dell’uso di sostanze chimiche per togliere alla moneta parte del suo conte-
nuto di fino o, forse meglio, la creazione di una patina esterna in metallo prezioso che impedisca di cogliere la rea-
le composizione del pezzo. Sicuramente si tratta di un reato che può aver luogo solo all’interno della zecca, e può
essere operato solo da addetti del settore, inserendosi non con radere ma con fingere, nella “seconda categoria”: cfr.
Santalucia, 1982, p. 68. Su questa “seconda categoria” di reato si veda anche D XLVIII, 13, 1, che inserisce anco-
ra la regolamentazione in merito nel quadro della lex Iulia peculatus: cfr. Wolters, 1999, pp. 366-367.
544 Cfr. Borleffs, 1933, pp. 90-94. La correzione di Borleffs è stata accettata nell’edizione critica inserita nel
Corpus Christianorum, del 1954.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 161

su cui torneremo più avanti545, e del richiamo all’offesa alla maestà imperiale, su cui ci
soffermeremo tra breve, è evidente come la frode monetaria (termine generico, al cui
interno va ovviamente annoverata la falsificazione) sia – agli occhi dell’autore – preva-
lentemente un damnum rei publicae, e non tanto un danno al singolo consumatore, e
come le responsabilità ricadano sui soli lavoratori della zecca: isolati questi dal resto
della società, la frode monetaria non è più un reato preoccupante546.
Non si può peraltro pensare che sia “il modesto risparmiatore”547 ad impegnarsi,
visto il crollo del valore del divisionale, in attività fraudolente ai danni della moneta
aurea. Egli avrebbe potuto operare solo nel senso della limatura, ovviamente, e non
della fusione di monete false, di cui invece qui si tratta548; dobbiamo poi ragionare
nei termini di chi – in considerazione dell’alto potere liberatorio dell’oro – potesse
trovarsi a contatto con la moneta aurea con una certa regolarità, così da poterne de-
cidere l’adulterazione e trarne un cospicuo guadagno; ancora, se nella maggior parte
dei casi l’oro circolava a peso, la speranza – invero assai ridotta – che la frode riu-
scisse si limitava ai casi in cui l’esattore fiscale o il cambiavalute si dimenticasse di
pesare i pezzi o si fidasse del loro latore.
È ovvio che l’adulterazione della moneta d’oro doveva portare guadagni assai
più cospicui rispetto alle frodi sugli altri metalli monetali549, ma la sua circolazione
ponderale rendeva appunto la frode di riduzione del peso assai poco significativa, a
meno che non fosse perpetrata da quegli stessi pubblici ufficiali che dovevano pesare
l’oro (da cambiare o consegnato come pagamento di tasse), i quali quindi lo tra-
smettevano alle casse pubbliche in quantità minore in assenza di successivi ulteriori
controlli. Il passo del commentario all’Epistola ai Galati di Giovanni Crisostomo
sopra citato, evidentemente, non si riferisce alla moneta aurea, di cui in effetti non è
fatta esplicita menzione550.
È poi ancora necessario notare che, nel profluvio di testimonianze legislative e
letterarie che parlano di adulterazioni commesse, come si è detto, dagli “operatori
del settore”, l’idea dell’esistenza diffusa di frodi monetali perpetrate da privati, in
particolare di bassa estrazione sociale o schiavi, poggia su un’unica fonte, ossia l’a-
nonima commedia Querolus551, in cui lo schiavo Pantomalo ammette la sua espe-

545 Cfr. pp. 238-240.


546 Difficile dire se l’isolamento dei monetieri sia nella mente dell’autore una soluzione perché le frodi sarebbero
nate dalla “connivenza tra gli opifices monetae e i privati” (Giardina, 1989, p. 60), o perché se i monetieri non a-
vessero avuto a disposizione un contesto in cui utilizzare l’oro che si sono procurati attraverso l’adulterazione, a-
vrebbero cessato simili pratiche. Inoltre, come vedremo a breve, il provvedimento dell’isolamento era ispirato
all’anonimo dalla legislazione vigente. Cfr. anche Maurice, 1908, pp. xxiii-xxiv; Gara, 1978, pp. 244-245.
547 Giardina, 1973-74, p. 189.
548 Cfr. Reece, 1979, p. 62.
549 Cfr. Giardina, 1973-74, p. 190.
550 Curiosamente I. Milewski ritiene che questo passo mostri come, in caso di adulterazione ponderale, il va-
lore della moneta diminuisca proporzionalmente alla riduzione del peso, mostrando però in questo modo una
lettura delle fonti simile a quella che si viene qui proponendo: cfr. Milewski, 2001, p. 98.
551 Cfr. Condorelli, 1971, p. 36; Giardina, 1973-74, p. 185; Mazzarino, 1974, vol. I, pp. 283-285 [Note di
storia economica tardoromana] (ove si parla di adulterazione della moneta da parte del “proletariato”); Giar-
dina, 1989, pp. 56-57; Monopoli, 1998, p. 251.
162 CAPITOLO SECONDO

rienza nel campo dell’adulterazione monetaria. La datazione di questo testo, però, è


estremamente dibattuta: un’attribuzione al V secolo, proposta in modo talora acri-
tico, poggia in realtà quasi esclusivamente sulla pretesa identificazione del Rutilius
destinatario dell’opera con Rutilio Namaziano552; più recentemente è stata propo-
sta, con argomenti piuttosto convincenti, una datazione molto tarda, all’XI seco-
lo553. Il passo in questione, una parte del monologo del servo Pantomalo, che si
vanta di conoscere innumerevoli modi di falsificare la moneta aurea (Nam de solidis
mutandis mille sunt praestigia, atto II, a IV), non contrasta affatto con una tale tarda
datazione: il termine solidus continua ad essere attestato lungo l’intero Medioevo554.
Al di là della correttezza, comunque, di questa attribuzione della commedia al tardo
XI secolo è di certo improprio basare su un’unica testimonianza, di epoca incerta,
una ricostruzione storico-sociale sulla falsificazione monetaria.
Un papiro alluderebbe poi, a detta degli editori, alle adulterazioni ponderali cui
era sottoposta la moneta aurea555. Si tratta di una lettera, inviata da un certo Eu-
daimon ad un Longino e proveniente dal Fayûm; la datazione paleografica riporta
agli inizi del IV secolo: EÙda…m[w]n Logge…nJ ca…rein. Paraklhqeˆj kÚrie skà-
lon seautÕn prÕj ¹m©j fšrwn e„ dÒxan soi t¾n Ûalon kaˆ dunhqîm[en] tÕ
lÒgarin perƒkoye, ™¦n .. [..]j, kaˆ kalÕn MarewtikÕn dun[»se]i moi seirîsai
™rcÒmenoj [t]Áj timÁj. ™rrwsso. (P. Fay. 134).
Il significato del testo è tutt’altro che immediato: il termine Ûalon ha qui una
valenza evidentemente non chiara, dal momento che dovrebbe indicare una pietra
sufficientemente dura da permettere di scalfire il metallo556, né è del tutto perspicuo
il riferimento al vino Mareotico, che a detta degli editori dovrebbe essere acquistato
col metallo fraudolentemente ottenuto (ma è difficile separare ™rcÒmenoj tÁj ti-
mÁj, espressione che sembra proprio indicare che Longino deve presentarsi già con
il prezzo del vino in mano).
Ancora difficoltà vengono dall’uso del termine log£rin. Diminutivo di lÒgoj557,
il termine ha un significato primario di “discorsuccio”, “piccolo ragionamento”, “pa-
rolina”, in senso il più delle volte dispregiativo558. Come diminutivo, è attestato anche

552 Cfr. Emrich, 1965, pp. 3-4: l’identificazione si basa sul fatto che il Rutilio della commedia è definito vir
illustris, su un supposto paganesimo dell’autore, di cui in verità non si può dire nulla, dal momento che né la
parafrasi di un versetto evangelico né un approccio parodico al monachesimo possono escludere una datazione
assai più avanzata, e una supposta concordanza nel definire gli esattori fiscali come Arpie, topos che in realtà
sembra tutt’altro che esclusivo di Rutilio Namaziano e del suo supposto subalterno; un altro argomento, la ri-
correnza del nesso honorata quies nel Codice Teodosiano, mostra da solo la propria debolezza. Ormai supera-
ta, inoltre, è la suggestione di un’ambientazione tardoantica dovuta alla descrizione di uno “Stato di polizia”
assoluto quale si supponeva il tardo Impero romano: così Emrich, 1965, cfr. pp. 6-7.
553 Masera, 1991, e principalmente le conclusioni, alle pp. 177-181. Si noti però che la Masera non affronta il
problema, sollevato da Emrich, della presenza di una apparente citazione dal Querolus in Liutprando da Cremona.
554 Cfr. Masera, 1991, p. 45.
555 Cfr. Hendy, 1985, p. 316.
556 Cfr. Penna, 2001, p. 280.
557 Suida, s.v.: log£ria: oƒ lÒgoi.
558 Aristoph., fr. 810 = Syn., Enc. Calv. 4; Schol. Ad Aristoph. Eq. 49 a; c; Dem. XIX, 255 (da cui Philostr.,
Vit. Soph. II, 30, 623); Chrysipp., Fragm. Mor. 241; Rhet. Gr., vol. III, p. 579, 8; Marc. Aur., Eis aut. I, 7;
Athaen. III, 63; VI, 99; VIII, 1; Epict., Diss. I, 29, 55-56; II, 10, 29-30; 18, 26; II, 19, 22; Plut., Adv. Colot.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 163

col valore di “epigramma”, in Anth. Gr. I, 7, tit. Sempre in virtù della sua derivazione
da lÒgoj il termine assume, nella lingua dei papiri, anche il significato di “conto”559.
Di un discussor logar…wn, da intendere come sinonimo di logoqšthj, parla, in rife-
rimento ad un prelievo fiscale, PStrass VIII, 735 (IV sec.).
Solo in un momento successivo, a partire dal VII secolo, è attestato il significato
di “denaro in contanti”560, in riferimento sia a piccole cifre che a valori di grandi
dimensioni (equivalente del latino numerata pecunia): così, ad esempio, in Leont.
Neap., Vita Sym. (PG XCIII, 1725 A; 1735 C; 1736 B); Joh. Moschus, Prat. Spir.
184; Doctrina Jacobi V, 20 (Ñl…gon log£rin)561; Const. Porph., de adm. Imp. 51,
de caer., vol. I, 463, 13; 471, 9; 661, 13; 666, 21; o nella Vita MS. S. Sym. Sali che
parla di log£rin nomism£ta562. Ancora in Teofane Continuato (p. 440, 5 de Boor)
il termine è usato in riferimento ad una somma di duecento libbre d’oro, e in Mi-
rac. Artem. 21, ove il protagonista dà lÒgarin ad un venditore di candele, ottenen-
done come resto kšrma (specificazione necessaria per il prosieguo narrativo), il ter-
mine non ha necessariamente il significato di “solido” (dovremmo pensare che il re-
sto fosse davvero consistente, in quel caso!), ma può avere ancora un valore generi-
co, “una cifra, una somma (una moneta?)”. Altre testimonianze papiracee sono
troppo frammentarie per poter comprendere il reale significato del termine: PNess
III, 53 (ante 608); 149 (VII secolo).
Non è quindi dimostrabile in alcun modo che si intenda qui operare una ridu-
zione di peso della moneta aurea: se anche il termine avesse il significato di “dena-
ro” (e non fossimo invece, ad esempio, in presenza di una frase idiomatica, “tagliare
il conto” forse nel senso di “ridurre i debiti” o “fare un guadagno”), nulla ci autoriz-
za a pensare ad un’indicazione specifica relativa alla moneta d’oro e non, piuttosto,
a quella argentea o bronzea.
Come abbiamo visto dire all’anonimo autore del de rebus bellicis, inoltre, ogni
tipo di falsificazione monetaria è a tutti gli effetti un reato di lesa maestà, poiché
ogni singolo pezzo, recando rappresentato il volto imperiale, che non deve in alcun
modo essere “storpiato” nella figurazione563, risulta sacro: vi è dunque un risvolto
1119c; Diog. Laert., Vit. Phil. VII, 20; Poll. II, 122 (cfr. anche Phot., Lex., s.v. log£ria); Them., Or. 21,
251 C; 23, 299 C; 32, 358 D; Athan., De decr. Nic. 20, 6; 28, 6; 32, 2-3; Apol. de fuga 10; [Joh. Chrys.],
Adm. Spir. (PG 63, 743, 45)
559 III sec. a. C.: PLille I, 60; II sec. a. C.: PTebt III, 876; 113 a. C.: PTebt I, 20; IV sec.: PAbinn 22; VI
sec.: SB XX, 14727; PIand VI, 103; VI-VII secolo: POxy XVI, 1854; VII sec.: CPR XIV, 52; PNess III, 84;
PStras IX, 840; VIII sec.: CPR XIV, 53.
560 Questa lettura, coerente con l’etimologia del termine, permette di rimuovere le difficoltà incontrate da C.
Morrisson, secondo cui il logarin indicherebbe valori diversi nei singoli contesti: «la monnaie d’or en général
et, le plus souvent, vraisemblablement le solidus mais parfois aussi une bourse» (Morrisson, 1989, p. 257).
561 Travaux et Mémoires, n. 11, 1991, p. 217.
562 Per queste ed altre attestazioni, cfr. Du Cange, C., Glossarium ad scriptores mediae et infimae grecitatis, Lu-
gduni 1688, s. v. log£rion.
563 Cfr. Foraboschi, 1987, pp. 122-123. Ogni forma di adulterazione monetaria, naturalmente, è una violazione,
ed una “storpiatura” del volto imperiale, dal momento che viola il supporto su cui essa è rappresentata e che ne è
portatore, come sottolinea lo stesso anonimo nel dire che l’immagine regia è sminuita dall’essere rifiutata, non
dall’essere fisicamente alterata; l’espressione non andrà pertanto intesa troppo alla lettera, al contario di quanto fa
Brandt, 1988 (cfr. pp. 50-51), secondo cui non vi sarebbe qui alcun riferimento alle monete di peso o lega ridotti,
ma alle “imitazioni” barbariche del V secolo, coerentemente con la datazione da lui proposta per il testo. In realtà,
164 CAPITOLO SECONDO

“politico” nell’adulterazione, legato al suo essere un gesto contro l’ordine pubblico e


contro l’autorità riconosciuta, giacché il diritto di coniazione è esclusivamente im-
periale, ed è quindi uno degli attributi della sovranità. Già nel 218, infatti, Elagaba-
lo aveva potuto condannare a morte Valerianus Paetus con l’accusa di sedizione,
perché aveva fatto coniare pezzi dorati col proprio volto, secondo quanto riferisce
l’epitome di Cassio Dione564.
Era probabilmente così anche ai sensi di legge: la moneta risultava, si presume,
equiparata alle statuae aut imagines imperatoris iam consecratae di Venuleio Saturnino
(D XLVIII, 4, 6), la cui fusione o alterazione soggiaceva già alla lex Iulia maiestatis565.
Ancora, una costituzione di Costanzo II, da datare probabilmente al 353566, con cui
veniva concessa una generale amnistia, esclude dal provvedimento di clemenza i rei
dei cinque crimini considerati capitali. Questi sembrerebbero essere, sulla base di
quanto detto da CTh XI, 36, 7, del 344, omicidio, veneficio, magia, adulterio, seque-
stro di persona, per i quali la stessa costituzione stabilisce che non sia ammesso appel-
lo. Vedremo però tra breve come Costanzo II stesso avesse già proceduto, nel 343, a
indicare la pena di morte come giusta punizione per i falsificatori monetari, e come
già Costantino li avesse privati del diritto di appello. Il falso in moneta va dunque
considerato incluso nei crimina quae capite vendicantur, insieme all’intero reato di lesa
maestà567, per il quale si procedeva all’esecuzione capitale già nel III secolo568. Anche
se l’inclusione della falsificazione monetaria nel crimen maiestatis, quindi, è attestata in
modo esplicito, come vedremo, solo nel 389569, è da ritenere che fosse già pienamente

come avremo modo di vedere più avanti (cfr. pp. 461-465) una tale lettura non è accettabile perché le monete di
emissione non imperiale (che fino alla seconda metà del V secolo sono ancora estremamente rare), purché fossero di
giusto peso e di lega metallica pura, e purché recassero nome imperiale, potevano essere accettate nella circolazione.
564 Dio LXXX, 4, 7: OÙalerianÒj te Pa‹toj Óti e„kÒnaj tin¦j ˜autoà ™picrÚsouj prÕj pallak…dwn
kosm»mata ™xetÚpwsen: ™k g¦r toÚtou kaˆ a„t…an œscen æj kaˆ ™j Kappadok…an Ómoron tÍ patr…di
aÙtoà oâsan (Gal£thj g¦r Ãn) ¢pelqe‹n epˆ newterismù dianooÚmenoj, kaˆ kat¦ toàto crusoÝj
glÚmma ˜autoà fšrontaj poioÚmenoj.
565 Cfr. Solidoro, 2003, p. 146. Proprio per quanto qui detto, ed in particolare in relazione al passo dell’anonimo de
rebus bellicis, non ritengo condivisibile però l’ipotesi, sempre della Solidoro, secondo cui l’inclusione della falsificazio-
ne monetaria nella lesa maestà mostrerebbe una «tendenza della legislazione ad estendere la tutela, anteriormente ac-
centrata intorno alla persona del Principe, ad una vasta gamma di aspetti dell’apparato statale» (cfr. Solidoro, 2003, p.
149). Al contrario, è proprio la presenza della figura imperiale sulle monete a rendere lesa maestà la falsificazione. E-
scludo pertanto anche che il configurare il falso in moneta come lesa maestà significasse riconoscere all’Imperatore de
iure la proprietà di tutto il metallo monetato, come vorrebbe Gualazzini, 1961 (cfr. pp. 98-99); una simile ipotesi è di
certo diretta derivazione dell’idea di un forte “statalismo dirigista” nell’Impero romano, soprattutto in epoca tarda:
cfr. le critiche di Cannata in Moneta e scambi, pp. 164-165, e infra, pp. 492-494. Si ricordi, a conferma dell’in-
clusione delle monete tra le imagines di Venuleio Saturnino, che vi sono casi, nella storia alto e medioimperiale, di fu-
sione di pezzi di conio di Imperatori sottoposti a damnatio memoriae: cfr. Duncan Jones, 1994, p. 98.
566 Cfr. Cuneo, 1997, p. 220.
567 Si noti che rientra nel reato di lesa maestà la falsificazione di tutte le specie monetarie, non esclusivamente
della valuta aurea.
568 Cfr. Solidoro, 2003, pp. 150-151.
569 È vero che precedentemente il crimine di falsa moneta risulta incluso nella trattazione relativa alla lex Cor-
nelia de falsis (così ad esempio in Sent. Paul. V, 25, 1), ma questo accade anche in epoca successiva, ed in par-
ticolare, come già detto, nel CJ: è evidente che l’adulterazione monetaria trova un proprio quadro normativo
nella giurisprudenza relativa alla falsificazione, senza che questo escluda di necessità, né prima né dopo, un suo
situarsi anche nel contesto della lesa maestà.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 165

operativa già in epoca precedente570. Completamente diverso, ovviamente, è invece il


reato di furto ai danni delle zecche pubbliche, punito, all’inizio del IV secolo, con
l’esilio o la condanna ad metalla (Sent. Paul. V, 21 a, 1)571.
Non è però solo questo il problema: il fatto che l’oro circoli su base solo ponde-
rale significa che l’adulteratore provoca un grave danno, che non deriva solo dalla
diminuzione della domanda per un prodotto dello Stato572. L’esattore infatti, o il
cambiavalute, o il monetiere, che in modo fraudolento riducono la quantità di oro
nelle monete sottraggono del metallo prezioso che deve tornare allo Stato, sia ridu-
cendo il peso di pagamenti che subito dopo devono essere trasferiti nelle casse pub-
bliche, e il cui peso non deve essere più ricontrollato, sia mettendo in circolazione
monete in lega che al momento del pagamento delle imposte torneranno all’ammi-
nistrazione pubblica procurandole una perdita.
La prima legge tardoimperiale a riferirsi a questo tipo di reato risale ad epoca co-
stantiniana, ed in particolare all’anno 319: Imp. Constantinus A. ad Verinum. Qui-
cumque adulterina fecerit numismata, poenam pro discretione sexus et condicionis suae
diversitate sustineat, hoc est ut, si decurio vel decurionis sit filius, exterminatus genitali
solo ad quamcumque in longinquo positam civitatem sub perpetui exilii condicione mit-
tatur ac super facultatibus eius ad nostram scientiam referatur; si plebeius, ut rebus a-
missis perpetuae damnationi dedatur; si servilis condicionis, ultimo supplicio subiugetur.
Dat. et pp. xv kal. April. Constantino A. v et Licinio Caes. conss.573 (CTh IX, 21, 1).
Colpisce immediatamente nella inscriptio l’assenza di indicazioni relative al ruo-
lo rivestito dal destinatario, Verino, in quel momento sicuramente vicarius Afri-
cae574. È dunque necessario domandarsi se i provvedimenti indicati in questa costi-
tuzione fossero applicati in tutto l’Impero (e sia casuale l’inserimento di una delle
lettere inviate dai prefetti al pretorio a tutti i loro sottoposti per indicare loro le
nuove normative)575 o fossero invece riferiti alla sola diocesi africana. È bene ricor-
dare, infatti, che – al di là della correttezza delle teorie di Bruun sulla restrizione
della coniazione dell’oro al solo comitatus imperiale, di cui si è già detto – l’Africa ri-
570 Non si può concludere in alcun modo nemmeno che la definizione del falso in moneta come lesa maestà risalga
ad età costantiniana (così King, 1996, p. 245). Se accettiamo che Venuleio Saturnino includesse anche le monete
tra le imagines imperiali, dovremmo far risalire alla metà del II secolo la connessione tra adulterazione monetaria e
lesa maestà. Non condivido pertanto l’idea espressa da Solidoro, 2003 (cfr. pp. 172-173), secondo cui la pratica del-
la quaestio servile contro i padroni si sarebbe imposta, in relazione alla falsa moneta, prima dell’inclusione di questa
tra i reati di lesa maestà: al contrario la pratica fu utilizzata proprio perché la falsificazione monetaria già si configu-
rava come crimen maiestatis. Non sembra corretta quindi neppure la ricostruzione di Chastagnol, 1960 (cfr. pp. 68-
69), secondo cui nel diritto classico il falso in moneta si sarebbe configurato semplicemente come falsum, e sarebbe
stato istituito in forma autonoma solo da Costantino, venendo poi incluso nella lesa maestà solo nel 389. Anche
Burnett, 2001 (cfr. p. 46) ritiene che prima del IV secolo l’adulterazione monetaria non avesse alcun tipo di impli-
cazione ideologica, ma se ne valutassero solo le conseguenze socio-economiche. Cfr. anche pp. 311-312.
571 Il furto ai danni delle zecche ricadeva, secondo Ulpiano, nel campo d’azione della lex Iulia peculatus (D
XLVIII, 13, 8): cfr. Wolters, 1999, p. 367.
572 Cfr. Grierson, 1989, p. 240-241.
573 È ovviamente impossibile che la costituzione sia stata da data et proposita insieme: il 18 marzo 319, data
qui indicata, è probabilmente quella di ricezione in Cartagine: cfr. Grierson, 1989, pp. 257-258.
574 Cfr. PLRE I, p. 951.
575 È importante sottolineare che i compilatori del Codice Teodosiano sembrano in effetti aver attinto parti-
colarmente agli archivi di Italia ed Africa: cfr. Gaudemet, 1983, pp. 147-150.
166 CAPITOLO SECONDO

sultava in questo periodo in una situazione particolarmente difficile per ciò che at-
tiene al rifornimento monetario576: la zecca di Cartagine era stata chiusa nel 306, la-
sciando l’Africa l’unica diocesi, insieme alla Spagna, a non possederne alcuna577;
quella di Alessandria, la più vicina, non riusciva nemmeno a provvedere del tutto al-
le necessità dell’Egitto e delle aree limitrofe578. In questo stesso periodo, infatti, la
moneta bronzea è coniata frequentemente, a quanto pare, in piccole zecche locali,
tollerate dal potere centrale: un esempio potrebbe essere quello venuto alla luce nel
sito di Dionysias, in Egitto (a dimostrazione dell’insufficienza, anche per il divisio-
nale, dei prodotti alessandrini è registrato anche dai tesoretti un consistente afflusso
di pezzi provenienti da Antiochia), per il quale troppe indicazioni contrastano con
l’identificazione di una zecca clandestina: la struttura, ove si producevano monete
fuse, è infatti di grandi dimensioni e limitrofa all’area di stanziamento di una guar-
nigione579. Sembrerebbe una categorica proibizione delle monete fuse CTh IX, 21,
576 Cfr. Hendy, 1985, pp. 289-290. Sull’esistenza di aree con difficoltà di riferimento monetario si era già e-
spresso Gaio (D XIII, 4, 3: pecuniarum quoque licet videatur una et eadem potestas ubique esse, tamen aliis locis
facilius et levibus usuris inveniuntur, aliis difficilius et gravibus usuris). Il giurista sostanzialmente riconosceva
che, pur restando invariato il valore nominale della moneta, il potere d’acquisto poteva subire variazioni geo-
grafiche anche notevoli: cfr. su questo passo Tozzi, 1961, p. 449; Melillo, 1978, p. 65. Per tali difficoltà cfr.
anche Milne, 1920, p. 183; Bastien, 1982; Strobel, 1989, pp. 25-26.
577 Cfr. RIC VI, pp. 411-421; Hendy, 1972a, pp. 76-77; Hendy, 1972b, p. 122.
578 Cfr. già Mickwitz, 1932, pp. 109-110, e soprattutto Schwartz, 1959, in particolare pp. 13-17.
579 Cfr. Gara, 1978, pp. 232-239. Queste monete false prodotte privatamente sono facilmente identificabili quando,
come a Dionysias, sono prodotte per fusione (tecnica non usata dalle zecche imperiali) e non per battitura. Il motivo
di questa scelta è evidente: si possono così ottenere monete partendo da altre monete, senza necessità di un intaglio
dei coni, lavoro altamente specializzato. In merito alle monete fuse, ed alla loro produzione, cfr. Dattari, 1913, in par-
ticolare pp. 354-356 (l’autore, con il linguaggio estremamente colorito che lo caratterizza, attribuisce queste produ-
zioni però ai soli falsari, sostanzialmente per non accettare l’ipotesi di una “disonestà” del governo di Roma: cfr. pp.
365-369); Milne, 1931 (che presenta un esemplare particolarmente ben conservato di “coin mould”) ma soprattutto
Alföldi, 1971, pp. 351-353; Picozzi, 1982-83, p. 145; Finetti, 1987, pp. 76-81 e da ultimo, in modo più generale,
Barello, 2006, pp. 94-98. Per un analogo rinvenimento a Hermopolis Magna, cfr. Barakat-Picard, 2002. Più in gen-
erale, sulle “monete di necessità” cfr. Hill, 1949, p. 2 («the authorities, while officially frowning upon such irregulari-
ties, would be let to tolerate them»); Alföldi, 1971, pp. 360-362; Picozzi, 1982-83, p. 145; Carrié, 1994a, p. 193;
King, 1996, pp. 240-241; Carrié, 2003c, pp. 194-195; Corbier in CAH XII2, p. 351. Già Milne, 1926a (cfr. p. 6) a-
veva evidenziato come i produttori di monete fuse avessero messo in piedi strutture di una discreta dimensione, con
qualche forma di direzione dei lavori. Naturalmente non ci possiamo aspettare – pur nella supposta tolleranza delle
autorità – alcuna forma di riconoscimento di queste monete, che sono e restano dei falsi: cfr. King, 1996, pp. 245-
246, contro Alföldi, 1971, cfr. pp. 359-360, secondo cui il bronzo non sarebbe stato protetto dalla legge sul falso in
moneta fino al 326; è da notare, però, al di là di tutto, come questo tipo di produzioni continui senza ombra di dub-
bio ben oltre questa data. Due forme di argilla per coniare piccoli bronzi fusi della prima età costantiniana sono con-
servate a Napoli, e provengono probabilmente dall’Egitto, come mostra anche l’indicazione della zecca di Alessandria;
di altre quattro a Milano è certa la provenienza egiziana (cfr. Cesano, 1912, pp. 33-34). Si ricordi, anche a titolo di
curiosità, come Gerolamo racconti nella Vita Pauli (5) del rinvenimento, da parte dell’eremita, nel deserto, di una
zecca clandestina utilizzata ai tempi di Antonio e Cleopatra. Fu anche proposta l’ipotesi che i grandi proprietari egi-
ziani coniassero moneta in modo sostanzialmente indipendente dall’autorità imperiale: cfr. Milne, 1926a, p. 8 (ove si
parla di “feudal currency”); Milne, 1926b, pp. 60-61 (ma nello stesso contributo, alle pp. 54-55, un’altra serie di mo-
nete “irregolari” è attribuita alle autorità romane di Cartagine, che si trovavano in stato di necessità); Mattingly, 1928,
p. 255; Bratianu, 1938, p. 71. Monete “di necessità”, per supplire alle scarsità di circolante, erano presenti anche in
altre aree dell’Impero, come, ad esempio, la Britannia (cfr. Cesano, 1912, p. 49; Mattingly-Pearce, 1939, pp. 268-
269; Hill, 1949, p. 5; Reece, 1987, pp. 22-23), ma anche la Gallia, specialmente dopo il 335 (cfr. Cesano, 1912, p.
49; Callu-Garnier, 1977, pp. 286-287; Depeyrot, 1982); i rinvenimenti, tra XVIII e XIX secolo, di numerosissime
matrici di fusione nell’area di Lione, ed addirittura di un sito analogo a quello di Dionysias, scoperto nel 1830 a Da-
mery, in Champagne, fecero persino pensare che la fusione fosse utilizzata anche dalle zecche imperiali, o in generale
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 167

3, del 326, indirizzata di nuovo ad un proconsole d’Africa, e se ne potrebbe desu-


mere che questo tipo di attività non fosse in realtà accettato ovunque580.
In realtà anche in questo caso il testo è molto chiaro: non ogni tipo di fusione deve
essere proibito, ma solo la falsa fusio. Ora, dal momento che le zecche pubbliche conia-
vano unicamente per mezzo di impressione, e non di fusione, l’uso dell’attributo sa-
rebbe del tutto pleonastico; esso invece sta a significare che non sono accettabili le mo-
nete prodotte per fusione con una lega metallica alterata, che non rispetti le proporzio-
ni dei conii “ufficiali”. Dobbiamo quindi desumerne che anche in Africa Proconsolare,
così come – sembra – in Egitto, e probabilmente in tutto l’Impero, un simile rimedio
alla carenza di circolante fosse non solo tollerato, ma di fatto riconosciuto.
La zecca alessandrina produceva moneta aurea in quantità ridottissime581. In
questo caso dovremmo ritenere, come sembra in effetti plausibile, che il governo
imperiale tollerasse in aree di difficile rifornimento monetario simili attività ai mar-
gini della legalità per il bronzo (nessun dato ci informa dell’argento), ma non fosse
disposto a nessun tipo di compromesso per la moneta aurea. Nonostante tutte le
precauzioni da prendere per simili argomenti, sicuramente in parte dettati dalla ca-
sualità dei rinvenimenti, infine, potrebbe essere significativo sintomo di questa scar-
sità di circolante aureo, non supplito da coniazioni locali, il fatto che per il IV seco-
lo i tesori africani contenenti oro siano pressoché nulli582. Abbiamo un’ulteriore
conferma, se fosse necessario, di quanto già detto nel corso del paragrafo preceden-
te: la domanda di oro era incredibilmente superiore all’offerta del mercato, e si de-
terminavano pertanto, soprattutto in alcune aree geografiche, ed a maggior ragione
in una zona colpita anche da scarsità di divisionale, evidenti fenomeni di shortage.
È difficile invece accettare la lettura di CTh IX, 21, 1 proposta da Philip Grier-
son, al di là della sua interpretazione della costituzione come rivolta a tutto l’Im-
pero: lo studioso inglese infatti ritiene che sia qui in discussione la coniazione di fal-
se monete di bronzo, reato per il quale non si configurerebbe la colpa di sacrilegio,
qui non nominata583. Non solo non tutte le costituzioni relative all’adulterazione

in un contesto di coniazione legale ed autorizzata: cfr. De Petigny, 1857, pp. 116-119; Cesano, 1912, pp. 46-47 e
58-59; Jungfleisch, 1952-53, p. 244. Per l’area renana cfr. Krafft, 1954, p. 2; un importante ritrovamento fu fatto a
Pachten, in Saarland: cfr. Alföldi, 1971, pp. 354-357. Un altro pezzo da Treviri è edito in Gilles, 1983a. Per la Spa-
gna: cfr. Marot, 2000, pp. 802-803. In generale, cfr. Foraboschi, 2003, p. 234. Il fenomeno era già stato ipotizzato da
Heichelheim: cfr. Heichelheim, 1938, p. 285. Un corpus delle imitazioni rinvenute della prima metà del IV secolo è
stato stilato ormai 30 anni fa da Callu e Garnier (cfr. Callu-Garnier, 1977, pp. 300-315). Le “monete locali” fuse fu-
rono di nuovo prodotte in grande abbondanza nella seconda metà del V secolo: cfr. Morrisson, 2004, pp. 408-409.
La creazione di monete che suppliscano ad uno scarso rifornimento ufficiale di circolante all’interno di un’area sono
naturalmente indizio di un’economia fortemente monetarizzata, che ha bisogno di quantità piuttosto abbondanti di
moneta per funzionare: cfr. anche Reece, 2003, p. 161. Un simile uso fu pratica corrente anche in età altoimperiale:
cfr. tra gli altri Beyer, 1995b, pp. 41 e 72-73.
580 Idem A. [Constantinus] ad Tertullum proc(onsulem) Africae. Si quis nummus falsa fusione formaverit, universas
eius facultates fisco addici praecipimus, atque ipsum severitate legitima coherceri, ut in monetis tantum nostris cudendae
pecuniae studium frequentetur. Dat. prid. non. Iul. Med(iolano) Constantino A. vii et Constantio Caes. conss.
581 Cfr. RIC VI, pp. 653-659.
582 Cfr. Cracco Ruggini, 1984, pp. 31; Salama-Callu, 1990, p. 95.
583 Cfr. Grierson, 1956, pp. 251-252. Questa costituzione secondo Grierson sarebbe quindi da collegare con
quella sopra riportata del 326 indirizzata a Tertullus. Ritengono che la costituzione tratti di moneta divisionale
anche Gara, 1978 (cfr. p. 241); Vogler, 1998a (cfr. pp. 243-244) e Penna, 2001 (cfr. p. 289).
168 CAPITOLO SECONDO

dei solidi recano esplicita indicazione del sacrilegio commesso con tale reato (non ve
ne è alcuna menzione, ad esempio, in CTh IX, 22, 1 e CTh IX, 21, 5, che analizze-
remo a breve), ma l’uso del termine numisma, di cui ci siamo già occupati, non la-
scia adito ad alcun dubbio.
Per quanto riguarda le pene previste la differenziazione rispetto alla classe sociale
di appartenenza del violatore della legge era già parte della legislazione sillana584, ed
era recepita anche nelle Pauli Sententiae (V, 25, 1), ove si destinavano alla deporta-
zione su un’isola gli honestiores (coloro che detenessero sufficiente oro e mezzi tecni-
ci da poter mettere in attività vere zecche clandestine?), ai lavori forzati nelle minie-
re o alla crocifissione gli humiliores (lavoratori delle zecche?).
Di applicazione certamente estesa all’intero territorio imperiale è la successiva
CTh IX, 21, 2, del 20 novembre 321, che – a maggior conferma di quanto detto
finora – indica esplicitamente le pene cui devono essere sottoposti i lavoratori delle
zecche imperiali che siano scoperti a svolgere attività fraudolenta e clandestina: Idem
A. ad Ianuarinum585. Quoniam nonnulli monetarii adulterinam monetam clandestinis
sceleribus exercent, cuncti cognoscant necessitatem sibi incumbere huiusmodi homines
inquirendi, ut investigati tradantur iudiciis, facti conscios per tormenta ilico prodituri
ac sic dignis suppliciis addicendi. Accusatoribus etiam eorum immunitatem permitti-
mus, cuius modus, quoniam dispar census est, a nobis per singulos statuetur. Servos e-
tiam, qui hoc detulerint, civitate romana donamus, ut eorum domini pretium a fisco
percipiant. Si quis autem militum huiusmodi personam susceptam de custodia exire fe-
cerit, capite puniatur. Appellandi etiam privato licentia denegetur; si vero miles aut
promotus huiusmodi crimen incurrerit, super eius nomine et gradu ad nos referatur. Si
dominum fundi vel domus conscium esse probabitur, deportari eum in insulam oporte-
bit, cunctis eius rebus protinus confiscandis; si vero eo ignaro crimen commissum est,
possessionem aut domum debet amittere, in qua id scelus admissum est. Actor fundi vel
servus vel incola vel colonus, qui hoc ministerium praebuit, cum eo qui fecit supplicio
capitali plectetur, nihilo minus fundo vel domo fisci viribus vindicanda. Quod si domi-
nus ante ignorans, ut primum repperit, scelus prodidit perpetratum, minime possessio vel
domus ipsius proscriptionis iniuriae subiacebit, sed auctorem ac ministrum poena capi-
talis excipiet. Dat. xii kal. dec. Romae Crispo ii et Constantino ii cc. conss. (CTh IX,
21, 2 = CJ VII, 13, 2 + IX, 24, 1)586.

584 Cfr. Sargenti, 1998, p. 41.


585 Ianuarinus è probabilmente in questo momento vicarius Urbis Romae: cfr. PLRE, vol. I, p. 453.
586 «Poiché alcuni coniatori mantengono in esercizio una zecca clandestina, con reati clandestini, tutti quanti siano a
conoscenza del fatto che su loro incombe l’impellenza di ricercare uomini di questo genere, così che, una volta scoper-
ti, siano consegnati al giudizio, perché subito attraverso la tortura facciano il nome dei complici, e di assegnarli così ai
giusti supplizi. Concediamo anche ai loro accusatori un’immunità la cui misura, poiché è diversa la condizione so-
ciale, sarà da noi decisa in ogni singolo caso. Doniamo anche ai servi, che abbiano fatto delazione per questo reato, la
cittadinanza romana, così che i loro padroni ottengano dal fisco il prezzo corrispondente. Ma se qualche soldato avrà
fatto sfuggire di custodia una persona di questo genere arrestata, sia condannato a morte. Inoltre a un privato cit-
tadino sia negata la possibilità di appello; se in verità un soldato o un promoto di questo sia incorso in un crimine di
questo genere, si riferisca a noi del suo nome e grado. Se sarà dimostrato che il padrone del fondo o della casa ne era a
conoscenza, bisognerà che sia deportato su un’isola, dopo immediata confisca di tutti i suoi beni; se in verità il crimi-
ne fosse stato commesso senza che ne fosse a conoscenza, deve perdere il possedimento o la casa in cui fu commesso
quel crimine. Il gestore del fondo, o lo schiavo, o il residente, o il colono che abbiano svolto questa funzione, siano
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 169

La costituzione non tratta nello specifico le coniazioni adulterine in un metallo


piuttosto che in un altro, ma indica la punizione generica cui devono essere sotto-
posti i monetarii che, oltre all’attività legale nella zecca imperiale, coniino monete
false587. La pena per il falsario non è indicata chiaramente, e questo lascia pensare
che resti inalterata rispetto alle precedenti disposizioni del 319588, mentre si specifi-
ca il premio della libertà per gli schiavi delatori, il che lascia intendere una particola-
re attenzione dell’autorità legislativa per la questione589. Il problema, dotato eviden-
temente di una reale consistenza, non è peraltro posto in formule generiche ma con
estrema concretezza: come già si è detto, i rischi per il sistema monetario imperiale
non venivano tanto dai singoli cittadini, quanto dagli stessi “operatori del settore”.
Si noti, infine, la minaccia di deportazione su un’isola (punizione, si è detto, indica-
ta anche nelle Pauli Sententiae per gli honestiores rei di falsa moneta) per il padrone
del fondo su cui avvenivano le operazioni di coniazione qualora fosse complice del
crimine: la ricorrenza di tale provvedimento come “salutare” nella prospettiva del-
l’anonimo de rebus bellicis potrebbe non essere casuale, ma ispirata effettivamente
dalla normativa vigente590.
È poi con Costanzo II che vengono presi provvedimenti più organici e più spe-
cificamente riferiti alla adulterazione della moneta aurea, in una lunga costituzione
giunta a noi in più frammenti, che si occupa specificamente di solidi, illustrando
ancora una volta i due possibili modi di adulterarli, qui mensuram circuli exterioris
arroserit, ut ponderis minuat quantitatem, vel figuratum solidum adultera imitatione
in vendendo subiecerit (CTh IX, 22, 1).
La datazione della costituzione è controversa: il testo è pervenuto con attribu-
zione all’Imperatore Costantino, e datato al 26 luglio 317. In realtà il destinatario,
il prefetto al pretorio Leonzio, ricoprì questa carica solo tra il 338 e il 344. Allo stes-
so destinatario è rivolta anche CTh IX, 21, 5, del 343, e questo ha portato ad attri-
buire con buona certezza a quest’anno anche la costituzione oggetto della nostra a-
nalisi, anzi a ritenerle due parti di un medesimo testo legislativo. È d’altra parte in-
dubitabile che nella tradizione dei codici legislativi siano assai più frequentemente
erronee le subscriptiones che le inscriptiones591.
L’appena nominata costituzione CTh IX, 21, 5 è infatti assolutamente comple-

condannati a morte insieme all’autore del reato, non di meno dovendo essere rivendicati ai beni del fisco il fondo o la
casa. Se poi il padrone, prima non a conoscenza, non appena lo avesse scoperto, avesse rivelato il crimine perpetrato,
la sua proprietà o casa non subiranno il danno della proscrizione, ma la pena capitale colpirà l’autore o l’esecutore».
587 Sui monetarii cfr. pp. 188-196.
588 Cfr. Sargenti, 1998, p. 41.
589 Si noti che il testo di legge dice solamente come ai padroni debba essere pagato dal fisco il prezzo dello
schiavo, così che non subiscano un danno dalla concessione della libertà, ma questo pagamento non costitui-
sce affatto una forma di premio, come erroneamente sostiene Monopoli, 1998 (cfr. p. 252).
590 Cfr. Condorelli, 1971, pp. 38-39, ma cfr. le osservazioni di Brandt, 1988, p. 57 e Fusco, 1999, pp. 140-142.
591 Cfr. Cuneo, 1997, pp. 118-121 (che richiama il problema, ma evita di prendere posizione); Giardina,
1973-74, pp. 186-189. Contra, ad esempio, Grierson, 1989 (cfr. pp. 259-260), che difende la datazione al
317, dovendo però ammettere che nel testo è entrata una parte attribuibile invece a Costanzo II. Una tale e-
ventualità è ancora più remota dell’errore nella subscriptio, e non è peraltro supportata da forti motivi conte-
nutistici. Attribuisce il testo a Costantino anche Penna, 2001 (cfr. p. 281), che non pone però in nessun mo-
do il problema della datazione.
170 CAPITOLO SECONDO

mentare a CTh IX, 22, 1: l’una menziona esplicitamente entrambi i tipi di reato, e
dunque anche la riduzione del peso della moneta tramite limatura od altri procedi-
menti; l’altra invece parla di adulter solidorum, denominazione in cui sono da rico-
noscere – proprio per il confronto con la “classificazione” dei due tipi di adultera-
zione operata in IX, 22, 1 – coloro che producano monete false, in oro non puro592.
Anche in questo caso la pena è la morte, come è logico pensare dal momento che
tra i due aspetti dell’adulterazione monetaria uno non è più grave dell’altro: Imp.
Constantius A. Leontio pf. p. Praemio accusatoribus proposito, quicumque solidorum
adulter potuerit reperiri vel a quoquam fuerit publicatus, illico, omni dilatione summo-
ta593, flammarum exustionibus mancipetur. Dat. xii. kal. Mart. Antiochiae, Placido et
Romulo coss. (CTh IX, 21, 5)594.
La pena stabilita non è più, come nel 319, da differenziare a seconda della con-
dizione sociale del reo: la morte, prima riservata ai soli schiavi, è ora la minaccia che
incombe su tutti coloro che si macchiassero del reato di falsificazione monetaria595;
è evidente il forte interesse economico e simbolico che l’autorità imperiale nutriva
nella questione596.
È infine doveroso sottolineare che, come logico, il metallo delle monete false se-

592 Non è possibile mantenere la convinzione espressa da D’Ors, secondo cui con il verbo adulterare e con i so-
stantivi ed aggettivi da esso derivati si intenderebbero solo le monete false prodotte per battitura e non per fusio-
ne, ed il termine va inteso in modo assai più generico (cfr. Santalucia, 1982, p. 68). Esso non è utilizzato però per
indicare le operazioni di riduzione ponderale delle monete, o di limatura, ma esclusivamente la produzione, tanto
in zecche statali quanto clandestine, di moneta non autorizzata, e presumibilmente di lega metallica non pura. Lo
mostra bene proprio la nostra CTh IX, 22, 1, in cui si stabilisce la pena di morte per chi mensuram circuli exterio-
ris [scil. di un solido] adroserit, ma anche per chi vendesse solidi di adultera imitatione, eventualità disgiunta dalla
precedente da un vel. Numerose naturalmente le ricorrenze del verbo adulterare e dei suoi derivati nel titolo CTh
IX, 21 (de falsa moneta): di adulterina numismata si parla nella 1, di adulterinam monetam nel senso di zecca clan-
destina nella 2 (= CJ VII, 13, 2 e IX, 24, 1), di adulter solidorum nella 5 (= CJ IX, 24, 2); si vedano anche CTh
XI, 21, 1 (371) e XII, 6, 13 (367). Se CTh VIII, 38, 7 esclude dall’indulgenza pasquale del 384 chi abbia com-
messo il reato di monetae adulterata figuratio, VIII, 38, 8, del 385, ribadisce l’esclusione dell’adulterator monetae,
espressione modificata però nella redazione CJ I, 4, 3, ove, ad includere anche i responsabili delle “limature”, si
parla di adulterator violatorque monetae. Poche le ricorrenze nelle fonti letterarie: di adulterina nomismata et para-
charaxima parla Giovanni Cassiano (Coll. I, 22, 1), e troviamo la definizione adulterator adulter et qui nummisma
inlegale cudit (Gloss. II, 564, 41). Fausto di Riez usa l’aggettivo adulterinus per indicare anche ciò che è mescolato
con l’oro nella produzione di una lega metallica non pura: non aurum in culpam venit, sed quidquid auro obryzo
adulterinum fraus iniquitatis admiscuit (Grat. I, 2). Anche in relazione, più in generale, ai metalli adulterare e deri-
vati si riferiscono a leghe non pure: mixta enim et adulterata inter se per ignem metalla dissociat [scil. stagnum] dice
Isidoro di Siviglia (Etym. XVI, 23, 1); si veda anche Hier., In Jer. II, 7, 17 sqq; In Zach. I, 4, 8 sqq.; Eucher.,
Instr. I (PL 50, 787 A); Faust. Rei., Grat. I, 19.
593 Questa espressione non fa probabilmente in realtà che ribadire la non liceità in questi casi dell’appello,
come disposto già da Costantino nel 319: cfr. Sargenti, 1998, p. 43.
594 La costituzione, unita a CTh IX, 21, 3, è ripresa anche in CJ IX, 24, 2.
595 L’interpretatio (Praemium accipiat, quicumque adulterum monetarium prodiderit, et is, qui proditus est, si de monetae
adulteratione convictus fuerit, ignibus concremetur). discorda leggermente dal testo di legge: mentre questo si riferisce
esclusivamente alla falsificazione dei solidi, quella indica nella condanna a morte la pena per l’adulterazione monetaria
generica, qualunque sia il metallo coniato. Questa discrasia nasce naturalmente dal fatto che la condanna a morte era
effettivamente comminata a tutti i falsari, di qualunque metallo monetale, a maggior ragione dopo l’esplicito formale
inserimento dell’adulterazione monetale tra i reati di lesa maestà, nel 389 (cfr. pp. 311-312).
596 Cfr. Cracco Ruggini, 1989, p. 236; Sargenti, 1998, pp. 42-43. In generale, la politica di Costanzo II risul-
ta assai più drastica di quella di Costantino nel tutelare gli interessi del fisco, ed assai meno benevola verso gli
interessi privati: cfr. Sargenti, 1998, p. 47.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 171

questrate era incamerato dallo Stato597. Lo conferma un passo agostiniano relativo


a zecche clandestine in cui la coniazione era effettuata per battitura e non per fusio-
ne: il metallo ivi scovato, dice il vescovo di Ippona, viene accumulato nei thesaura
regalia (Contra Parm. II, 29).
7. La circolazione dell’oro sotto i figli di Costantino
Si è detto che il percorso avviato da Costantino non mostrò in realtà immedia-
tamente le proprie conseguenze pratiche: si è già visto in relazione alle leggi sulla
falsificazione monetaria come vada attribuita una grande importanza al regno di
Costanzo II, finora relativamente trascurato. Fu infatti questo Imperatore a regola-
rizzare e a sistematizzare da un punto di vista legislativo l’opera monetaria del pa-
dre, con un’ampia serie di costituzioni (alcune delle quali sono già state analizzate)
che da un lato trattano problemi legati alla circolazione monetaria facendo chiarezza
su alcuni punti lasciati oscuri dall’amministrazione precedente, dall’altro mostrano
praticamente come l’“ancoramento all’oro” del sistema economico-monetario stesse
gradualmente prendendo piede. Si rese conto della continuità della politica econo-
mica costantiniana e costanziana, già una trentina d’anni dopo, Ammiano Marcel-
lino che, riprendendo un topos sulla politica economica costantiniana assai diffuso, e
di cui abbiamo già trattato, scrisse (XVI, 8, 12) come Costantino per primo avesse
«aperto le fauci» delle largizioni spropositate, ma fosse stato Costanzo a riempire tali
fauci medullis provinciarum, ossia con l’imposizione fiscale a danno delle province.
Al di fuori della metafora, ed al di là della patina moralistica che sempre – lo ab-
biamo visto – ammanta questo tipo di trattazioni, è evidente che lo slittamento del-
lo Stato verso una “contabilità oro” continuava.
Unica variazione significativa in questo periodo potrebbe apparire una riduzione
ponderale dei solidi di Magnenzio: i soli 24 esemplari noti della zecca di Treviri sem-
brerebbero infatti attestarsi su un peso medio di 1/84 la libbra598. È necessario però
sottolineare che il campione statistico è estremamente ridotto, e che non possiamo sa-
pere se la riduzione di peso non fosse operata (in modo fraudolento?) dagli operatori
della zecca; se anche essa fosse confermata, infine, il contesto storico-evenemenziale
suggerisce di certo di interpretare questi pezzi aurei come parte di un donativo per i
soldati: il peso poteva essere ridotto per mantenere uguale il numero di monete con-
segnate diminuendo la spesa, o aumentare il numero delle monete mantenendo la
spesa invariata, ed in un contesto di circolazione esclusivamente ponderale non avreb-
be creato difficoltà599. D’altronde, dalle ampie requisizioni messe in atto dall’usurpa-
tore (Jul., Or. I, 27) sembra di poter desumere che quello della scarsità d’oro fosse ef-
fettivamente un problema che lo affliggeva600, e il fatto che queste monete vadano at-
tribuite all’ultima fase dell’usurpazione confermerebbe il loro essere frutto di un mo-

597 Cfr. Delmaire, 1989, p. 502.


598 Cfr. RIC VIII, p. 57; Carson, 1990, p. 182; Depeyrot, 1992, p. 60.
599 La connessione tra questa “riduzione di peso” di Magnenzio ed i solidi leggeri di VI secolo (cfr. Martin,
1988, p. 222) non ha particolare significato, se non nella possibile identificazione di un’analoga finalità.
600 Cfr. Depeyrot, 1991b, p. 43.
172 CAPITOLO SECONDO

mento grave, in cui Costanzo II incalzava sempre più da vicino601.


La circolazione dell’oro, pertanto, mantenne esattamente le stesse caratteristiche
del periodo precedente, soprattutto per quanto riguarda la circolazione esclusiva-
mente su base ponderale del metallo602. Una sola testimonianza potrebbe, a prima
vista, indurci a credere che il solido, in quanto metallo coniato, avesse un valore su-
periore al corrispettivo peso di metallo non coniato. Si tratta della già citata CTh
IX, 22, 1, su cui è opportuno tornare con maggiore dettaglio d'analisi: Imp. Con-
stantinus A. Leontio pf. p. Omnes solidi, in quibus nostri vultus ac veneratio una est,
uno pretio aestimandi sunt atque vendendi, quamquam diversa formae mensura sit.
Nec enim qui maiore habitu faciei extenditur, maioris est pretii, aut qui angustiore ex-
pressione concluditur, minoris valere credendus est, quum pondus idem exsistat. Quod si
quis aliter fecerit, aut capite puniri debet, aut flammis tradi, vel alia poena mortifera.
Quod ille etiam patietur, qui mensuram circuli exterioris arroserit, ut ponderis minuat
quantitatem, vel figuratum solidum adultera imitatione in vendendo subiecerit. Dat.
vii. kal. Aug. Gallicano et Basso coss.603.
A prima vista questa costituzione, che obbliga ad una uguale valutazione di soli-
di di forma differente604, potrebbe indurci a ritenere che implichi l'imposizione di
identico valore a monete di peso diverso, dando così l'idea dell'esistenza di un range
di variazione nel peso delle monete, naturale o massimo, che comporterebbe obbli-
gatoriamente – come ha ben mostrato Bolin – una sopravvalutazione del metallo
coniato605. Così, ad esempio, Carrié legge in questa costituzione una chiara confer-
ma di un atteggiamento “nominalista” e non “metallista” da parte di Costanzo II606.
Tale impressione deve però essere immediatamente deposta, a fronte di due evi-
denze chiarissime: il fatto che si parli di vendita dei solidi ad un medesimo prezzo,
attestando ancora una volta la natura di merce e non di prezzo del solido stesso, e
soprattutto il riferimento alla circostanza che pondus idem existat. In sostanza, devo-
no sì essere valutati nello stesso modo solidi di forme diverse e con differenti volti
imperiali, ma a patto che essi contengano esattamente la stessa quantità di metallo.

601 Cfr. Bastien, 1964, pp. 93-94.


602 Da un punto di vista quantitativo è forse possibile dividere il regno di Costanzo II in due fasi, una prima
durante la quale la produzione di moneta aurea sarebbe diminuita, una seconda, invece, posteriore alla scon-
fitta di Magnenzio, di nuova grande coniazione: cfr. Callu, 1978a, p. 105.
603 «Tutti i solidi, su cui sono insieme la presenza del nostro volto e la venerazione, devono essere valutati e
venduti ad un solo prezzo, per quanto siano di diversa misura nella forma. Né infatti è di prezzo maggiore
quello che si estende in una maggiore forma dell’immagine, o bisogna credere che valga di meno quello che è
racchiuso in un disegno più piccolo, quando persista il medesimo peso. E se qualcuno si comportasse diver-
samente, deve o essere privato della vita, o dato alle fiamme, o con altra condanna mortale. Sopporterà ciò an-
che chi avesse limato la circonferenza esterna, per diminuire il peso, o avesse prodotto nella vendita un solido
figurato di falsa imitazione».
604 L’idea di Foraboschi, 1999 (cfr. p. 197), secondo cui la legge fu resa necessaria dalla “rozzezza” delle co-
niazioni ufficiali in questo periodo è chiaramente da respingere, di fronte soprattutto al dato numismatico
stesso, che non rivela affatto un tracollo “artistico” dei conii
605 Cfr. Bolin, 1958, p. 127. Questa è l’interpretazione di Adelson, 1952, cfr. p. 77.
606 Cfr. Carrié, 1993b, p. 756. Così anche Pankiewicz, 1989, p. 93; Strobel, 2004, cfr. p. 50; Morley, 2007, p.
63. Per Banaji, 2006 (cfr. p. 271) la costituzione sarebbe la prova di una «distinction between money and metal».
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 173

Ancora una volta, è il valore intrinseco a definire il valore della moneta607. Il conte-
sto è peraltro quello di una costituzione relativa alla frode monetale, non alla defini-
zione della circolazione monetaria: la frode in questo caso è quella perpetrata da in-
dividui che, basandosi su alcune caratteristiche esteriori, traggano guadagni illeciti
sottovalutando alcune monete rispetto al loro peso metallico nell’atto di acquistar-
le608. Una simile preoccupazione era peraltro già venuta alla luce nelle Pauli Senten-
tiae, ove si indicava identità di pena, esattamente come nella legislazione costanzia-
na, sia per gli adulteratori di moneta (come si è detto nel paragrafo precedente), sia
per colui che vultuve principum signatam monetam praeter adulterinam reprobaverit
(Sent. Paul. V, 25, 1).
Certo è necessario supporre, per capire questa costituzione, che una buona dose
di irrazionalità permeasse la circolazione monetaria609, o meglio il rapporto tra pub-
blico e moneta, se la preferenza accordata ad una moneta piuttosto che ad un’altra,
a parità di peso e purezza metallica, poteva essere sfruttata per trarne guadagni illeci-
ti610. Non c’è d’altra parte in merito affatto da meravigliarsi: anche al giorno d’oggi
simili atteggiamenti irrazionali sono diffusissimi: la banconota più usurata, ad e-
sempio, viene sempre ceduta più volentieri rispetto alla più nuova, pur a parità asso-
luta di valore611.
In una situazione come quella antica, in cui i meccanismi di salvaguardia dell’e-
conomia erano inesistenti, questi elementi di “psicologia collettiva” potevano assu-
mere un’importanza determinante, in particolare nel determinare fenomeni di ridu-
zione di valore e aumento dei prezzi612. L’attenzione alla tipologia della moneta
d’oro, come se questa ne modificasse il valore, è evidente, ad esempio, in un papiro
datato al IV secolo, PRossGeorg III, 9: si specifica qui che quattro solidi (crÚsinoi)
utilizzati in un pagamento recano due figure (dizÒtoi, da correggere in dizùdoi) e
sono “di vecchio conio” (paleoc£raktoi)613. È merito di John Lendon avere mo-
strato che il legame tra moneta e Imperatore ivi ritratto era talmente forte nella co-
scienza del pubblico da rendere spesso inevitabile una svalutazione dei pezzi coniati
col volto di Augusti defunti, con risvolti inflattivi talora forti, soprattutto se il nu-

607 Cfr. Sargenti, 1998, p. 44.


608 Cfr. Giardina, 1973-74, p. 185-187, che sottolinea giustamente come la costituzione miri ad «evitare che
intervengano nella valutazione della moneta criteri che prescindano dal suo peso».
609 Il presupposto, a lungo condiviso, che nella valutazione dei fatti economici di ogni genere, e non solo di fatto-
ri monetari, si dovesse postulare un atteggiamento del tutto razionale da parte di tutti i soggetti è stato ormai da
tempo sottoposto a critica, soprattutto dall’antropologia economica e dalla scuola sostantivista: cfr. ad esempio
Polanyi, 1977, pp. 36-38. Cfr. anche, in campo commerciale, Morley, 2007, pp. 36-37. Naturalmente è da con-
siderare, accanto ed in connessione alla persistenza di moventi irrazionali nell’atto economico, anche il condizio-
namento derivante dalla mancanza di informazione: cfr. Bang, 2006, pp. 57-58; Lo Cascio, 2006, p. 219.
610 Cfr. Howgego, 1990, p. 17; Howgego, 1995, p. 144; Hendy, 1985, p. 364.
611 In merito cfr. già Lopez, 1961, pp. 60-61. Ringrazio il prof. A. Saccocci per le interessanti riflessioni sug-
geritemi sull’atteggiamento umano di fronte al denaro.
612 Cfr. già Grierson, 1961b, p. 423 e, più recentemente, Klami, 1985, p. 263, secondo cui il problema
dell’inflazione in epoca antica «calls for a (qualitative) model of understanding behaviour and not for a quan-
titative explanatory model». Cfr. anche Strobel, 1989, secondo cui «das psychologische Element darf in keiner
Analyse von Preis- und Geldentwicklung fehlen» (p. 21).
613 Solidi “di vecchio conio” compaiono anche in PMünch I, 15 e 16; SB XVI, 12786.
174 CAPITOLO SECONDO

mero di monete di quell’Imperatore circolanti era particolarmente elevato614. Non


stupirà, allora, in considerazione del fatto che la massa di solidi costantiniani era
considerevole, né questa costituzione di Costanzo II, che non fa in realtà altro che
ribadire come l’oro debba circolare sulla base dell’esclusivo valore ponderale, né
constatare come fossero coniate in questi anni ancora monete a nome di Costantino
divus, per stabilizzare, con la continuazione del conio e con la rassicurazione del
pubblico sul suo destino trionfale, il corso delle sue monete615. È probabilmente
proprio in relazione a rischi di questo genere, oltre che in connessione con l’even-
tuale usura dovuta alla circolazione, che le monete venivano rifuse in continuazione,
cambiando il volto imperiale con quello dei nuovi regnanti.
Eliminati dunque tutti i dubbi su un’eventuale nuova sopravvalutazione dell’oro
coniato, dobbiamo prestare attenzione ai primi segni evidenti delle conseguenze
della politica costantiniana. In primo luogo la legislazione comincia ad indicare in
oro l’ammontare di alcune multe: le prime due costituzioni di questo tipo conserva-
te dal CTh risalgono all’anno 343616, ma il loro ordine cronologico non è facilmen-
te determinabile, dal momento che una delle due reca una erronea subscriptio che
riporterebbe all’anno 319. In questi due testi si punisce il reato di corruzione fina-
lizzata all’assunzione negli uffici del fisco con una multa pari a 10 libbre d’oro
(CTh VIII, 1, 1); se invece un giudice non avesse accolto un appello regolare avreb-
be dovuto pagare a sua volta 10 libbre d’oro, facendo ricadere però anche una multa
di altre 15 libbre d’oro sull’intero ufficio (CTh XI, 30, 22): si tratta di una cifra si-
curamente abnorme e, si noti bene, ancora una volta espressa in termini di peso e
non di unità di conto monetarie. Le multe da pagare a peso d’oro, a partire da que-
sto momento, crescono in modo esponenziale617: del 349 sono CTh IX, 17, 2, sulla
spoliazione delle tombe e CTh VII, 1, 2, sui soldati dimessi irregolarmente o allon-
tanatisi; del 355 CTh XI, 30, 25, ancora sugli appelli. I funzionari pubblici, tanto
dell’esercito quanto dell’amministrazione, cercano sempre più di farsi pagare in oro
non solo dallo Stato, ma anche dai privati cittadini: CTh VI, 29, 5 del 359, così,
deve regolamentare la situazione degli agentes in rebus che ispezionano il cursus pu-
blicus, autorizzati d’ora in poi a prelevare oro, ma “solo” nella misura di un solido
per ogni flagellum ispezionato, e limitatamente alle province in cui il mantenimento
del servizio di posta non fosse a carico del fisco imperiale618.
L’oro è sempre, quindi, la massima espressione della ricchezza: dotato di alto va-
lore, con alto mantenimento del potere d’acquisto, è certo – come si è già più volte
detto – la massima forma di tesaurizzazione possibile. Nessuno può dirsi ricco, dice
614 Cfr. Lendon, 1990, pp. 115-117. Si tratta di una forma di quello che Bloch definì “cours commercial” o
“volontaire” della moneta, che si affianca al suo corso legale: cfr. Bloch, 1953, p. 146.
615 Cfr. Lendon, 1990, p. 125.
616 Le due costituzioni risultavano dunque emesse congiuntamente da Costanzo II e Costante, ma essendo,
come si vede dalla subscriptio, relative all’Oriente dovettero essere opera del primo, poi probabilmente estese
anche alla parte occidentale dell’Impero. Sono queste le prime multe in oro, perché le già citate CJ, VI, 1, 4 e
5 sono piuttosto da considerare rimborsi coatti del prezzo di uno schiavo, come già visto.
617 Secondo Depeyrot, 2005 (cfr. p. 93) l’oro comincia ad essere concorrenziale rispetto all’argento nei modi
di pagamento dal 350-360.
618 Cfr. Vogler, 1998a, p. 152: «L’habitude de se faire payer en or était crée».
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 175

Temistio intorno al 355, se non ha mai toccato un solido d’oro (Them. II, 30 c). La
moneta d’oro, quindi, è ricchezza per antonomasia, e tutti gli uomini la desiderano.
Il suo valore è però pur sempre assai alto, e non si tratta di un oggetto con cui poter
avere a che fare comunemente: la maggior parte degli uomini, commenta amara-
mente sempre Temistio, pur mirando al metallo più prezioso finiscono per privarsi
del proprio buon nome per un po’ di divisionale (I, 12 d).
Per quanto riguarda la coniazione della valuta aurea, rimasero in azione le mede-
sime dinamiche già attive in età costantiniana: nessuna riduzione, quindi, della pro-
duzione di solidi alla sola circostanza della presenza del comitatus imperiale, ma ge-
stione dell’emissione di valuta aurea sulla base delle necessità militari e finanziarie.
Nel 352, così, fu aperta la zecca di Milano, che non sostituì la vicina Aquileia, ma
dovette compensare la perdita delle officine cadute sotto il controllo di Magnen-
zio619. Ad ogni modo la coniazione è ovviamente più intensa laddove è presente la
corte imperiale, e quindi certamente in Oriente, mentre in Occidente sono solo le
necessità militari a condizionare eventuali produzioni620: ad Arles, ad esempio,
l’inizio della produzione di valuta aurea risale agli anni del cesarato di Giuliano621,
in connessione con le campagne militari di questi contro i barbari.
Occasioni di coniazione sono sempre prevalentemente le ascese al trono e gli
anniversari di regno, in occasione dei quali – come già si è detto – venivano distri-
buiti sontuosi donativi. Ogni usurpatore, già lo si è messo in rilievo, conia imme-
diatamente oro da distribuire ai propri soldati, per assicurarne la fedeltà e motivarne
la lotta: troviamo così solidi anche con volti e nomi di personaggi il cui potere fu di
durata brevissima, come Nepoziano, che coniò anche a nome di Costanzo II622.
Per quanto riguarda il prezzo dell’oro, come prevedibile, esso continuò a crescere
rispetto ai livelli raggiunti in epoca costantiniana, coerentemente con gli indirizzi eco-
nomici fin qui esposti. Si è già accennato alla importante testimonianza offerta da SB
XIV, 11 593623. Il prezzo qui riportato è infatti superiore a quello immediatamente
precedente noto (Stud Pal XX, 96) di quasi il 55%. L’intervallo cronologico tra i due
testi non è però così ampio: come si è già detto deve probabilmente cadere tra i due la
riduzione del piede di coniazione del radiato grande da 1/132 a 1/192 di libbra, ope-
rata nel 335-336624. È infatti evidente che un simile provvedimento portasse presso il
pubblico ad una rapida ed immediata svalutazione del divisionale rispetto all’oro. E
così il prezzo dell’oro risulta ora di 19 800 000 denarii la libbra.
Il testo può essere con buona certezza datato intorno al 340, o meglio nell’inter-
vallo 338-341, sulla base degli altri prezzi (ad esempio carne, vino, grano) citati nel
papiro, e che trovano riscontri in altre testimonianze papiracee coeve625. Il documento

619 Cfr. Ulrich Bansa, 1949, p. 11.


620 Cfr. Ulrich Bansa, 1949, pp. 13-14. Bruun indicò anche nel commercio un fattore determinante per le
coniazioni orientali, ritenendolo invece irrilevante per l’Occidente: cfr. Bruun, 1954, p. 2.
621 Cfr. Picozzi, 1988.
622 Cfr. Bastien, 1964, p. 208; Gricourt-Gricourt, 1987, p. 219.
623 Già Stud Pal XX, 81 e Sijpesteijn-Worp, 1976, n. 3.
624 Cfr. p. 155.
625 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 39. Bagnall-Sijpesteijn, 1977 (cfr. p. 124) indicava invece come datazione 340-345.
176 CAPITOLO SECONDO

è costituito da una lista di prezzi compilata da un funzionario pubblico, ed il paga-


mento dell’oro, in particolare, è indirizzato al ceirismÒgrafoj dello stratego. Come
nel caso dell’elenco del 330-337 riportato in SB XIV, 11 592, dunque, è assai difficile
dire se si tratti di prezzi effettivamente validi sul mercato. Non si tratta, come già si è
detto in merito all’altra testimonianza affine, di prezzi di coemptio, bensì di pagamenti
a funzionari. È dunque presumibile che non si tratti di prezzi pubblici estremamente
ribassati, ma più vicini ai valori della pubblica piazza. Se dovessimo considerare questo
prezzo fortemente inferiore a quello effettivamente esistente, infatti, dovremmo am-
mettere un incremento del prezzo dell’oro, in questi anni, di proporzioni assai supe-
riori a quanto immaginabile dall’andamento delle altre merci.
È assolutamente necessario, a questo punto, chiedersi a cosa corrisponda effetti-
vamente il cosiddetto “prezzo di mercato” dell’oro. La spiegazione ci viene da nume-
rosi testi papiracei tardoimperiali, ed in particolare da POxy LIV, 3773. Ogni corpo-
razione – sappiamo con certezza – forniva mensilmente alle autorità delle dichiarazio-
ni di prezzo, relative alle tariffe applicate nel mese appena trascorso626, utilizzate poi
nella determinazione dei tassi di aderazione e di coemptio627; di questo tipo di comu-
nicazione è pervenuto fino a noi un buon numero di esempi, datati tra il 310 e il
360628. Nel periodo da noi preso in considerazione, ad esempio, fu redatto anche
POxy LIV, 3772, esempio perfetto del formulario utilizzato in simili circostanze629.
Il papiro oggetto delle nostre attenzioni, invece, riflette invece uno stadio succes-
sivo: non è la dichiarazione del prezzo dell’oro, che doveva presentare la corpora-
zione degli orefici o, assai più probabilmente, dei banchieri (ed in particolare dei
nummularii, gli effettivi responsabili del cambio della valuta aurea in divisionale)630,
ma un registro compilato nell’ufficio del logistes, in cui mese per mese sono annota-
ti, sulla base dei dati forniti dai collegia, i prezzi di un solido d’oro, di una libbra
d’argento non coniato, di un’artaba di grano, di una di orzo, di una di lenticchie, di
una di lachanospermos (seme vegetale), e infine di uno xeste di vino. Il “prezzo di
mercato” (in foro venalium rerum secondo l’espressione di Symm., Rel. 29, 1) è
dunque per l’amministrazione il valore che per le varie merci comunicavano le cor-
porazioni direttamente interessate nel loro commercio631.

626 Cfr. anche POxy LI, 3628-3633, infra alle pp. 331-333.
627 Qualcosa di simile accadrà in varie città europee a partire dal XV secolo, quando sarà disposto l’obbligo di
comunicare agli organi annonari cittadini i prezzi dei prodotti, allo scopo di «fornire elementi di giudizio per
la direzione della politica annonaria […] e formare sicure basi, sulle quali fissare i canoni dovuti per le affit-
tanze agrarie e regolare i pagamenti di censi, rendite, interessi» (Romano, 1963, pp. 239-240). Si tratta quindi
sì di strumenti per il controllo dei prezzi nelle transazioni con lo Stato, ma non hanno nulla a che fare con
tentativi di calmierare i prezzi, come vorrebbe invece Foraboschi, 1999 (cfr. pp. 195-196).
628 Sulle “dichiarazioni di prezzo”, cfr. Westermann, 1953, pp. 32-33; Fikhman, 1991-92, pp. 143-148;
Corcoran, 1996, p. 227; ma soprattutto Lo Cascio, 1998, pp. 121-127; Lo Cascio, 2003, pp. 322-325; Lo
Cascio, 2006, pp. 229-231. Cfr., tra i tanti, PAnt I, 38, testo assai discusso in bibliografia (cfr. ad es. Rémon-
don, 1957 e Coles, 1980); POxy I, 85; PSI III, 202.
629 Flaou…J EÙseb…J logistÍ 'Oxurugc…tou par¦ toà koinoà tîn ™kdocšwn tÁj aÙtÁj pÒlewj
di/ ™moà AÙrhl…ou (vac.) prosfwnî „d…J tim»mati t¾n ˜xÁj ™ngegrammšnhn tim¾n ïn cir…zw çn…wn
™pˆ toàde toà mh[nÕ]j kaˆ ÑmnÚw tÕ[n qe‹o]n [------].
630 Cfr. Lo Cascio, 1998, p. 136.
631 Di forum rerum venalium o di pretium fori si parla anche nei testi giuridici coevi: cfr. CTh VII, 4, 10
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 177

Respinte con buoni motivi da Bagnall le integrazioni proposte dall’editore in al-


cuni punti in cui il prezzo dell’oro non è conservato, basate essenzialmente sulla
presunzione che il rapporto di valore oro:argento dovesse essere 1:14,4, laddove le
parti conservate non mantengono sempre questa proporzione632, possiamo soffer-
marci sui dati certi: ci troviamo a constatare che il prezzo dell’oro varia di mese in
mese, esattamente come quello di tutte le altre merci. Al contrario dei prodotti agri-
coli, però, il metallo prezioso acquista in valore nei mesi estivi, almeno nell’anno cui
risale il nostro registro, mostrando una crescita tra il mese di Pachon e quello di
Thoth (dunque tra aprile e settembre) per poi scendere nuovamente acquisendo i
valori minimi tra Hathyr e Pharmouthi, e quindi da ottobre a marzo. Difficile rico-
noscere le cause di queste oscillazioni: a determinare crescite nel prezzo dell’oro po-
teva essere l’approssimarsi di esazioni fiscali in questo metallo che, come già accen-
nato e come si approfondirà a breve, ne accresceva la domanda, ma anche momenti
di minore approvvigionamento, per cause legate probabilmente non tanto all’estra-
zione quanto ai trasporti (la maggior parte dell’oro usato in Egitto era chiaramente
di provenienza nubiana).
I prezzi attestati, ad ogni modo, sono pari a 25 200 000, 26 280 000 e 25 920 000
denarii la libbra. Si tratta dunque di cifre ampiamente confrontabili con quella for-
nita da SB XIV, 11 593: se quest’ultimo riporta valori inferiori al prezzo di mercato
i due testi possono essere pressoché contemporanei; se invece i pagamenti di quel
papiro erano stati effettuati esattamente sulla base delle dichiarazioni di prezzo,
POxy LIV, 3773 sarà da collocare in un periodo non molto successivo. Una data-
zione ai primi anni ’40 del IV secolo non andrà quindi lontano dal vero633.
Nello stesso ordine di grandezza si colloca, ancora, la testimonianza offerta da
PRyl IV, 657 verso (= SB XX, 15 040), edito da Hagedorn634. Il testo non ha una
datazione precisa: l’unica possibile fonte di informazione è il recto, scritto nel 323-
324, che precede sicuramente il verso, utilizzato presumibilmente non troppo tempo
dopo; è proprio il prezzo dell’oro, quindi, a doverci suggerire una collocazione ap-
prossimativa nei primi anni ’40635. Ci troviamo di fronte alla registrazione di alcune
spese, due delle quali ci interessano particolarmente: il pagamento soˆ tù geoÚcù
e„j tÕn ‡dion lÒgon di 3547 talenti per 14 solidi (r. 7) e quello ad un certo Sambas
di 4054 talenti per 16 solidi. La differenza di prezzo all’interno dello stesso testo,
cui ormai siamo abituati, e che in questo caso potrebbe dipendere anche dal ruolo
del destinatario del pagamento, è questa volta assai ridotta; abbiamo perciò una lib-
bra d’oro che, sul mercato, costa più di 27 000 000 di denarii.
Addirittura tre prezzi diversi nello stesso testo, per quanto assai simili tra loro, e
in generale un valore dell’oro assai vicino a quello di PRyl IV, 657 verso, risultano

(364); 28 (406); 32 (412); 36 (424); XI, 1, 37 (436); 2, 2 (365); 15, 2 (384); XIV, 4, 4 (367). Si noti che CJ
XII, 37, 19 ci conferma che anche il “prezzo di mercato” è in realtà nelle fonti giuridiche un prezzo stabilito:
cfr. Noetlichs, 1985, p. 111.
632 Cfr. Bagnall, 1989, p. 71.
633 L’editore, R. A. Coles, indicò per il testo una datazione “circa 340”.
634 Cfr. Hagedorn, 1989.
635 Cfr. Hagedorn, 1989, p. 251.
178 CAPITOLO SECONDO

da POxy LVI, 3874. Il testo è forse databile con una certa precisione: alla r. 16 ri-
sulta infatti indicato un quarto anno di indizione, e l’unico quarto anno di indizio-
ne compatibile con il prezzo dell’oro fornito sembrerebbe il 345-346. Il prezzo in-
dicato è quello a cui sono cambiate le monete d’oro nel corso di procedure di esa-
zione fiscale, dunque un prezzo statale. Alla r. 32, così, la registrazione ti(mÁj) no-
midmaq…ou ˜nÕj e„j toÝj bourdînaj komod…ou reca indicazione di 253 talenti e
2000 dracme, ossia 38,15 miriadi al solido, o 27 468 000 denarii la libbra. Alle rr.
49 e 50, invece, il prezzo del solido è esplicitamente indicato in 38 e 38,5 miriadi.
Nel 337, così come nel 341636, il radiato grande aveva subito due ulteriori mo-
difiche. Queste avevano riguardato unicamente il fino, e non il peso della mone-
ta637, e le ripercussioni sull’aumento del prezzo dell’oro non sembrano essere state
consistenti come quelle causate invece dalla riduzione del piede di coniazione. Senza
dover trovare ulteriori spiegazioni638, si può forse desumere che le diminuzioni della
percentuale d’argento nella lega della moneta fosse, in proporzioni già così piccole,
effettivamente poco visibile ad una semplice osservazione della moneta, e dunque
poco percepita dal pubblico, mentre una riduzione ponderale, come quella del 335-
336, avesse immediati contraccolpi sul mercato.
Che i prezzi indicati da POxy LVI, 3874 siano statali sembrerebbe confermato da
PRainCent 136: 'Affàj ¢nagn(èsthj)639 'Iw£nnV 'E[l]en…J. Par£sc(ou) Qeo-
dèrJ laoxù Øp(šr) [ ] .ia simis…ou muri£daj pent…konta tšssarhj g…(nontai)
mu(ri£dej) vd m(Ònai). Pacën k ¢rc(Áj) e „nd(ikt…wnoj). Il testo, di provenienza
sconosciuta, fu datato dall’editore, H. Zilliacus, al VI secolo: la presenza di un’appa-
rente indicazione del prezzo dell’oro troppo bassa per questa datazione fu aggirata so-
stenendo che il termine sim…sion (o simis…oj) non indicasse qui il mezzo solido, ma
un nome proprio.
Il latino semis, esistente fin da epoca antica per indicare il mezzo asse (Prima di-
visio solidi [id est librae], quod as vocatur, in duas partes dimidias diducitur; pars di-
midia semis vocatur; nota eius S, Maecian., Distrib. 1) o la metà di una qualunque
unità640, è usato infatti, come è noto, in maniera piuttosto sporadica, in età tardo-
antica, per denominare il mezzo solido641. La sporadicità dell’uso corrisponde in ef-
fetti alla rarità della moneta, assai meno coniata del solido e del tremisse, e legata
presumibilmente solo ad occasioni celebrative642.
Le Glosse, così, oltre ad indicare l’uso del termine per definire genericamente la
636 Cfr. Depeyrot, 1992, p. 62.
637 Nel 337, in realtà, le zecche orientali non apportarono alcuna modifica alla coniazione del radiato grande,
mentre quelle occidentali ridussero la percentuale d’argento da 1,25 a 1%. Più consistente, ma non di grandi
proporzioni, la riduzione del 341, che portò le zecche occidentali e centrali a creare una lega con una quantità
media d’argento pari a 0,68%, quelle orientali invece con lo 0,56% di fino: cfr. King, 1993b, p. 26.
638 Come fa, ad esempio, Bagnall, 1985a, cfr. pp. 40-41.
639 La lettura ¥pa N…l(ou) dell’editore è stata corretta da K. A. Worp: cfr. Berichtigungsliste der griechischen
Papyrusurkunden aus Ägypten VIII, p. 287.
640 Cfr. Nadjo, 1989, pp. 193-194. L’utilizzo è diffuso in particolare in riferimento all’asse ereditario: ad e-
sempio CTh IX, 42, 8 e 9.
641 Cfr. Du Cange, 1678, pp. 158-159.
642 Cfr. p. 289.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 179

metà (II, 325, 3; II, 182, 1) – e, in una particolare applicazione, la mezza libbra, ovve-
ro sei once (II, 301, 55) – e per indicare, nei testi più antichi, il mezzo asse (II, 181,
54), lo definiscono anche mezzo solido (II, 181, 47), attestandone l’uso in questo sen-
so che, come si è detto, è in realtà estremamente raro e piuttosto tardivo. Il CTh ri-
corre al termine solo per indicare genericamente la metà, mentre nel 458 Nov. Maj.
7, 16 parla di semis solidi, con un significativo genitivo di specificazione che rivela for-
se un uso non ancora radicato (poco dopo il termine è usato per indicare generica-
mente “mezzo”); nel 472 invece CJ I, 3, 32, 5 mostra in uso il significato di cui stia-
mo trattando. Anche Lex Visig. II, 2, 9 e Lex Burg. V ne propongono, nella letteratu-
ra giuridica, l’uso in riferimento alla valuta aurea. Più tardi semis per intendere mezzo
solido si riscontra in Greg. Magn., Ep. I, 42. Non può essere di alcun aiuto l’uso
dell’espressione semisses aureorum in Hist. Aug., Vita Alex. 39, 6; se è ovvio che l’in-
formazione è falsa, perché i mezzi aurei o quinarii, la cui invenzione è qui attribuita a
Severo Alessandro, erano perfettamente noti prima del III secolo643, anche l’uso del
termine in senso cronologico è difficile da valutare, dal momento che la presenza del
genitivo di specificazione può indurre a ritenere che il biografo usasse semis con il si-
gnificato generico di metà, o in allusione colta al mezzo asse.
L’uso del greco shm»sion, che qui ci interessa più da vicino, è ancor più spora-
dico: esso è attestato però assai prima nelle fonti in nostro possesso, non solo nel
nostro PRainCent 136, ma, sempre nel IV secolo, anche in Inscr. Cret. I, 22, 65 e
65 bis. Siccome è evidente che il termine greco è una traslitterazione dal latino,
dobbiamo desumere o che semis in relazione al mezzo solido fosse già in uso nel IV
secolo, pur non lasciando tracce certe, o che in greco si sia usata la parola latina per
dire “metà” per indicare specificamente il mezzo solido, e che l’uso si sia poi ritra-
sferito, o sia stato autonomamente acquisito, in area occidentale644.
Le attestazioni cretesi appena menzionate fanno sì, in realtà, che nulla osti ad
una datazione all’età di Costanzo II, l’unica compatibile con il prezzo indicato645.
In particolare, la menzione di una quinta indizione ci obbliga, per un confronto
con gli altri prezzi noti, come si vede in Tab. 1, a scegliere l’anno 346: per il 331 il
prezzo sarebbe decisamente troppo elevato, per il 361 di gran lunga troppo basso.
Dobbiamo quindi ritenere che sia qui segnalato in quasi 80 milioni di denarii il
prezzo assunto sul mercato dal metallo prezioso nello stesso momento in cui il prez-
zo statale restava sotto i 30 milioni.
Non è inserita in questo elenco la testimonianza fornita da PLond III, 1259, te-
nuta invece presente da Callu e da Sperber, perché l’espressione ¢pÕ tim(Áj) Ð-
lok(ott…nou), che lì introduce la notazione di prezzo, pari a 11 talenti, cioè 16 500
denarii, indica – come ha ben mostrato Bagnall – non il prezzo pieno dell’oggetto

643 Cfr. Menadier, 1913, pp. 18-19. Secondo Lenormant (DAGR IV/2, p. 1183), l’Historia Augusta avrebbe
attestato che a partire dall’epoca di Severo Alessandro il quinario prese il nome di semisse.
644 Il termine greco ricorre anche in Cyr. Scyt., Vita Sabae 31; «Revue de l’Orient Chrétien», 1902, pp. 616-
617, e più tardi in Theoph. Conf., AM 6235 e 6260.
645 Maresch, 1994 (cfr. p. 11) coglie l’errore di Zilliacus e data il testo al 347-355, senza avvedersi che il lasso
di tempo da lui indicato va dal sesto al quattordicesimo anno di una medesima indizione, e non può quindi
includere un quinto anno.
180 CAPITOLO SECONDO

indicato, ma solo una parte di esso. Dal papiro in questione possiamo quindi solo
dedurre che in un anno che è probabilmente da identificare nel 342-343 il prezzo
del solido aureo fosse superiore a 16 500 denarii, e quindi il prezzo della libbra d’o-
ro superiore a 1 188 000646.
La testimonianza successiva è così un papiro del 360, POxy XX, 2267. Si tratta
di una lettera, datata precisamente dall’indicazione consolare, di un ex procuratore
delle proprietà imperiali dell’Ossirinchite e della Cinopolite, di nome Flavio He-
rac[. Nel lamentarsi del comportamento dell’ex katholikos, ossia rationalis rerum
privatarum, Diodoto, che lo ha accusato di estorsione, riferisce come questi gli aves-
se ordinato di riscuotere 4 miriadi di denari per arura per 800 arure di terreno. Per
tale cifra furono così richieste sette monete d’oro (crus…noi).
L’interpretazione più naturale del passo è che 3200 miriadi di denarii (800 x 4),
cioè 32 000 000 di denarii comuni, corrispondessero a sette solidi, dando così un
prezzo al solido di 4 571 429 denarii circa, ed alla libbra di circa 329 142 888 dena-
rii. Tale interpretazione è assolutamente improbabile, dal momento che non si in-
quadra affatto all’interno della documentazione da noi posseduta647. Erano di que-
sto avviso già gli editori del testo, Lobel, Wegener e Roberts i quali proposero o che
Diodoto avesse chiesto una cifra enormemente superiore rispetto a quella da riscuo-
tere, il che è strano perché le accuse contro il katholikos si sarebbero certo appuntate
anche su questo, o che il termine crÚsinoi non corrispondesse al significato di “so-
lido”, e indicasse una sorta di soprattassa, ma di questo significato secondario man-
ca ogni testimonianza, in letteratura come nelle fonti papiracee, come già si è visto.
Una ulteriore spiegazione non affacciata dagli editori è che la lamentela di Flavio
Herac[ si riferisca ad eventi accaduti prima del 360648: in questo senso, forse, la te-
stimonianza potrebbe non essere respinta, ma deve considerarsi anch’essa priva di
data certa. Rispetto ai valori noti da POxy LIV, 3773, ad ogni modo, l’oro sarebbe
aumentato di prezzo di circa 17 volte. La cifra, richiesta da un rationalis ad un pro-
curator, non costituisce un prezzo di mercato ma statale.
Decisamente più certo il prezzo dell’oro offertoci da POxy XXXIV, 2729. In
questa lettera, inviata da Dioskourides ad Aquileus, il valore del solido è fornito in-
fatti in modo assolutamente esplicito: ... pšmyon moi kataploin kaˆ pšmpw soi
kšrma: tÕ nomizm£tion s»meron mur(i£dwn) yl/. (rr. 36-37).
L’unità di misura sono le miriadi di denarii, come ha mostrato J. M. Carrié, che
ha dedicato al papiro in questione – ed ai problemi di storia monetaria che presen-
ta, soprattutto in relazione alla moneta di rame – un importante articolo649. Si trat-
ta certamente di un prezzo di mercato, considerato peraltro da Dioskourides assai
instabile, come mostra la precisazione s»meron, che ci dà veramente il polso di una
situazione in cui la valutazione del metallo prezioso rispetto al divisionale doveva es-

646 Cfr. Callu, 1978a, p. 116; per la datazione e la corretta interpretazione dell’espressione ¢pÕ tim(Áj) Ð-
lok(ott…nou) cfr. Bagnall-Worp, 1983, pp. 7-12; Bagnall, 1985a, p. 62.
647 Cfr. Bagnall, 1985a, p. 16.
648 Una simile eventualità è stata proposta solo in modo appena accennato, in una nota, da Rémondon, 1957
(cfr. p. 146).
649 Cfr. Carrié, 1984, soprattutto pp. 206-208.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 181

sere in perpetuo cambiamento650. Ci troviamo dunque di fronte ad un prezzo circa


20 volte superiore a quello attestato nella prima metà degli anni ’40.
Gli anni 345-360 conobbero quindi, in sostanza, una vera impennata del prezzo
del metallo giallo651, che non può essere spiegata sulla base dei soli fenomeni “fisio-
logici” dell’economia costantiniana e postcostantiniana652. In effetti, nel corso di
questi anni due importanti provvedimenti hanno condizionato pesantemente il di-
visionale bronzeo: in primo luogo nel 348 una importante riforma introdusse una
molteplicità di nominali enei. Così il sistema monetario veniva ora a comporsi di
un pezzo da 1/60 di libbra (circa 2,80 % di argento in Occidente, 1,40% in Orien-
te), uno da 1/72 (circa 1,20% d’argento in Occidente, 1,40% in Oriente), uno da
1/120 ed un’ultima moneta da 1/230 di libbra (questi due nominali sostanzialmen-
te privi di argento)653. Questo sistema fu di breve durata, e ad una prima elimina-
zione del conio più piccolo e ad una sostanziale assimilazione dei due maggiori in
un’unica moneta da 1/72 di libbra seguì654, nel 353, il ritorno ad un unico nomina-
le eneo, quello da 1/120 di libbra655, migliorato nella composizione e con un valore
nominale presumibilmente di 10 000 o 12 500 denarii656, ma poi ulteriormente ri-
dotto nel 358 (forse a 1/144, o a 1/156)657. A queste demonetizzazioni deve essere
ricondotta una celebre quanto discussa costituzione del Codice Teodosiano (CTh
IX, 23, 1), nell’esegesi della quale non ci addentreremo, che proibisce l’uso di maio-
rinae e centenionales 658.

650 Un senso di instabilità monetaria di può percepire all’interno di tutto il papiro, come ha ben mostrato
Carrié, 2003c (cfr. pp. 190-191).
651 Il forte aumento del prezzo dell’oro non può, cioè, essere ricondotto solo agli ultimi anni di Costanzo II,
come sostiene invece Depeyrot, 1991b, cfr. p. 67.
652 Erronea era dunque l’idea di un miglioramento “del doppio” del corso del divisionale intorno al 346: cfr.
Mazzarino, 1951, p. 128.
653 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, pp. 574-575; Carson, 1990, pp. 178-179; Depeyrot, 1992, pp. 63-64; King,
1993b, pp. 26-27.
654 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, pp. 577-579; Depeyrot, 1992, p. 65.
655 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, p. 579; Depeyrot, 1992, p. 66.
656 Cfr. Carrié, 1984, p. 224 (12500 denarii); Bagnall, 1985a, pp. 44-46 (10000 denarii); Callu-Barrandon,
1986, pp. 580-581 (12500 denarii); Callu, 1993b, pp. 98-99 (12500 denarii). Cfr. però anche le giuste per-
plessità su entrambe le letture espresse da Lo Cascio, 1993b, pp. 178-179 e De Martino, 1998, pp. 101-102.
Intorno al 357 su alcune di queste monete compare una sigla M, interpretata da Callu e Barrandon come in-
dicazione di un valore pari a 1/1000 di solido (cfr. Callu-Barrandon, 1986, p. 579). Una simile interpretazio-
ne – per quanto compatibile con i valori noti per il periodo del metallo prezioso – è difficile da accettare in un
contesto in cui, come si è visto, il prezzo dell’oro varia costantemente, a meno di non intendere un prezzo
dell’oro in divisionale imposto d’autorità (per i rimborsi, ad esempio). Anche una simile ipotesi non è però del
tutto convincente, perché si imprimeva consapevolmente su una moneta un valore destinato a breve durata.
Se Costanzo II avesse poi voluto tentare di ristabilire un pieno sistema bimetallico non si sarebbe certo limita-
to a imprimere un segno di valore su una manciata di pezzi della sola zecca di Roma.
657 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, pp. 579-580; Depeyrot, 1992, p. 67; King, 1993b, pp. 29-30. La politica
monetaria di Magnenzio in relazione alla valuta enea non è qui oggetto di interesse, dal momento che le te-
stimonianze a noi pervenute sul valore dell’oro sono unicamente di origine egiziana.
658 Problematica è in primo luogo la data del testo: se Mommsen corresse il tràdito 356 con 352, Seeck la riportò
addirittura al 346 (ma quest’ipotesi è stata da lungo tempo respinta). La datazione comunemente accettata, al
354, è invece frutto di una proposta della PLRE: cfr. Cuneo, 1997, pp. 233-234. La data originaria del 356 è stata
invece ripristinata da Delmaire: cfr. Delmaire, 2003, pp. 165-16. Non c’è accordo tra gli studiosi, poi, nemmeno
182 CAPITOLO SECONDO

POxy XXXIV, 2729 – il cui unico, approssimativo, terminus post quem, dettato
dall’assenza della dracma come unità di misura e dall’uso di nomism£tion659, va collo-
cato intorno al 350 –660 sarebbe quindi da datare nella prima metà degli anni ’50 661,
dal momento che la moneta lì indicata come argyrion ha già un valore di 10 000 o più
denarii, ovvero dopo la grande inflazione che tra 348 e 353 avrebbe decuplicato i
prezzi delle merci662. Se volessimo accettare, poi, la testimonianza di POxy XX, 2267
– che mostra un prezzo dell’oro statale in un rapporto con quello di POxy XXXIV,
2729 di 1:1,6 – essa sarà da ritenere coeva o addirittura successiva.
È da inserire a questo punto l’indicazione successiva in nostro possesso, che regi-
stra già un prezzo dell’oro quasi doppio663: si tratta di POxy XLVIII, 3401, una let-
tera di Doroteo al fratello Papnuthis, parte quindi di uno dei maggiori archivi su
papiro pervenutici, che ha conservato i documenti dei fratelli di Ossirinco la cui at-
tività ha occupato un quarantennio del IV secolo. La missiva ringrazia il destinata-
rio per un consiglio importante, ossia che presso un alessandrino (presumibilmente
un cambiavalute) i solidi potevano essere acquistati ad un prezzo più conveniente,
una cifra compresa tra 1350 e 1359 miriadi di denarii (manca infatti la cifra corri-
spondente alle unità).
Il valore dell’oro qui indicato, quindi, sarà da ritenere leggermente inferiore a
quello più diffuso in quel momento sul mercato nella località dove vive Doroteo, for-
se la campagna dell’Ossirinchite, a quanto sembrerebbe di poter intendere da POxy
XLVIII, 3397. La datazione è assai incerta, e sarà da collocare nella seconda metà de-

nel definire se i due termini maiorina e centenionalis indichino due monete diverse, o siano invece da considerare
sinonimi (così Callu, 1978b, cfr. p. 113). La lettura più recente, proposta da R. Delmaire (cfr. Delmaire, 2003,
pp. 172-174), che vede nella costituzione un provvedimento rivolto unicamente alla prefettura al pretorio delle
Gallie, colpita da una particolare carenza di moneta divisionale, può spiegare la prima parte della costituzione, ma
non quella che qui ci interessa direttamente, che si riferisce chiaramente a qualche provvedimento precedente
(quas vetitas esse cognoscunt). Si ricordi inoltre che la demonetizzazione di alcune specie, qualora non sia accompa-
gnata da una requisizione, non implica la completa proibizione del loro uso, ma semplicemente la loro riduzione
al semplice intrinseco: cfr. Caccamo Caltabiano, 1993, p. 113. Anche volendo aderire interamente alle opinioni
di Delmaire (per una critica alle quali cfr. anche Callu, 2003b, p. 222, n. 11), e quindi ritenere che la costituzione
in questione non abbia a che fare con demonetizzazioni, ciò non toglie che queste dovettero accadere, dal mo-
mento che il dato numismatico relativo alla riduzione del divisionale eneo ad un unico nominale è di per sé evi-
dente. Nulla cambia, quindi, in relazione al discorso che qui si sta svolgendo.
659 Cfr. n. 32.
660 Cfr. Carrié, 1984, p. 213.
661 Cfr. Carrié, 1984, p. 219.
662 Cfr. Carrié, 1984, p. 221. Anche i prezzi delle altre merci, per quanto pochi e difficilmente utilizzabili, si
mostrano, tra il 348 ed il 353, su ordini di grandezza non confrontabili con quelli del decennio precedente:
cfr. Bagnall, 1985a, p. 43. Un suggerimento di datazione «non prima della metà del secolo» era stato avanzato
anche – sulla base delle somme di denaro menzionate – da O. Montevecchi nella sua recensione al XXXIV vo-
lume dei POxy: cfr. Montevecchi, 1968, p. 256.
663 Callu e Barrandon indicano per l’anno 359 un prezzo dell’oro compreso tra 816 milioni e 952 milioni di
denarii, sulla base del prezzo dell’argento fornitoci da POxy LI, 3624-3625 (cfr. Callu-Barrandon, 1986, p.
580). Il valore si inquadra bene nelle linee di sviluppo qui tratteggiate, ma non è in realtà utilizzabile di per se
stesso né per datare con più precisione gli altri testi (salvo al massimo confermare una datazione anteriore per
POxy XXXIV, 2729), dal momento che calcolare con precisione il prezzo dell’oro sulla base della sua ratio
con l’argento (1:12? 1:14? 1:14,4? 1:18?) non è possibile.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 183

gli anni ’50 o nella prima metà dei ’60 664, in rapporto ai valori noti immediatamente
precedenti ed anche a quelli immediatamente successivi, provenienti dal medesimo
archivio665. L’inflazione, dunque, conformemente a quanto si è detto, continuò, an-
che se non ad un ritmo incalzante come negli anni precedenti, sulla base della stessa
struttura economica che si era andata instaurando. La creazione giulianea di una mol-
teplicità di nominali enei non dovrebbe aver prodotto effetti inflattivi, che potrebbero
essere connessi, invece, con la nuova riduzione, nel 363, ad un solo modulo della pro-
duzione di divisionale666: la nostra testimonianza papiracea potrebbe collocarsi dun-
que prima del materializzarsi degli effetti di questa decisione667.
Estremamente interessante – e unica – è la conferma che questa lettera ci porta
in merito ai meccanismi di approvvigionamento dell’oro. La domanda di metallo
giallo, ci dice espressamente Doroteo, aumenta costantemente, perché si sta avvici-
nando l’esazione dell’aurum tironicum. L’obbligo, cioè, di pagare una determinata
imposta in valuta aurea comporta una corsa al suo accaparramento, e quindi un
aumento del prezzo668. Doroteo, come la maggior parte degli uomini del suo tem-
po, è in sostanza – per quanto in modo empirico – perfettamente a conoscenza dei
meccanismi di domanda e offerta669. Un’ulteriore conferma di ciò – se ce ne fosse
bisogno – può essere trovata in un passo di Temistio, in un’orazione (o trattato) de
re publica gerenda indirizzata a Giuliano e conservata solo in traduzione araba: il re-
tore propugna qui addirittura la necessità di proibire la realizzazione di suppellettili
ed utensili in metalli preziosi (definiti misura delle altre cose) che, sottraendoli dal
mercato, ne incrementano la rarità e quindi il caro prezzo670.
La crescita del prezzo in occasione di queste riscossioni non poteva che essere
motivata da un’effettiva scarsità di valuta aurea, che avevamo già constatato in pre-
cedenza e che ci viene qui confermata dal fatto che l’aver reperito una determinata

664 Senza che questo dato induca a una datazione più precisa, si tenga presente che il prezzo dell’oro qui indi-
cato è assai vicino a quello ricavabile, utilizzando una ratio di 1:14,4, partendo dal prezzo dell’argento non
coniato (¥shmon) di POxy LI, 3624, ii, papiro datato al 25 gennaio 359.
665 Cfr. pp. 243-245.
666 Cfr. Depeyrot, 1992, pp. 67-68.
667 I calcoli condotti da Depeyrot, 1992 (cfr. p. 72) sulla base dei valori teorici da lui assegnati al divisionale
bronzeo, e supponendo che la ratio oro:bronzo di CTh XI, 21, 2 (396) sia valida già alla metà del IV secolo (il
testo è citato a p. 430) davano come prezzo della libbra d’oro nel 353 216 000 000 di denarii, nel 357
280 800 000 denarii: le testimonianze papiracee, che lo studioso francese non menziona, rendono evidente
l’erroneità dei risultati, e dunque dei presupposti di partenza.
668 Cfr. Carrié, 1993c, pp. 147-148; Carrié, 1998, pp. 80-81; Carrié, 2003c, p. 187. L’idea di Bagnall, 1993
(cfr. pp. 158-159), secondo cui Doroteo e Paphnuthis, boethoi, sarebbero gli esattori incaricati di convertire in
oro il bronzo esatto, meccanismo che sarebbe rivelato proprio da questo papiro, non sembra del tutto convin-
cente: come sottolinea Carrié, 2003c (cfr. p. 187) i solidi del nostro testo sono «destinés à une utilisation qu’il
ne nous précise pas, vraisemblablement liées à ses intérêts privées». Harl, 1996 (cfr. p. 233) segue Bagnall
nell’intendere Doroteo e Papnuthis come esattori, ed aggiunge anche che loro compito sarebbe versare l’oro in
anticipo, prima di procedere alla riscossione, ma di questo meccanismo nulla appare nel testo in discussione.
669 Il riferimento al continuo crescere del prezzo dell’oro non può, pertanto, essere qui riferito alle più genera-
li dinamiche inflattive del periodo (così Carrié, 1984, cfr. p. 220, poi corretto in interventi successivi): è
l’autore stesso della lettera a indicarci precisamente la causa di questo aumento.
670 Them., vol. III, pp. 108-109 ed. Downey-Norman; cfr. Croissant, 1930, pp. 14-15. Cfr. anche supra, p.
140-142.
184 CAPITOLO SECONDO

quantità (posÒthj) di solidi risulta per Doroteo un notevole risultato. La medesima


difficoltà potrebbe essere registrata anche da Dioskourides, se pensiamo alla sua
ammissione di aver spedito 67 000 000 denarii in divisionale all’interno di due vasi
(POxy XXXIV, 2729, rr. 7-12), per un peso tra gli 8,5 e i 14,7 kg, mentre il mede-
simo valore (con in più maggiori garanzie di conservazione di potere d’acquisto) po-
teva essere “condensato” in 9 solidi671.
8. La politica economica giulianea e la circolazione dell’oro
La coniazione giulianea è precisa continuazione di quella di Costanzo II672. È
dunque da rigettare la lettura – proposta da Mazzarino ed ampiamente radicatasi –
secondo cui una politica economica “giulianea”, nettamente contrapposta a quella
“costantiniana” sarebbe perfettamente riconoscibile, e consisterebbe soprattutto in
una voluta deflazione della valuta aurea673, a favore di un divisionale che dovrebbe
veder crescere nuovamente il proprio potere d’acquisto in una programmatica difesa
dei piccoli proprietari674. Non si vede, d’altronde, quella diminuzione dei prezzi che
dovrebbe essere stato il risultato di questa politica “dioclezianea”675: nulla sappiamo
infatti di una eventuale diminuzione dei prezzi in oro, meno che mai ci appare una
diminuzione del prezzo dell’oro che, anzi, continua la sua ascesa.
È bene notare che nessuna riduzione delle coniazioni di moneta aurea pare essere
stata perpetrata neppure da quel Magnenzio che sarebbe, secondo Mazzarino, il pala-
dino dei detentori di rame oppressi dal nuovo corso economico676. Al contrario que-
sti, come tutti gli altri usurpatori, diede vita ad una grande emissione di solidi, per
quanto, come già detto, di peso forse ridotto, indirizzata ad ingraziarsi i soldati. E
Giuliano non ridusse in nessun modo la coniazione di valuta in oro: per due anni di
regno, al contrario, ne sono state contate ben 26 emissioni677. La preparazione della
guerra persiana richiese d’altra parte un notevolissimo sforzo economico, ivi incluso
l’apprestamento di denaro, per gli eserciti e per le tribù straniere che volessero collabo-
rare con i Romani, come i Saraceni: omnisque ordo et professio vexabatur, vestem arma-
que exhibens et tormenta, aurum quin etiam et argentum multiplicisque rei cibariae co-
pias, et diversa genera iumentorum (Amm. XXI, 6, 6). È a buon diritto, dunque, che si
è potuto indicare nel regno di Giuliano il momento iniziale di una forte accelerazione
nella produzione della moneta aurea, e dunque nell’incremento dello stock moneta-
rio, forse proprio in connessione con i preparativi per la guerra in Oriente678.

671 Cfr. Carrié, 2003c, pp. 189-190. Un altro esempio eclatante di contabilità aurea per una cifra fisicamente
rappresentata da divisionale, POxy XLVIII, 3396 (›n nomism£qiwn ½dh ™n ¢rgur…oij), è commentato da
Carrié, 2003c alle pp. 196-197. Sull’uso dell’oro come moneta più comoda per il trasporto, anche se pare fuo-
ri luogo il confronto con i moderni traveller’s cheque, cfr. Reece, 1987, p. 27.
672 Cfr. Kent, 1959, p. 109; Thieler, 1962, p. 51; Cracco Ruggini, 1989, p. 235.
673 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 151.
674 Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 90 e 98; Cracco Ruggini, 1961, p. 404.
675 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 97.
676 Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 101-102.
677 Cfr. Tondo, 1976, p. 202; Cracco Ruggini, 1987, p. 192; Brandt, 1988, p. 95.
678 Cfr. Depeyrot, 1992, p. 60.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 185

L’opposizione Giuliano-Costantino che, a parere del grande storico catanese, sa-


rebbe stata la linea di fondo di tutta la storia tardoimperiale, filone interpretativo di
problematiche economiche, sociali, e ovviamente religiose679, è quindi decisamente
da ridurre di portata nella valutazione delle prime680. La politica di repressione della
corruzione avviata dall’ultimo Imperatore pagano non si intenderà, a sua volta, co-
me difesa dei piccoli contribuenti dagli “squali” della burocrazia, ma andrà vista
piuttosto alla luce delle idee stoiche di uno Stato e di un monarca incorrotti, al ser-
vizio della collettività, cui Giuliano stesso aderì.
È però necessario, a questo punto, spiegare il passo di Ammiano già citato (XXIV,
3, 3), secondo cui Giuliano, dopo la battaglia di Pirisabora, avrebbe promesso alle
truppe un donativo di cento monete d’argento, ritenuto dai soldati eccessivamente
scarso. In questo gesto non sarà tanto da vedere un atto contro la politica costantinia-
na di distribuzione di oro ai soldati, ed una volontà di ritorno al divisionale, tanto più
perché sia il racconto di Zosimo (III, 18, 6), che non parla di ¢rgÚria ma usa
l’aggettivo di materia ¢rgurÒj, quanto il latino di Ammiano sono inequivocabili: ar-
gentei non indica mai la moneta divisionale, nemmeno se con copertura in metallo
bianco. Un contenimento del donativo può essere quindi spiegato attraverso due vie:
in primo luogo la necessità di non consumare le finanze preparate, come si è visto,
con notevole sforzo economico681, nella fase iniziale di una campagna che si doveva
preannunciare lunga, in particolare in considerazione dei pagamenti disposti per le
popolazioni residenti nelle aree di confine affinché collaborassero con la parte romana;
in secondo luogo, ancora una volta, si dovrà tenere presente che la riduzione della lar-
gitas, e quindi della spesa pubblica sono in termini retorici tra i massimi attributi del
buon sovrano (non dimentichiamo che Giuliano stesso condanna nei suoi scritti Co-
stantino per l’eccessiva prodigalità), e una riduzione del salario dei soldati è ritenuta
gesto necessario anche nell’opuscolo de re publica gerenda indirizzato da Temistio
proprio all’ultimo Imperatore pagano682.
Il perdurare di una circolazione esclusivamente ponderale del metallo continua ad
essere assolutamente evidente, ad esempio, in POxy LXVII, 4604, del 361, ricevuta di
un pagamento in oro in cui a 70 solidi corrisponde esattamente il loro valore in peso, 11
once e 16 grammi; è interessante inoltre una singolare testimonianza, già nominata683: si
tratta di un’epistola spuria dello stesso Imperatore, indirizzata nella finzione letteraria a
Basilio di Cesarea ed ambientata nel 362, alla vigilia della campagna di Persia. In questa
epistola, scritta comunque in tempi antichi perché confluita assai presto nel corpus delle

679 Cfr. Mazzarino, 1951, pp. 38-39 e 110.


680 Cfr. Brown, 1992, p. 41: «Più si studiano in profondità le azioni di un Imperatore – quelle di Giuliano
l’Apostata sono un esempio calzante – e più diventa chiaro che nessun Imperatore desiderava concepire una
politica fiscale rivoluzionaria». Non è in contrasto con quanto detto la volontà giulianea di attuare una politi-
ca fiscale vicina ai provinciali (pur sempre possessores), e quindi di riduzione delle imposte (Eutr., Brev. X, 16),
che sarà attribuita, ad esempio, anche a Valentiniano I.
681 Cfr. Mazzarino, 1951, p. 154.
682 Them., vol. III, pp. 110-113 ed. Downey-Norman. Nella tradizione storiografica sui “buoni Imperatori”
si riferisce anche del rifiuto di Marco Aurelio a concedere un donativo, che avrebbe potuto essere finanziato
solo tassando i civili: Dio LXXI, 3, 3. Cfr., ancora una volta, anche HA, Sev. Alex. 39, 9-10.
683 Cfr. p. 100.
186 CAPITOLO SECONDO

lettere del Padre Cappadoce, l’Augusto chiede al vescovo di ricevere, quando attraverserà
Cesarea, mille libbre d’oro, ™xariqmozugokampanotrutan…saj e diametr»saj684. Il
primo straordinario termine composto, in cui ritornano chiaramente termini alludenti
alla misurazione, alle bilance, alla pesatura, tra cui un richiamo allo zygon (da cui anche
il termine zygostates, su cui torneremo)685, allude con chiarezza assoluta alla pratica di
pesare l’oro da consegnare, che non doveva quindi essere semplicemente contato fino al-
la cifra di 72 000 solidi, corrispondenti, in teoria, alle mille libbre richieste.
Le linee di tendenza avviate dalla politica costantiniana, proseguite con coerenza
da Costanzo II e non rigettate da Giuliano, continuano a mostrarsi nei loro risvolti
pratici: alla prima attestazione effettiva non contenuta in una fonte giuridica di una
multa comminata in oro, relativa ad una sanzione di dieci libbre che l’Imperatore
Giuliano si autoimpose per un errore di procedura (Amm. XXII, 7, 2) si accompa-
gnano in letteratura le prime indicazioni in oro di prezzi. Si è già detto come questo
metallo, il cui potere d’acquisto ha ottima stabilità rispetto alla clamorosa inflazione
del divisionale, si imponga proprio per questo come punto di riferimento
nell’indicazione di dati di natura economica. Il valore in oro, cioè, rimane assai più
stabile di quello in denarii, talenti o miriadi. È ovvio che si può usare l’oro per indi-
care prezzi alti, quindi di beni preziosi o in grandissime quantità: così Ammiano
(XXIV, 4, 6) può raccontare di un pantomimo muto, parte del bottino di Maioza-
malcha, che Giuliano volle tenere come proprio schiavo, del valore di tre nummi
aurei686. Valore invece ovviamente iperbolico ha l’indicazione secondo cui l’esercito
romano, di ritorno dalla sfortunata spedizione persiana, avrebbe – per la fame – vo-
lentieri pagato un modio di farina dieci solidi (Amm. XXV, 8, 15)687. È certamente
vero che tutte queste indicazioni si trovano nell’opera di Ammiano, e sono dunque
redatte nell’ultimo quarto del secolo, a conferma apparente della lettura tradiziona-
le, secondo cui a partire dall’età valentinianea l’oro sarebbe divenuto effettiva unità
684 [Iul.], in Bas. Mag., Ep. XL (207).
685 Cfr. pp. 196-205.
686 Questo prezzo sembra peraltro essere decisamente basso, e confermare quindi la scarsa avidità di Giuliano:
nell’Editto dei Prezzi il prezzo massimo per uno schiavo è 30000 denarii, raddoppiabili se si tratta di uno schiavo
particolarmente colto. In termini di oro, si tratta di un valore che va da poco meno di mezza libbra (cioè 36 solidi,
secondo il piede costantiniano) a quasi una libbra (Ed. Diocl. 29); cfr. Kuhoff, 2001, p. 559; Polichetti, 2001, p.
50. Negli stessi anni, secondo BGU I, 316 (del 359) uno schiavo era stato pagato 18 solidi; 20 solidi è invece il
prezzo che risulta da CJ VI, 1, 4 (317), e 30 quello riportato dalla Vita di Giovanni l’Elemosiniere (21). Simmaco
paga 1000 solidi per 20 schiavi, dunque 50 solidi l’uno (Symm., Ep. II, 78; cfr. Depeyrot, 1991b, p. 115). Il
prezzo, che non è in realtà perfettamente leggibile, sembra molto elevato, ma è bene ricordare che si tratta di gla-
diatori addestrati, da usare nei giochi questorii del figlio: è normale quindi che avessero un valore decisamente alto
(e sembra arbitrario dunque ritenere questo dato prova di un cospicuo incremento del prezzo degli schiavi, dovu-
to ad un calo dell’offerta a seguito del collasso del modo di produzione schiavile, come vorrebbe invece Depeyrot,
2006, cfr. p. 231). Più basso, 12 solidi, il prezzo di uno schiavo in Greg. Tur., HF III, 15. I bambini avevano in-
vece un prezzo assai inferiore, da un tremisse a qualche solido (cfr. Depeyrot, 1991b, p. 116): a un solido Menas
vende la propria figlia nel 569 (PCairMasp 67023: cfr. Depeyrot, 1991b, p. 39). Per altre testimonianze, cfr. Jo-
hnson-West, 1949, pp. 134-135. Il prezzo degli schiavi in oro sembra restare in sostanza quasi invariato dal II al
VI secolo d. C.: cfr. Giacchero, 1987, pp. 127-128. Cfr. anche Ostrogorsky, 1932, pp. 300-301; Cracco Ruggini,
1961, p. 565; Morrisson, 1989, pp. 257-258.
687 Crede invece ad una reale esattezza dell’indicazione di prezzo Vogler, 1998a, cfr. p. 153. Risulta in realtà
iperbolica già l’indicazione di un prezzo di un solido d’oro per moggio, attribuito alla Britannia in un mo-
mento di grave carestia dalla Vita di Giovanni l’Elemosiniere (§ 8): cfr. Giardina, 1993, pp. 558-559.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 187

di conto, e sarebbe stato realmente impiegato anche in transazioni “quotidiane”688.


È però indispensabile scollegare i due termini del discorso: il fatto che l’oro sia unità
di conto non implica necessariamente un suo effettivo uso pratico. Indicare i prezzi
in oro ha invece una valenza pratica fondamentale nel momento in cui essi cambia-
no molto meno rapidamente dei prezzi in divisionale.
Tornando a definire il momento in cui l’oro fu effettivamente utilizzato come
unità di conto, si tenga presente che il primo papiro che indica in tale metallo un
prestito è del 364689, quindi sì già con Valentiniano I Imperatore, ma prima delle
sue riforme monetarie, ed in un contesto socio-economico che dunque è senza
dubbio ancora quello dell’età giulianea. Si tratta di PLips 13: la somma prestata è
pari a due solidi, gli interessi un terzo di grammo, cioè due carati, al mese690. Ormai
si può vedere la “contabilità oro” – che abbiamo visto in realtà esistente già nei pri-
mi anni del secolo –691 in piena azione: la cifra prestata, infatti, non è così elevata da
rendere di per se stesso necessario il ricorso all’oro.
Per quanto riguarda quei meccanismi che abbiamo voluto definire “irrazionali”
nella ricezione e nella “gestione” della moneta aurea è poi interessante leggere un’indi-
cazione fornitaci dallo stesso Giuliano nell’Ep. 40. Come dono ospitale, si dice qui,
l’Imperatore ricevette da Filippo nella primavera del 362 una coppa d’argento ed una
moneta d’oro. Possiamo intendere in due modi questa testimonianza: la prima è che –
dato il grande valore dell’oro – un unico solido costituisse comunque una cifra note-
vole. È però assai più plausibile, considerando non solo la posizione del ricevente,
l’Imperatore in persona, ma anche anche l’altro dono, una coppa che dobbiamo pre-
sumere lavorata, che la moneta avesse un altro tipo di valore, e che fosse forse un pez-
zo da collezione. L’esistenza di una forma di collezionismo delle monete antiche è pe-
raltro attestata una ventina di anni prima da Temistio, in un passo di una sua orazio-
ne (XXVII, 335 a)692. Bisogna tener presente dunque anche questo fattore all’interno
delle componenti che abbiamo definito di “irrazionalità” nella valutazione delle mo-
nete, del tutto evidenti anche da un’interessante testimonianza papiracea: PKellisGr 8,
del 362, indica infatti esplicitamente come caratteristica dei solidi l’essere ne-
oc£rakta, ossia di nuova coniazione693. Il fatto che le monete fossero “fior di conio”
è sottolineato non solo come garanzia della pienezza di peso (la verifica del peso era

688 Cfr., da ultimo, Callu, 2003a, p. 210.


689 I problemi di interpretazione precedenti sono stati completamente superati da Zuckerman, 1994, cfr. pp.
203-204. Si è a lungo ritenuto che il primo prestito in oro fosse registrato da Stud Pal XX, 90, datato
dall’editore al 342 (così Johnson-West, 1949, cfr. p. 168, ma ancora Depeyrot, 1991b, cfr. p. 149). In realtà il
papiro in questione è da datare al 415: cfr. Sijpesteijn, P. J. - Worp, K. A., Chronological Notes, in «ZPE», n.
26, 1977, pp. 267-284, n. xii, p. 275.
690 Cfr. Johnson-West, 1949, p. 168; Carrié, 2003b, p. 267. Si noti che l’interesse è altissimo, pari al 50% an-
nuo. Questa violazione della norma legale, che prescriveva interessi massimi del 12% annuo non è però rara.
691 Cfr. pp. 135-136.
692 Già i giuristi di età classica includevano le monete antiche, oggetto di collezione, tra i beni che potevano
essere dati in usufrutto, o lasciati in eredità: D VII, 1, 28; XXXIV, 2, 27, 4. Cfr. già Lenormant, 1878-79,
vol. I, p. 80.
693 Il termine è un hapax: cfr. Bussi, 2004, pp. 250-251. Sull’uso del termine paleoc£raktoj cfr. invece
supra, p. 173.
188 CAPITOLO SECONDO

infatti scontata, per controllare che il pagamento fosse completo), ma probabilmente


proprio in virtù delle dinamiche di ricezione da parte del pubblico che abbiamo tenta-
to di delineare, e che constrinsero a più riprese il potere imperiale a legiferare contro le
differenze di valutazione di solidi del medesimo peso.
9. Il personale delle zecche
Al regno di Giuliano è riferito un passo della Storia Ecclesiastica di Sozomeno che
pone alcuni problemi interpretativi in relazione al sistema delle coniazioni ed al persona-
le delle zecche: ¢phgÒreuse d kaˆ to‹j sÝn aÙtù xšnoij Cristiano‹j m¾
™piba…nein Kuz…kJ, a„t…an ™pagagën æj e„kÕj aÙtoÝj tÁj qrhske…aj ›neka sta-
si£sai, sunairomšnwn aÙto‹j kaˆ paraplhs…wj perˆ tÕ qe‹on fronoÚntwn tîn
¢pÕ tÁj pÒlewj Cristianîn kaˆ tîn dhmos…wn ™riourgîn kaˆ tîn tecnitîn toà
nom…smatoj. o‰ plÁqoj Ôntej kaˆ e„j dÚo t£gmata polu£nqrwpa diakekrimšnoi
™k prost£gmatoj tîn prˆn basilšwn ¤ma gunaixˆ kaˆ o„ke…oij ¢n¦ t¾n KÚzikon
dištribon, œtouj ˜k£stou ·ht¾n ¢pofor¦n tù dhmos…J katatiqšntej, oƒ mn
stratiwtikîn clamÚdwn, oƒ d neourgîn nomism£twn. (Sozom. V, 15)694.
Ciò che Sozomeno ci dice è, in sostanza, che a Cizico risiedevano dei monetieri,
ivi stanziati dai precedenti imperatori, che dovevano produrre una determinata quan-
tità di monete ogni anno. Le indicazioni qui fornite sono state interpretate come indi-
zio dell’esistenza di un vero e proprio “sistema aperto” di coniazioni; questi coniatori,
si intende, svolgevano vere e proprie attività artigianali, ed avevano quindi una conno-
tazione solo semistatalizzata695. In realtà nulla di tutto questo è realmente deducibile
dal passo dello storico ecclesiastico. I dati che questi ci fornisce sono in sostanza due:
esiste a Cizico un gruppo, o meglio una corporazione (t£gma) di monetieri696; questi
dovevano fornire ogni anno un numero di monete prefissato697. Nulla attesta un loro
carattere privato o semistatalizzato, anzi l’aggettivo dhmÒsioi, in diretta connessione
con i lavoratori della lana, può essere senza alcun problema riferito anche ai tecn…tai
toà nom…smatoj; quanto alla produzione, il regime delle coniazioni era determinato
per le singole zecche proprio su base annuale698.
L’unica informazione a noi nota relativa all’esistenza di coniazioni “private” non
effettuate nelle zecche statali, in CTh IX, 21, 10, risale a trenta anni più tardi, ed è

694 «E proibì anche ai Cristiani stranieri che erano con lui di mettere piede a Cizico, adducendo il motivo che
verosimilmente avrebbero creato disordini per la loro religione, e si sarebbero sollevati insieme a loro anche
coloro che sul divino la pensavano in modo simile, i Cristiani della città, e gli operai pubblici, e gli artigiani
della moneta. Essi, che erano una moltitudine, suddivisi in due corporazioni composte da molti membri, sog-
giornavano intorno a Cizico su ordine degli Imperatori precedenti, con mogli e schiavi, ogni anno consegnan-
do una quota prefissata allo Stato, gli uni di clamidi militari, gli altri di monete di nuovo conio». Per il conte-
sto del passo, cfr. Cracco Ruggini, 1976a, pp. 465-466.
695 Cfr. Cracco Ruggini, 1987, p. 194; Cracco Ruggini in Luoghi, p. 170.
696 Sulla sinonimia completa, in epoca tardoimperiale, di collegium e corpus (nonostante la maggiore diffusione
del secondo termine), che verranno perciò qui usati indistintamente, cfr. Cracco Ruggini, 1976b, pp. 88-89.
697 Sul canon cui erano sottoposti i vari collegi, ossia una data quantità di merce da fornire in un intervallo di
tempo prefissato, cfr. De Robertis, 1955, p. 215; De Robertis, 1963, pp. 294-295.
698 Cfr. Lopez 1946, pp. 87-88. Era sicuramente così, ad esempio, per le armerie statali (CTh X, 22, 1): cfr.
Charbonnel, 1964, p. 85, che non conosce però il passo di Sozomeno in questione e Jones, 1964, p. 436.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 189

chiaramente relativa solo alla valuta enea (super cudendo aere). Nel 393, con questa
costituzione, una “stretta” da parte del potere imperiale abolì ogni eventuale conces-
sione precedente relativa alla possibilità di coniare bronzo. Non è però in alcun
modo comprensibile a quale periodo risalissero tali concessioni, forse connesse con
quelle zecche “semiclandestine” di cui si è detto in precedenza699. Flavio Rufino, de-
stinatario della costituzione, è prefetto al pretorio d’Oriente700: il carattere assolu-
tamente generale del testo rende però plausibile, pur nell’assenza, come accade di
frequente, di completa certezza, che esso fosse applicato in tutto il territorio impe-
riale. Ciò che appare assolutamente evidente è invece la non applicabilità dell’idea
di un “sistema aperto” delle zecche alla produzione di valuta aurea701.
Nessun appiglio in questo senso viene dal passo di Sozomeno, in primo luogo
perché la zecca di Cizico risulta produrre solo divisionale eneo702. Essa, inoltre, do-
po un periodo di interruzione iniziato nel 299, riprese a coniare nel 305, con emis-
sioni legate alla Seconda Tetrarchia703. Il riferimento di Sozomeno ai “precedenti
Imperatori” non sembra in questo senso erroneo, o da interpretare diversamente. Se
anche fosse esistito in epoca giulianea un “sistema aperto” nella produzione di mo-
neta, esclusivamente in bronzo, non sembra che ad esso accenni, insomma, Sozo-
meno in questo controverso luogo.
La moneta d’oro era prodotto, quindi, solo delle zecche pubbliche. Si trattava di
fabricae statali, amministrate ciascuna da un procurator monetae704, egregius (CIL VI,
1145), poi perfectissimus ed infine probabilmente clarissimus705, dipendente dal comes
sacrarum largitionum706; diversa invece l’organizzazione delle zecche comitatensi, di-
rettamente controllate dal comes707, che avocheranno a sé, in epoca valentinianea, il
monopolio della produzione di valuta aurea. Come i responsabili delle altre strutture

699 Cfr. n. 579.


700 Cfr. PLRE I, pp. 778-781. Su una maggior “libertà” nello svolgere attività “private” dei membri delle cor-
porazioni statalizzate orientali rispetto ai loro colleghi occidentali, cfr. Cracco Ruggini, 1976a, p. 466.
701 In questo senso non è condivisibile quanto espresso da Callu, 1972 (cfr. p. 272): non sembra infatti del
tutto appropriata la connessione con la pratica della coniazione dell’oro privato, resa illecita solo nell’intervallo
369-374, come vedremo in seguito, i cui proventi, però, vanno senza ombra di dubbio allo Stato e non ai co-
niatori che dunque non possono essere detti “lavorare in proprio”. L’idea di orefici che privatamente operasse-
ro come coniatori, espressa da Gummerus, 1914 (cfr. p. 153) è quindi da respingere, fatti salvi, evidentemen-
te, i casi di pratiche illecite.
702 La zecca di Cizico risulta aver prodotto una piccola quantità di solidi a nome di Costanzo II nel 347-355,
quindi esclusivamente valuta enea: cfr. RIC VIII, pp. 486-501.
703 Cfr. RIC VI, p. 569.
704 Cfr. Maurice, 1908, pp. xvi-xix; Jones, 1964, p. 435; Carson, 1990, p. 246. Ne sono noti tre più un quar-
to anonimo nel corso del IV secolo: cfr. Delmaire, 1989, p. 498. Sulla loro condizione sociale, cfr. Pack,
1992, pp. 267-268. La carica, equestre, esisteva già in epoca altoimperiale: cfr., da ultimo, Demougin, 1997 e
bibliografia ivi citata. Chiaramente erronea, quindi l’indicazione di Mattingly, 1928 (cfr. p. 233), secondo cui
i procuratori sarebbero stati sostituiti da rationales, ed i dipendenti delle zecche si sarebbero chiamati moneta-
les. Cfr. anche Lafaurie, 1958b, p. 296.
705 Cfr. Hendy, 1989b, pp. 9-10.
706 Cfr. Not. Dign. Occ. XI, 39-44; Or. XIII, 18.
707 Cfr. Hendy, 1972b, pp. 124-125; Hendy, 1989b, pp. 3-5. Le due zecche, a Costantinopoli e Ravenna,
erano distinte anche fisicamente, e sorgevano in aree diverse della città: cfr. Kent, 1956, p. 201; Hendy,
1972b, pp. 131-135; MIB I, p. 15; Hendy, 1989b, pp. 5-8.
190 CAPITOLO SECONDO

produttive pubbliche i procuratori – forse in carica per cinque anni, se si volesse e-


stendere all’indietro un’indicazione reperibile in Cassiodoro (Var. VII, 32) – devono
fornire dei garanti e presentare i propri rendiconti secondo le disposizioni fornite nel
377 da CTh I, 32, 3, esplicitamente estesa anche a loro708. I prodotti da fornire ven-
gono disposti sotto forma di canone annuale, a conferma dell’assoluta conformità del
passo di Sozomeno al funzionamento delle zecche pubbliche709.
Sono i procuratori, affiancati da praepositi e officinatores a quanto ci dice CIL
VI, 1145710, ad essere responsabili dell’assunzione dei lavoratori all’interno della
struttura da loro amministrata, ed essa deve avvenire conformemente alle disposi-
zioni fornite in data successiva al 427 da CJ XI, 8, 16, che stabilisce che nuove am-
missioni nei corpora pubblici avvengano solo in caso di reale necessità, dietro valuta-
zione dell’idoneità dell’origine, dell’età e della competenza. Il lavoro si svolge natu-
ralmente con il metallo assegnato a questo scopo dalle sacre largizioni, mentre la
fornitura del carbone per la fusione è gestita nel forma di munus sordidum, come ri-
vela CTh XI, 16, 15, del 382, che attesta anche l’importanza attribuita dall’autorità
imperiale al buon funzionamento delle zecche, se nell’indicare le categorie di perso-
ne esonerate da tali munera si dice che carbonis quoque, nisi eum, quem moneta sol-
lemniter vel fabricatio secundum veterem morem poscit armorum, ab huiusmodi viris
praebitio desistat.
I monetieri, che in epoca altoimperiale erano stati unicamente schiavi e liberti,
sono così divenuti nel IV-V secolo – attraverso quel processo che «trasformò in di-
sponibilità collettiva coatta a profitto dell’amministrazione centrale e provinciale o
del fisco tutte le attività economiche più importanti, nate all’origine dalla libera ini-
ziativa privata: e quindi anche i collegia»711 – persone libere, riunite in una corpora-
zione, o “associazione professionale”712. Secondo una procedura nota all’interno dei
collegia, i membri procedevano alla nomina di un primicerius monetariorum, attesta-
to epigraficamente per la zecca di Roma nel 452 (CIL VI, 8460 = ICUR I, 754 =
ILCV 701)713. Essi erano esclusi dalle dignità equestri e vincolati alla loro condicio –
quindi legati ereditariamente al mestiere – da una costituzione del 317714: Imp.
Constantinus A. ad Bithynos. Monetarios in sua semper durare condicione oportet nec
dignitates eis perfectissimatus tribui vel ducenae vel centenae vel egregiatus. Dat. xii kal.
aug. Gallicano et Basso conss. (CTh X, 20, 1 = CJ XI, 8, 1).
Non solo le disposizioni qui inserite furono mantenute in vigore ancora nel VI se-
colo, come mostra l’inserimento del testo di legge nel Codice Giustianeo: ai monetieri
708 Quae condicio ad procuratores textrinorum et monetariorum et vectigalium praepositos pertinebit. Cfr. Del-
maire, 1989, pp. 454-455.
709 Cfr. Delmaire, 1989, p. 501.
710 Cfr. Picozzi, 1982-83, p. 146. Di praepositi, identificati con il genitivo mediastinorum, parla anche CIL
XIV, 1878 = ILCV I, 702.
711 Cracco Ruggini, 1971, p. 136.
712 Sulla definizione di “associazione professionale”, cfr. Cracco Ruggini, 1971, pp. 64-65.
713 Cfr. Ensslin in PW suppl. VIII, col. 624. I primicerii sono nominati per ogni singola zecca, a quanto risul-
ta dall’unica testimonianza epigrafica, relativa a Roma, e da un’inferenza – se lecita – dalla figura del primice-
rius fabricae, preposta ad ogni fabbrica d’armi secondo CTh X, 22, 3.
714 Cfr. Mattingly, 1928, pp. 264-265; Lopez, 1953, p. 7; Vogler, 1998b, p. 425.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 191

fu in seguito proibito l’accesso a tutte le dignità, e non solo a quelle equestri. Stupisce
certamente il fatto che CTh X, 20, 1 sia indirizzata ai Bitini, e non al comes sacrarum
largitionum. È dunque legittimo chiedersi se quanto qui indicato dovesse applicarsi
solo alla zecca di Nicomedia, sita per l’appunto in Bitinia, o se analoghe informazioni
fossero mandate anche nelle altre province che accogliessero una moneta. La seconda
ipotesi è da preferire, in relazione alla conservazione, all’interno del Codice, di altre
costituzioni più generali che riprendono il provvedimento costantiniano, che fu quin-
di perlomeno esteso in seconda battuta a tutto l’Impero. In particolare, quanto deciso
nel 317 fu ribadito nel 357-360, in un testo indirizzato ad Orfito, praefectus Urbi Ro-
mae715: Imp. Constantius A. ad Orfitum. Ne quis ex ultimis negotiatoribus vel monetariis
abiectisque officiis vel deformis ministerii stationariis omnique officiorum faece diversisque
pastis turpibus lucris aliqua frui dignitate pertemptet. Sed et si quis meruerit, repellatur:
repulsos autem etiam propriis reddi consortiis oportebit. (CJ XII, 1, 6).
Anche in questa costituzione la restrizione esclude ai monetari l’accesso a tutte le
dignità; non possiamo però sapere se anche in questo caso si tratti di un ulteriore ir-
rigidimento inserito al momento della riscrittura giustinianea, o se invece fosse in-
trodotto proprio in questo momento da Costanzo II e mantenuto in vigore fino al
VI secolo. La condizione dei monetieri era dal punto di vista legislativo vincolata in
modo assai rigido anche nel campo del diritto privato: secondo una costituzione di
Graziano, da datare al 379716, era infatti loro proibito sposare donne di altra condi-
zione (CTh X, 20, 10 = CJ XI, 8, 7)717.
Non è da escludere, come sottolinea R. Delmaire, che la legislazione di Valenti-
niano I, assai restrittiva nei confronti dei lavoratori degli ateliers pubblici, abbia o-
perato in direzione di un ulteriore irrigidimento dei “confini” anche della condizio-
ne dei monetieri718. Un’attenuazione in questo senso fu messa in opera, come per le
altre corporazioni, nel V secolo719: nel 426 l’uscita dalla corporazione, come dagli
altri gruppi di lavoratori delle fabricae statali, fu concessa a patto di procurare un so-
stituto (CTh X, 20, 16 = CJ XI, 8, 13)720.
Questa costituzione, di origine orientale (è rivolta al comes sacrarum largitionum
Acacio)721, fu però probabilmente estesa anche all’Impero d’Occidente, in considera-
zione del momento di “riavvicinamento”, anche giuridico, che seguì alla sconfitta di
Giovanni e caratterizzò la reggenza di Galla Placidia in nome di Valentiniano III, nel-
la temperie stessa della pubblicazione, in entrambe le partes, del Codice Teodosiano.
Più tardi, durante il regno di Anastasio o di Giustiniano, si stabilì che il numero
dei membri di tutti i pubblici collegi (quindi monetarii, bastagarii, gynecearii, muri-

715 Cfr. PLRE I, pp. 651-653. La costituzione è qui datata alla prima prefettura urbana di Orfito, del 353-355.
716 Per la datazione al 379, anziché al 380, come tramandato, cfr. Delmaire, 1989, p. 499.
717 Cfr. Charbonnel, 1964, pp. 73-74; Vogler, 1998b, p. 428.
718 Cfr. Delmaire, 1989, p. 500.
719 Anche se, rispetto agli altri corpora, i monetarii restano vincolati al divieto di matrimonio fuori dalla cor-
porazione: cfr. De Robertis, 1963, pp. 330-331.
720 Cfr. Lopez, 1953, p. 7; Delmaire, 1989, p. 500. Le disposizioni del 426 sono oltremodo simili a quelle
che si imporranno nel XIII secolo nelle zecche di Pavia e Lucca e di Francia: cfr. Lopez, 1953, p. 43.
721 Cfr. PLRE II, p. 4.
192 CAPITOLO SECONDO

leguli) fosse “chiuso”: nessuno poteva esservi aggiunto, salvo in caso di necessità
(con la già citata CJ XI, 8, 16). Nell’occasione furono anche stabilite una volta per
tutte le norme relative al reclutamento di questi “pubblici dipendenti”: il governa-
tore di provincia ed il collegio stesso dovevano proporre l’assunzione, che doveva es-
sere confermata direttamente dalla corte imperiale.
È bene notare fin da subito che la richiesta della cessazione di un aumento del
numero dei monetieri, così come il vincolo ereditario al mestiere, non implicano di
necessità condizioni o mutamenti, in positivo o in negativo, nella desiderabilità del-
la carica. È infatti a partire da questo momento che, secondo la tesi elaborata da
Roberto Sabatino Lopez, sarebbe avvenuto un vero e proprio “mutamento di rotta”:
le condizioni dei monetieri sarebbero cioè migliorate progressivamente, fino a in-
durre Eraclio a formulare una costituzione secondo cui non potevano essere assunti
nuovi dipendenti nelle zecche salvo in caso di reale necessità, pur ribadendo l’esclu-
sione per i membri della corporazione dalle cariche pubbliche722.
È così, secondo Lopez, che il collegio dei monetieri si avvia a diventare quella “ari-
stocrazia della moneta” che sarà in epoca medievale723. È però vero che le costituzioni
bizantine non mostrano un mutamento sostanziale delle condizioni dei monetieri: B
LIV, 16, 1, in realtà, altro non è che la traduzione della costituzione costantiniana del
317, ugualmente netta nel negare ogni forma di affrancamento (Oƒ monit£rioi tÍ
„d…v Øpoke…sqwsan tÚcV kaˆ mhdeˆj ØpÕ ¢x…wma ™leuqeroÚsqw); B LIV, 16, 16,
che sancisce la “chiusura” del numero dei membri dei collegi pubblici, attribuita da
Lopez ad Eraclio, si suppone riprendesse in realtà alla lettera CJ XI, 8, 16. L’argomen-
to poggia infatti solo sulla convinzione che prima della fine del VI secolo non si verifi-
cassero casi di sovraffollamento delle zecche, mentre in età giustinianea il problema si
sarebbe presentato solo per i baphia724. La costituzione è però di argomento “generi-
co”, e non è relativa ai dipendenti della zecca più di quanto lo sia a quelli dei baphia o
dei ginecei, e resta necessario sottolineare che l’assenza, nelle fonti, di indicazioni su
eventi di ampia rilevanza causati dal sovraffollamento delle singole strutture non solo
non nega il sovraffollamento stesso, costituendo argomento e silentio, ma non può di-
re nulla della desiderabilità di quei posti, pur “numerati”.
A monte, cioè, la teoria di Lopez richiede una valutazione oggettiva della reale
condizione dei monetieri nel IV-V secolo725. La legislazione restrittiva, in sostanza,

722 Cfr. Lopez, 1946, pp. 88-89; Lopez, 1953, pp. 7-8; Lopez, 1961, pp. 63-64. Sulla stessa linea interpreta-
tiva anche Vogler, 1998b, cfr. p. 429.
723 Cfr. Lopez, 1953, p. 2.
724 Cfr. Lopez, 1942-43, p. 458. Quanto all’argomento che nel VI secolo non si sarebbe usata, secondo Lopez,
l’espressione dhmÒsia sèmata (cfr. Lopez, 1942-43, p. 457), esso non è dirimente: fermo restando che
l’espressione non sembra così distonica rispetto al linguaggio giuridico di epoca giustinianea, essa può certamente
essere stata inserita in un secondo momento, quando cioè il testo fu “adattato” per l’inclusione nei Basilica.
725 Sembra opportuno introdurre a questo punto alcune brevi considerazioni sul termine monetarius. Esso in-
dica il dipendente della zecca, addetto quindi alla coniazione delle monete (cfr. Zimmermann, 1944, p. 41):
monit£rioi oƒ perˆ tÕ nÒmisma tecn‹tai secondo la definizione di Suida (s.v.); Caesar, fratres mei, non fecit
nummum, monetarii faciunt secondo la formulazione di Aug., Serm. XC, 10. L’etimologia è da ricollegare a
moneta nel senso del luogo dove l’attività si esplica, e non fornisce in alcun modo una conferma di un signifi-
cato di questo termine come singolo pezzo di conio (così, invece, Nadjo, 1989, cfr. p. 177). Il vocabolo è ov-
viamente utilizzato anche in epoca repubblicana ed altoimperiale, quando i dipendenti della zecca erano
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 193

dava vita a delle reali situazioni di disagio, che col VI e VII secolo sarebbero poi state
eliminate?726 La risposta deve, superando molti luoghi comuni storiografici fortemen-
te radicati, essere negativa. Il vincolamento alla condizione, anche in termini matri-
moniali, non sembra aver reso il mestiere di monetiere – così come l’appartenenza a
molte altre corporazioni – una “condanna” del tutto indesiderabile e un “destino” da
cui rifuggire727. Al contrario, le indicazioni in nostro possesso alludono sempre ad un
censo particolarmente alto degli operatori della zecca, e non solo in relazione alle loro
attività fraudolente728: in un passo giustamente celebre del Misopogon, Giuliano ram-
menta ad esempio agli Antiocheni di aver loro concesso di cooptare nella curia tutti
gli uomini più ricchi della città, anche laddove questo non fosse concesso dalla legge,

schiavi e liberti (ad esempio, CIL VI, 8457): il suo utilizzo nel tardo Impero in relazione ad eventi più antichi
(ed in particolare alla rivolta dei monetieri avvenuta sotto Aureliano) non è dunque improprio od anacronisti-
co: Aur. Vict., Caes. 35, 6; Epit. de Caes. 35, 4; Eutr. IX, 14; Hist. Aug., Vita Aur. 38, 2; Malal. XII, 30 (oƒ
lšgomenoi Monht£rioi); Suida, s.v. monit£rioi. Sulla testimonianza di Malalas, che colloca, a differenza di
tutte le altre fonti, la rivolta dei monetieri ad Antiochia e non a Roma, cfr. Peachin, M., Johannes Malalas and
the Moneyers’ Revolt, in Studies in Latin Literature and Roman History III (a cura di C. Deroux), Bruxelles
1983, pp. 325-335. Si sostiene qui che la rivolta ebbe luogo effettivamente in Antiochia. Frequenti le ricor-
renze anche nelle fonti letterarie: legitimi monetarii sono detti, in un contesto metaforico, i coniatori delle
monete autentiche da Giovanni Cassiano (Coll. I, 20); probati, invece, nell’uso della medesima immagine me-
taforica, in Greg. Magn., Mor. XXXIII, 35, 60. Secondo Costantino VII (De caer. I, 92) i monht£rioi ebbe-
ro un ruolo nelle cerimonie funebri per Zenone, intendendo con questo, forse, una di coniazione di monete
commemorative. Interessanti anche le testimonianze epigrafiche: CIL VI, 8458 = ILCV I, 700B = ICUR VII,
19561 = Bisconti, 2000, XVIIc3.2 è la lastra tombale del monetario Santias, conservata a S. Lorenzo al Vera-
no, e CIL VI, 8459 = ICUR I, 1089 = ILCV I, 700 a = Bisconti, 2000, XVIIc3.1 quella di un anonimo di-
pendente della zecca, rinvenuta della chiesa dei Ss. Quattro Coronati e datata al 546. Si noti che l’inclusione,
in Bisconti, 2000, dei monetarii all’interno della sezione dei mestieri bancari è chiaramente erronea (cfr. Bi-
sconti, 2000, p. 108). Anche nella Ravenna bizantina è attestata la presenza di un monitarius auri, Paschalis,
figlio del monitarius Laurentius (PMarini 120, 91), mentre è più difficile intendere il riferimento ad un Vitalis
v(ir) c(larissimus) monitarius in un papiro del 540 (PMarini 115): se questo Vitale fosse da identificare con il
Vitale clarissimo argentarius di PMarini 74 A, dovremmo pensare ad una sovrapposizione di incarichi, o rite-
nere che nella sede della prefettura al pretorio d’Italia il termine indicasse ormai, nel pieno VI secolo, anche i
mestieri bancari. Il termine indica gli addetti alla coniazione anche nei regni romano-barbarici e poi in epoca
medievale, indipendentemente dal loro statuto giuridico: Cassiod., Var. V, 39, 8; Greg. Tur., Glor. Conf.
103; Vita Aridii 33 (MGH Script. Rer. Mer. III, 591); Rom. Ord. X, 27; Vita Eligii, I, 15 (MGH, Rer. Mer.
IV, p. 681). Un uso nel IV secolo di monetariis come toponimo, indicante il sito della III regio urbana, a est
della basilica di S. Clemente, dove sorgeva la moneta Caesaris, è attestato in CIL VI, 41328-41330 (cfr. G. Al-
földi nel commento all’epigrafe e Delmaire, 1989, p. 507). Costituisce invece un hapax l’uso come aggettivo,
nel senso di “di zecca”: così in Vict. Vit., prol. 4 (qui monetarios possit solidos picturare).
726 Così, ad esempio, Charbonnel, 1964, pp. 68-70 (che rileva però come la condizione dei monetieri sia migliore
di quella dei dipendenti degli ateliers tessili); Jones, 1964, p. 435; Jones, 1974 (p. 401: «they remained, however, as
the language of the codes proves, technically slaves», per quanto l’autore si corregga in seguito, a p. 410: «service in
these establishments appears to have been quite popular»); Hendy, 1989b, p. 12 («formally servile condition»), ed
ancora Vogler, 1998b, cfr. pp. 421-422 e 425 («une situation de très bas niveau sociale, même s’il ne s’agit pas d’un
statut d’esclave»). Cfr. anche Lopez, 1946, p. 87. Già Keary, 1878, cfr. p. 54, parlava di «fiscal serfs».
727 Più in generale, cfr. Garnsey-Whittaker in CAH XIII, p. 320: «Involvment in a commercial or industrial
activity over which the State tried to maintain close supervision and control did not prevent its leading mem-
bers from pursuing private profit».
728 Cfr. Cracco Ruggini, 1971, pp. 186-187; Cracco Ruggini, 1973, p. 310: «E, contrariamente alla comune
convinzione degli studiosi, fu proprio in queste associazioni [scil. quelle statalizzate, tra cui i monetieri] – nei
centri ove esse svolgevano prestazioni indispensabili al pubblico benessere, statalmente garantite – che si con-
tinuò a tentare di infiltrarsi surrettiziamente anche nella tarda età imperiale (non già a fuggirne, come più
spesso si legge)».
194 CAPITOLO SECONDO

ed in particolare nel caso dei monetieri (Iul., Misop. 368 a)729.


Gli “artefici della moneta” in sostanza, appartenevano allo strato economica-
mente più elevato della popolazione antiochena, e questo dato di fatto non è in al-
cun modo rilevato come un’anomalia; ciò che si sottolinea è solo la deroga alla
normativa costanziana già citata, che escludeva i dipendenti della zecca da tutte le
dignità e quindi anche dall’appartenenza alla curia730. D’altronde, lo stesso Sozo-
meno riferisce dell’arrivo a Cizico dei monetieri con mogli e schiavi, lasciandoci in-
tendere una loro condizione economica certo non di totale povertà731, e la loro stes-
sa importante partecipazione, nel racconto dello storico ecclesiastico, a moti di na-
tura politico-religiosa ne sottolinea l’importanza sociale732; allo stesso modo, la ne-
cessità da parte imperiale di proibire i matrimoni tra monetieri e esponenti di ceti
superiori testimonia l’effettiva pratica di queste unioni, realizzate presumibilmente
proprio sulla base delle disponibilità economiche dei primi733.
Anche l’indicazione, nella Mathesis di Firmico Materno (VIII, 17, 8), scritta in-
torno al 337, del mestiere di monetiere, così come di minatore di oro ed argento, co-
me una particolare “vocazione” su cui influiscono gli astri (ed in particolare la costel-
lazione dell’Anguis) dà a questo lavoro una connotazione “liberale” inconciliabile con
una situazione quasi schiavile dei suoi praticanti. Ancora, è da notare come non siano
dati casi di condannati a lavorare negli atéliers pubblici inviati nelle zecche o nelle
fabbriche d’armi (con l’unica eccezione, per le armerie, prevista da CTh X, 22, 4)734:
se è possibile che il motivo sia da cercare nel pericolo di frodi o di rivolte, bisogna pe-
rò tener presente che il medesimo pericolo si correva anche con i semplici operai, non
solo con i detenuti. Che questo elemento entrasse in causa o meno, in sostanza, risulta
anche in questo senso l’esistenza di un trattamento “preferenziale” per questa catego-
ria di “operai di Stato”. Non si deve, infine, trascurare come gli studi più recenti sulla
società tardoimperiale abbiano in realtà più volte sottolineato la distanza tra il mondo
delle fonti giuridiche, che è prescrittivo, e non descrittivo, e l’effettiva realtà dell’epoca
come è conoscibile dalle altre testimonianze letterarie ed epigrafiche: la mobilità socia-
le nei secoli del Basso Impero non risulta in verità affatto scomparsa, forse neppure
diminuita, e la frequente ripetizione del contenuto di alcune costituzioni in merito
fornisce legittimi sospetti sulla loro effettiva applicazione735.

729 Sembra difficile che Giuliano si riferisca qui esclusivamente agli “intendenti” della zecca, ossia al procura-
tor monetae, che era ovviamente solo uno, e non giustificherebbe l’uso del plurale. La teoria di Pack (cfr. Pack,
1992, pp. 281-283), secondo cui il provvedimento giulianeo sarebbe in concomitanza con la chiusura di alcu-
ne officine della zecca di Antiochia, e permetterebbe quindi un “riassorbimento” di persone ormai private del
lavoro, è completamente indimostrabile.
730 Si noti che anche Talassio, segretario di Libanio, fu membro della curia di Antiochia nonostante avesse la-
vorato in una fabbrica di armi: cfr. Giardina, 1993, p. 578.
731 Cfr. Cracco Ruggini, 1976a, p. 466; Pack, 1992, pp. 272-273. La ricchezza dei monetieri, in relazione a
questo passo, è ammessa anche da Lopez, 1946 (cfr. p. 88); Lopez, 1961 (cfr. p. 63).
732 Anche i dipendenti delle fabbriche d’armi assumono un ruolo fondamentale ad Adrianopoli, nel 344, negli
scontri tra ortodossi ed ariani, in stretta connessione con la nobiltà cittadina: cfr. Cracco Ruggini, 1983, p. 109.
733 Cfr. Pack, 1992, p. 277.
734 Cfr. Charbonnel, 1964, p. 78.
735 Cfr., tra gli altri, Mac Mullen, 1964 e Pack, 1992, pp. 256-258.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 195

Tornando a Sozomeno, è dunque da respingere l’idea che un “sistema aperto”


fosse alla base di una riduzione della purezza della valuta aurea, e anche di un appa-
rente recrudescenza dei reati di falsificazione monetaria, attestate a partire dal 346
circa non solo in alcune fonti736, ma anche nel dato fisico offerto dalle stesse mone-
te737. Una volta allontanata l’eventualità di una concessione del permesso di coniare
la moneta d’oro ai privati, che avrebbero tratto guadagni illeciti dalla riduzione del
fino e del peso, il dato deve però trovare una spiegazione. Come già detto, difficil-
mente la coniazione di monete con una lega non pura può essere opera di piccoli
falsari, mancanti evidentemente delle competenze così come dei mezzi tecnici e del
capitale di partenza per una simile attività. Le fonti in nostro possesso sono invece
assolutamente concordi nell’indicare nei monetieri i principali responsabili della si-
tuazione. In questo senso va evidentemente interpretato anche il passo di Libanio in
cui si dice dei guadagni ottenuti dagli agentes in rebus dalla connivenza con coloro
che osavano falsificare le monete (Or. XVIII, 138)738.
Senza dover ricorrere all’idea del “sistema aperto”, e dunque ad un’interpreta-
zione di questi monetieri come semistatalizzati, è più che plausibile che all’interno
delle singole zecche pubbliche si affermasse l’uso di ridurre il fino della moneta, al
fine di produrne in numero maggiore con la medesima quantità di metallo. Il dato
fisico sembra rivelare che l’oro meno puro che compone le monete di questi anni
non fosse proveniente dalla rifusione delle vecchie monete, ma da nuove fonti739, ed
in particolare da nuove miniere740, oltre che, forse, dall’esito della fusione di oggetti
di oreficeria741, magari versati alle casse dello Stato in pagamento delle imposte da
assolvere obbligatoriamente in metalli preziosi, o frutto di sequestri e requisizio-
ni742. La spiegazione deve quindi essere cercata in una mancata purificazione del
“nuovo” metallo; lo stesso avveniva, in misura presumibilmente ancora maggiore,
con l’oro portato alle zecche dai privati per farlo coniare, che non sarà stato tanto in
forma di vecchie monete quanto di metallo appena estratto o di oggetti di orefice-
ria. È da escludere ad ogni modo che si tratti di una manovra statale che mirasse, at-
traverso l’emissione di una moneta di oro meno puro e la successiva richiesta ai con-
tribuenti di oro puro, ad incrementare le entrate pubbliche. Non potremmo infatti
in questo modo spiegarci il perché delle riforme valentinianee, di cui tratteremo a
breve, che realizzano immediatamente un ritorno alla piena purezza dell’oro mone-

736 Cfr. Cracco Ruggini, 1987, p. 193.


737 Cfr. Amandry-Barrandon-Brenot-Callu-Poirier, 1982, pp. 280-281; Morrisson, 1982, pp. 204-205; Cal-
lu-Brenot-Barrandon-Poirier in Or monnayé I, p. 90; Morrisson-Barrandon-Brenot, 1987, p. 188.
738 DidÒntej g¦r ™xous…an to‹j tÕ nÒmisma diafqe…rein tolmîsin, ¢pÕ tîn sphla…wn ™n oŒj taàta
™tolm©to dÒkimon Øpr toà paras»mou fšrontej ™trÚfwn. Il termine nÒmisma, come si è visto (cfr. pp.
84-90), non indica ancora, a quest’epoca, la moneta d’oro, ed è dunque da intendere in senso generico.
739 Cfr. Morrisson, 1982, p. 207; Callu-Barrandon, 1986, p. 583; Callu-Brenot-Barrandon-Poirier in Or
monnayé I, pp. 94 e 105; Morrisson-Barrandon-Brenot, 1987, p. 204; Callu, 1993b, p. 100; Depeyrot,
1996a, pp. 45-46; Callu, 2003a, p. 208.
740 Cfr. Callu-Barrandon, 1986, p. 585: i due studiosi francesi collocano le nuove miniere in area traco-
macedone.
741 Cfr. Depeyrot, 1992, pp. 60-61.
742 Cfr. Monopoli, 1998, p. 255.
196 CAPITOLO SECONDO

tato743. Non risulta convincente, in virtù di quanto fin qui detto, neanche l’ipotesi
di un tentativo, operato da Costanzo II e Giuliano, di reintrodurre una sopravvalu-
tazione del metallo coniato rispetto a quello non coniato, ipotesi cui le fonti non la-
sciano alcuno spazio744, e che non sarebbe compatibile con le variazioni nel prezzo
dell’oro sopra delineate.
È possibile invece che, per aumentare la produzione, o per incapacità di tener
dietro altrimenti alle commesse statali o, più probabilmente, con l’intento di trarne
un lucro (consegnato il numero di monete richiesto su base annuale, il resto della
produzione restava ai monetieri), questo oro di nuova provenienza non venisse sem-
plicemente sottoposto a tutte le procedure di purificazione necessarie745, in modo
da produrre con la medesima quantità di metallo un maggior numero di monete.
La verifica della moneta aurea era d’altra parte un’esigenza costante, ed anche in
questa direzione si appuntò l’opera legislativa di Giuliano.
10. La figura dello zygostates
Il principale intervento di Giuliano in relazione alla circolazione dell’oro è l’i-
stituzione di una figura pubblica, lo zygostates, incaricato di sorvegliare le operazioni
di cambio delle moneta aurea. La costituzione relativa è conservata nel Codice Teo-
dosiano ed offre numerosi spunti di riflessione: Imp. Iulianus A. ad Mamertinum
praefectum praetorio. Emptio venditioque solidorum, si qui eos excidunt aut deminuunt
aut, ut proprio verbo utar cupiditatis, adrodunt, tamquam leves eos vel debiles nonnullis
repudiantibus impeditur. Ideoque placet quem sermo graecus appellat per singulas civi-
tates constitui zygostaten, qui pro sua fide atque industria neque fallat neque fallatur, ut
ad eius arbitrium atque ad eius fidem, si qua inter vendentem emptoremque in solidis
exorta fuerit contentio, dirimatur. Dat. viiii kal. mai. Salonae Iuliano A. iiii et Sallu-
stio conss. (CTh XII, 7, 2).
La subscriptio indica la costituzione come data a Salona, e indirizzata a Mamer-
tino, prefetto al pretorio di Italia, Illirico ed Africa746. Si tratta solo della copia rivol-
ta a questa particolare prefettura, ma abbiamo la piena certezza che le disposizioni
qui indicate siano entrate in vigore in tutto l’Impero, e che quindi anche gli altri
prefetti abbiano ricevuto simili costituzioni: gli zygostatai a noi noti ci sono infatti
per lo più segnalati dalle fonti papirologiche, ed erano dunque attivi in Egitto.
Più in generale il termine, il cui significato è quello di “sovrintendente alla pesa-
tura”, attestato fin da epoca ellenistica, ha inizialmente un valore assolutamente ge-
nerico, riferito a qualsiasi tipo di azione di pesatura, non necessariamente legata alla
moneta747: tÕ mšn di/oá kr…netai, zugÒj: tÕ dš kr…non, Ð zugost£thj (Ptol., De

743 Cfr. Amandry-Barrandon-Brenot-Callu-Poirier, 1982, pp. 280-281; Callu-Brenot-Barrandon-Poirier in


Or monnayé I, p. 90.
744 Così Lo Cascio, 1986, p. 551.
745 Cfr. Callu-Brenot-Barrandon-Poirier in Or monnayé I, p. 97.
746 Cfr. PLRE I, pp. 540-541.
747 Cercid., Mel. II, 33; Chrysipp., Fr. log. et ph. 107 (da cui deriva in parte Sext. Emp., Adv. dogm. I, 36-
37). Nel lessico Suida compare solo il lemma, senza alcuna spiegazione; libripens è la traduzione offerta da
Gloss. II, 322, 40.
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 197

iud. fac. 2)748. È importante però notare come il termine sia utilizzato in preciso ri-
ferimento ad una figura di carattere pubblico, anche – ad esempio – nel II secolo
d.C.749, quando Artemidoro nell’Oneirocriticon sottolinea il valore positivo ta‹j
zugost£taij di un sogno riguardante Hermes o Afrodite (II, 37), o nel 104 d. C.,
quando risulta un componente del personale dell’Artemision, dedito alla pesatura
delle statue750, o alla fine del III, quando Asterio di Cappadocia usa l’immagine del-
lo zugost£thj nei suoi Commentarii in Psalmos (Comm. in Ps., Hom. IV, 21-22 e
XXIX, 13). Ancora, in un papiro di II o III secolo risulta in Egitto uno zugost£thj
del nomos Letopolite (PStrasb I, 31, 15).
Un valore più generico di “pesatore pubblico” permane anche in epoca tardoan-
tica, in alcune testimonianze in cui il termine non può assolutamente essere riferito
a circostanze legate alla verifica del peso dei pezzi di conio: così CTh XIV, 26, 1, del
412, parla dello zygostasium, accanto alla crithologia, in relazione ai controlli sul gra-
no destinato alla città di Alessandria; POxy XIX, 2243, del 590, potrebbe parlare di
uno [zug](ost£tou) s…tou. Al medesimo tipo di incarico si riferisce anche POxy
LXVII, 4606, del 361, in cui si parla di trasporto di grano.
Come già detto, la moneta aurea poteva subire due tipi di adulterazioni fraudo-
lente, nella lega metallica o nel peso del singolo pezzo. Il provvedimento in questio-
ne, che viene ad istituire come vedremo un nuovo incarico pubblico, si occupa,
come dice esplicitamente, e come ovvio dal fatto che il termine zygostates non signi-
fica né più né meno che “pesatore”, solo del secondo tipo di frode; il problema delle
leghe metalliche invece per il momento non è citato, e vedremo a breve come esso
fosse affrontato e risolto, un paio d’anni dopo, da Valentiniano I. Per il momento,
si potevano effettuare alcuni controlli relativi alla purezza metallica, noti da epoca
molto antica751, ma si tratta di pratiche di affidabilità piuttosto relativa: l’attenta os-
servazione della moneta, per valutare il colore dell’oro, e l’ascolto del suo tintin-
nio752. Inoltre, fin dal VI secolo a.C. era noto l’uso della pietra di paragone753, sicu-
ramente utilizzata anche nel IV secolo, come dimostra Temistio754; pare però che la
sua affidabilità sia scarsa nel caso di una purezza metallica superiore al 75%, quale è
sempre quella dei solidi tardoimperiali, e dipende inoltre sempre in larga misura
dalla capacità di osservazione dell’operatore, oltre che dalle prove campione effet-
tuate755. Erano quindi sicuramente presenti periti che valutavano la purezza

748 In questo senso è attestato anche come epiclesi di Ermes, in quanto dio dei commerci: IK Ilion, 4.
749 Cfr. Bogaert, 1976, p. 29.
750 Cfr. Robert, 1958, p. 37.
751 In realtà il primo riferimento nelle fonti ad una prova sull’oro per verificarne la purezza risale al XIV seco-
lo a. C., e fa parte della corrispondenza di El-Amarna: cfr. Halleux in Or monnayé I, p. 39
752 Entrambe le tecniche sono attestate almeno dal V secolo a.C.: cfr. Halleux in Or monnayé I, p. 40; Boga-
ert, 1976, pp. 15-16; Jenemann, 1985b, p. 170; Wolters, 1999, pp. 368-369. Per l’osservazione delle monete
cfr. Them. I, 5c; XI, 146 d e XXI, 261c.
753 Cfr. Moore-Oddy, 1985, p. 60; Beyer, 1995b, pp. 57-58.
754 Them. XXII, 265 d.
755 Cfr. Moore-Oddy, 1985, p. 59: «The accuracy of the method was probably of the order of ± 2-3% in the
early medieval period, but for quantitative determinations the method depended on the accuracy with which
the alloys of known composition had been made».
198 CAPITOLO SECONDO

dell’oro, come sempre Temistio ci mostra in un’orazione databile al 345-355 (XXI,


247 b), ma la loro affidabilità non era eccezionale.
Ancora nel XIV secolo, d’altronde, nel tractatus de mutatione monetarum Nicola
di Oresme, nel condannare l’eventuale coniazione di monete in metalli non puri,
soprattutto laddove si tratti di metalli preziosi, ed in particolare di oro, dirà che om-
nis talis mixtio de se suspecta est, nec facile possunt auri substantia et eius quantitas in
mixtione cognosci (§ 3).
Le bilance idrostatiche descritte in precedenza756, che utilizzavano il metodo del
peso specifico, erano certamente di maggiore aiuto, ma in caso di una purezza al di
sopra di una certa soglia, e con pesi piccoli, neanche esse dovevano essere in grado
di fornire risultati assolutamente certi (il comportamento in acqua dei due pezzi po-
teva essere differente in modo impercettibile a occhio nudo)757. È ad ogni modo del
tutto plausibile, proprio in relazione all’uso di questi strumenti, come già in parte
accennato, che prima dell’introduzione delle riforme valentinianee la verifica della
purezza dell’oro fosse affidata comunque a chi deteneva il compito della pesatura, e
quindi anche agli zygostatai.
È importante notare ad ogni modo che la costituzione giulianea mira a preserva-
re dalle frodi l’operazione della emptio venditioque solidorum, cioè l’attività di cam-
bio delle monete-merce, e non, più generalmente, il commercio. Ora, questa espres-
sione è nelle fonti utilizzata solo ed esclusivamente in riferimento alle operazioni di
cambio valutario effettuate presso banchi pubblici: è così, chiaramente nella Rel. 29
di Simmaco758, come nella Nov. Val. 16759. Le altre due ricorrenze di una simile
formulazione, CTh IX, 22, 1 e de reb. bell. 3, 1 non forniscono indicazione precise
di nessun genere, ma non contrastano affatto con un loro riferimento solo ad attivi-
tà pubbliche di cambio. L’importanza della sorveglianza dell’oro, d’altra parte, era
tale da giustificare un monopolio dello Stato nella gestione della sua circolazione.
Forse nel 540-541, così, il comes Ammonios potrà chiedere un’integrazione al pa-
gamento delle imposte, dopo aver mandato l’oro già ricevuto prÕj tÕn zugost£thn
ed averne verificata la deficienza760.
Il nostro “pesatore” è quindi una figura con connotazione pubblica: a lui, si am-
mette generalmente761, possono riferirsi anche i privati, qualora sorga la necessità di
attestare in forma ufficiale la quantità d’oro impiegata in una transazione. L’unica
testimonianza esplicita che abbiamo in merito sembrerebbe essere un papiro del
499-500, relativo ad un prestito concesso da Aurelio Agatocle a Flavio Giuliano
(POxy LXIII, 4395, rr. 18-28)762.
All’atto di concedere il prestito l’oro venne pesato, presumibilmente per evitare
possibili future discussioni. Il ruolo dello zygostates Pietro è specificato alla fine del
756 Cfr. pp. 102.
757 Cfr. Halleux in Or monnayé I, pp. 40-44; Bogaert, 1976, pp. 11-12.
758 Cfr. pp. 290-304.
759 Cfr. pp. 431-442.
760 PCair SR 3733 (2): cfr. Fournet, 2001, pp. 481-482.
761 Cfr. Delmaire, 1989, p. 256; Carrié, 1998, p. 84; Penna, 2001, p. 281; De Groote, 2002, p. 28.
762 Non è infatti chiara la natura del pagamento effettuato di¦ zugost£tou in PSI IV, 290 (V-VI secolo).
LA MONETA D’ORO DA COSTANTINO A GIULIANO 199

documento, laddove firmando scrive «attraverso me furono pesati e consegnati al


clarissimo Giuliano i dieci solidi meno dieci carati a lui prestati da Agatocle» (rr.
117-118, ripetuto alle rr. 132-133 e 136-138). Non abbiamo nessuna possibilità di
sapere se questo “servizio al pubblico” fosse uno sviluppo posteriore, o fosse già ca-
ratteristico dell’istituzione giulianea763. In nessun caso, comunque, questo tipo di
attività mette in dubbio il carattere pubblico dello zygostates, che, secondo Rouil-
lard, sarebbe stato alle dipendenze del tesoro dell’eparchia764. L’esperienza, peraltro,
non è del tutto nuova: si ricordi che già nel IV secolo a. C., ad Atene, era presente
una figura denominata dokimast¾j Ð dhmÒsioj, il cui compito era quotidianamen-
te la verifica delle monete “tra i banchi” dell’agorà, presso il bouleuterion, in occa-
sione di versamenti alle casse dello Stato (un secondo dokimast»j, schiavo pubbli-
co, era attivo al Pireo)765.
In tutta la storia antica sono in effetti molto pochi gli esempi di essayeurs privati,
a confronto della stragrande maggioranza delle testimonianze esplicitamente legate
ad un mestiere di carattere “statale”766. Nei pochi casi attestati si tratta in realtà
sempre di dipendenti di banchieri: un frammento di Menandro (581, 7-8) attesta la
possibilità di portare al banco le proprie monete (in questo caso una dote) per veri-
ficarne la purezza, ma negli altri casi, riferibili a contesto romano (Clem. Alex.,
Strom. XI, 15; tesserae nummulariae, utilizzate dal I secolo a.C. fino ad età neronia-
na) è attestata con certezza solo l’esistenza di assistenti o schiavi di banchieri addetti
alla verifica delle monete.
Il compito di pesare e verificare le monete, tanto quelle da cambiare quanto
quelle da pagare a titolo di imposta, fa ovviamente sì che talora gli zygostatai funga-
no da intermediari tra il contribuente e l’esattore767, come sembra risultare da PLips
62, del 384-385, in cui si parla di un pagamento effettuato ai crusînai a nome
dell’Øpodškthj Aurelio Filammone (Øpšr sou) met¦ tÁj katabolÁj dello zygosta-
tes Ermodoro (col. I, r. 22)768. Questo è più che comprensibile: il fatto che l’oro
versato allo Stato dovesse passare per la verifica dello zugost£thj ha fatto sì che e-
gli acquisisse nel corso del tempo alcune vere e proprie competenze nell’ambito del-
la riscossione delle imposte, e anche delle multe, soprattutto nei centri minori, dove
era presumibilmente il più alto rappresentante delle finanze pubbliche. In questi ca-
si la formula più frequente nei papiri riporta il pagamento come avvenuto “per
mezzo” dell’ufficiale, che formalmente ne verificava solo la piena bontà, e quindi

763 Riferimento ad una pesatura di monete, retribuita, è in CPR VIII, 40, che non nomina alcuno zygostates,
ma non è possibile sapere nemmeno se il testo sia anteriore al 363. Non condivido quindi la considerazione di
Carrié, secondo cui lo zygostates fu istituito da Giuliano solo per risolvere le contese tra privati in un’epoca in
cui le finanze imperiali «ancora non pensavano a proteggersi» (Carrié, 1998, p. 89). L’idea che lo scopo pri-
mario dell’istituzione dello zygostates sia stato regolare i rapporti tra privati è tipica della storiografia ottocente-
sca e della prima metà del Novecento: cfr. De Petigny, 1857, pp. 131-132; Johnson-West, 1949, p. 173.
764 Cfr. Rouillard, 19282, p. 109.
765 Cfr. Stroud, 1974, in particolare pp. 165-167.
766 Cfr. Bogaert, 1976, p. 20.
767 Mi sembra, pertanto, difficile che queste applicazioni del termine derivino da un suo ampliamento al di là
della definizione iniziale, come intende invece Carrié, 1998 (cfr. pp. 91-92).
768 Per il significato di katabol» in questo luogo, cfr. Preisigke, 1925, vol. I, p. 744.
200 CAPITOLO SECONDO

di¦ toà zugost£tou (POxy LV, 3805)769. Sempre nel IV secolo, anche SB XIV,
12 005770 illustra una serie di pagamenti fiscali versati (non è noto a che titolo) dal
villaggio di Andromachis in alcuni giorni tra il 12 ed il 23 Phamenoth di un anno
ignoto. I pagamenti, composti da oro e moneta divisionale, sono raccolti da He-
leias, di cui non conosciamo il ruolo, e Romanos, zugost£thj. Anche in questo ca-
so, quindi, il fatto che a questo ufficiale spettasse il compito di verificare le monete
versate fu determinante nel renderlo un intermediario tra il villaggio ed il governa-
tore provinciale nella riscossione delle imposte.
A conferma del carattere pubblico dello zygostates bisogna aggiungere che questo
risulta essere un vero e proprio incarico con mandato territoriale: essi erano insedia-
ti in molti centri, anche di non grandi dimensioni, e sopraintendevano a tutto il ter-
ritorio circostante: la situazione che conosciamo meglio è ovviamente quella egizia-
na, dove sappiamo – a puro titolo di esempio – che alla sede di Hypsele si rivolge-
vano gli abitanti di Afrodito771. L’incarico poteva essere sufficientemente ampio ed
impegnativo da richiedere che lo zugost£thj avesse propri dipendenti per coadiu-
varlo nel lavoro: in POxy XVI, 1886 è citato infatti un suo m…sqioj.
Il fatto che la figura dello zygostates si sovrapponga assai frequentemente a quella
del cambiavalute o del banchiere – dal momento che conciliare le esigenze del cal-
colo, della pesatura, della chiusura in sacchi dei solidi e l’incombenza di operare i
cambi valutari non è, evidentemente, molto complesso – lascia intendere che
l’incarico di pesatore fosse affidato frequentemente a chi già svolgesse un mestiere
bancario772, e non che l’incarico includesse anche funzioni di prestito e cambio del
denaro773; ancora nel VI-VII secolo abbiamo notizia di un Vittore, collectarius e
zugost£thj (PMichael 35). Uno zugost£thj egiziano risulta poi impegnato nel-
l’attività del deposito bancario senza interessi in un interessante aneddoto raccolto
negli apophthegmata agion gerontion (48, Revue de l’Orient chrétien, n. 12, 1907,
pp. 176-177)774, mentre un altro risulta prestare del denaro nella seconda metà del
VI secolo (PGiss inv. 274 = SB XII, 10 810)775. Ancora Manuel Philes potrà inten-
dere una vicinanza tra zygostates e kermatistes: tÕn kermatist¾n, tÕn sofÕn zu-

769 L’espressione è ricorrente: cfr. PAlex 40; PRainCent 144 (VI-VII sec.); PSorb II, 69 (nove volte); StudPal
III, 592 (VII sec.).
770 Sijpesteijn-Worp, 1977, n. 6 (pp. 19-21).
771 Cfr. PLond IV, pp. xiii-xiv.
772 Si noti la curiosa preghiera a Dio e a S. Filosseno di un banchiere che chiede gli sia rivelato se non deve
parlare della banca o del compito di zygostates: POxy XVI, 1926. La relazione tra zygostates e trapezites è quindi
di eventuale sovrapposizione, e non di sostituzione, anche se il primo termine è più spesso utilizzato per indi-
care la qualifica di una persona. Cfr. Bogaert, 1987, pp. 63-64. Ritengo quindi di invertire la relazione indica-
ta da Zuckerman, 2004 (cfr. p. 103), secondo cui è normale che gli zygostatai, in conseguenza del loro incari-
co, finiscano per dedicarsi a mestieri bancari.
773 Cfr. Carrié, 1998, p. 90.
774 Questo testo, assolutamente trascurato nella storia degli studi, potrebbe fornirci informazioni interessanti
sui mestieri bancari tardoantichi, in relazione anche alla terminologia del deposito, delle quietanze, delle rice-
vute. Questa sola fonte non può però portarci a ritenere le attività di banca come parte integrante del “mestie-
re” di zygostates, come ha ben messo in luce Carrié, 1998 (cfr. pp